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Suppl. n° al n.1/2009 di “Incontri Con…”
Nuovi stili di vita
La crisi economica è la punta dell’iceberg di una crisi più profonda
La crisi economica che il mondo occidentale
sta attraversando ha anche qualche vantaggio:
quello di costringerci a fermarci a riflettere sul
nostro vivere quotidiano, con domande che
mettono in discussione le abitudini e le certezze che ci hanno sostenuto finora.
Stretti tra la necessità di risparmiare per
contrastare gli effetti della crisi economica e
gli inviti a riprendere a consumare per rilanciare l’economia, in molte persone è maturata
l’idea di nuovi stili di vita. Parole come sobrietà, consumo critico, responsabilità, sostenibilità... che sembravano appartenere a pochi
stanno diventando sempre più comuni.
Anche la Chiesa, sempre attenta alle ragioni profonde del vivere, ha assunto da tempo
questi nuovi vocaboli provenienti dal mondo
dell’associazionismo solidale. Tra questi lo
slogan “nuovi stili di vita”, riportato in modo
esplicito da Benedetto XVI nella sua Caritas
in Veritate: “È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare
nuovi stili di vita nei quali la ricerca del vero,
del bello e del buono e la comunione con gli
altri uomini per una crescita comune siano gli
elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti”.
Per farcela, credenti e laici lungimiranti
sembrano sempre più convinti che bisogna
coniugare equità e sostenibilità, per dare agli
oppressi una possibilità di salvezza e alle future generazioni un pianeta vivibile.
Il cambiamento di stile è innanzitutto interiore ed è a partire dai ricchi, anche se le rivoluzioni non sono mai partite da loro. Però
tutte le religioni puntano al cambiamento con
la conversione dei ricchi.
Antonio Denanni
Ripartire con nuovi modelli di sviluppo
«Sobrietà non vuol dire ritorno alla candela. Così consumismo non va confuso con benessere»
“Da che parte state, da quella del
cowboy, che razzia nella prateria, o
dalla parte dell’astronauta, che non
spreca niente perchè sa di essere a
corto di tutto?”. Così Francesco Gesualdi introduce il suo libro “Consumattori. Per un nuovo stile di
vita“ (La Scuola, 2009). Non è una
domanda da quiz estivo, continua
ancora, ma il nodo della questione
mondiale che stiamo vivendo, dove
la crisi economica è solo la punta
dell’iceberg di una crisi più profonda che ha nel modello di sviluppo
incentrato sul consumismo la causa
prima, a cui si sommano le conseguenze come l’impoverimento delle
risorse del pianeta, le diseguaglianze sociali, le tensioni globali, l’inquinamento e persino l’infelicità,
secondo alcuni, per non aver centrato le ragioni profonde del vivere.
Di fronte a questa situazione disastrosa, ha detto Gesualdi nel suo intervento a Pinerolo del 3 dicembre,
occorre cambiare mentalità, assumendo nuovi stili di vita più sobri,
più giusti, più rispettosi dell’ambiente, per lasciare alle generazioni
future una terra più vivibile e ai poveri un’occasione di riscatto.
Lei afferma che “l’unico modo
per coniugare equità e sostenibilità è che i ricchi si convertano
On line per gli altri
alla sobrietà”. Lo ritiene davvero
possibile?
Nella storia le rivoluzioni le hanno
sempre fatte i poveri, non è mai suc-
cesso che le cose cambiassero per
iniziativa dei ricchi. Eppure tutte le
grandi religioni puntano a ottenere il
cambiamento tramite la conversione
dei benestanti. Una sfida dovuta in
parte al desiderio di dare anche agli
oppressori una possibilità di salvezza, in parte al sano realismo di chi sa
che una società fondata su rispetto,
giustizia, solidarietà può trionfare
In questo numero
www.mondodomani.org è una cornice dentro la quale sono e saranno ospitati siti che
siano animati dalla speranza e dall’impegno per il domani.
L’abbazia di S.Maria/3
pag. 2
La fede è dinamica
pag. 3
http://www.fondazione-isper.eu/Chiese_Piemonte/index.html Data base delle chiese
romaniche e gotiche del Piemonte.
Consumatori consumati
pag. 4
www.chiesadimilano.it Portale e sito della diocesi di Milano
www.vicariatusurbis.org Portale e sito ufficiale della diocesi di Roma
Sul caso Galileo
pag. 6
In principio Dio
pag. 7
Cronaca bianca
Libertà di religione
pag. 8
pag. 10
Legambiente compie trent’anni
La centralità dell’impegno è la città
«È il luogo fisico in cui viviamo dove s’incontrano l’aspetto sociale e ambientale»
Era il 20 maggio 1980
quando un folto gruppo
di giovani ambientalisti,
protagonisti del movimento antinucleare e
promotori di battaglie
contro
l’inquinamento,
costituì in Italia una nuova
associazione ambientalista.
All’inizio la chiamarono
Lega per l’ambiente,
che
poi
divenne
‘Legambiente’. Ora ha
trent’anni e l’anniversario
è stato festeggiato con
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Periodico di cultura religiosa
realizzato in collaborazione con
l’Ufficio Irc/smi-sms e la Comm.
per l’Ecumenismo e il dialogo
della Diocesi di Pinerolo,
Via Vescovado 1, Pinerolo.
Dir. responsabile: Antonio Denanni
Anno 2, n. 1, Gennaio 2011
appuntamenti e convegni, all’insegna della
salvaguardia dell’ambiente
e della salute dei cittadini.
«Oggi come allora - ha
affermato il presidente
di Legambiente Vittorio
Cogliati Dezza - due
aspetti
sono
rimasti
sostanzialmente uguali: la
volontà di tenere fermi i
nostri valori di riferimento
e una visione della realtà di
tipo evolutivo.
Filo conduttore della
nostra azione è la
centralità della città in
quanto luogo fisico in cui
viviamo dove si incontrano
l’aspetto sociale e quello
ambientale: dalla mobilità,
all’edilizia, alla raccolta
differenziata, alle aree
verdi. L’altra linea lungo
cui ci muoviamo è quella
della qualità del Paese,
a partire dalla legalità. Il
terzo filone è quello delle
grandi questioni globali,
soprattutto la biodiversità
e i cambiamenti climatici».
«Il
nostro
rapporto
con la politica non è di
schieramento, valutiamo
l’azione concreta al di
là
dell’appartenenza
partitica.
Noi concepiamo la politica
come arte di governare
il
cambiamento,
di
gestione
dell’esistente
e
dell’individuazione
di
scenari
possibili
Lavoriamo bene soprattutto
con le amministrazioni
locali, proprio per la
centralità che diamo alla
città: una delle stagioni più
vivaci sotto questo aspetto
è stata quella inaugurata
dall’elezione diretta dei
sindaci, molti dei quali
hanno a cuore le questioni
ambientali».
solo se tutti lo vogliono. L’alternativa al consenso è l’imposizione
basata sulla forza, che però genera
tensioni, insofferenze, violenze, rivolte. Del resto non abbiamo scelta:
è qui che noi abitiamo e, finché non
andiamo a vivere dalla parte dei poveri, possiamo solo cercare di convincere gli opulenti della necessità
di cambiare. Tuttavia il compito è
arduo: possiamo sperare di farcela
facendo leva su due messaggi forti.
Il primo: non è vero che “di più” fa
sempre rima con “meglio” o che crescita si associa sempre a sviluppo. Il
secondo: l’ingiustizia non conviene
a nessuno.
Sobrietà, in concreto, cosa vuoi dire?
La sobrietà non significa ritorno alla
candela. Sobrietà non va confusa con
miseria, come consumismo non va
confuso con benessere. Nella vita di
tutti i giorni, la sobrietà passa attraverso piccole scelte fra cui meno auto e
più bicicletta, meno mezzo privato e
più mezzo pubblico, meno carne e più
legumi, meno prodotti globalizzati e
più prodotti locali, meno merendine
confezionate e più panini fatti in casa,
meno cibi surgelati e più prodotti di
stagione, meno acqua imbottigliata
e più acqua del rubinetto, meno cibi
precotti e più tempo in cucina, meno
prodotti
Segue a pag. 2
Supplemento d‘anima
Antonio Papisca
L’impegno per una società più giusta
non passa solo attraverso
l’impegno nei movimenti o
nelle associazioni, ma anche
attraverso l’azione quotidiana
in alcuni settori strategici.
Antonio Papisca, ordinario di
Relazioni internazionali nella
facoltà di scienze politiche
dell’Università di Padova e
direttore del Centro interdipartimentale di
ricerca e servizi sui diritti della persona e
dei popoli dell’Ateneo patavino è una di
queste figure.
Nel novembre dello scorso anno
gli è stato assegnato il Premio
internazionale Sant’Antonio, per la
categoria Testimonianza, con la seguente
motivazione: «Lo ha meritato per il suo
instancabile impegno nella diffondere
e nel testimoniare una cultura dei diritti
umani. Nei progetti universitari (estesi
in una vasta rete di università europee e
mondiali) si impegna a preparare i giovani
a essere i futuri protagonisti di una società
fortemente basata sui diritti umani.
Segue a pag.2
10/01/2011 9.25.50
Indialogo.it
Pag. 2
Molto impegnani: non si può
Pennellate bibliche
tivi appaiono gli
servire Dio e
inviti
presenti
Mammona) (Lc.
nelle beatitudini,
16,13).
nella redazione presentata dal Come mai tanta insistenza dunque convangelo di Matteo; tuttavia tro la ricchezza al punto da paragonarla
con Luca il discorso diventa al demonio (mammona)? Non è lo stesse possibile ancora più duro. so senso comune forse a farci sapere
Non soltanto infatti troviamo che senza le necessarie risorse econoindicato quanto richiesto per miche non si riesce a tirare avanti?
essere come “quelli che hanno fame Gesù stesso, poi, non si è dato da fare
e sete della giustizia”,(Mt.5,6), ma in- per risolvere i problemi di chi gli stava
contriamo pure le maledizioni: “ guai accanto? Si pensi ai miracoli, tesi a rena voi, ricchi, perché avete già ricevuto dere migliore l’esistenza delle persone.
la vostra consolazione. Guai a voi, che Perché dunque tanta ostilità verso la
ora siete sazi, perché avrete fame. Guai ricchezza?
a voi, che ora ridete, perché sarete nel Una risposta forse c’è: il Diavolo, prodolore e piangerete. Guai, quando tutti prio stando all’etimologia della parola,
gli uomini diranno bene di voi...” (Lc. è il divisore.
6,24-26).
Pensiamo a quanto avviene quando suGià “ guai a voi, ricchi...” non si capi- biamo il fascino dei soldi al punto tale
sce bene come mai, quando si pensa al da concupirlo, vorremmo possederne
peccato, la mente corra subito al sesso e sempre di più per potere sempre meglio
quasi mai all’uso maldestro del denaro, soddisfare i nostri sogni, diventa così
per cui c’è chi con facile ironia afferma difficile pensare alle necessità degli alche “molti cristiani leggono il vangelo tri..., giusto qualche spicciolo, un sms
come se non avessero denaro per poi da due euro in facile beneficenza come
usare il denaro come se non avessero si usa adesso.
il vangelo”.
Si sa e si dice che quando c’è di mezzo
Eppure il vangelo è chiarissimo: ancora il denaro (ad esempio nella divisione
Luca “Nessun servitore può servire due delle eredità) si spaccano anche le famipadroni, perché o odierà l’uno e amerà glie, ci si chiude in se stessi isolandosi
l’altro, oppure si affezionerà all’uno e da tutti e...addio amore! Ecco la faccia
disprezzerà l’altro. Non potete servire diabolica dei soldi!
Dio e la ricchezza” (in altre traduzioCarlo Gonella
Ancora Beatitudini
Segue da p.1
Sul piano istituzionale, invece,
egli continua a impegnarsi affinché
le istituzioni e gli organismi
internazionali abbiano ruoli e potere
per salvaguardare nel mondo i diritti
umani, rivolgendo una particolare
In Occidente lo
sviluppo
della
vita monastica si
deve a Benedetto
da Norcia (480-547 dC), che
trasformò la scelta eremitica dei primi monaci nordafricani in vita comunitaria,
sotto la guida di un abate.
Animati dal motto “ora
et labora” questi monaci
benedettini si diffusero in
tutta Europa diventando i
creatori di quella che comunemente viene chiamata
“civiltà cristiana”.
Essi conservarono e diffusero la cultura greca,
ebraica, latina; raccolsero
in grandi biblioteche manoscritti e pergamene, tradussero molti classici antichi.
Accanto al lavoro intellettuale fioriva anche il lavoro manuale: svilupparono
nuove forme di coltivazioni
agricole e di attività artigianale, sperimentarono le doti
curative delle erbe e delle
piante, dando vita a farmacopee; si aprirono all’ac-
attenzione alla cooperazione, allo
sviluppo, alla cultura della pace positiva
e alla democrazia internazionale».
Nell’accettare il premio Papisca ha
commentato: «Accetto questo premio
con umiltà e sincerità, come una sorta
di confermazione, nel senso che questo
Ripartire... Segue da pag.1
confezionati e più prodotti sfusi, meno recipienti a perdere e più prodotti alla spina,
meno prodotti usa e getta e più riciclaggio.
In sintesi la sobrietà si può definire come il
tentativo di soddisfare i nostri bisogni impiegando meno risorse possibili e producendo
meno rifiuti. Un obiettivo che si raggiunge
più sul piano dell’essere che dell’avere. Uno
stile di vita che sa distinguere tra bisogni reali
e bisogni imposti, che si organizza a livello
collettivo per garantire a tutti il soddisfacimento delle necessità umane con il minor
dispendio di energia, che da alle esigenze del
corpo il giusto peso senza dimenticare le esigenze spirituali, affettive, intellettuali, sociali.
La sobrietà riuscirà ad attecchire con la
pubblicità che ci bombarda tutti i giorni
con i suoi messaggi seducenti?
Resistere alla pubblicità, che nel mondo
spende 400 miliardi di dollari all’anno, è difficile ma non impossibile. La parola d’ordine
è vigilanza, costante presenza mentale, padronanza di sé, perché la pubblicità fa breccia
quando le difese interiori sono sguarnite. Non
solo perché mancano i filtri del senso critico e
perché il pensiero non è capace di reagire, ma
anche perché c’è fragilità d’autostima.
