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1 • Martedì, 7 aprile 20
UN CAFFÈ CON... Mariano Rigillo Pagina 2 / DRAMMA ITALIANO Opinioni Pagina 3 / LA RECENSIONE Cercivento, Capriole
in salita Pagine 4-5 / FESTIVAL Monodramma Pagina 6 / PICCOLA SCENA «Belveder» tosta Pagina 7 / NOTES Aprile nelle CI
Pagina 7 / CARNET PALCOSCENICO Il cartellone del mese Pagina 8
2 palcoscenico
Martedì, 7 aprile 2009
UN CAFFÈ CON...
Mariano Rigill
di Rossana Poletti
R
omolo Augustolo fu l’ultimo imperatore di Roma prima della definitiva
caduta, del 476, per mano delle orde barbariche che a più riprese avevano invaso la penisola italica. La storia ci dice che fosse salito al trono
da giovanissimo appena quattordicenne, troppo giovane per essere in grado di
governare un Impero ormai in rovina, minato al suo interno dalla corruzione e
dalla mollezza dei costumi, che avevano distrutto l’antico rigore militare delle
genti romane. Un Impero i cui caratteri erano stati profondamente mutati dalla liberalizzazione della religione cristiana (era di poco più di un secolo prima
l’editto di Costantino, del 313), quasi una rivoluzione sociale che aborriva la
guerra, la sopraffazione: si ricorderà la vocazione alla morte dei primi cristiani
pur di non rinunciare alla propria religione. La nuova fede era pervasa da una
forte connotazione pacifista che non poteva non lasciare il segno in tanta crisi
e decadenza.
Friederich Dürrenmatt è uno scrittore e drammaturgo tedesco, vissuto tra il 1921 e il 1990, che avendo fatto in tempo a vedere tutte le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, ne era uscito con una visione
alquanto pessimista sulla possibilità di redenzione dell’umanità, visione
che ha permeato tutte le sue opere.
Mariano Rigillo è attore di teatro, di grande temperamento ed esperienza, sulla breccia da più di quarant’anni, nel teatro classico come in
quello moderno, con Brecht e Viviani, ma anche nel cinema e in alcuni dei
più importanti sceneggiati televisivi degli anni ’70.
La sintesi di queste tre figure, se di sintesi si può parlare, ci dà Romolo
il Grande maturo, che rinuncia a combattere i Barbari che stanno avanzando, preferisce allevare polli. Anzi chiama i suoi pennuti con tutti i
nomi degli imperatori che l’hanno preceduto, rifiutandosi di mangiare le
uova di quelli che gli stanno antipatici. La messinscena racconta dell’ultimo giorno a Palazzo prima che arrivi Odoacre, della totale avversione di
Romolo a prendere qualsiasi iniziativa che porti ad ulteriori spargimenti di sangue, della surreale e grottesca attesa della fine. Diverte ma lascia
allo spettatore un profondo senso di disillusione. Sarà vero che comunque la si guardi la storia è immodificabile, il corso degli eventi è segnato,
non si può far nulla per cambiare il futuro dell’umanità? Aveva ragione
Dürrenmatt o ci sono ancora spazi per utopie nel mondo? Una ridda di
domande che a guardare l’attualità hanno motivo di essere poste. Ne abbiamo parlato con il protagonista.
Tante sono state le presenze di Mariano Rigillo in produzioni dello Stabile del
Friuli Venezia Giulia, le più recenti nel
testo di Peter Handke, nell’eschileo Agamennone e più in là con il tempo, alla fine
degli anni ’80, la trilogia pirandelliana
per la regia di Patroni Griffi ed altri ancora. Un rapporto privilegiato.
Non è così visto che mi hanno ospitato solo due giorni con questo “Romolo il
Grande”, quattordici attori in scena, tutti
di valore, e solo due recite in questa splendida città.
Un po’ di polemica non guasta, però lo
spettacolo è bello ed è piaciuto.
Appunto per questo, proprio perché
è piaciuto ed è uno spettacolo stimolante, non è giusto che lo veda solo una percentuale minima del pubblico del Rossetti.
Beh! È andata così.
un uomo e le sue illusioni
Il personaggio parla di una questione,
al di là del fatto storico…
Il fatto storico è una metafora, non è
neanche correttamente riportato.
Si, l’imperatore era giovanissimo, qui
invece è un uomo anziano… Al di là di
questi dettagli, parla dell’Uomo, quello
con la U maiuscola, che a metà del suo
percorso di vita si accorge che tutte le sue
illusioni, le sue aspirazioni e i suoi sforzi, poco possono incidere sull’andamento
della Storia. E la cosa strana è che a descrivere questa età del disincanto sia un
Dürrenmatt appena ventottenne.
Al di là della sensibilità, che certamente
aveva, e della sua cultura, l’autore aveva
sentito molto le conseguenze della Seconda Guerra Mondiale. Ad un certo punto del
finale mette in bocca a Odoacre una battuta sul nipote Teodorico, che rimanda nettamente alle truppe tedesche di Hitler e alla
violenza della guerra. Al di là del pessimismo che c’è nella pièce, grazie all’ironia e
al modo di leggerla Dürrenmatt ha voluto però rendere una storia di segno positivo per far riflettere l’ascoltatore. L’idea
di far arrivare Odoacre, anche lui con le
stesse problematiche, le stesse angosce di
Romolo, la scarsa propensione a risolvere
le questioni con la guerra è, a mio modo
di vedere, un segno di speranza che l’auto-
re vuole trasmettere nel testo. Non un solo
rappresentante del potere che si specchia
nel problema della guerra, nei massacri e
in una certa deriva sociale, bensì ne concepisce due di personaggi che hanno in mano
le leve del comando, grazie ai quali si vivrà
un periodo di pace, che “la Storia Universale ignorerà - aggiunge Romolo - perché
saranno anni privi di eroismo. Però saranno anche gli anni più felici che avrà conosciuto questo mondo tormentato”.
ad ogni epoca
il suo nemico
Dürrenmatt fa dire a Romolo quindi,
che ove mai ci fosse un giorno in cui il potere prenda atto di che cosa significhino per
l’Umanità le stragi, i massacri, le guerre e
anche, io mi permetto di dire, oggi l’immergere la società nell’economia, - attualmente
il nostro nemico è l’economia, insieme alle
guerre certamente. Ma siccome l’Europa
fortunatamente non le fa e non le vive più,
quello che ci farà morire tutti è l’economia, e ove mai, ripeto, gli uomini di potere si rendano conto di questo, forse si potrà vivere un
periodo di felicità… Che finirà subito.
