Punto Omega
Rivista quadrimestrale
del Servizio Sanitario
del Trentino
Nuova serie
Anno IV/2002
numero 10
Registrazione del Tribunale
di Trento n. 1036
del 6.10.1999
© copyright 2002
Provincia Autonoma
di Trento
Tutti i diritti riservati.
Riproduzione consentita
con citazione obbligatoria
della fonte
Direttore
Mario Magnani
Direttore responsabile
Alberto Faustini
Coordinamento redazionale
ed editoriale
Vittorio Curzel
Redazione
a cura del Servizio
Programmazione e ricerca
sanitaria
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Hanno scritto per questo numero:
Luca Belli,
Maria Grazia Berlanda,
Mariella Bonzanini,
Stefania Simonetto,
Armando Vadagnini.
Grafica e impaginazione
a cura del Servizio
Programmazione e ricerca
sanitaria
Art Director
Vittorio Curzel
Progetto grafico
Giancarlo Stefanati
Editing
Attilio Pedenzini
Stampa
Tipografia Alcione
Trento
Stampato su carta ecologica
Fedrigoni Vellum white
Indirizzo
Provincia Autonoma
di Trento
Servizio Programmazione
e Ricerca sanitaria
Via Gilli, 4
38100 Trento
tel. +39.0461.494037
fax +39.0461.494073
e-mail:
[email protected]
“Punto Omega” è consultabile
on line sul sito web:
www.provincia.tn.it/sanita
nella sezione
“Centro Documentazione Salute ­
Biblioteca - Pubblicazioni
Provincia”
10
anno quattro numero dieci
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Mario Magnani
Editoriale
“Il bene e il bello”.
I luoghi della cura
La città di Trento
nell’epoca della nascita
degli ospedali - secoli
XII-XIV
13 Nascita dei luoghi
di cura a Trento
29 Avvenimenti storici
principali nei secoli
XV-XIX
33 Organizzazione degli
ospedali di Trento nei
secoli XVI-XVIII
38 La situazione sanitaria
nel XIX secolo
41 Il XX secolo
48 Bibliografia essenziale
25 Le epidemie di peste
tra il XIV e il XVII secolo
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Scheda
51 La campagna per l’utilizzo corretto
dei farmaci. Anno 2002
“Serrati gli uni contro gli altri dalla crescita del loro numero e dalla
moltiplicazione dei collegamenti, accomunati dal risveglio della speranza e
dell’angoscia per il futuro, gli uomini di domani lavoreranno per la formazione di
una coscienza unica e di una conoscenza condivisa”.
Pierre Teilhard de Chardin
“Punto Omega”, nel pensiero di Teilhard de Chardin, filosofo e teologo vissuto
tra il 1881 e il 1955, è il punto di convergenza naturale dell’umanità, laddove
tendono tutte le coscienze, nella ricerca dell’unità che sola può salvare l’Uomo e la
Terra. “Punto Omega” è anche il titolo scelto per la rivista quadrimestrale del
Servizio sanitario del Trentino ideata nel 1995 da Giovanni Martini, poiché le sue
pagine vogliono rappresentare un punto di incontro per tutti coloro che sono
interessati ai temi della salute e della qualità della vita.
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Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Editoriale
L
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
a società ha vissuto negli anni
recenti una serie di importanti e
rapidi cambiamenti, anche per
quanto riguarda l’ambito della
salute e dell’assistenza sanitaria.
Da una lato ci si trova, per la pri­
ma volta nella storia, di fronte ad
un significativo allungamento
della speranza di vita e quindi al
considerevole aumento della po­
polazione anziana, nei confronti
della quale, anche a livello sani­
tario, si dovranno adottare moda­
lità di assistenza particolarmen­
te impegnative e necessariamen­
te nuove.
Dall’altro lato le persone, dotate
di maggiori conoscenze sulle stra­
tegie e sulle alternative di cura,
ricercano il benessere oltre all’as­
senza di malattia e mostrano un
atteggiamento di maggiore fidu­
cia nei confronti della medicina,
richiedendo servizi caratterizzati
da maggiore personalizzazione,
qualità e tempestività.
Oltre a ciò il Servizio Sanitario
può avvalersi del supporto delle
tecnologie dell’informazione e
della comunicazione, lasciando
intravedere per il futuro una con­
figurazione dell’assistenza ospe­
daliera basata su una rete di pre­
sidi, con una forte capacità di in­
terazione con i servizi territoria­
li. Ciò richiede quindi lo sviluppo
di capacità di collegamento, fun­
zionale culturale e strutturale, fra
l’ambiente interno (ospedale) e
l’ambiente esterno (territorio) at­
traverso il teleconsulto e la teleassistenza e una diversa forma di
aggregazione delle unità di pro­
duzione sanitaria che non vivono
più in interazione con un ambien­
te chiuso (l’ospedale), ma con un
numero pressoché infinito di al­
tre esperienze e competenze.
L’ospedale, in altre parole, sta
diventando un ambiente informa­
tivo che travalica i propri confini
murari all’interno del quale gli
operatori sanitari potranno comu­
nicare direttamente e velocemen­
te, utilizzando, quale prassi quo­
tidiana, le reti telematiche, la tra­
smissione di immagini digitaliz­
zate, di risultati di esami strumen­
tali e di laboratorio.
A questo proposito negli ambienti
scientifici e tecnologici si afferma
che l’integrazione della telemati­
ca nell’assistenza sanitaria non è
più una questione di “se”, ma di
“quando” e “in che modo” la dia­
gnosi a distanza e le consulenze
sulla gestione dei casi clinici an­
dranno a ridurre la necessità di
edifici, di servizi, di personale. Gli
specialisti in diagnostica quindi
saranno tendenzialmente concen­
trati in un numero minore di luo­
ghi e lavoreranno sulle informa­
zioni che vengono loro trasmes­
se da personale anche non medi­
co presso i servizi di comunità.
Gli ospedali hanno sempre rap­
presentato il luogo nel quale ve­
nivano ospitati le persone in tem­
poranea difficoltà per motivi di
salute o per necessità assistenzia­
li. Tale modello è stato messo in
crisi dal mutato contesto demo­
grafico ed epidemiologico nonché
dallo sviluppo tecnologico che
hanno modificato progressiva­
mente il modo di erogare l’assi­
stenza sanitaria e di fare diagno­
3
si e terapia. In tale nuovo conte­
sto l’ospedale si trasforma da
grande e indifferenziato luogo di
degenza e di assistenza, a strut­
tura di dimensioni medio-piccole
ad alto contenuto tecnologico e
scientifico in grado di erogare un
consistente numero di prestazio­
ni ad elevata complessità, diffe­
renziate e concentrate in periodi
temporali molto limitati.
Il baricentro dell’ospedale tende
perciò a spostarsi di più sulle at­
tività di trattamento diurno (day­
hospital, day-surgery) e ambula­
toriale con una significativa atti­
vità di comunicazione con il ter­
ritorio, finalizzata a garantire la
circolarità e la continuità terapeu­
tica e integrarsi nel ciclo preven­
zione-diagnosi-terapia-riabilita­
zione-prevenzione.
All’interno della struttura ospeda­
liera, inoltre, si impone una mag­
gior considerazione al malato,
visto non più come “oggetto”
delle cure, ma come soggetto
portatore di diritti, di necessità e
bisogni che superano quelli di
mero carattere sanitario (comfort,
privacy, informazione, ecc.).
Aspetti di rilevante interesse ed
importanza infine sono quelli co­
stituiti dalla relazione medicopaziente: l’evoluzione tecnologi­
ca in medicina e in sanità porta a
supporre una progressiva sperso­
nalizzazione del paziente. Tale
aspetto va perciò accuratamente
presidiato in modo da evitare che
la tecnologia pregiudichi l’uma­
nizzazione nel trattamento dei
malati che, quali destinatari dei
processi diagnostici e terapeuti­
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Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
ci, devono invece essere posti in
grado di esprimere il proprio li­
vello di soddisfazione per le cure
a cui sono stati sottoposti e da
cui possano risultare elementi
importanti per la valutazione del­
la qualità degli interventi.
Numerosi e complessi sono dun­
que gli aspetti su cui riflettere,
così come numerosi e complessi
sono gli ambiti del processo de­
cisionale a cui sono chiamati
amministratori pubblici, dirigen­
ti sanitari e progettisti nel dise­
gnare l’ospedale del futuro.
Nell’affrontare tale compito sia­
mo consci che, come sostengo­
no vari studiosi dei fenomeni so­
ciali, le linee guida per l’ospeda­
le di domani non potranno esse­
re dedotte dai modelli odierni e
che accanto alle conoscenze ed
esperienze già consolidate saran­
no richieste nuove aperture e
prassi sperimentali: ci si dovrà
cioè confrontare con una maggio­
re diversificazione di forme orga­
nizzative rispetto all’ieri e all’og­
gi. Siamo tuttavia altrettanto con­
sapevoli di quanto sia importan­
te conoscere la storia degli uomi­
ni e dei luoghi dedicati nella no­
stra comunità e nel corso dei se­
coli all’accoglienza e alla cura,
anche per valorizzare le ragioni di
una scelta etica, e non solo pro­
fessionale e tecnologica che sem­
pre devono essere alle fondamen­
ta della scienza e della prassi
medica e assistenziale.
Mario Magnani
Assessore provinciale
alle Politiche sociali
e alla Salute
“Il bene e il bello”
I luoghi della cura
Il bene fruito dalle persone bisognose di
cure si riverbera nel bello che è intrinseco
alle cure prestate con dedizione da altre
persone
Siamo tutte persone, che vivono a diversi livelli l’esperienza di lavorare
nell’ambito sanitario della nostra Provincia; alcuni di noi hanno avuto modo
di vedere al Meeting dell’amicizia fra i popoli di Rimini del 2001, la mostra
“Il bene e il bello: i luoghi della cura”: un’occasione per conoscere la storia
di uomini dedicati all’accoglienza e alla cura di chi ha bisogno. Questo ha
suscitato innanzitutto in noi, ma anche in altri, uno stimolo a recuperare le
ragioni di una scelta per una professione oggi spesso demotivata e demoti­
vante.
Siamo stati inoltre sollecitati a conoscere maggiormente la storia degli
ospedali della città di Trento e con nostra grande sorpresa abbiamo scoper­
to una storia di circa 1000 anni che documenta come anche nella nostra
città persone e gruppi di persone abbiano risposto a un reale bisogno, nelle
diverse epoche.
Gli scritti che seguono in questo numero di “Punto Omega” sono stati
redatti da Luca Belli, Maria Grazia Berlanda, Mariella Bonzanini, Stefania
Simonetto dell’Associazione “Medicina e Persona” di Trento.
Si ringrazia il prof. Armando Vadagnini per la collaborazione gentilmente
prestata nella stesura dei paragrafi sulla storia di Trento e la Società Editri­
ce Fiorentina per aver concesso di inserire nella pubblicazione alcuni para­
grafi del catalogo “Il bene e il bello i luoghi della cura”.
Perché “il bene e il bello”?
Fondamento ideale della civiltà greco-romana fu l’idea di armonia. Fu un’idea
portatrice di un valore doppio, estetico ed etico. L’armonia come concetto
estetico ispirò le “bellezze” del Partenone e del Colosseo, e anche quelle
dei “luoghi della salute”, dai templi sulle acropoli alle terme urbane.
L’armonia come concetto etico ispirò le “virtù” somatiche e psichiche
rispecchiate nel detto mens sana in corpore sano, espressivo dell’equili­
brio psicosomatico e della salute fisica e mentale: una salute da tutelare
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Il bene e il bello
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Provincia Autonoma di Trento
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e, se perduta, da recuperare attraverso l’arte della cura”, l’arte che i Greci
chiamavano téchne iotriké e i Romani ars curandi.
II percorso di questo libretto si snoda, attraverso ì secoli, nel “mondo
delle cure”, tra assistenza e ospedali, tra sanità pubblica e volontariato.
Esso si intitola al bene e al bello anche perché il bene fruito dalle persone
bisognose di cure si riverbera nel bello che è intrinseco alle cure prestate
con dedizione da altre persone. Questo rapporto interpersonale, dedicato
e partecipe, ebbe salde radici nell’etica caritativa del Medioevo cristiano.
La “tecnica” propria dell’arte curativa ebbe modo di arricchire il rapporto
interumano tra curati e curanti con la condivisione dell’esperienza del
“patire” da parte degli uni e degli altri: da parte dei primi, infermi, mala­
ti, “pazienti” per antonomasia, e da parte dei secondi, infermieri, medici,
altrettanto, pur se diversamente coinvolti e “pazienti”. Si potenziò così,
tra assistiti e assistenti, accanto alla prestazione tecnica del curare (dia­
gnosi, terapia, prevenzione) la professione tutta umana dell”’aver cura”,
del “prendere in carico”, del “farsi prossimo”. Oggi, nel tempo in cui gli
aspetti tecnici della medicina sono cresciuti d’importanza, pienamente
legittimati dai progressi della scienza medica e dai successi delle sue
applicazioni, è necessario un pari potenziamento degli aspetti umani,
richiesti dai bisogni e rivendicati dai diritti degli stessi destinatari della
tecnologia applicata alle cure.
“Curante” è soprattutto colui che in ogni luogo - ospedale o ambulato­
rio, sala operatoria o corsia, casa protetta o realtà domiciliare - si applica
a ricostruire l’uomo malato intorno ai suoi bisogni, ai suoi diritti, alla sua
personalità, rispondendo ad attese, compensando a mancanze, soccorren­
do a sofferenze. Oggi la qualità di una vita migliore e la quantità di una
vita più lunga sono ambedue certamente congiunte al bello di una dia­
gnosi esatta, di una terapia precisa, di una prevenzione mirata, tutte
basate su evidenza scientifica ed efficacia curativa. Non possono e non
devono essere però disgiunte dal bene di una cura che, non più meramen­
te “compassionevole” com’era detta in passato, sia però sempre “appassio­
nata” come nel presente si chiede e giustamente si esige.
La città di Trento
nell’epoca della nascita
degli ospedali ­
secoli XII-XIV
La situazione politica ed economica. La
“via dei pellegrini” e gli ospizi alpini.
Le confraternite e i primi ospedali.
La situazione politica.
I principi vescovi.
Nel 1004 l’imperatore Enrico II as­
segnò al vescovo di Trento, Udalri­
co I, la facoltà di governare il “co­
mitato tridentino”, ossia il territo­
rio che comprendeva gran parte del
Trentino e una vasta zona fino oltre
Bolzano. Lo stesso provvedimento
venne preso a favore del vescovo di
Bressanone Alboino, per il territo­
rio di competenza.
Il diploma imperiale del 1004 (la
copia originale è andata perduta)
sanciva, dunque, ufficialmente la
nascita dei principati vescovili di
Trento e di Bressanone, dove i ve­
scovi erano investiti direttamente
dall’imperatore di vasti poteri poli­
tico-amministrativi. Questi poteri
vennero confermati in via definiti­
va con un altro diploma dell’impe­
ratore Corrado II il Salico nel 1027.
La creazione del principato ve­
scovile era in linea con la politica
seguita dagli imperatori preceden­
ti, che avevano istituito feudi ec­
clesiastici a danno dei feudatari laici
per avere maggiore libertà e sicu­
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
rezza di controllo sui territori che,
non essendo ereditari, rimanevano
più facilmente soggetti all’autorità
imperiale. Inoltre il valico del Bren­
nero era un punto di collegamento
importante tra Germania e Italia e
quindi per poterlo controllare era
necessario avvalersi di persone di
cui l’imperatore potesse fidarsi. Del
resto gli imperatori avevano creato
realtà politiche simili a quella di
Trento in altre zone di importanza
strategica dell’Europa, come ad
esempio alcuni valichi importanti e
territori di confine.
Ma al di là di queste ragioni di
tipo geopolitico, l’istituzione dei
due principati vescovili rispondeva
anche a una visione della realtà ti­
pica soprattutto dell’imperatore En­
rico II (il Santo) e dell’imperatrice
Cunegonda (donna sinceramente
religiosa): si voleva insomma dota­
re la gerarchia ecclesiastica di quelle
garanzie materiali che le permettes­
sero di svolgere la propria missione
religiosa all’interno del Corpus Chri­
sti Mysticum. Il principato vescovi­
le, quindi, nasceva anche come for­
ma politica all’interno del vecchio
universalismo cristiano di radice
medioevale.
Ma contro l’autorità del principevescovo si verificarono ben presto
episodi di ribellione, sia da parte
dei cittadini che intendevano affer­
mare il potere del Comune, sia da
parte dei nobili, preoccupati di
mantenere o di ampliare il proprio
patrimonio, sganciandosi dal con­
trollo del vescovo. Per questo moti­
vo e anche perché non si addiceva
alla dignità vescovile esercitare di­
rettamente il potere militare-ammi­
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Trento nei secoli XII - XIV
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Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
nistrativo, il principe-vescovo no­
minò un advocatus ecclesiae arma­
tus et togatus, ossia un proprio rap­
presentante, col potere di difende­
re il principato, di esercitare il po­
tere giudiziario e di seguire tutte le
pratiche amministrative. Dopo un
periodo di transizione, l’ufficio del­
l’avvocazìa venne assunto dal con­
te di Castel Tirolo, che però, invece
di difendere i diritti del vescovo,
seguì una politica di affermazione
personale, entrando spesso in con­
flitto con il principe-vescovo.
Dopo un periodo di grande flori­
dezza al tempo del vescovo Federi­
co Wanga (1207-1218), il principa­
to vescovile di Trento venne attac­
cato da varie parti. Nel 1236, ad
esempio, l’imperatore Federico II
arrivò a Trento e abolì il potere tem­
porale dei due vescovi di Trento e
Bressanone. In pratica si trattò di
una secolarizzazione vera e propria.
Qualche decennio dopo, Mainardo
II, conte di Castel Tirolo, riuscì ad­
dirittura a farsi cedere il principato
vescovile dietro compenso finanzia­
rio. Nel frattempo anche gli organi­
smi amministrativi della città, i si­
gnori feudali e le comunità di valle
alzarono la testa e tentarono, spes­
so con successo, di acquisire po­
teri sempre maggiori. Il particolari­
smo feudale, quindi, stava rinascen­
do, mentre la concezione universa­
listica, da cui era nato il principato
vescovile, andava perdendo di signi­
ficato.
