Estratto distribuito da Biblet
Marsilio
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Il Terzo Paradiso è un passaggio evolutivo
nel quale l’intelligenza umana trova i modi
per convivere con l’intelligenza della natura
Il Terzo Paradiso si innesta nelle istanze e le esperienze maturate a Cittadellarte, realtà
creata da Pistoletto a Biella negli anni ‘90, e ne diviene la visione programmatica.
Cittadellarte è un laboratorio formato da esperti e ricercatori nei vari settori del tessuto sociale.
Sviluppa una rete di soggetti pubblici e privati impegnati nelle pratiche di cambiamento sociale,
per disegnare una geografia della trasformazione operativa a dimensione glocale.
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Michelangelo Pistoletto
il Terzo Paradiso
Marsilio
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L’autore desidera ringraziare
Andrea Lupi e Ruggero Poi
per la preziosa collaborazione
fotografie di
Claudio Abate
Enrico Amici
Marco Fedele di Catrano
Alessandro Lacirasella
Juan Esteban Sandoval
in copertina
Michelangelo Pistoletto traccia il Terzo Paradiso
sullo specchio, foto Juan Esteban Sandoval
© 2010 by Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia
Prima edizione digitale da edizione Marsilio aprile 2010
ISBN 978-88-317-3102-7
www.marsilioeditori.it
[email protected]
Quest’opera è protetta dalla legge
sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione,
anche parziale, non autorizzata
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il Terzo Paradiso
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Premessa
Questo libro non intende esaurire tutte le questioni trattate, ma vuole essere uno strumento per orientarsi in un frangente di passaggio
epocale che si sta facendo sempre più drammatico. Le parole che si
leggono nascono dall’esperienza di una vita che ormai da decenni si
è dedicata alla trasformazione responsabile della società attraverso la
funzione generativa dell’arte. Con questo libro intendo comunicare i
punti essenziali e determinanti per introdurci nel Terzo Paradiso, proponendo nuove prospettive di pensiero e d’azione che ispirino il lettore a una consapevolezza del proprio ruolo nella costruzione di una
nuova era dell’umanità. In una situazione di smarrimento generale e
di insostenibilità che riguarda tutti i campi della convivenza, si sente
la necessità di identificare valori condivisibili. Auspico di stimolare il
dibattito sui temi dell’ambiente, della sopravvivenza umana sulla Terra, della politica, dell’economia, dell’educazione e della spiritualità,
coinvolgendo tutte le persone che vorranno dare il loro contributo
affinché il Terzo Paradiso superi la valenza simbolica e si faccia realtà.
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Il Terzo Paradiso è il nuovo mondo
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Il simbolo del Terzo Paradiso unisce la società umana
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Terzo Paradiso
Era il marzo del 2003, quando Bush e Blair, appoggiati da numerosi
governi, hanno dichiarato guerra preventiva all’Iraq.
La circostanza mi ha procurato un turbamento profondo. Quanto
stava accadendo era lo stadio culminante di una follia che coinvolgeva
l’intero genere umano. Era il traboccare della perversità “politica” dal
vaso della storia, un’aggressione planetaria che si aggiungeva a una
serie di opposte, mostruose aggressioni.
Ho visto alla televisione e sui giornali la gente di ogni parte del mondo
scendere nelle strade e gremire le piazze per dire «Adesso basta!», per
dire «No». L’umanità si era esposta con la sua presenza fisica, sapendo
di non aver altro potere. Ho avuto in quei momenti la chiara percezione che la dimostrazione silenziosa della popolazione mondiale, cui
assistevo, poteva essere considerata, anche se ben lontana dall’essere
riconosciuta, la prima votazione mondiale. Era un’espressione democratica che abbracciava il pianeta. Come non tenerne conto? Come
non aderire a tale spontanea, formidabile chiamata? Come non rispondere a quella accorata supplica del mondo intero?
In realtà gli avvenimenti in corso non erano esclusivamente una questione politica, ma portavano alla resa dei conti l’intera vicenda umana.
