DEL POPOLO ce vo /la .hr dit w.e ww palcoscenico An no IV Sipario 09 • n. 4 1 • Martedì, 7 aprile 20 UN CAFFÈ CON... Mariano Rigillo Pagina 2 / DRAMMA ITALIANO Opinioni Pagina 3 / LA RECENSIONE Cercivento, Capriole in salita Pagine 4-5 / FESTIVAL Monodramma Pagina 6 / PICCOLA SCENA «Belveder» tosta Pagina 7 / NOTES Aprile nelle CI Pagina 7 / CARNET PALCOSCENICO Il cartellone del mese Pagina 8 2 palcoscenico Martedì, 7 aprile 2009 UN CAFFÈ CON... Mariano Rigill di Rossana Poletti R omolo Augustolo fu l’ultimo imperatore di Roma prima della definitiva caduta, del 476, per mano delle orde barbariche che a più riprese avevano invaso la penisola italica. La storia ci dice che fosse salito al trono da giovanissimo appena quattordicenne, troppo giovane per essere in grado di governare un Impero ormai in rovina, minato al suo interno dalla corruzione e dalla mollezza dei costumi, che avevano distrutto l’antico rigore militare delle genti romane. Un Impero i cui caratteri erano stati profondamente mutati dalla liberalizzazione della religione cristiana (era di poco più di un secolo prima l’editto di Costantino, del 313), quasi una rivoluzione sociale che aborriva la guerra, la sopraffazione: si ricorderà la vocazione alla morte dei primi cristiani pur di non rinunciare alla propria religione. La nuova fede era pervasa da una forte connotazione pacifista che non poteva non lasciare il segno in tanta crisi e decadenza. Friederich Dürrenmatt è uno scrittore e drammaturgo tedesco, vissuto tra il 1921 e il 1990, che avendo fatto in tempo a vedere tutte le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, ne era uscito con una visione alquanto pessimista sulla possibilità di redenzione dell’umanità, visione che ha permeato tutte le sue opere. Mariano Rigillo è attore di teatro, di grande temperamento ed esperienza, sulla breccia da più di quarant’anni, nel teatro classico come in quello moderno, con Brecht e Viviani, ma anche nel cinema e in alcuni dei più importanti sceneggiati televisivi degli anni ’70. La sintesi di queste tre figure, se di sintesi si può parlare, ci dà Romolo il Grande maturo, che rinuncia a combattere i Barbari che stanno avanzando, preferisce allevare polli. Anzi chiama i suoi pennuti con tutti i nomi degli imperatori che l’hanno preceduto, rifiutandosi di mangiare le uova di quelli che gli stanno antipatici. La messinscena racconta dell’ultimo giorno a Palazzo prima che arrivi Odoacre, della totale avversione di Romolo a prendere qualsiasi iniziativa che porti ad ulteriori spargimenti di sangue, della surreale e grottesca attesa della fine. Diverte ma lascia allo spettatore un profondo senso di disillusione. Sarà vero che comunque la si guardi la storia è immodificabile, il corso degli eventi è segnato, non si può far nulla per cambiare il futuro dell’umanità? Aveva ragione Dürrenmatt o ci sono ancora spazi per utopie nel mondo? Una ridda di domande che a guardare l’attualità hanno motivo di essere poste. Ne abbiamo parlato con il protagonista. Tante sono state le presenze di Mariano Rigillo in produzioni dello Stabile del Friuli Venezia Giulia, le più recenti nel testo di Peter Handke, nell’eschileo Agamennone e più in là con il tempo, alla fine degli anni ’80, la trilogia pirandelliana per la regia di Patroni Griffi ed altri ancora. Un rapporto privilegiato. Non è così visto che mi hanno ospitato solo due giorni con questo “Romolo il Grande”, quattordici attori in scena, tutti di valore, e solo due recite in questa splendida città. Un po’ di polemica non guasta, però lo spettacolo è bello ed è piaciuto. Appunto per questo, proprio perché è piaciuto ed è uno spettacolo stimolante, non è giusto che lo veda solo una percentuale minima del pubblico del Rossetti. Beh! È andata così. un uomo e le sue illusioni Il personaggio parla di una questione, al di là del fatto storico… Il fatto storico è una metafora, non è neanche correttamente riportato. Si, l’imperatore era giovanissimo, qui invece è un uomo anziano… Al di là di questi dettagli, parla dell’Uomo, quello con la U maiuscola, che a metà del suo percorso di vita si accorge che tutte le sue illusioni, le sue aspirazioni e i suoi sforzi, poco possono incidere sull’andamento della Storia. E la cosa strana è che a descrivere questa età del disincanto sia un Dürrenmatt appena ventottenne. Al di là della sensibilità, che certamente aveva, e della sua cultura, l’autore aveva sentito molto le conseguenze della Seconda Guerra Mondiale. Ad un certo punto del finale mette in bocca a Odoacre una battuta sul nipote Teodorico, che rimanda nettamente alle truppe tedesche di Hitler e alla violenza della guerra. Al di là del pessimismo che c’è nella pièce, grazie all’ironia e al modo di leggerla Dürrenmatt ha voluto però rendere una storia di segno positivo per far riflettere l’ascoltatore. L’idea di far arrivare Odoacre, anche lui con le stesse problematiche, le stesse angosce di Romolo, la scarsa propensione a risolvere le questioni con la guerra è, a mio modo di vedere, un segno di speranza che l’auto- re vuole trasmettere nel testo. Non un solo rappresentante del potere che si specchia nel problema della guerra, nei massacri e in una certa deriva sociale, bensì ne concepisce due di personaggi che hanno in mano le leve del comando, grazie ai quali si vivrà un periodo di pace, che “la Storia Universale ignorerà - aggiunge Romolo - perché saranno anni privi di eroismo. Però saranno anche gli anni più felici che avrà conosciuto questo mondo tormentato”. ad ogni epoca il suo nemico Dürrenmatt fa dire a Romolo quindi, che ove mai ci fosse un giorno in cui il potere prenda atto di che cosa