Indialogo.it www.in-dialogo.it Suppl. n° al n.1/2009 di “Incontri Con…” Nuovi stili di vita La crisi economica è la punta dell’iceberg di una crisi più profonda La crisi economica che il mondo occidentale sta attraversando ha anche qualche vantaggio: quello di costringerci a fermarci a riflettere sul nostro vivere quotidiano, con domande che mettono in discussione le abitudini e le certezze che ci hanno sostenuto finora. Stretti tra la necessità di risparmiare per contrastare gli effetti della crisi economica e gli inviti a riprendere a consumare per rilanciare l’economia, in molte persone è maturata l’idea di nuovi stili di vita. Parole come sobrietà, consumo critico, responsabilità, sostenibilità... che sembravano appartenere a pochi stanno diventando sempre più comuni. Anche la Chiesa, sempre attenta alle ragioni profonde del vivere, ha assunto da tempo questi nuovi vocaboli provenienti dal mondo dell’associazionismo solidale. Tra questi lo slogan “nuovi stili di vita”, riportato in modo esplicito da Benedetto XVI nella sua Caritas in Veritate: “È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti”. Per farcela, credenti e laici lungimiranti sembrano sempre più convinti che bisogna coniugare equità e sostenibilità, per dare agli oppressi una possibilità di salvezza e alle future generazioni un pianeta vivibile. Il cambiamento di stile è innanzitutto interiore ed è a partire dai ricchi, anche se le rivoluzioni non sono mai partite da loro. Però tutte le religioni puntano al cambiamento con la conversione dei ricchi. Antonio Denanni Ripartire con nuovi modelli di sviluppo «Sobrietà non vuol dire ritorno alla candela. Così consumismo non va confuso con benessere» “Da che parte state, da quella del cowboy, che razzia nella prateria, o dalla parte dell’astronauta, che non spreca niente perchè sa di essere a corto di tutto?”. Così Francesco Gesualdi introduce il suo libro “Consumattori. Per un nuovo stile di vita“ (La Scuola, 2009). Non è una domanda da quiz estivo, continua ancora, ma il nodo della questione mondiale che stiamo vivendo, dove la crisi economica è solo la punta dell’iceberg di una crisi più profonda che ha nel modello di sviluppo incentrato sul consumismo la causa prima, a cui si sommano le conseguenze come l’impoverimento delle risorse del pianeta, le diseguaglianze sociali, le tensioni globali, l’inquinamento e persino l’infelicità, secondo alcuni, per non aver centrato le ragioni profonde del vivere. Di fronte a questa situazione disastrosa, ha detto Gesualdi nel suo intervento a Pinerolo del 3 dicembre, occorre cambiare mentalità, assumendo nuovi stili di vita più sobri, più giusti, più rispettosi dell’ambiente, per lasciare alle generazioni future una terra più vivibile e ai poveri un’occasione di riscatto. Lei afferma che “l’unico modo per coniugare equità e sostenibilità è che i ricchi si convertano On line per gli altri alla sobrietà”. Lo ritiene davvero possibile? Nella storia le rivoluzioni le hanno sempre fatte i poveri, non è mai suc- cesso che le cose cambiassero per iniziativa dei ricchi. Eppure tutte le grandi religioni puntano a ottenere il cambiamento tramite la conversione dei benestanti. Una sfida dovuta in parte al desiderio di dare anche agli oppressori una possibilità di salvezza, in parte al sano realismo di chi sa che una società fondata su rispetto, giustizia, solidarietà può trionfare In questo numero www.mondodomani.org è una cornice dentro la quale sono e saranno ospitati siti che siano animati dalla speranza e dall’impegno per il domani. L’abbazia di S.Maria/3 pag. 2 La fede è dinamica pag. 3 http://www.fondazione-isper.eu/Chiese_Piemonte/index.html Data base delle chiese romaniche e gotiche del Piemonte. Consumatori consumati pag. 4 www.chiesadimilano.it Portale e sito della diocesi di Milano www.vicariatusurbis.org Portale e sito ufficiale della diocesi di Roma Sul caso Galileo pag. 6 In principio Dio pag. 7 Cronaca bianca Libertà di religione pag. 8 pag. 10 Legambiente compie trent’anni La centralità dell’impegno è la città «È il luogo fisico in cui viviamo dove s’incontrano l’aspetto sociale e ambientale» Era il 20 maggio 1980 quando un folto gruppo di giovani ambientalisti, protagonisti del movimento antinucleare e promotori di battaglie contro l’inquinamento, costituì in Italia una nuova associazione ambientalista. All’inizio la chiamarono Lega per l’ambiente, che poi divenne ‘Legambiente’. Ora ha trent’anni e l’anniversario è stato festeggiato con Indialogo_gennaio2011.indd 1 Periodico di cultura religiosa realizzato in collaborazione con l’Ufficio Irc/smi-sms e la Comm. per l’Ecumenismo e il dialogo della Diocesi di Pinerolo, Via Vescovado 1, Pinerolo. Dir. responsabile: Antonio Denanni Anno 2, n. 1, Gennaio 2011 appuntamenti e convegni, all’insegna della salvaguardia dell’ambiente e della salute dei cittadini. «Oggi come allora - ha affermato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - due aspetti sono rimasti sostanzialmente uguali: la volontà di tenere fermi i nostri valori di riferimento e una visione della realtà di tipo evolutivo. Filo conduttore della nostra azione è la centralità della città in quanto luogo fisico in cui viviamo dove si incontrano l’aspetto sociale e quello ambientale: dalla mobilità, all’edilizia, alla raccolta differenziata, alle aree verdi. L’altra linea lungo cui ci muoviamo è quella della qualità del Paese, a partire dalla legalità. Il terzo filone è quello delle grandi questioni globali, soprattutto la biodiversità e i cambiamenti climatici». «Il nostro rapporto con la politica non è di schieramento, valutiamo l’azione concreta al di là dell’appartenenza partitica. Noi concepiamo la politica come arte di governare il cambiamento, di gestione dell’esistente e dell’individuazione di scenari possibili Lavoriamo bene soprattutto con le amministrazioni locali, proprio per la centralità che diamo alla città: una delle stagioni più vivaci sotto questo aspetto è stata quella inaugurata dall’elezione diretta dei sindaci, molti dei quali hanno a cuore le questioni ambientali». solo se tutti lo vogliono. L’alternativa al consenso è l’imposizione basata sulla forza, che però genera tensioni, insofferenze, violenze, rivolte. Del resto non abbiamo scelta: è qui che noi abitiamo e, finché non andiamo a vivere dalla parte dei poveri, possiamo solo cercare di convincere gli opulenti della necessità di cambiare. Tuttavia il compito è arduo: possiamo sperare di farcela facendo leva su due messaggi forti. Il primo: non è vero che “di più” fa sempre rima con “meglio” o che crescita si associa sempre a sviluppo. Il secondo: l’ingiustizia non conviene a nessuno. Sobrietà, in concreto, cosa vuoi dire? La sobrietà non significa ritorno alla candela. Sobrietà non va confusa con miseria, come consumismo non va confuso con benessere. Nella vita di tutti i giorni, la sobrietà passa attraverso piccole scelte fra cui meno auto e più bicicletta, meno mezzo privato e più mezzo pubblico, meno carne e più legumi, meno prodotti globalizzati e più prodotti locali, meno merendine confezionate e più panini fatti in casa, meno cibi surgelati e più prodotti di stagione, meno acqua imbottigliata e più acqua del rubinetto, meno cibi precotti e più tempo in cucina, meno prodotti Segue a pag. 2 Supplemento d‘anima Antonio Papisca L’impegno per una società più giusta non passa solo attraverso l’impegno nei movimenti o nelle associazioni, ma anche attraverso l’azione quotidiana in alcuni settori strategici. Antonio Papisca, ordinario di Relazioni internazionali nella facoltà di scienze politiche dell’Università di Padova e direttore del Centro interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli dell’Ateneo patavino è una di queste figure. Nel novembre dello scorso anno gli è stato assegnato il Premio internazionale Sant’Antonio, per la categoria Testimonianza, con la seguente motivazione: «Lo ha meritato per il suo instancabile impegno nella diffondere e nel testimoniare una cultura dei diritti umani. Nei progetti universitari (estesi in una vasta rete di università europee e mondiali) si impegna a preparare i giovani a essere i futuri protagonisti di una società fortemente basata sui diritti umani. Segue a pag.2 10/01/2011 9.25.50 Indialogo.it Pag. 2 Molto impegnani: non si può Pennellate bibliche tivi appaiono gli servire Dio e inviti presenti Mammona) (Lc. nelle beatitudini, 16,13). nella redazione presentata dal Come mai tanta insistenza dunque convangelo di Matteo; tuttavia tro la ricchezza al punto da paragonarla con Luca il discorso diventa al demonio (mammona)? Non è lo stesse possibile ancora più duro. so senso comune forse a farci sapere Non soltanto infatti troviamo che senza le necessarie risorse econoindicato quanto richiesto per miche non si riesce a tirare avanti? essere come “quelli che hanno fame Gesù stesso, poi, non si è dato da fare e sete della giustizia”,(Mt.5,6), ma in- per risolvere i problemi di chi gli stava contriamo pure le maledizioni: “ guai accanto? Si pensi ai miracoli, tesi a rena voi, ricchi, perché avete già ricevuto dere migliore l’esistenza delle persone. la vostra consolazione. Guai a voi, che Perché dunque tanta ostilità verso la ora siete sazi, perché avrete fame. Guai ricchezza? a voi, che ora ridete, perché sarete nel Una risposta forse c’è: il Diavolo, prodolore e piangerete. Guai, quando tutti prio stando all’etimologia della parola, gli uomini diranno bene di voi...” (Lc. è il divisore. 6,24-26). Pensiamo a quanto avviene quando suGià “ guai a voi, ricchi...” non si capi- biamo il fascino dei soldi al punto tale sce bene come mai, quando si pensa al da concupirlo, vorremmo possederne peccato, la mente corra subito al sesso e sempre di più per potere sempre meglio quasi mai all’uso maldestro del denaro, soddisfare i nostri sogni, diventa così per cui c’è chi con facile ironia afferma difficile pensare alle necessità degli alche “molti cristiani leggono il vangelo tri..., giusto qualche spicciolo, un sms come se non avessero denaro per poi da due euro in facile beneficenza come usare il denaro come se non avessero si usa adesso. il vangelo”. Si sa e si dice che quando c’è di mezzo Eppure il vangelo è chiarissimo: ancora il denaro (ad esempio nella divisione Luca “Nessun servitore può servire due delle eredità) si spaccano anche le famipadroni, perché o odierà l’uno e amerà glie, ci si chiude in se stessi isolandosi l’altro, oppure si affezionerà all’uno e da tutti e...addio amore! Ecco la faccia disprezzerà l’altro. Non potete servire diabolica dei soldi! Dio e la ricchezza” (in altre traduzioCarlo Gonella Ancora Beatitudini Segue da p.1 Sul piano istituzionale, invece, egli continua a impegnarsi affinché le istituzioni e gli organismi internazionali abbiano ruoli e potere per salvaguardare nel mondo i diritti umani, rivolgendo una particolare In Occidente lo sviluppo della vita monastica si deve a Benedetto da Norcia (480-547 dC), che trasformò la scelta eremitica dei primi monaci nordafricani in vita comunitaria, sotto la guida di un abate. Animati dal motto “ora et labora” questi monaci benedettini si diffusero in tutta Europa diventando i creatori di quella che comunemente viene chiamata “civiltà cristiana”. Essi conservarono e diffusero la cultura greca, ebraica, latina; raccolsero in grandi biblioteche manoscritti e pergamene, tradussero molti classici antichi. Accanto al lavoro intellettuale fioriva anche il lavoro manuale: svilupparono nuove forme di coltivazioni agricole e di attività artigianale, sperimentarono le doti curative delle erbe e delle piante, dando vita a farmacopee; si aprirono all’ac- attenzione alla cooperazione, allo sviluppo, alla cultura della pace positiva e alla democrazia internazionale». Nell’accettare il premio Papisca ha commentato: «Accetto questo premio con umiltà e sincerità, come una sorta di confermazione, nel senso che questo Ripartire... Segue da pag.1 confezionati e più prodotti sfusi, meno recipienti a perdere e più prodotti alla spina, meno prodotti usa e getta e più riciclaggio. In sintesi la sobrietà si può definire come il tentativo di soddisfare i nostri bisogni impiegando meno risorse possibili e producendo meno rifiuti. Un obiettivo che si raggiunge più sul piano dell’essere che dell’avere. Uno stile di vita che sa distinguere tra bisogni reali e bisogni imposti, che si organizza a livello collettivo per garantire a tutti il soddisfacimento delle necessità umane con il minor dispendio di energia, che da alle esigenze del corpo il giusto peso senza dimenticare le esigenze spirituali, affettive, intellettuali, sociali. La sobrietà riuscirà ad attecchire con la pubblicità che ci bombarda tutti i giorni con i suoi messaggi seducenti? Resistere alla pubblicità, che nel mondo spende 400 miliardi di dollari all’anno, è difficile ma non impossibile. La parola d’ordine è vigilanza, costante presenza mentale, padronanza di sé, perché la pubblicità fa breccia quando le difese interiori sono sguarnite. Non solo perché mancano i filtri del senso critico e perché il pensiero non è capace di reagire, ma anche perché c’è fragilità d’autostima. Cioè? Generalmente chi ha molte risorse interiori