produzione, sia anche perché, non essendo sottoposti a lunghi trasporti, né a interminabili stoccaggi in celle frigo, né a manipolazioni industriali i prodotti che vengono acquistati nella Bottega non incidono sull’inquinamento atmosferico. Conclusioni Un viaggio di studio all’interno del VII incontro mondiale delle famiglie, con tre sessioni plenarie, due visite guidate alle aziende agricole lombarde, un incontro con i dirigenti delle Federazione regionale, sono il risultato di un evento che ha messo insieme riflessioni, testimonianze ed esperienze. Famiglia, festa, lavoro, tre benedizioni, tre doni di Dio, tre dimensioni del vivere che concorrono a formare l’identità, lo sviluppo e la felicità dell’uomo. Il Consigliere Ecclesiastico Padre Renato Gaglianone, dopo aver ringraziato il Presidente Nazionale Marini per aver sostenuto questa visita a Milano, ha espresso la sua gratitudine alla Federazione Regionale per l’organizzazione della tre giorni lombarda dei consiglieri ecclesiastici regionali di Coldiretti. Saluta infine i consiglieri partecipanti, ringraziandoli per la fattiva e fruttuosa collaborazione. Il Consigliere Ecclesiastico Regionale del Friuli Carissimi, il dossier di questo numero attinge al VII incontro mondiale della Famiglia al quale alcuni di noi hanno avuto la fortuna di partecipare. Relazioni, eventi e celebrazioni non si sono elevate al di sopra della quotidianità. E’ stata la quotidianità che ha illuminato il tutto e reso prezioso quell’evento di Chiesa. Un passaggio per invogliarvi ad attingere all’enorme mole di documenti resi disponibili dai relatori e dallo stesso Pontificio Consiglio per la Famiglia. Il nostro “foglio” vi offre solo un assaggio nella certezza che “l’appetito vien mangiando”. Nel verbale, in Appendice, di Mons. Paolo Bonetti, vi è parecchio materiale per incuriosirvi. Ravasi scrive: “… si comprende che la disoccupazione e la precarietà si trasformano in sofferenza, come si registra nel delicato ed emozionante libretto di Rut e come ricorda Gesù nella parabola dei lavoratori a giornata, seduti in ozio forzato nella piazza del villaggio (Mt 20,1-16), o come egli sperimenta nel fatto stesso di essere circondato spesso da miserabili e da affamati, così come era accaduto al profeta Elia che si era trovato davanti una vedova col figlio sfiniti dalla fame (1Re 17,718). È ciò che la società contemporanea sta vivendo in modo talora tragico e questa assenza di lavoro si trasforma in un vero e proprio attentato alla solidità della “casa”-famiglia.” Mons. Paolo Bonetti Il “foglio” si sofferma, anche sull’udienza privata concessa dal Santo Padre ai dirigenti della Coldiretti e c’è spazio per la giornata della Salvaguardia del Creato. Giornata sempre più identitaria per la Coldiretti. Buona lettura. Padre Renato 28 1 IN QUESTO NUMERO EDITORIALE BACHECA • Messaggio per la 7^ giornata per la salvaguardia del creato NEWS • 7^ Giornata per la salvaguardia del Creato Rocca di Papa - Castelgandolfo 22-23 settembre 2012 Programma • • • Nuovi Consiglieri Ecclesiastici Indirizzo di saluto al Santo Padre Benedetto XVI del dott. Sergio Marini Presidente della Coldiretti Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai partecipanti all’Assemblea nazionale della Confederazione Nazionale Coldiretti DOSSIER • La famiglia tra opera della creazione e festa della salvezza Card. Gianfranco RAVASI • • • Le domande delle famiglie, le risposte del Santo Padre Omelia del Santo Padre alla Messa di Bresso Relazioni al VII incontro mondiale delle famiglie APPENDICE • Verbale Viaggio Studio Consiglieri Ecclesiastici Regionali Coldiretti 29 Maggio - 3 Giugno 2012 2 consumatori possono trovare tutti i giorni i prodotti della Filiera Agricola Italiana, garantiti e certificati: frutta e verdura di stagione, carne, vini, conserve, latte, yogurt, miele, la “Pasta delle Donne”, confetture, biscotti, grissini, prosciutti, formaggi di capra, formaggi di latte vaccino e biologici, salumi tradizionali e salumi senza glutine, succhi di frutta, tisane, birre agricole, grappe, farine, riso, polenta, salsa di pomodoro, olio di oliva extravergine, insalate e zuppe pronte al consumo. Un punto di vendita diretta organizzata in cui si vende esclusivamente l’assortimento completo della Filiera Agricola Italiana con il marchio Campagna Amica, con prodotti agricoli provenienti da campi e allevamenti italiani e venduti direttamente da un soggetto amico, il Consorzio Produttori di Campagna Amica. Nella Bottega di Campagna Amica, pur non essendoci la presenza fisica costante dei produttori, permangono tutti i vantaggi della vendita diretta: prodotto sicuro, di origine certificata con la qualità al giusto prezzo. Una bottega a filiera corta, in cui trovare i prodotti che nascono dall’arte degli agricoltori nel coltivare la terra, trasformare i suoi frutti e allevare animali. Prodotti scelti per il loro basso impatto ambientale, rispetto per la biodiversità, prezzi giusti e trasparenti. Un progetto di Coldiretti ispirato ai principi di Campagna Amica. Inoltre, provenienza, categoria e varietà di ogni singolo prodotto sono sempre chiaramente evidenziate, per assicurare la massima trasparenza. Sono tanti i fattori che determinano la qualità di quello che mangiamo. Prima di tutto l’origine. Fare la spesa nelle Botteghe Campagna Amica significa un’ alimentazione fatta di prodotti agricoli locali, freschi e gustosi che rispettano le tradizioni culinarie, seguendo il ritmo delle stagioni. Francesco Goffredo della Federazione Regionale ha concluso che la Bottega è una scommessa interaziendale, tenendo conto che il clima, la natura e la nostra millenaria storia enogastronomica, offrono un patrimonio alimentare unico al mondo. Dire: “io mangio italiano” è un privilegio grazie a Campagna Amica. Con la vendita diretta dei prodotti della Filiera Italiana ci guadagna il gusto, la genuinità e la freschezza, ma ci guadagna anche l’ambiente. Sia per i 27 carne e che ci ha confermato la validità e l’efficacia della multifunzionalità della nuova agricoltura. EDITORIALE Quale bellezza salverà il mondo? Venerdì 1 giugno Dopo la celebrazione delle Lodi e della S.Messa nella cappella dell’Oasi, presso la Fiera di Milano City, abbiamo ascoltato le relazioni della terza e ultima sessione dell’incontro mondiale delle famiglie con la relazione della antropologa e teologa Blanca Castilla de Cortazar, insegnante a Madrid. L’uomo post moderno – ha detto la relatrice – ha guadagnato il tempo libero ma ha perso il senso della festa. C’è un giorno dove c’è posto per la contemplazione, la gratitudine, per l’adorazione nel quale si ferma il tempo per unirsi con l’eternità. Ma è anche un giorno per stare con i propri cari, per gioire con loro in sintonia con la famiglia divina, casa della festa, un modello cui guardare con speranza. La famiglia è il luogo per la festa, dove si impara a vivere, donare felicità. Il Cardinale Sean O’Mallej, arcivescovo di Boston ricorda che la chiesa è sorta attorno all’Eucarestia e che senza l’Eucarestia della domenica noi perdiamo la nostra identità. Bisogna ritornare a insegnare a celebrare insieme l’Eucarestia perché l’amore di Cristo non sia mai separato dalla nostra vita. La famiglia, ha concluso il relatore, conserva un posto cruciale nella trasmissione della fede. In famiglia e come famiglia vanno vissute e condivise la messa e la mensa. E’ la famiglia la prima e la migliore scuola, dove si impara la bellezza e la vitalità della festa cristiana. Impariamo ad essere cristiani come si impara una lingua. Per questo la domenica ha salvato e mantenuto unito il popolo e ridurla a giorno di evasione è la strada sicura per l’asfisia spirituale anche per il nostro tempo. Nel pomeriggio il programma prevedeva il trasferimento in Cascina Cuccagna, per la visita alla Bottega di Campagna Amica, recentemente inaugurata. Nel cuore del centro cittadino, nascosta tra i palazzi di Corso Lodi, alle spalle di Porta Romana, si trova questa Cascina a Milano sin dal 1695, una delle più antiche cascine agricole milanesi. E’ un modo nuovo di fare la spesa dove i Il 3 settembre si sono celebrate a Milano le esequie del Card. Martini l'uomo del dialogo e un formidabile servitore del Vangelo (Benedetto XVI). Vi propongo di ricordarlo attraverso il richiamo ad una sua lettera pastorale indirizzata alla Chiesa Ambrosiana 8 settembre 1999: “Quale bellezza salverà il mondo?”, che fa riferimento all'Icona della Trasfigurazione. Egli la presentava cosi: “Carissimi, consegnandovi la Lettera Pastorale dell'Arcivescovo desidero salutare ufficialmente tutti voi dopo il periodo delle ferie estive e all'inizio del nuovo anno (...). Nel mio cuore ci sono dei propositi per vivere il nuovo anno, e credo che ci siano anche nel vostro: prego il Signore che ci faccia incontrare sempre sulle vie della pace e della comprensione reciproca per svolgere bene il servizio che ci ha affidato.” Martini non nasconde la “fatica” nell'elaborarla. Come sua consuetudine, prima di proporre “percorsi formativi e operativi”, li viveva in prima persona. In ciò stava la forza della sua credibilità e autorevolezza. “Vi sarete accorti che il cammino da me percorso per elaborarla e scriverla è stato faticoso, e però ho cercato di tenere sempre al centro il mistero da contemplare. E' il cammino che ciascuno è invitato a ripetere, pur se non è facile può essere abbastanza configurato nelle sue tappe attraverso la schematicità della presentazione dell'icona. Non è dunque una lettera di indicazioni pratiche, ma una lettera da contemplare.” Egli parte dalla lettura della realtà che riassume nel riportare un pensiero del grande scrittore russo Solgenilsin in un discorso tenuto a Stoccolma: «Il mondo moderno, essendosela presa contro il grande albero dell'essere, ha spezzato il ramo del vero e il ramo della bontà. Solo rimane il ramo della bellezza, ed è questo ramo che ora dovrà assumere tutta la forza della linfa e del tronco». E' un tentativo di interpretare la crisi del nostro tempo, dicendo che là dove verità e giustizia non sembrano più reggere, forse l'appello della bellezza può aiutare a ripensare questo insieme di verità, 26 3 bontà e giustizia che appartiene appunto alla pienezza del mistero trascendente rivelato». L'arcivescovo di Milano denunciava la decadenza dell' Occidente e le ideologie che dividono. Ma indicava una possibile via d' uscita. "Occorre un colpo d' ala contro il pessimismo. Soprattutto fra i credenti". Il secolo scorso, ricordava l'Arcivescovo di Milano, si consumava fra stanchezza e scoraggiamento: "La stanchezza che spesso si avverte fra i credenti a rendere ragione con entusiasmo della loro speranza davanti al male del mondo; lo scoraggiamento che tenta un po' tutti davanti alla banalità del quotidiano, le tante forme di bruttezza del vivere". Ne sono sintomi "la denatalità, e il calo delle vocazioni". Per questo, aggiunge Martini, bisogna affidarsi alla bellezza che salva. Quale bellezza salverà il mondo? Il protagonista de L' idiota non risponde, come Gesù alla domanda di Pilato: "Che cos' e' la verità ?". La risposta e' la stessa: e' la "bellezza di Dio" evocata da sant' Agostino, la bellezza della Trinità che si mostra nella Trasfigurazione, la "bellezza dell' Amore crocifisso", la bellezza che infine "si rivela a Pasqua e rivela il senso della storia". Perciò ci vuole "un colpo d' ala", perchè la fede non si riduce all'etica: "Non basta deplorare e denunciare le brutture del nostro mondo, parlare di giustizia e di doveri. Occorre qualcosa che rapisca il cuore"."...E’ bello scommettere la propria esistenza su Colui che non solo è la Verità in persona, che non solo è il Bene più grande, ma è anche il solo che ci rivela la bellezza divina di cui il nostro cuore ha profonda nostalgia e intenso bisogno... Al cuore della Trasfigurazione vi è dunque la bellezza del dono di Dio da accogliere e vivere senza riserve” Vi invito a prendere in mano questo prezioso scritto del Card. Martini.(http://www.chiesadimilano.it/) E' un tentativo di interpretare la crisi del nostro tempo, dicendo che là dove verità e giustizia non sembrano più reggere, forse l'appello della bellezza può aiutare a ripensare questo insieme di verità, bontà e giustizia che appartiene appunto alla pienezza del mistero trascendente rivelato Padre Renato Da “Il Punto” del 3 settembre 2012 4 delle virtù della giustizia e della solidarietà. “L’economia e la vita sociale devono essere plasmate dallo spirito del dono per lo sviluppo integrale della persona, perché è la gratuità la forza vitale che unifica”. “Ma la vita e la famiglia sono sottoposte a molte minacce e pressioni come la povertà, la disoccupazione giovanile, la precarietà strutturale che impedisce ai ragazzi di fare famiglia , mentre getta sofferenze sulle famiglie già esistenti. Ciò in uno scenario condizionato dall’individualismo, dalla conflittualità, dalla logica della pura utilità”. Come superare queste difficoltà?” Il relatore indica Gesù di Nazareth, “figlio del falegname, mediante il suo lavoro quotidiano. La sua fatica redime e santifica il lavoro. E se il nostro lavoro è una reale condivisione del lavoro stesso di Gesù Cristo, allora anche il nostro lavoro diventa luogo di salvezza e santificazione per noi e per gli altri”. Il programma prevedeva al pomeriggio la visita all’Azienda Agricola Cornalba, nel comune di Locate Triulzi, vincitrice Oscar Green 2009, produttore di latte, carne, riso e vendita diretta. L’Azienda è ubicata nel cuore del Parco Agricolo Sud di Milano. I Cornalba vantano una dinastia di tre generazioni di agricoltori, fin dal 1870, con la passione per la zootecnia e con spiccate doti gestionali, con il motto: “Conosci il tuo agricoltore, conosci il tuo cibo”. In Azienda si trovano i distributori self-service di riso, farro e latte. Possiede al proprio interno un macello con bollo CEE in cui vengono macellati esclusivamente capi nati e cresciuti in azienda. Le carni poste sul banco vendita diretta provengono da bovini allevati in modo rigorosamente naturale (farine di girasole, soia, mais, fieno). La linea latte di alta qualità, sottoposta a severi controlli periodici, non subisce nessun trattamento, perché rimangano inalterate tutte le sue qualità nutrizionali. Il negozio di vendita diretta è ubicato in azienda in cui è possibile acquistare i propri prodotti di altissimo livello qualitativo, compreso il miele ricavato da alveari situati tra il boschetto di acacie e il frutteto di proprietà dell’Azienda. Una visita guidata, all’insegna della cordialità e dalla gentile accoglienza, che ci ha permesso di visitare le stalle con i suoi 700 capi da latte e da carne e che ci ha confermato la validità e l’efficacia della 25 Cardinale Angelo Bagnasco: “L’insistere della Chiesa, sulla tutela della famiglia non nasce per una fissazione monotematica, ma piuttosto per la consapevolezza del valore