Anno XXXV n° 3
15 Marzo 2012
Redazione: piazza Duomo, 12 Brindisi
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editoriale
Quel prete
pronto
a chiacchierar
€ 1,00
Spedizione in A.P. - art. 2 - c.20 - L.662/96
G esù è nostro contemporaneo
Angelo Sconosciuto
«N
eanche un prete
per chiacchierar!»,
cantava oltre 40
anni addietro lo stesso uomo di
spettacolo che, proprio di recente ha manifestato ancora una
volta - vogliamo leggere così la
vicenda - il bisogno di affrontare
le questioni di senso, che la vita
pone sopra ogni altro problema.
Eppure, a sentire quel «neanche
un prete per chiacchierare» non
è venuta alla mente l’immagine
stereotipata del «molleggiato»
col soprabito fuori misura, in
compagnia di una persona che,
mani nella tasche di una tonaca
sdrucita e passo regolare, dialoga con lui, percorrendo il bordo
del campo di calcio di un oratorio sotto il sole d’agosto....
La talare intravista con gli occhi
della mente sembrava piuttosto quella di un uomo vestito di
bianco che, malfermo, scende
dall’aereo e trova ad accoglierlo
un altro uomo, non in divisa,
ma in giacca e cravatta e con la
barba incanutita, pronto ad un
dialogo serrato.
Questa, è immagine più recente di quella del «molleggiato»,
che passeggia lungo il campetto
di calcio: risale al 21 gennaio
1998, mentre è dell’aprile di un
anno addietro la decisione di
quell’uomo di essere escluso da
qualsiasi carica.
Non sappiamo se in questi mesi
abbia avuto anche lui «un prete
per chiacchierar», ma i tanti boatos da un anno in qua dicono
che si sia poste diverse questioni
di senso. Questioni molto lontane da quel memorabile «venceremos, y venceremos, y venceremos» dell’ottobre 2006, quando
ricomparve in pubblico, esibendosi in un discorso contro chi li
lo credeva morto o gravemente
malato; questioni molto vicine
alle parole della figlia che pochi
giorni dopo quel discorso aveva
parlato del suo papà, che si riavvicina a Dio ed alla religione,
dalla quale era partito per ribellarsi contro i soprusi perpetrati
ai danni di chi non aveva alcuna dignità. Forse, per guardare
alla massa delle persone, aveva
trascurato la Persona, alla quale ora dicono cerchi di guardare.
«Il Papa desidera vederlo ma
tutto ciò dipenderà dalla salute
di Fidel, gravemente malato»,
dicono in questi giorni da Roma,
mentre si prepara il viaggio di
fine mese (26-28 marzo) di Benedetto XVI tra Messico e Cuba
del 26-28 marzo: il «prete per
chiacchierar» c’è sempre, come
sempre ci saranno quei media,
che avrebbero dovuto chiudere e
che invece sono pronti a raccontare cosa si diano detti sul Padre
comune, che non legge i giornali, ma legge nei cuori.
“C
ome si fa a non restare affascinati
dalla figura di Gesù Cristo? Si legge
il Vangelo e ci si chiede: chi è questo
qui? Io resto sconquassato dal Vangelo, basta
un rigo delle parabole. Ha una forza spettacolare, viene da alzarsi in piedi sulla sedia”. Lui ne
sarebbe capacissimo, e non sarebbe la prima
volta. A parlare, infatti, è Roberto Benigni.
Si ha un bel dire che siamo in epoca postcristiana, ma la figura di Gesù di Nazaret sembra
proprio continuare a lanciare, anche nei nostri
tempi così distratti e superficiali, la domanda
che si sentirono rivolgere i dodici, quel giorno a
Cesarea di Filippo: “Ma voi chi dite che io sia?”.
Pare quasi che la forza e la vitalità di questo dilemma stia nel non lasciarsi mai esaurire dalle
risposte già date e nel suo riproporsi lungo la
storia alle diverse generazioni e nelle diverse
culture.
Sì, Gesù continua a raggiungere gli uomini,
credenti e non, come un appello presente. Un
Bagnasco confermato Presidente
della Conferenza episcopale italiana
Il Papa ha confermato
presidente della Conferenza episcopale italiana, per il prossimo quinquennio, il card. Angelo
Bagnasco, arcivescovo di
Genova. Il porporato era
stato nominato presidente della Cei il 7 marzo
2007 e creato cardinale
nel Concistoro del 24
ottobre 2007. Dal 30 settembre 2011, il card. Bagnasco è vicepresidente del Consiglio delle conferenze episcopali europee (Ccee). Tra gli attuali
incarichi: presidente del Consiglio per gli affari
economici, presidente della Conferenza episcopale ligure, membro della Congregazione per le
Chiese orientali, membro della Congregazione
per il culto divino e la disciplina dei sacramenti,
membro della Congregazione per i vescovi.
interrogativo non solo per gli storici e gli intellettuali, ma fortemente esistenziale. “C’è
dentro una forza che ti scarabocchia tutta la
vita. Ti mette nella condizione di fare ognuno
la rivoluzione dentro te stesso”, per dirla ancora con il comico toscano. La storia però c’entra
eccome, come attesta con forza Benedetto XVI
in entrambi i libri su Gesù di Nazaret, oltre cinque milioni di copie vendute, in venti lingue.
L’hanno dipinto in tutti i modi, ma di Gesù ce
n’è uno solo: quello della ricerca critica, così attenta a situarlo nella Palestina del primo secolo, non è diverso da colui che Tommaso chiama
“mio Signore e mio Dio”, otto giorni dopo la risurrezione.
I Vangeli disegnano una figura storicamente
sensata e convincente.
A riproporre il fascino e lo scandalo di questa
tesi, attraversando tutti i linguaggi della cultura, è stato il convegno internazionale “Gesù,
nostro contemporaneo”, promosso nell’ambito
Primo Piano
Mons. Talucci
in Albania
per celebrare
San Pelino
3
Vita di Chiesa
Pubblicata
la seconda edizione
del Rito
delle esequie
A pagina
Speciale alle pagine 12-13
Vita diocesana
Pastorale giovanile
e vocazionale.
Aggiornamento
del clero
Morelli a pagina
del progetto culturale della Chiesa italiana.
Due anni fa, era stato “Dio oggi” a radunare e
mettere a confronto uomini di scienza e di fede
dai diversi continenti. Ora si prosegue guardando a Gesù, l’unico uomo nella storia a cui
sia stato associato così saldamente il nome di
Dio. Questa, infatti, è la chiave per comprenderlo, così come la scommessa di chi lo accetta
o lo rifiuta: il suo legame strettissimo con Dio,
l’essersi presentato come “il Figlio” dell’unico
Dio. Non semplicemente un uomo illuminato,
ma la luce che illumina ogni uomo.
“Dopo Gesù – scriveva la poetessa Alda Merini – qualcuno ha imparato a guardarsi negli
occhi, a porsi delle domande, a vedere che l’altro non era solo una merce”. Ma, anche lui, un
figlio di Dio.
Ernesto Diaco
16
A pagina
5
Speciale
La comunità
cristiana riflette
sulle parole di
Adriano Celentano
Pagine
18-19
Primo Piano
15 marzo 2012
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FORMAZIONE Incontro con don Jean Paul Lieggi lungo i sentieri della pastorale giovanile e vocazionale
“Giovane chi sei?”, rinnovata attenzione a questo mondo
O
ccorre ricentrare l’attenzione al
mondo giovanile e al carattere vocazionale dell’agire pastorale. Sono
state queste le linee guida seguite nel corso
dell’ultimo incontro di aggiornamento del
clero, svoltosi il 12 marzo scorso presso il Seminario Arcivescovile “Benedetto XVI”.
Al centro della riflessione della Chiesa diocesana, dunque, ci sono nuovamente i giovani.
Il tema, sviluppato nel corso dell’incontro
di aggiornamento del clero, segue alla riflessione già avviata nel corso del Consiglio
Pastorale diocesano del 15 novembre 2011,
oltre a dare concreta attuazione alle proposizioni sinodali e alle indicazioni contenute
nelle Linee Pastorali dell’Arcivescovo “La
Parrocchia comunità educata ed educante”.
L’incontro del 12 marzo, aperto da una breve presentazione da parte dei delegati diocesani per la Pastorale giovanile e vocazionale, è stato condotto dal prof. don Jean Paul
Lieggi, sacerdote della diocesi di Bari-Bitonto, Docente di Teologia alla Facoltà Teologica
Pugliese dove insegna Cristologia e Teologia
Trinitaria, assistente nazionale della branca
Rover-Scolte dell’Agesci.
Secondo don Lieggi, che ha approfondito
la tematica dell’incontro per i lettori di Fermento, non è facile dire chi siano i giovani
oggi, in ragione della complessità della realtà di fronte alla quale una simile domanda ci
pone. Ma soprattutto, a suo modo di vedere,
«tutti coloro che si occupano di pastorale
giovanile sono chiamati a porsi la domanda
“chi sono i giovani?”, cercando la risposta,
non semplicemente ricorrendo a ricerche e
indagini sociologiche, bensì all’ascolto attento dei giovani presenti nelle nostre città,
nei nostri quartieri, nelle nostre comunità e
gruppi ecclesiali e alla lettura concreta delle
loro qualità, speranze, paure, attese».
«I nostri giovani – riflette ancora il relatore - hanno il desiderio, spesso nascosto, di
trovare il senso della propria vita, hanno un
bisogno urgente di autenticità e di riscoperta dei valori. Ma, questi desideri spesso non
emergono, perché non trovano adulti autentici e credibili».
E ancora una sottolineatura: «Qualsiasi
analisi sociologica, pure ben condotta, non
può sostituire il nostro compito di leggere
concretamente le storie personali e il vissuto
di ciascun giovane». Anche perché, continua
don Lieggi, «i giovani, nelle nostre comunità,
nonostante difficoltà e cambiamenti, ci sono
ancora».
Don Jean Paul Lieggi
Quando gli chiediamo cosa si intende per
Pastorale giovanile, don Jean Paul non ha
dubbi: «in primo luogo il termine “giovanile”, più che l’aggettivo che indica l’oggetto di
cui ci deve occupare, dovrebbe ricordarci
che la comunità cristiana è chiamata a far sì
che i giovani siano i soggetti responsabili e
protagonisti dell’azione pastorale. La Pastorale giovanile, quindi, deve stimolare tutta
la comunità ecclesiale a pensare e realizzare “spazi” in cui i giovani possano davvero
essere protagonisti della vita pastorale delle
nostre comunità».
«Se al centro della nostra azione pastorale, mettiamo i giovani, sappiamo anche che
uno dei bisogni da coltivare, quando sono
essi i protagonisti, è quello di accompagnarli
nella formazione della propria identità, nella
quale è centrale l’aspetto vocazionale».
Ecco perché «Pastorale giovanile e Pastorale vocazionale non possono essere separate», devono progettare e lavorare insieme. E
spiega la necessità di tale legame: «I vescovi
italiani, nel piano pastorale decennale, tra
gli obiettivi e le scelte prioritarie che indicano nel quinto ed ultimo capitolo del documento, tracciano i percorsi di vita buona
che devono guidare l’azione ecclesiale, e tra
questi il primo è quello dell’educazione alla
vita affettiva. L’educazione alla vita affettiva e l’accompagnamento dei giovani nella
scoperta della propria vocazione sono due
aspetti inscindibilmente connessi, perché
è nella scoperta concreta della vocazione di
ciascuno che si realizzano le possibilità di vivere il vangelo come vita buona e bella, sulle
tracce di Gesù».
E conclude: «Da questo punto di vista si sta
lavorando molto anche a livello nazionale».
Poi don Jean Paul passa a descrivere il ruolo della Pastorale giovanile diocesana: «La
Pastorale giovanile è fatta dalle parrocchie,
dalle associazioni e dai movimenti. Il livello
diocesano, a mio giudizio, ha il compito, prezioso e insostituibile, di coordinare le tante
iniziative che già si vivono nelle realtà locali,
facendo in modo da valorizzare le esperienze e rendere le ricchezze esistenti occasione
di crescita e di confronto con e per gli altri.
La Pastorale giovanile diocesana non si deve
sostituire alle realtà parrocchiali e associative, ma deve incoraggiarle e sostenerle in
modo da far respirare a tutti la bellezza della
vita ecclesiale».
Don Jean Paul Lieggi, affronta anche il tema
dell’accompagnamento dei giovani da parte
dei sacerdoti, evidenziando come «una delle
responsabilità chieste ai preti che si occupano di Pastorale giovanile, è quella di mostrare, con l’esempio della propria vita, pur con
i limiti e le ricchezze proprie di ognuno, in
che modo un giovane può riscoprire in Gesù
il senso della propria vita».
«Il sacerdote – prosegue il relatore – può essere un esempio di come a quell’età si possano fare scelte radicali», ma egli, prima di tutto, «deve coltivare la propria maturità umana
e spirituale, prima ancora che ministeriale».
Solo così l’azione educativa del sacerdote
«sarà significativa ed efficace e l’accompagnamento diventerà, prima ancora che un
semplice sostegno, una vera testimonianza
di vita».
Infine don Jean Paul ha approfondito le tematiche relative ai grandi eventi che, come
le Giornate Mondiali della Gioventù, vengono organizzate a tutti i livelli per dare impulso alla Pastorale giovanile. «Appuntamenti
come le Gmg – a parere di don Lieggi - sono
un aiuto, un rifornimento per vivere meglio
l’azione ordinaria, sono occasioni preziose
da valorizzare. Se questi incontri rappresentano eventi vissuti solo una tantum nella
vita della persona, è chiaro che non lasciano
molto il segno, ma se, invece, sono accompagnati da un cammino più quotidiano, possono sostenere e rilanciare il cammino dei
giovani. È molto significativo, ad esempio,
che il Papa, nel discorso alla curia romana in
occasione degli auguri natalizi, il 22 dicembre del 2011, abbia richiamato la Gmg di Madrid come un’occasione preziosa nella quale
si è delineato “un modo nuovo, ringiovanito,
dell’essere cristiani”. La Giornata Mondiale
della Gioventù di Madrid, definita dal Papa
“una medicina contro la stanchezza del credere”, diventa così un punto significativo per
guardare a quello che deve essere il modo di
vivere in maniera rinnovata la propria fede».
Giovanni Morelli
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Vita Diocesana
15 marzo 2012
seminario Esercizi spirituali dei nostri ragazzi insieme ai coetanei di Castellaneta e Otranto
La Parola parla alle nostre vite e ci sprona alla sequela
T
alvolta fa bene sospendere le attività di ogni giorno, chiudere, anche se
per poco tempo, la propria agenda
traboccante di impegni, lasciare la routine
quotidiana non per fare qualcosa di speciale,
per cercare di soddisfare qualche desiderio
strano, qualche voglia particolare, come se si
stesse in vacanza, ma per far posto a Dio nella vita, per ascoltarlo nel silenzio del cuore e
concentrarsi sul dialogo con lui. Sono questi
gli ingredienti di ciò che chiamiamo “esercizi
spirituali”, che altro non sono che un tempo
di grazia offertoci dal Signore per incontralo
ed incontrarci così come oggi siamo, con le
nostre aspettative, i nostri sogni, i nostri desideri, le nostre speranze, le nostre fragilità.
Per noi seminaristi gli esercizi rappresentano una tappa fondamentale dell’intero anno
formativo: ad essi ci prepariamo nei primi
mesi di seminario e sulla loro scia camminiamo e ci confrontiamo fino a giugno. Per
molti potrebbe apparire una pratica alquanto anacronistica il fatto che otto ragazzi, nel
bel mezzo delle festività di carnevale, scelgano di custodirsi nel silenzio e nella preghiera; invece, non è mai tempo perso quello
dedicato a se stessi, poiché è solo a partire
dal rapporto con il nostro spirito, la nostra
mente, il nostro corpo che possiamo essere
in grado di operare scelte autentiche e non
azzardate, che esprimano a pieno la nostra
libertà e ci valorizzino al massimo come per-
sone, come figli e figli amati. L’esperienza di
quest’anno, vissuta ad Ostuni presso il Centro di Spiritualità “Madonna della Nova” dal
19 al 22 febbraio, ha portato con sé tanti doni
e ci ha fatto gustare la ricchezza della Parola e la gioia della fraternità: infatti a noi si
sono unite le comunità dei seminari minori
di Castellaneta (TA) e Otranto (LE) ed insieme abbiamo percorso questo frammento di
cammino; le nostre esperienze si sono incrociate, così come anche le storie di ognuno e
ci siamo ritrovati attorno all’unico Maestro,
in funzione del quale, nonostante fossimo
totalmente sconosciuti, siamo fratelli e ci siamo sentiti tali. A guidarci nei “meandri del
nostro spirito” è stato il nostro caro don Pio
Conte, che sin da subito si è mostrato affabi-
le e cordiale, ci ha sviscerato la Parola, non
soffermandosi tanto su concetti astratti poco
utili, ma ha saputo farcela gustare in pienezza rendendola attuale e concreta nella nostra
vita di giovani in cammino. L’itinerario delle
meditazioni riassume l’intero itinerario vocazionale: dal semplice “venite e vedrete”
(Gv. 1, 39), in cui l’anelito dell’uomo a cercare dei punti fissi nella propria vita suscita un
grande bisogno di risposte, all’invito “seguitemi” (Mc. 1, 17), che esprime la disponibilità che Dio ha nei nostri confronti di colmare
quel bisogno di risposte. Tappa successiva è
poi l’ “eccomi” (Lc. 1,38), espressione, questa volta della disponibilità dell’uomo a lasciarsi plasmare dalla volontà di Dio, seguita
dalla “perseveranza”, in cui le difficoltà e gli
ostacoli del cammino affiorano nella vita del
chiamato e rischiano di bloccarlo nell’eterna indecisione o nella paura di perseguire
la scelta sbagliata. Infine perviene l’incoraggiamento da parte di Dio: “al tirà” – che in
ebraico significa “non temere” –, prova eloquente che non siamo mai soli, c’è sempre
qualcuno pronto a rassicurarci e a condividere il cammino con noi. Inoltre abbiamo
avuto modo di riflettere sul Battesimo, sul
suo significato, sul suo meraviglioso mistero
che ci rende figli di un unico Padre e fratelli
tra di noi. Ognuno di noi, sicuramente, sarà
ritornato nella propria quotidianità con tante domande, alcune risposte, qualche inevitabile (e salutare) dubbio e con la voglia
di continuare a mettersi in gioco per Dio e
scommettere su di lui; il tempo trascorso a
curare se stessi certamente gioverà alla comunità intera, alla qualità delle nostre relazioni, all’impegno effuso per servire l’altro…
solo se lo Spirito ci trova docili e malleabili la
Parola riesce a convertirci. La Quaresima che
anche quest’anno spalanca le sue porte alle
nostre vite sia un tempo gravido della presenza di Dio e ci aiuti a custodire e far fruttificare tutti i germi che lo Spirito ha posto nel
cuore di ciascuno di noi, perché tale conversione avvenga a partire dalle piccole cose di
ogni giorno, per poter risorgere con Cristo
come uomini nuovi.
Matteo Notarnicola
voci dal seminariO maggiore Mercoledì delle ceneri ritiro guidato dal Vescovo Caliandro
Ascoltare la voce del Signore facendo tacere l’«io»
N
ello stato attuale della natura decadente è impossibile amare Dio con un amore autentico senza rinunzie e sacrifici. Gesù ai suoi discepoli dice: “Se
qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda
la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24). Seguire Gesù, quindi ,
è rinunciare a se stessi, alle cattive tendenze, all’amore disordinato delle persone e delle cose; portare la croce è accettare le privazioni, le umiliazioni, l’impegno nelle personali responsabilità, l’esercizio delle virtù, l’espiazione delle
colpe.
Il ritiro spirituale del Mercoledì delle Ceneri è stato arricchito dalla presenza di S. E. Mons. Domenico Caliandro,
Vescovo della diocesi di Nardò-Gallipoli. A conferma di
quanto detto sopra, egli ci ha fatto comprendere che spesso il nostro “io” recupera lo spazio occupato dai buoni propositi e dalle buone opere per dedicarsi a cose più effimere
che fanno allontanare dalla presenza di Dio. La vita di Gesù
è la risposta a questa esigenza di cambiare rotta per vivere
meglio e da cristiani.
Dal presepio al Calvario è una lenta serie di privazioni, di
umiliazioni, di fatiche apostoliche, coronate dalle angosce
e dalle torture della sua dolorosa passione. Se ci fosse stata
una via più sicura e veloce, sicuramente Egli l’avrebbe mostrata. Si può toccare Dio con una scelta che supera le logiche umane, ha detto Mons. Caliandro, l’Amore da vita agli
atti più belli, e l’amore va rigenerato ogni giorno, perché
dove non c’è amore rigenerato tutto diventa insopportabile. È l’abitudine che ci distrugge, ha ribadito il Vescovo, la
Rivelazione si deve attuare ogni giorno “Ascoltate, oggi, la
voce del Signore: non indurite il vostro cuore” (ant. Salmo
invitatorio); ascoltare ogni giorno la parola per non irrigidirsi. San Paolo, con molta chiarezza, afferma che chi vuole essere discepolo di Cristo deve crocifiggere i propri vizi
e desideri cattivi, che ostacolano il progetto di Dio: “Ora
quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri” (Gal. 5, 24). È talmente essenziale questa condizione che egli stesso si sente
obbligato a castigare il suo corpo e a reprimere le sollecitazioni della carne, del mondo che lo circonda e di satana che
lo tormenta: “Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in
schiavitù perché non succeda che dopo aver predicato agli
altri, venga io stesso squalificato” (1 Cor. 9, 27). Mons. Caliandro ha evidenziato come sia necessario, dentro di noi,
un continuo restauro. Dobbiamo sempre tenere lo sguardo
rivolto a Cristo e diventargli simili; è necessario quindi un
“innesto” vero e proprio perché attraverso la linfa del suo
corpo possiamo arrivare a quelle Santità che Dio ha previsto per noi fin da i secoli antichi.
Siano questi gli obiettivi per i seminaristi, sia questo il
progetto di amore, “innesto” che nutre e da vita.
Tony Mameli
15 marzo 2012
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Vita Diocesana
REPORTAGE Il 3 e 4 marzo scorsi l’arcivescovo Talucci, insieme a don Alemanno, a Tirana e Durazzo
San Pelino, quell’antico legame tra Brindisi e l’Albania
U
n’esperienza segnata dal reciproco scambio e dalla
riscoperta delle comuni radici: è stato questo il senso
del viaggio compiuto in Albania da S.E. l’Arcivescovo,
sabato 3 e domenica 4 marzo 2012. Mons. Talucci, infatti, accompagnato dal Cancelliere Arcivescovile, Mons. Massimo
Alemanno, è stato a Durazzo per partecipare alle celebrazioni in onore di San Pelino, vescovo e martire, antico cittadino
di Durazzo, il quale fu vescovo di Brindisi.
Il nostro Pastore si è recato in visita alla Chiesa di TiranaDurazzo, invitato da alcuni missionari presenti in queste
zone da circa 20 anni, al fine di rinsaldare i proficui rapporti
pastorali e di amicizia con la gente albanese, impegnata in
un cammino di riscoperta della fede, a partire dagli apostoli
e dai martiri dei primi secoli della cristianità.
Al suo arrivo all’aeroporto di Tirana, intitolato a Madre Teresa, Mons. Talucci è stato accolto da don Antonio Sciarra,
sacerdote fidei donum della diocesi di Avezzano, e da padre
Giovanni Salustri, missionario murialdino.
Nella mattinata di sabato il nostro Arcivescovo ha avuto la
possibilità di visitare la capitale dell’Albania, la sua Cattedrale, intitolata a san Paolo e la campana della Pace, opera realizzata da don Antonio Sciarra con i bossoli delle armi sparati
durante la guerra e raccolti dai ragazzi per fonderli insieme e
ricavarne una grande Campana: il monumento, realizzato in
Italia, è stato inaugurato il 1° gennaio del 2000 come auspicio
di prosperità e di pace per il Paese.
Mons. Talucci e don Alemanno hanno potuto constatare
come Tirana sia una città con tantissime sedi universitarie,
tra cui anche una Università cattolica, “Nostra Signora del
Buon Consiglio”, inaugurata nel 2005 e nella quale insegnano
e studiano molti italiani.
Tra le vie del centro, la nostra delegazione ha potuto ammirare i tanti palazzi risalenti all’epoca fascista, quando il
nostro Paese occupò il Regno di Albania e l’Ospedale, fortemente voluto da Madre Teresa di Calcutta, ma non ancora
completato, per ricordare la visita di Giovanni Paolo II, avvenuta il 25 aprile del 1993, quando il Beato si fermò a Scutari
e a Tirana.
Gli accompagnatori della nostra delegazione hanno illustrato le tante contraddizioni di Tirana, che sogna un nuovo
assetto urbanistico, ma attualmente è piena di edifici e monumenti in stato di degrado, risalenti principalmente all’epoca della dittatura, e in attesa di essere abbattuti e sostituiti.
Nel pomeriggio di sabato 3 marzo, Mons. Rocco Talucci e
don Massimo Alemanno, accompagnati da padre Giovanni
Salustri, si sono recati alla periferia di Tirana dove opera la
missione murialdina. Qui hanno potuto toccare con mano
il contrasto, tipico di ogni grande città, esistente tra il centro
“occidentalizzato” e una periferia dove, invece, regna l’abusivismo e il degrado. La chiesa della missione di padre Giovanni , per esempio, non è altro che una fatiscente baracca
di legno.
Successivamente è avvenuta la visita presso la nunziatura
apostolica albanese, dove la nostra delegazione ha incontrato il nunzio apostolico, S.E. Mons. Ramiro Moliner Inglés.
In un clima cordiale e familiare, il Vescovo Inglés ha raccontato dell’Albania, dei rapporti con il governo «decisamente
migliorati» e del clima di tolleranza e rispetto reciproco nel
quale convivono ortodossi, musulmani e cattolici, le religioni più praticate nel Paese delle aquile.