Dietro la richiesta di cambiamento vi era, infatti, la necessità di una
profonda trasformazione civile. Tutte le malformazioni culturali ereditate dal passato venivano al pettine: il concetto stesso di guerra preventiva faceva sorgere l’impellente necessità di contrapporre l’idea di pace
preventiva. Nella storia la pace è sempre venuta a seguito di una guerra ed è stata considerata come suo risultato, dunque guerra nascosta
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sotto la maschera della pace e pace costituita di mera apparenza. Ho
capito in quel momento che io stesso, nonostante l’impegno artistico,
intellettuale e pratico indirizzato verso una trasformazione responsabile della società, dovevo fare un ulteriore passo, ancor più deciso ed
efficace, per contribuire al cambiamento che questa umanità, tanto
silenziosamente quanto disperatamente, stava implorando. È così che
nasce il segno del Terzo Paradiso.
Nel giugno del 2004, durante la lectio magistralis che tenni all’Università di Torino, mentre mi veniva conferita la laurea honoris causa in
Scienze Politiche, annunciai il progetto del Terzo Paradiso. Era il luogo e il momento giusto per avviare pubblicamente un’iniziativa che,
partendo dalla creatività dell’arte, reagiva alle emergenze politiche in
corso, congiunte alle gravi problematiche che coinvolgevano ogni altro ambito della vita sociale.
Cogliendo la funzione simbolica dell’arte, ho deciso di proporre un
simbolo che potesse fare da guida nel cammino verso un nuovo stadio
di civiltà. Ho concepito il simbolo del Terzo Paradiso come una bussola che indichi la direzione da seguire.
Ho pensato a un segno che fosse allo stesso tempo un riferimento al
passato, una considerazione del presente e una proiezione nel futuro.
Il segno matematico di infinito, composto da una linea continua che
disegna due cerchi, consentiva questa sintesi. In un cerchio s’inscrive
il passato più remoto, il tempo in cui l’essere umano era totalmente
integrato nella natura, nell’altro cerchio s’identifica la seconda fase del
passato, quella in cui l’uomo si è svincolato dalla natura con un processo che ha portato al mondo artificiale che viviamo oggi. Artificio
e arte hanno la stessa radice: il termine ‘artefatto’ indica proprio cose
‘fatte ad arte’. Unitamente alle meravigliose conquiste raggiunte con
il progresso moderno, si sono venute a creare però condizioni catastrofiche che minacciano la sopravvivenza dell’umanità. L’arte assume
in questo frangente epocale la responsabilità di fondo dell’umana parabola artificiale. Nel presente si concentra una pressione fortissima,
dovuta alla tensione, esponenzialmente cresciuta nell’ultimo secolo, tra
la sfera naturale e quella artificiale. Ho sentito la necessità di liberare da
tale pressione il punto cruciale che lega i due cerchi, aprendo un terzo
cerchio: un’area pronta a ospitare il tempo futuro.
Si è formato così il “nuovo segno d’infinito”, simbolo del Terzo Para-
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diso. Dal cerchio centrale, come in un ventre materno ingravidato dai
due paradisi precedenti, naturale e artificiale, nasce la nuova umanità.
Vorrei chiarire che la scelta del termine ‘paradiso’ non è legata al concetto religioso di trascendenza, bensì a un ideale di vita terrena.
In persiano antico la parola ‘paradiso’ significava ‘giardino protetto’, il
luogo della vita felice, difeso dall’aridità del deserto circostante. Nella
storia antica ritroviamo continuamente meravigliosi giardini: dai racconti di Erodoto e Strabone per quanto riguarda i giardini pensili di
Babilonia, fino alla splendida testimonianza di Villa Adriana a Tivoli.
Nel Medioevo i giardini diventarono anche orti coltivati per le piante
officinali e per la produzione di medicinali. Infine l’arte del giardino
moderno assunse connotazioni territoriali: all’italiana, alla francese
o all’inglese. L’idea di fondo che caratterizza comunque tutti questi
luoghi è quella di una natura controllata, selezionata e contenuta ad
arte dalla maestria dell’uomo che attraverso un’adeguata conoscenza
botanica e geologica, può progettare l’aspetto presente e futuro di tale
microcosmo.
Durante l’illuminismo tanti orti dei conventi e giardini dei palazzi
nobiliari sono diventati pubblici. La mia idea di Terzo Paradiso vuole
riprendere il principio originario di giardino difeso da ogni pericolo
circostante. Un giardino che oggi va individuato nell’intero pianeta
Terra, avvolto da uno strato sottile e fragilissimo di atmosfera che ne
costituisce il muro di recinzione e lo protegge dallo spazio siderale.
