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L’AMMINISTRAZIONE
AS O M COMUNALE
MARIO
Gaetano Punzi – Sindaco, Salvo Cardaci – Vice Sindaco, Antonio Latora – AsDELLE
CRONOLOGICHE
NOTITIE
sessore, Giuseppe Cardaci – Assessore, Vito Cardaci – Assessore, Calogero
Virtudi
e Miracoli del Venerabile
Meli – Assessore,Della
FrancaVita,
Maugeri
– Assessore
LA PRO LOCO DI REGALBUTO
Valeria Gagliano – Presidente, PADRE
Giuseppe Antonio
Timpanaro – Vice Presidente,
FR. ANDREA
Dario Angelo D’Agostino – Consigliere, Vincenzo La Bruna – Consigliere, SalDEL GUASTO
vatore Mammana – Consigliere
DI CASTROGIOVANNI
FONDATORE DELLI EREMITANI RIFORMATI
Agostiniani della Congregazione di Sicilia
Detta di Cent’Orbi
RACCOLTO DAL R.P.FR. FULGENTIO
Di Caccamo V.C. delli medesimi Frati
Rinovato d’un’Altra Religiosa penna
Dato à Luce per ordine del M.R.P.Fr. CARLO
di
Regalbuto Vicario Generale della sudetta
© Copyright 2010
Congregazione
Edizioni NovaGraf
© Copyright 2010
Diritti riservati al curatore
C.da Piano di Corte, 18 - 94010 Assoro (En)
Tel. 0935 667 864 - Fax 0935 620 507
P R I MA PAR T E
ISBN 978-88-88881-64-5
IN PALERMO, Per il Bossio . M.DC.LXXVII
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FULGENZIO DA CACCAMO
SOMMARIO
DELLE CRONOLOGICHE NOTIZIE
della Vita, Virtù e Miracoli del Venerabile
PADRE FR. ANDREA
DEL GUASTO
DI CASTROGIOVANNI
FONDATORE
DEGLI EREMITANI RIFORMATI
Agostiniani della Congregazione di Sicilia
detta di Centuripe
Edizione aggiornata a cura di
Francesco Miranda
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In un periodo storico complesso, caratterizzato dalla carenza di risorse economiche pubbliche e private, l’Amministrazione Comunale che ho l’onore di guidare,
ha faticato non poco per garantire continuità allo sviluppo culturale del territorio.
La storia di un popolo passa sempre, inevitabilmente, dalla storia degli uomini
che vi appartengono, ed è a partire da questa considerazione che si è inteso valorizzare studiosi e ricercatori locali.
Il Prof. Francesco Miranda uomo di alta cultura che tanto ha dato a Regalbuto
con l’attività didattica, gli studi e le ricerche, con la collaborazione del Sig. Vito Bonanno ricercatore appassionato di storia locale, ha realizzato un’opera che darà
certamente lustro alla nostra città, nella speranza che possano presto rinverdire i
fasti del passato culturale regalbutese.
Vivissimi auguri di buona lettura a quanti vorranno apprezzare questo interessante testo, sinceri ringraziamenti al Prof. Francesco Miranda ed al Sig. Vito Bonanno, rinnovato sostegno a tutti coloro che vorranno cimentarsi nell’arduo ed alto
compito di tramandare cultura alle nuove generazioni.
Gaetano Punzi
(Sindaco del Comune di Regalbuto)
Con un protocollo d’intesa tra operatori, ricercatori, studiosi e storici locali, in
un rapporto di completa collaborazione, La Pro Loco di Regalbuto, associazione di
promozione turistica, si è impegnata a promuovere progetti inerenti la storia della
nostra città, in particolare coordinando una iniziativa letteraria che attraverso la
vita del “Venerabile Frate Andrea del Guasto” consente al lettore di rivivere un
particolare momento storico della città.
In un paese che profuma di storia non può soggiornare l’oblio della cultura, ci
vuole un risveglio artistico e storico che guardi finalmente ad una nuova sensibilità
verso i giovani per l’amore della propria terra e della sua storia, frutto della quale
oggi è Regalbuto.
Lo sviluppo turistico è risultato di un lento e programmatico impegno che deve
entrare nella coscienza dei regalbutesi come possibile nuova fonte di economia
reale sulla quale investire.
Grazie alla dovizia di Vito Bonanno, abile ricercatore ed alla passione di Francesco Miranda, uomo di indubbia cultura abbiamo si è contribuito all’arricchimento
del patrimonio culturale regalbutese collocando, con la disponibilità dell’ Amministrazione Comunale, un nuovo importante tassello nel puzzle dei volumi storici della
Città di Regalbuto.
Valeria Gagliano
(Presidente della Associazione Pro Loco)
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INTRODUZIONE
Padre Andrea del Guasto visse e operò a cavallo di due secoli, il XVI e il XVII, in un contesto storico e in un periodo di rinnovamento
per l’Ordine di Sant’Agostino.
Questo Ordine nasce nel marzo del 1244
come risultato della fusione di diversi gruppi
eremitici che principalmente operavano in Tuscia, territorio corrispondente all’attuale Toscana ma anche a zone limitrofe di altre
regioni, principalmente il Lazio.
La fusione fra i gruppi fu decretata dal Papa
Innocenzo IV con due Bolle del 16 dicembre
1243, Incumbit Nobis e Praesentium Vobis,
pare su richiesta degli stessi eremiti o della
maggior parte di essi.
Il Papa, nolentes vos sine pastore sicut oves
errantes post gregum venstigia, non volendo
che gli eremiti “vaghino senza pastore come
pecore sperdute tra le orme dei greggi”, ordina
che si conformino tutti ad un medesimo genere di vita regolare e prendano quindi la Regola e l’Ordine di S.Agostino.
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Nella Bolla Vota Devotorum del 23 marzo
1244 il Papa indica il carattere apostolico
dell’Ordine.
Per un secolo circa, fino al 1350, fu poi un
periodo di fioritura, di progresso, di maturazione: già nel 1250 l’Ordine possedeva almeno
61 case in Toscana, nel Lazio, in Liguria, Umbria, Romagna.
Sappiamo per certo che nel 1255 l’Ordine si
era esteso, oltre che in Francia e in Inghilterra,
in Germania e in Spagna.
Dal 1256 si registra un complesso processo
di unione dell’Ordine di Sant’Agostino con
altri Ordini (la “grande unione” voluta dal
Papa Alessandro IV), che si protrasse fino al
1350 e che portò la Regola di Sant’Agostino
in Grecia, nei Balcani, in Ucraina, nei Paesi
Baltici.
Poi subentra un lungo periodo di decadenza
che si protrae per quasi due secoli, dal 1351 al
1539.
Il periodo è caratterizzato da diversi sfavorevoli avvenimenti storici: ci riferiamo alla
“peste nera”, allo scisma d’Occidente, alla riforma protestante di Lutero.
La peste nera colpì l’Europa fra il 1347 e il
1351 e fu considerata una delle grandi catastrofi della storia del vecchio continente. Il focolaio iniziale si ebbe in Crimea, a Caffa, nel
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1346: fu una terribile epidemia; si moriva a
qualunque età e nel giro di poche ore: poveri,
contadini, viandanti, commercianti, dotti, papi,
imperatori, re, tutti, a prescindere dalle ricchezze e dallo stato sociale, si sentirono minacciati allo stesso modo.
La peste si diffuse ovunque: il commercio e
gli stretti rapporti politici e culturali favorivano il contagio: l’epidemia raggiunse la Sicilia nell’ottobre 1347, quando a Messina
arrivarono dodici galee genovesi; poi furono
contaminate Genova, Venezia e tutte le altre
città italiane.
Si calcola che, a causa della peste morì un
terzo della popolazione del continente.
L’epidemia procurò diverse vittime ma
cambiò anche il modo di vivere degli europei.
Le conseguenze furono disastrose: crisi dei
commerci, impotenza dell’uomo nei confronti
dell’ambiente circostante, lacerazioni nei vincoli familiari, cambiamenti nelle abitudini sociali delle città, i rapporti fra le persone
andarono imbarbarendosi.
L’Ordine di Sant’Agostino ebbe numerose
perdite fra i frati. Il P. Ambrogio Massari da
Cori racconta che, a causa della peste “in un
triennio dei fratelli del nostro ordine ne migrarono da questa vita cinquemila e ottantaquattro”. Per colmare i vuoti lasciati dai morti si
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cominciò, perciò, ad ammettere persone senza
vocazione o del tutto impreparate.
Lo scisma d’Occidente ebbe come antefatto
la “cattività avignonese”, cioè quel periodo
della storia della chiesa in cui la sede papale
venne spostata ad Avignone (città della Francia meridionale, posta sulla riva sinistra del
fiume Rodano).
Tutto ebbe origine dai contrasti sorti fra il
Papa Bonifacio VIII ed il Re Filippo il Bello:
il dissidio nacque quando il re impose il pagamento delle tasse anche al clero e volle imporre la sua giurisdizione sui vescovi francesi.
Bonifacio VIII si oppose ed una forza armata
venne inviata ad Anagni per arrestarlo: una insurrezione di popolo fermò però i Francesi.
Alla morte di Bonifacio VIII e poi del suo
successore Benedetto XIII (dopo soli 11 mesi
di pontificato), il nuovo Papa fu l’Arcivescovo di Bordeaux Bertrand de Got, che assunse il nome di Clemente V; egli spostò la
sede papale da Roma ad Avignone.
Era il 1309, per circa 70 anni i Papi, dimoreranno così in Francia.
Il papato ritornò a Roma nel 1377 quando
Gregorio XI, sollecitato da Santa Caterina da
Siena e dal Re di Francia, decise di riportare la
sede papale nuovamente a Roma, nel palazzo
Vaticano. Alla morte di Gregorio XI (27 marzo
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1378), il Conclave, spinto dal popolo romano
che chiedeva a gran voce l’elezione di un papa
romano o almeno di nazionalità italiana, elesse
il napoletano Bartolomeo Prignano, che fu
Papa con il nome di Urbano VI.
L’elezione però, subito dopo fu dichiarata
non valida dai cardinali del Sacro Collegio
perché “forzata dalle pressioni popolari”; essi
si riunirono, nel settembre dello stesso anno,
a Fondi ed elessero in conclave un nuovo
Papa, Roberto di Ginevra, cugino del Re di
Francia, che assunse il nome di Clemente VII.
Persa la battaglia contro Urbano VI, che gli
impedì di impossessarsi della sede romana,
Clemente VII instaurò una nuova Curia ad
Avignone.
Era l’anno 1379: da quel momento ebbe inizio lo “scisma d’Occidente” con i cristiani divisi in due obbedienze: alla Curia romana e
alla Curia di Avignone.
Furono anni bui per la Chiesa, caratterizzati
da lotte intestine fra Papi ed Antipapi, la cui
condotta creò scandalo particolarmente fra i
ceti più bassi e determinò grandi malcontenti
che furono alla base di quella Riforma protestante che si pose in contrasto con i privilegi
delle strutture ecclesiastiche e dell’Alto Clero.
Nel 1415 tre Papi si contendevano il potere
della Chiesa: Gregorio XII, Giovanni XXIII e
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Benedetto XIII. Il primo fu costretto ad abdicare, gli altri due furono deposti dal Concilio
convocato nel 1414 a Costanza, proprio per dirimere la grande controversia.
L’8 agosto del 1417 la Chiesa finalmente
ebbe un nuovo Papa, universalmente accettato,
Ottone Colonna, Pontefice con il nome di Martino V: il grande Scisma d’Occidente era terminato.
Nei primi anni del 1500 però, la chiesa dovette affrontare la contestazione luterana che
culminò nella nota Riforma protestante, che
coinvolse soprattutto l’Europa orientale ma,
anche se in misura minore, Francia, Spagna,
Italia. Lutero contestava la corruzione del
clero, il potere temporale del Papa, la vendita
delle indulgenze, ossia quel sistema secondo
il quale, dietro pagamento di una somma, ogni
individuo poteva essere assolto da tutti i peccati commessi in vita rendendo superflua la
confessione in punto di morte.
Lutero, che era un monaco agostiniano,
combatteva i privilegi della chiesa, con una
critica radicale espressa nelle sue famose 95
tesi di Wittemberg.
Le tesi fondamentali di Martin Lutero sono
condensate in questi principi:
- Esigenza di organizzare la chiesa su basi
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nazionali ed indipendenti;
- Negazione di tutti i sacramenti ad eccezione del battesimo e dell’eucaristia, perché
sintesi dell’esistenza di Dio;
- Libero esame delle sacre scritture;
- Negazione del valore delle buone azioni
ai fini della salvezza;
- Fine della mediazione ecclesiastica;
- Principio del sacerdozio universale;
- Una nuova dottrina dei sacramenti
La dottrina di Lutero venne dichiarata eretica e messa al bando: nel 1520 il Papa Leone
X gli intimò di ritrattare le sue tesi pena la scomunica, ma intanto esse si erano diffuse in
tutta la Germania coinvolgendo tutte le classi
sociali.
Nel 1521 la scomunica arrivò con una Bolla
papale.
L’Ordine agostiniano tentò di arginare la
defezione luterana e trattò con tanta delicatezza il problema di Lutero: ma la sua ribellione e il suo atteggiamento nei confronti
delle vita religiosa del tempo minarono dalle
fondamenta la vita di una chiesa che operava
in modo diverso da come predicava.
Questo lungo tempo in verità non fu solo
decadenza perché in molti spiriti albergò l’ansia di rinnovamento e dell’osservanza alla re-
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gola dell’Ordine: basti per tutti ricordare che
in questo periodo vissero santi come S.Giovanni da Sahagun e Santa Rita da Cascia, entrambi agostiniani.
San Giovanni da Sahagùn o da San Fecondo(1430/1479), fu John Gonzales de Castrillo, nato da nobile e numerosa famiglia di
Sahagùn, un antico borgo situato nel regno di
Leon, nella Spagna nord occidentale, chiamato
in origine San Fagondes. Indirizzato al sacerdozio rinunciò ben presto a ricchezze e lusso,
distribuì tutti i suoi averi ai poveri e visse in
assoluta povertà. Entrò nell’Ordine degli Agostiniani nel 1463 e qui ebbe importanti incarichi; fu anche priore del Monastero di
Salamanca. Lavorò moltissimo per la chiesa:
ancora oggi è ritenuto il più grande predicatore
della storia spagnola. Gli vennero attribuiti numerosi miracoli e, per questo, fu beatificato
nel 1601 e canonizzato dal Papa Alessandro
VIII nel 1690. E’ sepolto nella cattedrale di
Salamanca, nella regione Castiglia-Leon.
Santa Rita da Cascia, invocata dai devoti
come “santa degli impossibili” per la sua capicità di realizzare miracoli molto prodigiosi,
nacque a Roccaporena presso Cascia, pare nel
1381.
Entrò nel monastero agostiniano di Cascia
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nel 1407 e qui rimase fino alla morte, nel
1447. Sposò a 16 anni Paolo Mancini, ufficiale
comandante di guarnigione da cui ebbe due
gemelli. Il marito una notte fu ucciso mentre
rientrava a casa. Rita perdonò l’assassino del
marito e pregò perché i figli desistessero dalla
vendetta; chiese al Signore di farli morire fisicamente piuttosto che vederli violenti e morti
nell’anima: poco tempo dopo i gemelli si ammalaron e morirono.
Riappacificati gli animi delle due famiglie,
quella del marito e quella dell’assassino, Rita
entrò nel monastero agostiniano di Cascia nel
1407, dove rimase fino alla morte.
Durante un’estasi ricevette una speciale
stimmata procuratale da una spina della corona
di Cristo conficcata nella fronte.
Fu beatificata nel 1627 e canonizzata nel
1900: il suo corpo oggi è conservato in una
teca in vetro posta nel convento annesso alla
basilica di Cascia.
Nell’Ordine agostiniano i padri generali
tentarono di reagire al clima di decadenza ma
l’obiettivo non venne sempre raggiunto: furono incoraggiati quei conventi che desideravano vivere in conformità alla vera
osservanza; nacquero e furono incoraggiate le
cosiddette Congregazioni di Osservanza.
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Le Congregazioni nacquero nel 1387 e si
raggrupparono in:
A) Congregazioni di Osservanza, nate con
lo scopo di restaurare la genuina osservanza
dell’Ordine, compromessa, come abbiamo
visto, dalle varie vicissitudini che la chiesa e
l’ordine vissero, come tutte le altre istituzioni
del periodo della decadenza. Facevano parte
delle Congregazioni di Osservanza quei conventi che decidevano di osservare nella sua
pienezza la regola e le costituzioni dell’Ordine
di Sant’Agostino. Esse venivano sottratte all’autorità dei priori provinciali e sottoposte
alla giurisdizione diretta del padre generale.
La prima Congregazione di osservanza viene
considerata quella di Lecceto, in provincia di
Siena, centro di spiritualità di grande rilievo,
nata appunto nel 1387 e nella quale si formò
Caterina da Siena.
B) Congregazioni di Scalzi, nate nel XVI
secolo in Spagna, durante il regno di Filippo
II, con l’intenzione di ricercare una vita più
austera e penitente di quanto non vivessero le
altre Congregazioni.
In Italia la prima Congregazione degli
Scalzi nasce dalla Congregazione degli Eremiti
di Sicilia o di Centorbi (Centuripe) nel 1593:
fondatore fu il Padre Ambrogio Steibanò.
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Parlando di Congregazioni, ci sembra opportuno, prima di passare alla terza fase della
storia dell’Ordine Agostiniano, accennare alla
sua struttura. Esso si compone di quattro gradi:
I frati, che pronunciano i voti solenni
Le monahe agostiniane
Il Terz’Ordine agostiniano
La Società di Sant’Agostino o Cinturati
Al vertice sta il Padre generale
Nel 1539 diviene generale dell’Ordine Gerolamo Seripando e con lui inizia un periodo di
particolare fioritura per l’Ordine degli Agostiniani.
Gerolamo, nato a Foggia nel 1493, è attratto
molto giovane dalla vita religiosa, nel 1507
entra fra gli eremiti di Sant’Agostino e studia
filosofia e teologia con il suo maestro e protettore Gilles di Viterbo, che poi segue a
Roma e a Viterbo. Fu ordinato sacerdote nel
1513 e per 25 anni ricopre cariche importanti
nella sua congregazione: nel 1538 diventa
Priore Generale degli Agostiniani. L’Ordine è
impegnato a fronteggiare la crisi della riforma
luterana. Il nuovo Priore visita tutte le case
della sua congregazione, prende parte attiva
alla preparazione del Concilio di Trento. Nel
1551, lasciata la carica di Priore, viene inviato
dalla Santa Sede dietro Carlo V e riesce brillantemente nella sua missione. Al suo ritorno
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in Italia, viene nominato Arcivescovo di Salerno e, nel 1561, Cardinale e Legato pontificio al Concilio.
Padre Andrea del Guasto visse e operò in
questo periodo. Andrea si era ritirato da giovane a condurre vita eremitica sul monte di Judica, dove si trovavano molti eremiti che
avevano seguito l’esempio di Filippo Dulcetto,
ritiratosi al tempo di Papa Leone X sul monte
Scarpello. Da lì gli eremiti si erano propagati
su altri monti e in luoghi isolati.
Dopo venti anni Andrea decise di farsi religioso con voti solenni; a lui si unirono altri che
avevano la stessa intenzione e decisero di affrontare la questione con il Padre Generale
degli Agostiniani per fondare una congregazione che doveva far parte del suo ordine.
Il 2 febbraio del 1579 il Padre Generale
confermò le trattative di unione, ma altre difficoltà tuttavia non consentirono che ciò divenisse realtà fino al 1585.
La Congregazione degli Eremiti di Sicilia
o di Centorbi (Centuripe) nacque il 22 maggio
1585, quando presero l’abito a Catania e cominciarono il noviziato a Centorbi il fondatore
Andrea del Guasto e altri 12 compagni eremiti,
fra cui il Padre Andrea Diaz.
Il 1° novembre del 1586 Andrea e i suoi
compagni emisero la professione solenne.
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Tutto ciò è premessa per informare sull’opera di Fulgenzio di Caccamo, agostiniano,
biografo di Andrea del Guasto.
L’opera che qui proponiamo viene riportata
così come è narrata dall’autore; il nostro lavoro consiste nell’aver rivisitato il linguaggio
adattandolo nelle espressioni più oscure al nostro tempo per consentirne una lettura più agevole.
Ci siamo accostati con timore al testo originale e con rispetto lo affidiamo al lettore di
oggi.
Francesco Miranda
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DOCUMENTAZIONE
Tutta la documentazione relativa alla stesura
della presente opera è stata reperita da Vito Bonanno presso Enti ed Istituzioni locali e regionali.
- L’opera Fulgenzio da Caccamo, Sommario
delle cronologiche notitie della vita, virtudi,
e miracoli del venerabile padre fr.Andrea del
Guasto, in Palermo, per il Bossio, 1677, è
stata fornita in copia dalla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana “Alberto Bombace” di Palermo, su concessione
dell’Assessorato regionale Beni Culturali,
Ambientali e della P.I. Della Regione siciliana;
- La tavola contenente il ritratto di Padre Andrea del Guasto, inserita nell’opera di Fulgenzio da Caccamo, viene pubblicata su
autorizzazione della suddetta Biblioteca Centrale della Regione Siciliana;
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- Le notizie riportate in alcune note della presente opera sono state apprese e trascritte dal
Manoscritto originale del processo di beatificazione di fr. Andrea del Guasto, in possesso
di Padre Giuseppe Turco, vicario provinciale
degli Agostiniani d’Italia;
- Le notizie delle traslazioni dei resti del Venerabile Padre Andrea del Guasto sono state
trascritte da fotocopie esistenti negli archivi
della Parrocchia Santa Maria La Croce di Regalbuto;
Le tavole inserite nel presente testo sono
opera di Vito Bonanno.
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Copertina originale del testo di Fulgenzio di Caccamo.
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PREFAZIONE DELL’AUTORE
er osservanza del Decreto della Felice
Memoria d’Urbano VIII, Sommo Pontefice, sotto il 13 di marzo del 1625 e
confermato il 5 di luglio del 1634, dichiara l’autore di questo Libretto che se in esso ha detto
cosa che sembri del miracoloso o soprannaturale, quella deve intendersi non come approvata
dalla Santa Sede Apostolica, ma solo come semplice racconto, appoggiato su umana e fallibile
credenza, se non quando occorre ragionare dei
Santi Canonizzati e Beatificati dalla medesima
Santa Sede.
Di più dichiara che quanto alle cose notabili
che in questo Sommario si riferiranno sono tutte
prese dai testimoni giurati* che si adducono nel
processo giuridicamente formato di questo medesimo Servo di Dio Fr. Andrea del Guasto di
Castrogiovanni, fondatore della Congregazione
detta di Centuripe dei RR.PP. Eremitani di S.
Agostino alcuni anni dopo la sua morte, per ordine della Corte Vescovile di Catania; il che
viene confermato dal Religiosissimo e Dottissimo P. Maestro Fra Raffaele Bonerba da San
Filippo teologo di Monsignore Arcivescovo di
Palermo, ex Padre Provinciale della Religione
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Agostiniana nel Regno di Sicilia, con dire nella
Revisione di questa Operetta.
“Iam constat omnia narrata in summario esse
desumpta ex processu iuridico formato per ordinem Episcopi Catanensis et servatum esse Decretum Sacrae Congregationis Cardin.
13 Martii 1625 idem Bonerba qui supra”.
* Su petizione e istanza di Fra’ Serafino di Regalbuto(al secolo Francesco
Fiorenza Pazzis), priore dell’eremo di S.Antonio di Regalbuto, dell’ordine
di S.Agostino, Don Giovanni Battista Paternò, priore della chiesa cattedrale catanese, vicario della sede vacante episcopale, in data 20 luglio del
1618, prima indizione, dà incarico al notaio Ottavio De Paola, attuario
mastro notaro e deputato per il territorio di Regalbuto, di raccogliere testimonianze ed informazioni, con debito giuramento, sulla vita, miracoli
e virtù del Padre Frate Andrea Del Guasto della città di Castrogiovanni,
fondatore degli eremiti riformati di S.Agostino.(Cfr. Manoscritto originale
del processo di beatificazione, presso Padre Giuseppe Turco, agostiniano
– pag.1).(n.d.c.)
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PROEMIO DELL’OPERA
Se fu assai prodiga la Natura con la Nostra
Sicilia non le è stata meno liberale la grazia con
il farla sempre Seminario feracissimo di uomini
santi, con renderla maggiormente vaga e desiderabile per la moltitudine dei Gigli delle Vergini, delle Rose dei Martiri e delle Viole dei
Confessori, che con l’abbondanza di quanto per
benignità di clima o per artificio umano ella produce, e questo si è visto sempre da quando gli
Apostoli di Cristo con la semente evangelica la
fecondarono fino ai secoli passato e presente nei
quali abbellì la Siciliana Chiesa fra molte Anime
perfette, il Religiosissimo P. Fra’ Andrea del
Guasto di Castrogiovanni Fondatore dei Riformati Agostiniani della Congregazione detta di
Centuripe, che se questo finora, fra i Beati e Canonizzati Eroi non s’adora, né con culto pubblico si riverisce, nondimeno fu insigne Servo
di Dio, e le sue eroiche virtù e doni Celesti ben
lo dimostrano, i quali di passaggio si toccheranno per soddisfare alle replicate istanze de
suoi devoti, pesandomi non poco, che impegnandosi agli inizi della sua Riforma assai più
ad operare azioni grandi e segnalate, che a notarle, si sono perse molte notizie sì dei fatti particolari di questo gran Padre, come anche dei
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1 Filippo Abbate
Bonaspei, in vita
Don Bona
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suoi buoni e Santi figli, che restarono solamente
registrate negli annali del Cielo dai Serafini, che
appena se ne sono potute congregare alcune
poche per osservare il consiglio dell’umanato
Dio, (Colligite fragmenta ne pereant) con tutto
ciò dal poco si potrà congetturare l’assai (ex
ungue Leonem) e non sbaglierà affatto il Lettore
nel concepire più alta stima della Santità di questo Venerabile, di quello, che la mia rozza penna
in piccolo Sommario rappresenterà, ragionevolmente pensando che la Divina Provvidenza
l’avesse arricchito (come suole) di tale spirito,
che fosse stato proporzionato al grado a cui fin
dall’Eternità l’aveva destinato d’esser Padre dei
figli, che dovevano vestirsi di ogni perfezione
religiosa, Fondatore e Maestro d’una rigida Riforma dei Frati Eremitani del Gran Dottore
S.Agostino. Grande dunque dovette essere il talento divino del nostro Andrea designato per intraprendere il rinnovamento dell’antico e
primiero fervore di sì celebre Famiglia: e grande
pure dovrebbe essere la perfezione del mio
cuore, mentre la mia mano si impegna a pubblicare al Mondo sì gran Santità per non commettere una deformissima mostruosità, e per così
dire un sillogismo reale, facendo mestiere di non
discordare lo scrittore1 dei fatti illustri dei Servi
di Dio coi suoi costumi dalle azioni eroiche, che
celebra con la penna. “Sic espedit vivat, ut lo-
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quitur, et factis ornet quod oratione commendat,
ne vocis propriae testimonio (redargutus, non
approbet, quod assertione prosequitur). E dovendosi dire (sanctus pro sancto laborat.) pertanto(o pio Lettore) gradendo il desiderio della
mia volontà di giovarti, e compatendo con la tua
discretezza ogni difetto che t’offenderà nell’arte,
ti prego ad impetrarmi con le tue orazioni, che
emendi il mio difettoso vivere, e riporti in me
stesso quello che esprimo nelle carte della vita
del detto Ven. P. Andrea.
Si divide questa Operetta in due parti, nella
Seconda (oltre le note appartenenti al Venerabile
P. Andrea) si riferiranno molte cose degne
d’eterna memoria dei Religiosi del medesimo,
essendo scritto (Filius Sapiens est gloria Patris).
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INDICE DEI PARAGRAFI
I
II
III
Patria, Nascita ecc. del Servo di Dio fogl.
Infanzia del Servo di Dio ecc.
Si dà notizia dell’Origine degli Eremiti
di Scarpello ecc.
IV
Si ritira sul Monte di Iudica
V
È assaltato con diverse tentazioni e
d’una prodigiosa visione
VI
Si delibera fondare una nuova
Congregazione ecc.
VII Si parte per Roma il servo di Dio ecc.
VIII Per le molte contraddizioni non può eseguire
quanto aveva ottenuto ecc.
IX
Si parte la quarta volta per Roma ecc.
X
Centuripe quale fu anticamente ecc.
XI
Fa la sua professione solenne
XII Eletto Superiore fa mostra della sua prudenza
XIII I Demoni e gli uomini perversi lo perseguitano
XIV Della stima, che i Grandi ecc. fecero del
Servo di Dio
XV Vede salir Anime al Cielo
XVI Del dono della Profezia ecc.
XVII Penetra i cuori dei prossimi
XVIII Dei Miracoli del Servo di Dio
XIX S’inferma gravemente nel convento dell’Artesina
XX Delle finezze della sua Carità ecc.
XXI Ultima infermità del Servo di Dio, ecc.
XXII Muore felicemente, e delle Grazie che
ricevono i fedeli, ecc.
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XXIII Incorruzione miracolosa del Corpo del servo
di Dio
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Breve notizia della seconda parte,
e dei Religiosi del V. P. Andrea
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Ai margini di diversi fogli si sono addotte varie cosucce per essersi scordato l’impressore di porli a proprio luogo, di più si devono aggiungere i seguenti periodi al fogl. 2. “16 Agosto giorno
festino di S. Alippio Agostiniano”, al fogl… “Cadde tutta la volta
d’una gran Rocca in Centuripe di sopra il P. Andrea che dentro vi
travagliava, e miracolosamente non ebbe danno veruno”. La postilla del fogl. 18 si deve levare, e porsi al fogl. 22 al foglio 139.
Ambrogio Bossio Genovese fu devoto del V. P. Andrea e dei
suoi Figli, aiutò con scudi 500, il loro Convento di Monreale.
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Paragrafo Primo
PATRIA, PADRI, E NASCITA
del Servo di Dio.
a Città di Castrogiovanni dal Maestro
degli Oratori detta Ombelico della Sicilia per essere stata situata dall’Antico Enno, dei Siracusani famosa guida, nel
mezzo d’essa, e in sì forte sito, che qualunque
formidabile Esercito non teme, onde il titolo
d’inespugnabile meritò1. Si compiacquero il Re
Martino e Federico II eleggerla per loro Reggia,
e per il Campo in tutto l’anno ancora nelle orride
stagioni sempre florido con le fresche e cristalline acque, che nel suo seno conserva, parve al
Principe dei Peripatetici predicarla gran miracolo della natura. Come luogo sacro dai Gentili
stimavasi in riguardo del famosissimo Tempio
di Cerere, e del gran culto di quella Dea, che ivi
fioriva in modo tale che tutti i suoi Cittadini,
come sacerdoti della medesima universalmente
si veneravano; ma più celebre rendesi fra i Cristiani per riconoscersi patria di uomini di singolare santità. Negli andati tempi lo fu di quel
Santo Monaco Basiliano nel Ven. Monastero del
L
1. Cir. Lib. C Verr.
Fasello Lib. dec. 1
Roccus Pirri Sicil
Sacra Lib. 3 Arist.
de mirabile natura.
1
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1. P. Ottavio Jesuita in vitis SS.
Siculorum.
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SS. Salvatore di Messina professo, che per avere
del Santissimo Profeta Elia capo dei Romiti Profeti del Carmelo rinnovate le antiche meraviglie;
ancorchè si chiamava Giovanni, meritevolmente
fu chiamato Elia;1 il secolo poi passato fra gli altri
diede il natale al nostro Ven.Andrea l’anno del Signore 1534 governando la Chiesa Clemente VII
Sommo Pontefice, e tenendo la Monarchia della
Spagna e delle Sicilie Carlo Quinto spavento
dell’Africa, e stupor dell’Europa.
Il sedici del Mese d’Agosto giorno fra l’ottava
dell’Assunta Vergine a cui fu egli carissimo, vigilia del menzionato Sant’Elia suo concittadino, le
virtù e prodigi del quale grandemente emulò. I
suoi genitori furono Pier Antonio del Guasto, e
Sicilia Xilla della Parrocchia di S. Leonardo della
suddetta Città, riguardevoli piuttosto per i doni di
grazia, che per i beni di fortuna, gl’imposero rinascendo nel S.Battesimo il nome d’Andrea, non
senza special provvidenza del Cielo, perché Andreas interpretatur fortitudo, ed egli fu di sì valor
divino dotato, che ai nemici dell’uman genere si
rese inespugnabile, visse e morì allegro, e costante, Crocifisso nel Patibolo della mortificazione, e sulla Croce della Penitenza, sì che la
patria, il tempo in cui nacque, come il nome che
fu dato a questo gran servo di Dio presagirono la
sua prodigiosissima vita, e morte, come in queste
poche carte andremo rappresentando.
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§ II
Infanzia del Servo di Dio, e dei suoi successi
fino all’età di vent’anni.
lcuni mesi dopo nato Andrea, l’invittissimo Imperatore Carlo Quinto,
avendo trionfato nell’Africa, se ne
venne carico di palme in questo nostro Regno
ove con universale giubilo e fedeltà lo ricevettero le principali Città e Terre d’esso,che con la
sua maestosa presenza si degnò onorarle,augurandosi tutte gran felicità sortendo il vassallaggio degli Austriaci, e d’un tanto Cesare, mai più
d’ogn’altra cosa potevano gioire presagendosi
le Corone e le Palme, che a fasci a fasci coglier
doveva il fanciullino Andrea non di Mori Africani, ma di Mostri d’Averno nel corso di sua vita
con esser sollevato dal Creatore del tutto all’impero quasi di tutte le creature, e parimenti delle
fiere, e degl’insensibili, e come diremo, quando
tratteremo dei suoi miracoli.
Si fa pure riflessione, che nel suddetto medesimo tempo, o poco dopo furono uditi diversi
suoni, e rumori spaventevoli, muggiti orribilissimi, seguitò poi il Monte Etna a vomitare grandissimi fuochi, e ceneri, di modo che la sua più
A
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alta cima si spiccò, e cadde in quella gran voragine; temettero allora tutti quei Siciliani, che attribuirono questi successi a sole cagioni naturali,
non però chi pensò esser tutti straordinari strepiti
dell’Inferno, che il Bambino Andrea doveva
nella sua virilità comparire un Mongibello di divino Amore, le cui fiamme, non dovevan apportare orrore al mondo, ma con sommo diletto, e
soavità tirar infinite persone sulle Montagne di
quest’Isola, e coperte con le ceneri della mortificazione e penitenza abbrustolire da fuoco celeste, farle volare liete all’Empireo, restando i
comuni nemici confusi, e maggiormente spaventati precipitarsi nell’abisso.
2. Ma quanto doleva il Regno di Belzebù,
tanto più gioiva quello dei Cieli, il quale come
congratulandosi del nuovo fanciullo colla terra,
le annunciò le sue future grandezze in tal guisa.
Teneva una volta Andrea bambolo nelle sue
braccia la sua Genitrice sull’uscio di sua casa,
ed ecco una Matrona, che dall’aria del viso e
maestà della fronte pareva gran personaggio, e
le disse Cecilia abbi cura di questo Bambino,
perché sarà gran Santo; detto quello disparve, né
più fu vista, onde giudicata fu esser stata la serenissima Regina degli Angeli.
