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la Biblioteca di via Senato
Milano
mensile
anno I
n.7 – novembre 2009
Biblioteca
dell’Utopia: la
nuova strenna
gaspare de caro
Armando Torno
e quella voglia
di Libro Usato
luigi mascheroni
Paolo Cattaneo:
i Promessi Sposi
del Mantegazza
fernando mazzocca
e matteo tosi
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LA PIASTRA DA BORSETTA
LISCIO PERFETTO QUANDO E DOVE VUOI
Tutto quello che le donne hanno sempre desiderato da una piastra da oggi diventa portatile.
Performance, sicurezza, tecnologia, semplicità e velocità entrano nella loro borsetta
e le seguono per tutta la giornata, o anche in viaggio.
Bellissima MINI diventerà la loro piastra da borsetta, sempre a portata di mano.
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MENSILE
DI
BIBLIOFILIA
–
ANNO
I
–
N.7
–
MILANO,
NOVEMBRE
2009
Sommario
4 Intervista ad Armando Torno, in
attesa del Salone del Libro Usato
RARITÀ DA BANCARELLE
E IL BELLO DI SCOVARLE
di Luigi Mascheroni
7 L’ultima raffinata novità
di Silvio Berlusconi Editore
LA DUPLICE UTOPIA
UMANISTICA
DELL’EURIDICE
di Gaspare De Caro
14 Storia delle biblioteche private
L’ANTICA COLLEZIONE
DEL CARDINALE IMPERIALI
di Annette Popel Pozzo
16 inSEDICESIMO – Le rubriche
RECENSIONI, CATALOGHI
DI BIBLIOFILIA, MOSTRE,
FIERA DEGLI ANTIQUARI
MILANESI, ASTE, EVENTI
34 Una chicca da Cattaneo Editore
LA CONTROVERSA
IMMAGINE DI MANZONI
E DEI PROMESSI SPOSI*
di Fernando Mazzocca
36 Una chicca da Cattaneo Editore
IL “NOSTRO” ROMANZO
LETTO DAL MANTEGAZZA
di Matteo Tosi
40 Il libro ritrovato
LA “SANTUZZA”
PALERMITANA
di Chiara Bonfatti
43 Libri illustrati
L’ANGURIA LIRICA
D’ALBISOLA FUTURISTA
di Chiara Nicolini
45 La Fiera letteraria
L’ABC DEL BIBLIOFILO
di R. Obredi
47 Novità in collezione
UNA RACCOLTA
SEMPRE PIÙ RICCA,
OGNI MESE
di Chiara Bonfatti, Giacomo
Corvaglia e Annette Popel Pozzo
* tratto dal catalogo BvS della mostra
“Il Manzoni illustrato”
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Consiglio di amministrazione della
Fondazione Biblioteca di via Senato
Marcello Dell’Utri (presidente)
Giuliano Adreani, Carlo Carena,
Fedele Confalonieri, Maurizio Costa,
Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel,
Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli,
Carlo Tognoli
Direttore responsabile
Angelo Crespi
Segretario Generale
Angelo De Tomasi
Fotolito e stampa
Galli Thierry, Milano
Collegio dei Revisori dei conti
Achille Frattini (presidente)
Gianfranco Polerani,
Francesco Antonio Giampaolo
Referenze fotografiche
Saporetti Immagini d’Arte Snc,
Milano
Fondazione Biblioteca di via Senato
Elena Bellini segreteria mostre
Chiara Bonfatti sala Campanella
Sonia Corain segreteria teatro
Giacomo Corvaglia sala consultazione
Claudio Ferri direttore
Luciano Ghirelli servizi generali
Matteo Noja conservatore della
Biblioteca
Donatella Oggioni responsabile teatro
e ufficio stampa
Annette Popel Pozzo responsabile
del Fondo Antico
Gaudio Saracino servizi generali
Stampato in Italia
© 2009 – Biblioteca di via Senato
Edizioni
Tutti i diritti riservati
Ufficio di redazione
Matteo Tosi
Direzione e redazione
Via Senato, 14 – 20121 Milano
Tel. 02 76215318
Fax 02 782387
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www.bibliotecadiviasenato.it
Progetto grafico e impaginazione
Elena Buffa
Bollettino mensile della
Biblioteca di via Senato Milano
distribuito gratuitamente
L’editore si dichiara disponibile
a regolare eventuali diritti
per immagini o testi di cui
non sia stato possibile reperire
la fonte
Immagine in copertina:
Incisione su rame raffigurante l’Orfeo
su disegno di Pietro Antonio Martini,
tratta da Christoph Willibald Gluck,
Le feste d’Apollo, Parma,
Giambattista Bodoni, 1769
Questo periodico è associato alla
Unione Stampa Periodica Italiana
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
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la Biblioteca di via Senato - Milano
MENSILE
DI
BIBLIOFILIA
–
ANNO
I
–
N.7
–
MILANO,
NOVEMBRE
2009
Editoriale
o scorso mese di ottobre si è tenuta
a Francoforte la più importante Fiera
del libro al mondo, quella Buchmesse
che attira espositori e visitatori da tutto il mondo.
Erede dell’antica fiera di Lipsia, dal 1948, ogni
anno in autunno, permette al popolo del libro
di incontrarsi e scambiarsi diritti e titoli di libri
i più diversi tra loro: narrativa, saggistica, libri
professionali, d’arte, illustrati e per bambini.
Un vero e proprio affascinante caleidoscopio
di razze, lingue, colori differenti.
Ogni anno una nazione diversa viene invitata
come ospite. Quest’anno è stato il turno della Cina
e il fatto ha provocato discussioni e polemiche: sia
perché molte persone si interrogavano se fosse
lecito ospitare un paese che presenta così poche
garanzie sui diritti umani, sia perché i cinesi
non vogliono riconoscere nella civiltà occidentale
la guida per il futuro del mondo.
A parte la crisi economica, che si è fatta sentire
con un piccolo calo nel numero degli espositori,
l’argomento maggiormente dibattuto è stato quello
dell’e-book. Ormai tutti i maggiori gruppi editoriali
del mondo stanno investendo sullo sviluppo
del libro elettronico e, nello stesso tempo, anche
le case di software stanno approntando nuovi
programmi per le diverse piattaforme, in modo tale
da permettere a chiunque di poter leggere sul PC
o sul cellulare anche l’ultimo bestseller.
Tra gli stand della Fiera, gli esperti del settore
andavano pronosticando che entro il prossimo
decennio l’e-book soppianterà il libro.
L
In realtà, gli stessi editori non riescono ancora
a capire se i libri elettronici saranno
complementari o alternativi rispetto al libro
a stampa; d’altro canto, il loro lavoro è diventato
negli ultimi tempi molto frenetico, nel dover
costantemente affrontare le sfide che vengono
dalla tecnologia, dai mutati comportamenti
d’acquisto, da cali di vendite e contemporanei
aumenti dei costi.
Non ci resta che sperare che il libro,
quel magico oggetto che produce fantasia senza
aver bisogno di nessuna energia e che ci segue
e ci asseconda nel nostro continuo peregrinare,
rimanga accanto a noi anche nel prossimo futuro,
fedele amico come nei secoli passati.
Pare che però questa sessantunesima edizione
della Fiera di Francoforte passerà alla storia
soprattutto per la trovata di un editore che ha
liberato nei saloni un certo numero di mosche –
proprio quelle della specie musca domestica –
con un banner pubblicitario legato alle zampe.
Anche noi ci permettiamo di utilizzare questo
nuovo metodo di marketing e comunicazione
lanciando la nostra piccola mosca nel ricordare
l’appuntamento di dicembre alla Fiera di Milano –
City: dal 5 all’8 si terrà infatti il quinto Salone del
libro usato, vera e propria “libridine” (come amava
dire una persona che di libri se ne intendeva, Vanni
Scheiwiller, scomparso 10 anni fa, in ottobre)
per tutti coloro che ancora non vogliono dover
accendere una macchina per leggere una storia, ma
si accontentano di sfogliare le pagine di un libro.
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la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2009
L’intervista d’autore
RARITÀ DA BANCARELLE
E IL BELLO DI SCOVARLE
Armando Torno e quella sua passione per il libro usato
LUIGI MASCHERONI
e lo scrittore ed editore francese Jacques Bonnet fosse davvero riuscito a realizzare il progetto raccontato nel suo nuovo libro
“I fantasmi delle biblioteche” (Sellerio), ossia fondare insieme al suo
amico Giuseppe Pontiggia, malato
di libri quanto lui, un esclusivissimo
club di bibliofili la cui inderogabile
soglia di ammissione fosse il possesso di almeno 20mila volumi, beh, in
Italia avrebbe potuto contare su
un’adesione eccellente: quella di Armando Torno. Ex docente universitario, giornalista, scrittore, già creatore e responsabile per più di dodici
anni dell’inserto culturale “Domenica” del “Sole24Ore” e, dopo aver diretto dal 2000 al 2002 le pagine culturali del “Corriere
della Sera” oggi ne è editorialista, Armando Torno sarebbe un socio perfetto per competenze nel settore (bazzica
tra libri vecchi e nuovi da una vita, per professione e per
piacere), per quantità delle opere possedute (ben oltre
20mila…) e per la qualità dell’invidiabile “collezione”
(sono tutti pezzi selezionatissimi).
S
“Ciò che contraddistingue una vera biblioteca non è la
cifra di libri che contiene, ma il senso con la quale è costruita:
una persona può avere anche ventimila volumi, ma pessimi e
inutili, e un’altra può averne solo duecento, ma tutti eccellenti ed essenziali. Nel primo caso si allestisce un magazzino,
nel secondo si fa un’operazione culturale. Per quanto mi riguarda, non mi interessa accatastare libri, ma sceglierli se-
condo un progetto, un percorso: un senso, appunto”.
Tra poco torna a Milano, alla
Fiera, il tradizionale Salone del libro usato, sempre affollatissimo. E
il mercatino del libro usato organizzato ogni seconda domenica del
mese in piazza Diaz, sempre a Milano, di edizione in edizione aumenta
il numero dei librai e quello dei visitatori: perché mercatini e saloni del
libro usato attirano sempre moltissima gente, dal collezionista al semplice curioso?
“Semplice: sulle bancarelle trovi
libri da leggere, in libreria trovi perlopiù
libri da intrattenimento. Nelle librerie,
soprattutto nei megastore, si trovano sempre più titoli ma sempre meno libri davvero interessanti. Ormai è sulle bancarelle
che si fanno le scoperte più belle, le vere ‘avventure’ vanno cercate nell’usato. Mercatini e fiere sono poi una sorta di rifugio
per studiosi e studenti che trovano titoli e autori fondamentali
per alcuni argomenti ma che le case editrici non ristampano più
perché non sono commercialmente convenienti. E in più la bancarella rappresenta la vera borsa dell’editoria: è qui che si capisce davvero quanto vale ancora un autore, quanto interessa,
quanto è letto e in definitiva quanto vale dal punto di vista letterario: tutti sanno che nei mercatini e nei Remainders le prime
edizioni di Moravia, ad esempio, te le tirano dietro, mentre invece uno scrittore come Cèline, solo per fare un esempio contrario, è richiestissimo dal pubblico, e le sue opere infatti sono rare e
se le trovi le paghi care”.
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Sembra che la gente abbia meno timori ad accostarsi a una bancarella di libri usati che entrare in una libreria.
“La libreria ormai espone i libri come una drogheria,
titoli usa-e-getta a ciclo continuo che sono prodotti da una
editoria a sua volta usa-e-getta, perlopiù inutile e inconcludente che punta alla quantità e non alla qualità, al facile
best-seller e non al libro impegnato, al comico e non al classico.
La nostra è diventata una editoria che non produce più libri
di riferimento - che invece riesci ancora a trovare in qualche
vecchia edizione sulle bancarelle - ma romanzetti che durano
una stagione e pseudo-saggi di pseudo-intellettuali, quando
non sono attori, calciatori, giornalisti, cabarettisti… le librerie sono lo specchio di questa editoria: come si fa a lamentarsi
se poi la gente non ci entra? Certo in più in Italia, paese dove
notoriamente si è sempre letto poco e oggi si legge ancora meno, la libreria continua a incutere nel lettore occasionale una
sorta di sacro timore, quasi ancestrale. La gente non si sente a
proprio agio, è dubbiosa, non sa come muoversi… Invece fermarsi a curiosare su una bancarella è anche piacevole, non
impegna, non devi chiedere. Anche se - va detto - ormai è il
bancarellaio il vero intenditore, l’esperto. Il libraio invece,
specie nei megastore, è un commesso che deve far ricorso al
computer anche se uno gli chiede la Divina Commedia, perché non sa dove andare a cercarla…”.
E Lei, acquista più da bancarelle, Remainders e librerie antiquarie o nelle librerie tradizionali?
“Dovendo acquistare molto per tenermi in aggiornamento su alcuni temi particolari, e dovendo far riferimento
5
spesso a libri stranieri, uso soprattutto internet. Per i titoli
italiani invece nell’80% dei casi mi rivolgo all’usato per recuperare cose perdute che non vengono più ristampate per
stupidità o miopia della moderna industria editoriale, un
mostro che è capace di stampare tra i 60 e i 70mila libri all’anno, nella stragrande maggioranza dei casi inutili: titoli
che stanno sul bancone delle librerie 20 giorni e poi spariscono, sostituiti da altri ugualmente inutili, come su un tapis
roulant. Mentre i grandi riferimenti del pensiero e della letteratura rimangono sovente introvabili”.
Cosa rappresenta il Salone per un amante dei libri:
un’occasione da sfruttare, una tentazione irresistibile, un
ottimo modo per dilapidare uno stipendio?
“Un’opportunità. Tutte le esposizioni di libri per un libridinoso costituiscono un pericolo equivalente a un casinò
per un giocatore d’azzardo. Il Salone del libro usato è un appuntamento molto goloso, ma io lodo senza riserve soprattutto il mercatino delle bancarelle che si tiene la seconda domenica del mese in piazza Diaz a Milano, il più bello d’Italia e,
insieme a quello di Parco Brassens a Parigi, di tutta Europa.
Lì davvero è un’avventura, una sorpresa continua…”.
Come si fa a capire l’affare su una bancarella di libri
usati: ci sono dei trucchi, o perlomeno dei consigli, per
chi è un profano dell’ambiente?
“Non esistono affari in questo settore, soprattutto perché non esistono librai sprovveduti: sanno sempre cosa stanno
vendendoti, e semmai sono loro che fregano te, non tu che fre-
UNA FIERA DEL LIBRO NEL SEGNO DEL “BOOKCROSSING”
el costante segno dell’amore
per i bei libri e per i buoni
testi, la Fondazione Biblioteca
di via Senato rinnova anche quest’anno
il proprio pubblico invito al “Salone
del Libro Usato - Bancarelle in Fiera”,
presso i padiglioni di Fiera MilanoCity,
dal 5 all’8 dicembre prossimi.
L’appuntamento, giunto alla quinta
edizione, è l’occasione giusta per tutti
gli apassionati e i collezionisti a caccia
di qualche titolo fuori commercio,
N
altrimenti irreperibile, ma anche per
i semplici lettori che non riconoscono più
le loro vecchie librerie. Più di 400
bancarelle da tutta Europa li aspettano
tra infinità di classici della letteratura,
fumetti in edizioni rare, stampe antiche e
locandine, raccolte di poesie, romanzi di
fantasciena e album fotografici.
Ma il Salone coinvolge anche l’intera
Milano, “abbandonando” in città 5.000
libri da prendere e rimettere in circolo.
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Ricordo quando trovai, a 500 lire, la Repubblica di Platone
tradotta da Franco Sartori per Laterza. Ce l’ho ancora naturalmente.”
Ci sono degli ambiti che predilige: degli autori, dei
temi articolari, dei precisi periodi storici o correnti letterario o scuole filosofiche?
“Mi sto rintanando sempre più nella filosofia antica,
che termina con la chiusura della Scuola di Atene da parte di
Giustiniano nel 529. E poi l’ambito teologico, soprattutto per
motivi di studio. Sono invece contento di aver quasi dimenticato la matematica. Ho proposto a un rettore di s-laurearmi,
ossia di poter riconsegnare i miei titoli con una lectio magistralis sull’inutilità degli studi accademici”.
L’editore o la collana del passato che ama di più?
“La collana dei Filosofi antichi e medievali e quella dei
Classici della filosofia moderna dirette per Laterza da Croce e
Gentile: due collane che hanno insegnato il linguaggio filosofico all’Italia”.
ghi loro. E comunque non si va su una bancarella a cercare il
“colpo”, anche se magari una volta nella vita inaspettatamente lo trovi, ma a cercare una ‘esperienza’: i libri sono come gli amori, non vanno guardati con l’occhio economico, ma
con quello dell’affetto. Un libro si ama, non si compra”.
Il colpo più grosso che ha fatto su una bancarella?
“Una volta da un bancarellaio che aveva acquistato in
blocco la biblioteca di una persona evidentemente appassionata di diari, carteggi e memorie, ho trovato – svenduto - l’epistolario di Cechov uscito negli anni Cinquanta nei Millenni
Einaudi e mai più ristampato – una lettura straordinaria – e
una vecchia edizione, in tre volumi, di tutte le lettere di Baudelaire”.
Lei quando ha iniziato ad appassionarsi dell’oggetto libro: si ricorda il primo volume acquistato non per
necessità di studio o di lettura ma per il puro piacere del
possesso?
“Ho cominciato ad amare la filosofia grazie a un professore del liceo, padre Gottifredi. Lui non insegnava la filosofia, la faceva amare. E così da ragazzo ho iniziato a cercare
sulle bancarelle quei volumi che in libreria costavano troppo.
Quella che Le piace di più tra le attuali?
“La collana dei classici ‘Il Pensiero occidentale’ e ‘Testi
a fronte’ dirette da Giovanni Reale per Bompiani. Una felice
eccezione nel triste panorama dell’editoria italiana contemporanea. In ambito straniero invece mi piace molto la collezione dei classici greci e latini delle Belles Lettres e la collana
degli Oxford Classical Texts, e i classici delle edizioni Teubner di Lipsia, ora Walter de Gruyter”.
Tra i tanti bibliofili e bibliomani che lei ha incontrato nella sua vita di studioso e nella sua carriera di libridinoso, chi è il peggiore: quello che non conosce limiti,
che non si soddisfa mai?
“Chi acquista libri non per amore ma per vanità”.
E il migliore?
“Giuseppe Pontiggia, un carissimo amico oltre che un
vero intellettuale e un inguaribile bibliofilo: uno che se qualcuno prendeva in mano un suo libro, lui lo andava subito a ricomprare perché non voleva tenere nella sua biblioteca un volume rovinato…”.
