produzione, sia anche perché, non essendo sottoposti a lunghi
trasporti, né a interminabili stoccaggi in celle frigo, né a manipolazioni industriali i prodotti che vengono acquistati nella Bottega
non incidono sull’inquinamento atmosferico.
Conclusioni
Un viaggio di studio all’interno del VII incontro mondiale delle
famiglie, con tre sessioni plenarie, due visite guidate alle aziende
agricole lombarde, un incontro con i dirigenti delle Federazione
regionale, sono il risultato di un evento che ha messo insieme riflessioni, testimonianze ed esperienze. Famiglia, festa, lavoro, tre
benedizioni, tre doni di Dio, tre dimensioni del vivere che concorrono a formare l’identità, lo sviluppo e la felicità dell’uomo. Il
Consigliere Ecclesiastico Padre Renato Gaglianone, dopo aver
ringraziato il Presidente Nazionale Marini per aver sostenuto
questa visita a Milano, ha espresso la sua gratitudine alla Federazione Regionale per l’organizzazione della tre giorni lombarda
dei consiglieri ecclesiastici regionali di Coldiretti. Saluta infine i
consiglieri partecipanti, ringraziandoli per la fattiva e fruttuosa
collaborazione.
Il Consigliere Ecclesiastico Regionale del Friuli
Carissimi,
il dossier di questo numero attinge al VII incontro mondiale della Famiglia al quale alcuni di noi hanno avuto la fortuna di
partecipare. Relazioni, eventi e celebrazioni non si sono elevate
al di sopra della quotidianità. E’ stata la quotidianità che ha illuminato il tutto e reso prezioso quell’evento di Chiesa. Un passaggio per invogliarvi ad attingere all’enorme mole di documenti
resi disponibili dai relatori e dallo stesso Pontificio Consiglio
per la Famiglia. Il nostro “foglio” vi offre solo un assaggio nella
certezza che “l’appetito vien mangiando”. Nel verbale, in Appendice, di Mons. Paolo Bonetti, vi è parecchio materiale per
incuriosirvi. Ravasi scrive: “… si comprende che la disoccupazione e la precarietà si trasformano in sofferenza, come si registra nel delicato ed emozionante libretto di Rut e come ricorda
Gesù nella parabola dei lavoratori a giornata, seduti in ozio forzato nella piazza del villaggio (Mt 20,1-16), o come egli sperimenta nel fatto stesso di essere circondato spesso da miserabili e
da affamati, così come era accaduto al profeta Elia che si era
trovato davanti una vedova col figlio sfiniti dalla fame (1Re 17,718). È ciò che la società contemporanea sta vivendo in modo talora tragico e questa assenza di lavoro si trasforma in un vero e
proprio attentato alla solidità della “casa”-famiglia.”
Mons. Paolo Bonetti
Il “foglio” si sofferma, anche sull’udienza privata concessa dal Santo Padre ai dirigenti della Coldiretti e c’è spazio per
la giornata della Salvaguardia del Creato. Giornata sempre più
identitaria per la Coldiretti.
Buona lettura.
Padre Renato
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1
IN QUESTO NUMERO
EDITORIALE
BACHECA
•
Messaggio per la 7^ giornata per la salvaguardia del
creato
NEWS
•
7^ Giornata per la salvaguardia del Creato
Rocca di Papa - Castelgandolfo 22-23 settembre 2012
Programma
•
•
•
Nuovi Consiglieri Ecclesiastici
Indirizzo di saluto al Santo Padre Benedetto XVI del
dott. Sergio Marini Presidente della Coldiretti
Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai partecipanti all’Assemblea nazionale della Confederazione
Nazionale Coldiretti
DOSSIER
•
La famiglia tra opera della creazione e festa della
salvezza
Card. Gianfranco RAVASI
•
•
•
Le domande delle famiglie, le risposte del Santo Padre
Omelia del Santo Padre alla Messa di Bresso
Relazioni al VII incontro mondiale delle famiglie
APPENDICE
•
Verbale Viaggio Studio Consiglieri Ecclesiastici Regionali Coldiretti
29 Maggio - 3 Giugno 2012
2
consumatori possono trovare tutti i giorni i prodotti della Filiera
Agricola Italiana, garantiti e certificati: frutta e verdura di stagione, carne, vini, conserve, latte, yogurt, miele, la “Pasta delle Donne”, confetture, biscotti, grissini, prosciutti, formaggi di capra,
formaggi di latte vaccino e biologici, salumi tradizionali e salumi
senza glutine, succhi di frutta, tisane, birre agricole, grappe, farine, riso, polenta, salsa di pomodoro, olio di oliva extravergine,
insalate e zuppe pronte al consumo. Un punto di vendita diretta
organizzata in cui si vende esclusivamente l’assortimento completo della Filiera Agricola Italiana con il marchio Campagna
Amica, con prodotti agricoli provenienti da campi e allevamenti
italiani e venduti direttamente da un soggetto amico, il Consorzio
Produttori di Campagna Amica. Nella Bottega di Campagna
Amica, pur non essendoci la presenza fisica costante dei produttori, permangono tutti i vantaggi della vendita diretta: prodotto
sicuro, di origine certificata con la qualità al giusto prezzo. Una
bottega a filiera corta, in cui trovare i prodotti che nascono
dall’arte degli agricoltori nel coltivare la terra, trasformare i suoi
frutti e allevare animali. Prodotti scelti per il loro basso impatto
ambientale, rispetto per la biodiversità, prezzi giusti e trasparenti.
Un progetto di Coldiretti ispirato ai principi di Campagna Amica.
Inoltre, provenienza, categoria e varietà di ogni singolo prodotto
sono sempre chiaramente evidenziate, per assicurare la massima
trasparenza. Sono tanti i fattori che determinano la qualità di
quello che mangiamo. Prima di tutto l’origine. Fare la spesa nelle
Botteghe Campagna Amica significa un’ alimentazione fatta di
prodotti agricoli locali, freschi e gustosi che rispettano le tradizioni culinarie, seguendo il ritmo delle stagioni. Francesco Goffredo della Federazione Regionale ha concluso che la Bottega è
una scommessa interaziendale, tenendo conto che il clima, la natura e la nostra millenaria storia enogastronomica, offrono un patrimonio alimentare unico al mondo. Dire: “io mangio italiano” è
un privilegio grazie a Campagna Amica. Con la vendita diretta
dei prodotti della Filiera Italiana ci guadagna il gusto, la genuinità e la freschezza, ma ci guadagna anche l’ambiente. Sia per i
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carne e che ci ha confermato la validità e l’efficacia della multifunzionalità della nuova agricoltura.
EDITORIALE
Quale bellezza salverà il mondo?
Venerdì 1 giugno
Dopo la celebrazione delle Lodi e della S.Messa nella cappella
dell’Oasi, presso la Fiera di Milano City, abbiamo ascoltato le
relazioni della terza e ultima sessione dell’incontro mondiale delle famiglie con la relazione della antropologa e teologa Blanca
Castilla de Cortazar, insegnante a Madrid. L’uomo post moderno
– ha detto la relatrice – ha guadagnato il tempo libero ma ha perso il senso della festa. C’è un giorno dove c’è posto per la contemplazione, la gratitudine, per l’adorazione nel quale si ferma il
tempo per unirsi con l’eternità. Ma è anche un giorno per stare
con i propri cari, per gioire con loro in sintonia con la famiglia
divina, casa della festa, un modello cui guardare con speranza. La
famiglia è il luogo per la festa, dove si impara a vivere, donare
felicità. Il Cardinale Sean O’Mallej, arcivescovo di Boston ricorda che la chiesa è sorta attorno all’Eucarestia e che senza l’Eucarestia della domenica noi perdiamo la nostra identità. Bisogna
ritornare a insegnare a celebrare insieme l’Eucarestia perché l’amore di Cristo non sia mai separato dalla nostra vita. La famiglia,
ha concluso il relatore, conserva un posto cruciale nella trasmissione della fede. In famiglia e come famiglia vanno vissute e
condivise la messa e la mensa. E’ la famiglia la prima e la migliore scuola, dove si impara la bellezza e la vitalità della festa
cristiana. Impariamo ad essere cristiani come si impara una lingua. Per questo la domenica ha salvato e mantenuto unito il popolo e ridurla a giorno di evasione è la strada sicura per l’asfisia
spirituale anche per il nostro tempo.
Nel pomeriggio il programma prevedeva il trasferimento in Cascina Cuccagna, per la visita alla Bottega di Campagna Amica,
recentemente inaugurata. Nel cuore del centro cittadino, nascosta
tra i palazzi di Corso Lodi, alle spalle di Porta Romana, si trova
questa Cascina a Milano sin dal 1695, una delle più antiche cascine agricole milanesi. E’ un modo nuovo di fare la spesa dove i
Il 3 settembre si sono celebrate a Milano le esequie del Card.
Martini l'uomo del dialogo e un formidabile servitore del Vangelo (Benedetto XVI). Vi propongo di ricordarlo attraverso il richiamo ad una sua lettera pastorale indirizzata alla Chiesa Ambrosiana 8 settembre 1999: “Quale bellezza salverà il mondo?”,
che fa riferimento all'Icona della Trasfigurazione.
Egli la presentava cosi: “Carissimi, consegnandovi la Lettera Pastorale dell'Arcivescovo desidero salutare ufficialmente tutti voi
dopo il periodo delle ferie estive e all'inizio del nuovo anno (...).
Nel mio cuore ci sono dei propositi per vivere il nuovo anno, e
credo che ci siano anche nel vostro: prego il Signore che ci faccia
incontrare sempre sulle vie della pace e della comprensione reciproca per svolgere bene il servizio che ci ha affidato.”
Martini non nasconde la “fatica” nell'elaborarla. Come sua consuetudine, prima di proporre “percorsi formativi e operativi”, li
viveva in prima persona. In ciò stava la forza della sua credibilità
e autorevolezza. “Vi sarete accorti che il cammino da me percorso per elaborarla e scriverla è stato faticoso, e però ho cercato di
tenere sempre al centro il mistero da contemplare. E' il cammino
che ciascuno è invitato a ripetere, pur se non è facile può essere
abbastanza configurato nelle sue tappe attraverso la schematicità
della presentazione dell'icona. Non è dunque una lettera di indicazioni pratiche, ma una lettera da contemplare.” Egli parte dalla
lettura della realtà che riassume nel riportare un pensiero del
grande scrittore russo Solgenilsin in un discorso tenuto a Stoccolma: «Il mondo moderno, essendosela presa contro il grande
albero dell'essere, ha spezzato il ramo del vero e il ramo della
bontà. Solo rimane il ramo della bellezza, ed è questo ramo che
ora dovrà assumere tutta la forza della linfa e del tronco». E' un
tentativo di interpretare la crisi del nostro tempo, dicendo che là
dove verità e giustizia non sembrano più reggere, forse l'appello
della bellezza può aiutare a ripensare questo insieme di verità,
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3
bontà e giustizia che appartiene appunto alla pienezza del mistero
trascendente rivelato». L'arcivescovo di Milano denunciava la decadenza dell' Occidente e le ideologie che dividono. Ma indicava
una possibile via d' uscita. "Occorre un colpo d' ala contro il pessimismo. Soprattutto fra i credenti". Il secolo scorso, ricordava l'Arcivescovo di Milano, si consumava fra stanchezza e scoraggiamento: "La stanchezza che spesso si avverte fra i credenti a rendere
ragione con entusiasmo della loro speranza davanti al male del
mondo; lo scoraggiamento che tenta un po' tutti davanti alla banalità del quotidiano, le tante forme di bruttezza del vivere". Ne sono
sintomi "la denatalità, e il calo delle vocazioni". Per questo, aggiunge Martini, bisogna affidarsi alla bellezza che salva. Quale
bellezza salverà il mondo? Il protagonista de L' idiota non risponde, come Gesù alla domanda di Pilato: "Che cos' e' la verità ?". La
risposta e' la stessa: e' la "bellezza di Dio" evocata da sant' Agostino, la bellezza della Trinità che si mostra nella Trasfigurazione, la
"bellezza dell' Amore crocifisso", la bellezza che infine "si rivela a
Pasqua e rivela il senso della storia". Perciò ci vuole "un colpo d'
ala", perchè la fede non si riduce all'etica: "Non basta deplorare e
denunciare le brutture del nostro mondo, parlare di giustizia e di
doveri. Occorre qualcosa che rapisca il cuore"."...E’ bello scommettere la propria esistenza su Colui che non solo è la Verità in
persona, che non solo è il Bene più grande, ma è anche il solo che
ci rivela la bellezza divina di cui il nostro cuore ha profonda nostalgia e intenso bisogno... Al cuore della Trasfigurazione vi è dunque la bellezza del dono di Dio da accogliere e vivere senza riserve”
Vi invito a prendere in mano questo prezioso scritto del Card. Martini.(http://www.chiesadimilano.it/) E' un tentativo di interpretare
la crisi del nostro tempo, dicendo che là dove verità e giustizia non
sembrano più reggere, forse l'appello della bellezza può aiutare a
ripensare questo insieme di verità, bontà e giustizia che appartiene
appunto alla pienezza del mistero trascendente rivelato
Padre Renato
Da “Il Punto” del 3 settembre 2012
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delle virtù della giustizia e della solidarietà. “L’economia e la vita
sociale devono essere plasmate dallo spirito del dono per lo sviluppo integrale della persona, perché è la gratuità la forza vitale che
unifica”. “Ma la vita e la famiglia sono sottoposte a molte minacce
e pressioni come la povertà, la disoccupazione giovanile, la precarietà strutturale che impedisce ai ragazzi di fare famiglia , mentre
getta sofferenze sulle famiglie già esistenti. Ciò in uno scenario
condizionato dall’individualismo, dalla conflittualità, dalla logica
della pura utilità”. Come superare queste difficoltà?” Il relatore indica Gesù di Nazareth, “figlio del falegname, mediante il suo lavoro quotidiano. La sua fatica redime e santifica il lavoro. E se il nostro lavoro è una reale condivisione del lavoro stesso di Gesù Cristo, allora anche il nostro lavoro diventa luogo di salvezza e santificazione per noi e per gli altri”.
Il programma prevedeva al pomeriggio la visita all’Azienda Agricola Cornalba, nel comune di Locate Triulzi, vincitrice Oscar
Green 2009, produttore di latte, carne, riso e vendita diretta. L’Azienda è ubicata nel cuore del Parco Agricolo Sud di Milano. I Cornalba vantano una dinastia di tre generazioni di agricoltori, fin dal
1870, con la passione per la zootecnia e con spiccate doti gestionali, con il motto: “Conosci il tuo agricoltore, conosci il tuo cibo”. In
Azienda si trovano i distributori self-service di riso, farro e latte.
Possiede al proprio interno un macello con bollo CEE in cui vengono macellati esclusivamente capi nati e cresciuti in azienda. Le carni poste sul banco vendita diretta provengono da bovini allevati in
modo rigorosamente naturale (farine di girasole, soia, mais, fieno).