significhino per l’Umanità le stragi, i massacri, le guerre e anche, io mi permetto di dire, oggi l’immergere la società nell’economia, - attualmente il nostro nemico è l’economia, insieme alle guerre certamente. Ma siccome l’Europa fortunatamente non le fa e non le vive più, quello che ci farà morire tutti è l’economia, e ove mai, ripeto, gli uomini di potere si rendano conto di questo, forse si potrà vivere un periodo di felicità… Che finirà subito. Se gli uomini se ne renderanno conto … Questo è il senso di Dürrenmatt. Sa che ci sono alcuni studiosi che affermano che la crisi del ’29 fu aggravata dai tentativi di alleviarla. Oggi è ancora peggio in quanto tutto è stato causato da un’economia virtuale, non da quella vera, concreta del quotidiano; un’economia virtuale che ha invaso le nostre vite, grazie ai computer, ad internet, alla tecnologia virtuale appunto, al modo irreale di rapportarsi alla realtà. un personaggio fortemente voluto E anche al desiderio smodato ed impossibile, se non virtualmente, di arricchirsi sfrenatamente. Lei è particolarmente appassionato al tema di questo spettacolo, quanto lo vive da attore e quanto da persona. Ho visto rappresentato per la prima volta questo testo nel 1964, con Mario Scaccia al Teatro di Napoli. Ero un ragazzo allora e conobbi questo autore e andai alla scoperta anche di altri suoi lavori. Però questo testo da allora è sempre stato scansato, anche dall’editoria, mentre io ne sono rimasto incuriosito. Da giovane non avrei potuto affrontarlo per l’età, ma quando è arrivato il momento opportuno, non solo per l’anagrafe ma anche per l’avere una compagnia adeguata, allora l’ho fatto. Certo in parte per vanità dell’attore, che vuole fare quel personaggio, ma anche perché mi sono accorto che più il tempo passa e più il testo diventa moderno. E ancora adesso, dal debutto ad oggi, ci siamo accorti che il testo va sempre più a coincidere con la realtà. È come se andasse in parallelo. Ha tante sfaccettature. Significa che questo autore aveva talmente tanta fibrillazione dentro di sé, nella mente per leggere la realtà in questo modo e per di più con questa vena di umorismo, di ironia e satira estremamente feconda e fertile. Il testo è pieno di battute divertenti, ma non divertenti campate in aria, è un divertimento che affonda e prende lo spunto dall’osservazione della realtà concreta. la mia vita: teatro, teatro, teatro Lei ha fatto teatro, cinema, fiction. Cosa le piace di più. Io non ho fatto altro che teatro tutta la vita, fino ad oggi, e mi auguro di riuscire a farlo finché vivo. Il teatro è stato, sarà, è la mia vita. Non c’è niente altro. Ho fatto televisione e cinema, certo, ma erano deviazioni, come quando si fa un viaggio e si sa che lì c’è qualcosa da andare a vedere, si devia, ma poi si torna indietro e si riprende il percorso principale. Anche perché poi queste sono delle specie di specializzazioni, come si recita al cinema non si recita a teatro. Sempre dal teatro, però, si deve ricavare ciò che serve per il cinema o ciò che serve per la televisione, non viceversa. Il teatro racchiude tutto. Chi ha questo tipo di preparazione e ha la capacità di distinguere le varie armi espressive, anzi diciamo potenzialità espressive dentro di sé, visto che parliamo male della guerra, allora sa che se va a fare la televisione deve portarsi quella valigetta piuttosto che quell’altra. Nelle altre cose non c’è tutto, mentre il teatro ci abbraccia dalla testa ai piedi. ...se stessi palcoscenico 3 Martedì, 7 aprile 2009 DRAMMA ITALIANO Differenti opinioni Sei personaggi in cerca di sé stessi D ramma Italiano. Sei personaggi in cerca di… no, non di autore. In cerca di sé stessi. Ricerca disperata, dolorosa, rabbiosa, tenera, vincente, perdente. Dipende dai punti di vista. Differenti opinioni. Quelle offerte in lettura al pubblico, perché per quanto riguarda il pubblico, questa volta l’opinione non può essere che una: “Amy’s view” è giusta, indovinata, ben fatta, ben interpretata, ben diretta, ben scenografata, ben … insomma, a voler cercare una nota stonata bisogna andare a teatro imbracciando un fucile alla testarda cerca della preda. Che non c’è. È “Amy’s View” di David Hare, l’ultima in ordine di tempo fatica della Compagnia del Dramma Italiano proposta allo “Zajc off”, fuori casa cioè, ma unicamente a Fiume, allo HKD di Susak, ed è peccato imperdonabile non averla portata in tournèe. Perché ne è venuto fuori un gioiellino, da assaporare a teatro, da sezionare a casa. (Please, portatela anche fuori confine.) Quattro brevi atti per percorrere quindici anni di incontri ma soprattutto scontri di tre generazioni in perenne confronto con quasi nulle possibilità di parlare la stessa lingua, lontani anni luce per forma mentale e di vita: spaccati di vita brillanti, ironici, drammatici, lievi, spiritosi, tragici, raccontati e interpretati con intelligenza cesellata. Una commedia giocata tutta sulle parola (quante volte le preferiamo all’azione!) per illustrare i diversi punti di vista sulla vita quotidiana, l’esistenza all’osso, la comunicazione interpersonale e intergenerazionale, i media, l’alcol (dicono che non aiuti ad affogare i problemi: li fa appena venire a galla), la vecchiaia, l’amore, il teatro, il coraggio di affrontare la vita, di rischiare, le ambizioni. Una commedia essenziale, dove le parole non dette hanno lo stesso peso di quelle dette, senza girarci intorno, peraltro, nude e crude(li), in un realismo inquietante. Un po’ Pinter, un po’ Cechov, insomma. Chi sono questi sei personaggi più o meno alla deriva? Un’attrice (Judy – Elvia Nacinovich), una giornalista (Amy – Elena Brumini), un avvocato (Frank – Bruno Nacinovich), un regista cinematografico (Dominic – Mirko Soldano), un giovane attore di teatro (Toby – Teodor Tiani) e la vedova di un pittore (Evelyn – Alida Delcaro). Intellettuali che la vita lentamente fiacca privandoli della possibilità di realizzare quegli ideali che erano stati la loro linfa. Dire che sono dei perdenti, sarebbe esagerare. Percorrono il mare-vita su di una zattera. Poca cosa, ma sta a galla. Sanno perfettamente quello che avrebbero voluto essere o fare, hanno semplicemente voluto correggere il tiro perché costretti dalla società. Ne sappiamo qualcosa tutti, no? Teatro e media, in un certo qual senso, il terreno di scontro. Judy a difendere il teatro-teatro, media che sa dare emozioni, comunicazione diretta, interpersonale, contro la comunicazione filtrata del cinema. Per non dire soap e fiction! Da provare e riprovare o semplicemente con scene fatte passare per buone anche se falsate e distorte. Una televisione invadente, vuota e piatta. Due mondi a confronto. Anche nel giornalismo: si vorrebbe scrivere così ed invece deve essere cosà. Pettegolezzo piuttosto che informazione. Scontro di mondi anche attraverso rapporti familiari. Dominic, il fidanzato sognatore ed idealista di Amy, che riparava biciclette vestito più a casaccio che casual, quello che voleva fondare una rivista (seria) di teatro, diventerà regista di qualcosa di facilmente piazzabile: brizzolato (eh, gli anni passano), tanti soldi ora quanti sono stati i sogni prima, la sua presenza in famiglia sarà causa di scontro perpetuo. Intanto in tema di lavoro e visione della vita: “Sono agghiacciata dalla violenza. So che è importante per tipi come te ma io non la capisco... so che voi non la chiamate violenza nei vostri film la chiamate azione... comunque sia la vita non è così. Forse sto solo invecchiando ma sono stufa di questo bisogno che avete voi giovani di tirar fuori le pistole... Che cosa è successo? Perché siete così tanto tutti annoiati?”, chiede Judy, da buon inizio. Ed è lì che finirà Dominic, nel filone che dà la grana. Vi passerà anche Judy; cinema distratto per necessità, soprattutto. In fondo, si vive di soldi, con i soldi. E lei, un’amicizia diventata amore o presunto tale, investe anche i soldi che non ha, per ritrovarsi sul lastrico. L’amicizia diventata amore è quella di Frank, avvocato che gli affari suoi ha saputo, invece, condurli bene. Frank, bicchiere sempre in mano, per annullare dubbi ed incertezze, per ammazzare il tempo, per Diosacosa, ma la vita va (anche) così. Comunque, quindici anni dopo, migliaia di delusioni e scottature dopo, Judy tornerà al teatro: stanca, illusa e delusa, senza soldi, tornerà al suo vero amore. E nella scena finale, un giovane attore rampante tra le scatole, andrà verso il sipario che si alza su un pubblico che, per il buio in sala, certamente non può vedere. Ed Amy? Amy è quella che paga più di tutti ed è forse la più vera, la più viva, la più saggia. La scelta di vita a fianco di Dominic l’allontana dalla madre. Non si sopportano, quei due, ed Amy resta accanto alla scelta fatta, accanto all’uomo che la deluderà, troverà un’altra, spesso fuggirà nella sua malinconia che rasenta la diagnosi. Un uomo che si è scelto e al quale finiranno per legarla due figli. Potrebbe sembrare un matrimonio riparatore; lei in effetti non avrebbe nemmeno voluto dire della gravidanza (il giorno della bicicletta riparata in soggiorno), ma è la made, Judy, a buttargliela in faccia e lui non si tira indietro. Judy, che al solo vederlo in casa, alle prese con la bicicletta scassata, capisce di aver perso una figlia. Avrebbe potuto, intelligentemente, dividerla; con il suo egoismo, la sua autorità che una presunta sbadataggine non addolcisce, la perde. Per ritrovarla su iniziativa della figlia che così, poi, d’un tratto muore. (Non sappiamo il tempo che abbiamo: spendiamolo bene) È una commedia commovente, che coinvolge a livello d’anima, che a volte fa venire la voglia di gridare all’attore: “no, non così, così sbagli…!” In fondo, gli attori ci portano a vagare con loro in questa ricerca di un qualcosa che metta le cose al loro posto. Ed in definitiva, seppure nemmeno il finale della commedia è definitivo, non mette a posto niente. Sì, la vita va, macina il suo, ma è quello che volevamo? Le nostre scelte sono fatte con il cuore, con il portafoglio, con la ragione? Quante volte, per comodità o paura abbiamo preso, coscientemente la strada che, lo sapevamo bene, ci avrebbe condotto ad un altro bivio e ad un’altra scelta lontana dal nostro essere? Ecco, quando si accendono le luci, restano gli interrogativi. Il grande coinvolgimento degli attori, la loro bravura e classe, ci fanno sentire i personaggi subito sottopelle. Siamo noi: un personaggio o l’altro, un’opinione o un’altra, SIAMO NOI. Bella la scelta della piccola scena. Di nuovo un incontro – scontro: siamo indubbiamente a teatro, ma per la disposizione del palco e platea, sembra di guardare dritto dritto in casa d’altri; insomma, ci sbattono in faccia il Grande fratello televisivo, quell’essere perennemente sotto i riflettori, mettere la vita sotto gli occhi affamati di cacciatori di nulla e autorizzare il primo che passa a rivoltarla. Ottime le scene ed ottime le scelte musicali. Senza nulla togliere a nessuno, Elvia Nacinovich è un mito, Mirko Soldano camaleontico (dentro e fuori), Elena Brumini… beh! Signori, vedrete Elena Brumini. Cierre 4 palcoscenico Martedì, 7 aprile 2009 Martedì, 7 aprile 2009 Capriole in salita Cercivento Aspettando l’alba. E con essa la morte T rieste. Politeama Rossetti. Sala Bartoli. “Si muore subito?” Sarà questa la domanda