Subito dopo c’è stata la visita alla casa dei murialdini dove,
nel 2001 è stato ucciso padre Ettore Cunial, proclamato “Nobile di Durazzo”, e che oggi sta diventando un Centro di spiritualità rivolto alle famiglie, ai giovani e, in generale, ai gruppi
che vogliono vivere momenti di interiorità.
Al termine della visita, Mons. Talucci ha presieduto la preghiera del Vespro.
Domenica mattina, alle ore 9, il nostro Arcivescovo ha concelebrato una Santa Messa presso la Concattedrale “Santa
Lucia” di Durazzo, insieme al Vescovo ausiliare, Mons. George Frendo.
I fedeli di Durazzo si sono preparati all’appuntamento con
un triduo di preghiera, accogliendo il busto di san Pelino donato dalla diocesi di Sulmona dove, nella località di Corfinio
il santo fu martirizzato. Dopo le celebrazioni del 3 e 4 marzo,
il busto è stato collocato nel santuario dei santi martiri albanesi, presso la missione di Blinisht.
Durante la celebrazione è avvenuto lo scambio di doni tra
la delegazione brindisina e il vescovo ausiliare di Durazzo.
Mons. Talucci ha fatto dono alla Chiesa albanese della copia,
in tela, di un dipinto settecentesco raffigurante san Pelino,
custodito nell’Episcopio di Brindisi.
«La nostra visita in Albania – ha affermato l’Arcivescovo nel
corso dello scambio dei doni – intende essere una testimonianza di fede che la Chiesa brindisina vuole portare insieme alle Chiese di Sulmona e di Avezzano».
Dopo la Santa Messa, Mons. Talucci e don Alemanno hanno preso parte alla presentazione del libro “San Pelino vescovo e martire”, curato da Antonio Masci, Angelo Melchiorre e
Francesca Romana Letta, volume presentato da un medico
cattolico nella versione tradotta in albanese.
Nel corso della presentazione, don Antonio Sciarra, sacerdote fidei donum della diocesi di Avezzano, ha sottolineato
tre aspetti legati alla figura di san Pelino. Il primo è connes-
Celebrazione nella Concattedrale di Durazzo
Visita nella chiesa della missione dei murialdini
Durazzo, Palazzo della Cultura. Consegna della pergamena
L’Arcivescovo celebra nella missione di Blinisht
so alle persecuzioni avvenute sotto l’impero romano e nelle
quali morì san Pelino che, insieme all’invasione dell’impero
ottomano e alla persecuzione comunista, hanno sradicato il
cristianesimo presente in Albania fin dai primi secoli, non
lasciando né memoria, né culto al martire san Pelino. Il secondo aspetto evidenziato da don Sciarra è stato quello della
restituzione di questo santo a Durazzo, affinché la città possa acquisire sempre più la consapevolezza di annoverare tra
i suoi, un illustre cittadino. Infine è stato sottolineato l’aspetto del ricongiungimento familiare di san Pelino.
Subito dopo ha preso la parola Mons. Talucci, il quale ha
fatto notare che «così come Pelino approdò nella città di
Brindisi per annunciare il vangelo della carità, allo stesso modo i brindisini hanno esercitato la carità del vangelo
quando, vent’anni fa, hanno accolto nelle loro case migliaia
di fratelli albanesi giunti in città». Mons. Talucci ha invitato
i presenti a venire Brindisi «per ammirare l’altare di san Pelino nella Basilica Cattedrale, ma anche le sponde del mare
dove tanti sono approdati in cerca di fortuna, e quel lembo
di mare che ha visto morire molti albanesi nella famosa tragedia del venerdì santo del 1997».
La presentazione del libro su san Pelino, tradotto in albanese, è stata organizzata dal comitato culturale interreligioso
operante a Durazzo, il quale ha fatto dono al nostro Arcivescovo di una pergamena firmata dal segretario dell’associazione, Shpetim Metani, e dal sindaco della città, Vangjush
Dako, in cui San Pelino viene definito “cittadino di qualità
per la città di Durazzo”.
Nel pomeriggio di domenica 4 marzo, Mons. Talucci e don
Alemanno sono partiti alla volta di Zadrima, nella missione di Blinisht (Lezhe) villaggio dove dal 1993 don Antonio
Sciarra e una laica consacrata nell’Ordo Viduarum, Elsa Del
Manso, hanno avviato la missione dando un notevole contributo a livello, sia pastorale che sociale.
Nella missione di Blinisht, Mons. Talucci ha presieduto la
celebrazione eucaristica, concelebrata dai missionari della
zona, tra cui Padre Antonio Leuci, rogazionista originario di
Guagnano. A Mons. Talucci è stata donata una casula confezionata dalle donne della missione. Al termine della Messa
si è vissuto un momento di adorazione eucaristica animata
dai giovanissimi della missione. Subito dopo è giunto anche Mons. Luciano Augustino, vescovo della diocesi di Sape,
il quale si è intrattenuto familiarmente con Mons. Talucci e
con tutti i presenti.
Visitando i villaggi della missione, in cui è evidente lo stato di povertà della gente che vi abita, la nostra delegazione
ha potuto notare come all’interno di ognuno di questi, don
Sciarra vi abbia costruito tante chiese e, intorno a queste,
alcune importantissime opere formative e socializzanti: un
ambulatorio, un centro di fisioterapia, l’oratorio, il centro
della pace, un laboratorio per la lavorazione della ceramica,
una scuola materna e la scuola agraria e tutto intorno, uliveti, vigneti, frutteti e persino un frantoio.
La celebrazioni che hanno inteso ricordare San Pelino, hanno permesso al popolo di Durazzo di riscoprire, attraverso i
martiri, le radici cristiane della propria terra, e di vivere nella
prospettiva di una speranza grande che li permette uscire da
una cultura prevalentemente individualistica e li apre ad una
maggiore esperienza di solidarietà e fraternità.
La nostra Chiesa diocesana, presente sull’altra sponda
dell’Adriatico attraverso l’Arcivescovo, desidera confermare
e rafforzare i legami di profonda amicizia con i fratelli di Albania. Il tutto nel nome di San Pelino, il cui solco, tracciato
dalla sua vita, sia aurora di una Chiesa sempre più testimone
del Vangelo.
Giovanni Morelli
Pubblicazione quindicinale
Reg. Tribunale Brindisi n. 259 del 6/6/1978
Direzione: Piazza Duomo 12 - Brindisi
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Settimanali Cattolici
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Coordinatore di Redazione: Giovanni Morelli
Hanno collaborato: Daniela Negro, don Massimo Alemanno
Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 18 del 7 marzo 2012
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Vita Diocesana
15 marzo 2012
INTERVISTAA colloquio con mons. Iannis Spiteris, arcivescovo cattolico di Corfù
«La crisi serve a farci ritrovare
l’essenziale della nostra vita»
L
a Grecia brucia. Per noi che siamo
sull’altra sponda del mare, per anni è
stata solo considerata un luogo di vacanza per il mare o per il tour culturale alla
ricerca di comuni radici. Per pochi è stata
un’occasione di affari nel settore del turismo
o per progetti europei comuni. I “filelleni”
si sono costruiti i loro canali di contatto e di
informazione, ma l’opinione pubblica, fino
a quando i riflettori dell’economia mondiale non sono stati accesi prepotentemente,
si è andata formando in maniera sommaria e soprattutto frammentaria. E adesso?
Adesso, proviamo a capire qualcosa in più,
avviando un colloquio a distanza. Iniziamo
con un interlocutore vicinissimo, quale può
essere considerato mons. Ioannis Spiteris
Arcivescovo di Corfù, Zante e Cefalonia, Amministratore Apostolico di Tessalonica (Salonicco). Egli è corfiota di nascita, religioso
cappuccino della stessa Provincia del nostro
San Lorenzo da Brindisi e, prima di dire sì al
papa per guidare la diocesi corfiota, apprezzato docente nelle Università pontificie.
Eccellenza, in Italia giungono poche immagini dalla Grecia e molte da Bruxelles;
poche da Atene, nessuna dagli altrui luoghi. In Grecia, però, le misure di austerità stanno avendo un impatto devastante
sulla vita dei cittadini. Molti anziani si
rifugiano in zone rurali... Come al solito,
giovani ed anziani sono tra i più colpiti?
«La nostra impressione è che all’estero, non
escluso l’Italia, si parli spesso della Grecia e
non certamente in maniera molto positiva.
Per alcuni mezzi di comunicazione sociale
della c.d. “Comunità Europea”, infatti, i greci
sono presentati come inaffidabili, non pagano le tasse e non lavorano, vivendo così alle
spalle dei contribuenti europei, in Grecia
regnerebbe sovrana la corruzione ecc. ecc.
Insomma la Grecia non è la Germania e neppure uno dei Paesi Scandinavi. Si tratta sempre dello stesso giudizio dei ricchi nei riguardo dei poveri: se sono poveri è colpa loro,
ed essi, solo perché poveri, sono niente di
buono. In questo momento il popolo greco si
sente profondamente umiliato dagli europei
oltre ad essere economicamente dissanguato da essi e dai suoi governati incapaci, che
l’hanno condotto nel baratro. La vera tensione sociale sta nella rabbia, nella disperazione, nell’angoscia della povera gente. Tutta
la Grecia è una pentola che bolle e non sappiamo dove porterà tutto questo. Il 29 aprile
o il 6 maggio ci saranno le elezioni politiche
e proprio in quell’occasione la gente esprimerà tutta la sua rabbia. Forse il risulto delle
elezioni determinerà una grave situazione di
ingovernabilità con una consistente crescita
dei tre partiti comunisti più staliniani che
esistono in tutto il mondo. Intanto i giovani
fuggono all’estero; la delinquenza aumenta;
i senza tetto si moltiplicano come del resto
anche i suicidi. Stiamo assistendo ad una depressione collettiva».
Quale lettura ha potuto dare, lei, cattolico
corfiota, cappuccino, vescovo, della situazione che si è verificata in Grecia?
«La lettura che io posso dare a questo fenomeno è come uomo, come credente e come
pastore. Nella lettera pastorale in occasione
della quaresima scrivevo ai miei fedeli: “Ripetiamo spesso che stiamo attraversando la
più grande crisi economica dopo quella attraversata in occasione del disastro della Seconda Guerra mondiale. Questo è vero, ma
come cristiani, in occasione della Quaresima, possiamo scorgere anche alcuni aspetti
positivi per la nostra vita cristiana per la nostra preparazione alla Pasqua. Ci viene offerta un’occasione per liberarci dal superfluo,
per ritrovare l’essenziale per la nostra vita,
per scoprire che ci sono milioni di fratelli e
sorelle nel mondo che stanno molto peggio
di noi. Dobbiamo capire che, oltre l’economia, esistono per noi altri valori molto più
ta dallo Stato (i vescovi e i preti sono impiegati statali, come pure una parte degli impiegati dei metropoliti sono pagati dallo Stato),
non succede invece lo stesso per il clero cattolico e gli impiegati delle diocesi. Per di più
i nostri sacerdoti e i nostri religiosi non hanno nessuna assistenza sanitaria. È la Diocesi
che deve pensare a tutto questo con degli affitti di immobili. Le tasse che siamo chiamati
a pagare per gli immobili e le entrate che ci
provengono dagli affitti, almeno per la nostra situazione, sono veramente proibitive.
Si aggiunga che molti nostri affittuari sono
impossibilitati a pagarci i loro affitti a causa
dei tagli imposti ai loro salari e alle loro pen-
Mons. Ioannis Spiteris
tolica non esiste per lo Stato greco».
Grecia, 21 febbraio: proteste contro le misure di austerity proposte dal governo
Bruxelles, 20 febbraio: Eurogruppo. Christine Lagarde (Fmi) con Lucas Papademos, premier greco
preziosi, come la scoperta continua di Dio
nella preghiera, nell’amore verso il prossimo,
condividendo con lui ciò che abbiamo e ciò
che siamo, e specialmente ci si offre un’occasione per scoprire di nuovo che esiste la
Provvidenza di un Padre amoroso a cui possiamo e dobbiamo avere fiducia. Gli uomini
ci hanno tradito, l’unico a cui possiamo ancora deporre la nostra speranza è Dio”».
La Chiesa cattolica, la sua diocesi (qui
in Italia siamo poco abituati a pensare a
diocesi estese come quella affidata alla
sua cura) come si sta muovendo nel concreto?
«Oltre ad essere arcivescovo delle Isole Ionie e di Epiro, sono Amministratore Apostolico di Tessalonica che comprende la Macedonia, la Tracia e la Tessaglia. Si tratta quasi
di tre quarti della Grecia. In questo vasto territorio stiamo vivendo la crisi economica in
una duplice dimensione: interna, come istituzione, ed esterna come aiuto da offrire ai
bisognosi che vengono a bussare alla nostra
porta.
Mentre la Chiesa Ortodossa è sovvenziona-
sioni. Per di più il 20% degli immobili, che
affittavamo, sono vuoti per mancanza di interessati. Risultato, l’anno passato la Diocesi
non ha potuto pagare le tasse e i preti da parecchi mesi restano senza il contributo versato dalla Diocesi per le loro necessità. Ci sarebbe la soluzione di vendere qualche nostro
immobile, ma attualmente nessuno rischia
di comprare. Almeno che non si venda per
un pezzo di pane.
Questa situazione condiziona la possibilità che abbiamo di venire incontro alla gente
che ogni giorno bussa alle porte delle nostre
chiese. Eppure la Caritas e le altre nostre
istituzioni, le parrocchie e i conventi fanno
l’impossibile per venire incontro ad alcuni
bisogni di chi ci chiede il nostro aiuto e, naturalmente non chiediamo a nessuno di dirci se è cattolico! A Corfù abbiamo una casa di
riposo per anziani che riceve tutti senza distinzione di religione, lo stesso con un asilo
dei bambini. A Salonicco le suore di Madre
Teresa gestiscono l’unica istituzione esistente in città, che accoglie le donne maltrattate
con i loro bambini. E tutto questo senza nessun aiuto da parte dello Stato. La Chiesa cat-
Nei periodi meno intensi di questa crisi,
come parola di speranza si faceva passare il concetto che “crisi” non significa distruzione, ma separazione, quasi a dire,
abbandono di cose vecchie e di vecchi
sistemi, se non proprio di vecchi criteri
anche di condotta e di giudizio. Lei cosa
pensa?
«Come dice il proverbio: “Non tutti i mali
vengono per nuocere”. La crisi economica in
Grecia certamente nuoce e nuocerà ancora
di più ad una grande fascia della nostra popolazione specialmente quella più bisognosa, che diverrà ancora più povera. Però ci
offre anche un’occasione per una “cernita”
(una crisi, appunto) di valore, come affermavo precedentemente. Fino ad ora eravamo
abituati ad un consumismo sfrenato, ora necessariamente impariamo a vivere con poco.
Molta gente aveva abbandonato la campagna, ora ritornano a coltivare la terra con
nuovi metodi e con prodotti biologici. Prima
molti giovani (e ancora oggi per alcuni) esigevano dal papà l’ultima marca del telefonino, le scarpe e i vestiti firmati. Ora tutto questo non è più possibile, questi figli di papà si
devono accontentare di marche meno costose e devono imparare a lavorare. Insomma
la crisi ci insegna a vivere secondo le nostre
possibilità reali e non con prestiti!».
Ci separa un breve tratto di mare: cosa
vorrebbe comunicare ancora ai suoi fratelli brindisini?
«Più volte ho espresso il desiderio di una
specie di gemellaggio con la diocesi di Brindisi. Noi abbiamo bisogno di essere sostenuti
nella fede cattolica vivendo dentro un contesto non cattolico. Per es. la nostra Arcidiocesi
possiede in un villaggio vicino al mare (Mesogghi), una bella struttura per campi estivi
(ma anche invernali) per ragazzi e giovani.
Durante l’estate potremmo ospitare giovani
o ragazzi per campi scuola. Così essi potrebbero conoscere la realtà di una piccola chiesa cattolica minoritaria, incontrare i nostri
giovani a dire loro che è bello essere cattolici. Conoscere un po’ il mondo ortodosso così
differente da quello cattolico. Insomma non
bisogna che si realizzi anche per le due nostre chiese locali il proverbio: “Tra il dire e il
fare c’è di mezzo il mare”. No, c’è di mezzo la
solidarietà nella fede comune e l’amore cristiano».
Angelo Sconosciuto
15 marzo 2012
Parrocchie & Associazioni
7
azIone cattolica Il prof. Michele Illiceto relatore all’Assemblea diocesana del 18 febbraio
La cura dell’interiorità a servizio della vita
È
sempre una festa quando tutta l’AC si ritrova: mani
che si intrecciano, sorrisi donati e ricevuti, cuore aperto e sguardo che si spinge un po’ più in là. E
sabato 18 febbraio 2012 ad aiutare l’assemblea diocesana
dell’Azione Cattolica di Brindisi-Ostuni a fare quel salto
nell’oltre ci ha pensato il prof. Michele Illiceto, docente di
storia e filosofia presso il liceo classico di Manfredonia e il
seminario maggiore di Molfetta. Il tema dell’assemblea “Se
mi guardo dentro vedo fuori- la cura dell’interiorità a servizio della vita” era un tema carico di significati spontanei,
ma anche di tanti preziosi risvolti nascosti. Il prof Illiceto
ha saputo essere minatore attento alla scoperta di queste
piccole vene di oro puro che abitano ciascuno di noi. Ha
parlato di Spiritualità come luce nella notte, una notte fatta dei deliri di onnipotenza del mondo e della sua assenza
di speranza; una luce che è puro desiderio di incontro con
il Signore, che non si può tacere, ma che ha pienamente
senso se condiviso con chi attraversa le nostre strade ogni
giorno. Ma non è semplice far sì che questa apertura ci
trovi forti e saldi, abbiamo bisogno di un luogo di “gestazione”, che ci nutra e ci permetta di vivere nel mondo con
convinzione e differenza significativa. Guardarsi dentro
per poter contribuire a rifare coraggiosamente l’uomo, a
colmare quel vuoto pieno di inutilità, che oggi caratterizza
il nostro quotidiano e le nostre scelte di vita. Rifare l’uomo
dal di dentro, senza dimenticare che il dentro ed il fuori
sono in perenne contatto e da questo contatto si può volgere lo sguardo verso l’oltre, luogo dell’alterità e del passaggio. Rifare l’uomo presuppone comunque una sua ricerca
appassionata ed una cura sincera perché si creino relazio-
ni significative. Imprescindibile resta la ricerca di se stessi,
una ricerca interiore che ci fa inciampare in Chi da sempre
ci cerca: Dio. L’interiorità rappresenta proprio questo scoprire Dio dentro ciascuno di noi e riscoprirsi così in Dio.
ACR A Tuturano una grande festa interparrocchiale
Se anche i ragazzi chiedono pace
E
rano un centinaio gli acierrini di quattro parrocchie brindisine che, nella mattinata
di domenica 29 gennaio, sono stati
accolti con aria festosa dalla parrocchia Maria S.S. Addolorata di
Tuturano, in occasione della “Festa
della Pace”, l’annuale appuntamento promosso dall’Azione Cattolica
Italiana in tutto il Paese. Una gioiosa festa interparrocchiale che
ha coinvolto, oltre alla parrocchia
ospitante, anche quelle di quattro
rioni della città: la parrocchia San
Nicola del quartiere Paradiso, la
parrocchia San Giustino de Jacobis
del quartiere Bozzano, la parrocchia della Cattedrale e la parrocchia San Lorenzo da Brindisi del
rione Sant’Elia.
Quest’anno è toccato a Tuturano spalancare le porte della Casa
di Dio per condividere, assieme ai
suo fratelli, un momento di profonda riflessione, dialogo e confronto
sul tema della Pace che, come consuetudine, si fonda sul tradizionale
messaggio annuale rivolto dal Santo
Padre il 1° gennaio in occasione della Giornata Mondiale della Pace. “Il
mondo ha bisogno di pace come e più
del pane” ha ricordato Papa Benedetto XVI durante l’Angelus il 1° gennaio
scorso in Piazza San Pietro, gremita
di gente, sottolineando la necessità e
l’importanza di una educazione globale alla pace, a partire dai giovani
che “guardano con apprensione al
futuro”, ricordando loro “la pazienza
e la costanza di ricercare la giustizia
e la pace e coltivare ciò che è retto e
vero”. Il Pontefice pone l’accento, in
una chiave di lettura educativa, sulla
giustizia e sulla legalità, vie maestre
per la pace, intese appunto come rispetto delle regole più importanti ed
essenziali per la convivenza pacifica
tra le persone.
Dopo l’accoglienza alle ore 9.30
presso piazza Mercato, gli acierrini
delle parrocchie di Brindisi, muniti di bandierine colorate sventolanti
che recavano un messaggio personale sulla Pace e accompagnati dai loro
educatori, si sono recati in corteo nel
cortile retrostante la parrocchia S.S.
Addolorata dando inizio al primo
gioco, preparato e animato dagli educatori di Tuturano. La festa è andata
avanti con la celebrazione eucaristica delle ore 10.00 presieduta dal parroco don Francesco Funaro. Prima
dell’ingresso in chiesa, gli acierrini
hanno infilzato le bandierine colorate
in una montagna di polistirolo che ha
ricordato lo slogan e il simbolo 2012
dell’Azione Cattolica: “Punta in alto”
e la “montagna”, quest’ultima l’obiettivo da raggiungere al termine di questo anno associativo, il lungo sentiero
che consentirà di perseguire la vetta,
Gesù, e quindi la Pace interiore. Al
termine della Santa messa, bambini, giovanissimi ed educatori si sono
trasferiti nella scuola elementare “E.
De Amicis” per l’inizio dei giochi di
gruppo. Divisi in fasce d’età, si sono
distribuiti in tre zone esterne all’edificio scolastico, ogni zona dedicata
ad attività ludiche improntate allo
spirito della Pace. Gli acierrini dai sei
agli otto anni hanno occupato la palestra, quelli dai nove agli undici hanno
giocato nel cortile antistante la scuola, i più grandi, quelli dai dodici ai 14
anni, nello spazio scoperto a ridosso
della palestra.
Non sono mancate l’animazione con
musica e il momento di ristoro. Durante la festa, giovani e adulti hanno
potuto degustare dolci preparati dagli educatori tuturanesi e sorseggiare
bevande calde. Tutto questo sotto la
supervisione di don Francesco Funaro e don Adriano Miglietta, parroco
della cattedrale di Brindisi, che ha
raggiunto la frazione dopo la celebrazione della messa domenicale nella
sua parrocchia.
Mino Semeraro
L’uomo dello Spirito è quell’uomo che sa riconoscere che
la sua forza è il Signore, che lo ha aiutato a trovarsi e che lo
aiuterà a donarsi. Infatti, ciò che il Signore riporta in luce
non ci appartiene più, ma ha senso solo se ne facciamo
dono agli altri: alla famiglia ed alla società, a chi è vicino,
ma anche a chi tanto vicino non è. Bisogna servire l’uomo
cercando la giustizia prima che la carità, indignandoci per
tutto ciò che svuota di senso e riempie di non senso le strade del mondo. A conclusione del suo intervento il professore ci ha lasciato una grammatica dell’interiorità fatta di
silenzio, ascolto, distacco e discernimento. Silenzio come
gestazione di un amore che continua fino alla fine, anche
se non compreso, e che trova nell’interiorità il punto zero,
dove Dio scrive le sue cifre. Ascolto per preparare il terreno del cuore ad accogliere il seme della Parola. Distacco
perché l’uomo interiore è quello che non si lascia dominare dalle cose, ma le vive nella giusta misura. Discernimento che permette di capire e di capirsi e che ci consente di
creare ponti e far risplendere arcobaleni nella nostra vita.
La ricerca di se stessi non per se stessi ma per divenire strumento del Signore ben si è incarnata nella successiva testimonianza di Maria Annunziata Spagnolo, già responsabile
diocesana ACR, missionaria in Brasile e nei propositi dei
giovanissimi e dei ragazzi dell’ACR presenti in assemblea.
Le parole conclusive del Padre Arcivescovo hanno accompagnato il nostro ritorno a casa, pieno di voglia di cercarsi,
per trovarsi e donarsi perché l’oltre solo immaginato trovi
compimento.
Tita Saponaro
Gli scout della zona
Messapia ad Ostuni
D
omenica 26 febbraio si è svolto il “Thinking
Day2012” della zona Messapia, che riunisce la
maggior parte degli scout provenienti dalle provincie di Brindisi, Lecce e Taranto.
Lo scopo di tale manifestazione è quello di sensibilizzare i giovani su tematiche di interesse mondiale, in particolare problemi che affliggono il pianeta. Da tre anni il
“Thinking Day” è incentrato sul tema della salvaguardia
ambientale, nonché sul problema dell’inquinamento e
della diminuzione delle risorse.
Il motto di quest’anno è appunto “ raccogliamo e condividiamo i semi del cambiamento” che succede ai motti del precedenti due anni quali, “piantato il seme del
cambiamento” del 2010 e “facciamo crescere il seme del
cambiamento” del 2011.
Per gli scout questo giorno ha anche un altro significato: infatti il “Thinking Day” viene svolto generalmente in
prossimità della data del compleanno di Robert BadenPowell, fondatore dello scoutismo.
A Ostuni quindi si sono ritrovati ben 700 scout provenienti dai gruppi Brindisi 1, Brindisi 2, Ceglie 1, Francavilla 1, Locorotondo 1, Manduria 1, Maruggio 1, Mesagne
1, Mesagne 2, Ostuni 1, Sava 1, Sava 2 e Veglie 1.
È stato un momento di festa fra questi gruppi, i quali hanno organizzato diverse attività basate sul corrente tema, quali realizzazioni di giochi, che interessavano
maggiormente la branca dei lupetti e degli E/G, e video
reportage, svolti invece dalla branca Clan/Fuoco.