se lo dice da sé che vale, non dà molto peso al giudizio degli altri. Invece chi non ha conoscenze, chi non sa esprimersi, chi non ha risorse intellettuali e spirituali usa l’accettazione degli altri come specchio della propria autostima e non avendo nient’altro da far valere che l’esteriorità, investe tutto sull’apparenza. La conclusione è che seguiamo le riconoscimento mi costringe a essere migliore che nel passato, nel mio essere e nel mio rapportarmi con gli altri . Questo riconoscimento è un forte sprone a continuare a migliorare cercando di fare di più di quel poco che ho fatto finora». Pagine di storia religiosa del Pinerolese tendono dignità feudali: chiedono solo la difesa dei loro diritti, senza ambire ad alcuna signoria. Nella riforma cistercense, accanto al monaco, si trova il “converso”, anch’esso membro dell’Ordine, la cui scarsa preparazione culturale lo interdiceva dai riti liturgici, per cui si impegnava in attività manuali e nella gestione dell’abbazia. Il “converso” è figlio di coloni e di artigiani; ha la responsabilità di una “grangia” dove vive e lavora stabilmente. Questo sistema serviva anche a contrastare il frazionamento del fondo e il “converso” era interessato al suo sviluppo e al suo reddito. Il monaco, dopo il suo lavoro (5 ore l’estate e 4 in inverno) si ritirava nell’abbazia per la vita e la preghiera comunitaria. Aurelio Bernardi L’abbazia di S. Maria e i monaci benedettini e cistercensi Indialogo_gennaio2011.indd 2 coglienza dei pellegrini; fondarono scuole abbaziali; diedero un nuovo impulso alla liturgia, promossero il canto sacro, in particolare quello gregoriano. Le loro abbazie divennero centri veri e propri di civilizzazione e di crescita sociale. La loro autorevolezza, sia nella Chiesa che nella società civile, fece sì che ricevettero donazioni di beni sempre più consistenti. Per cui i monasteri, da centri di vita religiosa e culturale, divennero anche centri di interessi materiali che offuscavano lo spirito evangelico originario. A questo decadimento spirituale reagì per primo il monaco San Roberto, che nel 1098 pose mano ad una riforma dell’Ordine benedettino, riportandolo alla vita austera delle origini. In Borgogna diede origine al monastero di Citeaux (Cistercium), ove nel 1112 entrò Bernardo di Chiaravalle il quale diede un grandissimo sviluppo in tutta Europa ai monaci riformatori “cistercensi”. Diversa è la vita monacale dei benedettini da quella dei cistercensi che sostituiranno i primi nell’abbazia di Santa Maria nel 1589, ad opera dell’abate Tritonio. I benedettini tramandavano i sistemi delle “curtis” con le famiglie servili legate alla terra, anche se vi erano uomini liberi. Non coltivavano direttamente le terre, ma le davano in concessione ereditaria, allo scopo di rendere stabili i coloni. Tra i cistercensi, invece, non esistono né censi, ne fitti, perché contrari allo spirito riformatore dell’Ordine da essi instaurato; non hanno né ambizioni, né pre- Gennaio 2011 mode per adeguarci alla massa, per sentirci accettati. Quanto più ci sentiamo culturalmente inadeguati, tanto più cerchiamo di renderci uguali agli altri ostentando la loro stessa ricchezza, la loro stessa esteriorità, le loro stesse abitudini. È l’illusione di affogare l’inferiorità culturale nell’anonimato esteriore. Ma don Lorenzo Milani ci ha detto che solo la parola rende uguali: è la conferma che dobbiamo basare la nostra autostima non sull’apparire ma sull’essere, sulla nostra capacità di pensare, capire, esprimerci. Ecco il ruolo strategico della scuola, vero baluardo contro le mode e la penetrazione pubblicitaria. È la dimostrazione che la lotta alla pubblicità non si gioca tanto sul piano personale, quanto su quello politico. (...) Ma come non si può placare la sete con un panino al prosciutto, allo stesso modo non si possono soddisfare le esigenze dell’anima con un’ora di acquisti. Il bisogno di affetto si può soddisfare solo con buone relazioni familiari, il bisogno di amicizia solo con una buona rete di amici, il bisogno di socialità solo con adeguati momenti di partecipazione. È possibile sganciarsi dal consumismo, ma dobbiamo partire da lontano: dai tempi di lavoro e di svago, dalle forme dell’abitare, dall’architettura delle città, in una parola dalla qualità della vita. Qual è il contributo del Centro Nuovo Modello di Sviluppo che presiede? A differenza dei paesi anglosassoni, che hanno una lunga tradizione di attenzione ai consumatori e all’uso del consumo come strumento politico, in Italia, e più in generale nel sud Europa, questi temi sono sempre stati ignorati. Credo di non peccare di presunzione affermando che la svolta è stata impressa da noi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo tramite la promozione di campagne di pressione sulle imprese, la stesura di guide al consumo critico, l’avvio di riflessioni sui risvolti sociali e ambientali del consumo. L’aspetto curioso è che siamo approdati al consumo quasi per caso, non per scelta deliberata. Noi ci occupavamo di povertà, squilibri Nord/ Sud, tensioni internazionali con una finalità precisa: capire cosa può fare ciascuno di noi, a partire dalla propria quotidianità, contro i meccanismi che generano impoverimento, ingiustizia, sfruttamento. Il consumo lo scoprii per caso, una mattina, mentre mi apprestavo a riempire la macchinetta del caffè. Mi accorsi che attraverso quella polverina entravo in contatto con un contadino del Kenya o un bracciante del Brasile, capii che il nostro coinvolgimento con i meccanismi ingiusti dell’economia internazionale passa quantomeno attraverso il consumo. Si spalancò una finestra: cominciammo a studiare le filiere produttive, la storia dei prodotti da quando sono materia prima a quando approdano sulla nostra tavola, i vari passaggi commerciali, il ruolo e la responsabilità delle multinazionali che noi incontriamo quotidianamente al supermercato. Ad un tratto capimmo che, comprando alla cieca, rischiamo di renderci complici di gravi misfatti, ma informandoci, e soprattutto scegliendo, possiamo diventare promotori di giustizia. Così coniammo l’espressione “consumo critico”, inteso come consumo attento, informato, selettivo. A. D. 10/01/2011 9.25.51 Cultura Pag. 3 Gennaio 2011 Harvey Cox, uno dei maggiori teologi viventi L’identità è dinamica e la fede è come un’àncora «Il dialogo è un incontro, dove noi non possiamo sapere in anticipo il suo esito» Quando si parla di religioni, gli Usa costituiscono sempre un caso di studio importantissimo. Che cosa sta succedendo nella religiosità americana? «Non è una novità affermare che negli Usa la religione mostra una vitalità maggiore che in Europa dove, nonostante alcuni importanti cambiamenti, la secolarizzazione costituisce ancora un dato importante. Eppure anche negli Usa assistiamo a cambiamenti importanti. Un recente studio, ad esempio, dimostra che anche nella solida religiosità americana si registrano fenomeni di fluidità: cresce il numero di persone che, pur appartenendo a una confessione religiosa, “praticano” anche altrove, e non solo perché le famiglie sono religiosamente miste. È una scelta. Così come è interessante che aumenti il numero di coloro che, pur dicendosi cristiani, credono in principi o adottano delle pratiche che con il cristianesimo hanno ben poco a fare: ad esempio, credono nella reincarnazione o si fidano degli oroscopi». Questo che cosa vuol dire? «Che dalla centralità della religione si passa a quella della spiritualità, più leggera, meno dogmatica, più fluida. Le Chiese farebbero male a tagliare corto e a chiudere il dialogo con queste persone: la loro ricerca evidenzia un bisogno che, evidentemente, non trova risposta nelle classiche formulazioni della predicazione cristiana». La reazione delle Chiese spesso è di segno opposto. Ad esempio, il dialogo interreligioso oggi sembra vivere una fase difficile e problematica. «È vero. Per questo nei miei interventi insisto molto sul fondamento teologico del dialogo tra i cristiani e i credenti di altre fedi, che a mio avviso sta nel principio evangelico della kenosis, dello svuotamento di sé. Quando Paolo dice ai cristiani di Filippi “abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” fa un discorso sull’identità cristiana e afferma che essa consiste nello svuotamento di noi stessi, come ha fatto Gesù salendo sulla croce. Le implicazioni di questa teologia della kenosis nel dialogo interreligioso sono molte e importanti: noi cristiani dobbiamo liberarci da ogni senso di superiorità per abbracciare invece la logica del servizio all’altro. L’umiltà è una delle chiavi del dialogo. (...) Ma il dialogo non può essere soltanto puro annientamento. È anche testimonianza di sé... «Il dialogo è un incontro e, come tutti gli incontri, comporta un rischio inevitabile: noi non possiamo sapere in anticipo quale sarà l’esito del dialogo. In questo senso, esso richiede coraggio. Per noi cristiani è il coraggio che si fonda sulla Gli ottant’anni di John Polkinghorne Una vita tra scienza e religione Una vita dedicata per metà alla scienza e per metà alla religione è quella di John Polkinghorne, che da poco ha compiuto 80 anni, contro tutti i dogmatismi, scientifici e religiosi. Nato il 15 ottobre 1930, studia matematica e fisica al Trinìty College di Cambrìdge specializzandosi nel campo della quantistica e della ricerca sulle particelle molecolari. Inizia a insegnare a 23 anni e consegue il dottorato a 24. Nello stesso anno sposa Ruth Martin, laureata in matematica a Cambrìdge. La sua carriera prosegue a Harvard e poi di nuovo a Cambridge dove contribuisce alla scoperta dei quanti. A 36 anni diviene Professor (ordinario e capo dipartimento) di Fisica Matematica. Nel 1974 gli vengono conferite due rare e altissime onorificenze, quella di Doctor of Science dall’Università di Cambridge e quella di Fellow della Royal Society. Nel ‘79, all’apice della carriera, tra lo sbigottimento generale, rassegna le dimissioni e si mette a studiare teologia. Consacrato nell’81 fa il pastore anglicano fino all’86, quando torna a Cambridge come cappellano e decano di Trinity Hall. Inizia a scrivere per spiegare ad amici e colleghi scienziati Indialogo_gennaio2011.indd 3 la sua scelta. È canonico teologo nella Chiesa d’Inghilterra, professore di teologia, presidente della Commissione scienza, medicina e tecnologia, membro del Sinodo anglicano. Come scienziato è presidente di una serie dì comitati su temi scientifici e bioetici. Ha pubblicato più di 25 titoli; tra questi, in italiano «Quark, caos e cristianesimo» (Ed. Claudiana). Nell’89 è eletto Presidente del Queen’s College, nel ‘97 la Regina gli ha conferito il tìtolo di Sir e fra i tanti premi si conta il Templeton per il progresso nella Religione vinto nel 2002, la cui somma (1 milione di dollari) ha devoluto alla sua Università. Nello stesso anno è divenuto il Presidente fondatore della Società internazionale per scienza e religione. Per il suo 80esimo compleanno le università di Cambridge e Oxford hanno tenuto speciali conferenze e convegni in suo onore. (da Riforma, ottobre 2010) grazia di Dio. Mi viene in mente Bonhoeffer, il teologo protestante martire nei campi di concentramento nazisti. Alla domanda su dove fosse Dio in quel luogo di tragedia e disperazione, rispondeva “in colui che è più vicino a te”. Sapeva bene che i suoi compagni di cella potevano non essere pii credenti ma anche comunisti atei, eppure affermava che in quegli uomini, che erano il suo prossimo più prossimo, poteva riscontrare la presenza di Dio». La paura è che nel dialogo si relativizzi la propria identità. «L’identità non è statica, è dinamica. Dall’infanzia all’età adulta e poi alla vecchiaia, ciascuno di noi passa attraverso una serie di transizioni identitarie. L’identità non è fissità. Vorrei dirlo con una metafora di Epifanio, un padre della Chiesa che scrisse un famoso catechismo intitolato Ancorato o, in altre traduzioni, L’àncora della fede. Da ex marinaio, so che l’àncora ha due funzioni: una è quella di tenere ferma la barca; in questo caso l’àncora sta sul fondale. L’altra funzione, non meno importante, è di stabilizzare la barca quando è in movimento, c’è il mare grosso e soffia il vento. E allora l’àncora non serve a restare saldamente fermi nello stesso posto, ma a muoversi e a navigare in mare aperto». Paolo Naso, Jesus, nov. 2010 Ritagli Raimon Panikkar l’uomo del dialogo da Città Nuova, sett.2010 Ognuno di noi – raccontava Raimon Panikkar – è come una goccia d’acqua. Quando cade nell’acqua del mare la goccia sparisce, ma all’acqua della goccia non succede niente. Si unisce a tutto il mare, a tutto il divino, ma non perde la sua vera natura. Così avviene con la morte. Non andiamo persi, quello che sparisce sono le difficoltà di comunicare, di abbracciarsi, di amarsi, che nascono dal nostro individualismo. Raimon Panikkar, filosofo e teologo, ha concluso i suoi giorni terreni a fine agosto all’età di 91 anni. Nato a Barcellona da madre cattolica e padre induista, sacerdote cattolico, aveva una cultura vastissima, lauree in chimica, in filosofia e lettere, in teologia. Padroneggiava con facilità una ventina di lingue antiche e moderne. Autore di circa 80 libri, ha