che è questa ineguagliabile e spesso maltrattata struttura antropologica (la famiglia), l’unica che ci consenta di proiettarci nel futuro. Se la società distrae l’attenzione dalla famiglia, va anche contro se stessa perché indebolisce la coesione, la serenità e il suo futuro”. Da qui l’invito pressante: “Non solo sostenere l’istituto familiare ma anche recuperare la cultura della famiglia, vale a dire un modo di pensare comune, condiviso, dove la bellezza e la dignità della famiglia naturale siano percepiti come il nucleo generatore dell’umano e del vivere insieme”. Una cultura che guardi con particolare stima alla famiglia fondata sul matrimonio, che la sostenga in ogni modo, riconoscendola come la propria matrice più profonda e vitale. E’ necessario che i cattolici, con l’ausilio di una fede più consapevole e vissuta, sappiano valutare con senso critico la cultura dominante, che ha messo in discussione valori come la vita umana, la persona nella sua struttura oggettiva, la libertà come responsabilità morale, la fedeltà, l’amore e la famiglia”. E’ seguito l’intervento del cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo emerito di Milano su: “La famiglia e il lavoro oggi, una prospettiva di fede”. In una articolata riflessione il relatore ha legato la Parola di Dio, la dottrina sociale della Chiesa, sfide e contraddizioni del presente, fino a tracciare un profilo dell’etica del lavoro umano con lo sguardo rivolto a Cristo come figlio del falegname nella sua vita a Nazareth. Con l’aiuto di due icone bibliche, “la benedizione di Dio” (salmo 128) e il terzo comandamento, quello del sabato, ha detto che la felicità della vita famigliare e del lavoro umano sono sotto la benedizione di Dio, perché la vita e la terra, l’uomo e la donna li hanno ricevuti in dono. Anche il comandamento del sabato pone la vita e il lavoro nell’ottica familiare, perché il riposo, segno di libertà, non è finalizzato al lavoro. Nella seconda parte riferita alla dottrina sociale della Chiesa, il cardinale Tettamanzi ha ribadito che l’essere umano è fatto per il dono e che non è il profitto a muovere l’agire umano. E’ l’uomo al vertice e non può essere strumentalizzato. E la famiglia non è ostacolo ma sorgente 24 7^ GIORNATA PER LA SALVAGUARDIA DEL CREATO Messaggio 1. La Giornata per la salvaguardia del creato: lode e riconciliazione riconciliazione Celebrare la Giornata per la salvaguardia del creato significa, in primo luogo, rendere grazie al Creatore, al Dio Trino che dona ai suoi figli di vivere su una terra feconda e meravigliosa. La nostra celebrazione non può, però, dimenticare le ferite di cui soffre la nostra terra, che possono essere guarite solo da coscienze animate dalla giustizia e da mani solidali. Guarire è voce del verbo amare, e chi desidera guarire sente che quel gesto ha in sé una valenza che lo vorrebbe perenne, come perenne e fedele è l’Amore che sgorga dal cuore di Dio e si manifesta nella bellezza nel creato, a noi affidato come dono e responsabilità. Con esso, proprio perché gratuitamente donato, è necessario anche riconciliarsi quando ci accorgiamo di averlo violato. La riconciliazione parte da un cuore che riconosce innanzi tutto le proprie ferite e vuole sanarle, con la grazia del Signore, nella conversione e nel gesto gratuito della confessione sacramentale. Quindi si fa anche riconciliazione con il creato, perché il mondo in cui viviamo porta segni strazianti di peccato e di male causati anche dalle nostre mani, chiamate ora a ricostituire mediante gesti efficaci un’alleanza troppe volte infranta. Questo è lo scopo del messaggio che vi inviamo, carissimi fratelli e sorelle, come Vescovi incaricati di promuovere la pastorale nei contesti sociali e il cammino ecumenico, in un fecondo intreccio che ci vede vicini e ci impegna tutti. Nella con5 divisione della lode e della responsabilità per la custodia del creato, il mese di settembre sta diventando per tutte le Confessioni cristiane una rinnovata occasione di grazia e di purificazione. Anche di questo rendiamo grazie al Signore. La nostra riflessione raccoglie le tante sofferenze sperimentate, in questo anno, da numerose comunità, segnate da eventi luttuosi. Pensiamo alle immense ferite inflitte dal terremoto nella Pianura Padana. Mentre riconosciamo la nostra fragilità, cogliamo anche la forza della nostra gente, nel voler ad ogni costo rinascere dalle macerie e ricostruire con nuovi criteri di sicurezza. Pensiamo alle alluvioni che hanno recato lutti e distruzioni a Genova, nelle Cinque Terre, in Lunigiana e in vaste zone del Messinese. Nel pianto di tutti questi fratelli e sorelle sentiamo il lutto della terra, cui la stessa Sacra Scrittura fa riferimento, e che coinvolge tristemente anche gli animali selvatici, gli uccelli del cielo e i pesci del mare (cfr Os 4,3). È significativo, in proposito, che il 9 ottobre sia stato dichiarato dallo Stato italiano “Giornata in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”. 2. Una storia di guarigione e responsabilità La guarigione nasce da un cuore che ama, che si fa vicino all’altro per essere insieme liberati nella verità e condividere la vita. È la logica dell’educazione alla “vita buona del Vangelo” che le nostre Chiese stanno percorrendo in questo decennio. Ce lo ricorda anche la storia biblica di Giuseppe (cfr Gen 37-49), venduto dai fratelli per rivalità e gelosia. La sua vicenda contiene un concreto itinerario di guarigione da parte di Dio delle ferite, sia quelle del cuore che quelle della terra. Giuseppe è gettato nel pozzo, gridando la sua innocenza, ma non è ascoltato dai fratelli. A prestare ascolto al suo gemito sarà Dio stesso, che ha cuore di padre. Giuseppe diventerà il viceré d’Egitto, attuando una intelligente politica agraria. Nella precarietà della crisi che si abbatte sul paese, resa visibile dalle vacche magre e dalle spighe vuote, immagini di forte suggestione anche per il momento attuale, la relazione del popolo con la terra sarà sanata proprio grazie alla lungimiranza e alla responsabilità per il bene comune dimostrata da Giusep6 cammino fecondo della sua eredità, legata alla scuola sociale cristiana, fondata sui principi della centralità dell’uomo e del lavoro umano, del bene comune, della solidarietà e della sussidiarietà. Bonomi, sulla scia di Toniolo, ha saputo tenere insieme fede e vita, economia ed etica, interessi individuali e bene comune, le ragioni dell’utile e della solidarietà, la cultura economica e la cultura sociale, la democrazia e lo sviluppo. Ha promosso la diffusione della piccola proprietà contadina, ha aperto la strada a un movimento sindacale di ispirazione cristiana, ha dato impulso ai movimenti della cooperazione, ha riletto l’attività umana fondata sul lavoro non solo nella dimensione economica. Non va dimenticato il suo impegno culturale, legato al filone popolare della sua terra, dando ad esso e al Paese la forza morale e spirituale per costruire una società di speranza, fedele alla propria identità culturale. Una rigenerazione culturale che deve passare, anche oggi, attraverso significativi processi formativi. Oggi serve – ha concluso Padre Renato – una progettualità culturale e antropologica accanto a quella economica per fare emergere la centralità della persona, della famiglia, del lavoro e dell’economia. Il Presidente Prandini sottolinea che il sostegno agli agricoltori, oggi, ha bisogno di fiducia. Non deve mancare la fiducia: il futuro non è sotto la cappa della paura. Dalla fiducia condivisa alla speranza coraggiosa e paziente, per rilanciare con determinazione il prossimo futuro in vista di una società solidale di persone. Camminare insieme guardando il futuro, ognuno portatore di una particella di presenza costruttiva e di collaborazione responsabile. Conclude il direttore regionale Benedetti auspicando l’importanza dell’adesione ai valori e non solo agli interessi, per dare ai giovani uno sguardo umile ma creativo di ottimismo, frutto di un’intelligenza attenta, serena, realista, perché il bene comune è l’energia vitale per uno sviluppo veramente integrato. Giovedì 31 maggio Dopo la celebrazione delle Lodi e della S.Messa nella cappella dell’Oasi, presso la Fiera di Milano City, in viale Scarampo, abbiamo ascoltato il messaggio, in apertura della seconda giornata, del 23 so il lavoro e la terra, per la competenza, il senso di responsabilità, la disponibilità alla collaborazione, per l’attenzione alle ragioni etiche e spirituali. Il presidente Coldiretti Milano e Lodi, Franciosi Carlo sottolinea l’importanza che Coldiretti ha dato all’ascolto del territorio, al coinvolgimento delle persone che sono in prima linea nelle aziende, nei campi, negli allevamenti, creando sistema, per poter interagire con i consumatori, per salvaguardare il reddito, per sviluppare tutte le potenzialità del settore agricolo. L’agricoltura è l’espressione del territorio e da questo legame tra prodotto e territorio nascono alleanze creative tra il mondo rurale e la società. Il presidente Coldiretti Bergamo, Bivio Alberto, riconosce l’importanza di stare nella società e non solo in campagna, con i contenuti della scuola sociale cristiana: il bene delle persone, il bene comune, la responsabilità sociale, per essere motivo di attrazione non solo per la tavola ma anche per la vita, in coerenza anche con il patrimonio ideale e culturale del popolo rurale. Il presidente Coldiretti Sondrio, Marsetti Alberto ricorda che il futuro viene dalla terra, che siamo legati alla terra e alla sua eredità morale. Conoscere la terra è conoscere la nostra identità di lavoratori che hanno i piedi per terra, che fanno del lavoro agricolo un servizio nel produrre beni necessari alla famiglia umana; capire la terra è capire meglio noi stessi, la nostra famiglia, il ritmo della vita scandito dall’alternarsi delle stagioni. Il delegato confederale Coldiretti Cremona, Eugenio Torchio si sofferma sul lavoro operoso degli agricoltori della filiera del latte e dei cereali, per la salvaguardia del loro reddito e per sostenere la competizione delle loro imprese in una logica di rete e con obiettivi comuni. Il consigliere ecclesiastico nazionale Padre Renato Gaglianone, ricordando la recente beatificazione di Giuseppe Toniolo (Treviso 1845-Pisa 1918), porta all’attenzione dei presenti la vita di questo cristiano, studioso e docente illuminato delle scienze economiche e sociali, protagonista del cattolicesimo sociale e politico tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. La sua figura e la sua opera di economista si staglia all’interno del movimento dei cattolici italiani e della Rerum Novarum di Leone XIII. Anche Paolo Bonomi, fondatore di Coldiretti, è cresciuto e si è formato nel 22 pe, figura emblematica della Sapienza donata da Dio a Israele. Egli, inoltre, pensa in termini di riconciliazione e non di vendetta quando si vede davanti i suoi fratelli, che lo hanno tradito e venduto. Se li mette alla prova con severità, è per cogliere l’autenticità del legame che li unisce al padre Giacobbe, verificando così la radice di ogni guarigione, interiore ed esteriore. Dopo aver constatato che il padre resta il premuroso e insostituibile punto di riferimento, egli rivela la sua identità, in un pianto liberatorio che diviene accoglienza fraterna e futuro di benessere in una terra e in un cuore riconciliati in saggezza e verità. Giuseppe stesso esce trasformato da questo perdono: egli diviene consapevole dell’agire misericordioso di Dio verso gli uomini. Quello di Giuseppe, dunque, è l’itinerario biblico che proponiamo, perché possa essere di luce e di speranza, durante questo faticoso ma liberante cammino di benedizione. 3. Educare all’alleanza tra l’uomo e la terra A noi, come Chiese in Italia, in sintonia con tante Chiese nel mondo, spetta proprio questo compito: riportare il cuore della nostra gente dentro il cuore stesso di Dio, Padre di tutti, che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Solo se diventerà primaria la coscienza di una universale fraternità, potremo edificare un mondo in cui condividere le risorse della terra e tutelarne le ricchezze. Ciò si accompagna alla comprensione che la creazione ci è donata da Dio, che essa stessa si fa percorso verso Dio e ci fa sperimentare il dialogo tra di noi nella verità, come fratelli che hanno riconosciuto la paternità gratuita di Dio. Si legge, infatti, nel messaggio scaturito dall’ultimo Forum Europeo Cattolico-Ortodosso, tenutosi a Lisbona nello scorso giugno: «Non è più possibile dilapidare le risorse del creato, inquinare l’ambiente in cui viviamo come stiamo facendo. La vocazione dell’uomo è di essere il custode e non il predatore del creato. Oggi si deve essere consapevoli del debito che abbiamo verso le generazioni future alle quali non dobbiamo trasmettere un ambiente degradato e invivibile» (n. 11). È nella Bibbia che incontriamo la grande prospettiva dell’al7 leanza tra Dio e la sua creazione, in una reciprocità da riconoscere davanti a luoghi dove la bellezza esteriore si è fatta segno di una bellezza interiore – pensiamo, ad esempio, ai tanti siti dove i monaci custodiscono il creato – ma anche davanti ai tristi scempi dell’ambiente naturale, provocati dal peccato degli uomini, evidente soprattutto nelle azioni della criminalità mafiosa. Tra ecologia del cuore ed ecologia del creato vi è infatti un nesso inscindibile, come ricorda Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate: «L’uomo interpreta e modella l’ambiente naturale mediante la cultura, la quale a sua volta viene orientata mediante la libertà responsabile, attenta ai dettami della legge morale» (n. 48). L’ambiente naturale non è una materia di cui disporre a piacimento, «ma opera mirabile del Creatore, recante in sé una “grammatica” che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario. Oggi molti danni allo sviluppo provengono proprio da queste concezioni distorte» (ivi), come quelle che riducono la natura a un semplice dato di fatto o, all’opposto, la considerano più importante della stessa persona umana. Ci viene chiesto, perciò, di annunciare queste verità con crescente consapevolezza, perché da esse potrà sgorgare un concreto e fedele impegno di guarigione dell’ambiente calpestato. Si tratta di un compito che appartiene alla sollecitudine educativa delle comunità cristiane e offre l’occasione per catechesi bibliche, momenti di preghiera, attività di pastorale giovanile, incontri culturali. È una responsabilità che appartiene anche ai docenti, in particolare agli insegnanti di religione: essa potrà essere intensivamente richiamata nel mese di settembre, dedicato in modo speciale al creato e tempo di ripresa della scuola. Ritessere l’alleanza tra l’uomo e il creato significa anche affrontare con decisione i problemi aperti e i nodi particolarmente delicati, che mostrano quanto ampie e complesse siano le questioni