ossessiva di un condannato a morte e sarà stata veramente questa la preoccupazione di Basilio Matiz, a poche ore dall’esecuzione della sentenza della Corte marziale? Non sapremo mai cosa passò nella mente di quattro poveri soldati della Prima Guerra Mondiale: quattro alpini in trincea nei pressi di Monte Croce Carnico, colpevoli di aver voluto trovare una diversa esecuzione dell’ordine del loro comandante; una soluzione che li portasse alla conquista della cima est della Creta di Collinetta e non alla morte certa, a cui erano altrimenti condannati. Il comandante, un napoletano, guidava la guerra attraverso i manuali e non sapeva niente di quei monti, di cui quegli uomini conoscevano invece ogni cresta, ogni buca, ogni crepa, ogni passaggio. I loro suggerimenti avrebbero potuto essere preziosi per una persona assennata, non certo per “quei quattro caporioni” che la guerra la facevano a tavolino lontano dalla paura, dalla sporcizia, dal ma soltanto l’esperienza di 80 alpini che a ragion veduta reputavano l’azione un suicidio annunciato. I militari sono fatti così, non sentono ragioni, soprattutto se sono ottusi e arroganti. Molti di quegli uomini scontarono una dura detenzione e quattro furono fucilati: Angelo Massaro, Basilio Matiz, Giovanni Battista Coradazzi e Silvio Ortis. Le loro famiglie si battono ancora oggi perché sia riconosciuto l’assassinio gelo delle trincee. Per la patria mi fucilano e io non so perché” è il grido arrabbiato, disperato di Angelo nella stanza in cui sono rinchiusi in attesa dell’alba, che non porterà loro la grazia del re. Questa è una storia vera, accaduta sui monti della Carnia il 23 giugno 1916. Dai documenti e dalle testimonianze emerge la verità: non fu insubordinazione, dei loro cari e sia lavata l’offesa patita. Carlo Tolazzi, friulano di Malborghetto, scrive da tempo storie sulla sua gente. Con “Indemoniate”, vicenda sorta attorno a un caso di isteria collettiva in quel di Verzegnis alla fine dell’800, nella passata stagione teatrale riscosse un enorme successo. Ora ritorna alla drammaturgia con “Cerciven- to”. E racconta questa tragica pagina di guerra attraverso due di quegli uomini mandati a morte per insipienza più che per giustizia. Angelo Massaro e Basilio Matiz, chiusi in una stanza in attesa dell’esecuzione, affrontano le paure e l’angoscia per la morte. Ragionano e sragionano sui motivi di una fine così stupida: “meio se me sfracellavo sule rocce, ma morir cussì, no!”. Il pathos della recitazione è struggente. I due protagonisti nel centro della scena, attorniati dal pubblico, si abbandonano all’angoscia, alla rabbia, in un crescendo palpitante, fino all’avvicinarsi dei passi dei loro aguzzini. Il cerchio nel quale sono rinchiusi è un ring in cui combattono con se stessi la vera questione della vita, il perché ne sia valsa la pena: “perché vivere non è mica solo cercar di restare vivi”. Riccardo Maranzana e Massimo Somaglino, gli interpreti di Angelo e Basilio, mettono anima e corpo in questa straordinaria rappresentazione della morte che verrà. La loro fisicità trasmette più che le parole quel senso di vuoto e angoscia degli uomini davanti al baratro. È un bel teatro quello proposto dall’udinese Teatro Club, palpitante di argomenti mai scontati: la guerra, la morte, la paura, ma anche i sogni e la felicità, che sgorgano anche quando sembra sia impossibile sopravvivere.(rp) In fondo all’abisso e ritorno T eatro Orazio Bobbio. Trieste. Quanto sono importanti i simboli nella società attuale? Lo sono stati probabilmente sempre, ma nell’epoca di internet, in cui l’immagine prevale sulle idee e sulle loro elaborazioni, allora i simboli assumono un ruolo insostituibile. L’appello ai giovani d’oggi ad aprire gli occhi e capire che ubriacarsi e drogarsi, per il solo gusto di farlo, per mero divertimento, aprono spaventosamente le porte ad una voragine di dipendenza, di solitudini in cui purtroppo molti cadranno senza neanche rendersene conto, sembra cadere nel vuoto. Come avvertiamo quanto poco siano incisive le campagne d’informazione in questo senso. In tale contesto disporre di un messaggio forte, di solida carne ed emozione vera, possono essere una carta vincente nell’eterna battaglia contro le dipendenze. Pino Roveredo è sicuramente un simbolo in carne e ossa, con una valigia di emozioni da rovesciare in faccia ai suoi lettori, ai tanti fruitori dei laboratori a cui partecipa da protagonista, nelle scuole e nelle varie realtà sociali. Perché Pino Roveredo è un sopravvissuto, uno dei pochi che, pur avendo fatto di tutto per bruciarsi la vita, ha trovato la forza per spegnere quell’incendio che gli divorava l’anima e gli prosciu- gava la gola, ha risalito faticosamente la china e ora finalmente guarda il mondo con un sorriso aperto e grida a quelli che ancora vivono nel tormento della disperazione “Coraggio, io ce l’ho fatta, ora tocca a voi. Potete farcela”. Ma è anche un simbolo a non intraprendere quella deriva diabolica, per la sofferenza e le devastazioni che ne conseguono. Roveredo ha alle spalle una storia personale di grande emarginazione, che racconta nel suo primo libro “Capriole in salita”. Il vino che, accompagnando l’esistenza del padre, finisce per essere la sua balia, una famiglia difficile di genitori sordomuti, l’istituto (così si chiamava a Trieste il collegio per i bambini poveri), il carcere e poi ancora il manicomio, dove vivere l’ossessione kafkiana per insetti e vermi proliferanti sul corpo e nella mente. Una storia segnata felicemente dall’amore di una donna, sua moglie, che lotta accanitamente per tirarlo fuori dal tunnel, per avere finalmente un marito e un padre per i loro