Nel 1363 l’ultima contessa del
Tirolo, Margherita Maultasch, cedet­
te i suoi possedimenti agli Asbur­
go, duchi d’Austria, che in quel
modo diventarono anche gli “avvo­
cati” della Chiesa tridentina. Gli
Asburgo si affrettarono a sottoscri­
vere accordi con il vescovo (le “com­
pattate”), che in pratica limitava­
no i poteri di quest’ultimo. In tal
modo la sovranità del vescovo non
veniva negata, ma “offuscata”, come
scrive lo storico Joseph Kögl, e i
rapporti tra principato vescovile e
“avvocazìa” si trasformarono in un
“patto confederale” tra vescovo e
imperatore (nel 1493, infatti, Mas­
similiano d’Asburgo sarà eletto im­
peratore del Sacro romano impero).
Da quel momento il principato ve­
scovile di Trento verrà a perdere la
propria autonomia, legandosi alla
sorte non più dell’impero universa­
le, ma a quella di una delle varie
dinastie regnanti in Europa.
Nella prima metà del Quattrocento
il principato aveva anche dovuto
affrontare la ribellione dei cittadini
di Trento, che in varie riprese erano
insorti per chiedere il riconoscimen­
to delle libertà comunali. La som­
mossa più conosciuta è quella ca­
peggiata da Rodolfo Belenzani
(1407) che ingenuamente sognava
di fondare un libero comune o una
repubblica trentina. Ma questo so­
gno svanì di fronte all’astuzia del
duca d’Asburgo Federico Tascavuo­
ta, che, dichiarandosi alleato del Be­
lenzani, occupò Trento, fece prigio­
niero il vescovo e sostituì i funzio­
nari vescovili con capitani tirolesi
e con un luogotenente di sua no­
mina, che aveva il compito di go­
vernare la città. Tradito dall’allea­
to, Belenzani invocò l’aiuto milita­
re di Venezia. Dopo una serie di av­
venimenti drammatici, che si tra­
scinarono per ben due anni, Belen­
zani venne sconfitto e ucciso dalle
truppe del duca asburgico.
La situazione economica.
Negli anni intorno al Mille il Trenti­
no aveva recuperato il tradizionale
ruolo di centro di scambi sulla via
di collegamento fra Italia e Germa­
nia, con il riaprirsi delle relazioni
commerciali, entro le quali Trento
rappresentava l’ultimo importante
centro dell’Impero ai confini con
l’Italia. È di questi anni la fonda­
zione del mercato, voluto dal ve­
scovo, e ve-rosimilmente sorto su
suolo di proprietà vescovile, quale
efficace mezzo “per attirare le gen­
ti” e quindi per rafforzare indiretta­
mente il suo potere sul territorio.
Ed è il mercato a segnare la rifon­
dazione in Trento di un vero e pro­
prio organismo urbano, dopo il lun­
go periodo di dissesto precedente.
Nella valle intorno a Trento ini­
ziò, dopo il Mille, un’opera di rie­
quilibrio idrogeologico che portò ad
una rinascita agricola e a ridurre il
pericolo di carestie. Gli impulsi prin­
cipali a quest’opera furono impressi
dagli ordini monastici, che a Trento
cominciarono a stabilirsi intorno al
secolo XII, e dal vescovo. Sviluppo
agricolo, ripresa dei traffici commer­
ciali e crescita demografica andaro­
no di pari passo, caratterizzando la
netta rinascita del Basso Medioe­
vo. Nel Trentino si registra anche
un forte incremento delle attività
industriali, minerarie, legate ai gia­
cimenti di ferro, rame e argento.
Queste favorirono lo sviluppo in cit­
tà di fonderie e manifatture (armi,
coltelli e altri utensili da taglio) e
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
si affiancarono alle manifatture tes­
sili e conciarie, stanziate in città
lungo i fossati che scorrevano nei
borghi sud-orientali.
Nel Trecento, si verificò da un lato
una certa vitalità delle attività mer­
cantili e finanziarie della città, che
divenne un centro d’affari vivace e
con intensi rapporti con le altre città
italiane, dall’altro si riscontrò una
crisi sempre più profonda nell’agri­
coltura, cui si accompagnò il crollo
demografico comune a tutta l’Euro­
pa nel corso di questo secolo. Cala­
mità naturali, quali carestie ed epi­
demie pestilenziali, colpirono la re­
gione a più riprese durante tutto il
secolo.
Gli ospizi alpini del Trentino Alto
Adige – la via dei pellegrini.
Tra il XII e il XIII secolo in Europa
si ebbe uno straordinario risveglio
dei valori del cristianesimo, cui non
mancò di dare impulso il fervore re­
ligioso che alimentava le crociate
in Terrasanta.
In questo preciso contesto ven­
nero eretti, lungo le grandi strade
dirette verso l’Oriente e sui princi­
pali valichi alpini, numerosi ospiziospitali, nei quali pellegrini, vian­
danti e poveri d’ogni genere trova­
vano amorosa assistenza e possibi­
lità di rifocillarsi.1
La rete di comunicazione strada­
le, soprattutto nell’alto medioevo,
era infatti alquanto precaria tanto
che mettersi in viaggio comportava
un altissimo rischio.
L’attraversamento di foreste e di
zone impervie, già di per sé perico­
lose, era poco raccomandabile an­
9
Trento nei secoli XII - XIV
10
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
che a causa dell’assalto di bande di
ladri, che costituiva un appunta­
mento quasi d’obbligo. Si copriva­
no lunghe distanze a piedi o a ca­
vallo e la fatica, dopo 25-30 Km
oltre a sfinire il viandante o il pel­
legrino, li rendeva completamente
indifesi. Ecco allora che una sosta
presso questi ricoveri ospitalieri,
dove si poteva trovare rifugio e si­
curezza oltre che protezione dalle
intemperie, garantiva la possibilità
di sopravvivere e di proseguire suc­
cessivamente il cammino, rigenera­
ti nel corpo, verso altri centri abi­
tati o in direzione di qualche san­
tuario da visitare.
Il Trentino - Alto Adige regione
di montagna e passaggio obbligato
lungo l’asse Germania - Italia, non
rimase estraneo a questo movimen­
to che diede vita a un gran numero
di ospizi, o piccoli ospedali allo
sbocco delle valli, sui valichi mon­
tani o comunque nei luoghi frequen­
tati dai viandanti ed esposti a con­
dizioni climatiche poco favorevoli.
Sul finire del XII secolo e per tut­
to il XIII sorsero ospizi presso gran
parte dei valichi alpini più impor­
tanti. Talvolta vennero edificati ac­
canto a piccoli santuari, sui valichi
minori, assai distanti dalla direttri­
ce del fiume Adige che costituiva il
vero cardine geografico-commerciale
della regione.
A dimostrazione dell’importanza
del movimento dei pellegrini nella
nascita di ospizi-ospedali è il fatto
che i primi due luoghi di cura, do­
cumentati a Trento, nacquero fuori
dalle mura della città, nei borghi
lungo le vie di comunicazione con
Verona e con la Germania.
Verso il Mille:
una nuova assistenza.
Fino ai secoli VIII-IX l’attività ospe­
daliera era regolata prevalentemen­
te dal vescovo; invece, nel periodo
successivo (secoli XII-XIII), nac­
quero le istituzioni ospedaliere pro­
mosse da laici, sia privati, sia orga­
nizzati in Confraternite. Un segno
di questo cambiamento ci viene for­
nito dal contenuto dei decreti con­
ciliari in materia ospedaliera, che
dal secolo IX non definirono più le
modalità dell’ospitalità vescovile,
ma stabilirono i poteri e le facoltà
che il vescovo poteva esercitare su­
gli ospedali diretti da altri. Nelle
costituzioni inglesi emanate dal
vescovo Richard Poore nel 1217, che
possono essere utilizzate per veri­
ficare le relazioni tra il vescovo e i
dirigenti degli istituti ospedalieri,
si riconosce la libertà di fondare
ospedali da parte di persone delle
quali non viene specificato lo stato
(ecclesiastico o laico) e si attesta
la promozione di istituti assisten­
ziali, sempre con fini prettamente
religiosi, praticata da laici e accet­
tata dalla Chiesa. Al vescovo era ri­
servata la funzione di concedere la
regola o lo statuto e di definire l’isti­
tuzione canonica. In realtà la for­
mulazione dello statuto proveniva
spesso dai dirigenti ospedalieri,
mentre al vescovo spettava solo l’ap­
provazione, anche se l’intervento del
vescovo non era sempre richiesto al
momento dell’istituzione dell’ente.
La licentia episcopi legittimava gli
ospedali approvati dal vescovo a
usufruire dei diritti parrocchiali.
Gli ospedali con approvazione ve­
scovile erano sottoposti alla giuri­
I diversi itinerari
per Roma dalla
periferia
settentrionale
dell’Impero
germanico verso le
Alpi e l’Italia, in
una carta preparata
da Erhard Etzlaub
di Norimberga per
l’anno giubilare
1500. Alcuni dei
più significativi
luoghi di
pellegrinaggio
intermedi sono
indicati da piccole
chiese.
(Bayerische
Staatbibliothek,
Mon aco Rar 287)
sdizione del vescovo. La Bolla Quia
contigit (1311), redatta da Celesti­
no V, riassume le principali disposi­
zioni conciliari in materia ospeda­
liera che vennero seguite fino al XIV
secolo, e servirono da modello alle
future sanzioni del Concilio triden­
tino. Le competenze episcopali con­
sistevano nell’esaminare i bilanci
amministrativi annuali e l’inventa­
rio nonché nel controllare la disci­
plina della famiglia ospedaliera.
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Nell’età medioevale i rapporti tra
i vescovi e i gestori degli ospedali
non vennero, in genere, incrinati da
incomprensioni. I disaccordi comin­
ciarono a manifestarsi verso il XVI
secolo.
L’azione delle Confraternite
e gli ospedali – la risposta
ad un bisogno.
In Trentino nei borghi più impor­
11
Trento nei secoli XII - XIV
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Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
tanti della regione sorsero, per opera
di varie Confraternite, numerosi pic­
coli ospedali, che costituirono l’in­
telaiatura assistenziale più impor­
tante della regione durante il basso
medioevo.
Ciò avvenne, come in tutta l’Eu­
ropa, in un clima religioso dove la
devozione all’umanità di Cristo e
l’impatto sulle masse dei movimen­
ti evangelici portarono a vedere Cri­
sto stesso come una creatura soffe­
rente e a considerare i poveri come
i suoi rappresentanti tra gli uomini
e anche come intercessori privile­
giati di fronte a Dio.
Tali nuove forme di assistenza,
oltre ad avere chiari riferimenti reli­
giosi, si inquadrano in un preciso
contesto sociale: nel basso medio­
evo il numero dei poveri lontani dal
loro paese d’origine e degli erranti
è in aumento e man mano che pro­
gredisce in generale il livello di vita
si accentuano anche le differenze
sociali, sia in seno alla società con­
tadina che negli ambienti urbani.
Per rispondere a queste necessità,
in gran parte dell’Occidente si for­
mò una rete capillare di Istituti di
Carità, che variavano dai lebbrosa­
ri, alle Domus Dei e ad ospizi di ogni
tipo.
I piccoli ospedali medioevali era­
no istituzioni polivalenti che si as­
sumevano l’incarico di ricevere tut­
ti quegli individui incapaci di prov­
vedere alle proprie necessità, pel­
legrini, vecchi, invalidi, malati,
bambini abbandonati. Garantivano
poi, tramite le rendite fondiarie e il
prodotto dei legati testamentari, la
distribuzione di cibo ai poveri.
La funzione medico-curante era
poco diffusa, le spese per i medici­
nali incidevano minimamente sui
bilanci dell’ospedale mentre il rime­
dio alla malattia era costituito piut­
tosto dalla possibilità di assicurare
al ricoverato un’alimentazione ric­
ca e variata. Nell’ospedale medioe­
vale non c’era in sostanza distin­
zione tra poveri e malati poiché in
definitiva le due figure venivano a
coincidere.
1 Gli ospizi - afferma lo storico Oursel
nel suo stud io sui pellegrinaggi
medioevali – intendono essere case di
accoglienza per i pellegrini di Dio, e
ospedali e centri di soccorso dove i
poveri e i malati possono ricevere cure
e attenzioni; grazie ad essi i
viaggiatori, morti di fatica lungo le
strade o uccisi dai briganti, potranno
go de re di una sepoltura in terra
benedetta, desiderio ardente fino
all’ossessione, nella ge ne razione
medioevale. Controllando i passaggi
obbligati, veglieranno sul-la loro
sicurezza, ne ripristine ranno gli
imbocchi e tronche ranno il
brigantaggio endemico e le imboscate.
Nascita dei luoghi di cura
a Trento
L’Ospizio di Santa Croce e i primi ospedali
trentini a partire dal XII secolo.
L’Ospizio di Santa Croce.
L’esistenza di “luoghi di cura” nella
città di Trento è documentata a par­
tire dal XII secolo, quando analo­
gamente a molte altre città della
pe-nisola, si trova l’accenno ad un
Ospizio adibito all’asilo dei pelle­
grini e alla cura e protezione degli
ammalati, fra il 1173 ed il 1183. Si
tratta dell’ospizio di S. Croce, fon­
dato dai monaci Crociferi, sotto il
governo del vescovo Salomone, “il
quale concesse a Lanfranchino, con­
verso dell’ordine suddetto, un pezzo
di terra per erigere un ospizio1 , allo
scopo precipuo di accogliervi gli in­
fermi poveri e i pellegrini, come in
tutti gli ospitali fondati dai Crocife­
ri”2. L’istituto dipendeva dal vesco­
vo e dai suoi successori, fino al
punto che (come consentito dalla
Regola dell’Ordine) i fratelli erano
obbligati a pagare al vescovo an­
nualmente una libbra di cera. La ge­
stione dell’istituto, compresa quel­
la amministrativa rimaneva in mano
ai Crociferi. Per opera dei medesimi
frati sorse, poco dopo, presso l’ospi­
zio, la Chiesina di S. Croce.
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
L’ospedale di S. Croce era situato
fuori dalla cinta muraria, sulla stra­
da per Verona, che costituiva uno
dei passaggi obbligati per raggiun­
gere la città o per uscire da essa.
La chiusura notturna delle porte cit­
tadine, costringeva infatti chi si fos­
se trovato in cammino a rivolgersi
a ricoveri esterni.
Chiesa e convento rimasero in
possesso dei Crociferi fino al 1592,
anno in cui la casa di Trento fu sciol­
ta dal pontefice Clemente VIII, per
essere venuti meno i Crociferi alla
loro regola. Il cardinale Ludovico
Madruzzo incamerò i beni a profitto
del seminario, che egli aveva isti­
tuito assecondando le prescrizioni
del Concilio di Trento, e nel 1599,
vi chiamò i Cappuccini, che vi ri­
masero fino al 1842.
L’ospizio di Santa Croce si può
considerare come il primo nucleo
dell’attuale Ospedale di S. Chiara 3.
L’Ospedale di San Martino.
Negli stessi anni esisteva un altro
ospedale, anch’esso fuori le mura
della città, le cui origini sono an­
cora sconosciute: l’ospedale di S.
Martino.
La prima notizia sull’esistenza di
questo ospedale risale al 1191,
quando il vescovo Corrado, conse­
gnò a Filippo, provvisore dell’ospe­
dale di Widoti, un orto. L’istituto
in questione era quello di San Mar­
tino. In una testimonianza del 1197,
si menziona un “heremitorio quem
Widetus fundaverat” (“eremitorio
che aveva fondato Wideto”), posto
accanto alla chiesa di S. Martino.
L’ospedale era gestito da religiosi,
forse Benedettini, ma notizie più
13
Nascita dei luoghi di cura
14
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
dettagliate su questa famiglia reli­
giosa non sono emerse.
La testimonianza del 1197 ripor­
ta una controversia sorta tra il Ca­
pitolo della cattedrale e il vescovo
Corrado, in merito al diritto di feu­
do sulla chiesa e sull’eremitorio, che
si risolse a favore del vescovo. Il
risultato di questa disputa mette in
luce la stretta relazione tra il ve­
scovo e l’ospedale, nonostante non
sia possibile stabilire in che termi­
ni il vescovo esercitasse la sua tu­
tela sulla direzione del ricovero.
La sede dell’ospedale di S. Marti­
no era nell’omonimo quartiere, mol­
Particolare
della pianta
prospettica del
Merian (1640)
riproducente la
zona suburbana
sud-orientale di
Trento. Si noti
l’ospizio dei
Cruciferi con
annessa la chiesa
di S. Croce e il
monastero
attiguo delle
monache clarisse,
il quale nel 1811
diverrà l’ospedale
S. Chiara.
(R. Bocchi
C. Oradini. Le
città nella stori a
d’Italia – Trento
to frequentato per la vicinanza del­
la Torre Verde, dove si apriva la por­
ta di S. Martino, passaggio obbli­
gato per incamminarsi sulla via di
Germania, e dove avevano sede il
dazio e il porto, vivacemente traffi­
cato per la navigazione tra Bolzano
e Verona.
L’attività dell’ospedale non era
rivolta solo ad ospiti di passaggio,
senz’altro numerosi vista la sua col­
locazione, ma, conformemente alla
pratica degli ospedali dell’epoca, ai
poveri e agli infermi. Tale opera vie­
ne attestata dal testamento di Pie­
tro da Malosco (1228), il quale la­
sciò all’“hospitali Sancti Martini
medietatem prati mei ut fructus pau­
peribus debeat dari et non possit
vendi, alienari nec obligari, sed per­
petuo infirmis servire “4 (“all’Ospe­
dale di S. Martino la parte centrale
del mio prato per darne i frutti ai
poveri e che non possa essere en­
duto né ceduto né ipotecato ma
serva per sempre ai poveri”).