insegnato nelle più grandi università d’Europa, dell’India, degli Stati Uniti. Al centro del suo pensiero filosofico vi è stato il dialogo fra le diverse religioni. L’immigrazione e gli intrecci interculturali da “Dossier Caritas 2010” Il Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes ha presentato annualmente i dati sull’evoluzione del fenomeno migratorio in Italia a partire dal 1990, quando, a seguito di un provvedimento di regolarizzazione, si andò oltre il mezzo milione di presenze. In questi 20 anni la popolazione immigrata è cresciuta di quasi 20 volte. Secondo la stima del Dossier le presenze sono 4 milioni e 919 mila (1 immigrato ogni 12 residenti). Il fenomeno dell’immigrazione in Italia riveste per la società implicazioni non solo demografiche, ma anche interculturali. Sono circa 250mila i matrimoni misti contratti tra il 1996 e il 2008; più di mezzo milione di persone hanno acquisito la cittadinanza, al ritmo di oltre 50mila l’anno; oltre 570.000 stranieri sono nati direttamente in Italia; quasi 100mila arrivano a essere i figli di madre straniera ogni anno; più di 100mila gli ingressi per ricongiungimento familiare. In un’Italia alle prese con un elevato e crescente ritmo di invecchiamento, dove gli ultrasessantacinquenni superano già i minori di 15 anni, gli immigrati sono un fattore di parziale riequilibrio demografico. I contatti quotidiani in azienda e nei luoghi di socializzazione, la scuola, l’associazionismo, il volontariato, la pratica religiosa, le famiglie miste stanno facendo dell’immigrazione una realtà organica alla società italiana. La collettività romena è la più numerosa, con poco meno di 1 milione di presenze; seguono albanesi e marocchini (circa mezzo milione di presenze), mentre cinesi e ucraini sono quasi 200 mila. Altre collettività, originarie dei più diversi paesi del mondo, sono piccole o medie. Gli europei sono la metà del totale, gli africani poco meno di un quinto e gli asiatici un sesto, mentre gli americani incidono per un decimo. Diversi gruppi nazionali privilegiano le città, come i filippini, i peruviani e gli ecuadoriani. Altri, come gli indiani, i marocchini o gli albanesi, preferiscono i comuni non capoluoghi. L’insediamento è prevalente nel Nord e nel Centro. Roma e Milano, rispettivamente con quasi 300 mila e 200 mila stranieri residenti, sono i comuni a più elevata concentrazione. 10/01/2011 9.25.53 Progetto culturale Pag. 4 Gennaio 2011 La Parrocchia/ 3 - di Don Primo Mazzolari È più facile a dirsi che a farsi Il capitolo 3 del libretto di Don Primo Mazzolari “LA PARROCCHIA” (del 1957), nato dalla sua esperienza pastorale “sul campo” come parroco di Bozzolo. Capitolo III Ma come si fa a mettere la parrocchia a servizio dei poveri? Il metodo che finora prevalse, metodo lodevole e saggio per diverse ragioni, ma che spesso, ispirato soprattutto da presupposti propagandistici, e monopolizzato in funzione di precisi scopi organizzativi (e l’organizzazione, come si sa, è un momento necessario ma conseguente: la vita precede l’organizzazione e l’organizzazione non sostituisce la vita), o di lotta politica (e l’esperienza anche recente ha additato nell’infiltrazione della politica il peggior nemico della unanimità e della soprannaturalità della parrocchia), non scalfisce l’indifferenza, né attenua il distacco o l’ostilità, preconcetta o dormiente, della gran massa dei parrocchiani. Chi li conosce bene ha l’impressione che essi camminino sopra un piano diversissimo dal nostro, con idee, pregiudizi, abitudini, che non interferiscono minimamente con quanto ci sforziamo d’esporre e che a buon diritto vantiamo. Inutile indignarci, inutile perseverare in uno sforzo che non ha presa. I fatti hanno una loro logica, che non si vince né con ragionamenti astratti né con pure lamentele. Chiunque vuole efficacemente operare sugli uomini deve fare i conti con i fatti. Posso cantare la mia parrocchia, e riandare i giorni gloriosi e le opere feconde, posso rimpiangere l’unità spirituale d’un tempo: ma chi mi capisce? chi mi segue? Il parrocchiano comune, disamorato, indifferente, avverso, non lo si interessa più con rievocazioni, illustrazioni e rimpianti. Con un po’ di rumore si potrà forse ancora raccoglierlo in discreto numero, ma un conto è discorrere di cose belle e far lamenti, e un conto destare un bisogno, rianimare un vincolo, saldare un problema o un fatto. Si può parlare eloquentemente della parrocchia senza riuscire a portarla come realtà viva e operante nella vita dei parrocchiani d’oggi. La chiesa bella, le funzioni decorose, 1e associazioni fiorenti, i ritiri numerosi ecc. sono armi indispensabili, eppure, lo si constata con pena ogni giorno, non bastano. Si ha quasi l’impressione che siano armi a tiro corto, che non raggiungono lo scopo. Con tante armi e soldati disposti a farsi ammazzare, non s’arriva al di là delle nostre linee. E allora, credendo di rimediarvi con la quantità, si moltiplicano le batterie... Il lavoro parrocchiale è divenuto così un magnifico facchinaggio, con un arsenale ove nulla manca, e con intorno una cinta che cresce a ogni insuccesso e trasforma la parrocchia in fortilizio. Chi dice che il nostro armamento è vecchio, sbaglia. Siamo armatissimi e organizzatissimi. Statistiche alla mano come gli altri,10 congressi, gite e parate come gli altri; circolari e fogli d’ordine come gli altri; cinema, teatro e televisione come gli altri; giornali o carta stampata come gli altri; decorazioni, avanzamenti, e promozioni come gli altri. Si lavora e ci si logora, clero e laicato fedele. E ogni giorno una pena senza nome, che si riesce a scordare per un attimo, quando un avvenimento ci da l’illusione che qualcosa nella parrocchia si rianimi. Poi si ripiomba nell’oscurità e nella solitudine, le quali danno spesso ai nostro lavoro quel tono amaro, che si sfoga in lamenti e in rimproveri. Così, il povero prete della parrocchia - non quello di parata - ha spesso l’impressione che la sua fatica non prenda più. Nessuna comprensione, nessuna risposta, nessuna reazione. La distanza aumenta, la solitudine intorno alla parrocchia, nonostante il moltiplicarsi delle iniziative, aumenta. C’è nel popolo una resistenza silenziosa. Di quanta fede ha bisogno questo povero parroco per resistere alla tentazione di scappare in convento o di rimanere con gli occhi e il cuore chiuso! Se il fatto è così - chi ne dubita, senta le confidenze di tanti poveri e meravigliosi parroci - il problema della parrocchia prende un aspetto gravissimo. Non sgomentiamoci né chiudiamo gli occhi: ma ragioniamo invece ad occhi aperti e pacatamente. Primo Mazzolari, La parrocchia,. EDB (3, continua) Consumati dalla società dei consumi Tre autori di fama internazionale riflettono sulla società capitalistica odierna con altrettanti libri. Il politologo statunitense Benjamin R. Barber con Consumati. Da cittadini a clienti, Einaudi; il sociologo polacco Zygmunt Bauman con L’etica in un mondo di consumatori, Laterza; e lo psicologo francese Nicolas Guéguen con Psicologia del consumatore, il Mulino. I tre professori, lungi dal demonizzare il consumo, cercano però di smascherarne pregi e difetti, evidenziandone i rivolgimenti che ha provocato nella storia dell’umanità. Barber, con la sua prosa, dimostra che il consumismo provoca una «infantilizzazione dei consumatori » e una «adultizzazione dei bambini». Risultato? Presi dalla consumomania, bimbi, giovani, adulti e anziani si ritrovano accomunati dagli oggetti o dai servizi che comprano, ma nel contempo allontanati dall’uso prettamente individualista degli stessi prodotti. Da parte sua Bauman affronta il punto di vista etico, evidenziando la via senza uscita in cui il consumo conduce le relazioni umane: l’altro diventa anch’esso oggetto di consumo, impedendo la «felicità vera». Attraverso cultura e bellezza, sì, proprio così, il consumatore può però compiere un percorso etico che lo porta a considerare l’ospitalità come guida nelle relazioni con l’altro. Guéguen studia invece i meccanismi psicologici che portano alla dipendenza, analizzando gli strumenti che usano i venditori: musica, profumi, colori, luci… Naturalmente tutti e tre gli autori convengono nell’identificare nel capitalismo liberista senza limiti e nei suoi meccanismi pubblicitari spinti all’eccesso la causa stessa di tante derive riscontrabili nel mondo occidentale. Che dalla crisi si debba uscire con un aumento delle attività produttive, e quindi dei consumi, sembra affermazione condivisa da molti. Ma il consumare in modo intelligente e critico incomincia a prendere piede. I nuovi preti Un cristianesimo capace di apprendere dal pensiero teologo Christoph Theobald, di Christian Albini Dallo stile di Gesù emerge la provocazione di un cristianesimo che apprende. Le patologie e le infedeltà al Vangelo che pervadono ogni epoca della storia ecclesiale possono essere lette come rottura della corrispondenza tra forma e contenuto. Quando prevale la forma, si ha un cristianesimo ridotto a estetismo liturgico, a istituzione gerarchica, a struttura dove è però assente la sostanza di quell’amore che porta Gesù fino alla croce. Quando invece prevale il contenuto, si ha un cristianesimo ridotto a impianto dottrinale e dogmatico, una verità fatta di formule a cui assentire, priva di un legame vitale all’esistenza delle persone. Quest’ultimo sarebbe un cristianesimo senza conversione, in cui Zaccheo non ridistribuisce le sue ricchezze… Gesù invece indica la strada di un cristianesimo capace di apprendimento. Gesù, secondo Theobald, non definisce la sua identità e non la impone a nessuno. Crea uno spazio di libertà attorno a sé comunicando, con la sua sola presenza, una prossimità benefica a tutti quelli che incontra. Gesù non impartisce un insegnamento metafisico, etico o morale, ma lascia intuire in modo diverso, a seconda della persona che incontra, una nuova maniera di vedere il mondo e di situarsi in esso. È come se mettesse ciascuno nella condizione di sperimentare la propria conversione, la propria scoperta del Regno di Dio in mezzo a noi. Un cristianesimo secondo lo stile di Gesù, perciò, è capace di apprendere. In altre parole, non si presenta come istituzione detentrice di un sistema di dogmi da insegnare al mondo, ma come spazio in cui le persone trovano la libertà di far venir fuori la presenza di Dio che già abita la propria esistenza. Ogni persona – quali che siano la sua religione, il suo pensiero e la sua cultura – è portatrice di un’immagine di Dio che aspetta di rivelarsi come per gli apostoli nella Pentecoste, cioè di fare proprio lo stile di Gesù. Non di imitarlo secondo canoni standardizzati, ma di realizzarlo dentro la propria unicità e irripetibilità. Quindi, i cristiani dovrebbero essere in ricerca della manifestazione di Dio propria di ogni religione, cultura e pensiero, invece di assumere atteggiamenti di svalutazione e condanna. Cristian Albini su http://sperarepertutti.blog.lastampa.it/ Sintesi da un articolo di Pietro Parmense, Città Nuova Centro Formazione Professionale Sede di Pinerolo Via Regis, 34 - Pinerolo tel. 0121.76675 - [email protected] www.engimpinerolo.it Indialogo_gennaio2011.indd 4 10/01/2011 9.25.55 Focus Pag. 5 Gennaio 2011 G.De Rita: “Sovradimensionato il peso dei cattolici in politica” «Il peso dei cattolici in politica. Irrilevanti, trasversali, isolati?». Attorno a questo interrogativo si sono confrontati giovedì 16 dicembre Giuseppe De Rita, Beppe Del Colle e Franco Monaco, presso la sede della Fondazione Lazzati di Milano. De Rita ha esordito sostenendo la tesi del «sovradimensionamento» dell’influenza della politica da parte dei cattolici. Ha sostenuto ciò attraverso degli esempi. Tra gli altri quello di una chiesa di Roma, dove abitualmente il sociologo frequenta la messa vespertina domenicale: ogni settimana si radunano ottocento persone, tra cui molti giovani, per questa celebrazione eucaristica. Per dare incisività al ragionamento, De Rita ha richiamato un raduno del movimento radicale: erano poco più di trenta, ma hanno trovato grande risonanza tramite i mass-media. Da questa contrapposizione si può evincere che il mondo laico sa comunicare meglio, invece i cattolici, pur avendo più contenuti, scadono facilmente nell’autoreferenzialità. Insomma, non è che i cattolici non ci siano più: le venticinquemila parrocchie sparse nel territorio nazionale sono un esempio tangibile; ma restano irrilevanti e incapaci di mostrare la novità del Vangelo. Per tale ragione la Chiesa deve vivere come Chiesa, senza preoccuparsi d’incidere direttamente sulla politica. Ciò di cui ha maggiormente bisogno la società non è tanto una nuova generazione di politici cattolici, quanto di cristiani ancora capaci di un annuncio del Vangelo ad ogni uomo. Franco Monaco, parlamentare cattolico del Partito democratico, avvalendosi degli stimoli di Giuseppe Dossetti ha cercato di chiarire due aspetti fondamentali, onde evitare confusioni. Anzitutto, Dossetti metteva in luce che vi è un primato del «peso interiore» dei cristiani, rispetto poi al «peso politico». Non basta dirsi cattolici, ma lo si è attraverso la qualità cristiana del vivere. Chi sono i cattolici? Dossetti parlava di «battezzati