Se gli uomini se ne renderanno conto …
Questo è il senso di Dürrenmatt.
Sa che ci sono alcuni studiosi che affermano che la crisi del ’29 fu aggravata
dai tentativi di alleviarla.
Oggi è ancora peggio in quanto tutto
è stato causato da un’economia virtuale,
non da quella vera, concreta del quotidiano; un’economia virtuale che ha invaso le
nostre vite, grazie ai computer, ad internet,
alla tecnologia virtuale appunto, al modo
irreale di rapportarsi alla realtà.
un personaggio
fortemente voluto
E anche al desiderio smodato ed impossibile, se non virtualmente, di arricchirsi sfrenatamente. Lei è particolarmente appassionato al tema di questo spettacolo, quanto lo vive da attore e quanto da
persona.
Ho visto rappresentato per la prima
volta questo testo nel 1964, con Mario
Scaccia al Teatro di Napoli. Ero un ragazzo allora e conobbi questo autore e andai
alla scoperta anche di altri suoi lavori.
Però questo testo da allora è sempre stato scansato, anche dall’editoria, mentre
io ne sono rimasto incuriosito. Da giovane non avrei potuto affrontarlo per l’età,
ma quando è arrivato il momento opportuno, non solo per l’anagrafe ma anche per
l’avere una compagnia adeguata, allora
l’ho fatto. Certo in parte per vanità dell’attore, che vuole fare quel personaggio,
ma anche perché mi sono accorto che più
il tempo passa e più il testo diventa moderno. E ancora adesso, dal debutto ad oggi,
ci siamo accorti che il testo va sempre più
a coincidere con la realtà. È come se andasse in parallelo.
Ha tante sfaccettature.
Significa che questo autore aveva talmente tanta fibrillazione dentro di sé, nella
mente per leggere la realtà in questo modo
e per di più con questa vena di umorismo,
di ironia e satira estremamente feconda e
fertile. Il testo è pieno di battute divertenti,
ma non divertenti campate in aria, è un divertimento che affonda e prende lo spunto
dall’osservazione della realtà concreta.
la mia vita: teatro,
teatro, teatro
Lei ha fatto teatro, cinema, fiction.
Cosa le piace di più.
Io non ho fatto altro che teatro tutta la
vita, fino ad oggi, e mi auguro di riuscire a
farlo finché vivo. Il teatro è stato, sarà, è la
mia vita. Non c’è niente altro. Ho fatto televisione e cinema, certo, ma erano deviazioni, come quando si fa un viaggio e si sa
che lì c’è qualcosa da andare a vedere, si
devia, ma poi si torna indietro e si riprende il percorso principale. Anche perché poi
queste sono delle specie di specializzazioni, come si recita al cinema non si recita a
teatro. Sempre dal teatro, però, si deve ricavare ciò che serve per il cinema o ciò che
serve per la televisione, non viceversa. Il
teatro racchiude tutto. Chi ha questo tipo di
preparazione e ha la capacità di distinguere le varie armi espressive, anzi diciamo
potenzialità espressive dentro di sé, visto
che parliamo male della guerra, allora sa
che se va a fare la televisione deve portarsi quella valigetta piuttosto che quell’altra.
Nelle altre cose non c’è tutto, mentre il teatro ci abbraccia dalla testa ai piedi.
...se stessi
palcoscenico 3
Martedì, 7 aprile 2009
DRAMMA ITALIANO Differenti opinioni
Sei personaggi in cerca di sé stessi
D
ramma Italiano. Sei personaggi in cerca di… no,
non di autore. In cerca di
sé stessi. Ricerca disperata, dolorosa, rabbiosa, tenera, vincente,
perdente. Dipende dai punti di
vista. Differenti opinioni. Quelle offerte in lettura al pubblico,
perché per quanto riguarda il
pubblico, questa volta l’opinione
non può essere che una: “Amy’s
view” è giusta, indovinata, ben
fatta, ben interpretata, ben diretta, ben scenografata, ben … insomma, a voler cercare una nota
stonata bisogna andare a teatro
imbracciando un fucile alla testarda cerca della preda. Che
non c’è.
È “Amy’s View” di David
Hare, l’ultima in ordine di tempo fatica della Compagnia del
Dramma Italiano proposta allo
“Zajc off”, fuori casa cioè, ma
unicamente a Fiume, allo HKD
di Susak, ed è peccato imperdonabile non averla portata in tournèe. Perché ne è venuto fuori un
gioiellino, da assaporare a teatro,
da sezionare a casa. (Please, portatela anche fuori confine.)
Quattro brevi atti per percorrere quindici anni di incontri ma
soprattutto scontri di tre generazioni in perenne confronto con
quasi nulle possibilità di parlare la stessa lingua, lontani anni
luce per forma mentale e di vita:
spaccati di vita brillanti, ironici,
drammatici, lievi, spiritosi, tragici, raccontati e interpretati con
intelligenza cesellata. Una commedia giocata tutta sulle parola
(quante volte le preferiamo all’azione!) per illustrare i diversi
punti di vista sulla vita quotidiana, l’esistenza all’osso, la comunicazione interpersonale e intergenerazionale, i media, l’alcol
(dicono che non aiuti ad affogare i problemi: li fa appena venire a galla), la vecchiaia, l’amore,
il teatro, il coraggio di affrontare la vita, di rischiare, le ambizioni. Una commedia essenziale,
dove le parole non dette hanno lo
stesso peso di quelle dette, senza
girarci intorno, peraltro, nude e
crude(li), in un realismo inquietante. Un po’ Pinter, un po’ Cechov, insomma.
Chi sono questi sei personaggi più o meno alla deriva? Un’attrice (Judy – Elvia Nacinovich),
una giornalista (Amy – Elena
Brumini), un avvocato (Frank
– Bruno Nacinovich), un regista
cinematografico (Dominic – Mirko
Soldano), un giovane attore di teatro (Toby – Teodor Tiani) e la vedova di un pittore (Evelyn – Alida
Delcaro). Intellettuali che la vita
lentamente fiacca privandoli della
possibilità di realizzare quegli ideali che erano stati la loro linfa. Dire
che sono dei perdenti, sarebbe esagerare. Percorrono il mare-vita su
di una zattera. Poca cosa, ma sta a
galla. Sanno perfettamente quello
che avrebbero voluto essere o fare,
hanno semplicemente voluto correggere il tiro perché costretti dalla società. Ne sappiamo qualcosa
tutti, no?