3. Arrivato agli anni della discrezione, in ogni
cosa si vedeva procedere con tale prudenza, che
superava di gran lungo la sua età; si impegnava
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primieramente nel servigio di Dio, si assoggettava con ogni puntual diligenza a suo Padre, e
desiderando vita religiosa frequentava le Chiese,
serviva i Religiosi e Conventi di quella Città,
spendeva molte ore della notte nell’orazione
mentale, si mostrò nella sua puerizia e adolescenza lontano da passatempi, da conversazioni
oziose, e con la sincerità delle parole e la modestia del volto, con l’aspirare e sospirare di continuo per la Beata Eternità, lo rendevano a tutti
amabile.
4. Lo mirava pure l’Altissimo dal Cielo come
preziosa gioia della sua Chiesa, e così lo preservava dall’Inferno. Cadde una volta in una ruota
di mulino, e lo ritrovarono intatto quelli che credevano vederlo stritolato. Un’altra volta stando
per passare un fiume, che con orrida piena furiosamente sboccava, egli posto alla riva sopra
un Asinello alzò gli occhi e le mani al Cielo e si
ritrovò con prodigioso tragitto all’altra
sponda.(*)
5. Cresceva l’età con l’ avanzarsi via più la
fiamma dell’amore divino nel cuore, e il dispregio di quanto il fallace mondo promette; per negoziare meglio da solo a solo col suo amato
bene, gli venne in pensiero di vivere in qualche
Eremo sapendo senza averlo udito dalla Bocca
di oro che Spiritus Sanctus propriam sedem
habet solitudinem; a tal nuova i profondi sospiri,
* Queste notizie
furono date dal
padre Andrea al
Frate Serafino Fiorenza non per vanagloria del
Venerabile ma per
edificazione e fortificazione del
Frate Serafino e
questi lo testimoniò nel novembre
1619.(Cfr. Manoscritto originale del
processo di beatificazione, presso
Padre Giuseppe
Turco, agostiniano
- pag.18). (n.d.c.)
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* Rivelazione fatta
a Frate Serafino
Fiorenza nel luglio
del 1617.(Cfr. Manoscritto originale
del processo di
beatificazione,
presso Padre Giuseppe Turco, agostiniano – pag.18).
(n.d.c.)
1. Hom. 23.
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le tenerezze, e le lagrime dei parenti, particolarmente della sua genitrice procurarono di trattenerlo via più nel secolo, ma egli già fortificato
con l’olio della grazia, prevenuto colle divine
benedizioni, non lasciò ammollire il suo animo
con piegarsi ai pretesti della Carne e del sangue,
volle piùttosto abbandonare la madre*, che lasciar di seguire con maggior perfezione nella solitudine il Padre suo Celeste, il quale
chiaramente si dichiara. Qui non odit Patrem
suum, et Matrem non potest esse meus discipulus etc. Onde chiosa Gregorio1. Quos in via
Dei adversarios patimur, odiendo, et fugiendo
ne Sciamu. Presa dunque Andrea licenza da
suoi(i quali finalmente, come Pii non gliela vollero negare vedendolo così costante a molte resistenze fattesi) si dispose per trovare qualche
Eremo atto al suo Santo intento, lo trovò subito,
come diremo nei seguenti Paragrafi.
§ III
Si dà notizia dell’origine degli Eremiti dei Monti
Scarpello e Iudica ove s’inviò
Andrea
el secolo passato nel 1517 quando
nella Alemagna quel pessimo uomo
Martin Lutero, ben chiamato pre-
N
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cursore d’Anticristo, che non contento come
Ario di stracciare a Cristo la veste, faceva il
possibile per cavargli anche la pelle, diroccando (fra gl’altri gran mali) i sacrati chiostri,
spiantando la vita Eremitica e penitente, con
dare libertà al senso, di modo, che grandemente contristò e conturbò la Chiesa Romana,
e il gran Pontefice Leone X. Nel medesimo
anno provvide la Divina Misericordia per
mezzo d’un altro, ma Sant’uomo, nella Sicilia
far con gran giubilo guadagnare al Cielo gran
parte di quanto ella perdeva nella Germania;
perché trovo nel primo foglio d’un libro antico
della Religione d’Andrea la seguente relazione, che senza mutar parola metto qui, solo
vi ho aggiunto l’autorità del Pirri.
2. “Nell’anno della nostra Redenzione 1517
sotto il Pontificato di Leon X di felice recordazione vi fu un buon devoto chiamato Filippo
Ducetto della Città di San Filippo D’Argirione
della Dioc. di Catania, il quale (non però senza
particolare providenza del supremo motore
Dio, la cui divina sapienza non può errare, e
senza la cui volontà, e permissione, niuna cosa
può avvenire) havendosi ritirato in un aspro
Monte detto Scarpello, presso a detta Città per
far ivi penitenza de suoi peccati e abbandonare
affatto il mondo, e le bassezze del secolo, e le
vie larghe della perditione, e fabricatosi in
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* Rivelazione fatta
dal venerabile Andrea al Frate Serafino Fiorenza nel
luglio 1617
(Cfr.Manoscritto
originale del processo di beatificazione, presso Padre
Giuseppe Turco
agostiniano pag.18)
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detto luogo una piccola stanza con animo di
vivere solitario tutto il tempo della sua vita
con habito d’Eremita, incominciò a menar vita
di molta penitenza, attendendo solo ad unir
l’Anima sua con Dio per mezzo d’un aspra
mortificatione, e macerazione della sua carne
con cilicii, continui digiuni, e discipline, lunghe vigilie, e molta astinenza cibandosi d’erbe
crude e acqua, e rare volte di pane* ad imitazione dell’antichi Padri dell’Eremo della Tebaida, e Scitia, e cui vite ordinariamente
teneva nelle mani, imparando da quelli, e
dell’opere di Gio. Cassiano l’asprezza della
vita, e li rimedii contro i vitii, e le tentazioni
del deserto, per svegliar forse con questo
menzo l’infinita misericordia del Signore la tepidezza delli Religiosi di quei tempi nella Sicilia, e renovar a nostri giorni l’antica
disciplina Eremitica”.
“Doppo d’alcuni giorni molti dell’istessa
Città di S. Filippo, e d’altre Terre vicine intesa
la fama di questo servo di Dio tirati dall’istesso spirito, e devotione di far penitenza
andarono a ritrovarlo nel monte, e facendo con
esso l’istessa vita Eremitica vivevano santamente in molta astinenza, e povertà. In tanto
che in spatio di trent’anni, avendo concorso in
detto luogo molte persone devote si moltiplicarono al numero di duecento, e più Romiti, li
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quali non potendo star tutti in quello luogo si
divisero per le montagne convicine di Iudica,
di Cent’Orbi, di Rossomanno, e d’altri luoghi
deserti, e solitari nella diocesi di Catania, di
Siracusa, e edificando in detti luoghi piccole
celle, cavando grotte per l’habitazioni loro, e
costruendovi Oratori, vivendo ogn’uno da per
se, e dando buonissima fama e odore della vita
loro, quale era cominciata con gran spirito ad
imitatione, come s’è detto dell’antichi Padri
dell’Eremi, che vivevano in aspra penitenza, e
solo s’esercitavano nell’opere manuali per
quanto bastasse a sostentarli poveramente,
perciochè non si cibavano, se non d’erbe crude
(come s’è detto) e nella Pasqua sola, o in qualch’altro giorno solenne mangiavano latticini,
e il resto del tempo lo spendevano in orazioni,
meditazioni, e discipline.
Talmente, che notò un grave Autore1 “Eremitae Sacerdotes, in agro Agirensi degentes
magnae sanctitates exempla praebent ;Hic floruit Philippus Dulcettus Eremita omnium virtutum genere, ac miraculis clarus ex Caiet. In
idea fol.50.
Avvenne dopo, che morto detto P. Filippo
nell’anno 1550, col quale camminarono sempre per la buona via, e mancato quel santo fervore s’andorno molti di mano in mano
relassando dall’antico instituto come succede
1. Abbas Pirri
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1. Qui finisce la relazione del cit. lib.
2. Sicil. Sac.
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spesso nelle cose humane per l’instigazione
dell’antico serpe invido del nostro bene, e inimico della nostra salute, il che facilmente avvenne per per non haverli appoggiato ad
alcuna Religione approbata.”
“Stettero in quella maniera fino all’anno
1584 or sotto l’obedienza dell’ordinari delli
lochi, or facendosi tertiarii d’una Religione, or
d’un’altra, senza far mai professione, ne pigliar fermezza del stato loro, e con questo
s’andavano tanto più raffreddando, e allontanando dal primo vivere Religioso dandosi
molti di loro alli travagli manuali fortemente,
e eccessivamente, per acquisto de denari1.”
Non di meno v’erano altri nei suddetti
monti e Romitori che conservavano quel calore antico dei loro predecessori, illuminavano
e infervoravano i desiderosi del maggior profitto delle anime loro; nel Monte di Scarpello
fioriva più di tutti il P. Matteo Rotulo; era così
illustre in virtù, che meritò che il P.Ottavio Caietano Gesuita nel suo Martirologio Siciliano
seguitato dall’Abbate Pirri facesse di lui memoria con questo onorato periodo2: Beatum
Mattheu lo Rotulo Anachoretam Ennensem in
Eremo,nun cupato Scarpello Sanctitatis fama
vixisse, et anno 16.. 25. Martii obiisse predicant incolae. P. Caet..Ies. hic fuit qui Christum
Dominum in Hostia consecrata vidit. Il Monte
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ancora di Iudica, dove anticamente secondo il
parere di qualche Autore v’era una Città di mediocre grandezza dalla maggior parte de Romiti gran servi di Dio, che ivi abitavano, era
allora pure reso sì illustre, che mosse l’animo
al nostro devoto Andrea, ansioso di solitudine
di volersi ivi trasferire per sollevarsi meglio al
monte della perfezione, e volare con l’ali della
contemplazione infocata, e dell’umile penitenza ai colli dell’Eternità, e al Monte di Dio
beatificante, e conferendo questa sua santa risoluzione con alcuni Religiosi prudenti del suo
Paese suoi confessori, approvando quelli il suo
Spirito, egli se ne corse subito a servir Dio con
maggior fervore,(non dando orecchio a quanto
il fallace mondo gli poteva promettere) nell’accennato Romitorio di Iudica, come appresso diremo.
§ IV
Ritirato Andrea al Monte di Iudica
ivi per molti
anni si trattiene con l’esercizio d’una
meravigliosa penitenza, e d’altre rare virtù.
G
ià ritirato Andrea al Monte di Iudica
lontano 24 miglia dalla sua Città di
Castrogiovanni, giudicando con la
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bassa cognizione di se stesso di non avere fatto
al servizio del suo Creatore alcuna cosa dicendo col Profeta. Dixi nunc coepi avvalorato
dal divino aiuto, avendo fino ad allora vissuto
da Angelo, incominciò a vivere da Serafino fra
quegli uomini Angelici, che tali sembravano
molti di quei Romiti, la cui compagnia scelse
Andrea.
2. Non si può con lingua d’uomini spiegare
la sua fervosora vita, se avvertiva alcuno eminente in qualche virtù, metteva ogni studio per
imitarlo, avverandosi in lui quel che del
grand’Antonio ancor giovanetto notasi, Ut
quemcumque videret aliqua virtutis laude excellentem, illum imitari studeret. Con tali progressi, fra breve nihil eo continentius, nihil
vigilantius erat, patientia, mansuetudine, misericordia, humilitate, et labore superabat
omne. Diventò in pochissimo tempo Andrea,
perfettissimo, perché com’Ape ingegnosa non
attendeva ad altro, che a succhiare con l’imitazione il miglior, e più perfetto degli altri solitarii nella persona dei quali considerava quella
di Cristo, onde con esattezza, e umiltà, serviva
con sviscerata carità a tutti, così abitanti in
quel Santo Monte come forestieri, che ivi capitavano: quante volte lasciava il proprio cibo,
sopportando la fame di molti giorni per soccorrere ad alcuni bisognosi ospiti? Quante
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notti senza prendere un momento di sonno se
la passava per servizio dei prossimi? per i
quali, se bisognava, non c’era travaglio che ricusasse, o fatica, che fuggisse; la sua bocca
con la chiave del silenzio, sempre chiusa, che
appena per le parole necessarie, e con voce
sommessa l’apriva, non ebbe licenza la sua
lingua di prorompere in una minima parola,
con che potesse recar leggerissimo disgusto a
quei buoni e santi Compagni, i quali ancora
ammiravano, non aver udito mai parola uscita
dalla sua bocca, che giudicar la potessero
oziosa, ma come non poteva parlar si poco con
gli uomini, mentre del continuo la sua mente
per altissima contemplazione era unita con
Dio? E lo stesso Verbo Divino parlava di continuo al suo Cuore nel terreno Paradiso di
quella solitudine, ove passava le notti intere
nell’orazione, non dando più di due ore di
sonno al suo estenuato corpo per ristorarlo dal
travaglio manuale, che per procacciarsi il cibo,
e per affliggerlo ogni giorno s’occupava, non
contento di macerarlo con catena, e discipline
di ferro, di modo che le gravissime infermità
non furono sufficienti ad avergli pietà, che almeno tre volte alla settimana con flagelli non
lo scorticasse, replicava i colpi delle sferzate
sulle spalle, e si puniva qual servo quantunque
non avesse mai servito alla carne; e per con-
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fermare sempre fresche le cicatrici, vestiva il
corpo di ruvido cilicio, il suo poi ristoro era il
perpetuo digiuno in pane e acqua a misura bevuta, contentandosi nelle feste di Pasqua e di
Natale, e in altre delle più solenni, aggiungere
un piatto di legumi; il suo letto erano le nude
tavole e una pietra per guanciale, ove prendeva
qualche scarso riposo. Per questa sua vita tanto
austera e fervorosa non mancava il fidelissimo
Dio abbondarlo di celestiali consolazioni, e sovrani doni, ma il Demonio non lasciava maggiormente di perseguitarlo, come appresso
racconterò.
§V
E’ assaltato con diverse tentazioni,
resta sempre
vittorioso, e scopre Dio con prodigiosa
visione la fiamma della sua
Carità.
Sentivasi assai offeso Satanasso dalla santissima vita, e dalla lunga, e ammirabile penitenza d’Andrea, e vedendolo solingo si
credeva aver di lui facilmente vittoria con assaltarlo con diverse tentazioni. Farei troppo
lungo in questo breve compendio di sua vita,
che scrivo, se volessi minutamente raccontare
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per quante strade cercava il Dragone infernale
inghiottirlo; e che non una, ma spesse volte un
fuoco di concupiscenza gli accendeva dentro
le vene, pensieri osceni nella mente, e larve
impure in sembianza di bella Donna, gli rappresentava agli occhi. Fiera invero battaglia
per un Giovane solo ritirato, ma il fortissimo
Andrea rintuzzava il fuoco sensuale con la
considerazione del fuoco infernale, scacciava
i pensieri lascivi con la ricordanza di quel
verme, che eternamente rode i condannati, reprimeva i moti del senso con la memoria del
tremendo giudizio, aveva imparato forse da S.
Isidoro Pelusiota: Ignis futuri memoria refrica,
et libido estinguetur. Vinceva il mostro Infernale visibilmente apparendogli con fiaccola in
mano della Santa Croce: che se il fuoco rinchiuso dentro concavo cristallo dal siracusano
Archimede avventò globi di fiamme contra
l’armata nemica, e la disfece, il mistico fuoco
del virginale Andrea ristretto dentro il Cristallo
della sua purità, vibrava cocentissime fiamme
contro le potestà dell’inferno, e le distruggeva.
2. Questo segreto di trionfare degli spiriti
ribelli, penso pure, che l’avesse appreso Andrea dall’esperimentato Abate dell’Egitto
S.Antonio, quando rivelò a suoi Monaci, come
si legge nel Breviario Romano. Credite Fratres, pertimescit Satanas piorum vigilias, ora-
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* Rivelazione fatta
a Frate Serafino
Fiorenza nel luglio
del 1617.(Cfr. Manoscritto originale
del processo di
beatificazione,
presso Padre Giuseppe Turco, agostiniano – pag.19).
(n.d.c.)
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tiones, ieiunium, voluntariam paupertatem,
misericordiam, et humilitatem maxime vero
ardentem amorem in Christum Dominum”, e
di tutte quelle suddette virtù, quanto ricco ne
stava il nostro Ven. Padre Andrea già si é, benchè di passaggio, accennato nel paragrafo passato. Ma l’amor celeste,quanto nel suo cuore
ardesse lo scoprì il Signor Iddio con una prodigiosa visione. Uscivano sulla mezza notte
dopo l’orazione, gli Eremiti del P.Matteo Rotolo, di cui sopra feci menzione, che presiedeva allora nel Monte di Scarpello, e voltando
gli occhi verso il Monte di Iudica, quattro miglia da quello distante lo videro tutto cinto di
fiamme*, che con altissime Piramidi pareva
che volesse toccare le stelle; a tal vista si spaventarono al maggior segno tutti, stimando,
che s’avesse a bruciare il Mondo, nonché la
nostra Isola, e voltando i passi col ritornare di
nuovo alla Chiesa ritrovarono il loro maestro,
che perseverava nell’orazione, gli raccontarono sbigottiti il tutto, ma questi senza punto
turbarsi o ammirarsi disse loro, che se ne andassero a riposare, che non v’era male alcuno,
e con esser più volte assicurati, che non v’era
niente da temere, non si quietarono finche non
manifestò, quello che a lui Iddio aveva rivelato, che col simbolo di quel fuoco voleva dimostrar loro la S.D.Maestà l’incendio, che
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come fenice Amante bruciava di carità divina
il Romito Andrea, ed infatti la mattina videro
poi lo stesso Monte inghirlandato con le ordinarie erbe senza segno d’incendio.
3. Questo gran prodigio che in due parole
ho qui riferito se lo volessi descrivere con tutte
le particolarità occorse, e con le sue mistiche
riflessioni m’era di bisogno una penna dei Serafini, non sembrandomi meno meravigliosa,
questa visione nella Montagna di Iudica successa, di quella fatta a Mosè Gran Capitano
Generale dell’Ebraismo sul Monte Oreb,
quando vide fra le fiamme il roveto che ardeva
e non si consumava, nondimeno quel poco che
ho detto, basterebbe nei nostri tempi per far
conoscere la gran Santità di questo gran servo
di Dio, come a suoi tempi dopo tal visione incominciò ad esser grandemente accreditato per
la Sicilia, benchè egli per la sua umiltà, maggiormente cercava nascondere i tesori dell’Anima sua, onde per fuggire ogni stima e
onore del Mondo, pensò cercar più remoto deserto, per non esser conosciuto d’altro, che
dalle fiere, e dai sassi.
4. Aveva avuto in osservanza inviolabile il
P. Andrea1 in tutti i venti anni, o più, che aveva
dimorato nel Monte di Iudica, di conferire
tutto quello che passava dentro l’Anima sua
col P. Matteo Rotulo, di cui già abbiamo fatto
1. Caput in
ferm.D.Aug.
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più volte menzione, di modo che non era tentazione che lo molestasse, favore del Cielo che
lo ricreasse, e per dir così non passava pensiero nella sua mente, desiderio nella sua volontà, cosa che internamente o esternamente
operasse, che di tutto non facesse partecipe il
suo Maestro e Direttore, per tanto non mancò
conferire con lui il suddetto desiderio di trasferirsi altrove, la risposta, che da quello ebbe,
la dirà il Paragrafo seguente, quale non potrà
non esser assai accertata, e con celeste luce
data, meritandola la grande umiltà d’Andrea,
che essendo di consumata perfezione agiva
come Novizio di pochi giorni, per rendersi sicuro degli inganni e delle rivelazioni false.
§ VI
Si delibera di fondare una nuova Congregazione sotto
la Regola di S.Agostino, e dei motivi, che lo
poterono indurre a voler esser figlio
di questo Gran Dottore, e
Patriarca.
A
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ndando dunque una volta secondo
il suo costume Andrea a conferire
le cose dell’Anima sua col P. Mat-
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teo, fu da questi consigliato, che s’egli desiderava impiegarsi in cose di gran servigio di
Dio, si dedicasse a S. D. Maestà con voti solenni di Religione, senza andar cercando solitudini più orride; ricevette Andrea come
oracolo del Cielo tal consiglio e subito pensò
di poter eseguire quanto gli era stato proposto
dal suo illuminato Maestro. Successe per
voler Divino, che in pochi giorni s’accostarono a lui non pochi Eremiti ed Anacoreti, che
si trovavano in quei Paesi colla medesima intenzione, volendolo imitare nel legarsi con i
detti Santissimi nodi: non convenivano però
nella scelta della Regola, alla quale dovevano
arruollarsi. Chi era di parere che s’attaccassero a quella del Glorioso Padre S. Francesco,
giacché il loro abito, allora usato, era assai simile a quello del Francescano riformato, ed
alcuni dei Romitorii, nei quali gran parte
d’essi viveva, godeva della Religione Serafica
qualche protezione. Altri mettevano avanti la
Benedettina, che per tanti secoli al maggior
segno ha fiorito nella Chiesa, o pure la Basiliana, e il modo di vivere dei Monaci dell’Oriente, ma non ci fu bisogno troppo
affaticarsi in tali consulte, che facilmente
dopo alcuni esami convennero in un senso, rimettendosi in tutto e per tutto al gran servo di
Dio, Andrea, o che lui formasse nuova Re-
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gola, a cui dovevano loro iscriversi con le dovute licenze della Sede Apostolica, ovvero
scegliesse lui qualcuna delle antiche e delle
approvate; fu forzato come vero obbediente
ad accettare tal partito, ma come umilissimo,
non volle in un subito risolvere cose di tanta
importanza, chiese tempo per raccomandarsi
con lunga orazione, e aspra penitenza al Signor Iddio per poter accertare il meglio, e più
sicuro, secondo la divina volontà; piacque
assai la risposta ad ognuno di quelli, che s’affrettavano ad esser suoi Compagni, e figli, e
gli promisero di fare il simile per poter esser
illuminati dal Cielo.
2. Fatte le suddette sante diligenze, si compiacque il Signore d’inspirare al P. Andrea, fra
tutti gli istituti Religiosi, non ad altro mirasse,
che all’Eremitano con fondare una nuova riformata Congregazione sotto la Regola del P.
S. Agostino, aggregata all’ordine del medesimo Santo Dottore, e godesse di tutte le sue
preminenze per potere dilatarsi per diverse
parti del Mondo, e conservarsi sempre nel fervore primitivo degli Eremitani: dichiarò il suo
sentimento a tempo e luogo proporzionato, e
fu comunemente ricevuto senza nessuno opporsi, con gran contento e pace dei detti suoi
Compagni; ed incominciarono a trattare del
modo d’eseguire quanto avevano concluso, ri-
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mettendo ogni cosa al P. Andrea, il quale subito decise d’andar in Roma; ma prima, che
c’inviamo per quell’alma città, mi par bene
qui valutare quali motivi poterono indurre
quel servo di Dio di fare la scelta della Religione Eremitana piùttosto, che d’altra; non ho
potuto esser informato finora dei fini di detta
santa intenzione, ma penso, e con gran fondamento, che saranno stati quelli che mossero
ad un Domenico a non dar altra Regola ai suoi
figli, che questa del N. Gran Patriarca, di cui
assai loro si pregiano, onde nelle sue Costituzioni1 si leggono le seguenti parole: Regula
Augustini excellit alias Regulas, ratione antiquitatis, auctoritatis, et multitudinis, ordinum,
et locorum, in quibus praedicta Regula servatur, sub hac enim Regula S. Augustini militant
Deo
Ecclesiae
Cathredales,
Religionesque diversae quamplurimi Sacri
Ordines tam Regulares, quam Militares, aggiungono altri Dottori, con dire, Augustinus
non unius; vel alterius, sed fere omnium Religionum fundator extitit caeteris fere omnibus
vivendi Regulam dedit; Tanti vollero militare
sotto la bandiera d’Agostino, che meraviglia
che il nostro Andrea seguisse sì famosa insegna.
3. Ben poteva sapere Andrea, che sotto
l’Agostiniana Regola, (della Benedittina un
1. D. P. Franciscus
Pisanus Prothon.
Apost. Domen.
constit. Regula 6
alij D. D.
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secolo prima fondata) settanta o più Religioni
illustrissime militano; per suoi figli si riconoscono due Santissimi Pontefici, 15 Cardinali,
938 e più Patriarchi, Vescovi e Prelati, con
numero innumerabile di Dottori, che con la
loro Santità e sapere illustrarono il Cristianesimo, 344 e più Santi e Beati, che popolarono
l’Empireo, oltre molti Re e Regine, che con
stupore dell’Universo, le porpore, le corone,
le preziose collane, i tesori inesausti, ed i vasti
Dominii, cambiarono col nero abito, e colla
cintura di pelle dell’Eremitano Ordine, ingrandito con gran numero di Pontificii privilegi, e di infinite indulgenze arricchito, per
passare felicemente da questo (lasciate le
mortali spoglie) all’ordine degli Angeli, ove
coronati di somma gloria, regnano senza fine.
Le prerogative dunque di quella assai decorata
Religione ci rubarono il cuore, acciò ad essa
legar si volesse.
4. Avrà ancora inteso Andrea che Agostino
è chiamato da autorevoli dottori, Patriarca dei
Patriarchi, Maestro degli Ecclesiastici maestri, Tesoriere della sapienza Divina, Abisso
di sapienza. Indice della divina Idea del sovrano Monarca, e con altri innumerabili titoli,
ed encomii, che molti Santi, e maestri del
Mondo gli danno, ma sopra tutti l’avrà rapito
quello che la stessa verità, lo stesso Verbo
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umanato in sembianza di bisognoso Pellegrino gli diede di propria bocca chiamandolo
Magne Pater, gran lode in vero nella1 bocca
dell’Altissimo Figliolo di Dio, essersi detto, e
firmato Magnus Pater.
5. Altre convenienze, oltre le dette, poterono far risolvere il servo di Dio, ma non è necessario trattenerci molto in questo, e così
passeremo a vedere, quanto egli s’adoperasse
per potere mettere in esecuzione quanto avea
pensato circa la nuova Congregazione, e come
più volte per questo fine andasse a Roma, e
sempre con la consulta dei suoi Padri Confessori e direttori, ai quali più puntualmente obbediva, che a qualsivoglia rivelazione, se non
si confermava col loro detto, e parere.
1. In hist. eius
vita.;
§ VII
Si parte per Roma il servo di Dio
e ottiene di poter fondare una nuova
Congregazione all’ordine
Eremitano del
P. S. Agostino aggregata.
er ottenere il servo di Dio, quanto
egli coi suoi Compagni desiderava,
come accennai nel precedente Paragrafo fu bisogno che di presenza negoziasse
P
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1. Morte praeventus ante paucos
dies Capituli Gen :
non fuit Creatus
Generalis Ordinis,
ita refert P.Ioanni
Picc.
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il tutto in Roma col Reverendissimo Generale
dei R.R. Eremitani Agostiniani, che per speciale provvidenza del Cielo, governava allora
l’Ordine il R.P. Maestro Thadeo di Perugia
soggetto d’eminenti qualità, che meritevole lo
rendevano anche del supremo governo di tutta
la Chiesa dopo aver assistito nel S. Conc. Tridentino come insigne Teologo, era egli inclinato a promuovere ogni opera, che a gloria di
Dio, e all’accrescimento della sua Religione
risultasse; faceva gran stima dei letterati, e
virtuosi Religiosi, e consequentemente del P.
M. Fra Melchiorre da Regalbuto1, per esser
veramente tale onde questi si confidò caldamente raccomandargli con una lettera il nostro
P. Andrea, dandogli notizia della Santità della
persona, e dell’importanza del negozio per cui
si trasferiva a quella Corte, e lo stesso fece, il
R.P. Maestro Fra’ Tommaso d’Ancona, Priore
di Messina, degno per la sua prudenza, dottrina e integrità essere ancora Vicario Generale della sua Religione, in tutto questo nostro
Regno. Con queste due lettere Andrea, e accompagnato d’alcuni fervorosi Romiti, suoi
amici, e seguaci; sprovvisto di denari e
d’ogn’altra cosa temporale, pieno di confidenza nel suo amato bene, armato di fervide
orazioni, si pose in viaggio per quella Santa
Città. Quanto poi in questo primo viaggio,
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quanto negli altri susseguenti, gli accadesse o
di travaglio o di consolazione o di persecuzione del demonio, o di favor celeste, qui,
quasi ogni cosa passo sotto silenzio, rimandando a trattarne in altri paragrafi appartenenti alle medesime materie, per non stare a
ripetere più volte le medesime cose.
2. Arrivato dunque Andrea in Roma, fu ricevuto, assieme coi suoi compagni con straordinaria allegrezza e devozione dal suddetto
Reverendissimo Padre Generale; lo trattenne
ivi alcuni mesi sino a che si smaltissero alcune difficoltà insorte, per quello che pretendeva, e con molte finezze di carità mostrò la
stima che di lui faceva, e quanto di cuore abbracciò, appoggiò il suo negozio, che lo licenziò con dargli un Decreto si favorito,
come appunto gli fu richiesto per l’erezione
della nuova Congregazione, incorporandola
al suo ordine, con statuti e preminenze speciali per conservarsi con rigore di Religione
riformata: il tutto decretò per maggiore sicurezza, il suddetto zelante e prudentissimo Superiore facto prius verbo Sanctissimo, col
consenso del Definitorio e dei Padri austeri e
con l’autorità dell’Eminentissimo Protettore
dell’Ordine, il quale con grandissima benignità ricevette il devoto Romito Andrea alla
sua udienza, alla sua camera, alla sua mensa,
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mostrandosi più contento conversare alquanto con tal povero Romitello, che sotto
quell’abito cinerizio con una rozza corda
cinto, (che così allora si vestivano i Romiti di
Iudica) confermava gran fuoco d’amor di
Dio, e delle Anime redente col sangue di Cristo, di quant’onore gli potevano recare tutte
le visite degli altri Porporati e degli Oratori
delle Corone, che in quei tempi per certi casi
occorrenti, giornalmente nel suo Palazzo
aveva; ma quanto era il gusto e la consolazione del suddetto buon Cardinale nel trattar
con Andrea, sperimentando profitto notabile
dell’Anima sua, tanto nell’interiore del servo
di Dio, era grande il rammarico per vedersi
così onorato, non bramando egli altro, se non
d’esser da tutte le creature avvilito e disprezzato, onde cercò subito di partirsi da quella
Corte per la volta di Sicilia, consegnato
che gli fu l’accennato Decreto, il quale per
esser stato il primo concernente alla sua
Riforma, una copia cavata dall’Originale si
conserva nel libro, ove i Padri antichi di questa Congregazione registrano le cose più importanti dell’Ordine. La data di tal Decreto fu
il 1579, due di febbraio, giorno segnalato per
la festa della Purificazione della Vergine, che
di sì buon cuore serviva Andrea, che giorno,
e notte, e per dir così ad ogni momento, si in-
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gegnava di fare nuove cose per onorarla e riverirla.
§ VIII
Per le molte Contraddizioni non può eseguire in
Sicilia quanto aveva ottenuto da Roma
nemmeno con ricorrere due altre volte
a quella Santa Città.
cosa ordinaria che quanto le cose,
quali si ricercano riuscire, sono di
maggior gloria di Dio, tanto soggette stanno a maggiori contraddizioni e travagli: ben lo provarono i Fondatori delle
Religioni, più a bocca piena ce lo potrebbeno
raccontare i loro Riformatori, non essendo
opera tanto malagevole e grande, il fondare
da principio nuova Religione, quanto dopo
successo di tempo rifondarla, si come dissero
alcuni Dotti, che potenza maggiore mostrò
Iddio in riformare, che in formare il mondo
per la ragione che ci assegnò S. Bernardo riferita da un sacro Oratore. Multum quidem in
Operibus nostrae Redemptionis laboravit
Salvator, nec in omni Munde fabrica tantum
fatigationis assumpsit1; disse egli nel principio fiat lux; e in un subito, lampeggiò la luce,
non divise i comandamenti dagli effetti, e con
È
1. Serm.10 in Cant.
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un fiato solo, aggirò i Cieli, allumò le stelle,
indorò il Sole, inargentò la Luna, accese il
fuoco, dispiegò l’aria, agitò il mare, sospese
la Terra ipse dixit, et facta sunt: ma nella riforma del Mondo(Dio buono) quante contraddizioni ci furono, quanti pericoli, quante
fatiche, quanti disagi, quanti dolori, quante
lacrime, quanto sangue, pianger nella nascita,
travagliare nella vita, penar nella morte, tanto
costò a Dio quel Mondo, che aveva così agevolmente creato con una sola parola, con un
Fiat, E così dico io che maggior valore, maggior fatica è in riformar una antica, che in
fondare nuova Religione: non leggo, che il
Grande Elia stentasse, faticasse, sostenesse
persecuzioni, mettesse in pericolo l’onore, la
fama, la vita per istituire l’Ordine profetico
sulla Cima del Carmelo nella Palestina, ma
Teresa in restaurarlo in rinnovarlo, che travaglio non soffrì? che amarezza non provò, che
persecuzione non sostenne? chi non la contraddisse? chi non cercò avvilirla, annientarla; legga, a chi gli piace, il primo Tomo
delle Cronache della sua Congregazione Spagnola, tradotto in Italiano pochi anni sono, ed
avrà assai di che ammirare, imitare, e amare.
Io so che il Gran Dottore della Santa Chiesa
Agostino fosse stato per appoggiare la Santa
Fede odiato, e perseguitato dagli Eretici, e
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non mi ricordo d’aver inteso, che per nobilitar il Cristianesimo col suo Illustrissimo Ordine Eremitano si guadagnasse emuli,
contraddittori, e persecutori, ma il nostro Andrea Riformatore dell’ordine suddetto infinite
difficoltà incontrò, come stiamo raccontando.
2. Ritornato Andrea da Roma alla sua
Isola, non potè nulla riuscire per l’esecuzione
di quel decreto dell’Aggregazione, che sopra
abbiamo ricordato, perché saputasi in Sicilia
l’intenzione e l’operato suo, si opposero gagliardamente persone potenti con il pretesto
di conservare la giurisdizione de Vescovi,
stando allora alcuni Romitori soggetti agli
Ordinari, lo contradissero forse alcuni Religiosi pure del medesimo Ordine Agostiniano,
perché Unusquisque abundat in sensu suo,
non giudicando bene per decoro della Religione loro madre, che venissero Altri, particolarmente in Sicilia( mai per l’addietro visti)
con titolo di Riformatori, e con abito esteriore, alquanto differente dall’usato, e comune:si risentirono ancora grandemente
molti Romiti di Iudica, di Rossomarino e di
Scarpello, preferendo restare col loro antico
modo di vivere, contentandosi solamente di
esser appoggiati a qualche Religione ma non
esser Religiosi con voti solenni legati. Il maggior rumore si faceva dai Romiti di minor
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credito, che come si suol dire, il peggior
chiodo della ruota fa più strepito, dispiacendosi di perdere la libertà con che aveano vissuto, privarsi di quel denaro, quanto con
proprio travaglio guadagnato, tanto con maggior avarizia posseduto; e con esser venuto a
notizia dopo la venuta del P. Andrea da Roma
ai suddetti Romiti la bolla del Santiss. e Beatissimo Pontefice Pio V il quale comandava
con rigore che tutti i Romiti dovessero aggregarsi ad alcuna Religione approvata, oppure
lasciare la solitudine e quel vivere in comune
senza solennità di voti e di statuto permesso
dalla Santa Sede, non di meno cercarono
quelli, formalità, appoggi e rifugi per disobbligarsi dall’obbedire agli oracoli precettivi
del Vicario di Cristo, e non incorrere nelle
censure.