consapevoli». Monaco ha sottolineato che i cristiani che più hanno brillato in politica spesso erano quelli che meno declamavano la loro ispirazione cristiana, e alcuni di loro, come De Gasperi e Moro, hanno anche avuto qualche incomprensione con le gerarchie. Sintesi da W. Maggioni, Il nostro tempo, 26.12.2010 V.Prodi: “Pure l’Europa: la felicità oltre il Pil” Anche il Parlamento europeo ha, dal 2007, iniziato un dibattito definito «Oltre il Pil», perché, come già Bob Kennedy faceva presente, il Pil dà conto della produzione materiale, ma non di quello che in sostanza «ci dà l’orgoglio di essere americani», ed aggiungerei, europei. Ora ci si sta rendendo conto che questo indicatore, che si presume debba sempre crescere, è in contrasto con due evidenze: il limite nella disponibilità delle risorse naturali e il limite nella capacità della Terra di accogliere i nostri scarti. La commissione Stiglitz, costituita dal presidente Sarkozy, ha proposto e definito alcuni nuovi indicatori che comprendono anche la modalità di rilevazione statistica. Su questa base dobbiamo ora, facendo tesoro anche delle esorta- zioni di Papa Benedetto XVI nella «Caritas in Veritate» e ai fedeli di Piazza S. Pietro, tradurre queste esigenze in alta politica, cioè in dispositivi per la convivenza che non possono non avere una rilevanza globale. Il limite delle risorse ci rende interdipendenti e dobbiamo quindi cercare assieme una modalità consensuale di gestire questo limite, diversamente si verificheranno situazioni di scarsità che, la storia insegna, conducono sempre a conflitti. L’alternativa viene indicata nel seguire «diversi stili di vita», definizione evidentemente ancora troppo vaga perché credo che l’esigenza sia prima di tutto culturale, di rendere desiderabili beni legati alla qualità della vita (informazione, istruzione, consapevolezza, inclusione nelle decisioni, solidarietà e relazioni interpersonali, salute, qualità e accesso ai servizi sani- tari, aspettativa di vita, passaggio dal concetto di rifiuto a quello di risorsa), che complessivamente ci mettano in grado di valutare il bene comune che viene prodotto sia a livello globale che locale. Questi beni vengono definiti «immateriali» perché implicano un impiego minimo, rispetto agli attuali consumi, di energia e materia. Questo cambiamento rappresenterebbe prima di tutto un salto in avanti dell’intera civiltà, che a sua volta diminuirebbe la pressione sul consumo di risorse naturali e quindi renderebbe possibile il passaggio da un concetto di benessere puramente materiale ad un sistema di sviluppo davvero sostenibile, in grado di assicurare un accesso equo alle risorse naturali per la presente e le future generazioni. Vittorio Prodi, La Stampa, 19.11.2010 A. Heller: “La bellezza della persona buona” «Il scegliere noi stessi e il diventare ciò che siamo implica la pratica di certe virtù. Ma non include di per sé relazioni morali con gli altri. La scelta morale riguarda innanzitutto la scelta di noi stessi come persone buone. In tal modo diventiamo coloro che abbiamo scelto di essere e in tal senso siamo “buoni”. Ma come posso riconoscere ciò che è buono? È qui che faccio riferimento alle parole di Socrate per cui è meglio soffrire l’ingiustizia che commetterla. Tuttavia non dico che questa frase sia vera. Anche il suo opposto potrebbe essere dimostrato tale. Nella mia visione, il detto di Socrate è semplicemente la definizione di una persona buona. Buona è la persona per cui il detto di Socrate è vero e che Indialogo_gennaio2011.indd 5 agisce conformemente ad esso. Che il bene abbia un’attrattiva imperitura, che sia trans-culturale è una benedizione, ma che non richiama né implica una spiegazione filosofica». Nel suo saggio «La bellezza della moralità» lei collega la bellezza del bene alla sua visibilità. Che bellezza attribuisce allora a quel bene ordinario e invisibile, che probabilmente non vedrà mai la luce? «Sì, non c’è dubbio che la bontà sia spesso veramente invisibile. Col che intendo una invisibilità pubblica. Per questa bontà non ci sono persone a cui è stata dedicata una statua. Ma come dice Kant Decaloghi moderni La scuola migliore e la scuola peggiore di Domenico Starnone, scrittore 1. La scuola peggiore è quella che si limita a individuare capacità e meriti evidenti. La scuola migliore è quella che scopre capacità e meriti lì dove sembrava che non ce ne fossero. 2. La scuola peggiore è quella che esclama: meno male, ne abbiamo bocciati sette, finalmente abbiamo una bella classetta. La scuola migliore è quella che dice: che bella classe, non ne abbiamo perso nemmeno uno. 3. La scuola peggiore è quella che dice: qui si parla solo se interrogati. La scuola migliore è quella che dice: qui si impara a fare domande. 4. La scuola peggiore è quella che dice: c’è chi è nato per zappare e c’è chi è nato per studiare. La scuola migliore è quella che dimostra: questo è un concetto veramente stupido. 5. La scuola peggiore è quella che preferisce il facile al difficile. La scuola migliore è quella che alla noia del facile oppone la passione del difficile. 6. La scuola peggiore è quella che dice: ho insegnato matematica io? Sì. La sai la matematica tu? No. 3, vai a posto. La scuola migliore è quella che dice: mettiamoci comodi e vediamo dove abbiamo sbagliato 7. La scuola peggiore è quella che dice: tutto quello che impari deve quadrare con l’unica vera religione, quella che ti insegno io. La scuola migliore è quella che dice: qui si impara solo a usare la testa. 8. La scuola peggiore rispedisce in strada chi doveva essere tolto dalla strada e dalle camorre. La scuola migliore va in strada a riprendersi chi le è stato tolto. 9. La scuola peggiore dice: ah com’era bello quando i professori erano rispettati, facevano lezione in santa pace, promuovevano il figlio del dottore e bocciavano il figlio dell’operaio. La scuola migliore se li ricorda bene, quei tempi, e lavora perché non tornino più. 10. La scuola peggiore è quella in cui essere assenti è meglio che essere presenti. La scuola migliore è quella in cui essere presenti è meglio che essere assenti. la bontà risplende come un gioiello ed è vista persino nell’oscurità. Le persone buone sono persone belle. Tutti noi lo sappiamo per esperienza e lo hanno sempre saputo gli artisti, i pittori: la bellezza risplende sul volto della persona buona. Quello che intendevo dire è però che gli atti che hanno un tale contenuto morale e restano nel nascondimento, difficilmente possono essere descritti in termini di bellezza. Tali atti possono essere di suprema bontà, ma se nessuno sa di essi, se non sono contemplati, non possono essere chiamati belli. Ovviamente, se simili azioni buone clandestine sono descritte per esempio in un romanzo da un narratore onnisciente, il lettore le vede, le conosce, può trarre piacere da esse e può giudicarle belle. Solo, la bellezza presuppone un certo tipo di visibilità o di conoscenza». Andrea Galli, Avvenire, 2.10.2010 10/01/2011 9.25.56 Documenti Pag. 6 Gennaio 2011 I luoghi comuni sul Caso Galileo Un martire della scienza o un caso da rivedere? Equivoci e pregiudizi sull’emblema del conflitto tra scienza e fede in un articolo apparso sulla rivista giovanile Dimensioni Nuove Il caso Galileo torna periodicamente alla ribalta come caso emblematico del conflitto tra scienza e fede, per il fatto che il celebre scienziato pisano sarebbe stato maltrattato dalla Chiesa, umiliato e offeso nella sua dignità scientifica, dall’oscurantismo clericale di quel tempo. Ci troviamo davanti a uno dei casi emblematici dove si mischiano storia e pregiudizio. Perché Galileo non è stato arso vivo, nè è stato sottoposto a tortura, nè ha mai pronunciato la celebre frase “Eppur si muove” dopo aver ricevuto la condanna al processo... Un interessante articolo apparso sul numero di marzo 2008 della rivista giovanile Dimensioni Nuove “smonta” in parte un luogo comune che per molti anni è stato accettato senza battere ciglio. “Eppur si muove”. Non c’è studente italiano che non conosca questa “storica” frase. L’aneddoto è così celebre che il nostro studente è anche in grado di dire chi e quando l’ha pronunciata: il celebre scienziato Galileo Galilei il quale avrebbe così commentato la sentenza con la quale veniva condannato dal tribunale dell’Inquisizione romana per aver sostenuto la teoria eliocentrica e dimostrato l’insostenibilità di quella geocentrica. Sì, formalmente, abiurò la sua convinzione che fosse la terra a girare attorno al sole e non il contrario, ma in cuor suo rimase fermamente persuaso della bontà della sua opinione. Non avrebbe potuto fare altrimenti per sfuggire al rogo o ad altro supplizio e perciò l’appellativo di “martire della scienza” gli calza a pennello. Le istituzioni ecclesiali ci fanno proprio una brutta figura e nell’immaginario collettivo il processo a Galilei diventa così il simbolo di una guerra tra due nemici irriducibili, fede e scienza. Protetto dalla Chiesa Fatto sta che solo dieci anni prima di subire questa condanna, il nostro scienziato venne accolto con tutti gli onori a Roma, dal Papa Urbano VIII, al quale Galileo stesso aveva dedicato uno dei suoi libri più famosi, “Il Saggiatore”. Tra gli anni 1623 e il 1633, quello del processo, tutti lo consideravano l’astronomo “ufficiale” del Papa, i suoi discepoli erano stati nominati professori nelle università dello Stato Pontificio dove la teoria eliocentrica era insegnata tranquillamente, persino dal protestante Keplero che, per sfuggire all’intolleranza dei suoi correligionari, non trovò di meglio che accasarsi a Bologna, nei territori pontifici. Gli astronomi gesuiti della Specola Vaticana avevano sostenuto ed incoraggiato Galileo nei suoi studi, quando quest’ultimo subiva invece gli attacchi violenti di altri scienziati, invidiosi tra l’altro del successo di cui egli godeva proprio a Roma, dove era stato ammesso alla prestigiosa Accademia scientifica pontificia dei Lincei . Del resto, la teoria eliocentricocopernicana esisteva già da un pezzo e l’aveva proposta, cento anni prima di Galileo, proprio un prete, Copernico, che aveva serenamente installato le sue apparecchiature sulla torre di una cattedrale, a Frauenburg. L’opera fondamentale di Copernico, “La rotazione dei corpi celesti”, fu dedicata ad un Papa, Paolo III, e venne pubblicata con l’approvazione ecclesiastica. Dunque, nella storia di “Galilei, martire della scienza” qualcosa non funziona. Quello del processo a Galilei sembra piuttosto un caso da rivedere. Un’ipotesi ragionevole Quali furono in realtà le ragioni della condanna inflitta allo scienziato pisano nel 1633? Sostanzialmente, esse furono tre e nessuna di esse giustifica un presunto conflitto tra fede e scienza e, tantomeno, la considerazione di Galileo come di uno scienziato ingiustamente vittima dell’arretratezza culturale clericale. Procediamo con ordine. Anzitutto, a Galileo Galilei fu richiesto di abiurare semplicemente perché aveva torto. Egli, infatti, si ostinava a presentare l’eliocentrismo come un fatto acclarato quando invece, ai suoi tempi e nonostante le sue argomentazioni, poteva essere considerato solo un’ipotesi, ragionevole e degna di essere approfondita, ma non di più. Durante le discussioni che precedettero l’emanazione del verdetto, i cardinali, che erano poi in gran parte excolleghi di Galileo, chiesero al Pisano di mostrare un argomento “forte”. Egli fu in grado di addurne uno solo: le maree, da attribuire, secondo il Galilei, allo “scuotimento” delle acque provocato dal moto terrestre. I suoi giudici gli fecero notare che questo argomento era inconsistente perché l’alzarsi e l’abbassamento delle acque dei mari dipende all’attrazione della luna. Questa era ed è la spiegazione giusta ma non ci fu verso di convincerlo. Si comprende bene perché un filosofo contemporaneo della scienza, laico, Paul Feyerabend abbia dichiarato: “Al tempo di Galilei la Chiesa si mantenne ben più fedele alla ragione di Galilei stesso. Il suo processo contro Galilei era razionale e giusto, mentre la sua attuale revisione si può giustificare solo con motivi di opportunità politica”. Insomma, la prima ragione per la quale Galilei fu condannato è di natura eminentemente scientifica. Del resto, bisognerà attendere molto tempo ancora per avere delle prove certe del movimento terrestre. Solo nel 1851 la rotazione diurna della terrà verrà dimostrata con il celebre pendolo installato nella cupola del Pantheon di Parigi dal fisico francese Léon Foucault. Galileo fu un grande scienziato, indubbiamente, che, con le sue scoperte, mise in evidenza l’insostenibilità della fisica e dell’astronomia ufficiale del suo tempo, quella aristotelica. Ciò, però, non gli impedì di prendere delle sonore cantonate. Oltre a quella dell’origine delle maree, c’è pure un’altra “stecca”: si ostinava a dire che le comete erano solo delle illusioni ottiche. I gesuiti romani, invece, sostenevano che erano, come sono, dei corpi celesti reali. …Che non le intendiamo Il secondo motivo che aiuta a comprendere le reali cause della condanna di Galileo Galilei è di natura più teologica. Nell’empito della polemica, lo scienziato volle assumere anche il ruolo di interprete della Bibbia che, presa