Teatro e media, in un certo qual
senso, il terreno di scontro. Judy
a difendere il teatro-teatro, media
che sa dare emozioni, comunicazione diretta, interpersonale, contro la comunicazione filtrata del cinema. Per non dire soap e fiction!
Da provare e riprovare o semplicemente con scene fatte passare per
buone anche se falsate e distorte.
Una televisione invadente, vuota
e piatta. Due mondi a confronto.
Anche nel giornalismo: si vorrebbe
scrivere così ed invece deve essere
cosà. Pettegolezzo piuttosto che informazione.
Scontro di mondi anche attraverso rapporti familiari. Dominic, il
fidanzato sognatore ed idealista di
Amy, che riparava biciclette vestito più a casaccio che casual, quello che voleva fondare una rivista
(seria) di teatro, diventerà regista
di qualcosa di facilmente piazzabile: brizzolato (eh, gli anni passano),
tanti soldi ora quanti sono stati i sogni prima, la sua presenza in famiglia sarà causa di scontro perpetuo.
Intanto in tema di lavoro e visione
della vita: “Sono agghiacciata dalla violenza. So che è importante per
tipi come te ma io non la capisco...
so che voi non la chiamate violenza
nei vostri film la chiamate azione...
comunque sia la vita non è così.
Forse sto solo invecchiando ma
sono stufa di questo bisogno che
avete voi giovani di tirar fuori le
pistole... Che cosa è successo? Perché siete così tanto tutti annoiati?”,
chiede Judy, da buon inizio. Ed è
lì che finirà Dominic, nel filone
che dà la grana. Vi passerà anche
Judy; cinema distratto per necessità, soprattutto. In fondo, si vive di
soldi, con i soldi. E lei, un’amicizia
diventata amore o presunto tale, investe anche i soldi che non ha, per
ritrovarsi sul lastrico. L’amicizia
diventata amore è quella di Frank,
avvocato che gli affari suoi ha saputo, invece, condurli bene. Frank,
bicchiere sempre in mano, per annullare dubbi ed incertezze, per
ammazzare il tempo, per Diosacosa, ma la vita va (anche) così.
Comunque, quindici anni dopo,
migliaia di delusioni e scottature
dopo, Judy tornerà al teatro: stanca, illusa e delusa, senza soldi, tornerà al suo vero amore. E nella scena finale, un giovane attore rampante tra le scatole, andrà verso il
sipario che si alza su un pubblico
che, per il buio in sala, certamente
non può vedere.
Ed Amy? Amy è quella che
paga più di tutti ed è forse la più
vera, la più viva, la più saggia. La
scelta di vita a fianco di Dominic
l’allontana dalla madre. Non si
sopportano, quei due, ed Amy resta accanto alla scelta fatta, accanto all’uomo che la deluderà,
troverà un’altra, spesso fuggirà
nella sua malinconia che rasenta la diagnosi. Un uomo che si è
scelto e al quale finiranno per legarla due figli. Potrebbe sembrare un matrimonio riparatore; lei
in effetti non avrebbe nemmeno
voluto dire della gravidanza (il
giorno della bicicletta riparata in
soggiorno), ma è la made, Judy,
a buttargliela in faccia e lui non
si tira indietro. Judy, che al solo
vederlo in casa, alle prese con la
bicicletta scassata, capisce di aver
perso una figlia. Avrebbe potuto,
intelligentemente, dividerla; con
il suo egoismo, la sua autorità che
una presunta sbadataggine non
addolcisce, la perde. Per ritrovarla su iniziativa della figlia che
così, poi, d’un tratto muore. (Non
sappiamo il tempo che abbiamo:
spendiamolo bene)
È una commedia commovente,
che coinvolge a livello d’anima, che
a volte fa venire la voglia di gridare
all’attore: “no, non così, così sbagli…!” In fondo, gli attori ci portano a vagare con loro in questa
ricerca di un qualcosa che metta
le cose al loro posto. Ed in definitiva, seppure nemmeno il finale della commedia è definitivo, non mette
a posto niente. Sì, la vita va, macina il suo, ma è quello che volevamo? Le nostre scelte sono fatte con
il cuore, con il portafoglio, con la
ragione? Quante volte, per comodità o paura abbiamo preso, coscientemente la strada che, lo sapevamo
bene, ci avrebbe condotto ad un altro bivio e ad un’altra scelta lontana dal nostro essere? Ecco, quando
si accendono le luci, restano gli interrogativi.
Il grande coinvolgimento degli
attori, la loro bravura e classe, ci
fanno sentire i personaggi subito
sottopelle. Siamo noi: un personaggio o l’altro, un’opinione o un’altra, SIAMO NOI.
Bella la scelta della piccola
scena. Di nuovo un incontro –
scontro: siamo indubbiamente a
teatro, ma per la disposizione del
palco e platea, sembra di guardare
dritto dritto in casa d’altri; insomma, ci sbattono in faccia il Grande
fratello televisivo, quell’essere perennemente sotto i riflettori, mettere la vita sotto gli occhi affamati
di cacciatori di nulla e autorizzare il primo che passa a rivoltarla.
Ottime le scene ed ottime le scelte musicali. Senza nulla togliere
a nessuno, Elvia Nacinovich è un
mito, Mirko Soldano camaleontico (dentro e fuori), Elena Brumini… beh! Signori, vedrete Elena
Brumini.
Cierre
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palcoscenico
Martedì, 7 aprile 2009
Martedì, 7 aprile 2009
Capriole in salita
Cercivento
Aspettando l’alba.
E con essa la morte
T
rieste. Politeama Rossetti. Sala Bartoli. “Si muore subito?” Sarà questa la
domanda ossessiva di un condannato a morte e sarà stata
veramente questa la preoccupazione di Basilio Matiz, a poche
ore dall’esecuzione della sentenza della Corte marziale? Non
sapremo mai cosa passò nella
mente di quattro poveri soldati della Prima Guerra Mondiale: quattro alpini in trincea nei
pressi di Monte Croce Carnico,
colpevoli di aver voluto trovare
una diversa esecuzione dell’ordine del loro comandante; una
soluzione che li portasse alla
conquista della cima est della
Creta di Collinetta e non alla
morte certa, a cui erano altrimenti condannati. Il comandante, un napoletano, guidava
la guerra attraverso i manuali e
non sapeva niente di quei monti,
di cui quegli uomini conoscevano invece ogni cresta, ogni buca,
ogni crepa, ogni passaggio. I loro
suggerimenti avrebbero potuto
essere preziosi per una persona
assennata, non certo per “quei
quattro caporioni” che la guerra la facevano a tavolino lontano
dalla paura, dalla sporcizia, dal
ma soltanto l’esperienza di 80 alpini che a ragion veduta reputavano l’azione un suicidio annunciato. I militari sono fatti così,
non sentono ragioni, soprattutto
se sono ottusi e arroganti. Molti
di quegli uomini scontarono una
dura detenzione e quattro furono
fucilati: Angelo Massaro, Basilio Matiz, Giovanni Battista Coradazzi e Silvio Ortis. Le loro famiglie si battono ancora oggi perché sia riconosciuto l’assassinio
gelo delle trincee.