La linea latte di alta qualità, sottoposta a severi controlli periodici,
non subisce nessun trattamento, perché rimangano inalterate tutte le
sue qualità nutrizionali. Il negozio di vendita diretta è ubicato in
azienda in cui è possibile acquistare i propri prodotti di altissimo
livello qualitativo, compreso il miele ricavato da alveari situati tra
il boschetto di acacie e il frutteto di proprietà dell’Azienda. Una
visita guidata, all’insegna della cordialità e dalla gentile accoglienza, che ci ha permesso di visitare le stalle con i suoi 700 capi da
latte e da carne e che ci ha confermato la validità e l’efficacia della
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Cardinale Angelo Bagnasco: “L’insistere della Chiesa, sulla tutela
della famiglia non nasce per una fissazione monotematica, ma piuttosto per la consapevolezza del valore che è questa ineguagliabile e
spesso maltrattata struttura antropologica (la famiglia), l’unica che
ci consenta di proiettarci nel futuro. Se la società distrae l’attenzione dalla famiglia, va anche contro se stessa perché indebolisce la
coesione, la serenità e il suo futuro”. Da qui l’invito pressante:
“Non solo sostenere l’istituto familiare ma anche recuperare la cultura della famiglia, vale a dire un modo di pensare comune, condiviso, dove la bellezza e la dignità della famiglia naturale siano percepiti come il nucleo generatore dell’umano e del vivere insieme”.
Una cultura che guardi con particolare stima alla famiglia fondata
sul matrimonio, che la sostenga in ogni modo, riconoscendola come
la propria matrice più profonda e vitale. E’ necessario che i cattolici, con l’ausilio di una fede più consapevole e vissuta, sappiano valutare con senso critico la cultura dominante, che ha messo in discussione valori come la vita umana, la persona nella sua struttura
oggettiva, la libertà come responsabilità morale, la fedeltà, l’amore
e la famiglia”. E’ seguito l’intervento del cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo emerito di Milano su: “La famiglia e il lavoro
oggi, una prospettiva di fede”. In una articolata riflessione il relatore ha legato la Parola di Dio, la dottrina sociale della Chiesa, sfide e
contraddizioni del presente, fino a tracciare un profilo dell’etica del
lavoro umano con lo sguardo rivolto a Cristo come figlio del falegname nella sua vita a Nazareth. Con l’aiuto di due icone bibliche,
“la benedizione di Dio” (salmo 128) e il terzo comandamento, quello del sabato, ha detto che la felicità della vita famigliare e del lavoro umano sono sotto la benedizione di Dio, perché la vita e la terra,
l’uomo e la donna li hanno ricevuti in dono. Anche il comandamento del sabato pone la vita e il lavoro nell’ottica familiare, perché il
riposo, segno di libertà, non è finalizzato al lavoro. Nella seconda
parte riferita alla dottrina sociale della Chiesa, il cardinale Tettamanzi ha ribadito che l’essere umano è fatto per il dono e che non è
il profitto a muovere l’agire umano. E’ l’uomo al vertice e non può
essere strumentalizzato. E la famiglia non è ostacolo ma sorgente
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7^ GIORNATA PER LA SALVAGUARDIA DEL CREATO
Messaggio
1. La Giornata per la salvaguardia
del creato: lode e riconciliazione
riconciliazione
Celebrare la Giornata per la salvaguardia del creato significa, in
primo luogo, rendere grazie al Creatore, al Dio Trino che dona ai
suoi figli di vivere su una terra feconda e meravigliosa. La nostra
celebrazione non può, però, dimenticare le ferite di cui soffre la
nostra terra, che possono essere guarite solo da coscienze animate
dalla giustizia e da mani solidali. Guarire è voce del verbo amare,
e chi desidera guarire sente che quel gesto ha in sé una valenza
che lo vorrebbe perenne, come perenne e fedele è l’Amore che
sgorga dal cuore di Dio e si manifesta nella bellezza nel creato, a
noi affidato come dono e responsabilità. Con esso, proprio perché
gratuitamente donato, è necessario anche riconciliarsi quando ci
accorgiamo di averlo violato. La riconciliazione parte da un cuore che riconosce innanzi tutto le proprie ferite e vuole sanarle,
con la grazia del Signore, nella conversione e nel gesto gratuito
della confessione sacramentale. Quindi si fa anche riconciliazione con il creato, perché il mondo in cui viviamo porta segni strazianti di peccato e di male causati anche dalle nostre mani, chiamate ora a ricostituire mediante gesti efficaci un’alleanza troppe
volte infranta. Questo è lo scopo del messaggio che vi inviamo,
carissimi fratelli e sorelle, come Vescovi incaricati di promuovere la pastorale nei contesti sociali e il cammino ecumenico, in un
fecondo intreccio che ci vede vicini e ci impegna tutti. Nella con5
divisione della lode e della responsabilità per la custodia del creato, il mese di settembre sta diventando per tutte le Confessioni
cristiane una rinnovata occasione di grazia e di purificazione. Anche di questo rendiamo grazie al Signore. La nostra riflessione
raccoglie le tante sofferenze sperimentate, in questo anno, da numerose comunità, segnate da eventi luttuosi. Pensiamo alle immense ferite inflitte dal terremoto nella Pianura Padana. Mentre
riconosciamo la nostra fragilità, cogliamo anche la forza della
nostra gente, nel voler ad ogni costo rinascere dalle macerie e
ricostruire con nuovi criteri di sicurezza. Pensiamo alle alluvioni
che hanno recato lutti e distruzioni a Genova, nelle Cinque Terre,
in Lunigiana e in vaste zone del Messinese. Nel pianto di tutti
questi fratelli e sorelle sentiamo il lutto della terra, cui la stessa
Sacra Scrittura fa riferimento, e che coinvolge tristemente anche
gli animali selvatici, gli uccelli del cielo e i pesci del mare (cfr Os
4,3). È significativo, in proposito, che il 9 ottobre sia stato dichiarato dallo Stato italiano “Giornata in memoria delle vittime dei
disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”.
2. Una storia di guarigione e responsabilità
La guarigione nasce da un cuore che ama, che si fa vicino all’altro per essere insieme liberati nella verità e condividere la vita. È
la logica dell’educazione alla “vita buona del Vangelo” che le
nostre Chiese stanno percorrendo in questo decennio. Ce lo ricorda anche la storia biblica di Giuseppe (cfr Gen 37-49), venduto
dai fratelli per rivalità e gelosia. La sua vicenda contiene un concreto itinerario di guarigione da parte di Dio delle ferite, sia quelle del cuore che quelle della terra. Giuseppe è gettato nel pozzo,
gridando la sua innocenza, ma non è ascoltato dai fratelli. A prestare ascolto al suo gemito sarà Dio stesso, che ha cuore di padre.
Giuseppe diventerà il viceré d’Egitto, attuando una intelligente
politica agraria. Nella precarietà della crisi che si abbatte sul paese, resa visibile dalle vacche magre e dalle spighe vuote, immagini di forte suggestione anche per il momento attuale, la relazione
del popolo con la terra sarà sanata proprio grazie alla lungimiranza e alla responsabilità per il bene comune dimostrata da Giusep6
cammino fecondo della sua eredità, legata alla scuola sociale cristiana, fondata sui principi della centralità dell’uomo e del lavoro umano, del bene comune, della solidarietà e della sussidiarietà. Bonomi,
sulla scia di Toniolo, ha saputo tenere insieme fede e vita, economia
ed etica, interessi individuali e bene comune, le ragioni dell’utile e
della solidarietà, la cultura economica e la cultura sociale, la democrazia e lo sviluppo. Ha promosso la diffusione della piccola proprietà contadina, ha aperto la strada a un movimento sindacale di
ispirazione cristiana, ha dato impulso ai movimenti della cooperazione, ha riletto l’attività umana fondata sul lavoro non solo nella
dimensione economica. Non va dimenticato il suo impegno culturale, legato al filone popolare della sua terra, dando ad esso e al Paese
la forza morale e spirituale per costruire una società di speranza, fedele alla propria identità culturale. Una rigenerazione culturale che
deve passare, anche oggi, attraverso significativi processi formativi.
Oggi serve – ha concluso Padre Renato – una progettualità culturale
e antropologica accanto a quella economica per fare emergere la
centralità della persona, della famiglia, del lavoro e dell’economia.
Il Presidente Prandini sottolinea che il sostegno agli agricoltori, oggi, ha bisogno di fiducia. Non deve mancare la fiducia: il futuro non
è sotto la cappa della paura. Dalla fiducia condivisa alla speranza
coraggiosa e paziente, per rilanciare con determinazione il prossimo
futuro in vista di una società solidale di persone. Camminare insieme guardando il futuro, ognuno portatore di una particella di presenza costruttiva e di collaborazione responsabile. Conclude il direttore
regionale Benedetti auspicando l’importanza dell’adesione ai valori
e non solo agli interessi, per dare ai giovani uno sguardo umile ma
creativo di ottimismo, frutto di un’intelligenza attenta, serena, realista, perché il bene comune è l’energia vitale per uno sviluppo veramente integrato.
Giovedì 31 maggio
Dopo la celebrazione delle Lodi e della S.Messa nella cappella
dell’Oasi, presso la Fiera di Milano City, in viale Scarampo, abbiamo ascoltato il messaggio, in apertura della seconda giornata, del
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so il lavoro e la terra, per la competenza, il senso di responsabilità,
la disponibilità alla collaborazione, per l’attenzione alle ragioni etiche e spirituali. Il presidente Coldiretti Milano e Lodi, Franciosi
Carlo sottolinea l’importanza che Coldiretti ha dato all’ascolto del
territorio, al coinvolgimento delle persone che sono in prima linea
nelle aziende, nei campi, negli allevamenti, creando sistema, per
poter interagire con i consumatori, per salvaguardare il reddito, per
sviluppare tutte le potenzialità del settore agricolo. L’agricoltura è
l’espressione del territorio e da questo legame tra prodotto e territorio nascono alleanze creative tra il mondo rurale e la società. Il presidente Coldiretti Bergamo, Bivio Alberto, riconosce l’importanza
di stare nella società e non solo in campagna, con i contenuti della
scuola sociale cristiana: il bene delle persone, il bene comune, la
responsabilità sociale, per essere motivo di attrazione non solo per
la tavola ma anche per la vita, in coerenza anche con il patrimonio
ideale e culturale del popolo rurale. Il presidente Coldiretti Sondrio,
Marsetti Alberto ricorda che il futuro viene dalla terra, che siamo
legati alla terra e alla sua eredità morale. Conoscere la terra è conoscere la nostra identità di lavoratori che hanno i piedi per terra, che
fanno del lavoro agricolo un servizio nel produrre beni necessari alla
famiglia umana; capire la terra è capire meglio noi stessi, la nostra
famiglia, il ritmo della vita scandito dall’alternarsi delle stagioni. Il
delegato confederale Coldiretti Cremona, Eugenio Torchio si sofferma sul lavoro operoso degli agricoltori della filiera del latte e dei
cereali, per la salvaguardia del loro reddito e per sostenere la competizione delle loro imprese in una logica di rete e con obiettivi comuni. Il consigliere ecclesiastico nazionale Padre Renato Gaglianone, ricordando la recente beatificazione di Giuseppe Toniolo
(Treviso 1845-Pisa 1918), porta all’attenzione dei presenti la vita di
questo cristiano, studioso e docente illuminato delle scienze economiche e sociali, protagonista del cattolicesimo sociale e politico tra
la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. La sua figura e la sua opera di economista si staglia all’interno del movimento dei cattolici italiani e della Rerum Novarum di Leone XIII. Anche
Paolo Bonomi, fondatore di Coldiretti, è cresciuto e si è formato nel
22
pe, figura emblematica della Sapienza donata da Dio a Israele.
Egli, inoltre, pensa in termini di riconciliazione e non di vendetta
quando si vede davanti i suoi fratelli, che lo hanno tradito e venduto. Se li mette alla prova con severità, è per cogliere l’autenticità del legame che li unisce al padre Giacobbe, verificando così
la radice di ogni guarigione, interiore ed esteriore. Dopo aver
constatato che il padre resta il premuroso e insostituibile punto di
riferimento, egli rivela la sua identità, in un pianto liberatorio che
diviene accoglienza fraterna e futuro di benessere in una terra e
in un cuore riconciliati in saggezza e verità. Giuseppe stesso esce
trasformato da questo perdono: egli diviene consapevole dell’agire misericordioso di Dio verso gli uomini. Quello di Giuseppe,
dunque, è l’itinerario biblico che proponiamo, perché possa essere di luce e di speranza, durante questo faticoso ma liberante
cammino di benedizione.
3. Educare all’alleanza tra l’uomo e la terra
A noi, come Chiese in Italia, in sintonia con tante Chiese nel
mondo, spetta proprio questo compito: riportare il cuore della
nostra gente dentro il cuore stesso di Dio, Padre di tutti, che «fa
sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e
sugli ingiusti» (Mt 5,45). Solo se diventerà primaria la coscienza
di una universale fraternità, potremo edificare un mondo in cui
condividere le risorse della terra e tutelarne le ricchezze. Ciò si
accompagna alla comprensione che la creazione ci è donata da
Dio, che essa stessa si fa percorso verso Dio e ci fa sperimentare
il dialogo tra di noi nella verità, come fratelli che hanno riconosciuto la paternità gratuita di Dio. Si legge, infatti, nel messaggio
scaturito dall’ultimo Forum Europeo Cattolico-Ortodosso, tenutosi a Lisbona nello scorso giugno: «Non è più possibile dilapidare le risorse del creato, inquinare l’ambiente in cui viviamo come
stiamo facendo. La vocazione dell’uomo è di essere il custode e
non il predatore del creato. Oggi si deve essere consapevoli del
debito che abbiamo verso le generazioni future alle quali non
dobbiamo trasmettere un ambiente degradato e invivibile» (n.
11). È nella Bibbia che incontriamo la grande prospettiva dell’al7
leanza tra Dio e la sua creazione, in una reciprocità da riconoscere davanti a luoghi dove la bellezza esteriore si è fatta segno di
una bellezza interiore – pensiamo, ad esempio, ai tanti siti dove i
monaci custodiscono il creato – ma anche davanti ai tristi scempi
dell’ambiente naturale, provocati dal peccato degli uomini, evidente soprattutto nelle azioni della criminalità mafiosa. Tra ecologia del cuore ed ecologia del creato vi è infatti un nesso inscindibile, come ricorda Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate: «L’uomo interpreta e modella l’ambiente naturale mediante
la cultura, la quale a sua volta viene orientata mediante la libertà
responsabile, attenta ai dettami della legge morale» (n. 48).