Questo giardino planetario è il Terzo Paradiso e ogni essere umano
deve divenire sempre più consapevole della sua responsabilità di “giardiniere”, cioè artefice del proprio ambiente.
La moderna idea di benessere ha portato a un consumo esasperato
della Terra, provocando un malessere planetario. Una necessaria evoluzione è così richiesta all’umanità, quella di riformulare i paradigmi che sottendono al concetto di agio e prosperità. Milan Kundera
ha scritto in maniera sagace e intelligente a riguardo, parlando della
differenza tra ben-avere e ben-essere. Il primo termine si è imposto
in maniera egemonica a seguito dei boom economici del Novecento,
trasformando gran parte dei cittadini in consumatori schizofrenici e
continuamente insoddisfatti. Il ben-essere è invece una condizione a
cui tutta l’umanità aspira e che richiede una grande consapevolezza di
sé e dell’ambiente circostante.
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È importante conoscere la complessità della realtà in cui viviamo, per
progettare i nostri interventi in modo da conseguire i migliori risultati
possibili. Nel giardino, ad esempio, la materia organica si riproduce in
maniera autonoma senza creare scorie di smaltimento. L’albero trova
alimento dalla decomposizione delle foglie cadute in autunno, la terra
ne riassorbe i frutti marciti e pone fondamento alla rinascita primaverile; proprio come gli antichi già raccontavano attraverso il mito di
Adone, personaggio amato per metà dell’anno da Persefone, dea del
sottosuolo e della natura invernale, e per l’altra metà da Afrodite, la
Venere dei romani, divinità collegata al fiorire della primavera e alla
vitalità estiva. Nel 1967 ho realizzato un’opera chiamata la Venere degli stracci che è divenuta un’icona del riciclo, in quanto trasfonde la
propria incorruttibile bellezza a una massa indistinta di rifiuti e come
per re Mida, che trasformava in oro tutto ciò che toccava, dona loro
nuovo splendore.
Nel mondo attuale, con la produzione di materiali artificiali, abbiamo
instaurato un processo diverso da quello naturale. È impellente sviluppare e diffondere nuove strategie per attuare la riconversione dei rifiuti inorganici derivanti dal petrolio e prevedere sistemi che sappiano
equilibrare il rapporto tra le sostanze gassose – ad esempio ossigeno e
anidride carbonica – reso precario dalla continua produzione di gas
serra per la combustione di sostanze fossili. Un tentativo esemplare
per mettere in funzione un nuovo equilibrio è quello del troço verde
che da più di trent’anni è presente nella città di Curitiba in Brasile.
L’ideatore del progetto è stato il sindaco della città, Jaime Lerner,
che già nel 1971, per risolvere il problema dello smaltimento e del
riciclo dei rifiuti, aveva introdotto il programma “rifiuti non rifiuti”. L’iniziativa, rivolta alle aree cittadine a basso reddito, prevedeva
lo scambio di sacchi di spazzatura già smistata e pronta al riciclo in
cambio di eccedenze di frutta e verdura stagionali, biglietti del trasporto pubblico e quaderni di scuola per i figli. Con questa soluzione
il Comune ha coinvolto attivamente la cittadinanza nelle politiche
ambientali, riducendo anche i costi del servizio pubblico. I dati a riguardo testimoniano la bontà dell’iniziativa: 34 mila famiglie hanno
smaltito 11 mila tonnellate di rifiuti ottenendo in cambio 1200 tonnellate di ortaggi in eccedenza e un milione di biglietti urbani e 200
tonnellate di rifiuti per un milione e 200 mila quaderni in cambio.