3. Da qui venne, che furono senza numero
le opposizioni, i travagli, gli affronti, le persecuzioni, che sofferse il N. Gran Campione,
quali tutti con invitta pazienza ed allegrezza
soffrì, né nulla vacillò, stando sempre con
gran fede e costanza, sapendo che non poteva
mancare la parola dell’Eterna Verità, che ad
incominciare questa Sant’opera l’avea spinto,
se la promessa del P. S. Agostino, quando
nella via verso Roma gli apparve, in sembianza d’un Vecchione Romito, e gli fece
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animo, che dopo gran travagli otterrebbe
quanto desiderava, onde egli quanto più si vedeva abbandonato dalle Creature, tanto più si
internava col Creatore, con confidenza e
amore raccomandandogli di fare riuscire questo negozio che per sua gloria avea intrapreso.
4. Decise il servo di Dio di nuovo andare
la seconda volta a Roma, v’andò, vinse altre
difficoltà, ritornò in Sicilia, armato con altri
fulminanti ordini, ma non fu possibile dar
principio, perché trovò maggiori ostacoli, e
consigliato da Servi di Dio, e da persone sensate, con maggior animo si conferì per la
terza volta in Roma, e ivi patiti alcuni travagli, ebbe poi l’intento, e in breve tempo se ne
ritornò in Sicilia, ove credendosi, che fosse
cessata la tempesta contro di lui, trovò esser
maggiormente cresciuta di quella, che la lasciò, e così passarono altri tre, o più anni nel
trattar questo suo negozio con tentar diverse
strade, e maniere. Non perdendosi d’animo il
Grand’Andrea, ma seguitando a raccomandare il tutto a S. Divina Maestà con fervorose
Orazioni, e ammirabili penitenze, aspettò un
altro poco di tempo, fino a che si fosse compiaciuto lui con la sua onnipotenza spianare
le grandi Montagne delle difficoltà che si facevano avanti, particolarmente quelle che for-
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1. F.Giovanni
D’Alcia
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mava il demonio, come più di tutti interessato; gran segno della sua concepita rabbia fu
(secondo il senso d’un mistico Romito)1 che
nel 1598 crepasse Mongibello, e vomitasse
fiamme, condanneggiar alcuni dei luoghi, e
terre, quali pretendeva Andrea popolare dei
suoi Romitorii, succedendo nello istesso anno
e mese, ch’egli si partì la prima volta per
Roma.
§ IX
Si parte il P.Andrea la 4a volta per Roma, e ritorna assai raccomandato al R.Vicario
Generale di Catania, ove prende l’abito
del Gran P.S. Agostino, e si dà
principio alla nuova
Congregazione in Centuripe.
2. Questo D.Matteo era ancora Vicario Apostolico
per q.lle ragioni,
che apporta
il Pirri.
32
er le contraddizioni accennate nei
paragrafi precedenti non potendo il
N. Venerabile Padre riuscire cosa alcuna in Sicilia fu necessitato inviarsi di
nuovo a Roma portando con sé alcune lettere
del Reverend. Signore Vicario Generale di
Catania, che all’ora era Monsignor D. Matteo
Sammaniati(2), che fu poi Vescovo di Chieti,
conosciuto in quella Corte per prelato di gran
zelo e carità, e agitato il suo negozio più volte
P
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nella Sac. Congregazione di quegli Eminentissimi Deputati per i negozii de’ Regolari, finalmente si determinò di dare opportuni
ordini che Monsignor Vescovo di Catania in
nessun conto si ingerisse per l’avvenire col
P.Andrea, e con gli altri Romiti, desiderosi di
scegliere vita religiosa con fondare una nuova
Congregazione, e si guardasse di dar loro alcuna molestia, non solo alle persone, ma
nemmeno ai luoghi e beni che potessero
avere, dichiarandoli esenti dalla sua giurisdizione con deputare per loro Delegato Apostolico il sopra nominato Vicario con speciali
raccomandazioni.
2. Con l’efficacia di queste favorite spedizioni ritornò il costante Andrea in Catania, e
ricorrendo all’ombra del suo nuovo Delegato,
il quale con gusto eguale al suo gran petto
diede mano all’impresa, vide assai presto
tranquillarsi per ogni parte la tempesta, cessando tutti i venti delle contraddizioni passate, e così con gran festa e giubilo il 22 di
Maggio del 1585 (giorno in cui l’Ordine Agostiniano fa menzione della sua Beata Rita)
nella Chiesa de’ PP. Agostiniani Conventuali
di Catania per mano del R.P. Maestro Fra
Melchiorre Testaij di Regalbuto, prese l’abito
del Gran Padre Agostino il N. P. Andrea con
i suoi Compagni, che per esser stati tutti pieni
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di spirito Apostolico, figli, e coadiutori suoi,
fedelissimi in tutti i negozi, e travagli patiti
mi è parso bene registrarli qui con quell’ordine, come li trovo notati in un libro antico
della loro Congregazione, ove è notata la loro
origine, le ordinazioni di Visitatori, e de’ Capitoli Provinciali, l’anno, ed il giorno della
Professione, e morte di tutti li Religiosi, con
molte altre cose importanti dell’Ordine, furono dunque i seguenti:
Il P. F. Andrea del Guasto
di Castrogiovanni
F.Andrea Dias Spagnuolo
F.Francesco di Paternò
F.Mario di Paternò
F.Matteo di S.Filippo
F.Matteo di Vizzini
F.Domenico di Troina
F.Filippo di Regalbuto
F.Michele di S.Filippo
F.Zaccaria di Francofonte
F.Bonaventura Spagnuolo
F.Leone del Guasto di Castrogiovanni
F.Agostino Spagnuolo
3. Finita la funzione della Vestizione, licenziato il P. Fr. Andrea co’ suoi compagni da
quel Mons. Vicario, che con gran giubilo del
suo cuore tanto favorì, questa sì pia, sì santa
impresa, s’inviò subito con i suddetti pieno
di grande gioia, nel Monte di Centuripe, fondando ivi il primo loro Romitorio, secondo la
più antica e comune opinione, da dove fu originato che questa Congreg. del P. Andrea, di-
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cesi volgarmente la Congregazione dei
Fr.Agostiniani Riformati di Centuripe1, benchè non sia necessaria, quella denominazione
di Centuripe, perché basta per distinguerla
dall’altra Congregazione dei Riformati Agostiniani Scalzi d’Italia, appellandola la Congregazione dei Frati Eremitani Agostiniani2
di Sicilia, così leggo aver usato finora la
Corte Romana negli indulti, e brevi, e praticarono ancora il medesimo alcuni Visitatori
Generali dell’Ordine nelle occorrenze.
4. Ritirati dunque i Novizi, ma antichi Romiti in Centuripe, aggiungendo fervore al
gran fervore, penitenza e Santità a quella, che
fin’allora avevano professato nei Romitori di
Iudica, ed altri luoghi, al suo odore corsero
molti altri a chiedere l’abito, e la loro Compagnia, onde di là s’incominciarono ad ampliare
negli Eremi di S. Antonio di Regalbuto, e di
S.Basilio sette miglia lontano della Città di
Mineo, di S.Michele di Militello, e di mano
in mano in altri luoghi, vivendo tutti in comune senza proprio, sotto l’obbedienza, e con
gran purità e penitenza, e con questa occasione poi s’eressero d’altri servi di Dio alcune Congregazioni Riformate del Gran P. S.
Agostino, delle quali, quella, che fino al dì
presente in rigida osservanza, e con gran decoro
fiorisce e la suddetta de’ Scalzi d’Italia, onde
1. Non mancò, chi
pretese dar il
primo luogo al Romitorio di Regalbuto.
2. expresse declaratur a q; Gener. ut
habentur in Script
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pare, ch’il Signore avesse avuto altri santissimi
fini oltre la fondazione di questa Congregazione
di Centuripe, col dare al Mondo il N.Vener: P.
Andrea: e perché questi piantò i fondamenti
della sua Riforma in Centuripe, come s’è detto,
mi pare bene darne qualche notizia nel seguente
Paragrafo.
§X
Centuripe quale fu anticamente,
e al presente
quanto obbligato sia al nostro
P. Andrea.
Antica Città di Cent’Orbi, così
detta dalla voce latina Centum
Orbes, o centum Urbes, per cento
Cittadelle, o cento abitazioni edificate in giro
o in tondo nelle sommità di tanti Monti o
Colline, che la circondano; il Fazello la
chiama Centoripe, o Cent’orvo: in alcune medaglie di rame o d’argento, che dentro le sue
rovine sono state trovate, vi erano intorno,
queste lettere, Centorypion. Al tempo di Cicerone fu la maggior Città che si trovava in
tutta la Sicilia, onde godeva di privilegi latini, e perciò non ammetteva nei suoi Magistrati altri Cittadini, che Romani; era
L’
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d’uomini guerrieri, ricchi, valorosi, letterati,
onesti, belli, ed ottimi costumi assai piena, le
sue muraglie non senza inarcato ciglio si miravano molte grosse, larghe, e di pietre lavorate in quadro, il suo contorno dava immensa
copia di grano, vino, sale di color rosso, zafferano, e d’altre cose, tutte di miglior condizione di quelle, che altrove il siciliano terreno
felicemente produce. Ora quella famosissima
Città oltre le sciagure, che in vari tempi la disfiorarono, fu da Sesto Pompeo miseramente
estinta, non passò molto che Ottaviano Imperatore, quel Cesare dico, che avendosi reso
soggetto tutto il Mondo, e d’una tranquillissima pace felicitatolo nell’età d’oro, quando
il Re Pacifico si compiacque nascere, talmente ristorò la detta distrutta Città, che fece
rinascere subito il suo estinto splendore,
quale seppe conservare sotto l’Impero dei
Romani, dei Greci, dei Saraceni e dei Normanni a cui fu soggetta assieme con tutta
questa nostr’Isola. Ma nel 1233. da Federico
II. Imperatore dalle fondamenta fu rovinata,
delle cui Relique edificò la Città d’Augusta,
facendo avverare nelle cose politiche, quel
detto dei naturali filosofi: Corruptio unius est
Generatio alterius; ed è contra.
2. Io non mi meraviglio con alcuni Autori,
come Centuripe a tal miseria soggiacesse, che
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1. Fazel. I. Dec.
Lib. X
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pareva doversi nelle sue grandezze fino alla
fine del mondo eternarsi, mentre leggo, che
ancor gli Antichi preconizzarono Roma per
eterna, con superbe iscrizioni onorandola,
Roma eterna, Roma Dea, e pur due volte la
divamparono ed incenerirono le fiamme, la
saccheggiarono, e la distrussero i Goti con
altri Barbari fino a farla sepolcro di se medesima, del che stupito S.Geronimo proruppe in
questi accenti. Quis crederet ut totius Orbis
extructa Victoriis Roma corrueret, et ipsa
suis populis, et Mater fieret, et Sepulcrum.
3. Se parliamo poi dei nostri secoli, che
importa a Centuripe ritrovarsi vedovata degli
antichi1 splendori piccola terra con pochi abitatori, soggetta a Principe, benchè benigno
ma straniero, se dal nostro Venerabile Padre
viene resa sì celebre, che non fecero tutte le
sue magnificenze, e antiche prerogative, per
aver dato ivi principio alla sua Congregazione con fondarvi il primo Romitorio o Convento con la Chiesa di S. Maria della Stella,
che fu di perfetti, e rigidi Romiti copioso seminario, e diede tanti raggi, che illustrò la
Trinacria, ed altre parti d’Italia, se bastò ad
Arpino (secondo il sentimento di famoso Autore) aver dato la culla a Tullio, Principe
della Romana Eloquenza, può pregiarsi Centuripe dei natali d’una Religione riformata
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dall’Eremitano Ordine del Gran Dottore della
Chiesa Romana. Aggiungiamo che Andrea
con la residenza sua per molti lustri la santificò, con tante grazie, dal Cielo per lei impetrate, e con molti miracoli, a suo favore
operati, grandemente la felicitò, con deputar
per 60 e più anni i suoi figli per Parrochi vigilantissimi di giorno, e di notte, ad ogni ora,
ad ogni momento esposti all’amministrazione
dei Sacramenti, come ad altri aggiunti, dei
quali son bisognevoli le Anime de fedeli, non
diremo che nella vita spirituale l’avesse rigenerata, nutrita, accresciuta, e dai pericoli conservata?
4. Andrea ancora fu quello, che coi suoi
meriti operò, che la luminosissima Stella del
Cielo Maria illuminasse, e tuttavia vada illuminando questa Terra con i raggi di divine inspirazioni; di modo che con gli influssi di
sovrane grazie l’aggiusta, conforta, e protegge, quante volte ella conviva fede respicit
Stellam, vocat Mariam, nelle angustie, nelle
persecuzioni, nelle tentazioni, e in tutte le avversità starà sicura si respicit Stellam, vocat
Mariam, insomma, con questa mattutina
Stella venerata, e pubblicata da Andrea Riformatore di Eremiti, appare non meno illustre
la Montagna di Centuripe, che non si rischiari l’oscura valle per S. Bernardo Abate
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* L’Ordine di Cistercio, località
presso Chapon
nella Borgogna, fu
fondato nell’XI secolo ed è una riforma dell’Ordine
di San Bemedetto:
ebbe grande diffusione per merito di
S.Bernardo. I monasteri cistercensi
si diffusero poi in
Piemonte nel 1145.
(n.d.c.)
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ristoratore, o promotore dei Monaci di Cistercio.*
5. Non devo però lasciar di dire per ragione di gratitudine, che questa benedetta
Terra cumulata di tanti benefici dal nostro Venerabile Andrea, ha corrisposto, e tuttavia
corrisponde con molte finezze di Carità con i
suoi figli, particolarmente fa mostra di gran
cordialità nei Capitoli Provinciali della sua
Congregazione, che ordinariamente ivi con
molta quiete, e soddisfazione del provedimento d’ogni temporale sostegno si celebrano: insomma riconosce Centuripe la
Riforma d’Andrea, per figlia, per così dire, e
per Madre; per figlia, avendo avuto in quella
la sua Origine col primo Romitorio fondatovi, e per Madre, perché all’odore della Santità del P.Fra Andrea, e dei suoi figli furono
tirati molti a popolarla, arrivando addì di oggi
a più mila persone, essendo tradizione, che al
primo arrivo del Venerabile Padre in quel
luogo, non v’era alcun abitante, e se ve
n’erano, furono così pochi, che nemmeno
meritava nome d’assai piccolo Castello, onde
spero, che questa benevole corrispondenza
abbia da durare senza interruzione per assai
lungo tempo, promettendomi pure dall’altra
parte, che nella Beata Eternità il medesimo
Venerabile Padre sarà per questa Terra perpe-
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tuo intercessore, e protettore appresso il divino
Sole di Giustizia, e inoltre la risplendentissima
Stella dell’Empireo, Maria sua dilettissima
Madre, di cui egli in terra fu al maggior segno
devoto. La suddetta Chiesa fu ai P. P. Agostiniani, nei secoli andati concessa, e poi con le ingiurie de’ tempi abbandonata1, infin che il P.
Andrea con i suoi Romiti la ripigliò, e servì con
gran fervore in essa la Gran Signora, dalla
quale (come piamente m’assicuro) ottiene egli
quanto vuole nel Cielo per la detta Terra di Centuripe.
1. Nel 1554.
§. XI
Fa la sua solenne Professione. Ritorna la
quinta volta a Roma, ottiene il consolidamento
della sua Congregazione,la quale in pace fa
gran progressi, particolarmente in Regalbuto,
ove il P. Andrea con l’odore della sua Santa e
meravigliosa vita attira tutti.
orrendo l’anno dell’umana salute
1586. nel primo dì del mese di novembre in cui la Chiesa con una solennità rende tributo di riverenza a tutti i
Santi, fece la professione solenne Andrea assieme con i sopraddetti 12. suoi fedeli Compagni secondo la Regola del S. P. Agostino,
C
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promettendo pubblicamente al Signore l’osservanza dei tre voti di Religione, Obbedienza, Castità e Povertà, virtù che egli fin
dalla sua Gioventù aveva in sommo grado
praticato; e giurarono d’osservare alcuni statuti concernenti il loro stato di fervidi Romiti.
Veramente fu assai a proposito tal giorno per
professare un Santo Fondatore di Religiosa
famiglia, essendo le Religioni Seminari di
Vergini, Confessori, Dottori, Martiri, Profeti,
e di S.Patriarchi e Prelati. Dovette senz’altro
allora con straordinari giubili festeggiare la
Trionfante Chiesa, vedendo i preparativi, che
si facevano da parte dei fedeli per popolarla,
e maggiormente felicitarla con i nuovi frutti e
fiori, che dal Giardino d’Andrea novellamente piantato sperava trasmettere. Non credeva in se stesso il Gran Servo di Dio per
l’allegrezza, vedendo compiuto l’antico suo
desiderio; e per stabilire per sempre quello
che s’era con l’aiuto dell’Altissimo incominciato della nuova sua Congregazione, con la
consulta, e volere dei suoi detti Compagni,
figli, e sudditi, che come Padre, e Capo loro
subito lo riconobbero con elezione Canonica,
secondo i Drecreti del Reverendissimo dell’Ordine negli anni antecedenti (come dissi)
ottenuti, non ricusò la quinta volta di trasferirsi con alcuni dei suoi alla Sede Apostolica,
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nonostante le gran fatiche, e mali incontri,
che si promettea, e di fatto non gli mancarono, ma con la sua invitta pazienza, e magnanimità per maggior gloria del Signore li
superò tutti.
2. Seppe tanto ben negoziare, arrivato in
Roma il magnanimo Andrea, che essendo
stato ricevuto dal Reverendissimo P.Maestro
fra Tadeo Perugino allora Vicario Apostolico
con maggior allegrezza devozione, e carità
delle altre volte, vedendo già dilatato l’ordine
del S. Padre Agostino, abbracciata la Regola,
e l’abito Eremitano con tanto fervore da quei
buoni Romiti, che col di lui favore impetrò
subito per la sua nuova famiglia un rescritto
dalla Camera Apostolica, con l’unione alla
Religione Agostiniana con tutte quelle immunità, privilegi, favori, indulti, indulgenze,
grazie tanto temporali come spirituali, che
gode l’antichissimo suo Eremitano Ordine, da
governarsi però immediatamente da un Religioso Riformato1 della medesima Congregazione co’ Capitoli in ogni biennio da
celebrarsi, non riconoscendo altro Superiore,
che il Generale di tutto l’ordine: e che liberamente quella nuova riforma si potrebbe dilatare per tutta la Sicilia, e per tutto l’Universo,
con altre preeminenze, che si leggono nel
suddetto decreto dell’Aggregazione dato in
1. Con titolo di
Vicario Generale
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Roma nel 1587 il 19 aprile; si consolò non
poco il Papa, ch’era in quel tempo Sisto
Quinto, per essersi perfezionato quanto, essendo lui Cardinale nella Congregazione deputata sopra le cause dei Regolari, sempre
appoggiò col suo valore e zelo; grande ancora
fu il gusto del Cardinale Protettore dell’Ordine e degli altri Principi porporati.
3. Speditosi dunque il P. Andrea da Roma
tanto contento, quanto ognuno si può immaginare per il felice esito del negozio, per cui
era là capitato se ne ritornò assieme con i suoi
Compagni alla sua Sicilia, non avendo fatto
altro, che lodare e ringraziare il Signore in
tutto quel viaggio delle grazie ricevute, che
con la sua onnipotenza aveva dato forza ai
deboli, e possibilmente quello, agli occhi
della Carne pareva impossibile, e servitosi
d’un inettissimo strumento come lui si reputava.
4. Restando poi la nuova pianta senza molestia, ombreggiata con la protezione detta,
coltivata con le orazioni, esempi di Santità e
di prudenza Celeste del suo Padre Andrea,
cominciò dato tale odore, che sembrava un
Paradiso in terra, si distese in breve tempo
per diverse parti di quest’Isola in dieci, e più
Conventi, o Romitori con rifiutare il P.Andrea
di fondare in venti altri luoghi ov’era deside-
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rato non giudicandoli a proposito per conservarla verdeggiante, e florida in ogni osservanza, e rigidezza Eremitica come lui l’aveva
assodata senza appoggio di ricchezze temporali, non cercando entrate, e beni stabili e perpetui, nemmeno della cerca delle elemosine
manuali dei pii fedeli, che come Religiosi
mendicanti lecitamente potevano fare, ma sostenuta dai muri d’una rigorosissima povertà,
e col travaglio e stento dei suoi Religiosi
provvedersi il vitto e vestito necessario, come
costumavano gli antichi Santi Eremiti, che in
comune vivevano, distribuendo con prudenza
a ciascuno secondo le sue forze e abilità le
opere manuali; per questo fine, tutte le arti
allo stato e decoro religioso confacenti con
facilità dava licenza d’esercitare, l’ordinario
però impiego di quei primitivi era l’agricoltura quanto era necessario per il bisogno della
comunità dei Religiosi del Convento. I dotti
non s’obbligavano al corporale travaglio
della sera, ma ad altri esercizi di vita attiva
più proporzionati a beneficio dei prossimi
erano destinati, se però alcuno si fosse trovato impigrito nell’ozio, era la sua penitenza
il chiamarsi per ordine dell’ubbidienza al comune esercizio con gli altri.
5. I suoi Conventi secondo il citato decreto
dovevano essere almeno tre miglia lontani
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1. Questo Romitorio fu prima
abitato dai
Settatori del
servo di Dio P.
Filippo Dulcetto
2. S.Antonio titolare del Romitorio
e della Chiesa.
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dalla città e terre; solamente si eccettuava il
Convento o Romitorio della Città di Regalbuto1 un solo miglio o poco più da quella distante, forse per la disposizione del sito, che
consisteva in una gran rocca inaccessibile
quasi da tutte le parti, non ammettendo comunicazione con i secolari, se non quanto era
permesso dal rigore della Religione, e per
dare i frutti di Carità, che quel Paese riceveva
da questo Romitorio assai singolari, come
presto dirò, di più per esser tal luogo assai
atto per l’orazione e contemplazione, circondato da fiumi, colline e monti, per le verdure
non poco amene2. E quel S. Antonio titolare
Patrono della Chiesetta risvegliava nella memoria dei Romiti moderni di Regalbuto le
asprezze dei Vecchi dell’Egitto, e della Tebaide.
6. Vedendo dunque il P.Andrea quanto di
buon cuore attendevano i suoi figli alle fatiche corporali non tanto per sostentarsi,
quanto per macerare il corpo, gli parve non
obbligarli ad altro rigore, che a tre discipline
ed a tre digiuni nella Settimana oltre dei due
Mesi dell’Avvento, e della comune Quaresima, a non portar camicia di lino, ma vestiti
di ruvida lana cioè d’arbagio così detto in
Sicilia, che è poco meno di cilicio, e due ore
di Orazione mentale fra il giorno e la notte,
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e ad alcune altre cose, che indirizzava affinché soprattutto s’osservasse con ogni rigor
la Regola del nostro Padre Sant’Agostino.
Ho detto insomma a quanto s’estendeva
l’obbligo, come pure per la grazia di Dio
sino alla presente giornata stanno con il medesimo astretti i suoi Frati; perché se si
tratta della penitenza superrogatoria non ricevette moderazione nei primi anni quella
Congregazione, ma mossi i nuovi Romiti
dall’esempio del loro Padre, ripigliarono, se
non tutti, la maggior parte d’essi, i rigori
degli Hilarioni, degli Antonij, dei Pacomij:
si vedevano rinnovati in Sicilia gli antichi
fervori degli Eremitani dell’Africa, che al
tempo del Grand’Agostino fiorirono: di
modo che se i frutti di quei Primitivi Eremiti, qualche penna avesse gustato di registrarli, avrebbe al presente questa umile
Congregazione un gran volume di fiorite
cronache; ma l’umiltà di quegli antichi
buoni servi di Dio attribuendo a fasto e albagia secolaresca il palesare al Mondo gli atti
Eroici dei suoi Fratelli, sotto silenzio lasciarono passare quasi ogni fatto loro illustre,
non pensando che gli esempi dei fervori dei
Passati sono incentivi per discacciare le
freddezze dei Presenti, e che la Divina mano
graziosa e potente in ogni età e tempo, è
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pronta per invigorire le debolezze della
umana natura.
7. Se tutti i suoi Romitori professavano
gran perfezione, fu singolare il Romitorio di
Regalbuto per la residenza, che per molti anni
il suo Fondatore vi fece. Si stimava per un
gran Santuario, per un terreno Paradiso ove
fiorivano le amenità primitive della Chiesa
nascente: nelle celle, e grotte di quella Santa
Rocca (le cui vestigie non senza devote lagrime sino al dì presente si reggono) ove
quali Api dell’Empireo, uomini non già, ma
Angeli, Serafini in carne mortale lavoravano,
e il miele della divina contemplazione, e la
cera del buon esempio; colle prediche, confessioni e altri esercizi apostolici più volte illuminando quella Città, e altre terre, e luoghi
convicini.
8. Attratti dalla loro fraganza concorsero a
domandar l’abito della sua Religione molti
giovani di sangue illustre, per trovarsi allora
in Regalbuto delle famiglie nobili cioè i Ventimiglia, le Fiorenze, i Pazzis, i Galofari, le
Lancie, i Ruffi, ed altre, e tutte si pregiarono
aver pegni in questa Congregazione d’Andrea; non mancarono pure soggetti qualificati
Italiani, Spagnoli e Oltramontani, che si stimaron fortunati d’arruolarsi in questo Santo
Romitorio per suoi figli, cambiando le vesti
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di seta con quelle di lana, e con cilici; i letti
morbidi, e i guanciali di piume con quelli di
pietre come fino ai nostri tempi incavati in
detta Rocca se ne videro.
9. Erano alcuni talmente riscaldati del gran
fuoco dell’amante di Dio Andrea, che divenuti pure loro Mongibello d’amore, non sentivano i disagi dei tempi e delle stagioni.
Trovandosi alle volte con le loro nere cappe
già bianche per la neve, che loro addosso
fioccava nel tragittarsi per recitar mattutino,
ed orare, nella loro antica Chiesetta, alquanto
distante dalle celle, o grotte ove abitavano: e
le pioggie delle lagrime, che per i peccati propri e di quelli dei prossimi, e per i comuni bisogni del Cristianesimo diluviavano dai loro
occhi, non facevano loro avvertire quelle del
Cielo, ed al detrimento della salute per il restarsi notte e giorno con gli abiti, e toniche
addosso così ammollate. Era tale l’odor della
Santità d’Andrea, che non c’era in quel Paese
chi chiuso rimanesse in casa, ma volavano
tutti, esponendo con gran fede le loro necessità, e con le preghiere del servo di Dio ottenevano, quanto desideravano sì per l’anima,
come per il corpo, era invero il rifugio di
tutti, ritrovando in lui ogni consolazione così
i secolari come i Regolari.
10. Tutti i cinque o sei Conventi d’Illu-
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strissime Famiglie, che decoravano quella
terra con buon numero di Religiosi, particolarmente quello degli Agostiniani Conventuali, illustrato ancora di più soggetti in
dottrina, e in virtù conspicui, che parve Seminario di Baccellieri, Maestri, e Provinciali
di questo Regno, nondimeno tutti godevano
avere il Padre Andrea per loro Padre, Protettore, e Oracolo in tutte le occorrenze.
11. I tre Monasteri di Monache della medesima terra non vollero essere inferiori agli
altri nella cordiale devozione a quell’ uomo
Angelico per i frutti spirituali, che da lui
quelle sacrate Vergini partecipavano, e ve ne
sono alcune vive Memorie, conservandosi nel
Monastero di S. Giovanni alcuni manoscritti
ricevuti dalle mani del medesimo servo di
Dio, pieni di documenti Celesti. Si estese
pure la sua carità fino ad essergli buon Avvocato presso Monsign. Massimo Vescovo di
Catania in certe necessità per potere godere
una Chiesa mediocremente grande, e allegra,
come al presente tengono.
12. Molte gran cose, mesi sono, mi dissero
alcune assai antiche Monache del medesimo
Monastero intorno alla gran virtù del P. Andrea, e dei suoi Romiti allora viventi, e dei
prodigi, che nel convento di S.Antonio per
mezzo del suddetto Padre, il Signore facil-
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mente operava, mi mostrarono una Corona di
pietra, che gli regalò di mano propria lo
stesso P. Andrea, onde non potei non ammirare con mia confusione lo spirito della povertà di quel Santissimo Religioso assai
contrario di coloro, che negli strumenti, che
sono istituiti per accrescere la devozione, e
riscaldare le tepidezze dei nostri cuori, ammettono alcune curiosità, e superfluità per
non dire assolutamente vanità, ancora nelle
Corone, Breviari ecc. Facendosi debitori di
maggiori pene con le medesime cose, che ci
son date per alleviarle.
13. Altre particolarità degne di sapersi potrei qui registrare, ma non sopporta la strettezza d’un breve Sommario, che m’obbliga a
passarle in silenzio, con altre cose notabilissime pubblicate dalla Reverenda Madre
Suora Modesta Gritti Abbadessa al presente
del soprannominato Monastero di S. Giovanni, quale per aver vissuto lodevolmente
ivi per spazio di 65 anni circa di professione,
governato più volte come Superiora, quelle
sagrate Vergini con grande integrità, e zelo, è
stata sempre ben vista dagli illustrissimi Prelati di Catania, e lascia memoria perpetua
nella sua Chiesa con avere co’ suoi sudori e
stenti dotata la Cappella dell’individua Santissima Trinità, da cui conosce esser con so-
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vrannaturali modi favorita. Pertanto a mio parere è degna, che le si presti ogni fede nella
relazione, che dà di questo celestiale Padre,
che ben conobbe, quando capitava ivi per
spargere grazie, infondere spirito, e attaccar
fuoco a quelle spose del Re Celeste con gran
gusto dell’Illustr. Ordinario.
14. Il Clero ancora di quella Città si mostrò assai riverente al Ven. Padre, e della sua
Congregazione, di modo, che non vi era cosa
a chi volentieri col suo Consiglio non s’inclinasse; avevano voluto, quasi tutti i suoi devoti preti commutare ( se loro fosse stato
permesso) il saio con l’arbagio, e la berretta
con l’eremitico Cappuccio, o almeno in
quella Santa Rocca di S. Antonio senza mutar
abito assodarsi nella virtù appoggiate a questa viva Rocca di perfezione del Ven. Ebbe
fra gli altri fortuna di farlo il Rev. D.Vito
Ruggieri, Sacerdote meritevole d’ogni lode
per essere un ritratto di virtù, e santità secondo l’opinione di tutti i suoi paesani, ma
egli, al riscontro della bontà, e dottrina Celeste del nostro gran servo di Dio, si reputava
assai cattivo e ignorante, e così si ritirò nel
suddetto Romitorio per emendarsi da quel Serafino in carne e lume, e fuoco superiore.
15. Se era ricercato dai buoni il nostro Venerabile, non era fuggito dai peccatori? Varie
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invero, e riguardevoli furono le pubbliche
conversioni, che con le sue Orazioni, buoni
esempi, esortazioni allo stesso fece. Non andava alcuno a lui a confessarsi o a trattare,
che non partisse migliorato, acceso di desiderio di mutar vita, chi si ritirava da traffici illeciti, chi lasciava le pratiche contrarie
all’onestà, chi deponeva gli odi, chi perdonava al nemico, chi si sequestrava nei chiostri
Religiosi a far penitenza dei peccati commessi, ad esempio suo non pochi suoi Religiosi aggiustavano (come dissi) a queste
Sant’opere, e venivano persone da lontani
paesi per vederlo, udirlo e imitarlo, seguirlo
nella penitenza, sperando di accompagnarlo
nella gloria.
§ XII
Eletto Superiore il P.Andrea fa mostra della
sua gran Prudenza e d’altre virtù
Umiltà profonda del P. Andrea, e il
considerare, che Iudicium durissimum fiet ijs qui praesunt, gli facea
sempre cercare l’umile quiete di suddito; nondimeno contro il suo volere e gusto per il gran
bene della sua Congregazione quattro o più
volte fu costretto dai Padri del Capitolo, e del
L’
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Definitorio ad accettare la carica di Vicario Generale, di Definitore, e Priore, concorrendo a
questo il precetto del P. Reverendissimo della
Religione Agostiniana, nelle molte lagrime, che
in mezzo del Capitolo spargeva con allegarsi
per insufficiente e vecchio, lo contentavano ad
accettare la rinuncia degli uffici, che ben spesso
faceva. Assunto dunque, non dall’ambizione,
ma dall’espresso voler di Dio, divamente reggeva i suoi sudditi, sì nelle Prelature maggiori,
come nelle immediate. Era nel Governo, né dei
più rigidi, né dei più piacevoli, osservò un prudentissimo mezzo fra i due estremi, era temuto
e amato. Da tutti era temuto per uomo divino, e
senza passione, i sani ricevevano i suoi ordini
con gusto notabile, e gli infermi le sue ricette
con speranza di migliorare in qualsivoglia
grado di perfezione monastica; s’impiegava nel
sentire ciascuno dei Religiosi, saper i loro travagli, afflizioni, pene , incontri frutti delle comunità, le loro tentazioni, e passioni, dando loro il
rimedio opportuno per superarli, come per speciale lume Divino sapeva quanto nei loro cuori
passava come si dirà nel paragrafo… onde non
v’era timore, che alcuno celasse le sue infermità
spirituali, o le grazie da Dio ricevute.
2. Vigilava con cura paterna, che i Conventi
fossero conforme alla Povertà della Religione
bastantemente provvisti per i sani e per gli in-
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fermi, così per il vitto, come per il vestito, perchè non avessero occasione d’introdurre nella
sua Congregazione un minimo peculio, essendo
zelantissimo del voto della Santa Povertà, castigando con rigore ogni minimo difetto, che in
questo punto potesse occorrere; vigilava all’assistenza del Coro, particolarmente del mattutino
di mezzanotte, non assentandosi egli per nessuno travaglio, se non in caso d’infermità grave:
dispensava con i suoi Frati nei digiuni, nel portar camicia di tela grossa in casi soli di necessità; il dar licenza o uscire alle Città era assai
raro, e questo, quando la carità, o bisogno del
Convento lo stimolava, e conosceva molto bene
i pretesti veri o finti. Dava di quando in quando
alcune ricreazioni per sollevarli dal travaglio,
ed egli stesso componeva alcune canzonette in
rima siciliana allegre, e devote, che in questo
aveva gran talento, e col suo natural giocondo,
e benigno recava giubilo ai cuori afflitti, aborriva i mormoratori ad esempio del suo P. S.
Agostino, correggeva severamente chi avvisato
in questo non si emendasse.
3. Era il primo a scopare, zappare, arare la
terra, ed ad ogni altro esercizio manuale come
sopra dissi, in quei tempi, ad esempio dei Santi
Padri antichi, nella sua Congregazione lodevolmente si usava, recava gran stupore il veder un
vecchio in età decrepita, di complessione deli-
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1. o in Capitolo
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cata, per la penitenza estenuato, per le lunghe
infermità indebolito, adoperarsi meglio di qualsivoglia altro frate giovane alle fabbriche di
tutti i Conventi, che fondò, portando sulle sue
spalle legni, pietre di straordinario peso, facendo con le proprie mani, quello che era necessario, considerando, che dovevano essere
case per servir, e lodare Dio, che egli tanto ardentemente amava; ogni cosa gli pareva leggera
e soave, avverandosi quel detto dell’Abate di
Chiaravalle ubi est amor, non est labor, sed
sapor. Riluceva ancora in esso la carità verso
gl’infermi, che con amore sviscerato lui stesso
si mostrava ansioso nel servirli, consolarli, e
alla santa pazienza con parole del Cielo animarli. Le penitenze per le commesse colpe imposte ai suoi frati, egli che era l’innocente,
esimendo i colpevoli spesse volte se l’addossava. Quando aveva da comandar cosa non lo
faceva con parole imperiose, ma raccomandava
il tutto come fratello, e da Padre, eccetto in caso
che l’ostinazione, o ardire non lo violentasse
alla severità.