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Il libretto di una “fabula” per la biblioteca dei nostri sogni
La duplice utopia umanistica
dell’Euridice
GASPARE DE CARO
vunque, per tutta l’area della sua diffusione in
ria de Medici, evento che sembrava sancire un radicale riItalia e in Europa – comunque limitata ai centri
volgimento negli orientamenti politici del granducato.
dell’assolutismo – il melodramma secentesco,
È vero d’altra parte che l’assimilazione dell’Euridice
nella magnificenza degli apparati, nell’allusività delle alalla vocazione politica degli Intermedi e del melodramlegorie mitologiche e delle evocazioni storiche è «anzima secentesco è problematica. Entrambe le forme teatratutto uno strumento dell’ autorirà politica, un instrumenli – più in generale la Festa – sono emanazioni del Potere:
tum regni, una pubblica dimostrazione e reppresentazioglorificazione del principe e apologia dell’assolutismo
ne di autorità», in questo ereditando il ruolo che gli Interper un pubblico a composizione sociale variabile secondo
medi aulici avevano avuto nel secolo precedente. Che
tempi e circostanze, ma comunque destinato alla mera ril’Euridice alla conclusione della prima tradizione e all’oricezione del messaggio. Con il consolidamento dello Stagine dell’altra ne condivida la vocazione politica è dunto assoluto, la Festa cessa di esser esibizione e conferma
que un’ipotesi plausibile. Tuttavia, gli interrogativi in
della «reciprocità di obbligazioni» tra il sovrano e i suddiproposito non hanno avuto spazio nella pur nutrita letteti: «non si tratta più di un dialogo tra la città e il principe.
ratura dedicata al primo melodramma, in generale piutLa popolazione è ammessa ad assistere e invitata ad acclatosto elusiva del problema posto da Jacopo Peri nell’inmare, ma la sua parte d’iniziativa è nulla». Tuttavia, avtroduzione alla partitura.
verte opportunatnente Jacquot, queBIBLIOTECA DELL’UTOPIA
Se ciò che immediatamente desto schema «ha senso soltanto se si
due saggi qui pubblicati sono
finisce l’origine del melodramma è la
esaminano casi concreti».
tratti dall’introduzione all’atteso
ricerca di soluzioni musicali tali da asE appunto, quanto all’origine, è
libro
della
Biblioteca
dell’Utopia,
sicurare la migliore trasparenza ed efdifficile ricondurvi l’Euridice, che inquell’Euridice portata in scena dal
ficacia del testo letterario, il messagverte il percorso del messaggio teaRinuccini alle nozze di Maria de’
gio che questo propone è evidentetrale e che era offerta dai sudditi al
Medici. Senza prezzo il raffinato
mente il problema centrale di un’adeprincipe – anche in deroga al cerimovolume della Silvio Berlusconi
guata comprensione dell’Euridice. E
niale simbolismo cortese del dono.
Editore, disponibile anche in
non mancano indizi che inducano a
Né quanto al contenuto e ai fini, l’Eueconomica per i tipi di Mondadori
sondare le eventuali intenzioni politiridice sembra archiviabile come im(Ottavio Rinuccini, Alessandro
che del libretto di Ottavio Rinuccini;
presa di «privati in cerca di blasone»,
Striggio, “L’Euridice e La favola
il nesso diretto tra la prima rappreepisodio di autopromozione cortid’Orfeo”. L’utopia nel melodramma.
sentazione dell’Euridice e l’eminente
giana senza spessore politico al di là di
A cura di Gaspare De Caro, Milano
ruolo politico di Jacopo Corsi, proun contributo ornamentale alla festa
2009, pp. 224, €16,00). Il libro
motore insieme a Rinuccini della ridinastica. Questo giudizio riduttivo,
verrà presentato da Armando
forma teatrale, nelle trattative del
che riguardo all’Euridice rimane geTorno e Quirino Principe alle ore
granduca Ferdinando I con Enrico IV
nerico, in assenza di adeguate analisi
11 di sabato 12 dicembre alla
di Borbone per il matrimonio di Madel testo, cerca di precisarsi rispetto
Biblioteca di via Senato.
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Jean-Baptiste-Camille Corot (1796-1875), Orpheus
Leading Eurydice from the Underworld, 1861
alla Dafne, primo esperimento melodrammatico di Peri,
Rinuccini e Corsi, nei cui simboli si decifra l’omaggio
adulatorio alla stirpe medicea e al granduca Ferdinando.
Ma anche in questo caso l’analisi si arresta a un’approssimazione che non dà conto di un simbolismo più
complesso. Si cercherà di mostrare invece come l’ossequio cortigiano non esaurisca il significato politico di
queste opere – l’Euridice e La Dafne, ma anche altri testi
teatrali di Rinuccini –, come esse cerchino appunto il dialogo tra la città e il principe, e come siano in definitiva veicolo di un contenzioso sul regime. Ma se la comprensione
non può arrestarsi alla superficie dell’evento, se deve penetrarne a fondo i simboli e le allusioni, deve necessariamente riappropriarsi delle circostanze politiche e culturali che gli autori condividevano con il loro pubblico e
rendevano trasparenti ai contemporanei le intenzioni del
testo. Nel caso dell’Euridice, tra tali circostante aveva certamente importanza centrale la personalità degli autori
nella vita della città e della corte: infatti la mistificazione
di Giovanni Bardi e Giulio Caccini, l’interferenza di una
Euridice apocrifa, cercò di adulterare i significati dell’opera separandola dai suoi autori. E ci sono prove piuttosto
evidenti – oltre alla già significativa ostilità di personaggi
a forte connotazione ideologica, come appunto Bardi e
Cavalieri – che la presenza della “congrega” nella vita fiorentina non era politicamente neutra.
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2009
LA “CONGREGA”
Nell’ultimo quarto del secolo XVI il tema della collocazione internazionale dello Stato toscano si impone
alla società fiorentina, interessandone tutti gli strati. Ragioni economiche emergono a dettare la ricerca di un’alternativa, pur difficile e pericolosa, ai tradizionali vincoli
di soggezione alla Spagna e al papato, ma motivi dello
stesso ordine ispirano forti resistenze a ogni mutamento.
Direttamente o indirettamente, però, la controversia investe la natura stessa dello Stato mediceo ed è importante
ricordare i termini di questo conflitto, perché restituiscono il senso e le implicazioni della scelta di campo di Corsi
e Rinuccini a favore dell’alleanza francese, del loro impegno artistico in un ruolo piuttosto di interlocutori e persuasori che non di testimoni e commentatori encomiastici delle decisioni politiche del granduca Ferdinando.
[...] Nel quadro rassicurante della pace ispanica e
dell’omologazione religiosa, le istanze conservatrici si
coniugavano volentieri con l’assolutismo mediceo, con la
micidiale sintonia di controllo politico e vigilanza controriformista, secondo il modello di governo che il principato mutuava dalle due potenze egemoni cui doveva la
sua esistenza. E l’esigenza di un’inversione di tendenza
nella politica estera, implicando l’attesa di un nuovo corso della convivenza civile, a sua volta era espressiva di una
lunga tradizione di dissenso allo stesso tempo repressa e
alimentata a Firenze dal regime mediceo e dalle sue collusioni confessionali. Sino alla fine del secolo questa seconda tradizione ha certamente maggiore spessore e continuità di quanto ammetta una storiografia ubbidiente al
paradigma della decadenza, convinta che fossero ormai
«spente le grandi passioni politiche», rimossi «del tutto
dalla coscienza politica dei fiorentini», con «l’ultima repubblica», i valori e i miti della civiltà cittadina, acquisita
la trasformazione di Firenze in una controriformistica
«città di santi». Proprio la difesa dell’identità culturale di
Firenze, mortalmente minacciata dalla dilatazione dello
Stato regionale e dall’invasione ideologica postridentina,
è il tema centrale e riassuntivo di questa tradizione, che
non può essere ignorata nel suo essenziale significato polemico solo perché fu costretta a oblique modalità di
espressione, tanto meno perché fu sconfitta e rimossa.
Sullo scorcio del secolo, il nuovo orientamento diplomatico del granduca Ferdinando, spregiudicatamente deviante dalla tradizione del principato, sembrò autorizzare le attese della lobby riformatrice. L’uscita del
granducato dall’orbita spagnola con la garanzia dell’al-
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novembre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
leanza francese era un progetto di eminente interesse dinastico, di promozione del principato mediceo tra i potentati europei, ma dava pure alimento alle speranze fiorentine di un nuovo corso economico e politico, di cambiamenti più incisivi nella vita civile dello Stato toscano.
La pacificazione e la stabilità di una Francia amica
promettevano di ripristinare gli antichi rapporti commerciali sconvolti dalle guerre di religione, d’altra parte il
distacco della Toscana dall’egemonia spagnola in declino
dopo la rotta dell’Invencible Armada, le proteste di indipendenza da Roma elevate da Ferdinando in difesa della
sua politica estera, infine lo stesso esempio di Enrico IV, il
re della pacificazione religiosa, potevano apparire presagi
di un nuovo clima politico e civile anche nel granducato.
È vero che il riflusso della politica granducale, dopo che
la pace di Lione distolse il re di Francia dalle vicende italiane, soffocò presto queste attese; è altrettanto vero però
che per tutto il lungo periodo dell’accostamento a Enrico
di Navarra e sino al matrimonio di Maria de’ Medici tali
attese furono effettivamente incoraggiate da Ferdinando
I, anche al di là della abituale riservatezza e ambiguità di
chi «etiam alla sua destra haveria voluto celato quel che facesse
la sinistra sua». Infine, obbligato alla cautela dalla minaccia ispano-pontificia all’esistenza stessa del principato,
ma costretto da quella medesima minaccia ad accelerare
la ricerca dell’alleanza francese e ad assicurarle consensi
interni, Ferdinando accettò e premiò pubblicamente il
sostegno delle forze che a Firenze così grandi e varie speranze annettevano alle sue “nuove” scelte diplomatiche.
L’Euridice nasce in queste circostanze politicamente anomale, ambiguamente favorevoli, e si alimenta di
queste brevi illusioni che ne segnano l’identità artistica
suggerendole il mito euforico della rinascita, di un utopico risarcimento della Florentina Libertas. L’epiteto di congrega, col quale Emilio de’ Cavalieri ne identificava polemicamente gli autori, definisce bene un impegno comune non soltanto artistico, un ruolo di accettato conforto
ideologico al nuovo corso del regime, di sollecitazione e
anticipazione di una politica innovativa, di per sé non priva di ambiguità ed esitazioni.
Con modalità diverse, ma nello stesso senso, la precedette l’episodio politico culminante del progetto di
persuasione, l’offerta di Jacopo Corsi al granduca, «a nome dei suoi concittadini»: contribuire alla dote di Maria
de’ Medici, offerta che non soltanto dava impulso all’al-
9
leanza francese, ma esprimeva il lealismo della città in un
momento di mortale pericolo per il principato.
L’individualità dell’Euridice sta nell’aver affidato
l’utopia umanistica della restituzione della civiltà cittadina, trasfigurata nell’allegoria di una vicenda di morte e resurrezione, all’utopia del potere persuasivo della musica,
come insegnava il mito umanistico di Orfeo. A questo
programma di convinzione del principe, Ottavio Rinuccini partecipò con la sua insistita sperimentazione teatrale, rivolta a dare alle istanze politiche la prestigiosa evidenza dello spettacolo; Jacopo Peri contribuì con la creazione di un nuovo linguaggio musicale di sobria, elegante
trasparenza; Corsi, infine, aggiunse al suo contributo di
riflessione teorica e mecenatismo il prestigio politico che
dava spessore alle allusioni del testo, la stessa autorità con
la quale in nome di Firenze si propose come interlocutore
del granduca. Comunque, quale che sia stato per i contemporanei il prestigio dell’invenzione teatrale, il progetto di persuasione non fu premiato, com’è nella natura
Charles de Sousy Ricketts (1866-1931), Orfeo, Euridice e
Mercurio
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dell’utopia.
La solidarietà dei fiorentini, offerta da Jacopo Corsi
a Ferdinando mentre incombeva la minaccia ispanopontificia, non era incondizionata devozione di sudditi:
scegliendo la fedeltà al principe, Firenze affermava la
propria libertà di scegliere, si riproponeva come soggetto
politico, dava l’orgogliosa autocertificazione di un’identità non rinunciata, di una differenza non ancora rassegnata alla livellatrice omologazione dello Stato mediceo.
Difficile credere che Ferdinando non cogliesse il
messaggio, ma altrettanto difficilmente la sua concezione
sacrale della sovranità poteva ammettere autolimitazioni
o prerogative politiche deroganti dalla sua autorità. La
duplicità delle repliche del granduca ai doni di Corsi – i
calorosi premi alla solidarietà e più tardi il gelido apprezzamento riservato all’Euridice – può trovare una spiegazione in questo dilemma del potere.
2. IL LIBRETTO DEL’EURIDICE
A confronto con le riprese secentesche del tema di
Orfeo, è forte la tentazione (anche per la partitura di Peri)
di ricondurre il libretto di Ottavio Rinuccini alla categoria ermeneutica della fiorentinità, argutamente opposta
da Mario Praz a quella di barocco; i due termini «per vaghi e mal definibili che siano in sé, sembrano proprio definirsi e assumere concretezza allorché si pongano accanto: per contrasto si escludono, sicché “barocco”, per
quante cose voglia dire, una non ne dice di certo, “fiorentinità”, e, per converso, chi “fiorentinità” dice, dice parecchie cose, sì, e chi più ne ha più ne metta, […] ma […]
una sola cosa non può mettere, “barocco”».
[...] Sembra appunto plausibile ricondurre a questo
canone la lettura che il libretto di Rinuccini dà del mito di
Orfeo, prosciugando le fonti classiche e moderne sino a
distillarne un senso che quelle non includono. All’opposto delle proliferazioni narrrative degli Orfei barocchi,
L’Euridice ritaglia drasticamente l’intreccio della Fabula
del Poliziano, che anche nell’anonimo rifacimento quattrocentesco dell’Orphei Tragedia costituisce la sua fonte
più diretta. La Fabula attinge a entrambi gli episodi orfici
evocati nelle Metamorfosi, la discesa all’Ade per il frustrato riscatto di Euridice e lo scempio di Orfeo a opera delle
IL “RECITAR CANTANDO” E L’UTOPIA DELLA MUSICA
uanta utopia si cela nella storia
della musica? È impossibile
soddisfare un simile quesito.
In filosofia, l’utopia quasi si spreca,
convinta com’è questa disciplina di
scoprire sempre le ragioni e le verità che
governano la nostra vita; in politica
le utopie cercano di celarsi nei propositi
e nei programmi, e il loro inventario, mai
terminato, si conosce nelle parti
essenziali; in letteratura ormai si sono
indagate anche le antiutopie, che da
Jonathan Swift in poi si sono mostrate
fascinose quanto i sogni di Moro e
Campanella [...].
Che fare, dunque? Esaminare nota
dopo nota il Don Giovanni di Mozart,
sperando di chiarire qualcosa che ha
turbato anche i sommi direttori
d’orchestra? Chiedersi cosa è successo
a Bach nel comporre l’Arte della Fuga che
ora è una palestra di congetture per logici
e matematici? E di lui? La violenza celata
Q
in certe sue pagine? Oppure tornare
ai grandi trattatisti e chiedere loro
un’impressione, un consiglio?
Non conviene. Adam von Fulda,
più o meno mezzo millennio fa, nel suo
prezioso De musica scrisse una frase
che dovrebbe farci riflettere ogni giorno:
«Musica est meditatio mortis continua».
Certo, se il più grande direttore
di tutti i tempi, Wilhelm Furchtwängler
avesse lasciato un opuscolo sul tema, la
via sarebbe in discesa. E invece no,
silenzio. Non mancano tesi, congetture,
ricerche, ma sono ben lontane dal poter
costituire un riferimento affidabile.
Si direbbe che le uniche ipotesi
siano quelle che partono dai testi, dai
libretti, letteratura che poi cambia pelle.
Del resto, si sa che Lorenzo Da Ponte fornì
meravigliose parole a Mozart, ma soltanto
la musica di quest’ultimo le rese eterne.
E Wagner, che si lascia alle spalle tutte
queste mezze misure, non riesce a
mostrare la sua visione con le sole parole:
il Walhalla brucia tra armonie assolute
e le frasi si perdono nelle fiamme.
Eppure una via c’è, agli inizi
del melodramma, nei giorni in cui le idee
utopistiche correvano con la stessa
velocità del denaro. I protagonisti? Si può
cominciare da Ottavio Rinuccini – allievo
del Tasso e del Chiabrera – passato alla
storia per le sue mascherate e per aver
scritto i testi di una Dafne (1594),
di un’Euridice e di un’Arianna, infine di
un Ballo delle ingrate; poi proseguire con
il musicista Jacopo Peri, autore dell’opera
più antica che ci sia pervenuta, eseguita
a Firenze, in Palazzo Pitti, nel 1600 per
le nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV
di Francia. E questa sua composizione è
appunto, la ricordata Euridice. Certo,
in un possibile elenco occorrerebbe
aggiungere altri nomi, tra i quali c’è Giulio
Caccini e non si può tacere di Claudio
Monteverdi, che nel 1607 metterà
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baccanti, contaminando il primo tema con la vicenda di
Aristeo dalle Georgiche. Da questo ricco intreccio, che
Alessandro Striggio ripete per La favola di Orfeo di Monteverdi, e Francesco Buti ulteriormente dilata nel lussureggiante barocco barberiniano dell’Orfeo di Luigi Rossi,
il libretto di Rinuccini deriva soltanto il primo episodio di
Ovidio, senza più giustapporvi il tema dell’amore infelice
di Aristeo e con la variante della restituzione di Euridice.
Di conseguenza vengono espunti alcuni essenziali motivi
del testo del Poliziano: la rovinosa dismisura dell’amore,
la misoginia, l’opzione efebica e ogni simbologia imputabile allo scempio di Orfeo a opera delle menadi. La lineare sobrietà fiorentina del percorso narrativo dalla morte
alla restituzione della ninfa già sottolinea l’importanza
del solo episodio su cui il libretto insiste più delle sue fonti: l’incontro di Orfeo con gli dèi inferi e la disputa a più
voci sulla sovranità e la legge dell’Ade.
[...] In ognuna delle situazioni proposte da questi testi, un mostro irrompe sulla scena, minacciando la pace e
la vita degli abitanti incapaci di resistergli, finché interviene un eroe che uccide la fiera e trionfa sulla morte.
in scena a Mantova l’Orfeo chiudendo
idealmente quanto iniziò a Firenze.
Una rilettura di quei testi e di quei
momenti fa nascere nuove interpretazioni
di quel miracolo che i manuali di storia
della musica chiamano “recitar cantando”,
con il quale nasce un nuovo genere. Non
si può tacere che Peri nel 1598 scrive una
Dafne su poema del Rinuccini, andata
quasi del tutto perduta; comunque si ha
notizia di messe in scena e del fatto
che diversi spettatori ne parlavano
girando l’Europa. Forse tutto nacque
in quest’opera; forse qualcosa aggiunse
Emilio de’ Cavalieri, compositore di corte
medicea, che a Roma, nel 1600, diede
La rappresentazione di Anima e Corpo.
Ma queste sono soltanto ipotesi.