Cioè?
Generalmente chi ha molte risorse interiori
se lo dice da sé che vale, non dà molto peso
al giudizio degli altri. Invece chi non ha conoscenze, chi non sa esprimersi, chi non ha
risorse intellettuali e spirituali usa l’accettazione degli altri come specchio della propria
autostima e non avendo nient’altro da far
valere che l’esteriorità, investe tutto sull’apparenza. La conclusione è che seguiamo le
riconoscimento mi costringe a essere
migliore che nel passato, nel mio essere
e nel mio rapportarmi con gli altri .
Questo riconoscimento è un forte sprone
a continuare a migliorare cercando di
fare di più di quel poco che ho fatto
finora».
Pagine di storia religiosa del Pinerolese
tendono dignità
feudali: chiedono solo la difesa dei loro diritti, senza ambire ad alcuna
signoria.
Nella riforma cistercense,
accanto al monaco, si trova
il “converso”, anch’esso
membro dell’Ordine, la cui
scarsa preparazione culturale lo interdiceva dai riti
liturgici, per cui si impegnava in attività manuali e
nella gestione dell’abbazia.
Il “converso” è figlio di
coloni e di artigiani; ha la
responsabilità di una “grangia” dove vive e lavora stabilmente. Questo sistema
serviva anche a contrastare
il frazionamento del fondo e
il “converso” era interessato al suo sviluppo e al suo
reddito.
Il monaco, dopo il suo lavoro (5 ore l’estate e 4 in inverno) si ritirava nell’abbazia per la vita e la preghiera
comunitaria.
Aurelio Bernardi
L’abbazia di S. Maria e i monaci benedettini e cistercensi
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coglienza dei pellegrini;
fondarono scuole abbaziali;
diedero un nuovo impulso
alla liturgia, promossero il
canto sacro, in particolare
quello gregoriano.
Le loro abbazie divennero centri veri e propri di
civilizzazione e di crescita
sociale. La loro autorevolezza, sia nella Chiesa che
nella società civile, fece sì
che ricevettero donazioni
di beni sempre più consistenti. Per cui i monasteri,
da centri di vita religiosa e
culturale, divennero anche
centri di interessi materiali
che offuscavano lo spirito
evangelico originario.
A questo decadimento
spirituale reagì per primo il
monaco San Roberto, che
nel 1098 pose mano ad una
riforma dell’Ordine benedettino, riportandolo alla
vita austera delle origini. In
Borgogna diede origine al
monastero di Citeaux (Cistercium), ove nel 1112 entrò Bernardo di Chiaravalle
il quale diede un grandissimo sviluppo in tutta Europa
ai monaci riformatori “cistercensi”.
Diversa è la vita monacale dei benedettini da quella
dei cistercensi che sostituiranno i primi nell’abbazia
di Santa Maria nel 1589, ad
opera dell’abate Tritonio. I
benedettini tramandavano i
sistemi delle “curtis” con le
famiglie servili legate alla
terra, anche se vi erano uomini liberi. Non coltivavano
direttamente le terre, ma le
davano in concessione ereditaria, allo scopo di rendere
stabili i coloni.
Tra i cistercensi, invece,
non esistono né censi, ne
fitti, perché contrari allo
spirito riformatore dell’Ordine da essi instaurato; non
hanno né ambizioni, né pre-
Gennaio 2011
mode per adeguarci alla massa, per sentirci
accettati. Quanto più ci sentiamo culturalmente inadeguati, tanto più cerchiamo di renderci uguali agli altri ostentando la loro stessa
ricchezza, la loro stessa esteriorità, le loro
stesse abitudini. È l’illusione di affogare l’inferiorità culturale nell’anonimato esteriore.
Ma don Lorenzo Milani ci ha detto che solo
la parola rende uguali: è la conferma che dobbiamo basare la nostra autostima non sull’apparire ma sull’essere, sulla nostra capacità
di pensare, capire, esprimerci. Ecco il ruolo
strategico della scuola, vero baluardo contro
le mode e la penetrazione pubblicitaria. È la
dimostrazione che la lotta alla pubblicità non
si gioca tanto sul piano personale, quanto su
quello politico. (...)
Ma come non si può placare la sete con un
panino al prosciutto, allo stesso modo non si
possono soddisfare le esigenze dell’anima
con un’ora di acquisti. Il bisogno di affetto si
può soddisfare solo con buone relazioni familiari, il bisogno di amicizia solo con una
buona rete di amici, il bisogno di socialità
solo con adeguati momenti di partecipazione. È possibile sganciarsi dal consumismo,
ma dobbiamo partire da lontano: dai tempi
di lavoro e di svago, dalle forme dell’abitare,
dall’architettura delle città, in una parola dalla qualità della vita.
Qual è il contributo del Centro Nuovo
Modello di Sviluppo che presiede?
A differenza dei paesi anglosassoni, che
hanno una lunga tradizione di attenzione ai
consumatori e all’uso del consumo come
strumento politico, in Italia, e più in generale
nel sud Europa, questi temi sono sempre stati
ignorati. Credo di non peccare di presunzione
affermando che la svolta è stata impressa da
noi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo
tramite la promozione di campagne di pressione sulle imprese, la stesura di guide al consumo critico, l’avvio di riflessioni sui risvolti
sociali e ambientali del consumo. L’aspetto
curioso è che siamo approdati al consumo
quasi per caso, non per scelta deliberata. Noi
ci occupavamo di povertà, squilibri Nord/
Sud, tensioni internazionali con una finalità
precisa: capire cosa può fare ciascuno di noi,
a partire dalla propria quotidianità, contro i
meccanismi che generano impoverimento,
ingiustizia, sfruttamento. Il consumo lo scoprii per caso, una mattina, mentre mi apprestavo a riempire la macchinetta del caffè. Mi
accorsi che attraverso quella polverina entravo in contatto con un contadino del Kenya o
un bracciante del Brasile, capii che il nostro
coinvolgimento con i meccanismi ingiusti
dell’economia internazionale passa quantomeno attraverso il consumo. Si spalancò una
finestra: cominciammo a studiare le filiere
produttive, la storia dei prodotti da quando
sono materia prima a quando approdano sulla nostra tavola, i vari passaggi commerciali,
il ruolo e la responsabilità delle multinazionali che noi incontriamo quotidianamente
al supermercato. Ad un tratto capimmo che,
comprando alla cieca, rischiamo di renderci
complici di gravi misfatti, ma informandoci, e soprattutto scegliendo, possiamo
diventare promotori di giustizia. Così coniammo l’espressione “consumo critico”,
inteso come consumo attento, informato,
selettivo.
A. D.
10/01/2011 9.25.51
Cultura
Pag. 3
Gennaio 2011
Harvey Cox, uno dei maggiori teologi viventi
L’identità è dinamica e la fede è come un’àncora
«Il dialogo è un incontro, dove noi non possiamo sapere in anticipo il suo esito»
Quando si parla di religioni,
gli Usa costituiscono sempre
un caso di studio importantissimo. Che cosa sta succedendo nella religiosità americana?
«Non è una novità affermare
che negli Usa la religione mostra una vitalità maggiore che in Europa
dove, nonostante alcuni importanti cambiamenti, la secolarizzazione costituisce
ancora un dato importante. Eppure anche
negli Usa assistiamo a cambiamenti importanti. Un recente studio, ad esempio,
dimostra che anche nella solida religiosità americana si registrano fenomeni
di fluidità: cresce il numero di persone
che, pur appartenendo a una confessione religiosa, “praticano” anche altrove, e
non solo perché le famiglie sono religiosamente miste. È una scelta. Così come
è interessante che aumenti il numero di
coloro che, pur dicendosi cristiani, credono in principi o adottano delle pratiche
che con il cristianesimo hanno ben poco
a fare: ad esempio, credono nella reincarnazione o si fidano degli oroscopi».
Questo che cosa vuol dire?
«Che dalla centralità della religione
si passa a quella della spiritualità, più
leggera, meno dogmatica, più fluida. Le
Chiese farebbero male a tagliare corto e
a chiudere il dialogo con queste persone:
la loro ricerca evidenzia un bisogno che,
evidentemente, non trova risposta nelle
classiche formulazioni della predicazione cristiana».
La reazione delle Chiese spesso è di
segno opposto. Ad esempio, il dialogo
interreligioso oggi sembra vivere una
fase difficile e problematica.
«È vero. Per questo nei miei interventi
insisto molto sul fondamento teologico
del dialogo tra i cristiani e i credenti di
altre fedi, che a mio avviso sta nel principio evangelico della kenosis, dello svuotamento di sé. Quando Paolo dice ai cristiani di Filippi “abbiate in voi gli stessi
sentimenti che furono in Cristo Gesù” fa
un discorso sull’identità cristiana e afferma che essa consiste nello svuotamento
di noi stessi, come ha fatto Gesù salendo
sulla croce. Le implicazioni di questa teologia della kenosis nel dialogo interreligioso sono molte e importanti: noi cristiani dobbiamo liberarci da ogni senso
di superiorità per abbracciare invece la
logica del servizio all’altro. L’umiltà è
una delle chiavi del dialogo. (...)
Ma il dialogo non può essere soltanto
puro annientamento. È anche testimonianza di sé...
«Il dialogo è un incontro e, come tutti gli
incontri, comporta un rischio inevitabile: noi non possiamo sapere in anticipo
quale sarà l’esito del dialogo. In questo
senso, esso richiede coraggio. Per noi
cristiani è il coraggio che si fonda sulla
Gli ottant’anni di John Polkinghorne
Una vita tra scienza e religione
Una vita dedicata per metà alla
scienza e per metà alla religione è
quella di John Polkinghorne, che da
poco ha compiuto 80 anni, contro tutti
i dogmatismi, scientifici e religiosi.
Nato il 15 ottobre 1930, studia
matematica e fisica al Trinìty College
di Cambrìdge specializzandosi nel
campo della quantistica e della ricerca
sulle particelle molecolari. Inizia a
insegnare a 23 anni e consegue il
dottorato a 24. Nello stesso anno sposa
Ruth Martin, laureata in matematica a
Cambrìdge. La sua carriera prosegue a
Harvard e poi di nuovo a Cambridge
dove contribuisce alla scoperta dei
quanti. A 36 anni diviene Professor
(ordinario e capo dipartimento) di
Fisica Matematica. Nel 1974 gli
vengono conferite due rare e altissime
onorificenze, quella di Doctor of
Science dall’Università di Cambridge
e quella di Fellow della Royal Society.
Nel ‘79, all’apice della carriera, tra
lo sbigottimento generale, rassegna
le dimissioni e si mette a studiare
teologia.
Consacrato
nell’81 fa
il pastore
anglicano fino all’86, quando torna a
Cambridge come cappellano e decano
di Trinity Hall. Inizia a scrivere per
spiegare ad amici e colleghi scienziati
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la sua scelta. È canonico teologo nella
Chiesa d’Inghilterra, professore di
teologia, presidente della Commissione
scienza, medicina e tecnologia,
membro del Sinodo anglicano. Come
scienziato è presidente di una serie dì
comitati su temi scientifici e bioetici.
Ha pubblicato più di 25 titoli; tra
questi, in italiano «Quark, caos e
cristianesimo» (Ed. Claudiana). Nell’89
è eletto Presidente del Queen’s College,
nel ‘97 la Regina gli ha conferito il
tìtolo di Sir e fra i tanti premi si conta
il Templeton per il progresso nella
Religione vinto nel 2002, la cui somma
(1 milione di dollari) ha devoluto alla sua
Università. Nello stesso anno è divenuto
il Presidente fondatore della Società
internazionale per scienza e religione.
Per il suo 80esimo compleanno le
università di Cambridge e Oxford hanno
tenuto speciali conferenze e convegni in
suo onore. (da Riforma, ottobre 2010)
grazia di Dio. Mi viene in mente Bonhoeffer, il teologo protestante martire nei
campi di concentramento nazisti. Alla
domanda su dove fosse Dio in quel luogo di tragedia e disperazione, rispondeva
“in colui che è più vicino a te”. Sapeva
bene che i suoi compagni di cella potevano non essere pii credenti ma anche
comunisti atei, eppure affermava che in
quegli uomini, che erano il suo prossimo
più prossimo, poteva riscontrare la presenza di Dio».
La paura è che nel dialogo si relativizzi la propria identità.
«L’identità non è statica, è dinamica.
Dall’infanzia all’età adulta e poi alla
vecchiaia, ciascuno di noi passa attraverso una serie di transizioni identitarie.
L’identità non è fissità. Vorrei dirlo con
una metafora di Epifanio, un padre della
Chiesa che scrisse un famoso catechismo
intitolato Ancorato o, in altre traduzioni,
L’àncora della fede. Da ex marinaio, so
che l’àncora ha due funzioni: una è quella di tenere ferma la barca; in questo caso
l’àncora sta sul fondale. L’altra funzione,
non meno importante, è di stabilizzare
la barca quando è in movimento, c’è il
mare grosso e soffia il vento. E allora
l’àncora non serve a restare saldamente
fermi nello stesso posto, ma a muoversi e
a navigare in mare aperto».
Paolo Naso, Jesus, nov. 2010
Ritagli
Raimon Panikkar
l’uomo del dialogo
da Città Nuova, sett.2010
Ognuno di noi – raccontava Raimon
Panikkar – è come una goccia d’acqua.
Quando cade nell’acqua del mare la goccia
sparisce, ma all’acqua della goccia non
succede niente. Si unisce a tutto il mare,
a tutto il divino, ma non perde la sua vera
natura. Così avviene con la morte. Non
andiamo persi, quello che sparisce sono le
difficoltà di comunicare, di abbracciarsi,
di amarsi, che nascono dal nostro
individualismo.
Raimon Panikkar, filosofo e teologo, ha
concluso i suoi giorni terreni a fine agosto
all’età di 91 anni.
Nato a Barcellona da madre cattolica
e padre induista, sacerdote cattolico,
aveva una cultura vastissima, lauree in
chimica, in filosofia e lettere, in teologia.