Per la patria mi fucilano e io
non so perché” è il grido arrabbiato, disperato di Angelo nella
stanza in cui sono rinchiusi in
attesa dell’alba, che non porterà
loro la grazia del re.
Questa è una storia vera, accaduta sui monti della Carnia il
23 giugno 1916. Dai documenti
e dalle testimonianze emerge la
verità: non fu insubordinazione,
dei loro cari e sia lavata l’offesa
patita.
Carlo Tolazzi, friulano di
Malborghetto, scrive da tempo
storie sulla sua gente. Con “Indemoniate”, vicenda sorta attorno a un caso di isteria collettiva in quel di Verzegnis alla
fine dell’800, nella passata stagione teatrale riscosse un enorme successo. Ora ritorna alla
drammaturgia con “Cerciven-
to”. E racconta questa tragica pagina di guerra attraverso
due di quegli uomini mandati a
morte per insipienza più che per
giustizia. Angelo Massaro e Basilio Matiz, chiusi in una stanza
in attesa dell’esecuzione, affrontano le paure e l’angoscia per
la morte. Ragionano e sragionano sui motivi di una fine così
stupida: “meio se me sfracellavo sule rocce, ma morir cussì,
no!”. Il pathos della recitazione
è struggente. I due protagonisti
nel centro della scena, attorniati dal pubblico, si abbandonano
all’angoscia, alla rabbia, in un
crescendo palpitante, fino all’avvicinarsi dei passi dei loro
aguzzini. Il cerchio nel quale
sono rinchiusi è un ring in cui
combattono con se stessi la vera
questione della vita, il perché ne
sia valsa la pena: “perché vivere
non è mica solo cercar di restare vivi”. Riccardo Maranzana e
Massimo Somaglino, gli interpreti di Angelo e Basilio, mettono anima e corpo in questa
straordinaria rappresentazione
della morte che verrà. La loro fisicità trasmette più che le parole quel senso di vuoto e angoscia
degli uomini davanti al baratro.
È un bel teatro quello proposto dall’udinese Teatro Club, palpitante di argomenti mai scontati: la guerra, la morte, la paura,
ma anche i sogni e la felicità, che
sgorgano anche quando sembra
sia impossibile sopravvivere.(rp)
In fondo all’abisso e ritorno
T
eatro Orazio Bobbio. Trieste. Quanto sono importanti i simboli nella società
attuale? Lo sono stati probabilmente sempre, ma nell’epoca di
internet, in cui l’immagine prevale sulle idee e sulle loro elaborazioni, allora i simboli assumono
un ruolo insostituibile. L’appello
ai giovani d’oggi ad aprire gli occhi e capire che ubriacarsi e drogarsi, per il solo gusto di farlo, per
mero divertimento, aprono spaventosamente le porte ad una voragine di dipendenza, di solitudini
in cui purtroppo molti cadranno
senza neanche rendersene conto,
sembra cadere nel vuoto. Come
avvertiamo quanto poco siano incisive le campagne d’informazione in questo senso. In tale contesto disporre di un messaggio forte,
di solida carne ed emozione vera,
possono essere una carta vincente
nell’eterna battaglia contro le dipendenze.
Pino Roveredo è sicuramente
un simbolo in carne e ossa, con
una valigia di emozioni da rovesciare in faccia ai suoi lettori, ai
tanti fruitori dei laboratori a cui
partecipa da protagonista, nelle scuole e nelle varie realtà sociali. Perché Pino Roveredo è un
sopravvissuto, uno dei pochi che,
pur avendo fatto di tutto per bruciarsi la vita, ha trovato la forza
per spegnere quell’incendio che
gli divorava l’anima e gli prosciu-
gava la gola, ha risalito faticosamente la china e ora finalmente
guarda il mondo con un sorriso
aperto e grida a quelli che ancora vivono nel tormento della disperazione “Coraggio, io ce l’ho
fatta, ora tocca a voi. Potete farcela”. Ma è anche un simbolo a
non intraprendere quella deriva
diabolica, per la sofferenza e le
devastazioni che ne conseguono.
Roveredo ha alle spalle una storia
personale di grande emarginazione, che racconta nel suo primo libro “Capriole in salita”.
Il vino che, accompagnando l’esistenza del padre, finisce
per essere la sua balia, una famiglia difficile di genitori sordomuti, l’istituto (così si chiamava
a Trieste il collegio per i bambini
poveri), il carcere e poi ancora il
manicomio, dove vivere l’ossessione kafkiana per insetti e vermi proliferanti sul corpo e nella
mente. Una storia segnata felicemente dall’amore di una donna,
sua moglie, che lotta accanitamente per tirarlo fuori dal tunnel, per avere finalmente un marito e un padre per i loro tre figli.
Tutto questo è finito sul palcoscenico del Teatro Bobbio in una
produzione de La Contrada per
la regia di Francesco Macedonio, che ovviamente non può essere fedele al testo letterario, ma
che ne fa vivere le fasi salienti in
una sorta di delirio onirico in cui
tra sogno e realtà compaiono tutti i protagonista della sua vicenda umana.
La scena di Stanisci è scarna,
come lo sono gli ambienti desolati della povertà. Gli attori esprimono un grande impegno, sentono fortemente la responsabilità
di un testo così tragico. Maurizio
Zacchigna è Nino il protagonista,
Giorgio Monte è il padre, ma anche l’assistente dell’istituto, la
guardia e il dottore. Ariella Reggio è la madre, Marzia Postogna
è la moglie Adriana, l’infermiera
e anche la prima fidanzata, Massimiliano Borghesi è Giacomo,
l’amico di bevute e Maria Grazia Plos è Maddalena, l’amica
prostituta.
Poscaro
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6 palcoscenico
Martedì, 7 aprile 2009
FESTIVAL
Una settimana
di monodramma
O
ltre al Festival internazionale del
teatro da camera “Leone d’oro”,
Umago vanta anche un altro importante evento teatrale, la “Settimana
internazionale del monodramma”, la cui
seconda edizione si è svolta dal 29 marzo al 5 aprile.