L’Euridice di Peri ha un lieto fine, è
dunque perfetta per le nozze reali, e apre
nuove prospettive. Guardando oggi
la partitura, ci si rende conto che Peri non
scrisse la sinfonia d’apertura e le parti
11
Senza pregiudizio della sua funzione spettacolare, «l’orribil fera» ha un eminente e ricorrente significato politico, sempre col medesimo valore di simbolo dell’oppressione spagnola, come più ampiamente si vedrà. Nel Combattimento e nella Dafne lo schema si completa con l’intervento dell’eroe, che secondo il mito è Apollo arciere,
mentre secondo una probabile lettura politica nei panni
del dio è il granduca Ferdinando in avvicinamento diplomatico a Enrico di Navarra.
Il simbolismo dell’Euridice non è altrettanto immediato; si ripropone tuttavia lo stesso schema: l’unanime
felicità di pastori e ninfe e della natura per le nozze imminenti di Orfeo ed Euridice è infranta dal morso fatale
dell’«angue crudo e spietato» e si ripete la vittoria dell’eroe, sebbene non per virtù guerriera ma per la forza persuasiva del canto.
All’interno di tale quadro preme insistere ora sulla
decisiva variante proposta dall’Euridice, anch’essa carica
di senso politico, introduttiva peraltro di motivi non ri-
puramente strumentali sono concepite
con avarizia. Probabilmente mancava
uno strumento di sostegno per il basso,
il chitarrone ricopriva comunque un ruolo
essenziale. Peri stesso interpretò Orfeo
e l’orchestra suonava dietro le scene,
mentre nei teatri veneziani era già davanti
al palcoscenico. Comunque, sia l’Euridice
di Peri sia quella di Caccini non si fondano
sul recitativo; inoltre si notano
rudimentali arie strofiche al termine delle
scene, e appare il contrappunto imitato.
Si poteva capire quel giorno
del 1600 che la storia della musica stava
cambiando? Conviene rispondere di no
e affidare alle prospettive future quel che
oggi ripetiamo. Ma si può aggiungere che
il grande pittore Rubens era presente alla
cerimonia nuziale, e la fissò in un dipinto
che ci consente qualche considerazione.
Egli proveniva da Mantova, al seguito del
duca (la consorte del quale era sorella di
Maria de’ Medici), e non a caso appare
dietro di lui nel quadro. Anche Claudio
Monteverdi era al servizio di quest’ultimo
signore lombardo, e non si può escludere
che assistette alla rappresentazione
accanto all’artista. Peccato che nessuno
dei due, almeno stando a quel che
conosciamo, abbia lasciato una memoria
o anche una semplice frase in merito.
Resta da aggiungere che Peri non
proseguì la carriera. Scrisse altre opere,
ma poi si diede ai balletti e ad analoghi
intrattenimenti scenico-musicali.
L’Euridice restava un miracolo sul quale
l’autore stesso stese il velo del tempo.
E sarà proprio il tempo a
riprendere il filo della storia che trovate
ora in questo libro, tra testi e dotte
congetture. Premessa a: Ottavio
Rinuccini, Alessandro Striggio, L’Euridice e
La favola d’Orfeo. L’utopia nel
melodramma. A cura di Gaspare De Caro
[Biblioteca dell’Utopia], Milano, Silvio
Berlusconi Editore, 2009.
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ducibili alle intenzioni dei precedenti testi teatrali di Rinuccini. Poiché appunto a trionfare non è più il «guerriero o duce», in scoperta simbologia Enrico IV o Ferdinando I che scuotono il giogo spagnolo, ma è il poeta, che rivendica a sé «palma e trofeo» del trionfo sulla morte.
Alla vigilia della stipulazione dell’alleanza francese,
quando papato e Spagna minacciano la restaurazione di
una ubbidiente repubblica a Firenze, è in rappresentanza
di Firenze che Corsi esprime solidarietà a Ferdinando e
tale contesto della rappresentazione suggerisce che appunto in nome della città e della sua scelta lealista L’Euridice celebri la vittoria, e in ragione di ciò viene ammessa
nel programma ufficiale dei festeggiamenti dinastici.
L’Orfeo cinquecentesco ripete questo motivo riscattando dalla morte «le sembianze antiche», «gli usati
accenti» (vv. 704 s.) in virtù del restaurato potere della
monodia, condividendo del modello il rapporto con l’antichità come imitazione creativa, come una gara con gli
antichi, secondo «l’idea albertiana del certame», ben presente nel prologo dell’Euridice, nell’orgogliosa rivendicazione di un «alloro, / Qual forse anco non colse Atene o
Roma» (vv. 17 s.). Nella Firenze di fine Cinquecento, però, questa ispirazione umanistica non è ideologicamente
neutrale, ma una dichiarazione di voto rispetto al lungo
processo della restaurazione confessionale antiumanistica, di matrice ficiniana prima e controriformista poi. Al di
là dei compiaciuti riferimenti letterari, eruditi sino alla citazione del «forte carme», la formula apotropaica esorcizzante l’«empio serpente» (v. 286), è difficile infatti interpretare come classicismo meramente esornativo i motivi di laicismo umanistico che si inseguono nel libretto di
Rinuccini, la precarietà del destino umano rispecchiata
nei cicli della natura, libera da ogni illazione di risarcimenti sempiterni («Al rotar del ciel superno / Non pur
l’aer e ’l foco intorno, / Ma si volve il tutto in giro: / Non è
il ben né ’l pianto eterno», vv. 384-387).
[...] Sapesse o no che nella più antica versione del
mito la restituzione della ninfa era affettivamente la conclusione della catabasi, nella dedica a Maria de’ Medici
Rinuccini giustificava l’esito felice da lui attribuito all’impresa come «convenevole in tempo di tanta allegrezza» e
gli interpreti hanno volentieri accettato questo rinvio all’occasione nuziale. Una spiegazione alle epocali ambizioni di un «nuovo cammin» (v. 16), di una nuova dimensione teatrale enunciate nel prologo, in esplicita polemi-
ca contro la tragedia senecana; ma inferiore anche alle attese di ripristino della tradizione cittadina, culturale e civile, che l’estraneità umanistica allo Zeitgeist e l’impegno
politico di Rinuccini e Corsi suggeriscono di leggere nella resurrezione di Euridice.
Il voto della città a favore del principato mediceo
nel momento del suo mortale pericolo plausibilmente
poteva aspirare a una tale contropartita, liberatoria dell’identità fiorentina dall’omologazione assolutista e confessionale; e il libretto di Rinnuccini sembra reggere bene
al compito di esprimere allegoricamente queste eccezionali circostanze politiche. Se il canto dell’Orfeo cinquecentesco può ben farsi carico di rappresentare la tradizione culturale e civile su cui Firenze fonda le sue non spente
pretese di primato, se verosimilmente la commozione di
Plutone auspica l’atteso consenso del principe a restituire
alla vita quella tradizione soffocata e morente, allora Firenze è il soggetto vero del dramma e trova spiegazione
adeguata l’enigmatica scelta di Euridice eponima.
Di questa possibile lettura dell’Euridice, l’Arianna
otto anni dopo – «tragedia» anch’essa, e sin dal sottotitolo, a scoraggiare le obiezioni dei pedanti, e ahimè anch’essa pervicacemente a lieto fine – appare allo stesso
tempo conferma ed epilogo. Qui l’usato schema drammatico di Rinuccini non si ripropone, poiché tutto è già
avvenuto: l’«inclito duce», grazie a chi per amore «reselo
vincitor nell’alta impresa», è già uscito «da l’orror del cieco labirinto», lasciando «il mostro rio sull’erba estinto».
Proprio l’esempio dell’Arianna può metterci in sintonia con Rinuccini quando attribuisce qualità di tragedia ai suoi drammi per musica. A proposito dell’Euridice la
questione è stata generalmente trattata con sufficienza
dagli storici, persuasi che si tratti di mera millanteria classicistica: nel migliore dei casi «una iperbole cortigiana –
come scrive Nino Pirrotta –, un enfatico complimento alla nuova regina di Francia. Si affermava allora, infatti, che
soltanto il nobile linguaggio della tragedia si addicesse alla presenza di un personaggio reale».
Non si sollevano obiezioni invece sulla reiterazione
dell’iperbole nella rappresentazione mantovana del
1608, per la quale già la relazione ufficiale parlava di «l’Arianna tragedia», senza traccia del malcontento espresso
invece a suo tempo da Giovanni Bardi per le «parole tragiche» dell’Euridice e senza le perplessità allo stesso proposito dei posteri musicologi. Il fatto è che più difficilmente si può dubitare delle oneste intenzioni tragiche di
Rinuccini per quanto riguarda L’Arianna, la quale, non-
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ché nel sottotitolo, insiste a dirsi tragedia nel prologo, attribuendosi «de la scena argiva / L’antico onor ne novi
canti», e nel dialogo tra Teseo e il suo Consigliero della
scena III, dove sviluppa il tema certamente tragico del
conflitto tra amore e Ragion di Stato, sino alla fatale conclusione – di un duca d’Atene molto controriformista e
abbastanza fellone – che «Non è di scettro degno / qual
fassi servo vil del suo diletto». Che non è conclusione di
Rinuccini, che infatti dedica il resto del dramma alle poco
cattoliche consolazioni dionisiache dell’infelice Arianna.
La questione del lieto fine dunque, che è stata spesso sollevata contro le pretese di tragicità dell’Euridice, si
ripropone nell’Arianna, ma in questo caso nemmeno i
critici più sospettosi ne ritengono compromessa la tragicità dell’opera. «Il diritto di chiamarsi tragedia – scrive
ancora Pirrotta – le viene, come era nella tradizione del
genere, dalla nascita regale e dai moventi politici dei suoi
personaggi. Vi si intrecciano non, come nella commedia
o nella pastorale, casi personali di personaggi privati, ma
azioni di personaggi pubblici, nelle quali la vita e la serenità di uno stato e dei suoi cittadini sono coinvolte».
Tutto ciò appare ragionevole, però non chiude la
questione per quanto riguarda l’Euridice: è vero infatti
che Orfeo e la sua driade non sono figli di re – solo di
Apollo o di natali anche più oscuri –; però, se l’Arianna
può dirsi tragedia perché parla di politica, sembra che si
possa legittimamente rovesciare l’argomento e sostenere
che L’Euridice, poiché si dice tragedia, allora parla di politica, «di uno stato e dei suoi cittadini» e non di «casi personali di personaggi privati». A suo modo, naturalmente,
per via allegorica: o – laddove «le direttive dominanti dell’intelligenza occidentale erano simboliche e allegoriche» – l’allegoria sarebbe vietata al melodramma?
Alla ricerca degli altri elementi della definizione di
tragedia occorre dunque spingere la questione alla sua soglia critica, alle colonne d’Ercole oltre le quali si apre il
poco frequentato pelago delle dichiarazioni programmatiche di Rinuccini, nel prologo dell’Euridice e nella dedica
a Maria de’ Medici, troppo spesso ritenute occasionali e
incongrue. Occorre cioè rendersi conto che l’identificazione del dramma rinucciniano come tragedia è questione che coincide con l’interpretazione che lo stesso Rinuccini e Corsi e Peri davano della riforma musicale e che la
loro differenza dalla versione proposta nel circolo platonizzante di Giovanni Bardi non può essere ridotta, come
Frontespizio dell’edizione originale
dell’Euridice di Rinuccini
sostiene Nino Pirrotta, a mera diversità di temperamento
artistico, di inclinazione all’espressione drammatica
piuttosto che al lirismo, laddove sarebbe invece «inesistente, o tenuissimo, il vincolo di presupposti teorici».
A spiegare l’origine dell’opera, più volentieri che
non eventuali ragioni teoriche, Pirrotta evoca il riaffiorare di «una idea che è perennemente latente nello spirito
umano, quella di un’azione scenica interamente cantata,
potenziata cioè dalla musica fino a ritrovare nella riconquistata e stilizzata unione di parola, di gesto e di suono
l’afflato di un suo primordiale senso di incantagione magica». In tema di perennità e latenze dello spirito umano
naturalmente il dibattito è sempre aperto [...].
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Un contributo alla storia delle biblioteche private
La collezione del Cardinale
Giuseppe Renato Imperiali
DI ANNETTE POPEL POZZO
li studi volti all’analisi di biblioteche private sulla
base di inventari (per quanto spesso semplici),
cataloghi d’asta e cataloghi bibliografici hanno
assunto maggior importanza e rilevanza negli ultimi anni
per vari motivi. In primo luogo, la ricostruzione del contenuto di una biblioteca privata permette di risalire al
profilo intellettuale e culturale dell’erudito proprietario,
fornisce informazioni sul circuito e sul commercio librario e qualche volta contribuisce alla definizione di un canone letterario. Prove eloquenti dell’accresciuto interesse per le biblioteche private sono le recenti monografie
sulle biblioteche di Pietro Bembo (Massimo Danzi, La biblioteca del cardinal Pietro Bembo, Ginevra, 2005), Aldo
Manuzio il giovane (Alfredo Serrai, La biblioteca di Aldo
Manuzio il Giovane, Milano, 2007) e Gabriel Naudé
(Estelle Bœuf, La Bibliothèque parisienne de Gabriel Naudé
en 1630. Les lectures d’un libertin erudit, Ginevra, 2007). Vanno anche ricordati progetti a più lungo termine
come quello della Scuola Normale
Superiore di Pisa sulle “Biblioteche
filosofiche private in età moderna e
contemporanea” (http://picus.sns.it
//biblioteche_dei_filosofi/, chiamato 04-11-2009), volto alla ricostruzione del contenuto di circa cento biblioteche di celebri filosofi europei.
Un secondo aspetto è legato alla storia delle biblioteche stesse, sia
dal punto di vista istituzionale che da
quello bibliografico. Sapere in quale
formato una biblioteca privata sia
stata integrata completamente o par-
G
zialmente nel fondo di una biblioteca istituzionale è
un’informazione di grande rilevanza. Questa informazione va considerata anche nel contesto di una catalogazione sempre più raffinata. Oltre al censimento di un’edizione, oggi è usuale che nella gamma del catalogue enrichment si provveda anche a una descrizione dell’esemplare
che includa i suoi possessori e le sue legature.
Infine, ovviamente, va tenuto conto dell’aspetto bibliofilo, che soprattutto nel caso di biblioteche private
andate disperse, permette al collezionista di collocare la
sua copia nell’insieme della biblioteca storica. Soprattutto cataloghi bibliografici possono avere in più il valore di
un prototipo per una catalogazione moderna.
In questo quadro, assume particolare interesse il
volume dedicato alla descrizione della biblioteca del cardinale Giuseppe Renato Imperiali (1651-1737), pubblicato in prima edizione nel 1711 presso Francesco Gonzaga a Roma con il
titolo Bibliothecae Josephi Renati Imperialis Sanctae Romanae Ecclesiae Diaconi cardinalis sancti Georgii Catalogus
secundum auctorum cognomina ordine
alphabetico dispositus una cum altero catalogo scientiarium & artium.
Autore del catalogo fu l’erudito
Giusto Fontanini (1666-1736), noto
anche per la sua Biblioteca dell’eloquenza italiana (1706), un repertorio
ragionato della letteratura italiana. Il
patrimonio librario dell’illuminato
mecenate, tra l’altro fondatore della
Accademia Imperialis nel 1705, rappresentava con più di 20.000 titoli
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una delle più importanti e sostanziose collezioni italiane dell’epoca. I titoli sono in una prima parte disposti
in ordine alfabetico dell’autore (p. 1536 con Appendix sulle p. 537-582),
cosa che rappresenta una novità rispetto ad altri ordini usati all’epoca
come per esempio ancora quello secondo il formato in folio, quarto, ottavo, etc. Accanto all’autore sono indicati titolo, note tipografiche e formato. Segue una seconda parte con i volumi suddivisi in classi (Teologia,
Giurisprudenza, Filosofia, Storia e
infine Polymathia; p. 583-720).
Si può parlare anche di un prototipo di indice analitico (non separato), visto che i contributori sono sempre elencati in ordine alfabetico con riferimento all’opera o all’autore principale nel quale sono
contenuti: Ad esempio “PLACIDI Antonio. Stanze.
Stanno nelle rime scelte dal Dolce. to. I. pag. 395”. Sotto la
voce di “DOLCE Lodovico” si trovano indicate le “Rime
scelte da diversi Autori. Venezia. pel Giolito 1565. tom. 2. in
12.o”. La maggior parte dei titoli risale al Cinque e soprattutto al Seicento, con qualche rara presenza di incunaboli, come l’opera Postilla super psalterium di Hugo de
Sancto Caro, Venezia, Johannes e Gregorius de Gregoriis, 1496 [per errore 1469 nel catalogo Imperiali] o la rara seconda edizione del De civitate Dei di sant’Agostino,
stampata a Roma da Sweynheym e Pannartz nel 1468,
che in princeps fu stampata dagli stessi Sweynheym e Pannartz a Subiaco nel 1467. Del francescano e teologo Guglielmo di Ockham, Imperiali ebbe tre edizioni incunaboli: Quodlibeta septem una cum tractatu De sacramento altaris (Strasburgo: Georg Husner, 1491), Quaestiones et decisiones in IV libros Sententiarum. Centilogium theologicum
(Lione: Trechsel, 1495) e Decisiones VIII quaestionum super potestate summi Pontificis (Lione: Trechsel, 1496).
Il catalogo si legge come un canone par excellence
dell’epoca, per quel che riguarda gli autori, i titoli o gli
stampatori. Molto informativo anche l’index rerum. Sotto il lemma “Philosophi arbitrarii” troviamo ad esempio
Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Thomas Hobbes, Galileo Galilei, Ramón Lull, Girolamo Cardano e
Francis Bacon. La “Theologia heterodoxa & errores varii” è invece divisa in “Novatores primi; Lutherani; Calvinistae; Sociniani; Errorum particularium auctores; Pro
15
fabula de Praeadamitis; Contra fabulam de Praeadamitis; Pro fabula
de Joannae Papissa; In Baronium” e
finalmente “In Bellarminum”. Non
mancano contemporanei stranieri
importanti come lo storico tedesco
Hermann Conring (1606-1681, il
più grande interprete di Machiavelli
nel ’600) e lo storico e bibliotecario
tedesco Konrad Samuel Schurzfleisch (1641-1708), anch’egli proprietario di una celebre biblioteca e
amico di Antonio Magliabechi.
Contrariamente alla volontà
del cardinale, alla sua morte la biblioteca non divenne pubblica, ma
andò dispersa. Così oggi il patrimonio librario purtroppo
si trova sparso in collezioni private e pubbliche di tutto il
mondo. Una parte dei volumi venne acquistata dall’arcivescovo Annibale De Leo (1739-1814) e si trova oggi nella Biblioteca Arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi. In
più – grazie alle ricerche di Flavia Cancedda che ha dedicato più pubblicazioni alla raccolta del cardinale – sono
stati rintracciati volumi di Imperiali nel Fondo Palatino
della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (Il bibliotecario 36-37, aprile-settembre 1993, p. 25-82). Importanti
esemplari dalla biblioteca Imperiali si trovano anche nel
Fondo antico della Biblioteca di via Senato, generalmente indicati con un timbro in nero sul frontespizio leggendo “Ex. Bibl. Ios. Ren. Card. Imperialis”, tra cui Torquato
Tasso, Apologia in difesa della sua Gerusalemme, con la Risposta al discorso di Orazio Lombardelli intorno a i contrasti
(Ferrara: Vittorio Baldini, 1586, in 8vo), Niccolò Margaritoni, Anfiteatro d’eroi di casa Cibo, poema in sesta rima (Milano: Stampa Arcivescovale, 1664, in 4to), la Vita di Cosimo
de’ Medici di Aldo Manuzio il Giovane (Bologna, senza
stampatore, 1586) e il Della vita di P. Niccolò Zucchi di Daniello Bartoli (Roma: il Varese, 1682).