Padroneggiava con facilità una ventina di
lingue antiche e moderne. Autore di circa
80 libri, ha insegnato nelle più grandi
università d’Europa, dell’India, degli Stati
Uniti. Al centro del suo pensiero filosofico
vi è stato il dialogo fra le diverse religioni.
L’immigrazione e gli
intrecci interculturali
da “Dossier Caritas 2010”
Il Dossier Statistico Immigrazione
Caritas/Migrantes ha presentato annualmente i dati sull’evoluzione del fenomeno migratorio in Italia a partire dal 1990,
quando, a seguito di un provvedimento
di regolarizzazione, si andò oltre il mezzo milione di presenze. In questi 20 anni
la popolazione immigrata è cresciuta
di quasi 20 volte. Secondo la stima del
Dossier le presenze sono 4 milioni e 919
mila (1 immigrato ogni 12 residenti).
Il fenomeno dell’immigrazione in Italia
riveste per la società implicazioni non solo
demografiche, ma anche interculturali.
Sono circa 250mila i matrimoni misti
contratti tra il 1996 e il 2008; più di mezzo milione di persone hanno acquisito
la cittadinanza, al ritmo di oltre 50mila
l’anno; oltre 570.000 stranieri sono nati
direttamente in Italia; quasi 100mila arrivano a essere i figli di madre straniera
ogni anno; più di 100mila gli ingressi per
ricongiungimento familiare.
In un’Italia alle prese con un elevato e
crescente ritmo di invecchiamento, dove
gli ultrasessantacinquenni superano già
i minori di 15 anni, gli immigrati sono
un fattore di parziale riequilibrio demografico. I contatti quotidiani in azienda e
nei luoghi di socializzazione, la scuola,
l’associazionismo, il volontariato, la pratica religiosa, le famiglie miste stanno
facendo dell’immigrazione una realtà
organica alla società italiana.
La collettività romena è la più numerosa, con poco meno di 1 milione di
presenze; seguono albanesi e marocchini (circa mezzo milione di presenze),
mentre cinesi e ucraini sono quasi 200
mila. Altre collettività, originarie dei più
diversi paesi del mondo, sono piccole o
medie. Gli europei sono la metà del totale, gli africani poco meno di un quinto
e gli asiatici un sesto, mentre gli americani incidono per un decimo.
Diversi gruppi nazionali privilegiano le
città, come i filippini, i peruviani e gli
ecuadoriani. Altri, come gli indiani, i marocchini o gli albanesi, preferiscono i comuni non capoluoghi. L’insediamento è
prevalente nel Nord e nel Centro. Roma
e Milano, rispettivamente con quasi 300
mila e 200 mila stranieri residenti, sono
i comuni a più elevata concentrazione.
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Progetto culturale
Pag. 4
Gennaio 2011
La Parrocchia/ 3 - di Don Primo Mazzolari
È più facile a dirsi che a farsi
Il capitolo 3 del
libretto di Don Primo
Mazzolari “LA
PARROCCHIA” (del
1957), nato dalla sua
esperienza pastorale
“sul campo” come
parroco di Bozzolo.
Capitolo III
Ma come si fa a mettere la
parrocchia a servizio dei poveri?
Il metodo che finora prevalse,
metodo lodevole e saggio per
diverse ragioni, ma che spesso,
ispirato soprattutto da presupposti
propagandistici, e monopolizzato
in funzione di precisi scopi
organizzativi (e l’organizzazione,
come si sa, è un momento necessario
ma conseguente: la vita precede
l’organizzazione e l’organizzazione
non sostituisce la vita), o di lotta
politica (e l’esperienza anche
recente ha additato nell’infiltrazione
della politica il peggior nemico della
unanimità e della soprannaturalità
della parrocchia), non scalfisce
l’indifferenza, né attenua il distacco
o l’ostilità, preconcetta o dormiente,
della gran massa dei parrocchiani.
Chi li conosce bene ha l’impressione
che essi camminino sopra un piano
diversissimo dal nostro, con idee,
pregiudizi, abitudini, che non
interferiscono minimamente con
quanto ci sforziamo d’esporre e
che a buon diritto vantiamo. Inutile
indignarci, inutile perseverare in
uno sforzo che non ha presa. I fatti
hanno una loro logica, che non si
vince né con ragionamenti astratti
né con pure lamentele. Chiunque
vuole efficacemente operare sugli
uomini deve fare i conti con i fatti.
Posso cantare la mia parrocchia,
e riandare i giorni gloriosi e le
opere feconde, posso rimpiangere
l’unità spirituale d’un tempo: ma
chi mi capisce? chi mi segue? Il
parrocchiano comune, disamorato,
indifferente, avverso, non lo si
interessa più con rievocazioni,
illustrazioni e rimpianti. Con un
po’ di rumore si potrà forse ancora
raccoglierlo in discreto numero, ma
un conto è discorrere di cose belle
e far lamenti, e un conto destare
un bisogno, rianimare un vincolo,
saldare un problema o un fatto. Si
può parlare eloquentemente della
parrocchia senza riuscire a portarla
come realtà viva e operante nella
vita dei parrocchiani d’oggi. La
chiesa bella, le funzioni decorose, 1e
associazioni fiorenti, i ritiri numerosi
ecc. sono armi indispensabili,
eppure, lo si constata con pena
ogni giorno, non bastano. Si ha
quasi l’impressione che siano armi
a tiro corto, che non raggiungono
lo scopo. Con tante armi e soldati
disposti a farsi ammazzare, non
s’arriva al di là delle nostre linee. E
allora, credendo di rimediarvi con la
quantità, si moltiplicano le batterie...
Il lavoro parrocchiale è divenuto
così un magnifico facchinaggio, con
un arsenale ove nulla manca, e con
intorno una cinta che cresce a ogni
insuccesso e trasforma la parrocchia
in fortilizio.
Chi dice che il nostro armamento è
vecchio, sbaglia. Siamo armatissimi
e organizzatissimi. Statistiche alla
mano come gli altri,10 congressi,
gite e parate come gli altri; circolari
e fogli d’ordine come gli altri;
cinema, teatro e televisione come
gli altri; giornali o carta stampata
come gli altri; decorazioni,
avanzamenti, e promozioni come
gli altri. Si lavora e ci si logora,
clero e laicato fedele. E ogni giorno
una pena senza nome, che si riesce
a scordare per un attimo, quando un
avvenimento ci da l’illusione che
qualcosa nella parrocchia si rianimi.
Poi si ripiomba nell’oscurità e nella
solitudine, le quali danno spesso ai
nostro lavoro quel tono amaro, che
si sfoga in lamenti e in rimproveri.
Così, il povero prete della parrocchia
- non quello di parata - ha spesso
l’impressione che la sua fatica non
prenda più. Nessuna comprensione,
nessuna risposta, nessuna reazione.
La distanza aumenta, la solitudine
intorno alla parrocchia, nonostante
il moltiplicarsi delle iniziative,
aumenta. C’è nel popolo una
resistenza silenziosa. Di quanta fede
ha bisogno questo povero parroco
per resistere alla tentazione di
scappare in convento o di rimanere
con gli occhi e il cuore chiuso! Se
il fatto è così - chi ne dubita, senta
le confidenze di tanti poveri e
meravigliosi parroci - il problema
della parrocchia prende un aspetto
gravissimo. Non sgomentiamoci
né chiudiamo gli occhi: ma
ragioniamo invece ad occhi aperti e
pacatamente.
Primo Mazzolari, La parrocchia,.
EDB (3, continua)
Consumati dalla società dei consumi
Tre autori di fama internazionale riflettono sulla società capitalistica odierna con altrettanti libri. Il politologo
statunitense Benjamin R. Barber con Consumati. Da
cittadini a clienti, Einaudi; il sociologo polacco Zygmunt Bauman con L’etica in un mondo di consumatori,
Laterza; e lo psicologo francese Nicolas Guéguen con
Psicologia del consumatore, il Mulino. I tre professori,
lungi dal demonizzare il consumo, cercano però di smascherarne pregi e difetti, evidenziandone i rivolgimenti
che ha provocato nella storia dell’umanità.
Barber, con la sua prosa, dimostra che il consumismo provoca una «infantilizzazione dei consumatori » e
una «adultizzazione dei bambini». Risultato? Presi dalla
consumomania, bimbi, giovani, adulti e anziani si ritrovano accomunati dagli oggetti o dai servizi che comprano, ma nel contempo allontanati dall’uso prettamente
individualista degli stessi prodotti.
Da parte sua Bauman affronta il punto di vista etico, evidenziando la via senza uscita in cui il consumo
conduce le relazioni umane: l’altro diventa anch’esso
oggetto di consumo, impedendo la «felicità vera». Attraverso cultura e bellezza, sì, proprio così, il consumatore può però compiere un percorso etico che lo porta a
considerare l’ospitalità come guida nelle relazioni con
l’altro.
Guéguen studia invece i meccanismi psicologici che
portano alla dipendenza, analizzando gli strumenti che
usano i venditori: musica, profumi, colori, luci…
Naturalmente tutti e tre gli autori convengono
nell’identificare nel capitalismo liberista senza limiti e
nei suoi meccanismi pubblicitari spinti all’eccesso la
causa stessa di tante derive riscontrabili nel mondo occidentale.
Che dalla crisi si debba uscire con un aumento delle
attività produttive, e quindi dei consumi, sembra affermazione condivisa da molti. Ma il consumare in modo
intelligente e critico incomincia a prendere piede.
I nuovi preti
Un cristianesimo
capace di apprendere
dal pensiero teologo Christoph Theobald,
di Christian Albini
Dallo stile di Gesù emerge la provocazione di
un cristianesimo che apprende.
Le patologie e le infedeltà al Vangelo che
pervadono ogni epoca della storia ecclesiale
possono essere lette come rottura della
corrispondenza tra forma e contenuto. Quando
prevale la forma, si ha un cristianesimo ridotto
a estetismo liturgico, a istituzione gerarchica,
a struttura dove è però assente la sostanza di
quell’amore che porta Gesù fino alla croce.
Quando invece prevale il contenuto, si ha un
cristianesimo ridotto a impianto dottrinale e
dogmatico, una verità fatta di formule a cui
assentire, priva di un legame vitale all’esistenza
delle persone. Quest’ultimo sarebbe un
cristianesimo senza conversione, in cui Zaccheo
non ridistribuisce le sue ricchezze… Gesù invece indica la strada di un cristianesimo
capace di apprendimento. Gesù, secondo
Theobald, non definisce la sua identità e non
la impone a nessuno. Crea uno spazio di libertà
attorno a sé comunicando, con la sua sola
presenza, una prossimità benefica a tutti quelli
che incontra.
Gesù non impartisce un insegnamento
metafisico, etico o morale, ma lascia intuire
in modo diverso, a seconda della persona
che incontra, una nuova maniera di vedere il
mondo e di situarsi in esso. È come se mettesse
ciascuno nella condizione di sperimentare la
propria conversione, la propria scoperta del
Regno di Dio in mezzo a noi.
Un cristianesimo secondo lo stile di Gesù,
perciò, è capace di apprendere. In altre parole,
non si presenta come istituzione detentrice di
un sistema di dogmi da insegnare al mondo, ma
come spazio in cui le persone trovano la libertà
di far venir fuori la presenza di Dio che già
abita la propria esistenza.
Ogni persona – quali che siano la sua religione,
il suo pensiero e la sua cultura – è portatrice
di un’immagine di Dio che aspetta di rivelarsi
come per gli apostoli nella Pentecoste, cioè di
fare proprio lo stile di Gesù. Non di imitarlo
secondo canoni standardizzati, ma di realizzarlo
dentro la propria unicità e irripetibilità.
Quindi, i cristiani dovrebbero essere in
ricerca della manifestazione di Dio propria
di ogni religione, cultura e pensiero, invece
di assumere atteggiamenti di svalutazione e
condanna.
Cristian Albini
su http://sperarepertutti.blog.lastampa.it/
Sintesi da un articolo di Pietro Parmense, Città Nuova
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Focus
Pag. 5
Gennaio 2011
G.De Rita: “Sovradimensionato il peso dei cattolici in politica”
«Il peso dei cattolici in politica. Irrilevanti,
trasversali,
isolati?». Attorno a
questo interrogativo
si sono confrontati
giovedì 16 dicembre Giuseppe De Rita, Beppe Del
Colle e Franco Monaco, presso la
sede della Fondazione Lazzati di
Milano.
De Rita ha esordito sostenendo la
tesi del «sovradimensionamento»
dell’influenza della politica da
parte dei cattolici. Ha sostenuto
ciò attraverso degli esempi. Tra gli
altri quello di una chiesa di Roma,
dove abitualmente il sociologo
frequenta la messa vespertina
domenicale: ogni settimana si
radunano ottocento persone, tra
cui molti giovani, per questa
celebrazione eucaristica. Per
dare incisività al ragionamento,
De Rita ha richiamato un
raduno del movimento radicale:
erano poco più di trenta, ma
hanno trovato grande risonanza
tramite i mass-media. Da questa
contrapposizione si può evincere
che il mondo laico sa comunicare
meglio, invece i cattolici, pur
avendo più contenuti, scadono
facilmente nell’autoreferenzialità.
Insomma, non è che i cattolici non
ci siano più: le venticinquemila
parrocchie sparse nel territorio
nazionale sono un esempio
tangibile; ma restano irrilevanti
e incapaci di mostrare la novità
del Vangelo. Per tale ragione la
Chiesa deve vivere come Chiesa,
senza preoccuparsi d’incidere
direttamente sulla politica. Ciò
di cui ha maggiormente bisogno
la società non è tanto una nuova
generazione di politici cattolici,
quanto di cristiani ancora capaci
di un annuncio del Vangelo ad
ogni uomo.