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In questo caso il risanamento ambientale ha portato anche al sostentamento alimentare, all’incremento dell’uso dei trasporti pubblici e
alla diffusione degli strumenti d’educazione. Negli anni novanta da
Porto Alegre è partita un’altra esperienza di politica sociale, quella
del bilancio partecipativo. Si tratta di un sistema di amministrazione
pubblica che prevede il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte di
bilancio preventivo. Tale esperimento, in cui tutti possono apportare
il proprio contributo durante le assemblee territoriali e indirizzare le
scelte finali, è stato esportato in vari paesi tra cui l’Italia. Esperienze
come questa, moltiplicandosi e differenziandosi nei vari contesti, potrebbero generare cambiamenti di portata globale. Oggi le forme di
partecipazione trovano il loro spazio naturale nelle web community,
rendendo la rete uno strumento condiviso e adatto a una comunicazione sociale più capillare. Un piccolo esempio indicativo è il sito
inglese fixmystreet.com, dove diversi comuni britannici hanno offerto
la possibilità ai cittadini di comunicare eventuali problemi legati alla
rete stradale in modo dettagliato, proponendo anche soluzioni. Tutte
queste esperienze locali vanno moltiplicate e connesse in sistema globale, nel quale incubare e far crescere il Terzo Paradiso. Tutto quello
che noi riusciamo a sviluppare in questo sistema partecipativo rientra nel concetto allargato di ecologia. Un impegno in questo senso si
rende necessario perché dalla terra si possa continuare a rivolgere lo
sguardo all’universo, nella consapevolezza che la base rimarrà questo
meraviglioso pianeta che per ora non ha eguali e che deve essere preservato nella sua unicità.
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L’Orto del Terzo Paradiso,
Pettinengo (Biella),
Villa Piazzo, associazione
pacefuturo, 2008
Foto: Alessandro
Lacirasella
Il Terzo Paradiso,
Madrid, IV Biennale
di Ceramica nell’arte
contemporanea, 2010
Foto: Enrico Amici
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Ricchezza come condivisione
Si dà per assodata l’idea che l’uomo ai suoi primordi fosse completamente integrato nella natura, e ciò mi pare inopinabile. L’idea adamitica di un Eden in cui l’umanità viveva della natura senza fatica,
perché tutto era già predisposto per lui, è però ingenua. L’uomo ha
avuto gli stessi problemi di sopravvivenza di ogni altra specie, e se
continua a esistere lo deve proprio alla sua capacità di intervenire
sull’ambiente. Ancora oggi il “primo paradiso” è presente nella natura
non antropizzata ovvero là dove l’essere umano non è intervenuto
modificando secondo la sua progettualità. Attraverso lo studio etologico e paletnologico possiamo capire come l’uomo fosse costretto a
interagire per millenni con l’habitat terrestre procedendo nello sviluppo progressivo del “secondo paradiso”. D’altra parte in natura anche
gli animali presentano somiglianze con l’agire umano e producono
strutture artificiali. Pensiamo per esempio agli alveari delle api, alle
dighe costruite dai castori o ai nidi degli uccelli. La peculiarità che distingue l’essere umano dagli altri esseri è il saper simboleggiare quello
che fa. Gli uomini vivono l’artificio soltanto dal momento in cui si
forma la coscienza di tale artificio. Non basta la capacità di produrre;
il vero progresso compiuto dall’essere umano è consistito nel dare valore simbolico allo strumento ideato. Un sasso in mano a un uomo o
a una donna non è solo uno strumento d’uso, ma simboleggia anche
il potere che deriva dalla capacità di superare i limiti posti dalle condizioni circostanti.
Quindi nel procedere del tempo il concetto di artificio e di potere si
sono saldati culturalmente. Va senz’altro chiarito ed evidenziato, però,
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che alcune realtà umane, per varie ragioni, non hanno intrapreso lo
stesso percorso di altre che hanno vieppiù esercitato la loro capacità di
dominio non solo sull’ambiente, ma anche sugli esseri umani.
Venendo all’epoca moderna constatiamo come hanno acquisito potere
nel mondo quelle popolazioni che si sono servite della scienza e della
tecnologia per sfruttare le civiltà prive degli stessi saperi e come queste
ultime siano state spietatamente soggiogate. I paesi che non hanno
vissuto la moderna parabola di crescita artificiale sono stati assorbiti e
usati dai sistemi dei paesi maggiormente “avanzati” nel “secondo paradiso”. Una forte autocritica si è venuta tuttavia producendo proprio
nelle regioni industrializzate, dunque economicamente più potenti.