In rete non è difficile trovare tracce di volumi del
cardinale in diverse biblioteche o sul mercato librario, ma
si tratta sempre di pezzi isolati di un puzzle enorme. Considerando che la pubblicazione del Fontanini permette
una ricostruzione ipotetica della raccolta fino al 1711,
non si deve dimenticare che i titoli entrati oltre questa data (come la Missione al Gran Mogor di Daniello Bartoli,
presente nel Fondo antico della Biblioteca di via Senato,
stampata nel 1714) non sono inclusi nell’inventario.
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inSEDICESIMO
APPUNTAMENTI, CATALOGHI DI BIBLIOFILIA, SCAPIGLIATURA,
MOSTRE, SAGGI, RECENSIONI, ANASTATICHE
LIBRI CHE PARLANO DI LIBRI
Omaggi d’autore alle pagine scritte
e storie dove i volumi prendono vita
di matteo noja e matteo tosi
IL NOSTRO CERVELLO E
LA CONQUISTA DELLA
LETTURA
«Credo che leggere, nella sua
essenza originaria, [sia] quel fruttuoso
miracolo di una comunicazione nel
mezzo della solitudine». Così Proust
cercava di definire la lettura, vizio
solitario, per molti imprescindibile,
che proprio nella sua solitudine concede
a coloro che vi si dedicano la possibilità
di essere al centro di un mondo infinito
di comunicazione. Questa rete
di comunicazioni, ancora più virtuale
di quella di internet, ci permette
di capire meglio il mondo che
ci circonda e di poterlo vivere
in maniera cosciente e responsabile.
Ma il nostro cervello è nato
per leggere? Come si applica alla lettura
il nostro cervello? È un fatto semplice
per i nostri neuroni riconoscere
le lettere e raccoglierle attribuendo loro
un significato, un messaggio codificato
che possa essere riconosciuto poi
da moltitudini di persone diverse?
Mentre Feltrinelli ristampa
Una storia della lettura, il recente
classico di Alberto Manguel, esce
in questi giorni la traduzione di due libri
che si interrogano su questi argomenti,
approfondendone gli aspetti fisiologici e
neurologici. I due volumi – quello di
Deheane si riferisce all’aspetto
neurologico, mentre quello della Wolf
ha uno spettro scientifico più ampio –
tracciano parallelamente una storia
della scrittura e della lettura inedite e
appassionanti. Attraverso questi due
testi – ormai di riferimento nella
comunità scientifica – impariamo che,
non essendo nati per leggere,
possediamo un cervello
straordinariamente plastico, vera e
propria architettura aperta che per
imparare a leggere ha dovuto e ogni
volta di nuovo deve «creare sofisticati
collegamenti tra strutture e circuiti
neuronali in origine preposti ad altri più
basilari processi, come la vista e la
lingua parlata». La lettura ha consentito
di superare la ripetitività propria delle
culture orali, consentendo all’uomo
di accumulare un numero sempre più
grande di nuove conoscenze,
permettendo di sfruttarle in modo
sempre più «vertiginosamente efficace».
Fino a oggi, leggendo Platone,
potevamo credere che la scrittura –
e di conseguenza la lettura – fosse stata
il magico dono di un dio. Il Filosofo,
seguace di quel Socrate che non aveva
tanta fiducia nella parola scritta,
precisava che il dio aveva nome «Teuth»
e a lui apparteneva anche l’uccello sacro
chiamato Ibis e che oltre ad aver
inventato il numero e i calcoli, la
geometria e l’astronomia, il gioco del
tavoliere e dei dadi, aveva inventato
«soprattutto la scrittura».
Oggi, alla luce di questi due saggi,
possiamo considerare veramente
magico il potere della scrittura, non
in quanto divino, ma proprio perché,
attraverso il suo esercizio, il nostro
cervello «estende le sue competenze»,
in modo continuo e sorprendentemente
considerevole, allargando le sue
possibilità in tutti gli ambiti.
Forse aveva ragione Flaubert
quando in una lettera a Mademoiselle de
Chantepie scriveva: «Leggere per vivere».
Stanislas Dehaene, I neuroni della
lettura. Prefazione di Jean-Pierre
Changeux, Milano, Raffaello
Cortina, 2009. pp.448, €32,00
Maryanne Wolf, Proust e il
calamaro. Storia e scienza del
cervello che legge, Milano, Vita e
Pensiero, 2009. pp.293, €20,00
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la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2009
LA SPLENDIDA UTOPIA “ENCICLOPEDICA” DI PHAIDON PRESS,
RACCONTARE IN UN SOL TOMO TUTTA LA STORIA DELL’ARTE
ul prestigio e sulle
mirabili opere già
realizzate dalla
casa editrice londinese
toccherebbe spenderci
un saggio intero, ma lo
sgomento della titanica
impresa non può farci
esimere dal segnalare la
luminosa e rivoluzionaria
novità uscita per i suoi
tipi. Perché “30.000 anni
di arte. La storia della
creatività umana
attraverso il tempo e lo
spazio” (Phaidon Press,
Milano 2009, pp.1072,
€75,00) è l’incredibile
S
tentativo di rinnovare
una volta per tutte lo
studio dell’arte e delle
arti del mondo intero.
Dagli albori della
creatività ai giorni
nostri, infatti, 1050
illustrazioni con relative
schede (stilate da un
team di oltre 50 esperti
UNA STORIA DEL LIBRO
E DELLE SUE FORME
Nel corso dei secoli nei quali
ha accompagnato fedelmente l’uomo
nel suo progresso di conoscenza, il libro
ha mutato molte volte aspetto; molte
volte le tecniche per produrlo sono
cambiate; molto spesso il libro si è
adattato alle esigenze dei tempi.
E anche adesso, giunto alle soglie della
virtualità, continua a stupire per questa
sua duttile e continua trasfomazione.
Daniele Baroni, docente presso
la Facoltà di Design del Politecnico
di Milano, traccia in modo chiaro
e completo la storia, non solo delle
evoluzioni tecnologiche della stampa
dai primi caratteri in piombo
di Gutenberg sino alla leggera
evanescenza della composizione
digitale, ma anche illustrando, con molti
esempi, il mutamento culturale che si è
nascosto dietro al costante
europei e statunitensi)
mettono in rigoroso
ordine cronologico il
meglio dell’arte
“globale”, stravolgendo i
consueti canoni
geografici di
catalogazione e studio
per dare vita a inusuali
accostamenti di culture,
tecniche e soggetti che
riservano al lettore un
vero e proprio senso di
scoperta, quello di una
prima comparazione
“ragionata” sulla
creatività ai quattro
angoli del Pianeta.
cambiamento del suo essere anche
un “oggetto”. Non si tratta di una
semplice storia del libro,
ma di una completa trattazione di tutti
gli elementi che lo compongono –
«dalla marca editoriale al frontespizio,
dalla copertina al paratesto» – nella
esemplificazione di come è stato ideato
“visivamente” attraverso i secoli, senza
tralasciare le varie tesi sostenute
dai tanti progettisti del settore
e cercando di spiegare il rapporto
tra il testo dell’autore e il “supporto
comunicativo”, cioè quello che viene
definito il “paratesto”.
Il volume si articola così su tre
livelli di lettura: il primo, dedicato
all’architettura della pagina, vuole
spiegarne l’evoluzione dalle regole auree
per ottenere la proporzione “divina” sino
alle articolate griglie di impaginazione
di epoca moderna; il secondo, prende
in esame il sistema dei segni
che connotano i vari alfabeti nelle loro
varianti, le simbologie delle marche
editoriali, i segni convenzionali propri
dei vari linguaggi, sia verbali sia visivi;
il terzo, infine, è quello dell’apparato
iconografico che arricchisce il libro,
dalle illustrazioni nel testo,
alla copertina, all’insieme delle immagini
artistiche e fotografiche.
Dedicato a chi, a vario titolo,
ricopre un ruolo, quale sia, nel mondo
che gira intorno all’“oggetto libro”,
si rivolge anche a chi, semplicemente,
ama i libri e li legge.
Daniele Baroni, Un oggetto
chiamato libro. Breve trattato
di cultura del progetto, Edizioni
Sylvestre Bonnard, Milano, 2009,
pp.268, €45,00
ANEDDOTI DI UN BONNET
“ISPIRATO” DA PONTIGGIA
Pare che Diogene abbia lasciato
detto che avere dei libri senza leggerli è
come avere dei frutti dipinti. Di certo,
la domanda più frequente di chi visita
la casa di una persona che ama i libri
e ne possiede alcuni, a volte tanti, è «Ma
li avete letti tutti?». A questa domanda,
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che spesso infastidisce l’ospite bibliofilo,
la risposta è difficile a trovarsi su due
piedi; forse la più paradossale, quel «sì»
che ameremmo dire senza remore e
titubanze, è la più aderente alla realtà.
Ce lo spiega, garbatamente
ma con precisione, nel quarto capitolo
di questo suo aureo e divertente libretto
Jacques Bonnet, editore, traduttore
e scrittore francese; le pratiche
di lettura sono diverse,
ma sostanzialmente tre: lettura
immediata o a breve termine; lettura
differita di qualche tempo (qualche
settimana, mesi o anni poco importa);
infine vengono quei libri che sono messi
subito a scaffale, il che non vuol dire
che non siano stati anche loro letti,
classificati come sono nella mente
e in biblioteca: prima o poi serviranno.
Il libro di Bonnet è il frutto
di un incontro di qualche anno fa
con Giuseppe Pontiggia. Durante la cena
si confrontarono su molti temi
e problemi legati al possedere
una cospicua biblioteca, di almeno
20.000 opere, esattamente tante quanto
quelle possedute dal professor Ermanno
Finzi-Contini nel romanzo di Bassani.
Il loro incontro fu l’occasione
di rinovellare una serie di aneddoti
e racconti intorno al libro, alla lettura
e alle biblioteche che, con grande
e divertente erudizione, vengono qui
riportati da Bonnet.
Tra i tanti aneddoti, val la pena
di ricordare, anche per scaramantico
omaggio all’uomo, la morte
del compositore Charles-Valentin Alkan,
pianista ammirato da Liszt e «erede, alla
morte di Chopin, di molti suoi allievi»,
che il 30 marzo del 1888 fu ritrovato
esanime nella sua casa, schiacciato
dal crollo della biblioteca.
Jacques Bonnet, I fantasmi delle
biblioteche, Palermo, Sellerio, 2009;
pp.145, €12,00
19
MUSCIATTO IL GRANDE
E UN DANTE COME NOI
Dopo il successo della biografia
dedicata a Oriana Fallaci (Morirò in
piedi, Polistampa, Firenze 2008, pp.80,
€6,00), Riccardo Nencini torna
a dedicarsi al romanzo storico
con un’inedita incursione nella vita
di Musciatto Franzesi – già celebrato
dal Boccaccio e tornato agli onori delle
cronache grazie a un raro manoscritto
ritrovato durante l’alluvione del 1966–,
figlio di un masnadiero di Figline
Valdarno divenuto banchiere del re
di Francia Filippo il Bello, nonché
consigliere di suo fratello, Carlo
di Valois. Il destino della Firenze
del primissimo Trecento appare, così,
legato a quello europeo, proprio grazie
a questa oscura figura che compare
nelle cronache di tutti gli eventi salienti
della città, dal bando di Dante e del
padre di Petrarca allo schiaffo
di Anagni. fino alla preparazione
del processo ai Templari. E in questo
affascinante spaccato di storia
fiorentina spunta anche un inedito
Alighieri, un uomo in carne e ossa,
un esule piegato ma non spezzato dalla
sorte, uno che è stato tradito e forse ha
tradito a sua volta, è stato minacciato di
mille morti e forse ha anche ucciso, uno
che ha sbagliato e si è pentito, è caduto
e si è rialzato. Un Imperfetto Assoluto.
Riccardo Nencini, L’imperfetto
assoluto, Mauro Pagliai Editore,
Firenze 2009, pp.448, €16,00
IL CREATORE DEL MITICO “MISTER MAGOO” CI VEDE LUNGO,
E A 94 ANNI ESORDISCE COME ROMANZIERE. PRONTO AL BIS
er gli appassionati
di comics e
cartoons il nome
di Millard Kaufman è
uno di quelli da
nominare sempre con
grande rispetto, viste la
longevità e la sagacia
di quelle sue storie in
cui racconta le surreali
vicende della talpa per
eccellenza, Mr. Magoo,
del suo cane e di suo
nipote Waldo. Ma oggi,
proprio in occasione dei
P
sessant’anni del suo
personaggio più
famoso, e a 94 suonati,
Kaufman si regala
un’allure da scrittore a
tutto tondo con il suo
primo romanzo, “Molto
lontano dal paradiso”
(Baldini Castoldi Dalai,
Milano 2009, pp.416,
€19,00). Una favola
grottesca piena di
humour e cinismo che
racconta la vita di Judd
Bresian, un
quattordicenne prodigio
abbandonato dal padre
e con una madre
semialcolizzata.
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20
IL CATALOGO
DEGLI ANTICHI
Libri da leggere
per comprare libri
di annette popel pozzo
CATALOGHI D’ASTA COME
MAPPE DELLE COLLEZIONI
Jonathan A. Hill, Bookseller
Catalogue 189 Bibliography: Proofs
77 libri – in gran parte cataloghi
d’asta – dalla lettera A come Ansse de
Villoison fino alla Z come Zapf formano
l’appena uscito catalogo del libraio
newyorkese. I cataloghi d’asta come
elemento nella ricostruzione di raccolte
bibliotecarie private formano ormai
insieme ai cataloghi bibliografici e agli
inventari una fonte fondamentale nella
conoscenza della storia del libro e nella
ricostruzione di biblioteche. Di
particolare interesse il Catalogue des
Livres de la Bibliothèque de M. PierreAntoine Bolongaro-Crevenna (17361792) che d’origine italiano fu un
importante mercante di tabacco ad
Amsterdam. Il motivo del collezionismo
di Crevenna era un suo ampio progetto
sulla storia della stampa. Fortemente
indebitato, Crevenna dovette però
vendere la sua biblioteca nel 1789. La
Biblioteca Bodleiana dell’università di
Oxford ne acquistò quasi 100
incunaboli. Il catalogo d’asta presso
Jonathan Hill in vendita per $ 13.500
contiene inoltre le quasi sempre
mancanti 8 pagine contenenti la lista
dei libri non venduti. Per completare il
quadro su Crevenna, Hill offre anche
una copia del raro Catalogue raisonné
de la Collection de Livres de M. Pierre
Antoine Crevenna, stampato in soltanto
300 copie nel 1776 a spese di Crevenna
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la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2009
lui stesso ($ 12.500). Un altro bel libro è
il catalogo d’asta del tipografo
veneziano Maffeo Pinelli (1736-1785).
L’inventario della a suo tempo assai
celebre Bibliotheca Pinelliana fu
compilato nel 1788 da Jacopo Morelli, a
sua volta bibliotecario presso la
Marciana di Venezia. La vendita di
questa biblioteca italiana a Londra
segna l’ingresso della capitale inglese
come centro principale del mercato
libraio internazionale. Il catalogo di
Morelli è offerto da Hill per $ 3.500.
Segnaliamo anche il raro catalogo
d’asta Notice des Principaux Articles di
Léon Guillaume du Tillot, marchese di
Felino (1711-1774), che fu primo
ministro del duca di Parma. Il catalogo
di solo 346 lotti (Parigi, veuve Tilliard,
1775) con particolare attenzione
all’illuminismo, del quale finora nessun
esemplare risulta censito nell’opac delle
biblioteche italiane, è in vendita a $
2.750. Celebre tra i bibliofili è anche la
ricca biblioteca di Madame de
Pompadour, con oltre 3.500 volumi che
la marchesa fece rilegare quasi tutti in
vitello rosso con impresse le sue armi ai
piatti. Il Catalogue des Livres de la
Bibliothèque de feue Madame la
Marquise de Pompadour (Parigi,
Herissant, 1765), famoso per la parte sul
teatro, è in vendita per $ 4.500.
Jonathan A. Hill, Bookseller
325 West End Ave.
New York, N.Y. 10023
www.jonathanahill.com [email protected]
STUDI SUGLI ANIMALI, STORIA
(ANCHE LOCALE) E VIAGGI
Libreria Malavasi
Catalogo 70/2009 Libri Antichi e Rari
Il catalogo autunnale dello studio
bibliografico milanese si divide in 3
gruppi (Caccia, Cani, Cavalli, Veterinaria
– Storia, Storia locale, Viaggi – Varia)
per un totale di quasi 500 titoli.
Segnaliamo la rara prima edizione
italiana delle Opere veterinarie di Claude
Bourgelat (Belluno, Tissi, 1776-1779, 8
volumi in cartonato rustico coevo per
€2.100, la princeps francese con il
titolo Matière Médicale raisonnée risale
al 1765). Bourgelat (1712-1779) fondò
nel 1762 a Lione la prima scuola
veterinaria e diede inizio alla moderna
professione del veterinario. Collaborò
con l’Enyclopédie, fu responsabile della
cura medica dei cavalli delle stalle, e
dunque il maggior esperto di ippologia
e ippiatria della sua epoca. Il suo allievo
Giovanni Brugnone (1741-1818) fondò
sul modello francese una scuola
veterinaria piemontese nel 1769 in
alcuni locali del padiglione di caccia del
castello reale di Venaria. Nel catalogo di
Malavasi il suo Trattato delle razze de’
cavalli (Torino, fratelli Reycends, 1781,
€580) in prima edizione.
Libreria Malavasi
Largo Schuster 1
– 20122 - Milano
www.libreriamalavasi.com –
[email protected]
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novembre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
IL CATALOGO
DEI MODERNI
Libri da leggere
per comprare libri
di matteo noja
A TUTTA RIVISTA!
Il libraio Ferraguti che corre solerte
nel fornire i libri in una vignetta che è
diventata il simbolo dei suoi cataloghi
si è specializzato nel cercare e raccogliere
riviste, italiane e straniere, provando a
reperirne “tutto il pubblicato”.
In questo ultimo catalogo, viene
offerto tutto il pubblicato di “Civiltà”,
rivista bimestrale e poi trimestrale della
Esposizione Universale di Roma che
avrebbe dovuto tenersi nel 1942 e che
poi non venne fatta a causa della guerra.
Edita da Bompiani, nel comitato direttivo
erano Valentino Bompiani, Emilio Cecchi,
Luigi Federzoni, Cipriano Efisio Oppo; vi
collaborarono, tra gli altri, Corrado Alvaro,
Massimo Bontempelli, Antonio Baldini,
Piero Gadda Conti, Guido Piovene, Mario
Praz, Bonaventura Tecchi. Uscirono 11
fascicoli (qui a €430) dall’aprile 1940
all’ottobre 1942, in folio, con grandi
illustrazioni e accattivanti copertine.