L’ambiente naturale non è una materia di cui disporre a piacimento, «ma opera mirabile del Creatore, recante in sé una
“grammatica” che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente,
non strumentale e arbitrario. Oggi molti danni allo sviluppo provengono proprio da queste concezioni distorte» (ivi), come quelle
che riducono la natura a un semplice dato di fatto o, all’opposto,
la considerano più importante della stessa persona umana. Ci viene chiesto, perciò, di annunciare queste verità con crescente consapevolezza, perché da esse potrà sgorgare un concreto e fedele
impegno di guarigione dell’ambiente calpestato. Si tratta di un
compito che appartiene alla sollecitudine educativa delle comunità cristiane e offre l’occasione per catechesi bibliche, momenti di
preghiera, attività di pastorale giovanile, incontri culturali. È una
responsabilità che appartiene anche ai docenti, in particolare agli
insegnanti di religione: essa potrà essere intensivamente richiamata nel mese di settembre, dedicato in modo speciale al creato e
tempo di ripresa della scuola. Ritessere l’alleanza tra l’uomo e il
creato significa anche affrontare con decisione i problemi aperti e
i nodi particolarmente delicati, che mostrano quanto ampie e
complesse siano le questioni legate all’intreccio tra realtà ambientale e comunità umana. Accanto all’annuncio, infatti, è necessaria anche la denuncia di ciò che viola per avidità la sacralità
della vita e il dono della terra. Proprio in questi mesi è venuta
all’attenzione dei media la questione dell’eternit a Casale Mon8
possono constatare i progressi della nuova agricoltura, il ciclo degli
alimenti e la loro stagionalità, il ruolo sociale dell’agricoltore. Anche i mercati di Campagna amica hanno il compito di creare un ponte fra il produttore e il consumatore. E’ il mercato degli agricoltori, a
vendita diretta, con il fine di accorciare la filiera, permettendo di
acquistare prodotti di qualità al giusto prezzo ma anche di avere un
rapporto con la campagna, amica del cittadino. Anche il direttore
regionale Benedetti ci ha illustrato la morfologia della superficie
lombarda a disposizione dell’agricoltura: le aziende agricole si dispongono sul territorio al 50% in zone di pianura, il 20% in zone
collinari e il 25% in zone di montagna. La filiera – ha detto il direttore - è un’importante opportunità per l’agricoltura lombarda, legata
a produzioni ed allevamenti, a equilibrata competizione e collaborazione per un inserimento duraturo del settore agricolo nel sistema
agro-alimentare. Decisiva è stata la multifunzionalità, la strategia
del settore agricolo, per il rilancio, dei suoi prodotti ma anche delle
molteplici funzioni non solo economiche riguardanti la sicurezza
alimentare, la salvaguardia del territorio e dei paesaggi rurali, con la
loro storia e le loro tradizioni.
Il consigliere ecclesiastico del Friuli Venezia Giulia, Bonetti don
Paolo, ringraziando i dirigenti per il dono di questo appuntamento
tra i consiglieri ecclesiastici regionali con la Giunta esecutiva, ha
sottolineato la lungimiranza di Coldiretti di percorre le strade dell’economia di prossimità in risposta ai processi della globalizzazione:
unire valori e reddito, coscienza civile e responsabilità sociale, considerando l’impresa, il soggetto attivo dello sviluppo. Cambia il modo di fare impresa, ma non cambiano i valori, la bussola etica
dell’intraprendere. Stare sul mercato ma senza perdere di vista i valori. Economia di prossimità è essere parte responsabile della società
civile perché l’intraprendere è prima di tutto un fatto di umanità, di
cultura, di società. La vitalità di un’azienda non consiste nell’esclusivo raggiungimento degli obiettivi economici, ma anche di crescita
umana e sociale, come cittadini e come imprenditori. L’economia di
prossimità è anche un’occasione efficace di farsi conoscere, non solo per i prodotti della propria azienda ma anche per la passione ver21
speranza anche per il terzo millennio, segnato nei suoi inizi da una
forte crisi di valori e di emergenza educativa. “La cultura individualistica, utilitaristica, consumistica, relativistica ha impoverito le relazioni umane e ha compromesso la fiducia tra le persone, ha provocato la crisi dell’economia del lavoro e della famiglia. La riscoperta
dell’uomo come soggetto essenzialmente relazionale è la cura per la
buona qualità delle relazioni – è l’auspicio pieno di speranza del relatore – porteranno al superamento della crisi del lavoro e della famiglia. La crisi fa emergere il malessere latente da tempo ma apre
anche prospettive nuove”.
Il programma prevedeva al pomeriggio l’incontro con la Giunta esecutiva di Coldiretti Lombardia, in via Fabio Filzi, 27. Ad accoglierci
c’erano il Presidente Ettore Prandini e il direttore Giovanni Benedetti che ci hanno presentato i presidenti e i direttori della Federazione regionali presenti all’incontro. Una Federazione regionale con
nove Federazioni provinciali, seicento dipendenti, 60 Uffici di zona,
42.000 soci, 600 punti di Campagna amica, una struttura che coordina la linea politica sindacale dell’Organizzazione in terra lombarda,
a servizio delle piccole, medie e grandi aziende, rappresentando il
70% dell’agricoltura e del sistema agro-alimentare della regione. La
regione Lombardia – ha sottolineato il presidente – è una delle superfici più ricche di prodotti alimentari, in particolare il comparto
zootecnico per le carni bovine e suine, per i salumi e i formaggi.
Anche la produzione cerealicola è rilevante: riso, mais, orzo e grano. In pianura le aree agricole sono caratterizzate da un’agricoltura
intensiva specializzata in cerealicola, zootecnica e ortofrutticola, in
particolare la produzione del latte e del pomodoro. Accanto ad
un’agricoltura intensiva c’è una produzione di eccellenza nei comparti delle carni, dei formaggi e del vino, sostenuta da Consorzi di
tutela dei prodotti. Significativa la presenza di aziende agrituristiche
a indirizzo non solo enogastronomico. Nell’alta pianura va ricordata
anche la coltivazione di barbabietole da zucchero e patate. Non meno importanti sono le eccellenze delle produzioni ortofrutticole (il
melone, la pera, gli asparagi, la zucca…). Nell’ambito della multifunzionalità dell’agricoltura, numerosissime sono le Fattorie dove si
20
ferrato, con i gravi impatti sulla salute di tanti uomini e donne,
che continueranno a manifestarsi ancora per parecchi anni. Un
caso emblematico, che evidenzia lo stretto rapporto che intercorre tra lavoro, qualità ambientale e salute degli esseri umani. L’attenzione vigilante per tale drammatica situazione e per i suoi sviluppi deve accompagnarsi alla chiara percezione che l’amianto è
solo uno dei fattori inquinanti presenti sul territorio. Vi sono anzi
aree nelle quali purtroppo la gestione dei rifiuti e delle sostanze
nocive sembra avvenire nel più totale spregio della legalità, avvelenando la terra, l’aria e le falde acquifere e ponendo una grave
ipoteca sulla vita di chi oggi vi abita e delle future generazioni.
Mentre esprimiamo una volta di più quella solidarietà partecipe,
che si è già manifestata in numerosi gesti di condivisione, desideriamo proporre una riflessione tesa a cogliere in tali accadimenti
alcuni elementi che la stessa forza dell’emergenza rischia di lasciare sullo sfondo, impedendo di percepirne tutta la rilevanza.
Occorre invece saper leggere i segni dei tempi, scoprendo – nella
luce della fede – quegli inviti a riorientare responsabilmente il
nostro cammino che essi portano in sé. Annunciare la verità
sull’uomo e sul creato e denunciare le gravi forme di abuso si
accompagna alla messa in atto di scelte e gesti quali stili di vita
intessuti di sobrietà e condivisione, un’informazione corretta e
approfondita, l’educazione al gusto del bello, l’impegno nella
raccolta differenziata dei rifiuti, contro gli incendi devastatori e
nell’apprendistato della custodia del creato, anche come occasioni di nuova occupazione giovanile.
4. Per una Chiesa custode della terra
Vivere il territorio come un bene comune è un’esigenza di vasta
portata, che richiama anche le comunità ecclesiali a una presenza
vigilante. Il territorio, infatti, è davvero tale quando abitato da un
soggetto comunitario che se ne prenda realmente cura e la presenza capillare del tessuto ecclesiale deve esprimere anche un
impegno in tal senso. Abbiamo bisogno di una pastorale che ci
faccia recuperare il senso del “noi” nella sua relazione alla terra,
9
in una saggia azione educativa, secondo le prospettive degli
Orientamenti pastorali
Educare alla vita buona del Vangelo. Prendersi cura del territorio,
del resto, significa anche permettere che esso continui a produrre
il pane e il vino per nutrire ogni uomo e che ogni domenica offriamo come “frutti della terra e del nostro lavoro” a Dio, Padre e
Creatore, perché diventino per noi il Corpo e il Sangue del Suo
amatissimo Figlio. Per questo invitiamo con forza a tornare a riflettere sul nostro legame con la terra e, in particolare, sul rapporto che le comunità umane intrattengono col territorio in cui sono
radicate. Si tratta di una realtà complessa e ricca di significati,
che spesso rimanda a storie di relazioni e di crescita comune, in
cui la città degli uomini e delle donne rivela il suo profondo inserimento in un luogo e in un ambiente. Il territorio è sempre una
realtà naturale, con una dimensione biologica ed ecologica, ma è
anche inscindibilmente cultura, bellezza, radicamento comunitario, incontro di volti: una densa realtà antropologica, in cui prende corpo anche il vissuto di fede. I santi ci insegnano con chiarezza la strada da seguire, come san Bernardino da Siena, che
mentre poneva al vertice della sua opera pastorale il nome di Gesù, davanti al quale tutti i ginocchi si piegano in adorazione, si
adoperava per rafforzare i Monti di pietà e i Monti frumentari,
segni di una rinascita che dà al denaro il giusto valore, diventando anche precursore di quella “economia di fiducia” che sola può
guarire le ferite della nostra crisi, causata da avidità e insipienza.
Le stesse mani dell’uomo, sostenute e guidate dalla forza dello
Spirito, potranno così guarire e risanare, in piena riconciliazione,
il creato ferito, a noi affidato dalle mani paterne di Dio, guardando con responsabilità educativa alle generazioni future, verso cui
siamo debitori di parole di verità e opere di pace.
Roma, 24 giugno 2012
Solennità della Natività di San Giovanni Battista
LA COMMISSIONE EPISCOPALE
PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE
LA COMMISSIONE EPISCOPALE
PER L’ECUMENISMO E IL DIALOGO
10
mo partecipato agli approfondimenti tenuti dal Card. Gianfranco
Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, su Famiglia, tra opera della creazione e festa della salvezza e dall’economista Luigi Bruni su famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo. Il cardinale Ravasi, prendendo come cifra simbolica la
“casa”, ha disegnato la famiglia, dalle sue fondamenta, nel rapporto
di coppia tra l’uomo e la donna, uguali nella loro dignità ma diversi
nella loro identità individuale, fino alla sua pienezza nel rapporto fra
paternità e maternità. Attraverso l’icona della stanza, il relatore ha
attraversato anche le speranze e le lacerazioni del tessuto familiare:
la stanza del dolore che da sempre scuote l’esistenza quotidiana, la
stanza del lavoro come amico e alleato dell’uomo e della famiglia,
la stanza della festa e della gioia all’interno dell’identità cristiana
che è capace di umanizzare il tempo dell’uomo. Il prof. Luigi Bruni,
professore di Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca,
ha invitato i presenti a rileggere la famiglia, il lavoro e la festa assieme, alla luce delle due parole chiave della gratuità e del dono, che
non sono estranee all’ambito economico. La gratuità è un’arte che si
impara in famiglia, perché il lavoro è prima di tutto una vocazione,
“un modo di agire e uno stile di vita che consiste nell’accostarsi agli
altri, a se stessi, alla natura, alle cose per riconoscerli nella loro alterità, nel rispettarli e servirli per entrare in rapporto con loro”. “Il
salario va inteso come il giusto riconoscimento del lavoro svolto ma
non è l’unica motivazione del lavoro. Occorre recuperare una rinnovata attenzione alla persona e alla famiglia che non è compresa dalla
cultura economica capitalistica dominante”. Il cardinale arcivescovo
di Milano, Angelo Scola, in apertura della sessione, aveva espresso
l’auspicio che questo incontro mondiale possa potenziare la vita ordinaria della Chiesa, essere ponte lanciato verso l’Anno della Fede e
il Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, sulla famiglia
fondata sull’unione stabile e aperta alla vita “come proposta di vita
buona che la Chiesa fa ad una società al plurale ma alla ricerca di
punti solidi di riferimento”. Anche il cardinale Antonelli, presidente
del Consiglio Pontificio della Famiglia aveva rilanciato l’appello a
considerare la famiglia una risorsa, anticipo di futuro e profezia di
19
Verbale Viaggio Studio Consiglieri
Ecclesiastici Regionali Coldiretti
Milano 29 Maggio - 3 Giugno 2012
Sono presenti : Consigliere Nazionale (Gaglianone Padre Renato),
Basilicata (Allegretti don Antonio), Calabria (Megna don Giuseppe), Friuli Venezia Giulia (Bonetti don Paolo), Lazio (Carlotti don
Paolo), Liguria (Arrigoni don Italo), Lombardia (Vezzoli don Claudio), Puglia (Macculi don Nicola), Sicilia (Bivona don Guglielmo),
Veneto ( Marcello don Carlo).
Martedì 29 maggio
Nella Casa di accoglienza, “Oasi di S.Francesco”, in via Arzaga, 23,
nella periferia di Milano, sono convenuti i Consiglieri ecclesiastici
regionali per il loro tradizionale Viaggio di studio, ospiti della Federazione regionale della Lombardia. Il Consigliere ecclesiastico nazionale Padre Renato Gaglianone, saluta i presenti, espone il programma delle tre giornate legate agli eventi del VII Congresso internazionale teologico pastorale delle Famiglie e ringrazia il consigliere ecclesiastico regionale, Vezzoli don Claudio, per la collaborazione e per il servizio di coordinamento. E’ un’eccellente opportunità –
ha continuato Padre Renato - per avvertire, assieme alle delegazioni
di tutto il mondo, la gioia di essere famiglia, per vivere uno scambio
umano al di là di ogni frontiera, per ricevere un’iniezione di mondialità e di universalità della Chiesa, per avere una conferma della
necessità di difendere la famiglia contro la sua banalizzazione, per
constatare un’urgenza missionaria per la sua rigenerazione, nella
logica dei grandi cambiamenti nel mondo del lavoro, per ricordare
quanto sia importante il nesso fra famiglia, lavoro e festa.