Nel 1620, in seguito ad una per­
muta, l’ospedale di S. Marta fu tra­
sferito nell’edificio di San Martino.
Ospedali dell’Ordine
dei Cavalieri Teutonici.
Vi sono testimonianze sulla presen­
za di un ospedale gestito dall’Ordi­
ne dei Cavalieri Teutonici a Trento 5.
Verso il 1280, il vescovo Enrico II
intervenne per porre rimedio alle
precarie condizioni finanziarie di
una congregazione operante presso
la Chiesa di Santa Maria Incoronata
(odierno istituto Sacro Cuore), affi­
dando tale chiesa all’Ordine dei Ca­
valieri Teutonici. Questi dedicaro­
no la Chiesa a S. Elisabetta e l’ospe­
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
dale venne popolarmente chiamato
Fralimano, perché governato da un
frate alemanno. Presso quest’Ente si
prestavano cure agli infermi, si con­
cedeva asilo ai poveri e si avviava­
no alcuni ragazzi agli studi.
Il Fralimano visse, a partire dal
Cinquecento, alterne vicende sino
a scomparire nel 1673. Questo luo­
go pare fosse inviso ai cittadini e
ai pubblici magistrati di Trento per
le immunità e i privilegi di cui go­
deva, riassunti sul frontespizio del­
la porta: “Merito Sacri Ordinis Hie­
rusalem, et Imperatorum pietate
Locus immunis” (“Luogo che gode
di immunità del Sacro Ordine di
Gerusalemme e grazie alla benevo­
lenza dell’Imperatore”). Tali franchi­
gie attiravano persone in lite con
la giustizia, che potevano ivi tro­
vare sicuro rifugio.
I disagi provocati alla giustizia
dalle frequenti violazioni del dirit­
to d’asilo, dalle scarse rendite del­
l’istituzione e dalla negligenza dei
suoi amministratori, convinsero l’Or­
dine a sopprimere la commenda.
L’edificio venne venduto ai Teatini
e nei primi decenni del settecento
alle Madri Orsoline, che vi risiedet­
tero, accudendo caritatevolmente
delle fanciulle, fino al 1811.
La Cà di Dio dei Battuti laici
di Trento.
Le Istituzioni ospedaliere, seppure
in proporzioni limitate, andarono
moltiplicandosi nella città negli
anni successivi ed è del 1340 la fon­
dazione della cosiddetta Casa di
Dio6 , o casa della Misericordia o
della Disciplina o, più tardi, Ospe­
dale Italiano per distinguerlo da
15
Nascita dei luoghi di cura
16
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Nel particolare della
pianta del Merian è
visibile il
monastero di S.
Lorenzo sito in riva
al fiume Adige ,
appena oltre l’unico
ponte. Alle sue
spalle appare la
geometrica
ripartizione dei
campi, dissodati nel
sec. XIII dai
Benedettini. In
alto, al di là del
fiume, appare il
borgo di S. Martino.
(R. Bocchi
C. Oradini. Le città
nella storia d’Italia
– Trento – Laterza
Ed. 1983)
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
quello Tedesco o Alemanno, che la
Confraternita dei Battuti laici o Fla­
gellanti7 istituì per il soccorso dei
poveri e la cura degli infermi.
A indicare la data di fondazione
è l’iscrizione riportata sopra una la­
pide, posta sulla chiesa dei Battuti
(ora murata su di una parete nel pa­
lazzo dell’INPS, in via delle Orfane
a Trento): “questa è la casa dè Bat­
tuti laici della città di Trento, li quali
hora sono, over saranno incomincia­
ta et edificata, ad edificata, ad ho­
nore d’Iddio, e della Vergine Maria
sotto il venerabile padre signor Bo­
naverio de Bellenzani in quel tempo
ministro delli predetti fratelli nell’an­
no del Signore 1340 gli 23 di gena­
ro”.
L’ospizio della Cà di Dio era si­
tuato antistante la facciata della
chiesa di S. Maria Maggiore, nell’at­
tuale piazza S. Maria. Il complesso,
comprendente la chiesa e l’ospeda­
le dei Battuti, fu abbattuto nel
1922, dando luogo ad un allarga­
mento della piazza dinanzi a S. Ma­
ria Maggiore.
L’opera della Confraternita con­
sisteva nel portare soccorso ai pro­
pri confratelli sia materialmente,
fornendo cure e denaro, sia spiri­
tualmente, garantendo i sacramen­
ti ai moribondi e una sepoltura cri­
stiana. Tuttavia l’accoglienza era of­
ferta anche ad altri poveri malati
della città; a queste persone veniva
assicurata accoglienza e vitto per
non più di 3 giorni, a meno di
espressa deroga del ministro. Con
lo statuto del 1580 l’opera di aiuto
si estese anche a coloro che non
erano della Confraternita.
Aiuto morale e materiale veniva
dato anche a chi non si recava alla
Cà de Dio perché preferiva nascon­
dere il proprio stato di “povero ver­
gognoso”. Sempre nello statuto del
1580, similmente a quelli preceden­
ti, molta importanza venne attribu­
ita all’elemosina e alle modalità
della sua distribuzione8. L’ente fun­
geva da “istituto dotale” aiutando
povere nubili, si occupava di trova­
telli e soccorreva gli indigenti a
domicilio. Per questo ultimo scopo
venivano eletti, ogni 4 mesi, due
uomini buoni e discreti della Con­
fraternita, per ogni quartiere, per
visitare i confratelli ammalati, e
negli statuti successivi anche i bi­
sognosi che non erano confratelli.
“Studi approfonditi comprovano
un buon rapporto, in linea genera­
le, della Confraternita con i vescovi
e anche con il resto del clero. Essi
ricevono indulgenze e privilegi dal
vescovo, come anche donazioni ed
appoggi quando sono coinvolti in
contese di carattere economico.”
Secondo altre fonti i rapporti tra
l’autorità vescovile e chi gestiva l’o­
spedale non furono sempre distesi.
Durante la visita, voluta dal Cardi­
nale Bernardo Clesio, del 1537-1538
sorsero delle difficoltà tra l’ospeda­
le e i delegati vescovili. A questi
ultimi, che esortavano a mostrare i
conteggi dell’amministrazione, i
portavoce della Confraternita “rispo­
sero per loro convinzione, di non
essere tenuti ad assecondare questa
richiesta, poiché non ebbero mai vi­
site pastorali, né per tale cosa furo­
no richiesti di presentare i libri dei
conti”.
Nel 1580 il Cardinale Lodovico
Madruzzo, intenzionato ad applica­
17
Nascita dei luoghi di cura
18
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
re le norme del Concilio di Trento
visitò la Domus Dei. In tale occa­
sione la Confraternita ribadì che le
ingerenze ecclesiastiche in campo
amministrativo non erano giuridi­
camente permesse, ma evidente­
mente il cardinale Madruzzo poté
ottenere una revisione dei libri con­
tabili in qualità di Principe. A se­
guito della sua visita egli compilò
una serie di norme atte a riordinare
la conduzione del pio luogo, che
all’inizio furono accolte solo in par­
te, ma che vennero riprese nel 1590,
quando si vide indispensabile una
nuova regolamentazione della vita
nella confraternita e sull’attività
ospedaliera.
Riguardo al rapporto con i vari
ordini religiosi cittadini, il rappor­
to più stretto sembra essere stato
quello con i francescani Osservan­
ti. Questi, ad esempio, nel 1429 si
impegnarono a dire la Santa messa
nella Cà di Dio durante tutto l’anno
per 12 ducati. Ugualmente nel 1452
furono i Battuti laici ad aiutare so­
stanziosamente i francescani Rifor­
mati a costruire il nuovo convento
di S. Bernardino.
I testamenti e le donazioni fatte
ai Battuti, ci offrono un esempio di
quali fossero le risorse della carità
con cui le Confraternite operavano.
Nel 1374 Antonio, “stazonerius“
(bottegaio) del fu Bertoldo di
Mechel, lasciò in eredità alla casa
dei Battuti 12 ducati d’oro per l’ac­
quisto di tela per le lenzuola, un
letto nuovo, un piumino, altri arre­
di vari e 2.000 coppi per la ristrut­
turazione del tetto della casa dei
Battuti. Non avendo figli, Antonio
dispose inoltre che, dopo la morte
della moglie, tutti i suoi averi (una
casa in piazza Pasi e gli altri posse­
dimenti) andassero per metà alla
Confraternita e per metà ai “paupe­
res Cristi” che essa assisteva. Alle
entrate dall’affitto della casa tutta­
via lega una “carità” (distribuzio­
ne) di 3 ducati d’oro da farsi an­
nualmente, nel giorno del suo an­
niversario, ai poveri che interver­
ranno alla sua messa di suffragio.
Nel 1414 il ministro della con­
fraternita Giovannino Gerardi di
Trento, nel suo testamento, dispo­
ne che al suo funerale siano pre­
senti dei poveri ai quali andrà in
premio una “carità” di 2 grossi ca­
rantani per ciascuno, il tutto “per il
bene della sua anima e la remissio­
ne dei suoi peccati”. Inoltre lascia
all’ospedale dei Battuti l’affitto della
sua “Osteria del cappello”, di buon
valore, situata in contrada S. Pie­
tro.
Nel 1431 il canonico Corrado dona
alla Confraternita un vigneto.
Nel 1423 il vicario generale del
vescovo Alessandro di Masovia, con­
cede a Tommaso, figlio di Bertoldo
di Venosta, “hospitalierus” della Cà
di Dio, licenza e raccomandazione
per una questua in tutta la dicesi a
favore della Confraternita e delle sue
opere caritative. I parroci venivano
avvisati di accoglierlo bene e di in­
vitare il popolo a largheggiare nell’elemosina. A quei parroci che aves­
sero osteggiato il commissario dei
Battuti, o avessero preteso una tan­
gente sull’incasso era comminata la
scomunica. Vi è documentazione
inoltre di numerose altre piccole
donazioni, come vestiti di seta, let­
ti, paioli, denari, lenzuola, tovaglie,
catini, padelle. Il capitale che un
po’ alla volta la Cà di Dio ammassa­
va veniva inve-stito in maniera il
più possibile fruttifera.
L’ospedale fu attivo fino al 1811.
L’ospedale alemanno.
La Confraternita degli Zappatori Ale­
manni di Trento, dedicata a Nostra
Cara Signora (unsere liebe Frau) e a
Santa Barbara che gestì l’ospedale
alemanno, venne istituita nel 12799.
L’origine dell’ospedale è preceden­
te alla costituzione della Confrater­
nita e data probabilmente al 1242.
L’ospedale aveva sede in prossimità
della Chiesa Parrocchiale dei SS.
Pietro e Paolo, posta nel quartiere
di San Pietro, uno dei borghi sorti
nei dintorni della zona del merca­
to, centro vitale della città.
L’esatta ubicazione dell’edificio è
identificabile con l’attuale casa Ba­
gozzi, situata in piazzetta Anfitea­
tro.
Una conferma che originariamen­
te in questa casa vi fosse l’ospedale
degli Zappatori, è fornita dagli af­
freschi che decorano alcune stanze
di quest’edificio. I temi religiosi raf­
figurati in questi dipinti corrispon­
dono infatti a quelli elencati in un
inventario della prima metà del Set­
tecento, dove si descrivono gli ar­
redi artistici della stanza degli uo­
mini ammalati e di quella delle don­
ne ammalate. Autore di questo ci­
clo della Passione sarebbe Erasmo
Antonio Obermueller, detto il Pisto­
lese.
Si può ipotizzare che, per la sua
sede, l’ospedale assolvesse al pre­
cipuo scopo di assistere chi l’aveva
istituito, cioè parte dei residenti del
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
quartiere, pur non sottraendosi al­
l’usuale ospitalità verso i viandan­
ti. L’area di San Pietro doveva esse­
re più popolata rispetto alle altre
zone urbane e l’azione dell’ospeda­
le alemanno doveva rivolgersi alla
parte est della città, mentre gli
ospedali dei Teutonici e quello dei
Battuti si occupavano della zona
centrale della città.
L’azione caritativa della Confra­
ternita era rivolta ai confratelli
ammalati che venivano mantenuti
a spese della compagnia, fino a che
non erano in grado di provvedere a
sè stessi. Inoltre coloro che desi­
deravano prendere la comunione, ri­
cevevano questo sacramento, ac­
compagnato da due “doppieri” (can­
delabri), in segno di solennità. Inol­
tre veniva accompagnato alla sepol­
tura qualunque povero morisse en­
tro un miglio tedesco. Nel 1481 l’as­
sistenza ospedaliera venne estesa ai
pellegrini e agli indigenti.
Durante un’assemblea del 1676,
il consiglio decretò di retribuire il
medico e il chirurgo con 20 fiorini
italiani, perché visitassero e curas­
sero non solo gli infermi dell’ospe­
dale, ma anche i bisognosi esterni
e in particolare quelli segnalati dal
massaro.
Il raggio d’azione della Confra­
ternita si andò quindi allargando nel
tempo e si delineò sempre più chia­
ramente la sua funzione sociale di
ente assistenziale e caritativo pron­
to a prestare soccorso a chiunque
lo necessitasse.
L’ospedale alemanno operò fino
al 1811, quando i suoi arredi ven­
nero utilizzati per l’ospedale riuni­
to di S. Chiara.
19
Nascita dei luoghi di cura
20
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
L’ospedale polacco
o di S. Marta.
L’ospedale di S. Marta, chiamato
anche dei Polacchi, permutato con
quello di S. Martino, era retto da
laici e dipendeva dal quartiere. Le
informazioni sulla sua origine sono
scarse. Secondo la tradizione, esso
sarebbe stato fondato nel secolo XV,
dal vescovo polacco Alessandro di
Mazovia per soccorrere i pellegrini
della sua nazione in viaggio verso
la Santa Sede. L’attività di questo
ricovero non doveva differenziarsi
da quella degli altri luoghi pii cit­
tadini. Inoltre sia la Confraternita
dei Garbari (conciapelli), sia quella
dei Calceatori (calzolai), avevano in
questo ospedale un luogo dove ospi­
tare i propri confratelli infermi.
Da uno statuto del 1795 emerge
che i beneficiari dell’ospitalità pote­
vano essere solo i poveri infermi e
“quelli che la loro condizione non
permette di mendicare per le case
pubblicamente”, residenti nel Mez­
zo Quartiere di Santa Maria Madda­
lena. Veniva inoltre ricordato esse­
re “costume di questo pio luogo as­
segnare qualche elemosina ai Poveri
Polacchi, che sono di passaggio per
questa città”. Non si era, nel tem­
po, dimenticato lo scopo originario
dell’ospedale, cioè aiutare i viandan­
ti polacchi.
L’ospedale rimase attivo fino al
1811.
L’orfanotrofio e la Fradaja Nova:
una forma di specializzazione.
Una Confraternita che ricoprì un
ruolo significativo nell’ambito assi­
stenziale della città di Trento è la
Fradaja Nova, di Santa Maria della
Misericordia. Essa si costituì nel
1436, secondo la volontà dei fon­
datori, per “impetrare il perdono dé
loro peccati e per sollievo dé poveri,
degli infermi ed altri miserabili, e
dé pellegrini”. Per realizzare questo
proposito si dotò di un ospedale.
In seguito l’istituto si dedicò pre­
valentemente alla cura degli espo­
sti (trovatelli), finché nel 1583 la
casa di S. Maria della Misericordia
si trasformò in orfanotrofio. I tro­
vatelli ospitati venivano educati,
imparavano a leggere e soprattutto
apprendevano un mestiere. I fanciul­
li venivano affidati a maestri d’arte
abitanti in città o nei dintorni, le
fanciulle invece, rimanevano pres­
so l’istituto della Fradaja, dove fi­
lavano la seta, cucivano passamani
e tessevano calze al telaio. Le ri­
strettezze economiche in cui versa­
va l’ente o, secondo Zanella, per la
sconvenienza di tenere ragazzi e
ragazze sotto lo stesso tetto, dal
XVII secolo in poi l’accoglienza nella
casa della Misericordia venne riser­
vata alle sole fanciulle. Dall’istitu­
to prese il nome la via delle Orfane.
La decisione della Fradaja Nova
di occuparsi di una determinata ca­
tegoria di indigenti rientrava nella
tendenza europea del tempo che
vedeva sorgere numerosi ricoveri
predisposti all’accoglienza di un
tipo specifico di bisognosi o alla
cura di un genere di ammalati. Na­
scono i grandi ospedali, come per
esempio l’Ospedale Maggiore di Mi­
lano, nasce la nuova riforma ospe­
daliera che assegna agli ospedali
maggiori gli ammalati curabili, agli
altri, più piccoli e in rete fra loro, i
Dislocazione della
Cà di Dio in Piazza
S. Maria.
Una pianta
tracciata nel 1831
dall’architetto
Dalbosco:
1. la chiesa; 2. La
casa del sacrestano;
3. La casa
canonica; 4. La Cà
di Dio; 5. Ambienti
parrocchiali; 6. La
roggia grande che
alimentava i
mulini.
La Cà di Dio in
Piazza S.Maria in
una fotografia del
1922, prima che
l’edificio fosse
abbattuto.
(G. Rizzi.
Passeggiate
trentine. Provincia
Autonoma di
Trento, 1979)
cronici o gli incurabili.
Ma, mentre in Europa la fonda­
zione di questi istituti rientrava in
un programma volto a razionalizza­
re il sistema sanitario ed era favori­
to dalle autorità governative, a Tren­
to ci troviamo di fronte ad un’ini­
ziativa privata di risposta a un bi­
sogno indotto da un’instabile situa­
zione economica e non da una pia­
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
nificazione globale.
Nel 1796 i locali dell’Istituto ven­
nero requisiti dai francesi che vi in­
stallarono un ospedale militare, e
le orfane dovettero trasferirsi nella
Contrada Lunga, di fronte alla chie­
sa del Carmine. Il 7 giugno 1811
cessò di esistere autonomamente,
poiché venne inglobato nella Con­
gregazione di Carità.
21
NOTE
1 “hospitale unun ad honorem Dei et receptaculum pauperum edificare secundum
formam et con-stitucionem regule ipsorum crucigerorum”.