Franco Monaco, parlamentare
cattolico del Partito democratico,
avvalendosi degli stimoli di
Giuseppe Dossetti ha cercato di
chiarire due aspetti fondamentali,
onde evitare confusioni. Anzitutto,
Dossetti metteva in luce che vi è
un primato del «peso interiore»
dei cristiani, rispetto poi al «peso
politico». Non basta dirsi cattolici,
ma lo si è attraverso la qualità
cristiana del vivere. Chi sono
i cattolici? Dossetti parlava di
«battezzati consapevoli». Monaco
ha sottolineato che i cristiani
che più hanno brillato in politica
spesso erano quelli che meno
declamavano la loro ispirazione
cristiana, e alcuni di loro, come
De Gasperi e Moro, hanno anche
avuto qualche incomprensione
con le gerarchie.
Sintesi da W. Maggioni, Il nostro
tempo, 26.12.2010
V.Prodi: “Pure l’Europa: la felicità oltre il Pil”
Anche il Parlamento
europeo ha, dal 2007,
iniziato un dibattito
definito «Oltre il Pil»,
perché, come già Bob
Kennedy faceva presente, il Pil dà conto della produzione
materiale, ma non di quello che in
sostanza «ci dà l’orgoglio di essere
americani», ed aggiungerei, europei. Ora ci si sta rendendo conto che
questo indicatore, che si presume
debba sempre crescere, è in contrasto con due evidenze: il limite nella
disponibilità delle risorse naturali e
il limite nella capacità della Terra di
accogliere i nostri scarti.
La commissione Stiglitz, costituita dal presidente Sarkozy, ha
proposto e definito alcuni nuovi
indicatori che comprendono anche
la modalità di rilevazione statistica.
Su questa base dobbiamo ora,
facendo tesoro anche delle esorta-
zioni di Papa Benedetto XVI nella
«Caritas in Veritate» e ai fedeli di
Piazza S. Pietro, tradurre queste
esigenze in alta politica, cioè in dispositivi per la convivenza che non
possono non avere una rilevanza
globale. Il limite delle risorse ci
rende interdipendenti e dobbiamo
quindi cercare assieme una modalità consensuale di gestire questo
limite, diversamente si verificheranno situazioni di scarsità che, la
storia insegna, conducono sempre
a conflitti.
L’alternativa viene indicata nel
seguire «diversi stili di vita», definizione evidentemente ancora
troppo vaga perché credo che l’esigenza sia prima di tutto culturale,
di rendere desiderabili beni legati
alla qualità della vita (informazione, istruzione, consapevolezza, inclusione nelle decisioni, solidarietà
e relazioni interpersonali, salute,
qualità e accesso ai servizi sani-
tari, aspettativa di vita, passaggio
dal concetto di rifiuto a quello di
risorsa), che complessivamente ci
mettano in grado di valutare il bene
comune che viene prodotto sia a
livello globale che locale. Questi
beni vengono definiti «immateriali» perché implicano un impiego
minimo, rispetto agli attuali consumi, di energia e materia. Questo
cambiamento
rappresenterebbe
prima di tutto un salto in avanti
dell’intera civiltà, che a sua volta
diminuirebbe la pressione sul consumo di risorse naturali e quindi
renderebbe possibile il passaggio
da un concetto di benessere puramente materiale ad un sistema di
sviluppo davvero sostenibile, in
grado di assicurare un accesso equo
alle risorse naturali per la presente e
le future generazioni.
Vittorio Prodi, La Stampa, 19.11.2010
A. Heller: “La bellezza della persona buona”
«Il scegliere noi stessi e il diventare ciò
che siamo implica la
pratica di certe virtù.
Ma non include di per
sé relazioni morali con
gli altri. La scelta morale riguarda innanzitutto la scelta di
noi stessi come persone buone. In tal
modo diventiamo coloro che abbiamo
scelto di essere e in tal senso siamo
“buoni”. Ma come posso riconoscere ciò che è buono? È qui che faccio
riferimento alle parole di Socrate per
cui è meglio soffrire l’ingiustizia che
commetterla. Tuttavia non dico che
questa frase sia vera. Anche il suo opposto potrebbe essere dimostrato tale.
Nella mia visione, il detto di Socrate
è semplicemente la definizione di una
persona buona. Buona è la persona
per cui il detto di Socrate è vero e che
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agisce conformemente ad esso. Che
il bene abbia un’attrattiva imperitura,
che sia trans-culturale è una benedizione, ma che non richiama né implica
una spiegazione filosofica».
Nel suo saggio «La bellezza della
moralità» lei collega la bellezza del
bene alla sua visibilità. Che bellezza
attribuisce allora a quel bene ordinario e invisibile, che probabilmente non vedrà mai la luce?
«Sì, non c’è dubbio che la bontà sia
spesso veramente invisibile. Col che
intendo
una
invisibilità
pubblica. Per
questa bontà
non ci sono
persone a cui è
stata dedicata
una statua. Ma
come dice Kant
Decaloghi moderni
La scuola migliore e la scuola peggiore
di Domenico Starnone, scrittore
1. La scuola peggiore è quella che si limita a individuare capacità e meriti evidenti.
La scuola migliore è quella che scopre capacità
e meriti lì dove sembrava che non ce ne fossero.
2. La scuola peggiore è quella che esclama:
meno male, ne abbiamo bocciati sette, finalmente abbiamo una bella classetta.
La scuola migliore è quella che dice: che bella
classe, non ne abbiamo perso nemmeno uno.
3. La scuola peggiore è quella che dice: qui si
parla solo se interrogati.
La scuola migliore è quella che dice: qui si impara a fare domande.
4. La scuola peggiore è quella che dice: c’è chi
è nato per zappare e c’è chi è nato per studiare.
La scuola migliore è quella che dimostra: questo
è un concetto veramente stupido.
5. La scuola peggiore è quella che preferisce il
facile al difficile.
La scuola migliore è quella che alla noia del facile oppone la passione del difficile.
6. La scuola peggiore è quella che dice: ho insegnato matematica io? Sì. La sai la matematica
tu? No. 3, vai a posto.
La scuola migliore è quella che dice: mettiamoci
comodi e vediamo dove abbiamo sbagliato
7. La scuola peggiore è quella che dice: tutto
quello che impari deve quadrare con l’unica vera
religione, quella che ti insegno io.
La scuola migliore è quella che dice: qui si impara solo a usare la testa.
8. La scuola peggiore rispedisce in strada chi
doveva essere tolto dalla strada e dalle camorre.
La scuola migliore va in strada a riprendersi chi
le è stato tolto.
9. La scuola peggiore dice: ah com’era bello
quando i professori erano rispettati, facevano lezione in santa pace, promuovevano il figlio del
dottore e bocciavano il figlio dell’operaio.
La scuola migliore se li ricorda bene, quei tempi, e lavora perché non tornino più.
10. La scuola peggiore è quella in cui essere assenti è meglio che essere presenti.
La scuola migliore è quella in cui essere presenti
è meglio che essere assenti.
la bontà risplende come un gioiello ed
è vista persino nell’oscurità. Le persone buone sono persone belle. Tutti noi
lo sappiamo per esperienza e lo hanno sempre saputo gli artisti, i pittori:
la bellezza risplende sul volto della
persona buona. Quello che intendevo
dire è però che gli atti che hanno un
tale contenuto morale e restano nel
nascondimento, difficilmente possono
essere descritti in termini di bellezza.
Tali atti possono essere di suprema
bontà, ma se nessuno sa di essi,
se non sono contemplati, non possono
essere chiamati belli. Ovviamente, se
simili azioni buone clandestine sono
descritte per esempio in un romanzo
da un narratore onnisciente, il lettore
le vede, le conosce, può trarre piacere
da esse e può giudicarle belle. Solo, la
bellezza presuppone un certo tipo di
visibilità o di conoscenza».
Andrea Galli, Avvenire, 2.10.2010
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Documenti
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Gennaio 2011
I luoghi comuni sul Caso Galileo
Un martire della scienza o un caso da rivedere?
Equivoci e pregiudizi sull’emblema del conflitto tra scienza e fede in un articolo apparso sulla rivista giovanile Dimensioni Nuove
Il caso Galileo torna
periodicamente alla
ribalta come caso
emblematico del conflitto
tra scienza e fede, per
il fatto che il celebre
scienziato pisano
sarebbe stato maltrattato
dalla Chiesa, umiliato e offeso nella sua
dignità scientifica, dall’oscurantismo
clericale di quel tempo.
Ci troviamo davanti a uno dei casi
emblematici dove si mischiano storia e
pregiudizio. Perché Galileo non è stato
arso vivo, nè è stato sottoposto a tortura,
nè ha mai pronunciato la celebre frase
“Eppur si muove” dopo aver ricevuto la
condanna al processo...
Un interessante articolo apparso sul
numero di marzo 2008 della rivista giovanile Dimensioni Nuove “smonta” in parte
un luogo comune che per molti anni è stato
accettato senza battere ciglio.
“Eppur si muove”. Non c’è
studente italiano che non conosca
questa “storica” frase. L’aneddoto è
così celebre che il nostro studente è
anche in grado di dire chi e quando
l’ha pronunciata: il celebre scienziato
Galileo Galilei il quale avrebbe così
commentato la sentenza con la quale
veniva condannato dal tribunale
dell’Inquisizione romana per aver
sostenuto la teoria eliocentrica e
dimostrato l’insostenibilità di quella
geocentrica. Sì, formalmente, abiurò
la sua convinzione che fosse la terra a
girare attorno al sole e non il contrario,
ma in cuor suo rimase fermamente
persuaso della bontà della sua opinione.
Non avrebbe potuto fare altrimenti per
sfuggire al rogo o ad altro supplizio e
perciò l’appellativo di “martire della
scienza” gli calza a pennello. Le
istituzioni ecclesiali ci fanno proprio
una brutta figura e nell’immaginario
collettivo il processo a Galilei diventa
così il simbolo di una guerra tra due
nemici irriducibili, fede e scienza.
Protetto dalla Chiesa
Fatto sta che solo dieci anni prima
di subire questa condanna, il nostro
scienziato venne accolto con tutti gli
onori a Roma, dal Papa Urbano VIII, al
quale Galileo stesso aveva dedicato uno
dei suoi libri più famosi, “Il Saggiatore”.
Tra gli anni 1623 e il 1633, quello
del processo, tutti lo consideravano
l’astronomo “ufficiale” del Papa, i
suoi discepoli erano stati nominati
professori nelle università dello Stato
Pontificio dove la teoria eliocentrica era
insegnata tranquillamente, persino dal
protestante Keplero che, per sfuggire
all’intolleranza dei suoi correligionari,
non trovò di meglio che accasarsi
a Bologna, nei territori pontifici.
Gli astronomi gesuiti della Specola
Vaticana avevano sostenuto ed
incoraggiato
Galileo
nei
suoi
studi, quando quest’ultimo subiva
invece gli attacchi violenti di altri
scienziati, invidiosi tra l’altro del
successo di cui egli godeva proprio a
Roma, dove era stato ammesso alla
prestigiosa Accademia scientifica
pontificia dei Lincei
.
Del resto, la teoria eliocentricocopernicana esisteva già da un pezzo
e l’aveva proposta, cento anni prima di
Galileo, proprio un prete, Copernico,
che aveva serenamente installato le
sue apparecchiature sulla torre di una
cattedrale, a Frauenburg. L’opera
fondamentale di Copernico, “La
rotazione dei corpi celesti”, fu dedicata
ad un Papa, Paolo III, e venne pubblicata
con l’approvazione ecclesiastica.
Dunque, nella storia di “Galilei, martire
della scienza” qualcosa non funziona.
Quello del processo a Galilei sembra
piuttosto un caso da rivedere.
Un’ipotesi ragionevole
Quali furono in realtà le ragioni della
condanna inflitta allo scienziato
pisano nel 1633? Sostanzialmente,
esse furono tre e nessuna di esse
giustifica un presunto conflitto tra
fede e scienza e, tantomeno, la
considerazione di Galileo come di
uno scienziato ingiustamente vittima
dell’arretratezza culturale clericale.
Procediamo con ordine.
Anzitutto, a Galileo Galilei fu richiesto
di abiurare semplicemente perché
aveva torto. Egli, infatti, si ostinava a
presentare l’eliocentrismo come un fatto
acclarato quando invece, ai suoi tempi
e nonostante le sue argomentazioni,
poteva essere considerato solo
un’ipotesi, ragionevole e degna di
essere approfondita, ma non di più.
Durante le discussioni che precedettero
l’emanazione del verdetto, i cardinali,
che erano poi in gran parte excolleghi di Galileo, chiesero al Pisano
di mostrare un argomento “forte”.
Egli fu in grado di addurne uno solo:
le maree, da attribuire, secondo il
Galilei, allo “scuotimento” delle acque
provocato dal moto terrestre. I suoi
giudici gli fecero notare che questo
argomento era inconsistente perché
l’alzarsi e l’abbassamento delle acque
dei mari dipende all’attrazione della
luna. Questa era ed è la spiegazione
giusta ma non ci fu verso di convincerlo.
Si comprende bene perché un filosofo
contemporaneo della scienza, laico,
Paul Feyerabend abbia dichiarato: “Al
tempo di Galilei la Chiesa si mantenne
ben più fedele alla ragione di Galilei
stesso. Il suo processo contro Galilei
era razionale e giusto, mentre la sua
attuale revisione si può giustificare solo
con motivi di opportunità politica”.
Insomma, la prima ragione per la
quale Galilei fu condannato è di
natura eminentemente scientifica. Del
resto, bisognerà attendere molto tempo
ancora per avere delle prove certe del
movimento terrestre. Solo nel 1851
la rotazione diurna della terrà verrà
dimostrata con il celebre pendolo
installato nella cupola del Pantheon di
Parigi dal fisico francese Léon Foucault.
Galileo fu un grande scienziato,
indubbiamente, che, con le sue scoperte,
mise in evidenza l’insostenibilità della
fisica e dell’astronomia ufficiale del suo
tempo, quella aristotelica. Ciò, però,
non gli impedì di prendere delle sonore
cantonate. Oltre a quella dell’origine
delle maree, c’è pure un’altra “stecca”:
si ostinava a dire che le comete erano
solo delle illusioni ottiche. I gesuiti
romani, invece, sostenevano che erano,
come sono, dei corpi celesti reali.