alla lettera, nel libro di Giosuè, lascia intendere che sia il sole e non la terra in movimento. Per questo motivo gli fu richiesto, sin dal 1615, cioè quasi vent’anni prima del processo del 1633, di rispettare la distinzione dei due piani e di lasciare ai teologi, certamente più competenti, l’interpretazione delle Scritture, senza alcuna preclusione verso la teoria eliocentrica. Con grande equilibrio il cardinale Bellarmino affermò che, nel caso in cui si fosse dimostrata la validità delle tesi copernicane, “bisognerebbe andar con molta considerazione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non le intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra”. E concludeva: “io non crederò che ci sia tal dimostrazione, finché non mi sia mostrata”. Non proprio simpatico Il terzo motivo è di natura più personale perché si sa che spesso gli aspetti emotivi e caratteriali influiscono anche sulla discussione delle idee. Galileo non era certamente un carattere facile. Passava facilmente alle offese e al sarcasmo, come appare dalla lettura della sua corrispondenza privata. Ad un certo punto se la prese pure con il Papa, Urbano VIII, fino ad allora suo amico e protettore, che gli suggeriva prudenza scientifica nell’esposizione delle sue teorie. Nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, Galilei presenta un personaggio, Simplicio, e lo ridicolizza facendolo apparire come uno sciocco. Sulla bocca di Simplicio mise i consigli ricevuti dal Papa, il quale fu così irritato da promuovere il famoso “processo” che si concluse come abbiamo già detto: la richiesta di abiura perché le prove addotte da Galileo non erano sufficienti per dimostrare l’evidenza del sistema eliocentrico. La condanna fu poi mitissima e tutt’altro che inibente l’attività scientifica del Pisano: recitare una volta alla settimana per tre anni i sette salmi penitenziali (che Galileo continuò a recitare fino alla sua morte perché era un cristiano sincero e fervoroso) e dimorare nella sua confortevole ed amena residenza ad Arcetri, dove continuò a studiare e ad approfondire le sue osservazioni. Morì a 78 anni, munito della benedizione del Papa, mentre mormorava la parola “Gesù”. Questa sì, l’ha realmente pronunziata perché “Eppur si muove” non l’ha mai detto: l’episodio fu inventato di sana pianta da un giornalista, tale Giuseppe Baretti, nel 1757. A smontare le accuse contro il presunto “oscurantismo” clericale contro la scienza partendo dal caso Galileo, ci pensa lo storico americano John Heilbron (che non è cattolico) il quale ricorda nel suo saggio “Il sole in Chiesa”, apparso nel 1999, che, proprio nel periodo critico della disputa con Galileo, in alcune grandi cattedrali cattoliche gli astronomi - finanziati dalla Chiesa - sperimentavano liberamente, sotto forma di “ipotesi”, la teoria copernicana e affermavano che il movimento era un’ellissi e non un moto circolare. Queste conferme scientifiche venivano ottenute fra le mura delle chiese. No, nel caso di Galilei nessun martirio “scientifico”, ma solo un “caso da rivedere”. Roberto Spataro, Dimensioni nuove, marzo 2008, su www.cogitoetvolo.it CENTROCASA Indialogo_gennaio2011.indd 6 10/01/2011 9.25.57 Orizzonti aperti Pag. 7 Al cuore della fede - 8 Secondo la Caritas in veritate di Benedetto XVI La carità esige la giustizia «Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è « inseparabile dalla carità », intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità o, com’ebbe a dire Paolo VI, «la misura minima» di essa, parte integrante di quell’amore « coi fatti e nella verità » (1 Gv 3,18), a cui esorta l’apostolo Giovanni. Da una parte, la carità esige la giustizia: il riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti de- gli individui e dei popoli. Essa s’adopera per la costruzione della “città dell’uomo” secondo diritto e giustizia. Dall’altra, la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l’amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 6 Bianco/Nero Scomparse le feste cristiane di EREnews BRUXELLES – Dalle agende europee sono sparite le feste cristiane. Da sette anni la Commissione europea distribuisce gratuitamente alle scuole che lo richiedono un eurodiario. All’inizio erano 200mila copie, quest’anno circa 3 milioni, richieste da ben 21mila scuole. Con una curiosa particolarità: l’assenza delle feste di Natale e Pasqua, mentre sono normalmente segnalate altre feste non cristiane. Un’omissione per dimenticanza, “per errore”, si sono giustificati a Bruxelles.Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha protestato e chiesto il ritiro delle copie (costo 5 milioni di euro). Operazione improbabile. Soluzione di ripiego e meno costosa: che la Commissione “si scusi” e scriva una lettera alle 21mila scuole invitando gli studenti ad … annotare spontaneamente di propria mano il nome di quelle feste nel proprio diario. Fonte EREnews, n.4, 2010 L’ a b b a z i a d i C a s a m a r i Nel 1036 in Ciociaria, presso Veroli, alcuni ecclesiastici intrapresero la vita comune secondo la regola benedettina a Casamari, la “Casa di Mario”, il generale romano antagonista di Silla. Nel 1130 passò di lì S. Bernardo di Clairvaux, sostenitore del papa Innocenzo II contro l’antipapa Anacleto II, in viaggio verso Montecassino per convincerne i monaci a riconoscere anch’essi Innocenzo II. Pochi anni dopo Casamari entrò a far parte dell’ordine di Cîteaux, che ad opera di Bernardo si stava prodigiosamente diffondendo in tutta Europa. La chiesa e il monastero vennero ricostruiti secondo i canoni della gravitas cistercense: “Vanità delle vanità, più ridicola che vana! La Chiesa risplende nei suoi muri, ma manca di tutto nei suoi poveri; essa orna d’oro le sue pietre e lascia senza vesti i suoi figli[…] Di quale utilità può essere ciò per i poveri, per i monaci, per gli uomini spirituali?” (S. Bernardo). Nei secoli l’abbazia ha vissuto momenti di decadenza e di ripresa: dalla commenda, istituita nel 1430 da Martino V per il nipote card. Prospero Colonna e tolta solo nel 1850 da Pio IX,alla ripresa dei primi del ‘700 su impulso di Clemente XI, donatore nel 1711 del ciborio barocco sopra l’altar maggiore; dalla devastazione e uccisione di monaci da parte Indialogo_gennaio2011.indd 7 delle truppe francesi in ritirata da Napoli nel 1799 agli sviluppi che ne fanno oggi il centro di una congregazione che conta diciannove monasteri, di cui quattro in Etiopia e due in Eritrea. Oltrepassato l’ingresso, un grande arco a tutto sesto sormontato dalle bifore dell’alloggio abbaziale, appare, preceduta da un portico, la semplice ma solenne facciata della chiesa, di cui Innocenzo III benedì la prima pietra nel 1203 e che Onorio III consacrò nel 1217. Ed è bello il primo dell’anno, sull’imbrunire, entrare in questa chiesa illuminata a giorno e, con tanti fedeli, unirsi ai monaci nel canto festivo del Vespro, così raccomandato dal Concilio Vaticano II (SC II) e così negletto in tante nostre comunità, fagocitate da riti consumisti, e ricevere la benedizione eucaristica, inseriti in una tradizione eucologica intrisa di secoli di ascolto, meditazione, ceebrazione della Parola fatta carne e accompagnati dal suono dell’organo, lo strumento che si è evoluto a servizio della liturgia. A Casamari l’organo c’è, ma non si vede: le canne sono sistemate in uno spazio esterno fra l’abside e il transetto, forse per non turbare l’armonia architettonica. Altre parti dell’abbazia meritano una visita attenta: il chiostro; l’aula capitolare, perfetta realizzazione dell’arte gotica, di forma quadrata, con quattro pilastri e nove campate con volta a crociera; il refettorio, ricavato nell’antico dispensario; la biblioteca (“Clausura sine literatura est vivi hominis sepultura”) e via dicendo. Ma il visitatore porterà con sé soprattutto il ricordo di una comunità orante: alla benedizione eucaristica segue il canto del “Veni Creator”, l’invocazione allo Spirito creatore perché anche quest’anno voglia rinnovare la sua opera, visitare le menti, inondare i cuori con la sua grazia (“mentes tuorum visita, imple superna gratia quae tu creasti pectora”), essere per tutti acqua viva, fuoco, amore (Fons vivus, ignis, caritas), dono di pace (Hostem repellas longius pacemque dones protinus), guida contro ogni male (Ductore sic te praevio vitemus omne noxium), il tutto in un linguaggio altamente evocativo, oggi spesso abbandonato in nome di frettolosi ammodernamenti. Valga come augurio per il nuovo anno la conclusione dell’inno: “Per te sciamus da Patrem noscamus atque Filium teque utriusque Spiritum credamus omni tempore” E ci accompagni una crescente confidenza in Dio uno e trino, origine e meta del nostro cammino. Franco Betteto Gennaio 2011 NOTE DI LETTURA In principio Dio di Andrea Balbo Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, In principio Dio creò il cielo e la terra. Riflessioni sulla creazione e il peccato Un libro che parla di creazione per cominciare l’anno può essere una buona idea, soprattutto se il testo è di qualità, è scritto e tradotto bene ed è scorrevole pur nella sua densità. Sto parlando di una raccolta di omelie che l’allora cardinale Joseph Ratzinger tenne nella cattedrale di Monaco nel lontano 1981, publicate in tedesco nel 1996 e tradotte in italiano nel 2006 da Lindau al prezzo di 12,50 euro. Le prediche sono 4, intitolate rispettivamente Dio creatore, Il senso dei racconti biblici della creazione, La creazione dell’uomo, Peccato e redenzione, a cui seguono alcune pagine su Le conseguenze della fede nella creazione; esse toccano alcuni aspetti estremamente controversi della moderna riflessione teologica cattolica. Il concetto di base, estremamente caro a questo pontefice, è, come è noto, che il cristianesimo ha un fondamento razionale e che rivela all’uomo il senso profondo del suo esistere, mentre né lo scientismo né le altre religioni possono aspirare a un simile traguardo. Il Papa richiama alcuni concetti che dovrebbero essere chiari, ma che troppo spesso sono oscurati da una scarsa informazione o da una distorsione dei problemi: il racconto biblico non è un blocco erratico unitario, ma si modifica; esso, nella lettura cristiana, è orientato da un criterio cristologico; non è in contraddizione con i principi fisici (che, va ricordato, non sono dei dogmi, ma delle spiegazioni funzionali a interpretare fenomeni che possono essere sostituite da altre spiegazioni migliori e più efficaci) postulare un inizio dell’esistente. Quanto però è fondamentale ricordare è che l’atto creativo corrisponde nella visione cristiana ad un atto d’amore, alla costruzione di una relazione profonda fra Dio e l’uomo, tra Dio e il creato e tra l’uomo e il creato; in poche parole, è questo atto che fonda e dà il punto di partenza di quel cammino che ha avuto come tappa essenziale la venuta di Cristo e la redenzione dell’uomo. La fede in una ragione creatrice e in un mondo ordinato alla costruzione del regno di Dio non può che costituire un bene e uno stimolo all’azione in un contesto sociale che vede nella dispersività e nella precarietà gli elementi cardine dell’esistenza. Andrea Balbo 10/01/2011 9.25.59 Cronaca bianca Pag. 8 Gennaio 2011 Dai “Dialoghi di Paolo Ricca”, pastore valdese Africa Cose dell’altro mondo NAITUTU’M = Colei che riunisce Lunedì pomeriggio sono andata a visitare le donne di una delle outstations, Kituruni. E’ tanto che volevano che andassimo, con Sr Serafina. Vogliono essere aiutate ad iniziare un progetto che le aiuti a finanziarsi. Serafina ha mandato me in “avanscoperta”. Due donne hanno parlato a nome delle altre, chiedendo aiuto, spirituale e materiale. Gli uomini non fanno niente, e se manca lo zucchero nel tè si lamentano, se il mais é solo mais, senza fagioli, si arrabbiano. Ma non fanno nulla per contribuire al mantenimento della famiglia. Quando prendono una seconda moglie, la prima moglie con i figli sono completamente dimenticati. Che accoglienza ci hanno fatto (ero con il catechista)! Siamo arrivati alle 14.30, stavano cucinando: riso, patate e pollo. Loro, quando devono dare il benvenuto, devono cucinare. E poi té, ovviamente tè. Quindi, nel salone, dopo due o tre danze di benvenuto, mi hanno detto il motivo del loro invito, poi hanno aspettato da me la risposta. Ho parlato io, poi il catechista, poi di nuovo le due donne, con la loro richiesta di aiuto. Alla fine ancora canti e, con mia grande sorpresa, regali! A me un collare di perline colorate, al catechista Henry un braccialetto. Mi hanno anche battezzato, dandomi un nome nuovo, samburu: NAITUTU’M = colei che riunisce le persone, che porta la gente insieme. Bello, vero? Credo che mi si addica. Non so bene come faremo. Comunque Sr Serafina vuole aiutarle, come ha già fatto per le donne qui di Karare. Bisogna trovare un’attività , un income generating project che vada bene per loro, che abbia mercato, e per il quale non debbano dipendere da noi, se non per un aiuto nell’avviarlo. Ci penserà poi Serafina, perché io tra qualche mese le lascerò per un’altra destinazione. E mentre ritorni a casa la gioia ti nasce nel cuore, perchè senti di aver agito bene, per il bene di questa povera gente. La gioia nasce nel momento in cui abbandoni la