Anche il settimanale di attualità
e letteratura “Oggi” edito da Rizzoli e
fondato da Mario Pannunzio e Arrigo
Benedetti. Pannunzio veniva
dall’esperienza del longanesiano Omnibus
e impostò questo suo nuovo giornale con
la formula del rotocalco, volendo offrire
un punto di riferimento agli intellettuali
non perfettamente allineati con il
fascismo. Uscì dal 3 giugno del 1939 sino
al 31 gennaio 1942, quando fu chiuso per
motivi politici. Tra i collaboratori, tutti di
primissimo piano nel panorama della
nostra letteratura e critica, vi furono
Brancati, Bartolini, Campanile, Cassola,
Comisso, Flaiano, Landolfi, Malaparte,
Moravia, la Morante, Penna e Savinio solo
per citarne alcuni. Il buon Ferraguti lo
offre in quattro volumi rilegati a €2.200.
Un’ultima curiosità, il “Calendario dei
pensieri e delle pratiche solari” [12
numeri in 10 fascicoli, a €700, manca
però il terzo fascicolo] sulla cui copertina
si precisava: «L’han compilato Carlo
Betocchi, Nicola Lisi, Piero Bargellini & il
Contadino Deo Gratias!». Fondato in
realtà da Bargellini, al gruppo iniziale si
unirono Enzo Pregno, Piero Parigi e il
Contadino gobbo; uscì dal marzo del
1923 al gennaio dell’anno successivo.
Invito alla lettura 72
Ferraguti – Libreria e Rivisteria
Borgo Bernabei, 4 43100 Parma
Tel. e fax 0521-28.69.80
www.ferraguti.it e-mail: [email protected]
BORGES, LONGANESI E...
Un catalogo quasi soffocato dai
tanti titoli, anche se volenterosamente
raggruppati per argomenti. Si ha sempre
un po’ di vertigine a consultare cataloghi
come questo, ma il primo smarrimento
deve essere superato perché alla fine
qualcosa di buono si trova. Dopo aver
verificato che i prezzi dei libri d’arte si è
molto abbassato (rispetto ai tempi in cui i
volumi curati per conto di istituti di
credito raggiungevano quotazioni di tutto
rispetto: e sono passati poco più di dieci
anni), addentrandosi nelle prime edizioni
di letteratura italiana si possono trovare
titoli interessanti, anche a buon prezzo.
21
Per i patiti di Borges segnaliamo
alcuni titoli tradotti in italiano come Il
manoscritto di Brodie [Milano, Rizzoli,
1971; prima edizione], Finzioni nella bella
edizione dei Coralli di Einaudi [1961] e,
curate in collaborazione con il fido Bioy
Casares e con Silvina Ocampo [solo la
seconda], le due antologie I signori del
mistero. Antologia dei migliori racconti
polizieschi e Antologia della letteratura
fantastica [tutt’e due da Editori Riuniti
nel 1982 e ’83]di cui nesuno oltre i €30.
Di Carlo Dossi è presente la
Desinenza in A. Ritratti umani nella
seconda edizione dell’editore Sommaruga
[Roma, 1884; €120] “aumentata di un
margine critico e di una avvertenza
grammaticale”; poco prima si fa notare
l’opera prima di Italo Calvino, edita da
Einaudi nel 1947, quel Sentiero dei nidi di
ragno [€700] che lo stesso autore
riconoscerà, nella prefazione della
seconda edizione del 1964 [sempre
Einaudi], come passo necessario nel suo
percorso intellettuale nel tentativo di
perpetuare responsabilmente, come
testimone e protagonista, la sua
esperienza durante la Resistenza.
Tra i tanti libri, curioso uno dei due
che Longanesi scrisse per i propri figli
(l’altro, introvabile, se non sbagliamo,
parlava di piccoli orsi) e cioè Diavolino.
Storia di un Babau illustrato dai disegni a
colori dell’autore e firmato con lo
pseudonimo di Luciana Volabele [Milano,
Longanesi, 1947; €100].
Ma la pazienza di leggere tutto il
catalogo sarà premiata con altri titoli
interessanti, più da leggere che da
collezionare, e comunque poco reperibili.
Libri esauriti, d’occasione e da
collezione. Catalogo 29
I Libri di Prospero, di Antonio Del Frate
Via Saffi 24/a – 43121 Parma
Tel. e fax 0521-28.90.10
www.libriantichi.com/prospero [email protected]
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COMUNICAZIONE
SOCIALE
Ogni anno Mediaset offre sulle sue reti passaggi
televisivi gratuiti ad associazioni no-profit che
operano nel nostro Paese per fini sociali e umanitari.
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LA PRIMA
CONCESSIONARIA IN EUROPA
www.publitalia.it
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la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2009
LA 47° FIERA DEGLI ANTIQUARI
MILANESI TORNA “ALLA CASA”
Ideata dall’architetto Ettore Mocchetti,
questa edizione presenta grandi novità
di matteo tosi
i intitola “La Casa La Vita”
la quarantasettesima edizione
dell’Esposizione degli Antiquari
Milanesi (ospitata dal 28 novembre all’8
dicembre presso i padiglioni della Fiera
MilanoCity), per sottolineare come
tra gli intenti dei propri organizzatori
e dei propri prestigiosi espositori ci sia
quello di tornare a proporre i capisaldi
del nostro antiquariato in relazione
alla scena domestica odierna, e quindi
in uno stretto rapporto con le
suggestioni dell’arredamento, dell’arte
contemporanea e delle eccellenze
artigiane del nostro Paese e non solo.
Una nuova filosofia, questa,
che sicuramente risente dell’apporto
creativo e organizzativo del nuovo
curatore dell’evento, il poliedrico
S
architetto e direttore di AD Architectural Digest, Ettore Mocchetti,
bravo nel saper misurare le innovazioni
verso il suo specifico ambito
di competenza con il rispetto della quasi
cinquantennakle tradizione
della manifestazione.
Nuovi ambienti ad hoc
Come di consueto, infatti, ottanta
selezionatissimi espositori di settore
propongono il meglio del momento
in materia di Settecento Ottocento
e Novecento, ma anche di gioielli,
stampe, arte moderna e chi più ne ha
più ne metta. Oltre ai consueti stand,
però, quest’anno compaiono anche
gli “Antichi Portici” (spazi più piccoli,
di soli sei metri quadri, per ricreare
l’atmosfera delle eleganti botteghe
cittadine) e “Gli ambienti di AD”, quattro
aree affidate ad altrettanti architetti che
realizzeranno un soggiorno, una camera
da letto, uno studio e una sala da pranzo
ad hoc, proprio per stimolare i visitatori
e indirizzarli nella scelta del “pezzo”
giusto per loro e per il loro ambiente.
La parola al curatore
«L’oggetto di antiquariato sostiene, infatti, Ettore Mocchetti -,
per le sue qualità artistiche e il suo
portato antropologico, ha potenzialità
commerciali ampiamente superiori
a quelle che gli vengono attribuite dagli
stessi addetti ai lavori. Tuttavia, affinché
possa dispiegare in maniera compiuta
tali potenzialità, ritengo che necessiti
di essere presentato in modo
contemporaneo, con linguaggi, codici
di comunicazione e strumenti espositivi
adeguati, e con un supporto “didattico”
che aiuti a comprenderlo, a valutarlo
come parte della casa e quindi sceglierlo.
Questo perché l’oggetto di antiquariato
funziona decorativamente solo se,
sottratto dalla sua superba solitudine
culturale, viene messo in relazione,
per armonia o per contrasto,
per contaminazione o per rarefazione,
Qui accanto: una rara sella persiana di fine
Seicento, In alto: gli affascinanti ambienti
del Castello di Frieden
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novembre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
all’ecletticità della scena domestica
di oggi. Esaltandone l’imprinting storico
in un contesto d’arredo che
stilisticamente spazia dal minimalismo al
neomodernismo, dal massimalismo
al trasversalismo. Occorre insomma
“svecchiarlo” facendolo apprezzare
come il complemento “nobile”, il pezzo
unico che rende personale
ed emozionale un ambiente, qualsiasi
ambiente. In questa prospettiva
mi sembra dunque fondamentale cercare
di allargare considerevolmente il suo
target, raggiungendo un pubblico
ben più ampio di quello dei
semplici collezionisti.
Abbiamo immaginato
un grande contenitore
in cui gli oggetti di
antiquariato sono
protagonisti indiscussi,
ma non unici».
Un evento-show
Non una semplice mostramercato, quindi, ma un vero e proprio
evento espositivo in grado
di trasformarsi in uno show accattivante
e coinvolgente per tutti quelli che
amano le cose belle e circondarsene,
proprio a partire dagli ambienti della
propria casa.
E soprattutto non un evento
riservato solo a chi ha grandi possibilità
di spesa, tutt’altro, e proprio in questa
direzione è stato creato un apposito
mercatino dell’antiquariato, il “flea
market” – ospitato nel cuore del cuore
della manifestazione –, dove sono
esposti in vendita alcuni pezzi di piccole
dimensioni e dal costo contenuto (entro
i mille euro). Una parte del ricavato
di questo spazio, inoltre, sarà devoluta
per il restauro di un’opera d’arte
intimamente legata alla cultura
milanese.
Volendo farsi anche show e punto
d’incontro allo stesso tempo per tutti
LA CASA - LA VITA
47° EDIZIONE DELL’ESPOSIZIONE
DEGLI ANTIQUARI MILANESI
MILANO, FIERA MILANOCITY,
DAL 28 NOVEMBRE ALL’8 DICEMBRE,
INFO: TEL. 02/7750288
WWW.ANTIQUARIMILANESI.IT
gli amanti del bello , l’esposizione
quest’anno inaugura anche il Lounge,
curato da tearose, e The Jazz Place, due
luoghi accoglienti e piacevoli dove
fermarsi per una piccola pausa
tra uno stand e l’altro.
Il tutto, quindi,
all’insegna
del “coinvolgimento”
e di quell’atmosfera
quotidiana all’interno
della quale l’antiquariato
tutto ha bisogno
di tornare a muoversi
per rinverdire la propria
tradizione di eccellenza e di testimone
privilegiato della nostra cultura
e della nostra arte, del nostro senso
del bello e del lusso, ma anche della
nostra idea dell’uomo e del mondo.
Un compito arduo che, in questa
stagione di novità, potrà comunque
contare sempre sullo straordinario
apporto estetico-qualificativo dei suoi
più tradizionali espositori e su quella
qualità dei pezzi esposti che ha regalato
alla manifestazione lunga vita
e una sempre crescente risonanza
nazionale e internazionale.
A centro pagina: ornamento da turbante
per Maraja, India del Nord, XIX sec,
A destra: dall’alto, una maschera da Samurai
del ‘700; una “maschera bianca” (Nigeria,
1900); e un olio su tela di Giuseppe G.
Serangeli, Amore Trionfante, cm.130x105
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ANDANDO PER MOSTRE
Libri d’artista, illustrazioni per l’infanzia,
vedute contemporanee e un isolato Picasso
di matteo tosi
STORIA DEL LIBRO D’ARTISTA
IN 44 MIRABILI ESEMPI
er celebrare i propri settant’anni
di vita e attività, l’Associazione
dei Cento Amici del Libro (nata
a firenze nel 1939) riunisce ed espone
per la prima volta le quarantaquattro
edizioni a tiratura limitata – circa 120,
130 esemplari l’una – prodotte fino
a oggi. Curata da Sandro Parmiggiani ,
quindi, l’esposizione raccoglie opere
grafiche progettate da artisti come
Annigoni, Guttuso, Tamburi, Mattioli,
Tommasi Ferroni, Melotti, Pomodoro,
Paladino, e Isgrò, solo per citarne alcuni,
e realizzate da stampatori eccellenti
come Giorgio Upiglio, Franco Sciardelli,
Grafica dei Greci, Anna Ziliotto, Fratelli
Manfredi, Valter Rossi, Giancarlo Sardella
e Pierluigi Puliti.
Ma il percorso espositivo non è
certo fine a se stesso, e anzi, nell’idea
di Parmiggiani, dovrebbe servire come
spunto e termine di paragone
per ricostruire, una volta per tutte,
la storia del libro d’artista in Italia negli
ultimi settant’anni.
P
Qui sopra: Carlo Mattioli, acquefori per “Cinque novelle” di Gentile Sermini, 1970 In alto a destra:
Pietro Annigoni, acquaforte per “La mora” di Ugo Ojetti, 1941 In basso: Arnaldo Pomodoro,
calcografia in rilievo per Sette frammenti da L’arte dell’uomo primordiale di Emilio Villa, 2004
Molto ben illustrato il passaggio
cruciale da una prima fase in cui
gli artisti si limtavano a “illustrare”
un testo già esistente, a quella più
matura dove i volumi vengono ideati
direttamente dagli artista e concepiti
come autonoma opera d’arte. Il tutto,
passando per quella feconda via
di mezzo che vede ancora un proliferare
di “illustratori”, capaci di reinterpretare
completamente il testo, però, stabilendo
con esso corrispondenze e consonanze
personalissime che si esprimono
con linguaggi del tutto autonomi.
Una libertà espressiva e una
varietà di forme che, se così ben coese,
non possono che fare rislatare anche
la necessaria collaborazione degli stessi
artisti con maestri artigiani di rara perizia
e, quindi, con delle botteghe con cui
prendere “confidenza” e sperimentarsi
sempre più in prima persona.
PAROLE FIGURATE. I LIBRI D’ARTISTA
DEI CENTO AMICI DEL LIBRO
REGGIO EMILIA, PALAZZO MAGNANI,
DAL 22 NOVEMBRE AL 17 GENNAIO 2010
INFO: TEL. 0522/444406
WWW.PALAZZOMAGNANI.IT
CATALOGO: SKIRA
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I COLORI DEL SACRO
E LA TERRA ILLUSTRATA
UNA SOLA OPERA E UN RICCO CATALOGO
PER I 25 DELLA GALLERIA BELLINZONA
a quinta edizione della Rassegna
internazionale di illustrazione
“I colori del sacro” si sceglie come
titolo quel “Terra!” uralto da un marinaio
di Cristoforo Colombo alla scoperta
del Nuovo Mondo. E lo fa per contrasto,
perché quella parola, da sempre, è anche
il nome del nostro “vecchio” Pianeta,
quello che le tavole qui esposte
ci invitano a riscoprire.
La terra come elemento base della
nostra vita, quindi, e come luogo unico
deputato alla stessa, ma anche come
Grande Madre, incarnazione estrema
del sacro e della spiritualità per molti
popoli lungo lo spazio e il tempo,
conquistati dall’affascinante convivere
restigiosa e inconsueta insieme, l’esposizione con cui
Carlo Ghielmetti celebra i
25 anni di attività della
Galleria Bellinzona di Milano. Un omaggio a Picasso, attraverso un’unica opera, Le Repas frugal,
presentata nella sua
L
P
planche originale e in una
rara prova biffata della
stessa. Il foglio è datato
1904 e cioè sul crinale tra
il periodo blu del maestro
e quello rosa. Segue la
mostra un catalogo con
testi del curatore, di Marco Fragonara, Luigi e Michele Tavola, Giovanni
dei suoi tre regni: minerale, vegetale
e animale. Substrato fisico, ventre e
nutrimento insieme, la Terra si è
meritata nel corso dei secoli un numero
infinito di riti, sogni e preghiere, e oggi
anche (e di continuo) il nostro rispetto
e le nostre scuse per il suo stato attuale.
Al Museo Diocesano di Padova,
allora, si sono dati appuntamento
(dal 27 novembre all’11 aprile 2010; info:
tel. 049/652855; www.santantonio.org)
oltre cento illustratori provenienti da 35
Paesi per reinterpretare questa
avventura e poi portarla in giro
per l’Italia e per l’Europa, come nella
“TERRA INCOGNITA”: L’ITALIA E LE SUE CITTÀ NELLE VEDUTE
IMPOSSIBILI DI UN GIOVANE BRASILIANO AMANTE DEL DISEGNO
a milanese Galleria
Riccardo
Crespi
presenta per la prima volta in Italia una
personale di Marcelo
Moscheta – fino al 24
gennaio 2010; tel.
02/89072491; www.riccardocrespi.com–, giovanissimo artista brasiliano che ha realizzato
una serie di inedite e impossibili vedute “medi-
L
terranee” proprio per
l’occasione. Il titolo della
mostra, “Terra incognita”, è ripreso dalla tipica
dicitura
usata nelle
antiche
carte geografiche
per nominare quegli angoli del mondo ancora
inesplorati o quasi, “selvaggi”, come è il nostro
Paese per questo ragazzo
che se lo reinventa passo
dopo passo tra collage,
disegni, fotografie e in-
stallazioni che partono
sempre da immagini di
luoghi esistenti, reinterpretati dalla sua fantasia.
Invernizzi, Flavio Arensi,
Francesco Garrone, una
conversazione tra Oreste
Bellinzona e Christine
Stauffer e una testimonianza di Yves Lebouc.
migliore tradizione della manifestazione,
anche se la suggestione delle bianche
volte delle “Gallerie” del museo
diocesano dovrebbe far propendere tutti
per “l’originale”.
Andrea Nante e Massimo Maggio,
i curatori, hanno scelto i disegni
e le illustrazioni anche in virtù delle
storie che raccontano, spaziando da
antiche leggende africane che
raccomandano di mangiarla, la terra, a
quelle vediche che la vivono soprattutto
come ultima e accogliente destinazione
dell’essere umano, pronto a rigenerarsi
in lei, rigenerandola.
Un’attenzione alla terra come
madre e come materia che ritroviamo
anche nei nostri capisaldi culturali:
nelle Scritture, come polvere da cui Dio
plasmò l’uomo, e nella tradizione
filosofico-ellenica, visto che secondo la
teogonia di Esiodo, Gaia, la Terra,
partorisce addirittura anche il cielo.
La varietà delle storie e
delle leggende, la diversità dei paesi
di provenienze e la scontata
eccezionalità di ogni animo creativo
completano il tutto, riuscendo a dare
forma a un’esposizione sempre coerente
con i propri obiettivi, ma diversa da se
stessa ogni opera di più. E ciò che non
cambia è solo la convinzione che ferire
la terra sia ferire l’uomo.
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INCANTI PRIMA DI NATALE
Fino a metà dicembre, gli appuntamenti
caldi per chi vuole farsi un regalo
di annette popel pozzo
IL 26 E 27 NOVEMBRE,
BASILEA
Asta - Gemeinsame Autografen-Auktion
von Moirandat Company AG (Basel) und
J. A. Stargardt (Berlin) in Basel, Zunft zu
Schmieden
www.moirandat.ch - www.stargardt.de
Due giorni tra letteratura, scienze,
belle arti, musica, teatro e storia:
segnaliamo una lettera autografa del
1827 con firma
di Giacomo
Leopardi (tutto il
materiale
autografo di
Leopardi
è di estrema
rarità) indirizzata
all’amico
Francesco Puccinotti (lotto 179, stima
CHF 60.000), una lettera autografa
con firma di René Descartes indirizzata
all’amico e matematico Marin Mersenne
(lotto 357, stima CHF 280.000),
un documento, questo, di grande
importanza scientifica anche perché
vi si discute il Discours de la Méthode.