•
7^ Giornata per la salvaguardia del Creato
Rocca di Papa - Castelgandolfo 22-23 settembre 2012
Programma
•
Nuovi Consiglieri Ecclesiastici
•
Indirizzo di saluto al Santo Padre Benedetto XVI del
Dott. Sergio Marini Presidente della Coldiretti
•
Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai partecipanti
all’Assemblea nazionale della Confederazione Nazionale Coldiretti
Mercoledì 30 maggio
Dopo la celebrazione delle Lodi e della S.Messa nella cappella
dell’Oasi, presso la Fiera di Milano City, in viale Scarampo, abbia18
11
7^ GIORNATA PER LA SALVAGUARDIA DEL CREATO
Rocca di Papa - Castel Gandolfo, 22/23 Settembre 2012
Programma
22 settembre 2012
ore 17,00 Centro di Spiritualità e Convegni Mondo Migliore - Rocca di Papa
Workshop:
“Riconoscere le ferite della Terra per sanarle – La guarigione nasce da un
cuore che ama - Gesti concreti”
Intervengono:
Carlo Borgomeo, Mons. Carlo Rocchetta, Sergio Marini
Coordina Antonio Maria Mira – Caporedattore Avvenire
Introduce Padre Renato Gaglianone
23 settembre 2012
Ore 10.30
Santa Messa
Ore 11.45
Angelus - Cortile Palazzo Apostolico
Pranzo in piazza
NUOVI CONSIGLIERI ECCLESIASTICI
MARCOZ DON ANDREA
Consigliere Ecclesiastico Provinciale
Parroco di Chatillon
Via Gervasone, 16 - 11024 CHATILLON
NATALI DON PIERINO
Consigliere Ecclesiastico Diocesano
Parrocchia S. Biagio
nella Concattedrale S.Maria Assunta
Via Roma, 81
58015 ORBETELLO GR
CARCIANI DON GIANLUIGI
Consigliere Ecclesiastico Provinciale
Località Pelingo
61041 ACQUALAGNA PS
12
do un rinnovato e profondo senso di responsabilità, dando prova
di solidarietà e di condivisione. Considerato poi che alla base
dell’attuale difficoltà economica vi è una crisi morale, adoperatevi con sollecitudine affinché le istanze etiche mantengano il primato su ogni altra esigenza. Occorre, infatti, portare il rimedio là
dove è la radice della crisi, favorendo la riscoperta di quei valori
spirituali dai quali poi scaturiscono le idee, i progetti e le opere.
Come ho ricordato nell’enciclica Caritas in veritate, «dobbiamo
assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità
a cui ci chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un
profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di
fondo su cui costruire un futuro migliore» (n. 21). Su questo terreno etico, occorre che la famiglia, la scuola, il sindacato e ogni
altra istituzione politica, culturale e civica svolgano un’importante opera di collaborazione e di raccordo, di stimolo e di promozione, soprattutto per quanto riguarda i giovani. Essi sono carichi
di propositi e di speranze, cercano con generosità di costruire il
loro avvenire e attendono dagli adulti esempi validi e proposte
serie. Non possiamo deludere le loro attese! Cari amici, sia vostra
premura adoperarvi non solo perché le imprese agricole e i coltivatori diretti siano opportunamente tutelati, ma anche perché si
attuino valide politiche sociali in favore della persona e della sua
professionalità, considerando specialmente il ruolo cruciale della
famiglia per l’intera società. Vi incoraggio a perseverare nella
vostra opera educativa e sociale, portando avanti con generosità i
vostri progetti di solidarietà, particolarmente nei confronti dei più
deboli e meno garantiti. Attraverso la vostra azione sociale voi
testimoniate la novità del Vangelo, e per questo avete bisogno di
un costante riferimento a Cristo, nella preghiera, per attingere
l’energia spirituale necessaria a dare nuovo vigore al vostro impegno. Da parte mia, vi manifesto l’affetto e il sostegno della
Chiesa e, mentre affido al Signore le gioie e le fatiche quotidiane
di quanti operano nel settore agricolo e ittico, di cuore imparto
una speciale Benedizione Apostolica a voi, alle vostre famiglie e
a tutti i soci.
17
della giustizia e della pace, conformi alla sapienza divina» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 63).
Proprio nella Coldiretti, l’insegnamento cattolico in materia di
etica sociale ha conosciuto uno dei suoi più fertili «laboratori»,
grazie all’intuizione e alla sapienza lungimirante del suo fondatore Paolo Bonomi, che ha operato alla luce del Vangelo della carità e nel solco del Magistero sociale della Chiesa. Egli fu persona
molto attenta alla promozione degli agricoltori, capace di offrire
loro orientamenti e criteri chiari, che permangono sostanzialmente validi nei nostri giorni. Siate degni eredi di un così ricco patrimonio ideale! A voi tocca, oggi, rimanendo fedeli ai valori acquisiti, porvi in coraggioso dialogo con le mutate condizioni della
società. Vi sono, inoltre, richiesti una nuova consapevolezza e un
ulteriore sforzo di responsabilità nei confronti del mondo agricolo. Sentitevi tutti coinvolti in tale missione. Ciascuno si impegni,
nel ruolo che ricopre, a sostenere gli interessi legittimi delle categorie che rappresenta, operando sempre con pazienza e lungimiranza, allo scopo di valorizzare gli aspetti più nobili e qualificanti
della persona umana: il senso del dovere, la capacità di condivisione e di sacrificio, la solidarietà, l’osservanza delle giuste esigenze del riposo e della rigenerazione corporale e più ancora spirituale. Conosco bene quanto vi sta a cuore proseguire il vostro
servizio di testimonianza evangelica nell’ambiente agricolo e ittico, ponendo in risalto quei valori che fanno dell’attività lavorativa un prezioso strumento per la realizzazione di una convivenza
più giusta ed umana. Penso al rispetto della dignità della persona,
alla ricerca del bene comune, all’onestà e alla trasparenza nella
gestione dei servizi, alla sicurezza alimentare e alla tutela
dell’ambiente e del paesaggio, alla promozione dello spirito di
solidarietà. Vi incoraggio a proseguire in questa vostra opera,
diventando voi stessi, sempre più, fermento di vita buona, sale
della terra e luce del mondo (cfr Mt 5, 13-14). La perdurante crisi
economico-finanziaria, con le conseguenti incognite, pone gli
imprenditori agricoli e ittici di fronte a sfide inedite e certamente
difficili, che voi siete chiamati ad affrontare da cristiani, coltivan16
INDIRIZZO DI SALUTO AL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI DEL DOTT. SERGIO MARINI
PRESIDENTE DELLA COLDIRETTI
Padre Santo,
è con profonda emozione e grande felicità che oggi ci presentiamo a Lei, Santità, per confermare il nostro sincero affetto di figli
e la profonda devozione delle famiglie delle campagne italiane
associate alla Coldiretti.
Questi sentimenti verso il Papa sono un punto fermo per le donne
e gli uomini della Coldiretti che svolgono l’attività di rappresentanza delle imprese agricole costantemente alla luce dell’ispirazione della dottrina Sociale cristiana e con l’obiettivo di garantire
alle famiglie coltivatrici un sistema di tutela sociale ed economica efficiente e in grado di assicurare certezza di reddito. La Coldiretti, in coerenza, persegue i propri obiettivi alla luce di una
sana sussidiarietà e di una conseguente solidarietà tra i soci e verso le categorie più bisognose. Valori questi che applichiamo con
uguale impegno al Nord, al Centro e al Sud del nostro Paese con
lo scopo di tenere alto il sentimento della coesione nazionale. Ma
sono soprattutto le parole dell’enciclica Caritas in veritate in cui
Vostra Santità invita le organizzazioni sindacali a uscire dalla
esclusiva difesa degli interessi dei propri iscritti, per individuare
nella società civile l'ambito più consono all’azione di difesa e
promozione del mondo del lavoro, che ci hanno motivato a dare
vita ad un progetto che abbiamo chiamato Filiera agricola italiana.
E' la nostra risposta all’appello che abbiamo letto nelle Vostre
parole. E’ il nostro contributo per rispondere alla difficile crisi
che attanaglia tutti noi. Un impegno che da un lato va a salvaguardia dell’identità dell’agricoltura italiana, il rispetto dell’ambiente e della biodiversità; dall’altro garantisce ai consu matori qualità, genuinità e sicurezza degli alimenti a un prezzo
equo.
13
Questo nostro quotidiano impegno, non ci allontana tuttavia dalla
convinzione che dobbiamo insieme perseguire un altro e forse
più impegnativo obiettivo: ritrovare, per noi tutti e per la comunità in cui viviamo, un diverso equilibrio fra dimensione materiale
e dimensione immateriale, agganciata a valori permanenti e non
usurabili, soprattutto in questi tempi di crisi.
Padre Santo in questa occasione che è per noi di grande festa e di
soddisfazione ci teniamo particolarmente ad esprimerle la più
sincera solidarietà per le asprezze rivolte alla Chiesa. Le esprimiamo affetto sincero nella certezza che il bene prevarrà. Le famiglie degli agricoltori delle campagne italiane Le vogliono bene
e oggi sono qui per dimostrarglielo.
Sappiamo di potere sempre contare sul Suo affetto. Ci ricordi
nelle sue preghiere. Ne abbiamo bisogno in particolare oggi, in
quanto viviamo una stagione di profonda crisi economica e sociale che colpisce duramente le nostre imprese agricole e ci fa guardare con preoccupazione al futuro.
Grazie, Padre Santo, per quanto ci sta donando con l’udienza che
ci ha concesso. Conti sempre su di noi.
Città del Vaticano, 22 maggio 2012
14
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA NAZIONALE
DELLA CONFEDERAZIONE NAZIONALE COLDIRETTI
Cari fratelli e sorelle,
sono lieto di accogliervi in occasione del vostro convegno, che ha
come tema: «Agricoltura familiare per uno sviluppo sostenibile».
Questo incontro mi offre l’opportunità di esprimere alla Coldiretti il mio apprezzamento per l’impegno in favore delle famiglie
che vivono e lavorano nelle campagne italiane. Vi saluto tutti con
affetto a partire dal Presidente nazionale, dottor Sergio Marini,
che ringrazio per le parole con cui si è fatto interprete dei vostri
sentimenti. Saluto poi il Consigliere Ecclesiastico nazionale, il
Consiglio nazionale e gli altri dirigenti della vostra benemerita
Confederazione.
La società, l’economia, il lavoro non rappresentano ambiti unicamente secolari, tanto meno estranei al messaggio cristiano, ma
spazi da fecondare con la ricchezza spirituale del Vangelo. La
Chiesa, infatti, non è mai indifferente alla qualità della vita delle
persone, alle loro condizioni lavorative, e avverte la necessità di
prendersi cura dell’uomo e dei contesti in cui egli vive e produce,
affinché siano sempre più luoghi autenticamente umani e umanizzanti. A tale proposito, il Servo di Dio Paolo VI osservava che
«la Chiesa ha rivolto sempre particolari premure alla gente dei
campi, aprendo la via alla sua elevazione umana e morale ed aiutandola a realizzare la sua missione con dignità e coscienza del
suo valore spirituale e sociale» (Discorso ai coltivatori diretti, 19
aprile 1972).
In questa sua sollecitudine, la Chiesa è ben lieta di coinvolgere
anche le varie aggregazioni, come la vostra, che ispirano la loro
azione ai principi della dottrina sociale cattolica. Attraverso di
essa, infatti, la Chiesa «attualizza nelle vicende storiche il messaggio di liberazione e di redenzione di Cristo, il Vangelo del Regno; … attesta all’uomo, in nome di Cristo, la sua dignità e la sua
vocazione alla comunione delle persone; gli insegna le esigenze
15
Santificare la Festa: la Famiglia nel Giorno del Signore
S. Em. Card. Sean O'Malley (USA)*
Il terzo comandamento
L’Eucarestia
L’Eucarestia e la famiglia
La nostra fede: un patrimonio vivente per i nostril figli e nipoti
L’Eucarestia ci prepara alla missione
•
Sintesi nel Verbale in Appendice
•
La famiglia tra opera della creazione e festa della salvezza
Card. Gianfranco RAVASI
XXXVI
•
Le domande delle famiglie, le risposte del Papa
•
Omelia del Santo Padre alla Messa di Bresso
•
Relazioni VII incontro mondiale delle famiglie
I
RELAZIONI
VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE
La famiglia: tra opera della creazione e festa della salvezza
Card. Gianfranco Ravasi
Testo integrale nel dossier
La famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo
Prof. Luigino Bruni*
Introduzione
La famiglia in un mondo socio-economico che cambia
La famiglia come soggetto economico “globale”
La famiglia scuola di gratuità, e quindi di lavoro e di festa
Il lavoro e la festa
Conclusioni
La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede
S. E. Card. Dionigi Tettamanzi*
Introduzione
La testimonianza della parola di Dio: famiglia e lavoro, segni della benedizione di
Dio
Lavoro e riposo nel comandamento del sabato
L’ethos del lavoro umano: una nuova luce dalla vita di Nazareth
La famiglia e il lavoro oggi: tra opportunità e precarietà
Prof. Pedro Morandè Court*
La famiglia e la festa: tra antropologia e fede
Prof.ssa Blanca Castilla de Cortázar*
La gioia di festeggiare
Presupposti antropologici della famiglia
Esperienza della festa
La famiglia, luogo per la festa
La festa, dove il tempo si unisce all’eternità
II
XXXV
Famiglia, lavoro, festa: tre doni di Dio, tre dimensioni della nostra
esistenza che devono trovare un armonico equilibrio. Armonizzare
i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e la
maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire società dal
volto umano. In questo privilegiate sempre la logica dell’essere rispetto a quella dell’avere: la prima costruisce, la seconda finisce
per distruggere. Occorre educarsi a credere, prima di tutto in famiglia, nell’amore autentico, quello che viene da Dio e ci unisce a Lui
e proprio per questo «ci trasforma in un Noi, che supera le nostre
divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio
sia "tutto in tutti" (1 Cor 15,28)» (Enc. Deus caritas est, 18).
Amen.
LA FAMIGLIA TRA OPERA DELLA CREAZIONE
E FESTA DELLA SALVEZZA
Card. Gianfranco RAVASI
Non può restare nascosta una casa collocata sul crinale di un monte:
parafrasando una celebre immagine del Discorso della Montagna
(Mt 5,14), poniamo al centro della nostra riflessione un simbolo radicale nella stessa storia dell’umanità, la casa, un segno che s’affaccia bel 2092 volte col vocabolo ebraico bajit/bêt nell’Antico Testamento e 209 volte nel Nuovo Testamento sotto le parole analoghe
oíkos e oikía, accompagnate da uno sciame di circa quaranta termini
derivati. Dal crinale, dove svetta la casa simbolica che vogliamo delineare, si diramano due versanti che costituiscono il titolo stesso del
nostro tema: da un lato, ecco l’alfa della creazione, che si distende
lungo la traiettoria della storia; dall’altro lato, ascende il versante
arduo dell’omega, ossia della festa piena della salvezza, l’escatologia, la meta attesa ove il “non ancora” della storia si trasformerà
nell’“ora” perfetta della redenzione compiuta e la Gerusalemme terrena si muterà nella nuova Gerusalemme celeste.
Le fondamenta della “casa”“casa”-famiglia
Toda casa es un candelabro / donde arden con aislada llama las
vidas. Forse questo verso era sbocciato nella mente del giovane Jorge Luis Borges, il famoso scrittore argentino, mentre ventiquattrenne passeggiava per una “strada ignota” della sua città, dato che la
raccolta poetica s’intitola appunto Fervore a Buenos Aires (1923).
Ed effettivamente le mura dei palazzi celano al loro interno tante
fiamme “appartate” (aislada), cioè vite isolate nelle loro solitudini o
nei loro drammi, famiglie unite nell’amore o scavate dalle divisioni,
benestanti o curve sotto l’incubo della povertà o dell’assenza di lavoro. La “casa”, infatti, in molte lingue non è soltanto l’edificio di
mattoni, di pietra e di cemento o la capanna o la tenda in cui si dimora (e la mancanza di una casa è un elemento drammatico di dispersione esistenziale), ma è anche chi vi abita, è il “casato” fatto di
persone vive e di generazioni. Anzi, talora la “casa” per eccellenza è
XXXIV
III
persino il tempio, residenza terrestre di Dio.