tre figli. Tutto questo è finito sul palcoscenico del Teatro Bobbio in una produzione de La Contrada per la regia di Francesco Macedonio, che ovviamente non può essere fedele al testo letterario, ma che ne fa vivere le fasi salienti in una sorta di delirio onirico in cui tra sogno e realtà compaiono tutti i protagonista della sua vicenda umana. La scena di Stanisci è scarna, come lo sono gli ambienti desolati della povertà. Gli attori esprimono un grande impegno, sentono fortemente la responsabilità di un testo così tragico. Maurizio Zacchigna è Nino il protagonista, Giorgio Monte è il padre, ma anche l’assistente dell’istituto, la guardia e il dottore. Ariella Reggio è la madre, Marzia Postogna è la moglie Adriana, l’infermiera e anche la prima fidanzata, Massimiliano Borghesi è Giacomo, l’amico di bevute e Maria Grazia Plos è Maddalena, l’amica prostituta. Poscaro 5 6 palcoscenico Martedì, 7 aprile 2009 FESTIVAL Una settimana di monodramma O ltre al Festival internazionale del teatro da camera “Leone d’oro”, Umago vanta anche un altro importante evento teatrale, la “Settimana internazionale del monodramma”, la cui seconda edizione si è svolta dal 29 marzo al 5 aprile. Organizzato dall’Università Popolare Aperta “Ante Babić” di Umago in collaborazione con la locale Comunità degli Italiani “Fulvio Tomizza”, la manifestazione si avvale della selezione e direzione artistica di Sandro Damiani. Gli spettacoli, nove in tutto, sono andati in scena presso il Teatro cittadino e l’accogliente sala polivalente della Comunità, sotto l’occhio vigile della giuria di esperti formata dal critico teatrale Mario Brandolin, il presidente della CI “Fulvio Tomizza” di Umago nonché autore di numerose commedie, Giuseppe Rota, e l’operatrice culturale Irena Urbić. Ha inaugurato la Settimana, “Orson Welles’ roast” di Michele De Vita Conti, proposto dal “Teatro a Corte” di Torino e interpretato da Giuseppe Battiston. Lo spettacolo è stato costruito partendo da alcune interviste rilasciate dal grande regista, attore e sceneggiatore statunitense, al quale si intrecciano improvvisazioni dello stesso Battiston (coautore del testo), in un faccia a faccia con il pubblico, per raccontare aneddoti, segreti, sogni e desideri della sua vita, ripercorrendo e toccando le sue opere di maggiore successo. Lunedì il “Cafè Sconcerto” di Venezia ha proposto “Le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli ” di Josè Luis Martin Descalzo, per la regia di Salvatore Esposito. Ad interpretare Rosa, una prostituta che vive da sola in una mansarda una volta bordello, troviamo Monica Zuccon, che instaura un appassionante e inconsueto rapporto umano con un Cristo, in quella mansarda da chissà quando. Rosa, rimasta sola ad “esercitare il mestiere” in quella casa, si occupa di questa “presenza” con la quale instaura un rapporto totale: è madre, figlia, “amante”, sorella, devota. Con Lui arriva a “dividere metà dei suoi guadagni, per destinarli ai poveri”. Tra i clienti che le telefonano ci sono anche quelli che reclamano la proprietà del Cristo, ma Rosa, barricata in casa, lo difende con tutte le sue forze, in una storia fatta di contemplazione, deformazione, solitudine, di fisicità, di amore e di poesia. Martedì il Teatro Popolare Croato (Hrvatsko narodno kazalište) di Spalato ha portato in scena “Zapis iz nevremena” di Don Branko Zbutega, drammaturgia di Lada Martinac Kralj, interpretato da Trpimir Jurkić. Il testo riporta gli scritti fatti con “il cuore” di don Branko Zbutega che, pur non essendo testi teatrali bensì articoli giornalistici, saggi e racconti, rappresentano ognuno un piccolo “dramma” dell’uomo trovatosi a vivere nel (mal)tempo del momento storico. Il pezzo affronta un vasto numero di temi spingendo il pubblico a riflettere sui rapporti interpersonali, sulla famiglia, il rapporto con Dio, quello dell’uomo verso la natura. Mercoledì, un doppio appuntamento. Il “Teatro dell’Orologio” di Roma ha messo in scena il “Diario erotico di Ofelia” interpretato da Sara Platania per la regia di Mario Moretti. Il pezzo è basato sull’impossibilità di spiegare completamente il mito di Ofelia, la sua pazzia, dovuta non solo dalla morte del padre o all’abbandono da parte di Amleto, ma forse anche da una sessualità repressa e insoddisfatta, che Moretti coglie nel testo di Shakespeare. A seguire Filip Šovagović ha interpretato “Stanje nacije”, scritto e redatto da lui stesso. Lo spettacolo è costituito, per la maggior parte, sulle confessioni del personaggio fittizio, Arterio Fras Filipović, il perdente autobiografico di Šovagović che ha la fissazione per la guerra e il disturbo post-traumatico da stress, tormentato dal sogno di diventare ricco e da una realtà fatta di debiti, dai chili di troppo e dalla presunta “gioia famigliare”. L’altra parte è costituita, invece, dall’analisi e dalla presa in giro del mondo dell’arte e dello spettacolo, portando in scena anche le frustrazioni personali e quelle collettive che si tramutano in assurdità, scritte e pronunciate e che, per dirla tutta, non appartengono al mondo del teatro quanto a quello della realtà. Dalla coproduzione tra l’Associazione artistico-culturale “Zrakogled” di Capodistria e il Teatro Glej di Lubiana, è nato lo spettacolo “Mama / La madre”, andato in scena giovedì sera. Scritto da Vesna Furlanič Valentinčič, per la regia di Nick Upper, il pezzo è stato interpretato da Sonja Polanc, la cui esibizione è stata inframmezzata dalla danza di Jasna Knez. “La madre” ricostruisce lo stato di una società malata su due piani diversi: nel primo troviamo il discorso analitico dell’attrice, fatto di piccoli frammenti nei quali si possono