Organizzato dall’Università Popolare
Aperta “Ante Babić” di Umago in collaborazione con la locale Comunità degli
Italiani “Fulvio Tomizza”, la manifestazione si avvale della selezione e direzione artistica di Sandro Damiani. Gli spettacoli, nove in tutto, sono andati in scena
presso il Teatro cittadino e l’accogliente
sala polivalente della Comunità, sotto
l’occhio vigile della giuria di esperti formata dal critico teatrale Mario Brandolin,
il presidente della CI “Fulvio Tomizza” di
Umago nonché autore di numerose commedie, Giuseppe Rota, e l’operatrice culturale Irena Urbić.
Ha inaugurato la Settimana, “Orson
Welles’ roast” di Michele De Vita Conti, proposto dal “Teatro a Corte” di Torino
e interpretato da Giuseppe Battiston. Lo
spettacolo è stato costruito partendo da
alcune interviste rilasciate dal grande regista, attore e sceneggiatore statunitense,
al quale si intrecciano improvvisazioni
dello stesso Battiston (coautore del testo),
in un faccia a faccia con il pubblico, per
raccontare aneddoti, segreti, sogni e desideri della sua vita, ripercorrendo e toccando le sue opere di maggiore successo.
Lunedì il “Cafè Sconcerto” di Venezia ha proposto “Le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli ” di Josè Luis
Martin Descalzo, per la regia di Salvatore
Esposito. Ad interpretare Rosa, una prostituta che vive da sola in una mansarda una volta bordello, troviamo Monica
Zuccon, che instaura un appassionante e
inconsueto rapporto umano con un Cristo, in quella mansarda da chissà quando.
Rosa, rimasta sola ad “esercitare il mestiere” in quella casa, si occupa di questa
“presenza” con la quale instaura un rapporto totale: è madre, figlia, “amante”,
sorella, devota. Con Lui arriva a “dividere metà dei suoi guadagni, per destinarli ai poveri”. Tra i clienti che le telefonano ci sono anche quelli che reclamano la
proprietà del Cristo, ma Rosa, barricata in
casa, lo difende con tutte le sue forze, in
una storia fatta di contemplazione, deformazione, solitudine, di fisicità, di amore
e di poesia.
Martedì il Teatro Popolare Croato
(Hrvatsko narodno kazalište) di Spalato
ha portato in scena “Zapis iz nevremena” di Don Branko Zbutega, drammaturgia di Lada Martinac Kralj, interpretato da Trpimir Jurkić. Il testo riporta gli
scritti fatti con “il cuore” di don Branko
Zbutega che, pur non essendo testi teatrali bensì articoli giornalistici, saggi e racconti, rappresentano ognuno un piccolo
“dramma” dell’uomo trovatosi a vivere
nel (mal)tempo del momento storico. Il
pezzo affronta un vasto numero di temi
spingendo il pubblico a riflettere sui rapporti interpersonali, sulla famiglia, il rapporto con Dio, quello dell’uomo verso la
natura.
Mercoledì, un doppio appuntamento. Il “Teatro dell’Orologio” di Roma ha
messo in scena il “Diario erotico di Ofelia” interpretato da Sara Platania per la
regia di Mario Moretti. Il pezzo è basato
sull’impossibilità di spiegare completamente il mito di Ofelia, la sua pazzia, dovuta non solo dalla morte del padre o all’abbandono da parte di Amleto, ma forse
anche da una sessualità repressa e insoddisfatta, che Moretti coglie nel testo di
Shakespeare. A seguire Filip Šovagović
ha interpretato “Stanje nacije”, scritto e
redatto da lui stesso. Lo spettacolo è costituito, per la maggior parte, sulle confessioni del personaggio fittizio, Arterio
Fras Filipović, il perdente autobiografico di Šovagović che ha la fissazione per
la guerra e il disturbo post-traumatico da
stress, tormentato dal sogno di diventare
ricco e da una realtà fatta di debiti, dai
chili di troppo e dalla presunta “gioia famigliare”. L’altra parte è costituita, invece, dall’analisi e dalla presa in giro del
mondo dell’arte e dello spettacolo, portando in scena anche le frustrazioni personali e quelle collettive che si tramutano
in assurdità, scritte e pronunciate e che,
per dirla tutta, non appartengono al mondo del teatro quanto a quello della realtà.
Dalla coproduzione tra l’Associazione artistico-culturale “Zrakogled” di Capodistria e il Teatro Glej di Lubiana, è
nato lo spettacolo “Mama / La madre”,
andato in scena giovedì sera. Scritto da
Vesna Furlanič Valentinčič, per la regia
di Nick Upper, il pezzo è stato interpretato da Sonja Polanc, la cui esibizione è
stata inframmezzata dalla danza di Jasna
Knez. “La madre” ricostruisce lo stato di
una società malata su due piani diversi:
nel primo troviamo il discorso analitico
dell’attrice, fatto di piccoli frammenti nei
quali si possono individuare stati d’animo ben precisi; mel secondo invece, le
sconvolgenti accuse perpetuate attraverso
il monologo dell’attrice che individua la
follia, personale e sociale.
“Priredba”, scritto e interpretato da
Ilija Zovko, per la regia di Josip Zovko, è
la storia di un operatore scenico che lavora a nero in occasione di una manifestazione culturale estiva di cui ormai nessun
paese può fare a meno. Nella presentazione della sua sorte, Ilija Zovko ripresenta
le tante storie viste e raccontate da altrettanti uomini che hanno lavorato per tutta
la vita a nero nelle grandi città dei Paesi
europei, il cui destino comune è quello
di ritrovarsi un giorno senza documenti e senza pensione, affidati alla bontà o
meno del datore di lavoro.
Sabato, “Crinale estremo” di Nelida
Milani Kruljac, per la regia di Gianfranco Sodomaco proposto dall’Associazione culturale triestina “La macchina del
testo”. Nei panni della protagonista troviamo Elke Burul che, impossibilitata ad
avere un dialogo con il fratello affetto da
una malattia incurabile, ripercorre attraverso un soliloquio mentale, smontando
e rimontando i pezzi del passato, tutta
la sofferenza dell’infanzia, il distacco,
le diverse esperienze di vita, ai quali si
affiancano i ricordi della città e dei suoi
abitanti. Nell’intima preghiera che sopraggiunga la fine che farà cessare tutte
le sofferenze, alla sorella non resta altro
che accompagnare con amore infinito la
vita che si sta spegnendo.