Da quest’area proviene Marx con Il Capitale, testo fondante di quel
comunismo sovietico che, dopo aver sovvertito l’egemonia zarista, ha
imperato nell’URSS fino alla sua caduta nel 1989. La reazione al capitalismo ha spezzato e abbattuto, utilizzando purtroppo sistemi di
atroce ed efferata violenza, potentati di cultura millenaria come quello
cinese. Può sembrare paradossale, ma dobbiamo convenire che il comunismo ha contribuito all’affermarsi dell’attuale mondializzazione
capitalista. Proprio in seno alla Cina “comunista” cresce, infatti, l’attuale Cina “consumista”. Pressoché tutti i paesi ex comunisti, insieme
all’India, al Sud America e ad alcune zone dell’Africa, stanno ripercorrendo oggi lo stesso processo dei paesi industrializzati; assistiamo
all’uniforme estensione della cultura nordoccidentale a dimensione
globale. È del tutto evidente che quest’ultimo secolo ha consegnato alla storia del pianeta un mutamento antropologico perfettamente
riconoscibile nelle teorie di Darwin. E si noti che utilizzo il termine
‘mutamento’, anziché quello di ‘evoluzione’ usato da Darwin che ha
invece acquisito un senso valoriale con significato di miglioramento
progressivo al mutamento antropologico.
Come sostiene giustamente Gilles Clément, la visione darwiniana,
secondo cui il progresso è determinato da una continua pressione selettiva in cui il più forte e adatto all’ambiente ha la meglio sul più
debole, ha legittimato il colonialismo dell’Ottocento e l’estremo liberismo del Novecento. Il liberismo dichiarava la sempre più accentuata
sperequazione tra paesi poveri e paesi ricchi come evidenza di una
selezione inevitabile e scientificamente inconfutabile. Ecco che nel
manuale della gioventù hitleriana troviamo le tracce di un fondamenExcerpt of the full publication
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talismo evolutivo che dichiara: «plasmiamo la vita del nostro popolo
e la nostra legislazione in conformità ai dettami della genetica». Oggi
la scienza e lo stesso mercato economico stanno riesaminando la fiducia riposta nelle tesi darwiniane e riscoprendo piuttosto gli scritti di
Lamarck che concepisce una teoria secondo la quale il cambiamento
è il risultato non solo di un macroadattamento alle condizioni ambientali, ma anche di una microdinamica individuale atta a superare
le difficoltà presenti nel proprio ecosistema; quindi in senso umano la
capacità personale di intervenire sul caso. L’individuo, dunque, non
è impotente di fronte ai grandi sistemi che si modificano nell’arco di
periodi storici di molto superiori al ciclo della vita di una persona, ma
può produrre una trasformazione nella collettività a partire dalla propria dimensione individuale e addirittura, di riflesso, all’interno della
propria esistenza. Ci rendiamo conto che la realtà dipende da una
relatività così diffusa da toccare le minime e le massime dimensioni.
L’iniziativa personale può generare una società fondata sulla responsabilità soggettiva anziché su un credo ideologico. Il riconoscimento
di ciascuna identità individuale porta, così, a comporre, per relazione, il mosaico dell’identità collettiva. In che modo possiamo a questo punto configurare una società in cui sia riconoscibile la specificità
individuale di ciascuna persona? Non è certo auspicabile un caotico
uso dell’arbitrio personale che porta all’individualismo più estremo
e sfocia nel nichilismo, cioè nell’annullamento totale. Senza timore,
però, si può risalire dal nichilismo verso la costruzione di una struttura organizzata.
Come artista ho individuato il nulla nello specchio: un nulla, però,
carico di tutto. Lo specchio è nulla perché non esiste senza qualcosa
da riflettere. Ho assegnato, quindi, a tale assenza di contenuto il valore numerico dello zero e ho deciso di dividere a metà lo specchio,
per farlo riflettere in se stesso attraverso il suo doppio, passando così
dallo zero al due. Grazie alla divisione ho avviato la moltiplicazione
dello specchio: dividendolo in due e spostando progressivamente le
metà ad angolo sull’asse della loro divisione, gli specchi si moltiplicano riflettendosi a vicenda. In tal modo i due specchi progenitori si
possono riprodurre all’infinito. Al processo virtuale ottenuto con lo
specchio corrisponde esattamente quello biologico della suddivisione
cellulare. La cellula dividendosi si moltiplica per due, iniziando un
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processo di proliferazione. Le cellule si differenziano e si articolano
tra loro fino alla formazione completa del corpo umano. Deduco da
questo processo il fondamento su cui basare la legge sociale che chiamo condivisione.