individuare stati d’animo ben precisi; mel secondo invece, le sconvolgenti accuse perpetuate attraverso il monologo dell’attrice che individua la follia, personale e sociale. “Priredba”, scritto e interpretato da Ilija Zovko, per la regia di Josip Zovko, è la storia di un operatore scenico che lavora a nero in occasione di una manifestazione culturale estiva di cui ormai nessun paese può fare a meno. Nella presentazione della sua sorte, Ilija Zovko ripresenta le tante storie viste e raccontate da altrettanti uomini che hanno lavorato per tutta la vita a nero nelle grandi città dei Paesi europei, il cui destino comune è quello di ritrovarsi un giorno senza documenti e senza pensione, affidati alla bontà o meno del datore di lavoro. Sabato, “Crinale estremo” di Nelida Milani Kruljac, per la regia di Gianfranco Sodomaco proposto dall’Associazione culturale triestina “La macchina del testo”. Nei panni della protagonista troviamo Elke Burul che, impossibilitata ad avere un dialogo con il fratello affetto da una malattia incurabile, ripercorre attraverso un soliloquio mentale, smontando e rimontando i pezzi del passato, tutta la sofferenza dell’infanzia, il distacco, le diverse esperienze di vita, ai quali si affiancano i ricordi della città e dei suoi abitanti. Nell’intima preghiera che sopraggiunga la fine che farà cessare tutte le sofferenze, alla sorella non resta altro che accompagnare con amore infinito la vita che si sta spegnendo. A concludere la Settimana del monodramma, il “Komedija” di Zagabria con “Posljednja noć Giacoma Casanove” (L’ultima notte di Giacomo Casanova”) scritto da Stefano Massini con il quale l’autore si è aggiudicato il Premio Flaiano 2004. Per la regia di Mario Mattia Giorgetti, Ljubo Zečević, nei panni del leggendario Casanova, ripercorre attraverso il dialogo con un interlocutore immaginario (un servo? la Morte?), la sua vita burrascosa. Casanova si ritrova alla fine di un percorso esistenziale, sede di bilanci e riflessioni, tribunale in cui una vita intera viene esposta al giudizio impietoso del suo giudice più severo: colui che l’ha vissuta. Conclude che la vita non va ingannata così come non va ingannato l’amore che esiste in ognuno di noi, e che deve essere offerto e non solo preso. Marianna Jelicich Buić palcoscenico 7 Martedì, 7 aprile 2009 SCENA BELVEDER Una Compagnia piccola Una Compagnia piccola ma tosta “C abaret”, “Solo il sesso salva i croati”, “Omelette”, “La giara”, “La fine del gioco”, “In quale Europa?”, “Fefu e le sue amiche”, “Cappuccetto rosso”, “Nome di donna”, “Dov’è il mio sombrero” e l’ultima fatica “L’arancia sulle nuvole”: sono solo alcuni dei titoli della “Scena aperta Belveder”, piccolo teatro amatoriale. Fondata dall’attore dell’“Ivan De Zajc”, Bosnimir Ličanin, la “Belveder”, in venti e più corsi di recitazione ha forgiato un centinaio di attori. Un nome tra tutti: Nina Violić. Tra alti e bassi, la Compagnia, dopo un breve periodo di stasi, è ritornata all’arrembaggio nella passata stagione con “Il bianco clown”; nella stagione 2008/ 2009 ha allestito ben due prime: “Romeo e Giulietta, ovvero è tutto colpa del burek” e “L’arancia sulle nuvole”. Per incontrare questa piccolagrande compagine ci siamo recati al “Club istriano” dove, per il momento, risiedono e abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con i sei moschettieri che la compongono: Ivan Žunabović, Tanja Pavlović, Alisa Debelić, Alen Lorencin, Dino Popovac e Danijela Macura che, dal 2006 è anche presidente della “Beveder”. Danijela Macura è una giovane molto intraprendente che ha preso le redini della Compagnia, forse, nel periodo più difficile. Da quando esiste la “Scena aperta Belveder”? Dal 1985 – spara di botto Alisa Debelić, la “veterana” del gruppo poiché è l’attrice con alle spalle tanti anni di fatiche sul palcoscenico. – In tutti questi anni abbiamo cambiato molte case, purtroppo. L’ultimo nostro indirizzo è stato in via Krešimir 28/b. Poi, per una serie di circostanze, siamo stati costretti a sloggiare. Però dopo i momenti bui arriva sempre il sereno. Adesso che avete un posto dove recitare avete ripristinato, con successo, anche questo piccolo teatro. Come ci siete riusciti? “Non è stato per niente facile. - dice Danijela - Come vede, siamo rimasti in sei ma con un pizzico di fortuna e tanta voglia tentiamo di portare avanti la tradizione della “Scena aperta”. L’anno scorso abbiamo inscenato “Il bianco NOTES Aprile nelle CI A cura di Daniela Rotta Stoiljković CI CITTANOVA 26 aprile ore 19,30 Chiesa di S. Pelagio, concerto del coro della CI “Cittanova Vocalensemble” CI GALLESANO 13 aprile Chiesa della Madonna delle Grazie in Siana, dopo la Santa Messa (11,30), concerto del coro misto della CI di Gallesano e del coro misto della CI di Torre a t s o t a m a l o c pic a i n g a p m Co a n U Il cast della “Scena aperta Belveder” clown” che abbiamo portato anche all’Ospedale pediatrico di Cantrida e la Casa per bambini e giovani maggiorenni “Izvor” (Sorgente). Poi, quest’anno, abbiamo allestito due spettacoli: “Romeo e Giulietta, ovvero è tutto colpa del burek” e “L’arancia sulle nuvole”, Quest’ultima fatica è stata allestita nel mese di marzo con notevole successo di pubblico e critica. Di che cosa si tratta? Questa storia, scritta dalla giovane autrice Ivana Sajko, racconta le vicende di due defunti che, accompagnati dai rispettivi angeli aspettano la redenzione e l’entrata in Paradiso. Devo precisare che anche se in genere il nostro teatro porta in scena pezzi allegri e comici, ogni tanto ci viene il desiderio di cimentarci con brani impegnativi come è stata questa nostra ultima fatica. Come nel caso di “Romeo e Giulietta”? Certamente. Questo pezzo, scritto da Alen ed interpretato da Dino, Alen, Tanja e la sottoscritta, racconta la storia di un fornaio, della sua famiglia e della figlia Giulietta, che riceve, in un albanese una concorrenza agguerrita. Quest’ultimo, ha un figlio di nome Romeo che s’innamora nientemeno che di Giulietta. Da qui nasce tutta una serie d’equivoci. Iproventi sono andati tutti in beneficenza. Insomma, fate anche del bene per il prossimo? Sì. Ma non solo con questa rappresentazione. Abbiamo in piano an- che di rinnovare lo spettacolo “Cin Cin” di e con Alen Lorencin. Di che cosa si tratta? “È una specie di cabaret - spiega Alen Lorencin, un inarrestabile fiume in piena - dove un mago pasticcione e imbroglione vuole a tutti i costi convincere il pubblico a credere nelle sue false magie”. Da quanto tempo sei membro della “Belveder”? Da troppo!!! – ride Alen –, sinceramente non me lo ricordo. Devo soltanto dire che il più bel periodo della mia vita l’ho passato entro queste mura. Ritorniamo un po’ al passato. Perché questa stasi? “Si deve sapere che la Città di Fiume fa orecchie da mercante per quanto riguarda la voce “cultura”. - ammette Danijela - È già da parecchio tempo che devolve per questo settore poco o quasi niente. Non solo per noi, ma in generale per tutti i piccoli teatri amatoriali della regione. Faccio un esempio: per lo spettacolo “Il bianco clown” sono state devolute 17.000 kune ma solamente per gli spettacoli fatti in beneficenza. Lo spettacolo “Il bianco clown” ha ottenuto 15.000 kune. Sappiamo molto bene che questo è un periodo di recessione ma nessun teatro può sopravvivere di sola aria. Certi teatri amatoriali ricorrono a sponsor per allestire i loro spettacoli. Noi, anche se abbiamo bussato a varie porte, non siamo riusciti nell’intento. Abbiamo perfino concorso per dei finanziamenti alla Regione Litoraneo- “L’arancia sulle nuvole” di Vladimir Ćikić montana ma per adesso non abbiamo ricevuto nessuna risposta”. Come siete arrivati a questo posto ovvero il “Club Istriano”? “Io - specifica Alen -provengo da Medolino. Finite la scuola media superiore ho intrapreso la strada per Fiume per motivi di studio. E per tutti gli studenti istriani che risiedono in questa città, questo “Club” è un posto di riferimento. Qui ci incontriamo, organizziamo feste e concerti. E quando la “Scena aperta Belveder” è stata sloggiata, ho organizzato un incontro con la presidenza del club e abbiamo trovato un accordo. Allora, vivete in una specie di simbiosi? “Abbiamo degli interessi in comune e questo ci fa piacere. - sempre Alen - La simbiosi sicuramente c’è. Devo veramente ringraziare tutti coloro, del Club, che ci hanno permesso di realizzare e di portare avanti la tradizione di questo teatro. Non siamo in molti ma, dopo tutto il calvario che abbiamo passato, siamo ritornati a galla più forti che mai. Sei moschettieri per un piccolo teatro. “Siamo stati molti di più - ammette Danijela - ma, per un motivo o l’altro tanti hanno rinunciato al teatro. Fino a ottobre del 2008 con noi c’era anche Dubravka Tintor che è riuscita ad iscriversi all’Accademia d’Arte, indirizzo recitazione a Novi Sad in Serbia. Programmi per il futuro? “Tanti. Ma forse irrealizzabili. Il nostro desiderio sarebbe di portare in una mini tournée lo spettacolo ‘Romeo e Giulietta’. Abbiamo contatti con la Città di Albona. Poi, finanziamenti permettendo, forse arrivare fino a Pola. Quest’estate, inoltre, ci sarebbe la possibilità di recitare al Castello di Tersatto”, confessa Danijela. Perché finanziariamente permettendo? Devo fare una piccola parentesi. La vecchia gestione della “Scena aperta Belveder” ha lasciato un considerevole debito verso la Municipalità. Il conto è da tempo in rosso e tutto il denaro che riceviamo va nelle casse del “Club Istriano” di modo che non ci venga tolta anche l’ultima possibilità di tenere a galla la “Belveder”. Dalla Città ci sono state date due possibilità: chiudere la vecchia Scena e aprire una nuova o venire assorbiti dall’altro teatro amatoriale, il “Kalvarija”. Per adesso non ci pensiamo, ma in un immediato futuro dovremo seriamente valutare qual’è il male minore. Sabrina Ružić CI “Dante Alighieri” ISOLA 18 aprile ore 18 piazza Tartini, i Cantanti di musica leggera della CI alla festa del patrono, S. Giorgio 25 aprile a Matterada, la Compagnia Giovanile di EtnoTeatro della C.I. “Dante Alighieri” di Isola parteciperà alla IV Rassegna di sketch brevi, organizzata dalla CI di Matterada CI PARENZO 25 aprile ore 20 incontro dei cori; partecipano il coro misto della CI di Parenzo e il coro della CI “Besenghi degli Ughi” di Isola CI PIRANO 8 aprile ore 11 piazza Tartini e Casa Tartini, laboratorio artistico “Dedicato a Tartini 2009”, con il Molino Rosenkranz-macinazione di idee 18 aprile ore 18 piazza Tartini, i cantanti di musica leggera della CI e il gruppo mandolinistico “Serenate” della CI di Pirano alla manifestazione “I giochi dei nostri nonni” 25 aprile ore 20 giardino parrocchiale, concerto dei cori “Giuseppe Tartini” di Pirano, della CI di Matterada e della CI di Buie 26 aprile ore 9,30 in piazza Tartini “Inno a San Giorgio” con il coro “Giuseppe Tartini” CI POLA 8 aprile ore 19 conferenza UI UPT “Anna Magnani”, relatrice Roberta Sodomaco 25 aprile ore 19 concerto della SAC “Lino Mariani”, ospiti la SAC “Fratellanza” di Fiume e la CI di Zagabria CI ROVIGNO 17 aprile ore 19, Teatro “Antonio Gandusio”, la Filodrammatica giovani della CI di Rovigno presenta la commedia brillante in due atti “Twist” di Clive Exton, regia di Nives Giuricin 25 aprile ore 20 Centro Multimediale, “Appuntamenti Rovignesi”, Ricordando