legate all’intreccio tra realtà ambientale e comunità umana. Accanto all’annuncio, infatti, è necessaria anche la denuncia di ciò che viola per avidità la sacralità della vita e il dono della terra. Proprio in questi mesi è venuta all’attenzione dei media la questione dell’eternit a Casale Mon8 possono constatare i progressi della nuova agricoltura, il ciclo degli alimenti e la loro stagionalità, il ruolo sociale dell’agricoltore. Anche i mercati di Campagna amica hanno il compito di creare un ponte fra il produttore e il consumatore. E’ il mercato degli agricoltori, a vendita diretta, con il fine di accorciare la filiera, permettendo di acquistare prodotti di qualità al giusto prezzo ma anche di avere un rapporto con la campagna, amica del cittadino. Anche il direttore regionale Benedetti ci ha illustrato la morfologia della superficie lombarda a disposizione dell’agricoltura: le aziende agricole si dispongono sul territorio al 50% in zone di pianura, il 20% in zone collinari e il 25% in zone di montagna. La filiera – ha detto il direttore - è un’importante opportunità per l’agricoltura lombarda, legata a produzioni ed allevamenti, a equilibrata competizione e collaborazione per un inserimento duraturo del settore agricolo nel sistema agro-alimentare. Decisiva è stata la multifunzionalità, la strategia del settore agricolo, per il rilancio, dei suoi prodotti ma anche delle molteplici funzioni non solo economiche riguardanti la sicurezza alimentare, la salvaguardia del territorio e dei paesaggi rurali, con la loro storia e le loro tradizioni. Il consigliere ecclesiastico del Friuli Venezia Giulia, Bonetti don Paolo, ringraziando i dirigenti per il dono di questo appuntamento tra i consiglieri ecclesiastici regionali con la Giunta esecutiva, ha sottolineato la lungimiranza di Coldiretti di percorre le strade dell’economia di prossimità in risposta ai processi della globalizzazione: unire valori e reddito, coscienza civile e responsabilità sociale, considerando l’impresa, il soggetto attivo dello sviluppo. Cambia il modo di fare impresa, ma non cambiano i valori, la bussola etica dell’intraprendere. Stare sul mercato ma senza perdere di vista i valori. Economia di prossimità è essere parte responsabile della società civile perché l’intraprendere è prima di tutto un fatto di umanità, di cultura, di società. La vitalità di un’azienda non consiste nell’esclusivo raggiungimento degli obiettivi economici, ma anche di crescita umana e sociale, come cittadini e come imprenditori. L’economia di prossimità è anche un’occasione efficace di farsi conoscere, non solo per i prodotti della propria azienda ma anche per la passione ver21 speranza anche per il terzo millennio, segnato nei suoi inizi da una forte crisi di valori e di emergenza educativa. “La cultura individualistica, utilitaristica, consumistica, relativistica ha impoverito le relazioni umane e ha compromesso la fiducia tra le persone, ha provocato la crisi dell’economia del lavoro e della famiglia. La riscoperta dell’uomo come soggetto essenzialmente relazionale è la cura per la buona qualità delle relazioni – è l’auspicio pieno di speranza del relatore – porteranno al superamento della crisi del lavoro e della famiglia. La crisi fa emergere il malessere latente da tempo ma apre anche prospettive nuove”. Il programma prevedeva al pomeriggio l’incontro con la Giunta esecutiva di Coldiretti Lombardia, in via Fabio Filzi, 27. Ad accoglierci c’erano il Presidente Ettore Prandini e il direttore Giovanni Benedetti che ci hanno presentato i presidenti e i direttori della Federazione regionali presenti all’incontro. Una Federazione regionale con nove Federazioni provinciali, seicento dipendenti, 60 Uffici di zona, 42.000 soci, 600 punti di Campagna amica, una struttura che coordina la linea politica sindacale dell’Organizzazione in terra lombarda, a servizio delle piccole, medie e grandi aziende, rappresentando il 70% dell’agricoltura e del sistema agro-alimentare della regione. La regione Lombardia – ha sottolineato il presidente – è una delle superfici più ricche di prodotti alimentari, in particolare il comparto zootecnico per le carni bovine e suine, per i salumi e i formaggi. Anche la produzione cerealicola è rilevante: riso, mais, orzo e grano. In pianura le aree agricole sono caratterizzate da un’agricoltura intensiva specializzata in cerealicola, zootecnica e ortofrutticola, in particolare la produzione del latte e del pomodoro. Accanto ad un’agricoltura intensiva c’è una produzione di eccellenza nei comparti delle carni, dei formaggi e del vino, sostenuta da Consorzi di tutela dei prodotti. Significativa la presenza di aziende agrituristiche a indirizzo non solo enogastronomico. Nell’alta pianura va ricordata anche la coltivazione di barbabietole da zucchero e patate. Non meno importanti sono le eccellenze delle produzioni ortofrutticole (il melone, la pera, gli asparagi, la zucca…). Nell’ambito della multifunzionalità dell’agricoltura, numerosissime sono le Fattorie dove si 20 ferrato, con i gravi impatti sulla salute di tanti uomini e donne, che continueranno a manifestarsi ancora per parecchi anni. Un caso emblematico, che evidenzia lo stretto rapporto che intercorre tra lavoro, qualità ambientale e salute degli esseri umani. L’attenzione vigilante per tale drammatica situazione e per i suoi sviluppi deve accompagnarsi alla chiara percezione che l’amianto è solo uno dei fattori inquinanti presenti sul territorio. Vi sono anzi aree nelle quali purtroppo la gestione dei rifiuti e delle sostanze nocive sembra avvenire nel più totale spregio della legalità, avvelenando la terra, l’aria e le falde acquifere e ponendo una grave ipoteca sulla vita di chi oggi vi abita e delle future generazioni. Mentre esprimiamo una volta di più quella solidarietà partecipe, che si è già manifestata in numerosi gesti di condivisione, desideriamo proporre una riflessione tesa a cogliere in tali accadimenti alcuni elementi che la stessa forza dell’emergenza rischia di lasciare sullo sfondo, impedendo di percepirne tutta la rilevanza. Occorre invece saper leggere i segni dei tempi, scoprendo – nella luce della fede – quegli inviti a riorientare responsabilmente il nostro cammino che essi portano in sé. Annunciare la verità sull’uomo e sul creato e denunciare le gravi forme di abuso si accompagna alla messa in atto di scelte e gesti quali stili di vita intessuti di sobrietà e condivisione, un’informazione corretta e approfondita, l’educazione al gusto del bello, l’impegno nella raccolta differenziata dei rifiuti, contro gli incendi devastatori e nell’apprendistato della custodia del creato, anche come occasioni di nuova occupazione giovanile. 4. Per una Chiesa custode della terra Vivere il territorio come un bene comune è un’esigenza di vasta portata, che richiama anche le comunità ecclesiali a una presenza vigilante. Il territorio, infatti, è davvero tale quando abitato da un soggetto comunitario che se ne prenda realmente cura e la presenza capillare del tessuto ecclesiale deve esprimere anche un impegno in tal senso. Abbiamo bisogno di una pastorale che ci faccia recuperare il senso del “noi” nella sua relazione alla terra, 9 in una saggia azione educativa, secondo le prospettive degli Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo. Prendersi cura del territorio, del resto, significa anche permettere che esso continui a produrre il pane e il vino per nutrire ogni uomo e che ogni domenica offriamo come “frutti della terra e del nostro lavoro” a Dio, Padre e Creatore, perché diventino per noi il Corpo e il Sangue del Suo amatissimo Figlio. Per questo invitiamo con forza a tornare a riflettere sul nostro legame con la terra e, in particolare, sul rapporto che le comunità umane intrattengono col territorio in cui sono radicate. Si tratta di una realtà complessa e ricca di significati, che spesso rimanda a storie di relazioni e di crescita comune, in cui la città degli uomini e delle donne rivela il suo profondo inserimento in un luogo e in un ambiente. Il territorio è sempre una realtà naturale, con una dimensione biologica ed ecologica, ma è anche inscindibilmente cultura, bellezza, radicamento comunitario, incontro di volti: una densa realtà antropologica, in cui prende corpo anche il vissuto di fede. I santi ci insegnano con chiarezza la strada da seguire, come san Bernardino da Siena, che mentre poneva al vertice della sua opera pastorale il nome di Gesù, davanti al quale tutti i ginocchi si piegano in adorazione, si adoperava per rafforzare i Monti di pietà e i Monti frumentari, segni di una rinascita che dà al denaro il giusto valore, diventando anche precursore di quella “economia di fiducia” che sola può guarire le ferite della nostra crisi, causata da avidità e insipienza. Le stesse mani dell’uomo, sostenute e guidate dalla forza dello Spirito, potranno così guarire e risanare, in piena riconciliazione, il creato ferito, a noi affidato dalle mani paterne di Dio, guardando con responsabilità educativa alle generazioni future, verso cui siamo debitori di parole di verità e opere di pace. Roma, 24 giugno 2012 Solennità della Natività di San Giovanni Battista LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER L’ECUMENISMO E IL DIALOGO 10 mo partecipato agli approfondimenti tenuti dal Card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, su Famiglia, tra opera della creazione e festa della salvezza e dall’economista Luigi Bruni su famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo. Il cardinale Ravasi, prendendo come cifra simbolica la “casa”, ha disegnato la famiglia, dalle sue fondamenta, nel rapporto di coppia tra l’uomo e la donna, uguali nella loro dignità ma diversi nella loro identità individuale, fino alla sua pienezza nel rapporto fra paternità e maternità. Attraverso l’icona della stanza, il relatore ha attraversato anche le speranze e le lacerazioni del tessuto familiare: la stanza del dolore che da sempre scuote l’esistenza quotidiana, la stanza del lavoro come amico e alleato dell’uomo e della famiglia, la stanza della festa e della gioia all’interno dell’identità cristiana che è capace di umanizzare il tempo dell’uomo. Il prof. Luigi Bruni, professore di Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca, ha invitato i presenti a rileggere la famiglia, il lavoro e la festa assieme, alla luce delle due parole chiave della gratuità e del dono, che non sono estranee all’ambito economico. La gratuità è un’arte che si impara in famiglia, perché il lavoro è prima di tutto una vocazione, “un modo di agire e uno stile di vita che consiste nell’accostarsi agli altri, a se stessi, alla natura, alle cose per riconoscerli nella loro alterità, nel rispettarli e servirli per entrare in rapporto con loro”. “Il salario va inteso come il giusto riconoscimento del lavoro svolto ma non è l’unica motivazione del lavoro. Occorre recuperare una rinnovata attenzione alla persona e alla famiglia che non è compresa dalla cultura economica capitalistica dominante”. Il cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, in apertura della sessione, aveva espresso l’auspicio che questo incontro mondiale possa potenziare la vita ordinaria della Chiesa, essere ponte lanciato verso l’Anno della Fede e il Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, sulla famiglia fondata sull’unione stabile e aperta alla vita “come proposta di vita buona che la Chiesa fa ad una società al plurale ma alla ricerca di punti solidi di riferimento”. Anche il cardinale Antonelli, presidente del Consiglio Pontificio della Famiglia aveva rilanciato l’appello a considerare la famiglia una risorsa, anticipo di futuro e profezia di 19 Verbale Viaggio Studio Consiglieri Ecclesiastici Regionali Coldiretti Milano 29 Maggio - 3 Giugno 2012 Sono presenti : Consigliere Nazionale (Gaglianone Padre Renato), Basilicata (Allegretti don Antonio), Calabria (Megna don Giuseppe), Friuli Venezia Giulia (Bonetti don Paolo), Lazio (Carlotti don Paolo), Liguria (Arrigoni don Italo), Lombardia (Vezzoli don Claudio), Puglia (Macculi don Nicola), Sicilia (Bivona don Guglielmo), Veneto ( Marcello don Carlo). Martedì 29 maggio Nella Casa di accoglienza, “Oasi di S.Francesco”, in via Arzaga, 23, nella periferia di Milano, sono convenuti i Consiglieri ecclesiastici regionali per il loro tradizionale Viaggio di studio, ospiti della Federazione regionale della Lombardia. Il Consigliere ecclesiastico nazionale Padre Renato Gaglianone, saluta i presenti, espone il programma delle tre giornate legate agli eventi del VII Congresso internazionale teologico pastorale delle Famiglie e ringrazia il consigliere ecclesiastico regionale, Vezzoli don Claudio, per la collaborazione e per il servizio di coordinamento. E’ un’eccellente opportunità – ha continuato Padre Renato - per avvertire, assieme alle delegazioni di tutto il mondo, la gioia di essere famiglia, per vivere uno scambio umano al di là di ogni frontiera, per ricevere un’iniezione di mondialità e di universalità della Chiesa, per avere una conferma della necessità di difendere la famiglia contro la sua banalizzazione, per constatare un’urgenza missionaria per la sua rigenerazione, nella logica dei grandi cambiamenti nel mondo del lavoro, per ricordare quanto sia importante il nesso fra famiglia, lavoro e festa. • 7^ Giornata per la salvaguardia del Creato Rocca di Papa - Castelgandolfo 22-23 settembre 2012 Programma • Nuovi Consiglieri Ecclesiastici • Indirizzo di saluto al Santo Padre Benedetto XVI del Dott. Sergio Marini Presidente della Coldiretti • Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai partecipanti all’Assemblea nazionale della Confederazione Nazionale Coldiretti Mercoledì 30 maggio Dopo la celebrazione delle Lodi e della S.Messa nella cappella dell’Oasi, presso la Fiera di Milano City, in viale Scarampo, abbia18 11 7^ GIORNATA PER LA SALVAGUARDIA DEL CREATO Rocca di Papa - Castel Gandolfo, 22/23 Settembre 2012 Programma 22 settembre 2012 ore 17,00 Centro di Spiritualità e Convegni Mondo Migliore - Rocca di Papa Workshop: “Riconoscere le ferite della Terra per sanarle – La guarigione nasce da un cuore che ama - Gesti concreti” Intervengono: Carlo Borgomeo, Mons. Carlo Rocchetta, Sergio Marini Coordina Antonio Maria Mira – Caporedattore Avvenire Introduce Padre Renato Gaglianone 23 settembre 2012 Ore 10.30 Santa Messa Ore 11.45 Angelus - Cortile Palazzo Apostolico Pranzo in piazza NUOVI CONSIGLIERI ECCLESIASTICI MARCOZ DON ANDREA Consigliere Ecclesiastico Provinciale Parroco di Chatillon Via Gervasone, 16 - 11024 CHATILLON NATALI DON PIERINO Consigliere Ecclesiastico Diocesano Parrocchia S. Biagio nella Concattedrale S.Maria Assunta Via Roma, 81 58015 ORBETELLO GR CARCIANI DON GIANLUIGI Consigliere Ecclesiastico Provinciale Località Pelingo 61041 ACQUALAGNA PS 12 do un rinnovato e profondo senso di