Angelo Russo
8
Parrocchie & Associazioni
15 marzo 2012
uciim Convegno pubblico con il prof. Michele Illiceto organizzato dal gruppo di Ostuni
Scuola e famiglia di fronte alle nuove sfide educative
N
ell’ambito delle iniziative di formazione rivolte ai docenti, alle famiglie
ed al territorio, la sezione di Ostuni
dell’UCIIM, unione cattolica italiana insegnanti medi, ha tenuto mercoledì 29 febbraio
l’incontro su Scuola e famiglia di fronte alle
nuove sfide educative. Relatore il prof. Michele Illiceto,docente di filosofia al liceo scientifico di Manfredonia e di teologia e filosofia
alla facoltà teologica di Molfetta.
All’incontro hanno partecipato docenti,
genitori, rappresentanti delle istituzioni e di
comunità educanti, sacerdoti ed il nostro Arcivescovo.
Il dibattito sulla funzione della scuola e le
interazioni di essa con le altre agenzie educative e formative, essenzialmente la famiglia,
può essere condotto con tagli e sfaccettature
diverse, a seconda di quale dei protagonisti
si voglia mettere al centro dell’attenzione.
Originale, a tratti emotivamente molto coinvolgente in alcuni passaggi, destando qualche interrogativo sulla “fattibilità” del suo progetto di scuola, è stato l’intervento del prof. Illiceto. Persona ricca di una
forte e significativa esperienza spirituale e umana di formazione cristiana, ha suscitato nelle persone presenti una empatia non comune, leggendo la situazione di grave crisi che
attraversa il nostro tempo, quindi la scuola e la famiglia,e al
contempo prospettando speranze e modalità con cui tentare
di gestirla e non di “farsi sprofondare” da essa.
Partendo da alcuni interrogativi il relatore ha puntualizzato,
offrendo validi spunti di riflessione, alcuni concetti-chiave.
Quali sono le sfide educative del nostro tempo?
Come adulti dobbiamo stare, capire e gestire il cambiamento in atto nella nostra società, scegliendo metodi edu-
di l’educatore ha come primo obiettivo far
nascere le passioni verso lo studio, l’impegno
sociale e civile, l’attenzione all’altro.
Scuola e famiglia come si pongono di fronte
a queste sfide?
Entrambe nella loro specificità, devono concorrere a formare nel giovane una identità
aperta e non chiusa, fondata sui valori e sulle
virtù e non sugli stereotipi;
L’educatore non è amico, è Compagno di
viaggio dell’adolescente, quindi una presenza-assente che crea intorno ad esso un alone
di sicurezza: è una presenza autorevole e costante;
Aiutare i giovani a scoprire tutte le loro potenzialità, suscitando ed incrementando la
loro autostima, attraverso un dialogo fondato
sulla attenzione e significazione dei messaggi.
In un secondo momento il prof. Illiceto ha
L’intervento dell’Arcivescovo evidenziato alcune specificità:
- della famiglia: la Sponsalità, Genitorialità,
cativi nuovi e adeguati al tempo che i nostri giovani stanno Figliolanza e Fraternità.
vivendo;
- della Scuola: Comunità educante, Luogo di socializzazioLa crisi non coinvolge solo gli adolescenti, ma anche gli ne, Luogo di cultura e non solo di saperi.
adulti che devono aiutarli a formarsi: è opportuno impostaIn conclusione l’educazione per essere incisiva ed efficace
re un metodo educativo, che sappia coniugare tre verbi: cer- deve essere graduale, armonica e integrale.
carsi, trovarsi e donarsi.
Oggi è più che mai necessario riscoprire e realizzare una
Cosa vuol dire educare oggi?
educazione al vero, al bello e al bene.
Innanzitutto convincersi che educazione è viaggio nell’uoÈ una sfida che la comunità locale può far propria, mettenmo, quindi sforzarsi come adulti e insegnanti di passare da do in atto strategie e operosità individuali e collettive, così
un ruolo di “Trasmissione” a uno di “Comunicazione”, fa- come ci ha invitati il nostro Arcivescovo e il Sindaco nel loro
cendolo con strumenti nuovi e utilizzando l’ironia, la poesia intervento conclusivo.
e l’ascolto continuo e infaticabile.
Maristella Greco
Viviamo una situazione di “analfabetismo affettivo” , quin-
scuola cattolica Singolare esperienza di un gruppo di mamme
Il gruppo di preghiera “Sorelle Faioli”
G
razie all’entusiasmo sempre giovane di Monsignor
Angelo Catarozzolo il 27 ottobre 2011, nella chiesetta
del “SS.Crocifisso” parrocchia di Mater Domini di Mesagne,
si è tenuto il primo incontro di preghiera “sorelle faioli”.
Questo evento è diventato, per noi mamme dei bambini che frequentano la Scuola dell’Infanzia “SS. Crocifisso”,
occasione propizia per conoscere più da vicino le Serve
di Dio Teresa, Cecilia e Antonia Faioli, Educatrici-Fondatrici delle Suore dell’Immacolata di S.Chiara. Questa Congregazione ha portato a Mesagne una piccola comunità
di suore:suor Bernarda Arduini, coordinatrice scolastica,
suor M. Giovita Concepcion, suor Cecilia Cagande e suor
Maria Rosaria Mazzara che seguono quotidianamente un
gruppo di 30 bambini offrendo loro, oltre ad una eccellente preparazione didattica a passo con i tempi, anche
un ambiente cristiano dove poter crescere serenamente i
bambini con passione e grande cura. Il centro propulsore
di ogni iniziativa di questo Istituto è la presenza viva del
Signore nella Sua Parola e nei Sacramenti, corroborata
dalla preghiera costante e silenziosa.
Tutto questo ha avuto inizio nel lontano 1721 quando le
tre sorelle ancora molto piccole sentono una prima chiamata, probabilmente alla morte della mamma Marta Terroni, che aveva lasciato al marito ed ai sei figli un’eredità
ricca e feconda. Saranno queste le basi che devono aver
favorito quella straordinaria assunzione di responsabilità.
Neppure va tralasciata la loro forza interiore che, specialmente a partire da quella tragica esperienza, è divenuta
palestra di solidarietà, generosità e condivisione. Se pochi
anni più tardi Teresa, Cecilia ed Antonia potranno rivelarsi capaci di accogliere altre ragazze che le stimavano,ciò
poteva voler dire che le loro personalità ben delineate
avevano superato la prova, cogliendo nella vita impegnativa della quotidianità gli stimoli per una crescita umana
e cristiana considerevole. La conduzione di una vita familiare ordinaria, hanno sistematicamente forgiato le tre
sorelle al sacrificio gioioso di chi sa che la vita così spesa
promette un fine pieno di speranza e di immortalità.
La Missione Popolare organizzata ad Anticoli, provincia
di Frosinone, nel giugno del 1741 portò benefici effetti
non solo nelle tre sorelle: la forza della Parola di Dio seminata da Don Tommaso Struzzieri, futuro Passionista e
principale collaboratore di S. Paolo della Croce a fare in
modo che le tre sorelle si sentissero “chiamate da Dio”
per un progetto del tutto singolare. Esse opteranno per
una unica scelta: quella di donarsi totalmente a Dio per
la vita nella preghiera. La Provvidenza non farà mancare
loro la forza ed il “necessario “; furono presto seguite da
altre ragazze che andavano a pregare con loro. Sentirono allora il dovere di istruirle meglio nella religione sotto
forma di catechismo e pratiche di pietà. Da qui nacque
“come una scuola”, ovviamente diversa da quelle attuali
ma originalissima perché nata da una richiesta spontanea
delle allieve attratte dalla luminosa esemplarità di quelle
tre sorelle liberamente scelte come maestre di vita. Dopo
sei anni la casa delle sorelle Faioli si trasformò progressivamente nel “Conservatorio di Anticoli”, ricevendo le convinte approvazioni delle Autorità religiose e civili. Quella
originalissima “scuola nata dal basso”, divenne esempio
luminoso di donazione totale a Dio attraverso l’educazione e la cultura indirizzate ai poveri che, diversamente,
mai avrebbero potuto conoscere ed assimilarne i contenuti.
Sorsero così le Suore dell’Immacolata di S. Chiara.
Il 6 Febbraio 1987 la Congregazione per la causa dei
Santi ha dato il “nulla osta” per l’inizio del processo di Beatificazione delle Serve di Dio. La fase diocesana del processo si è conclusa il 1° luglio e gli atti sono ormai allo
studio della Congregazione stessa. Voglia Iddio consentire di giungere alla conclusione che è nei voti di tutti:la
glorificazione delle Serve di Dio Teresa, Cecilia e Antonia
Faioli.
Oggi le Suore Faioline hanno esteso le loro radici in molti istituti in Italia,Brasile e nelle Filippine. E pertanto noi
mamme, volendo dare un piccolo contributo per il molto ricevuto, per l’esempio e per il sacrificio di queste tre
sorelle attraverso l’operato della comunità del “SS.Crocifisso”, abbiamo avuto l’idea di realizzare con le nostre
modeste capacità un fascicolo contenente un fumetto di
poche pagine dal titolo: tre sorelle un solo amore con lo
scopo di far conoscere questa stupenda storia, offrendolo
alle Comunità Parrocchiali mesagnesi e a quanti sentono
ancora, ai giorni nostri, l’entusiasmo ad “Educare alla vita
buona del Vangelo” con sana capacità di guardare avanti,
mettendo le loro fresche energie e tutta la loro vita a servizio di Dio e dei fratelli.
Carissime Sorelle Faioli,”insegnateci un atteggiamento positivo, volto a costruire più che a rivendicare. Insegnate ancora,
brave educatrici. Insegnate ancora. Grazie!
Le mamme
Ostuni. Iniziative
ai Santi Medici
Le mamme in attesa insieme al parroco don Paolo Zofra
L
a Comunità Parrocchiale del Santuario
SS. Medici Cosma e
Damiano di Ostuni, ha vissuto, domenica 5 febbraio,
Giornata della vita, durante la celebrazione della S.
Messa delle ore 10,30 il rito
della Benedizione delle
mamme in attesa di un
figlio.
Aspettare un bambino è
una gioia infinita, ha affermato il Parroco don Paolo
Zofra, ma per molte donne è anche un motivo di
angoscia: c’è chi teme per
l’esito della gravidanza, chi
attende trepidante degli
esami, chi – e sono tante –
spera da anni di diventare
madre. Un’iniziativa che
l’anno scorso ha subito
raccolto un inatteso consenso.
Tutto è cominciato con
l’idea di mettere sotto la
protezione del Signore i
piccoli che vengono alla
luce nel grembo materno.
Io credo nel valore del-
le benedizioni. Credo sia
importante avere un’attenzione da parte nostra
per la maternità. È un bel
modo per aiutare le madri che decidono di avere
un figlio, mettendole nella condizione di sentire la
presenza, la protezione e il
ben volere di Dio attraverso la Chiesa.
“Niente alcol, nè droghe.
No allo sballo ma sì al
ballo”, invece, è lo slogan
di un’altra iniziativa svoltasi nel salone parrocchiale l’ultima domenica di
carnevale, animata dai deejay di Rcb. L’inziativa, alla
quale hanno preso parte
oltre 200 ragazzi, ha avuto lo scopo di promuovere
«momenti di incontro, aggregazione e divertimento con la musica e il ballo,
senza alimentare la cultura
dell’eccesso e dello sballo,
per sviluppare nei giovani
un senso critico alla scelta
e la gioia di divertirsi stando insieme».
in Breve
brindisi
Cambio al vertice della Forza da Sbarco
(Comforsbarc) della Marina Militare. Lunedì 6 febbraio, nella sede operativa del
Reggimento ‘San Marcò, a Brindisi, c’è
stato il passaggio di consegne tra il contrammiraglio Eduardo Serra (cedente)
e il contrammiraglio Pasquale Guerra
(subentrante). Alla cerimonia, nella caserma ‘Carlottò, ha partecipato l’ammiraglio di Squadra Luigi Binelli Mantelli,
comandante in Capo della Squadra navale, che da marzo ha assunto l’incarico
di capo di Stato Maggiore della Marina
militarei.
ostuni
Il Consiglio comunale di Ostuni, nella
seduta del 2 marzo,
a maggioranza, ha
approvato l’istituzione e il regolamento sull’imposta
di soggiorno nel
Comune di Ostuni.
Dalla prossima stagione sarà quindi
istituita la “Ostuni Card”, carta dei servizi da offrire a chi soggiorna nella nostra
città, che consentirà di beneficiare di
una serie di sconti ed agevolazioni nella
utilizzazione e fruizione delle strutture
comunali (accesso al museo, teatro, piscina comunale etc) e nell’acquisto dei
beni e servizi offerti dai privati che si
convenzioneranno.
rigassificatore
Dopo undici anni di attesa per le autorizzazioni British Gas ha deciso di abbandonare il progetto del rigassificatore
di Brindisi. L’Amministratore Delegato di
British Gas Italia, Luca Manzella, con un
articolo su Il Sole 24 Ore ha annunciato
di aver chiesto la mobilità per i venti dipendenti e che, nonostante i 250 milioni di euro già investiti, «la casa madre
delusa e scoraggiata dall’infinto braccio
di ferro con le autorità italiane ha deciso di riconsiderare dalle fondamenta
la fattibilità dell’investimento». Dal 6
marzo tutte le attività dell’azienda inglese sono infatti chiuse. Alla base della
decisione c’è l’interminabile iter di autorizzazioni: la prima richiesta è infatti
del 2001 a cui sono seguiti una serie di
ricorsi amministrativi locali mentre il
Governo centrale non convocava la conferenza dei servizi decisiva.
carceri
Al 31 gennaio scorso nelle undici carceri pugliesi c’erano 4.533 detenuti
rispetto a una capienza regolamentare di 2.463 posti,
con un sovraffollamento di 2.070 persone. In particolare,
nelle undici carceri
pugliesi (inclusa la sezione femminile
di Trani) sono detenuti 4.317 uomini (la
capienza è di 2.282) e 216 donne (181). I
detenuti totali in attesa del giudizio di
primo grado sono 1.129 (su complessivi
1.876 imputati) mentre quelli condannati a pene definitive sono 2.649, esclusi
gli internati. Nel penitenziario di Brindisi i i detenuti al 31 gennaio erano 214
(la capienza regolamentare è di 147); a
Lecce 1.399 (680).
ulivi patrimonio unesco
L’Amministrazione comunale di Ostuni
ha deliberato che un gruppo di lavoro
composto da esperti rediga tutta la documentazione necessaria affinché il paesaggio degli olivi millenari possa candidarsi a far parte della lista propositiva
per l’avvio del procedimento di candidatura del sito per il riconoscimento
da parte dell’Unesco come “patrimonio
mondiale dell’umanità”.
9
Attualità & Territorio
15 marzo 2012
il ricordo Nei suoi testi una lettura sapienziale della vita
Lucio Dalla, il poeta che cantava
“L
e volpi con le code incendiate non
parlano ma gridano pazze/ fra gli
alberi per il dolore”.
Era vero. È vero. Il dolore non si può dire a
parole, non è più né poesia né canzone, né
retorica. Se mai solo la condivisione può
avvicinarsi all’ustionante dimensione della
sofferenza, per sentire insieme. Altrimenti
è inutile. Con un’eccezione: quei due versi
di Roberto Roversi cantati da Lucio Dalla in
un disco che finché il sole splenderà rimarrà
uno dei più importanti della musica e della
poesia italiana del Novecento, “Anidride solforosa”. Adesso che Lucio Dalla se ne è andato all’improvviso, mancando di 3 giorni l’ormai famoso 4 marzo (per via di una canzone
eseguita all’odioso-amato Sanremo), quando
avrebbe compiuto 69 anni, ci si rende conto
che le sue “canzonette”, soprattutto quelle
scritte insieme a Roversi tra il 1974 e il 1977,
hanno fatto anche un pezzo di storia della
letteratura contemporanea. Perché se è vero
che finalmente le antologie letterarie si stanno adeguando inserendo le poesie, perché di
poesie si tratta, di Cohen, Dylan, Brel, Brassens, De Andrè, Lennon, McCartney e altri,
è altrettanto vero che in quell’irripetibile
periodo sono apparse alcune tra le più belle
canzoni d’autore: per rimanere a Dalla e Roversi, “Tu parlavi una lingua meravigliosa” (e
si guardi alla semplice e spoglia bellezza dei
titoli), da cui abbiamo tratto i versi iniziali, la
stessa “Anidride solforosa”, e poi “L’auto targata TO” o “L’operaio Gerolamo”.
Cinquant’anni di carriera piena, dal jazz dei
primordi con gli Idoli e i Flippers alle canzoni più vicine all’impostazione dei suoi idoli
(Ray Charles e James Brown), come “Paff...
bum!” e “Questa sera come sempre”, alla
semplicità, che non vuol dire minor impegno
artistico, de “Il gigante e la bambina” (una
canzone in cui si parlava della pedofilia) e
“Piazza Grande” (con protagonista un senza
tetto), o “La casa in riva al mare” (la storia di
un carcerato), il periodo della denuncia sociale con Roversi e poi il ritorno a una concezione più popolare della canzone, ed ecco
il tour con De Gregori, “Bugie”, “DallAmericaCaruso” e tanti altri successi, oltre che vere
e proprie “spedizioni di confine”, nella lirica,
nel teatro e nel cinema.
Ma di lui rimane anche un’altra lezione: la
sua indipendenza. Attaccava lo sfruttamento e la violenza del sistema senza mai essersi
dichiarato marxista, e questo, ai suoi tempi,
era un’eresia, a sinistra. È riuscito a dare voce
a mendicanti, operai morti sul lavoro, pazzi,
emarginati senza fare propaganda di partito,
ma anzi, affermando sempre la sua identità
di cattolico. E questo nel mondo della cultura non era una passeggiata: erano i tempi
in cui si faceva a gara nel dichiararsi più a
sinistra di chi stava a sinistra del Pci e nello
sventolare un brillante, intelligente, ipercritico materialismo ateo.
Dalla non ha mai voluto sentir parlare di
conversione, perché lui cristiano ci si è sempre sentito. Non è tanto per la sua partecipazione ad appuntamenti ufficiali, come
“La notte dell’Agorà” o per alcuni testi chia-
Secondo l’Auser gli anziani italiani
sono sempre più soli e più poveri
G
li anziani in Italia - che
è il Paese “più vecchio
d’Europa” – saranno sempre più a rischio povertà,
per il peso della crisi e gli
effetti delle manovre correttive del vecchio e nuovo
governo. Aumenteranno
fino al 5% le spese per abitazione e
consumi energetici, mentre le manovre governative avranno un peso
di circa 3.000 euro annui a famiglia.
Con l’introduzione dell’Imu (Imposta
municipale unica) sulla casa i più
colpiti saranno gli anziani soli. La
povertà incide sul 13% degli anziani,
mentre il 5,5% vive in condizioni di
povertà assoluta, soprattutto al Sud.
I pensionati poveri sono
2,3 milioni, “una cifra destinata a crescere”. Sono
alcuni dati che emergono
dalla seconda indagine
nazionale sulla condizione sociale degli anziani,
presentata il 22 febbraio a
Roma dall’Auser.
Gli anziani, secondo l’Auser, sono
“doppiamente colpiti dalle manovre
correttive”, perché da un lato contribuiscono, quali ammortizzatori sociali, al reddito delle generazioni più
giovani. dall’altro, sono considerati i
“soggetti privilegiati” sui quali poter
applicare riduzioni della spesa pubblica.
Norma sulla cittadinanza agli stranieri
Centomila firme per cambiarla
O
biettivo raggiunto e superato
per la Campagna “L’Italia sono
anch’io”: sono state raccolte oltre
100.000 firme, il doppio delle 50.000
firme necessarie per le due proposte
di legge di iniziativa popolare per
cambiare la normativa sulla cittadinanza ai figli di cittadini stranieri
(secondo il principio dello “ius soli”,
ossia è cittadino chi nasce in Italia) e
il diritto di voto alle elezioni amministrative per gli stranieri residenti. I
risultati sono stati presentati a Roma
durante una conferenza stampa, a
cui hanno partecipato anche rappresentanti di Caritas italiana, Fondazio-
ne Migrantes, Acli, Centro Astalli, tra
i promotori della Campagna insieme
a numerose altre organizzazioni.
«Ora faremo il possibile perché le
proposte vengano calendarizzate in
tempi rapidi”, afferma Oliviero Forti,
responsabile dell’area immigrazione
di Caritas italiana. Le Caritas diocesane, spiega Forti, «hanno dato un
enorme contributo nella raccolta di
firme sul territorio, facendo un ottimo lavoro. Questo dimostra che la
Chiesa, nelle sue diverse componenti
oggi presenti, ha fortemente a cuore
questo tema».
ramente riferiti a Dio, ad esempio “I.N.R.I”
o “Come il vento” (ma tanti anni prima, nei
Sessanta aveva cantato “Il cielo”), ma per
una impressionante, anticonformista presenza di immagini sacrificali nella sua musica e nei suoi testi, fossero essi viaggiatori
senza meta, uomini soli e apparentemente
privi di uno scopo nella vita, abbandonati da
tutto e da tutti.
Ha fatto più politica sociale (nel senso nobile del termine) lui che tutti i partiti dell’arco costituzionale, perché milioni di persone,
giovanissimi e attempati padri di famiglia
hanno amato – e talvolta capito – le ragioni
dei clochard, dei carcerati, dei solitari, degli
sfruttati e degli emarginati.
Valga per questo nostro ultimo saluto quello che Roversi scrisse sulle note di “Anidride solforosa”: “Io ti segno a dito e tu segna
pure me: sono felice”. Nonostante la tristezza
dell’addio, rimane la felicità di quella lunga
stagione in cui bellezza e autenticità hanno
camminato insieme. Grazie per questo.
Marco Testi
autobiografia Alla libreria Paoline
Narrare per vivere
...vivere per narrare
L’
uomo, lungo il cammino, vive la sua
storia nel tempo ricca di
esperienze, ricordi, emozioni, al quale si contrappongono ansie, paure e
aspettative disattese. Ed
è proprio grazie alla narrazione, che a volte gli
individui riescono ad elaborare tali delusioni ed
eventi incomprensibili per
trasformarli in poesia. La
narrazione è un viaggio
formativo di retrospezione, di rinascita, che conferisce senso e significato
alla nostra esistenza, e ci
dona la forza necessaria
per condividere il proprio
percorso con gli altri.
Da questa riflessione
prende vita l’iniziativa
promossa dall’Associazione ARIMP, denominata
“L’autobiografia: narrare
per vivere….vivere per
narrare”.
«Il seminario in programma per sabato 24 marzo
alle ore 17, presso la libreria Paoline di Brindisi, dichiara la Dott.ssa
Silvia Errico, Presidente
dell’ARIMP, nasce con
l’obiettivo di riscoprire il
valore della narrazione,
per comprendere quel filo
rosso che lega e da significato a tutti gli avvenimenti della nostra vita».
Al dibattito parteciperà Ia
dott.ssa Concetta Brandi,
psicologa e psicoterapeuta, Presidente dell’Aspic
sezione di Brindisi, che
illustrerà la narrazione
come strumento per prendersi cura di sé, all’interno
del percorso terapeutico;
Don Maurizio Caliandro,
Parroco e Docente di Religione, che si soffermerà
sull’importanza del valore formativo tramandato
dalla storia del popolo di
Israele.
A concludere il seminario
saranno le immagini e le
poesie del libro “ a Pella
Nuda” di Giovanna Tramonte, come testimonianza diretta di una scelta coraggiosa e consapevole di
una donna, che condivide
con il mondo ed esprime in parole, il proprio
percorso esistenziale e la
propria intimità.
Per qualsiasi informazione relativa al seminario,
[email protected].
10
Giovani Talenti
15 marzo 2012
l’intervista Incontro con Daniela Pedali, giovane cantante originaria di San Donaci
«La mia voce “nera” nata nel coro parrocchiale»
C
ontinuiamo a conoscere i giovani talenti del nostro
territorio e diamo spazio, in questo numero, ad una
giovane cantante originaria di San Donaci, Daniela
Pedali, uno dei volti emergenti nel panorama della musica
italiana. Classe 1978, si appassiona alla musica sin dall’infanzia, e coltiva questa inclinazione entrando nel coro parrocchiale della Chiesa madre. Ascolta tanta musica italiana
in particolare black music, soul e rithm&blues e le sue interpreti preferite sono Whitney Houston e Mariah Carey.
Finiti gli studi, decide di intraprendere la carriera artistica
dapprima esibendosi in svariati locali e discoteche pugliesi,
poi iscrivendosi a numerosi festival canori e vincendo diverse manifestazioni.
Viene apprezzata da Angelo Valsiglio, noto produttore e
compositore di numerose artiste quali Raffaella Carrà, Laura Pausini e Anna Oxa, il quale la aiuta a frequentare alcuni
studi di registrazione dove Daniela acquisisce la tecnica di
respirazione, perfeziona il suo modo di cantare definendo al
meglio il genere a lei più congeniale.
Nel 2001 esce il suo primo album “Libera” e partecipa al
Festival di Sanremo nel 2003 con il brano “Vorrei” per la categoria giovani mostrando le sue capacità vocali soul, notate da importanti discografici latino-americani. Si esibisce al
Madison Square Garden di New York e all’America Air Lines
Arena di Miami.
Raggiungendo i vertici della classifiche anche in America
Latina, nel 2003, esce il suo nuovo cd pieno di virtuosismi vocali che dimostra la sua interpretazione vocale ed interpretativa. Scelta come unica artista italiana per un progetto di
pace che vede coinvolti diversi artisti su scala internazionale,
incide con loro il brano “Mai più la guerra” tratto dalla preghiera di Giovanni Paolo II, davanti al quale Daniela canterà
in Piazza San Pietro. Negli anni successivi incide numerose
canzoni e dopo un tour in Danimarca, Russia e Ucraina, esce
nel 2009, il suo quinto disco guadagnando il primo posto
nelle classifiche degli album, presentato anche alla Sala della
Musica di Bruxelles dove è ospite del Festival Internazionale della canzone italiana nel mondo, condotto da Antonella
Clerici. In occasione del Wind Music Awards 2010, viene premiata come Miglior Artista Emergente all’Arena di Verona.