ricerca della tua felicità per cercare di darla agli altri. Suor Claudia, missionaria della Consolata, Nairobi (Kenya) Indialogo_gennaio2011.indd 8 Davanti al mendicante che fare? «La risposta è quella dell’Antico Testamento: la vera elemosina è la giustizia sociale» La risposta alla domanda è quella che ho già dato, cioè quella dell’Antico Testamento: la vera elemosina è la giustizia sociale. Nessuna elemosina la può creare, nessuna elemosina la può sostituire. Questo non significa che la piccola elemosina individuale e la grande elemosina delle istituzione benefiche mondiale siano inutili. Al contrario: finché ci sarà un mendicante, l’elemosina ha senso e valore, ma ce l’ha solo se accompagnata dalla grande lotta per un mondo di giustizia, per un ordine sociale che corrisponda alla volontà di Dio. Se non è accompagnata da questa lotta, diventa facilmente un alibi, un facile modo di mettersi in qualche modo la coscienza a posto e quindi di offrire una copertura a un ordine sociale ingiusto, pieno di disuguaglianze di cui i forti approfittano per sopraffare i deboli – un ordine ingiusto che nessuna elemosina, neppure quella delle grandi istituzioni benefiche, riesce a scalfire. Ma la lotta per un ordine sociale giusto, cioè per vincere a livello mondiale la povertà, la fame, la miseria e la stessa mendicità, individuale e collettiva, non mi esime dal gesto individuale fraterno di condivisione verso chi, per qualunque motivo, sta peggio di me e a me si rivolge. È vero però che si può condividere in molti modi. Quello dell’elemosina è uno, ma non è l’unico. Si racconta di un uomo che davanti a un mendicante che tendeva la mano per ricevere una moneta, frugò invano nelle sue tasche, e non trovandovi nulla da dare, prese la mano del mendicante e la strinse nella sua. Quella stretta di mano valeva più di molte monete. L’etica in un mondo di consumatori di Zygmunt Bauman Smantellata gran parte dei limiti spazio-temporali che delimitavano le potenzialità delle nostre azioni, non possiamo più ripararci dalla ragnatela della dipendenza globale. È questa la situazione in cui, volenti o nolenti, portiamo avanti oggigiorno la nostra storia comune. Anche se molto - forse tutto o quasi tutto - in questa storia in divenire dipende dalle scelte umane, le condizioni in cui tali scelte vengono fatte non sono a loro volta soggette a scelta. Si può essere “favorevoli” o “contrari” rispetto alla nostra interdipendenza planetaria, ma sarebbe come dire di essere a favore o a sfavore della prossima eclissi solare o lunare. Acconsentire od opporsi, però, alla forma squilibrata che la globalizzazione della condizione umana ha assunto fino a questo momento, questo sì che può fare una grande differenza. Zygmunt Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, 2010 Giovanni e Laura Paracchini Due cristiani che non vogliono andare in pensione Giovanni e Laura, ottantacinquen- e alle diverse condizioni climatiche ni, 57 anni di matrimonio, 4 figli e e di vita che influiscono fortemen12 nipoti. Dopo una vita dedita al te sull’impegno. Giovanni e Laura, lavoro e alla famiglia, ora sono im- con la loro semplicità e il loro spirito pegnati al servizio dei più lontani, evangelico, sono due persone veraaddirittura partendo “in missione”. mente eccezionali che hanno conserNel 2004 e nel 2007 si sono recati in vato vivo nel cuore l’amore per Gesù Ruanda come “Fidei donum“mandati e i fratelli. dalla diocesi di Milano. Nella dioce- Simona Bruera si di Byumba, la zona dei Grandi Finestra per il Medio Oriente Laghi al confine con l’Uganda, Le lettere di Don Andrea Santoro 22 - Più che “schierarsi”,“convertirsi” Laura e Giovanni hanno trascorso Belle parole, dirà qualcuno, racconti Israele, oltre la propria sicurezza, deve recuperare la quattro mesi nel edificanti, ma la realtà è un’altra! È vero. sua vocazione universalistica, la sua elezione a essere 2004 e poi, nel Assistiamo in questi giorni a spettacoli di segnacolo di unità tra i popoli e città “madre”, segno una ferocia disumana. Ma l’alternativa alla visibile della grazia che Dio ha generato nel suo grem2007, sono stati ferocia è la carità. La ferocia distrugge, la bo ma che è destinata a riversarsi su tutte le nazioni. a Ruhuha, a sud, carità vivifica. La ferocia divide, la carità Israele non può circondarsi di muri ma di porte. Dice verso il confine col Burundi. Sono unisce. La ferocia colpisce, la carità lenisce le ferite. La il salmo 87: «Di te si dicono cose stupende città di Dio stati accolti con ferocia genera altra ferocia, la carità riconcilia e genera (Gerusalemme) [...] ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia stupore dalla po- altra carità. La ferocia non teme di uccidere, la carità tutti là sono nati. Si dirà di Sion: l’uno e l’altro è nato polazione, la cui non teme di dare la vita. La ferocia è perversa nella sua in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scrivevita si aggira intor- genialità, la carità è sublime nella sua inventiva. Per rà sul libro dei popoli: là costui è nato. E danzando no ai 50-55 anni. arginare la ferocia occorre l’intelligenza della carità e canteranno: sono in te tutte le mie sorgenti». L’islam la mobilitazione di risorse profonde. Per questo sono deve recuperare, proprio in nome dell’unico Dio e Per intraprendere convinto che in Medio Oriente non c’è tanto bisogno dell’unico Adamo da cui tutti discendiamo, il rispetto un’attività di vodi “schierarsi” quanto di “convertirsi”: tutti. Sia i con- “pieno” per ogni altro popolo, nazione, terra e religiolontariato in Paesi tendenti che i mediatori sono chiamati al coraggio di ne, rinunciando a quell’atteggiamento conosciuto in in via di sviluppo mutare pensieri, sentimenti, giudizi, comportamenti, passato come “protezione” benevola e tollerante verso in età avanzata oc- progetti, ispirandosi non solo alla giustizia ma a quella ebrei e cristiani a condizione che questi fossero dispocorrono doti non carità “spicciola” che, come dice san Paolo, «è pazien- sti ad accettare la limitazione di certi propri diritti, e nel comuni: grande te, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gon- presente come adozione di certe forme di limitazione flessibilità e spiri- fia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, in certi Paesi a regime islamico. Il martirio inoltre va to di adattamento, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non riscoperto come atto di amore e di dedizione alla causa capacità di reagire gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità». La di Dio, non come atto di odio che per distruggere non bene alle difficoltà carità unisce giustizia e misericordia e genera la pace. esita a distruggersi. Perché vado in Turchia 10/01/2011 9.26.00 Religione&Scuola Pag. 9 Gennaio 2011 CINEFORUM Dal giornale degli studenti del Liceo “Porporato” di Pinerolo Hereafter Quando l’hobby diventa arte Film per la catechesi e l’irc Regia di Clint Eastwood (2010) Spesso in ogni casa si nasconde un artista fai da te che crea con passione Marie Lelay è una giornalista francese sopravvissuta alla morte e allo tsunami. RienArte. Quando si sente questa parola molti pensano a granAnche tra i signori si nascondono artisti di talento non intrata a Parigi si interroga sulla sua esperien- di opere custodite nei più famosi musei del mondo e ad arti- differente: come non nominare abili falegnami moderni, che za sospesa tra luce e oscurità, alienandosi sti dalle vite tormentate. Nessuno sospetta, però, che in ogni trasformano semplici pezzi di legno in pregiati manufatti. fidanzato ed editore. Marcus è un fanciullo casa si nasconde un’artista. Per non parlare dell’estrema cura e pazienza da cui preninglese sopravvissuto alla madre tossicodiI protagonisti di questo articolo sono, infatti, tutte le perso- dono forma riproduzioni in miniatura di casette tipiche e di pendente e al fratello gemello, investito da ne che si dedicano con passiomonumenti famosi. un’auto e da un tragico destino. Smarrito e ne a quello che ad un osservaMeritano una citazione tra questi ‘spaiato’ cerca ostinatamente ma invano di tore esterno, può sembrare un artisti anonimi anche coloro che si entrare in contatto con Jason, di cui indossa semplice hobby, ma che spesdedicano all’antica arte del teatro, il cappellino e conserva gli amaso porta alla nascita di piccoli dando vita a compagnie di paese, fobili resti. George Lonegan è un tografi per passione, che poco hanno operaio americano in grado di capolavori. L’ elenco di questi da invidiare ai colleghi più famosi, vedere al di là della vita. Deciso creatori di arte “fai da te” è cantanti e musicisti, che si ritrovano a ripudiare quel dono e a con- composto da uomini e donne quistarsi un’esistenza finalmen- di tutte le età che dedicano in cori e bande che permettono loro te normale, George ‘ascolta’ i parte del loro tempo a “creare” di soddisfare la propria passione. Anromanzi di Dickens e frequenta qualcosa con passione, indiche tra i più piccoli scorre il “sacro un corso di cucina italiana. Sarà pendentemente dal fatto che fuoco dell’arte”: un esempio per tutti proprio la “piccola Dorrit” dello scrittore questo lavoro possa avere un gli attacchi d’arte proposti nella fabritannico a condurlo fino a Londra, dove riscontro economico. mosa trasmissione “Art Attack”, che vive Marcus e presenta il suo nuovo libro Che dire delle numerose nonne che si destreggiano tra insegna ai bambini come creare, con poco, un piccolo caMarie. L’incontro sarà inevitabile. George, Marcus e Marie troveranno soccorso e ri- gomitoli e filati vari, dai quali creano sciarpe, maglioni e polavoro. Visto che in ognuno di noi si nasconde un potensposte al di qua della vita. Non si può vede- coperte, e delle casalinghe e donne in carriera che liberano il ziale artista, non ci resta, quindi, che dare spazio alla nostra re “al di là” delle cose senza finire prigio- loro senso artistico tra pennelli, ceramiche découpage e per- creatività e lasciarci coinvolgere dall’amore per l’arte, in Francy 4 AL, nieri del dolore. Lo sanno bene George e line colorate da cui nascono gli oggetti più svariati e inedite qualsiasi forma essa si esprima. Onda d’urto, ottobre 2010 Marie, protagonisti adulti di Hereafter, che creazioni di bigiotteria. hanno oscillato sulla soglia, sperimentando la morte e scampandola per vivere al meglio quel che resta da vivere nel Lettera di congedo di una futura maturanda di Annalisa Scarrone mondo. Un mondo reso meno imperOra che alberi infiniti fetto da un ragazzino che ha negli occhi sbiadiscono oltre le pareti, e nei gesti qualcosa di gentile. Qualcosa 15 settembre 2006. Tra le pagine del mio dall’immagine di me stessa il primo giorno un brivido ha svegliato un sorriso in me. che piacerà al George di Matt Damon diario leggo: “ […] ho appena cominciato il di liceo: tremavo e a volte tremo ancora; non Ora che le tue mani sono più e troverà un argine alla sua solitudine. tiepide liceo e ho già paura”. Sfoglio le pagine con osavo parlare e spesso mi capita di scegliere Nella compostezza di una straordinaria ogni mia paura si dissolverà un sorriso di nostalgia, pensando a quanto di tacere; avevo grandi speranze e il mio classicità, che si concede un momento sciogliendosi come neve. tempo è passato. Arrivo così al terzo anno e animo da sognatrice è ancora pienamente di tensione quasi insostenibile nella seCammino nella pioggia leggo, con un sorrisetto superiore, di donna attivo. Ma devo pur essere cambiata. E me ne quenza lunga e spietata del maremoto, cammino controvento che ormai la sa lunga: “[…] gli insegnanti accorgo rileggendo il mio diario: col tempo l’ultimo film di Clint Eastwood insecammino cammino gna qualcosa sulla vita confrontandosi cercano di spaventarci ( con successo )”. Giro il mio bisogno di lui è aumentato, come e fuggo via da questo inverno con la morte, quella verificata (Marie), ancora e leggo nomi di persone con cui non sono aumentate le mie riflessioni, che pian toccare il cielo in una stanza quella subita (Marcus), quella condiviparlo più, vedo lacrime antiche impresse sulla piano si allontanano da me e spingono fuori, è un’illusione che mi basta sa (George). carta, scorgo l’energia della vita che scorreva verso il mondo. Forse cinque anni di liceo in volo verso te Hereafter prende atto che la vita è un direttamente dalla mia mano al foglio. Viaggio mi hanno fatto capire che non esisto solo io, per rinascere esperimento con veloce, forse rattristata da qualche spiacevole che è bello e importante aiutare e sacrificarsi; e cancellare questo Il cielo in una frase un termine e si inverno. ricordo; così giungo a una pagina piuttosto ma soprattutto mi hanno fatto provare la articola per que- Ci sono occasioni nella vita in cui Ora che tutte le promesse recente, datata il 16 settembre 2010. “ Sono gioia di sentirsi, per cinque ore al giorno, sto attraverso pro- la verità e la semplicità sono il più fioriscono davvero all’ultimo anno, ma mi sento ancora non un corpo con un’anima, un corpo legato spettive frontali: abile maneggio. dalla mia finestra una primina”. Ripenso a quella sensazione: alla sofferenza della vita e all’immagine che al di qua e al di (Jean de la Bruyère) le