Suggestivo, al riguardo, è il rimando di allusioni che regge l’oracolo
del profeta Natan: al re Davide che vuole erigere una “casa” (bajit)
al Signore, ossia un tempio in Gerusalemme, Dio replica affermando che sarà lui stesso a edificare per il re una “casa” (bajit), una discendenza familiare, quindi un “casato” che aprirà una storia destinata ad approdare al Messia (2Sam 7). La “casa” simbolica che stiamo per costruire partecipa di questa visione: è lo spazio che custodisce «l’intima comunione di vita e di amore…, la prima e vitale cellula della società», come il Concilio Vaticano II definisce la famiglia (GS 48; AA 11). È il segno dell’esistenza umana che si compie
nella libera relazione interpersonale d’amore, come suggeriva lo
scrittore inglese Gilbert K. Chesterton nel suo scritto Fancies versus
Fads (1923): «La famiglia è il test della libertà umana perché è l’unica cosa che l’uomo libero fa da sé e per sé».
Già Aristotele, nella sua Politica, considerava la famiglia come la
struttura istituita dalla natura stessa per provvedere all’esistenza piena della persona. È spesso ripresa la nota che il famoso antropologo
Claude Lévi-Strauss ha posto nel cuore del suo saggio sulla famiglia
nella raccolta Razza e storia e altri studi di antropologia (1952):
«La famiglia come unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli… è un fenomeno universale, reperibile in ogni e qualunque tipo di società». Questa convinzione è sperimentalmente confermata anche nella società contemporanea, nonostante le apparenze contrarie, come si evince dalla quarta
indagine degli “European Values Studies” (2009). Da essa risulta
che l’84% dei cittadini europei (e il 91% degli italiani) considera
fondamentale la famiglia e inaspettatamente 46 paesi su 47 la collocano al primo posto tra le realtà sociali più importanti, prima ancora
del lavoro, delle relazioni amicali, della religione e della politica.
La “casa” è, perciò, un emblema vivo e vivente che attinge all’antropologia autentica, non solo religiosa, la quale vede nella creatura
umana non una monade chiusa in sé stessa, ma una cellula in relazione con un corpo più vasto, un orizzonte aperto che accoglie e si
espande. In pratica, come vedremo, l’umanità si rivela “duale”, doIV
Nel libro della Genesi, Dio affida alla coppia umana la sua creazione, perché la custodisca, la coltivi, la indirizzi secondo il suo progetto (cfr 1,27-28; 2,15). In questa indicazione possiamo leggere il
compito dell’uomo e della donna di collaborare con Dio per trasformare il mondo, attraverso il lavoro, la scienza e la tecnica. L’uomo
e la donna sono immagine di Dio anche in questa opera preziosa,
che devono compiere con lo stesso amore del Creatore. Noi vediamo che, nelle moderne teorie economiche, prevale spesso una concezione utilitaristica del lavoro, della produzione e del mercato. Il
progetto di Dio e la stessa esperienza mostrano, però, che non è la
logica unilaterale dell’utile proprio e del massimo profitto quella
che può concorrere ad uno sviluppo armonico, al bene della famiglia e ad edificare una società più giusta, perché porta con sé concorrenza esasperata, forti disuguaglianze, degrado dell’ambiente,
corsa ai consumi, disagio nelle famiglie. Anzi, la mentalità utilitaristica tende ad estendersi anche alle relazioni interpersonali e familiari, riducendole a convergenze precarie di interessi individuali e
minando la solidità del tessuto sociale.
Un ultimo elemento. L’uomo, in quanto immagine di Dio, è chiamato anche al riposo e alla festa. Il racconto della creazione si conclude con queste parole: «Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni
suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (Gen 2,2-3). Per noi cristiani, il giorno di festa è la Domenica, giorno del Signore, Pasqua settimanale. E’ il giorno della Chiesa, assemblea convocata dal Signore attorno alla mensa della Parola
e del Sacrificio Eucaristico, come stiamo facendo noi oggi, per nutrirci di Lui, entrare nel suo amore e vivere del suo amore. E’ il
giorno dell’uomo e dei suoi valori: convivialità, amicizia, solidarietà, cultura, contatto con la natura, gioco, sport. E’ il giorno della
famiglia, nel quale vivere assieme il senso della festa, dell’incontro,
della condivisione, anche nella partecipazione alla Santa Messa.
Care famiglie, pur nei ritmi serrati della nostra epoca, non perdete il
senso del giorno del Signore! E’ come l’oasi in cui fermarsi per assaporare la gioia dell’incontro e dissetare la nostra sete di Dio.
XXXIII
rapporto di profondo affetto e di premurosa cura verso i vostri genitori, e anche le relazioni tra fratelli e sorelle siano opportunità per
crescere nell’amore.
Il progetto di Dio sulla coppia umana trova la sua pienezza in Gesù
Cristo, che ha elevato il matrimonio a Sacramento. Cari sposi, con
uno speciale dono dello Spirito Santo, Cristo vi fa partecipare al suo
amore sponsale, rendendovi segno del suo amore per la Chiesa: un
amore fedele e totale. Se sapete accogliere questo dono, rinnovando
ogni giorno, con fede, il vostro «sì», con la forza che viene dalla
grazia del Sacramento, anche la vostra famiglia vivrà dell’amore di
Dio, sul modello della Santa Famiglia di Nazaret. Care famiglie,
chiedete spesso, nella preghiera, l’aiuto della Vergine Maria e di san
Giuseppe, perché vi insegnino ad accogliere l’amore di Dio come
essi lo hanno accolto. La vostra vocazione non è facile da vivere,
specialmente oggi, ma quella dell’amore è una realtà meravigliosa,
è l’unica forza che può veramente trasformare il mondo. Davanti a
voi avete la testimonianza di tante famiglie, che indicano le vie per
crescere nell’amore: mantenere un costante rapporto con Dio e partecipare alla vita ecclesiale, coltivare il dialogo, rispettare il punto di
vista dell’altro, essere pronti al servizio, essere pazienti con i difetti
altrui, saper perdonare e chiedere perdono, superare con intelligenza
e umiltà gli eventuali conflitti, concordare gli orientamenti educativi, essere aperti alle altre famiglie, attenti ai poveri, responsabili
nella società civile. Sono tutti elementi che costruiscono la famiglia.
Viveteli con coraggio, certi che, nella misura in cui, con il sostegno
della grazia divina, vivrete l’amore reciproco e verso tutti, diventerete un Vangelo vivo, una vera Chiesa domestica (cfr Esort. ap. Familiaris consortio, 49). Una parola vorrei dedicarla anche ai fedeli
che, pur condividendo gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia,
sono segnati da esperienze dolorose di fallimento e di separazione.
Sappiate che il Papa e la Chiesa vi sostengono nella vostra fatica. Vi
incoraggio a rimanere uniti alle vostre comunità, mentre auspico
che le diocesi realizzino adeguate iniziative di accoglienza e vicinanza.
XXXII
tata di una necessità strutturale di dialogo con l’altro. Ha, quindi, un
suo fondo di verità l’enfatica intemerata che lo scrittore francese
André Gide scagliava nella sua opera Nutrimenti terrestri (1897):
«Famiglie, vi odio! Focolari chiusi, porte serrate, geloso possesso
della felicità!». Purtroppo, venendo meno alla sua vocazione sociale, la famiglia adotta spesso – soprattutto nella vicenda contemporanea – come emblema la porta blindata, così da rinchiudersi in se
stessa, perdendo il suo respiro genuino, la sua identità primigenia,
ignorando chi sta fuori di quella cortina di ferro protettiva che si tramuta in prigione.
Andando oltre, dobbiamo ricordare che la “casa”-famiglia è anche,
come si diceva, l’analogia per definire il tempio ove si raduna la famiglia che ha per padre Dio. È per questo che uno dei vocaboli per
indicare il santuario di Sion è appunto bajit e nel Nuovo Testamento
entra in scena la kat’oíkon ekklesía, l’ecclesia domestica, ove lo spazio vitale di una famiglia si può trasformare in sede dell’eucaristia,
della presenza di Cristo assiso alla stessa mensa (1Cor 16,19; Rm
16,5; Col 4,15; Fm 2; cf. LG 11). Indimenticabile è la scena dipinta
dall’Apocalisse: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta
la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli
con me» (3,20).
Iniziamo, allora, a far sorgere la “casa” simbolica e vivente che sta
su quella vetta dalla quale si dipartono i due versanti della felicità
della creazione e della festa della salvezza. È necessario partire dalle
fondamenta solide, gettate sulla roccia del monte (cf. Mt 7, 24-25).
La base è ovviamente costituita dalla coppia che è la radice dalla
quale si leva il tronco della famiglia. Non è possibile ora né è necessario definire questo fondamento attraverso una compiuta teologia
nuziale. Ci accontenteremo di rimandare a un testo biblico che è
l’incipit stesso delle Scritture e, quindi, della creazione. Esso è desunto da quella pagina che contiene il progetto che il Creatore ha
accarezzato come suo ideale e che ha proposto alla libertà della
creatura umana. Questo disegno primordiale emerge nel capitolo 2
della Genesi e si affida a una sorta di collana di perle lessicali ebraiche, che ora cercheremo di far brillare in modo essenziale davanti ai
V
nostri occhi attraverso un settenario di termini.
La prima parola è ‘ezer, letteralmente un “aiuto” offerto nel momento più critico e, quindi, diventa risolutivo e indispensabile. Nel nostro caso c’è un incubo che sta attanagliando l’uomo appena uscito
dalle mani di Dio: è la solitudine-isolamento, che spegne quella vitalità ad extra strutturale per la persona. «Non è bene che l’uomo sia
solo: voglio fargli un ‘ezer che gli corrisponda», esclama infatti il
Creatore (Gen 2,18). Come è noto, non è sufficiente all’uomo avere
accanto gli animali, che sono pure una simpatica presenza nell’orizzonte terrestre: «l’uomo non trovò in essi un aiuto (‘ezer) che gli
corrispondesse» (2,20). Come ha cercato di rendere questo termine
un esegeta, Jean-Louis Ska, ciò di cui ha bisogno l’uomo è «un allié
qui soit son homologue». È, dunque, un aiuto vivo e personale, un
alleato nel quale egli possa fissare gli occhi negli occhi, anche in un
dialogo silenzioso perché – come suggerisce un testo attribuito al
grande Pascal – nella fede come nell’amore i silenzi sono più eloquenti delle parole; nei due innamorati che si guardano negli occhi
in silenzio l’inesprimibile si fa esplicito, l’ineffabile si rivela.
Ecco, allora, la seconda formula ke-negdô, tradotta di solito con un
“simile” o “corrispondente” aiuto. In realtà, il suo significato di base
suona letteralmente così: “come di fronte”. È appunto quella parità
di sguardi a cui si accennava. Finora l’uomo ha guardato verso l’alto, cioè verso la trascendenza, verso quel Dio che gli ha infuso il
respiro vitale, gli ha donato «la fiaccola» della coscienza che «scruta
le profondità dell’intimo» (Pr 20,27), lo ha insignito della libertà,
collocandolo all’ombra dell’«albero della conoscenza del bene e del
male». L’uomo ha poi guardato in basso, verso quegli animali che
rivolgevano a lui il loro muso in attesa di ricevere un nome (Gen
2,19-20). Ora, invece, cerca un volto davanti a sé, un “tu”, «il primo
dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio», come dice
il Siracide (36,26), ma come meglio esclama la donna del Cantico
dei cantici, un essere col quale è possibile comporre una piena reciprocità di donazione: «Il mio amato è mio e io sono sua… Io sono
del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3: l’originale ebraico è
musicalmente rimato e ritmato sul suono –ô– e –î– che denotano i
VI
Spirito Santo» (Cost. Lumen gentium, 4). La solennità liturgica della
Santissima Trinità, che oggi celebriamo, ci invita a contemplare
questo mistero, ma ci spinge anche all’impegno di vivere la comunione con Dio e tra noi sul modello di quella trinitaria. Siamo chiamati ad accogliere e trasmettere concordi le verità della fede; a vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze,
imparando a chiedere e concedere il perdono, valorizzando i diversi
carismi sotto la guida dei Pastori. In una parola, ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia,
capaci di riflettere la bellezza della Trinità e di evangelizzare non
solo con la parola, ma direi per «irradiazione», con la forza dell’amore vissuto.
Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è
solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra
l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio
li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,2728). Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche con proprie e complementari caratteristiche, perché
i due fossero dono l’uno per l’altro, si valorizzassero reciprocamente
e realizzassero una comunità di amore e di vita. L’amore è ciò che
fa della persona umana l’autentica immagine di Dio.
Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa
o qualche attività, ma la vita intera. E il vostro amore è fecondo innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno
dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare. E’ fecondo
poi nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura
premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente. E’ fecondo
infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la
gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione.
Cari sposi, abbiate cura dei vostri figli e, in un mondo dominato dalla tecnica, trasmettete loro, con serenità e fiducia, le ragioni del vivere, la forza della fede, prospettando loro mete alte e sostenendoli
nelle fragilità. Ma anche voi figli, sappiate mantenere sempre un
XXXI
OMELIA DEL SANTO PADRE ALLA MESSA DI BRESSO
Venerati Fratelli,
Illustri Autorità,
Cari fratelli e sorelle!
E’ un grande momento
di gioia e di comunione
quello che viviamo questa mattina, celebrando
il Sacrificio eucaristico.
Una grande assemblea,
riunita con il Successore di Pietro, formata da
fedeli provenienti da
molte nazioni. Essa offre un’immagine espressiva della Chiesa, una
e universale, fondata da Cristo e frutto di quella missione, che, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Gesù ha affidato ai suoi Apostoli: andare e fare discepoli tutti i popoli, «battezzandoli nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,18-19). Saluto con
affetto e riconoscenza il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di
Milano, e il Cardinale Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio
Consiglio per la Famiglia, principali artefici di questo VII Incontro
Mondiale delle Famiglie, come pure i loro Collaboratori, i Vescovi
Ausiliari di Milano e gli altri Presuli. Sono lieto di salutare tutte le
Autorità presenti. E il mio abbraccio caloroso va oggi soprattutto a
voi, care famiglie! Grazie della vostra partecipazione!
Nella seconda Lettura, l’apostolo Paolo ci ha ricordato che nel Battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, il quale ci unisce a Cristo
come fratelli e ci relaziona al Padre come figli, così che possiamo
gridare: «Abbà! Padre!» (cfr Rm 8,15.17). In quel momento ci è stato donato un germe di vita nuova, divina, da far crescere fino al
compimento definitivo nella gloria celeste; siamo diventati membri
della Chiesa, la famiglia di Dio, «sacrarium Trinitatis» – la definisce sant’Ambrogio –, «popolo che – come insegna il Concilio Vaticano II – deriva la sua unità dall’unità del Padre e del Figlio e dello
XXX
due pronomi interpersonali, “lui” e “io”, dôdî lî wa’anî lô… ’anî
ledodî wedodî lî).