La tua passione per la musica nasce sin da piccola. Che
ricordi hai di quegli anni, di quando hai iniziato a cantare nel coro della tua parrocchia?
«Ho cominciato a cantare da bambina, cantavo dappertutto,
a scuola, in macchina quando ero in giro con i miei, d’estate
quando tutti erano soliti sedersi fuori perché dentro casa era
troppo caldo. Mi piaceva organizzare dei veri e propri festival dove ognuno doveva cantare il suo brano preferito, ogni
occasione era quella giusta per farmi ascoltare. Ma il ricordo
più dolce è stato quando ho affrontato il primo provino della
mia vita, ed è stato in una chiesetta, quella di San Vincenzo,
nel mio paese a San Donaci. Avrò avuto circa 8 anni e volevo
zi a migliaia di persone e soprattutto dinanzi a lui, il Papa,
credo di poter dire che sia stato uno dei ricordi più belli della mia vita, non ci sono parole per descrivere l’emozione di
quel momento, posso solo dire che mi sono sentita parte di
una squadra molto speciale, la squadra “della pace” che aveva come allenatore un Santo come Papa Giovanni Paolo II».
Che idea di sei fatta frequentando il mondo artistico? È
possibile, in quel contesto, mantenere la propria essenza
e rimanere sempre se stessi?
«Il mondo artistico, come tutti gli altri ambienti, ha le sue regole e le sue caratteristiche. C’è sicuramente, e come è giusto che sia, una buona dose di ambizione, di valori e anche
di ipocrisie, ma credo che il mondo stesso sia un equilibrio
tra sfumature e che si debba essere se stessi in qualsiasi ambiente uno si ritrovi, uno può scegliere di essere sincero con
se stesso e con gli altri a prescindere dal contesto».
assolutamente entrare a far parte del coro dei bambini che
cantava per la messa della domenica mattina, ricordo di aver
cantato emozionantissima “Tu scendi dalle stelle”. Quando il
maestro che mi ascoltava decise che potevo far parte addirittura del gruppo delle “voci alte” tornai a casa piena di orgoglio e quella fu la mia prima grande emozione nella musica.
In seguito, anche da adolescente, ho continuato a cantare
nel coro della mia parrocchia Santa Maria Assunta, sono stati
anni bellissimi, eravamo un gruppo di ragazzi molto affiatati,
ci siamo divertiti tanto, eravamo contenti e onorati di avere
un impegno e una passione così».
Cosa rappresenta, per te, la musica?
«La musica per me è vita, amore, passione, sogno, dedizione,
sacrificio, emozione, privilegio. È tutto».
Ti sei esibita anche in piazza San Pietro alla presenza di
Giovanni Paolo II. Cosa hai provato in quella occasione?
«Quando mi hanno comunicato che ero stata scelta come
unica italiana ad interpretare una canzone per la pace con le
parole scritte da Papa Giovanni Paolo II e che sarebbe stata
interpretata da artisti di tutto il mondo, mi è mancato il respiro, e quando mi sono ritrovata a Piazza San Pietro dinan-
Tirando le somme della tua carriera: sei soddisfatta del
tuo percorso?
«Sì, perché chi ha la fortuna di incontrare o di trovare nella
propria vita, una passione o un sogno come quello che è stato, e che è per me la musica, è una persona fortunata Ecco
perché la musica, per me, è anche un privilegio,. Nello specifico, grazie al mio lavoro ho la fortuna di viaggiare tanto,
di conoscere mondi e culture differenti, di vivere esperienze uniche come quando mi sono esibita al Madison Square
Garden di New York, o quando ho cantato per il Papa. Ho
ricevuto numerosi riconoscimenti, ma la cosa più importante è aver avuto la possibilità di incontrare e conoscere tantissime persone che mi hanno lasciato un bagaglio di umanità
che non potrò mai dimenticare. Già per questo mi sento di
dire che le soddisfazioni sono maggiori delle sconfitte. Non
credo che possa ancora tirare le somme, se mi guardo indietro, mi rendo conto di aver fatto molto, ma se guardo avanti
mi sento di essere ancora all’inizio».
Progetti per il futuro?
«Proprio in questi giorni sto ultimando il lavoro di due anni
al mio nuovo album che sarà presto in uscita. Questo disco è
un viaggio nella musica e tra quelli che sono stati i più grandi artisti del secolo scorso, come i Beatles, i Rolling Stones,
Michael Jackson etc.. che farà conoscere un nuovo aspetto di
me come interprete, perché è una rivisitazione di brani importanti e un punto d’incontro tra il pop e il jazz. Infatti ho
avuto l’onore e il piacere di ospitare alcuni dei nomi tra i più
grandi musicisti jazz italiani conosciuti nel mondo, da Paolo
Fresu, Marco Tamburini alla tromba, Roberto Gatto alla batteria, Dado Moroni al pianoforte, Furio Di Castri al contrabbasso... Potrete trovare presto notizie a riguardo sul mio sito
www.danielapedali.com».
Daniela Negro
Speciale
12
15 marzo 2012
15 marzo 2012
Speciale
13
Non ci sono più dubbi: Gesù è un nostro contemporaneo
ruini Il cristianesimo è “storia della libertà”
riflessioni La prospettiva di fondo del nostro essere
Con e per noi nell’eterno presente di Dio
Cristo e la sua Chiesa, un unicum
«S
eparare Cristo dalla sua Chiesa è operazione
che conduce alla falsificazione sia dell’uno che
dell’altra». Così ha detto il card. Angelo Bagnasco, introducendo i lavori del convegno “Gesù nostro contemporaneo”, svoltosi a Roma dal 9 all’11 febbraio. «La storia del cristianesimo, pur con tutte le sue contraddizioni e i
suoi fallimenti è stata giustamente qualificata come storia
della libertà». Parole del card. Camillo Ruini, chiudendo
il medesimo convegno. Cristo e Chiesa, cristianesimo e
libertà sono due legami, che meritano di essere stabiliti e
approfonditi, perché la loro negazione è oggi più o meno
latente.
«Cristo senza la Chiesa – ha proseguito il card. Bagnasco
– è realtà facilmente manipolabile e presto deformata a seconda dei gusti personali, mentre la Chiesa senza Cristo si
riduce a struttura solo umana e in quanto tale struttura di
potere». Chi dice di credere in Cristo, ma non di credere la
Chiesa può facilmente costruirsi un’immagine molto soggettiva: Gesù sarebbe un maestro tra i tanti apparsi nella
storia dell’umanità, più uomo che Dio, avrebbe fatto i suoi
sbagli e, per questo, capirebbe i nostri. La sua missione
sarebbe stata quella di fare del bene, impegnandosi nelle
emergenze del suo tempo, così che oggi chi vuole seguirlo dovrebbe impegnarsi al punto da perdersi nel sociale.
E deformazioni simili ne esistono molte. Che cosa manca
a questo Gesù terreno? Tutto quello che gli viene dal suo
essere Dio. Egli è Maestro di una parola che, talvolta, non
esige compromessi. Egli è la piena e definitiva rivelazione
del Padre, al punto che chi vuole conoscere chi sia Dio realmente, deve passare attraverso di lui. Non solo. Egli è il
Salvatore, che è venuto a liberare l’uomo dalla vera malattia: quella del peccato.
Ora, l’immagine piena e vera di Gesù ci è consegnata dalla Chiesa, che custodisce le parole del Maestro, le parole di
coloro che hanno scritto del Maestro e le parole di coloro
che hanno interpretato le une e le altre. La verità di Gesù
e su Gesù è quella che appare dalla Scrittura e dalla Tradizione vivente, che nei secoli conserva, accresce e trasmette
la verità di Cristo. La Chiesa è custode dell’una e dell’altra,
ma non lo è come un guardiano del museo. La parola di
Cristo è viva ed efficace, interpella l’uomo e gli comunica
la salvezza, attraverso l’azione sacramentale della Chiesa.
Non è esagerato dire che, se Cristo fa continuamente vivere la sua Chiesa, la Chiesa rende vivo e operante il Cristo,
in quanto animata essa stessa dallo Spirito.
gesù e i poverI Le opzioni preferenziali del cristiano
L’importanza della gratuità
«L
o scandalo dei discepoli di ieri e di oggi
è non capire l’importanza della gratuità», sulla quale peraltro si fonda «il
rapporto tra Dio e gli uomini». Parlando di “Gesù
e i poveri”, Armand Puig Tarrech, docente di Nuovo Testamento presso la Facoltà teologica della
Catalogna, ha richiamato l’attenzione sul concetto
di povertà secondo Gesù Cristo. Egli «sfugge ogni
pauperismo - ha sottolineato - allargando la definizione di poveri». «La vita di Gesù - ha ricordato
- è percorsa da un rapporto costante con i poveri,
che spesso hanno il volto dei malati, nel corpo e
nello spirito». I poveri, insomma, «sono i bisognosi», qualunque sia la natura del loro bisogno.
Certo, «il discepolo non può fare a meno dell’elemosina, come atto di compassione»; una generosità, ha richiamato Puig Tarrech portando l’esempio evangelico dell’obolo della vedova, che «non
va collegata con la ricchezza, con la possibilità di
dare, ma con la gratuità, con la volontà di dare ciò
che si ha». Per il discepolo, infine, amore per Dio
e per i poveri non devono avere una gerarchia, «la
vicinanza ai poveri si basa proprio sul primato di
Dio» e «mettendo l’amore per il prossimo accanto
all’amore di Dio», ha concluso, «il primato di Dio
non viene sminuito».
Ricordare «il vero significato» dell’opzione prefe-
«G
esù rimarrà sempre nostro
contemporaneo,
perché vive con noi e
per noi nell’eterno presente di Dio».
Con queste parole il card. Camillo
Ruini, presidente del Comitato Cei
per il progetto culturale, ha concluso
l’evento internazionale “Gesù nostro
contemporaneo” svoltosi a Roma dal
9 al 11 febbraio. «Affinché però anche noi viviamo da suoi contemporanei, con lui e per lui – ha proseguito
il cardinale esprimendo un auspicio
per il futuro - mi sembra necessario
che oggi la missione ritorni ad essere
quello che è stata all’inizio: una scelta
di vita che coinvolge l’intera comunità cristiana e ciascuno dei suoi membri, ciascuno naturalmente secondo
le condizioni concrete della sua esistenza. Se contribuirà a questo scopo,
il nostro evento avrà portato frutto».
Il Gesù storico e l’«autocoscienza»
di Gesù. Dopo un ampio excursus
sullo «stato attuale della ricerca sul
Gesù storico» il card. Ruini ha citato alcuni «aspetti salienti della figura
storica di Gesù di Nazaret»: le parole
e gli insegnamenti, «parole antiche e
nuove, ma uniche e attuali nella loro
sostanza anche dopo duemila anni»,
gli «atti di potenza», «segni» o «opere»
che Gesù ha compiuto, la cui «storicità sostanziale appare incontestabile e
la «questione decisiva della coscienza
che Gesù ha avuto di se stesso, del suo
rapporto con il Padre e della missione
che ne scaturiva», che «emerge anzitutto dalla sua preghiera, dalla chiamata dei discepoli e dal tipo di rapporto che egli ha instaurato con loro».
Storia paradossale ma efficace.
«Gran parte dell’evento è stata giustamente dedicata non a quanto è accaduto a Gesù in Palestina bensì alla
E la Chiesa senza Cristo? Si riduce a una struttura solo
umana, perché le manca quell’orizzonte soprannaturale,
che conferisce la misura e il giusto peso alla dimensione
umana. Senza Cristo ci si apre al potere, al carrierismo,
all’efficienza dei propri mezzi, ai programmi troppo umani
e, talvolta, al peccato. No: non è possibile separare Cristo
dalla Chiesa, come non si può separare la testa dal corpo
(cfr 1Cor 12,12).
Proprio perché Cristo è legato alla sua Chiesa, il cristianesimo è necessariamente una storia di libertà. La Chiesa
rende Cristo contemporaneo, rende efficace l’azione del
mistero pasquale, che continuamente rinnova l’esistenza,
conducendola verso la pienezza del bene. L’evento pasquale nel suo dinamismo di morte e risurrezione, di passaggio
dal vecchio alla condizione di colui che fa nuove tutte le
cose (cfr Ap 21,5), è la fonte di operosità del cristianesimo.
Dirige la storia, orientandola verso la crescita del genere
umano, realizzando un’autentica storia di libertà. Da quando il cristianesimo, nella pienezza del tempo della Pasqua,
ha cominciato il suo cammino molte cose nel mondo sono
cambiate in bene. È cresciuta, ad esempio, la concezione
della dignità della persona, che ha portato alla condanna
e all’abolizione della schiavitù; è cresciuta la sensibilità
verso il debole, così che associazioni laiche di solidarietà
vivono, in realtà, valori cristiani. Si ricordi ancora la cura
dei malati: per tanto tempo è stata svolta da organizzazioni religiose e, solo in un secondo momento, assunta
dalla comunità civile; questi e altri esempi documentano
che il cristianesimo ha aiutato l’umanità a migliorare se
stessa. Esempi che conducono a toccare quasi con mano
come «oggi – ha rilevato il card. Ruini – Gesù sia in realtà molto più presente nella vita e nella cultura di quanto
noi stessi siamo consapevoli». E la Pasqua non ha ancora
perso la sua efficacia! La presenza di Cristo nella storia e
l’incontro personale con lui, riconosciuto come il Maestro
e il Salvatore, che non cessa di educare e di salvare, sono
le condizioni per tendere ad una umanità nuova e piena.
Egli parla all’intelligenza e agisce nel cuore di ciascuno,
raggiungendo tutti gli uomini di buona volontà. Questo è il
Cristo annunciato dalla Chiesa e donato dal cristianesimo
nei secoli. Come è lontana l’immagine sfocata di un Gesù
che nulla esigerebbe, che mai rimprovererebbe, che tutto
accoglierebbe e in ogni scelta ci approverebbe! Lontana e
poco coinvolgente.
Marco Doldi
renziale per i poveri: significa «che la solidarietà
verso i poveri è la prima di altre forme di solidarietà» e «non esiste contraddizione tra l’opzione
preferenziale per i poveri e l’universalità del’amore
divino», ha aggiunto Mons. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano e membro della Pontificia Accademia di teologia.
Mons. Sanna ha centrato l’attenzione su tre diverse
accezioni della povertà. Dapprima la «povertà reale» che è drammatica in quanto coincide con «l’insignificanza sociale»: è «marginalità, esclusione,
non solo dal punto di vista economico, ma anche
per fattori culturali o sociali».
In secondo luogo la «povertà spirituale», che ha invece un valore positivo dal momento che è «fiducia
totale in Dio e nella sua provvidenza»; si potrebbe
definire «infanzia spirituale», ha aggiunto il vescovo intendendola come «capacità di porre la propria
vita nelle mani di Dio e fare la sua volontà». Infine
«la povertà come scelta di vita». Dunque, «c’è una
povertà subita che va combattuta e una liberamente scelta».
A tal riguardo, ha messo in guardia mons. Sanna,
«talvolta si pensa di essere solidali con i poveri divenendo la loro voce, ma questo non basta: bisogna far sì che i poveri stessi abbiano voce».
gesù e le donne L’invito alla Chiesa al recupero del “femminile”
Quel reciproco riconoscimento ed accettazione
Q
uello di Gesù con le donne è «un rapporto
di reciproco riconoscimento e reciproca accettazione, che è un passo necessario per
un’uguaglianza intesa come rispetto reciproco della
differenza». Lo ha detto Paola Ricci Sindoni, docente
di filosofia morale all’Università di Messina, introducendo la sezione di “Gesù nostro contemporaneo”
dedicata al rapporto di Gesù con le donne. Citando
gli episodi dell’incontro di Gesù con la Maddalena
al pozzo di Giacobbe e con Maria di Magdala dopo
la Risurrezione, Ricci Sindoni ha spiegato che «Gesù
si espone senza titubanza» al rapporto con le donne,
manifestando in particolare «l’esigenza di guardare al
mondo femminile secondo l’ottica della relazione personale». Ed è proprio nella caratteristica della «relazionalità», secondo la filosofa, che si rende più evidente
la “contemporaneità” di Gesù: «La rivelazione di Gesù
- ‘Io sono la via, la verità, la vita’ - è una rivelazione che
rivela ciascuno a se stesso, accogliendo la presenza
dell’altro in una relazione intersoggettiva sempre nuova e sempre possibile». Gesù, in altre parole, «pretende altro da coloro che vogliono seguirlo: non soltanto
l’adesione, ma la sequela». Da qui «nasce la certezza di
vedere eternate le nostre vicende quotidiane in una dimensione salvifica: questo significa che nulla di noi e
del mondo può andare mai perduto».
La Chiesa deve recuperare «l’alleanza con il femminile», perché le donne «possono essere il centro propul-
sore di una nuova costituente antropologica», grazie
alla loro peculiare capacità di essere «ponte con i non
credenti». È l’invito rivolto da Emma Fattorini, docente di storia contemporanea presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Nella «relazione con il maschile», ha
detto la storica a proposito del cortometraggio di Liliana Cavani, «bisogna imparare dalle Clarisse: loro non
si lamentano e non rivendicano, ma esprimono l’amarezza, lo stupore dell’indifferenza. Si rammaricano di
non essere viste, di non essere riconosciute in quanto
donne, come se non ci fosse niente da imparare dalle
donne». Chiedere alla Chiesa «un’alleanza con le donne», ha puntualizzato la storica, «non è una rivendicazione di quote», ma la «consapevolezza dell’errore,
della perdita secca che non loro, ma la Chiesa subisce,
se non valorizza le donne». Di qui la necessità di «vedere la donna non come una minaccia, ma come una
risorsa», a partire dalla «svolta antropologica» proposta da Giovanni Paolo II nella “Mulieris Dignitatem”.
«Il femminismo spontaneo di Gesù nasce dal fatto che Gesù vede la donna alla luce della dignità con
cui Dio la considera, a cui si aggiunge la sua considerazione intuitiva eccezionalmente acuta». Lo ha detto
Ermenegildo Manicardi, rettore del Collegio Capranica di Roma. «Lo stile di Gesù è sorprendente», ha detto il relatore definendolo «sincero, cordiale, aperto»,
sulla scorta di ciò di cui è rimasta traccia nei Vangeli.
«Anche i discepoli sono stupiti dallo stile di Gesù con
re il card. Ruini al termine della sua
relazione: «questa grande presenza
di Gesù ha il futuro assicurato, qui in
Italia e in Occidente, o invece i giovani, pur amandolo e ammirandolo per
tanti aspetti, stanno perdendo la fede
in lui, in concreto stanno abituandosi a vivere a prescindere dal Gesù vivo
e reale, sostituendolo magari con un
Gesù immaginario, fabbricato da una
cattiva letteratura o costruito sulla misura dei nostri gusti? ». «A questa domanda – ha affermato - non c’è una risposta prestabilita, una risposta, cioè,
in grado di prevedere il futuro della
fede in Italia e in Occidente. In realtà
questo futuro è aperto, aperto alla nostra libertà e prima ancora alla libertà
e alla misericordia di Dio». C’è, però,
«una risposta precisa e vincolante per
ogni credente, che non prevede gli
esiti ma indica il nostro compito. Questa risposta si riassume in una parola,
che è tra le più antiche e originarie
del cristianesimo: la parola missione.
Oggi probabilmente non basta più
che alcuni membri della Chiesa vivano la loro fede come missione, in paesi lontani o qui da noi».
gesù e i giovanI Il tema nelle parole di tanti osservatori
Stesso tempo e stesso passo ovunque
«S
le donne», ha fatto notare il teologo, ma «Gesù non indietreggia». Il rapporto di Gesù con le donne, ha precisato però il rettore del Capranica, «non è impostato su
una lettura sociologica: non c’è in lui un paternalismo
femminista, ma proprio per questo Gesù spalanca uno
spazio enorme per le donne, partendo dalla visione di
Dio e da come Dio intende l’essere umano». Quella di
Gesù sulle donne, come scrive Giovanni Paolo II nella “Mulieris Dignitatem”, è “un’ottica caratterizzata da
grande trasparenza e profondità”, al punto che - come
si legge nei Vangeli - alcune donne, come la samaritana e la cananea, diventano «vere e proprie collaboratrici di Gesù in terre nuove». «Non troveremo nessun
interlocutore maschile di Gesù che dilata la sua azione», ha fatto notare il teologo.
presenza attuale di Gesù nella storia
e nella vita degli uomini», ha sottolineato il cardinale: «Da Gesù è scaturito cioè un grande movimento, una
comunità di uomini e donne, che poi,
certo, si è divisa e anche frammentata,
conservando però una inestirpabile
tendenza a ritrovare in lui la propria
unità. Questa comunità ha dato vita
a una ‘storia efficace’, perché è stata
e rimane la forza in grado di incidere
più in profondità sui modi di pensare e sui comportamenti, sulla cultura
e sul vissuto delle persone come dei
popoli. Storia efficace ma anche paradossale, perché si svolge secondo la
forma della croce-risurrezione, della
sconfitta che diventa vittoria: questo
paradosso che si rinnova è il segno,
o l’indizio, della presenza di Dio».
Il cristianesimo come “storia della
libertà”. «Esiste un’identificazione
dinamica tra Gesù Cristo e lo Spirito Santo, in virtù della quale Gesù
si rende presente e contemporaneo
mediante l’opera del suo Spirito».
Secondo il card. Ruini, «Gesù di Nazaret, nella sua vita terrena, ha manifestato in maniera sovrana questa
libertà, che è il riflesso della libertà
di Dio, e la storia del cristianesimo,
pur con tutte le sue contraddizioni e
i suoi fallimenti è stata giustamente
qualificata come ‘storia della libertà’, storia cioè della crescita del genere umano in direzione della libertà.
Tocca a noi, oggi, vivere in noi stessi
e manifestare al mondo questa medesima libertà che, contrariamente
a un pregiudizio diffuso nella cultura
attuale, non è coartata ma alimentata dal suo rapporto con la verità».
Futuro “aperto” alla missione. Nella
conversazione sui giovani e Gesù è «risuonata una domanda», ha fatto nota-
e c’è qualcuno a cui Gesù è veramente
contemporaneo sono i giovani, in tutto il mondo. Giovani che soffrono per
la guerra, lo sfruttamento sessuale, la mancanza
di futuro, la droga…». La provocazione di don Armando Matteo, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Università Urbaniana, è giunta
all’evento su “Gesù nostro contemporaneo”, nella
conversazione su “i giovani e Gesù”. Il teologo ha
parlato di una generazione adulta per la quale «il
massimo della vita è restare giovani”, che «odia
l’essere adulti», che «ha paura della morte e quindi non può comprenderne il messaggio di passaggio». Dunque, «a che servono mille prediche - ha
domandato - se negli occhi di mio padre e di mia
madre non c’è scritto che la sete di giustizia, verità,
bellezza richiama Dio? ». «Questa generazione - ha
rimarcato don Matteo - ha trasformato la salvezza
dell’anima in cura ossessiva del corpo, all’ascesi ha
sostituito l’abbonamento della palestra, alla messa il calcetto o il jogging domenicale». «È vietato
invecchiare, questo è il nostro problema, e perciò
siamo incapaci di cogliere la verità della giovinezza» come età di passaggio. Conseguenza di tutto
ciò, però, è che «questa società crea sacche di sofferenza che occultiamo, come il milione e mezzo
di giovani con problemi di alcolismo, i suicidi tri-
plicati nell’ultimo decennio, la depressione, gli incidenti stradali…».
«Ci sono persone capaci di guardare gli altri facendo percepire con gli occhi la dignità che ciascun uomo ha». È il caso di padre Pino Puglisi,
assassinato dalla mafia a Brancaccio, quartiere
di Palermo, nel 1993. Il sacerdote era insegnante
di religione nella scuola superiore di Alessandro
D’Avenia, oggi a sua volta insegnante e scrittore.
D’Avenia ha portato questo ricordo nella conversazione su “i giovani e Gesù”. Questo sguardo che Puglisi ha rivolto al suo killer alla fine è stato «sconfitto» secondo un’ottica mondana, perché l’assassino
ha premuto il grilletto, eppure ha portato ad un
cambiamento: catturato, dopo cinque anni l’omicida deciderà di collaborare con la giustizia perché «quello sguardo - dirà poi - non mi faceva
più dormire». Uno sguardo che comunichi dignità e bellezza è quello che D’Avenia chiede per gli
educatori. «Gesù - ha affermato - può farsi nostro
contemporaneo se i ragazzi vedono negli adulti la
capacità di trovare la bellezza che ciascuno di noi
ha in se stesso», una bellezza che «viene dal Creatore». «Il punto - ha aggiunto - è trasformare lo
sguardo che si ha sui giovani» affinché non siano
considerati «oggetto», ma «soggetti», persone «le
cui potenzialità sono tutte lì pronte a fiorire».
la festa Il tema è stato: Giovani e adulti alleanza per la vita
A sostegno della vita in tutte le sue tappe
«S
iamo una Comunità educante in quanto offriamo a tutti riflessioni per scoprire, apprendere
ed apprezzare il vero senso della vita, per costruire un futuro capace di avviare ad una società educata». Quest’affermazione del nostro Arcivescovo non è né
uno slogan o un semplice modo di dire, né un artificio, ma
una vera sintesi delle linee pastorali di quest’anno, grande
“pedagogia ecclesiale” capace di dare risposte concrete, rivolta soprattutto ai giovani perché la loro vita, fondata sul
passato e vissuta nel presente, è «aperta al futuro, ricca di
prospettive, ma anche di incognite che però non devono
mai essere tali da abbattere speranze, aneliti, aspirazioni».