È evidente che dalla divisione nasce la moltiplicazione che, essendo
una conseguenza, non può essere considerata un principio. Il principio si individua, infatti, nella divisione che in senso sociale si traduce
in condivisione. Partendo da tale principio si hanno conseguenze di
diffusione del benessere e della ricchezza all’intera collettività. Nella
condivisione la ricchezza di ciascuno è la ricchezza di tutti e la ricchezza di tutti è godibile da ciascuno. Assumendo, invece, la moltiplicazione a principio di economia sociale, come si è fatto finora, si
riduce la ricchezza delle risorse fisiche e immateriali a un accumulo
individualistico ed esclusivo. Per contro una società che si sviluppa
basandosi sul concetto di divisione produce una ricchezza non esclusiva e universalmente godibile. Lo specchio si suddivide certamente
con forme diverse e lo si vede frantumandolo. Queste forme sono
ricomponibili come in un puzzle. Ciascun frammento dello specchio,
come ogni pezzo del puzzle, coincide con la forma, sempre differente,
delle unità che gli stanno intorno. La linea che unisce tutte le diverse
forme in un’unica visione è la linea di condivisione. Ogni persona,
quindi, è di per sé società e deve essere con-sapevole e com-partecipe
in ogni funzione che riguarda la società stessa. A me pare che questa si
potrebbe assumere come formula di democrazia.
La repubblica democratica, come si è sviluppata nei paesi nordoccidentali, può essere intesa come la migliore forma di governo, poiché
tende a metabolizzare al suo interno i conflitti. Tutto ciò rivela una
continua tensione verso un cambiamento migliorativo nel rapporto
tra individuo e società. D’altra parte il cambiamento è un fenomeno di per sé inevitabile. Dice Eraclito: «Nulla è permanente tranne
il cambiamento». I mutamenti vanno però distinti tra quelli di breve e quelli di lunga durata: questi ultimi sono contrassegnati da una
marcata persistenza nel tempo e nella storia. La situazione richiede,
senza dubbio, un cambiamento del primo tipo ovvero il più possibile
rapido.
Strutture estese come i sistemi religiosi, politici ed economico-finanziari, definitesi in un lungo processo di formazione e di organizzazione,
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divengono giganteschi corpi autonomi la cui idealità non è scindibile
dalle risorse che gli permettono di nutrirsi, dunque di sopravvivere.
Un qualsiasi cambiamento di idealità metterebbe in crisi l’organizzazione di queste strutture e il loro approvvigionamento economico destinato a mantenere vivo un ideale al punto da farlo diventare pretesto
per lo stesso approvvigionamento. Machiavelli scrive: «Deve essere ricordato che nulla è più difficile da pianificare, più dubbio a succedere
o più pericoloso da gestire che la creazione di un nuovo sistema. Per
colui che lo propone ciò produce l’inimicizia di coloro i quali hanno
profitto a preservare l’antico e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che
sarebbero avvantaggiati dal nuovo». Nel passaggio epocale che stiamo
affrontando molti valori tradizionali entrano in crisi e si rende necessario guardare a una trasformazione di proporzioni globali che richiede profonde modificazioni del nostro modo di pensare e di agire. Tale
cambiamento porta inevitabilmente a toccare gli interessi dei sistemi
di cui si è detto poc’anzi. Tenendo conto di questi fattori imprescindibili, appare evidente che il passaggio verso una nuova era della società
umana debba avvenire producendo idealità capaci di assorbire, anche
economicamente, quelle vecchie. Per attuare questa trasformazione
non bastano tiepidi sostenitori, serve l’impegno dell’intera collettività
umana, a partire dagli intellettuali, dai pensatori e dalle persone che,
come gli artisti, possono esercitare la loro libertà fino a tradurla in
responsabilità pratica.
Tutte le posizioni critiche che oggi si presentano al dibattito pubblico
vanno attentamente considerate, perché è dalla denuncia che nascono
le proposizioni.