…Che non le intendiamo
Il secondo motivo che aiuta a
comprendere le reali cause della
condanna di Galileo Galilei è di
natura più teologica. Nell’empito della
polemica, lo scienziato volle assumere
anche il ruolo di interprete della Bibbia
che, presa alla lettera, nel libro di Giosuè,
lascia intendere che sia il sole e non la
terra in movimento. Per questo motivo
gli fu richiesto, sin dal 1615, cioè quasi
vent’anni prima del processo del 1633,
di rispettare la distinzione dei due piani
e di lasciare ai teologi, certamente
più competenti, l’interpretazione
delle
Scritture,
senza
alcuna
preclusione verso la teoria eliocentrica.
Con grande equilibrio il cardinale
Bellarmino affermò che, nel caso in
cui si fosse dimostrata la validità delle
tesi copernicane, “bisognerebbe andar
con molta considerazione in esplicare
le Scritture che paiono contrarie, e
più tosto dire che non le intendiamo,
che dire che sia falso quello che si
dimostra”. E concludeva: “io non
crederò che ci sia tal dimostrazione,
finché non mi sia mostrata”.
Non proprio simpatico
Il terzo motivo è di natura più
personale perché si sa che spesso gli
aspetti emotivi e caratteriali influiscono
anche sulla discussione delle idee.
Galileo non era certamente un carattere
facile. Passava facilmente alle offese
e al sarcasmo, come appare dalla
lettura della sua corrispondenza
privata. Ad un certo punto se la prese
pure con il Papa, Urbano VIII, fino
ad allora suo amico e protettore, che
gli suggeriva prudenza scientifica
nell’esposizione delle sue teorie.
Nel “Dialogo sopra i due massimi
sistemi del mondo”, Galilei presenta un
personaggio, Simplicio, e lo ridicolizza
facendolo apparire come uno sciocco.
Sulla bocca di Simplicio mise i
consigli ricevuti dal Papa, il quale fu
così irritato da promuovere il famoso
“processo” che si concluse come
abbiamo già detto: la richiesta di abiura
perché le prove addotte da Galileo
non erano sufficienti per dimostrare
l’evidenza del sistema eliocentrico.
La condanna fu poi mitissima e
tutt’altro che inibente l’attività
scientifica del Pisano: recitare una volta
alla settimana per tre anni i sette salmi
penitenziali (che Galileo continuò a
recitare fino alla sua morte perché
era un cristiano sincero e fervoroso)
e dimorare nella sua confortevole
ed amena residenza ad Arcetri, dove
continuò a studiare e ad approfondire
le sue osservazioni. Morì a 78 anni,
munito della benedizione del Papa,
mentre mormorava la parola “Gesù”.
Questa sì, l’ha realmente pronunziata
perché “Eppur si muove” non l’ha
mai detto: l’episodio fu inventato
di sana pianta da un giornalista,
tale Giuseppe Baretti, nel 1757.
A smontare le accuse contro il presunto
“oscurantismo” clericale contro la
scienza partendo dal caso Galileo,
ci pensa lo storico americano John
Heilbron (che non è cattolico) il quale
ricorda nel suo saggio “Il sole in Chiesa”,
apparso nel 1999, che, proprio nel
periodo critico della disputa con Galileo,
in alcune grandi cattedrali cattoliche
gli astronomi - finanziati dalla Chiesa
- sperimentavano liberamente, sotto
forma di “ipotesi”, la teoria copernicana
e affermavano che il movimento era
un’ellissi e non un moto circolare.
Queste conferme scientifiche venivano
ottenute fra le mura delle chiese.
No, nel caso di Galilei nessun martirio
“scientifico”, ma solo un “caso da rivedere”.
Roberto Spataro, Dimensioni nuove, marzo
2008, su www.cogitoetvolo.it
CENTROCASA
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Orizzonti aperti
Pag. 7
Al cuore della fede - 8
Secondo la Caritas in veritate di Benedetto XVI
La carità esige la giustizia
«Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso
di loro. Non solo la giustizia
non è estranea alla carità, non
solo non è una via alternativa
o parallela alla carità: la giustizia è « inseparabile dalla
carità », intrinseca ad essa. La
giustizia è la prima via della
carità o, com’ebbe a dire Paolo VI, «la misura minima»
di essa, parte integrante di
quell’amore « coi fatti e nella verità » (1 Gv 3,18), a cui
esorta l’apostolo Giovanni.
Da una parte, la carità esige la
giustizia: il riconoscimento e il
rispetto dei legittimi diritti de-
gli individui e dei popoli. Essa
s’adopera per la costruzione
della “città dell’uomo” secondo diritto e giustizia. Dall’altra, la carità supera la giustizia
e la completa nella logica del
dono e del perdono. La “città
dell’uomo” non è promossa
solo da rapporti di diritti e di
doveri, ma ancor più e ancor
prima da relazioni di gratuità,
di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre
anche nelle relazioni umane
l’amore di Dio, essa dà valore
teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo
Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 6
Bianco/Nero
Scomparse le feste cristiane
di EREnews
BRUXELLES – Dalle agende europee
sono sparite le feste cristiane. Da sette
anni la Commissione europea distribuisce
gratuitamente alle scuole che lo richiedono
un eurodiario. All’inizio erano 200mila
copie, quest’anno circa 3 milioni, richieste
da ben 21mila scuole. Con una curiosa
particolarità: l’assenza delle feste di Natale e
Pasqua, mentre sono normalmente segnalate
altre feste non cristiane. Un’omissione
per dimenticanza, “per errore”, si sono
giustificati a Bruxelles.Il ministro degli Esteri
italiano, Franco Frattini, ha protestato e
chiesto il ritiro delle copie (costo 5 milioni di
euro). Operazione improbabile. Soluzione di
ripiego e meno costosa: che la Commissione
“si scusi” e scriva una lettera alle 21mila
scuole invitando gli studenti ad … annotare
spontaneamente di propria mano il nome di
quelle feste nel proprio diario.
Fonte EREnews, n.4, 2010
L’ a b b a z i a d i C a s a m a r i
Nel 1036 in Ciociaria, presso Veroli,
alcuni ecclesiastici intrapresero la vita
comune secondo la regola benedettina a
Casamari, la “Casa di Mario”, il generale romano antagonista di Silla. Nel 1130
passò di lì S. Bernardo di Clairvaux, sostenitore del papa Innocenzo II contro
l’antipapa Anacleto II, in viaggio verso
Montecassino per convincerne i monaci
a riconoscere anch’essi Innocenzo II. Pochi anni dopo Casamari entrò a far parte
dell’ordine di Cîteaux, che ad opera di Bernardo si stava prodigiosamente diffondendo in tutta Europa.
La chiesa e il monastero vennero
ricostruiti secondo i canoni della
gravitas cistercense: “Vanità delle
vanità, più ridicola che vana! La
Chiesa risplende nei suoi muri, ma
manca di tutto nei suoi poveri; essa
orna d’oro le sue pietre e lascia senza vesti i suoi figli[…] Di quale utilità può essere ciò per i poveri, per
i monaci, per gli uomini spirituali?”
(S. Bernardo).
Nei secoli l’abbazia ha vissuto
momenti di decadenza e di ripresa: dalla
commenda, istituita nel 1430 da Martino
V per il nipote card. Prospero Colonna e
tolta solo nel 1850 da Pio IX,alla ripresa dei primi del ‘700 su impulso di Clemente XI, donatore nel 1711 del ciborio
barocco sopra l’altar maggiore; dalla devastazione e uccisione di monaci da parte
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delle truppe francesi in ritirata da Napoli
nel 1799 agli sviluppi che ne fanno oggi
il centro di una congregazione che conta
diciannove monasteri, di cui quattro in
Etiopia e due in Eritrea.
Oltrepassato l’ingresso, un grande arco a
tutto sesto sormontato dalle bifore dell’alloggio abbaziale, appare, preceduta da un
portico, la semplice ma solenne facciata
della chiesa, di cui Innocenzo III benedì
la prima pietra nel 1203 e che Onorio III
consacrò nel 1217. Ed è bello il primo
dell’anno, sull’imbrunire, entrare in questa chiesa illuminata a giorno e, con tanti
fedeli, unirsi ai monaci nel canto festivo
del Vespro, così raccomandato dal Concilio Vaticano II (SC II) e così negletto
in tante nostre comunità, fagocitate da
riti consumisti, e ricevere la benedizione
eucaristica, inseriti in una tradizione
eucologica intrisa di secoli di ascolto, meditazione, ceebrazione della
Parola fatta carne e accompagnati
dal suono dell’organo, lo strumento che si è evoluto a servizio della
liturgia. A Casamari l’organo c’è,
ma non si vede: le canne sono sistemate in uno spazio esterno fra l’abside e il
transetto, forse per non turbare l’armonia
architettonica.
Altre parti dell’abbazia meritano una visita attenta: il chiostro; l’aula capitolare,
perfetta realizzazione dell’arte gotica,
di forma quadrata, con quattro pilastri e
nove campate con volta a crociera; il refettorio, ricavato nell’antico dispensario;
la biblioteca (“Clausura sine literatura
est vivi hominis sepultura”) e via
dicendo. Ma il visitatore porterà con sé soprattutto il ricordo di
una comunità orante: alla benedizione eucaristica segue il canto
del “Veni Creator”, l’invocazione
allo Spirito creatore perché anche
quest’anno voglia rinnovare la sua
opera, visitare le menti, inondare
i cuori con la sua grazia (“mentes
tuorum visita, imple superna gratia
quae tu creasti pectora”), essere
per tutti acqua viva, fuoco, amore
(Fons vivus, ignis, caritas), dono
di pace (Hostem repellas longius
pacemque dones protinus), guida contro
ogni male (Ductore sic te praevio vitemus
omne noxium), il tutto in un linguaggio
altamente evocativo, oggi spesso abbandonato in nome di frettolosi ammodernamenti.
Valga come augurio per il nuovo anno la
conclusione dell’inno:
“Per te sciamus da Patrem
noscamus atque Filium
teque utriusque Spiritum
credamus omni tempore”
E ci accompagni una crescente confidenza in Dio uno e trino, origine e meta del
nostro cammino.
Franco Betteto
Gennaio 2011
NOTE DI LETTURA
In principio Dio
di Andrea Balbo
Joseph Ratzinger - Benedetto XVI,
In principio Dio creò il cielo e la
terra. Riflessioni sulla creazione e il
peccato
Un libro che parla di creazione per
cominciare l’anno può essere una
buona idea, soprattutto se il testo è di
qualità, è scritto e tradotto bene ed è
scorrevole pur nella sua densità. Sto
parlando di una raccolta di omelie
che l’allora cardinale Joseph Ratzinger tenne nella cattedrale di Monaco
nel lontano 1981, publicate in tedesco nel 1996 e tradotte in italiano nel
2006 da Lindau al prezzo di 12,50
euro. Le prediche sono 4, intitolate
rispettivamente Dio creatore, Il senso dei racconti biblici della creazione, La creazione dell’uomo, Peccato
e redenzione, a cui seguono alcune
pagine su Le conseguenze della fede
nella creazione; esse toccano alcuni aspetti estremamente controversi
della moderna riflessione teologica
cattolica. Il concetto di base, estremamente caro a questo pontefice, è,
come è noto, che il cristianesimo ha
un fondamento razionale e che rivela
all’uomo il senso profondo del suo
esistere, mentre né lo scientismo né
le altre religioni possono aspirare a
un simile traguardo. Il Papa richiama
alcuni concetti che dovrebbero essere chiari, ma che troppo spesso sono
oscurati da una scarsa informazione
o da una distorsione dei problemi: il
racconto biblico non è un blocco erratico unitario, ma si modifica; esso,
nella lettura cristiana, è orientato
da un criterio cristologico; non è in
contraddizione con i principi fisici
(che, va ricordato, non sono dei dogmi, ma delle spiegazioni funzionali
a interpretare fenomeni che possono
essere sostituite da altre spiegazioni
migliori e più efficaci) postulare un
inizio dell’esistente. Quanto però è
fondamentale ricordare è che l’atto
creativo corrisponde nella visione
cristiana ad un atto d’amore, alla
costruzione di una relazione profonda fra Dio e l’uomo, tra Dio e
il creato e tra l’uomo e il creato; in
poche parole, è questo atto che fonda e dà il punto di partenza di quel
cammino che ha avuto come tappa
essenziale la venuta di Cristo e la redenzione dell’uomo. La fede in una
ragione creatrice e in un mondo ordinato alla costruzione del regno di
Dio non può che costituire un bene e
uno stimolo all’azione in un contesto
sociale che vede nella dispersività e
nella precarietà gli elementi cardine
dell’esistenza.
Andrea Balbo
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Cronaca bianca
Pag. 8
Gennaio 2011
Dai “Dialoghi di Paolo Ricca”, pastore valdese
Africa
Cose dell’altro mondo
NAITUTU’M =
Colei che riunisce
Lunedì pomeriggio sono andata a
visitare le donne di una delle outstations,
Kituruni. E’ tanto che volevano che
andassimo, con Sr Serafina. Vogliono
essere aiutate ad iniziare un progetto
che le aiuti a finanziarsi.
Serafina ha mandato me in
“avanscoperta”. Due donne hanno
parlato a nome delle altre, chiedendo
aiuto, spirituale e materiale. Gli
uomini non fanno niente, e se manca lo
zucchero nel tè si lamentano, se il mais
é solo mais, senza fagioli, si arrabbiano.
Ma non fanno nulla per contribuire al
mantenimento della famiglia. Quando
prendono una seconda moglie, la prima
moglie con i figli sono completamente
dimenticati.
Che accoglienza ci hanno fatto (ero
con il catechista)!
Siamo arrivati alle 14.30, stavano
cucinando: riso, patate e pollo. Loro,
quando devono dare il benvenuto,
devono cucinare. E poi té, ovviamente
tè.
Quindi, nel salone, dopo due o tre
danze di benvenuto, mi hanno detto
il motivo del loro invito, poi hanno
aspettato da me la risposta. Ho parlato
io, poi il catechista, poi di nuovo le
due donne, con la loro richiesta di
aiuto. Alla fine ancora canti e, con
mia grande sorpresa, regali! A me un
collare di perline colorate, al catechista
Henry un braccialetto. Mi hanno anche
battezzato, dandomi un nome nuovo,
samburu: NAITUTU’M = colei che
riunisce le persone, che porta la gente
insieme. Bello, vero? Credo che mi si
addica.