E perché l’educazione dei giovani sia capace di superare la
sfida dei nostri tempi, essa deve trovare sostegno nella testimonianza e nei comportamenti concreti di adulti, disposti a condividere con autorevolezza e simpatia i loro progetti, alleati per la vita in una «complicità preziosa» verso
il bene. Proprio per questo la scelta del tema per la Festa
della Vita è stato quello di “Giovani e adulti: alleanza per la
vita”, legato anche alla preoccupazione, come ha sottolineato l’Arcivescovo, che i giovani, incominciando ad interrogarsi sul senso della vita, non dovessero trovare delle valide
risposte.
A sostegno della vita in tutte le sue tappe e manifestazioni, la Consulta per il laicato, l’Ufficio per la Pastorale della
famiglia, il Servizio per la Pastorale giovanile, con il contributo di associazioni e movimenti presenti sul territorio,
hanno realizzato il 5 febbraio scorso una serata per la Festa della Vita nel teatro della Parrocchia S. Vito Martire in
Brindisi: giovani e adulti hanno voluto dare una rappresentazione della vita nella ricchezza delle vicende quotidiane,
nelle varie situazioni di disagio e di fragilità, di gioia e di
speranza.
Spezzoni di film, testimonianze di giovani e di adulti, canzoni e brani di poesie legati al tema della vita, strumenti
per stabilire una relazione con il pubblico, che ha rivelato
attenta partecipazione e sincero compiacimento, sono stati
introdotti e commentati da una coppia, che per età e non
solo, si sentiva intimamente coinvolta in quanto giovani e
genitori.
Le disavventure di una famiglia che si sforza di fare tesoro
delle sue difficoltà per superarle con una maturità nuova,
l’accoglienza di chi vive il disagio di stare lontano dalla propria terra, la leggerezza con cui si rompe una unione, l’impegno di costruire una famiglia come “luogo di arricchi-
mento e di crescita”, la necessità della presenza di entrambi
i genitori nell’educazione dei figli, l’atteggiamento di servizio in difesa della vita nonostante le resistenze sul piano
sociale e ospedaliero, la forza di superare il dolore della nascita di un figlio disabile, il dramma di un padre in fuga di
fronte alla diversità del figlio e la successiva conquista di un
rapporto di amore e di complicità, sono state le sequenze
della rappresentazione di una festa del tutto particolare, in
cui i protagonisti erano animati dalla voglia sincera di stare
accanto a tutti, specie a quelli per i quali la vita non è festa.
È emersa prepotentemente la convinzione di difendere la
vita, di non emarginarla quando essa si presenta fragile o
ferita, ma di accettarla ed apprezzarla nel suo valore intrinseco e nella sua forza di rigenerare con la propria sofferenza l’esistenza degli altri.
A conclusione della serata l’Arcivescovo ha rivolto un ringraziamento particolare alla Consulta del laicato, perchè
rappresenta il contesto ecclesiale nel quale confluiscono
e vengono ripensate le iniziative delle associazioni e delle
commissioni, per dare unità a tutto quello che viene preparato in Diocesi. Rifacendosi poi alla storia dei due genitori
separati, presentata in uno spezzone filmato, Mons. Talucci, insistendo sull’opera educativa della Chiesa, ha voluto
soffermarsi sul problema delle coppie in difficoltà, ricordando le iniziative prese nei loro confronti, per non farle
sentire emarginate o abbandonate, per accompagnarle in
un cammino di fede e di speranza, in una Chiesa che mai
ha rinunciato alla propria maternità.
Concludendo il suo intervento ha ricordato ai giovani che,
alla legittima richiesta di credibilità agli adulti, deve accompagnarsi dei giovani ad educarsi, per diventare anche loro
credibili e seri, prendendo a modello quei giovani santi che
hanno saputo «vivere la propria sofferenza nella gioia della
presenza di Dio».
Giuseppe e M. Carmela De Riccardis
forum fAmiglie PUGLIA Convegno a Bari
Un futuro senza figli?
È
inverno pieno, in Italia e in Puglia, e non solo
per la neve che cade e per le recenti temperature polari, è inverno anche sul piano demografico.
Il tasso di natalità in Italia nel 2010 è stato di 9.3
neonati per mille donne in età fertile (il valore
più basso degli ultimi dieci anni); in Puglia il 9.0
per mille. In Puglia, dal 2003 al 2008, le famiglie
con figli si sono ridotte da 757.000 a 732.000. Il
numero medio di figli per donna è di 1.4 in Italia,
1.32 in Puglia ove le donne arrivano al primo parto mediamente a circa 31 anni. Sicchè, nella nostra regione, nel 2020, si prevede un rapporto di
1 bambino fra 0 e 5 anni per 5 anziani con più di
65 anni.
A lanciare l’allarme è Lodovica Carli, Presidente del Forum delle Associazioni Familiari di Puglia
che, in una nota, evidenzia come “in Puglia le
donne, le coppie desiderino più figli ma evitino
o temano di farli nascere. Ciò apre la porta a conseguenze pesantissime in merito alla sostenibilità
dell’intero sistema Italia. Perché tutto questo? Per
motivi strutturali,- l’annosa carenza di politiche
familiari strutturali -, ma anche i profondi cambiamenti antropologico-culturali avvenuti nella
nostra società”.
L’argomento è stato messo in evidenza anche da
Francesco Belletti, Presidente nazionale del Forum delle Famiglie che, in una dichiarazione, ha
sottolineato come “quello che sorprende è che la
politica non si sia ancora resa conto dei gravissimi rischi di collasso sociale – reali, e in parte già
operanti – che il blocco della natalità può portare.
Un inverno demografico senza precedenti, in cui il
nostro Paese ha l’amaro privilegio di primeggiare
in Europa da decenni, richiede con la massima urgenza politiche in grado di incoraggiare il formarsi
di nuove famiglie e la conseguente natalità. Perché una società incapace di generare nuovi figli è
una società incatenata, senza futuro, senza pro-
getti, in cui la creatività diventa inutile, e in cui,
come è sotto gli occhi di tutti, una gerontocrazia
sempre più arrogante impedisce ai giovani di costruire i propri progetti, occupando spazi e occasioni di vita. Il risveglio del nostro Paese, prosegue
Belletti, non potrà avvenire senza una generosa
capacità di accoglienza per le nuove generazioni;
viceversa, saremo condannati ad una guerra tra le
generazioni. Solo una società capace di accogliere le nuove vite sarà capace di costruire sistemi di
solidarietà tra le generazioni, di accudire meglio i
propri anziani, le persone fragili, chi è emarginato. Perché il futuro di un popolo sono i suoi figli;
un popolo senza futuro, invece, non si preoccupa
nemmeno dei propri anziani. L’emergenza demografica del nostro Paese è quindi una urgenza
globale del sistema Paese. E’ una sfida per la società tutta, per la politica, per l’economia, ma è
anche un richiamo alla responsabilità di ciascuno
di noi”.
Di questo argomento se ne è discusso a Bari, il
29 febbraio, nel corso di un convegno sul tema:
“Un futuro senza figli?”, promosso dal Forum delle
Associazioni Familiari di Puglia e dalla Casa Editrice Laterza e tenutosi presso l’aula “Aldo Moro”
dell’Università degli Studi.
REPORTAGE E TESTIMONIANZE Il 12 febbraio a S. Maria del Casale la festa della promessa
Una giornata speciale da consegnare alla storia
N
el rispetto di una tradizione consolidata, ma che mai è caduta nel rituale, la Commissione Famiglia e il Servizio diocesano di Pastorale Giovanile hanno
dato l’avvio ad un vero e proprio raduno di
tutte le coppie di giovani fidanzati, la sera di
domenica 12 febbraio, tra i suggestivi affreschi murali della Chiesa di S. Maria del Casale in Brindisi.
Se fuori vento e gelo la facevano da padroni, all’interno un’atmosfera di calorosa accoglienza familiare investiva, sin dal primo ingresso, una folla festosa di giovani fidanzati
seguiti da parenti e accompagnatori: tutti si
ritrovavano insieme per un momento importante della propria vita per vivere consapevolmente l’impegno della Promessa in preparazione di un rapporto di coppia, fondato
su “relazioni vere” e su cammini “edificati
dall’amore di Gesù”. La bellezza e il fascino di
un cielo stellato che popolava con miriadi di
stelle cangianti gli antichi affreschi della volta, offriva l’immagine armoniosa dell’amore
infinito di Dio, elemento fondamentale per
perpetuare il mistero della Vita.
Canti e danze, eseguiti da gruppi giovanili
della Diocesi, hanno aperto la cerimonia che,
attraverso momenti di preghiera e la simbologia dei colori, hanno presentato l’amore di
coppia come dono di sé, come relazione costruita sul rispetto, sulla fiducia, sull’ascolto
attento e sulla convinzione che l’esperienza
matrimoniale, se pur attraversata da dubbi
ed interrogativi, debba essere vivificata, per
trasformarsi in comunione feconda, dalla
luce della Parola di Gesù e dalla preziosità
del suo sacrificio rigeneratore.
Proprio per sottolineare la centralità di questa prospettiva, rifacendosi al documento dei
Vescovi italiani, i responsabili della Pastorale
Familiare Arturo e Anna Maria Destino, hanno rivolto alle coppie l’invito a intraprendere un cammino fondato sull’abbraccio della
proposta di vita cristiana, radicata nel desiderio di cercare Cristo e di “rimanere” con
Lui, nella tensione quotidiana verso la “vita
buona”.
E con l’invito a fidarsi e ad affidarsi a Gesù
è proseguito il colloquio dell’Arcivescovo
Mons. Rocco Talucci con l’assemblea dei fidanzati: ha ricordato a tutti la rilevanza, davanti a Dio e alla Comunità, della “Promes-
sa” sottolineando che in essa è naturalmente
implicita la difesa e la sacralità della vita, la
inscindibilità del patto sancito e che nel contempo essa non può assolutamente prescindere dalla fiducia in “Colui che è sorgente
dell’Amore”, capace di far superare ogni sfida
e ogni dubbio anche nell’esperienza di coppia.
E quale esempio più eloquente di quello di
una coppia, presente per dare testimonianza di una unione lunga cinquantatrè anni,
capace di provocare generale ammirazione
e coinvolgimento commovente, con la semplicità e l’efficacia di parole piene di umana
saggezza e di sincera fiducia nel sostegno divino!
A simboleggiare il coraggio ad intraprendere nuove relazioni tra le asperità e le gioie di
un cammino, le giovani coppie hanno deposto ai piedi dell’altare manciate di brecciolina, un paio di sandali e mattoni per solide
mura domestiche; poi hanno consegnato
nelle mani del Vescovo una pergamena con
tutte le loro firme a testimoniare la volontà
di costruire una nuova famiglia e di rispettare il patto per diventare “una carne sola”, di
“aprire il cuore all’amore e di donarlo” nella
certezza della vicinanza di Dio.
Alla fine la Croce: portata all’altare sulle
braccia dei giovani fidanzati, invitava a riscoprire, al di là di ogni paura, il mistero del
“risorgere” dopo ogni difficoltà e sofferenza,
vissute con la profondità dell’amore testimoniato dalla vita di Gesù.
All’affidamento nelle mani dell’Arcivescovo
di una stella di carta su cui le coppie avevano
riassunto il proprio progetto di vita, seguiva
la consegna ai fidanzati dell’“Albero della
vita”, un album sul quale registrare le tappe
più importanti della vita matrimoniale, radicata nella memoria e nei legami della famiglia d’origine e proiettata a proporsi come
modello credibile anche al di fuori di essa,
per “educare alla vita buona del Vangelo”.
L’invocazione della paterna protezione di
Dio per tutti i presenti da parte dell’Arcivescovo ha concluso l’incontro in un clima di
commozione e di gioia.
Giuseppe e M. Carmela De Riccardis
I
l vento sferzante e la pioggia pungente
di quella domenica pomeriggio, 12 Febbraio, nulla hanno potuto contro l’intimo
calore, la profonda comunione di sentimenti, il tepore del desiderio di condivisione dei
futuri sposi presenti a S. Maria del Casale.
Circa ottanta coppie di fidanzati hanno scelto
di lasciare, per una domenica pomeriggio, la
tipica atmosfera domestica delle famiglie nel
giorno di festa, per vivere e, soprattutto, per
condividere con altri un momento di festa o,
come definito da S.E. Padre Arcivescovo,una
“sosta di riflessione gioiosa”.
È questa la più idonea descrizione dell’evento: un momento di meditazione comunitaria
sui progetti e sui desideri delle coppie, punteggiata dalle vibrazioni emotive del cuore.
Si avvertiva forte la sensazione della consapevolezza di una chiamata in tutti gli sposi;
il proposito di pronunciare il proprio “si” davanti a Dio, e, soprattutto, “si” alla proposta
di vita che arriva da Gesù: “Chi cercate?Venite
e vedrete. E quel giorno si fermarono con Lui.”
Colpisce la forza di questa scelta di adesione
ad un progetto, ad un cammino col Signore
Gesù in un tempo di facili disorientamenti,
distrazioni, paure. Così come palese è l’affidamento al sostegno e soprattutto alla preghiera di tutta la comunità dei credenti da
parte dei futuri coniugi.
Ed è giunta all’uopo, come prezioso esempio
di “casa edificata su stabili fondamenta”, l’autentica e toccante testimonianza di Cosimo
e Cristina, sposi da 53 anni. Il loro racconto
delle nozze celebrate in comune con altre tre
coppie sottolinea, con le parole della stessa
protagonista, la dimensione del matrimonio
come “festa della Chiesa”, ed efficace il loro
invito ad “andare dietro al Signore Gesù, mettendosi in viaggio con Lui”.
Un percorso da intraprendere, quindi, rappresentato dalla brecciolina e dai sandali
portati all’altare da due promessi sposi, non
prima di aver posato su di esso il vero pilastro della vita dei Cristiani: la parola di Dio,
luce che illumina. I mattoni posti invece per
terra, simbolo, certamente, della costruzione
di una dimora concreta, nondimeno rappresentano la progettualità di una relazione che
si erge giorno dopo giorno, talvolta a fatica,
talvolta con maggiore agilità, ma cementata
sempre dall’amore, dalla crescita di coppia e
corroborata dalla preghiera comune.
I connotati dell’aspetto più festoso sono stati
scanditi da un vero e proprio arcobaleno di
colori, presentati come tenui pennellate attraverso fluide e soavi coreografie; l’azzurro
cangiante del cielo, come un rapporto che
sempre si rigenera; il verde colmo di speranza che tinteggia il cammino della vita; il
rosa tenero e mite come il rispetto reciproco
nell’unione; il luminoso bianco che ,avvolgendoci, dirada le tenebre dei momenti più
difficili; l’aureo giallo che emana lo splendore di Dio;ed infine il rosso, sangue e fuoco,
simbolo dello Spirito, sgorgato dal costato di
Cristo, immagine e rimando soprattutto della forza dell’Eucaristia.
Le coppie,cantando coralmente “Jesus Christ
you are my life” nel portare in spalla alcuni,
ed accompagnando altri, la Croce dei giovani fino all’altare, hanno concluso così la festa
da protagonisti che, attivamente, scelgono di
abbracciare quell’“albero”, fonte e modello
di vita,che diventa radice della famiglia che
nasce.
Ermanna Salamanna
16
Vita di Chiesa
15 marzo 2012
dOcumenti Presentata la seconda edizione del Rito delle esequie, obbligatorio dal 2 novembre 2012
Morire non è mai solo un “fatto privato”
U
na risposta alla tendenza, diffusa soprattutto nei contesti urbani, a “privatizzare” l‘esperienza del morire e
a “nascondere” i segni della sepoltura e del
lutto: nasce così la seconda edizione del Rito
delle esequie, predisposto dalla Conferenza
episcopale italiana e presentato a Roma il 2
marzo. Il testo liturgico, obbligatorio in Italia
dal 2 novembre 2012, risponde alla diffusa
esigenza pastorale di annunciare il Vangelo della risurrezione di Cristo in un contesto
culturale ed ecclesiale caratterizzato da significativi mutamenti. Il volume, edito dalla
Libreria editrice vaticana, offre una più ampia e articolata proposta rituale e fornisce,
in appendice, alcune indicazioni circa la
cremazione dei corpi. Il tutto nel solco dell‘impegno nell‘applicazione della riforma liturgica conciliare. La nuova pubblicazione in lingua italiana del Rito delle esequie, infatti, fa
seguito alla prima edizione apparsa nel 1974 sulla base di
quella tipica del 1969.
Molte novità. Una prima novità riguarda la “visita alla famiglia del defunto”. Il primo incontro con la famiglia diventa per
il parroco un momento di condivisione del dolore, di ascolto
dei familiari, di conoscenza di alcuni aspetti della vita del defunto in vista di un corretto e personalizzato ricordo durante
la celebrazione delle esequie. Una seconda novità riguarda
la “Preghiera alla chiusura della bara”: la sequenza rituale è
stata rivista e arricchita per sottolineare e leggere alla luce
della Parola di Dio e della speranza cristiana un momento
molto doloroso. Quanto alla celebrazione delle esequie nella
messa o nella liturgia della Parola, l‘arricchimento più significativo è dato da una più varia proposta di esortazioni per
introdurre il rito dell‘ultima raccomandazione e commiato.
Nella seconda edizione del Rito non sono più contemplate
“esequie nella casa del defunto”. I vescovi italiani hanno ritenuto questa possibilità estranea alla consuetudine locale e
“non esente dal rischio di indulgere a una privatizzazione intimistica, o circoscritta al solo ambito familiare, di un significativo momento che di sua natura dovrebbe vedere coinvolta
l‘intera comunità cristiana”.
Un mistero che riguarda tutti. «Le esequie cristiane non
sono uno spettacolo, anche se utilizzano la ricchezza e la
pluralità di codici della liturgia», ha chiarito mons. Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio
nazionale per le comunicazioni sociali. Il nuovo rito, ha spiegato mons. Pompili, può essere «un contributo ad umanizzare il momento della morte, sottraendolo alla sua invisibilità
e alla sua individualità, quando non alla sua spettacolarizzazione». In una società in cui la morte è «rimossa dall’orizzonte della vita quotidiana», o al massimo intesa come «un
evento che si affronta in solitudine», un «fatto privato per le
persone comuni o ‘pubblico’ per le celebrità», per il sottosegretario della Cei è urgente riscoprire il «carattere di mistero»
e «collettivo» di questo evento. Di fronte alla spettacolarizzazione della morte, che a volte «si consuma sotto i riflettori»,
il rito funebre, per mons. Pompili, ha la funzione di far riscoprire la morte come «cammino collettivo e comune».
Appendice sulle cremazioni. Una delle novità più significative è costituita dall‘appendice dedicata alle esequie in caso di cremazione. «La Chiesa accetta la cremazione, se
non è decisa in odio alla fede, cioè per negare
la risurrezione dei corpi proclamata nel Credo, ma non la incoraggia», ha spiegato mons.
Alceste Catella, vescovo di Casale Monferrato e presidente della Commissione Cei per la
liturgia. Dietro l’aumento del numero delle
cremazioni, ha aggiunto, «c’è anche il grande
sforzo pubblicitario delle agenzie funebri che
gestiscono queste pratiche». Mons. Angelo
Lameri, collaboratore dell’Ufficio liturgico
della Cei, ha puntualizzato come «la stessa
denominazione di appendice vuole richiamare il fatto che la Chiesa continua a ritenere la sepoltura
del corpo dei defunti la forma più idonea a esprimere la fede
nella risurrezione della carne, ad alimentare la pietà dei fedeli verso coloro che sono passati da questo mondo al Padre e a
favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte di familiari e amici». In questa prospettiva, è previsto che la celebrazione delle esequie preceda di norma la cremazione. Mentre,
eccezionalmente, i riti previsti nella cappella del cimitero o
presso la tomba si possono svolgere nella stessa sala crematoria. Particolarmente importante l‘affermazione che la cremazione si ritiene conclusa con la deposizione dell‘urna nel
cimitero. Ciò soprattutto per contrastare la prassi di spargere
le ceneri in natura o di conservarle in luoghi diversi dal cimitero. Tale prassi infatti «solleva non poche perplessità sulla
sua piena coerenza con la fede cristiana, soprattutto quando
sottintende concezioni panteistiche o naturalistiche». Il rituale offre, perciò, «sufficienti elementi per una catechesi e
un‘azione pastorale che sappiano sapientemente educare il
popolo di Dio alla fede nella risurrezione dei morti, alla dignità del corpo, all‘importanza della memoria dei defunti,
alla testimonianza della speranza nella risurrezione».
DOn giussani Chiesta l’apertura del processo di beatificazione
chiesa e ici Solo un polverone mediatico
Educazione all’uomo integrale è virtù eroica
Ma dove è la novità?
D
E
on Luigi Giussani in
cammino verso la
santità. Al termine della
celebrazione eucaristica
presieduta dall’arcivescovo
di Milano card. Angelo Scola, nell’anniversario dalla
morte del “Gius”, il 22 febbraio, don Julián Carrón,
presidente della Fraternità
di Comunione e liberazione (Cl), ha reso noto di
avere presentato all’arcivescovo di Milano la richiesta
di apertura della causa di
beatificazione e di canonizzazione di don Giussani. “La richiesta – si legge
nel comunicato di Cl - è stata inoltrata oggi stesso,
22 febbraio 2012, giorno dell’anniversario e festa
della Cattedra di San Pietro, attraverso la postulatrice nominata dal Presidente della Fraternità:la
professoressa Chiara Minelli, docente di Diritto canonico ed ecclesiastico nell’Università degli Studi
di Brescia”.
L’educazione all’uomo integrale. A sette anni
dalla scomparsa di don Giussani, dunque, è iniziato l’iter che lo porterà “all’onore degli altari”. E
il card. Angelo Scola, che ha percorso un tratto di
strada importante del suo cammino prima di formazione giovanile poi di sacerdote accanto a don
Giussani, ne ha tracciato il profilo spirituale ricordando i passaggi fondamentali della sua vita con
le parole dell’omelia: “Un aspetto geniale della
proposta educativa di mons. Giussani non è stato
forse l’efficace riproposizione della verità cristiana
che nessuno può salvarsi da sé? Mons. Giussani ha
espresso questa sensibilità ambrosiana con forza
profetica fin dalla fine degli anni ‘50, educando
all’assunzione integrale di ogni aspetto dell’umana
esistenza. Per la logica dell’incarnazione il cristiano è colui che testimonia - in famiglia, al lavoro,
nel sociale a tutti i livelli fino ad arrivare all’impegno politico - l’opera salvifica del Crocifisso Risorto”.
Dentro la Chiesa ambrosiana. L’arcivescovo di Milano ha esortato dunque
Comunione e liberazione
a vivere pienamente all’interno della Chiesa di Milano i propri tratti peculiari:
“Il carisma cattolico che
lo Spirito ha dato a mons.
Giussani, che la Chiesa ha
universalmente
riconosciuto, e di cui decine di
migliaia di persone in tutto il mondo possono oggi
godere, è fiorito in questa
santa Chiesa ambrosiana.
L’amore che mons. Giussani le portava è documentato da mille e mille segni e testimonianze.
Per i fedeli di questa diocesi appartenenti al movimento di Comunione e liberazione – ha aggiunto
il card. Scola - questo dato di fatto costituisce una
responsabilità che chiede di essere sempre rinnovata: praticare, nella cordiale assunzione del principio della pluriformità nell’unità, una profonda
comunione con tutta la Chiesa diocesana che vive
ad immagine della Chiesa universale. Questa comunione è con l’arcivescovo, con i sacerdoti, con i
religiosi e le religiose, con tutte le aggregazioni di
fedeli, con tutti i battezzati e con tutti gli abitanti
della nostra ‘terra di mezzo’”.
Lo stile di un’amicizia. Infine il card. Scola si è lasciato andare ad un ricordo personale: “L’Incontro
dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità
del 30 maggio 1998 con il Beato Giovanni Paolo II
ha segnato un irreversibile passaggio a una nuova
fase che gli eventi che si stanno producendo nel
nostro Paese e nella Chiesa ha confermato. Come
ricorda incessantemente Benedetto XVI questo è il
tempo della nuova evangelizzazione a cui tutte le
realtà ecclesiali debbono concorrere in armoniosa
unità. L’uomo post-moderno domanda salvezza,
consistenza: per questo ha bisogno di testimoni
di quella forma bella del mondo (Ecclesia forma
mundi) che è la santa Chiesa di Dio”.
vviva: l’Italia ha superato la grande
crisi! Com’è avvenuto questo miracolo?
Semplice: la Chiesa pagherà l’Ici/Imu!
In verità la Chiesa come soggetto economico-finanziario non esiste, mentre esistono le varie realtà ecclesiali che, in realtà,
sono “i cristiani”, i cittadini cattolici singoli
e associati. E questi hanno sempre pagato
l’Ici secondo le leggi vigenti. E pagheranno
anche l’Imu, appena il governo avrà definito le nuove norme. In attesa che tutto
sia chiaro fioriscono leggende, messe in
giro ad arte: finalmente la Chiesa pagherà;
anzi: finalmente il Vaticano pagherà.
Telegiornali e giornali nazionali, a prova,
mettono ben in mostra il cupolone di San
Pietro, il quale però non c’entra. I rapporti dello Stato italiano con il
Vaticano sono regolati da norme di diritto internazionale. Ma tant’è. Da
che ci siamo facciamoci un bel polverone, che crei confusione e renda
certi che è la Chiesa quella cattivona che impoverisce l’Italia non pagando miliardi di tasse.
In questo bailamme, il gran tema di discussione riguarda la scuola
“privata” che in realtà è scuola pubblica non statale. Ecco allora la sfida: sarà esentata se accoglierà tutti, compresi non cattolici e disabili;
non pagherà se adeguerà programmi e trattamento degli alunni e dei
docenti a quelli delle scuole statali; non pagherà se non otterrà guadagni... se, se, se...