A concludere la Settimana del monodramma, il “Komedija” di Zagabria con
“Posljednja noć Giacoma Casanove”
(L’ultima notte di Giacomo Casanova”)
scritto da Stefano Massini con il quale
l’autore si è aggiudicato il Premio Flaiano
2004. Per la regia di Mario Mattia Giorgetti, Ljubo Zečević, nei panni del leggendario Casanova, ripercorre attraverso
il dialogo con un interlocutore immaginario (un servo? la Morte?), la sua vita burrascosa. Casanova si ritrova alla fine di
un percorso esistenziale, sede di bilanci
e riflessioni, tribunale in cui una vita intera viene esposta al giudizio impietoso del
suo giudice più severo: colui che l’ha vissuta. Conclude che la vita non va ingannata così come non va ingannato l’amore
che esiste in ognuno di noi, e che deve essere offerto e non solo preso.
Marianna Jelicich Buić
palcoscenico 7
Martedì, 7 aprile 2009
SCENA BELVEDER
Una Compagnia piccola
Una Compagnia piccola ma tosta
“C
abaret”, “Solo il
sesso salva i croati”, “Omelette”, “La
giara”, “La fine del gioco”, “In
quale Europa?”, “Fefu e le sue
amiche”, “Cappuccetto rosso”, “Nome di donna”, “Dov’è
il mio sombrero” e l’ultima fatica “L’arancia sulle nuvole”:
sono solo alcuni dei titoli della
“Scena aperta Belveder”, piccolo teatro amatoriale.
Fondata dall’attore dell’“Ivan
De Zajc”, Bosnimir Ličanin, la
“Belveder”, in venti e più corsi
di recitazione ha forgiato un centinaio di attori. Un nome tra tutti:
Nina Violić.
Tra alti e bassi, la Compagnia,
dopo un breve periodo di stasi,
è ritornata all’arrembaggio nella passata stagione con “Il bianco clown”; nella stagione 2008/
2009 ha allestito ben due prime:
“Romeo e Giulietta, ovvero è tutto
colpa del burek” e “L’arancia sulle nuvole”.
Per incontrare questa piccolagrande compagine ci siamo recati al “Club istriano” dove, per il
momento, risiedono e abbiamo
fatto una piacevole chiacchierata
con i sei moschettieri che la compongono: Ivan Žunabović, Tanja
Pavlović, Alisa Debelić, Alen Lorencin, Dino Popovac e Danijela
Macura che, dal 2006 è anche presidente della “Beveder”. Danijela
Macura è una giovane molto intraprendente che ha preso le redini
della Compagnia, forse, nel periodo più difficile.
Da quando esiste la “Scena
aperta Belveder”?
Dal 1985 – spara di botto Alisa Debelić, la “veterana” del gruppo poiché è l’attrice con alle spalle
tanti anni di fatiche sul palcoscenico. – In tutti questi anni abbiamo cambiato molte case, purtroppo. L’ultimo nostro indirizzo è
stato in via Krešimir 28/b. Poi,
per una serie di circostanze, siamo
stati costretti a sloggiare.
Però dopo i momenti bui arriva sempre il sereno. Adesso
che avete un posto dove recitare avete ripristinato, con successo, anche questo piccolo teatro.
Come ci siete riusciti?
“Non è stato per niente facile.
- dice Danijela - Come vede, siamo rimasti in sei ma con un pizzico di fortuna e tanta voglia tentiamo di portare avanti la tradizione
della “Scena aperta”. L’anno scorso abbiamo inscenato “Il bianco
NOTES
Aprile nelle CI
A cura di
Daniela Rotta Stoiljković
CI CITTANOVA
26 aprile ore 19,30 Chiesa
di S. Pelagio, concerto del
coro della CI “Cittanova
Vocalensemble”
CI GALLESANO
13 aprile Chiesa della Madonna delle Grazie in Siana, dopo la Santa Messa
(11,30), concerto del coro
misto della CI di Gallesano e del coro misto della
CI di Torre
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Il cast della “Scena aperta Belveder”
clown” che abbiamo portato anche
all’Ospedale pediatrico di Cantrida e la Casa per bambini e giovani maggiorenni “Izvor” (Sorgente).
Poi, quest’anno, abbiamo allestito
due spettacoli: “Romeo e Giulietta, ovvero è tutto colpa del burek” e
“L’arancia sulle nuvole”, Quest’ultima fatica è stata allestita nel mese di
marzo con notevole successo di pubblico e critica.
Di che cosa si tratta?
Questa storia, scritta dalla giovane autrice Ivana Sajko, racconta le
vicende di due defunti che, accompagnati dai rispettivi angeli aspettano la redenzione e l’entrata in Paradiso. Devo precisare che anche se in
genere il nostro teatro porta in scena
pezzi allegri e comici, ogni tanto ci
viene il desiderio di cimentarci con
brani impegnativi come è stata questa nostra ultima fatica.
Come nel caso di “Romeo e
Giulietta”?
Certamente. Questo pezzo, scritto da Alen ed interpretato da Dino,
Alen, Tanja e la sottoscritta, racconta la storia di un fornaio, della sua
famiglia e della figlia Giulietta, che
riceve, in un albanese una concorrenza agguerrita. Quest’ultimo, ha
un figlio di nome Romeo che s’innamora nientemeno che di Giulietta.
Da qui nasce tutta una serie d’equivoci. Iproventi sono andati tutti in
beneficenza.
Insomma, fate anche del bene
per il prossimo?
Sì. Ma non solo con questa rappresentazione. Abbiamo in piano an-
che di rinnovare lo spettacolo “Cin
Cin” di e con Alen Lorencin.
Di che cosa si tratta?
“È una specie di cabaret - spiega Alen Lorencin, un inarrestabile
fiume in piena - dove un mago pasticcione e imbroglione vuole a tutti
i costi convincere il pubblico a credere nelle sue false magie”.
Da quanto tempo sei membro
della “Belveder”?
Da troppo!!! – ride Alen –, sinceramente non me lo ricordo. Devo
soltanto dire che il più bel periodo della mia vita l’ho passato entro
queste mura.
Ritorniamo un po’ al passato.
Perché questa stasi?
“Si deve sapere che la Città di
Fiume fa orecchie da mercante per
quanto riguarda la voce “cultura”.