responsabilità, dando prova di solidarietà e di condivisione. Considerato poi che alla base dell’attuale difficoltà economica vi è una crisi morale, adoperatevi con sollecitudine affinché le istanze etiche mantengano il primato su ogni altra esigenza. Occorre, infatti, portare il rimedio là dove è la radice della crisi, favorendo la riscoperta di quei valori spirituali dai quali poi scaturiscono le idee, i progetti e le opere. Come ho ricordato nell’enciclica Caritas in veritate, «dobbiamo assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore» (n. 21). Su questo terreno etico, occorre che la famiglia, la scuola, il sindacato e ogni altra istituzione politica, culturale e civica svolgano un’importante opera di collaborazione e di raccordo, di stimolo e di promozione, soprattutto per quanto riguarda i giovani. Essi sono carichi di propositi e di speranze, cercano con generosità di costruire il loro avvenire e attendono dagli adulti esempi validi e proposte serie. Non possiamo deludere le loro attese! Cari amici, sia vostra premura adoperarvi non solo perché le imprese agricole e i coltivatori diretti siano opportunamente tutelati, ma anche perché si attuino valide politiche sociali in favore della persona e della sua professionalità, considerando specialmente il ruolo cruciale della famiglia per l’intera società. Vi incoraggio a perseverare nella vostra opera educativa e sociale, portando avanti con generosità i vostri progetti di solidarietà, particolarmente nei confronti dei più deboli e meno garantiti. Attraverso la vostra azione sociale voi testimoniate la novità del Vangelo, e per questo avete bisogno di un costante riferimento a Cristo, nella preghiera, per attingere l’energia spirituale necessaria a dare nuovo vigore al vostro impegno. Da parte mia, vi manifesto l’affetto e il sostegno della Chiesa e, mentre affido al Signore le gioie e le fatiche quotidiane di quanti operano nel settore agricolo e ittico, di cuore imparto una speciale Benedizione Apostolica a voi, alle vostre famiglie e a tutti i soci. 17 della giustizia e della pace, conformi alla sapienza divina» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 63). Proprio nella Coldiretti, l’insegnamento cattolico in materia di etica sociale ha conosciuto uno dei suoi più fertili «laboratori», grazie all’intuizione e alla sapienza lungimirante del suo fondatore Paolo Bonomi, che ha operato alla luce del Vangelo della carità e nel solco del Magistero sociale della Chiesa. Egli fu persona molto attenta alla promozione degli agricoltori, capace di offrire loro orientamenti e criteri chiari, che permangono sostanzialmente validi nei nostri giorni. Siate degni eredi di un così ricco patrimonio ideale! A voi tocca, oggi, rimanendo fedeli ai valori acquisiti, porvi in coraggioso dialogo con le mutate condizioni della società. Vi sono, inoltre, richiesti una nuova consapevolezza e un ulteriore sforzo di responsabilità nei confronti del mondo agricolo. Sentitevi tutti coinvolti in tale missione. Ciascuno si impegni, nel ruolo che ricopre, a sostenere gli interessi legittimi delle categorie che rappresenta, operando sempre con pazienza e lungimiranza, allo scopo di valorizzare gli aspetti più nobili e qualificanti della persona umana: il senso del dovere, la capacità di condivisione e di sacrificio, la solidarietà, l’osservanza delle giuste esigenze del riposo e della rigenerazione corporale e più ancora spirituale. Conosco bene quanto vi sta a cuore proseguire il vostro servizio di testimonianza evangelica nell’ambiente agricolo e ittico, ponendo in risalto quei valori che fanno dell’attività lavorativa un prezioso strumento per la realizzazione di una convivenza più giusta ed umana. Penso al rispetto della dignità della persona, alla ricerca del bene comune, all’onestà e alla trasparenza nella gestione dei servizi, alla sicurezza alimentare e alla tutela dell’ambiente e del paesaggio, alla promozione dello spirito di solidarietà. Vi incoraggio a proseguire in questa vostra opera, diventando voi stessi, sempre più, fermento di vita buona, sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5, 13-14). La perdurante crisi economico-finanziaria, con le conseguenti incognite, pone gli imprenditori agricoli e ittici di fronte a sfide inedite e certamente difficili, che voi siete chiamati ad affrontare da cristiani, coltivan16 INDIRIZZO DI SALUTO AL SANTO PADRE BENEDETTO XVI DEL DOTT. SERGIO MARINI PRESIDENTE DELLA COLDIRETTI Padre Santo, è con profonda emozione e grande felicità che oggi ci presentiamo a Lei, Santità, per confermare il nostro sincero affetto di figli e la profonda devozione delle famiglie delle campagne italiane associate alla Coldiretti. Questi sentimenti verso il Papa sono un punto fermo per le donne e gli uomini della Coldiretti che svolgono l’attività di rappresentanza delle imprese agricole costantemente alla luce dell’ispirazione della dottrina Sociale cristiana e con l’obiettivo di garantire alle famiglie coltivatrici un sistema di tutela sociale ed economica efficiente e in grado di assicurare certezza di reddito. La Coldiretti, in coerenza, persegue i propri obiettivi alla luce di una sana sussidiarietà e di una conseguente solidarietà tra i soci e verso le categorie più bisognose. Valori questi che applichiamo con uguale impegno al Nord, al Centro e al Sud del nostro Paese con lo scopo di tenere alto il sentimento della coesione nazionale. Ma sono soprattutto le parole dell’enciclica Caritas in veritate in cui Vostra Santità invita le organizzazioni sindacali a uscire dalla esclusiva difesa degli interessi dei propri iscritti, per individuare nella società civile l'ambito più consono all’azione di difesa e promozione del mondo del lavoro, che ci hanno motivato a dare vita ad un progetto che abbiamo chiamato Filiera agricola italiana. E' la nostra risposta all’appello che abbiamo letto nelle Vostre parole. E’ il nostro contributo per rispondere alla difficile crisi che attanaglia tutti noi. Un impegno che da un lato va a salvaguardia dell’identità dell’agricoltura italiana, il rispetto dell’ambiente e della biodiversità; dall’altro garantisce ai consu matori qualità, genuinità e sicurezza degli alimenti a un prezzo equo. 13 Questo nostro quotidiano impegno, non ci allontana tuttavia dalla convinzione che dobbiamo insieme perseguire un altro e forse più impegnativo obiettivo: ritrovare, per noi tutti e per la comunità in cui viviamo, un diverso equilibrio fra dimensione materiale e dimensione immateriale, agganciata a valori permanenti e non usurabili, soprattutto in questi tempi di crisi. Padre Santo in questa occasione che è per noi di grande festa e di soddisfazione ci teniamo particolarmente ad esprimerle la più sincera solidarietà per le asprezze rivolte alla Chiesa. Le esprimiamo affetto sincero nella certezza che il bene prevarrà. Le famiglie degli agricoltori delle campagne italiane Le vogliono bene e oggi sono qui per dimostrarglielo. Sappiamo di potere sempre contare sul Suo affetto. Ci ricordi nelle sue preghiere. Ne abbiamo bisogno in particolare oggi, in quanto viviamo una stagione di profonda crisi economica e sociale che colpisce duramente le nostre imprese agricole e ci fa guardare con preoccupazione al futuro. Grazie, Padre Santo, per quanto ci sta donando con l’udienza che ci ha concesso. Conti sempre su di noi. Città del Vaticano, 22 maggio 2012 14 DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA NAZIONALE DELLA CONFEDERAZIONE NAZIONALE COLDIRETTI Cari fratelli e sorelle, sono lieto di accogliervi in occasione del vostro convegno, che ha come tema: «Agricoltura familiare per uno sviluppo sostenibile». Questo incontro mi offre l’opportunità di esprimere alla Coldiretti il mio apprezzamento per l’impegno in favore delle famiglie che vivono e lavorano nelle campagne italiane. Vi saluto tutti con affetto a partire dal Presidente nazionale, dottor Sergio Marini, che ringrazio per le parole con cui si è fatto interprete dei vostri sentimenti. Saluto poi il Consigliere Ecclesiastico nazionale, il Consiglio nazionale e gli altri dirigenti della vostra benemerita Confederazione. La società, l’economia, il lavoro non rappresentano ambiti unicamente secolari, tanto meno estranei al messaggio cristiano, ma spazi da fecondare con la ricchezza spirituale del Vangelo. La Chiesa, infatti, non è mai indifferente alla qualità della vita delle persone, alle loro condizioni lavorative, e avverte la necessità di prendersi cura dell’uomo e dei contesti in cui egli vive e produce, affinché siano sempre più luoghi autenticamente umani e umanizzanti. A tale proposito, il Servo di Dio Paolo VI osservava che «la Chiesa ha rivolto sempre particolari premure alla gente dei campi, aprendo la via alla sua elevazione umana e morale ed aiutandola a realizzare la sua missione con dignità e coscienza del suo valore spirituale e sociale» (Discorso ai coltivatori diretti, 19 aprile 1972). In questa sua sollecitudine, la Chiesa è ben lieta di coinvolgere anche le varie aggregazioni, come la vostra, che ispirano la loro azione ai principi della dottrina sociale cattolica. Attraverso di essa, infatti, la Chiesa «attualizza nelle vicende storiche il messaggio di liberazione e di redenzione di Cristo, il Vangelo del Regno; … attesta all’uomo, in nome di Cristo, la sua dignità e la sua vocazione alla comunione delle persone; gli insegna le esigenze 15 Santificare la Festa: la Famiglia nel Giorno del Signore S. Em. Card. Sean O'Malley (USA)* Il terzo comandamento L’Eucarestia L’Eucarestia e la famiglia La nostra fede: un patrimonio vivente per i nostril figli e nipoti L’Eucarestia ci prepara alla missione • Sintesi nel Verbale in Appendice • La famiglia tra opera della creazione e festa della salvezza Card. Gianfranco RAVASI XXXVI • Le domande delle famiglie, le risposte del Papa • Omelia del Santo Padre alla Messa di Bresso • Relazioni VII incontro mondiale delle famiglie I RELAZIONI VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE La famiglia: tra opera della creazione e festa della salvezza Card. Gianfranco Ravasi Testo integrale nel dossier La famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo Prof. Luigino Bruni* Introduzione La famiglia in un mondo socio-economico che cambia La famiglia come soggetto economico “globale” La famiglia scuola di gratuità, e quindi di lavoro e di festa Il lavoro e la festa Conclusioni La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede S. E. Card. Dionigi Tettamanzi* Introduzione La testimonianza della parola di Dio: famiglia e lavoro, segni della benedizione di Dio Lavoro e riposo nel comandamento del sabato L’ethos del lavoro umano: una nuova luce dalla vita di Nazareth La famiglia e il lavoro oggi: tra opportunità e precarietà Prof. Pedro Morandè Court* La famiglia e la festa: tra antropologia e fede Prof.ssa Blanca Castilla de Cortázar* La gioia di festeggiare Presupposti antropologici della famiglia Esperienza della festa La famiglia, luogo per la festa La festa, dove il tempo si unisce all’eternità II XXXV Famiglia, lavoro, festa: tre doni di Dio, tre dimensioni della nostra esistenza che devono trovare un armonico equilibrio. Armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e la maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire società dal volto umano. In questo privilegiate sempre la logica dell’essere rispetto a quella dell’avere: la prima costruisce, la seconda finisce per distruggere. Occorre educarsi a credere, prima di tutto in famiglia, nell’amore autentico, quello che viene da Dio e ci unisce a Lui e proprio per questo «ci trasforma in un Noi, che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia "tutto in tutti" (1 Cor 15,28)» (Enc. Deus caritas est, 18). Amen. LA FAMIGLIA TRA OPERA DELLA CREAZIONE E FESTA DELLA SALVEZZA Card. Gianfranco RAVASI Non può restare nascosta una casa collocata sul crinale di un monte: parafrasando una celebre immagine del Discorso della Montagna (Mt 5,14), poniamo al centro della nostra riflessione un simbolo radicale nella stessa storia dell’umanità, la casa, un segno che s’affaccia bel 2092 volte col vocabolo ebraico bajit/bêt nell’Antico Testamento e 209 volte nel Nuovo Testamento sotto le parole analoghe oíkos e oikía, accompagnate da uno sciame di circa quaranta termini derivati. Dal crinale, dove svetta la casa simbolica che vogliamo delineare, si diramano due versanti che costituiscono il titolo stesso del nostro tema: da un lato, ecco l’alfa della creazione, che si distende lungo la traiettoria della storia; dall’altro lato, ascende il versante arduo dell’omega, ossia della festa piena della salvezza, l’escatologia, la meta attesa ove il “non ancora” della storia si trasformerà nell’“ora” perfetta della redenzione compiuta e la Gerusalemme terrena si muterà nella nuova Gerusalemme celeste. Le fondamenta della “casa”“casa”-famiglia Toda casa es un candelabro / donde arden con aislada llama las vidas. Forse questo verso era sbocciato nella mente del giovane Jorge Luis Borges, il famoso scrittore argentino, mentre ventiquattrenne passeggiava per una “strada ignota” della sua città, dato che la raccolta poetica s’intitola appunto Fervore a Buenos Aires (1923). Ed effettivamente le mura dei palazzi celano al loro interno tante fiamme “appartate” (aislada), cioè vite isolate nelle loro solitudini o nei loro drammi, famiglie unite nell’amore o scavate dalle divisioni, benestanti o curve sotto l’incubo della povertà o dell’assenza di lavoro. La “casa”, infatti, in molte lingue non è soltanto l’edificio di mattoni, di pietra e di cemento o la capanna o la tenda in cui si dimora (e la mancanza di una casa è un elemento drammatico di dispersione esistenziale), ma è anche chi vi abita, è il “casato” fatto di persone vive e di generazioni. Anzi, talora la “casa” per eccellenza è XXXIV III persino il tempio, residenza terrestre di Dio. Suggestivo, al riguardo, è il rimando di allusioni che regge l’oracolo del profeta Natan: al re Davide che vuole erigere una “casa” (bajit) al Signore, ossia un tempio in Gerusalemme, Dio replica affermando che sarà lui stesso a edificare per il re una “casa” (bajit), una discendenza familiare, quindi un “casato” che aprirà una storia destinata ad approdare al Messia (2Sam 7). La “casa” simbolica che stiamo per costruire partecipa di questa visione: è lo spazio che custodisce «l’intima comunione di vita e di amore…, la prima e vitale cellula della società», come il Concilio Vaticano II definisce la famiglia (GS 48; AA 11). È il segno dell’esistenza umana che si compie nella libera relazione interpersonale d’amore, come suggeriva lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton nel suo scritto Fancies versus Fads (1923): «La famiglia è il test della libertà umana perché è l’unica cosa che l’uomo libero fa da sé e per sé». Già Aristotele, nella sua Politica, considerava