Ma guarda un po’: tutti sanno – tranne chi non vuole sapere – che
la scuola cattolica non ha mai fatto esclusioni di sorta: non chiede il
certificato di battesimo o l’attestato di frequenza alla messa domenicale, come non chiede dichiarazione medica di non handicap. Quanto ai
programmi e a tutto il resto, se queste scuole sono dichiarate paritarie
è proprio perché lo Stato ha già riconosciuto che tutto questo c’è già.
Non parliamo poi dei guadagni, che sono solo una barzelletta, visto che
per chiudere i bilanci sono molti fedeli cattolici, parrocchie comprese,
a dover intervenire. Sorge un dubbio: non si vorrebbe che il polverone
sulle scuole voglia nascondere altre questioni; quella degli oratori, ad
esempio, dove ci sta un piccolo bar che guadagna sì e no il necessario
per pagare il riscaldamento e la luce delle aule in cui si deve fare catechismo. Non vorremmo che si trovasse modo di far pagare una specie di
tassa sul bene, sull’educazione a cui, sempre, si dedicano le parrocchie.
Cosa questa che, ai mistificatori ideologizzati di tutta questa storia, dà
molto fastidio.
Vincenzo Rini
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PaginAperta
15 marzo 2012
riflessioni La toccante testimonianza di un nostro cappellano militare imbarcato
Coloro che solcavano il mare videro le opere del Signore
L
a confidenza con il libro per eccellenza della preghiera cristiana, il Salterio, offre al credente la possibilità
di trovare quelle poche parole, donate da Dio all’uomo di tutti i tempi, di invocazione, di supplica, di lode, di
ringraziamento, che esprimano atteggiamenti particolari
dell’animo umano di risonanza universale.
Quante volte l’ufficio divino ha invitato noi servi del Signore “che state nella casa del Signore, negli atri della casa
del nostro Dio” (Sal 134,2) a dichiarare la grandezza di Javhè
sopra tutti gli dei? Solamente giunto a questa tappa della
mia vita riesco ad appropriarmi della sublime confessione
di fede del salmista che ammette: si, io lo riconosco, “io so
che grande è il Signore” perché “tutto ciò che vuole il Signore
lo compie, in cielo e sulla terra, nei mari e in tutti gli abissi” (Sal 134,6-7). Si doveva capitare in quei mari, in cui le
cronache di questi ultimi tempi registrano i disastri e i pericoli sottesi, per raggiungere la completezza dei luoghi per
cui qualcuno, ancora una volta come sin dall’antico testamento, ne celebrasse la fedeltà di Dio e le sue meraviglie in
favore degli uomini. Mi ritengo annoverato tra i privilegiati,
aggettivo che a giusto titolo può designare coloro che solcano “il mare sulle navi”, per aver visto “le opere del Signore, i
suoi prodigi nel mare profondo” (Sal 106,23).
Per mare profondo intendo le acque dell’oceano indiano
che, dal 13 novembre 2011, a bordo della unità navale della
Marina Militare, Nave Grecale, duecento cinquanta membri
dell’equipaggio percorrono in lungo e in largo nella delicata
operazione Nato “Ocean Shield” di difesa del traffico marittimo dal fenomeno della pirateria. Lì dove questi uomini in
divisa, sono chiamati ad esercitare la propria missione professionale per diversi mesi, fino al prossimo aprile, la Chiesa Ordinariato Militare per l’Italia non poteva esimersi dal
garantire una presenza sacerdotale che dando testimonianza alla luce, divenisse unicamente la voce attraverso cui far
risuonare forte e potente la Parola nei “petti di ferro… che
cingono questa nave” (cfr. Preghiera del Marinaio).
L’ambiente in cui sin da subito ho dovuto muovere i miei
prudenti passi non lasciava scampo: ricalcava l’ecosistema
del Precursore, figura che iniziava ad affiorare con l’imbocco dell’avvento. Infatti, la prima fase della missione ci ha
visti immediatamente coinvolti nella lunga e delicata operazione di liberazione dei ventidue membri dell’equipaggio del mercantile Savina Caylyn in ostaggio ai pirati, dopo
317 giorni di prigionia al largo delle acque somale e nella
contemporanea cattura di altri corsari nel tentativo di abbordaggio del mercantile italiano Valdarno, nostri ‘ospiti’
per una settimana. A motivo di ciò sono state interdette le
comunicazioni con l’esterno e sospesi i collegamenti informatici creando in ognuno dei nostri marinai una indotta
capacità indulgente nella diuturna attività lavorativa In un
clima simil desertico, di attenta e totale vigilanza, di percorrenza dell’unica via possibile, di raddrizzamento degli
abituali e comodi sentieri, condizioni imprescindibili della predicazione prenatalizia, la Luce che veniva nel mondo
non tardava a trovare posto nel cuore e nella vita di quanti
erano imbarcati su nave Grecale. Le mie disinvolte proposte cedevano il posto ad un passo più spedito, la mia fioca
voce si spingeva fino ad alte grida, il coraggio prendeva forma, la testimonianza si rendeva stringente come gli spazi di
vita della nave. Si stava realizzando quanto mi era apparso,
come una chiara linea d’azione, il mio primo giorno di imbarco, quando, alzando lo sguardo verso la poppa di nave
Grecale, una delle otto navi appartenenti alla classe “Venti”
(Scirocco, Libeccio, Espero, Maestrale, Aliseo, Euro, Zeffiro, Grecale), venni attratto dalla vista del luccicante motto
impresso sin dal 1979, il mio stesso anno di nascita: Venti
impetu, per l’impeto del vento. Il messaggio fu chiaro fin da
subito: non c’era da scherzare e da perdere tempo. Finita la
ricreazione stava spuntando un nuovo tempo di ri-creazione, di rinascita, di risurrezione, di rinnovamento.
Così sin dai primi giorni di navigazione, ogni mattina dalla mia basilica allo scoperto, la prora della nave, nel mentre
elevo in canto le parole del Benedictus “per cui verrà a visitarci dall’alto come sole che sorge” sento provenire il vento
che si abbatte gagliardo (At 2,2) non dai quattro venti, bensì
dagli otto. I prodigi promessi ai suoi servi e alle sue serve si
affrettavano a realizzarsi. Le giornate si arricchivano di segni che iniziavano a suscitare stupore e perplessità, come
nel giorno di Pentecoste.
Già le celebrazioni domenicali diventavano occasioni
di grazia da far sorgere in alcuni la libera e spontanea decisione a camminare secondo lo Spirito perché dal Cristo
Risorto raggiunti e rinnovati. Ed ecco che alla prima sosta
al porto di Djibuti un gruppo di quindici ragazzi, invece del
classico riposo presso una delle rilassanti piscine dei grandi
alberghi internazionali, si sono resi disponibili alla ristrutturazione dei locali della Caritas e di una scuola elementare
della piccola comunità cristiana guidata dal vescovo italiano Mons. Giorgio Bertin.
Altra esplicita opera dello Spirito Santo è stata la richiesta
di vederci riuniti, oramai quotidianamente, all’imbrunire,
al termine della cerimonia dell’ammina bandiera, tutti dotati dell’arma, “la Catena dolce che ci rannoda a Dio” a pregare con coraggiosa convinzione il Santo Rosario e a sperimentarne la potenza.
Concorde all’azione dello Spirito di santità, era constatare la rapidissima diffusione del Vangelo tascabile dalla cui
lettura si scorgevano persone rigenerate, illuminate, speranzose e franche pronte a scommettere nel proseguo della
propria vita professionale, sentimentale, familiare puntando su “In Verbo tuo”.
Quale ventata di verità iniziava a portare lo Spirito nel rivelare situazioni di promiscuità matrimoniale, di licenziosità sessuale, di schiavitù da vizi, cause tutte si svilimento
esistenziale, e condurre a desiderare il grande dono della
guarigione del sacramento della Riconciliazione!
Con mia grande meraviglia vedevo prendere piede la proposta del “seminario di vita nuova nello Spirito” nell’opera
di evangelizzazione di un gruppo di venti giovani in preparazione al sacramento della Cresima e del Matrimonio richiamando un autentico cammino di conversione.
Ancora, novità dello Spirito, svolta negli usi e costumi della Marina, la dedicazione di uno spazio e di un tempo per il
“Roveto Ardente” sublime esperienza di incontro dei nostri
giovani, prostrati, adoranti, con Gesù Eucarestia nella intima forma di lode, silenzio, preghiera spontanea.
E, per finire, non è un dono dello Spirito di consolazione
assistere ad una eruzione di lacrime carica di un forte senso di indegnità da parte di coloro che non erano nemmeno
disposti a sentir parlare di perdono in caso di infedeltà della consorte, di assassinio di un proprio caro, non appena ho
dato lettura della lettera scritta alla moglie dal Comandante
del mercantile sequestrato “Savina”, il primo gennaio 2012,
nove giorni dopo la liberazione dai pirati: “Il perdono è l’acqua che purifica la nostra mente e ci dona la pace eterna. Io
ho perdonato” (riferito ai pirati)?
Quest’altra magnifica opera divina che ha trasformato il
mare profondo in un’autentica Betlemme rimarrà per sempre impressa nei miei ricordi preziosi. Nel giorno di S. Stefano, quando in elicottero ho raggiunto il mercantile per
celebrare la S. Messa di Natale con i membri dell’equipaggio ancora frastornati e traumatizzati (5 italiani, 10 indiani
di cui solo due cattolici e gli altri indù e mussulmani), ho
partecipato della stessa gioia annunciata dagli angeli ai pastori. Pensavo di essere andato a portare la gioia di Gesù
Bambino e, non solo l’ho trovato già nato, ma anche Risor-
Messa della Notte di Natale a bordo
Preghiera del Padre Nostro sul Savina Caylyn
to: nei loro occhi era lampante congiuntamente il gaudio
del Natale e l’esultanza della Pasqua. Nei giorni di passione
più volte i sequestrati hanno chiesto ‘pietà’ e ‘misericordia’
ai pirati vedendosi rifiutare la richiesta per l’incomprensibilità della stessa. “Nel nostro vocabolario somalo - è stato
risposto - non esistono queste due parole”. “Ma noi dobbiamo offrire il perdono - mi raccontava il comandante del
Savina - perché il Dio che ha sostenuto le nostre tremende
giornate l’ha concesso ai suoi stessi crocifissori”. Avere il coraggio di dire parole di tale spessore spirituale dopo dieci
mesi di torture e costrizioni inaudite è opera esclusiva di
un uomo lavorato dallo Spirito di fuoco. Sono ritornato dai
miei militari glorificando e lodando Dio per tutto quello
che avevo visto e udito.
La missione ha da poco raggiunto il suo giro di boa (metà
del cammin di nostra vita) e tutti non vediamo l’ora di tornare in Patria. Il passaggio nel Mar Rosso coinciderà presumibilmente con la notte del 7 aprile, Pasqua. Quale altra
occasione che, più che unica e rara, è un altro non ultimo
soffio impetuoso dello Spirito che desidera per noi, una
vera liberazione dalla schiavitù, che sotto l’aggettivo egiziana, le racchiude tutte. Siamo tutti pronti a inneggiare: “Cantiamo al Signore, stupenda è la sua vittoria”.
Questo è tutto ciò che il Signore, fino ad ora, ha voluto
compiere in questi mari e negli abissi. Al termine di questa
esaltante, ma sacrificante esperienza, non mi intimorirà il
pensiero del “duc in altum”, del prendere il largo, del rompere gli ormeggi, dello spiegare le vele, nell’avventurarmi
nel mare aperto perché mi accompagnerà la certezza che al
marinaio sono riservati particolari prodigi.
Di questo vorrò essere testimone sulla terra ferma.
don Rino De Paola
Cappellano militare M.M.
la lettera Don Calefati anticipa ciò che il Reggimento San Marco ha fatto a 5000 km lontano da Brindisi
Messaggio dall’Afghanistan: stiamo tornando a Brindisi
C
arissimi amici della Redazione,
in Afghanistan tutto procede per il
meglio, anche se non mancano motivi per non abbassare la guardia fino all’ultimo. Quotidianamente sperimentiamo
l’assistenza dei nostri Santi Patroni nelle attività di ogni giorno, da quelle più pericolose a quelle apparentemente meno esposte.
Sono stato per quasi due mesi in un’altra
base e avevo oggettive difficoltà a comunicare. Vi assicuro che appena tornati, manderemo, al giornale diocesano, il materiale
necessario a illustrare quello che il Reggimento San Marco è stato capace di fare a
5.000 km lontani da Brindisi.
Il nostro arrivo è previsto per questa settimana prossima e ti anticipo (anche se si
attendono conferme) che il rientro del “San
Marco” potrà essere sottolineato con un
evento a risonanza nazionale, anche per
mostrare solidarietà ai due Marò (Latorre
e Girone) coinvolti nella nota vicenda indiana. Continuando a chiedervi di ricordarci nelle vostre preghiere, vi ringraziamo
del vostro operato e mi impegno a tenervi
aggiornati su ciò che ci aspetta una volta a
casa, a Dio piacendo!
Con gratitudine.
don Marcello Calefati
Cappellano Forza da sbarco M.M.
Fermento torna a Pasqua
La redazione ricorda che è possibile inviare
articoli, lettere e riflessioni entro il 26 Marzo.
Il tutto può essere spedito all’indirizzo di posta
elettronica: [email protected],
oppure tramite fax al numero: 0831/524296
o, in alternativa, in busta chiusa indirizzata a:
Redazione Fermento, Piazza Duomo, 12 - Brindisi.
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Speciale PaginAperta
15 marzo 2012
Speciale PaginAperta
15 marzo 2012
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Parlare di Dio, una questione seria oltre le teleprediche
Com’è dificile
riconoscere
la fede incarnata
nella vita
P
arlare per slogan. È un tipico vezzo
italiano, un vizio che contagia molti.
A volte si esprimono opinioni anche
senza conoscere almeno con sufficienza ciò
di cui si argomenta. Pare caduto in questa
trappola anche Adriano Celentano che dal
palcoscenico di Sanremo si è scagliato contro
Avvenire e Famiglia Cristiana che a suo avviso “andrebbero chiusi definitivamente perché
si occupano di politica e di beghe del mondo
anziché di cose confortanti che Dio ci ha promesso”. Ma non solo, il ‘molleggiato’ ha rincarato la dose definendo i due giornali cattolici
“testate ipocrite”.
C
i sono momenti nella vita in cui bisogna avere il coraggio di confermare le proprie scelte nel tentativo di ridurre il più possibile
quel solco esistenziale che divide ciò che si dice di essere da ciò
che si è.
Da giovane cristiano ho il dovere di difendere la mia fede, da giovane cittadino ho il diritto di non essere discriminato per le mie scelte, da
giovane uomo ho il dovere di rispettare e il diritto di essere rispettato.
In questi anni ho compreso che è più facile dire di “sì”, ma ci sono casi
in cui è necessario dire di “no”, come quando si calpesta un palcoscenico pubblico che pertanto dovrebbe essere garante, come della libertà di
pensiero, così del rispetto collettivo.
Celentano parla della straripante fortuna che abbiamo avuto nell’essere
nati, e divertirci a fantasticare su come sarà il paradiso, continua discutendo di Dio e della via non interrotta dell’Altissimo. “È su questi temi
che dovrebbe basarsi un giornale che ha la presunzione di chiamarsi Famiglia Cristiana, o anche l’Avvenire”! Probabilmente andrebbero chiusi!
Forse l’ errore è qua, per la drasticità delle sue parole, ma in fondo credo che Celentano abbia ragione, leggere giornali “Cristiani” che parlano
troppo di politica o addirittura sono di parte politicamente non è normale, ma bisognerebbe di più parlare del Vangelo e spiegarlo , sopratutto in questo mondo che cambia continuamente!
Francesco Pinto (Parrocchia S. Famiglia Locorotondo)
Ma noi quanto amiamo la Chiesa?
È diffusa nel nostro Paese un’altra idea:
la Chiesa, i preti, i frati, i cattolici in genere
vanno bene e con loro va condiviso ciò che
pongono in essere purché si occupino degli
ultimi e non intervengano sul resto. Sarebbe come dire: state in sacrestia a fare le
vostre cose, semmai tornate utili se ci sono
bisogni a cui rispondere. In questo senso
vengono molto apprezzate l’accoglienza
dei bambini soli, degli anziani da accudire, l’apertura e la gestione delle mense
caritas, l’allestimento di alloggi per i senza
tetto, solo per citare alcuni dei mille ambiti
di impegno della Chiesa in Italia.
Celentano ha dato voce e ha amplificato
questa mentalità che non vuole riconoscere una fede incarnata che implica la vita.
Per questa mentalità non esiste un Dio
che si è fatto uomo, un Gesù Cristo che si è
occupato dell’uomo, che ha dato un senso
all’agire umano. Secondo questo pensiero,
la fede resta un fatto privato, al massimo
con una valenza da ‘assistente sociale’. Il
resto, invece, non esisterebbe. Ecco perché
danno fastidio giornali diffusi e che fanno
opinione come Avvenire e Famiglia Cristiana, e localmente quindi, e per analogia, anche i settimanali diocesani che da
sempre, per storia e per tradizione, oltre
che per vocazione, si occupano di ogni
vicenda che coinvolge l’uomo. Sì, perché
nell’uomo, in tutto l’uomo e in ogni uomo,
è impresso il volto di Dio. Quindi l’uomo
appartiene a Dio, come la moneta di Cesare, su cui è impressa l’immagine dell’imperatore, appartiene a Cesare.
Un’ultima annotazione. Gesù non è venuto sulla terra solo per annunciare che
dopo la morte non è vero che non c’è più
nulla, ma anche perché i suoi “abbiano la
vita e l’abbiano in abbondanza” e per portare a chi lo segue, insieme a tribolazioni,
“il centuplo quaggiù”. L’esperienza cristiana è il meglio che ci possa capitare, dà senso pieno al nostro agire quotidiano. Forse
questo sfugge a qualcuno. Ci dispiace. Non
per questo rinunceremo alla nostra vocazione: dire una parola su tutto ciò che accade, nulla escluso, proprio come fanno
da sempre Avvenire e Famiglia Cristiana e
da ben oltre un secolo centinaia di giornali
diocesani.
Francesco Zanotti
Presidente nazionale
FederazioneItaliana
Settimanali Cattolici
Con lo sguardo
verso l’Alto
Sollecitati a parlare del Vangelo
I
l festival di Sanremo, quest’anno, ha
visto coinvolta la Chiesa in infinite discussioni e polemiche che, sicuramente, hanno interpellato anche noi persone
impegnate in una riflessione più profonda.
Ascoltando il monologo di Adriano Celentano ho provato innanzitutto rispetto per
il suo lavoro e la sua libertà di espressione, libertà che, certamente, non potrà mai
essere negata a lui come a chiunque altro.
Dunque, anche la stampa, come la persona, cattolica o non, avrà sempre la libertà
di scrivere ed esprimere opinioni rispetto
quanto accade nel mondo.
Ciò che invece tale discorso ha suscitato
in me, una volta che i commenti, le critiche
e le polemiche hanno lasciato il posto alla
riflessione sulle provocazioni esplicate da
Adriano Celentano, è una domanda: quanto noi battezzati amiamo la nostra Chiesa?
Una Chiesa che è Santa, indubbiamente,
ma nella quale coesistono i santi insieme ai
peccatori. Dobbiamo respingere con forza
il desiderio di identificarci soltanto con co-
loro che sono senza peccato, avendo la pretesa di avere la verità in tasca. Come avrebbe potuto la Chiesa escludere i peccatori? È
per la loro salvezza che Gesù si è incarnato,
è morto ed è risorto.
Non ritengo opportuno difendere nessuno. Nel decreto Presbyterorum Ordinis ci
vengono indicati i tre doveri fondamentali
dei presbiteri: proclamare la parola di Dio,
celebrare i Sacramenti, e esercitare il ministero della carità. Il sacerdote deve ricordare che il suo compito “non è di insegnare
una propria sapienza, bensì di insegnare la
parola di Dio e di invitare tutti insistentemente alla conversione e alla santità” (n. 4).
La Parola non ha bisogno di essere difesa,
ma annunciata e vissuta. La Parola non ha
bisogno di essere gridata, perché deve essere proclamata per poi essere ascoltata in
silenzio e incarnata nella vita quotidiana.
Per la Chiesa l’attenzione agli ultimi non è
relegata, o almeno non dovrebbe, ad un periodo emergenziale, mediatico o di comodo, “la Chiesa peregrinante è per sua natu-
Il risveglio della coscienza
S
pesso, noi sacerdoti, lamentiamo un
cristianesimo stanco, scialbo, un cristianesimo di facciata. Se l’intento di
Adriano Celentano era quello smuovere le
coscienze, devo dire che ci è riuscito egregiamente. A me personalmente il suo intervento non è dispiaciuto, anzi, mi ha stimolato a
interrogarmi e verificare i miei cinque anni
di ministero, quello che ho detto alla gente
che ho incontrato in tutte le situazioni liete
e tristi della vita. Parlare delle realtà ultime
in una società come la nostra credo sia diventata una urgenza; è noto a tutti che l’uomo attraversa una crisi esistenziale profonda. Tocca a noi, alla chiesa, ad ogni singolo
credente dunque rispondere ai più grandi
interrogativi che tutti ci portiamo dentro:
chi sono? Quale è il senso della mia esistenza? Dove vado? Il cristiano ha una risposta
a questi interrogativi,ed è Cristo; il Concilio
Vaticano II, infatti ricorda: “Il mistero dell’
uomo si vede nella sua propria luce solo nel
mistero del Verbo incarnato” (Gaudium et
Spes 22). Questo vale non soltanto per i cristiani, ma per ogni uomo di buona volontà.
Quindi è nel mistero della Incarnazione che
si è realizzata la pienezza dell’uomo, di cui
parlano i Padri greci quando trattano della
divinizzazione dell’uomo. Il problema è che
oggi non siamo più in grado di portare questa risposta agli altri; c’è allora da chiedersi:
perché? Adriano ha reso pubblica questa
domanda. Molti hanno detto che l’intervento è stato fatto in un luogo inopportuno, ma
S. Paolo esorta Timoteo, e oggi questa esortazione è più che mai attuale, a predicare la
Parola in tempo opportuno e inopportuno
e non trascurare mai il dovere di essere annunciatore e testimone. Quella di Adriano
non era una predica, era condivisione della
sua personale esperienza, anelito, desiderio
di miglioramento per sè e per la sua chiesa.
Quando si critica, non lo si fa solo per spirito
di contraddizione, lo si fa perché si ama una
realtà e si vuole il meglio per essa, e ritengo
di poter leggere in questa chiave i due interventi di Celentano. La Quaresima che stiamo
vivendo ci ricorda innanzitutto lo svuotamento del Cristo, la kenosis; dobbiamo recuperare questo atteggiamento. Se vogliamo
vivere il nostro cristianesimo davvero, dobbiamo spogliarci delle nostre certezze; solo
così smetteremo di sentirci attaccati da chi la
pensa diversamente da noi e chiede di rendere ragione della speranza che anima la nostra vita presente e futura.
don Antonio Santacroce
C
Adriano Celentano durante la sua esibizione al festival di Sanremo
ra missionaria”.
Assistiamo in alcune occasioni o realtà, al
ritorno eccessivo di inchini e genuflessioni,
di merletti e ostensori dorati, di parate religiose e finte processioni, di abiti liturgici
ricchi e dorati, ovviamente a lode e gloria
di Dio. Queste manifestazioni sono a volte effimere, svuotate di senso, senza un
fondamento. A noi battezzati, però, l’Eucaristia settimanale domanda altro: non
si accontenta, il Pane della vita, di essere
contemplato ed adorato, incensato e venerato. Domanda di farsi vita nella nostra
vita. È compito di ciascuno di noi, dunque,
testimoniare Gesù risorto e non certamente della stampa cattolica “paragonare gli
eventi legati alla figura di Gesù a quelli di
oggi”.
Siamo chiamati a risollevarci da qualsiasi torpore, alzandoci contro ogni colpo di
potere mediatico e non, che non sia quello
dell’amore. Farci cibo, farci dono e nutrimento per gli altri. Solo così annunceremo
la bellezza dell’essere battezzati e non avremo difficoltà nell’ascolto e nell’accoglienza
dell’altro!
Piero Conversano
Una vera
furbata
I
o penso che Adriano Celentano è un
furbastro e che ha approfittato del
palcoscenico di Saremo per due motivi: primo, perchè sapeva benissimo di
non aver contradditorio; secondo, perchè essendo in diretta Tv, mai e poi mai
l'avrebbero fermato.
Io penso che il contesto non era indicato per fare quel tipo di esternazioni, a
prescindere dal suo pensiero in merito
all'argomento.
Faccio mie le parole di Benedetto XVI "Il
rimprovero cristiano, non è mai animato
da spirito di condanna o recriminazione;
è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine
per il bene del fratello".
Penso che Adriano Celentano avrebbe
fatto meglio se avesse scritto, magari una
"lettera aperta", direttamente alle Redazioni dei giornali.
Antonio Massaro
Costretti a parlare di Dio
S
inceramente, non mi ha molto stupito l'intervento di
Celentano al Festival di Sanremo. Il cantante è stato
invitato perchè le sue esibizioni (anche verbali) fanno
audience e si sa che l'ascolto porta con sé messaggi pubblicitari e di conseguenza denaro nella casse della Rai. Celentano
parla da uomo della strada, concionando su argomenti che
non conosce e che tratta appunto con la sensibilità del profano, proprio quella più vicina al pubblico medio che assiste a
trasmissioni come il festival di Sanremo. E perciò ha successo. Se si limitasse a fare il suo mestiere, per il quale ha esperienza e competenza, sicuramente farebbe meno ascolti e di
questo probabilmente lo stesso Celentano è consapevole.