Passiamo, così, al terzo vocabolo che in questo caso è un simbolo: è
quella “costola” sulla quale si sono ricamate tante ironie antifemminili. L’intervento creativo divino avviene all’interno di un “sonno”,
che nella Bibbia è segno di un’esperienza trascendente, è la sede
delle rivelazioni e delle visioni, è l’ambito in cui Dio è protagonista
rispetto alla sua creatura. Ebbene, lo svelamento del valore di
quell’azione divina ha luogo al risveglio, quando l’uomo intona quel
canto d’amore primigenio che verrà declinato nella storia in infinite
forme e formule differenti: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (2,23). Carne e ossa sono le componenti strutturali del corpo umano che, nell’antropologia biblica, è il segno della
persona nella sua pienezza comunicativa (non abbiamo un corpo ma
siamo un corpo). Si spiega, così, il simbolo della “costola”: essa indica la piena parità strutturale e costitutiva tra uomo e donna. Non
per nulla, in sumerico ti designa sia la “costola” sia la “vita” trasmessa dalla donna. E questo ci conduce spontaneamente al quarto
termine che si intreccia intimamente con la quinta locuzione ed entrambi risuonano in Gen 2,24: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne».
È evidente che l’Adamo (in ebraico con l’articolo ha-’adam), protagonista del passo, è l’Uomo di tutti i tempi e di tutte le regioni del
nostro pianeta: egli con la sua donna dà origine a una nuova famiglia, definita appunto attraverso i due vocaboli che ora sottolineiamo. Da un lato, c’è il verbo dabaq, “unirsi”, che letteralmente raffigura una stretta sintonia, un attaccamento fisico e interiore, tant’è
vero che lo si adotta persino per descrivere l’unione mistica con
Dio: «Il mio essere si tiene stretto (dabaq) a te», canta l’orante del
Sal 63,9. Per questo san Paolo afferma che «chi si unisce a una prostituta forma con essa un solo corpo…, ma chi si unisce al Signore
forma con lui un solo spirito» (1Cor 6,16-17). Col verbo dabaq si
ha, quindi, l’atto sessuale sia nella sua dimensione corporea sia nella
sua celebrazione d’amore, di donazione totale della coppia. D’altro
lato, ecco appunto la formula finale “un’unica carne “ (basar ’ehad)
VII
che definisce visivamente quel dabaq e che apre il discorso forse
alla componente successiva della “casa” che stiamo innalzando: infatti, per l’esegeta tedesco Gerhard von Rad, l’“unica carne” è anche
il figlio che nascerà dai due e che porterà in sé, unendole, non solo
geneticamente, ma anche spiritualmente le due realtà dei suoi genitori.
Possiamo, allora, concludere il disegno delle fondamenta della
“casa”-famiglia con l’ultimo sguardo a questa coppia e al loro nome
che ci presenta le ultime due parole: la donna «la si chiamerà
’isshah , perché da ’ish [l’uomo] è stata tratta» (2,23). Non c’è bisogno di spiegare come l’autore sacro abbia voluto ricordarci che queste due persone che costituiscono la coppia sono uguali nella loro
dignità radicale, ma differenti nella loro identità individuale: ’ish è
l’uomo nella sua realtà specifica e ’isshah è lo stesso termine ma al
femminile, svelando così come la donna e l’uomo siano entrambi
persone umane, pur nella diversità dei loro generi sessuali. La pienezza dell’umanità è in questa uguaglianza fatta di reciprocità necessaria, dialogica e complementare. La persona umana è, quindi,
“duale” ed è così che realizza la sua autentica “identità”.
Abbiamo, dunque, inanellato un settenario di vocaboli che reggono
la base da cui sorge la famiglia, ossia la coppia: ‘ezer-aiuto indispensabile, che è ke-negdô, ci sta di fronte alla pari, simbolicamente
raffigurato nella “costola”, cioè nella stessa componente strutturale
dell’essere umano; l’uno e l’altra si abbracciano (dabaq), divenendo
“una carne unica” (basar ’ehad) e recando i nomi uguali ma non
identici di ’ish e di ’isshah. A suggello facciamo risuonare un appello intenso del Talmud, la grande raccolta della tradizione religiosa giudaica: «State molto attenti a far piangere una donna perché
Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo,
non dai piedi perché dovesse essere pestata, né dalla testa per essere
superiore, ma dal fianco per essere uguale, un po’ più in basso del
braccio per essere protetta, e dal lato del cuore per essere amata».
Nel cristianesimo, poi, questa unità d’amore riceve un suggello trascendente ulteriore che l’apostolo Paolo chiama “mistero” (Ef 5,32)
e la teologia “sacramento”. In modo illuminante il teologo martire
VIII
nente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati. Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere
spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è
importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di
fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano
vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa.
Grazie per il vostro impegno.
XXIX
liare incontriamo tante famiglie, notando nei conflitti di coppia una
più marcata difficoltà a perdonare e ad accettare il perdono, ma in
diversi casi abbiamo riscontrato il desiderio e la volontà di costruire
una nuova unione,qualcosa di duraturo, anche per i figli che nascono dalla nuova unione.
MANOEL ANGELO: Alcune di queste coppie di risposati vorrebbero riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i Sacramenti la loro delusione è grande. Si sentono esclusi, marchiati da
un giudizio inappellabile.
Queste grandi sofferenze feriscono nel profondo chi ne è coinvolto;
lacerazioni che divengono anche parte del mondo, e sono ferite anche nostre, dell'umanità tutta.
Santo Padre,sappiamo che queste situazioni e che queste persone
stanno molto a cuore alla Chiesa: quali parole e quali segni di speranza possiamo dare loro?
SANTO PADRE: Cari amici, grazie per il vostro lavoro di psicoterapeuti per le famiglie, molto necessario. Grazie per tutto quello che
fate per aiutare queste persone sofferenti. In realtà, questo problema
dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di
oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone
a sopportare la sofferenza di questo divorzio. Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire
fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il matrimonio, affinché le
famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel
loro cammino. E poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e
sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché
esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche
se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere
che anche così vivono pienamente nella Chiesa. Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permaXXVIII
del nazismo Dietrich Bonhoeffer così commenterà questo trapasso:
«Il matrimonio è più del vostro amore reciproco… Finché siete voi
soli ad amarvi, il vostro sguardo si limita nel riquadro isolato della
vostra coppia. Entrando nel matrimonio siete invece un anello della
catena di generazioni che Dio chiama al suo regno».
Le pareti di pietre vive
Quando san Pietro tratteggia «l’edificio spirituale» della comunità
ecclesiale, descrive le sue ideali pareti come costituite da líthoi zóntes, «pietre vive», che s’aggregano attorno alla «pietra viva» fondamentale che è Cristo (1Pt 2,4-5). Raccogliamo questa simbologia e
la applichiamo alla casa che stiamo innalzando, quella della famiglia. Anche nel Cantico dei cantici, che è per eccellenza il poema
dell’amore, si leva un “muro” al quale è appoggiato l’amato e questa
parete è detta in ebraico kotel (Ct 2,9), che è lo stesso termine con
cui oggi si denomina il muro del tempio di Gerusalemme davanti al
quale l’Israele prega il Signore. Ebbene, quali sono le “pietre vive”
che compongono le pareti della famiglia innalzandola verso l’alto,
l’oltre, il futuro? Sono i figli. È curioso notare che, statisticamente
parlando, la parola che ricorre più volte nell’Antico Testamento – al
di là delle congiunzioni, gli articoli, le preposizioni e gli avverbi, e
dopo il nome divino Jhwh (6828 volte) – è il vocabolo ben, “figlio”,
che risuona per 4929 volte!
Il legame di ben con la casa risulta diretto e intimo se si tiene conto
che il verbo “costruire, edificare” in ebraico è banah, e la rappresentazione più incisiva di questo vincolo stretto è nella miniatura poetica del Salmo 127: «Se il Signore non costruisce (banah) la casa, invano vi faticano i costruttori… Ecco eredità del Signore sono i figli
(ben), è un suo premio il frutto del grembo. Come frecce in mano a
un guerriero sono i figli (ben) avuti in giovinezza. Beato l’uomo che
ne ha colma la faretra: non sarà umiliato quando verrà alla porta a
trattare coi suoi nemici». Certamente il Salmo riflette una società di
stampo agrario ove le braccia per il lavoro nei campi e negli scontri
tribali erano decisive. La scena finale è tipicamente orientale: il padre, simile a uno sceicco, attorniato dalla sua folta e vigorosa prole,
IX
quasi fosse una guardia del corpo, incute timore quando si presenta alla porta davanti ai suoi avversari. Già nella Sapienza di
Ani, un testo egizio del XIII secolo a.C., si leggeva: «L’uomo i
cui figli sono numerosi è salutato rispettosamente e temuto a causa dei suoi figli». La pienezza della famiglia è tendenzialmente
affidata alla discendenza.
Tuttavia, per approfondire questo tema in chiave teologica, raccogliamo l’invito stesso di Cristo che spinge, per parlare della
famiglia, a risalire ap’ archés, “in principio”, e ritorniamo alla
Genesi, a un passo del primo racconto della creazione posto proprio in apertura alla Bibbia. Là si legge questa frase: «Dio creò
l’uomo a sua immagine, / a immagine di Dio lo creò / maschio e
femmina li creò» (1,27). Lo schema del parallelismo tipico della
letteratura semitica rivela che “immagine di Dio” ha come parallelo esplicativo proprio la coppia “maschio e femmina”. Dio, allora, è sessuato e accanto a lui si asside una compagna divina,
come l’Ishtar-Astarte babilonese? Ovviamente no, sapendo con
quanta nettezza la Bibbia rifiuti come idolatrica questa concezione diffusa tra gli indigeni Cananei della Terrasanta. Dio resta trascendente, ma è creatore e la fecondità della coppia umana è
“immagine” viva ed efficace dell’atto creativo divino, ne è un
segno visibile; la coppia che genera è la vera “statua” (non quella
di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce) che raffigura il Dio
creatore e salvatore.
L’amore fecondo è, perciò, il simbolo della realtà intima di Dio e
proprio per questo il racconto della Genesi, secondo la cosiddetta
“Tradizione Sacerdotale”, è tutto scandito sulle sequenze genealogiche (1,28; 2,4; 9,1.7; 10; 17,2.16; 25,11; 28,3; 35, 9.11;
47,27; 48,3-4): la capacità di generare della coppia umana è la
via sulla quale si snoda la storia della salvezza. Possiamo, anzi,
dire che l’intera Bibbia è per molti versi un’ininterrotta storia di
famiglie. È, però, da notare che, accanto all’“immagine” (selem),
si parla anche di “somiglianza” (demût), un modo per sottolineare
la non-identità totale fra divinità e umanità; esiste una distanza,
marcata proprio da questo secondo vocabolo: «Facciamo l’uomo
X
ranea, come aiutare le famiglie a vivere la festa secondo il cuore di
Dio?
SANTO PADRE: Grande questione, e penso di capire questo dilemma tra due priorità: la priorità del posto di lavoro è fondamentale, e
la priorità della famiglia. E come riconciliare le due priorità. Posso
solo cercare di dare qualche consiglio. Il I punto: ci sono imprese
che permettono quasi qualche extra per le famiglie – il giorno del
compleanno, eccetera – e vedono che concedere un po’ di libertà,
alla fine va bene anche per l’impresa, perché rafforza l’amore per il
lavoro, per il posto di lavoro. Quindi, vorrei invitare i datori di lavoro a pensare alla famiglia, a pensare anche ad aiutare affinché le due
priorità possano essere conciliate. II punto: mi sembra che si debba
naturalmente cercare una certa creatività, e questo non è sempre facile. Ma almeno, ogni giorno portare qualche elemento di gioia nella
famiglia, di attenzione, qualche rinuncia alla propria volontà per essere insieme famiglia, e di accettare e superare le notti, le oscurità
delle quali si è parlato anche prima, e pensare a questo grande bene
che è la famiglia e così, anche nella grande premura di dare qualcosa di buono ogni giorno, trovare una riconciliazione delle due priorità. E finalmente, c’è la domenica, la festa: spero che sia osservata in
America, la domenica. Mi sembra molto importante la domenica,
giorno del Signore e, proprio in quanto tale, anche “giorno dell’uomo”, perché siamo liberi. Questa era, nel racconto della Creazione,
l’intenzione originale del Creatore: che un giorno tutti siano liberi.
In questa libertà dell’uno per l’altro, per se stessi, si è liberi per Dio.
E così penso che difendiamo la libertà dell’uomo, difendendo la domenica e le feste come giorni di Dio e così giorni per l’uomo. Auguri a voi! Grazie.
5. FAMIGLIA ARAUJO (Famiglia brasiliana di Porto Alegre)
MARIA MARTA: Santità, come nel resto del mondo, anche nel nostro Brasile i fallimenti matrimoniali continuano ad aumentare.
Mi chiamo Maria Marta, lui è Manoel Angelo. Siamo sposati da 34
anni e siamo già nonni. In qualità di medico e psicoterapeuta faXXVII
Tuttavia, possiamo anche qui dire: cerchiamo che ognuno faccia il
suo possibile, pensi a sé, alla famiglia, agli altri, con grande senso di
responsabilità, sapendo che i sacrifici sono necessari per andare
avanti. Terzo punto: che cosa possiamo fare noi? Questa è la mia
questione, in questo momento. Io penso che forse gemellaggi tra
città, tra famiglie, tra parrocchie, potrebbero aiutare. Noi abbiamo
in Europa, adesso, una rete di gemellaggi, ma sono scambi culturali,
certo molto buoni e molto utili, ma forse ci vogliono gemellaggi in
altro senso: che realmente una famiglia dell’Occidente, dell’Italia,
della Germania, della Francia… assuma la responsabilità di aiutare
un’altra famiglia. Così anche le parrocchie, le città: che realmente
assumano responsabilità, aiutino in senso concreto. E siate sicuri: io
e tanti altri preghiamo per voi, e questo pregare non è solo dire parole, ma apre il cuore a Dio e così crea anche creatività nel trovare
soluzioni. Speriamo che il Signore ci aiuti, che il Signore vi aiuti
sempre!Grazie.
4. FAMIGLIA RERRIE (Famiglia statunitense)
JAY: Viviamo vicino a New York.
Mi chiamo Jay, sono di origine giamaicana e faccio il contabile.
Lei è mia moglie Anna ed è insegnante di sostegno.
E questi sono i nostri sei figli, che hanno dai 2 ai 12 anni. Da qui
può ben immaginare, Santità, che la nostra vita, è fatta di perenni
corse contro il tempo, di affanni, di incastri molto complicati...
Anche da noi, negli Stati Uniti, una delle priorità assolute è mantenere il posto di lavoro, e per farlo non bisogna badare agli orari, e
spesso a rimetterci sono proprio le relazioni famigliari.
ANNA: Certo non sempre è facile... L'impressione, Santità, è che le
istituzioni e le imprese non facilitano la conciliazione dei tempi di
lavoro coi tempi della famiglia.
Santità, immaginiamo che anche per lei non sia facile conciliare i
suoi infiniti impegni con il riposo.
Ha qualche consiglio per aiutarci a ritrovare questa necessaria armonia? Nel vortice di tanti stimoli imposti dalla società contempoXXVI
a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza» (1,26). Il mistero
di Dio ci trascende, ci precede e ci eccede.