4. Non lasciava il Vener. Padre di far alcuni
sermoni in Refettorio1 a tutta la comunità con
tanto fervore di spirito, con tanto zelo della
Regola, e osservanza regolare, con tanta prudenza riprendendo i difetti occorrenti, che
senza parer, che toccasse ad alcuno, ammo-
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niva tutti con tanta carità senza mischiare parole pungenti, che l’ira, o altra passione suol
suggerire non poche volte ai Prelati poco accorti, e che a sangue caldo (come si suol dire)
senza raccomandarsi prima al Signore con il
considerare i propri difetti1, non aspettando il
tempo opportuno, rilevano le mancanze, onde
non ne risulta il profitto desiderato come otteneva il nostro Venerabile Padre restando tutti
dal suo sermone infervorati, animati, ed
emendati.
5. Insomma governando il P. Andrea verbo
et exemplo voleva, benché fosse Vic. Gen. che
i suoi Priori facessero lo stesso; maggiormente
raccomandava questo al Maestro dei Novizi,
che se non era un ritratto di tutte le virtù non lo
sopportava2 nell’ufficio, desiderando sopra
tutti che i Giovani fossero con ogni spirito educati, dipendendo da questo il bene o la rovina
della Religione essendo che Adolescens iuxta
viam suam etiam cum senuerit non recedet ab
ea. Onde accorgendosi che qualche Novizio si
rendeva coi suoi costumi indegno della professione, ancorché altrimenti l’avesse visto
adorno di molti talenti, riguardevoli per dottrina e nobiltà, in nessuna maniera permetteva
che restasse nella Religione, né in questo si lasciava piegare da qualsivoglia supplica di Persone d’autorità, stimando (com’egli diceva)
1. come si deve
fare la correzione, acciochè
sia con frutto.
2. Qualità del
Maestro e dei
Novizi.
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1. P.Andrea
quando era
suddito.
2. Con quanto rigore si punivano le
minime imperfezioni.
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esser assai crudele con la sua madre Religione
chi desse la professione a chi non professava
virtù soda. Il medesimo rigore usava con i Superiori poco osservanti di quel rigore Eremitano primitivo, non lasciandoli perseverare
nell’ufficio di Prelato. Quando però era suddito1 si comportava come un Novizio non volendosi ingerire in cosa alcuna appartenente
ai superiori, se non dare qualche sano consiglio, quando da quelli come loro Padre, e sperimentato maestro, gli era richiesto, e in tal
caso li soddisfaceva con molta umiltà. Da tal
esempio mosso il P. Michele di S. Filippo,
vero Agostiniano Riformato, figlio e compagno del medesimo P.Andrea, governando la
Congregazione con rigore comandò2 che nessun Frate s’ingerisse nell’ufficio dell’altro
senza espresso impiego del Prelato, o richiesto dalla carità, e così proibì sotto pena di star
un giorno intero carcerato, e di far una disciplina in pubblico irremisibiliter, ch’ardisse
entrare senza la dovuta licenza nella cannava,
e chi facesse il simile nell’entrar in refettorio
fuori delle ore assegnate dovesse mangiar in
terra. Domandandogli il suddetto P. Fr. Michele, che preparazione dovesse far per il felice esito del prossimo futuro Capitolo,
trovandosi allora egli alla fine della carica di
Vicario Gener. gli rispose con gran spirito,
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che si guardasse come da un contagioso
morbo da far pratiche, e permettere fazioni,
rovine delle Religioni,1 ma egli e gli altri Gremiali, spogliati d’ogni privato interesse e passione, vestiti di zelo del ben comune con
lunghe orazioni sospiri, lagrime2, e con penitenze straordinarie, oltre le orazioni comuni
delle 40 ore, impetrassero dal Signore il felice
esito del Capitolo, che consiste nel sortir
l’elezioni secondo i meriti e la giustizia, e formare leggi sante distruttrici degli abusi, e confermatrici della regolare osservanza. Tal
consiglio fece grande impressione nel suddetto P. F. Michele, che perciò fece un editto
degno di stare registrato nei libri antichi della
Congregazione.
1. Come s’impetra
l’assistenza dello
spirito nei Concilii
dei Regolari.
2. Ricordo degno
d’esser a caratteri
d’oro impresso nei
cuori di tutti i vocali nelle assemblee Religiose.
Prosegue il medesimo
nsomma era tale la prudenza, accompagnata da tutte le altre virtù, del N. Venerabile che quanto più durava nel
governo, più cresceva nei soggettati la brama
d’averlo per più lungo tempo superiore rendendosi a tutti amabile ed imitabile. Quindi
con avere governato tutta la Congregazione da
8 anni in circa, fu di nuovo con comune allegrezza e pace rieletto Vicario Gener. nel 1609
il 15 agosto in Centuripe ove si celebrò il Ca-
I
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1. Inganno del demonio che sotto
pretesto di far
assai, facendo perdere la salute a
quelli che non
hanno gran spirito,
non possono poi
far nulla altresì
dell’obbligazione
comune.
2. Se qualche Romitorio non aveva
persona idonea si
leggeva qualche
omelia di S.Padre
o sermone di qualche moderno Dottore a proposito
all’intento.
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pitolo, che fu uno dei più famosi, che finora si
sono tenuti, e per il gran numero dei Frati ivi
concorsi, per le ottime elezioni dei Superiori e
per le sante leggi che si stabilirono, quali confermò, e pubblicò poi il N. Ven. Padre.
Il nuovo ed antico Prelato e Padre moderò
gli eccessi degli esercizi manuali di alcuni
Frati per i quali molti Novizi, soggetti qualificati se ne tornarono al secolo. Proibì quelli del
campo meno decenti ai Religiosi, limitò le penitenze togliendo le indiscrete. Ai molti Vecchi, ed agli Infermi concesse un saccone di
paglia nel dormire, benchè fin dal principio dai
suoi Frati fosse stato usato dormire vestiti su le
nude tavole, permettendosi una sola cassira o
stuoia1. Che nessuno senza licenza del Priore
del luogo, digiunasse, oltre i giorni dei propri
statuti, particolarmente coloro, che al travaglio
eran di continuo applicati.
Volle che nel Refettorio in tutto rilucesse la
povertà, e semplicità eremitica, nei cibi grossi,
e nelle tavole nude di tovaglie, senza vasi d’argento o di vetro, ma tutti di terra poco ben condizionata. Raccomandò la quotidiana lezione
dei casi di coscienza per un’ora dopo Vespro,
ed il sermone dopo Terza cantata nei giorni di
digiuno universale2.
Comandò a tutto potere il silenzio, e notte,
e giorno, e se capitasse alcuno forestiero
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nell’Eremo, con la licenza del Priore gli si potesse parlare, ma con voce bassa ed umile.
Dopo pranzo potessero i Frati conferire i punti
della lezione già intesa nella mensa, per
mezz’ora circa, e ognuno che fosse tentato, al
suo prudente Confessore o Superiore scoprisse
gli inganni dell’astuto avversario.
Decretò che nel tempo dell’esercizio manuale, il quale non poteva eccedere due o tre
ore la mattina, e altrettanto la sera, si leggesse
alcun libro pio da qualche Sacerdote o con
qualche ragionamento spirituale sollevasse alquanto le fatiche degli altri che in silenzio travagliavano1, e finito che fosse se ne tornassero
(s’erano nel campo) in processione cantando
salmi ed inni, e giunti nel Romitorio terminassero genuflessi coll’orazione di rendimento di
grazie2. Altre ordinazioni fece con gran prudenza nel decorso della visita. E se alcuna cosa
avesse mutato di quello, che per molti anni fin
dal principio della Riforma s’osservava in materia di esercizi corporali non è da recar meraviglia, stante che leggo di S. Bernardo, che
avendo più volte ripreso i Monaci di certo Ordine per aversi trascurato di simile esercizio3,
che gli Antichi avevano introdotto, poi il medesimo S. Abb. col tempo lo tolse o moderò
nel suo Monastero. I prudenti e santi ricordi,
che diede per ogni esercizio, e corporale e spi-
1. Col silenzio si
rimediano i gran
danni cagionati
dalla lingua.
2. Alcuni recitavano il Santissimo
Rosario a Coro,
benchè travagliassero.
3. Chi rompeva il
silenzio con publiche discipline si
puniva.
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rituale forse l’addurremo alla fine di questa operetta essendoci trattenuti più dell’intento in questo paragrafo. Avendo visto, quanto era stimato
da suoi vedremo quanto era odiato da demoni, e
da suoi ministri nel seguente paragrafo.
§ XIII
I demoni e gli uomini perversi perseguitano
il servo di Dio
tormentato assai (non è dubbio) il
demonio dall’infernale fuoco, ma è
leggero tormento al riscontro di
quanto dalla sua avvelenata rabbia patisce,
quando vede uomini di rara perfezione bramosi di deviare peccatori dalla larga via, che
alla perdizione conduce, e carichi di merito
istradarli per il Cielo. Quindi non mi reca meraviglia, che tanto egli avesse il nostro Religiosissimo Andrea sempre perseguitato, non
contento d’averlo con varie tentazioni assaltato per fargli perdere coll’anima Dio, ed il
Paradiso, come già si disse restando per questa parte deluso, e sempre perditore, s’ingegnava poi togliergli dal Corpo la vita, ora con
gettargli addosso pietre di molto peso, ora apparendogli da Satiro gli metteva le mani alla
gola, ora precipitandolo da qualche altezza; e
E
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ora danneggiandolo in tal guisa, che se non
fosse stato miracolosamente preservato
dall’Autore della vita, già avrebbe ottenuto
l’intento di vederlo subito morto,
2. Da qui venne, che ogni volta, che si
metteva in cammino il servo di Dio per Roma
per stabilire in terra il Paradiso della sua Congregazione coll’oracolo del Vicario di Cristo,
voltava il mondo sossopra, metteva in scompiglio tutto l’inferno per opporsigli facendogli guerra per tutto1.
3. Nel primo Viaggio cagionò tal tempesta
nel Mare, che sarebbe Andrea rimasto cibo di
pesci se quello cui venti, et Mare obediunt,
contro la naturale aspettazione dei periti piloti, non avesse con una gran tranquillità resa
sicura la Nave con tutte le persone, che assieme col nostro fortunato Andrea dentro teneva.
4. Nel secondo viaggio alcuni calunniatori
tentarono presso i Prelati della Corte Romana
di screditarlo. Ma nulla valsero per esser in
breve l’innocenza del Santo Uomo conosciuta, e quelli come dal Padre delle menzogne instigati, furono ributtati e severamente
puniti.
5. Nella terza volta gli si fece incontro il
medesimo demonio in Angelo di luce trasfigurato, fingendo zelo e pietà con questi ac-
1. Non contentandosi di vederlo
spessissimo assai
disagiato da gran
caldo, freddo,
fame, sete, d’animali e d’altri sinistri accidenti.
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centi gli parlò o buono e devoto Eremita mi
pesa assai tanto tuo travaglio nell’ intraprendere sì lungo e faticoso viaggio, hai lasciato
la quiete della cella, temo che ancora lascerai
nel cammino la vita, e questo sarebbe poco se
non mettessi in rischio la salute dell’Anima
tua che è quello, a cui sopra ogni cosa devi
badare, non sai che è scritto nel sacro Evangelo, come più volte forse avrai udito nelle
Sante Messe, Quid prodest Homini si universum Mundum, lucretur, Animae vero suae detrimentum patiatur, in cauto disegno certo,
pretendere di salvar altri in Sicilia, e perdere
forse, e senza forse se stesso in Roma, meglio
è applicarti al Consiglio, che dal Cielo ti
porto, ritorna al tuo Santo Romitorio, e non
pensare più a dar disgusto al nostro Creatore
con tanti viaggi fra estranei, tentar quello che
a lui non piace, che se piaciuto gli fosse, ti
avrebbe dalla prima ora ogni cosa possibilitato col braccio della sua onnipotenza. Più a
lungo voleva tirare il simulato discorso
l’astuto nemico, ma non ebbe tempo, perché
Andrea con la dimistichezza continua con gli
Angeli felici, conobbe presto l’inganno, e
l’ingannatore infelice, e con queste due parole, che disse, ma ancora è scritto Vade retro
Satana, e colla mano segnandosi con la Santa
Croce lo fece in un tratto da sé confuso fug-
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gire. Ma non per questo si disperò l’ostinato
Persecutore per far disperare Andrea dell’intrapeso suo Santo negozio, che da Roma sperava aver felicissimo esito, e così ritornò ad
altre arti per farlo desistere.
Nel 4° viaggio non era ancor uscito il Costante amico della gloria del Signore da questa nostra Isola, che uscirono dagli Abissi
innumerabili demoni in varie sembianze di
fiere orribilissime atte ad annientare, nonché
impaurire gli animi dei più coraggiosi, e in
una certa campagna da cui passava gli si fecero avanti, un drago orrendo colla bocca
spalancata in guisa d’empia voragine, una
gran pantera crudele, un orso terribile con gli
unghioni affilati, un leone feroce, che dagli
occhi mandava fiamme, un serpente grande
come volesse vomitar mortifero veleno, un
toro infuriato con le corna aguzze e narici fumanti, un cane rabbioso digrignando i denti,
e molti altri mostri dell’Inferno preparati tutti
a batterlo, ad addentarlo, a sbranarlo, ed a inghiottirlo, in quel cimento, che fece Andrea e
alzando gli occhi ed il cuore a Dio, e con alta
voce, e viva fede disse Super aspidem, et Basiliscum ambulabis, et conculcabis Leonem,
et Draconem. Angelis suis Deus mandavit de
te, ut custodiant te in omnibus viis tuis. Appena finì di recitar questi versetti, che subito
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sparirono tutte quelle spaventevoli figure, e
proseguì egli lieto il suo cammino con canzonette devote rendendo grazie al suo Liberatore.
Nel quinto ed ultimo viaggio non mancò
di farsi vedere il comune Nemico, e si prese
gusto di accompagnarlo per qualche miglio,
mettendosi a cavallo sulle sue spalle, che fortemente flagellava, rinnovando, credo io, crudelmente le piaghe delle volontarie
discipline, e lasciandolo dire coll’Apostolo
Datus est mihi Angelus Satanae, qui me colasizet, ma vedendo quello l’invitta fortezza
del servo di Dio, vergognandosi non vincere
ed esser piùttosto vinto, lo lasciò in pace per
quella volta, ma non senza intorbidare l’aria
d’un puzzolente fetore, e macchinargli per
mezzo de suoi ministri altre diaboliche molestie.
8. Un disgraziato uomo con cristiana carità
dal P. Andrea corretto, facendo della spiritual
medicina veleno, ardì tirargli nella Città di
San Filippo un’archibugiata, e per evidente
miracolo non ricevette da quella danno alcuno, che se l’avesse avuto restando ucciso,
io non avrei ora scrupolo di adorarlo(servatis
servandis) assieme con S. Angelo Carmelitano per vero martire di Cristo, sapendo come
mi insegnano i Dottori, causa non poena facit
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martyrem, ma forse il Re dei Martiri conservò
in questa occasione illeso Andrea per
farlo(senza perdere l’essenziale premio dei
Martiri), Padre dei Romiti Martiri, non mancando alcuni dei suoi figli, che bramosi di
sparger il suo sangue per amor della Santa
fede, pieni di carità e di zelo, non mancheranno col divino aiuto inviarsi (se già non
s’inviarono) per le terre degl’infedeli.
9. Vi furono ancora alcune maledette
donne che s’accordarono con certi uomini
perversi a tutto potere perseguitare e far gran
male al servo di Dio, ma la divina grazia, che
fu sufficiente ad avvalorarlo contro tanti insulti del demonio, gli diede fortezza e pazienza per soffrire con gran serenità d’animo
l’odio degli scellerati1, sapendo che Beati, qui
persecutionem patiuntur propter Iustitiam,
quoniam ipsorum est Regnum Caelorum,e lo
stesso Re della Gloria bisognò patire (come
egli di propria bocca disse) per entrare nella
sua Gloria. Oportuit Christum pati, et ita intrare in gloriam suam. Se ho raccontato
quanto l’Inferno molestasse il servo di Dio,
conviene accennare appresso, quanto dalla
Terra, e dal Cielo fosse stato favorito.
1. Si rallegrava
quando era contumeliato, amava
assai i suoi calunniatori e pregava
Dio per loro.
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§ XIV
Della stima, che i Grandi ed i Letterati del
Mondo facevano del Padre Andrea, e
quando dagli Angeli, e dalla Regina del Paradiso
fosse favorito, e se fu d’altri
Santi rispettato.
ll’opinione di gran Santo, che il
Mondo aveva, particolarmente la
Sicilia e l’ Italia, del Gran Padre,
seguiva la stima grande, che di lui si faceva,
concorrendo a suoi piedi non solo il Popolo
minuto, ma anche la Nobiltà tanto secolare,
come ecclesiastica, reputandosi più illustre e
fortunata quando l’era permesso per qualche
momento godere la sua presenza, baciar la
sua mano, udire i suoi Santi documenti, l’essere assicurata dai suffragi delle sue Orazioni, che non faceva per l’acquisto di
maggiori gradi e grandezze della Terra. Molti
Principi 1 gli offersero a sua libera disposizione le loro soggette Città, Terre, e luoghi, e
con calde istanze pregandolo che li volesse
avventurare con la fondazione de’ suoi Santi
Romitaggi.
2. Gli eminentissimi Signori Cardinali da
Roma con le lettere che gl’inviavano, fecero
A
1.Uno di questi
Principi fu Don
Giovanni conte di
Ventimiglia, Vicerè
due volte in Sicilia,
Marchese di Geraci, per la fondazione di
Castelbuono si
vede nelle lettere
registrate nel 1606.
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sapere quanto caro stava ne loro cuori, ambiziosi delle risposte col pegno della promessa
del suffragio delle sue Orazioni. Una di
quelle lettere si conserva a cura dell’Ordine
nell’archivio della Congregazione per essere
del Cardinale Montelparo, meritevole Principe di S. Chiesa, che con l’eminenza del
grado accompagnò quella dello spirito e della
dottrina, come mostra in tal lettera, ove col
nero inchiostro della sua penna, con mano
propria, scopre la gran candidezza del suo
animo con far stima del P. Andrea e della sua
nuova famiglia.
3. Concorrevano ancora a cercarlo nei suoi
deserti i più Dotti Maestri di altri Ordini, Predicatori famosi, e Canonisti di primo grido, e
ritornavano tutti così soddisfatti delle risposte,
che a loro dava nei dubbi arduissimi consultatoli, che a bocca piena dicevano che lo studio
umano la sola grammatica aveva dato al P. Andrea, ma il Cielo gli aveva con larga mano infuso con l’altissima contemplazione tutte le
scienze umane, e divine, e che ne suoi tempi
un nuovo Bernardo compariva addottrinato
non d’altro, che dalla cattedra della Croce,
istruito dal libro del Crocifisso, che sempre
egli con gli occhi lagrimanti leggeva, con pia
mente rifletteva e con l’opere Sante studiava.
4. Ma poco finora abbiamo detto per sua
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gloria, mentre si racconta che più volte era
dai Santi Angeli Principi dell’Empireo visitato, e corteggiato. Aveva con questi tale dimestichezza, che accennava(trovandosi nella
sua cella indisposto) di voler recitare l’ufficio
divino assieme, con loro alternando i versi,
come si usa nel Coro delle Comunità ecclesiastiche, e quelli pronti e allegri l’obbedivano, ed il medesimo facevano nel dire le
litanie della Gran Madre Vergine, avevano
pure pensiero quei sovrani spiriti di ricrearlo
alle volte con Celestiale armonia particolarmente, quando assai abbattutto lo vedevano
dagli Angeli ribelli.
5. Ma che meraviglia è se così parziali si
mostrassero quelle nobilissime e purissime
sostanze con Andrea; se la loro Regina Maria
per spazio d’anni venti si degnò dal Cielo discesa confortarlo, visitarlo, e con la sua benignissima presenza imparadisarlo, come
leggo nel processo della sua vita? Qui tiene
ragione il devoto lettore, in tal grazia fermarsi come arrivato al non plus ultra nel
mare delle glorie di questo gran servo, Amico
e figlio di Maria, di grazia, che capitale di
Santità? che cumulo di virtù? che altezza di
profezione? che purità più che Angelica? che
ardore( per dir così) più che Serafico doveva
racchiudersi nel petto d’Andrea per tanto
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tempo favorito dalla Compagnia della Regina
de Serafini, e con la presenza dell’Imperatrice dell’uno e l’altro mondo? O quanto mi
pesa non avervi potuto trovare quel manoscritto del P.F. Anselmo Agostiniano, discreto
Confessore di più anni del Nostro Venerabile
Padre, ove innumerabili cose erano registrate, che tra Andrea e Maria in questo tempo
passarono. Dio perdoni per le poche avvertenze di quegli antichi Romiti nel conservare
libri di tanta nostra Consolazione e di tanto
onore del nostro Gran Padre.
6. Dirò una o due cose, che per autentica
relazione oggi si fanno che ogni sabato rivelava la Regina dei Profeti a questo suo servo
Andrea tutto quello che nella seguente settimana gli doveva accadere. Una volta avendo
perso Andrea un Officiolo della detta Nostra
Gran Signora con il quale giornalmente con
cordialissimo affetto, e riverenza la lodava, e
non potendolo trovare, alquanto mesto se ne
stava, ma o felice perdita? La stessa Vergine
consolandolo di propria mano gliene diede un
altro, che fino alla sua morte conservò, dopo
la quale non fu possibile esser d’alcuno trovato penso io, che libretto venuto dal Cielo
non fu conveniente, che restasse in terra Partito che fu l’uomo Celeste a cui serviva; se la
Genetrice del sovrano Monarca fu liberale in
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regalare al P. Andrea, fu prodigo pure il Santissimo suo figlio in riempirlo di doni Celesti,
come si dirà ne seguenti Capitoli.
Quanto il Cielo e la Terra andavano a gara
per onorare Andrea tanto maggiore era il suo
tormento per conoscersi egli immeritevole
d’ogni favore anzi degnissimo di somme
ignominie. Questa cognizione umile di se medesimo lo fece più volte mutar luoghi ov’era
conosciuto, e ritirarsi in altri aspri Monti, remoti d’ogni commercio umano, se la volontà
de’ Prelati supremi dell’ordine, l’urgenza
della Carità, gli obblighi degli uffici ed il non
volere temerario resistere all’espresso voler
divino, non l’avessero fatto ritornare ai Romitori non tanto orridi, ed in Conventi non
molto lontani dalle Città. Si querelava pure
col suo amato bene, che non guardando all’infinita bassezza della sua persona lo favoriva con così straordinarie grazie e con tanti
doni Celesti, come si è detto, e più resta da
dire.
8. Dei favori, che dagli altri Santi ricevette
questo Sant’uomo, basterà sapere il molto
che in poche parole restrinsero coloro, che intrinsecamente lo trattarono attestando con
sincerità esser stati innumerabili le apparizioni, le visioni, le visite, gli aiuti, le consolazioni, gli avvisi che egli vivente in terra
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ebbe dal Cielo da SS. Vergini, Confessori,
Dottori, Martiri, Profeti, Pontefici e Patriarchi, ma per non lasciar totalmente digiuno il
lettore di qualche cosa particolare, si contenterà gustare quel che in Roma passò Andrea
col P. S. Agostino, il che viene riferito da un
buon Frate antico in questo modo.1
1. Fr. Pietro di
S.Filippo
Trovandosi il N. P. Fr.Andrea molto affrettato di presentare un memoriale a sua Beatitudine, e per divina permissione non
trovando pronta Persona, che secondo l’uso
di quella Corte lo volesse scrivere se ne stava
alquanto ansioso, ed ecco il Grand’Agostino
gli apparve e benignamente si offrì a fare
quel che desiderava, accettò volentieri ed
umilmente l’offerta il servo di Dio, ed in un
subito dal medesimo G. Patriarca in bellissima maniera gli fu formato il memoriale con
esser ancora da lui assicurato della favorevole spedizione del Papa, come ben presto
per i felici successi si conobbe la verità della
visione, e quanto cosa grata faceva al Gran
Dottore della Chiesa, che così prodigiosamente lo favoriva negli affari appartenenti
all’accrescimento del suo Eremitano Ordine.
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§ XV
Vede il Servo di Dio Salir Anime al Cielo,
con altre cose meravigliose, ed egli è visto
non poche volte circondato di luce.
all’essere Andrea uomo celeste,
veniva esser fatto partecipe in vedere i trionfi, gli onori, coi quali
erano ricevute nell’Empireo le Anime di coloro, che avevano gloriosamente trionfato dei
vizi in terra.Trovandosi egli ancora nell’Eremo di Iudica, una volta prima di finire
la sua orazione vide nell’aria una nuvola sì
risplendente che emulava lo stesso Sole, sulla
quale salivano molte Beate anime al Cielo,
non tutte però erano eguali nello splendore,
chi più e chi meno riluceva.1
2. Un’altra simile a questa detta ebbe nel
medesimo Monte e fu una vista sì gioconda,
che per spazio di tre quarti d’ora rapito se ne
stette, non seppe però allora, che in quella luminosa nuvola, che a lui si rappresentava, vi
fosse, né che significasse, ma conferendo secondo il suo costume al suo buon Maestro Fra
Matteo Rotulo il favore avuto, gli fu detto,
che l’Anima di Fra’ Giov. Maria di S. Filippo
Eremita 2 del vicino Monte di Scarpello su
quella nuvola mentre sonava la Campana del
D
1. Per mezzo dell’orazione mentale
l’Anima è illuminata.
2. Eremita di S.Filippo per la gran
penitenza se ne va
retta via al Cielo
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medesimo Romitorio se ne ascendeva gloriosa alla Gloria, il cui corpo non era ancora
sotterrato, e che godeva, che lui andasse a vederlo; v’andò Andrea, e lo venerò secondo la
sua pietà e devozione e se ne ritornò alla sua
grotta con desiderio d’imitare la gran virtù
del felice Giov. Maria, il di cui spirito con
tanta pompa era entrato in Paradiso.
3. Se ne stava un giorno coi suoi Religiosi
in un orto travagliando1, e curvo intento a lavorarla Terra, ed ecco che lo videro subito alzarsi in piedi, e mirando fisso verso il
mezzogiorno, or piangeva, or rideva, or allegro, or malinconico, e fatte queste mutazioni
per qualche spazio di tempo ripigliò in silenzio il suo esercizio. Rimasero con qualche
Santa curiosità i suoi circostanti Figli, e
Compagni nella fatica, e importunato da Uno
di quelli, suo confidente, che gli dichiarasse
quel che era successo, non potendo più celare, umilmente gli disse, che Fra Santoro
(Romito d’un altro Eremo, quattro o sei miglia distante del suo) avendo in questa vita
santamente vissuto in quell’ora se ne era passato alla vita eterna e gloriosa e pertanto ne
gioiva. S’avverò questa rivelazione, perché la
mattina seguente prima dell’Aurora, capitato
ivi un Eremita dell’altro accennato Romitorio
situato appunto verso quella parte ove aveva
1. In atto della fatica corporale gli
viene rivelato cosa
dell’altra vita poiché la sua mente
era applicata a Dio.
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1. Atto di gratitudine verso il suo
antico Maestro
2. Si verifica
quando dicono i
dotti che la terra a
comparazione del
Cielo è reputata un
punto.
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fissato gli occhi Andrea, e diede relazione
della felice morte del suddetto Fra’ Santoro,
coll’incontro d’esser morto nell’ora che
aveva detto prima il Venerabile Andrea ai
suoi Frati.
4. Un’altra volta mentre dopo mattutino se
ne stava con gran silenzio coi suoi Frati
nell’orazione mentale, disse il Pad. Andrea,
orsù fratelli, e Padri miei, in questo punto è
morto il P. Matteo mio antico Maestro, diciamo per carità per lui un miserere1. La mattina poi seguente si seppe d’una persona
inviata dal Romitorio di Scarpello esser stata
quella l’ora della morte del P. Matteo, che lì
fu prima dal P. Andrea avvisata.
5. Altre visioni simili alle suddette ebbe,
ma le accennate basteranno per far sapere
quanto in questo genere d’apparizioni
d’Anime fosse stato privilegiato, onde passerò a raccontar altre di varie cose. Orando in
Roma nella Chiesa di Santa Prassede fu talmente sollevato verso il Cielo, che ebbe poi
da confessare al suo Santo Direttore, e Maestro nello spirito, che per la gran distanza essergli parsa la terra non più grande d’uno
scudo di soldato, e il mare, che la circondava
non più di una falce.2
6. Fra molte visioni, che sotto silenzio si
lasciano (non dandomi licenza la brevità che
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ricerca un sommario raccontar tutto distintamente) una a mio parere fu assai segnalata,
(che si notò averla avuta nei primi fervori dei
suoi gloriosi progressi), quando gli fu fatto
vedere con ogni chiarezza tutto il corso di sua
vita infino alla sua morte, ogni sua azione,
parola, e pensiero con tutte le particolarità di
tempo, luogo e d’altre circostanze come di
fatto gli succedettero. Fu questa visione sì
alta e con tal lume * ,che ardisco pensare(rimettendomi però a miglior parere)che fosse
stata simile a quella, che ebbe il Glorioso Patriarca S.Benedetto quando vidit omnes Creaturas in suo genere come riferisce S.Gregorio
suo figlio 1 ; favore fu quello invero, che di
pochi Santi si legge.Con tutto ciò quanto Andrea era dal Signore favorito, tanto si sprofondava nel suo niente, bramava disprezzi,
cercava patimenti, domandava nelle sue orazioni esser fatto partecipe di tutti i tormenti
del Mondo per configurarsi col Crocifisso
Cristo in Terra, e goderlo poi glorioso nella
beata Eternità, a cui sempre aspirava, e della
quale pareva, che anche in questa vita ne partecipasse alcuni raggi nell’Anima2, che ridondar si vedeano nel Corpo, essendo stata alle
volte vista la sua estenuata faccia sì luminosa,
che imparadisava a chiunque la mirava.
7. Fu osservato questo in quel tempo che
* Cfr. Manoscritto
originale del processo di beatificazione, presso Padre
Giuseppe Turco,
agostiniano –
pag.2. (n.d.c.)
1. I fondatori delle
Religioni sempre
sono stati favoriti
con grazie segnalate dal Cielo
2. Dall’Anima favorita suol il corpo
partecipare
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1. In un tempo per
la scarsezza dei sacerdoti nel Romitorio. di Centuripe
* Erano tre novizi vedi pag.2 Manoscritto originale del
processo di beatificazione. (n.d.c.)
2. Al Confessore
non si deve niente
celare.
3. Il P. Anselmo
con altri PP. Baccilleri Agostiniani
della Provincia
alla Riforma passarono.
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fu solito celebrare due messe in una medesima mattina 1 , una in Centuripe e l’altra in
Regalbuto colle dovute licenze, che ricercò la
Chiesa Santa. Alle volte quando orava innanzi al Santissimo Sacramento, di cui era
devotissimo, il suo volto come trasfigurato in
una lucida Stella fu più volte veduto. Due
Novizi* alle ore due di notte, mentre Andrea
se ne stava dentro la sua grotta ove lucerna
alcuna non v’era, videro non senza gran meraviglia la stessa caverna d’una grandissima
luce circondata, più dello stesso Sole risplendere. Una volta astretto il servo di Dio dell’obbedienza del suo Confessore2, ch’era il P.
Maestro dei Novizi chiamato P. Fr. Anselmo
da Castrogiovanni.3 che cosa di buono, e di
meraviglioso avea visto in tempo del suddetto
miracoloso splendore, rispose Andrea con
umile sincerità, non ho visto cosa alcuna,
bensì essermi stato restituito l’udito essendo
d’un orecchio sordo, e con l’altro poco udivo.
8. Dormiva una volta nella Cella del P. Andrea un devoto secolare, e risvegliatosi vide
nelle più dense tenebre della notte innanzi al
medesimo Padre, che tutto estatico faceva genuflesso Orazione, una gran sfera in mezzo
della quale v’era un lucidissimo specchio,
che sembrava un Sole, la sua faccia pure
mandava raggi sovrani onde intimoritosi
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senza dir niente tornò a porre sotto la coperta
il suo capo; la mattina poi seguente, il P. Andrea, quanto fosse stato vano quel timore gli
diede ad intendere spiegandoli quel detto, si
Deus pro nobis, quis contra nos; or qui mi
viene in mente, che il nascondersi colui la
faccia, gli fosse venuto dall’offuscarsi la vista
da tanti ed improvvisi splendori al punto
come quando Mosè dal divino abboccamento
divenuto tutto splendore forzò gli Israeliti a
ricoprirsi con denso velo il lor volto.
10. Ritornando una volta dalla visita fatta
nel suo Romitorio dell’Altesina 1 , ove come
zelante Prelato aveva decretato alcune cose
assai a proposito per la Religiosa osservanza,
aveva pure ivi promosso la devozione e culto
della Serenissima Regina degli Angeli, trovandosi nella Chiesa di quel Convento una
Immagine 2 di rilievo di Maria N. S. sì ben
fatta, sì bella (benchè di marmo) riscalda spiritualmente, e ferisce i cuori dei devoti riguardanti , onde pare che non le mani degli
uomini, ma quelle degli Angeli l’abbiano formata3; il Demonio per castigar Andrea per il
bene che aveva ivi fatto, nel viaggio gli fece
intoppare la cavalcatura che, gettandolo in
terra,diede il Capo in una gran pietra, di
modo che naturalmente doveva non solo tramortire ma ancora restar subito ivi morto
1. Il S.Ferdinando
Grimaldi barone
dell’Altesina fondatore del
Rom.1604 della
Chiesa abitata
d’altri nel 1534.
Vedesi l’atti di
Giov: Pietro De
Bella di Calascibetta
2. Quella statua
della Vergine
Maria fu trasferita
in Castrogiovanni.
3. Quando i P.P.
ebbero il breve di
trasferire i loro
Romitaggi nelle
Città o vicini a
quelle, sforzati
per le gran molestie de banditi, e
decretarono applicare i suoi alle
sacre scienze secondo lo stile
degli Agostiniani
Scalzi
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come lo giudicò l’afflitto suo compagno, ma
fu subito consolato, perchè un globo di luce
dal Cielo disceso circondò il caduto Andrea,
lasciandogli tal vigore, che con gran facilità
da se stesso s’alzò da terra, si trovò senza alcuna lesione, e proseguì subito il suo viaggio
per Regalbuto, ove con gran suo dispiacere si
pubblicò la meraviglia occorsa, perché soleva
nascondere i sovrani favori e fece un’aspra
correzione al Compagno di non essere stato
più cauto e segreto.
§ XVI
Col dono di Profezia si rende famoso
Il servo di Dio
a perfetta amicizia, che avea Andrea
col Dator d’ogni bene, lo rese degno
del pregiato dono di Profezia, che
non suole S. D. Maestà (eccettuatine casi
assai rari) concederlo, che ad Amici e suoi
Familiari; il rivelare altrui i propri segreti,
non è segno convincente di gran confidenza?
Sono innumerabili i casi, nei quali risplende
questo lume profetico nel Venerabile Padre,
ne riferirò solo qui alcuni.
2. Predisse la morte a molte persone inferme, quando già stavano dai periti medici
L
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assicurati che la loro infermità non fosse ad
mortem ma sempre accertava Andrea come
pratico nella scuola del celebre medico.
2. Aveva una volta un Frate Portinaio del
Romit. di Regalbuto licenziato un secolare1
ivi capitato per confessarsi con Padre Fr. Andrea, con dirgli che questi stava nella sua
Cella riposando, ma che in altra ora più opportuna poteva ritornare, oppure che aspettasse lì qualche tempo.