“costruire un ospizio per la gloria di Dio e come riparo dei poveri, secondo la
maniera e la costituzione data dalla regola degli stessi Crociferi”.
Nascita dei luoghi di cura
2 La nascita dell’ordine venne attribuita a San Cleto, il quale si premurò di fondare
ospizi in varie città e soprattutto a Roma per favorire i pellegrinaggi dei fedeli.
22
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
3 L’annesso convento si cominciò nel 1232, o poco prima, dalle monache Benedet­
tine di S. Chiara, le quali ottennero nel 1229 dal vescovo Gerardo, per le esorta­
zioni di papa Gregorio IX, il permesso di trasferirsi a S. Croce. Con la bolla del 4
maggio 1238 lo stesso Pontefice mandò loro la regola, quella ch’egli, quando era
ancora cardinale, aveva fatto per S. Chiara e per le sue consorelle dell’ordine di S.
Damiano in Assisi. Perciò queste monache furon dette Clarisse, e perciò forse
l’Alberti scrive essere questo convento “uno dei primi quattro fondati da S. Chiara
stessa. Qui rimasero codeste suore, protette dai Pontefici e dai vescovi tridentini
fino all’anno 1796, in cui dovettero precipitosamente ritirarsi per cedere il convento
all’ordine imperiale, che se ne servì di spedale, come fecer di poi i repubblicani
francesi”. Durante la guerra il monastero fu in parte rovinato; ma nel 1799 le
monache vi poterono ritornare e ripararlo, per lasciarlo di nuovo nel 1804. Si
ritirarono allora nel convento delle Laste fino al 4 ottobre 1810, nel qual giorno
per ordine del Governo, dovettero smettere l’abito religioso, come i Cappuccini, i
Riformati e i Carmelitani.
4 Un testimone prezioso per quantificare e qualificare l’attività ospedaliera a
Trento è il testamento del giureconsulto e vicedomino delle valli di Non e di Sole
Pietro da Malosco. Il ricco funzionario, sentendosi prossimo alla morte, il 18
agosto 1228, dettava le ultime volontà e donava beni e denari anche ad alcuni
istituti pii “pro remedio animae mee meorumque peccatorum” (“Per la salvezza
della mia anima e il perdono dei miei peccati”). Questa testimonianza è utile nel
delineare la situazione ospitaliera dell’epoca. L’elenco degli istituti beneficiati
comprende: l’ospedale di Santa Maria Vergine dei Teutonici, l’ospedale di San
Giovanni Battista, l’ospedale di Santa Croce e l’ospedale di San Martino.
5 Quest’ordine di tipo monastico-militare sorse ad Acri nel 1189-1190 in occasione
delle crociate con scopo difensivo ed assistenziale. In un secondo tempo si diffuse
in tutta Europa. A capo dell’ordine e delle varie comunità c’era il grande Maestro;
alla direzione di ogni sede invece, era posto un monaco cavaliere, obbligato ai
voti perpetui. (Costa A.: I Vescovi di Trento. Trento 1977; Gorski K: L’ordine
teutonico alle origini dello stato prussiano. Torino 1971)
6 Il nome Cà di Dio, maison-Dieu, hotel-Dieu, che per parecchi secoli designa gli
stabilimenti ospitalieri, proviene dalla regola benedettina, che chiama “domus
Dei” gli alloggiamenti riservati ai forestieri: il significato è trasparente. Questa
denominazione era attribuita più particolarmente agli stabilimenti dove si
trattavano “i poveri ammalati”.
7 La confraternita dei Battuti laici a Trento probabilmente nacque prima del
1260 (data di nascita del movimento dei Battuti a Perugia). Il primo statuto in
latino, fa riferimento all’approvazione del vescovo Enrico, forse Enrico II il
Teutonico, in uno dei sinodi da lui tenuti (1276, 1279, 1287). Nel 1340 la
Edificio
dell’Ospedale
Alemanno in
Piazzetta
Anfiteatro.
Particolare del ciclo
della Passione
dell’Ospedale
Alemanno.
confraternita, quando intraprese la costruzione dell’ospizio, doveva essere già in
buono stato e dotata di beni per intraprendere un’opera così impegnativa, che
peraltro riuscì.
Confraternite di Battuti laici, spesso con annessa opera ospitaliera, furono presenti
in molte località trentine durante il medioevo: Pergine, Arco, Rendena, Vervò,
Cles, Sopramonte, Borgo, Pellizzano, Roncone, Rabbi, Riva, Dro, Lomaso, Borzago,
Mezzana, Torra, Condino.
Lo scopo dell’associazione confraternale era religioso e devozionale: rendere cul­
to a Dio, anche in maniera visibile e associata, per esempio con le processioni.
Un altro impegno dei Battuti era quello ascetico verso sé stessi: frenare le passioni,
attendere alla penitenza, ad esempio con la flagellazione ben regolata. Terza
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
23
caratteristica era la carità e l’esercizio delle opere di misericordia, per lo più nella
Cà di Dio.
8 il capitolo XVII degli statuti latini stabilisce: “…si autem frater aliquis
infirmabitur ad mortem duo fratres per ministrum deputentur eidem qui caritative
sibi debeant deservire ut eis a Xto dicatur Infirmius fui et me paupere fratre visitatis”
(Se un fratello si ammalerà, siano a lui dati per accompagnarlo alla morte, due
frati che lo servano in spirito di carità, affinché Cristo dica loro: “Ero infermo e
mi avete visitato in un povero fratello”). Gli statuti volgari redatti dopo
l’istituzione della Cà de Dio, ordinano “ che se alchun de la nostra fradaja se
amalase, et el fose si pover che non se poese far ben in la malatia” e volesse
entrare nella casa, sia accolto e aiutato. “Et sel no volesso vegnir a star a la casa
nostra nientemeno si sia sovegnu in quel che sia reson”.
Nascita dei luoghi di cura
9 “qui si dirà dell’inizio e dello statuto della confraternita degli Zappatori della
città di Trento, fondata il giorno dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo nel maggio
del 1279, presso la parrocchia di san Pietro in Trento, da poveri e ricchi cittadini,
da commercianti, da osti e da artigiani. Essa venne nominata alla gloriosa e alla
misericordiosa Vergine Maria, Madre di Dio, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, a
Santa Barbara Martire..” (Libro dei massari)
(cfr. Marina Garbellotti, L’Ospedale Alemanno: un esempio di assistenza ospedaliera
nella Trento dei secc. XIV-XVIII), in “Studi Trentini di Scienze Storiche”, LXXIV,
3, 1995, pp. 259-323)
24
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Le epidemie di peste
tra il XIV e il XVII secolo
Il diffondersi del morbo
e i lazzareti.
Nel corso dei secoli vi furono diver­
si episodi di tragedie e drammi col­
lettivi, ma quelli che segnarono in
maniera devastante le popolazioni
del Trentino si manifestarono a par­
tire dalla metà del XIV secolo.
Nel 1347 dodici navi Genovesi,
scampate all’assedio di Caffa in Cri­
mea (base dei traffici genovesi nel
Mar Nero) da parte dei Tartari, en­
trano nello stretto di Messina, cari­
che di cadaveri e moribondi. Da qui
in pochi mesi la peste si diffonderà
a tutto il bacino del Mediterraneo,
provocando la morte di circa un ter­
zo della popolazione.
A Trento il morbo imperversò per
sei mesi e provocò la morte di circa
2000 persone, cioè l’80% della po­
polazione. I cadaveri furono sepol­
ti nei cimiteri delle Pievi e poi fuo­
ri dai territori consacrati, in grandi
fosse comuni.
Ci è pervenuta la descrizione del
clima e della situazione drammati­
ca vissuta dalla città da un testi­
mone oculare, scampato egli stesso
alla morte, un canonico della Cat­
tedrale dal nome Giovanni da Par­
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
ma: ”…E di certo morirono in Tren­
to di sei persone cinque, e non fu in
Trento famiglia che non restasse sce­
mata, e molte persone perirono af­
fatto, e di molti casati non soprav­
visse persona. Onde assai case e pres­
soché tutte erano vuote di abitatori;
anche molti impazzivano.”
Il cardinale Spada così descrive­
va le condizioni nel lazzaretto: “qui
vedresti altri lamentarsi, altri urla­
re, altri scoprirsi mostrando diverse
parti, altri morire, altri diventar ne­
gri e deformi, altri delirando far mil­
le pazzie; qui è fetore intollerabile
non si può fare se non camminare
tra morti; qui è horrore continuo di
morte e un ritratto vero d’inferno
corrente”.
I rimedi indicati contro la peste
erano molto vari e fantasiosi: erbe,
unguenti, pietre preziose sminuzza­
te, salassi e clisteri, mentre i chi­
rurghi tagliavano i bubboni, o ap­
plicavano impiastri; davanti all’inu­
tilità dei rimedi, i medici stessi rac­
comandavano “Ogni preservativo è
ottimo, ogni rimedio lodevole, ma i
voti, i digiuni, le 0rationi e l’elemo­
sine sono l’adeguato antidoto per la
peste”.
Ci si rivolse al Papa per una be­
nedizione particolare e contempo­
raneamente i Consoli della città
“considerando la malignità del pre­
sente pestifero flagello” decretaro­
no di “mitigare l’ira di Dio colle ora­
zioni e colle elemosine, e col far voto
a gloria e lode di Dio, di andar ogni
anno nel giorno di Santo Rocho in
processione con tutto il clero, alla
chiesa di Santo Rocho e ivi ascoltar
la messa”.
Nel 1524 si era costruito un laz­
25
La peste tra il XIV e il XVII secolo
26
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
zaretto fuori dalle mura della città,
in posizione isolata, tra le mura e il
fiume (in località Briamasco) che
era servito per ripetute pestilenze
(in genere ogni 10-12 anni si aveva
recrudescenza della malattia che
colpiva specialmente i bambini, an­
cora indenni dal precedente conta­
gio). La paura del contagio nel 1547
fece anche allontanare dalla città e
di fatto sospendere per dieci anni il
Concilio di Trento.
Dopo la conclusione del Concilio
(1563) i consoli di Trento pensaro­
no definitivamente debellato il mor­
bo e demolirono il vecchio lazza­
retto, cedendo pietre e terreno ai
Madruzzo.
Ma nel 1575, portata probabil­
mente da mercanti provenienti dal
Nord, scoppiò una nuova tremenda
epidemia. Inizialmente i Consoli
della città cercarono di arginare il
contagio e contemporaneamente di
minimizzare il pericolo presso le
città vicine, per non fare isolare la
città ed escluderla dai commerci.
Fecero predisporre un’area presso la
Chiesa di S. Nicolò sulla riva destra
dell’Adige. Un altro lazzaretto sorse
vicino al convento di S. Bernardi­
no, presso il Fersina, sotto la colli­
na di Mesiano; ancora, si utilizzò lo
spazio della Prepositura o Badia di
S. Lorenzo.
Agli ospiti del lazzaretto, al mat­
tino e alla sera, venivano dati un
pane e mezza tazza di vino. Ognu­
no aveva “la sua tenda, ossia casot­
to retirati l’un l’altro con tanto buo­
nissimo ordine che in breve cessò la
fortuna rabiosa di peste. Poco si pen­
sava sopra la morte di alcuno, im­
peroché bisognava pensar tutti per
la propria vita che era attaccata a
un fil di spada” (dall’archivio Con­
solare). Per seppellire i morti erano
stati incaricati quattro “pizigamor­
ti”, pochi “…ma supliva, chè il pa­
dre sepeliva il fiollo, il fiollo il padre
e cose simili.”
Al primo sentore di peste i citta­
dini benestanti avevano abbando­
nato a precipizio la città per evita­
re il contagio, compreso il commis­
sario imperiale; i preti rimasti in
città si segnalarono per abnegazio­
ne e spirito di sacrificio: ben 12
morirono per aver contratto la pe­
ste.
In meno di tre mesi morì un ter­
zo della popolazione, circa 1500 per­
sone.
Finalmente in autunno si ridusse
l’intensità dell’infezione: si impose
allora un periodo di osservazione per
tutti coloro che avessero avuto con­
tatti con persone infette e alle por­
te furono messi dei guardiani col
compito di controllare le fedi (“pa­
tenti di sanità”), su cui era scritto
che il possessore di quel pezzo di
carta veniva “Da loco libero per l’Id­
dio gratia e per l’intercessor San
Rocho, libero e sano d’ogni sospetto
di mal contagioso”.
Nel 1630 una nuova devastante
pestilenza colpisce l’Europa. L’allar­
me dura alcuni mesi, con periodi­
che chiusure della città; finché in
luglio il pericolo si fa sempre più
vicino e i Consoli decidono l’acqui­
sto di derrate alimentari, di biada,
di quattro carri di calce (per disin­
fettare i cadaveri e le loro abitazio­
ni) e di collocare nel Borgo di Pie­
dicastello i mendicanti invalidi e i
vagabondi per isolare persone con­
Ex-voto collettivo
per la peste
del 1630.
Trento, vista dalla
zona del
Briamasco, separa
lo spazio sacro da
quello inferiore in
cui è
realisticamente
narrata una scena
di morte nel
lazzaretto. L’Angelo
annunziante,
S. Rocco e S. Vigilio
invocano Grazia.
In ricoveri,
improvvisati in
botti di legno,
stanno gli
ammalati, un prete
benedice un cada­
vere, una donna
prega il Crocifisso, i
monatti portano via
un corpo esanime.
Sec XVII. (Olio su
tela. Museo
Diocesan o
Tridentino).
Alla pagina
successiva:
Breguzzo (TN). La
processione.
Tavola votiva della
comunità di
Breguzzo (2 luglio
1630).
(Olio su legno,
presso la chiesa
parrocchiale).
siderate ad altissimo rischio di con­
tagio. Per il loro mantenimento il
Consiglio della Cà di Dio delibera
un sussidio caritativo. Vengono
proibiti giochi e divertimenti pub­
blici, si sconsigliano le adunanze e
si raccomanda la celebrazione di
messe solo all’aperto.
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Anche questa volta chi poteva
scappò velocemente: il principe ve­
scovo Carlo Emanuele Madruzzo con
i suoi dignitari e i Consoli tra i pri­
mi.
Alla fine di agosto fu istituito il
lazzaretto nel prato della Badia, con
capanni e tende, e furono assunti
27
La peste tra il XIV e il XVII secolo
28
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
un chirurgo dell’ufficio di Sanità,
uno speziale, uno “spenditore” (col
compito di scoprire gli appestati e
inviarli al lazzaretto), un soprintendente (che teneva un registro degli
appestati e dei morti), un “carra­
dor” (per trasportare con la carret­
ta gli ammalati) e i “picigamorti”
(becchini): il 60% dei ricoverati al
lazzaretto morirono dopo pochi gior­
ni dal ricovero, e in tre mesi ci fu­
rono circa 2000 morti in tutta la
città.
A metà novembre coi primi fred­
di la pestilenza cessò, e alla fine
del mese di novembre la struttura
venne smantellata. I Consoli torna­
rono e, forse per tacitare la coscien­
za, furono molto prodighi con chi
aveva assistito gli appestati, a ri­
schio della vita: al chirurgo Tolotti
vennero assegnati 100 ragnesi, al­
trettanti al gesuita Pompeati e 100
ducati al capoconsole Pompeati, che
aveva fatto in modo che nessuno
restasse senza sepoltura e che alla
città e agli appestati non mancas­
sero viveri.
Ancora per mesi il morbo infuriò
nei borghi e nelle campagne trenti­
ne, portando in qualche caso alla
cancellazione di interi paesi come
Iron di Ragoli e Cerana.
Avvenimenti storici
principali
nei secoli XV-XIX
Bernardo Clesio, il Concilio di Trento,
i Madruzzo, l’invasione francese,
il governo asburgico.
Per il Trentino quello tra Quattro e
Cinquecento fu un periodo di flo­
ridezza economica e di rinascita
culturale. Le fiere di Trento e di
Bolzano si imposero nettamente al­
l’attenzione degli operatori commer­
ciali. La rete stradale venne miglio­
rata e l’industria estrattiva fu sot­
toposta a una ristrutturazione più
razionale, che favorì uno sfrutta­
mento più esteso.
Influssi della cultura umanistica
sono presenti in Trentino soprattut­
to nel periodo del governo del ve­
scovo Johannes Hinderbach (1465­
1486), che favorì l’introduzione del­
le prime stamperie, la raccolta di
numerosi testi classici, il restauro
del castello del Buonconsiglio a
Trento e di altri castelli del Trenti­
no (Tenno, Stenico, Coredo). Come
scrive lo storico Antonio Zieger,
“particolare cura egli dedicò anche
all’ampliamento ed all’attività degli
ospedali già esistenti; ma più di tutto
si preoccupò per gli istituti a favore
degli orfani e per gli ospizi dei pelle­
grini”.
Il principe-vescovo Bernardo Cles
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
(1514-1539) fece di Trento una cit­
tà pienamente rinascimentale, co­
struendo l’ala nuova del “Magno Pa­
lazzo” del Buonconsiglio e arric­
chendo la struttura urbanistica con
magnifici palazzi nobiliari. Pur do­
vendo affrontare l’insurrezione dei
contadini delle valli (“guerra rusti­
ca” del 1525), riuscì a dare al prin­
cipato un respiro di portata euro­
pea, che avrebbe dovuto trovare il
suo punto di forza nel Concilio ecu­
menico proposto dal Cles (nel frat­
tempo nominato cardinale) per rin­
novare la Chiesa, scossa dallo sci­
sma luterano.
Nel 1528 promulgò lo Statuto di
Trento, che valeva per tutto il terri­
torio, ma che in particolare fissava
norme precise per limitare i poteri
della nobiltà e delle istituzioni am­
ministrative cittadine.
Fu supremo cancelliere del re Fer­
dinando (che nel 1526 diventerà im­
peratore) e apprezzato consigliere
dell’imperatore Carlo V; fu anche
amico e corrispondente di Erasmo
da Rotterdam. Proprio mentre era
impegnato nella realizzazione del
suo progetto del Concilio venne col­
to da morte improvvisa.