Sta di fatto, però, che la relazione generativa umana diverrà l’analogia illuminante per scoprire il mistero di Dio: fondamentale al riguardo è la visione trinitaria cristiana che introduce in Dio un Padre,
un Figlio e lo Spirito d’amore. Dio-Trinità è comunione di amore e
la famiglia ne è il riflesso vivente. E come i tre umani, uomo-donnafiglio, sono “una cosa sola”, così Padre-Figlio-Spirito sono un unico
Dio. Le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate il 28 gennaio 1979,
durante il suo viaggio apostolico in Messico, sono illuminanti: «Il
nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una
famiglia, dal momento che ci sono in lui la paternità, la filiazione e
l’essenza della famiglia che è l’amore. Quest’amore, nella famiglia
divina, è lo Spirito Santo. Così, il tema della famiglia non è affatto
estraneo all’essenza divina». L’analogia trinitaria, come è noto, ha
poi una declinazione cristologico-ecclesiale da parte di san Paolo
riguardo al “mistero” dell’unione nuziale (Ef 5,21-33).
Infine, dobbiamo ricordare che sulle pareti di pietre vive della casa
familiare sono incise due epigrafi che delineano l’impegno vitale
morale dei suoi abitanti. Sono i due comandamenti capitali della famiglia. Da un lato, ecco il precetto nuziale della fedeltà: «Non commetterai adulterio» (Es 20,14), ricondotto da Cristo alla pienezza del
progetto divino originario dell’amore totale e indissolubile (Mt 5,2728; 19,3-9). D’altro lato, ecco il comandamento sociale: «Onora tuo
padre e tua madre» (Es 20,12), dove la figura paterno-materna incarna tutta la complessa rete delle relazioni sociali, essendo appunto la
famiglia la cellula germinale del tessuto comunitario. E naturalmente queste due ideali epigrafi ricevono il loro commento in tante pagine bibliche e in tanti insegnamenti del magistero ecclesiale sulla famiglia, a partire dalle celebri “tavole domestiche” paoline (Ef 5,216,9; Col 3,18-4,1)
Le tre stanze della “casa”“casa”-famiglia
Una casa è costituita da spazi diversi in cui si consuma l’esistenza
dei suoi abitanti. Noi ora evochiamo tre locali simbolici e lo facciaXI
mo in modo molto essenziale, consapevoli in realtà che in essi si
nascondono opere e giorni ora monotoni ora esaltanti. La prima è la
stanza del dolore. Aveva ragione Tolstoj quando, nel suo celebre
romanzo Anna Karenina, affermava che «le famiglie felici si somigliano tutte; le famiglie infelici sono infelici ciascuna a modo suo».
La Bibbia stessa ne è testimone costante, a partire dalla brutale violenza fratricida di Caino su Abele e dalle liti tra i figli e le spose degli stessi patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe, per passare poi alla
tragedia che insanguina la famiglia di Davide col figlio Assalonne
aspirante parricida, fino a giungere alle molteplici difficoltà che costellano quel mirabile racconto familiare che è il libro di Tobia o a
quell’amara confessione di Giobbe abbandonato e isolato: «I miei
fratelli si sono allontanati da me, persino i miei familiari mi sono
diventati estranei… Il mio alito fa schifo a mia moglie, faccio ribrezzo ai figli del mio grembo» (19, 13.17). Lo stesso Gesù nasce
all’interno di una famiglia di profughi, entra nella casa di Pietro ove
la suocera è malata, si lascia coinvolgere dal dramma della morte
nella casa di Giairo o in quella di Lazzaro, ascolta il grido disperato
della vedova di Nain o del padre dell’epilettico di un villaggio ai
piedi del monte della Trasfigurazione.
Nelle loro case incontra pubblicani come Matteo-Levi e Zaccheo, o
peccatrici come la donna che s’introduce nella casa di Simone il lebbroso; conosce le ansie e le tensioni delle famiglie travasandole nelle sue parabole: dai figli che lasciano le case per tentare l’avventura
(Lc 15,11-32) fino ai figli difficili dai comportamenti inspiegabili
(Mt 21,28-31) o a quelli vittima di violenza (Mc 12,1-9). E si interessa anche di nozze che corrono il rischio di diventare imbarazzanti
per assenza di vino o di ospiti (Gv 2,1-10; Mt 22,1-10), così come
conosce l’incubo per lo smarrimento di una moneta in una famiglia
povera (Lc 15,8-10). Si potrebbe continuare a lungo nel descrivere
la vastità della stanza del dolore, naturalmente giungendo fino ai
nostri giorni quando le pareti domestiche registrano spesso la decostruzione dell’intero edificio familiare in una sorta di terremoto. La
lista delle antiche lacerazioni dei divorzi, ribellioni, infedeltà, aborti
e così via si allarga a nuovi fenomeni socio-culturali come l’indiviXII
glie che si appoggiano l’una all’altra, è molto importante e solo così,
in questo coinvolgimento della comunità, degli amici, della Chiesa,
della fede, di Dio stesso, cresce un vino che va per sempre. Auguri a
voi!
3. FAMIGLIA PALEOLOGOS (Famiglia greca)
NIKOS: Kalispera! Siamo la famiglia Paleologos. Veniamo da Atene. Mi chiamo Nikos e lei è mia moglie Pania. E loro sono i nostri
due figli, Pavlos e Lydia.
Anni fa con altri due soci, investendo tutto ciò che avevamo, abbiamo avviato una piccola società di informatica.
Al sopravvenire dell'attuale durissima crisi economica, i clienti sono
drasticamente diminuiti e quelli rimasti dilazionano sempre più i
pagamenti. Riusciamo a malapena a pagare gli stipendi dei due dipendenti, e a noi soci rimane pochissimo: così che, per mantenere le
nostre famiglie, ogni giorno che passa resta sempre meno. La nostra
situazione è una tra le tante, fra milioni di altre. In città la gente gira
a testa bassa; nessuno ha più fiducia di nessuno, manca la speranza.
PANIA: Anche noi, pur continuando a credere nella provvidenza,
facciamo fatica a pensare ad un futuro per i nostri figli.
Ci sono giorni e notti, Santo Padre, nei quali viene da chiedersi come fare a non perdere la speranza. Cosa può dire la Chiesa a tutta
questa gente, a queste persone e famiglie senza più prospettive?
SANTO PADRE: Cari amici, grazie per questa testimonianza che
ha colpito il mio cuore e il cuore di noi tutti. Che cosa possiamo rispondere? Le parole sono insufficienti. Dovremmo fare qualcosa di
concreto e tutti soffriamo del fatto che siamo incapaci di fare qualcosa di concreto. Parliamo prima della politica: mi sembra che dovrebbe crescere il senso della responsabilità in tutti i partiti, che non
promettano cose che non possono realizzare, che non cerchino solo
voti per sé, ma siano responsabili per il bene di tutti e che si capisca
che politica è sempre anche responsabilità umana, morale davanti a
Dio e agli uomini. Poi, naturalmente, i singoli soffrono e devono
accettare, spesso senza possibilità di difendersi, la situazione com’è.
XXV
altro modello di matrimonio dominante, come adesso: spesso il matrimonio era in realtà un contratto tra clan, dove si cercava di conservare il clan, di aprire il futuro, di difendere le proprietà, eccetera.
Si cercava l’uno per l’altro da parte del clan, sperando che fossero
adatti l’uno all’altro. Così era in parte anche nei nostri paesi. Io mi
ricordo che in un piccolo paese, nel quale sono andato a scuola, era
in gran parte ancora così. Ma poi, dall’Ottocento, segue l’emancipazione dell’individuo, la libertà della persona, e il matrimonio non è
più basato sulla volontà di altri, ma sulla propria scelta; precede
l’innamoramento, diventa poi fidanzamento e quindi matrimonio. In
quel tempo tutti eravamo convinti che questo fosse l’unico modello
giusto e che l’amore di per sé garantisse il «sempre», perché l’amore è assoluto, vuole tutto e quindi anche la totalità del tempo: è «per
sempre». Purtroppo, la realtà non era così: si vede che l’innamoramento è bello, ma forse non sempre perpetuo, così come è il sentimento: non rimane per sempre. Quindi, si vede che il passaggio
dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio esige diverse decisioni, esperienze interiori. Come ho detto, è bello questo
sentimento dell’amore, ma deve essere purificato, deve andare in un
cammino di discernimento, cioè devono entrare anche la ragione e
la volontà; devono unirsi ragione, sentimento e volontà. Nel Rito
del Matrimonio, la Chiesa non dice: «Sei innamorato?», ma «Vuoi»,
«Sei deciso». Cioè: l’innamoramento deve divenire vero amore
coinvolgendo la volontà e la ragione in un cammino, che è quello
del fidanzamento, di purificazione, di più grande profondità, così
che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue capacità, con il discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: «Sì, questa è la mia
vita». Io penso spesso alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un
secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore
definitivo che diventi realmente «secondo vino» è più bello, migliore del primo vino. E questo dobbiamo cercare. E qui è importante
anche che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche
la comunità della parrocchia, la Chiesa, gli amici. Questo, tutta la
personalizzazione giusta, la comunione di vita con altri, con famiXXIV
dualismo, la privatizzazione, i sorprendenti e non di rado sconcertanti percorsi bioetici della fecondazione in vitro, dell’utero in affitto, della coppia omosessuale e delle relative adozioni, delle teorie
sul “gender”, della clonazione, della monogenitorialità, della pornografia e via dicendo.
Una lista di realtà che scuote l’impianto tradizionale della famiglia e
che rende la casa un qualcosa di “liquido”, plasmabile in forme molli e mutevoli che impongono continue riflessioni di natura culturale,
sociale ed etica. Noi ci fermiamo qui, affidando ad altri questa visita
ardua allo spazio delle difficoltà e degli interrogativi, uno spazio dai
confini incerti che lo rendono contenitore di “mondovisioni” diverse, di veri e propri “multiversi” incontenibili. Accanto, però, troviamo subito un altro locale ove ferve l’opera umana, ma che, purtroppo, non di rado ai nostri giorni si fa deserto e sembra aprire le sue
porte quasi automaticamente alla camera della sofferenza appena
descritta. Parliamo, infatti, della stanza del lavoro. Nel progetto divino della creazione da cui siamo partiti l’uomo era invitato a
“prendere possesso” (kabash) e a “governare” (radah) il creato, simbolicamente rappresentato come un giardino ricco, fertile e popoloso: «Riempite la terra, prendetene possesso e governate i pesci del
mare, gli uccelli del cielo e ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gen 1,28).
Anzi, si ribadiva – usando in ebraico i verbi stessi del culto e dell’alleanza con Dio, ‘abad e shamar, “servire” e “osservare” – che «il
Signore Dio prese l’uomo e lo collocò nel giardino di Eden, perché
lo coltivasse (‘abad) e lo custodisse (shamar)» (2,15). Dopo tutto, la
stessa rappresentazione del Creatore è quella di un lavoratore che
opera (bara’, “creare”, è il verbo dell’artigiano) per una settimana
lavorativa di sei giorni (1,1), o anche di un pastore (Sal 23) o di un
contadino (Sal 65,10-14), o di un tessitore o di un vasaio che modella il suo capolavoro tessile o fittile (Gen 2,7; Ger 18,6; Sal 139, 1316; Gb 10,8-11). Egli nella sua opera di creazione non è certo simile
a un guerriero distruttore come si aveva, invece, nelle antiche cosmologie del Vicino Oriente. È in questa luce che il Salmista dipinge un delizioso interno familiare che ha al centro una festosa tavolaXIII
ta ove è assiso il padre che può nutrire se stesso, la sua sposa, comparata a una vite feconda, e i figli, vigorosi virgulti d’olivo, attraverso «la fatica delle sue mani» (Sal 128, 2-3). È una felicità che nasce
dall’impegno pesante del lavoro (labor in latino è anche “travaglio”,
come nel francese travail, e deriva dalla radice indoeuropea labhche designa un “afferrare” per trasformare).
È una serenità che dilaga anche nella società e nelle generazioni future: «Possa tu vedere il bene di Gerusalemme… Possa tu vedere i
figli dei tuoi figli!» (128, 5-6). Il lavoro, infatti, è un dono divino,
come suggerisce il Salmo precedente, il 127, quello del padre e dei
figli a cui abbiamo già accennato: «Se il Signore non vigila sulla
città…, invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare,
voi che mangiate un pane di fatica» (127,2). Ne è consapevole anche la materfamilias il cui ritratto suggella il libro dei Proverbi, donna sapiente e fedele a Dio il cui lavoro è celebrato in tutti i particolari quotidiani, così da attirarsi la lode del marito e dei figli (31,1031). Lo stesso apostolo Paolo sarà orgoglioso dell’aver vissuto senza
esser di peso a nessuno con l’opera delle sue mani, tanto da imporre
la regola ferrea: «Chi non lavora neppure mangi» (2Ts 3,7-12: cf. At
18,3).
Detto questo, si comprende che la disoccupazione e la precarietà si
trasformano in sofferenza, come si registra nel delicato ed emozionante libretto di Rut e come ricorda Gesù nella parabola dei lavoratori a giornata, seduti in ozio forzato nella piazza del villaggio (Mt
20,1-16), o come egli sperimenta nel fatto stesso di essere circondato spesso da miserabili e da affamati, così come era accaduto al profeta Elia che si era trovato davanti una vedova col figlio sfiniti dalla
fame (1Re 17,7-18). È ciò che la società contemporanea sta vivendo
in modo talora tragico e questa assenza di lavoro si trasforma in un
vero e proprio attentato alla solidità della “casa”-famiglia. Non bisogna neppure dimenticare la degenerazione che il peccato introduce nella società, quando l’uomo si comporta da tiranno nei confronti
della natura, devastandola, sfruttandola egoisticamente e brutalmente, secondo norme dispotiche, così da rendere il lavoro una cupa
alienazione, segnata dal sudore personale, dalla desertificazione del
XIV
povertà. Ma questo amore reciproco che c’era tra di noi, questa
gioia anche per cose semplici era forte e così si potevano superare e
sopportare anche queste cose. Mi sembra che questo fosse molto
importante: che anche cose piccole hanno dato gioia, perché così si
esprimeva il cuore dell’altro. E così siamo cresciuti nella certezza
che è buono essere un uomo, perché vedevamo che la bontà di Dio
si rifletteva nei genitori e nei fratelli. E, per dire la verità, se cerco
di immaginare un po’ come sarà in Paradiso, mi sembra sempre il
tempo della mia giovinezza, della mia infanzia. Così, in questo contesto di fiducia, di gioia e di amore eravamo felici e penso che in
Paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia gioventù. In
questo senso spero di andare «a casa», andando verso l’«altra parte
del mondo».
2. SERGE RAZAFINBONY E FARA ANDRIANOMBONANA
(Coppia di fidanzati dal Madagascar):
SERGE: Santità, siamo Fara e Serge, veniamo dal Madagascar. Ci
siamo conosciuti a Firenze dove stiamo studiando, io ingegneria e
lei economia. Siamo fidanzati da quattro anni e non appena laureati
sogniamo di tornare nel nostro Paese per dare una mano alla nostra
gente, anche attraverso la nostra professione.