soffierò come petali stavo lì, in piedi di fronte all’ingresso, nel tutti hanno di esso, bensì un’anima con un là del confine che di rosa mio ultimo primo giorno di scuola e mi corpo, uno spirito che non ha limiti e che vive separa la presenza Ora che in un bacio mi son perduta già sentivo vuota. Avevo la sensazione di essermi del profumo dei libri e delle risate dei suoi dall’assenza. È questa linea di demardentro ad un tramonto ti perderò cazione a fare da perno al montaggio lasciata sfuggire qualcosa e ho continuato a compagni. Per questo, ringrazio innanzitutto cercando una nuova estate. alternato delle vite di una donna, di sforzarmi di ricordare anche in classe. Mentre gli insegnanti che ci hanno indicato la rotta, Cammino nella pioggia un uomo e di un bambino dentro una i professori attaccavano con la cantilena ma soprattutto i compagni di questo viaggio cammino controvento geometria di abbagliante chiarezza e “quest’anno avete l’esame” (un motivetto verso l’immensità del mondo. Auguro a cammino cammino spazi urbani pensati per gravare sui loro e fuggo via da questo inverno che scandisce le nostre giornate), io facevo il me e a loro di giungere a porti felici, senza destini come in un romanzo sociale di toccare il cielo in una stanza quadro della situazione: ho diciotto anni e sono dimenticare la patria che abbiamo lasciato e le Dickens. Destini colpiti duramente e è un’illusione che mi basta all’ultimo anno; non sono più la bambina che avventure affrontate insieme per questo mare. deragliati ineluttabilmente dalla natura in volo verso te si nascondeva nell’armadio per non andare a Giulia Centrone 3 B Cl (lo tsunami in Indonesia), dalle tensioper rinascere scuola, né la ragazzina spaesata delle medie. Onda d’urto, ottobre 2010 ni sociali (gli attacchi terroristici alle per cancellare questo inverno. Pensavo e non riuscivo ad allontanarmi metropolitane londinesi), dalla fatalità toccare il cielo in una stanza (l’incidente stradale), destini che si inè un’illusione che mi basta contrano per un attimo (o per la vita) in in volo verso te un mutuo scambio di salvezza. Facenper rinascere dosi in tre l’autore mette lo spettatore al per cancellare questo inverno. centro di qualcosa di indefinibile epputoccare il cielo in una stanza re familiare come il dolore dell’essere, è un’illusione che mi basta produce punti di vista potentemente vorrei dormire fuori binario sul tema della morte. e poi rinascere Walter Gambarotto innamorarmi in questo inverno. Inverno Cinque anni verso l’immensità del mondo Indialogo_gennaio2011.indd 9 10/01/2011 9.26.02 In diocesi Pag. 10 La celebrazione dell’Epifania in Duomo Un incontro di amicizia tra i popoli Il vescovo: “Il vangelo non s’impone, ma si propone attraverso lo stile di vita” È sempre toccante assistere alla “Messa dei popoli”, celebrata dal vescovo il giorno dell’epifania in duomo alla presenza di numerosi immigrati di tutti i continenti. Immigrati tra i celebranti (spiccava il nuovo presbitero aiutante di San Lazzaro, don Gerard), tra i cantori (i novizi salesiani) che accompagnavano la liturgia e leggevano i brani biblici e tra molti dei partecipanti. Alcuni in costume hanno aperto la processione e portato le offerte. In Pinerolo, ha ricordato il vescovo nella sua omelia, sono presenti (ufficialmente) 2767 cittadini stranieri provenienti da 74 nazioni di tutti i continenti. I rumeni sono quelli più numerosi e anche per questo è stata significativa la presenza del loro pope padre Sorin. Quest’anno l’evento è stato ancora più significativo perchè è avvenuto in un periodo di persecuzione e di attentati verso i cristiani in varie parti del mondo, in particolare in Egitto, con ampio risalto nei media. Come il Papa anche Debernardi ha stigmatizzato l’evento richiamando i cristiani e i popoli tutti alla fratellanza: “L’Epifania, ha detto, è una festa missionaria che dà slancio ad un incontro di amicizia tra i popoli per farci sentire un’unica famiglia”. Uno slancio dove “il vangelo non s’impone, ma si propone attraverso lo stile di vita”. Dove “la via della pace passa attraverso l’accoglienza e il dialogo”. Dal Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2011 La libertà di religione, un patrimonio comune […] § 5 - Si potrebbe dire che, tra i diritti e le libertà fondamentali radicati nella dignità della persona: 1. la libertà di religione gode di uno statuto speciale. Quando la libertà religiosa è riconosciuta, la dignità della persona umana è rispettata nella sua radice, e si rafforzano l’ethos e le istituzioni dei popoli. Viceversa, quando Musica e spiritualità la libertà religiosa è negata, Il mito di Orfeo quando si tenta di impedire di Joram Gabbio di professare la propria reliSpesso miti e leggende del mondo classico gione o la propria fede e di sono rilette alla luce del cristianesimo: nelle vivere conformemente ad narrazioni dell’antichità si individuano tracce esse, si offende la dignità di verità poi riconosciute con maggiore sa- umana e, insieme, si minacpienza con l’avvento di Cristo. ciano la giustizia e la pace, Trattando della musica non si può rinuncia- le quali si fondano su quel re al mito di Orfeo ed Euridice, narrato da retto ordine sociale costruiVirgilio, Ovidio e molti altri scrittori dell’an- to alla luce del sommo Vero tichità classica e non. Orfeo, per salvare e sommo Bene; l’amata Euridice, discesa agli inferi a causa 2. la libertà di religione del morso di una serpe, percorre impavido il è, in questo senso, anche mondo dell’oltretomba, ed al termine della un’acquisizione di civiltà sua catabasi ammansisce gli dèi dell’Ade, ot- politica e giuridica. Essa tenendo l’inaudita concessione di ricondurre è un bene essenziale: ogni sulla terra Euridice. L’impresa fallisce per le persona deve poter esercitroppe premure dell’incauto Orfeo, il quale, tare liberamente il diritto piangendo la definitiva perdita della ninfa, di professare e dì manifecommuove animali, piante e persino pietre stare, individualmente o con il suo armonioso e struggente canto, e comunitariamente, la propria religione o la propria con il suono dell’inseparabile lira. Il mito di Orfeo fu ripreso e reinterpretato da fede, sia in pubblico che in innumerevoli musicisti ed in tutte le epoche: privato, nell’insegnamento, Rinuccini, Gluck e Stravinskij sono appena nelle pratiche, nelle pubblitre tra i nomi di spicco che si cimentarono cazioni, nel culto e nell’oscon l’affascinante vicenda, peraltro notissi- servanza dei riti. Non dovrebbe incontrare ostacoli ma anche nelle arti figurative. In ottica cristiana è vivace la rilettura: la mu- se volesse, eventualmente, sica, arte impalpabile e concreta, muove gli aderire ad un’altra religioanimi, anche quelli più indifferenti e gelidi ne o non professarne alcuper mille vicissitudini della vita. La musica si na. In questo ambito, l’orpropone come forma pura di preghiera sentita dinamento internazionale e fervente che porta a Dio. L’antichità intuì in risulta emblematico ed è modo nitido le risorse del canto e del suono, un riferimento essenziale cogliendone, da Pitagora in poi, le valenze per gli Stati, in quanto non spirituali: un’eredità che il mondo cristiano consente alcuna deroga alla non può sciupare, ma ha il dovere di far fiori- libertà religiosa, salvo la legittima esigenza dell’orre di colori sempre nuovi. JG dine pubblico informato a Indialogo_gennaio2011.indd 10 giustizia (DH,2). L’ordinamento internazionale riconosce così ai diritti di natura religiosa lo stesso status del diritto alla vita e alla libertà personale, a riprova della loro appartenenza al nucleo essenziale dei diritti dell’uomo, a quei diritti universali e naturali che la legge umana non può mai negare; 3. la libertà di religione non è patrimonio esclusivo dei credenti, ma dell’intera famiglia dei popoli della terra. È elemento imprescindibile di uno Stato di diritto; non la si può negare senza intaccare nel contempo tutti i diritti e le libertà fondamentali, essendone sintesi e vertice. Essa è «la cartina di tornasole per verificare il rispetto di tutti gli altri diritti umani» (Giovanni Paolo II). Mentre favorisce l’esercizio delle facoltà più specificamente umane, crea le premesse necessarie per la realizzazione di uno sviluppo integrale, che riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione (CiV,1). 6 – E’ innegabile il contributo che le comunità religiose apportano alla società. Particolarmente importante è il contributo etico della religione nell’ambito politico. Esso non dovrebbe essere marginalizzato o vietato, ma compreso come valido apporto alla promozione del bene comune. In questa prospettiva bisogna menzionare la dimensione religiosa della cultura, tessuta attraverso i secoli grazie ai contributi sociali e soprattutto etici della religione. Tale dimensione non costituisce in alcun modo una discriminazione di coloro che non ne condividono la credenza, rafforza piuttosto la coesione sociale, l’integrazione, la solidarietà […] Sintesi dal Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2011, Benedetto XVI Gennaio 2011 Passinpiazza Un intenso interesse ed impegno... “Caro Norberto, il corpo si degrada, il cervello no”. I casi della vita mi hanno portata recentemente ad assistere un paziente nel reparto di neurologia e mi hanno dato così l’opportunità di osservare comportamenti, ascoltare esperienze, raccogliere sofferenze. Nel reparto che ho conosciuto, il paziente è considerato con tutto il suo bagaglio di esperienza, di sensibilità, di aspirazioni, di paure, col suo contorno relazionale, valutato attentamente per capire quanto questo sia in grado di reggere l’esperienza traumatizzante del malato. Ho potuto in quelle ore riflettere sulla complessità dell’esistenza, sull’impenetrabilità dei segreti della mente umana. Mi sono posta domande quali: che cos’è l’anima?..e la mente?..e la psiche?.. che cosa li differenzia veramente?..qual è il rapporto tra loro?..che parte ha il cervello nella loro attività? Anche se si può trovare una definizione concettuale sufficientemente precisa ed esaustiva, il cammino diventa arduo quando ci si inoltra ad indagare i processi che li sottendono o, più ancora, le loro reciproche relazioni. Ci si sente ancora più incerti e disorientati quando le domande derivano dall’esperienza diretta di patologie mentali che sconvolgono la vita. Le neuroscienze, che rispetto allo studio delle attività cerebrali hanno fatto passi da gigante negli ultimi decenni, hanno superato ormai l’interpretazione esclusivamente fisicista e riduzionista dei processi che sottendono alle funzioni psichiche, emotive e cognitive. Ma la dimensione della coscienza soggettiva, il vissuto biopsichico dell’io, con le sue intime aspirazioni hanno una loro dignità ontologica o sono strettamente dipendenti dall’attività nervosa? Su questa di per sé irrisolvibile domanda si sono interrogati scienziati e esponenti della religione e della cultura al convegno tenuto a Milano all’Istituto Lombardo dell’Accademia delle scienze e delle lettere il 15 e 16 dicembre scorsi. L’approccio interdisciplinare tentato in questo confronto non ha potuto produrre risposte definitive, ma ha avuto la funzione di sensibilizzare su un tema così complesso: quali i rapporti causali tra processi mentali e attività cerebrale? In quale misura essi dipendono dalla nostra volontà? Come e quanto ne siamo responsabili e fino a che punto il nostro pensiero è davvero libero? Quanto dipende dall’attività dei primi la salute dei secondi? Una risposta anche troppo ottimistica ci viene da un carteggio del ’98 tra Norberto Bobbio e Rita Levi Montalcini. All’amico Norberto, che le faceva notare come, pur continuando ad esercitare il cervello, sentiva un graduale affievolimento delle sue facoltà mentali, Rita rispondeva dandogli del tu: ”I successi conseguiti nel settore scientifico derivano non da particolari capacità mentali, ma dall’intenso impegno e interesse...” ”...il cervello umano, se non afflitto da forme degenerative e mantenuto in funzione con l’esercizio, ha proprietà di mettere in atto capacità creative anche in avanzata età senile.” Maria Teresa Maloberti 10/01/2011 9.26.02 In diocesi Pag. 11 Nel territorio sa (ma non Profili del Comupossiamo Parrocchie del Pinerolese – 10 ne di Perosa identificare incontriamo anNei comuni di Perosa e Pomaretto ilcheluogo) due parrocla chiesa chie, San Genesio in Perosa Argentina e intitolata a San Nicolao. Nel 1518 si inSan Giuseppe in Meano. Questa è stata contra anche la chiesa di San Sebastiano, eretta in parrocchia nel 1698 in una situa- sita là dove oggi incontriamo, entrando zione politico/religiosa quantomeno curio- in Perosa, l’omonima cappella. A motivo sa: il territorio apparteneva alla Francia, la della forte presenza valdese (oggi molto parrocchia (a differenza delle altre dell’Al- limitata in Perosa ma forte nella vicina ta Val Chisone dipendenti dalla prepositura Pomaretto) Perosa fu sede di una missione di Oulx) era soggetta all’Abbazia di San- cappuccina dal 1596 al 1658. La missione ta Maria di Pinerolo. Quella di Meano è comprendeva i territori di Perosa, Podio, l’unica parrocchia della diocesi intitolata a Inverso Pinasca, Dubbione, Gran