Io non mi inserisco in un processo puramente critico, ma cerco segni,
modi e pratiche che rispondano alle problematiche esistenti e conducano a una trasformazione sociale responsabile che chiamiamo Terzo
Paradiso. È una ricerca di proposte mai assolute, ma sempre verificabili nella bontà dei loro risultati. La critica è importante, ma non è sufficiente. L’impegno intellettuale profuso in essa si deve tradurre in uno
sforzo competitivo teso a produrre nuovi valori; qui la competizione si
intende non nel senso di gareggiare per arrivare a vincere o a perdere,
ma secondo il suo etimo cum petere che significa ‘camminare insieme’,
‘cercare insieme’. “Competizione” diviene “condivisione”. Nella condivisione ciò che riesco a fare per la collettività lo faccio per me stesso.
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individuale. Questi lavori sono considerati basilari per la nascita dell’Arte Povera, movimento artistico teorizzato da Germano Celant nel 1967, di cui Pistoletto è animatore
e protagonista. A partire dal marzo del 1967 realizza azioni fuori dai tradizionali spazi
espositivi. Nel dicembre dello stesso anno annuncia con un manifesto l’apertura del suo
studio. In questo contesto nasce Lo Zoo, un gruppo costituito da persone, provenienti
da diverse discipline artistiche, assieme alle quali Pistoletto realizza, dal 1968 al 1970,
azioni concepite come collaborazioni creative. Invitato alla Biennale di Venezia del 1968
pubblica il Manifesto della collaborazione.
Tra l’ottobre del 1975 e il settembre del 1976 realizza un’opera dalla dimensione temporale di un anno, suddivisa in dodici mostre consecutive, intitolata Le Stanze, negli spazi
della Galleria Stein di Torino. È il primo di una serie di complessi lavori sviluppati ciscuno nell’arco di un anno e denominati “continenti di tempo”, come: Anno Bianco nel 1989
e Tartaruga felice nel 1992. Nel 1976 pubblica Cento mostre nel mese di ottobre, un libretto
che descrive cento idee di lavori concepiti nell’arco di un mese, molti dei quali verranno
realizzati dall’artista nel corso degli anni successivi.
Nel marzo del 1978 tiene alla Galleria Persano di Torino una mostra nel corso della quale
presenta due fondamentali direzioni della sua ricerca e successiva produzione artistica:
Divisione e moltiplicazione dello specchio e L’arte assume la religione. In questo stesso mese
inizia un soggiorno di un anno a Berlino, ospite del DAAD, dove presenta una sua mostra retrospettiva alla Nationalgalerie e in tredici luoghi pubblici della città.
Nel biennio 1978-1979 presenta in diverse città degli Stati Uniti una serie di mostre
personali, installazioni e azioni. In questo contesto realizza ad Atlanta la Creative Collaboration, un’ampia collaborazione creativa estesa a tutta la città in cui, assieme ad artisti
con i quali aveva già precedentemente lavorato (l’attore Lionello Gennero, il musicista
Enrico Rava, il compositore Morton Feldmann) e i componenti della propria famiglia,
coinvolge artisti locali di diverse discipline. Nel 1979 la collaborazione artistica prosegue
in diversi luoghi, in particolare a Corniglia, in Liguria, con i cui abitanti porterà poi in
scena nel 1981, al Teatro Quirino di Roma, lo spettacolo Anno Uno.
Nel 1981 espone presso la Galleria Salvatore Ala di New York La natività, un primo gruppo di quella produzione scultorea in poliuretano rigido che l’artista realizzerà nella prima
metà degli anni ottanta. Nel 1984 ripropone alcuni di questi lavori in marmo e grandi
dimensioni alla sua personale al Forte di Belvedere a Firenze.
Dal 1985 al 1989 crea un nuovo ciclo di opere, costituite da superfici e volumi in materiale anonimo, dai colori scuri e cupi, denominato Arte dello Squallore.
Nel 1991 è professore di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Vienna, incarico che
manterrà fino al 1999, sviluppando con i suoi allievi un programma innovativo teso ad
abbattere le tradizionali barriere tra discipline artistiche.
Nel 1993 inizia la fase denominata “Segno Arte”, basata su un’idea concepita in Cento
mostre nel mese di ottobre (1976), in cui l’artista, oltre a produrre una serie di opere accomunate da una forma che costituisce il suo Segno Arte, invita altre persone, in diverse
occasioni, a creare e presentare un proprio Segno Arte.