FARA: I modelli famigliari che dominano l'Occidente non ci convincono, siamo consci che molti tradizionalismi dell’Africa vadano
in qualche modo superati. Siamo fatti l'uno per l'altro; per questo
vogliamo sposarci e costruire un futuro insieme. Vogliamo che ogni
aspetto della nostra vita sia orientato dai valori del Vangelo.
Ma parlando di matrimonio, Santità, c'è una parola che più d'ogni
altra ci attrae e allo stesso tempo ci spaventa: il «per sempre»…
SANTO PADRE: Cari amici, grazie per questa testimonianza. La
mia preghiera vi accompagna in questo cammino di fidanzamento e
spero che possiate creare, con i valori del Vangelo, una famiglia
«per sempre». Lei ha accennato a diversi tipi di matrimonio: conosciamo il «mariage coutumier» dell’Africa e il matrimonio occidentale. Anche in Europa, per dire la verità, fino all’Ottocento, c’era un
XXIII
LE DOMANDE DELLE FAMIGLIE,
LE RISPOSTE DEL PAPA
1. CAT TIEN (bambina dal Vietnam):
nam) Ciao, Papa. Sono Cat Tien,
vengo dal Vietnam.
Ho sette anni e ti voglio presentare la
mia famiglia. Lui è il mio papà, Dan e
la mia mamma si chiama Tao, e lui è
il mio fratellino Binh.
Mi piacerebbe tanto sapere qualcosa
della tua famiglia e di quando eri piccolo come me…
SANTO PADRE: Grazie, carissima,
e ai genitori: grazie di cuore. Allora,
hai chiesto come sono i ricordi della mia famiglia: sarebbero tanti!
Volevo dire solo poche cose. Il punto essenziale per la famiglia era
per noi sempre la domenica, ma la domenica cominciava già il sabato pomeriggio. Il padre ci diceva le letture, le letture della domenica, da un libro molto diffuso in quel tempo in Germania, dove erano
anche spiegati i testi. Così cominciava la domenica: entravamo già
nella liturgia, in atmosfera di gioia. Il giorno dopo andavamo a
Messa. Io sono di casa vicino a Salisburgo, quindi abbiamo avuto
molta musica – Mozart, Schubert, Haydn – e quando cominciava il
Kyrie era come se si aprisse il cielo. E poi a casa era importante,
naturalmente, il grande pranzo insieme. E poi abbiamo cantato molto: mio fratello è un grande musicista, ha fatto delle composizioni
già da ragazzo per noi tutti, così tutta la famiglia cantava. Il papà
suonava la cetra e cantava; sono momenti indimenticabili. Poi, naturalmente, abbiamo fatto insieme viaggi, camminate; eravamo vicino
ad un bosco e così camminare nei boschi era una cosa molto bella:
avventure, giochi eccetera. In una parola, eravamo un cuore e un’anima sola, con tante esperienze comuni, anche in tempi molto difficili, perché era il tempo della guerra, prima della dittatura, poi della
XXII
suolo (Gen 3,17-19) e dagli squilibri economico-sociali contro i
quali si leverà forte e chiara la denuncia costante dei profeti, a cominciare da Elia (1Re 21) e Amos per giungere fino allo stesso Gesù
(ad es. Lc 12,13-21; 16,1-31). L’arricchimento sfrenato, fonte di ingiustizie, è alla fine un’idolatria, come scriveva il teologo Paul
Beauchamp, nella sua opera La legge di Dio: «O l’uomo adora Dio
perché è Dio che lo ha fatto, o l’uomo adora l’idolo perché è lui
stesso ad averlo fatto. Io adoro colui che mi ha fatto o adoro colui
che ho fatto… L’idolatria colpisce il lavoro, come certe malattie
colpiscono più alcuni organi che altri».
La stanza della festa
C’è, però, una terza e ultima camera della nostra “casa” simbolica: è
la stanza della festa e della gioia familiare. Essa, come suggeriva il
filosofo Soeren Kierkegaard, deve avere la porta che «si apre verso
l’esterno così che può essere richiusa solo andando fuori da se stessi». E comunicare con l’esterno può essere complesso e faticoso
perché si presentano fenomeni inediti come la globalizzazione, la
civiltà digitale con la sua rete che avvolge il globo, il fermento della
scienza che non teme di inoltrarsi lungo sentieri d’altura come nel
caso delle neuroscienze e delle biotecnologie, l’incontro con volti
diversi e il cosiddetto “meticciato” delle culture e via elencando.
Questa molteplicità d’esperienze è, però, feconda e può arricchire la
festa della famiglia, qualora essa sappia custodire nel dialogo la sua
identità cristiana in forma non aggressiva e integralistica, ma sappia
anche non stingersi e scolorirsi in un generico e vago sincretismo.
Bisogna, quindi, ricordare che l’ingresso in questa stanza solare avviene non di rado dopo una lunga attesa e un’intensa preparazione,
come affermava in modo suggestivo nel suo Diario lo scrittore francese Jules Renard: «Se si vuol costruire la casa della felicità, ci si
deve ricordare che la stanza più grande dev’essere la sala d’attesa».
Questo spazio gioioso è collegato e adiacente al locale del lavoro. A
questo proposito è significativo ancora una volta il racconto d’apertura della creazione secondo la Genesi. In quella pagina emerge un
elemento simbolico dialettico che raccorda appunto lavoro e festa.
XV
L’uomo è considerato il vertice della creazione: non è solo una realtà
“bella/buona” (tôb) come le altre creature, ma è “molto bella/
buona” (Gen 1,31). Eppure egli è creato il sesto giorno e il sei, nella
simbologia numerica biblica, è indizio di imperfezione, essendo il
sette il segno della pienezza. L’uomo è, quindi, prigioniero del limite
temporale, spaziale, fisico e metafisico. Tuttavia, può evadere dal carcere della sua natura creaturale e della stessa ferialità: lo fa quando
celebra il sabato, il settimo giorno, la festa, la liturgia, la preghiera.
Quel giorno, infatti, è il tempo di Dio, l’orizzonte trascendente in cui
egli “riposa” nella pienezza della sua gloria. Per questo, il sabato è
tratteggiato dalla Genesi come un tempio che viene “benedetto” e
“consacrato”: «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (2,3),
rendendolo la sede della vita piena e perfetta, il tempio nel tempo,
scandito dall’eternità.
L’uomo e la donna, quando celebrano la liturgia festiva, entrano nel
tempio/tempo eterno divino. Come scriveva il pensatore mistico
ebreo Abraham J. Heschel nel suo noto testo sul Sabato (1951), «per
sei giorni viviamo sotto la tirannia delle cose dello spazio; il sabato ci
mette in sintonia con la santità del tempo. In questo giorno siamo
chiamati a partecipare a ciò che è eterno nel tempo, a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione, dal mondo della
creazione alla creazione del mondo». In questa linea è significativo
registrare nella duplice redazione del Decalogo la diversa motivazione che giustifica la festa sabbatica. Da un lato, in Dt 5,12-15 si sottolinea l’uscita dal regime del lavoro feriale, rievocando la liberazione
dall’alienazione dell’oppressiva schiavitù egizia; d’altro lato, in Es
20,8-11 si celebra l’ingresso nel riposo perfetto ed eterno del settimo
giorno “benedetto e consacrato” da Dio dopo i sei giorni della creazione. La festa è, quindi, liberazione dal limite e partecipazione all’eternità, è comunione con Dio che strappa la creatura umana dal sesto
giorno e la introduce nella festa del settimo ove essa “riposa” come
Dio.
È per questo che la Lettera agli Ebrei dipinge la vita eterna come un
sabato senza fine, non più compresso dalla fuga del tempo né occupato dagli idoli terreni o striato dal peccato umano (3,7 – 4,11). È per
XVI
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XXI
il quale metteva in bocca a Dio padre questo soliloquio familiare
che immaginiamo di intravedere anch’esso da una delle finestre della nostra “casa” simbolica: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho
amato… Gli insegnavo a camminare tenendolo per mano… Lo attiravo con legami di tenerezza, con vincoli d’amore. Ero come chi
solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da
mangiare» (Os 11,1-4). Con quest’ultimo sguardo che intreccia fede
e amore, grazia e impegno, famiglia umana e Trinità divina, contempliamo per l’ultima volta la casa che la Parola di Dio affida alle
mani dell’uomo, della donna e dei figli perché compongano «una
comunione di persone, segno e immagine della comunione del Padre
e del Figlio nello Spirito Santo. La sua attività procreatrice ed educativa è il riflesso dell’opera creatrice del Padre. La famiglia è chiamata a condividere la preghiera e il sacrificio di Cristo. La preghiera
quotidiana e la lettura della Parola di Dio corroborano in essa la carità» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2205).
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XX
questo che l’apocrifo giudaico Vita di Adamo ed Eva afferma che «il
settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro». È
per questo che la festa primaria dell’Israele biblico, la Pasqua, è di
sua natura familiare ed è collocata nello spazio della tenda domestica (Es 12): essa è la celebrazione dell’uscita-esodo dal lavoro oppressivo imposto dal faraone ed è l’avvio dell’ingresso nella terra
promessa che diventa un simbolo della patria celeste, come appare
esplicitamente nella trama sia del Libro della Sapienza sia dell’Apocalisse.
È per questo, come si è già ricordato in apertura, che la celebrazione
eucaristica delle origini cristiane aveva come sede proprio la ecclesia domestica e come contorno il convito familiare (1Cor 11,17-33).
Era là che i genitori diventavano i primi araldi della fede per i loro
figli. Già nell’antico Israele la famiglia era il luogo della catechesi: è
ciò che brilla nel racconto della celebrazione pasquale e che sarà
esplicitato nella haggadah giudaica, ossia nella “narrazione” dialogica che accompagna il rito pasquale. Anzi, il Salmo 78 esalta l’annuncio familiare della fede: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i
nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri
figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti
del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto. Ha stabilito un
insegnamento in Giacobbe, ha posto una legge in Israele, che ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli, perché la conosca la generazione futura, i figli che nasceranno. Essi poi si alzeranno a raccontarlo ai loro figli, perché ripongano in Dio la loro fiducia
e non dimentichino le opere di Dio, ma custodiscano i suoi comandi» (78, 3-7).
Pertanto, la festa autentica non è né un orizzonte vuoto e inerte, come Tacito bollava il sabato degli Ebrei, né è un mero week-end, ma
è un evento positivo, è segno di una trascendenza resa disponibile
alla creatura, è dono di una comunione con Dio, è la requies aeterna
che i cristiani augurano ai loro defunti e che è già pregustata nella
liturgia terrena del “giorno del Signore”, la “domenica” (Ap 1,10).
Possiamo, dunque, affermare con Benedetto XVI che «il lavoro e la
festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condiXVII
zionano le scelte, influenzano le relazioni tra coniugi e tra i genitori
e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la
Chiesa. La Sacra Scrittura (cfr. Gen 1-2) ci dice che la famiglia, il
lavoro e il giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci
a vivere un’esistenza pienamente umana».
Queste parole del Papa, desunte dalla Lettera per il VII Incontro
Mondiale delle Famiglie, riassumono la nostra visita ideale nella
sala della festa che si apre nella casa simbolica che abbiamo descritto. Ricorrendo al celebre motto benedettino, possiamo dire che il
labora dell’impegno feriale si deve aprire all’ora della liturgia festiva, conservando comunque l’unità dell’Ora et labora settimanale.
La porta della “casa”-famiglia si spalanca, quindi, anche sull’altro
versante del monte ove essa è posta, un versante illuminato dal sole
dell’eternità e dell’infinito. Detto in altri termini, la stanza della festa ha davanti a sé una terrazza che s’affaccia sul cielo e sul futuro
escatologico, quando tutte le tribù di Israele e «una moltitudine immensa e innumerevole di ogni nazione, famiglia, popolo e lingua
staranno tutte in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolte
in vesti candide, con rami di palma nelle loro mani» (cf. Ap 7,4-9).
Sarà, quindi, la liturgia perfetta, la festa eterna, il futuro definitivo
che era prefigurato proprio dai figli che evocavano nella storia la
novità, l’alterità, la continuità temporale, l’attesa, la progettualità. A
quella “immortalità” affidata alle generazioni che si distendono nel
tempo succede ora la vera e piena immortalità, la pasqua che non ha
tramonto: «in quel giorno non vi sarà né luce né freddo né gelo, sarà
un unico giorno, solo il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né
notte e verso sera risplenderà la luce… La città non avrà bisogno
della luce del sole né della luce della luna, la gloria di Dio la illuminerà e la sua lampada sarà l’Agnello» (Zc 14, 6-7; Ap 21,23). Allora
si chiuderà per sempre la “stanza del dolore” perché Dio
«asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né
lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).
Mentre contempliamo la “casa”-famiglia che dovremmo erigere nella nostra storia sulla scia del desiderio che Dio ha espresso nelle
XVIII
Scritture, risuona un’ultima parola: è quella della speranza, virtù
molto realistica, come affermava il poeta francese Charles Péguy
che ad essa ha dedicato un poemetto, Il portico del mistero della
seconda virtù (1911): «È sperare la cosa difficile / a voce bassa e
vergognosamente. / E la cosa facile è disperare / ed è la grande tentazione». Certo, è arduo edificare e tener salda questa casa, come
ripeteva il grande Montaigne nei suoi Saggi, perché «governare una
famiglia è poco meno difficile che governare un regno». Eppure,
l’amore fiducioso e generoso può compiere miracoli. Persino un
pessimista come il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, nella sua
amara Casa di bambola (1879), non esitava a riconoscere – sia pure
al negativo – che «la vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza
quando si fonda solo sul principio dell’io ti do e tu mi dai». Cristo
ha introdotto, invece, quest’altro principio: «Non c’è amore più
grande di colui che dà la vita per la persona che ama» (Gv 15,13),
varcando così la stessa legge, pur alta, dell’«amare il prossimo come
se stessi».
Immaginiamo, allora, di intuire in finale, in una stanza della nostra
casa simbolica, quel delizioso quadretto che il Salmista ha abbozzato soltanto con 11 vocaboli in un testo composto di sole 30 parole
ebraiche. È il Sal 131 che introduce nella famiglia e nella fede quella virtù che ai nostri giorni è brutalmente ignorata, la tenerezza. Come accade altrove nella Bibbia (ad es. Es 4,22; Is 49,15; Sal 27,10),
il legame tra il fedele e il suo Signore è modellato sul rapporto genitoriale. Qui è la dolce e tenera intimità che intercorre tra una madre
e il suo bambino. Non si tratta, però, di un neonato che, dopo essere
stato allattato, dorme placido tra le braccia della sua mamma, bensì
– come esplicita il vocabolo ebraico gamûl – è di scena un bimbo
“svezzato” che s’attacca consapevolmente alla madre che lo porta
sul dorso, in una relazione di intimità cosciente e non meramente
biologica.
Canta, dunque, il Salmista: «Io ho l’anima mia distesa e tranquilla;
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo
svezzato è in me l’anima mia» (131,2). In dissolvenza potremmo far
scorrere un’altra scenetta parallela, quella di un padre profeta, Osea,
XIX
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