Il Gran servo di Dio nel medesimo punto si
partì dal luogo ove si ritrovava, (ancorchè alquanto distante, che non poteva naturalmente
sapere quel che s’era passato nella portineria)
ed incontratosi con un altro Religioso, lo
pregò che andasse subito a cercare il suddetto
secolare, (che già se ne ritornava alla sua
terra) e gli dicesse, che era egli pronto a fargli
carità d’udirlo.
3. Un giorno disse al Padre Fr. Serafino di
Regalbuto2, non passerà molto,che il vostro
avo ben presto se ne morirà, benchè goda al
presente ottima salute; così avvenne,che il
detto (nominato D. Vincenzo Fiorenza e Pazzis) se ne morì,sperandosi aver avuto luogo
fra i Predestinati, avendo l’accennato P. Fra
Serafino suo nipote dategli buoni e santi avvisi, senza però, che gli confidasse cosa alcuna della rivelazione fatta al suo Padre
1. Un altro caso simile racconta il
buon Vecchio F.
Pietro di S. Filippo
2. Questo P. Serafino co’ denari del
suo Patrimonio
fabbricò la nuova
Chiesa di S.Antonio col Convento
di Regalbuto e co’
suoi beni stabili
nella profess. lasciatici si sostentano i Religiosi
quali devono sempre raccomandar
l’Anima sua al Signore.
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1. Il P.Andrea, e i
suoi Religiosi assai
grati ai suoi Benefattori insigni, con
raccomandarli
sempre al Signore
nelle loro Orazioni
a perpetua memoria registrarono i
gran donativi che
D.A. Stizzia fece
al Romitorio di
Cent’Orbi.
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Andrea, da cui strettamente fu proibito farne
alcuna parola di quanto aveva egli predetto
del suo Parente.
4. Il Signor D. Antonio Stizzia Canonico
di Messina1, soggetto sì qualificato, che per
molti anni con gran prudenza e integrità fu
Vicario Generale di quella Diocesi, disingannato delle cose del Mondo, si ritirò nel Romitorio di Centuripe sotto la direzione del P.Fr.
Andrea, e dei suoi Religiosi; nientedimeno
rendendosi col ritiro i suoi meriti più riguardevoli, dalla Maestà Cattolica gli fu inviata
fino a quel Deserto la Cedola Reale di Vescovo di N. in Calabria, ma egli pensando di
assicurarsi la Corona dei Comprensori nella
Chiesa Trionfante, che qualunque Mitra nella
Militante, si consigliò col P. Andrea se gli era
espediente accettarla. La risposta fu, che se
poteva umilmente scusarsi, avrebbe meglio
accertato, stante appena posto in quel Trono
Pontificio che sarebbe caduto, togliendogli la
morte dalle mani il bacolo pastorale e dal
corpo la vita, non restandogli più d’altri 4
mesi di quel pellegrinaggio. Il buon D. Antonio, appigliandosi al consiglio del Servo di
Dio, non pensò ad altro, ma seguitò a vivere
nella sua amata solitudine fra quei Romiti
come morto al Mondo; passati alcuni me sì
come P. Andrea aveva predetto, s’infermò
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gravemente, e colui che avea profetizzato il
mese della sua morte, gli predisse pure il
giorno, il che raccontasi da Testimoni giurati
in quel modo.
5. Ritornando da Centuripe a Regalbuto un
Religioso, e dicendo al Padre Andrea, che il
Sign. D. Antonio Stizzia si era ivi gravemente
ammalato, ma poi rimasto fuor di pericolo, se
la passava bene, e dello stesso parere erano i
Medici che l’assistevano. Rispose il Gran
Servo di Dio, lunedì prossimo futuro udirai
se D. Antonio, se la passa bene; venuto il lunedì, ben mattino arrivò un altro Religioso da
Centuripe, e diede notizia di essere il suddetto Sig. Canonico e Vescovo eletto passato
da questa vita, onde si conobbe aver il P. Andrea profetizzato la sua morte contra l’aspettativa comune guidata dalle regole della
naturale esperienza.
6. Una volta disse il N.V.P. ad Ottavio di
Paola gentiluomo Regalbutese*; voi avrete da
patire una gravissima persecuzione, senza
però colpa vostra, sarete posto alla
tortura,che con pazienza sosterrete, ma statevi allegramente, in pochi mesi conosciuta
la vostra Innocenza vene ritornerete sano e
salvo, con restar maggiormente accreditato di
quello, che ora per la grazia di Dio siete in
questa Terra. Non passò molto che venuti al-
* Notaio di Regalbuto nominato nel
1618 ecc.;
il capo di accusa e
persecuzione è dichiarato dallo
stesso Di Paola ed
avvenne nel 1601
(Cfr. Manoscritto
originale del processo di beatificazione, presso Padre
Giuseppe Turco,
agostiniano –
pag.14). (n.d.c.)
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cuni Ministri regi, lo condussero in prigione,
a Palermo, sostenne la tortura, l’impostura de
Testimoni, le accuse, e altri maltrattamenti,
allegro sempre e non turbato; alla fine appena
passati sei mesi dei suoi travagli fu dalla
Gran Corte dichiarato innocente e se ne tornò
felicemente a casa sua essendo stato ricevuto
da tutti i suoi paesani con grande onore, e
stima maggior di quella che per il passato
s’era tenuto della sua reputazione.
7. Era una volta venuto a caccia nei limiti
del suo Romitorio di Centuripe Antonio Maccarrone, e mentre avea preso la mira per sparare ad una tortorella con suo speciale gusto,
intese una gran voce che diceva: Ferma,
ferma non sparare, conobbe che era grido del
Venerabile Padre, nondimeno non curandosi
dell’avviso stava fisso per colpire l’uccello,
si partì il Padre Andrea dal luogo,ove si trovava correndo, replicando con ardore più
grande, non sparare, non sparare e raggiuntolo con gran carità lo divertì, prese l’archibugio, gli fece vedere con l’esperienza, che
se avesse sparato senza dubbio alcuno restava
ucciso col suo proprio strumento, quale posto
su una siepe, e con una canna lunga facendogli da lontano attaccar fuoco, sparò, ma in
quattro pezzi l’archibugio scoppiò, e il medesimo senz’altro sarebbe successa a questo
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fortunato uomo se l’avviso del P. Andrea non
l’avesse salvato.
8. Riscaldandosi al fuoco un Frate del
Convento di S.Antonio in Regalbuto, andò
con gran fretta il P. Andrea dalla sua Cella
verso la porta della stanza, dentro la quale
colui si trovava, e con alta voce gli disse alzati fratello, e esci presto fuori, e replicò le
medesime parole con voce più alta, ma vedendo che non s’affrettava ad uscire, come
l’accennava, corse, e prendendolo per il braccio, lo tirò presto fuori, cadde subito un gran
sasso, che l’avrebbe pestato se si trovava lì
dentro.
9. Un altro caso totalmente al detto simile
si racconta, come d’aversi nel Romitorio di
Militello con simile avvertenza preservato
dalla morte un altro 1 che cavava una volta
una grotta, e stando distante dall’altra parte
della Rocca ancora applicato allo stesso esercizio manuale il P. Andrea, con una gran voce
gli comandò che subito se ne uscisse da quel
luogo appena uscì cadde rovinosa la volta di
quella spelonca.Si deve notare,che quante
volte profetava tutto era indirizzato ad atti di
carità, preservando dai pericoli corporali e
spirituali, o per stimolare a maggior perfezione e quiete i prossimi, e quanto più poteva
(eccetto che fosse altrimenti costretto dal-
1. Non puoteva
sanza miracolo
udir la voce del
P.Andrea il P.Michele per la distanza del sito
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1. Maggiori castighi suol dare Dio a
Professi che lasciano la loro
madre Religione
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l’obbedienza, o dalla carità) sempre copriva il
tutto con la sua umiltà, trovando con prudenza vari pretesti(senza però mancare nella
sincerità e verità Cristiana) acciò nessuno
pensasse che egli avesse spirito profetico.
10. Ad alcuni Novizi predisse alcune disgrazie, che sarebbero successe, se tornavano
al secolo, ma quelli non rimettendosi ai suoi
Consigli, accaddero quei mali con tutte quelle
circostanze e particolarità predette dal P. Andrea. Di questo numero furono quelli ai quali
mentre se ne ritornavano ai loro Paesi, avvenne la disgrazia nel fiume come l’avevano
udito dal venerabile Padre.
11. Alcune volte cantando profetava; raccontasi che mentre stava nell’aia il P. Andrea,
con tre suoi Frati mietendo certo grano del
convento, e volendo pigliar qualche respiro
tra gli ardori eccessivi della stagione, si posero a sedere, incominciò egli all’improvviso
a cantare al solito in rima siciliana, e in quei
versi diceva, che uno dei detti tre1 , lasciato
l’abito della sua Religione, e insieme il timor
di Dio, doveva esser condannato alla Galea,
l’altro fra pochi giorni sarebbe morto nella
Città di S. Filippo, e del terzo,che per suggestione diabolica partendosi dalla sua Congregazione, carico poi di misfatti nel secolo,
doveva finire la sua vita con pessima morte.
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Immaginandosi quei tre Frati allora, che le
pronosticate disgrazie fossero state annunziate per passatempo, niente si turbarono, ma
non passò troppo, che s’avvidero, che quel
canto fu veramente profetico avverandosi
ogni cosa puntualmente, con tutte le sue circostanze, e di tempo e di luogo e di persona,
come dalla bocca del P.Andrea, con le lor
proprie orecchie l’udirono in tempo della
messe.
12. Predisse che un gentiluomo di Castrogiovanni miracolosamente doveva scappare
dalle mani dei banditi,o assassini in tal luogo,
e con tal modo, e s’avverò contro l’aspettazione di molti il tutto secondo la Profezia del
vero servo di Dio. Seppe a dire chi nel fine
della sua vita avrebbe preso le sue scarpe, e
l’intenzione che v’intervenne del pio furto,
come si dirà a suo luogo.
13. Stando agonizzando e con l’Anima(per
così dire) fra i denti non potendo formare parole intiere, ma alcune mozze con tutto ciò
non cessò di profetizzare a bene dell’Anime,
e mancandogli il calor naturale, con la vista
degli occhi, non si rimetteva il fuoco di Carità
nel cuore, né il lume profetico nel suo intelletto, onde chiamando il suo infermiere Fra
Guglielmo di Regalbuto la notte antecedente
alla morte, gli disse che a suo padre ricor-
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dasse alcune cose sue, ma non intendendo Fr.
Anselmo quello che voleva dire per esser
tutto il discorso fatto di mezze parole, gli
disse, Padre, io non posso riferire niente a
mio padre, perché non posso capire quello
che mi volete dire; replicò il moribondo P.
Andrea, non importa, gli dirai secondo il
modo che hai inteso,comunque sia, se tu non
intendi, intenderà molto bene tuo Padre, e
così fu, perché dopo la sua santa morte, riferendo Fra Guglielmo tutte quelle mozze parole al suo padre, subito questi capì assai
bene tutto quello che disse il P. Andrea al suo
figlio religioso, che furono invero tutti avvisi
importantissimi per la salute dell’Anima sua,
quiete della sua casa e onore della sua famiglia.
14. Un’ora, o due, prima che morisse questo prodigioso uomo predisse ai suoi Frati,
come si dirà negli ultimi capitoli di questo
sommario, che al suo funerale non ci sarebbe
stato concorso di popoli, né persona alcuna
avrebbe potuto dalla Città venirci ad assistere, per certo impedimento, il quale difatto
vi fu, verificandosi sempre quanto soleva predire, o per altri, o per se medesimo, tanto in
vita,quanto dopo morte. Altre cose in genere
di profezia si toccheranno quando racconteremo i suoi grandi miracoli, e nel seguente
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paragrafo del dono di scoprire i pensieri, e i segreti del cuore, che pure è parte appartenente a
questo sovrano dono di profezia, come insegnano i Dottori con S. Tommaso l’Angelico
nella secunda secundae della sua Summa.
§ XVII
Penetra Mirabilmente l’interno
de’ Prossimi.
l dono singolarisimo di scoprire l’interno, che appartiene a quello di profezia fu tanto familiare, che quasi in tutte
le parti dove dimorò, fosse suddito o Prelato,
diede mostra d’esso ben frequentemente.
2. Era in Regalbuto un gentiluomo* assai
amorevole del medesimo P. Andrea, e della
sua Religione, e perciò in tutte le occorrenze,
di Notaro, Curiale, Avvocato serviva al Convento; a tanto affetto e carità corrispondeva il
gratissimo Servo di Dio, aiutandolo con le sue
sante Orazioni, dandogli alcuni avvisi per vivere cristianamente col fargli sapere con gran
confidenza molte sue cose meravigliose e sovrannaturali,che dal Cielo gli venivano comunicate,e con frequenti ragionamenti spirituali
lo consolava, e confortava nell’interiore, onde
veniva il suddetto a conservarsi con purità ,
I
* Not. Ottavio di
Paola. (n.d.c.)
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trionfando di molti pensieri impuri e rappresentazioni lascive, dalle quali era spesso fieramente assaltato. Or quel buono amico del N.
Venerab. testificò fra le altre cose, che un
giorno pensando non senza suo rammarico all’ingratitudine di alcuni ricconi tanto avari,
che delle proprie sostanze non si muovevano
affatto ad aiutare anche i loro parenti in grave
o estrema necessità travagliati,onde desiderava egli con qual che ansietà mediocre fortuna per poterli con viscere di carità
sollevarli: con tali pietosi pensieri non comunicati a persona alcuna, partitosi da sua casa
andò a trovare il P. Andrea per far raccomandare da lui il tutto al Signore, ma quello col
solito lume Celestiale, consapevole d’ogni
cosa, lo prevenne, e prima che aprisse la
bocca, gli disse, figlio, Dio è così buono, che
accetta la tua buona volontà come se con le
opere avessi già dato aiuto sufficiente a quelle
Povere Orfanelle, ed ad altri bisognosi non riconosciuti da chi avrebbe obbligo e potrebbe
rimediarli; restò stupito il caritativo uomo nell’udire che si sapeva dal Santo Padre quello
che fino ad allora solo nella sua mente e
cuore era passato.
3. Si confessò una volta col P. Andrea, un
giovanetto non accusandosi d’un peccato che
al solo offeso Dio poteva esser noto, il Ven.
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Padre l’avvertì con dirgli figlio, vedi, che tu
lasci tal peccato in questo Sacramento, non
fai, che nel dì Universale de’ Conti, quantunque segreto l’avessi commesso, sarà pubblicato a tutte le Creature con tua grandissima
confusione? a tal monizione stupì il penitente,
si compunse, interamente si confessò e raccontò con gran sincerità ciò che era successo
a casa del suo Padrone, e tutti glorificarono il
Signore d’aver dato ai loro tempi un così gran
suo servo, onorato con tali prodigi.
4. Avveniva spesso di penetrare le menti
dei secolari, era ordinario. E quasi per dir così
ad ogni momento scoprire quello dei suoi Religiosi, non c’era scrupolo, non c’era tentazione, non c’era pensiero di rilievo nei più
nascondigli reconditi dei cuori dei suoi Frati,
che lui ben non li conoscesse, e pertanto non
poche volte prevenendoli, diceva ad uno, figlio tu sei tentato in questo modo, ad un altro,
a te ti tormenta tale scrupolo, a te, t’ingombra
tal funesta immaginazione, e cose simili, ed
accertando sempre, dava con somma carità salutiferi rimedi a tutti, di modo che si viveva
nei suoi Romitori, ove egli risiedeva con singolare purità, osservanza e fervore di spirito,
ma come non poteva non riuscire felice la cultura di quelle Anime governate e conosciute
da Andrea con tale luce, agli stessi Angeli
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1. Le colpe segrete
si correggono
segretamente.
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della luce non concessa, riflettendo come in
tersissimo specchio le coscienze dei sudditi
negli occhi della sua mente, ma diciamo alcuna cosa in particolare del molto, che in
quella materia si potrebbe dire con autentico
ragguaglio.
5. Un religioso a cui il Venerabile Padre
aveva comandato che desse qualche ristoro a
certi secolari che erano capitati per visitare la
Chiesa, o convento suo di Regalbuto, inavvertitamente mangiò tre o quattro mandorle, ma
per esser quel giorno mercoledì, consacrato
al digiuno dagli statuti della sua Congregazione, rimase con tanta afflizione nel suo interno come avesse commesso un gran delitto
(è solito dei timorati di coscienza e di Religiosi perfetti molto affliggersi per una imperfezione, benchè non con troppo avvertenza
commessa) nondimeno il suddetto Religioso
dissimulando avanti a quei forestieri ai quali
serviva, e alla presenza del suo P. Andrea, non
scopriva esteriormente il rammarico del suo
cuore; gli si accostò all’orecchio1 il Nostro
Venerabile e gli disse, fratello non t’affliggere, rotto non hai il digiuno, la piccola materia, l’inavvertenza ti scusano della violazione
del nostro obbligo: rimase subito consolato,
non che maravigliato il suddetto Religioso, e
quietato da quella scrupulosa tempesta, ebbe
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motivo di ringraziar Dio, che arricchiva di
tanti doni il suo fedelissimo servo.
6. Un suo Religioso alquanto infermo
aveva ricevuto con gran segretezza da un secolare un fiaschetto di vino di mediocre qualità, opportu-no rimedio per la debolezza dello
stomaco, cagionatagli forse da una specie di
vino, in Regalbuto giustamente chiamata acquata, che si dava alla comunità di quel Convento. Capitò che il P. Andrea fece un
familiare sermone1 nel luogo solito del Refettorio sopra la santa povertà, come assai importa ai Religiosi non tenere qualsivoglia cosa
(benchè minima) senza licenza del Superiore,
e di quanto danno sia la particolarità nelle Religioni; restò al maggior segno confuso quel
Religioso, pensando che quella fervida esortazione l’avesse fatta per toccare, e riprenderlo
del vino ricevuto per quel suo bisogno, e così
stava per andare subito alla sua cella per levarselo, e riporlo nella commune dispensa, e
confessare la sua colpa al Superiore, che era
allora lo stesso V. P. Andrea, ma questi prevenendolo con benigne parole, gli disse, figlio,
la tua indisposizione ti permette di bere di
quel vino. Quanto con premura raccomandai
nell’esortazione, non fu detto per te, anzi vorrei che seguitasse il tuo Benefattore a dartene
dell’altro, e ti sia tutto benedetto; con tutto ciò
1. Il P.Andrea penitenziò un Priore
che mangiò una
volta un’arancia
non avendolo
avuta la Comunità.
Non si dava più
così del vitto come
del vestiario al
Vic.Generale, che
al minimo Fr.
Laico, per la necessità non per la
dignità si differenziava.
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quel buon Religioso gli chiese perdono, e la penitenza per quel che avrebbe potuto nel fatto antecedente mancare, lo ringraziò della carità
mostratagli, e restò non senza gran stupore per
aver saputo Andrea quel che naturalmente in
nessun modo si poteva sapere.
7. Non voglio tralasciare di dire nel fine di
questo paragrafo che dovendo venire in Regalbuto un visitatore di una assai Illustre Religione, invitato da persone importanti, d’andar
a visitare il P. Andrea, e con quella occasione
ricrearsi alquanto nel suo Romitorio di S. Antonio, accettò egli volentieri l’invito, ma nel
viaggio gonfiandosi alquanto gli dispiaceva
fare quel cammino per trovar Religioso (benchè alias di gran perfezione) ma ignorante,
però non fece sentir niente di quello ai suoi
compagni; ed ecco prima d’arrivar al suddetto
Eremo uscì Andrea ad incontrarlo con grande
umiltà, ed arrivatolo, genuflesso lo prega a
non passar più oltre stante che ivi non vi erano
Religiosi letterati, che fossero degni per ricevere, e conversare con un tanto gran Maestro
e Prelato, come lui era: s’accorse subito il Visitatore, che fosse stato rivelato all’umil servo
di Dio, quel suo superbo pensiero nella sola
sua mente poco prima passato, onde confuso
gli chiede umilmente perdono con grande edificazione dei circostanti, con fessando since-
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ramente il successo, e quindi trattenutosi con
grande sua gioia per qualche giorno con il
Padre Andrea, e suoi Romiti, si partì poi con
dispiacere, desiderando esser in stato tale di
poter finire la sua vita in quel santo luogo, ed
imparare la sapienza Celeste, che ivi s’insegnava; di più fu una tromba della Santità
d’Andrea per ogni suo Convento, che visitava,
con soggiugnere questo detto, ora sì (dopo che
fui in S. Antonio di Regalbuto) ho capito
quello che la sapienza del Verbo umanato volle
dirci nel testo dell’Evangelo Confiteor tibi
Pater, quia abscondisti haec a sapientibus, et
prudentibus, et revelasti ea parvulis etc.
§ XVIII
Co’ Miracoli pubblica Dio la gran Santità
del suo Servo.
araviglioso ci viene predicato Dio
nei suoi Santi, e a bocca piena
così lo pubblicherà chiunque ben
considererà le gran meraviglie, che si degnò
operare per mezzo del suo servo e fedelissimo
amico Andrea, che se con le altre grazie dette
da Teologi gratiae gratis date assai lo sublimò, con quella dei miracoli lo divinizzò,
perché furono senza numero.
M
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1. Successo in
Centuripe, ove i
PP. riedificarono
l’antico tempio
della G.Signora
della Stella, la
maggior parte de
NN.Romitori
hanno per Patrona
Titol. Maria Vergine.
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2. E’ costante fama, ch’egli nel corso di sua
vita col segno della Santa Croce, sanasse ferite, alleviasse dolori, cacciasse febbri, e rendesse la sanità, guarisse i languori di
innumerevoli persone, e fecesse altri straordinari prodigi, dei quali io qui n’apporterò alcuni, come da testimoni giurati furono deposti.
Ma se prima, se alcuno mi domandasse perché
in ogni miracolo ordinatamente adoperasse
egli il segno della Santa Croce, io gli risponderei che tutto faceva per la sua grande umiltà e
viva fede, perchè nessuno presumesse dar a lui
alcuna gloria, ma tutta s’attribuisse al Crocifisso Signore, da cui ogni bene procede, e
senza la cui virtù come di strumento congiunto
dell’Onnipotente Maestà, non può lo strumento suo, o morale o fisico, operar nulla; ma
veniamo ai casi particolari.
3. Stavano una volta faticando i Religiosi
del Ven. Padre nel levar un certo cumulo di
pietre da un luogo e gettarli in un altro, cadde
uno d’essi inavvertitamente fra quei sassi(1),
sì disgraziatamente, che facendosi una grande
ferita nel Capo, lo videro i compagni subito
tramortito senza mostrar segno di vita, sepolto
nel suo sangue; accorse con prontezza e carità
il P. Andrea, il quale dolendosi del caso, e segnandolo con la Santa Croce, gli disse, orsù
alzati figlio mio, che non vi è niente di male (o
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Onnipotente Signore, che dai tanta potenza
alle tue Creature formate dal niente); subito si
rasciugò il sangue, sparì la ferita senza lasciarvi qualche cicatrice, e colui che stimavasi
morto, o moribondo, vigoroso ed allegro come
mai avesse avuto danno alcuno, ripigliò
quell’esercizio manuale con sommo stupore di
tutti, che furono presenti alla sua caduta, riconoscendo ognuno quanto potente era fatto Andrea per la sua gran virtù e Santità.
4. Un’altra volta mentre i Romiti di Centuripe s’affaticavano nell’Aia, triturando certo
grano per servigio di quell’Eremo, un bue
assai indomito urtò uno di quei Religiosi, lo
prese con le corna per la cintura dalla parte
delle reni, non senza gran suo tormento l’alzò
da terra, e tenendolo così sospeso col suo
capo, saltava or qua, or là: restarono grandemente spaventati tutti i circostanti Frati, e più
si rammaricavano, che non ardivano accostarsi
a quell’animale, per tema che maggiormente
stizzato e più infuriato incominciasse a correre
per quel campo, e lo sbalzasse in qualche rupe
vicina; passò più di mezzora in questo doglioso spettacolo, e sempre quel povero Romito gridava, domandando aiuto, quale
nessuno glielo poteva dare: ma lo provvide il
Signore miracolosamente, ed ecco fu intesa
una gran voce che dicea, ferma; ferma tenta-
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zione, a tal grido tutto mansueto divenne quel
bue, fermò i piedi e calò la testa, non però
s’assicuravano avvicinarsi quei Religiosi, ma,
udendo di nuovo gridare “accostatevi”, non
abbiate paura, e riconoscendo essere la voce
del loro Padre Andrea (che come poi si seppe
d’altri Frati, stando egli alquanto dormendo
nella sua cella, si destò e con grand’affanno,
come un giovanetto fu visto rapido (non che
veloce correre verso un luogo vicino all’Aia,
alla vista di quel bue per domarlo coll’imperio
della sua voce) e così s’accostarono quelli, e
lo disvolsero dalle corna, ove era stato pendente con evidente pericolo della vita, lo trovarono non solo con la tonica stracciata ma
ancora con le carni assai lacere, e prima di
pensar al rimedio, fu dal P. Andrea, il quale
con paterna amorevolezza lo consolò, e facendo apparenza che con compassionevole
mano gli toccava le carni lacere e le lividure,
fu visto che faceva molti segni della S.Croce
sulle ferite, e, trattenutosi alquanto in quel
pietoso ufficio, dopo gli disse, tu ti credevi figlio, esser tutto pesto, e ferito, io non vedo
nulla, stai bene, sei sano, ritorna dunque all’aia ad aiutar gli altri nei travagli della messe;
ubbidì il risanato Religioso, sentendosi senza
alcun dolore, anzi con maggiore lena di prima,
restando senza piaghe o maltrattamento ve-
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runo, se n’andò al luogo destinato, ove dimoravano gli altri frati, i quali testimoni oculari
del passato accidente, nel vederlo comparire,
restarono storditi dallo stupore, e alquanto increduli al racconto che si faceva, che con l’applicazione della mano del P. Andrea ogni suo
male fosse sparito, ed assicurati non esser fantasma, lo fecero spogliare dell’abito e con
propri occhi videro, e con le proprie mani toccarono esser vero quanto veniva detto; s’avvidero poi aver mancato nel non aver prestato
più fede alle meraviglie operate del loro P. e
Maestro Andrea, se ne pentirono, e chiesero
al Signore Perdono. Permise, penso io, S. D.
M. * che quelli dubitassero della verità del
gran miracolo operato dal Signore per mezzo
del suo servo per più autenticarlo, sì come
permise la poca credulità di Tommaso Apostolo per maggiormente corroborare la fede
della sua gloriosa Resurrezione negli animi
fedeli.
5. Cadeva sopra un monaco un sasso
grande del peso di 15 libbre; ed al comando
d’Andrea sul capo dello stesso Religioso,
senza offesa alcuna come se fosse stato di
vetro o di carta si divise in due parti una de
quali diede su la testa di un altro Frate1 (che
non fu poco prima pronto ad eseguire certa
ubbidienza) lo fece cadere a terra e restò gran-
* Sua Divina Maestà. (n.d.c.)
1. Il Religioso che
non è puntuale
all’obbedienza non
solo non merita
grazie divine ma
nemmeno il nome
di Religioso
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1. Il V.P.Andrea
fece la correzione
a quel Monaco,
disse che Christo
N.S. a tutti i Superiori in persona
degli Apostoli:
Quivos audit me
audit, et qui vos
spernit, me spernit.
2. Regalbuto gode
clima benigno,
diede il Protomedico Gian Filippo
Ingrassia in Napoli
detto divus.Grassia
con una statua
eretta ivi e in Palermo, come Galeno stimato,
rimediò al Contagio nel secolo passato, le sue opere
sono singolari, fu
grand’amico del
N.P. Andrea per le
grazie ricevute.
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demente ferito, scorrendo in abbondanza il
sangue dal percorso capo; in tal miracolo furono notate altre maraviglie, perché quando
stava per cadere quella gran pietra, si trovava
il V. Padre astretto delle debolezze della nostra
natura, concedendo al suo faticato corpo qualche ora di sonno, e sebbene ancor dormendo
vegliava e profetava in favore dei prossimi,
corse subito come un’agile giovanetto sebbene
fosse allora assai vecchio, e fiacco, dandogli
forze il fuoco della sua carità su la cima d’una
rocca, e comandò ai sassi, che non danneggiassero il suo Frate1. Di più s’intese la sua voce in
quell’occasione assai da lontano, ove erano i
suddetti Religiosi (che naturalmente parlando)
non poteva in modo alcuno udirli.
6. V’era nella città di Regalbuto una gentil
Donna chiamata Filippa, moglie del Dott. Pietro Russo famoso nella medicina2; a costei il
P. Andrea fece una grazia quale si riferisce in
questa guida. Si ritrovava ella oppressa d’una
gravissima infermità, chiamata spina ventosa,
nel dito pollice della mano sinistra, si doleva
grandemente, cagionando compassione a tutti
coi suoi lamenti, e spasimi; era il dito talmente
incancrenito e denigrato, ch’era dato dai medici per morto e già stavano per mutilarlo per
poter assicurare con la mano il braccio, (che
andava pure denigrandosi) maggiormente
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crebbe il suo male per il sopraggiungerle una
gran febbre; si contentava che si venisse alla
mutilazione la misera Donna. Ma prima, per
mezzo del suo afflittissimo marito si mandò a
raccomandare al Nostro Venerabile Padre Andrea, perchè con le sue Orazioni1 l’aiutasse per
non sentire tanto dolore come s’aspettava
nell’incisione; di più che le facesse carità, in
quel tempo, d’assistere con la sua presenza per
ricever maggiore conforto con le sue sante parole. Il servo di Dio, umilmente le rispose che
volentieri ne avrebbe pregato il Signore, perchè le desse la pazienza desiderata, e le promise di visitarla.
Tanto per appunto egli fece anzi assai più
di quello che gli fu chiesto, perché trasferitosi
senza indugio all’inferma, la trovò tanto preoccupata, e per il male presente, che pativa, e
per il futuro che temeva, che pareva quasi
morta: incominciò il Beato Padre con bel
modo a consolarla con le sue Celestiali parole2, che ben presto videsi quella tutta sollevata, e avendola esortata con rappresentarle la
gravità delle pene del Purgatorio, con ricordarle vari esempi dei SS. Martiri, con ponderarle l’acerbissima passione dello stesso Re dei
Martiri Cristo bene nostro, a ricever ogni patimento dalla mano pietosa del misericordissimo Signore con allegrezza, non meno che
1. Le orazioni dei
buoni religiosi possono più che tutti i
rimedi dei medici
per guarire dai malori
2. Ragionamenti
con i quali i Religiosi devono consolare gli infermi.
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* fatto avvenuto
nel 1607; vedi
pag.9 del manoscritto citato.
(n.d.c.)
1. Solamente spinti
dalla carità devono
i Religiosi visitare
i secolari
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con cristiana pazienza, e a conformarsi col
suo divino volere nei successi quantunque avversi; si licenziò dall’inferma, ma prima si
fece mostrate il dito ov’era il male, e alzando
gli occhi al Cielo le fece il segno della Santa
Croce e disse, non vi bisogna per questo né
fuoco, né ferro, né incisione alcuna; credette
l’inferma senz’alcuna titubanza quanto
l’uomo di Dio disse, e credettero ancora
quelli di sua Casa, da cui appena era passata
un’ora ch’egli s’era partito, che si partirono
gli affanni di coloro, perché subito cessò il
dolore dell’inferma, l’abbandonò la febbre,
sparì la cancrena*, con tutta quel nerume del
suo dito, e ritornarono talmente le forze di
prima, che potè, dopo due o tre giorni trasferirsi in S.Antonio, Romitorio del Padre Andrea per ringraziarlo con devozione ed
allegrezza della sanità così prodigiosamente
ricevuta.
Poco dopo per non resistere alla Carità,
che l’urgeva 1 , con qualche suo disagio per
trovarsi molto abbattuto dalle sue solite indisposizioni, visitò la Casa di una Signora della
medesima Città, ed appena in quella entrato,
consolò gl’afflitti, guarì infermi, riempì di
giubilo e d’allegrezza tutta quella onorata ma
povera e numerosa famiglia, da cui con viva
fede e umiltà era stato ricercato.
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7. Si racconta con gran stupore nella Vita
del B. Giovanni di Dio, Istitutore dei Religiosi detti Fate bene Fratelli, che una volta alcuni assassini essendosi incontrati con due
suoi Frati, quelli soliti ad assassinare chiunque veniva loro incontro, non li toccarono in
nessuna cosa per rispetto del Beato loro Giovanni: ma quanto stupore recherà riferendo
del P. Andrea, che avendo un Cavaliere della
Città di Castrogiovanni, fattosi Anacoreta,
chiamato Fra Melchiorre, lasciando col corpo
il secolo, senza spogliarsi dei beni di Fortuna 1 , ritenendo il possesso delle sue ricchezze benchè non avesse di quelle l’uso: gli
avvenne, che fu preso e fatto prigioniero dai
ladroni, che lo chiusero in una oscura spelonca facendo sapere ai suoi parenti, che facessero loro recapitare subito 2 o 3 mila scudi
almeno, per mano del Nostro P. Andrea, altrimenti insieme alla libertà gli avrebbero fatto
perdere la vita; intimoriti quelli, ricorsero subito con una parte dei danari richiesti al V.
Padre e, con lacrime pregandolo, che volesse
lui , con la buona opinione che aveva presso
tutti, anche coi mali rimediare a quel caso, essendo impossibilitati per allora trovarne più
di quelli che gli portavano, ma il N.P. Fr. Andrea sorridendo disse, ritornatevene nella vostra Città, che non occorre danaro alcuno: con
1. Un Priore per
concedere un peculio di tarì sei ad un
Frate, fu condannato infin al giorno
del Giudizio nel
Purgatorio; secondo la rivelazione d’un
servo di Dio nel
Romitorio di San
Basilio per tenere
tarì due un Frate,
voleano che si punisse con due anni
di carcere; in tutta
la Congregazione
non si poteva far la
colletta di scudi
due per mandar al
Procuratore Generale: tanto era l’osservanza della
povertà.
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tutto ciò quelli insistevano che pigliasse la moneta, e promettesse loro d’accomodar subito
ogni cosa, essendo a loro nota la malvagità dei
banditi di quei tempi, e di quante gran disgrazie erano stati cagione a diverse persone, per
non esser stati accontentati subito come pretendevano; infine vedendo che non si quietavano, si ritirò il servo di Dio in disparte col
capo di quei signori, che erano venuti a raccomandarsi e, mandando un gran sospiro dal profondo del suo Cuore, gli disse, giacchè mi
sforzate a svergognarmi, io vi dico, statevi allegramente, perché domani a mezzogiorno
verrà a casa vostra Fra’ Melchiorre, sano e
salvo, senza offesa o spesa alcuna. Udito questo, quel Cavaliere, non dubitando affatto di
quanto gli prometteva il servo di Dio, per la
gran fama che v’era dei suoi passati miracoli,
egli e i suoi compagni, se ne tornarono quieti
e contenti al loro paese: nel giorno seguente a
mezzodì, avverato videro, quanto dal P. Andrea fu loro predetto, raccontando il sudetto
fra Melchiorre il modo miracoloso con che era
scampato dalle mani dei ladri, e che da lontane
orride ed incognite selve e caverne, vicine a
Mongibello, dove era stato da quei furboni nascosto e custodito, essere potuto arrivare alla
sua patria in breve tempo, e senza disagio con
vista assai scarsa, essendo egli quasi cieco, e
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senza forze di dare passo alcuno, onde il tutto
attribuirono alle orazioni e prodigi fatti da
P.Andrea, come fu infatti.1
Fu tanto prodigioso nel far miracoli il Santo
Vecchio, che pare che ogni Creatura l’un l’altra invidiasse per ubbidirlo, e come di Mosè,
Pier Crisologo, parlando disse: Oratione ad
triumphos suos militare sibi mandat “omnia
elementa”. Perché da quello che si è detto, e
di quanto appresso dirò non fu scrupolo nel
compararlo al Gran Capitano dell’Ebraismo
nell’essere obbedito dagli elementi tutti.