IL 26 NOVEMBRE, PARIGI
Asta – Livres et Manuscrits
www.sothebys.com
Soprattutto materiale
di argomento gallico con edizioni molto
belle e legature importanti: un
manoscritto cinquecentesco appartenuto
ad Alexandro Contareno e probabilmente
da attribuire al legatore veneziano
Andrea di Lorenzo (lotto 12, stima
€18.000-20.000). Si trovano esemplari
di provenienza celebre, appartenuti alle
principesse Adélaïde di Francia (figlia di
Louis XV) e Maria Féodorovna di Russia;
degna di nota la copia delle Poésies
di Malherbe (lotto 28, stima €5.0007.000) appartenuta a Marie-Thérèse
de Savoie e in seguito al presidente
degli Stati Uniti, James A. Garfield.
IL 27 NOVEMBRE, PARIGI
Asta – Importants Livres Anciens, Livres
d’Artistes et Manuscrits
www.christies.com
Per i bibliofili, importante
il catalogo della biblioteca del console
inglese a Venezia Joseph Smith (lotto 5,
stima €1.000-1.500), che nel 1762
vendette la sua collezione completa al re
George III, entrata poi a far parte, sotto
il nome di “King’s Library”, della British
Library. Va inoltre ricordato che una delle
più celebri contraffazioni (l’edizione
rifatta del Decamerone dell’edizione
di Giunta detta la Ventisettana) venne
eseguita nel 1729 in sole 300 copie
su volontà di Smith.
IL 1° DICEMBRE, OXFORD
Asta – Printed Books,
Maps, Manuscripts
www.bonhams.com
Tra i quasi 700 lotti
si nascondono diversi libri
importanti, come una
prima edizione inglese di
Niccolò Machiavelli, The
Works, Londra, 1675 (lotto
207, stima £300-400) e la
seconda tiratura della
prima edizione pubblicata privatamente
di Beatrix Potter, The Tale of Peter Rabbit,
1902 (lotto 303, stima £6.000-8.000). In
asta anche vedute e carte geografiche.
IL 2 DICEMBRE, BERLINO
Asta - Fotografie und Fotobücher
www.bassenge.com
La casa d’asta berlinese offre un
interessante assortimento di fotografie
originali e repertori sulla fotografia.
Numerose vedute di Leopoldo Alinari
del 1854 circa e foto di Ansel Adams,
Max Baur, Brassaï e Otto Hofmann.
IL 3 E 4 DICEMBRE, ROMA
Asta – Libri, Autografi e Stampe
http://roma.bloomsburyauctions.com
Una ricca offerta con più di 800
lotti, quasi esclusivamente dedicata
al libro italiano. Numerose edizioni uscite
dai torchi dei Manuzio: Aurelio Augurello,
Carmina, 1505, lotto 9, stima €2.5002.700; la prima edizione in legatura
firmata Zaehnsdorf delle Satyrae, 1501,
lotto 14, stima €4.000-4.500; la seconda
edizione aldina di Lucrezio, De rerum
natura, 1515, lotto 15, stima €4.5005.000. Si tratta dell’ultima
opera stampata da Aldo
prima della sua morte.
Segnaliamo anche una
rara prima edizione sulla
pittura veneziana di Marco
Boschini, La carta del
navegar pitoresco, Venezia,
1660 (lotto 63, stima
€2.600-2.800), la prima
edizione latina di
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Tommaso Campanella, De monarchia
hispanica, Amsterdam, Elzevier, 1640
(lotto 75, stima €600-800, in legatura
coeva di pergamena con due fermagli) e
una bella copia della rara edizione
originale tirata in sole 300 copie di André
Masséna, prince d’Essling, Les livres à
figures vénitiens, Firenze e Parigi, 19071914, 6 volumi (stima €2.500-3.500).
IL 4 DICEMBRE, NEW YORK
Asta – Books and Manuscripts
www.christies.com
259 lotti dedicati in gran parte
all’America: una delle prime tirature della
prima edizione americana di Mark Twain,
Adventures of Huckleberry Finn (Tom
Sawyer’s Comrade), New York, 1885
(lotto 15, stima $18.000-24.000), e la
prima tiratura della prima edizione di
Charles Dickens, American Notes for
General Circulation, Londra, 1842 (con
dedica autografa dell’autore, stima
$30.000-40.000). Segnaliamo anche titoli
di William Faulkner, Nathaniel Hawthorne
Ernest Hemingway, Herman Melville,
John Steinbeck e Oscar Wilde. Tra le
chicche, una prima edizione dell’Ulysses
di Joyce, appartenente alla tiratura di
sole 100 copie
su “Dutch
Handmade
Paper” (Parigi,
Shakespeare
and Company,
1922, lotto 76,
stima $200.000300.000).
DAL 4 AL 6 DICEMBRE,
HONG KONG
Mostra mercato – 3rd International
Antiquarian Bookfair in Hong Kong
www.hongkongantiquarianbookfair.com
Librai antiquari provenienti da
tutto il mondo si ritrovano a Hong Kong,
cosa che certamente contribuirà alla
creazione di un nuovo mercato in forte
31
L’8 DICEMBRE, LONDRA
crescita per il libro antico continentale e
asiatico.
IL 5 DICEMBRE, PARIGI
Asta – Livres Anciens et Modernes
www.alde.auction.fr
DAL 5 ALL’8 DICEMBRE,
MILANO
Mostra mercato – Salone del Libro Usato,
Bancarelle in Fiera
www.salonelibrousatomilano.com
La quinta edizione
del Salone del Libro
Usato, organizzata dalla
Fondazione Biblioteca di
via Senato, unisce più di
400 bancarelle, con
espositori provenienti da
tutta Europa. Un
appuntamento ormai
consolidato per gli appassionati
di fumetti, libri rari, grandi classici
della lettura, manifesti cinematografici
e rarità per collezionisti.
L’8 DICEMBRE, LONDRA
Asta – Western Manuscripts
www.sothebys.com
53 lotti dedicati a manoscritti e
miniature, dalle bibbie illuminate ai
frammenti di papiri greci ed egiziani (lotti
32-38) fino ai livres d’heures francesi ed
olandesi (lotto 52: manoscritto miniato in
latino e francese su pergamena di 232
carte, Francia del Nord, metà
Quattrocento, stima £20.000-30.000;
lotto 53: manoscritto miniato in latino su
pergamena di 196 carte, Olanda del Sud,
ca. 1500, stima £40.000-60.000).
Asta – Music and Continental Books and
Manuscripts
www.sothebys.com
In asta, una copia di Alessandro
Sanquirico, Raccolta di Varie Decorazioni
Sceniche, Milano, ca. 1817-1832 (lotto
124, stima £50.000-70.000) che contiene
75 tavole in acquatinta. Si tratta
di decorazioni sceniche di opere
di Mozart (La clemenza di Tito, 1819),
Rossini (Semiramide, La gazza ladra, Ciro
in Babilonia), Bellini (Norma) e altri, usate
al Teatro alla Scala. Alessandro
Sanquirico fu il primo scenografo della
Scala dal 1817 fino al 1832.
IL 9 DICEMBRE, NEW YORK
Asta – Books, www.christies.com
IL 10 DICEMBRE,
LONDRA
Asta – Children’s Books and
Illustrations
Info: www.christies.com
L’11 E 12 DICEMBRE,
NEW YORK
Asta – Fine Books and
Manuscripts
www.sothebys.com
IL 13 DICEMBRE, MILANO
Mostra mercato – Piazza Diaz,
Vecchi libri in piazza
www.maremagnum.com/diaz/piazza.html
IL 14 DICEMBRE, PARIGI
Asta – Livres Anciens et Modernes
www.kahn.auction.fr
DAL 14 AL 15 DICEMBRE,
PARIGI
Asta – Manuscrits, www.piasa.auction.fr
IL 16 DICEMBRE, PARIGI
Asta – Rares Manuscrits et Livres du XIXe
Siècle, www.lafon.auction.fr
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DOVE IL LIBRO PARLA DI SÉ,
E DOVE PARLANO DI LIBRI
Letteratura “rinnovabile”, archivi digitali,
Roma “latina” e un insolito grande editore
di matteo tosi
UNA GIORNATA E UN PREMIO
PER LE COVER LETTERARIE
Musica, pittura, fotografia
e cinema abbondano di cover e copie,
mentre in campo letterario la pratica
del remake sembra ancora un’eresia.
Dev’essere stato questo il pensiero che ha
spinto la casa editrice Marcos y Marcos
e la Triennale di Milano a organizzare
il “BookJockey Day”, in programma
per sabato 28 novembre. L’invito rivolto
a tutti è quello di “riscrivere” un’opera già
esistente, ridandole vita e mettendoci
la propria impronta per poi portarla sullo
stesso palco dove si esibiranno (in cover
di ogni genere) ospiti come Vinicio
Capossela, Paolo Nori e Matteo B. Bianchi.
Gli iscritti, inoltre, potranno partecipare
a un concorso letterario bandito da
Letteratura Rinnovabile che premierà
le otto migliori riscritture pubblicandole
in un'antologia Marcos y Marcos.
Per il primo classificato, poi, anche una
ri'bike, bicicletta artistica.
www.letteraturarinnovabile.com
LIBRI “LATINI” A ROMA PER
I 200 DELL’INDIPENDENZA
Dal 5 all'8 dicembre, in
collaborazione con "Più libri più liberi",
l'Istituto Italo Latino Americano presenta
la seconda edizione di "América Latina
Tierra de Libros: Bicentenario del Verbo
América", che apre le celebrazioni in Italia
del Bicentenario dell'indipendenza
dei Paesi dell'America Latina, “iniziata”
nel 1808 con il trasferimento della Corte
Portoghese in Brasile e proseguita
nel 1809-1811 con i primi moti libertari.
L’occasione è stata scelta anche per
il lancio della collana “Narramérica”,
realizzata insieme all’editrice Fahrenheit,
che inaugura con "L'immaginazione
Eccentrica: 15 racconti e 2 leggende" ,
antologia curat da Héctor Febles.
Ma i programmi delle diverse
giornate si basano principalmente
su un ciclo di inconti con intellettuali
e scrittori cardine della contemporaneità
“latina” – tra cui il teologo colombiano
Guillermo León Escobar Herrán,
la sociologa e leader femminista Jenny
Londoño, il filosofo e accademico
argentino José Pablo Feinmann,
la scrittrice e giornalista messicana
Martha Robles, il sociologo cileno Miguel
Rojas Mix e Il Ministro della Cultura
del Paraguay nonché critico d'arte Ticio
Escobar –, invitati a discutere sull’identità
delle loro terre.
www.iila.org
I MEDICI CHE SI CONSULTANO
ON LINE? PRESTO TUTTI!
Il 19 novembre di quest’anno
potrebbe essere una di quelle date
che passa alla storia per il nostro
“sistema-cultura”. Perché, dopo tutto
il parlare di digitalizzazione degli archivi
e di loro “pubblicità” sentito negli ultimi
mesi, è questo il giorno fissato per l’avvio
di un ambiziosissimo progetto che si
muove proprio in questa direzione. Entro
la fine del 2010, infatti, l’obiettivo è
quello di acquisire e mettere in rete tutti
i 3.900 codici e autografi d'epoca
medievale e rinascimentale, accumulati
negli anni dalla passione di Cosimo
e Lorenzo de Medici (oggi custoditi nel
Fondo Plutei della Biblioteca Medicea
Laurenziana di Firenze), e già dalla
partenza saranno accessibili 1655 titoli.
http://teca.bmlonline.it
NON SOLO UNA MOSTRA,
PER I 25 DI BOOKWORKS
Casa editrice del primo free
magazine europeo d'arte e cultura
contemporanea oltre che di diversi
cataloghi d’arte, ma anche spazio
espositivo e agenzia di comunicazione,
Kaleidoscope ospita a Milano una mostra
(e non solo) per celebrare i primi
venticinque anni di vita della londinese
BookWorks, associazione non profit
impegnata nella diffusione “a pioggia”
dell’arte contemporanea, soprattutto
grazie alla realizzazione di eclettici libri
d’artista e raffinate monografie. Al di là
dei volumi veri e propri, BookWorks
realizza anche un magazine di scritti
d'artista, The Happy Hypocrite, e produce
installazioni, multipli, workshop e progetti
per i new media, dimostrando tutta
la propria versatilità. In mostra, infatti,
una bella selezione di una selezione
di poster ed ephemera che faranno da
sfondo agli incontri con gli editori.
www.thekaleidoscope.eu
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UNA CHICCA DA CATTANEO EDITORE, MANZONI DI NUOVO ILLUSTRATO
La controversa immagine di
Manzoni e dei Promessi Sposi
L’autore e il suo romanzo, letti dalle arti figurative
di Fernando Mazzocca
el 1985 la scadenza del bicentenario della nascita del Manzoni fu per me l’occasione di confrontarmi, radunando materiali allora poco considerati per due mostre e quelli per un libro, con il controverso rapporto intercorso tra Manzoni (e la sua opera)
e le arti figurative. Naturalmente, si trattava di due problematiche diverse: da un lato la cultura artistica di Manzoni e la possibilità di individuarla come fonte dell’elaborazione letteraria, dall’altro la verifica di come pittura e illustrazione abbiano interpretato le tragedie, ma soprattutto il romanzo, finendo col creare, a proposito dei Promessi Sposi, una sorta di sottogenere del tutto particolare,
a metà tra quello storico e la cosiddetta pittura di genere.
Il problema delle frequentazioni figurative e della
relativa competenza da parte di Manzoni se lo era posto
per la prima volta Mina Gregori, appena uscita dalla
scuola di Longhi, in un saggio rimasto celebre, pubblicato nel 1950 su “Paragone” con il titolo suggestivo I ricordi
figurativi di Alessandro Manzoni. Ricordi che emergerebbero dalla lettura del romanzo, senza alcun riscontro di
carattere documentario nel pur amplissimo archivio delle carte manzoniane. Attraverso un viatico chiaramente
longhiano, la potente suggestione letteraria confermava
l’allora giovane e promettente studiosa nella sua intuizione di una forte matrice toscana nella formazione del naturalismo pietistico lombardo, di cui Manzoni avrebbe tenuto conto nei Promessi Sposi, precisando come «il significato da consegnarsi alla storia della cultura è di un altro
caso di incrocio d’idiomatismo lombardo aggiornato alla
N
G. Mantegazza, Capitolo XI, Mentre fa questi bei conti,
sente un calpestio (Milano, BvS)
lingua viva toscana: e l’esposizione del racconto ne guadagna un’efficacia, per così dire, rinforzata e materiata di
grembiuli di bucato e di corsetti colorati, di ceste rustiche, di collarini candidi da prete, ancora freschi come insalata di campo. Oltre i termini dell’estetica toscana,
un’offerta inconsapevole di cose entro quell’umile fedeltà ai fatti: da una cappella all’altra (del Sacro Monte di Orta) è come seguire le tappe di Renzo, capitate nelle stesse
congiunture e alle stesse osterie, a quei deschi apparecchiati e odorosi ancora oggi. Un documento dell’epoca
parlante come il Ripamonti, in cui sta la veridica storia
d’intiere generazioni di devoti (e il ricordo della peste vi è
spesso presente): la pittura del Seicento lombardo che il
Manzoni ci ha fatto desiderare».
La grande mostra Manzoni. Il suo e il nostro tempo, allestita per il bicentenario a Palazzo Reale, fu l’occasione
per Giovanni Testori di approfondire e in qualche misura
estendere queste suggestioni. Ricalcando il titolo del suo
saggio in catalogo su quello dell’amica Gregori, Ricordi figurativi del e dal Manzoni, egli insisteva sull’universo dei
Promessi Sposi come magnifica chiave per un’ulteriore rilettura di una pittura lombarda della realtà, intercettata
dal Cerano sino a Segantini e Morlotti, quando l’Ave Maria a trasbordo del primo poteva essere esposta a evocare
la struggente disperazione del brano antologico più popolare del romanzo, l’Addio monti. Ereditando da Longhi
la tipica prevenzione nei confronti della pittura accademica e non del nostro ’800, prendeva invece le distanze
dal fenomeno identificato nell’«immenso diffondersi
della manzoneria nel dopo», precisando come «non sempre la manzoneria risultò all’altezza del padre suo, come,
invece, lo erano stati gli avoli, i bisavoli e i trisavoli».
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la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2009
In quella stessa occasione toccò
a me il compito di fare un bilancio
della pittura e dell’illustrazione che si
erano confrontate con i testi manzoniani. Del resto Manzoni, nelle cui
pagine non appare la minima spia di
un qualche interesse per gli artisti del
passato, ebbe invece occasione di
confrontarsi con i migliori pittori del
suo tempo che, come Francesco Hayez, Massimo d’Azeglio, Giuseppe
Molteni e infine l’«ammirabile traduttore» Francesco Gonin, si misurarono non solo con la sua opera, ma
anche con la sua immagine.
Sappiamo quanto lo scrittore abbia apprezzato il
magistero di Hayez, quando il giovane veneziano, appena
trasferito a Milano, fece del Carmagnola condotto a morte (dipinto nel 1821 per Francesco Teodoro Arese, un patriota coinvolto nei famosi moti carbonari e finito allo
Spielberg) il manifesto della nuova scuola romantica cui
fece da guida. Altrettanto favore ebbe nel 1841 lo straor-
G. Mantegazza, Capitolo XVIII, Ora,
da qualche tempo, s’è cacciato in testa
questo frate (Milano, BvS); a destra,
Capitolo XXX, Don Abbondio incontra
l’Innominato (Milano, BvS)
dinario ritratto conservato a Brera,
in cui, come notava l’amico Gaetano
Cattaneo, finalmente si poteva vedere «Alessandro in una posizione naturale, e sua abituale, e con quella
faccia che sarebbe tutta soave se non
fosse terminata da una fronte nella
quale si legge chiaramente tutta
quell’abbondanza di pensieri e di
idee che racchiude. Insomma è un Alessandro senza quelle convulsioni che egli tanto aborre e terme, e che l’arte
non dovrebbe mai esprimere perché contraffanno quell’essere raro».
Non conosciamo invece il giudizio da parte dell’interessato o del suo entourage nei confronti di quel bellissimo Ritratto dell’Innominato (1845 ca.) che rappresenta
UNA NUOVA E PREGIATISSIMA EDIZIONE ILLUSTRATA DA REGALARSI PER NATALE
Il “nostro” romanzo letto dal Mantegazza
ome una consistente fetta del
mercato, anche quello dell’editoria – e dell’editoria di pregio
nello specifico – sceglie di riservarsi qualche prestigiosa uscita sotto le Feste, e novembre e dicembre sono i mesi dei portfolii fotografici, delle grandi raccolte
poetiche e dei libri illustrati, delle strenne, insomma. Ma il regalo, dice qualcuno, questa volta Paolo Cattaneo ha voluto falo a se stesso, magari in vista di una
prossima pensione.