la famiglia come la struttura istituita dalla natura stessa per provvedere all’esistenza piena della persona. È spesso ripresa la nota che il famoso antropologo Claude Lévi-Strauss ha posto nel cuore del suo saggio sulla famiglia nella raccolta Razza e storia e altri studi di antropologia (1952): «La famiglia come unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli… è un fenomeno universale, reperibile in ogni e qualunque tipo di società». Questa convinzione è sperimentalmente confermata anche nella società contemporanea, nonostante le apparenze contrarie, come si evince dalla quarta indagine degli “European Values Studies” (2009). Da essa risulta che l’84% dei cittadini europei (e il 91% degli italiani) considera fondamentale la famiglia e inaspettatamente 46 paesi su 47 la collocano al primo posto tra le realtà sociali più importanti, prima ancora del lavoro, delle relazioni amicali, della religione e della politica. La “casa” è, perciò, un emblema vivo e vivente che attinge all’antropologia autentica, non solo religiosa, la quale vede nella creatura umana non una monade chiusa in sé stessa, ma una cellula in relazione con un corpo più vasto, un orizzonte aperto che accoglie e si espande. In pratica, come vedremo, l’umanità si rivela “duale”, doIV Nel libro della Genesi, Dio affida alla coppia umana la sua creazione, perché la custodisca, la coltivi, la indirizzi secondo il suo progetto (cfr 1,27-28; 2,15). In questa indicazione possiamo leggere il compito dell’uomo e della donna di collaborare con Dio per trasformare il mondo, attraverso il lavoro, la scienza e la tecnica. L’uomo e la donna sono immagine di Dio anche in questa opera preziosa, che devono compiere con lo stesso amore del Creatore. Noi vediamo che, nelle moderne teorie economiche, prevale spesso una concezione utilitaristica del lavoro, della produzione e del mercato. Il progetto di Dio e la stessa esperienza mostrano, però, che non è la logica unilaterale dell’utile proprio e del massimo profitto quella che può concorrere ad uno sviluppo armonico, al bene della famiglia e ad edificare una società più giusta, perché porta con sé concorrenza esasperata, forti disuguaglianze, degrado dell’ambiente, corsa ai consumi, disagio nelle famiglie. Anzi, la mentalità utilitaristica tende ad estendersi anche alle relazioni interpersonali e familiari, riducendole a convergenze precarie di interessi individuali e minando la solidità del tessuto sociale. Un ultimo elemento. L’uomo, in quanto immagine di Dio, è chiamato anche al riposo e alla festa. Il racconto della creazione si conclude con queste parole: «Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (Gen 2,2-3). Per noi cristiani, il giorno di festa è la Domenica, giorno del Signore, Pasqua settimanale. E’ il giorno della Chiesa, assemblea convocata dal Signore attorno alla mensa della Parola e del Sacrificio Eucaristico, come stiamo facendo noi oggi, per nutrirci di Lui, entrare nel suo amore e vivere del suo amore. E’ il giorno dell’uomo e dei suoi valori: convivialità, amicizia, solidarietà, cultura, contatto con la natura, gioco, sport. E’ il giorno della famiglia, nel quale vivere assieme il senso della festa, dell’incontro, della condivisione, anche nella partecipazione alla Santa Messa. Care famiglie, pur nei ritmi serrati della nostra epoca, non perdete il senso del giorno del Signore! E’ come l’oasi in cui fermarsi per assaporare la gioia dell’incontro e dissetare la nostra sete di Dio. XXXIII rapporto di profondo affetto e di premurosa cura verso i vostri genitori, e anche le relazioni tra fratelli e sorelle siano opportunità per crescere nell’amore. Il progetto di Dio sulla coppia umana trova la sua pienezza in Gesù Cristo, che ha elevato il matrimonio a Sacramento. Cari sposi, con uno speciale dono dello Spirito Santo, Cristo vi fa partecipare al suo amore sponsale, rendendovi segno del suo amore per la Chiesa: un amore fedele e totale. Se sapete accogliere questo dono, rinnovando ogni giorno, con fede, il vostro «sì», con la forza che viene dalla grazia del Sacramento, anche la vostra famiglia vivrà dell’amore di Dio, sul modello della Santa Famiglia di Nazaret. Care famiglie, chiedete spesso, nella preghiera, l’aiuto della Vergine Maria e di san Giuseppe, perché vi insegnino ad accogliere l’amore di Dio come essi lo hanno accolto. La vostra vocazione non è facile da vivere, specialmente oggi, ma quella dell’amore è una realtà meravigliosa, è l’unica forza che può veramente trasformare il mondo. Davanti a voi avete la testimonianza di tante famiglie, che indicano le vie per crescere nell’amore: mantenere un costante rapporto con Dio e partecipare alla vita ecclesiale, coltivare il dialogo, rispettare il punto di vista dell’altro, essere pronti al servizio, essere pazienti con i difetti altrui, saper perdonare e chiedere perdono, superare con intelligenza e umiltà gli eventuali conflitti, concordare gli orientamenti educativi, essere aperti alle altre famiglie, attenti ai poveri, responsabili nella società civile. Sono tutti elementi che costruiscono la famiglia. Viveteli con coraggio, certi che, nella misura in cui, con il sostegno della grazia divina, vivrete l’amore reciproco e verso tutti, diventerete un Vangelo vivo, una vera Chiesa domestica (cfr Esort. ap. Familiaris consortio, 49). Una parola vorrei dedicarla anche ai fedeli che, pur condividendo gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, sono segnati da esperienze dolorose di fallimento e di separazione. Sappiate che il Papa e la Chiesa vi sostengono nella vostra fatica. Vi incoraggio a rimanere uniti alle vostre comunità, mentre auspico che le diocesi realizzino adeguate iniziative di accoglienza e vicinanza. XXXII tata di una necessità strutturale di dialogo con l’altro. Ha, quindi, un suo fondo di verità l’enfatica intemerata che lo scrittore francese André Gide scagliava nella sua opera Nutrimenti terrestri (1897): «Famiglie, vi odio! Focolari chiusi, porte serrate, geloso possesso della felicità!». Purtroppo, venendo meno alla sua vocazione sociale, la famiglia adotta spesso – soprattutto nella vicenda contemporanea – come emblema la porta blindata, così da rinchiudersi in se stessa, perdendo il suo respiro genuino, la sua identità primigenia, ignorando chi sta fuori di quella cortina di ferro protettiva che si tramuta in prigione. Andando oltre, dobbiamo ricordare che la “casa”-famiglia è anche, come si diceva, l’analogia per definire il tempio ove si raduna la famiglia che ha per padre Dio. È per questo che uno dei vocaboli per indicare il santuario di Sion è appunto bajit e nel Nuovo Testamento entra in scena la kat’oíkon ekklesía, l’ecclesia domestica, ove lo spazio vitale di una famiglia si può trasformare in sede dell’eucaristia, della presenza di Cristo assiso alla stessa mensa (1Cor 16,19; Rm 16,5; Col 4,15; Fm 2; cf. LG 11). Indimenticabile è la scena dipinta dall’Apocalisse: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Iniziamo, allora, a far sorgere la “casa” simbolica e vivente che sta su quella vetta dalla quale si dipartono i due versanti della felicità della creazione e della festa della salvezza. È necessario partire dalle fondamenta solide, gettate sulla roccia del monte (cf. Mt 7, 24-25). La base è ovviamente costituita dalla coppia che è la radice dalla quale si leva il tronco della famiglia. Non è possibile ora né è necessario definire questo fondamento attraverso una compiuta teologia nuziale. Ci accontenteremo di rimandare a un testo biblico che è l’incipit stesso delle Scritture e, quindi, della creazione. Esso è desunto da quella pagina che contiene il progetto che il Creatore ha accarezzato come suo ideale e che ha proposto alla libertà della creatura umana. Questo disegno primordiale emerge nel capitolo 2 della Genesi e si affida a una sorta di collana di perle lessicali ebraiche, che ora cercheremo di far brillare in modo essenziale davanti ai V nostri occhi attraverso un settenario di termini. La prima parola è ‘ezer, letteralmente un “aiuto” offerto nel momento più critico e, quindi, diventa risolutivo e indispensabile. Nel nostro caso c’è un incubo che sta attanagliando l’uomo appena uscito dalle mani di Dio: è la solitudine-isolamento, che spegne quella vitalità ad extra strutturale per la persona. «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un ‘ezer che gli corrisponda», esclama infatti il Creatore (Gen 2,18). Come è noto, non è sufficiente all’uomo avere accanto gli animali, che sono pure una simpatica presenza nell’orizzonte terrestre: «l’uomo non trovò in essi un aiuto (‘ezer) che gli corrispondesse» (2,20). Come ha cercato di rendere questo termine un esegeta, Jean-Louis Ska, ciò di cui ha bisogno l’uomo è «un allié qui soit son homologue». È, dunque, un aiuto vivo e personale, un alleato nel quale egli possa fissare gli occhi negli occhi, anche in un dialogo silenzioso perché – come suggerisce un testo attribuito al grande Pascal – nella fede come nell’amore i silenzi sono più eloquenti delle parole; nei due innamorati che si guardano negli occhi in silenzio l’inesprimibile si fa esplicito, l’ineffabile si rivela. Ecco, allora, la seconda formula ke-negdô, tradotta di solito con un “simile” o “corrispondente” aiuto. In realtà, il suo significato di base suona letteralmente così: “come di fronte”. È appunto quella parità di sguardi a cui si accennava. Finora l’uomo ha guardato verso l’alto, cioè verso la trascendenza, verso quel Dio che gli ha infuso il respiro vitale, gli ha donato «la fiaccola» della coscienza che «scruta le profondità dell’intimo» (Pr 20,27), lo ha insignito della libertà, collocandolo all’ombra dell’«albero della conoscenza del bene e del male». L’uomo ha poi guardato in basso, verso quegli animali che rivolgevano a lui il loro muso in attesa di ricevere un nome (Gen 2,19-20). Ora, invece, cerca un volto davanti a sé, un “tu”, «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio», come dice il Siracide (36,26), ma come meglio esclama la donna del Cantico dei cantici, un essere col quale è possibile comporre una piena reciprocità di donazione: «Il mio amato è mio e io sono sua… Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3: l’originale ebraico è musicalmente rimato e ritmato sul suono –ô– e –î– che denotano i VI Spirito Santo» (Cost. Lumen gentium, 4). La solennità liturgica della Santissima Trinità, che oggi celebriamo, ci invita a contemplare questo mistero, ma ci spinge anche all’impegno di vivere la comunione con Dio e tra noi sul modello di quella trinitaria. Siamo chiamati ad accogliere e trasmettere concordi le verità della fede; a vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze, imparando a chiedere e concedere il perdono, valorizzando i diversi carismi sotto la guida dei Pastori. In una parola, ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere la bellezza della Trinità e di evangelizzare non solo con la parola, ma direi per «irradiazione», con la forza dell’amore vissuto. Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,2728). Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche con proprie e complementari caratteristiche, perché i due fossero dono l’uno per l’altro, si valorizzassero reciprocamente e realizzassero una comunità di amore e di vita. L’amore è ciò che fa della persona umana l’autentica immagine di Dio. Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera. E il vostro amore è fecondo innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare. E’ fecondo poi nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente. E’ fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione. Cari sposi, abbiate cura dei vostri figli e, in un mondo dominato dalla tecnica, trasmettete loro, con serenità e fiducia, le ragioni del vivere, la forza della fede, prospettando loro mete alte e sostenendoli nelle fragilità. Ma anche voi figli, sappiate mantenere sempre un XXXI OMELIA DEL SANTO PADRE ALLA MESSA DI BRESSO Venerati Fratelli, Illustri Autorità, Cari fratelli e sorelle! E’ un grande momento di gioia e di comunione quello che viviamo questa mattina, celebrando il Sacrificio eucaristico. Una grande assemblea, riunita con il Successore di Pietro, formata da fedeli provenienti da molte nazioni. Essa offre un’immagine espressiva della Chiesa, una e universale, fondata da Cristo e frutto di quella missione, che, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Gesù ha affidato ai suoi Apostoli: andare e fare discepoli tutti i popoli, «battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,18-19). Saluto con affetto e riconoscenza il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, e il Cardinale Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, principali artefici di questo VII Incontro Mondiale delle Famiglie, come pure i loro Collaboratori, i Vescovi Ausiliari di Milano e gli altri Presuli. Sono lieto di salutare tutte le Autorità presenti. E il mio abbraccio caloroso va oggi soprattutto a voi, care famiglie! Grazie della vostra partecipazione! Nella seconda Lettura, l’apostolo Paolo ci ha ricordato che nel Battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, il quale ci unisce a Cristo come fratelli e ci relaziona al Padre come figli, così che possiamo gridare: «Abbà! Padre!» (cfr Rm 8,15.17). In quel momento ci è stato donato un germe di vita nuova, divina, da far crescere fino al compimento definitivo nella gloria celeste; siamo diventati membri della Chiesa, la famiglia di Dio, «sacrarium Trinitatis» – la definisce sant’Ambrogio –, «popolo che – come insegna il Concilio Vaticano II – deriva la sua unità dall’unità del Padre e del Figlio e dello XXX due pronomi interpersonali, “lui” e “io”, dôdî lî wa’anî lô… ’anî ledodî wedodî lî). Passiamo, così, al terzo vocabolo che in questo caso è un simbolo: è quella “costola” sulla quale si sono ricamate tante ironie antifemminili. L’intervento creativo divino avviene all’interno di un “sonno”, che nella Bibbia è segno di un’esperienza trascendente, è la sede delle rivelazioni e delle visioni, è l’ambito in cui Dio è protagonista rispetto alla sua creatura. Ebbene, lo svelamento del valore di quell’azione divina ha luogo al risveglio, quando l’uomo intona quel canto d’amore primigenio che verrà declinato nella storia in infinite forme e formule differenti: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (2,23). Carne e ossa sono le componenti strutturali del corpo umano che, nell’antropologia biblica, è il segno della persona nella sua pienezza comunicativa (non abbiamo un corpo ma siamo un corpo). Si spiega, così, il simbolo della “costola”: essa indica la piena parità strutturale e costitutiva tra uomo e donna. Non per nulla, in sumerico ti designa sia la “costola” sia la “vita” trasmessa dalla donna. E questo ci conduce spontaneamente al quarto termine che si intreccia intimamente