8. In un anno molto calamitoso, cento e
più devote persone erano venute da Regalbuto a Centuripe per impetrare la desiderata
pioggia dalla SS.Vergine della Stella, per
mezzo del V. P. Andrea, e non potendo ritornare alla loro Città, stante che subito(come
questo servo di Dio promise) contro ogni naturale attesa s’ingombrò l’aria serena e per
molte ore cadde in gran copia l’acqua, onde
furono necessitati a ritirarsi nelle vicine
grotte del Romitorio dei PP. ma quanto allegri
per la grazia della pioggia avuta, tanto dalla
fame (per esser passato più d’un giorno senza
veder pane) venivano molestati: mosso a
compassione il caritativo Padre, fece sedere
tutti e, prendendo otto o nove pani che si ritrovarono nel suo povero Romitorio, spezzan-
1. A Fra Melchiorre
di Basile successe il
medesimo
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1. il Padre Diez
andò in Spagna per
fondare un Romitorio e se ne morì
presto.
* Il giovane era
Fra Guglielmo figlio del notaio de
Paola, dopo il
noviziato durato
parecchi anni (Cfr.
Manoscritto originale del processo
di beatificazione,
presso Padre Giuseppe Turco, agostiniano – pag.5)
(n.d.c.)
2. Giurati di Regalbuto si creano a
voci del Popolo,
alla sola Real Maestà soggetti, devoti
del P. Andrea e dei
suoi Romiti
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doli e fatto il segno della Croce, distribuì a
ciascheduno quanto aveva di bisogno(aiutato
dal suo compagno P. Fr. Andrea Diez1 di Spagna (che raccontò poi questo miracolo) perchè subito si moltiplicò in tal modo, che
dopo che tutti si rifocillarono a sazietà, restò
pane nel Romitorio tre volte più che
v’era.Tutti coloro che a sì gran segno si trovarono presenti, sopraffatti dallo stupore e
pieni di devozione volevano di comune accordo portare seco quella viva Reliqua del
prodigioso Padre alla loro Terra, eleggendolo
da quel tempo per amorevole Padre, e Re dei
loro cuori, ma non lo vollero violentare, temendo che aborrendo egli gli applausi popolari e il commercio delle genti, non si
fuggisse loro in altro alpestre Monte ed orrido deserto.
9. Nell’ occasione d’una Professione solenne d’un giovane* nel Romitorio di Regalbuto furono invitati ad assistere i Signori
Giurati2 con molti altri Gentiluomini, oltre la
gran moltitudine di donne e di figliuoli accorsi da quel paese: finita la funzione, e ivi
trattenendosi con spirituale allegrezza per
tutto quel giorno, la sera sul tardi nel voler
fare tutti ritorno alla Città, fu tale la pioggia,
che pareva diluvio, né potevano comodamente ritirarsi di nuovo al Convento; il P.
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Andrea stimolato dalla sua carità, e gratitudine, dispiacendogli molto il disagio di
quelli, se ne andò in Chiesa a far orazione, e
fu così efficace che in un subito cessò la
pioggia, si rasserenò l’aria, di modo che
ognuno dei suddetti ritornò asciutto nella sua
casa; ma appena ritiratisi di nuovo incominciò il Cielo a piovere, non cessando fino al
giorno seguente.(*)
10. In uno dei viaggi che fece per Roma,
mettendosi a desinare coi cinque suoi compagni non si trovava altro che uno o due tozzi
di pane, che appena bastava per il rifocillamento d’uno, ma il servo di Dio, con alzar
gli occhi al Cielo e fare il segno della Santa
Croce, si moltiplicò talmente quel poco di
pane, che dopo di averli tutti sufficientemente saziati, e soccorsi alcuni miseri, che
incontrarono nel cammino, ne riposero nelle
bertole o bisacce assai più di quello che ne
avevano cavato.
11. In un suo Romitorio trovandosi i Frati
d’una grande comunità una volta sprovvisti
totalmente di pane, e senza speranza poterlo
avere per quel giorno, li sopraggiunse una
Compagnia di molti Gentiluomini della Città
di Caltagirone, che la maggior parte di quelli
erano benefattori segnalati di quell’Eremo:
era straordinaria l’afflizione di tutti quegli
(*)Fatto avvenuto
nel gennaio 1612
(Cfr. Manoscritto
originale del processo di beatificazione, presso Padre
Giuseppe Turco,
agostiniano –
pag.6) . (n.d.c.)
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1. I Religiosi ritirati sono provvisti
miracolosamente
da Dio
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Eremiti per non aver modo di poter soccorrere i loro amorevoli poco curandosi dei propri patimenti: solo il N. P. Andrea se ne stava
con sembiante quieto, e niente turbato, onde
disse ad un frate ministro della Cannava, che
andasse nella cesta comune che troverebbe
del pane, sufficiente per tutti, rispose quello
che già aveva fatto questa diligenza, e si era
accertato nemmeno trovarsi un minimo
tozzo; gli replicò il N.V.P. che confidasse nel
Signore e di nuovo andasse a vedere, ubbidì
il Frate e trovò nella cesta gran quantità di
pane ben fatto e fumante, come allora avesse
cavato dal forno; gioì e stupì insieme il detto
cannavaro, piangendo per allegrezza e devozione, subito provvide a tutti con compita
soddisfazione così dei Religiosi come dei secolari, stupefatto, raccontando i prodigi che
in quella giornata aveva visto con propri
occhi, e toccati con le proprie mani, come
poi con giuramento fu deposto agli Ufficiali
del Prelato di Catania.
12. Un’altra volta nel mese di marzo, il P.
Priore di Centuripe restava confuso per non
aver possibilità (con aver fatto diligenza) di
trovar frumento per potere tre altri mesi almeno sostentare la sua comunità, non essendo altro in Convento, che mezza salma
circa di frumento 1 , ricorse al P. Andrea che
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gli desse qualche consiglio e luce nella soprastante necessità, ch’era grande, poiché quel
poco grano appena per una settimana gli poteva bastare: fu subito da quello consolato,
assicurandolo che quella mezza salma1 basterebbe infino al tempo della messe: non cercò
altro l’affannato superiore, perché confidava
assai nella gran santità del suo Padre, e non
restò deluso, perché ebbe frumento fino al
tempo predetto, provvedendo con ogni soddisfazione ai Religiosi e ai secolari servienti,
che fece poi il computo averne cavato dal
cannizzo, che così chiamavano il contenente
ove era riposta quella mezza salma, più di
sette salme di grano.*
13. Molti religiosi antichi testificarono
aver egli moltiplicato con evidente miracolo
l’olio, quando Fra N. di Paternò, detto nel secolo D. Bernardino Ventimiglia, tirato dalla
fama del P. Andrea 2 , postosi sotto i piedi,
quanto il fallace mondo promette, cercò arrolarsi sotto la bandiera dell’Ordine Eremitano
Riformato, a cui offerse per elemosina un
gran oliveto, ed un molino, vicino alla suddetta città di Paternò, ma il P. Andrea non li
volle ricevere, contentandosi di pigliare 125
libbre d’olio, il quale fu si miracoloso per la
benedizione del medesimo Padre, che bastò
tre anni consumandolo per servizio della
1. Miracolosa
mezza salma di
frumento moltiplicata in 7 e più
salme
* Fatto avvenuto
nel 1608 dichiarato
dal Frate Nicolas
Candura allora nell’eremo di Centuripe e che nel
momento della testimonianza si trovava nell’eremo di
S.Antonio.
(Cfr. Manoscritto
originale del processo di beatificazione, presso Padre
Giuseppe Turco,
agostiniano –
pag.16). (n.d.c.)
2. Dalla Città di
Paternò all’odore
della Santità di P.
Andrea molti soggetti furono tirati
alla Religione; fra
gli altri il P.Placido
prese ivi la fondazione di S:Maria
delle Grazie, e il P.
Geronimo assai
virtuoso e zelante
aiutò quel Convento.
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Chiesa e dei religiosi di quel Romitorio. Non
solo in queste dette occasioni moltiplicò miracolosamente la roba, ma in molte altre occorrenze necessitose, tanto di pane, come di vino,
olio e altre cose necessarie al vitto umano.
Leggesi di Cristo che due volte moltiplicò il
pane, ma del nostro Eroe (in virtù però dello
stesso Cristo) e il pane e altre cose commestibili fece moltiplicare spessissime volte, onde
mi pare che senza iperboli retoriche, ben disse
un Oratore trattando di questo servo di Dio.
14. Il religiosissimo P. Andrea fondatore
dell’Eremitani Riformati del Patriarcha dei
Patriarchi Agostino può darsi il titolo d’haver
una Monarchia sopra tutti, ed un nuovo Impero del Mondo tirando il Cuore de prossimi,
che è la più bella parte dell’huomo, a suo volere; di lui registrar si può l’elogio di Samuele Dilectus a Domino suo renovavit
imperium, reggendo a suo cenno la volontà de
sudditi e de Maggiori, renovavit imperium dominando gli elementi, facendo a suo talento,
hor pioggie per fecondar la secca e sterile
terra, o per privarsi dell’honor delle visite,
hor serenando il Cielo per pietà dei viandanti,
renovavit imperium, comandò alle fiere indomite, quando alle offese più anelava-no e le
rese obbedienti, nonchè mansuete, renovavit
Imperium, legando fin al centro degl’ abissi i
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Demoni, flagellandoli ne i corpi ossessi, e facendoli crepar di rabbia, rubbandoli l’ anime
da’ fieri artigli, renovavit imperium intimando all’infermità, che si partissero, alle disgratie s’allontanassero, alli dolori, che
svanissero, et havendo (per così dire)l’istesso
Autor della natura in sua balia facendo nell’Orationi meraviglie inaudite a pro di tutti:
renovavit Imperium, comandando fino a malori del suo Corpo, et all’istessa sua morte
con allungar prodigiosamente la vita per profitto de suoi figli, onde vicino all’hore per
raggion naturali ultime, disse, e così fu fatto,
che non morirebbe per all’hora, se non veniva
una spedizione da Roma per la sua nuova Riforma.”” Non devo nemmeno lasciare di dire
alla fine di questo paragrafo che fu reso egli
dall’Altissimo tanto prodigioso, che col solo
invocare il suo nome (P. Andrea) da lontano
ricevevano i fedeli grazie straordinarie, come
fu, quando sommersi alcuni in un fiume, ed
invocando il suo Nome vennero a galla e si
salvarono. Ai suddetti prodigi m’occorre aggiungere un altro1 non d’inferior nota, molti
anni prima che morisse, successo, ma da me
in questo punto con notizia autentica saputo,
e così lo riferirò in altro paragrafo, che sarà il
seguente.
1. In Centuripe con
olio della lampada
guarì Fr. Paolo di
Castrogiovanni
ridotto alle porte
della morte per una
gran rottura.
111
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§ XIX
1. Gli antichi Romiti dell’Altesina
la mattina perseveravano in Orazione
e Contemplazione
infino a
prima(ora); 2.non
andavano alle città
o terre 3.digiunavano gran parte
dell’anno in pane e
acqua o con soli
lupini o lattuche si
sostentavano
4.nelle vigilie della
V. Maria facevano
tre discipline sanguinolente 5.non
parlavano(eccetto
il Priore o Procuratore) con i secolari,
benchè parenti
6.con gli occhi
sempre bassi,alcuni sempre scalzi
7.l’assenzio serviva nella mensa
per aromati e zuccheri 8.quando si
comunicavano in
tutto il giorno non
si parlava come i
sacerdoti prima di
dire la messa 9.furono visti molti
Angeli e la loro
Regina sul Romitorio, e i demoni
fuggire urlando.
112
S’inferma gravemente nel Convento
dell’Altesina profetizza d’ivi non morire
e si mostra prodigioso
ccorse che per consolazione degli
Eremiti dell’Altesina1, o per altro
negozio della Provincia facesse di
mestiere della visita del servo di Dio in quel
Romitorio, v’andò subito, e non avendo riguardo alla propria salute, che la godeva allora assai scarsa, ma ben presto amareggiò
l’allegrezza, che con la sua amabile presenza
aveva ivi recata, perché assalito da una ardentissima e acuta febbre, ben tosto lo ridusse a
renderlo i medici disperato di sua vita, e a
farlo sacramentare, ma egli (per istinto divino) diceva non essere quella la sua ora e che
l’estrema unzione si poteva differire: però non
volle affatto ricusare di quanto quelli ordinarono; uscì poi voce per quei dintorni che fosse
il servo di Dio già morto, o moribondo. Castrogiovanni a tutto potere pretendeva aver il
Tesoro del Suo Corpo, per esser sua patria, ma
Calascibetta in nessuna maniera lo voleva cedere, allegando per trovarsi il Romitorio
dell’Altesina nel suo territorio, toccava a lei
la gran Reliqua, s’alterarono a poco a poco
O
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per questo Santo interesse, gli animi dei Cittadini dell’una e dell’altra Città, che arrivò la
cosa a tal termine che si sollevò gran rumore,
e si temevano gran danni.
2. Qui viene a proposito l’ammirazione
d’un sacro Oratore: “O pregio inestimabile
della virtù e quanto è diversa la sorte degli
Amici di Dio e dei Grandi del secolo e poco si
stimano i Monarchi defunti, e non meno che
degli altri uomini si volgono dai loro cadaveri
gli sguardi, per non contaminarsi nell’abominazione del loro fracidume, e chiudono le narici, acciò non restano offese dalla puzza
della loro putredine, pasto di verme sono, e
per tali si stimano, ma quanto è il pregio delle
ceneri, della calvarie dei Santi? V’imprime
divoti baci la pietà Religiosa e ponendo in
loro le speranze delle private e publiche felicità, dei beni temporali, et eterni; con maggior gelosia, che le più munite Cittadelle alla
propria sicurezza, le custodisce, e al pari di
qual si sia più ricco tesoro l’apprezza, e se
non le tiene, con grand’ansietà, a tutto potere
si sforza per averle”, come pretendevano fare
le due suddette città emule, che non potendosi
accordare a chi toccava il futuro cadavere del
Ven. Padre Andrea, non cedendosi alla ragione, erano determinate di decidere la lite per
via d’armi.
113
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* I due devoti
erano il notaio Ottavio De Paola e
Pietro Gerardi, si
recarono nell’eremo di Altesina
il 30 aprile 1604.
(n.d.c.)
** Uno dei frati
era Fra’ Domecico
Li Citelli
(Cfr. Manoscritto
originale del processo di beatificazione, presso Padre
Giuseppe Turco,
agostiniano –
pag.4. (n.d.c.)
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3. Rimediò al tutto il Signore della pace,
non volendo che per il suo pacifico Servo si
facesse rumore veruno con farlo alquanto migliorare; con che si perse la speranza dei Pretendenti, ch’egli morisse per quella volta, ed
egli medesimo molt’anni prima predisse che
non sarebbe morto in quel luogo e lo confermò a due devoti di Regalbuto*, che in udir
la mortal sua infermità, se ne volarono all’Altesina,i quali, arrivati alla Porta del Convento
e trovati alcuni frati ** , volendosi informare
con grand’ansietà ciò che vi fosse del P. Andrea? Se ancor vivo o no? Ecco se lo videro
all’improvviso in mezzo, senza sapere come,
e per qual parte fra loro entrato fosse; dallo
stupore e dall’allegrezza sopraffatti, restarono alquanto muti, con pianto però esprimevano la loro devozione e, contento,
baciandogli con affettuosa e umile riverenza
la mano, di modo che il Servo di Dio, anche
lui s’intenerì usque ad lacrimas e con amorevoli parole disse loro, e voi potevate pensare
che io qui fossi morto? No, no, in S. Antonio,
come vi ho promesso morirò, alludendo al
suo Convento di Regalbuto e, menandoli in
cella, e esso di nuovo gettatosi nel suo povero
letticciuolo, li ricreò, prima trattenendoli seco
per qualche ora coi Santi ragionamenti, e poi
nel comune refettorio comamdò che fossero
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trattati assai bene, quanto la povertà della Religione permetteva, con aver fatto ancora cercare
altre cose dagli ovili vicini, dai quali per speciale provvidenza del Signore a riguardo del suo
servo, si ebbe prontamente quantità di carne e
di latticini, più di quello che faceva di bisogno e
si sperava. Avuta la licenza e benedizione del
loro amato Padre, nel di seguente si partirono
per Regalbuto, ove giunti, consolarono molti
con assicurarli del miglioramento della sua salute, e della promessa fattagli dal medesimo, che
non morirebbe in altro Romitorio, che in quello
della loro Terra; maggiormente gli diedero occasione di stupirsi, raccontando le meraviglie
viste con propri occhi nel Convento dell’Altesina: come il Santo Padre Andrea(che con nome
di Santo era ordinariamente chiamato) giacendo
nel suo letticciuolo si debole, per la mortal infermità ivi avuta, che sembrava un esanime cadavere, non potendo senza gran difficoltà alzar
alquanto il suo braccio, nondimeno se ne andò
solo senza appoggio alcuno alla porteria di quel
Romitorio ad incontrarli, il quale arrivo non poteva egli saperlo d’altro che dal suo spirito profetico, non essendo stato da persona alcuna del
mondo avvisato, e molto meno del fine perché
erano là capitati: di più aversi egli reso per qualche tempo invisibile trovandosi all’improvviso
in mezzo ad essi senza che nessuno l’avesse ve-
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1. Fu di pelo
biondo e di color
bianco.
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duto venire, o passare, nemmeno quei religiosi
che si trovarono avanti la sua cella, onde maggiormente crebbe in quel paese la fama della
Santità del servo di Dio, e la brama di presto
rivederlo.
4. Ma quanto restarono consolati i Frati eremiti col popolo di Regalbuto per la sopraddetta
speranza avuta, tanto afflitti restarono poi gli
eremiti dell’Altesina con le terre e città circonvicine, quando il P. F. Andrea, recuperate le
forze di prima, si licenziò da loro e si partì per
Regalbuto. Fece menzione di questo suo ritorno un Cavaliere di Castrogiovanni, pio ed
erudito in una sua lettera nella quale fra le altre
cose disse così: “Con l’occasione che andavo
a caccia in quelle deliziose Contrade dell’Artesina, io ebbi fortuna di conoscere(prima che
se ne partisse per Regalbuto) il P. F. Andrea
del Guasto N. Cittadino, era di statura più che
mediocre1, il capo alquanto calvo, il naso
aquilino, le guance senz’esser scarnate e nere,
resistendo via sempre all’ingiurie degli anni,
godevano una perpetua Primavera dei Gigli e
Rose. Era egli assai amabile e giocondo nel
conversare; quantunque la febbre e dolori
acuti lo tormentassero, non si lamentava mai
di male alcuno, con allegri tiri, e motti, ridendo e scherzando, procurava sempre quanto
poteva nascondere le grazie e i prodigi, che
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del continuo operava per lui l’Onnipotente
Dio, e alle volte raccontavali come fatti d’altri
servi suoi ma il fedelissimo Signore, faceva poi
palese, ch’era lo stesso P. Andrea l’operatore
di quei meravigliosi portenti, e insoliti miracoli da lui raccontati per consolazione e bene
nostro spirituale”1. Giunto il Vener.P. in Regalbuto, fu ricevuto con somma allegrezza dai
suoi figli e da tutti i suoi amorevoli.
Nel primo Capitolo de Culpis, che ivi fece con
gran gioia del suo cuore, raccontò il fervore
che aveva osservato nei suoi Eremiti dell’Altesina, acciochè alcuni tiepidi l’imitassero, e
tutti pregassero Dio per la loro perseveranza;
quanto i detti buoni frati dell’Altesina servissero di cuore in quei tempi al Signore si dirà
diffusamente in altra opera.
1. Con tale esempio s’infervorarono
i Romitori, di Militello fondato nel
1588 da Fr. Santoro e da Fr.Gregorio fratelli, e
quello di Caccamo
fondato da Fr.Matteo Panzica dei
primi discepoli del
V. B. Andrea
§ XX
Delle finezze della Carità del Ven. P. coi suoi
figli negli ultimi anni di sua vita, e pensa per
la bolla della Confermazione della
Sua Congregazione.
ue anni circa prima che morisse il
Servo di Dio, benchè non si trovasse
con carica di prelato, bramando sem-
D
117
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1. Q. P.Serafino
pretese l’annullamento della professione; dopo alcuni
anni pentitosi volle
ritornare alla Congregazione ma non
arrivò, morì nel
viaggio per i profondi giudizi di
Dio.
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pre morire suddito e disprezzato da tutti ad
esempio del Figliuolo di Dio, nondimeno
avendo amato con somma Carità i suoi Figli,
nel fine faceva più frequente mostre delle finezze del suo amore, tutte però indirizzate a
promuovere il maggior bene delle Anime
loro, e della sua Congregazione. Cercava di
consolare gli afflitti, e dar animo ai deboli,
servir agli infermi, rassettar le celle, preparar
il solito ristoro agli ospiti, far sparire subito
ogni minima ombra di dissenso fra loro, dicendo con l’Abb. Bern. che i monasteri con
la pace diventano Paradiso e con la discordia
si trasformano in inferno. Insomma non c’era
momento (per dir così) che non facesse atti
illustri di carità ed umiltà.
2. In questo tempo con sincerità comunicò
molte grazie, che nel corso di sua vita aveva
ricevuto dall’Autore di tutte le grazie al P. Serafino1 di Regalbuto della Nobilissima famiglia Fiorenza e Pazzis, parente della Serafina
Verg. Magdal. di Fiorenza per promuoverlo a
quella Santità alla quale voleva che aspirassero i suoi Romiti, dando loro ad intendere
che la mano del Signore non è abbreviata, ma
sempre pronta a corroborare le nostre debolezze, e farci gran servi suoi.
3. Ad alcuni religiosi, soggetti qualificati
più volte le diceva queste o simili parole.
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Padri e Fratelli e figli miei, qual cammino? e
quale stato? e quale posto può essere per noi
sicuro se nelle mani stesse di Cristo è perito
un Apostolo? e dall’Ordine degli spiriti Celesti passò il primo Serafino all’ordine disordinato dell’inferno? Fuga dell’ozio, umiltà,
pazienza, orazione, obbedienza, solitudine? e
distacco dai secolari particolarmente dai parenti, sono sette virtù per le quali il Signore ci
fa arrivare al dono della perseveranza finale.
Ragionevolmente si può pensare che desse
tale avviso a coloro dei quali gli era stato rivelato che dopo la sua morte, morendo in essi
lo spirito Eremitico Riformato ne dovevano
parlare (come di fatto avvenne) al Clero secolare, e ai P. P. Agostiniani Conventuali non
senza qualche detrimento della sua nascente
Riforma1. Il che prevedendo il Ven. Padre fu
visto piangere, i suoi occhi divenuti fonti di
lacrime, contro il suo solito portamento giocondo, che imparadisava a chi devotamente
lo mirava.
4. Ma poco dopo il benedetto Signore assai
lo consolò che alcuni suoi PP. Gravi s’accinsero con il suo consiglio di andare a Roma
con viva speranza d’ottenere dal SS. Pontefice Paolo V di felice memoria, la conferma
dell’istituto della loro Congregazione con i
medesimi punti, come da principio egli
1. Il Padre Agostino di Francavilla, Vicario
Generale, vecchio
di molti
meriti, ottenne
breve Apostolato
per impedire il
passaggio dalla Riforma agli Agostiniani Conventuali.
119
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1. Fu accompagnato ancora dal
R.P. Paolo di S.Filippo che fu Vice
Generale
2. Nel quarto del
Bullario del Cherubino nel 1° luogo
fu error di stampa
che in detta Bolla
nel proemio si dica
dì primo aprile
1581 dovendo dirsi
dì 13 aprile 1587
“in Literis Thadei
Vicario Apostolo”,
perché nel 1581
non era Vicario il
Thadeo Perugino
3. In tutta la Riforma non s’ha lasciato mai per
comune devozione
il digiuno del sabato.
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l’aveva fondata, confermata dal Perugino Generale (come sopra si disse) coll’autorità del
Rescritto della Camera Apostolica nell’anno
1587, 13 d’aprile nel 2° anno del Pontificato
di Sisto V, il quale benignamente diede ogni
facoltà a questo effetto, particolarmente per
l’aggregazione totale all’Ordine Eremitano.
Non fu vano il pensiero del servo di Dio e la
diligenza del suo gran figlio P.Francesco Antonio di Castrogiovanni(nel 1617 eletto Vicario Gen. della Riforma) 1 il quale ottenne
quella bolla sì onorata come desiderava e
aveva avuto commissione dal suo Padre Andrea. Fu spedita in Roma l’11 d’aprile del
1617 e va inserita con le altre Costituzioni
Pontificie 2 . E perché il buon principio del
trattato di questo gran negozio nella Corte
Romana successe poco prima che morisse il
P. Andrea, per tanto egli col lume profetico di
propria bocca presto ce l’accennerà nel §.21.
Nel suddetto Breve solamente si limitarono i
digiuni d’obbligo 3 in riguardo delle fatiche
corporali ai quali in quei tempi assai s’attendeva; si moderò la licenza data da Sisto V^
di fondare liberamente per tutto l’Universo,
togliendo le occasioni degli incontri con gli
Agostinani Scalzi, che allora si incominciavano felicemente a dilatare per l’Italia.
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§ XXI
Ultima infermità del V. P. Andrea,
profetizza il giorno e l’ora della sua morte e
altre cose.
rrivando già il tempo di coronare il
Cielo tanti grandi meriti del N.
Vener. Padre pieno pur egli d’anni,
s’ammalò gravemente1 nel mese di agosto del
1583* nel Romitorio suo di S. Antonio di
Regalbuto. Lo menarono subito i suoi Religiosi alla loro infermeria, che avevano in
quella città nella clausura del Convento dei
suoi P. P. Agostiniani Conventuali, e congregandosi alcuni periti medici i quali fatta matura discussione, giudicarono, non poter
incontrare rimedio opportuno per assicurare
la vita corporale a colui che l’aveva data a
tant’anime, e così affrettarono che si sacramentasse, annunciandogli vicina la morte.
Tale novella con gran giubilo ricevette colui
che sempre bramava l’eterna vita, soggiunse
però con dire: “il mio passaggio non sarà
tanto presto come mi dicono, perché spero
nel Padre delle misericordie, prima di partirmi da questa valle di lagrime d’esser consolato con udir felice novella d’un importante
negozio che a favor della mia Congregazione
A
1. Assai infermo
osservava la sua
ammirabile astinenza con rifiutare
carne e latticini,
sempre intento
all’orazione.
* Data errata, si
tratta del mese di
agosto 1617(vedi
parte 2^, pag.137).
(n.d.c.)
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1. Agli antichi P.P.
Maestri Agostiniani di Regalbuto
deve molto questa
Congregazione e
molto più ai R.R.
Generali dell’Ordine, al Perugino e
suoi Successori, al
M. Dionigi di Napoli e altri Visitatori di Sicilia quali
con paternale affetto e spirito più
riformato che conventuale la governarono
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in Roma si sta trattando, per lo che sarà prolungato il mio pellegrinaggio infin ai primi di
evano allora i 15 del detto di agosto) e così
mi pare che circa al ricevere il Sacramento
dell’estrema unzione si potrebbe alquanto
differire, mi rimetto però in tutto alla loro disposizione”.
2. In questo tempo alcuni RR. PP. del suddetto Convento radunandosi nella camera del
Padre Maestro Filippo Testaì di Regalbuto1 segretamente determinarono che in tutti i modi,
in volar che facesse l’Anima del moribondo
Padre al Cielo, il suo Corpo s’avesse da trattenere nella Chiesa di quel loro Convento, stimando gran fortuna, che dopo averla arricchita
con particella del sacrosanto legno della Croce
del N. Salvatore, con insigni relique del suo
Santo Precursore Giov.Battista, dei Santi Innocenti e d’altri dei grandi Santi del Paradiso,
fosse deorata pure col prezioso cadavere del
nuovo, ma gran Servo di Dio per assicurarsi di
quanto con gran premura pretendevano, giudicarono buon mezzo trasferire dall’infermeria
alla camera del predetto Padre Maestro Filippo
l’infermo P. Andrea, con pretesto di volerlo ivi
governare con maggiori finezze di carità e
d’affetto; il loro consiglio, come dissi, fu fatto
con ogni segretezza possibile non comunicato
ad altro che al solo infermiere che pure questi
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ci promise adoperarsi al loro volere, con il segreto del trattato; aspettavano però la buona
congiuntura, che si partissero da quel luogo
tutti i Priori, e altri frati della Riformata Congregazione, (che ivi s’erano radunati per ricevere coll’ultima benedizione i santi ricordi dal
loro Padre Andrea) e si ritirassero (come il medesimo Padre aveva loro pregato) parte d’essi
in Centuripe, e parte nel suo Romitorio di S.
Antonio di Regalbuto fino all’ultimo giorno di
sua vita, che non prima del 7 settembre vigilia
della Vergine, li aveva assicurati che non
avrebbe sortita la sua morte; ma l’umilissimo
Servo di Dio in licenziar che fece gli accennati
suoi figli, dal suo lume profetico non da creatura veruna, seppe molto bene tutti quei disegni, onde chiamandosi ad un gentiluomo di
quel paese, suo amicissimo, confidentemente
gli disse: “Questi PP. Maestri non conoscono
fin ora la mia miseria, hanno macchinato trattenere il mio Corpo nella loro Chiesa, orsù fatemi questa carità di far apparecchiare subito
il Cataletto e ricondurmi con i miei Frati infermieri al nostro povero Romitorio di S.Antonio”. Incontanente si fece quant’egli accennò
aver gusto, senza accorgersene nessun Frate
dei Conventuali, fu ancora accompagnato da
alcuni devoti Secolari i quali non si potevano
affatto distaccare dalla di lui presenza.
123
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* Il gentiluomo era
il notaio De Paola,
che a pag.7 della
sua relazione
scrive: “le quali
scarpe me le havea
prese io predetto
relatore”. (Cfr. Manoscritto originale
del processo di
beatificazione,
presso Padre Giuseppe Turco, agostiniano – pag.7).
(n.d.c.)
** Malato di podagra, cioè di gotta ai
piedi. (n.d.c.)
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3. Nel cammino poi incominciarono gli infermieri fra loro a dolersi per non saper come si
fossero perse le scarpe del loro P. Andrea, e si
ingegnavano di poterli trovare, ma egli li quietò
con dirgli “non cercatele, perché non le troverete”, e fattosi fermare il Cataletto, si fece chiamare un Gentiluomo* di quelli che
l’accompagnavano, il quale con essere podagroso** si affaticava più del solito sopra le sue
forze, e pieno di dolori camminar presto, e gli
disse: “Signore nostro fermatevi al quanto di
grazia, qui meco; mi pesa di vederlo con tanta
pena camminar per essere dalla podagra tormentato, ora io vi fo sapere che sono andato per
diverse parti tanto dentro, quanto fuori di questo
Regno per incontrar uomini di Santa vita, ma io
sono stato come l’asina lunara, che si gode dei
figli altrui e non dei propri: tenete per certo che
in me non vi è cosa di buono, sono io un niente,
come dunque potranno aver virtù le mie scarpe:
procurate con opere buone accertare la via del
Paradiso: vana è la speranza che avete concepito, con le mie sole scarpe non arriverete mai
al premio della vita innocente, o penitente”. Si
stupì egli e gli altri circostanti Religiosi a tale
avviso, perché questo Gentiluomo fu colui che
senza essere visto da persona veruna, aveva
preso le scarpe del Nostro Venerabile Padre per
conservarle come una singolare reliqua persua-
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dendosi per certo che per mezzo di quelle il Signore si sarebbe degnato di concedergli la remissione dei suoi peccati, e dargli il Paradiso,
però non aveva conferito cosa alcuna di questo
suo pensiero ad altri, onde restò assieme con i
compagni ammirato, e maggiormente edificato
della grande umiltà e Santità del Nostro Venerabile Padre, che fino agli ultimi giorni di sua
vita lo favoriva Dio con tal sovrano lume che lo
rendeva perpetuo Scrutator Cordium.
4. Quando poi i P.P. Conventuali si accorsero
che insalutato ospite il P. Andrea si partì dall’infermeria ed era condotto altrove, restando delusi del loro disegno, se ne dolsero grandemente
e alcuni dei più Gravi e devoti andarono a trovarlo nel cammino per accompagnarlo e servirlo infino al suo Romitorio, restando con
maggior stima del Gran Servo di Dio, quando
seppero la cagione dell’imprevista partenza dall’infermeria.
§ XXII
Muore felicemente il Servo di Dio, e della grazia che al suo Sepolcro i fedeli ricevono, etc.
rrivato finalmente al suo Romitorio
di S. Antonio di Regalbuto, e servitolo i suoi figli con quelle amorevo-
A
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lezze e rispetto che si doveva ad un tanto gran
Padre, stando su il fine della sua vita, ma gradiva egli ogni minima cosa per gran beneficio, reputandosi indegnissimo di tutto, e
corrispondeva con darli santi e celesti ricordi,
ardendo più con Carità, e amore Celeste, che
con la febbre acuta che l’andava distruggendo
di modo che al quattro di settembre gli mancò
la parola, restando così muto quasi per i due
giorni seguenti, ma parlava assai bene col Signore (come penso) composto in altissima
contemplazione; la sera del cinque di detto
mese gli tornò la favella, bensì alquanto fievole e mozza profetizzò alcune cose per il
Padre del suo fratello infermiere come dissi
di sopra. Dopo, fattosi chiamare tutti i suoi
Religiosi, di nuovo con quel zelo che gli dettava lo Spirito Santo li esortò all’osservanza
di quella regola e di quegli statuti che avevano con tanto amore abbracciati; loro rammentò i travagli grandi che l’era costato
stabilire la sua Congregazione; avvertissero
che già mai per la loro inosservanza s’avesse
a spiantare quel giardino di spirituali delizie
per mancamento dell’acqua dell’Orazione
mentale la di cui scarsezza fa seccare ogni
virtuoso germoglio, aborrire la solitudine,
cercar il commercio dei secolari con produrre
secolareschi costumi, e replicava più volte:
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“fratelli e figli miei. La sola osservanza della
Regola e degli statuti ci basta per arrivare
alla perfezione ed a gran gloria. Ricordatevi
che siete chiamati agli esercizi corporali per
macerare la carne e agli spirituali per pregare Dio per i comuni bisogni di Chiesa
Santa; guardatevi quanto potete di mancare
nelle cose piccole per assicurarvi di non trasgredire le grandi”; e altre cose simili, che
eruttavano d’un cuore, tutto dal divino amore
divinizzato. Poi con ogni vivo affetto promise di pregar per loro Dio e la Beatissima
Vergine della quale bramava, che sempre fossero veri devoti, servi e figli, come ce l’aveva
sempre assai incaricato.