La lunga “epoca madruzziana”
(1539-1658) registra il succedersi
sulla cattedra di S.Vigilio di quat­
tro esponenti della famiglia Madruz­
zo: Cristoforo, Ludovico, Carlo Gau­
denzio e Carlo Emanuele. Da ricor­
dare soprattutto i primi due. Cristo­
foro, infatti, fu il grande tessitore
del Concilio ecumenico, che si svol­
se a Trento in tre fasi dal 1545 al
1563. In quei decenni Trento diven­
tò una città di importanza interna­
zionale, frequentata da vescovi,
29
Trento nei secoli XV - XIX
30
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
principi e cavalieri di ogni Paese eu­
ropeo. Il Concilio fissò anche alcu­
ni decreti sugli ospedali, afferman­
do in particolare l’autorità del ve­
scovo nel controllo dell’amministra­
zione degli ospedali e di qualsiasi
altro “luogo pio”.1
Ludovico applicò con zelo i de­
creti del Concilio, favorendo la fon­
dazione di nuovi ordini religiosi e
realizzando a più riprese la visita
pastorale della sua diocesi. Si atti­
rò la fiducia del pontefice, che gli
affidò alcune importanti missioni
diplomatiche presso le corti euro­
pee.
La cultura di quel periodo regi­
stra una vitalità notevole. Cristofo­
ro Madruzzo nel 1553 elaborò perfi­
no il progetto di istituire a Trento
l’università. Non se ne fece nulla;
però nel 1618 venne fondato un gin­
nasio vero e proprio, affidato prima
ai Padri Somaschi e poi ai Gesuiti,
che ne fecero una severa e presti­
giosa scuola per la formazione cul­
turale della futura classe dirigente
trentina.
Oltre alla presenza di artisti, po­
eti e scrittori è importante rilevare
anche l’attività dei medici, tra i quali
si distinsero Giulio Alessandrini e
Ippolito Guarinoni: il primo fu ar­
chiatra presso la corte degli Asbur­
go a Vienna, autore di una ventina
di opere di medicina; il secondo
medico a Vienna e presso la corte
pontificia, studioso dei fenomeni del
sangue e dell’influsso delle piante
medicinali sulle malattie del corpo
umano.
L’economia del Trentino nel peri­
odo madruzziano segna invece un
progressivo regresso, sia per le in­
genti spese legate al tenore di vita
“spagnolesco” della corte vescovi­
le, sia per la crisi della produzione
artigianale, mortificata tra l’altro
anche da taluni provvedimenti as­
sunti dall’arciduchessa Claudia de
Medici, reggente tirolese per i figli
minorenni, che favorì le fiere e i
commerci di Bolzano a danno di
quelli di Trento.
Il Settecento si apre per il Tren­
tino su uno scenario di guerra. Al­
l’interno della guerra di successio­
ne spagnola tra Francia e Austria,
nel 1703 il generale francese Ven­
dôme invase il Trentino e bombar­
dò Trento. Ma poi dovette ritirarsi e
fino alle invasioni napoleoniche di
fine secolo il territorio trentino re­
sterà immune da qualsiasi conse­
guenza diretta di avvenimenti bel­
lici.
Nei confronti del principato ve­
scovile, invece, venne ripresa la vec­
chia politica di assorbimento da
parte del governo asburgico, che
diventò più pesante al tempo del­
l’imperatrice Maria Teresa e del fi­
glio Giuseppe II. La concezione dei
sovrani “illuminati” prevedeva un
forte accentramento del potere e una
moderata azione riformista guidata
dal sovrano.
Tra l’altro anche l’assistenza pub­
blica venne avocata allo Stato, che
la esercitò non più sulla base di
presupposti religiosi, ma sui prin­
cìpi della solidarietà umana e della
filantropia. Lo Stato alla fine del
secolo intervenne anche per rego­
lamentare la crescita demografica (si
veda il famoso saggio di Thomas R.
Malthus, Saggio sul principio di po­
polazione nei suoi effetti sul futuro
miglioramento della società, 1798),
che in pratica dette il via al con­
trollo delle nascite, abolendo le sov­
venzioni statali per chi non poteva
dichiarare di essere in grado di man­
tenere la famiglia (la “legge sui
poveri” in Gran Bretagna).
Di fronte alla fioritura di inizia­
tive culturali nel campo degli studi
letterari, storici e scientifici, sul
piano politico prevalse il “gioseffi­
nismo”, ossia la volontà dell’impe­
ratore di ridurre il principe vescovo
di Trento da sovrano a suddito e di
intromettersi direttamente anche
nelle questioni che riguardavano la
vita interna della Chiesa, stabilen­
do ad esempio norme precise per le
preghiere dei fedeli o per le cele­
brazioni liturgiche. Esasperato da
questa situazione e angariato da
continue imposizioni di tasse, il
vescovo Pietro Vigilio Thunn il 26
dicembre 1781 si rivolse all’impera­
tore offrendogli la sovranità sul prin­
cipato vescovile in cambio di un
assegno vitalizio di 50 mila fiorini
annui. L’offerta venne respinta an­
che perché ritenuta poco vantag­
giosa per l’Austria.
Il 4 settembre 1796 le truppe
napoleoniche invasero il Trentino e
puntarono su Vienna. Ma furono respinte dall’esercito austriaco. Il
principe vescovo fu costretto a fug­
gire da Trento. In quegli anni il Tren­
tino venne sottoposto a continue
invasioni da parte degli eserciti ora
francesi ora austriaci.
Nel febbraio 1803 l’imperatore
d’Austria dichiarò di prendere pos­
sesso del principato vescovile di
Trento. Si chiudeva in quel modo
una pagina importante della storia
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
trentina rimasta aperta per quasi
otto secoli.
Con la pace di Presburgo (26 di­
cembre 1805), la Francia toglieva il
Tirolo (Trentino compreso) all’Au­
stria e lo annetteva alla Baviera. Ma
contro quel governo “illuminato” e
dispotico nel 1809 vi fu l’insurre­
zione di Andreas Hofer e delle sue
milizie valligiane (Schützen), appog­
giate dall’Austria, finché col tratta­
to di Parigi del 28 febbraio 1810
tutto il territorio fino a Bressanone
venne annesso al Regno italico,
prendendo il nome di “Dipartimen­
to dell’Alto Adige”.
Con la sconfitta di Napoleone, il
territorio di Trento il 7 aprile 1815
venne staccato dall’ex Regno itali­
co ed aggregato alla Contea princi­
pesca del Tirolo, con sede ad Inn­
sbruck. Per il Trentino iniziava così
una nuova fase della sua storia. Nella
nuova struttura politico-amministra­
tiva, il Trentino fu costretto a di­
fendersi dal tentativo dei tirolesi di
eliminare le sue caratteristiche “na­
zionali”, nella lingua, nella cultu­
ra, nella vita politica e sociale. I
trentini chiesero invano la separa­
zione da Innsbruck e la creazione
di una provincia autonoma. Il Los
von Innsbruck è il leit-motiv che
percorre tutta la storia politica tren­
tina dell’Ottocento.
Dal punto di vista economico ed
amministrativo però il governo as­
burgico dette buona prova di sé,
favorendo soprattutto le autonomie
comunali e l’economia agricola del­
le vallate.
L’assistenza pubblica faceva capo
alla Congregazione di Carità, isti­
tuita a Trento nel 1811, nel periodo
31
Trento nei secoli XV - XIX
di piena egemonia francese. Contra­
riamente a quanto avvenne nel re­
sto dell’Italia, essa rimase in piedi
anche dopo la sconfitta dei france­
si per tutto il secolo, pur perdendo
poco per volta il suo carattere ac­
centratore a vantaggio di nuove isti­
tuzioni benefiche promosse dai pri­
vati. Esempio emblematico in que­
sto senso è l’Istituto Sordomuti di
Trento, fondato nel 1842 dal vesco­
vo Nepomuceno de Tschiderer, che
ne difese strenuamente l’autonomia
dal potere politico.
Alla Congregazione di Carità fa­
cevano capo le seguenti fondazio­
ni: Ospedale, Orfanotrofio femmini­
le, Orfanotrofio maschile, Casa di
ricovero, Fondi Elemosinieri, Fondi
dotali.
32
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
NOTE
1 Disposizioni del Concilio di Trento
sulla gestione di ospedali e luoghi pii
(sessione XXV, 3-4 dicembre 1563
Decreto De Reformatione)
Quelli che hanno in commenda, in
amministrazione o a qualsiasi altro
titolo, quelli che nel comune linguaggio
sono chiamati “ospedali” o altri luoghi
pii, istituiti principalmente per l’utilità
dei pellegrini, degli infermi, dei vecchi
o dei poveri…il santo sinodo comanda
assolutamente che essi svolgano
l’incarico ed esercitino l’ufficio loro
imposto e, con i frutti a ciò destinati
pratichino davvero quella ospitalità che
devono praticare…
Se questi ospedali sono stati istituiti per
accogliere un determinato genere di
pellegrini, infermi o di altre persone, e
nel luogo ove essi si trovano, non vi
fossero tali persone o ve ne fossero
pochissime, si comanda ancora che i loro
redditi siano devoluti a altro uso pio,
che sia simile il più possibile al loro
scopo…a meno che nella loro
fondazione o costituzione non sia stato
disposto diversamente, allora il vescovo
avrà cura di far eseguire quanto è stato
ordinato o, se non fosse possibile,
provveda utilmente egli stesso secondo
le direttive date sopra.
Se quindi, tutti quelli di cui abbiamo
parlato, ed ognuno di essi, di qualsiasi
ordine o istituto religioso e di qualsiasi
dignità, anche se quelli che hanno
l’amministrazione dell’ospedale fossero
laici – non soggetti però a religiosi, dove
è in vigore l’osservanza della regola –
ammoniti dall’ordinario, avessero, in
concreto, cessato dall’esercitare con tutti
mezzi necessari cui sono tenuti, il dovere
dell’ospitalità, potranno essere costretti
a ciò con le censure ecclesiastiche o con
altri mezzi legali. Potranno anche essere
privati per sempre dell’amministrazione
e della cura dello stesso ospedale e
sostituiti con altri. Coloro saranno
tenuti, in coscienza, alla restituzione dei
frutti che avessero percepito contro lo
scopo degli stessi ospedali, che non potrà
essere in alcun modo condonata o
attenuata da una composizione.
Organizzazione
degli ospedali
di Trento nei secoli
XVI-XVIII
L’organizzazione del personale, la
struttura degli edifici, la funzione sociale
degli ospedali.
Mentre in molte città dell’Italia set­
tentrionale a partire dal XV secolo,
si realizzò la nuova riforma ospeda­
liera, che assegnò agli Ospedali
maggiori gli ammalati curabili, e
agli altri, più piccoli e in rete fra
loro, i cronici o gli incurabili, l’or­
ganizzazione assistenziale di Tren­
to rimase estranea al fenomeno.
Fino al 1811, l’assistenza ospe­
daliera a Trento fu garantita dalla
Cà di Dio, dall’Ospedale Alemanno e
da quello Polacco.
L’organizzazione del personale
L’organizzazione dell’ospedale
s’identificava con quella delle Con­
fraternita. Le numerose Confrater­
nite esistenti sul territorio avevano
un’organizzazione molto simile: il
magister (talora definito guardiano,
ministro o massaro) era il rappre­
sentante dell’Ente, da cui dipende­
vano disciplinarmente tutti gli altri
componenti della casa. Accanto ad
esso lavoravano in posizione subor­
dinata i suoi collaboratori, essen­
ziali all’attività confraternale e alla
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
funzionalità dell’ospedale, chiama­
ti fratres. Sovente un consiglio o
delle personalità dotate di compe­
tenze direzionali (gastaldi, rettori,
sindaci e priori) lo affiancavano
nell’esercizio delle sue competenze
ed erano incaricati di sorvegliare la
condotta e l’operato del magister.
Nell’ospedale alemanno la strut­
tura, che potremmo definire ammi­
nistrativa, era schematicamente la
seguente:
Il Massaro. Era il capo della compa­
gnia e dell’ospedale; eletto annual­
mente dai confratelli; dopo la metà
del Seicento veniva nominato dai
rettori uscenti.
Aveva come principale responsa­
bilità l’amministrazione e la conta­
bilità dei beni della compagnia.
Annualmente doveva presentare il
bilancio ai confratelli e gli even­
tuali disavanzi costituivano un ad­
debito del massaro1 .
A lui spettava la decisione di ac­
consentire o meno ad un ricovero e
di sorvegliare perché, ricevuta l’ade­
guata assistenza, gli ospiti non si
fermassero più di un mese; inoltre
doveva controllare e custodire gli
averi degli ospiti.
Coadiuvato da un esattore, al
massaro spettava inoltre la distri­
buzione dell’elemosina.
Era stipendiato, ma spesso i mas­
sari rifiutavano il compenso.
I Consiglieri. Venivano eletti dai
confratelli in numero da 6 a 8; dal­
la fine del 1700 erano 3 o 4 e ave­
vano carica annuale. Deliberavano
con il massaro sulle questioni am­
ministrative, assistenziali e religio­
33
Gli ospedali nei secoli XVI - XVIII
34
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
se. La partecipazione al consiglio
era obbligatoria e l’assenza ingiu­
stificata era multata con una “lira
di cerra per illuminare il Sacrissimo
Corpo del Signore Salvatore nostro
Universale”.
Vigilavano sull’attività del mas­
saro, che non era esente da abusi
amministrativi e facili guadagni,
come documentato anche per l’ospe­
dale italiano e quello dei Teutonici.
L’esattore. Incassava le entrate spet­
tanti alla Confraternita e, al termi­
ne del suo mandato annuale, le con­
segnava al massaro. Era chiamato a
rispondere personalmente delle so­
stanze mancanti.
Era retribuito in proporzione alle
riscossioni eseguite.
I Collaboratori. Annualmente, dopo
la nomina del massaro e dei consi­
glieri, venivano scelti i seguenti
funzionari: i custodi delle chiavi
dell’archivio; i custodi della casset­
ta; gli incaricati all’accensione del­
le candele; i custodi dell’olio, il
copista, gli ospedalieri. Vi erano
inoltre il cappellano e più tardi
l’agente, fino a giungere agli inizi
dell’ottocento dove compaiono la
“serva” e il “cavadenti”.
Il personale ospedaliero. Già nel ‘500
un medico e un chirurgo lavorava­
no presso l’ospedale alemanno, ma
con interventi saltuari, al bisogno.
Dal ‘700 un medico ed un chirur­
go sono stabilmente presenti nell’ospedale. Da un documento della
fine del secolo si conoscono le com­
petenze stabilite dalla Confraterni­
ta: entrambi dovevano visitare al­
meno una volta al giorno i malati,
avvisare il cappellano e il custode
di coloro che erano in pericolo di
morte e che, perciò, necessitavano
dei sacramenti e dovevano indicare
al custode le persone che potevano
essere “dimesse” dall’ospedale.
Anche nell’ospedale alemanno,
com’era tradizione nella sanità del
tempo, la figura più rilevante era
quella del medico, responsabile del
controllo del lavoro del chirurgo e
della prescrizione di diete e medi­
cine da somministrare ai malati. I
loro salari rispecchiavano il diverso
ruolo professionale; infatti il medi­
co riceveva 30 fiorini, il chirurgo
24. Non ci sono indicazioni sulla
loro attività medica e terapeutica.
L’ospedaliere, “dal quale massi­
mamente dipende il bene del luogo
pio”, non rivestiva un ruolo centra­
le come accadeva in altre realtà
ospedaliere, per esempio in quella
fiorentina.
Il compito degli ospedalieri, che
erano due, consisteva nell’accogliere
gli ospiti e nel fornire loro cibo, nel
lavare gli abiti degli ospiti e la bian­
cheria utilizzata in ospedale. Gli
ospedalieri anticipavano le spese
delle pietanze offerte a indigenti e
infermi e, a scadenze periodiche,
venivano risarciti. Percepivano uno
stipendio.
In un ordinamento degli inizi del
‘700, venivano richieste all’ospeda­
liere e all’ospedaliera, qualità mo­
rali ed umane adatte all’accoglien­
za di malati e bisognosi, quali uni­
che qualifiche necessarie per assu­
mere questo incarico2. Non vi era,
inoltre, esclusività di rapporto, come
testimonia l’aver concesso ad un
ospedaliere di continuare la sua at­
tività di “sensale del vino”, purché
questa non gli impedisse di eserci­
tare bene la sua professione ospe­
daliera.
Nel 1795 vengono redatti gli “ob­
blighi” per l’ospedaliere. Gerarchi­
camente l’ospedaliere sottostava al
cassiere per quanto riguarda l’am­
bito amministrativo e al medico per
quello sanitario. I compiti dell’ospe­
daliere consistevano: nell’inventa­
riare mobili e suppellettili, accoglie­
re caritatevolmente tutti gli infer­
mi, registrare al loro arrivo i loro
averi, presenziare alle visite medi­
che quotidiane per ricevere le istru­
zioni su medicinali, bevande e cibo
(l’ospedaliere era anche cuoco) da
somministrare ai malati.
L’ospedaliere doveva inoltre oc­
cuparsi dell’igiene dell’ospedale,
quindi pulire i letti, cambiare la
biancheria almeno ogni 3 settima­
ne e risanare letti e lettiere da even­
tuali parassiti.
Le misure igieniche divennero più
rigide per i malati di tubercolosi, la
biancheria dei quali era pulita con
più attenzione, distinta con un se­
gno e riutilizzata solo per lo stesso
tipo di malati.
L’ospedaliere aveva il compito di
sorvegliare sulle persone al servizio
degli ammalati e se necessario as­
sumere qualche assistente. Morto un
infermo doveva sottrarlo alla vista
degli altri ospiti per non “funestar­
ne la vista”. Prima di far seppellire
il morto doveva attendere che tra­
scorresse il tempo prescritto dalle
ordinanze della città (24-48 ore).
Vi erano poi le competenze reli­
giose che consistevano nell’accen­
dere le lampade e le candele all’al­
tare della Confraternita e nel servi­
re la messa. Svolgeva inoltre il ruo­
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
lo del barbiere, perché radeva la
barba agli uomini malati, e di ele­
mosiniere in quanto, esaminate le
patenti dei pellegrini, donava a
ognuno 3 carentani.