- ammette Danijela - È già da parecchio tempo che devolve per questo settore poco o quasi niente. Non
solo per noi, ma in generale per tutti
i piccoli teatri amatoriali della regione. Faccio un esempio: per lo spettacolo “Il bianco clown” sono state
devolute 17.000 kune ma solamente
per gli spettacoli fatti in beneficenza. Lo spettacolo “Il bianco clown”
ha ottenuto 15.000 kune. Sappiamo
molto bene che questo è un periodo
di recessione ma nessun teatro può
sopravvivere di sola aria. Certi teatri amatoriali ricorrono a sponsor per
allestire i loro spettacoli. Noi, anche
se abbiamo bussato a varie porte,
non siamo riusciti nell’intento. Abbiamo perfino concorso per dei finanziamenti alla Regione Litoraneo-
“L’arancia sulle nuvole” di Vladimir Ćikić
montana ma per adesso non abbiamo ricevuto nessuna risposta”.
Come siete arrivati a questo
posto ovvero il “Club Istriano”?
“Io - specifica Alen -provengo
da Medolino. Finite la scuola media superiore ho intrapreso la strada per Fiume per motivi di studio.
E per tutti gli studenti istriani che
risiedono in questa città, questo
“Club” è un posto di riferimento.
Qui ci incontriamo, organizziamo
feste e concerti. E quando la “Scena aperta Belveder” è stata sloggiata, ho organizzato un incontro
con la presidenza del club e abbiamo trovato un accordo.
Allora, vivete in una specie di
simbiosi?
“Abbiamo degli interessi in comune e questo ci fa piacere. - sempre Alen - La simbiosi sicuramente c’è. Devo veramente ringraziare
tutti coloro, del Club, che ci hanno
permesso di realizzare e di portare
avanti la tradizione di questo teatro. Non siamo in molti ma, dopo
tutto il calvario che abbiamo passato, siamo ritornati a galla più forti che mai.
Sei moschettieri per un piccolo teatro.
“Siamo stati molti di più - ammette Danijela - ma, per un motivo
o l’altro tanti hanno rinunciato al
teatro. Fino a ottobre del 2008 con
noi c’era anche Dubravka Tintor
che è riuscita ad iscriversi all’Accademia d’Arte, indirizzo recitazione a Novi Sad in Serbia.
Programmi per il futuro?
“Tanti. Ma forse irrealizzabili.
Il nostro desiderio sarebbe di portare in una mini tournée lo spettacolo ‘Romeo e Giulietta’. Abbiamo contatti con la Città di Albona. Poi, finanziamenti permettendo, forse arrivare fino a Pola.
Quest’estate, inoltre, ci sarebbe la
possibilità di recitare al Castello
di Tersatto”, confessa Danijela.
Perché finanziariamente permettendo?
Devo fare una piccola parentesi. La vecchia gestione della “Scena
aperta Belveder” ha lasciato un considerevole debito verso la Municipalità. Il conto è da tempo in rosso e
tutto il denaro che riceviamo va nelle casse del “Club Istriano” di modo
che non ci venga tolta anche l’ultima
possibilità di tenere a galla la “Belveder”. Dalla Città ci sono state date
due possibilità: chiudere la vecchia
Scena e aprire una nuova o venire
assorbiti dall’altro teatro amatoriale, il “Kalvarija”. Per adesso non ci
pensiamo, ma in un immediato futuro dovremo seriamente valutare
qual’è il male minore.
Sabrina Ružić
CI “Dante Alighieri” ISOLA
18 aprile ore 18 piazza Tartini, i Cantanti di musica leggera della CI alla festa del
patrono, S. Giorgio
25 aprile a Matterada, la
Compagnia
Giovanile
di EtnoTeatro della C.I.
“Dante Alighieri” di Isola
parteciperà alla IV Rassegna di sketch brevi, organizzata dalla CI di Matterada
CI PARENZO
25 aprile ore 20 incontro dei
cori; partecipano il coro
misto della CI di Parenzo e
il coro della CI “Besenghi
degli Ughi” di Isola
CI PIRANO
8 aprile ore 11 piazza Tartini
e Casa Tartini, laboratorio
artistico “Dedicato a Tartini 2009”, con il Molino
Rosenkranz-macinazione
di idee
18 aprile ore 18 piazza Tartini,
i cantanti di musica leggera della CI e il gruppo mandolinistico “Serenate” della
CI di Pirano alla manifestazione “I giochi dei nostri
nonni”
25 aprile ore 20 giardino parrocchiale, concerto dei cori
“Giuseppe Tartini” di Pirano, della CI di Matterada e
della CI di Buie
26 aprile ore 9,30 in piazza
Tartini “Inno a San Giorgio” con il coro “Giuseppe
Tartini”
CI POLA
8 aprile ore 19 conferenza UI UPT “Anna Magnani”, relatrice Roberta Sodomaco
25 aprile ore 19 concerto della
SAC “Lino Mariani”, ospiti la SAC “Fratellanza” di
Fiume e la CI di Zagabria
CI ROVIGNO
17 aprile ore 19, Teatro “Antonio Gandusio”, la Filodrammatica giovani della
CI di Rovigno presenta
la commedia brillante in
due atti “Twist” di Clive Exton, regia di Nives
Giuricin
25 aprile ore 20 Centro Multimediale, “Appuntamenti
Rovignesi”, Ricordando il
Maestro Piero Soffici
CI UMAGO
13 aprile ore 12 tradizionale incontro di Pasquetta a
S. Pellegrino, con un ricco
programma artistico-culturale, giochi, divertimenti,
gare a premio, canti e musica e specialità gastronomiche nostrane
Il programma può subire modifiche
8 palcoscenico
Martedì, 7 aprile 2009
CARNET PALCOSCENICO rubriche a cura di Carla Rotta
TEATRO Il cartellone del mese
IN CROAZIA
Teatro Nazionale Ivan de Zajc - Fiume
7 aprile ore 10
Pčelica Maja di Bruno Bjelinski. Regia Ivan Leo Lemo.
Interpreti Olga Šober, Denis
Brižić, Anđelka Rušin, Kristina Kolar, Sergej Kiselev, Siniša
Interpreti Jelena Lopatić, Tanja
Smoje, Bojan Navojec, Olivera
Baljak, Zdenko Botić, Anastazija Balaž Lečić, Jasmin Mekić,
Damir Orlić, Sabina Salamon,
Biljana Torić
22, 23, 24, 25, 28, 29 e 30
aprile ore 19,30
IN ITALIA
Teatro lirico Giuseppe Verdi - Trieste
17, 21, 22 e 23 aprile ore
20,30; 18 aprile ore 17; 24 aprile ore 16
Il carro e i cantidi Alessandro Solbiati da “Il festino in
tempo di peste” di Aleksandr
Puškin. Regia Ignacio Garcia.