Nel 1994 prende avvio Progetto Arte, con il quale Pistoletto – attraverso un manifesto
programmatico, incontri pubblici, manifestazioni e mostre che coinvolgono artisti di diverse discipline e rappresentanti di ampi settori della società – pone l’arte al centro di una
trasformazione socialmente responsabile. Nel 1998 viene inaugurata Cittadellarte-Fonda-
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zione Pistoletto, situata in un’ex manifattura di Biella acquisita nel 1991 dall’artista, all’interno della quale le finalità espresse nel Progetto Arte sono tuttora sviluppate e realizzate.
Nel 2000 si inaugura, all’interno dell’Istituto oncologico Paoli-Calmettes di Marsiglia,
il Luogo di raccoglimento e di preghiera, multiconfessionale e laico, concepito e realizzato
dall’artista. Nel 2002 è direttore artistico della Biennale Internazionale Arte Giovane di
Torino intitolata Big Social Game. Nello stesso anno riceve dalla Presidenza della Repubblica italiana il diploma di Benemerito della Cultura e dell’Arte.
Nel 2003 è insignito del Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia. Nella stessa
rassegna viene presentato Love Difference-Movimento Artistico per una Politica InterMediterranea, progetto nato nell’aprile del 2002 all’interno di Cittadellarte, per il quale Pistoletto realizza un grande tavolo specchiante a forma di bacino del Mediterraneo, attorno
al quale si svolgeranno molte delle future attività di Love Difference.
Nel 2004 l’Università di Torino gli conferisce la laurea honoris causa in Scienze Politiche.
In tale occasione l’artista annuncia pubblicamente quella che costituisce la fase più recente del suo lavoro, denominata Terzo Paradiso, il cui simbolo è il Nuovo segno d’infinito
da lui creato nel 2003.
Nel 2007 riceve a Gerusalemme il Wolf Foundation Prize in Arts, «per la sua carriera
costantemente creativa come artista, educatore e attivatore, la cui instancabile intelligenza ha dato origine a forme d’arte premonitrici che contribuiscono ad una nuova
comprensione del mondo».
Sue opere sono presenti nelle collezioni dei maggiori musei d’arte moderna e contemporanea, tra i quali: MOMA, New York; Guggenheim Museum, New York; Beaubourg,
Parigi; Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; Museo d’Arte Contemporanea, Seul;
Contemporary Art Museum, Toyota; Museo Reina Sophia, Madrid; MACBA, Barcellona; Smithsonian Institute Hirschhorn Museum, Washington; Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli; Tate Modern, Londra.
Ha partecipato a undici edizioni della Biennale di Venezia (1966, 1968, 1976, 1978, 1984,
1986, 1993, 1995, 2003, 2005, 2009) e a quattro della Documenta di Kassel (1968, 1982,
1992, 1997).
Principali mostre personali nei musei
1966: Walker Art Center, Minneapolis; 1967: Palais des Beaux Arts, Bruxelles; 1969:
Boijmans van Beuningen Museum, Rotterdam; 1973: Kestner Gesellschaft, Hannover;
1974: Matildenhohe, Darmstadt; 1976: Palazzo Grassi, Venezia; 1978: Nationalgalerie,
Berlin; 1979: Rice Demenil Museum, Houston; 1983: Palacio de Cristal, Madrid; 1984:
Forte di Belvedere, Firenze; 1988: P.S.1 Museum, New York; Staatliche Kunsthalle, Baden
Baden; 1989: Kunsthalle, Bern; Secession, Wien; 1990: Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; 1991: Museet for Samditkunst, Oslo; 1993: Deichtorhallen, Hamburg; 1994:
National Museum of Contemporary Art, Seoul; 1995: Museum des 20. Jahrhunderts,
Wien; 1996: Lenbachhaus, Munich; 1997: Museo Pecci, Prato; 1999: MMAO, Oxford;
Henry Moore Foundation, Halifax; Galerie Taxispalais, Innsbruch; 2000: GAM, Torino; MACBA, Barcelona; Fondazione Burri, Città di Castello; 2001: Contemporary
Museum of Bosnia, Sarajevo; Ludwig Museum, Budapest; 2003: MuHKA, Antwerpen;
2005: Galleria Civica, Modena; 2007: MAMAC, Nice.
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Il Terzo Paradiso