Queste poliedriche figure di ospe­
daliere s’incontravano negli ospedali
di piccola e media grandezza sia
perché la disponibilità finanziaria
di questi istituti precludeva un or­
ganico numeroso, sia perché il rap­
porto ospedale-ospiti richiedeva un
numero esiguo di addetti.
La struttura degli edifici
ospedalieri nel XVII-XVIII secolo
L’ospedale alemanno, nel 1676 era
costituito da una stanza riscaldata
(ipocausto) dove si riuniva il Consi­
glio, dall’archivio, dalla cappella
dell’ospedale dedicata a S. Barbara,
che aveva il suo ingresso sul cimi­
tero; ad essa erano adiacenti due
“cubicula”, ossia stanze, una per gli
infermi e una per le inferme. Que­
ste due camere erano separate in
modo tale da permettere ai degenti
di assistere alla messa celebrata
nella cappella. Nella camera delle
donne c’erano 3 letti, in quella de­
gli uomini 7. Nel piano superiore
c’era un altro ipocausto con cinque
letti destinati a religiosi e a perso­
ne oneste.
Un inventario del 1738 riferisce
che al piano terra erano collocate
la cappella, la camera dei pellegri­
ni con 6 letti, la camera delle pel­
legrine con 5 e la cucina per que­
sti. Al piano superiore si trovavano
la camera degli infermi con 8 letti,
quella delle inferme con 4 letti e
due sale del consiglio. Nel 1749,
35
Gli ospedali nei secoli XVI - XVIII
36
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
durante una visita pastorale, ven­
gono inoltre segnalate due nuove
stanze: la farmacia e una camera per
i malati contagiosi e i “frenetici” (i
malati psichiatrici).
La presenza di questo “reparto
specializzato” e della farmacia con­
sentono comunque di affermare che
l’ospedale alemanno cominciava a
qualificarsi nel settore sanitario.
Un inventario del 1800 c’informa
di altre stanze collocate nell’ospe­
dale e del loro arredamento: a pia­
no terra compare la “caldaia del
bucato”, al piano superiore la ca­
mera degli “etici” (tubercolotici);
compaiono inoltre, per la prima vol­
ta, arredi di tipo medico: il pezzo
di panno di raso per le sanguigne e
le poltrone di bulghero con le ruo­
te. Nell’inventario degli arredi do­
mina l’iconografia religiosa con Cro­
cifissi, un quadro dell’angelo custo­
de e uno della Madonna Addolorata
ed il già citato ciclo della Passione,
a testimoniare che l’aspetto domi­
nante era quello religioso, il quale
risultava essere l’unico rimedio di
fronte all’incapacità della medicina
del tempo. Il numero di immagini
religiose era infatti maggiore nella
stanza degli “etici”.
Gli ospedali italiano e polacco
conservarono una struttura simile
ma più semplice, atta a fornire
un’assistenza generica ed elemen­
tare.
La funzione sociale
degli ospedali a Trento.
La fisionomia dei tre ospedali tren­
tini fu poliedrica per tutto il corso
della loro esistenza. Essa fu con­
temporaneamente un ricovero per i
pellegrini, per gli infermi, per i sol­
dati, un ospedale per gli ammalati
curabili e incurabili, un ospizio per
i vecchi e costituì un punto d’ap­
poggio per i poveri, per gli orfani,
per le vedove e per i giovani sprov­
visti di un’arte. Nel Principato ve­
scovile di Trento fu forse anche gra­
zie alla presenza di queste struttu­
re se non si arrivò mai a provvedi­
menti così radicali, come la reclu­
sione forzata dei mendicanti, che
fu adottata diffusamente in Europa
nel Seicento e nel Settecento.
Quest’articolata attività assisten­
ziale, dimostra che le strutture ospe­
daliere di Trento non furono inve­
stite da quel primo tentativo di ri­
forma ospedaliera iniziata attorno
al secolo XV, consistente sia nella
concentrazione delle varie struttu­
re assistenziali, sia nella creazione
d’istituti specializzati. L’unico ente
che rientrava in questa categoria era
l’orfanotrofio gestito dalla Fradaja
Nova.
L’azione caritativa degli ospedali
cittadini, rivolta a tutti i tipi di bi­
sognosi, rappresentò una risposta
del privato ai bisogni assistenziali
della città. I tre ospedali, nati da
Confraternite di laici, operarono per
secoli grazie a lasciti e donazioni
di privati. La gestione dei beni era
soggetta ad un rigido controllo in­
terno, mentre la funzione di con­
trollo del vescovo era volta soprat­
tutto a garantire che tali beni fos­
sero effettivamente utilizzati per le
finalità stabilite dell’opera.
NOTE
1 Nel Seicento si chiese espressamente che il massaro fosse, oltre che idoneo a
ricoprire questa carica, una persona facoltosa, affinché la confraternita non subisse
perdite. Così sarà anche, in seguito, per l’esattore.
2 “che siano di costumi buoni, sempre sobri, e attenti soministrar a poveri malati
gli aiuti temporali, e fare a medesimi soministrare gli aiuti Spirituali, aminirli alla
piacenza, parlar con con essi con mansuetudine, consolarli ne loro dollori, e
pusilaminità, soministrare ad essi le medicine ordinate, come anche il cibo, e le
loro bevande, tenerli con pulizia e nettezza, assistere fedelmente ai morobondi,
come anche ricevere in buona grazzia i poveri pellegrini che si fermano nel pio
luogo la notte, e questi che sono pusilanimi consolare, e consigliarli che siano
umili, e suportino tutto volentieri per amor di Dio, ma i superbi, e i malvaggi
riprendere con parole, e consigliarli l’umiltà“.
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
37
La situazione sanitaria
nel XIX secolo
LOspedale Santa Chiara
e la “Congregazione di Carità”.
La costituzione
dell’Ospedale S. Chiara.
Il 15 febbraio 1811 un decreto re­
gio stabilì che “tutti gli ospedali,
orfanotrofi, luoghi pii, lasciti e fon­
di di beneficenza, di qualunque de­
nominazione essi siano, avranno una
sola e medesima amministrazione
che prenderà il titolo di Congrega­
zione di Carità”. Si trattava di un
ufficio comunale, controllato dal
Ministro dell’Interno, che agiva am­
ministrando i patrimoni delle fon­
dazioni assistenziali.
La Cà di Dio, l’ospedale aleman­
no e quello polacco vennero riuniti
nel convento di S. Chiara, costituen­
do l’ospedale civile S. Chiara.
Il nuovo nosocomio cittadino da
un punto di vista sanitario presen­
tava molti inconvenienti. Il dott.
Francesco Saverio Proch, direttore
del S. Chiara, così scriveva nel 1849:
“la camera destinata alla medicazio­
ne ed allo spurgo degli scabbiosi…
approfondendosi essa di molto al di
sotto del piano terra e umida, sudi­
cia, mal difesa, peggio riparata e per
giunta perenne ricetto di molti schi­
fosi topi, con i quali i poveri infermi
son posti là dentro a sequestro ed a
cura”.
38
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Grave era l’assenza di una sala
operatoria e le condizioni dei mala­
ti “collocati – secondo un’altra te­
stimonianza – in povere corsie su
brande con sacconi di paglia o di folia
di pannocchia, scarseggiavano di
ogni specie di biancheria, tanto che
se un morto non aveva camicia pro­
pria, veniva messo nella bara e se­
polto nudo”.
La Congregazione
di Carità e l’Ospedale
L’amministrazione della Congrega­
zione di carità era condotta inizial­
mente da un organo collegiale i cui
membri erano: il prefetto, in quali­
tà di presidente, il vescovo, il po­
destà e non più di sei e non meno
di quattro probi e distinti cittadini
di Trento, nominati dal Podestà. La
funzione di membro era gratuita.
Le varie fondazioni che conflui­
rono nel nuovo ente, anche se riu­
nite in una sola amministrazione,
conservavano pur tuttavia distinti
patrimoni. Eventuali disavanzi nei
bilanci di alcune di esse potevano
essere coperti utilizzando gli avan­
zi di gestione di altre, purché fos­
sero considerati come prestiti. Ogni
anno l’amministrazione era tenuta
a presentare un bilancio dettaglia­
to con un’analisi specifica di tutte
le rendite e di tutte le spese.
Nel 1813 quando il Tirolo Meri­
dionale ritornò a far parte dell’Im­
pero Austriaco, si conservò l’istitu­
zione delle Congregazioni di carità.
La nuova Amministrazione risultò
composta dal Podestà di Trento, in
qualità di presidente, da un vice­
presidente, da sei membri ordinari,
votati dagli elettori comunali e no­
minati dal Governo, e da un sacer­
dote scelto dal Vescovo.
La Congregazione era tenuta ad
informare il Magistrato Politico ed
Economico di tutti i provvedimenti
presi, sia di natura strettamente
assistenziale, che patrimoniale. Il
parere espresso da questa autorità
non era comunque vincolante per
l’Amministrazione che poteva deci­
dere altrimenti, sotto propria re­
sponsabilità. Il controllo, sull’ope­
rato dell’ente benefico, spettava di
diritto al Capitanato Circolare che
poteva deliberare invece vincolan­
done l’attività.
Delle varie fondazioni ammini­
strate dalla Congregazione di Carità
di Trento, l’Ospedale rappresentò
quella di maggior consistenza pa­
trimoniale e fu tra le prime fonda­
zioni a farne parte. Si procedette
quindi in questo periodo, come fa
anche notare lo Schwarzenberg per
gli altri ambienti italiani, “ad un
accentramento dell’organizzazione
ospedaliera sul modello francese,
quale era scaturito dalle riforme
post-rivoluzionarie”.
Compito istituzionale era provve­
dere alla spedalizzazione dei malati
poveri della città di Trento, cui si
aggiunse anche la cura dei militari,
delle prostitute e dei detenuti. La
direzione interna fu affidata nei pri­
mi anni ad un economo e passò in
seguito, ad un medico.
La spesa di degenza, stabilita in
una quota fissa giornaliera, doveva
essere rimborsata, per i poveri, dal
comune di provenienza, per i mili­
tari dal governo d’appartenenza, per
le prostitute e i detenuti dal Com­
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
missariato di Polizia. La gestione
ebbe un inizio travagliato, consi­
derato il periodo caratterizzato da
guerre continue e pesanti carestie.
L’Ospedale dovette curare un gran
numero di militari senza che per essi
fosse versata la quota stabilita e si
vide costretto ad alienare una parte
del suo patrimonio e a richiedere
prestiti alle altre fondazioni.
Queste difficoltà ebbero gravi ri­
percussioni sulla situazione finan­
ziaria: allo scopo di reperire denaro
liquido non fu sempre possibile sce­
gliere criteri di realizzo ispirati a
principi di convenienza economica.
Nel 1817 il governo austriaco e
alcuni anni dopo anche il governo
francese, rimborsarono in parte le
spese sostenute per la degenza dei
loro militari. La fine degli anni venti
e l’inizio degli anni trenta coinci­
sero perciò con un miglioramento
delle condizioni finanziarie ed eco­
nomiche della Fondazione; fu per­
tanto possibile, da parte dell’Am­
ministrazione, l’acquisto di alcuni
terreni confinanti con l’immobile
sede dell’Ospedale che permisero
modesti ampliamenti e indispensa­
bili ristrutturazioni del vecchio sta­
bile.
Intorno al 1835 dalla statistica
delle presenze giornaliere degli am­
malati si constata un aumento del
20% circa dei ricoveri. Questo feno­
meno trova la sua spiegazione nella
chiusura, in questi anni, della Casa
di Ricovero e del conseguente tra­
sferimento delle persone anziane ed
inabili nell’Ospedale trentino.
Nel 1845, avendo da reinvestire
capitali provenienti dalla vendita
dello stabile della “Cà di Dio”, l’Am­
39
Il XIX secolo
40
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
ministrazione decise l’acquisto del
Convento dei Cappuccini, adiacen­
te al nosocomio, per alloggiare le
suore della Carità che così suben­
travano, nel servizio sanitario e do­
mestico, ad una ventina di inser­
vienti.1
Alla fine degli anni ’40, si con­
stata un progressivo aumento dei
ricoveri verificatosi, in parte per lo
smembramento della Casa di Rico­
vero, col conseguente trasloco di al­
cuni ricoverati, e inoltre, per un fat­
tore determinante agli occhi della
popolazione: il miglior trattamento
dei degenti.
Con l’acquisto dei nuovi terreni e
fabbricati si era formata infatti una
struttura ospedaliera, che per i tem­
pi poteva essere considerata discre­
ta: vi era un sufficiente rifornimen­
to idrico per garantire igiene e pu­
lizia, vi era una capacità ricettiva
di 240 posti letto e si incomincia­
vano a compiere i primi passi verso
la formazione dei “reparti”. Inoltre
l’introduzione delle suore, la cui pre­
senza era continua, aveva portato
ulteriori progressi nelle cure prestate
ai degenti.
Ma con questo incremento le pre­
senze avevano raggiunto un livello
tale da creare squilibri nel rapporto
rendita-spesa o, per meglio dire, nel
rapporto rendita-spese generali, in
quanto ai costi di vitto e medicina­
li si provvedeva con il rimborso della
quota fissa da parte dell’Autorità
competente. Erano quindi le rendi­
te patrimoniali a dover sostenere le
spese generali, che in questi anni
si dilatarono per la formazione del­
le infrastrutture necessarie a sod­
disfare l’incremento delle “doman­
de”. Proprio in questi anni, assistia­
mo all’impossibilità del patrimonio
ad assicurare un gettito sufficiente
a coprire questi pesanti oneri.
Prendendo in considerazione la
consistenza complessiva del patri­
monio, si constata come questa
ebbe modesti incrementi nel tem­
po, mentre notevoli variazioni av­
vennero nella sua composizione
qualitativa. Nel 1827 gli investimen­
ti predominanti erano quelli in di­
ritti livellari (circa la metà dell’in­
tero patrimonio), nel 1850 questi
si erano contratti alla metà a tutto
vantaggio dell’investimento immo­
biliare; nessuna variazione percen­
tuale interessò invece i capitali di­
sponibili per l’impiego a prestito.
Appare evidente quindi che l’im­
pegno maggiore che assorbì l’Am­
ministrazione di questo specifico
patrimonio fu quello della creazio­
ne di una struttura ospedaliera, sa­
crificando a tale scopo anche la
possibilità di maggiori redditi futu­
ri.
NOTE
1 Il 25 aprile 1843 il Consiglio della
Congregazione di Carità pose in
discussione l’utilità di avvalersi della
collaborazione delle suore nell’ospedale.
Si accertò che esse avrebbero prestato
il loro lavoro non per motivi di lucro
ma per carità cristiana, giustificando
così l’immobilizzo di denaro necessario
all’acquisto del Convento. Con questa
collaborazione si era sicuri di poter fare
delle economie di gestione e di fornire
un’assistenza più qualificata e meno
i nteressata.
(A.S.T.,
fondo
Congregazione di Carità, atti del
Consiglio 1843)
Il XX secolo
Il nuovo Santa Chiara, l’Ospedale infantile
e il San Camillo.
Verranno riportati soltanto gli eventi
principali riguardanti le strutture
ospedaliere: il già presente S. Chia­
ra, il nuovo ospedale S. Chiara e
l’istituzione di due nuovi Ospedali
cittadini, l’Ospedale infantile pro­
vinciale e l’Ospedale S. Camillo.
“L’Ospedale di Santa Chiara au­
mentò il proprio patrimonio per la­
sciti e donazioni dei numerosi bene­
fattori che legarono, nel volgere de­
gli anni, i loro averi a tale Pia Isti­
tuzione. Col progredire della scienza
medica aumentarono però continua­
mente le esigenze e la sede primiti­
va si fece sempre più angusta ed in­
sufficiente. Le varie Amministrazio­
ni ospedaliere che si succedettero,
al nucleo originario aggiunsero altre
costruzioni ed intrapresero nuove
trasformazioni cercando di rendere
il più importante Istituto sanitario
cittadino sempre più adeguato ai
cresciuti bisogni.”
Un aggiornamento di una certa
entità fu portato all’edificio negli
anni 1933-38, passando da 285 a
376 posti letto e ammodernando le
strutture.
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Nel 1939 l’ospedale, dopo la sua
separazione dalla Congregazione di
carità, ebbe una propria amministra­
zione e acquisì la natura giuridica
di Istituzione Pubblica di Assisten­
za e Beneficenza. Il consiglio di
amministrazione era formato dal
Presidente e da 4 consiglieri nomi­
nati nel seguente modo: il Presiden­
te e un consigliere, dal Prefetto e
in seguito dal Presidente della Giun­
ta Provinciale; 1 consigliere, dalla
Giunta Provinciale; 1 consigliere era
nominato dal Comune di Trento; 1
consigliere, dall’Ente Comunale di
assistenza di Trento. Il consiglio di
amministrazione, nel 1956, durava
in carica 4 anni.
L’evoluzione della città, anche
come sede amministrativa provin­
ciale e regionale, condizionò molti
aspetti, da quello edilizio a quello
industriale, ma soprattutto, si veri­
ficò un notevole incremento demo­
grafico. Dal primo decennio del 1900
agli anni cinquanta si registrò un
incremento del 30% della popola­
zione e si passò da 60.000 a 80.000
abitanti.
Questo determinò il sovraffola­
mento del vecchio Ospedale di San­
ta Chiara ed un’insufficienza funzio­
nale ed igienica.
Il nuovo S. Chiara
Nel 1952, sulla scorta di precisi dati
tecnici e di logiche previsioni sullo
sviluppo della città, si cominciò ad
affrontare il problema di un nuovo
fabbricato ospedaliero.
Il 23 ottobre del 1960 iniziò, in
zona Bolghera, la costruzione del
nuovo ospedale S. Chiara, che ven­
41
42
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Ospedale S.Chiara
vecchio: la sala
operatoria.
ne inaugurato il 18 gennaio 1970.