Non so bene come faremo. Comunque
Sr Serafina vuole aiutarle, come ha
già fatto per le donne qui di Karare.
Bisogna trovare un’attività , un income
generating project che vada bene per
loro, che abbia mercato, e per il quale
non debbano dipendere da noi, se non
per un aiuto nell’avviarlo. Ci penserà
poi Serafina, perché io tra qualche mese
le lascerò per un’altra destinazione.
E mentre ritorni a casa la gioia ti nasce
nel cuore, perchè senti di aver agito
bene, per il bene di questa povera gente.
La gioia nasce nel
momento in cui
abbandoni la ricerca
della tua felicità
per cercare di
darla agli altri.
Suor Claudia,
missionaria della
Consolata,
Nairobi (Kenya)
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Davanti al mendicante che fare?
«La risposta è quella dell’Antico Testamento: la vera elemosina è la giustizia sociale»
La risposta alla domanda è quella
che ho già dato, cioè quella dell’Antico Testamento: la vera elemosina è la giustizia sociale. Nessuna
elemosina la può creare, nessuna
elemosina la può sostituire. Questo non significa
che la piccola
elemosina individuale e la
grande elemosina delle istituzione benefiche
mondiale siano
inutili. Al contrario:
finché
ci sarà un mendicante, l’elemosina ha senso e
valore, ma ce l’ha solo se accompagnata dalla grande lotta per un
mondo di giustizia, per un ordine
sociale che corrisponda alla volontà di Dio. Se non è accompagnata
da questa lotta, diventa facilmente
un alibi, un facile modo di mettersi in qualche modo la coscienza a
posto e quindi di offrire una copertura a un ordine sociale ingiusto,
pieno di disuguaglianze di cui i
forti approfittano per sopraffare
i deboli – un ordine ingiusto che
nessuna elemosina, neppure quella
delle grandi istituzioni benefiche,
riesce a scalfire. Ma la lotta per un
ordine sociale giusto, cioè per vincere a livello mondiale la povertà,
la fame, la miseria e la stessa mendicità,
individuale e
collettiva, non
mi esime dal
gesto individuale fraterno
di condivisione verso chi,
per qualunque
motivo, sta peggio di me e a me
si rivolge. È vero però che si può
condividere in molti modi. Quello dell’elemosina è uno, ma non
è l’unico. Si racconta di un uomo
che davanti a un mendicante che
tendeva la mano per ricevere una
moneta, frugò invano nelle sue
tasche, e non trovandovi nulla da
dare, prese la mano del mendicante e la strinse nella sua. Quella
stretta di mano valeva più di molte
monete.
L’etica in un mondo
di consumatori
di Zygmunt Bauman
Smantellata gran parte dei limiti spazio-temporali che delimitavano le
potenzialità delle nostre azioni, non possiamo più ripararci dalla ragnatela della
dipendenza globale. È questa la situazione in cui, volenti o nolenti, portiamo
avanti oggigiorno la nostra storia comune. Anche se molto - forse tutto o quasi
tutto - in questa storia in divenire dipende
dalle scelte umane, le condizioni in cui
tali scelte vengono fatte non sono a loro
volta soggette a scelta. Si può essere “favorevoli” o “contrari” rispetto alla nostra
interdipendenza planetaria, ma sarebbe
come dire di essere a favore o a sfavore della prossima eclissi solare o lunare.
Acconsentire od opporsi, però, alla forma
squilibrata che la globalizzazione della
condizione umana ha assunto fino a questo momento, questo sì che può fare una
grande differenza.
Zygmunt Bauman, L’etica in un mondo
di consumatori, 2010
Giovanni e Laura Paracchini
Due cristiani che non vogliono andare in pensione
Giovanni e Laura, ottantacinquen- e alle diverse condizioni climatiche
ni, 57 anni di matrimonio, 4 figli e e di vita che influiscono fortemen12 nipoti. Dopo una vita dedita al te sull’impegno. Giovanni e Laura,
lavoro e alla famiglia, ora sono im- con la loro semplicità e il loro spirito
pegnati al servizio dei più lontani, evangelico, sono due persone veraaddirittura partendo “in missione”. mente eccezionali che hanno conserNel 2004 e nel 2007 si sono recati in vato vivo nel cuore l’amore per Gesù
Ruanda come “Fidei donum“mandati e i fratelli.
dalla diocesi di Milano. Nella dioce- Simona Bruera
si di Byumba, la
zona dei Grandi
Finestra per il Medio Oriente
Laghi al confine con l’Uganda,
Le lettere di Don Andrea Santoro 22 - Più che “schierarsi”,“convertirsi”
Laura e Giovanni
hanno trascorso
Belle parole, dirà qualcuno, racconti Israele, oltre la propria sicurezza, deve recuperare la
quattro mesi nel
edificanti, ma la realtà è un’altra! È vero. sua vocazione universalistica, la sua elezione a essere
2004 e poi, nel
Assistiamo in questi giorni a spettacoli di segnacolo di unità tra i popoli e città “madre”, segno
una ferocia disumana. Ma l’alternativa alla visibile della grazia che Dio ha generato nel suo grem2007, sono stati
ferocia è la carità. La ferocia distrugge, la bo ma che è destinata a riversarsi su tutte le nazioni.
a Ruhuha, a sud,
carità vivifica. La ferocia divide, la carità Israele non può circondarsi di muri ma di porte. Dice
verso il confine
col Burundi. Sono unisce. La ferocia colpisce, la carità lenisce le ferite. La il salmo 87: «Di te si dicono cose stupende città di Dio
stati accolti con ferocia genera altra ferocia, la carità riconcilia e genera (Gerusalemme) [...] ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia
stupore dalla po- altra carità. La ferocia non teme di uccidere, la carità tutti là sono nati. Si dirà di Sion: l’uno e l’altro è nato
polazione, la cui non teme di dare la vita. La ferocia è perversa nella sua in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scrivevita si aggira intor- genialità, la carità è sublime nella sua inventiva. Per rà sul libro dei popoli: là costui è nato. E danzando
no ai 50-55 anni. arginare la ferocia occorre l’intelligenza della carità e canteranno: sono in te tutte le mie sorgenti». L’islam
la mobilitazione di risorse profonde. Per questo sono deve recuperare, proprio in nome dell’unico Dio e
Per intraprendere
convinto che in Medio Oriente non c’è tanto bisogno dell’unico Adamo da cui tutti discendiamo, il rispetto
un’attività di vodi “schierarsi” quanto di “convertirsi”: tutti. Sia i con- “pieno” per ogni altro popolo, nazione, terra e religiolontariato in Paesi
tendenti che i mediatori sono chiamati al coraggio di ne, rinunciando a quell’atteggiamento conosciuto in
in via di sviluppo
mutare pensieri, sentimenti, giudizi, comportamenti, passato come “protezione” benevola e tollerante verso
in età avanzata oc- progetti, ispirandosi non solo alla giustizia ma a quella ebrei e cristiani a condizione che questi fossero dispocorrono doti non carità “spicciola” che, come dice san Paolo, «è pazien- sti ad accettare la limitazione di certi propri diritti, e nel
comuni: grande te, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gon- presente come adozione di certe forme di limitazione
flessibilità e spiri- fia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, in certi Paesi a regime islamico. Il martirio inoltre va
to di adattamento, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non riscoperto come atto di amore e di dedizione alla causa
capacità di reagire gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità». La di Dio, non come atto di odio che per distruggere non
bene alle difficoltà carità unisce giustizia e misericordia e genera la pace. esita a distruggersi.
Perché vado in Turchia
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Religione&Scuola
Pag. 9
Gennaio 2011
CINEFORUM
Dal giornale degli studenti del Liceo “Porporato” di Pinerolo
Hereafter
Quando l’hobby diventa arte
Film per la catechesi e l’irc
Regia di Clint Eastwood (2010)
Spesso in ogni casa si nasconde un artista fai da te che crea con passione
Marie Lelay è una giornalista francese sopravvissuta alla morte e allo tsunami. RienArte. Quando si sente questa parola molti pensano a granAnche tra i signori si nascondono artisti di talento non intrata a Parigi si interroga sulla sua esperien- di opere custodite nei più famosi musei del mondo e ad arti- differente: come non nominare abili falegnami moderni, che
za sospesa tra luce e oscurità, alienandosi sti dalle vite tormentate. Nessuno sospetta, però, che in ogni trasformano semplici pezzi di legno in pregiati manufatti.
fidanzato ed editore. Marcus è un fanciullo casa si nasconde un’artista.
Per non parlare dell’estrema cura e pazienza da cui preninglese sopravvissuto alla madre tossicodiI protagonisti di questo articolo sono, infatti, tutte le perso- dono forma riproduzioni in miniatura di casette tipiche e di
pendente e al fratello gemello, investito da
ne che si dedicano con passiomonumenti famosi.
un’auto e da un tragico destino. Smarrito e
ne a quello che ad un osservaMeritano una citazione tra questi
‘spaiato’ cerca ostinatamente ma invano di
tore
esterno,
può
sembrare
un
artisti
anonimi anche coloro che si
entrare in contatto con Jason, di cui indossa
semplice
hobby,
ma
che
spesdedicano
all’antica arte del teatro,
il cappellino e conserva gli amaso
porta
alla
nascita
di
piccoli
dando
vita
a compagnie di paese, fobili resti. George Lonegan è un
tografi per passione, che poco hanno
operaio americano in grado di capolavori. L’ elenco di questi
da invidiare ai colleghi più famosi,
vedere al di là della vita. Deciso creatori di arte “fai da te” è
cantanti e musicisti, che si ritrovano
a ripudiare quel dono e a con- composto da uomini e donne
quistarsi un’esistenza finalmen- di tutte le età che dedicano
in cori e bande che permettono loro
te normale, George ‘ascolta’ i parte del loro tempo a “creare”
di soddisfare la propria passione. Anromanzi di Dickens e frequenta qualcosa con passione, indiche tra i più piccoli scorre il “sacro
un corso di cucina italiana. Sarà pendentemente dal fatto che
fuoco dell’arte”: un esempio per tutti
proprio la “piccola Dorrit” dello scrittore questo lavoro possa avere un
gli attacchi d’arte proposti nella fabritannico a condurlo fino a Londra, dove
riscontro economico.
mosa trasmissione “Art Attack”, che
vive Marcus e presenta il suo nuovo libro
Che dire delle numerose nonne che si destreggiano tra insegna ai bambini come creare, con poco, un piccolo caMarie. L’incontro sarà inevitabile. George,
Marcus e Marie troveranno soccorso e ri- gomitoli e filati vari, dai quali creano sciarpe, maglioni e polavoro. Visto che in ognuno di noi si nasconde un potensposte al di qua della vita. Non si può vede- coperte, e delle casalinghe e donne in carriera che liberano il ziale artista, non ci resta, quindi, che dare spazio alla nostra
re “al di là” delle cose senza finire prigio- loro senso artistico tra pennelli, ceramiche découpage e per- creatività e lasciarci coinvolgere dall’amore per l’arte, in
Francy 4 AL,
nieri del dolore. Lo sanno bene George e line colorate da cui nascono gli oggetti più svariati e inedite qualsiasi forma essa si esprima.
Onda d’urto, ottobre 2010
Marie, protagonisti adulti di Hereafter, che creazioni di bigiotteria.
hanno oscillato sulla soglia, sperimentando la morte e scampandola per vivere al meglio quel che resta da vivere nel
Lettera di congedo di una futura maturanda
di Annalisa Scarrone
mondo. Un mondo reso meno imperOra che alberi infiniti
fetto da un ragazzino che ha negli occhi
sbiadiscono
oltre le pareti,
e nei gesti qualcosa di gentile. Qualcosa
15 settembre 2006. Tra le pagine del mio dall’immagine di me stessa il primo giorno
un
brivido
ha
svegliato
un sorriso in me.
che piacerà al George di Matt Damon
diario leggo: “ […] ho appena cominciato il di liceo: tremavo e a volte tremo ancora; non
Ora
che
le
tue
mani
sono
più
e troverà un argine alla sua solitudine.
tiepide
liceo e ho già paura”. Sfoglio le pagine con osavo parlare e spesso mi capita di scegliere
Nella compostezza di una straordinaria
ogni mia paura si dissolverà
un sorriso di nostalgia, pensando a quanto di tacere; avevo grandi speranze e il mio
classicità, che si concede un momento
sciogliendosi come neve.
tempo è passato. Arrivo così al terzo anno e animo da sognatrice è ancora pienamente
di tensione quasi insostenibile nella seCammino nella pioggia
leggo, con un sorrisetto superiore, di donna attivo. Ma devo pur essere cambiata. E me ne
quenza lunga e spietata del maremoto,
cammino controvento
che ormai la sa lunga: “[…] gli insegnanti accorgo rileggendo il mio diario: col tempo
l’ultimo film di Clint Eastwood insecammino cammino
gna qualcosa sulla vita confrontandosi
cercano di spaventarci ( con successo )”. Giro il mio bisogno di lui è aumentato, come
e fuggo via da questo inverno
con la morte, quella verificata (Marie),
ancora e leggo nomi di persone con cui non sono aumentate le mie riflessioni, che pian
toccare il cielo in una stanza
quella subita (Marcus), quella condiviparlo più, vedo lacrime antiche impresse sulla piano si allontanano da me e spingono fuori,
è un’illusione che mi basta
sa (George).
carta, scorgo l’energia della vita che scorreva verso il mondo. Forse cinque anni di liceo
in volo verso te
Hereafter prende atto che la vita è un
direttamente dalla mia mano al foglio. Viaggio mi hanno fatto capire che non esisto solo io,
per rinascere
esperimento con
veloce, forse rattristata da qualche spiacevole che è bello e importante aiutare e sacrificarsi;
e cancellare questo
Il cielo in una frase
un termine e si
inverno.
ricordo; così giungo a una pagina piuttosto ma soprattutto mi hanno fatto provare la
articola per que- Ci sono occasioni nella vita in cui
Ora che tutte le promesse recente, datata il 16 settembre 2010. “ Sono gioia di sentirsi, per cinque ore al giorno,
sto attraverso pro- la verità e la semplicità sono il più
fioriscono
davvero all’ultimo anno, ma mi sento ancora non un corpo con un’anima, un corpo legato
spettive frontali: abile maneggio.