Qualcun altro, allora, risponde
simpaticamente che l’editore brianzolo
avrebbe fatto bene ad andarci prima di
questa pazzia, in pensione, perché produzioni così raffinate e preziose oggi non
possono trovare lo spazio né l’apprezzamento che meritano.
C
Non dev’essere stato da poco, infatti, lo sforzo profuso per riuscire a dare alle stampe una nuova edizione illustrata dei Promessi Sposi (pp.480,
€110), in grado di essere sensazionale,
eppure classica e moderata nell’adesione
delle tavole allo scorrere del romanzo.
Ma il risultato e il piacere della sua consultazione, in effetti, ripagheranno ogni
cruccio a suon di orgoglio e soddisfazione.
Per la scelta della carta (Modigliani bianco delle Cartiere Cordenons)
e della legatura (cartonata filo refe, lati
intonsi), certo, e anche per il bel formato, inconsueto quanto basta, di ventotto
centimetri per ventiquattro. Ma soprattutto per la qualità delle illustrazioni e
per l’eccezionalità dell’impresa che è stato riunirle per la prima volta insieme.
Se la versione scelta del testo è ovviamente quella del 1840 (anch’essa illustrata fin dalla sua prima uscita, a
opera del Gonin), infatti, il corpus delle
immagini è un’assoluta anteprima editoriale, l’intero ciclo di scene, figure,
paesaggi, testate e capilettera con cui il
celebre pittore lombardo Giacomo Mantegazza partecipò al Grande Concorso
Hoepli del 1900 (vinto dal Previati):
centottanta splendide illustrazioni – di
cui solo otto già pubblicate –, alle quali il
Mantegazza lavorò dal 1894 alle settimane precedenti il “concorso del secolo”,
il che fa di questa edizione la terza di
sempre per datazione delle tavole.
Ma non è semplicemente l’età a
segnarne il valore, né basterebbe il fatto
che la maggior parte di questi disegni sia
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l’ultima incursione di Hayez nel mondo manzoniano,
confrontandosi questa volta con uno dei personaggi più
popolari del romanzo e di conseguenza più frequentati
dalla pittura storica, come confermano i casi di Andrea
Gastaldi o di Alessandro Guardassoni che, in un clima ormai da realismo storico, rievocava il celebre episodio della conversione tra le braccia del Cardinale Federico.
Quello di Molteni è un caso speculare, di un artista
di sconfinate ambizioni e di altrettanto successo, che, per
restare al centro dell’attenzione era riuscito, con la complicità di Massimo d’Azeglio, genero dello scrittore, a
vincere la naturale ritrosia di Manzoni a farsi ritrarre. In
quel magnifico dipinto a due mani, in cui il paesaggista
d’Azeglio ebbe il compito di ambientare efficacemente la
figura eseguita magistralmente da Molteni sullo sfondo
di «quel ramo del lago di Como», gli toccò, forse suo malgrado, di essere rappresentato, come stigmatizzerà in seguito il figliastro Stefano Stampa, «con un libro in mano»
e «con l’aria ispirata, come se non si fosse saputo ch’ei sapeva leggere e scrivere e ch’era un poeta ispirato». Di qui
la scelta da parte di Hayez di effigiarlo, cinque anni dopo,
con in mano la «famosa tabacchiera», proprio per sottoli-
andata presto sparsa e dispersa, rimanendo quasi del tutto inedita e nascosta
al pubblico per oltre un secolo. Perché è
la qualità del segno e del gesto di Mantegazza a fare compiutamente la differenza, la sua attenzione a tutti gli episodi chiave del romanzo, la suggestione
delle immagini e delle “inquadrature”,
le sapienti citazioni del territorio milanese e dei suoi costumi dell’epoca, l’eleganza della composizione.
Una vera opera nell’opera quella
del Mantegazza, tutta giocata sulla
perfetta adesione al susseguirsi degli
eventi, ma anche su un duplice approccio alla loro interpretazione, che continuamente alterna acquerelli e disegni al
tratto, quasi una sublimazione dell’animo espresso dal narratore. Il pittore, infatti, – scrive Sergio Rebora nella sua
Postfazione a questa edizione – «interpretò il romanzo come un’inesauribile
fonte di clamorose scene di genere di cui,
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neare, come precisava sempre lo Stampa, «una di quelle
familiari abitudini, che poi appunto in grazia della loro famigliarità sfuggono, o sono dimenticate dalla Storia».
Resi noto anni fa una lettera importante – vero capolavoro di fermezza, di distinguo e di efferata diplomazia – in cui Manzoni troncava sul nascere le ambizioni dei
due complici, impedendo loro di esporre il quadro a Brera per farsi pubblicità a sue spese, divulgando un’immagine in cui molto probabilmente non si riconosceva, nata
dal “capriccio” da parte di d’Azeglio «di volere su una tela
un povero soggetto e un lavoro squisito».
Se l’effigiato non si ritrovò nella brillante vena
estroversa di questo in realtà magnifico dipinto, l’opera,
vista da molti nello studio di Molteni, trovò tutti d’accordo nel celebrarne la somiglianza e l’abilità con cui il pittore aveva saputo rendere l’idea del romanziere ispirato, carattere in cui Manzoni non si identificava.
Ma questo incidente non scoraggerà affatto l’intraprendente Molteni dal misurarsi ancora con l’iconografia manzoniana, impadronendosi questa volta del personaggio del romanzo, La Signora di Monza (1847, conservato ai Musei Civici di Pavia), che appariva più congenia-
in molteplici casi, scelse di esasperare la
narratività nella sua componente comunicativa più diretta, come in una trasposizione scenica del testo o, ancor meglio, nella regia di un melodramma»,
mentre «un segno calligrafico e sofisticato connota invece i capolettera e alcune
immagini simboliche, quasi astratte
nella loro ardita sintesi decorativa: una
rosa (pag. 109), un mazzo di cardi
(pag. 59), un animale (pag. 125)», e
infine che, nell’elaborazione di alcuni
capilettera istoriati, «Mantegazza pare
concedersi un personale divertissement
rappresentandovi altri personaggi ancora - Carneade (pag. 811), don Abbondio (pagg. 296, 332), don Rodrigo (pag.
59), addirittura il cardinal Federigo
(pag. 256), ma anche l’allegoria dell’Abbondanza con tanto di cornucopia
(pag. 318) - in un ruolo extra narrativo che finisce per risultar bizzarro.
Matteo Tosi
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G. Mantegazza, Capitolo XXXVIII, Un’altro trionfo, e ben
più singolare, fu l’andare a quella palazzotto (Milano, BvS)
le alla sua mentalità di ritrattista alla moda.
Anzi, dell’immagine seducente e romanticamente
ambigua di Gertrude fece un vero e proprio cavallo di
battaglia, riprendendo diverse volte il soggetto, trasformato nell’emblema di un Seicento di maniera certamente
molto distante dallo spirito manzoniano. Anche la figura
di Lucia, nella mani del suo seguace Eliseo Sala, divenne
una sorta di elegante ritratto ambientato, dove l’abilità
del pittore nel saper rendere le stoffe, gli immancabili accessori, il magnifico incarnato, va certamente a scapito di
un approfondimento psicologico o di un doveroso sforzo
di interpretare la novità di quel personaggio.
Del resto la dimensione eroica della pittura storica
o quella patetica della pittura di genere rispondevano solo
alla superficie del romanzo, rendendone gli snodi narrativi più immediati, le cadenze alla Walter Scott, e non la
trama spirituale più profonda. Limite che si avverte anche nella trasposizione pittorica più impegnativa, quella
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2009
rappresentata del ciclo di affreschi eseguiti tra il 1834 e il
1837 da Nicola Cianfanelli in una sala dei cosiddetti Appartamenti della Meridiana di palazzo Pitti, destinati a
uso privato del granduca Leopoldo II, grande ammiratore di Manzoni e del suo romanzo. In una lunga lettera inviata allo scrittore, il sovrano toscano precisava: «vado ad
abitare un quartiere nuovo ed a fissarvi stabile dimora, e
siccome due stanze ho per uso mio destinate l’una per accudire gli affari, l’altra per le domestiche faccende, così
per questa di quanti soggetti mi sono passati per la mente
quello che più mi è piaciuto per farveli dipingere è il romanzo dei Promessi Sposi. È difatti rappresentata in esso
la vita dell’uomo come è in natura colle sue felici e tristi vicende ed a consolarne è nel romanzo quel filo della Divina Provvidenza che l’uomo regge, che è nascosto talvolta
come l’ordito di un arazzo, ma che apparisce ogni tanto e
tutto sostiene il lavoro: è quel filo d’oro che forma il fondo
di un quadro sul quale le sete di color diverso segnano i
dettagli che ottengono da lui forza e vivacità».
Le vicende di questi affreschi sono state approfondite in un mio volume del 1985 (Quale Manzoni? Vicende
figurative dei Promessi Sposi, il Saggiatore) dove notavo il
carattere pedagogico e illustrativo di questa trascrizione,
piena di riferimenti alla tradizione della pittura cinque e
secentesca, tali da fare del pittore il «Giovanni da S. Giovanni dell’età nostra», cioè l’epigono del massimo alfiere
della decorazione storico-cortigiana secentesca.
L’episodio, che rappresenta una fase decisiva nella
lunga e complessa vicenda della fortuna in pittura e nell’illustrazione del romanzo, conferma quanto Manzoni si
dovette considerare tradito da un eccessivo consumo visivo del suo capolavoro. La mostra che ho curato, sempre
nel 1985, presso la Biblioteca Nazionale Braidense di Milano dedicata a L’Officina dei Promessi Sposi presentava allora i materiali e i libri illustrati stranieri presenti nella biblioteca di Manzoni e soprattutto della sua seconda moglie Teresa Borri Stampa, che servirono allo scrittore,
quando, in occasione della nuova edizione del 1841 decise di proporsi come editore e illustratore della sua opera,
trovando in un pittore di secondo piano, il piemontese
Francesco Gonin, lo strumento ideale per un’operazione
moderna e sofisticata. Ma anche questa non sarebbe stata
l’ultima parola e la storia illustrativa del romanzo avrebbe
conosciuto ancora sensazionali sviluppi, come dimostrano lo straordinario contributo di Previati, in occasione
del ben noto concorso Hoepli, e quello del Mantegazza
riconsiderato proprio in questa occasione.
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IL LIBRO RITROVATO DELLA BIBLIOTECA DI VIA SENATO
La “Santuzza” palermitana
Le prime edizioni agiografiche dedicate al culto di Santa Rosalia
di Chiara Bonfatti
S
econdo la tradizione cattolica,
nel 1624 Santa Rosalia, al secolo Rosalia Scalia (1130-1156),
salvò Palermo dalla peste e ne divenne patrona, spodestando Santa Cristina, Santa Oliva, Santa Ninfa e
Sant’Agata. Il culto della Santa è particolarmente vivo in città, dove ogni
anno, a luglio si celebra il tradizionale fistinu con uno spettacolo pirotecnico la notte del 14 e con la processione in suo onore il giorno 15. Inoltre, il 4 settembre, anniversario della
morte della Santa, la tradizionale acchianata, ovvero salita, al Monte Pellegrino conduce i devoti al Santuario
in circa un’ora di scalata a piedi.
Il fondo di edizioni siciliane
della Sala Tommaso Campanella
ospita due importanti edizioni sulla
vita della “Santuzza” palermitana, figlia di Sinibaldo, signore di Quisquina e di Monte delle Rose, territorio
della cittadina di Bivona in provincia
di Agrigento:
Cascini, Giordano (15651635). Di S. Rosalia vergine palermitana libri tre composti dal R. P. Giordano Cascini della Compagnia di Giesù.
Nelli quali si spiegano l’inuentione delle sacre reliquie, la vita solitaria, e gli
honori di lei. Con aggiunta di trè digressioni historiche, del Monte Pellegrino, oue visse e morì: di suo parentado, c’hebbe discendenza dall’imperadore Carlo Magno: e d’alcuni componi-
menti in sua lode. Dedicati all’illustrissimo Senato di Palermo. Palermo,
Decio Cirillo, 1651.
In folio (mm 341x227); [8],
400 [i.e. 360], lx p. Antiporta incisa
su rame a Roma nel 1627, con il titolo sormontato da due grandi putti
alati e dall’aquila di Palermo, emblema xilografico dei Gesuiti sul
frontespizio, iniziali e fregi xilografici e 20 tavole incise su rame. Esemplare a pieni margini. Legatura coeva in piena pergamena con tracce di
bindelle. Titolo in nero al dorso e tagli spruzzati.
Rara prima edizione stampata
postuma da Decio Cirillo. Si tratta
di un’opera agiografica sulla vita
della Santa protettrice di Palermo,
scritta dal gesuita Giordano Cascini, Vicario Generale di Sicilia eletto
dal cardinale Giannettino Doria e
da questi poi scelto per esaminare le
reliquie del corpo di Santa Rosalia
rinvenute nella grotta di Monte Pellegrino nel 1624. L’introduzione è
del gesuita Pietro Salerno, che curò
l’edizione postuma.
Le pagine finali con numerazione romana contengono le Digressioni e narrano del luogo dove la Santa morì e del suo parentado: una bellissima tavola fuori testo consiste in
una raffigurazione dell’alberano con
Carlo Magno (progenitore della
Santa) sdraiato in arme e coronato.
L’opera racchiude una vasta
raccolta di storie municipali che riguardano numerose località della Sicilia quali Messina, Modica, Patti,
Catania, Cefalù, Sciacca, Alcamo,
Mazzara, ecc. ed è arricchita da
splendide tavole incise in rame delle
quali, alcune con vedute alle spalle
della Santa, altre arricchite da figure
di santi e angeli e dalla Madonna con
Bambino, altre ancora raffiguranti il
sito e la pianta delle grotte di Santa
Tavola in cui è rappresentato
l’alberano con Carlo Magno,
progenitore di Santa Rosalia tratta
da: Di S. Rosalia vergine palermitana
libri tre, Palermo Decio Cirillo, 1651
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Rosalia nel Monte Pellegrino e in
Quisquina (o Monti Rosi).
Moncada 510; Mira I, 190.
Stiltingh, Jean (1703 -1762).
Acta S. Rosaliæ virginis solitariæ, eximiæ contra pestem patronæ, commentario & notationibus illustrata a Joanne
Stiltingo, e societate Jesu presbytero
theologo. Anversa, Bernard Albert
van der Plassche, 1748.
In 4to (mm 234x176); [24],
547, [1] p.; con 5 illustrazioni nel testo, 23 tavole ripiegate fuori testo
con incisioni in rame e vari finalini.
Legatura coeva in piena pergamena,
con titolo manoscritto in nero al
dorso e tagli spruzzati.
Prima edizione di questo studio fondamentale per la ricca documentazione antiquaria e iconografica, arricchito da illustrazioni nel testo riproducenti la Santa e alcune sue
reliquie e da tavole fuori testo più
volte ripiegate, raffiguranti momenti salienti della sua vita e i luoghi da
lei abitati, varie sezioni del santuario
di Santa Rosalia, effigi che spesso la
ritraggono all’interno della grotta
del Monte Pellegrino o circondata
da angeli e santi. In alcuni casi tali incisioni riproducono quadri di Santa
Rosalia con la Vergine, con i santi e
con il Crocifisso che allora si trovavano custoditi in alcune chiese di Bivona, Leonfonte e di altri luoghi di
culto. Alcune furono realizzate dal
fiammingo Pieter Balthazar Bouttats (1666-ca.1755) su disegni di D.
Petrus Caccamisi.
L’opera è tratta dalla collezione di 56 volumi stampati nei Paesi
Bassi tra il XVII e il XIX secolo: si
tratta degli Acta sanctorum inizialmente curati da Jean Bolland (15961665). Jean Stiltingh fu un famoso
Tavola raffigurante la Conca d’oro di
Palermo sormontata da Santa Rosalia
con le altre quattro Vergini Martiri
Santa Cristina, Santa Ninfa, Santa
Oliva e Sant’Agata tratta da: Acta S.
Rosaliæ, Anversa, Bernard Albert van
det Plassche, 1748
teologo gesuita autore anche degli
Acta S. Aurelii Augustini, Acta SS. Ianuarii e della Vita S. Stephani Regis
Hungariae. La prima edizione italiana degli Acta S. Rosaliæ, stampata a
Palermo nel 1881, fu tradotta e illustrata con commenti e annotazioni
dal sacerdote gesuita Michelangelo
Civiletti, ma vide la luce il solo primo
volume poiché l’edizione fu posta all’Indice dei libri proibiti.
Mira II, 389; Moncada, 21052106; Sommervogel, 620.
Le reliquie di Santa Rosalia,
rinvenute nel 1624, furono poste in
una prima cassetta per poi essere custodite dal 1625 in un’urna di cristallo e argento e trasferite nel 1631 nel
41
monumentale reliquario e sarcofago
d’argento, dove fu deposto anche un
esemplare, firmato da Giannettino
Doria, del primo testo in latino del
Cascini sulla vita della Santa, impresso proprio nel 1631.
Il gesuita Giordano Cascini offrì una dettagliata descrizione di tutte le parti della vara e illustrò la sua
edizione Di S. Rosalia vergine palermitana libri tre del 1651 con incisioni
che trasse da opere che rappresentavano un’ispirazione iconografica o
che ritraevano le scene della vita della Santa raffigurate nella vara, inaugurando così una tradizione che, con
varianti e rielaborazioni, andò ad arricchire lungo i secoli il corpus di immagini della Santa a partire dal 1624.
Le scritte che corredano in calce le incisioni del volume, non sono
sempre perfettamente uguali alle
iscrizioni che accompagnano le storie raffigurate nella vara e che il padre gesuita riportò nel testo. Le incisioni del libro di Giordano Cascini si
trovano poi nuovamente incise e fedelmente riproposte, se pur con una
superiore maestria e pulizia del tratto, nel volume di Jean Stiltingus, Acta S. Rosaliæ virginis solitariæ, eximiæ
contra pestem patronæ (Anversa, Bernard Albert van der Plassche, 1748),
che ne aggiunse diverse non presenti
in Cascini, come quelle che ripropongono le varie storie della vara nei
secoli successivi.
Le due edizioni qui descritte
rappresentano un prezioso strumento per riflessioni comparatistiche relative all’iconografia legata alla Santa e la rarità è data anche dalla completezza e integrità degli esemplari,
dal momento che le tavole vennero e
vengono molto frequentemente sottratte alle edizioni per essere incorniciate alle pareti.
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I libri illustrati della Biblioteca di via Senato
L’ANGURIA LIRICA
D’ALBISOLA FUTURISTA
Una “latta” d’autore, nei cento del Manifesto marinettiano
di Chiara Nicolini
“SORRISO/ come due fette d’anguria/
(rossa che brucia)/ illuminate dall’acetilene”
– L’Anguria Lirica,
capolavoro futurista di Tullio d’Albisola.
F
ondato cento anni fa da Filippo Tommaso Marinetti, il Futurismo fu un movimento artistico e
letterario che coinvolse ogni settore dell’arte,
compresa la grafica. La teoria di Marinetti delle “parole in libertà”, con il suo rifiuto per l’espressione letteraria tradizionale in favore di una modalità di scrittura
completamente libera, rivoluzionò l’arte tipografica e
la concezione della pagina stampata.