il Maestro Piero Soffici CI UMAGO 13 aprile ore 12 tradizionale incontro di Pasquetta a S. Pellegrino, con un ricco programma artistico-culturale, giochi, divertimenti, gare a premio, canti e musica e specialità gastronomiche nostrane Il programma può subire modifiche 8 palcoscenico Martedì, 7 aprile 2009 CARNET PALCOSCENICO rubriche a cura di Carla Rotta TEATRO Il cartellone del mese IN CROAZIA Teatro Nazionale Ivan de Zajc - Fiume 7 aprile ore 10 Pčelica Maja di Bruno Bjelinski. Regia Ivan Leo Lemo. Interpreti Olga Šober, Denis Brižić, Anđelka Rušin, Kristina Kolar, Sergej Kiselev, Siniša Interpreti Jelena Lopatić, Tanja Smoje, Bojan Navojec, Olivera Baljak, Zdenko Botić, Anastazija Balaž Lečić, Jasmin Mekić, Damir Orlić, Sabina Salamon, Biljana Torić 22, 23, 24, 25, 28, 29 e 30 aprile ore 19,30 IN ITALIA Teatro lirico Giuseppe Verdi - Trieste 17, 21, 22 e 23 aprile ore 20,30; 18 aprile ore 17; 24 aprile ore 16 Il carro e i cantidi Alessandro Solbiati da “Il festino in tempo di peste” di Aleksandr Puškin. Regia Ignacio Garcia. Interpreti Alda Caiello, Maurizio Leoni, Laura Catrami, Gianluca Bocchino, Gianluca Buratto BB & BB Bach, Berio & Break Beats Spettacolo di balletto con Maggiodanza del Maggio Musicale Fiorentino. Direttore Vladimir Derevianko. Musiche Johann Sebastian Bach, Luciano Berio, Fryderyk Chopin, Alva Noto. Interpreti Mauela Bodegue, Medhi Ouachek, Mined Yahiaoui (break dancers) e Corpo di ballo Maggiodanza Politeama Rossetti - Trieste Štork, Robert Kolar, Mirko Čagljević, Milica Marelja, Ivanica Lovrić, Stanislava Šćulac, Saša Matovina, Angela Nujić, Dario Bercich, Marko Fortunato 7 aprile ore 19,30 Crnac / Negro di Tatjana Gromača. Regia Tomi Janežić. Un tram chiamato desiderio di Tennesee Williams. Regia Dino Mustafić. Ciclo: Prosa 14, 16, 17 e 18 aprile ore 20,30; 15 e 19 aprile ore 16 Amletodi William Shakespeare. Traduzione Alessandro Serpieri. Regia Pietro Carriglio. Interpreti Luca Lazzareschi, Nello Mascia, Galatea Ranzi, Luciano Roman, Franco Barbero, Sergio Basile, Eva Drammis, Paolo Musio, Simone Toni Teatro cittadino - Pola 10 aprile ore 20 Riva i druxi di Milan Rakovac. Regia Lary Zappia. Interpreti Aleskandar Cvjetković, Filip Lugarić, Elia Nacinovich, Bruno Nacinovich, Denis Brižić, Romina Vitasović, Milan Rakovac, Rosanna Bubola, Elena Brumini, Lucio Slama, Alida Delcaro, Teodor Tiani, Rade Radolović 15 e 16 aprile ore 20 Girls’ Night Out di Dave Simpson. Regia Violeta Tomić. Interpreti Teodor Tiani, Ivan Blagajčević, Sebastjan Starič, Zoran Josić, Mirjana Sinožić, Mia Krajcar, Nina Kaić, Lana Gojak 15 aprile ore 18 Pomeriggi musicali - Cetra noi cinque Interpreti Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli (oblivion), Simone Manfredini (pianoforte) 17 aprile ore 20 Osobne stvari / Affari personali di Sanja Ivić. Regia Zvonimir Ilijić. Interpreti Ksenija Pajić, Matija Prskalo, Zijad Gračić, Željko Šestić, Mladen Čutura Ciclo: Fuori abbonamento 7 e 8 aprile ore 20,30 Peter Pan, il musical ispirato al romanzo di J.M.Barrie. Regia Maurizio Colombi. Interpreti Massimiliano Pironti, Nicolas Tenerani, Marta Rossi, Ugo Conti, Valentina Corrao, Nikolas Lucchini, Daniele Carta Mantiglia, Loredana Fadda, Marta Gimigliano, Beatrice Mondin, Valentina Facchetti, Pamela Buggiani, Erika Arosio, Simone Comità, Giorgio Colnaghi, Filippo Randisi, Pier Paolo Lisca, Paulo De Lucca, Francesco De Luca 28 aprile ore 20 Bog masakra / Massacro di Yasmina Reza. Regia Franka Perković Gamulin. Interpreti Ivica Vidović, Gordana Gadžić, Boris Svrtan, Urša Raukar 29 aprile ore 20 Almost 6 di e regia Matija Ferlin. Interpreti Alexandar Nussbaumer, Mauricio Ferlin, Maja Celija, Maja Delak 8 aprile ore 18 Pomeriggi musicali - Tracce di musical con Graziano Galàtone e Edoardo Luttazzi (voci), Pac Ninni alla chitarra Ciclo: Musical & Grandi Eventi 22, 23, 24, 25, 26, 28, 29 e 30 aprile ore 20,30; 23, 25 e 26 aprile ore 16 Mamma mia libretto di Catherine Johnson. Musiche Benny Andersson, Björn Ulvaeus. Regia Phyllida Lloyd. Interpreti Jackie Clune, Leigh McDonald, Geraldine Fitzgerald, Cameron Blakely, John Alastair, Michael Beckley, Miria Parvin, Gary Watson, Karli Vale, Nicky Griffiths, Tim Newman, Sebastian Sykes, Andy Brady, Jorden Bird, Tim Bonser, Tim Carney, Dale Collington, John Cusworth, Kelly Edwards, Hannah Fairclough, Cordelia Farnworth, Ewan Gillies, Samantha Kelly, Shula Keyte, Jessie May, Chris Milford, Michael Pickering, Julie Riley, Natasha Seale, Nicola Sneddon, Rebecca Trelease Teatro Orazio Bobbio - Trieste 9 aprile ore 16,30; 10 e 11 aprile ore 20,30 Mettici la faccia di Stefano Fabrizi, Massimiliano Giusti e Paolo Mariconda. Regia Cristiano Dalisera. Interpreti Max Giusti. 17, 18, 22, 23, 24 e 25 aprile ore 20,30; 16, 21 e 26 ore 16,30 Bello di papà di e regia Vincenzo Salemme. Interpreti Vincenzo Salemme, Biancamaria Lelli, Giovanni Ribò, Massimiliano Gallo, Rosa Miranda, Domenico Aria, Roberta Formilli, Antonio Guerriero, Adele Pandolfi, Franco Cortese Anno IV / n. 41 del 7 aprile 2009 IN SLOVENIA Teatro cittadino - Capodistria Spettacoli fuori sede “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat Edizione: PALCOSCENICO Redattore esecutivo: Carla Rotta / Impaginazione: Željka Kovačić Collaboratori: Marianna Jelicich Buić, Rossana Poletti, Daniela Rotta Stoiljković, Sabrina Ružić / Foto: Gianfranco Abrami, Marino Sterle, Dražen Šokčević, Goran Žiković La pubblicazione del presente supplemento viene supportata dall’Unione Italiana grazie alle risorse stanziate dal Governo italiano con la Legge 193/04, in esecuzione al Contratto N° 83 del 14 gennaio 2008, Convezione MAE-UI N° 2724 del 24 novembre 2004