con la quinta locuzione ed entrambi risuonano in Gen 2,24: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne». È evidente che l’Adamo (in ebraico con l’articolo ha-’adam), protagonista del passo, è l’Uomo di tutti i tempi e di tutte le regioni del nostro pianeta: egli con la sua donna dà origine a una nuova famiglia, definita appunto attraverso i due vocaboli che ora sottolineiamo. Da un lato, c’è il verbo dabaq, “unirsi”, che letteralmente raffigura una stretta sintonia, un attaccamento fisico e interiore, tant’è vero che lo si adotta persino per descrivere l’unione mistica con Dio: «Il mio essere si tiene stretto (dabaq) a te», canta l’orante del Sal 63,9. Per questo san Paolo afferma che «chi si unisce a una prostituta forma con essa un solo corpo…, ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1Cor 6,16-17). Col verbo dabaq si ha, quindi, l’atto sessuale sia nella sua dimensione corporea sia nella sua celebrazione d’amore, di donazione totale della coppia. D’altro lato, ecco appunto la formula finale “un’unica carne “ (basar ’ehad) VII che definisce visivamente quel dabaq e che apre il discorso forse alla componente successiva della “casa” che stiamo innalzando: infatti, per l’esegeta tedesco Gerhard von Rad, l’“unica carne” è anche il figlio che nascerà dai due e che porterà in sé, unendole, non solo geneticamente, ma anche spiritualmente le due realtà dei suoi genitori. Possiamo, allora, concludere il disegno delle fondamenta della “casa”-famiglia con l’ultimo sguardo a questa coppia e al loro nome che ci presenta le ultime due parole: la donna «la si chiamerà ’isshah , perché da ’ish [l’uomo] è stata tratta» (2,23). Non c’è bisogno di spiegare come l’autore sacro abbia voluto ricordarci che queste due persone che costituiscono la coppia sono uguali nella loro dignità radicale, ma differenti nella loro identità individuale: ’ish è l’uomo nella sua realtà specifica e ’isshah è lo stesso termine ma al femminile, svelando così come la donna e l’uomo siano entrambi persone umane, pur nella diversità dei loro generi sessuali. La pienezza dell’umanità è in questa uguaglianza fatta di reciprocità necessaria, dialogica e complementare. La persona umana è, quindi, “duale” ed è così che realizza la sua autentica “identità”. Abbiamo, dunque, inanellato un settenario di vocaboli che reggono la base da cui sorge la famiglia, ossia la coppia: ‘ezer-aiuto indispensabile, che è ke-negdô, ci sta di fronte alla pari, simbolicamente raffigurato nella “costola”, cioè nella stessa componente strutturale dell’essere umano; l’uno e l’altra si abbracciano (dabaq), divenendo “una carne unica” (basar ’ehad) e recando i nomi uguali ma non identici di ’ish e di ’isshah. A suggello facciamo risuonare un appello intenso del Talmud, la grande raccolta della tradizione religiosa giudaica: «State molto attenti a far piangere una donna perché Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale, un po’ più in basso del braccio per essere protetta, e dal lato del cuore per essere amata». Nel cristianesimo, poi, questa unità d’amore riceve un suggello trascendente ulteriore che l’apostolo Paolo chiama “mistero” (Ef 5,32) e la teologia “sacramento”. In modo illuminante il teologo martire VIII nente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati. Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa. Grazie per il vostro impegno. XXIX liare incontriamo tante famiglie, notando nei conflitti di coppia una più marcata difficoltà a perdonare e ad accettare il perdono, ma in diversi casi abbiamo riscontrato il desiderio e la volontà di costruire una nuova unione,qualcosa di duraturo, anche per i figli che nascono dalla nuova unione. MANOEL ANGELO: Alcune di queste coppie di risposati vorrebbero riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i Sacramenti la loro delusione è grande. Si sentono esclusi, marchiati da un giudizio inappellabile. Queste grandi sofferenze feriscono nel profondo chi ne è coinvolto; lacerazioni che divengono anche parte del mondo, e sono ferite anche nostre, dell'umanità tutta. Santo Padre,sappiamo che queste situazioni e che queste persone stanno molto a cuore alla Chiesa: quali parole e quali segni di speranza possiamo dare loro? SANTO PADRE: Cari amici, grazie per il vostro lavoro di psicoterapeuti per le famiglie, molto necessario. Grazie per tutto quello che fate per aiutare queste persone sofferenti. In realtà, questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio. Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il matrimonio, affinché le famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino. E poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa. Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permaXXVIII del nazismo Dietrich Bonhoeffer così commenterà questo trapasso: «Il matrimonio è più del vostro amore reciproco… Finché siete voi soli ad amarvi, il vostro sguardo si limita nel riquadro isolato della vostra coppia. Entrando nel matrimonio siete invece un anello della catena di generazioni che Dio chiama al suo regno». Le pareti di pietre vive Quando san Pietro tratteggia «l’edificio spirituale» della comunità ecclesiale, descrive le sue ideali pareti come costituite da líthoi zóntes, «pietre vive», che s’aggregano attorno alla «pietra viva» fondamentale che è Cristo (1Pt 2,4-5). Raccogliamo questa simbologia e la applichiamo alla casa che stiamo innalzando, quella della famiglia. Anche nel Cantico dei cantici, che è per eccellenza il poema dell’amore, si leva un “muro” al quale è appoggiato l’amato e questa parete è detta in ebraico kotel (Ct 2,9), che è lo stesso termine con cui oggi si denomina il muro del tempio di Gerusalemme davanti al quale l’Israele prega il Signore. Ebbene, quali sono le “pietre vive” che compongono le pareti della famiglia innalzandola verso l’alto, l’oltre, il futuro? Sono i figli. È curioso notare che, statisticamente parlando, la parola che ricorre più volte nell’Antico Testamento – al di là delle congiunzioni, gli articoli, le preposizioni e gli avverbi, e dopo il nome divino Jhwh (6828 volte) – è il vocabolo ben, “figlio”, che risuona per 4929 volte! Il legame di ben con la casa risulta diretto e intimo se si tiene conto che il verbo “costruire, edificare” in ebraico è banah, e la rappresentazione più incisiva di questo vincolo stretto è nella miniatura poetica del Salmo 127: «Se il Signore non costruisce (banah) la casa, invano vi faticano i costruttori… Ecco eredità del Signore sono i figli (ben), è un suo premio il frutto del grembo. Come frecce in mano a un guerriero sono i figli (ben) avuti in giovinezza. Beato l’uomo che ne ha colma la faretra: non sarà umiliato quando verrà alla porta a trattare coi suoi nemici». Certamente il Salmo riflette una società di stampo agrario ove le braccia per il lavoro nei campi e negli scontri tribali erano decisive. La scena finale è tipicamente orientale: il padre, simile a uno sceicco, attorniato dalla sua folta e vigorosa prole, IX quasi fosse una guardia del corpo, incute timore quando si presenta alla porta davanti ai suoi avversari. Già nella Sapienza di Ani, un testo egizio del XIII secolo a.C., si leggeva: «L’uomo i cui figli sono numerosi è salutato rispettosamente e temuto a causa dei suoi figli». La pienezza della famiglia è tendenzialmente affidata alla discendenza. Tuttavia, per approfondire questo tema in chiave teologica, raccogliamo l’invito stesso di Cristo che spinge, per parlare della famiglia, a risalire ap’ archés, “in principio”, e ritorniamo alla Genesi, a un passo del primo racconto della creazione posto proprio in apertura alla Bibbia. Là si legge questa frase: «Dio creò l’uomo a sua immagine, / a immagine di Dio lo creò / maschio e femmina li creò» (1,27). Lo schema del parallelismo tipico della letteratura semitica rivela che “immagine di Dio” ha come parallelo esplicativo proprio la coppia “maschio e femmina”. Dio, allora, è sessuato e accanto a lui si asside una compagna divina, come l’Ishtar-Astarte babilonese? Ovviamente no, sapendo con quanta nettezza la Bibbia rifiuti come idolatrica questa concezione diffusa tra gli indigeni Cananei della Terrasanta. Dio resta trascendente, ma è creatore e la fecondità della coppia umana è “immagine” viva ed efficace dell’atto creativo divino, ne è un segno visibile; la coppia che genera è la vera “statua” (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce) che raffigura il Dio creatore e salvatore. L’amore fecondo è, perciò, il simbolo della realtà intima di Dio e proprio per questo il racconto della Genesi, secondo la cosiddetta “Tradizione Sacerdotale”, è tutto scandito sulle sequenze genealogiche (1,28; 2,4; 9,1.7; 10; 17,2.16; 25,11; 28,3; 35, 9.11; 47,27; 48,3-4): la capacità di generare della coppia umana è la via sulla quale si snoda la storia della salvezza. Possiamo, anzi, dire che l’intera Bibbia è per molti versi un’ininterrotta storia di famiglie. È, però, da notare che, accanto all’“immagine” (selem), si parla anche di “somiglianza” (demût), un modo per sottolineare la non-identità totale fra divinità e umanità; esiste una distanza, marcata proprio da questo secondo vocabolo: «Facciamo l’uomo X ranea, come aiutare le famiglie a vivere la festa secondo il cuore di Dio? SANTO PADRE: Grande questione, e penso di capire questo dilemma tra due priorità: la priorità del posto di lavoro è fondamentale, e la priorità della famiglia. E come riconciliare le due priorità. Posso solo cercare di dare qualche consiglio. Il I punto: ci sono imprese che permettono quasi qualche extra per le famiglie – il giorno del compleanno, eccetera – e vedono che concedere un po’ di libertà, alla fine va bene anche per l’impresa, perché rafforza l’amore per il lavoro, per il posto di lavoro. Quindi, vorrei invitare i datori di lavoro a pensare alla famiglia, a pensare anche ad aiutare affinché le due priorità possano essere conciliate. II punto: mi sembra che si debba naturalmente cercare una certa creatività, e questo non è sempre facile. Ma almeno, ogni giorno portare qualche elemento di gioia nella famiglia, di attenzione, qualche rinuncia alla propria volontà per essere insieme famiglia, e di accettare e superare le notti, le oscurità delle quali si è parlato anche prima, e pensare a questo grande bene che è la famiglia e così, anche nella grande premura di dare qualcosa di buono ogni giorno, trovare una riconciliazione delle due priorità. E finalmente, c’è la domenica, la festa: spero che sia osservata in America, la domenica. Mi sembra molto importante la domenica, giorno del Signore e, proprio in quanto tale, anche “giorno dell’uomo”, perché siamo liberi. Questa era, nel racconto della Creazione, l’intenzione originale del Creatore: che un giorno tutti siano liberi. In questa libertà dell’uno per l’altro, per se stessi, si è liberi per Dio. E così penso che difendiamo la libertà dell’uomo, difendendo la domenica e le feste come giorni di Dio e così giorni per l’uomo. Auguri a voi! Grazie. 5. FAMIGLIA ARAUJO (Famiglia brasiliana di Porto Alegre) MARIA MARTA: Santità, come nel resto del mondo, anche nel nostro Brasile i fallimenti matrimoniali continuano ad aumentare. Mi chiamo Maria Marta, lui è Manoel Angelo. Siamo sposati da 34 anni e siamo già nonni. In qualità di medico e psicoterapeuta faXXVII Tuttavia, possiamo anche qui dire: cerchiamo che ognuno faccia il suo possibile, pensi a sé, alla famiglia, agli altri, con grande senso di responsabilità, sapendo che i sacrifici sono necessari per andare avanti. Terzo punto: che cosa possiamo fare noi? Questa è la mia questione, in questo momento. Io penso che forse gemellaggi tra città, tra famiglie, tra parrocchie, potrebbero aiutare. Noi abbiamo in Europa, adesso, una rete di gemellaggi, ma sono scambi culturali, certo molto buoni e molto utili, ma forse ci vogliono gemellaggi in altro senso: che realmente una famiglia dell’Occidente, dell’Italia, della Germania, della Francia… assuma la responsabilità di aiutare un’altra famiglia. Così anche le parrocchie, le città: che realmente assumano responsabilità, aiutino in senso concreto. E siate sicuri: io e tanti altri preghiamo per voi, e questo pregare non è solo dire parole, ma apre il cuore a Dio e così crea anche creatività nel trovare soluzioni. Speriamo che il Signore ci aiuti, che il Signore vi aiuti sempre!Grazie. 4. FAMIGLIA RERRIE (Famiglia statunitense) JAY: Viviamo vicino a New York. Mi chiamo Jay, sono di origine giamaicana e faccio il contabile. Lei è mia moglie Anna ed è insegnante di sostegno. E questi sono i nostri sei figli, che hanno dai 2 ai 12 anni. Da qui può ben immaginare, Santità, che la nostra vita, è fatta di perenni corse contro il tempo, di affanni, di incastri molto complicati... Anche da noi, negli Stati Uniti, una delle priorità assolute è mantenere il posto di lavoro, e per farlo non bisogna badare agli orari, e spesso a rimetterci sono proprio le relazioni famigliari. ANNA: Certo non sempre è facile... L'impressione, Santità, è che le istituzioni e le imprese non facilitano la conciliazione dei tempi di lavoro coi tempi della famiglia. Santità, immaginiamo che anche per lei non sia facile conciliare i suoi infiniti impegni con il riposo. Ha qualche consiglio per aiutarci a ritrovare questa necessaria armonia? Nel vortice di tanti stimoli imposti dalla società contempoXXVI a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza» (1,26). Il mistero di Dio ci trascende, ci precede e ci eccede. Sta di fatto, però, che la relazione generativa umana diverrà l’analogia illuminante per scoprire il mistero di Dio: fondamentale al riguardo è la visione trinitaria cristiana che introduce in Dio un Padre, un Figlio e lo Spirito d’amore. Dio-Trinità è comunione di amore e la famiglia ne è il riflesso vivente. E come i tre umani, uomo-donnafiglio, sono “una cosa sola”, così Padre-Figlio-Spirito sono un unico Dio. Le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate il 28 gennaio 1979, durante il suo viaggio apostolico in Messico, sono illuminanti: «Il nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una famiglia, dal momento che ci sono in lui la paternità, la filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Quest’amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo. Così, il tema della famiglia non è affatto estraneo all’essenza divina». L’analogia trinitaria, come è noto, ha poi una declinazione cristologico-ecclesiale da parte di san Paolo riguardo al “mistero” dell’unione nuziale (Ef 5,21-33). Infine, dobbiamo ricordare che sulle pareti di pietre vive della casa familiare sono incise due epigrafi che delineano l’impegno vitale morale dei suoi abitanti. Sono i due comandamenti capitali della famiglia. Da un lato, ecco il precetto nuziale della fedeltà: «Non commetterai adulterio» (Es 20,14), ricondotto da Cristo alla pienezza del progetto divino