dalla mia finestra
una primina”. Ripenso a quella sensazione: alla sofferenza della vita e all’immagine che
al di qua e al di
(Jean de la Bruyère) le soffierò come petali
stavo lì, in piedi di fronte all’ingresso, nel tutti hanno di esso, bensì un’anima con un
là del confine che
di rosa
mio ultimo primo giorno di scuola e mi corpo, uno spirito che non ha limiti e che vive
separa la presenza
Ora che in un bacio mi son perduta già
sentivo vuota. Avevo la sensazione di essermi del profumo dei libri e delle risate dei suoi
dall’assenza. È questa linea di demardentro ad un tramonto ti perderò
cazione a fare da perno al montaggio
lasciata sfuggire qualcosa e ho continuato a compagni. Per questo, ringrazio innanzitutto
cercando una nuova estate.
alternato delle vite di una donna, di
sforzarmi di ricordare anche in classe. Mentre gli insegnanti che ci hanno indicato la rotta,
Cammino nella pioggia
un uomo e di un bambino dentro una
i professori attaccavano con la cantilena ma soprattutto i compagni di questo viaggio
cammino controvento
geometria di abbagliante chiarezza e
“quest’anno avete l’esame” (un motivetto verso l’immensità del mondo. Auguro a
cammino cammino
spazi urbani pensati per gravare sui loro
e fuggo via da questo inverno
che scandisce le nostre giornate), io facevo il me e a loro di giungere a porti felici, senza
destini come in un romanzo sociale di
toccare il cielo in una stanza
quadro della situazione: ho diciotto anni e sono dimenticare la patria che abbiamo lasciato e le
Dickens. Destini colpiti duramente e
è un’illusione che mi basta
all’ultimo anno; non sono più la bambina che avventure affrontate insieme per questo mare.
deragliati ineluttabilmente dalla natura
in volo verso te
si nascondeva nell’armadio per non andare a
Giulia Centrone 3 B Cl
(lo tsunami in Indonesia), dalle tensioper rinascere
scuola, né la ragazzina spaesata delle medie.
Onda d’urto, ottobre 2010
ni sociali (gli attacchi terroristici alle
per cancellare questo inverno.
Pensavo e non riuscivo ad allontanarmi
metropolitane londinesi), dalla fatalità
toccare il cielo in una stanza
(l’incidente stradale), destini che si inè un’illusione che mi basta
contrano per un attimo (o per la vita) in
in volo verso te
un mutuo scambio di salvezza. Facenper rinascere
dosi in tre l’autore mette lo spettatore al
per cancellare questo inverno.
centro di qualcosa di indefinibile epputoccare il cielo in una stanza
re familiare come il dolore dell’essere,
è un’illusione che mi basta
produce punti di vista potentemente
vorrei dormire
fuori binario sul tema della morte.
e poi rinascere
Walter Gambarotto
innamorarmi in questo inverno.
Inverno
Cinque anni verso l’immensità del mondo
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In diocesi
Pag. 10
La celebrazione dell’Epifania in Duomo
Un incontro di amicizia tra i popoli
Il vescovo: “Il vangelo non s’impone, ma si propone attraverso lo stile di vita”
È sempre toccante assistere alla
“Messa dei popoli”, celebrata dal
vescovo il giorno dell’epifania in
duomo alla presenza di numerosi
immigrati di tutti i continenti. Immigrati tra i celebranti
(spiccava il nuovo presbitero
aiutante di San Lazzaro, don
Gerard), tra i cantori (i novizi
salesiani) che accompagnavano la liturgia e leggevano
i brani biblici e tra molti dei
partecipanti. Alcuni in costume hanno aperto la processione e portato le offerte.
In Pinerolo, ha ricordato il
vescovo nella sua omelia, sono presenti (ufficialmente) 2767 cittadini
stranieri provenienti da 74 nazioni
di tutti i continenti. I rumeni sono
quelli più numerosi e anche per questo è stata significativa la presenza
del loro pope padre Sorin.
Quest’anno l’evento è stato ancora
più significativo perchè è avvenuto
in un periodo di persecuzione e di attentati verso i cristiani in varie parti
del mondo, in particolare in Egitto,
con ampio risalto nei media. Come
il Papa anche Debernardi ha stigmatizzato l’evento richiamando i
cristiani e i popoli tutti alla fratellanza: “L’Epifania, ha detto, è una
festa missionaria che dà slancio ad
un incontro di amicizia tra i popoli per farci sentire un’unica famiglia”. Uno slancio dove “il vangelo
non s’impone, ma si propone attraverso lo stile di vita”. Dove “la via
della pace passa attraverso l’accoglienza e il dialogo”.
Dal Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2011
La libertà di religione, un patrimonio comune
[…] § 5 - Si potrebbe dire che, tra i
diritti e le libertà fondamentali radicati nella dignità della persona:
1. la libertà di religione gode di uno
statuto speciale. Quando la libertà
religiosa è riconosciuta, la dignità della persona umana è rispettata nella sua radice, e si rafforzano
l’ethos e le istituzioni dei
popoli. Viceversa, quando
Musica e spiritualità
la libertà religiosa è negata,
Il mito di Orfeo
quando si tenta di impedire
di Joram Gabbio
di professare la propria reliSpesso miti e leggende del mondo classico gione o la propria fede e di
sono rilette alla luce del cristianesimo: nelle vivere conformemente ad
narrazioni dell’antichità si individuano tracce esse, si offende la dignità
di verità poi riconosciute con maggiore sa- umana e, insieme, si minacpienza con l’avvento di Cristo.
ciano la giustizia e la pace,
Trattando della musica non si può rinuncia- le quali si fondano su quel
re al mito di Orfeo ed Euridice, narrato da retto ordine sociale costruiVirgilio, Ovidio e molti altri scrittori dell’an- to alla luce del sommo Vero
tichità classica e non. Orfeo, per salvare e sommo Bene;
l’amata Euridice, discesa agli inferi a causa 2. la libertà di religione
del morso di una serpe, percorre impavido il è, in questo senso, anche
mondo dell’oltretomba, ed al termine della un’acquisizione di civiltà
sua catabasi ammansisce gli dèi dell’Ade, ot- politica e giuridica. Essa
tenendo l’inaudita concessione di ricondurre è un bene essenziale: ogni
sulla terra Euridice. L’impresa fallisce per le persona deve poter esercitroppe premure dell’incauto Orfeo, il quale, tare liberamente il diritto
piangendo la definitiva perdita della ninfa, di professare e dì manifecommuove animali, piante e persino pietre stare, individualmente o
con il suo armonioso e struggente canto, e comunitariamente, la propria religione o la propria
con il suono dell’inseparabile lira.
Il mito di Orfeo fu ripreso e reinterpretato da fede, sia in pubblico che in
innumerevoli musicisti ed in tutte le epoche: privato, nell’insegnamento,
Rinuccini, Gluck e Stravinskij sono appena nelle pratiche, nelle pubblitre tra i nomi di spicco che si cimentarono cazioni, nel culto e nell’oscon l’affascinante vicenda, peraltro notissi- servanza dei riti. Non dovrebbe incontrare ostacoli
ma anche nelle arti figurative.
In ottica cristiana è vivace la rilettura: la mu- se volesse, eventualmente,
sica, arte impalpabile e concreta, muove gli aderire ad un’altra religioanimi, anche quelli più indifferenti e gelidi ne o non professarne alcuper mille vicissitudini della vita. La musica si na. In questo ambito, l’orpropone come forma pura di preghiera sentita dinamento internazionale
e fervente che porta a Dio. L’antichità intuì in risulta emblematico ed è
modo nitido le risorse del canto e del suono, un riferimento essenziale
cogliendone, da Pitagora in poi, le valenze per gli Stati, in quanto non
spirituali: un’eredità che il mondo cristiano consente alcuna deroga alla
non può sciupare, ma ha il dovere di far fiori- libertà religiosa, salvo la
legittima esigenza dell’orre di colori sempre nuovi. JG
dine pubblico informato a
Indialogo_gennaio2011.indd 10
giustizia (DH,2). L’ordinamento internazionale riconosce così ai diritti
di natura religiosa lo stesso status
del diritto alla vita e alla libertà personale, a riprova della loro appartenenza al nucleo essenziale dei diritti
dell’uomo, a quei diritti universali e
naturali che la legge umana non può
mai negare;
3. la libertà di religione non è patrimonio esclusivo dei credenti, ma
dell’intera famiglia dei popoli della
terra. È elemento imprescindibile
di uno Stato di diritto; non la si può
negare senza intaccare nel contempo
tutti i diritti e le libertà fondamentali, essendone sintesi e vertice. Essa
è «la cartina di tornasole per verificare il rispetto di tutti gli altri diritti
umani» (Giovanni Paolo II). Mentre
favorisce l’esercizio delle facoltà
più specificamente umane, crea le
premesse necessarie per la realizzazione di uno sviluppo integrale, che
riguarda unitariamente la totalità
della persona in ogni sua dimensione (CiV,1).
6 – E’ innegabile il contributo che
le comunità religiose apportano alla
società. Particolarmente importante
è il contributo etico della religione nell’ambito politico. Esso non
dovrebbe essere marginalizzato o
vietato, ma compreso come valido
apporto alla promozione del bene
comune. In questa prospettiva bisogna menzionare la dimensione religiosa della cultura, tessuta attraverso i secoli grazie ai contributi sociali
e soprattutto etici della religione. Tale
dimensione non costituisce in alcun
modo una discriminazione di coloro
che non ne condividono la credenza,
rafforza piuttosto la coesione sociale,
l’integrazione, la solidarietà […]
Sintesi dal Messaggio per la Giornata mondiale
della pace del 1° gennaio 2011, Benedetto XVI
Gennaio 2011
Passinpiazza
Un intenso interesse ed impegno...
“Caro Norberto, il corpo si degrada, il cervello no”.
I casi della vita mi hanno portata recentemente ad assistere un paziente nel reparto
di neurologia e mi hanno dato così l’opportunità di osservare comportamenti, ascoltare esperienze, raccogliere sofferenze.
Nel reparto che ho conosciuto, il paziente
è considerato con tutto il suo bagaglio di
esperienza, di sensibilità, di aspirazioni, di
paure, col suo contorno relazionale, valutato attentamente per capire quanto questo sia
in grado di reggere l’esperienza traumatizzante del malato. Ho potuto in quelle ore
riflettere sulla complessità dell’esistenza,
sull’impenetrabilità dei segreti della mente
umana. Mi sono posta domande quali: che
cos’è l’anima?..e la mente?..e la psiche?..
che cosa li differenzia veramente?..qual è il
rapporto tra loro?..che parte ha il cervello
nella loro attività? Anche se si può trovare una definizione concettuale sufficientemente precisa ed esaustiva, il cammino diventa arduo quando ci si inoltra ad indagare
i processi che li sottendono o, più ancora, le
loro reciproche relazioni. Ci si sente ancora
più incerti e disorientati quando le domande derivano dall’esperienza diretta di patologie mentali che sconvolgono la vita.
Le neuroscienze, che rispetto allo studio
delle attività cerebrali hanno fatto passi da
gigante negli ultimi decenni, hanno superato ormai l’interpretazione esclusivamente
fisicista e riduzionista dei processi che sottendono alle funzioni psichiche, emotive e
cognitive.
Ma la dimensione della coscienza soggettiva, il vissuto biopsichico dell’io, con
le sue intime aspirazioni hanno una loro
dignità ontologica o sono strettamente dipendenti dall’attività nervosa?
Su questa di per sé irrisolvibile domanda si sono interrogati scienziati e esponenti
della religione e della cultura al convegno
tenuto a Milano all’Istituto Lombardo
dell’Accademia delle scienze e delle lettere il 15 e 16 dicembre scorsi. L’approccio
interdisciplinare tentato in questo confronto
non ha potuto produrre risposte definitive,
ma ha avuto la funzione di sensibilizzare
su un tema così complesso: quali i rapporti
causali tra processi mentali e attività cerebrale? In quale misura essi dipendono dalla
nostra volontà? Come e quanto ne siamo
responsabili e fino a che punto il nostro
pensiero è davvero libero? Quanto dipende
dall’attività dei primi la salute dei secondi?
Una risposta anche troppo ottimistica ci
viene da un carteggio del ’98 tra Norberto
Bobbio e Rita Levi Montalcini. All’amico
Norberto, che le faceva notare come, pur
continuando ad esercitare il cervello, sentiva un graduale affievolimento delle sue
facoltà mentali, Rita rispondeva dandogli
del tu: ”I successi conseguiti nel settore
scientifico derivano non da particolari capacità mentali, ma dall’intenso impegno e
interesse...” ”...il cervello umano, se non
afflitto da forme degenerative e mantenuto
in funzione con l’esercizio, ha proprietà di
mettere in atto capacità creative anche in
avanzata età senile.”