2. Finito quel sermone, che con molta
compunzione e devozione udirono quei Religiosi si ritirarono in una stanza ed informati
dal Frate infermiere, come aveva egli detto,
che il sette del mese corrente di settembre,
alle ore 8 o 9, cioè tre dopo mezza notte sarebbe morto, fecero una consulta se dovevano
trattenere il Santo Cadavere alcuni giorni insepolto per poter soddisfare quel popolo devoto di Regalbuto, e ad altre genti che
sarebbero a schiere a schiere venuti per riverirlo; ora mentre tutti si spiegavano esser
d’un senso che così conveniva farsi, furono
mandati a chiamare dall’agonizzante Padre
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Andrea, il quale non potendo naturalmente
sapere quanto stavano trattando, con tutto ciò
disse: “Figli miei cari non pensate trattenermi sopra terra né per due giorni, nemmeno per tutto il giorno di domani per il
concorso delle devote genti, come voi avete
pensato di fare. Ma celebrate le Messe con
l’ufficio, seppellitemi subito, perché qui non
verrà nessuno, né se vorranno venire potranno arrivarci: e ciò detto li pregò che recitassero assieme con lui le litanie
dell’Immacolata Signora. Finite le quali
chiese licenza a tutti per l’altra vita dicendo
vi lascio con il Signore, e con la Vergine sua
Dolcissima Madre, e Padrona nostra singolare e vi chiedo licenza per quella vita che
non avrà fine. Si fece poi portare un Crocifisso e con tanta tenerezza abbracciatolo, che
sembrava un Apostolo, Andrea alla vista della
Croce si trattenne in questo modo per qualche
tempo, fece di nuovo segno che un’altra volta
le litanie della Vergine recitassero, ciò fatto
appoggiò quel Crocifisso alla sua bocca, e alzando gli occhi al Cielo e le sue braccia, giocando le mani come quelli che ballano e
danzano, con viso giocondo e colla bocca ridente, ai circondanti suoi Religiosi, tutto festeggiante, come stesse alle porte del
Paradiso, disse che state muti? (ridete e giu-
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bilate con me) e piegando le braccia, rivoltando lo sguardo al Crocifisso, rese la sua benedetta Anima(nel giorno e ora da lui predetti) al sommo bene e, spalancandosi con
gran festa le porte del Paradiso(come piamente dobbiamo pensare) discesero ad incontrarla quei Cortigiani dell’Empireo; e la loro
Regina, che per vent’anni sempre l’accompagnò in questa vita, l’avrà condotta, appoggiata al suo seno a goder nell’Eterna Vita.
3. Così finì quel Grand’Eremita Agostiniano quel Taumaturgo Siciliano, quel Profeta della nuova legge, quell’Antonio Abate
di Sicilia, quegli che incamminò innumerabili
Anime a Dio, e tuttavia incammina per mezzo
della memoria delle sue virtù e miracoli stupendi. Morì quell’immacolato nella vita, illustrato dal Paradiso, tremendo ai Demoni,
caro agli Angeli, carissimo alla regina dei
Serafini, eternamente amato da Cristo, privilegiato da Dio. Morì ma vive nella memoria
dei suoi Figli, i quali avendo sempre avanti
agli occhi le azioni eroiche di sì Gran Padre,
cammineranno a passi di Gigante nella Carriera della perfezione Eremitica, stimando i
sudori che stabilirono la primitiva osservanza nell’Ordine Eremitano, vivendo in contempazione e travagliando in obbedienza,
povertà e purità, secondo i Consigli Evange-
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lici, come con le opere e con le parole egli insegnò agli ultimi tratti di sua vita. Nel punto
che spirò mi hanno detto alcuni aver inteso
dagli antichi che apparve la sua gloriosa
Anima in diversi suoi Romitori a certi buoni
Religiosi, or esortandoli alla rigidezza Eremitica, or manifestandogli il gran trono della
gloria, a che per la sua gran penitenza e carità
era stato sublimato ed or consolandoli con
santi avvisi e ricordi.
4. Restando il morto P. Andrea col volto
verso l’immagine del Crocifisso Signore, si
credevano i suoi Frati se ne stesse egli rapito
in altissima contemplazione, si trattennero
ancora essi devotamente orando per qualche
spazio di tempo, ma accorgendosi che già il
suo beatissimo spirito aveva lasciato la spoglia mortale, a gara, genuflessi gli baciarono
il ginocchio, i piedi, dirottamente piangendo
per la perdita d’un tanto gran Padre; alla
pioggia delle loro lacrime parve avesse invidia il Cielo, onde l’accompagnò con tant’acqua che pareva diluviasse, e durò per tutto
quel giorno che fu il settimo di settembre infino al mezzodì dell’ottavo, onde si avverò il
detto profetico del N. Ven Padre, e si stimò
per cosa certa, senza conoscersi cagione naturale da Esperti, essere stata quell’acqua impetrata a forze d’orazione umile del
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medesimo V. P. che fuggendo gli onori in vita,
operò prodigi ancora per fuggirli dopo morte.
Finite le esequie del V. P. senza concorso di
genti fu sepolto il suo Santo Corpo in una Cappella di quel Romitorio detto di S.Antonio
Abate, ove fin al presente giorno si conferma a
beneficio di quei popoli, in quali in udir la morte
del Servo di Dio, (rasserenato alquanto il tempo)
se ne volarono a venerar il luogo della sua
tomba, giacchè non ebbero fortuna di riverire il
suo Santo Cadavere.
5. Fu premiata la loro devozione perché non
mancò il fedelissimo Signore di onorare quella
Carne, tempio di quello spirito che così fu fedele
in servirlo con innumerabili grazie e miracoli1,
che al suo Sepolcro ha fatto e tuttavia va facendo, or con guarire infermi aggravati da qualsivoglia sorte di malori, ora con fare che le sterili
donne siano rese feconde e felicemente partorissero, con avvalorare non solo alcune in soffrire
i dolori del parto, ma ancora preservare altre
dalla morte che in quell’ora le sovrastava. Di più
prendono i devoti fedeli non poche volte della
terra o gesso che copre la sua tomba e l’esperimentano prodigiosa operando il Signore per i
meriti ad intercessione del suo Gran servo meraviglie insolite, e concedendo grazie non ordinarie come si dirà nella 2^ parte del sommario di
sua vita. Regalbuto Città da lui mentre viveva
1. G. P. N. Gerardi
e il dottissimo Testaì, Ministro principale nella Reggia
G. C. nativo di Regalbuto, furono
con sovrane grazie
favoriti dal V. P.
Andrea.
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1. Innumerabili
persone sono liberate da avvelenamenti, morsi dei
cani, subito entrando nel territorio di Regalbuto,
venendo a venerare
S.Vito.
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assai diletta (come mostra la storia fatta) in tante
sciagure recateli dalle ingiurie dei tempi, potrà
promettersi dal medesimo V. P. miracolosi sollievi come esperimenta alla giornata dal suo glorioso Protettore S.Vito1 e dal G. Patriarca S.
Ignazio mediante la portentosa sua immagine,
se però avviverà la fede, accrescerà verso lui la
devozione.
6. Famosi furono quei due miracoli che, poco
dopo morto operò, come attestarono testimoni
giuridici nel processo che si fece della sua santa
vita sanando in un subito un paralitico e rendendo la sanità ad un poverello che per molti
anni travagliava di mal caduco, ma di tutti il più
segnalato portento a mio parere è l’incorruzione
del suo Corpo, di cui ragionerò nel seguente Paragrafo.
§ XXIII
Dell’incorruzione miracolosa del Corpo
del Servo di Dio.
assati 13 anni dopo la sua felicissima Morte, ad istanza dell’Illustrissimo
Vescovo
di
Catania,
dissotterrato il suo Santo Corpo, fu trovato
intero, che non gli mancava un capello del
capo, un pelo della barba tanto odorifero, che
P
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confortava l’odorato e beatificava i cuori di
sì buono aspetto, come se allora finisse di
morire. Intatti erano l’abito, la cintura e la corona, che nelle mani incrociate teneva, così
più volte attestò Fr. Vincenzo da Regalbuto1
della cospicua famiglia dei Picardi, antico figlio del N.V. Padre, con altre persone che ebbero fortuna di trovarsi presenti con gran
meraviglia e devozione.
2. Nell’anno di nostra salute 1674, il 27
del mese di settembre il M.R.P.F. Adeodato
di Geraci, di quella venerabile Congregazione, la 2^ volta Vicario Generale, con l’assistenza di alcuni Padri gravi del suo Ordine,
ritrovandosi nel suo Romitorio di Regalbuto
in decoro della visita, alla Presenza del M.
Reverendissimo
Dottor
Don
Nicolò
Picardi,Commissario del S.Uffizio, e di Fratelli e Sorelle di detto Signore, come amici e
benemeriti della sua Religione e del Dott. D.
Francesco Fiorenza padre del Priore di quel
Convento 2 , fece (con quella segretezza che
potè) aprir di nuovo la cassa (quale dopo anni
quasi sessanta, nuova e intatta comparve) ove
il detto venerabile Corpo conservato incorrotto e intero, come la prima volta lo ritrovarono e genuflessi tutti con molta devozione e
lagrime lo riverirono e lodarono il Signore,
che così onora quella Carne in testimonio
1. Questo Frate per
il suo convento di
S.Antonio travagliò assai in Palermo recuperando
le tenute perse per
causa di litigio
2. Nipote di don
Antonio Fiorenza,
che destinò tutto il
suo patrimonio per
fondare un Collegio dei pp.Gesuiti
in Regalbuto e fu
favorito dal V.P.F.
Andrea essendo
bambino.
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1. In un reliquario
d’argento con venerazione è conservato dal
P. Carlo quel dito
del P. Andrea.
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della purità e santità del suo gran servo. Di tutto
il suddetto e d’altre meraviglie che allora videro
se ne fece una autentica fede, riponendola nell’archivio comune della Congregazione.
3. Il prenominato Prelato non potè raffrenare
la sua tenera devozione che non ne tagliasse un
dito con l’unghia e Carne come stava (quale poi
prima di morire, come prezioso dono lo diede al
suo successore P. Carlo di Regalbuto1) ebbe facilità di farlo perché i circostanti Religiosi, che
al loro superiore con giusti pretesti si potevano
opporre acciò non mutilasse quel meraviglioso
Cadavere; la gran riverenza e amore che gli portavano, lo impedirono, per essere invero egli di
tale spirito e di sì prudenza dotato che con una
benignità severa e con severità benigna, come
angelo del Cielo per due bienni con gran pace
governò la sua Congregazione: ma se fu liberale
con se stesso in arricchirsi della Santa reliqua
del suo Fondatore, non volle che altri in quello
l’imitassero, però ai suoi Religiosi intimò precetti, fulminò scomuniche, e fu molto cauto in
far subito di nuovo sotterrare il Santo tesoro, in
tal guisa che per l’avvenire nemmeno i secolari
potranno aver possibilità di toccarlo infino che
la S.Sede Apostolica determini alcuna cosa in
onor di quello la cui anima, come si spera con
triplicata aureola fra gli Angeli e Patriarchi, fra
Dottori e Confessori fra le Vergini e Martiri
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nella celestiale Corte in eterno trionfa. Amen,
Amen.
4. Quanto in questo rozzo e breve Sommario ho
accennato della Vita, virtù e meravigliose azioni
di questo Uomo divino, viene in due parole
compreso in quello onorato Elogio dell’erudita
penna dell’Abbate Pirri, nel lib. 30 dell’Istoria
Sic. parlando della vita del P. Andrea Vir Religiosissimae Vitae et Miraculorum gloria Clarus,
e d’un altro non meno illustre Scrittore ; Andrea
Christi famulus, dignus Divi Augustini filius, eiusdem Siculorum Fratrum Eremitrum Reformatorum Institutor, virginali puritate Angelus,
Celesti doctrina Magister, diuturna asperitate
Martir, sublimi profetia Divus, ante et post mortem miraculorum gloria Thaumaturgus.
Del N. V. P. Andrea brevemente ne scrissero il
devoto P. Anselmo di Castrogiovanni Agostiniano; il P. Fulgenzio di Caccamo, zelante Vicario Generale di quella Congregazione, ed il M.
R. P. Giovanni Maria della Natività Carmelitano
Scalzo, oltre di quanto, pochi anni dopo la sua
morte fu attestato nel giuridico processo della
sua Vita e Miracoli1.
1. Processo preso
per ordine del Rev.
D. Giov. Battista
Paternò Vicario Generale sede vacante
ad istanza del P. Serafino
Fiorenza
Priore allora di
S.Antonio.
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Errori incorsi nella stampa.
uanto agli errori che sono incorsi nella
stampa di questa Operetta non si pongono qui notati con le correzioni come è solito,
perché potrà il benigno e prudente lettore da sé
medesimo avvertirli stante che saranno cose di
poco rilievo, sbaglio di mettere una lettera per
un’altra, punti e virgole ove non bisognano e
cose simili che non altereranno forse notabilmente il senso del periodo.
Q
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BREVE NOTIZIA
DELLA SECONDA
PARTE
vendo già stampata la prima parte del
Sommario della vita del Vener. P. F. Andrea di Castrogiovanni per ordine del
M.R.P.F. Carlo da Regalbuto Vic. Gener. dei Riformati Agostiniani di Sicilia col consenso del Definitorio della medesima Congregazione dovrei
proseguire la seconda, quale (piacendo al Signore)
si farà quanto più presto si potrà. Non di meno in
questo foglio mi è parso bene per giusti motivi dare
(benchè rozzamente) notizia delle cose che in quella
si tratteranno, sperando disporle col dovuto metodo
e stile che richiederanno, mostrando che ogni bene
che si riferirà dei Figli del Ven. P. Andrea, dopo Dio
Autore del tutto, ne fu cagione la Santissima Vita del
medesimo P. F. Andrea. Sono dunque le materie preparate per formare non piccolo volume le seguenti:
1. Ricordi dati dal ven. P.Andrea per l’esercizio di
tutte le Virtù. 2. I suoi nuovi Miracoli. 3. Come in
vita fu delineato al vivo d’un Antecessore devoto del
Sign. D. Belisario Garofero Barone di di S. Calogero; 4. sua morte come non successe nel 1622 secondo la notazione del Pirri, ma prima, nel 1617; 5.
il Signor Fabrizio del Guasto insigne Benefattore del
Grande Ospedale di questa Felice Città di Palermo
A
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1. Nell’atto di…
firmato dai Giurati
di quell’anno.
2. Frate Converso
antico.
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assai desiderava essere raccomandato al Ven. Padre,
siccome pure il Signor Fra’ D. N. Sardo Cavalier di
Malta, parente del Signor Marchese della Motta, con
persuadere al P.F. Michele suo Fratello a perseverare
nella Congregazione e nell’imitazione delle Virtù del
V. P.; 6. si riporta il contenuto di alcune lettere dirette
al V. Padre; 7. fra le altre quelle del Sacrista di N. S.
Fra Agostino di Faenza suo protettore e cordialissimo
amico; in una di quelle fa menzione dell’Agnus Dei,
che gli mandava per suoi Romiti; 8. Fra’ Spirito Generale dell’Ordine devotissimo suo gli scrive da Roma
nel 1583 e da Catania nel 1584 con nominarlo sempre
Vicario Gen. dei Romiti di Centuripe; 9. benchè in tali
anni la sua Congregazione non era ancora stabilita secondo i decreti della Sac. Congregazione dei Cardinali
per le contraddizioni accennate sul principio della 1^
parte della storia di sua Vita, e come Vic. Generale nel
1585, 14 gennaio la Chiesa di S. Antonio di Regalbuto
con la tenuta di Lattanzio Francesco e Gio.Tommaso
Pomilitto dal Vic. Gener. Apostolico o Capitolare di
Catania la prima volta gli fu concessa1.
2. Dichiarazione d’una Profezia dell’Ab. Gioacchino intesa per la Congregazione dei Riformati
Sicil.del V.P.F. Andrea; 2. raccolta di brevi elogi dei
molti Frati Laici antichi veri figli e imitatori del V. P.
F. Andrea loro Fondatore; 3. con i miracoli che per
loro mezzo Dio operò; 4. si fa riflessione dei beni
che recarono alle Anime con la loro vita esemplare
e santa, accompagnata da qualche discorso familiare
e spirituale i seguenti. 5. Fra’ Vito di Regalbuto2
specchio d’ogni virtù, pieno di spirito profetico; Fra
Paolo di Palagonia che anelava sempre il martirio e
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rapito più volte in estasi nell’orto lo vide (come attestò) il Ven. Fra’ Mansueto di Noto; F. Francesco di
Monterosso, colui che abituato a far atti continui di
carità, povertà e umiltà, cercando imitar S. Francesco,
meritò prodigiosamente con un piccolo fiaschetto
estinguere la sete di molte centinaia di persone; F. Giacinto di Regalbuto, cioè quello che fu di Casa Fiorenza, ricco di beni di fortuna nel Secolo, ma più
dovizioso di doni celesti nella Congregazione; F.
Paolo di Calascibetta di cui dicesi che per non far un
peccato veniale avvertito avrebbe patito piuttosto tutti
i tormenti del Mondo; F.Simone di Trecastagni più
uomo divino che terreno, onde meritò gran favori
della SS.Trinità; alcuni Frati novizi del P.F. Arcangelo
di Vizzini avendo sempre avanti gli occhi della loro
mente le gran virtù del loro Maestro particolarmente
la penitenza, l’orazione e carità, fecero gran profitto
nei prossimi, che lasciato il Secolo se ne volarono a
diverse Religioni; F. Bonaventura di Modica vero
Israelita in quo dolui non fuit, fra l’altre virtù con cristiana semplicità ma con vera sapienza celeste, non
voleva lasciare di travagliare per amor del Signore in
qualsivoglia occasione, che l’offriva per non perdere
(come egli diceva) quel denarello di merito; Fra Simpliciano delle Vigne, che fu quello che così amò il patire per il suo amato Cristo, che i vermi che dalle
piaghe putride delle sue gambe si generavano, li reputava e li chiamava Rose e in tutto si mostrò vero Servo
del Signore; Fra Paolo di Buccheri, la cui mente fu
sempre intenta a Dio e ai suoi Santi, operatore di
molte meraviglie; F.Paolo di Palazzolo, quello che fu
prima Eremita in un monte fra Ragusa e Modica, fa-
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1. per divina ispirazione e così libero di colpa
2. Sicilia Sacra
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cendo vita angelica, spesso visitato dagli Angeli e aiutato nel lavoro suo manuale da quelli; venuto poi alla
Religione la sua obbedienza fu sempre cieca, pronta e
allegra in tutte le cose ardue a guisa di quelle dei Santi
Padri; tutta la notte se la faceva in Chiesa più orando
che dormendo, non curando essere dai gran freddi insecchito nella maggior parte dell’anno; Fra’ Nicolò di
Caccamo vero obbediente e amatore della purità in
una fiera tentazione troncò con una accetta la carne
ribellata1; F. Biagio e altri Frati figli del Romitorio di
Caccamo da gran spirito e osservanza che piuttosto
avevano dato la vita per non trasgredire volontariamente un Capitolo della Regola o statuto della Congregazione. E altri buoni Religiosi, che avendo vissuto
con gran perfezione, morirono con infinita allegrezza,
apparendogli la Regina degli Angeli, il P.S. Agostino
e altri Santi: onde non pochi peccatori si convertirono.
3. Relazione del gran rigore degli antichi Romiti
Riformati Agostiniani dell’Altesina; 2. ponderato
dall’Abate Pirri con gran periodo2; 3. il medesimo Autore fa menzione della Santità del Ven F. Natale di
Vizzini fondatore del Romitorio di S. Domenica; 4. il
quale nel 1615, o prima, s’aggregò alla Congregazione suddetta; 5. si forma un breve compendio delle
virtù ammirabili e prodigiosi miracoli cavati dal giuridico processo che di lui fece prendere Monsign. Vescovo di Siracusa a petizione della detta Città di
Vizzini; 6. si spera che la medesima aiuterà ad altre
cose in onore del suo Venerando Compatriota.
4. Elogi di altri Frati dei nostri tempi degni di
eterna memoria; 2. particolarmente del Ven. F. Mansueto da Noto; 3. di F. Nicolò di Prizzi con l’autentica
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relazione dell’incorruzione del suo Corpo; 4. e di
molti altri gran miracoli.
5. Elogi dei 40 sacerdoti della stessa Congregazione
pieni di virtù e di doni celesti. 2. del prodigioso Cappuccio del M.R.P.F. Antonio Xara di Castrogiovanni morto
in Belvedere di Calabria Defin. del Capit. Gen.
6. Fervore singolare di due Novizi morti nell’anno
della prova nella Congregazione1; uno nel 1608 chiamato Fra’ Benedetto di Francofonte.
2. e l’altro detto Fra’ Francesco di Castelbuono, chiamato nel Secolo D. Federico Ventimiglia, figlio di D.
Carlo Ventimiglia, secondogenito di Don Giovanni
Marchese di Geraci, morì in Castelbuono sepolto in
S. Maria Leccia romitorio dei PP. ricusando governarsi in casa dei suoi parenti nell’infermità sua incurabile; si raccontano alcuni atti eroici di perfezione
monastica del suddetto; si mostra aver egli aggiunto
più splendore sotto l’arbaggio della casa Ventimiglia,
di quanto altri con le porpore e con le corone gli diedero.
7. Il signor Francesco Palombo adorno di tutte le
buone qualità e talenti, che, per renderlo gran teologo,
famoso predicatore e prudentissimo prelato, si potevano desiderare; nipote di un reggente di Napoli e di
Monsignore Arcivescovo di Sorrento è mandato a
Centuripe nel 1610 a farsi religioso sotto la disciplina
del V.P. Andrea e dei suoi figli.
8. Del Romitorio o convento di Roma dei SS. Pietro e Marcellino di Roma2 che ebbe un tempo la Congregazione; 2. a quello fu designato il P. Fra’
Geronimo Graziano, quando a tutto potere cercò di
entrare in questa congregazione e venne in Sicilia.
1. Si getta dall’alta
finestra del suo palazzo senza farsi
male alcuno(per
divina virtù) per
fuggire alla sua
Religione.
2. Leggasi la lettera del Procuratore Generale che
scrive al Vicario
Generale nel 1593.
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1. P.N. di Regalbuto, P.Andrea di
Palermo, P. Francesco di Bologna,
P. Giov. Battista di
Mineo, P.Agostino
fi Paternò, P.Carlo
di Catania, P.Nicolò di Chiaramonte, P.
Benedetto di Monreale, P.Deodato di
Caltanissetta,
P.Agostino di Caccamo ed altri Apostoli Predicatori.
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3. Si fa vedere l’equivoco di un cronista in pubblicarlo per agostiniano scalzo.
9. Della translazione dal Romitorio di S. Onofrio
nel 1622 a S.Bartolomeo di Geraci ad istanza del Popolo, Clero e Marchese di detta Terra; 2. che come
altri popoli furono attratti dalle sante operazioni dei
Romiti di quella Riforma Agostiniana desiderarono
essere da loro aiutati non solo con la vita esemplare,
ma ancora con l’amministrazione dei sacramenti e
con la parola di Dio; 3. si pone una lettera che a questo proposito manda il sapientissimo Don Pietro
Ruiz Valdivexo Spagnolo Predicatore di Filippo III,
poi Arcivescovo di Messina, all’Arciprete di Castiglione quando fondarono i Padri il Romitorio dell’Annunziata dell’Altomilio; 4. si nota la buona
opinione che di loro avevano tutti i pastori delle
chiese siciliane e d’altre nazioni cercandoli per loro
collaboratori nel reggere le commesse pecorelle.
10. Si rammenta il bene che fecero nel Cristianesimo alcuni ferventi predicatori1 di quella Congregazione dei Riformati Agostiniani di Sicilia o di
Centuripe; 2. come il M. R. P. F. Giovanni Battista di
Mineo, detto nel secolo N. Capra, rapì il cuore del dottissmo e piissimo Arcivescovo di Monreale D. Geronimo Venero che fu il più segnalato benefattore del
Convento di S.Maria la Reale, detta La Rocca, concessa dai Padri nel 1619 dal D. D. Francesco Raynerio
Arcidiacono ed Abate; 3. si nota dove stanno registrate
le gran cose, che il nominato Prelato fece per il suddetto Convento e per tutti i Padri della Congregazione,
che come cordiale Padre amò e stimò; 4. perché quegli
antichi Padri e Frati non vollero accettare dal mede-
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simo arcivescovo fondatore denari e rendite sufficienti per il loro totale sostentamento?
11. Dei Generali dell’ordine eremitano che desiderarono i progressi di rigida osservanza eremitica;
2. e quanto fecero altri per promuovere quelli delle
lettere in questa Congregazione di Sicilia; 3. e dell’obbligo che questa tiene al rever. P. F. Nicolò senese che oggi felicemente governa.
12. Indice cronologico dei 23 Vicari Generali della
Congregazione dei Riformati di S.Agostino di Sicilia;
2. con l’annotazione dei servigi segnalati che molti di
loro fecero alla Religione con la Vita esemplare; 3. col
valore e zelo e 4. con la Dottrina e Prudenza.
13. Breve relazione della vita del devotissimo, onestissimo e austero M.R.P.F. Fulgenzio di Chiaramonte,
Maestro dei Novizi e Vic. Gen.; 2. se ripieno di carne
ma più di spirito poteva perseverare immobile per ore
intere genuflesso nell’orazione, affliggeva il corpo con
asprissime discipline, ecc., e comunemente fu stimato
Vergine; 3. il dottor di N. Di Leo suo fratello germano
diede gran somma di denari e tutto il mobile di casa
sua al Romitorio di Chiaramonte;1; 4. di questo Romitorio e della sua Chiesa di S.Maria di Gulfi parlò con
poche ma eleganti parole l’Abate Pirri.
14. Si propone un problema, in che più giovò alla
sua Congregazione il M. R. P. F. Agostino di Francavilla Vic. Gen. due o tre volte; o impetrare un decreto
pontificio che con molto rigore sotto le medesime
pene che sono fulminate contro gli apostati, proibisce che nessuno dei Riformati della Congregazione
dei Riformati Agostiniani di Sicilia possa passare ai
Conventuali o ad altra Congregazione del medesimo
1. Dicono che il
Priore di questo
Romitorio goda di
singolari privilegi.
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1. Non aver le
spalle lacere per
piaghe e sistole.
2. Vicario Generale
di gran petto
3. 12 o 14 anni governò la Congregazione, insegnò
molti anni
Filosofia
e Teologia; fu esaminatore sinodale,
confessore di Inquisitori e di Principi.
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ordine eremitano, oppure con la somma integrità di
sua vita, zelo ed osservanza romitica; 2. si prosegue
a trattare delle virtù del medesimo P. Agostino e
come fino all’età di 93 anni non usò lino, ma sempre
si coprì1 con calzette, e tonica ancora interiore d’arbaggio, cioè di ruvida lana come usò per 60 anni
tutta la Congregazione.
15. Del gran zelo del M.R.P.F. Geronimo di Linguaglossa Vic. Gen.2 in punire le trasgressioni (benchè minime) degli Statuti dell’Osservanza Eremitica; 2. dando
subito alle fiamme un berrettino di un Definitore ed un
bastoncello d’un Padre vecchio per parergli non essere
secondo la semplicità dei Riformati; 3. non si piegò mai
alle preghiere dei Grandi per far Superiore un Padre di
gran merito, ma poco atto ad appoggiar il rigore, che
instillò il Ven. P. Andrea nella sua Congregazione, e
come era amato dai buoni a temuto dagli imperfetti.
16. Si riferisce quanto fu singolare la dottrina dell’onesto, ritirato e modesto M. R. P. F. Agostino di
Palermo3, Oracolo dei Prelati, teologo del cardinale
Montalto, Consultore degli Arcivescovi di Morreale
e di Palermo e G. A. dei P. P. dei Capitoli Generalissimi dell’Ordine ai quali intervenne con la carica di
Vic. Generale; 2. quante volte era visitato dai suoi
Frati e altri; sempre col bel modo prendeva occasione di trattare di cose di virtù e di dottrina secondo
la capacità degli uditori; 3. con essere di delicata costituzione, vecchio e Superiore Maggiore si contentava di qualsivoglia ordinario cibo che gli era dato
per suo sostentamento e di qualsivoglia modo apparecchiato; 4. perché la sua dolcezza nel governare
non fu approvata da alcuno zelante? e se non l’ap-
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provò il Ven P. Andrea con alcune visioni fatte ai
suoi Frati Servi di Dio.1
17. Il suddetto Dottissimo Padre ottenne un Breve2
Apostolico che limitava l’autorità del Reverendissimo in
modo che per l’avvenire il Presidente da lui Deputato ai
Capitoli Provinciali di questa Riforma di Sicilia, debba
essere sempre della medesima Riforma e Congregazione e uno di quei quattro soggetti che ella nomina,
come attualmente si pratica.
18. Della prudenza del M.R.P.F.Carlo da Catania
V.G. nel distribuire le materie diverse della Regola3 del
Gran Padre S.Agostino in distinti capitoli; e di quella
del M.R.P.F. Antonino di Caccamo in dare alle stampe
gli statuti della Riforma con chiarezza, brevità e prudenza; 2. si mostra con ragioni e con esempi quanto
siano obbligati i superiori di detta Congregazione nel
vigilare per l’osservanza di quelli, con parola ed esempio, e con amore e con rigore; 3. e quanto irritano l’ira
di Dio i sudditi che li disprezzano.
19. Del valore del M.R.P.F. Agostino da Piazza alias
Intorcetta, Vic. Gen.,cinque volte ripigliando il Convento
di S.Maria la Neve di Piazza, e nell’adoperarsi in altre
cose di rilievo a favore della sua Congregazione; 2. in che
anno abitarono i suoi religiosi in S. Agata fuori delle mura
di Palermo; 3. e quando e quante volte cercarono alcune
Congregazioni, particolarmente quella di S.Adriano, di
incorporarsi con questa di Sicilia di Centuripe.
20. Nella Ven. Chiesa del Convento di Monreale
della Rocca vi sono sepolti alcuni Gran Servi di Dio e
Padri di Congregazioni di straordinari meriti; fra gli altri
vi è il corpo del M.R.P.F. Filippo di Militello4antico e
vero romito del Romitorio di San Basilio, prima che alla
1. Apparizione del
V. Padre che minaccia i rilassati
2. Le Costituzioni
universali dell’Ordine non obbligano
quando sono contrari a Statuti speciali della Riforma.
Molti punti della
regoletta sono i
medesimi che decretò il V.P. Andrea
dal principio della
Congregazione.
3. Lettera papale
meno solenne della
Bolla.
4. Figlio di Giovanni di Bene e
Antonia Vitale,
professò in Regalbuto nel 1587, in
atto notaio Vito
Stancaneli. Fece
confermare molte
scritture d’importanza.
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1. Palermo ne gode
il ritrattocon honore et elogio
2. Mentre scrive
l’autore ode la
morte di un Gran
Servo di Dio.
3. Digiunò 40 anni
e più
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Congregazione di Centuripe si aggregasse; fu poi a suo
tempo dei primi Discepoli del Ven. P. Andrea e governò
la Congregazione; quattro volte visse sempre con fama
di Santità e se ne volò al cielo nel 1622; vi fu pure sepolto il M. R. P. F. Michele di S. Filippo più volte Vic.
G. le cui gran virtù sono brevemente registrate nei libri
del Convento di Caccamo, degno di essere imitato e dai
Sudditi e dai Prelati; e lasciando altri virtuosi Padri e
Frati della medesima Riforma in quel santo luogo sepolti; alcuni anni sono vi fu sotterrato il Venerabile corpo
di Fra Mansueto di Noto1, le cui virtù e miracoli faranno
stupire il mondo se l’ingegnosissima città di Noto con la
solita pietà e devozione e con l’oro della sua carità somministrerà qualche denaro (che è il nervo delle stampe)
per comodamente pubblicare la santità del suo Cittadino
e star sicura non solo dai ferri delle squadre nemiche,
ma da qualunque sciagura.
21. Mentre appunto stavo per concludere la suddetta
introduzione alla 2a parte vengo a sapere con mio gran
cordoglio(benchè giubili il Cielo) del felice passaggio
alla gloria del buon P. F. Salvatore di Racalmuto2, terra
della Valle di Mazara, avendolo goduto la terra per 73
anni circa pieno di virtù e doni sovrani; perché sebbene
vecchio e decrepito non lasciò il digiuno di tre volte
nella settimana in pane e acqua con cibar si una sola
volta in quei giorni sul tardi; affliggendo ordinariamente il suo corpo con disciplina di corde, di uncini di
ferro e con catene e cilici, cavando prodigiosamente
sangue dalla sua estenuata carne; ritirato sempre in sua
cella vicina al Coro da cui giorno e notte non mancò
mai di assistere alle diverse lodi; finito mattutino e la
comune orazione non ritornava al suo letticciolo3; ma
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se ne restava fino alla Prima ora pregando; fuggì ogni
ombra d’ambizione nemmeno volendo accettare Prelature,alle quali fu nella Congregazione eletto; impetrò
molte grazie ai fedeli, ai quali predisse molte cose future
e a sé stesso profetizzò la vicina morte. Fu sepolto nella
Chiesa del Convento di Monreale della Rocca ove egli
molti anni santamente abitò spronando i più fervidi novizi
e professi a maggior fervore di spirito. Quelli che lo conobbero per lungo tempo m’avranno da riferire gran cose
della sua santa vita; onde differisco alquanto dar alle
stampe la detta opera della 2^ parte per poter scrivere
almeno in parte gli atti eroici delle sue virtù, acciò il Signore resti glorificato che in questi nostri tempi conservava questa Reliqua viva fino all’odierno giorno, che
corre il 14 novembre 1677, ma da pochi conosciuta piaccia a S.D.M, che già morta, sia da molti imitata.
22. Si finisce con rammentare come il Ven Padre Andrea ricordava ben spesso ai suoi Frati che erano stati
chiamati alla Religione1 per pregare il Signore per i comuni bisogni di S.Chiesa; si può ragionevolmente pensare
che per le orazioni del medesimo Ven. P. dal principio
della Congregazione fino al presente giorno nessuno dei
suoi Religiosi ha deviato mai un punto dalla Santa Fede,
ma tutti soggetti alla Santa Romana Chiesa come suoi fedelissimi figli, pronti a spargere mille volte il sangue per
qualsivoglia verità cattolica e per l’osservanza dei suoi
santi decreti; e così mai la S.Inquisizione ha punito per
sospetto veemente o lieve d’eresia alcun Religioso di questa Riforma o Congregazione, né il Ven. Convento della
Rocca di Monreale, né altro suo Romitorio ha albergato
simili mostri; e se alcuna persona avrà inteso il contrario
dal volgo semplice o da qualche malevolo, si rimette alla
1. Come uno dei
fini principali.
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1. Come accadde
nel 1610; fu assai
perseguitata con
pericolo di disfarsi;
quattro cardinali
assai la difesero
per l’orazione del
Ven.P. Andrea, per
la diligenza del P.
Francesco di Bologna, suo religioso
mandato a Roma a
questo fine.
2. Serviva o udiva
ogni mattina tutte
le messe della Nostra Chiesa
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sua prudenza e alla sua coscienza; che per non aggravarli, saprà distinguere Congregazione da Congregazione benchè nell’abito esteriore potranno sembrare alle
volte le medesime, com’era una, già molti anni sono,
estinta, che usava tonica e cappuccio senza alcuna differenza da quelli di questa Riforma Agostiniana di Sicilia detta Centuripina, quale Dio per amore del suo
fedelissimo servo Andrea l’ha confermato, e conferma
con grande fede e pace.
23. Altre cose si riferiranno del Ven. P. Andrea, (che
per non averle sapute a tempo si passarono sotto silenzio
nella 1^ parte) con far vedere in quante maniere ha flagellato1 il Cielo i persecutori di questa umile Congregazione; e per maggior lustro suo e onore e gloria di Dio
benedetto; 2. S’addurrà ancora un breve Sommario dei
privilegi coi quali i Sommi Pontefici l’hanno decorato
(oltre del bollario che gli sta preparando il diligente fratello F. Salvatore di Palermo) in cui ancora vi farà un
breve antico dei Romiti di Scarpello; 3. le grazie che
dall’Alto ricevettero molti Frati per l’affetto sviscerato
che ebbero alla loro Madre Congregazione; 4. e di
quanto in questo genere avvenne al M. R. P. F. Pietro da
Regalbuto Maestro dei Novizi, Vic. Gen. degno di stima
non tanto per la sua venerabile presenza, quanto per il
suo merito; 5. e al P. F. Silvestro di Caltabellotta, Religioso di sì perfetta vita, che prima e dopo aver celebrato
si tratteneva per ore intere in orazione di quiete e
d’unione ripieno di celesti dolcezze2, 6. e d’altri favori
secondo che mi riferì con grande sincerità il M.R.P.F.