Nell’opuscolo stampato in occa­
sione dell’inaugurazione si legge:
“… sul basilare fondamento di
un’operante carità cristiana ed in una
moderna visione del pubblico servi­
zio, è stata realizzata un’opera che
è fra i più validi documenti di civiltà
e di progresso della gente trentina”.
L’Ospedale nuovo rappresentò in­
fatti un’innovazione nel panorama
dell’edilizia ospedaliera. Il proget­
to dell’A rchitetto Carlo Keller e del­
l’ingeniere Eugenio Taddei fu consi­
derato una fra le più felici fusioni
tra lo stile e la funzionalità in un
complesso di particolare imponen­
za; la superficie complessiva della
zona ospedaliera era di mq. 57.418
ed il volume totale degli edifici di
mc. 210.000, con 1764 locali e 900
posti letto.
La struttura originaria dell’ospe­
dale era costituita:
- dal corpo stellare che compren­
deva: l’accettazione ed il pronto
-
-
soccorso, la radiologia, il labo­
ratorio di analisi cliniche, la far­
macia, la direzione sanitaria e
gli uffici amministrativi, l’ana­
tomia patologica, la sala autop­
tica, le camere mortuarie, la
chiesa;
dal corpo degenze: osservazione,
geriatria, medicina I e II divi­
sione, neurologia, solventi I e II
classe; i reparti operatori: uro­
logia, traumatologia, chirurgia I
e II divisione, ostetricia e gine­
cologia; le sale operatorie (2 per
ogni reparto); 2 sale parto; il
centro di rianimazione, con 18
posti letto; le specialità di ocu­
listica, TBC chirurgica, derma­
tologia, otorino-stomatologia
con le rispettive sale operato­
rie;
dal padiglione infettivi;
dall’alloggio del personale infer­
mieristico e religioso (dove era­
no situate anche la scuola-con­
vitto per infermiere professionale
Ospedale S. Chiara:
vista aerea.
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
43
Il XX secolo
44
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
e la scuola per infermiere gene­
rico).
Una nuova attenzione fu data al
malato e non solo alla cura della
malattia, come è testimoniato dal
fatto che in ogni reparto furono re­
alizzati una serie di “confort” per
rendere più serena la degenza: l’aria
condizionata, la luce indiretta, la
lampada a capo-letto per ogni po­
sto letto e l’altoparlante da cuscino
per la ricezione dei programmi ra­
dio.
Negli anni successivi, si resero
necessari numerosi interventi di
adeguamento strutturale, fino all’ul­
tima opera di ristrutturazione, ini­
ziata nel 2002.
L’ospedale infantile provinciale
(“Ospedalino”).
Fu fondato per iniziativa di “un
gruppo di pie donne”: Teresa Canel­
la, Maria Mazzi e Luigia Brugnara
che si adoperarono perché i bambi­
ni ammalati potessero essere rico­
verati in un ambiente idoneo. Il
dott. Giuseppe Bacca, il dott. Fer­
rante Giordani, il prof. Cesare Cri­
stofolini ed il Cav. Innocenzo Rizzi
si impegnarono ad attuare questo
progetto: “un miracolo della carità
cittadina” lo definirà il dott. D’An­
na, perché realizzato con offerte di
Enti e di molti singoli cittadini.
L’Istituto, denominato inizial­
mente “Ospedale infantile provincia­
Ospedale Santa
Chiara. Il progetto
di ristrutturazione
(rendering).
I lavori sono
iniziati nel 2002.
le principessa Maria di Savoia” ma
popolarmente detto “Ospedalino”,
si innestò sulla società dell’asilo
infantile di S. Marco e, nel dicem­
bre del 1920, in alcuni locali atti­
gui all’asilo infantile di via Ferruc­
cio, fu aperto il primo nucleo del­
l’Ospedale con 20 posti letto.
L’ospedale ebbe presto uno svi­
luppo notevolissimo tanto che la
vecchia sede si dimostrò assoluta­
mente inadeguata.
Grazie al contributo generoso di
Enti e di privati, la Società acqui-
Ospedale infantile
provinciale di
Trento – Veduta
parziale dei
padiglioni
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
45
Il XX secolo
stò lo stabile in Via della Collina
dove l’Ospedale fu trasferito nel
1925 ed ebbe una capienza di 50
posti letto.
A quell’epoca la mortalità infan­
tile a Trento, nel primo anno di vita,
era di 150 bambini ogni 1000 nati.
In seguito attorno al primo fab­
bricato, trasformato e ammoderna­
to, furono costruiti, in epoche suc­
cessive, il Sanatorio con 60 posti
letto e il Tubercolosario o Preven­
torio con 24 posti letto.
Nel 1938 la mortalità infantile in
provincia scese sotto il 70 per mil­
le.
Nel 1950 le degenze raggiunsero
i 400 bambini presenti ogni gior­
no, la durata delle degenze era mol­
to elevata, per il preventorio anche
di anni, per cui vennero istituiti cor­
46
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
si scolastici all’interno dell’ospeda­
le.
Nel 1966 iniziò la sua attività il
nuovo Centro Immaturi.
Nel 1967 viene inaugurato il nuo­
vo Ospedale Infantile denominato
“Angeli Custodi” con 250 posti let­
to e comprendente le seguenti Di­
visioni: Pediatria, Neonatologia,
Chirurgia e Ortopedia pediatrica e i
Servizi di Radiologia, Anestesia e
Rianimazione e Laboratorio analisi.
Nel 1968 venne istituita la Divi­
sione di Neuropsichiatria infantile
che occupò il posto del preesisten­
te Centro di recupero per poliomie­
litici, in cui nei primi anni sessan­
ta, fino all’introduzione della vac­
cinazione antipolio, erano ricove­
rati fino a 30 bambini.
Negli 1968-70 il numero di rico-
Ospedale
S. Camillo, l’edificio
prima della recente
ristrutturazione
veri annui fu di 7500. La mortalità
infantile è ancora alta rispetto alle
regioni vicine, pari al 28,3 per mil­
le.
Nel 1972 l’ospedale infantile ven­
ne assorbito dall’amministrazione
del S. Chiara e si costituirono gli
“Istituti Ospedalieri di Trento”. Nel
1979 fu deciso di bloccare l’espan­
sione dell’Ospedalino e si cominciò
ad ipotizzare il suo trasferimento al
S. Chiara.
Si assistette ad un calo progres­
sivo dei ricoveri che nel 1983 sce­
sero a 4000 e rimasero tali fino al
1989, pur calando i giorni di de­
genza.
Nel 1978 iniziò la terapia inten­
siva neonatale con ventilazione as­
sistita. La mortalità neonatale sce­
se sotto il 10 per mille.
Nel 1986 si decise il trasferimen­
to dell’Ospedalino sull’area della
Cappella del S. Chiara, che avverrà
soltanto nel 1991. Dal 1980, fino
alla sua attuazione, il trasferimen­
to fu accompagnato da un dibatti­
to molto acceso che coinvolse me­
dici, amministratori, politici e nu­
merosi cittadini.
Sulla sua scia alla fine del 1800
nacque la congregazione femminile
dell’ordine.
A metà del 1936, su pressante
richiesta di alcune persone trenti­
ne, arrivarono in città tre suore del­
l’ordine di S. Camillo, che presero
alloggio in una villetta di otto stan­
ze e dopo poco cominciarono ad
ospitare persone anziane malate,
spesso non autosufficienti. Dopo
pochi mesi si rese necessario trova­
re una casa più grande, di una cin­
quantina di posti letto, sempre in
via Giovanelli.
Dal 1943 fino a quasi la fine del­
la guerra, dopo un tragico bombar­
damento i reparti dell’ospedale S.
Chiara furono trasferiti a Pergine e
Tione, e in via S. Croce rimasero solo
un’astanteria - pronto soccorso, per
cui il San Camillo rimase l’unica
struttura ospedaliera in città.
Dopo la guerra l’Ospedale crebbe
man mano per poter offrire ai biso­
gnosi un servizio sempre accurato
professionalmente e umanamente,
fino alla ristrutturazione globale
degli anni ’90, secondo i più mo­
derni criteri di accoglienza. Attual­
mente vi sono 150 posti letto.
L’ospedale San Camillo.
Camillo de Lellis, soldato di ventu­
ra con le truppe Veneziane e Spa­
gnole, si ritrova nel 1575 a varcare
le soglie di un ospedale per una
brutta ferita alla gamba; dal disa­
gio e dalla sofferenza di ritrovarsi
malato tra malati nasce la sua vo­
cazione: dedicare la vita a condivi­
dere ed alleviare la sofferenza degli
infermi, e poi la decisione di fon­
dare un ordine religioso col mede­
simo scopo.
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
47
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Per la storia generale:
[1] A. Zieger, Storia della Regione
Tridentina, Trento, Dolomia,
1981.
[2] J. Kögl, La Sovranità dei vesco­
vi di Trento e di Bressanone: di­
ritti derivanti al clero diocesa­
no dalla sua soppressione, Tren­
to, Artigianelli, 1964.
Per la storia degli ospedali, assisten­
za e carità:
[1] I. Pastore Bassetto, La Congre­
gazione di Carità di Trento nel­
la prima metà dell’Ottocento, in
Popolazione, assistenza e strut­
tura agraria nell’Ottocento tren­
tino, Libera Università degli
Studi di Trento, 1979, pp. 205­
243.
[2] S. Vareschi, Assistenza e carità
nella comunità ecclesiale tren­
tina, Laboratorio didattico per
l’insegnamento della religione
cattolica (progetto SPART),
Trento 1990 (con bibliografia
specifica).
[3] M. Garbellotti, L’Ospedale Ale­
manno: un esempio di assisten­
za ospedaliera nella Trento dei
sec. XIV-XVIII, in “Studi Tren­
tini di Scienze Storiche”, LXXIV,
3, 1995, pp. 259-323.
[4] A. Vadagnini, L’Istituto Sordo­
muti di Trento. Storia di un’ope­
ra di carità, Istituto arcivesco­
48
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
vile per sordi “Giovanni Nepo­
muceno de Tschiderer”, Trento
1995 (con bibliografia nelle
note).
[5] R. Bocchi, C. Oradini: Le città
nella storia d’Italia: Trento. Laterza Editori, Bari 1983.
[6] R. Stedile, Ospedali e Sanità a
Rovereto nel XVIII secolo. Man­
frini Editori. Trento 1990.
[7] Reich, Notizie e documenti in­
torno all’ordine dei Crociferi in
Trento. Trento 1882.
[8] GB. Zanella, S. Maria di Trento.
Cenni storici. Trento 1879.
[9] A. Folgheraiter, I dannati della
peste. Tre secoli di stragi nel
Trentino (1348 – 1636). Tren­
to 1994.
[10]L. Girardi, Gli ospedali della Re­
gione. Assessorato per la previ­
denza, l’assistenza sociale e la
sanità. Trento 1958.
[11]S. Ducati, Il nuovo ospedale ci­
vile di S. Chiara. Trento 1970.
[12]Neonatologia Trentina, 1991:
Anno 3 – N. 3-4
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
49
50
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
S CHEDA
La campagna per l’utilizzo corretto dei farmaci
Anno 2002
Vittorio Curzel
Le premesse
Nell’ambito della spesa netta convenzionata per i farmaci a carico del Servizio Sanitario
Nazionale, la Provincia Autonoma di Trento presenta la spesa più contenuta (12,5 euro),
con una differenza di circa 9 euro in meno rispetto alle regioni che esprimono la spesa più
elevata. Anche per quanto riguarda il numero di ricette pro-capite la Provincia Autonoma
di Trento è quella con il valore più contenuto (0,48; la regione che ha il valore più elevato
è la Sicilia 0,80)1.
Questi dati, interpretati unitamente agli indici di performance del Servizio sanitario del
Trentino in comparazione con quello delle altre regioni, nonché con gli indici di soddisfa­
zione della popolazione nei confronti delle strutture e delle prestazioni sanitarie (indici
che in entrambi i casi vedono la Provincia Autonoma di Trento sempre nelle primissime
posizioni, nel secondo caso addirittura ben al di sopra della media nazionale) 2 , danno la
misura di una situazione complessivamente positiva sul territorio anche per quanto ri­
guarda l’utilizzo corretto dei farmaci e di ciò va dato senz’altro atto e merito anche al
livello professionale dei medici e dei farmacisti che operano in Trentino.
L’attività preliminare di ricerca
Inoltre i risultati emersi da un’indagine su un campione rappresentativo di 1.500 cittadini
adulti residenti in Trentino 3, dicono che la popolazione locale esprime nel suo complesso
un buon livello per quanto riguarda le conoscenze, gli atteggiamenti e i comportamenti
nei confronti del farmaco, evidenziando la presenza di un terreno fertile per attivare
iniziative di informazione, ma anche l’opportunità di intervenire con attività mirate di
comunicazione, volte a favorire i processi di maturazione già in atto, accrescendo ulterior­
mente la conoscenza, la consapevolezza e la responsabilizzazione dei cittadini.
I risultati dell’indagine, condotta preliminarmente alla progettazione della “Campagna
per l’utilizzo corretto dei farmaci”, realizzata nell’autunno 2002 dall’Assessorato alle Poli­
tiche sociali e alla salute in collaborazione con l’Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari,
sono stati così sintetizzati dall’Autore della ricerca, Nadio Delai:
1. Vi è una diffusa presa in carico responsabile (empowerment) da parte del cittadino.
Questa crescente “autoresponsabilizzazione” nei confronti della propria salute ha
tuttavia anche aspetti negativi. Infatti una considerevole percentuale di persone
tende ad autoprescriversi i farmaci: 59,9% nel caso di malattie non gravi, ma anche
16,1% nel caso di malattie gravi (vedi tab. 1);
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
51
2. Nell’ambito di tale “autoprescrizione” viene usata una vasta tipologia di farmaci,
tradizionali e non tradizionali, anche per malattie gravi (tab. 2);
3. Poco meno di 2/3 dei cittadini conserva appropriatamente i farmaci e il 56,3% li
riconsegna di tanto in tanto in farmacia; mentre il 74,1% legge con attenzione le
avvertenze prima dell’uso (tab. 3).
4. Sembra esserci una buona conoscenza delle diverse tipologie di farmaci (farmaci
preventivi; farmaci sintomatici; farmaci curativi);
5. Il livello di conoscenza di cosa siano effettivamente i farmaci generici è elevato (più
che la media nazionale) ed esiste una buona disponibilità ad utilizzarli, a patto di
conoscerli di più;
6. Emerge un equilibrato giudizio sul ruolo del farmaco che “va preso sotto controllo
medico e quando effettivamente serve”, secondo il 76,6% degli intervistati (tab. 4).
7. I comportamenti e gli atteggiamenti dei cittadini nei confronti del farmaco conduco­
no infine ad una robusta domanda di informazione aggiuntiva, a partire dalla consta­
tazione che la fonte più importante di informazioni è il medico di famiglia (78,9%),
seguito dal farmacista e dallo specialista (tab. 5). Il ricordo della campagna prece­
dentemente promossa in sede locale da Assessorato e Azienda risulta elevato (24,7%
degli intervistati), specie se si tengono presenti le modalità adottate sul piano di
comunicazione (distribuzione dei pieghevoli attraverso le farmacie e non coinvolgi­
mento diretto di tutte le famiglie, come invece è avvenuto nella campagna del Mini­
stero della Salute sui farmaci generici).
L’attuale livello di informazione sui farmaci viene considerato non adeguato dalla mag­
gioranza degli intervistati, mentre i fabbisogni informativi si manifestano su un insieme
di argomenti “a largo spettro” (tab. 6).
In conclusione si è davanti ad una popolazione con una buona maturità nel campo
sanitario e nel campo di utilizzo del farmaco (tab. 7), con la conseguenza che ci si trova
a dover “spostare l’asticella verso l’alto” qualora si affronti il tema attraverso un’apposita
campagna, tenendo conto della “voglia di responsabilità” espressa dai cittadini, solleci­
tandola ulteriormente e indirizzandola.
52
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
Tab. 1 - Comportamenti degli intervistati con la maggior parte dei farmaci prescritti (val. %)
Trentino
(Ilesi s/20 02)
M alatt ia grave
Non li compro
Li comp ro ma no n li prendo
Ne prendo solo una parte perchØ
interrompo la cura prima de l te mpo
oppure riduco le dosi
Interrompo a lla scompa rsa dei
sintomi
Seguo le pres crizioni sia nelle dos i
che ne lla du rata
Non ris ponde
Totale
v. a.
M alatt ia non grave
Non li compro
Li comp ro ma no n li prendo
Ne prendo solo una parte perchØ
interrompo la cura prima de l te mpo
oppure riduco le dosi
Interrompo a lla scompa rsa dei
sintomi
Seguo le pres crizioni sia nelle dos i
che ne lla du rata
Non ris ponde
Totale
v. a.
Trentino
Italia
(Erm ene ia/1999) (Ce ns is/1 997)
(a)
(b)
1 6, 1
9 ,1
8,1
80,3
90,9
92,5
3,6
100
1.500
n.r.
100
1 .200
n.r.
100
2.00 0
59,9
40,8
31,9
39,3
59,2
68,1
0,8
100
1.500
n.r.
100
1 .200
n.r.
100
2.00 0
(a) Ermeneia, Mutualità & Salute, 1999 (per Federazione T rentina delle Cooperative).
(b) Censis, La domanda di salute degli italiani, FrancoAngeli, 1998.
Fonte: Ilesis - Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari di Trento, 2002.
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
53
Tab. 2 – Farmaci usati di solito dagli intervistati (val. %)
Risposta
Medicinali che si ottengono solo con ricetta medica
Farmaci generici
Farmaci da banco
Farmaci omeopatici
Farmaci a base di erbe
Non risponde
Altro
Non usa farmaci
v.a.
Malattia
grave
75,1
8,5
11,9
8,7
4,8
5,3
0,2
1.500
Malattia
leggera
13,3
10,3
59,6
13,4
9,5
3,1
0,3
2,5
1.500
Il totale non è uguale a 100 perché erano possibili più risposte.
Fonte: Ilesis - Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari di Trento.