Tuttavia, pur nell'assurdità del concedere tribuna a personaggi così sprovveduti culturalmente, con compensi
così vergognosamente esosi, credo che un aspetto positivo
nella vicenda Celentano si possa individuare. L'esibizione
dell'ospite ha costretto l'Italia a parlare di Dio, di Chiesa, di
giornali cattolici….Se ne è parlato male ed a sproposito, ma
se ne è parlato. In una situazione storica nella quale perfino
la voce autorevole del Pontefice fa fatica a levarsi su quelle
dei tanti che parlano solo di soldi, successo, benessere fisico
ed altri prosaici argomenti, sentire che qualcuno cita parole
che hanno a che vedere con la sfera spirituale non è cosa da
poco.
Pertanto, bene si fa a criticare chi parla senza conoscere e
senza documentare ciò che dice, ma che tutti i mass media,
sia pure solo per qualche giorno, abbiano sollevato un dibattito nazionale su ciò che rappresenta l'azione della Chiesa,
della stampa cattolica ed in ultima analisi della fede in questo mondo scristianizzato, è un risultato che probabilmente
solo il festival di Sanremo poteva garantire.
Salvatore Amorella
Cerco altri “pulpiti”
N
on ho ascoltato Celentano né
Sanremo: cerco altri "pulpiti"
per nutrirmi. Certamente se uno
conosce poco della realtà dell'Incarnazione, si meraviglia e contesta i giornali
d'ispirazione cristiana che trattano argomenti di politica e di società.
Ho già altre volte suggerito, a proposito
dei bollettini parrocchiali e dei giornaletti diocesani, di superare le facili tentazioni di campanilismi e di "produrre"
con qualità su cui investire risorse umane ed economiche. Temo che su questo
le nostre verifiche risultino carenti. Ma
mi sembra molto più importante questo
per incidere culturalmente anche non va
trascurata l'incidenza dei tanti Celentano che utilizzano gli strumenti di comunicazione pubblica per invaderci con le
loro tesi.
don Salvatore Paladini
onveniamo tutti che è necessario
e doveroso diffondere il nostro
Credo, le Verità di Fede e ricordare la vita dell’Oltre che trascende la caducità e l’estemporaneità terrena e punta al godimento della gioia già su questa
terra e della gloria in Paradiso.
Ma ciò non è cosa facile, in un contesto
sociale e politico così eterogeneo per
cultura, religione, razze e ideologie, in un
mondo più o meno secolarizzato, spesso
corrotto e ingiusto.
E nonostante ciò la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo e Custode della Verità,
oltre ad annunciare la gioia senza fine,
deve, responsabilmente, trattare le cose
terrene e conformarle al Vangelo.
Non indicizzerà, di certo, le persone,
ma deve discernere, scoprire e raccontare, con chiarezza e fermezza, gli errori e
le ingiustizie, capaci di indignare e scandalizzare.
Senz’altro la verità fa male e qualcuno, sentendosi offeso, si erge a maestro
(benché “uno solo è il Maestro”).
E, per farlo, è sufficiente entrare, grazie
agli schermi televisivi (alla TV, importa
l’audience), in tante famiglie, nelle vesti
del “saggio benefattore”.
Eppure il “saggio benefattore” non ha
ritenuto ingiusto e scandaloso l’essere
“strapagato”, alla pari di altri personaggi
bene in vista, mentre la gente muore di
fame o non trova il necessario per poter
sopravvivere!
E così può denunciare, accusare o condannare l’operato di altri, sacerdoti e
giornalisti cattolici, che, secondo lui, devono interessarsi solo delle cose trascendentali.
La Chiesa e i media cattolici, a mio avviso, senza paura di essere contrastati o
contestati, senza incertezza o addirittura
omertà, devono puntare al Bene Comune e al raggiungimento dei valori veri
che rendono il mondo più umano.
Si acquisirà uno stile di vita che identifica ogni cristiano discepolo di Cristo
sulla Terra, destinatario di quel Regno di
gloria e di pace nell’eternità.
E la credibilità che deriva da tali scritti,
rafforzerà nel popolo di Dio, il coraggio e
la convinzione che far trionfare la giustizia e la pace si può, se si opera concordemente e se ciascuno farà la sua parte.
Lucia Mangia
Fastidio per l’ipocrisia Rai
N
on ero tra quei 50 milioni e passa (saranno veri quei
dati?) di telespettatori che hanno avuto modo di
ascoltare le castronerie di Celentano. Perché uno
che vorrebbe chiudere alcuni giornali dice soltanto castronerie ed è pericoloso per sé e anche per chi lo ascolta.
Ma che siamo tornati ai tempi del ventennio fascista, quando parecchi giornali vennero chiusi?
Ma io sinceramente non me la prendo tanto con Celentano.
Mi da’ fastidio l’ipocrisia dei dirigenti della RAI che il giorno
dopo si dissociano da certe deliranti dichiarazioni di Celentano.
Ma forse non conoscevano chi era Celentano? L’avevano
voluto per avere una audience altissima e quindi dovevano
tenerselo. Non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca. Quella somma versata poi è uno scandalo in un momento
in cui c’è gente che non arriva alla fine del mese.
Ma al signor Celentano che predica tanto vorrei ricordare
quel brano del Vangelo: “Non sappia la tua sinistra quel che
fa la tua destra”. Altro che strombazzare ai quattro venti la beneficenza che avrebbe fatto con tale somma. E mi fermo qui,
perché si potrebbe parlare del livello in cui è scesa la televisione di Stato.
Antonio Chionna
direttore editoriale de “Il Punto”
Facciamo finta che sia vero
G
iorgio Bocca, uno dei grandi padri del giornalismo italiano,
scomparso di recente, lo aveva definito, anni fa, un cretino di
talento, appioppandogli, probabilmente in modo del tutto involontario, la qualifica più appropriata.
L’epiteto, infatti, non era per nulla dispiaciuto allo stesso Celentano,
che, anzi, lo trovava delizioso, paradossale, nient’affatto insolente, adatto
a chi, come lui, che si considerava il Re degli ignoranti, non voglia prendersi mai eccessivamente sul serio.
Sul talento dell’artista di Galbiate, nulla da osservare, ovviamente. Esso
è unanimemente riconosciuto, indiscutibilmente strepitoso, per nulla
intaccato dall’usura del tempo che passa.
Ma è sull’altro termine che la critica si divide. In breve, per alcuni Celentano è un cretino di talento, per altri un cretino e basta. Per me, è chiaro segno di intelligenza la sua capacità di leggere dentro, dal momento
che tira dritto per le cose in cui crede, senza fermarsi alle apparenze, e
valgono a dimostrarlo le sue ultime esternazioni dal palco dell’Ariston
durante la kermesse sanremese di quest’anno, comprese quelle sul paradiso, sulla vera festa che è in cielo, sulla vita che su questa terra è solo,
per dirla con Franco Battiato, ombra della luce.
D’accordo, ha usato parole pesanti, urtando più di qualche suscettibilità. Ha colpito, probabilmente, qualche bersaglio sbagliato, come la stampa cattolica, gran parte della quale benemerita ed esposta da sempre sul
versante delle marginalità. Ha rischiato ancora una volta di imbalsamarsi nell’immagine del predicatore che ha in tasca il monopolio etico della
verità. Ma mi chiedo: non si può ora pacatamente tentare di riflettere,
senza respingere immediatamente al mittente, senza criminalizzare e,
soprattutto, lasciandosi sfiorare, almeno in minima parte, dal sospetto
di dover cambiare tutti qualcosa della nostra vita ed evitando di restare
chiusi nella nuvola di imperturbabile irreprensibilità o di perbenismo di
facciata da cui siamo avvolti? E così pure i giornali tirati in ballo, Avvenire e Famiglia Cristiana, dopo una prima fase di legittimo sconcerto e di
altrettanto legittima difesa del loro meritevole operato, non possono ora
pacatamente chiedersi, il primo, che ancora sanguina per il metodo Boffo, se sia realmente il giornale in cui tutti i cattolici di qualunque estrazione possano riconoscersi, il secondo, se, pur conducendo lodevoli inchieste, non corra talvolta il rischio di perdersi in faccende mondane?
(Per inciso, a proposito di Famiglia Cristiana: dov’erano i cattolici indignati da Celentano quando altri cattolici di uno dei tanti movimenti della nostra amata chiesa organizzavano campagne diffamatorie ai danni
della testata dei paolini o altri cattolici di governo la tacciavano di essersi trasformata da Famiglia Cristiana in Famiglia Comunista, sol perché
le sue analisi politiche e sociali erano spietatamente vere? Peccato che
spesso noi cattolici siamo divisi su tante questioni).
Tuttavia, al netto di tutte le polemiche, quello che io ho visto a Sanremo
– e che più mi ha interessato cogliere, tanto da farmi trascurare volentieri
il resto – è un artista innamorato di Gesù Cristo. D’accordo, Celentano è
un credente a suo modo. E chi di noi non lo è? Ma i suoi occhi mi sono
parsi sinceri, la sua onestà di fondo luminosa – tanto da provare un certo
imbarazzante dispiacere nel vederlo clamorosamente contestato – e, soprattutto, il suo cuore gonfio di passione nel rivendicare il giusto spazio
per Dio in un mondo che spesso appare esclusivamente ingolfato in affari terreni. Non stanno forse proprio così le cose anche all’interno della
chiesa, dove alligna, come il papa ripete spesso, la tentazione del potere
e del carrierismo e dove trame segrete di curia e scandali sessuali e finanziari - sono notizie di questi giorni - denunciano l’affievolirsi dello
spirito evangelico? Non è vero che molti di noi, preti e vescovi, stiamo
rischiando di perdere di vista l’essenziale, il vangelo, la liturgia, la carità,
trasformandoci spesso in asettici funzionari del sacro? E non è forse vero
– sono i sondaggi, purtroppo, a rivelarlo – che i preti, non tutti, per fortuna, di tutto parlano, tranne che delle cose che riguardano Dio? Certo, so
bene che la fede in Dio non si riconosce dal numero delle volte che pronuncio il suo nome, ma dalle opere che compio nel suo nome, in forma
anonima e nel segreto della coscienza. E che non è necessario parlare
semplicemente del paradiso per dimostrare di crederci. Ma ho tentato
di cogliere nella provocazione di Celentano, che pure pecca di un certo
integrismo cristiano, lo sprone a non perder mai di vista le cose di lassù,
nel mentre ci si adopera per le cose di quaggiù saldando, per dirla con
don Luigi Ciotti, la terra con il cielo.
Proprio per questo, come prete, non mi sono sentito affatto infastidito dalle parole di Celentano, le quali non mi sono sembrate, nonostante
tutto, poi tanto peregrine.
Perché ha parlato della vita di Gesù Cristo, laicamente, senza essere un
predicatore di professione, a una platea di sedici milioni di telespettatori. E poi perché ha parlato da uomo libero, andando dritto all’essenziale
senza giri di parole e scuotendo la pubblica ottusità della gente, cose tutte che molti di noi non riusciamo più a fare, preoccupati di essere solo
persone di buon senso.
È un ipocrita incallito? Se la veda con la sua coscienza! Ma il graffio
che ha provocato sulle nostre, di coscienze, non venga immediatamente
neutralizzato, come si augurano molti, per i quali, per fortuna, fra qualche giorno non si sentirà più parlare di Celentano. Quel graffio, invece,
continui a sanguinare e ci ricordi che non è sufficiente essere cattolici, se
non si diventa anche necessariamente cristiani.
Quello che tutti abbiamo sentito, per una volta, facciamo finta che sia
vero.
don Cosimo Posi
20
di Alfredo Luciani
H
a senso parlare oggi di spiritualità del lavoro? La risposta
non può che essere affermativa e
la conferma viene dalle pagine, fresche ancora di stampa, proposte da
Alfredo Luciani per le Edizioni Paoline, che nella loro collana “Saggistica Paoline” (n.
51), propongono
proprio “La spiritualità del lavoro. Dalla dottrina
sociale una sfida
per il futuro” (pp.
168, euro 13,50).
Il volume, che
gode della prefazione di mons.
Mario Toso - attualmente segretario del Pontificio Consiglio della
Giustizia e pace e
notissimo agli studiosi di dottrina
sociale per i suoi
contributi a questa branca della
teologia morale
da indimenticato
docente nel Pontificio ateneo salesiano -, è scritto
a trent’anni dalla
pubblicazione
dell’enciclica Laborem Exercens (14
settembre 1981). Avendo come
punto di riferimento quel documento di Giovanni Paolo II, dunque, l’autore – che è docente di
Filosofia della Religione, nonchè
Fondatore e Presidente dell’Associazione Internazionale Carità Politica ed autore per le Paoline di un
sempre attuale “Catechismo sociale cristiano” – offre una feconda
sintesi di quelli che sono i capisaldi
della dottrina sociale della Chiesa
sul lavoro: in primo luogo, la centralità della persona umana e il
primato della dimensione interiore
e spirituale della persona rispetto
a quella esteriore e materiale. Egli
sostiene come, partendo da «una
nuova cultura del lavoro che faccia suoi questi principi, il “diritto al
lavoro” e i “diritti del lavoro” possono essere difesi e rilanciati con
una maggiore efficacia. E soltanto
partendo da essi – si spiega ancora
si può interpretare correttamente
il lavoro umano come espressione
della propria personalità e attività
partecipativa del piano creativo di
Dio».
«L’insegnamento della Chiesa sul
lavoro è quello radicato nella Rivelazione biblica – aveva scritto
altrove l’autore -. Per l’uomo il lavoro è un mezzo, un dovere per vivere e progredire nella dimensioni
di una perfezione che trascende la
realtà di questo mondo». Ed ora,
dunque, «parlare di spiritualità del
lavoro in un periodo come questo,
caratterizzato da una grave crisi
globale, potrebbe apparire alquanto contraddittorio, per certi aspetti addirittura non opportuno. Ma
proprio in un momento di emergenza lavorativa come quello che
stiamo vivendo – sostiene l’autore
- diventa ancora più urgente riproporre una dimensione dal lavoro
che non sia esclusivamente quella di attività indispensabile ai fini
della sopravvivenza. Anzi, è forse
proprio la carenza di una visione più profonda del significato di
“lavoro” (e in senso più ampio, di
“economia”), una delle cause delle
crisi odierna».
(a. scon.)
L
Lettere di paternità
spirituale
di Elisa Lascaro (a cura di)
a lodevole iniziativa della Effatà
Editrice (via Tre Denti, 1 – 10060
Cantalupa – TO, www.effata.it) di raccogliere – in occasione del 25° della
scomparsa – gli inediti del card. Michele Pellegrino in apposita sezione
degli «Studia Taurinensia» fa registrare
un altro significativo
tr ag uardo, dopo
i consensi
raccolti
con le cinque conferenze
patristiche
(«Il popolo di Dio
e i suoi
pastori»),
che l’indimenticato
presule
torinese
tenne nella Facoltà
autonoma
di teologia protestante di
Ginevra.
Ecco ora,
dunque, a
cura di Elisa Lascaro, le «Lettere di paternità spirituale. Corrispondenza (1946-1979)». È
vero: «sono piccola parte di una corrispondenza di direzione spirituale che
il Cardinale Michele Pellegrino tenne
lungo quasi tutto l’arco della sua vita»,
avverte la curatrice. Queste lettere,
però ,sono oltremodo significative,
innanzi tutto perché «indirizzate ad
alcune signorine, che erano state sue
allieve nel Corso di Laurea della Facoltà di Lettere di Torino e che si erano
laureate con lui in Letteratura Cristiana Antica, in un periodo che complessivamente comprende gli anni che
vanno dal 1946 al ‘79»; quindi perché
da esse «emergono le situazioni delle
destinatarie, i loro problemi, non solo
di carattere spirituale, ma anche i loro
travagli psicologici», facendone «un
documento importante che rispecchia
la vita di un sacerdote e di un professore, diventato Vescovo e Cardinale,
che tanto ha dato alla Chiesa, ed in
particolare a quella di Torino, nel secolo scorso».
Questo epistolario è «una sorta di biografia interiore di Michele Pellegrino»
e conferma l’impegno costante di questo presule che – non va dimenticato
– mai confuse i ruoli di docente e di
guida spirituale di alcuni sue alunne,
tanto è vero che «egli stesso considerava utile non interrompere il colloquio
spirituale» anche nel corso delle sue
lunghe assenze nei mesi estivi. In essi
troviamo i temi di una valida e mai banale direzione spirituale: «il Maestro interiore delle anime è soltanto Dio, nella
Persona del Figlio, mentre il sacerdote
è chiamato ad essere un umile “interprete” ma proprio per questo deve essere “santo”». Traspare come «compito
fondamentale del direttore sarà quello
di invitare le anime all’esercizio delle
“virtù evangeliche”, quali innanzi tutto
l’umiltà (…), “nel pieno abbandono alla
volontà di Dio”, da cui solo possono derivare “la pace e la serenità”». Non va
dimenticato, del resto, che il card. Pellegrino era stato insegnante e direttore spirituale nel Seminario di Fossano
ed aveva fornito una sintesi efficace di
questo suo impegno ne «La direzione
spirituale dei giovani», che l’Ave pubblicò nel 1938 e la cui lettura ancor oggi
non è fatica vana.
(a. scon.)
15 marzo 2012
IL LIBRO
La spiritualità
del lavoro
IL LIBRO
il libro
Libri
Verso la città divina
di Francesco Tomatis
«L
ibertà vo cercando, ch’è sì
cara…». Ed in occasione
delle celebrazioni per il 50° della
scomparsa di Luigi Einaudi, insigne economista e pensatore politico, nonché primo presidente della
Repubblica, tra gli eventi di maggior successo bisogna considerare
la pubblicazione di un volume di
Francesco Tomatis, “Verso
la città divina.
L’incantesimo
della libertà
in Lugi Einaudi” (Città Nuova, pp. 303,
Euro, 19,50).
Tomatis, ordinario di filosofia teoretica
nell’Università
di
Salerno,
fa emergere
chiaramente come, nel
pensiero
di
Einaudi,
ci
fossero
tre
inscindibili
dimensioni
della libertà
umana: quella “personale”,
quella
“ s o c i a l e ”,
quella
“spirituale”, dove rispettivamente si
considera la libertà sotto l’aspetto
“della coscienza morale di ciascun
individuo”; sotto l’aspetto “pratico”
ed interpersonale, ed infine sotto l’aspetto della “ricerca di verità
sempre ulteriore anelante a Dio”.
In cinquantaquattro brevi ed intensi capitoli e con una bibliografia oltremodo interessante perché
suddivisa nematicamente, Tomatis
«illumina le questioni poste con vigore da Einaudi» ed ancora «cruciali nella società attuale», che pure
dista oltre mezzo secolo dall’epoca
in cui Einaudi operava. «In una parola – si legge -, la difesa della libertà, senza il cui incantesimo non
sarebbe possibile agli uomini rivolgersi, in elevazione morale e spirituale, verso la città di Dio».
Ed ecco così – solo per citarne alcuni – il tema della individuazione
di classi dirigenti moralmente elevate ed autorevoli e quello della
necessità di una federazione europea e dell’autonomismo regionale, rivolto all’unità; ecco ancora la
questione della libertà di pensiero
e di fede religiosa e quello del valore del dovere morale e dei comandamenti biblici, del messaggio
cristiano e della tradizione, senza
dimenticare nodi ancora vivi nella riflessione come l’equità delle
imposte e la giustizia delle leggi e
come la critica ai totalitarismo e
al conformismo, a ogni idolatria o
ideologia. «Einaudi era certamente consapevole della complessità e
anche contraddittorietà dell’essere umano – osserva Tomatis -. Recensendo nell’anno 1900 il recente
volume del proprio amico e compagno di studi Gioele Solari (…),
così riassume e definisce l’ “uomo
intero”: “un complesso e misterioso miscuglio di istinti egoistici e
di sentimenti morali e religiosi, di
passioni violente e di amori puri”.
Tuttavia – conclude l’autore – egli
volse sempre verso l’alto il compito
dell’uomo libero: verso ideali eroici e verso la libertà spirituale, verso realtà divine e spirituali e verso
Dio, verso la città divina».
(a. scon.)
15 marzo 2012
21
Cultura & Comunicazione
STORIA PATRIa A proposito dei recenti rinvenimenti sul lungomare Regina Margherita
Quella scoperta davanti a Palazzo Montenegro
I
mmersa nel cuore del Mediterraneo,
Brindisi pare avere una visione “circolare” del tempo che sempre si ripete, come
nel mito dell’eterno ritorno, proprio di antiche culture pagane e della storiografia classica greca fautrice di una visione temporale
ciclica. Si tratta di considerazioni che pure
possono proporsi a proposito di cicliche riscoperte nell’area di Brindisi; ne sono chiaro
esempio i silenti relitti del tempo perduto in
lungomare Regina Margherita, emersi una
prima volta il 1897 allorché la civica amministrazione, rilevando l’assenza di fontane
nell’area portuale, deliberò lo spostamento
della fontana dei Delfini, dal piccolo piazzale triangolare all’incrocio fra via Cesare
Battisti e corso Umberto I, innanzi il palazzo
Montenegro allora sede della Peninsular and
Oriental Steam Navigation Campany. Il 1918
la fontana ebbe nuova collocazione nei giardini di piazza Vittorio Emanuele II. Scrive
Pasquale Camassa (1858-1941): “Si potette
allora osservare che si era alla presenza di
un criptoportico formato di voltine a vela
poggianti su pilastrini equidistanti fra loro,
da cui s’ iniziavano. delle fughe in diverse
direzioni”. Grande è l’abbaglio del Camassa in questa occasione; i resti sono in realtà pertinenti agli interventi di risanamento
igienico sanitario a vantaggio della città voluti dal re di Napoli Ferdinando IV. Il sovrano “volendo restituire l’antico splendore alla
città di Brindisi colla riduzione del suo celebre porto, e col bonificamento dell’aria in
beneficio dell’agricoltura, e del commercio”,
il 1790 approvò il relativo progetto dell’ing.
Carlo Pollio. Fra le altre intraprese, si provvi-
PARADISO AMARO
regia: Alexander Payne
S
e dovessimo pensare a un posto che rassomigli al Paradiso
in terra, certamente le Hawaii, il
bellissimo arcipelago americano,
farebbero al caso nostro. Spiagge
sterminate di sabbia bianca, mare
cristallino, vegetazione ricca e rigogliosa. Però anche gli abitanti
delle Hawaii hanno i loro pensieri, la loro vita fatta di frustrazioni, problemi, dolori. E così anche
un paradiso terrestre può trasformarsi in un paradiso amaro.
È con questa considerazione che
inizia “Paradiso amaro” di Alexander Payne, interpretato da George
Clooney. La pellicola, candidata a svariati Oscar tra cui quello
per l’interpretazione di Clooney,
racconta la vita di Matt King, avvocato di successo che vive alle
Hawaii perché discendente di un
proprietario terriero del luogo.
Sua moglie Elizabeth ha appena
avuto un incidente che l’ha gettata in coma, e non si riprenderà più. Non resta che staccare le
macchine che la tengono ancora
in vita. Da anni troppo concentrato sul suo lavoro, l’uomo si ritrova con due figlie che ormai non
conosce più, la più grande delle
quali, Alexandra, è sulla via della ribellione più spinta. Il dolore
di Matt per la tragedia subita si
trasforma in frustrazione quando
scopre che sua moglie aveva una
relazione extraconiugale, e stava
per chiedere il divorzio. Il marito
tradito e disperato si lancia allora
alla ricerca dell’amante della sua
sfortunata consorte che lo porterà a fare un viaggio inaspettato,
soprattutto dentro se stesso, e lo
farà diventare una persona nuova. Il tema della pellicola è decisamente drammatico (la morte
con cui si devono confrontare tut-
© M.Matulli
© M.Matulli
de alla “costruzione di due vasche depuratrici delle acque piovane, prima di immettersi
nel porto; delle quali una innanzi al palazzo
Montenegro, e l’altra accanto alla scaletta
o salita, che dalla strada della Marina porta
alla piazza delle Colonne”. L’errore del Camassa, puntualmente, ebbe riproposizione,
ti i protagonisti e che li porterà a
fare scelte radicali e differenti per
la propria vita, a cominciare dal
protagonista), ma il tono scelto
dal regista è tra l’ironico e il grottesco e smorza la pesantezza che
in realtà la storia raccontata porta con sé. Una leggerezza di tocco, dunque, che serve a vedere le
cose con uno sguardo più distaccato e meno melodrammatico.
Clooney è perfetto nel muoversi
su questa to nalità e aiuta il film
a mantenersi in bilico fra il dramma e la farsa. Il meccanismo però
non funziona perfettamente, a
nostro avviso, e quello che manca alla fine è una vera emozione,
quella che ogni pellicola dovrebbe portare con sé, soprattutto
se si raccontano eventi di questo
tipo. Qui si parla di testamento
biologico, donazione di organi,
morte, tradimenti, disturbi giovanili, padri inadempienti, figli
soli e allo sbando, senza che tutte
queste fondamentali tematiche
riescano ad assumere una vera
consistenza emotiva. Si rischia di
rimanere distaccati, distanti, rispetto a ciò che viene raccontato.
Non che il film non porti avanti
giuste istanze valoriali (si riscopre
il valore della famiglia, dell’onesta, dell’importanza delle proprie
radici contro l’arrivismo economico scellerato), ma forse quello
che manca è un po’ di cuore, un
po’ di sentimento, la possibilità
di appassionarsi alle vicende raccontate senza che il tono ironicogrottesco c’impedisca di farlo,
lasciandoci galleggiare sulla superficie come sospesi in una bolla d’acqua.