DubbioSan Giuseppe. Della prima chiesa, voluta ne, Villar, Pramollo e San Germano. Nel dal Re Luigi XIV nello stesso anno di ere- periodo napoleonico alla parrocchia di zione della parrocchia, sono rimasti i muri Perosa vennero unite la parrocchia di Poperimetrali; tutto l’interno è stato distrutto maretto (eretta nel 1688) e la parrocchia da un incendio avvenuto nel 1986, ma i di Inverso Pinasca (già eretta prima del meanesi, con fatica e lavori di abbellimen- 1739). Con la restaurazione le cose torto che ancora continuano, hanno voluto ri- narono come prima. Nel 1897 si iniziò la costruire la loro chiesa. Nel territorio della costruzione dell’edificio che sarebbe stato parrocchia si incontra anche la cappella di affidato, sino al 1973, ai Salesiani la cui San Giovanni Battista; sorge dagli anni in- presenza ha servito i ragazzi della parroctorno al 1820 nella borgata Selvaggio. Si chia con l’oratorio e di tutta la valle con la incontrano poi due piloni, l’uno dedicato a scuola, dapprima elementare e successivaSan Giuseppe alla Ciapella, l’altro del Sa- mente anche secondaria. Nel 1898 erano cro Cuore al Passoir. In ogni borgata s’erge giunte a Perosa anche le Figlie di Maria una croce. Ausiliatrice. La comunità è presente anLa parte alta di Perosa è dominata dalla cora oggi, con una scuola materna e corsi parrocchiale di San Genesio. La prima no- di formazione professionale finanziati daltizia che si ha di questa parrocchia risale al la Regione Piemonte per le ragazze. Nel 18 febbraio 1202; la chiesa è già attestata 1688 fu eretta la parrocchia di Pomaretto; prima del 1200. L’edificio attuale è in sti- la chiesa era stata innalzata l’anno precele barocco e riconducibile agli ultimi anni dente e aveva ricevuto l’antico titolo di del 1700. Prima del 1300 vi era in Pero- San Nicolao. Giorgio Grietti Gennaio 2011 Le fantasie del Signore Il Signore manifesta molta fantasia nel chiamare al lavoro. Ognuno di noi potrebbe raccontare la sua storia circa il modo con cui è stato chiamato. La via ordinaria attraverso cui giunge l’invito a lavorare nella vigna è la voce del proprio parroco. Questi sente che la missione va condivisa, perciò chiama, sollecita e invita. Nelle nostre parrocchie, a volte, è sufficiente una parola di incoraggiamento e ci sarebbe qualche presenza in più tra gli operatori pastorali. Ci vuole più fiducia da parte di noi preti nei confronti dei laici. Siamo tutti convinti che essi sono “popolo sacerdotale, profetico e regale” e in ragione dei doni ricevuti sono strumenti vivi della missione della Chiesa. Ma dalle affermazioni teologiche bisogna scendere al campo applicativo. Paolo VI, nell’immediato post Concilio, in un appassionato discorso al terzo Congresso Mondiale per l’Apostolato dei Laici, diceva ai vescovi e ai preti: “Vogliate bene ai laici, ai nostri laici!... Date loro fiducia piena, che non sarà delusa!... È il Concilio che ve lo chiede”. I laici devono trovare accoglienza e spazio per poter condividere la missione della Chiesa. È un loro diritto e dovere. All’interno della comunità ecclesiale e della società essi devono essere presenti innanzitutto con la testimonianza della vita. È questo il primo e fondamentale impegno. Solo così è possibile operare una vera conversione, perché tutta la nostra pastorale diventi missionaria. Oggi c’è bisogno di evangelizzazione e di comunicazione della fede. Il progetto catechistico d’ispirazione catecumenale che stiamo preparando è in questa direzione: “la missione è la nuova frontiera aperta anche alla catechesi”. Pier Giorgio Debernardi, vescovo Dalla lettera pastorale 2010 “Andate anche voi nella vigna” Aneddoti e leggende del Pinerolese Il paese del latte e delle mele Da qualche tempo la viabilità è caratterizzata da un crescente, e talvolta perfin esagerato, numero di rotonde. Fino a qualche tempo fa, con la definizione di “rotonde alla francese” risultava immediatamente evidente l’estraneità di queste alla consuetudine italiana dell’uso dei semafori per governare il traffico agli incroci. In tempi di magra, ci si è resi facilmente conto che alla nostra soluzione, più moderna ma assai più costosa, era preferibile quella, più semplice e meno onerosa, dei nostri cugini d’oltralpe. E fu così che le rotonde si moltiplicarono, anche dalle nostre parti. Realizzate nei modi più diversi: a semplice tappeto erboso, a giardinetto con piante e fiori multicolori, a fontana zampillante su un accogliente laghetto o vasca ornamentale, ad area di posa di stele o statue celebrative del luogo. Alcune sono caratterizzate da complessi manufatti, come u n a rotonda di Pomaretto che, all’imbocco di u n a valle tuttora nota per l’at/:=887+-:=<<1[ZT +WZ[W<WZQVW 8QVMZWTW<7 ti<MT! .I`! 16.7:5)<1+)<-4-.761)=..1+17+)6+-44-:1) Indialogo_gennaio2011.indd 11 vità estrattiva, accoglie la fedele ricostruzione di una galleria di miniera di talco. Non mancano quelle con figure di animali. Nella rotonda di San Germano è possibile osservare la statuina di un rospo, a richiamo del soprannome di “babi” da sempre attribuito ai locali abitanti; più nobilmente, nella rotonda di Pinerolo, di fronte al museo della cavalleria, compare la statua di un cavallo rampante, e in via Giustetto addirittura la figura mitologica e fantastica dell’unicorno. Naturalmente a Torino, dove sono abituati a fare le cose in grande, al centro di un’enorme rotonda hanno messo, a suo tempo, una reggia, che con falsa modestia, tutta torinese, chiamano palazzina, con su collocato, come una ciliegina sulla torta, un bel cervo. Ma è all’ingresso di Cavour che nel praticello di una bella rotonda si è pensato di collocare, unitamente ad un alberello di mele, una formosa mucca. Cavour è nota per la Rocca, per l’antica abbazia, per alcuni personaggi illustri come il conte Camillo Benso e Giovanni Giolitti, lo è stata per i pranzi dei grassoni e lo è tuttora per la manifestazione autunnale di Tuttomele (il melo dunque ci sta tutto), ma non è più nota di altre località della pianura circostante per i bovini di razza piemontese delle sue aziende agricole. Cavour paese della vacca, dunque, come Carrù paese del bue grasso o Castelnuovo Rangone paese del maiale? No, di certo. Elena Furlan Segue a pag. 12 Preziosa eredità Nel IV centenario dell’Ordine della Visitazione il nostro papa Benedetto XVI, rallegrandosi con tutte le visitandine del mondo, ha scritto loro una lettera augurale, paterna e ricca di contenuti. Queste le sue parole: “La ricerca della santità nelle occupazioni quotidiane fondata sulla dolcezza, umiltà, semplicità e pace del cuore, facendo “tutto per amore e niente per forza”, è al cuore della vostra spiritualità. Questa eredità, lasciata a voi dai fondatori, è di una grande attualità per il mondo contemporaneo, dove uomini e donne si sentono sempre più gravati dal peso dell’affermazione personale ad ogni costo, dalla carriera, dalla ricchezza, dall’egoismo e dall’edonismo che rendono le persone, soprattutto i giovani, fragili e indifesi. Auguro che questo giubileo sia stimolo a rinnovarvi nella freschezza della vostra vocazione contemplativa…a testimonianza che il dono totale di sé a Dio può colmare il cuore della persona umana…Che la preghiera e la ricerca del volto del Signore siano l’anima e il fondamento dei vostri monasteri. Indirizzo un’affettuosa benedizione apostolica a voi e a tutte le persone che sono in relazione spirituale con i vostri monasteri”. Suore Visitandine Monastero della Visitazione, Pinerolo [email protected] 10/01/2011 9.26.04 Parrocchie Pag. 12 Gennaio 2011 Parrocchia SS. Michele e Lorenzo - Tabona Gesù è nato povero tra i poveri per donarci un cuore libero Lettera alla comunità di suor Angelina, missionaria in Brasile È Natale! Festa dell’Amore! Dio manda il suo Figlio tra noi per insegnarci ad essere fratelli, per aiutarci a crescere in bontà, seguendo il suo esempio. Cristo Gesù è nato povero tra i poveri per donarci un cuore libero, capace di offrire il nostro amore concreto ai fratelli che ci guardano con speranza e aspettano un gesto amico per poter sperimentare, pur nella loro indigenza, quella pace gioiosa, che gli Angeli hanno cantato sulla grotta di Betlemme: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace agli uomini che Egli ama». A voi cari amici e collaboratori della Parrocchia della Tabona, il Bimbo Gesù dice «Grazie». Grazie per la vostra preziosa collaborazione, grazie, perché aiutate i bambini malati, grazie perché sostenete la scuolina “Santi Michele e Lorenzo”, grazie per aver donato quest’anno due casette, dove due famiglie potranno trovare un tetto, che vuol dire uno spazio di pace e di serenità. Siete buoni, siete generosi, continuate a donare sempre la vostra goccia di Tabona - Estate Ragazzi 2010 Poesie Speranza di Pasqualino Ricossa Tetti di pietra argentati al sole, ombre e luci in crudi contrasti. Raffiche di vento dai monti a fare danzare su sgargianti prati verdi, fiorite chiome fluttuanti di bianco e di rosa. Bandiere sventolanti al sole, variopinti panni stesi. Eco di ore, già disperso nell’azzurrità senza fine. Confortanti pensieri a lenir l’interno travaglio. Sfolgorio di luce a fugare le ombre di incerti giorni. Scoprire, comunicare. Sorridere alla vita che viva scorre parte, per me, incerti e dubbiosi a portarci ancora Speranza Pasqualino Ricossa Amore, perché è l’Amore che trasforma il mondo, è l’Amore che ci unisce e ci salva. Continuate ad amare i piccoli, i poveri,gli esclusi, gli abbandonati, Il paese del latte e mele (Segue da pag. 11) Se proprio a qualche animale Cavour fa pensare, questo è l’asino, in forza di un vecchio detto che, mal interpretato, da sempre è la disperazione dei cavouresi. “J’aso ‘d Cavour as laudo da lor”, gli asini di Cavour si lodano da sé. Inutile spiegare e ripetere a tutto il mondo che non è assolutamente distintivo della comunità cavourese un presunto vezzo “asinino” di immodesto autoelogio, con ciò facendo torto tra l’altro anche ad un animale docile, paziente e ben più intelligente di quanto molti immaginano, ma sono gli asini della contrada che non hanno bisogno di essere lodati in quanto appartenenti ad un razza di qualità tale da meritarsi la lode da soli, per i maltrattati, e sarete sempre la presenza viva di Gesù sulla terra. In questa società dove la violenza e le tenebre del male vogliono prevalere, voi siete “Luce”, siete la “Stella” luminosa del Natale che fa risplendere ancora oggi nel nostro mondo la paziente Bontà del Signore Gesù. Carissimi amici, le nostre famiglie brasiliane, i nostri bimbi sentono per voi un’affettuosa gratitudine, che manifestano con tanta preghiera fervorosa e ardente. Al Piccolo Gesù chiedono di benedirvi e di avvolgervi con la sua Divina tenerezza. Riconoscenti anche noi vi diciamo grazie e vi auguriamo: un Felice e santo Natale e un 2011 ricco di pace, dì serenità e di operosa solidarietà! Con grande affetto Suor Angelina, suor Gabriella, suor Vanda, suor Jaqueline e tutti gli animatori di Cicero Dantas Il dialogo della Comunità, dicembre 2010 merito proprio, prima ancora e senza la necessità che venga espressa da altri. L’asino al posto della vacca, dunque? Meglio, forse, l’asino a fianco del bovino, perché in tal caso con una bella capanna e una vivace luminaria in occasione del Santo Natale, senza grande lavoro per la Pro loco, il presepe è già bell’e pronto: peraltro con un’importante variante di carattere alimentare (la mammella ben rigonfia e i frutti dell’albero) rispetto all’originale della narrazione evangelica che, in tempi di ristrettezze, della Palestina di ieri come dell’Italia di oggi, appare un beneficio di non poco conto e un vantaggio per tutti. E, altro positivo riscontro, un Tutti siamo necessari (Michel Quoist) Come la sinfonia ha bisogno di ogni nota. Come il libro ha bisogno di ogni parola. Come la casa ha bisogno di ogni pietra. Come l’oceano ha bisogno di ogni goccia d’acqua. Come la messe ha bisogno di ogni chicco. Come l’annuncio del vangelo ha bisogno di martiri L’umanità intera ha bisogno di te, qui dove sei, unico, e perciò insostituibile. Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani Venerdì 21 gennaio 2011, ore 20.45 Chiesa dello Spirito Santo Strada Colletto, 16 - Pinerolo grande successo dell’azione locale di promozione turistica, con la gente che accorrerà da ogni dove per godere di siffatta meraviglia, muovendo a frotte, un po’ come nel racconto dell’Esodo (3,8), verso questo paese bello e spazioso dove scorrono latte e mele. Elena Furlan Questo giornale è inviato gratuitamente. È gradito un contributo per le spese di stampa. Si può utilizzare il bollettino indicato sotto. Grazie!!! Indialogo.it, Periodico di Cultura religiosa realizzato in collaborazione con l’Ufficio Irc/sms e la Comm. per l’Ecumenismo e il dialogo della Diocesi di Pinerolo, Direttore responsabile Antonio Denanni, Autorizzazione n. 2 del 16.06.2010 del Tribunale di Pinerolo. Redazione c/o Antonio Denanni, Via Goito 20, 10064 Pinerolo, 0121397226. [email protected], Editore “Alzani”, Via Grandi 5, Pinerolo. Abbonamento o sostegno: c/c postale n. 17814104, Tipografia Alzani, Via Grandi 5, 10064 Pinerolo (causale: Indialogo) Indialogo_gennaio2011.indd 12 10/01/2011 9.26.06