originario dell’amore totale e indissolubile (Mt 5,2728; 19,3-9). D’altro lato, ecco il comandamento sociale: «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12), dove la figura paterno-materna incarna tutta la complessa rete delle relazioni sociali, essendo appunto la famiglia la cellula germinale del tessuto comunitario. E naturalmente queste due ideali epigrafi ricevono il loro commento in tante pagine bibliche e in tanti insegnamenti del magistero ecclesiale sulla famiglia, a partire dalle celebri “tavole domestiche” paoline (Ef 5,216,9; Col 3,18-4,1) Le tre stanze della “casa”“casa”-famiglia Una casa è costituita da spazi diversi in cui si consuma l’esistenza dei suoi abitanti. Noi ora evochiamo tre locali simbolici e lo facciaXI mo in modo molto essenziale, consapevoli in realtà che in essi si nascondono opere e giorni ora monotoni ora esaltanti. La prima è la stanza del dolore. Aveva ragione Tolstoj quando, nel suo celebre romanzo Anna Karenina, affermava che «le famiglie felici si somigliano tutte; le famiglie infelici sono infelici ciascuna a modo suo». La Bibbia stessa ne è testimone costante, a partire dalla brutale violenza fratricida di Caino su Abele e dalle liti tra i figli e le spose degli stessi patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe, per passare poi alla tragedia che insanguina la famiglia di Davide col figlio Assalonne aspirante parricida, fino a giungere alle molteplici difficoltà che costellano quel mirabile racconto familiare che è il libro di Tobia o a quell’amara confessione di Giobbe abbandonato e isolato: «I miei fratelli si sono allontanati da me, persino i miei familiari mi sono diventati estranei… Il mio alito fa schifo a mia moglie, faccio ribrezzo ai figli del mio grembo» (19, 13.17). Lo stesso Gesù nasce all’interno di una famiglia di profughi, entra nella casa di Pietro ove la suocera è malata, si lascia coinvolgere dal dramma della morte nella casa di Giairo o in quella di Lazzaro, ascolta il grido disperato della vedova di Nain o del padre dell’epilettico di un villaggio ai piedi del monte della Trasfigurazione. Nelle loro case incontra pubblicani come Matteo-Levi e Zaccheo, o peccatrici come la donna che s’introduce nella casa di Simone il lebbroso; conosce le ansie e le tensioni delle famiglie travasandole nelle sue parabole: dai figli che lasciano le case per tentare l’avventura (Lc 15,11-32) fino ai figli difficili dai comportamenti inspiegabili (Mt 21,28-31) o a quelli vittima di violenza (Mc 12,1-9). E si interessa anche di nozze che corrono il rischio di diventare imbarazzanti per assenza di vino o di ospiti (Gv 2,1-10; Mt 22,1-10), così come conosce l’incubo per lo smarrimento di una moneta in una famiglia povera (Lc 15,8-10). Si potrebbe continuare a lungo nel descrivere la vastità della stanza del dolore, naturalmente giungendo fino ai nostri giorni quando le pareti domestiche registrano spesso la decostruzione dell’intero edificio familiare in una sorta di terremoto. La lista delle antiche lacerazioni dei divorzi, ribellioni, infedeltà, aborti e così via si allarga a nuovi fenomeni socio-culturali come l’indiviXII glie che si appoggiano l’una all’altra, è molto importante e solo così, in questo coinvolgimento della comunità, degli amici, della Chiesa, della fede, di Dio stesso, cresce un vino che va per sempre. Auguri a voi! 3. FAMIGLIA PALEOLOGOS (Famiglia greca) NIKOS: Kalispera! Siamo la famiglia Paleologos. Veniamo da Atene. Mi chiamo Nikos e lei è mia moglie Pania. E loro sono i nostri due figli, Pavlos e Lydia. Anni fa con altri due soci, investendo tutto ciò che avevamo, abbiamo avviato una piccola società di informatica. Al sopravvenire dell'attuale durissima crisi economica, i clienti sono drasticamente diminuiti e quelli rimasti dilazionano sempre più i pagamenti. Riusciamo a malapena a pagare gli stipendi dei due dipendenti, e a noi soci rimane pochissimo: così che, per mantenere le nostre famiglie, ogni giorno che passa resta sempre meno. La nostra situazione è una tra le tante, fra milioni di altre. In città la gente gira a testa bassa; nessuno ha più fiducia di nessuno, manca la speranza. PANIA: Anche noi, pur continuando a credere nella provvidenza, facciamo fatica a pensare ad un futuro per i nostri figli. Ci sono giorni e notti, Santo Padre, nei quali viene da chiedersi come fare a non perdere la speranza. Cosa può dire la Chiesa a tutta questa gente, a queste persone e famiglie senza più prospettive? SANTO PADRE: Cari amici, grazie per questa testimonianza che ha colpito il mio cuore e il cuore di noi tutti. Che cosa possiamo rispondere? Le parole sono insufficienti. Dovremmo fare qualcosa di concreto e tutti soffriamo del fatto che siamo incapaci di fare qualcosa di concreto. Parliamo prima della politica: mi sembra che dovrebbe crescere il senso della responsabilità in tutti i partiti, che non promettano cose che non possono realizzare, che non cerchino solo voti per sé, ma siano responsabili per il bene di tutti e che si capisca che politica è sempre anche responsabilità umana, morale davanti a Dio e agli uomini. Poi, naturalmente, i singoli soffrono e devono accettare, spesso senza possibilità di difendersi, la situazione com’è. XXV altro modello di matrimonio dominante, come adesso: spesso il matrimonio era in realtà un contratto tra clan, dove si cercava di conservare il clan, di aprire il futuro, di difendere le proprietà, eccetera. Si cercava l’uno per l’altro da parte del clan, sperando che fossero adatti l’uno all’altro. Così era in parte anche nei nostri paesi. Io mi ricordo che in un piccolo paese, nel quale sono andato a scuola, era in gran parte ancora così. Ma poi, dall’Ottocento, segue l’emancipazione dell’individuo, la libertà della persona, e il matrimonio non è più basato sulla volontà di altri, ma sulla propria scelta; precede l’innamoramento, diventa poi fidanzamento e quindi matrimonio. In quel tempo tutti eravamo convinti che questo fosse l’unico modello giusto e che l’amore di per sé garantisse il «sempre», perché l’amore è assoluto, vuole tutto e quindi anche la totalità del tempo: è «per sempre». Purtroppo, la realtà non era così: si vede che l’innamoramento è bello, ma forse non sempre perpetuo, così come è il sentimento: non rimane per sempre. Quindi, si vede che il passaggio dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio esige diverse decisioni, esperienze interiori. Come ho detto, è bello questo sentimento dell’amore, ma deve essere purificato, deve andare in un cammino di discernimento, cioè devono entrare anche la ragione e la volontà; devono unirsi ragione, sentimento e volontà. Nel Rito del Matrimonio, la Chiesa non dice: «Sei innamorato?», ma «Vuoi», «Sei deciso». Cioè: l’innamoramento deve divenire vero amore coinvolgendo la volontà e la ragione in un cammino, che è quello del fidanzamento, di purificazione, di più grande profondità, così che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue capacità, con il discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: «Sì, questa è la mia vita». Io penso spesso alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi realmente «secondo vino» è più bello, migliore del primo vino. E questo dobbiamo cercare. E qui è importante anche che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche la comunità della parrocchia, la Chiesa, gli amici. Questo, tutta la personalizzazione giusta, la comunione di vita con altri, con famiXXIV dualismo, la privatizzazione, i sorprendenti e non di rado sconcertanti percorsi bioetici della fecondazione in vitro, dell’utero in affitto, della coppia omosessuale e delle relative adozioni, delle teorie sul “gender”, della clonazione, della monogenitorialità, della pornografia e via dicendo. Una lista di realtà che scuote l’impianto tradizionale della famiglia e che rende la casa un qualcosa di “liquido”, plasmabile in forme molli e mutevoli che impongono continue riflessioni di natura culturale, sociale ed etica. Noi ci fermiamo qui, affidando ad altri questa visita ardua allo spazio delle difficoltà e degli interrogativi, uno spazio dai confini incerti che lo rendono contenitore di “mondovisioni” diverse, di veri e propri “multiversi” incontenibili. Accanto, però, troviamo subito un altro locale ove ferve l’opera umana, ma che, purtroppo, non di rado ai nostri giorni si fa deserto e sembra aprire le sue porte quasi automaticamente alla camera della sofferenza appena descritta. Parliamo, infatti, della stanza del lavoro. Nel progetto divino della creazione da cui siamo partiti l’uomo era invitato a “prendere possesso” (kabash) e a “governare” (radah) il creato, simbolicamente rappresentato come un giardino ricco, fertile e popoloso: «Riempite la terra, prendetene possesso e governate i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gen 1,28). Anzi, si ribadiva – usando in ebraico i verbi stessi del culto e dell’alleanza con Dio, ‘abad e shamar, “servire” e “osservare” – che «il Signore Dio prese l’uomo e lo collocò nel giardino di Eden, perché lo coltivasse (‘abad) e lo custodisse (shamar)» (2,15). Dopo tutto, la stessa rappresentazione del Creatore è quella di un lavoratore che opera (bara’, “creare”, è il verbo dell’artigiano) per una settimana lavorativa di sei giorni (1,1), o anche di un pastore (Sal 23) o di un contadino (Sal 65,10-14), o di un tessitore o di un vasaio che modella il suo capolavoro tessile o fittile (Gen 2,7; Ger 18,6; Sal 139, 1316; Gb 10,8-11). Egli nella sua opera di creazione non è certo simile a un guerriero distruttore come si aveva, invece, nelle antiche cosmologie del Vicino Oriente. È in questa luce che il Salmista dipinge un delizioso interno familiare che ha al centro una festosa tavolaXIII ta ove è assiso il padre che può nutrire se stesso, la sua sposa, comparata a una vite feconda, e i figli, vigorosi virgulti d’olivo, attraverso «la fatica delle sue mani» (Sal 128, 2-3). È una felicità che nasce dall’impegno pesante del lavoro (labor in latino è anche “travaglio”, come nel francese travail, e deriva dalla radice indoeuropea labhche designa un “afferrare” per trasformare). È una serenità che dilaga anche nella società e nelle generazioni future: «Possa tu vedere il bene di Gerusalemme… Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!» (128, 5-6). Il lavoro, infatti, è un dono divino, come suggerisce il Salmo precedente, il 127, quello del padre e dei figli a cui abbiamo già accennato: «Se il Signore non vigila sulla città…, invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica» (127,2). Ne è consapevole anche la materfamilias il cui ritratto suggella il libro dei Proverbi, donna sapiente e fedele a Dio il cui lavoro è celebrato in tutti i particolari quotidiani, così da attirarsi la lode del marito e dei figli (31,1031). Lo stesso apostolo Paolo sarà orgoglioso dell’aver vissuto senza esser di peso a nessuno con l’opera delle sue mani, tanto da imporre la regola ferrea: «Chi non lavora neppure mangi» (2Ts 3,7-12: cf. At 18,3). Detto questo, si comprende che la disoccupazione e la precarietà si trasformano in sofferenza, come si registra nel delicato ed emozionante libretto di Rut e come ricorda Gesù nella parabola dei lavoratori a giornata, seduti in ozio forzato nella piazza del villaggio (Mt 20,1-16), o come egli sperimenta nel fatto stesso di essere circondato spesso da miserabili e da affamati, così come era accaduto al profeta Elia che si era trovato davanti una vedova col figlio sfiniti dalla fame (1Re 17,7-18). È ciò che la società contemporanea sta vivendo in modo talora tragico e questa assenza di lavoro si trasforma in un vero e proprio attentato alla solidità della “casa”-famiglia. Non bisogna neppure dimenticare la degenerazione che il peccato introduce nella società, quando l’uomo si comporta da tiranno nei confronti della natura, devastandola, sfruttandola egoisticamente e brutalmente, secondo norme dispotiche, così da rendere il lavoro una cupa alienazione, segnata dal sudore personale, dalla desertificazione del XIV povertà. Ma questo amore reciproco che c’era tra di noi, questa gioia anche per cose semplici era forte e così si potevano superare e sopportare anche queste cose. Mi sembra che questo fosse molto importante: che anche cose piccole hanno dato gioia, perché così si esprimeva il cuore dell’altro. E così siamo cresciuti nella certezza che è buono essere un uomo, perché vedevamo che la bontà di Dio si rifletteva nei genitori e nei fratelli. E, per dire la verità, se cerco di immaginare un po’ come sarà in Paradiso, mi sembra sempre il tempo della mia giovinezza, della mia infanzia. Così, in questo contesto di fiducia, di gioia e di amore eravamo felici e penso che in Paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia gioventù. In questo senso spero di andare «a casa», andando verso l’«altra parte del mondo». 