Maria Teresa Maloberti
10/01/2011 9.26.02
In diocesi
Pag. 11
Nel territorio
sa (ma non
Profili
del Comupossiamo
Parrocchie del Pinerolese – 10
ne di Perosa
identificare
incontriamo
anNei comuni di Perosa e Pomaretto ilcheluogo)
due parrocla chiesa
chie, San Genesio in Perosa Argentina e intitolata a San Nicolao. Nel 1518 si inSan Giuseppe in Meano. Questa è stata contra anche la chiesa di San Sebastiano,
eretta in parrocchia nel 1698 in una situa- sita là dove oggi incontriamo, entrando
zione politico/religiosa quantomeno curio- in Perosa, l’omonima cappella. A motivo
sa: il territorio apparteneva alla Francia, la della forte presenza valdese (oggi molto
parrocchia (a differenza delle altre dell’Al- limitata in Perosa ma forte nella vicina
ta Val Chisone dipendenti dalla prepositura Pomaretto) Perosa fu sede di una missione
di Oulx) era soggetta all’Abbazia di San- cappuccina dal 1596 al 1658. La missione
ta Maria di Pinerolo. Quella di Meano è comprendeva i territori di Perosa, Podio,
l’unica parrocchia della diocesi intitolata a Inverso Pinasca, Dubbione, Gran DubbioSan Giuseppe. Della prima chiesa, voluta ne, Villar, Pramollo e San Germano. Nel
dal Re Luigi XIV nello stesso anno di ere- periodo napoleonico alla parrocchia di
zione della parrocchia, sono rimasti i muri Perosa vennero unite la parrocchia di Poperimetrali; tutto l’interno è stato distrutto maretto (eretta nel 1688) e la parrocchia
da un incendio avvenuto nel 1986, ma i di Inverso Pinasca (già eretta prima del
meanesi, con fatica e lavori di abbellimen- 1739). Con la restaurazione le cose torto che ancora continuano, hanno voluto ri- narono come prima. Nel 1897 si iniziò la
costruire la loro chiesa. Nel territorio della costruzione dell’edificio che sarebbe stato
parrocchia si incontra anche la cappella di affidato, sino al 1973, ai Salesiani la cui
San Giovanni Battista; sorge dagli anni in- presenza ha servito i ragazzi della parroctorno al 1820 nella borgata Selvaggio. Si chia con l’oratorio e di tutta la valle con la
incontrano poi due piloni, l’uno dedicato a scuola, dapprima elementare e successivaSan Giuseppe alla Ciapella, l’altro del Sa- mente anche secondaria. Nel 1898 erano
cro Cuore al Passoir. In ogni borgata s’erge giunte a Perosa anche le Figlie di Maria
una croce.
Ausiliatrice. La comunità è presente anLa parte alta di Perosa è dominata dalla cora oggi, con una scuola materna e corsi
parrocchiale di San Genesio. La prima no- di formazione professionale finanziati daltizia che si ha di questa parrocchia risale al la Regione Piemonte per le ragazze. Nel
18 febbraio 1202; la chiesa è già attestata 1688 fu eretta la parrocchia di Pomaretto;
prima del 1200. L’edificio attuale è in sti- la chiesa era stata innalzata l’anno precele barocco e riconducibile agli ultimi anni dente e aveva ricevuto l’antico titolo di
del 1700. Prima del 1300 vi era in Pero- San Nicolao.
Giorgio Grietti
Gennaio 2011
Le fantasie del Signore
Il Signore manifesta molta fantasia nel chiamare al
lavoro. Ognuno di noi potrebbe raccontare la sua storia
circa il modo con cui è stato chiamato.
La via ordinaria attraverso cui giunge l’invito a lavorare
nella vigna è la voce del proprio parroco. Questi sente
che la missione va condivisa, perciò chiama, sollecita e
invita. Nelle nostre parrocchie, a volte, è sufficiente una
parola di incoraggiamento e ci sarebbe qualche presenza in più tra gli operatori pastorali. Ci vuole più fiducia
da parte di noi preti nei confronti dei laici. Siamo tutti convinti che essi sono “popolo sacerdotale, profetico
e regale” e in ragione dei doni ricevuti sono strumenti
vivi della missione della Chiesa. Ma dalle affermazioni
teologiche bisogna scendere al campo applicativo. Paolo
VI, nell’immediato post Concilio, in un appassionato discorso al terzo Congresso Mondiale per l’Apostolato dei
Laici, diceva ai vescovi e ai preti: “Vogliate bene ai laici,
ai nostri laici!... Date loro fiducia piena, che non sarà
delusa!... È il Concilio che ve lo chiede”.
I laici devono trovare accoglienza e spazio per poter
condividere la missione della Chiesa. È un loro diritto
e dovere. All’interno della comunità ecclesiale e della
società essi devono essere presenti innanzitutto con la testimonianza della vita. È questo il primo e fondamentale
impegno. Solo così è possibile operare una vera conversione, perché tutta la nostra pastorale diventi missionaria.
Oggi c’è bisogno di evangelizzazione e di comunicazione della fede. Il progetto catechistico d’ispirazione
catecumenale che stiamo preparando è in questa direzione: “la missione è la nuova frontiera aperta anche alla
catechesi”.
Pier Giorgio Debernardi, vescovo
Dalla lettera pastorale 2010 “Andate anche voi nella vigna”
Aneddoti e leggende del Pinerolese
Il paese del latte e delle mele
Da qualche tempo la viabilità è caratterizzata da un crescente, e talvolta perfin esagerato, numero di rotonde. Fino a qualche
tempo fa, con la definizione di “rotonde alla
francese” risultava immediatamente evidente l’estraneità di queste alla consuetudine italiana dell’uso dei semafori per governare il
traffico agli incroci.
In tempi di magra, ci si è resi facilmente
conto che alla nostra soluzione, più moderna
ma assai più costosa, era preferibile quella,
più semplice e meno onerosa, dei nostri cugini d’oltralpe.
E fu così che le rotonde si moltiplicarono,
anche dalle nostre parti. Realizzate nei modi
più diversi: a semplice tappeto erboso, a giardinetto con piante e fiori multicolori, a fontana zampillante su un accogliente laghetto
o vasca ornamentale, ad area di posa di stele
o statue celebrative del luogo. Alcune sono
caratterizzate da complessi manufatti, come
u n a rotonda di Pomaretto
che, all’imbocco di
u n a
valle
tuttora
nota
per
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vità estrattiva, accoglie la fedele ricostruzione di una galleria di miniera di talco.
Non mancano quelle con figure di animali.
Nella rotonda di San Germano è possibile
osservare la statuina di un rospo, a richiamo
del soprannome di “babi” da sempre attribuito ai locali abitanti; più nobilmente, nella
rotonda di Pinerolo, di fronte al museo della
cavalleria, compare la statua di un cavallo
rampante, e in via Giustetto addirittura la
figura mitologica e fantastica dell’unicorno.
Naturalmente a Torino, dove sono abituati a
fare le cose in grande, al centro di un’enorme rotonda hanno messo, a suo tempo, una
reggia, che con falsa modestia, tutta torinese,
chiamano palazzina, con su collocato, come
una ciliegina sulla torta, un bel cervo.
Ma è all’ingresso di Cavour che nel praticello di una bella rotonda si è pensato di collocare, unitamente ad un alberello di mele, una
formosa mucca.
Cavour è nota per la Rocca, per l’antica abbazia, per alcuni personaggi illustri come il
conte Camillo Benso e Giovanni Giolitti, lo è
stata per i pranzi dei grassoni e lo è tuttora per
la manifestazione autunnale di Tuttomele (il
melo dunque ci sta tutto), ma non è più nota
di altre località della pianura circostante per i
bovini di razza piemontese delle sue aziende
agricole.
Cavour paese della vacca, dunque, come
Carrù paese del bue grasso o Castelnuovo
Rangone paese del maiale? No, di certo.
Elena Furlan Segue a pag. 12
Preziosa eredità
Nel IV centenario dell’Ordine della Visitazione il nostro papa
Benedetto XVI, rallegrandosi con tutte le visitandine del mondo,
ha scritto loro una lettera augurale, paterna e ricca di contenuti.
Queste le sue parole:
“La ricerca della santità nelle occupazioni quotidiane fondata
sulla dolcezza, umiltà, semplicità e pace del cuore, facendo “tutto per amore e niente per
forza”, è al
cuore della vostra
spiritualità.
Questa eredità,
lasciata
a voi dai
fondatori, è di
una
grande attualità per
il
mondo
contemporaneo,
dove uomini
e donne si sentono sempre più gravati
dal
peso
dell’affermazione personale
ad ogni costo,
dalla carriera, dalla ricchezza, dall’egoismo e dall’edonismo che rendono le persone, soprattutto i giovani, fragili e indifesi.
Auguro che questo giubileo sia stimolo a rinnovarvi nella freschezza della vostra vocazione contemplativa…a testimonianza
che il dono totale di sé a Dio può colmare il cuore della persona
umana…Che la preghiera e la ricerca del volto del Signore siano
l’anima e il fondamento dei vostri monasteri.
Indirizzo un’affettuosa benedizione apostolica a voi e a tutte le
persone che sono in relazione spirituale con i vostri monasteri”.
Suore Visitandine
Monastero della Visitazione, Pinerolo
[email protected]
10/01/2011 9.26.04
Parrocchie
Pag. 12
Gennaio 2011
Parrocchia SS. Michele e Lorenzo - Tabona
Gesù è nato povero tra i poveri
per donarci un cuore libero
Lettera alla comunità di suor Angelina, missionaria in Brasile
È Natale! Festa dell’Amore! Dio
manda il suo Figlio tra noi per
insegnarci ad essere fratelli, per
aiutarci a crescere in bontà, seguendo
il suo esempio. Cristo Gesù è nato
povero tra i poveri per donarci un
cuore libero, capace di offrire il nostro
amore concreto ai fratelli che ci
guardano con speranza e aspettano un
gesto amico per poter sperimentare,
pur nella loro indigenza, quella pace
gioiosa, che gli Angeli hanno cantato
sulla grotta di Betlemme: «Gloria
a Dio nell’alto dei cieli e pace agli
uomini che Egli ama».
A voi cari amici e collaboratori
della Parrocchia della Tabona, il
Bimbo Gesù dice «Grazie». Grazie
per la vostra preziosa collaborazione,
grazie, perché aiutate i bambini
malati, grazie perché sostenete la
scuolina “Santi Michele e Lorenzo”,
grazie per aver donato quest’anno due
casette, dove due famiglie potranno
trovare un tetto, che vuol dire uno
spazio di pace e di serenità. Siete
buoni, siete generosi, continuate a
donare sempre la vostra goccia di
Tabona - Estate Ragazzi 2010
Poesie
Speranza
di Pasqualino Ricossa
Tetti di pietra argentati al sole,
ombre e luci in crudi contrasti.
Raffiche di vento dai monti
a fare danzare su sgargianti
prati verdi, fiorite chiome
fluttuanti di bianco e di rosa.
Bandiere sventolanti al sole,
variopinti panni stesi.
Eco di ore, già disperso
nell’azzurrità senza fine.
Confortanti pensieri
a lenir l’interno travaglio.
Sfolgorio di luce a fugare
le ombre di incerti giorni.
Scoprire, comunicare. Sorridere
alla vita che viva scorre
parte, per me, incerti e dubbiosi
a portarci ancora Speranza
Pasqualino Ricossa
Amore, perché è l’Amore che
trasforma il mondo, è l’Amore che
ci unisce e ci salva.
Continuate ad amare i piccoli, i
poveri,gli esclusi, gli abbandonati,
Il paese del latte e mele (Segue da pag. 11)
Se proprio a qualche animale Cavour fa
pensare, questo è l’asino, in forza di un
vecchio detto che, mal interpretato, da
sempre è la disperazione dei cavouresi.
“J’aso ‘d Cavour as laudo da lor”, gli
asini di Cavour si lodano da sé. Inutile spiegare e ripetere a tutto il mondo
che non è assolutamente distintivo della
comunità cavourese un presunto vezzo
“asinino” di immodesto autoelogio,
con ciò facendo torto tra l’altro anche
ad un animale docile, paziente e ben più
intelligente di quanto molti immaginano, ma sono gli asini della contrada che
non hanno bisogno di essere lodati in
quanto appartenenti ad un razza di qualità tale da meritarsi la lode da soli, per
i
maltrattati, e sarete
sempre la
presenza
viva di Gesù
sulla terra.
In
questa
società dove
la violenza
e le tenebre
del male vogliono prevalere, voi siete
“Luce”, siete la “Stella” luminosa del
Natale che fa risplendere ancora oggi
nel nostro mondo la paziente Bontà
del Signore Gesù.
Carissimi amici, le nostre
famiglie brasiliane, i nostri
bimbi sentono per voi
un’affettuosa
gratitudine,
che manifestano con tanta
preghiera fervorosa e ardente.
Al Piccolo Gesù chiedono di
benedirvi e di avvolgervi con
la sua Divina tenerezza.
Riconoscenti
anche
noi
vi diciamo grazie e vi
auguriamo: un Felice e santo
Natale e un 2011 ricco di
pace, dì serenità e di operosa
solidarietà! Con grande affetto
Suor Angelina, suor Gabriella, suor
Vanda, suor Jaqueline e tutti gli
animatori di Cicero Dantas
Il dialogo della Comunità, dicembre 2010
merito proprio, prima ancora e senza
la necessità che venga espressa da altri.
L’asino al posto della vacca, dunque?
Meglio, forse, l’asino a fianco del
bovino, perché in tal caso con una
bella capanna e una vivace luminaria
in occasione del Santo Natale, senza
grande lavoro per la Pro loco, il presepe è già bell’e pronto: peraltro con
un’importante variante di carattere alimentare (la mammella ben rigonfia e i
frutti dell’albero) rispetto all’originale
della narrazione evangelica che, in tempi di ristrettezze, della Palestina di ieri
come dell’Italia di oggi, appare un beneficio di non poco conto e un vantaggio
per tutti. E, altro positivo riscontro, un
Tutti siamo necessari
(Michel Quoist)
Come la sinfonia ha bisogno di
ogni nota.
Come il libro ha bisogno di ogni
parola.
Come la casa ha bisogno di ogni
pietra.
Come l’oceano ha bisogno di
ogni goccia d’acqua.
Come la messe ha bisogno di
ogni chicco.
Come l’annuncio del vangelo ha
bisogno di martiri
L’umanità intera ha bisogno di
te, qui dove sei, unico, e perciò
insostituibile.
Settimana di preghiera
per l’unità dei cristiani
Venerdì 21 gennaio 2011, ore 20.45
Chiesa dello Spirito Santo
Strada Colletto, 16 - Pinerolo
grande successo dell’azione locale di
promozione turistica, con la gente che
accorrerà da ogni dove per godere di siffatta meraviglia, muovendo a frotte, un
po’ come nel racconto dell’Esodo (3,8),
verso questo paese bello e spazioso
dove scorrono latte e mele.
Elena Furlan
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per le spese di stampa.
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Editore “Alzani”, Via Grandi 5, Pinerolo. Abbonamento o sostegno: c/c postale n. 17814104, Tipografia Alzani, Via Grandi 5, 10064 Pinerolo (causale: Indialogo)
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