Filippo di Carini, Vic. Gen. mentre in Catania con molto
affetto si adoperava per ripigliar la Parrocchia di Centuripe, sperando aver a suo favor ogni cosa e per cavar da
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quella Corte il processo della Vita e Morte del suo Vero
Fondatore anelando che si desse principio con l’osservanza dei Decreti Pontifici1 ad alcuna cosa in ordine alla
Beatificazione e Canonizzazione; 7. in tutto quello che
ho detto e dirò (si vita comes fueris) nella citata 2^ parte
mi rimetto prontamente alla correzione della S. M.
Chiesa.
RICORDI PER LA PERFETTA OSSERVANZA
dei voti solenni che il Ven. P.F. Andrea di Castrogiovanni dava e dichiarava ai suoi Frati
prima di fare la professione
1. Pro bono pacis
non si proseguì in
Palermo la lite
contentandosi che
suoi Religiosi attendessero all’esercizio più di
Maddalena che di
Marta.
bbidirai prontamente alla prima voce del Prelato.
2. Al primo segno dell’ubbidienza lascerai subito
qualsivoglia cosa incominciata. 3. Farai la cosa comandata con semplicità. 4. Non discorrere sopra il fine del
Prelato. 5. Ubbidirai sempre con allegrezza, considerando
nel Superiore la persona di Gesù Cristo S.N. 6. Obbedirai
non solo ai Maggiori ma ancora agli Uguali e agli Inferiori. 7. Disponiti a pigliare il martirio ogni volta che ti
sarà comandato. 8. Col voto dell’obbedianza hai consacrato la volontà con la tua anima a Dio; e così non potrai
fare legittimamente cosa contro la Regola, Costituzioni,
Statuti, ordinazioni della Religione, nemmeno contro
quello che a bocca ti viene comandato dal tuo Su periore
eccetto che non fosse contro la legge divina e della S.
Madre Chiesa, il che non suole succedere. 9. Non mormorerai del tuo Superiore, ma l’amerai di cuore e lo rispetterai come vice Dio e Vicario di Gesù Cristo.
Ricordati che col voto della castità hai consacrato il
tuo Corpo alla Maestà Divina. 2. Sia sempre nella tua
U
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1. Per la povertà.
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mente fermo proposito, piuttosto morire che acconsentire
ad un minimo atto che non sia assai puro. 3. Raffrena l’ira
dell’Animo e potrai raffrenare l’ardore della cuncupiscenza. 4. Fuggi le occasioni che ti possono indurre a
qualsivoglia sguardo, parola, atto che non sia conforme
alla gran purità che deve professare il Religioso Romito.
5. Macera la carne con la penitenza e fatica corporale,
ama la solitudine e il silenzio. 6. Occupa la tua mente con
l’orazione mentale, la tua volontà sia conforme a quella
del tuo Superiore, confida in Dio e nei Santi e non nelle
proprie forze e così avrai sempre vittoria delle tentazioni
lascive. 7. In tutti gli oggetti considera l’Angelo che ti minaccia e il demonio che nota la tua lascivia.
Rallegrati1 quando ti mancano le cose necessarie perché allora sperimenti la povertà che sarà premiata nel
Cielo. 2. Non possedere cosa alcuna benchè minima. Nel
dare e nel ricevere lo farai con la licenza della santa obbedienza. 3. Per il voto della povertà hai lasciato il dominio, la proprietà e l’uso d’ogni bene esteriore. 4. Ti servirai
delle cose date dalla Religione per le tue necessità, come
cose non proprie, ma aliene, consacrate al Signore. 5.
Ogni cosa che ti sarà concessa a tuo uso, starai disposto a
lasciarla ad ogni disposizione e richiesta dei Superiori. 6.
Considera che per i tuoi peccati sei degno di ogni disprezzo, perciò desidererai sempre patire per amore di
Cristo S. N. di cui ogni giorno considererai almeno un
Mistero della tua acerbissima passione, e non ti lamenterai
del vitto scarso e del vestito vile. 7. Ogni giorno farai
l’esame di coscienza a mezzodì e la sera prima di dormire,
e vedrai bene se hai mancato in alcuna cosa concernente
questo voto della Santa povertà, come delle altre due, domanderai perdono a Dio e aiuto; ed eméndati presto per-
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ché col poco non corretto s’arriverà presto a gran male.
Beni che ci vengono dall’esercizio manuale secondo la
dottrina mistica del V.P.Andrea di Castrogiovanni
i fugge l’ozio di tutti i mali origine. 2. Si toglie
ogni ingresso al demonio tentatore nella Nostra
Anima. 3. Si conserva la carità regina di tutte le virtù 4.
Si nutre l’umiltà che tanto piace a Dio quanto abomina
la superbia. 5. Si sostenta col frutto del lavoro il Corpo e
s’ingrassa di meriti l’Anima. 6. Conferisce alla salute
corporale particolarmente ai giovani, e custodisce la Carità. 7. Si esegue il consiglio di S.Paolo e degli altri Santi
Apostoli che non lasciavano ancora di lavorare in cose
manuali. 8. Ci conformiamo con i Santi Anacoreti e Patriarchi i quali tutti la fatica di mano raccomandarono
assai ai loro seguaci. 9. Si obbedisce al N.P. S. Agostino
comandando che tutti lavoriamo senza eccezione di Nobili o di Dotti, e fece un libro d’opere manuali. 10. Si macera la carne e si fa penitenza dei peccati, con che si
allevia la pena del Purgatorio.
S
Per lavorare utilmente e ottenere i beni suddetti.
l principio dell’esercizio manuale raccomandati
a Dio a cui ogni nostra opera dobbiamo indirizzare, lavorare in silenzio come ci ammonisce S. Paolo, in
silentio et spe erit fortitudo vestra. 3. e secondo l’ordine
della santa ubbidienza con gran indifferenza. 4. Lasciar
subito l’opera dato il segno della Campana o d’altro
dell’ubbidienza. 5. Aver continue meditazioni della passione di Cristo S.N. dei divini benefici e della gloria che
A
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1. desumpta
ex libris Centurip. Qui
confermantur
hodie in convent. Motis
Regal.
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speriamo; dell’inferno del Purgatorio che temiamo; 6.
Lavorerai allegramente e fuggirai la vana gloria. 7. Non
ti rattristare se l’opera che farai non sarà gradita alle creature, ma reputati servo inutile e rallegrati che la mercede
non ti sia data in questo mondo. 8. Non ti lasciare ingannare dall’amor proprio che finge poche forze. 9. Ricordati che Dio ti ha chiamato a questi nostri Romitori per
macerare il Corpo con la fatica corporale.10. e con gli
esercizi spirituali unirti con Dio e pregare per i comuni
bisogni della Chiesa Santa e per l’emenda dei peccati dei
prossimi. 11. Sentirai dispiacere a non poter solo fare
ogni cosa di travaglio.
CRONOLOGIA
Vicariorum Generalium Congregationis Siculae
Seu Centuripensis Fratrum Reformat.
S. Agustini
1582.1584.1586 P. F. Andreas a Castroioanne.
P. F. Andreas Hispanus
1595. P. F. Andreas a Castroioanne
1597. P.F. Philippus de Militello
1599. P.F. Dominicus de Troyna
1601. P.F. Michael a S. Philippo
1603. P. F. Andreas a Castroioanne
1605. P. F. Philippus a Militello
1607. P. F. Michael a S. Philippo
1609. P. F. Andreas a Castroioanne
1611. P. F. Philippus a Militello
1613. P. F. Michael a S. Philippo
1615. P. F. Dominicus a Troyna
1617. P. F. Antonius a Castroioanne
1619. P. F. Philippus a Militello
1621. P. F. Michael a S. Philippo
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1623. P. F. Seraphinus a Regalbuto
1625. P. F. Petrus a Regalbuto
P.F. Paulus a S.Philippo moritur intra biennium, interim
usq; ad capit sequens gubernat Congregationem ex-Provincialis vicinior P.F. Seraphinus à Regalbuto P.F.Augustinus à Francavilla, ultra biennium gubernavit propter
confirmat. Capit. Gener.
1631. P. F. Carolus à Catana
1633. P. F. Ion. Baptista Meneensis
1635. P. F. Fulgentius à Claramonte
1637. P. F. Augustiuns a Francavilla
1639. P. F. Augustinus a Castroleone
1641. P. F. Hieronimus à Linguagrossa
1643. P. F. Augustinus à Panormo, qui per plura biennia
fuit reelectus. et confirmatus servatis servandis
1650. P. F. Augustinus à Platia
1652. P. F. Augustinus à Panormo
1654. P. F. Philippus à Careno
1656. P. F. Fulgentius a Caccabo
1658. P. F. Augustinus à Panormo
1660. Idem P. Augustinus, reeligitur, moritur ante
Capitulum Provinc. praesidet Congreg. Iuxta
Constit. Ex prov. P.F. Philippus à Careno
1662. P. F. Augustinus à Platia
1664. P. F. Augustinus à Platia reeligitur
1666. P. F.Benedictus à Monte Reale
1668. P. F.Adeodatus à Hyeracio
1670. P. F.Antoninus a Caccabo
1672. P. F.Augustinus à Platia
1674. P. F. Adeodatus à Hyeracio
1676. P. F.Carolus à Regalbuto
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Profezia d’un famoso e antico Abate
urget ordo, 2. qui videtur novus, et non est, 3. indutus
vestibus nigris, et accinti desuper zona, 4. Hi crescent, et fama eorum divulgaritur, 5. et praedicabunt
fidem, 6. quam et defendent vsq ; ad Mundi consumatione 7. et in Spiritu Eliae, 8. quierit Ordo Eremitarum
9. emulantium vitam Angelorum etc.
La suddetta profezia viene intesa da alcuni per le loro religioni; ma senza distorcere il senso della lettera, chiaramente fa vedere un Professore1 e Lettore di Teologia
Scolastica, Morale, Positiva e Controversiale nella citata
2^ parte in §.9, compitamente discorrendone, che non
d’altro Ordine che dell’Agostiniano nelle sue rigide Riforme dilatato, doversi intendere; e così l’applica ancora
all’umile Congregazione dei Riformati
Agostiniani di Sicilia, che per capo riconobbe il Ven. P.
F. Andrea, quale dichiarazione avendola un Religioso
compendiata la pone qui, ed è la seguente:
Nel primo2 (dopo aver insinuato il suddetto autore le
grandi glorie dell’Ordine Agostiniano) dice che trovandosi questo per la grande antichità alquanto dal primiero
fervore caduto surrexit, in qualche modo si ristorò per
l’istituto della Congregazione del V.P. Andrea di Castrogiovanni: in Sicilia originata, secondo che disse nel corso
della storia della sua vita. Nel secondo conclude che tale
istituto non fu di ben nuovo inventato (benchè sembri
nuovo, perché alla fine del secolo passato il V.P. comparve) ma fu una rinnovazione di quello che nei tempi
del Gran Dottore e P. Agostino nell’Africa fu da lui fondato e per ordine Eremitano dai Vicari di Cristo sempre
riconosciuto e autenticato.
S
1. P. F. Giovanni
Maria della Natività Carmelitano
Scalzo, Sicil. Aut.
Del Somm. della
Vita e C.
2. Può dirsi aff.:
l’Ordine Eremitano
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Nel terzo nulla si affatica perché anche al senso sta palese
avverarsi quelle parole della Profezia, solamente ivi assegna i sensi mistici delle vesti negre e della cintura di
pelle. Nel 4^ lo prova con quello che si scrisse nel principio del Sommario della vita del V. P. e anche si dirà
nella 2^ parte come si insinua nel n.10. Nel 5^ fa vedere
che questi Nostri Romiti hanno pure atteso a predicare la
S. Fede1 con l’avvivarla nei cuori dei fedeli, estirpando i
loro vizi che la mortificano, nei Pulpiti, nelle Cattedre,
nei Confessionali e nelle Parrocchie e illustrando l’intelletto degli ignoranti, accendendo nell’amore di Dio la
volontà dei mali e inculcando l’osservanza dei divini ed
ecclesiastici precetti agli adulti, senza lasciare di dichiarare i rudimenti della S. Fede ai semplici e ai bambini.
Nel 6^ prosegue che tali Romiti principalmente hanno
guadagnato le anime a Cristo con la loro vita esemplare
piuttosto2 che con le parole a somiglianza del grande e
zelante Profeta Elia che contro gli idolatri non difese
l’onore di Dio disputando ma ordinando il Sacrificio; per
mezzo della preghiera fece cadere fuoco dal Cielo, vivendo in rigore di vita e in altissima contemplazione nel
Monte Carmelo. Nel 7^ ragionevolmente esorta a sperare
che tale istituto o Congregazione durerà fino alla fine del
mondo appoggiata non nelle terrene ricchezze e applausi
popolari e caduchi, ma nella divina Provvidenza che fra
tante contraddizioni e terribili persecuzioni3 potè farla
nascere, crescere e finora conservare. Nell’8^ poco si
trattiene perché già questa Congreg. o istituto è stato incorporato dai Sommi Pontefici nelle loro costituzioni
nell’Ordine Eremitano confermando che i loro Seguaci
abitassero nei deserti o lontani da Popoli e che veramente
sono Eremiti di S.Agostino.
1 Fides sine charitate sine operibus
mortua est
2. Verba movent,
exempla cogunt
Seneaa, S.Francesco num.10 net.2
p.
3. 1 p. Vit. del P.A.
- Vide supra Paulus
5.Tom. 3.Bull.
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1. Si Paradisus est
in Terra, in Eremo
est Abb. Trit.
2. Per spatio quasi
d’un secolo
3. Della nobilissima Casa Graviva
di cui sopra.
4. F. Matteo di Vizzini, uno dei dodici
compagni del V.P.
Andrea fu consolato dagli Angeli.
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Nel 9^ se l’Eremo è canonizzato da Santi Padri per Paradiso1, non sembreranno i buoni Romiti Angeli o emuli
degli Angeli? Aggiunta la gran pace che in tale Congregazione sempre ha regnato celebrandosi2 in ogni biennio
con l’assistenza di Dio della Pace il Capitolo Provinciale
senza rumori e inquetudini d’ostinate e politiche fazioni
dai quali fuggono gli angeli della pace. Si finisce con due
visioni d’Angeli, una nel 1603 fatta al Padre Benigno di
Castrogiovanni, nipote del V. P. Andrea erede delle virtù
del Santo Zio, e l’altra al Clerico Novizio F. Benedetto di
Francofonte e figlio del Marchese di Francofonte3,
quando ogni venerdì mangiava in terra, baciava i piedi ai
Romiti di Centuripe e si faceva dare degli schiaffi in memoria di quello che fu dato all’amato Nazareno. Altre
apparizioni4 di quegli spiriti felici fanno a questo nostro
proposito, quali forse si addurranno nella storia delle
virtù e dei miracoli del V. P. F. Ambrogio Agostiniano,
fondatore delle Monache agostiniane di S.Maria degli
Angeli in Regalbuto e in quella della prodigiosa Serva di
Dio Suor Locadia Licata Monaca pure agostiniana del
Monastero di San Giovanni, oltre di quello che si dirà
nella storia della fondazione e translazione dell’antichissimo V. Monastero del famosissimo Ordine Benedettino
di S. Maria delle Grazie della suddetta Città.
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Dichiarazione dell’autore.
er osservanza del Decreto di Urbano VIII 3
marzo 1625 e 5 luglio 1634, dichiara l’autore che se in questo libretto ha detto cosa che
sembri del soprannaturale, quella deve ritenersi
non come approvata dalla S. Sede Apostolica,
ma solo come semplice racconto appoggiato ad
umana credenza, se non quando occorre ragionare dei SS. Canonizzatori e Beatificatori dalla
medesima S. Sede.
Di più si dichiara che in quanto alle cose notabili della Vita del Ven. P. Andrea di Castrogiovanni sono state prese dal giuridico processo, e
l’altre dalla relazione di persone degne di fede.
P
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APPENDICE
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BREVE STORIA DELLE TRASLAZIONI
DELLE RELIQUE DEL
VENERABILE FRATE ANDREA DEL GUASTO
Il Venerabile Padre Frate Andrea del Guasto da
Castrogiovanni (ora Enna), morto in odore di santità
nel convento (extra moenia) di S. Antonio Abbate di
Regalbuto il sette settembre del 1617, rimase ivi sepolto fino al 1918 quando, su istanza del Rev. Giuseppe M. Campione, priore del convento di S.
Agostino in Regalbuto, venne decisa la traslazione
dei suoi resti dal suddetto convento di S.Antonio alla
chiesa di S.Agostino in piazza V. Veneto.
Alle ore 19.30 del 19 maggio 1918 “con imponente e divoto corteo, cui hanno preso parte tutte le
autorità ed associazioni locali, ed una vera fiumara di
popolo, che questa chiesa di S.Agostino a tre navate,
non è stata capace di contenere, ha avuto luogo la
solenne traslazione delle predette relique dalla
Chiesa Madre (dove erano state poste provvisoriamente) in questa Chiesa di S.Agostino”(dal verbale
traslazione relique Ven. Padre Frate Andrea del Guasto redatto il 19 maggio del 1918).
Questa prima traslazione era stata preceduta dalla
ricerca della cassa con i resti del Venerabile nella
Chiesa di S.Antonio e dalla ricognizione della ossa
di Frate Andrea. Queste operazioni vengono eseguite
il 4 maggio del 1918 alla presenza del Sac. Salvatore
Piemonte, Arciprete Parroco di Regalbuto, Padre
Giuseppe M. Campione, Priore del Convento di
S.Agostino in Regalbuto, e dei sigg. Xerra Sac. Ni-
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cola, agostiniano di Terranova di Sicilia, Locatelli
Arturo, possidente di Morbegno Sondrio, Santangelo
Vito fu Arch. Vincenzo, Campione Francesco, Campisi Gaetano, Re Angelo, possidenti di Regalbuto,
Padre Nazareno Sampino, Agostiniano da Palermo
che funge da Maestro Notaro. I suddetti signori entrano nella Chiesa di S. Antonio e “constatano l’esistenza di un’arca di gesso a sinistra della medesima”
e qui trovano la cassa “la quale in vista dell’aria, si
decompone… lasciando incustodite le ossa tutte, formanti uno scheletro umano, che si conservano tutte
integre”. Il corpo di Padre Andrea viene portato in
paese il 16 maggio, e collocato provvisoriamente
nella Chiesa Madre. Tre giorni dopo la traslazione
solenne nella chiesa di S. Agostino.
Questa Chiesa, a tre navate, ricca di memorie storiche e adorna di pregevoli stucchi, a causa della sua
infelice posizione, veniva ogni anno invasa dalle
acque defluenti della soprastante collina di S.Lucia.
L’umidità da parecchi anni minacciava le condizioni
statiche dell’edificio tanto da farne temere il crollo.
In seguito a relazione del personale tecnico dell’Intendenza di Finanza di Catania, un Decreto reale
dell’8 maggio 1927 ne ordinò la chiusura al culto e
la demolizione. La famiglia religiosa di S.Agostino
si trasferì nel vicino monastero di S.Giovanni Battista: il fabbricato monastico con l’annessa chiesa, per
un Rescritto Pontificio prese il titolo di “S.Agostino
in S. Giovanni”. L’urna contenente il corpo del venerabile Padre Andrea del Guasto, conseguentemente,
il 13 novembre del 1927, venne traslata nella nuova
sede e “seppellita nell’apposito loculo preparato
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sotto il pavimento della stessa chiesa e precisamente
a sinistra della porta maggiore del S. Tempio, quasi
all’ingresso della Cappella del SS. Crocifisso”. Qui
è stata rinvenuta il 15 ottobre 2008 presenti Padre
Giuseppe Turco, Vicario Provinciale degli Agostiniani d’Italia, Padre Giuseppe Cardaci, Parroco della
Chiesa di S.Maria, Salvatore Grifò e Natale Grifò di
Centuripe, Dott. Michele Sirchia di Palermo, Gaetano Licari e Vito Nicolosi di Regalbuto. Le operazioni per la traslazione dell’urna con i resti di Padre
Andrea Del Guasto nella Chiesa di S. Maria di Regalbuto, sono cronaca dei nostri giorni.
fm.
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VERBALE
TRASLAZIONE RELIQUE
VEN. P. FR. ANDREA DEL GUASTO
L’anno 1918 il 19 maggio solennità di Pentecoste,
alle ore 22, in questa Ven. Chiesa di S. Agostino è stato
redatto per ordine di Sua Ecc. Rever.ma Monsignor
Agostino Addeo dell’Ordine di S.Agostino Vescovo di
Nicosia, su istanza del Rev. P. Giuseppe M. Campione
priore di questo convento di S.Agostino di Regalbuto
il seguente
VERBALE
Si premette che l’Eccell.mo Vescovo in seguito ad
istanza del predetto P. Campione, ha disposto con decreto 10 maggio 1918, che il corpodel Ven. Andrea del
Guasto di Castrogiovanni, fondatore della Congregazione degli eremiti riformati di S.Agostino esistenti in
questo convento di S.Antonio Abate (vedi Verbale di
ricognizione in data 4 maggio 1918) sia divotamente
come fatto in un‘altra cassa ermeticamente chiusa,
suggellata con timbri della Parrocchia e del Comvemto, e poi trasportati in questa Chiesa di S.Agostino.
A questo scopo il 16 maggio 1918 si sono recati
nella Chiesa di S.Antonio Abbate i seguenti signori delegati dall’Ecc.mo Vescovo della Diocesi in forza del
precitato decreto.
A. Salvatore Piemonte Arciprete Parroco di Regalbuto B. P. Giuseppe M. Campione Priore di questo Convento C. I signori Xerra Sac. Nicolò, agostiniano di anni
43 da Terranova di Sicilia, Santangelo Vito fu Vincenzo
di anni 61, possidente, Campione Salvatore fu Francesco
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di anni 40 possidente, Re Angelo fu Vito di anni 37 possidente, Picardi Leonino di Vito di anni 28 operaio, questi
ultimi tutti da Regalbuto i quali fungono da testimoni.
D. P. Nazareno Sampino agostiniano di anni 31 da
Palermo il quale funge da Maestro Notaro assunto in
sostituzione del titolare ammalato; assiste numeroso
popolo spontaneamente accorso.
Alle ore 15, per opera dei Sacerdoti presenti vengono rimosse le ossa del Ven. Dall’antica cassa e deposte in apposita cassa di legno dalle seguenti
dimensioni 50 x 40 con 45 centimetri di altezza, insieme alla seguente iscrizione su carta pergamena che
insieme sovrasta le ossa.
“Anno Domini MCMXVIII Die XVI mensis Maji
ossa Ven. P. Fr. Andrea del Guasto Congregationis S.
Augustini Centuripe d’etae Fundatoris iam Anno Domini 1586 e sacello in Ecclesiam S.Antoni abbatis dilata
et aiposita, a M. R. P. Mag. Iosephio Bonanno Siciliae
Provinciali, frodie iussu Rev.mo eccell.mo Domini Fr.
Augustini Addeo Nicosieu Episcopi recognita a subscriptis Episcopi delegatis et in nova lignea arca condrito non
cor divoto popolo concursu, in ecclesiam Matricem civitates trasferimentus ut decentiori loco in ecclesia S.
Augustini eiusdem civitatis perpetuo collocamento proxima die XIX Maji 1918 S. Pentecoste, in area parva superiori collocamentur suggilla precedentis areae”
Seguono le firme dei testimoni e di altri presenti.
Chiusa ermeticamente l’urna il Rev.mo Arciprete Piemonte e il Priore Campione appongono rispettivamente I suggelli della Parrocchia e del Convento e alle
ore 19 l’urna viene portata in paese e collocata in questa Chiesa Madre.
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Oggi 19 maggio 1918, solennità di Pentecoste, alle
ore 19.30, con imponente e divoto corteo, cui hanno
preso parte tutte le autorità ed associazioni locali ed
una vera fiumara di popolo, che questa Chiesa di S.
Agostino a tre navate, non è stata capace di contenere,
ha avuto luogo la solenne traslazione delle predette Relique dalla Chiesa Madre in questa di S.Agostino, dove
il Rev.mo Aciprete Piemonte ha tenuto un discorso
d’occasione parlando della vita del Ven. Alle ore 22
l’urna è stata murata nella navata destra della Chiesa e
precisamente sotto la finestra a destra della Porta Maggiore della Chiesa conforme agli ordini dell’Ecc.mo
Vescovo, dove è stata apposta la seguente iscrizione:
“Hic iacent ossa viri religiosae vitae et miraculorum gloria clare Andreae del Guasto Reverentis Cristi
Famuli, digni S.Augustini filii ei Siciliam Siculorum
fratrum eremitarum riformatorum institutoris virginali
puritati angeli coelesti doctrina magistri diciturne
asperitate maestris sublimi propitutia divi ante et post
mastem miraculorum gloria thaumaturgi legg. Hist.
Sic. Abb. Pirri libro 30”.
Ex ecclesia S.Antonini Abb. Extra moenia in hoc
urbanum S. Augustini templum traslata ac die XIX
Maji anno MCMXVIII Sacra Pentecostes recurrent solennitate hie reconditu ius Eccell.mo DD. Pr. Augustini
Addeo eiusdem Ardivis Sodalis Nicosiem Autistitis
adum Rev. P. Josephio M. Campione huius coenobii
priore affiagitanti.
Il presente verbale viene redatto in 4 copie originali
e sottoscritto dai presenti in Regalbuto in Diocesi di
Nicosia addì 19 Maggio 1918.
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VERBALE
DELLA SECONDA TRASLAZIONE
DELLE RELIQUE
VEN. P. FR. ANDREA DEL GUASTO
L’anno 1927 il giorno 13 novembre, alle ore 15
sono convenuti in questa ex Chiesa di S.Agostino 1°
il Reverendissimo Mons. Don Salvatore Piemonte,
Arciprete Parroco del Paese;
2° il Rev.mo Sac. D. Innocenzo Re, Vicario Foraneo;
3° il M. R. Pre. Giuseppe Campione, priore Provinciale dei PP. Agostiniani;
4° il M. R. Pre. Fulgenzio Messina, periore di
questo convento, i due primi quali delegati del Vescovo Diocesiano Mons. Agostino Addeo dell’Ordine Agostiniano, gli altri due in rappresentanza
dell’istesso ordine. Tutti e quattro in forza dell’apposita delega dell’Eccellentissimo Vescovo di Nicosia in data e novembre ed in presenza dei testimoni
sottoscritti, hanno proceduto alla ricognizione dell’urna contenente le ossa del Servo di Dio P. Fr. Andrea del Guasto da Castrogiovanni(ora Enna),
religioso dell’Ordine Agostiniano e fondatore della
Congregazione di Centuripe.
Nello stesso giorno ed ora l’urna medesima, nella
quale sono stati riscontrati intatti i suggelli appostivi
per ordine dell’anzidetto eccellentissimo ordinario
(in occasione della precedente traslazione dalla
Chiesa di S. Antonio Abbate fuori le mura del paese
in questa, oggi diruta, di S. Agostino il 26 maggio
1918) con numeroso concorso di popolo e presenti i
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sottoscritti, è stata solennemente trasportata nella vicina Chiesa dei PP. Agostiniani dedicata ai SS. Agostino e Giovanni Battista e seppellita nell’apposito
loculo preparato sotto il pavimento della stessa
Chiesa e precisamente a sinistra della porta maggiore
del S. Tempio, quasi all’ingresso della Cappella del
S.S. Crocifisso, dentro un tubo di zinco assicurato
all’urna del servo di Dio è stato deposto un foglio di
carta pergamena, col quale viene ridordata ai posteri
l’odierna traslazione.
Il presente verbale è stato redatto in triplice esemplare per essere depositato nei rispettiv archivi della
Curia Vescovile, della Parrocchia e della Provincia
Sicula.
Regalbuto 13 novembre 1927
Mons. Parroco Piemonte Salvatore Delegato Vescovile Sac. Innocenzo Re Vicario Foraneo P. Giuseppe Campione Priore Provinciale Ordine S.
Agostino
P. Fulgenzio Messina Priore Ordine di S. Agostino
Podestà di Regalbuto Avv. D. Giudice
Vice Pretore reggente Dott. Arturo Inguilleri
Litterio Oliva Presidente della Congregazione di
Carità
Sac. Giuseppe Bonanno Maestro Notaro Assunto.
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VERBALE DELLA TRASLAZIONE
DEI RESTI MORTALI
DEL VEN.LE SERVO DI DIO
P. FR. ANDREA DEL GUASTO
FONDATORE DELLA CONGREGAZIONE
DEI FRATI
AGOSTINIANI RIFORMATI DI SICILIA
E DEL CONVENTO DI CENT’ORBI
L’anno 2008 il giorno 16 novembre alle ore 18
sono convenuti in questa Chiesa S.Maria la Croce:
Mons. Giuseppe Castano, Cancelliere Vescovile,
su mandato del Vescovo mons. Salvatore Pappalardo
con lettera del 22.10.2008, prot. n.557/08
Sac. Cardaci Giuseppe, Parroco della Chiesa di
S.Maria La Croce e Vicario Foraneo;
Don Giuseppe Turco, Vicario Provinciale degli
Agostiniani d’Italia Gaetano Punzi, Sindaco del
Paese come testimoni per sottoscrivere il presente
verbale.
Tutti e quattro hanno presenziato la cerimonia
della traslazione dei resti mortali del Ven.le P. Fr. Andrea del Guasto, agostiniano: si sono recati alle ore
18,00 all’ingresso della Chiesa di S.Agostino in
S.Giovanni di Via Palermo, hanno sostato brevemente a sinistra del S.Tempio, quasi all’ingresso
della Cappella del SS. Crocifisso, dove, stando alla
testimonianza dei signori P. Giuseppe Turco, Vicario
Provinciale degli Agostiniani d’Italia, Sac. Cardaci
Giuseppe, Parroco di questa Chiesa, Grifò Salvatore
e Grifò Natale, entrambi di Centuripe, il Dott. Sirchia Michele di Palermo, Gaetano Licari e Nicolosi
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Vito di Regalbuto, era stato trovato il 15.10.2008,
alle ore 10.00 il loculo sottoterra con la cassa in
legno, danneggiata dal tempo, dei suoi resti mortali
incorrotti.
Dal Verbale del Servizio di Polizia Mortuaria, allegato, del 31.10.2008 alle ore 12, si legge che la
cassa, rinvenuta nel loculo, è stata inserita con tutti
i resti mortali intatti in un’altra cassa nuova e chiusa
alla presenza dell’Ufficiale sanitario e dei testimoni:
Sac. Cardaci Giuseppe, Parroco, Padre Giuseppe
Turco, Vicario Provinciale degli Agostiniani d’Italia,
Licari Gaetano, Nicolosi Vito, Grifò Natale, Grifò
Salvatore e Michele Sirchia.
I soprannominati signori: Sac. Castano Giuseppe,
Sac. Cardaci Giuseppe, P.Giuseppe Turco, Gaetano
Punzi hanno trovato sulla portantina la cassa nuova
chiusa con targa, inchiodata di fronte, con la scritta
del cognome e nome del Ven. P. Fr. Andrea del Guasto, la data di nascita e la data di morte. L’urna era
stata sigillata il giorno prima dall’Agenzia Onoranze
Funebri di Parisi Antonino.
Successivamente alle ore 18 è partito il grande
corteo popolare, accompagnato dalla Banda musicale paesana, con la cassa, contenente I resti mortali
del Servo di Dio, percorrendo via G.F.Ingrassia,
Piazza della Repubblica, via G. F. Ingrassia, per entrare nella Chiesa di S. Maria La Croce. Quivi, sistematala provvisoriamente vicino l’altare maggiore, è
stata concelebrata la S.Messa domenicale dal Parroco della Parrocchia sac. Cardaci Giuseppe, da P.
Giuseppe Turco, Vicario Provinciale degli Agostiniani d’Italia, P. Paolo Angelone, Priore del Con-
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vento S.Maria La Reale, Palermo, P. Francesco Calleja, Priore del Convento di S.Agostino, Palermo,
P.Arcangelo Sciurba, O.F.M. di Enna, Sac. P. Giovanni, vicario parrocchia della Chiesa Madre, originario del Congo, assistono al S. Rito i diaconi P.
Antonio Salsetta, agostiniano del Convento di
S.Agostino di Gela, Enzo Amato di questa parrocchia, Vito Baio della parrocchia di S. Domenico.
All’omelia è stata ricordata la personalità del Venerabile, nato ad Enna il 16.08.1534, morto a Regalbuto il 07.09.1617 nel convento (extra moenia) di
S.Antonio Abate (ormai danneggiato gravemente e
appartenente a privati). In maniera sintetica, stando
ad uno scritto del 1627, è stato sottolineato lo spirito
di preghiera, di dura penitenza, di carità generosa
verso i poveri, di obbedienza ai superiori, lo spirito
di riforma, I luoghi dove è vissuto per vent’anni a
Castel di Iudica, diversi anni a Centuripe, fondando
la Congregazione Agostiniana dei Frati Eremitani di
Sicilia, detta di Cent’Orbi, singolare intercessore
presso Dio durante la vita e dopo la morte con conseguenti grazie o miracoli.
Sono presenti alla traslazione: Il Presidente della
Provincia di Enna, Dott. Giuseppe Monaco ed anche
una delegazione di Castel di Iudica, di Centuripe, di
Troina, di Catenanuova, di Ramacca.
Dal verbale, conservato nella parrocchia di
S.Maria La Croce; si legge che in precedenza sono
avvenute 2 traslazioni dei resti mortali: una il
26.05.1918 e l’altra il 13.11.1927.
Gli Agostiniani di Regalbuto in questa data si trasferirono nella Chiesa di S.Agostino in S. Giovanni.
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Il loro convento e la Chiesa sono stati chiusi dagli
Agostiniani e consegnati al Vescovo di Nicosia il
19.03.1947. Ora questa Chiesa di S: Agostino in San
Giovanni è chiusa al culto da diversi anni per la precaria statività della volta vicino l’altare Maggiore.
Data la situazione precaria della Chiesa, su iniziativa
principale di P. Giuseppe Turco, Vic. Provinciale
O.S.A. si è pensato a questa traslazione per dare
onore a questo Insigne Venerabile.
La cassa con i resti del Venerabile viene tumulata
entrando a sinistra del portone principale di questo S.
Tempio di S. Maria, nel loculo scavato di proposito,
a poca distanza dal pavimento, lungo la parete interna di una stanzetta a pianterreno del campanile.
Alla parete interna della Chiesa, corrispondente al
loculo, è stata collocata una lapide in marmo a ricordo dell’avvenimeto e un quadro in tela con cornice di P. Andrea del Guasto.
Io Cancelliere Vescovile redigo il presente verbale in cinque copie di cui una viene conservata
nell’archivio di questa parrocchia, una viene consegnata al Vicario Provinciale degli Agostiniani d’Italia, una è destinata all’archivio della Curia
Diocesiana e le altre due vengono rispettivamente
consegnate al Presidente della Provincia Regionale
di Enna e al Sindaco del Comune di Regalbuto.
I testimoni
Sac. Cardaci Giuseppe parroco
P. Giuseppe Turco
Vic. Prov.le Agostiniani d’Italia
Gaetano Punzi
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Sindaco di Regalbuto
Dr. Giuseppe Monaco
Presidente della Provincia Regionale di Enna
Il Cancelliere Vescovile
F.to: Sac. Giuseppe Castano
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Finito di stampare
nel mese di Aprile 2010
presso
Graphic Sall di Napoli Carmelo
94017 Regalbuto (En) - Via G. F. Ingrassia, 155
Tel. 0935 72724 - 333 1201858
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