2. SERGE RAZAFINBONY E FARA ANDRIANOMBONANA (Coppia di fidanzati dal Madagascar): SERGE: Santità, siamo Fara e Serge, veniamo dal Madagascar. Ci siamo conosciuti a Firenze dove stiamo studiando, io ingegneria e lei economia. Siamo fidanzati da quattro anni e non appena laureati sogniamo di tornare nel nostro Paese per dare una mano alla nostra gente, anche attraverso la nostra professione. FARA: I modelli famigliari che dominano l'Occidente non ci convincono, siamo consci che molti tradizionalismi dell’Africa vadano in qualche modo superati. Siamo fatti l'uno per l'altro; per questo vogliamo sposarci e costruire un futuro insieme. Vogliamo che ogni aspetto della nostra vita sia orientato dai valori del Vangelo. Ma parlando di matrimonio, Santità, c'è una parola che più d'ogni altra ci attrae e allo stesso tempo ci spaventa: il «per sempre»… SANTO PADRE: Cari amici, grazie per questa testimonianza. La mia preghiera vi accompagna in questo cammino di fidanzamento e spero che possiate creare, con i valori del Vangelo, una famiglia «per sempre». Lei ha accennato a diversi tipi di matrimonio: conosciamo il «mariage coutumier» dell’Africa e il matrimonio occidentale. Anche in Europa, per dire la verità, fino all’Ottocento, c’era un XXIII LE DOMANDE DELLE FAMIGLIE, LE RISPOSTE DEL PAPA 1. CAT TIEN (bambina dal Vietnam): nam) Ciao, Papa. Sono Cat Tien, vengo dal Vietnam. Ho sette anni e ti voglio presentare la mia famiglia. Lui è il mio papà, Dan e la mia mamma si chiama Tao, e lui è il mio fratellino Binh. Mi piacerebbe tanto sapere qualcosa della tua famiglia e di quando eri piccolo come me… SANTO PADRE: Grazie, carissima, e ai genitori: grazie di cuore. Allora, hai chiesto come sono i ricordi della mia famiglia: sarebbero tanti! Volevo dire solo poche cose. Il punto essenziale per la famiglia era per noi sempre la domenica, ma la domenica cominciava già il sabato pomeriggio. Il padre ci diceva le letture, le letture della domenica, da un libro molto diffuso in quel tempo in Germania, dove erano anche spiegati i testi. Così cominciava la domenica: entravamo già nella liturgia, in atmosfera di gioia. Il giorno dopo andavamo a Messa. Io sono di casa vicino a Salisburgo, quindi abbiamo avuto molta musica – Mozart, Schubert, Haydn – e quando cominciava il Kyrie era come se si aprisse il cielo. E poi a casa era importante, naturalmente, il grande pranzo insieme. E poi abbiamo cantato molto: mio fratello è un grande musicista, ha fatto delle composizioni già da ragazzo per noi tutti, così tutta la famiglia cantava. Il papà suonava la cetra e cantava; sono momenti indimenticabili. Poi, naturalmente, abbiamo fatto insieme viaggi, camminate; eravamo vicino ad un bosco e così camminare nei boschi era una cosa molto bella: avventure, giochi eccetera. In una parola, eravamo un cuore e un’anima sola, con tante esperienze comuni, anche in tempi molto difficili, perché era il tempo della guerra, prima della dittatura, poi della XXII suolo (Gen 3,17-19) e dagli squilibri economico-sociali contro i quali si leverà forte e chiara la denuncia costante dei profeti, a cominciare da Elia (1Re 21) e Amos per giungere fino allo stesso Gesù (ad es. Lc 12,13-21; 16,1-31). L’arricchimento sfrenato, fonte di ingiustizie, è alla fine un’idolatria, come scriveva il teologo Paul Beauchamp, nella sua opera La legge di Dio: «O l’uomo adora Dio perché è Dio che lo ha fatto, o l’uomo adora l’idolo perché è lui stesso ad averlo fatto. Io adoro colui che mi ha fatto o adoro colui che ho fatto… L’idolatria colpisce il lavoro, come certe malattie colpiscono più alcuni organi che altri». La stanza della festa C’è, però, una terza e ultima camera della nostra “casa” simbolica: è la stanza della festa e della gioia familiare. Essa, come suggeriva il filosofo Soeren Kierkegaard, deve avere la porta che «si apre verso l’esterno così che può essere richiusa solo andando fuori da se stessi». E comunicare con l’esterno può essere complesso e faticoso perché si presentano fenomeni inediti come la globalizzazione, la civiltà digitale con la sua rete che avvolge il globo, il fermento della scienza che non teme di inoltrarsi lungo sentieri d’altura come nel caso delle neuroscienze e delle biotecnologie, l’incontro con volti diversi e il cosiddetto “meticciato” delle culture e via elencando. Questa molteplicità d’esperienze è, però, feconda e può arricchire la festa della famiglia, qualora essa sappia custodire nel dialogo la sua identità cristiana in forma non aggressiva e integralistica, ma sappia anche non stingersi e scolorirsi in un generico e vago sincretismo. Bisogna, quindi, ricordare che l’ingresso in questa stanza solare avviene non di rado dopo una lunga attesa e un’intensa preparazione, come affermava in modo suggestivo nel suo Diario lo scrittore francese Jules Renard: «Se si vuol costruire la casa della felicità, ci si deve ricordare che la stanza più grande dev’essere la sala d’attesa». Questo spazio gioioso è collegato e adiacente al locale del lavoro. A questo proposito è significativo ancora una volta il racconto d’apertura della creazione secondo la Genesi. In quella pagina emerge un elemento simbolico dialettico che raccorda appunto lavoro e festa. XV L’uomo è considerato il vertice della creazione: non è solo una realtà “bella/buona” (tôb) come le altre creature, ma è “molto bella/ buona” (Gen 1,31). Eppure egli è creato il sesto giorno e il sei, nella simbologia numerica biblica, è indizio di imperfezione, essendo il sette il segno della pienezza. L’uomo è, quindi, prigioniero del limite temporale, spaziale, fisico e metafisico. Tuttavia, può evadere dal carcere della sua natura creaturale e della stessa ferialità: lo fa quando celebra il sabato, il settimo giorno, la festa, la liturgia, la preghiera. Quel giorno, infatti, è il tempo di Dio, l’orizzonte trascendente in cui egli “riposa” nella pienezza della sua gloria. Per questo, il sabato è tratteggiato dalla Genesi come un tempio che viene “benedetto” e “consacrato”: «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (2,3), rendendolo la sede della vita piena e perfetta, il tempio nel tempo, scandito dall’eternità. L’uomo e la donna, quando celebrano la liturgia festiva, entrano nel tempio/tempo eterno divino. Come scriveva il pensatore mistico ebreo Abraham J. Heschel nel suo noto testo sul Sabato (1951), «per sei giorni viviamo sotto la tirannia delle cose dello spazio; il sabato ci mette in sintonia con la santità del tempo. In questo giorno siamo chiamati a partecipare a ciò che è eterno nel tempo, a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione, dal mondo della creazione alla creazione del mondo». In questa linea è significativo registrare nella duplice redazione del Decalogo la diversa motivazione che giustifica la festa sabbatica. Da un lato, in Dt 5,12-15 si sottolinea l’uscita dal regime del lavoro feriale, rievocando la liberazione dall’alienazione dell’oppressiva schiavitù egizia; d’altro lato, in Es 20,8-11 si celebra l’ingresso nel riposo perfetto ed eterno del settimo giorno “benedetto e consacrato” da Dio dopo i sei giorni della creazione. La festa è, quindi, liberazione dal limite e partecipazione all’eternità, è comunione con Dio che strappa la creatura umana dal sesto giorno e la introduce nella festa del settimo ove essa “riposa” come Dio. È per questo che la Lettera agli Ebrei dipinge la vita eterna come un sabato senza fine, non più compresso dalla fuga del tempo né occupato dagli idoli terreni o striato dal peccato umano (3,7 – 4,11). È per XVI 1968. KLAUCK H.J., Hausgemeinde und Hauskirche in frühen Christentum, Katholisches Bibelwerk, Stuttgart 1981. LIBERTI V. ed., La famiglia nella Bibbia, Dehoniane, Roma 1989. OUELLET M., Divina somiglianza. Antropologia trinitaria della famiglia, Lateran University Press, Roma 2004. PAGAZZI G. C., Sentirsi a casa. Abitare il mondo da figli, Dehoniane, Bologna 2010. PENNA R., Le prime comunità cristiane. Persone tempi luoghi forme credenze, Carocci, Roma 2011. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Dizionario di dottrina sociale della Chiesa, a cura di G. Crepaldi e E. Colom, LAS, Roma 2005, pp. 301-334 (“Famiglia: dimensione sociale”). RATZINGER J. – BENEDETTO XVI, Impariamo ad amare. Il cammino di una famiglia cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2007. 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XXI il quale metteva in bocca a Dio padre questo soliloquio familiare che immaginiamo di intravedere anch’esso da una delle finestre della nostra “casa” simbolica: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato… Gli insegnavo a camminare tenendolo per mano… Lo attiravo con legami di tenerezza, con vincoli d’amore. Ero come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-4). Con quest’ultimo sguardo che intreccia fede e amore, grazia e impegno, famiglia umana e Trinità divina, contempliamo per l’ultima volta la casa che la Parola di Dio affida alle mani dell’uomo, della donna e dei figli perché compongano «una comunione di persone, segno e immagine della comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La sua attività procreatrice ed educativa è il riflesso dell’opera creatrice del Padre. La famiglia è chiamata a condividere la preghiera e il sacrificio di Cristo. La preghiera quotidiana e la lettura della Parola di Dio corroborano in essa la carità» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2205). BIBLIOGRAFIA AA.VV., La Casa, in “Parola, Spirito e Vita” n. 64, Dehoniane, Bologna 2011. AA.VV., La famiglia, in “Parola, Spirito e Vita” n. 14, Dehoniane, Bologna 1986. AA.VV., Matrimonio – Famiglia nella Bibbia, Borla, Roma 2005. BARTON S.C. ed., The Family in Theological Perspectives, T.-T. Clark, Edinburgh 1996. BRUEGGEMANN W., Genesis, John Knox, Atlanta (GA) 1982. CAMPBELL K.M. ed., Marriage and Family in the Biblical World, InterVarsity Press, Downers Grove (IL) 2003. CROCETTI G., La famiglia secondo la Bibbia, Ancora, Milano 1983. ESLINGER L., House of God or House of David. The Rhetoric of 2 Samuel 7, Sheffield Academic Press, Sheffield 1994. GIORDANO G., La casa vissuta. Percorsi e dinamiche dell’abitare, Giuffrè, Milano 1997. GIOVANNI PAOLO II, L’amore umano nel piano divino, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009. GRELOT P., La coppia umana nella Sacra Scrittura, Vita e Pensiero, Milano XX questo che l’apocrifo giudaico Vita di Adamo ed Eva afferma che «il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro». È per questo che la festa primaria dell’Israele biblico, la Pasqua, è di sua natura familiare ed è collocata nello spazio della tenda domestica (Es 12): essa è la celebrazione dell’uscita-esodo dal lavoro oppressivo imposto dal faraone ed è l’avvio dell’ingresso nella terra promessa che diventa un simbolo della patria celeste, come appare esplicitamente nella trama sia del Libro della Sapienza sia dell’Apocalisse. È per questo, come si è già ricordato in apertura, che la celebrazione eucaristica delle origini cristiane aveva come sede proprio la ecclesia domestica e come contorno il convito familiare (1Cor 11,17-33). Era là che i genitori diventavano i primi araldi della fede per i loro figli. Già nell’antico Israele la famiglia era il luogo della catechesi: è ciò che brilla nel racconto della celebrazione pasquale e che sarà esplicitato nella haggadah giudaica, ossia nella “narrazione” dialogica che accompagna il rito pasquale. Anzi, il Salmo 78 esalta l’annuncio familiare della fede: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto. Ha stabilito un insegnamento in Giacobbe, ha posto una legge in Israele, che ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli, perché la conosca la generazione futura, i figli che nasceranno. Essi poi si alzeranno a raccontarlo ai loro figli, perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma custodiscano i suoi comandi» (78, 3-7). Pertanto, la festa autentica non è né un orizzonte vuoto e inerte, come Tacito bollava il sabato degli Ebrei, né è un mero week-end, ma è un evento positivo, è segno di una trascendenza resa disponibile alla creatura, è dono di una comunione con Dio, è la requies aeterna che i cristiani augurano ai loro defunti e che è già pregustata nella liturgia terrena del “giorno del Signore”, la “domenica” (Ap 1,10). Possiamo, dunque, affermare con Benedetto XVI che «il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condiXVII zionano le scelte, influenzano le relazioni tra coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa. La Sacra Scrittura (cfr. Gen 1-2) ci dice che la famiglia, il lavoro e il giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere un’esistenza pienamente umana». Queste parole del Papa, desunte dalla Lettera per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie, riassumono la nostra visita ideale nella sala della festa che si apre nella casa simbolica che abbiamo descritto. Ricorrendo al celebre motto benedettino, possiamo dire che il labora dell’impegno feriale si deve aprire all’ora della liturgia festiva, conservando comunque l’unità dell’Ora et labora settimanale. La porta della “casa”-famiglia si spalanca, quindi, anche sull’altro versante del monte ove essa è posta, un versante illuminato dal sole dell’eternità e dell’infinito. Detto in altri termini, la stanza della festa ha davanti a sé una terrazza che s’affaccia sul cielo e sul futuro escatologico, quando tutte le tribù di Israele e «una moltitudine immensa e innumerevole di ogni nazione, famiglia, popolo e lingua staranno tutte in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolte in vesti candide, con rami di palma nelle loro mani» (cf. Ap 7,4-9). Sarà, quindi, la liturgia perfetta, la festa eterna, il futuro definitivo che era prefigurato proprio dai figli che evocavano nella storia la novità, l’alterità, la continuità temporale, l’attesa, la progettualità. A quella “immortalità” affidata alle generazioni che si distendono nel tempo succede ora la vera e piena immortalità, la pasqua che non ha tramonto: «in quel giorno non vi sarà né luce né freddo né gelo, sarà un unico giorno, solo il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte e verso sera risplenderà la luce… La città non avrà bisogno della luce del sole né della luce della luna, la gloria di Dio la illuminerà e la sua lampada sarà l’Agnello» (Zc 14, 6-7; Ap 21,23). Allora si chiuderà per sempre la “stanza del dolore” perché Dio «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). Mentre contempliamo la “casa”-famiglia che dovremmo erigere nella nostra storia sulla scia del desiderio che Dio ha espresso nelle XVIII Scritture, risuona un’ultima parola: è quella della speranza, virtù molto realistica, come affermava il poeta francese Charles Péguy che ad essa ha dedicato un poemetto, Il portico del mistero della seconda virtù (1911): «È sperare la cosa difficile / a voce bassa e vergognosamente. / E la cosa facile è disperare / ed è la grande tentazione». Certo, è arduo edificare e tener salda questa casa, come ripeteva il grande Montaigne nei suoi Saggi, perché «governare una famiglia è poco meno difficile che governare un regno». Eppure, l’amore fiducioso e generoso può compiere miracoli. Persino un pessimista come il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, nella sua amara Casa di bambola (1879), non esitava a riconoscere – sia pure al negativo – che «la vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza quando si fonda solo sul principio dell’io ti do e tu mi dai». Cristo ha introdotto, invece, quest’altro principio: «Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per la persona che ama» (Gv 15,13), varcando così la stessa legge, pur alta, dell’«amare il prossimo come se stessi». Immaginiamo, allora, di intuire in finale, in una stanza della nostra casa simbolica, quel delizioso quadretto che il Salmista ha abbozzato soltanto con 11 vocaboli in un testo composto di sole 30 parole ebraiche. È il Sal 131 che introduce nella famiglia e nella fede quella virtù che ai nostri giorni è brutalmente ignorata, la tenerezza. Come accade altrove nella Bibbia (ad es. Es 4,22; Is 49,15; Sal 27,10), il legame tra il fedele e il suo Signore è modellato sul rapporto genitoriale. Qui è la dolce e tenera intimità che intercorre tra una madre e il suo bambino. Non si tratta, però, di un neonato che, dopo essere stato allattato, dorme placido tra le braccia della sua mamma, bensì – come esplicita il vocabolo ebraico gamûl – è di scena un bimbo “svezzato” che s’attacca consapevolmente alla madre che lo porta sul dorso, in una relazione di intimità cosciente e non meramente biologica. Canta, dunque, il Salmista: «Io ho l’anima mia distesa e tranquilla; come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia» (131,2). In dissolvenza potremmo far scorrere un’altra scenetta parallela, quella di un padre profeta, Osea, XIX