Tab. 3 - Assunzione di informazioni sugli effetti negativi e sulle precauzioni d’uso dei farma­
ci (val. %)
Risposta
S , leggo le avvertenze sempre e con attenzione
S , leggo le avvertenze qualche volta
S , leggo le avvertenze solo in caso di malattie serie
S , chiedo informazioni al medico o al farmacista
No, mai perchØ mi fido di chi mi prescrive il farmaco
No, mai perchØ mi fido del farmacista
Mi fido delle mie conoscenze
Non so
Totale
v.a.
Fonte: Ilesis - Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari di Trento, 2002.
54
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
%
74,1
5,1
1,3
7,1
9,0
0,9
2,3
0,2
100
1.500
Tab. 4 – Gli atteggiamenti alternativi sul ruolo del farmaco nella cura delle malattie
(val. %)
Risposta
I farmaci sono uno strumento essenziale ed
indispensabile nella cura delle malattie
I farmaci vanno presi sotto controllo medico e quando
effettivamente servono
I farmaci costituiscono il male minore visto che
presentano spesso effetti non voluti, piø o meno
dannosi, e quindi Ł consigliabile prenderne il meno
possibile
Non risponde
Totale
v.a.
Trentino
Italia
(Ilesis/2002) (Censis/1997)
(a)
6,3
18,6
76,6
60,6
16,8
20,8
0,3
100
1.500
100
2.000
(a) Censis, La domanda di salute degli italiani, FrancoAngeli, 1998.
Fonte: Ilesis - Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari di Trento, 2002.
Tab. 5 – Fonte più importante in assoluto per ottenere informazioni su un determinato
farmaco ( %)
Risposta
Il medico di famiglia
Il farmacista
Il medico specialista
La lettura del foglietto istruzioni
Il personale delle strutture sanitarie (ASL, Ospedali)
Il consiglio di familiari, parenti, amici e colleghi
I giornali e le riviste sulla salute
La consultazione di enciclopedie o simili
Internet
Gli articoli che trova sui giornali e sulle riviste
Campagne informative promosse dalla Provincia o ASL
Altro
Totale
v.a.
%
78,9
8,3
7,3
1,5
1,1
0,9
0,3
0,3
0,3
0,2
0,1
0,8
100
1.500
Fonte: Ilesis - Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari di Trento, 2002.
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
55
Tab. 6 – Livello di soddisfazione e contenuti dell’informazione sul farmaco (val. %)
Livello
Molto soddisfacente
Abbastanza soddisfacente
Poco soddisfacente
Per niente soddisfacente
Non risponde
Altro
Totale
v.a.
Contenuti
Sugli effetti dei farmaci presi in contemporanea con altri farmaci
Sugli effetti negativi che potrebbero avere i singoli farmaci
Sui farmaci omeopatici
Sui farmaci generici
Sui nuovi farmaci che via via escono sul mercato e sui relativi effetti
Sui prodotti a base di erbe
Sulle specialit farmaceutiche
Sul fatto che il farmaco sia o meno a carico del Servizio Sanitario
Sulle procedure di smaltimento dei farmaci
Sui farmaci da banco
Sulle procedure di conservazione dei farmaci
Non risponde
v.a.
Il totale non è uguale a 100 perché erano possibili più risposte.
Fonte: Ilesis - Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari di Trento, 2002.
56
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
%
3,8
35,5
47,8
9,5
3,0
0,4
100
1.500
%
32,3
30,5
28,1
25,7
17,3
16,5
15,8
11,1
10,6
8,9
7,1
3,5
1.500
3.
4.
5.
6.
7.
Molto +
Abbastanza
d accordo
2.
¨ importante non spendere inutilmente risorse
pubbliche per farmaci che non sono indispensabili
per la salute dei cittadini
¨ importante spiegare al cittadino l uso
"appropriato" dei vari tipi di farmaci, magari
utilizzando le risorse risparmiate per farmaci inutili
o scarsamente utili
¨ importante aumentare l uso dei farmaci generici,
per i quali Ł dimostrata l analoga efficacia
terapeutica rispetto alle specialit
¨ importante far conoscere al cittadino la reale
efficacia curativa e la relativa disponibilit in
tempi certi dei nuovi farmaci, di cui si parla spesso
sui giornali, in Tv, ecc.
¨ importante disporre di un informazione sicura e
certificata sul farmaco, che orienti il cittadino
rispetto alla grande disponibilit odierna di farmaci
di ogni tipo (tradizionali, omeopatici, prodotti
erboristici, ecc.)
¨ importante che le iniziative di informazione e di
educazione al farmaco non siano promosse unatantum, ma abbiano carattere di continuit nel
tempo
¨ importante sfruttare la spinta del cittadino ad
interessarsi della propria salute, favorendo la
crescita delle sue conoscenze nel campo dei
farmaci
Abbastanza
d accordo
1.
Molto
d accordo
Tab. 7 – Priorità più importanti da perseguire da parte del soggetto pubblico in tema di
farmaci (%)
64,7
25,0
89,7
68,1
26,2
94,3
46,8
32,7
79,5
58,2
33,9
92,1
63,9
29,9
93,8
61,4
31,7
93,1
61,6
32,0
93,6
Fonte: Ilesis - Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari di Trento, 2002.
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
57
La progettazione della Campagna: metodologia, target e contenuti.
I risultati della ricerca hanno rafforzato l’intento dell’Amministrazione provinciale, già
esplicitato in uno degli obiettivi assegnati per il 2002 all’APSS, secondo il quale lAzien’
da, nel corso dell’anno, doveva progettare ed attuare - in sinergia con le iniziative di
comunicazione intraprese nel medesimo ambito dalla Provincia - un’iniziativa di educazio­
ne sanitaria in ambito farmaceutico che sia destinata a tutta la popolazione e sia mirata
ad aumentare il grado di consapevolezza e capacità in ordine all’utilizzo appropriato dei
farmaci. Tale obiettivo trovava perfetta corrispondenza ed integrazione nel Programma di
gestione del Servizio Programmazione e Ricerca sanitaria dell’Assessorato e in particolare
in uno degli obiettivi assegnati al Direttore con incarico speciale per la comunicazione e
l’informazione, che prevedeva espressamente attività di “Studio e ricerca, nell’ambito del
marketing sociale, di progettazione e di coordinamento per la realizzazione di una campa­
gna di comunicazione integrata per il corretto utilizzo dei farmaci”.
Da queste premesse è nata l’attività messa in atto per la realizzazione della “Campagna
per l’utilizzo corretto dei farmaci”, prima del genere nella Provincia Autonoma di Trento e
nella Regione Trentino Alto Adige-Süd Tirol e una fra le prime in Italia, condotta in
perfetta sinergia e continua interazione fra l’Assessorato provinciale alle Politiche sociali
e alla Salute (Servizio Programmazione e ricerca sanitaria) e l’APSS (Servizio Farmaceuti­
co, Servizio Educazione alla salute e Servizio Rapporti con il pubblico), basata sulla
compartecipazione alle spese, ma soprattutto sulla formazione di un apposito gruppo di
lavoro multidisciplinare, comprendente anche rappresentanti dei Medici di Medicina ge­
nerale e dei farmacisti territoriali, con il convinto appoggio dei rispettivi Ordini professio­
nali. Tale gruppo di lavoro ha consentito l’integrazione di professionalità, di esperienze e
di competenze altamente specialistiche nei campi del farmaco e dell’assistenza farmaceu­
tica da una parte e della comunicazione pubblica e del marketing sociale dall’altra.
Dopo aver collaborato alla realizzazione e alla valutazione dei risultati dell’indagine
conoscitiva preliminare, il gruppo ha lavorato per l’individuazione dei contenuti della
campagna informativa e per l’identificazione degli strumenti di comunicazione idonei,
fissando il calendario delle iniziative.
Alla progettazione della campagna, alla predisposizione del piano media e alla proget­
tazione di tutti i materiali informativi e di comunicazione, alla loro realizzazione e diffu­
sione ha provveduto direttamente personale del Servizio Programmazione e Ricerca del­
l’Assessorato provinciale alle Politiche sociali.
Il progetto prevede la realizzazione della campagna in due fasi: la prima parte della
campagna è stata attuata a partire da ottobre 2002. Seguirà nel 2003 una prima verifica
degli effetti e l’attuazione di una seconda parte.
La ricerca preliminare ha permesso di individuare due segmenti della popolazione cui
indirizzare prioritariamente la campagna di comunicazione: le donne, in quanto punti di
riferimento nell’ambito della famiglia per l’acquisto, la somministrazione e lo smaltimento
dei farmaci, e gli anziani, come fascia maggiormente esposta ai problemi di salute e come
maggiori consumatori di farmaci.
Al di là delle scelte di carattere generale, operate nel rispetto di una corretta medodo­
logia progettuale (svolgimento di un’indagine preliminare per individuare conoscenze,
atteggiamenti, comportamenti pre-esistenti, formazione di un gruppo di lavoro multidi­
58
Provincia Autonoma di Trento
Punto Omega n. 10
sciplinare, effettuazione di pre-test dei messaggi verbali e iconici predisposti per la cam­
pagna)4 sono state definite alcune significative scelte di carattere più marcatamente
operativo:
- sviluppare diversi livelli di approfondimento sui diversi supporti mediatici previsti dal
piano media (sfruttando le possibilità di interazione e rinforzo reciproco dei messag­
gi);
- lasciare il discorso aperto in previsione della prosecuzione della campagna (temi da
affrontare prossimamente: farmaci generici; affetti avversi e interazione fra farmaci;
smaltimento);
- non solo evidenziare il problema ma dare anche indicazioni di comportamento;
- complementarità dell’azione di comunicazione con l’azione formativa (corsi, incontri
pubblici, trasmissioni radio e tv specifiche).
Per la prima fase della campagna, sulla base dei risultati emersi dalla ricerca preliminare e
delle valutazioni prodotte dal Gruppo di lavoro, si è scelto di puntare l’attenzione dei
cittadini su tre tematiche:
a) la necessità di adottare stili di vita sani. Il benessere fisico va costruito tutti i giorni:
uno stile di vita sano è spesso la miglior medicina. Molti disturbi, infatti, dipendono
da comportamenti sfavorevoli alla salute e, talvolta, è sufficiente modificare le pro­
prie abitudini per recuperare il benessere. Alimentarsi in modo vario ed equilibrato,
limitare il consumo di alcolici, non fumare e fare regolare esercizio fisico possono
aiutare il nostro corpo a mantenersi efficiente e in salute. In alcuni casi, e a patto di
usarli correttamente, i farmaci sono utili per prevenire e curare numerose malattie;
b) la necessità di seguire attentamente le prescrizioni terapeutiche e i consigli dei
professionisti della cura (Medico e farmacista), ma nel contempo di sviluppare consa­
pevolezza circa la cura prescritta, chiedendo istruzioni su come assumere il farmaco e
per quanto tempo, che cosa fare in presenza di effetti indesiderati, se e quando è
previsto un controllo, le motivazioni della scelta di quel dato farmaco e le eventuali
alternative al suo uso;
c) la necessità di scoraggiare la prassi dell’autocura e dell’autoprescrizione. I farmaci
non sono comuni beni di consumo, per questo normalmente sono prescritti dal medi­
co e sono riservati alla vendita in farmacia. Anche per i farmaci di libera vendita, i
cosiddetti “farmaci da banco” o di automedicazione, destinati ad alleviare i sintomi o
a curare disturbi minori, è bene che l’acquisto avvenga su consiglio del farmacista.
Nel contempo è necessario sfatare il luogo comune secondo cui i farmaci derivati
dalle piante sono “naturali” e quindi innocui e quelli “chimici” prodotti in laboratorio
sempre pericolosi. Entrambi lo possono essere, così come le medicine “alternative”
che non offrono, al momento, le stesse garanzie di efficacia dei medicinali “classici”
e richiedono ancora tempo per essere conosciute meglio.
In sede di progettazione dei vari prodotti comunicazionali sono state pertanto elaborate
quattro “headline”:
- un messaggio di carattere generale (sempre presente):
“I farmaci sono utili… solo se li usi correttamente”;
- tre messaggi specifici:
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-
per favorire stili di vita sani: “una vita sana è la cura per tutti i giorni”;
per promuovere compliance ed empowerment: “ascolta il tuo medico e informati
sulla cura” ;
per scoraggiare l’autocura e l’autoprescrizione: “per i piccoli disturbi, parla con il
farmacista”.
Questi tre messaggi specifici sono stati declinati a vari livelli di approfondimento, in
affissioni murali di vario formato, locandine per esercizi pubblici, pannelli esterni e plan­
ce interne per autobus urbani, pullman extraurbani e treni, spot radiofonici, pagine a
pagamento sui quotidiani e periodici locali o in inserti su varie testate dell’Amministra­
zione provinciale, nonché nel pieghevole “Guida rapida per la salute n.6 - Farmaci e
salute” (“minifolder”, formato chiuso delle misure di una carta di credito), distribuito in
145.000 copie nelle farmacie e negli ambulatori dei medici di medicina generale e dei
pediatri di libera scelta.
Per quanto riguarda le immagini sono stati scelti quattro soggetti: due riguardanti i
segmenti di popolazione target: donne e anziani (entrambi con headline “una vita sana è
la cura per tutti i giorni”), e due riguardanti i professionisti della salute di riferimento: i
medici (“ascolta il tuo medico e informati sulla cura”) e i farmacisti (“per i piccoli disturbi,
parla con il farmacista”), più un soggetto conclusivo della campagna, con la riproduzione
della copertina del pieghevole “Guida rapida per la salute n.6 - Farmaci e salute” (“chiedi
alla tua farmacia la guida rapida Farmaci e Salute”).
La campagna: le realizzazioni.
Ideazione, art direction e coordinamento organizzativo: Vittorio Curzel
Fotografie: Nadia Baldo, Adriano Frisanco, DigitalVision, Stockbyte
Consulenza per i testi: Azienda provinciale per i servizi sanitari - Servizio Farmaceutico,
Paola Maccani, Elisabetta De Bastiani; Servizio Educazione alla salute, Enrico Nava
Editing: Attilio Pedenzini
Realizzazione: Provincia Autonoma di Trento, Servizio Programmazione e Ricerca sanitaria
- Progetto Comunicazione per la Salute
Stampa: Nord Studio Trento (per i poster 6x3, i pannelli esterni e le plance interne di
autobus urbani, pullman extraurbani e treni); Nuove Arti Grafiche Artigianelli Trento (per
manifesti e pieghevoli); Effe Erre Trento (per manifesti e locandine); poligrafica San Fau­
stino Brescia (per il minifolder “Guida rapida per la salute – Farmaci e salute”)
Registrazione spot radiofonici: Black Point Studio Verona
Diffusione: Tandem Pubblicità Trento - I.C.A. Trento.
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Supporto: manifesti cm. 70 x 100
Soggetti: 5
Diffusione: n. 1.500 copie in affissione
pubblica per 56 giorni complessivi
(ottobre, novembre, dicembre) a Trento,
Rovereto e in altri 42 comuni del Trentino.
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Supporto: inserzioni a pagina intera
e mezza pagina
Soggetti: 5
Diffusione: quotidiani e periodici locali,
varie testate, fino a 5 uscite in 3 mesi
(ottobre, novembre, dicembre)
Supporto: locandine cm. 33 x 50
Soggetti: 5
Diffusione: : 2.000 copie negli
ambulatori dei medici di medicina
generale e dei pediatri di libera scelta,
nelle farmacie, nelle biblioteche, nelle
scuole superiori, nei circoli anziani,
nelle famiglie cooperative,
nelle casse rurali.
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Supporto: poster cm. 600 x 3.000
Soggetti: 5
Diffusione: 69 copie
in affissione pubblica per 42 giorni
(ottobre e novembre)
a Trento e a Rovereto.
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Supporto: pieghevole cm. 297 x 210 - Soggetto: 1
Diffusione: 1.000 copie per i medici di medicina generale, pediatri di libera
scelta, specialisti ambulatoriali, medici ospedalieri.
Supporto: pieghevole cm. 8,5 x 5,4,
formato aperto cm. 23,5 x 38,4
Soggetti: 1
Diffusione: 145.000 copie distribuite presso
gli ambulatori dei medici di medicina generale
e dei pediatri di libera scelta e le farmacie.
Supporto: spot radiofonico 30 secondi - Soggetti: 3
Diffusione: 930 spot (10 al giorno per 31 giorni complessivi, ottobre e novembre,
su tre emittenti).
Supporto: tabella adesiva cm. 8.000 x 70 - Soggetti: 1
Diffusione: 2 convogli Ferrovia Trento-Malè, per sei mesi (ottobre/marzo).
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Supporto: plance adesive interne
cm. 70 x 25 - Soggetti: 3
Diffusione: 240 copie per soggetto su 80
autobus del servizio urbano di Trento e
Rovereto, per tre mesi (ottobre, novem­
bre, dicembre).
Supporto: tabella adesiva cm. 120 x 170
Soggetti: 1
Diffusione: 10 copie sugli autobus
del servizio urbano di Trento e Rovereto,
per tre mesi (ottobre, novembre,
dicembre).
Supporto: tabella adesiva cm. 180 x 40 - Soggetti: 1
Diffusione: 100 copie sui pullman del servizio extraurbano, per tre mesi (ottobre,
novembre, dicembre).
NOTE
1 Dati Agenzia per i Servizi Sanitari Regi onali, giugno 2002.
2 cfr. Panorama della Sanità n.45/200, citato in AAVV., Relazione sullo stato del Servizio Sanitario
Provinciale, Provincia Autonoma di Trento – Assessorato alle Politiche sociali e alla Salute, Azienda
Provinciale per i Servizi Sanitari, Trento, 2002, pagg. 73 e 75.
3 L’indagine, appositamente commissionata dal Servizio Farmaceutico dell’APSS, è stata condotta
nella primavera 2002 dalla “Ilesis” con la direzione di Nadio Delai.
4 cfr. Vittorio Curzel, Promozione della salute e marketing sociale, in Punto Omega – Quadrimestra­
le del Servizio Sanitario del Trentino, Anno III, numero 5-6, Provincia Autonoma di Trento, 2001,
pagg. 41-56.
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