Sintassi e punteggiatura vennero bandite, e la forza espressiva delle parole enfatizzata da scelte anticonformiste di inchiostri, di caratteri e corpi tipografici, di
posizionamento sulla pagina. Questo nuovo modo di
vedere il testo stampato ebbe un fortissimo impatto su-
gli artisti che orbitavano attorno a Marinetti, i quali
scatenarono la loro creatività nella produzione di libri
che sono oggi oggetto di culto tra i collezionisti.
Il più famoso è senza alcun dubbio lo straordinario “libro imbullonato” di Fortunato Depero (Depero
futurista, 1927), così soprannominato perché perforato
al margine sinistro da due enormi viti con bulloni che
ne tengono assieme i fogli.
L’avversione di Marinetti per tradizione e passato
si tradusse in un’entusiastica celebrazione del progresso industriale, in particolare di automobili, aeroplani e
velocità.
Tullio d’Albisola (pseudonimo di Tullio Spartaco
Mazzotti, 1899-1971) ebbe l’idea di realizzare un libro
in metallo con pagine che fossero «memoria lirica dell’ala di un aeroplano» quando creò per Marinetti Parole
in Libertà Futuriste, Tattili, Termiche, Olfattive (1932).
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Stampato da Vincenzo Nosenzo, noto produttore di
scatole di latta che aveva già collaborato con un altro artista Futurista, Farfa, alla pubblicazione di Litolatta
(1931), Parole in Libertà Futuriste è un poema illustrato
impresso su un unico foglio di latta con lo stesso procedimento utilizzato per decorare le scatole di biscotti
(tecnica definita “Lito-Latta” dal nome della ditta di
Nosenzo).
L’Anguria Lirica (Lungo Poema Passionale) (Roma,
Edizioni Futuriste di “Poesia”, [1934]), stampato dopo
Litolatta e Parole in Libertà Futuriste, è costituito da 42
fogli di latta, compresi i piatti, e contiene 11 illustrazioni a piena pagina di Bruno Munari – allora appena all’inizio della sua favolosa carriera –, un piccolo ritratto
cubista di Tullio d’Albisola e un’ampia marca tipografica ripetuta all’inizio e alla fine del libro, entrambi disegnati da Nicolay Diulgheroff.
Il poema di d’Albisola è introdotto da un’istrionica presentazione di Martinetti ed è stampato in modo
piuttosto tradizionale (nel senso non vi sono caratteri o
impaginazioni stravolte), ma il suo contenuto è tipicamente futurista. Il titolo del libro deriva dal primo verso del poema, che è dedicato ad una donna amata da
Tullio d’Albisola (Nelly).
Munari, ne ha illustrato il testo con immagini stilizzate stampate in arancione, grigio e nero su sfondo
color crema. Come i due libri menzionati poco sopra,
L’Anguria Lirica fu impresso da Nosenzo presso la sua
ditta Lito-Latta in un’edizione limitata a 101 copie,
delle quali solo 50 destinate alla vendita.
Il suo status di capolavoro futurista, unito alla sua
rarità, ne fa un costoso oggetto da collezione costoso:
nel 2004 una copia messa all’asta da Christie’s a Parigi
ha realizzato €25.850.
©Illustration www.illustration-mag.com
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La Fiera del Bibliofilo
L’ABC DEL BIBLIOFILO
Appassionate riflessioni sui caratteri e sui formati del libro
FORMATO
[27 febbraio 1927]
C
ome abbiamo già detto nella scorsa nota oggi le dimensioni che si possono dare alla carta sono molto considerevoli e perciò i vecchi nomi dei formati, rispondenti alle ripiegature
dei fogli, hanno perso il oro significato. Abbiamo detto «oggi» ma
avremmo potuto farci indietro un
bel numero di anni. Per citare un
esempio milanese, potremmo ricordare che circa un mezzo secolo
fa la Casa Sonzogno stampava già
l’edizione stereotipa dei Classici
con una macchina Perrean il cui
piano misurava complessivamente
m 1,35x2,10 e colla quale si tiravano contemporaneamente in bianca
e volta due forme di pagine 56 cadauna, che costituirebbero un formato in 112.
Con quattro sole tirate di questo formato si poteva avere un bel
volume di 448 pagine in 8º tradizionale. La designazione del formato
non dà più dunque un’idea esatta
delle dimensioni del libro. Bisognerebbe ricorrere ad altri nomi. Lasciare i vecchi per la carta antica o
fabbricata cogli stessi sistemi e adoperarne altri per la carta moderna.
In Francia fin dal 1878 si stabilirono per le biblioteche universitarie le designazioni:
Gran formato oltre i 35 cm;
Medio formato da 25 a 35;
Piccolo formato per i volumi
inferiori a questa misura.
La Biblioteca Nazionale ne
ha invece adottato cinque:
Grande in fol. oltre i 45 cm;
In folio da 45 a 31 cm;
In quarto da 31 a 25;
In ottavo da 25 a 9,5;
Nani per le misure inferiori,
In ogni modo, per le indicazioni di opere moderne si può ricorrere alle misure metriche prin-
UNA RUBRICA AD HOC
a Fiera Letteraria, rivista
di lettere, scienze e arti,
venne fondata nel 1925
da Umberto Fracchia e continuò
le sue pubblicazioni fino al 1977.
Fra i suoi più illustri direttori,
Gian Battista Angioletti,
Curzio Malaparte, Vincenzo
Cardarelli e Manlio Cancogni.
Fra le sue rubriche fisse, questa
“Fiera del bibliofilo” che,
di numero in numero, proponeva
svariate notizie letterarie
ed editoriali sul variegato mondo
delle edizioni antiche,
illustrate, d’autore.
L
cipalmente riguardo all’altezza e
segnalare, se è del caso, l’oblungo
che è poco comune e usato generalmente per pubblicazioni speciali.
Diremo in seguito, parlando
della formazione di piccole raccolte dai 300 ai 600 volumi circa, quale
e quanta sia l’importanza del formato, relativamente omogeneo,
per l’armonia, la bellezza esteriore,
la comodità e l’economia dello spazio. Quando la piccola collezione,
che noi propagandiamo, è fatta veramente per studio e per uso e non
come semplice esposizione in vetrina di libri d’ambizione, viene ad
essere costituita per lo più di opere
che si possono trovare in edizioni
molteplici e diverse di formato.
Si può allora scegliere le dimensioni che più aggradano. Per
l’uso bisogna anche tener conto che
il libro sia maneggevole e la stampa
chiara e non troppo minuta da stancare e danneggiare la vista.
C’è poi la questione del prezzo. Molte edizioni in formato grande hanno la stessa giustificazione,
cioè lunghezza delle righe e della
pagina di stampa, come altre di dimensioni più piccole; sono, anzi, le
medesime tirate con margini maggiori e carta di lusso. Costano caro e
richiedono molti riguardi per la
conservazione perché se si usano
appena un poco, il loro pregio viene
ad essere grandemente diminuito.
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Ecco per le librerie comuni
un’altra opportunità di scegliere i
formati in 8º e i 16º. Ma di questo
parleremo più ampiamente a suo
luogo in altri numeri.
CARATTERI
[6 marzo 1927]
I caratteri mobili provengono
dalla silografia o stampa su legno intagliato colle figure in rilievo. Prima le semplici figure, poi le figure
con qualche nome o leggenda esplicativa e di qui l’imitazione dei manoscritti e i silografici anche senza
figure, cioè completamente di parole a stampa.
La necessità di qualche mutamento nel testo coll’inserzione nella tavola di piccoli dadi di correzione dona in ultimo l’idea dei caratteri mobili in legno. Da questi, in un
tempo relativamente breve, ma
pieno di febbrili ricerche, di gelose
cure e di contrasti, si passa ai caratteri metallici gettati in matrici impresse col punzone. La stampa si riallaccia così a un procedimento già
da tempo esistente e da cui poteva
anche derivare direttamente senza
il passaggio per la xilografia. Voglio
dire: i timbri, i suggelli metallici e le
monete per cui esistevano punzoni
e matrici.
Anche il giusto tipo della lega
per i caratteri che doveva essere né
troppo resistente né troppo cedevole alle pressioni richiese studi e
prove non indifferenti fin che si
giunse alla lega di piombo, stagno
di specchio e antimonio che con
poche modificazioni, durò fino ai
nostri giorni.
In principio furono gli stessi
stampatori che incisero i propri caratteri imitando i manoscritti e copiando le lettere gotiche della scrittura in uso, ma presto Jenson a Venezia e Sweyneheym e Pannartz a
Roma introdussero le lettere rotonde che, col nome di romane, si adottarono quasi universalmente e che
durano tuttavia. È questo un carattere composto di capitali latine che
servirono di maiuscole, e di lettere
latine, spagnole, lombarde, sassoni,
francesi o caroline, molto simili tra
loro, da cui si trassero le minuscole.
Aldo Manuzio nel 1512 stampò il
primo libro in corsivo con caratteri
che, o dal suo nome o dal luogo di
provenienza si chiamarono aldini,
italici o veneziani. Dicono che l’idea
di queste lettere fosse venuta all’Aldo dai nitidi manoscritti del Petrarca, ma è più facile che gli sia stata suggerita dai cursivetos sive cancellarios
della cancelleria romana.
Gli Elzevier nel sec. XVII impiegarono dei nuovi caratteri modificati sui romani da Claude Garamond, e che dal loro nome furono
detti elzeviriani. Sono molto eleganti, coi pieni molto accentuati e i
tratti più uniformi di quelli romani.
Qualche stampatore moderno li fece rivivere con successo in belle
edizioni che si chiamano appunto
elzeviriane.
Gotico, romano ed elzevir sono i tre caratteri che più spesso capita di dover nominare. Ne esistono
molti altri o di fantasia o con qualche particolarità, specialmente dall’Ottocento in poi, di cui ci occuperemo in seguito in altre note.
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novembre 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: novità in collezione
Una raccolta sempre più
ricca, mese dopo mese
Dalla prima opera omnia del Belcari a una lectio di Diliberto
di Chiara Bonfatti, Giacomo
Corvaglia e Annette Popel Pozzo
A. C. [i.e. Acronimo non identificato]. Ragionamento ai preti e frati
sediziosi sopra la loro condotta nella controrivoluzione con alcune riflessioni sulla gravità de’ loro attentati, e progetto di
castigo proposto al governo piemontese.
Di A. C. cittadino italiano. Torino,
Stamperia Filantropica, [1800?].
Prima e unica edizione di
quest’opera anonima contro il clero, accusato di complicità con le
bande degli insorgenti piemontesi
del maggiore Branda de’ Lucioni.
L’Autore, presumibilmente un
evangelico pinerolese, propone
epurazioni, confinamenti, deportazioni e racconta i misfatti della
Controrivoluzione.
[Anonimo]. Saggio di legislazione, o siano Mezzi per eccitare e promovere l’amor della patria nelle monarchie
e nelle repubbliche. Bassano, [Giuseppe Remondini], 1786.
Rara prima edizione di questo
trattato analitico sullo spirito nazionale, da alcuni attribuito al gesuita Giovanni Battista Roberti
(1719-1786).
Belcari, Feo (1410-1484). Le
rappresentazioni di Feo Belcari ed al-
tre di lui poesie edite ed inedite citate
come testo di lingua nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. Firenze,
Ignazio Moutier, 1833.
Bella ed accurata edizione, la
prima di epoca moderna, che riunisce tutte le opere del poeta fiorentino del Quattrocento e contiene 10
xilografie che riprendono quelle di
antiche edizioni. Esemplare appartenuto al Cav. Giovanni Salvioli.
Callières, Jacques de (m.
1697); Belli, Costantino (fl. 16721682). La fortuna de’ galant’huomini
posta fra massime politiche, e morali.
Tradotto dal francese da Costantin
Belli Accademico Tassista. All’illustriss. & eccellentiss. Sig. Cav.rr Pietro Basadonna procurator. Venezia,
Giovanni Pietro Pinelli, 1672.
Prima versione italiana di
questa “curiosa operetta di consigli
che deve seguire il cortigiano”
(Piantanida 3345).
Colonna, Francesco (m.
1527); Legrand, Jacques Guillaume (1743-1807). Songe de Poliphile,
traduction libre de l’italien, par. J.G.
Legrand, architecte des monuments
publics et membre de plusieurs socié-
tés savantes et littéraires. Parigi,
Pierre Didot, 1804. 2 volumi in un
tomo.
Si tratta della traduzione ripresa poi dal Bodoni per l’edizione
in-quarto del 1811. “Cette version
devait être accompagnée d’un vol.
de pl. qui n’a pas paru” (Graesse V,
388).
De Simoni, Alberto (17401822). Saggio critico storico e filosofico
sul diritto di natura e delle genti e sulle
successive leggi istituti e governi civili e
politici opera postuma del consigliere
Alberto de Simoni già membro pensionato dell’I. R. Istituto delle Scienze ed
Arti del Regno lombardo-veneto. Milano, Giovanni Pirotta, 1822. 4 volumi legati in due tomi.
Prima edizione postuma dell’ultima opera dell’illustre giureconsulto bormiese Alberto De Simoni, morto in Ardenno poco dopo aver terminato il manoscritto
pronto per la stampa (1822). “Renazzi e Cremanni lo citano con
somma lode nelle loro opere; Bressot de Warville nella sua Biblioteca
di diritto criminale lo pone ai primi
posti” (Gazzetta di Milano, n. 77 del
1822).
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la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2009
Diliberto, Oliviero (1956-). Il
gioco del domino tra uomini e libri.
Lectio magistralis conclusiva del Master in Storia e Tecniche dell’Editoria e
Antiquariato Librario. Verona, 2008.
Verona (Santa Lucia ai Monti), Dipartimento di Romanistica e Biblioteca Centralizzata Arturo Frinzi (Alessandro Zanella), 2008.
Edizione limitata di 300
esemplari su carta Biblos della cartiera Magnani.
Giovio, Giovanni Battista
(1748-1814). Gli uomini della comasca diocesi antichi, e moderni nelle arti,
e nelle lettere illustri dizionario ragionato del conte Giovanni Battista Giovio cavaliere del sacro militar ordine di
S Stefano ciamberlano att. di S.M.I.R.
ed A. Modena, Società tipografica,
1784.
Prima ed unica edizione considerata rara di questa prima opera
patria del Giovio, imprescindibile
fonte di notizie su comaschi e valtellinesi.
Giraudoux, Jean (18821944). Elpenor. Parigi, Émile-Paul
frères, 1927.
Edizione limitata, contenente 14 belle puntesecche di Hermin
David. Si tratta di una copia facente
parte della tiratura di 200 esemplari
su papier vergé d’Arches nella legatura amatoriale in pelle firmata Janine Barrois.
Gorani, Giuseppe (17441891). Ricerche sulla scienza dei governi. Losanna, Heubach & Durand & C., 1790. 2 volumi in un tomo.
Prima edizione di queste argute Ricerche in cui l’Autore affronta tematiche quali l’assurdità della
tortura, l’accesso alla magistratura,
i divertimenti del principe, il progetto di regolamentazione della
prostituzione, ecc. Giuseppe Gorani, autore di scritti politici, dapprima favorevole al dispotismo illuminato e alle riforme di Maria
Teresa d’Austria, successivamente
ne divenne aspro critico.
Laviny, Giuseppe (fl. 1750).
Rime filosofiche del conte Giuseppe Lavini patrizio romano, e della città di S.
Severino, colle sue annotazione alle
medesime. Milano, Giuseppe Bonacina, 1750.
Prima edizione contenente
60 sonetti e annotazioni.
Manzoni, Alessandro (17851873). Storia della Colonna infame di
Alessandro Manzoni. Napoli, s.n.
(Tipografia Via Concezione a Toledo n.° 6), 1843.
Manzoni, Alessandro (17851873). Tragedie e poesie. Quarta edizione postuma. Milano, fratelli Rechiedei, 1883.
Ramazzini,
Bernardino
(1633-1714). De typographorum
morbis (Le malattie degli stampatori).
Milano (Santa Lucia ai Monti),
Marco Moncalvi (Alessandro Zanella), 2008.
Edizione limitata di 30 esemplari su carta Biblos. Il testo qui
presentato è il primo capitolo del
Supplemento al Trattato sulle malattie
dei lavoratori nell’edizione del 1713
ed è accompagnato da una nuova
traduzione italiana di Reina Francesca e Marco Moncalvi.
Senior, Nassau William
(1790-1864); Arrivabene, Giovan-
ni (1787-1881). Principii fondamentali della economia politica tratti da lezioni edite ed inedite del signor N. G.
Senior professore emerito di Economia
politica nell’Università di Oxford dal
traduttore di Mill. Lugano, Tip. di
G. Ruggia e C., 1836.
Prima edizione italiana di
quest’opera in cui Senior, curato e
tradotto da Giovanni Arrivabene,
sostiene per primo l’idea dell’astinenza (dal capitale) come principio
alla produzione, così come la piena
libertà nel commercio, in qualsiasi
circostanza.
Sophocles; Euripides; Guidiccioni, Cristoforo (m. 1582).
Tragedie trasportate dalla greca nell’italiana favella da monsignor Cristoforo Guidiccioni lucchese vescovo d’Ajace
in Corsica. Lucca, Filippo Maria Benedini, 1747.
Prima edizione pubblicata
postuma, a due secoli dalla morte di
Cristoforo Guidiccioni, di queste
traduzioni di alcune tragedie greche di Sofocle (Elettra) e di Euripide (Le Baccanti, I Supplichevoli,
Andromaca e Le Troiane).
Turati, Pietro; Gentile, Antonio. Como ed il suo lago illustrazione
storica, geografica e poetica del Lario e
circostanti paesi. Como, tipografia
Giorgetti, 1858.
Prima edizione di questa ricercata guida in forma storico-letteraria, con sei tavole incise all’acquatinta dal Citterio, che raffigurano il porto affollato di Como, e poi
Torno, Villa Carlotta, Bellagio, la
vista del lago dalle colline dietro
Bellagio, la galleria di Varenna e
con l’Appendice Le sette vergini del
Lago che raccoglie leggende poetiche lariane.
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LA PIASTRA DA BORSETTA
LISCIO PERFETTO QUANDO E DOVE VUOI
Tutto quello che le donne hanno sempre desiderato da una piastra da oggi diventa portatile.
Performance, sicurezza, tecnologia, semplicità e velocità entrano nella loro borsetta
e le seguono per tutta la giornata, o anche in viaggio.
Bellissima MINI diventerà la loro piastra da borsetta, sempre a portata di mano.
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Sir Richard Branson, entrepreneur extraordinaire and adventurer.
His never ending quest for the next big idea brings
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He always travels with Samsonite ProDLX,
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la Biblioteca di via Senato
Milano
mensile
anno I
n.7 – novembre 2009
Biblioteca
dell’Utopia: la
nuova strenna
gaspare de caro
Armando Torno
e quella voglia
di Libro Usato
luigi mascheroni
Paolo Cattaneo:
i Promessi Sposi
del Mantegazza
fernando mazzocca
e matteo tosi
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