Paola Dalla Torre
almeno a livello immediatamente divulgativo, nelle riscoperte del 1980, durante i lavori sul lungomare determinati dalla visita
in Brindisi del Presidente della Repubblica
Sandro Pertini il 4 marzo 1980 e, più recentemente, nelle scorse settimane. I resti innanzi
palazzo Montenegro non hanno alcuna rela-
QUASI AMICI
regia: O.Nakache ed E. Toledano
I
spirato ad una storia vera,
“Quasi amici” di Olivier Nakache ed Eric Toledano è una commedia che riesce a parlare, con
umanità, profondità e senza pietismo, di un argomento difficile
come quello della disabilità. In
questo caso si tratta di tetraplegia, una disabilità che immobilizza completamente la persona,
rendendola totalmente dipendente dagli altri.
Il cinema ha spesso raccontato
casi di tetraplegici, sia tetraplegici ispirati a persone reali (come il
protagonista di “Mare dentro” di
Alejandro Amenabar), sia tetraplegici frutto della finzione cinematografica (come la protagonista
di “Million dollar baby” di Clint
Eastwood), ma il modo di raccontare le loro esistenze era sempre
declinato in senso drammatico
e spesso utilizzato per farne un
esempio di una lotta per quello
che alcuni definiscono il “diritto”
di morire. Quindi pellicole che
andavano a toccare un problema
serio e complesso come quello
dell’eutanasia o più che altro del
suicidio assistito. E che mettevano in evidenza come la vita dei
protagonisti non fosse più vivibile
e drammaticamente infelice.
“Quasi amici”, invece, ha un impianto totalmente diverso: prima
di tutto è una commedia e non
un dramma, secondo poi mostra
l’inaspettata bellezza che la vita
può offrire, grazie alla comunicazione con l’altro, anche in una
condizione assolutamente drammatica. Il film, infatti, racconta
l’incontro tra Driss, ragazzo di
colore con una vita derelitta tra
carcere, ricerca di sussidi statali, un rapporto non facile con la
famiglia, e il miliardario tetraple-
zione o termine di comparazione con quelli
del cosiddetto criptoportico il cui percorso
fu delineato da Giovanni Tarantini (180589) il 1876 e in parte accertato con gli interventi di scavo occorsi nell’ultimo decennio.
Erroneamente è stato ubicato innanzi palazzo Montenegro un rinvenimento di resti
marmorei di età romana ora al museo nazionale di Napoli in realtà riferibile all’area
di Sant’Apollinare. Unico elemento di età
romana sicuramente pertinente all’area di
palazzo Montenegro e sue adiacenze resta il
testo epigrafico rinvenuto il 1736 da Gerolamo Montenegro nel giardino attiguo del suo
palazzo mentre si praticava uno scavo per
piantare un albero. Il patrizio la fece murare ove è oggi, unitamente ad altra epigrafe
esplicativa del rinvenimento. Nell’epigrafia
brindisina i decuriones e i municipes come
dedicanti di un monumento onorario compaiono in un’unica, altra epigrafe, quella
per Gaio Falerio Nigro. La formula d(ecreto)
d(ecurionum) appare usata, in questo caso,
per concessione di luogo pubblico dove collocare una base con statua o soltanto base; il
pagamento è interamente a carico dei privati
senza l’intervento di denaro pubblico, con
riferimento alle statue in onore dell’imperatore e dei membri della famiglia imperiale.
La datazione dell’epigrafe al 110 costituisce
riferimento importante per determinare il
termine dei lavori relativi all’Appia Traiana.
Giacomo Carito
gico Philippe, che lo sceglie come
proprio aiutante personale. Incaricato di stargli sempre accanto
per spostarlo, lavarlo, aiutarlo
nella fisioterapia, Driss non tiene
a freno la sua personalità poco
austera e contenuta. Diventa così
l’elemento perturbatore in un ordine alto borghese fatto di regole e paletti, un portatore sano di
vitalità che stringe un legame di
sincera amicizia con il suo superiore, cambiandogli in meglio la
vita. E mostrandog li come anche
se con estrema difficoltà, data
la sua condizione, la vita valga
la pena di essere vissuta e possa
offrire sempre nuove possibilità.
L’incontro con l’altro, dunque,
con qualcuno che sembrerebbe
completamente diverso da noi,
permette lo svelamento di nuovi
inediti orizzonti di vita e di speranza.
Il film è, dunque, la storia di
un’amicizia che rompe ogni barriera, una storia piena di commozione e sentimenti che non
diventano mai melensi grazie
all’impianto comico con cui è
strutturata l’opera. La pellicola è
stata campione d’incassi in patria
(con cifre spaventose) ed è anche
un campione d’integrazione tra i
più classici estremi. È stato scritto, infatti, che nel film la Francia
bianca e ricca incontra quella di
prima generazione e mezza (nati
all’estero ma cresciuti in Francia),
povera e piena di problemi. Utilizzando la cornice della classica
parabola di qualcuno totalmente
distante che, inserito in un ambiente fortemente regolamentato, ne scuote le fondamenta
per poi allontanarsene, i registi
Olivier Nakache ed Eric Toledano
realizzano anche un film tra i più
ottimisti sulle tensioni che attraversano la Francia moderna.
Pa.Da.To.
22
Sport
15 marzo 2012
CONVEGNOLa Presidenza nazionale del Csi a Brindisi, il 28 febbraio, per “Casa Comitato”
Uno sport per la vita, così si cresce davvero
L
a Puglia ha accolto con un caldo sole la
Presidenza Nazionale del Centro Sportivo Italiano, nella sua tappa del tour di
Casa Comitato nel tacco dello Stivale.
Ad ospitare il Presidente Nazionale CSI e
il suo entourage, il Comitato Provinciale di
Brindisi e quello circoscrizionale di Ostuni.
Appena giunta all’aeroporto “Papola” di
Brindisi, la Presidenza Nazionale del Csi è
stata accolta dal Presidente Provinciale CSI
Francesco Maizza, dal Vice Presidente Regionale e Vicario Provinciale Ivano Rolli e da
Dario Murra Vice Presidente Provinciale CSI,
subito dopo ha incontrato i rappresentanti
istituzionali della Città di Mesagne nell’aula
consiliare del Comune, che hanno dato vita
ad un incontro fitto di ringraziamenti per il
lavoro che il Centro Sportivo Italiano compie
sul territorio italiano sin dal 1944, anno della
sua fondazione.
Dopo aver gustato prelibati piatti tipici, la
Presidenza si è recata presso l’oratorio parrocchiale di San Pio a Mesagne dove il Presidente Achini ha dato il calcio d’inizio al Memorial di calcio a 5 degli Under 14 dedicato
a Mons. Saverio Martucci, un quadrangolare
molto sentito dalle squadre partecipanti e
dall’intera comunità messapica.
Subito dopo, la Presidenza è stata ospite
presso il Palazzo Arcivescovile di Brindisi
dell’Arcivescovo, S. E. Mons. Rocco Talucci,
con il quale ci si è soffermati a discutere delle linee guida del Csi.
Di rientro a Mesagne, si è svolto un incontro con i Comitati ospitanti, che hanno illustrato le attività formative che si svolgono sul
territorio brindisino.
Il clou della giornata è giunto alle 18:30
presso l’auditorium del Castello normanno
svevo di Mesagne, la Presidenza Nazionale è
stata ospite d’onore del convegno “Uno sport
I relatori al Convegno tenutosi presso il Castello di Mesagne
Il pubblico presente al Convegno
per la vita”, dedicato al tema del programma
annuale del Centro Sportivo Italiano.
Il convegno è stato aperto dalla preghiera
tenuta dall’Arcivescovo di Brindisi - Ostuni,
S.E. Mons. Rocco Talucci e da Mons. Claudio
Paganini, consulente ecclesiastico nazionale. Nel corso della serata si sono susseguiti i
saluti istituzionali degli ospiti: oltre al Presidente del Comitato Provinciale di Brindisi,
Francesco Maizza, hanno voluto portare il
proprio saluto alla Presidenza Nazionale il
sindaco di Mesagne Franco Scoditti, il Presi-
Il Csi incontra l’Arcivescovo
dente del Coni Provinciale Nicola Cainazzo e
il Presidente Del Csi Puglia Dino Diso.
L’energia di Mons. Claudio Paganini ha preceduto l’intervento del Presidente Nazionale
Csi Massimo Achini, che ha salutato i presenti ringraziando in particolar modo i genitori dei ragazzi che frequentano le attività
seguite dal Centro Sportivo Italiano, oltre ai
dirigenti e ai formatori, che con il loro entusiasmo fanno sì che i ragazzi possano vivere
esperienze sportive tali da influire positivamente sulla loro crescita.
Intervista al presidente nazionale csi ACHINI:
«la partita più affascinante? La vita»
Nello specifico, che situazione avete trovato in provincia di Brindisi?
«Venendo qui, sapevamo che avremmo
incontrato una realtà molto positiva, che
sembra far parte del patrimonio genetico
della popolazione locale. Il CSI a Mesagne
è di casa, per cui per noi è stato un piacere doppio giungere in una terra così appassionata e costantemente in crescita, un
fattore da non sottovalutare. In un periodo
Ag. Po.
Csi Brindisi
Rinnovate la cariche
S
A
lle 10:55 del 28 febbraio, puntuale
come da previsioni, atterra a Brindisi l’aereo che conduce la Presidenza Nazionale del Centro Sportivo Italiano in terra di Puglia.
Una visita prevista dal calendario di Casa
Comitato, nome affidato al progetto della
Presidenza Nazionale di far visita in alcuni
Comitati provinciali sparsi sullo Stivale per
conoscere in modo più approfondito le realtà locali.
Quando ho l’occasione per parlare a tu
per tu con il Presidente nazionale del CSI
Massimo Achini, gli chiedo come mai la
scelta sia caduta su Brindisi.
«Con Casa Comitato, è da circa tre anni
che percorriamo un tragitto nei comitati
provinciali: la decisione di visitare quello di
Brindisi è arrivata in modo naturale, perché
è tra i più brillanti e impegnati sul territorio
italiano.»
Ogni anno, 20 comitati vengono scelti dalla Presidenza Nazionale per essere tappa
di un percorso teso a conoscere i volontari
che in essi operano e per ringraziare loro
dell’impegno, gratuito, che investono per la
buona riuscita dei progetti.
«Il nostro è un tour lungo, che dura da
tre anni, eppure non ci stanchiamo di dire
grazie a chi mette a disposizione degli altri
il proprio tempo per dare spazio allo sport
nella vita dei giovani.»
Nel suo intervento, Achini ha sottolineato
il fascino insito in chi lavora, volontariamente e nel completo anonimato, all’interno del
Centro Sportivo Italiano: per chi opera in
questo settore, parla la propria testimonianza di vita, la forza di stare accanto ai più deboli.
«Fondamentale – ha continuato Achini –
l’educazione dei più giovani: un impegno
che pone le basi per il futuro di questo Paese». Con grande entusiasmo e con la sfida a
dare vita a nuovi gruppi sportivi in tutte le
Parrocchie, il Presidente Achini ha salutato
l’assemblea, premiando i ragazzi del quadrangolare disputatosi nel pomeriggio e aggiudicatosi dal Csi Santissima Annunziata.
A conclusione del convegno, i comitati
ospitanti hanno ricevuto due totem da parte della Presidenza nazionale recanti il nome
del proprio comitato e il logo del Centro
Sportivo Italiano.
Una giornata da ricordare, per il Comitato
Provinciale di Brindisi e quello circoscrizionale di Ostuni, che hanno avuto l’onore di
dare la giusta rilevanza alle attività messe in
campo sul territorio. Ma soprattutto per la
Presidenza Nazionale, che con Casa Comitato ha deciso di vivere, giorno per giorno, lungo tutto lo Stivale, l’entusiasmo di giocare la
partita più affascinante di tutte, quella della
vita.
“Per il CSI brindisino – ha dichiarato felice
il presidente Maizza - è un onore aver ospitato la Presidenza Nazionale del Centro Sportivo Italiano qui in terra messapica. Aver vissuto una giornata con il Presidente e gli altri
membri ci ha stimolato a compiere sempre
meglio nel territorio il nostro percorso educativo attraverso lo sport con i ragazzi”.
Foto di gruppo all’oratorio parrocchiale “San Pio”
storico in cui sembrano perdersi di vista i
valori più autentici, lo sport rappresenta un
ottimo strumento per educare i più giovani a percorsi formativi utili per la propria
esistenza, che si continui nel mondo dello
sport o meno.»
Il Centro Sportivo Italiano, proprio per la
sua storia, è un ottimo esempio: sono 13
mila le società sportive sul territorio italiano, con un numero di tesserati che sfiora i
956 mila. Un’associazione nata nel 1944 e
che da allora non ha mai smesso di crescere. In questo modo, il CSI ha aiutato a crescere numerose generazioni di ragazzi,che
nel tempo sono diventate la classe dirigente del Paese. Che non deve perdere di vista
un obiettivo fondamentale in ambito educativo.
«La sfida che non si può perdere è quella
dell’educazione alla vita. La partita più affascinante, è la vita stessa. Attraverso l’operato del CSI in Italia e il ruolo dello sport
nella vita dei più giovani, il futuro può essere visto con maggiore speranza, perché
lo sportivo viene educato al rispetto delle
regole. E anche il nostro Paese deve render-
sene conto, se vuol porre le basi per un avvenire più sereno.»
Ma come la mettiamo con gli sgarbi in
campo e sui giornali tra sportivi?
«Il mondo dello sport, specie quello professionistico, si deve assumere la responsabilità educativa di rappresentare un esempio
cui i ragazzi italiani e non solo guardano.
La loro è una responsabilità centrale, e
in alcuni casi si stanno creando delle basi
perché questo avvenga. Il CSI a Milano sta
collaborando con Milan e Inter per dar vita
a percorsi all’interno delle parrocchie. È
ovvio, questo è solo il primo passo di una
lunga serie, perché è ancora tanta la strada
da fare in questo senso. Spesso a prendere
spazio nei media sono le cattive notizie che
provengono dallo sport, ma un ottimo segnale arriva proprio dal mondo del calcio:
il premio della Panchina d’Oro, quest’anno, è stato assegnato a Francesco Guidolin,
allenatore dell’Udinese, una squadra che
rispecchia l’impegno del proprio Mister
nell’educazione allo sport.»
Agnese Poci
i è svolta lo scorso 1 Febbraio l’Assemblea Elettiva ordinaria che ha
eletto gli organi associativi per il prossimo quadrienni del 2012-2016 del CSI
Comitato Provinciale di Brindisi.
Presidente sarà Francesco Maizza.
Lo staff è così composto:
Vice Presidente Vicario e coordinatore
Amministrazione e Tesseramento: Ivano
Rolli.
Vice Presidente : Dario Murra.
Segretario Provinciale: Luca Destino.
Coord. Tecnico Attività Sportiva: Cosimo
Destino.
Coord. Formazione: Marcello Mitrugno.
Consiglieri: Caramia Valentina, Paolo Colucci, Alessio Rosato, Santina Sirsi, Maria
Antonietta De Netto , Sandro Diviggiano,
Tony Summa.
15 marzo 2012
Le rubriche
inchiesta “mani pulite”, VENTI ANNI DOPO
S
ono trascorsi 20 anni da quando iniziò l’operazione “mani pulite” con
l’arresto , il 17 febbraio 1992 a Milano, di Mario Chiesa, presidente del Pio
Albergo Trivulzio e dirigente del partito
Socialista Italiano, accusato di concussione per una tangente di 7 milioni di lire (la
metà di quanto aveva chiesto ) presa da un
giovane imprenditore che, stanco di dover
pagare per poter lavorare, aveva deciso di
denunciare il fatto.
Da quel 17 febbraio prese il via una delle
più grandi indagini della storia repubblicana che portò alla luce il sistema politico-finanziario italiano fatto di corruzione, concussione, finanziamento illecito ai partiti.
Venne colpito i’intero arco costituzionale,
tanto che i partiti al potere in quel periodo,
dal Partito Socialista alla Democrazia Cristiana, oggi non esistono più ed ai quali,
ad onor del vero, non fu consentito il pur
auspicato e necessario ricambio della classe dirigente, mentre, va ricordato, episodi
che avevano coinvolto il Partito Comunista
non furono approfonditi dagli inquirenti.
Infatti, alcuni dei protagonisti della politica di allora, malgrado tutto, non sono
usciti dalla scena e siedono in parlamento.
Sarebbe difficile raccontare ciò che è avvenuto dopo quel famoso arresto. L’inchiesta Mani Pulite ha prodotto circa 1.300 dichiarazioni di colpevolezza, fra condanne
e patteggiamenti definitivi. La percentuale
di assoluzioni nel merito (cioè imputati
risultati estranei ai fatti) si aggira tra il 4 e
5 per cento. I restanti altri, circa il 40 per
cento degli indagati, si sono salvati grazie
alla prescrizione, a cavilli procedurali o a
modifiche legislative.
Il bilancio, dal 92 ad oggi, non è affatto
esaltante, anzi è piuttosto triste e preoccupante, perché in questi 20 anni non solo la
corruzione non è stata eliminata, ma, anzi,
si è rafforzata. Lo stanno a dimostrare gli
episodi che hanno coinvolto l’ex tesoriere
della Margherita, accusato di aver sottratto
ingenti quantità di denaro dalla cassa del
partito ormai scomparso, l’ex presidente
della provincia di Milano e l’ex vicepresidente della Regione Lombardia. Qualcuno in questi giorni ha sottolineato che una
volta i politici e gli amministratori rubavano per il partito, oggi rubano al partito per
i fini personali.
È davvero scandaloso assistere a questi
23
Ricordando quel papa di 90 anni addietro
P
Il Tribunale di Milano
episodi di malcostume, soprattutto in un
momento storico in cui si chiedono ai cittadini ed alle famiglie gravosi sacrifici. E che
il quadro in Italia sul fronte della corruzione sia grave lo dimostra, non solo l’appello
del Capo dello Stato alle forze politiche ad
individuare una normativa adeguata per
combatterla, ma anche l’allarme lanciato
dal Presidente della Corte dei Conti, che,
all’apertura dell’anno giudiziario 2012, ha
affermato che illegalità, corruzione, malaffare sono fenomeni ancora notevolmente
presenti le cui dimensioni presumibilmente sono di gran lunga superiori a quelle che
vengono, spesso faticosamente, alla luce.
Cresce in maniera evidente il danno erariale, più di 350 milioni di euro, ma ci sono
dati ancora più allarmanti, come i 60 miliardi di euro l’anno legati alla corruzione,
secondo stime legate alla Funzione Pubblica.
La soluzione al dilagare della corruzione
potrebbe essere l’approvazione del decreto
anticorruzione, anche se il governo ha fatto
intendere di essere propenso a rimandare
la questione di alcune settimane. Ma, prima di trovarsi in questa situazione, che per
anni ha compromesso anche lo sviluppo
economico, forse sarebbe bastato ratificare
la convenzione anticorruzione dell’Unione
Europea firmata nel 1999.
Gian Paolo Zeni
apa a sessant’anni, otto anni dopo
si sarebbe presentato al cospetto di
Gesù Cristo, del quale era stato vicario in terra. Il 22 gennaio di novant’anni
addietro, il mondo fu scosso da quel rintocco particolare di campane: «Nessuno si
aspettava un altro conclave nel 1922 – hanno scritto gli storici -, poiché Benedetto XV
aveva meno di settant’anni quando morì
dopo una breve malattia». Papa in anni
difficilissimi, il «piccoletto», così lo chiamavano in seminario, aveva retto il timone
della barca di Pietro in una temperie davvero tragica, eppure il genovese Giacomo
Della Casa, arcivescovo di Bologna quando fu eletto papa, è davvero da considerarsi il seminatore di ciò che poi germoglierà
come teologia della pace, tema al quale recentemente un francescano italiano, Manlio Simoncelli, ha dedicato gran parte della
sua attività di ricerca.
È sufficiente scorrere i più usuali repertori per rendersi conto della grandezza di
quest’uomo di chiesa, al quale la storia
tout court riconosce la decisione di aver
riportato «la pace all’interno della Chiesa
dopo i turbamenti del modernismo» con
modifiche ai «vari provvedimenti presi dal
suo predecessore». «La guerra dominerà e
segnerà il pontificato di Benedetto – hanno scritto gli storici -. Egli era un sacerdote
umano e sensibile, inorridito dalla realtà
della guerra moderna e appassionatamente impegnato per una soluzione diplomatica dei conflitti internazionali», tanto è vero
che «concentrò ogni suo sforzo per persuadere le parti in conflitto a cercare una
pace negoziata». Il risultato? Non la guerra, ma l’accusa da entrambi i belligeranti di
favorire l’avversario. Ed è proprio in questa
accusa infondata la verità che la guerra è
«insensato massacro» ed «orrenda carneficina» da condannare come egli fece. È
per questo aspetto, dunque, che il nome di
Benedetto XV è legato indissolubilmente a
due pietre miliari del magistero ecclesiale:
l’enciclica Ad Beatissimi del 1° novembre
1914 e la nota alle potenze belligeranti del
1° agosto 1917.
Basato sui principi della carità e della giustizia cristiana, ed invita tutti a fare
ogni sforzo perché la carità di Cristo torni
a dominare fra gli uomini. Con la prima
enciclica, all’inizio del suo pontificato –
enciclica basata sui principi della carità e
Benedetto XV
della giustizia cristiana -, fece notare a tutti
come il gregge del buon pastore non potesse limitarsi alla Chiesa ma a tutta l’umanità, determinando così una paternità del
Papa da estendere a tutti gli uomini.
E proprio in questa veste di padre, mosso,
«unicamente dalla coscienza del supremo
dovere di Padre comune» e «dal sospiro dei
figli che invocano l’opera Nostra e la Nostra parola pacificatrice, dalla voce stessa
dell’umanità e della ragione», Benedetto
XV scrisse ai capi delle nazioni belligeranti il 1° agosto 1917. «Il mondo civile dovrà
dunque ridursi a un campo di morte? »,
chiese loro. E invocando una «pace giusta
e duratura», propose soluzioni concrete al
raggiungimento del supremo bene sostenendo che «primieramente, il punto fondamentale deve essere che sottentri alla
forza materiale delle armi la forza morale
del diritto».
Sarebbe riduttivo fermarsi qui. Ricordiamo Benedetto XV, ancora per l’enciclica Maximum illud in cui erano individuate le priorità per la futura azione
missionaria cattolica: tra queste il reclutamento e la promozione del clero indigeno e il riconoscimento della dignità
e del valore delle culture che venivano
evangelizzate. È facile per noi, a quasi
un secolo di distanza e dopo il Concilio,
cogliere la dimensione profetica di tali
linee guida.
Angelo Sconosciuto
L’elettronica tra stipendi e pensioni
C
i sono ancora due mesi di tempo
prima che diventi realtà l’utilizzo
esclusivo dei sistemi elettronici per il pagamento di stipendi e pensioni superiori
ai mille euro. Il governo, che ha varato
il pacchetto semplificazioni fiscali con le
norme anti-evasione, ha infatti deciso di
far slittare al primo maggio 2012 l’obbligo
di non usare contanti per il pagamento
di trattamenti oltre i mille euro. Secondo
quanto previsto nella manovra di Natale
varata da Monti, entro il 6 marzo chi riceve prestazioni dall’Inps superiori a questa
cifra avrebbe dovuto dotarsi di un conto
corrente o di un libretto postale perché
dal 7 marzo le amministrazioni pubbliche
non avrebbero più potuto effettuare pagamenti se non attraverso ”strumenti di
pagamento elettronici disponibili presso il
sistema bancario o postale”. Con la decisione del Governo tale termine slitta di due
mesi. La regola, comunque, resta in piedi e
vale per qualsiasi emolumento. E l’Inps con
una circolare pubblicata venerdì sul suo
sito ricorda che il pagamento superiore a
1.000 euro sarà elettronico non solo per le
pensioni ma anche per le altre prestazioni
a sostegno del reddito (cassa integrazione,
mobilità, assegno di disoccupazione ecc).
“Tale normativa - si legge nella circolare si applica anche alle prestazioni a sostegno
del reddito, sebbene caratterizzate da elementi peculiari come la temporaneità della durata e l’imprevedibilità dell’evento da
cui si genera la prestazione”. Nel complesso dovrebbero essere interessati alle nuove
disposizioni circa 450mila pensionati (con
assegni superiori a 1.000 euro e senza conto corrente o libretto postale) mentre la stima delle persone con prestazioni a sostegno del reddito senza strumenti elettronici
di pagamento è di circa 700mila persone.
Chi è già titolare di un rapporto di conto
corrente postale o libretto postale nomina-
tivo ordinario o Inps Card – spiega l’Istituto
di previdenza - potrà richiedere, direttamente allo sportello, il contestuale versamento della prestazione su quel conto. Al
beneficiario della prestazione che non ha
né conto corrente né libretto postale l’addetto allo sportello postale proporrà sia
l’apertura di un libretto postale nominativo ordinario sia la richiesta di accreditamento della somma in pagamento.
L’Inps, nella circolare, spiega che in assenza di conto o libretto postale la prestazione oltre i 1.000 euro (a partire da Maggio,
secondo la modifica introdotta dal Governo) non potrà essere pagata. “Qualora il
beneficiario non aderisca ad alcuna delle
modalità di pagamento prospettate da
Poste Italiane – spiega l’Inps - reso edotto
della circostanza che l’Ufficio Postale non
può disporre, in altro modo, l’accredito
dell’importo - Poste Italiane provvederà
immediatamente al riaccredito attraverso
la procedura in uso senza attendere i
40 giorni previsti in convenzione. Conseguentemente, in tale ultima ipotesi, nel
caso in cui il beneficiario preferisca, per
esempio, l’accredito su c/c bancario o carta di pagamento bancaria, l’interessato dovrà recarsi alla sede Inps competente per
dare comunicazione dell’IBAN. La Sede,
una volta in possesso della nuova modalità
di pagamento in linea con la nuova disposizione di legge e del riaccredito del pagamento in contanti non finalizzato, provvederà alla remissione del pagamento”.
Vitantonio Taddeo
Segretario generale Fnp Cisl Brindisi
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Numero_3 marzo_2012 - Arcidiocesi di Brindisi