Interpreti Alda Caiello, Maurizio Leoni, Laura Catrami,
Gianluca Bocchino, Gianluca
Buratto
BB & BB Bach, Berio &
Break Beats Spettacolo di balletto con Maggiodanza del Maggio
Musicale Fiorentino.
Direttore Vladimir Derevianko. Musiche Johann Sebastian Bach,
Luciano Berio, Fryderyk
Chopin, Alva Noto. Interpreti
Mauela Bodegue, Medhi Ouachek, Mined Yahiaoui (break
dancers) e Corpo di ballo Maggiodanza
Politeama Rossetti - Trieste
Štork, Robert Kolar, Mirko
Čagljević, Milica Marelja, Ivanica Lovrić, Stanislava Šćulac,
Saša Matovina, Angela Nujić,
Dario Bercich, Marko Fortunato
7 aprile ore 19,30
Crnac / Negro di Tatjana
Gromača. Regia Tomi Janežić.
Un tram chiamato desiderio di Tennesee Williams. Regia
Dino Mustafić.
Ciclo: Prosa
14, 16, 17 e 18 aprile ore 20,30; 15 e 19 aprile
ore 16
Amletodi William Shakespeare. Traduzione Alessandro Serpieri. Regia Pietro Carriglio. Interpreti Luca
Lazzareschi, Nello Mascia, Galatea Ranzi, Luciano
Roman, Franco Barbero, Sergio Basile, Eva Drammis, Paolo Musio, Simone Toni
Teatro cittadino - Pola
10 aprile ore 20
Riva i druxi di Milan Rakovac. Regia Lary Zappia. Interpreti Aleskandar Cvjetković, Filip
Lugarić, Elia Nacinovich, Bruno
Nacinovich, Denis Brižić, Romina Vitasović, Milan Rakovac,
Rosanna Bubola, Elena Brumini,
Lucio Slama, Alida Delcaro, Teodor Tiani, Rade Radolović
15 e 16 aprile ore 20
Girls’ Night Out di Dave
Simpson. Regia Violeta Tomić.
Interpreti Teodor Tiani, Ivan
Blagajčević, Sebastjan Starič,
Zoran Josić, Mirjana Sinožić,
Mia Krajcar, Nina Kaić, Lana
Gojak
15 aprile ore 18
Pomeriggi musicali - Cetra noi cinque Interpreti
Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca
Folloni, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli (oblivion),
Simone Manfredini (pianoforte)
17 aprile ore 20
Osobne stvari / Affari personali di Sanja Ivić. Regia Zvonimir Ilijić. Interpreti Ksenija Pajić,
Matija Prskalo, Zijad Gračić,
Željko Šestić, Mladen Čutura
Ciclo: Fuori abbonamento
7 e 8 aprile ore 20,30
Peter Pan, il musical ispirato al romanzo di
J.M.Barrie.
Regia Maurizio Colombi. Interpreti Massimiliano Pironti, Nicolas Tenerani, Marta Rossi, Ugo Conti, Valentina Corrao, Nikolas Lucchini, Daniele Carta
Mantiglia, Loredana Fadda, Marta Gimigliano, Beatrice Mondin, Valentina Facchetti, Pamela Buggiani,
Erika Arosio, Simone Comità, Giorgio Colnaghi, Filippo Randisi, Pier Paolo Lisca, Paulo De Lucca, Francesco De Luca
28 aprile ore 20
Bog masakra / Massacro di
Yasmina Reza. Regia Franka
Perković Gamulin. Interpreti
Ivica Vidović, Gordana Gadžić,
Boris Svrtan, Urša Raukar
29 aprile ore 20
Almost 6 di e regia Matija Ferlin. Interpreti Alexandar
Nussbaumer, Mauricio Ferlin,
Maja Celija, Maja Delak
8 aprile ore 18
Pomeriggi musicali - Tracce di musical con Graziano Galàtone e Edoardo Luttazzi (voci), Pac Ninni
alla chitarra
Ciclo: Musical & Grandi Eventi
22, 23, 24, 25, 26, 28, 29 e 30 aprile ore 20,30; 23,
25 e 26 aprile ore 16
Mamma mia libretto di Catherine Johnson. Musiche Benny Andersson, Björn Ulvaeus. Regia Phyllida Lloyd. Interpreti
Jackie Clune, Leigh
McDonald, Geraldine Fitzgerald, Cameron Blakely, John
Alastair, Michael Beckley, Miria Parvin,
Gary Watson, Karli
Vale, Nicky Griffiths,
Tim Newman, Sebastian Sykes, Andy
Brady, Jorden Bird,
Tim Bonser, Tim Carney, Dale Collington, John Cusworth, Kelly Edwards,
Hannah Fairclough, Cordelia Farnworth, Ewan Gillies, Samantha Kelly, Shula Keyte, Jessie May, Chris
Milford, Michael Pickering, Julie Riley, Natasha Seale, Nicola Sneddon, Rebecca Trelease
Teatro Orazio Bobbio - Trieste
9 aprile ore 16,30; 10 e 11 aprile ore 20,30
Mettici la faccia di Stefano Fabrizi, Massimiliano Giusti e Paolo Mariconda. Regia Cristiano Dalisera. Interpreti Max Giusti.
17, 18, 22, 23, 24 e 25 aprile ore 20,30; 16,
21 e 26 ore 16,30
Bello di papà di e regia Vincenzo Salemme. Interpreti Vincenzo Salemme, Biancamaria Lelli, Giovanni Ribò, Massimiliano
Gallo, Rosa Miranda, Domenico Aria, Roberta Formilli, Antonio Guerriero, Adele Pandolfi, Franco Cortese
Anno IV / n. 41 del 7 aprile 2009
IN SLOVENIA
Teatro cittadino - Capodistria
Spettacoli fuori sede
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina
Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
Edizione: PALCOSCENICO
Redattore esecutivo: Carla Rotta / Impaginazione: Željka Kovačić
Collaboratori: Marianna Jelicich Buić, Rossana Poletti, Daniela Rotta Stoiljković,
Sabrina Ružić / Foto: Gianfranco Abrami, Marino Sterle, Dražen Šokčević, Goran Žiković
La pubblicazione del presente supplemento viene supportata dall’Unione Italiana grazie alle risorse stanziate dal Governo italiano
con la Legge 193/04, in esecuzione al Contratto N° 83 del 14 gennaio 2008, Convezione MAE-UI N° 2724 del 24 novembre 2004
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