MADRI SOTTO LA CROCE:
RIZPÀ e MARIA
a cura di:
Antonella Anghinoni e Silvia Franceschini
© Silvia Franceschini, 2013
Rizpà
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Rizpà, ‫רצפה‬, significa: pavimento, suolo, lastra di suolo che ricopre la terra
In ebraico connota l’idea di «un pavimento lastricato di pietra»
In Ct 3,10 è un «ricamo d’amore delle fanciulle di Gerusalemme»
In Is 6,6 è il «carbone ardente» che uno dei serafini aveva preso con le molle
dall’altare
In 1Re 19,6 è ricordata la «focaccia cotta» che il profeta Elia vide accanto a
sé, assieme ad un orcio d’acqua
Rizpà, figlia di Aia, concubina di Saul, forza del gesto, denuncia in silenzio
Rizpà madre di Armonì e Merib-Baàl
Rizpà, “una donna in nero”, icona di tutte quelle donne che non subiscono il
conflitto, ma reagiscono e si pongono come profezia contro la violenza, dal
momento che accelerano con la loro azione l’avvio di un mondo nuovo, in
cui l’umano è sempre rispettato, riconosciuto, promosso
Il regno che Dio aveva promesso a David gli viene consegnato in seguito a
una questione di donne. Quanto alla donna che, inconsapevolmente ha fatto
finire un regno e ne ha creato uno nuovo, ricomparirà alla fine. Una
concubina ha involontariamente operato la frattura fra due vecchi alleati e
tolto il trono ad un figlio di re
2000, Boot Willemien, Rizpà scaccia gli uccelli, coll. priv
Rizpà: la concubina del re
… Mentre continuava la guerra tra la casa di Saul e la casa di David, Abner andava
acquistando potere nella casa di Saul. Ora, Saul aveva avuto una concubina il
cui nome era Rizpà figlia di Aià. E (Ish-Boshet) disse ad Abner: «Perché ti sei
unito alla concubina di mio padre? … (2Sam 3,6-7)
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Questo figlio di Saul è chiamato Ishba‛al (uomo del padrone, con riferimento
al nome del dio cananeo) in 1Cr 8,33;9,39; Ish-Bosheth (uomo della vergogna)
in 2Sam 2,8; 4,12; Yishwi (uomo di YHWH) in 1Sam 14,49
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Abner viene accusato dal re di aver avuto rapporti sessuali con Rizpà, la
concubina di Saul. Di solito, alla morte del re, l’harem passava al successore;
entrarvi e prendere le donne poteva perciò essere interpretato come un atto di
usurpazione e di pretesa al trono
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La domanda inizia con un perché, tipico dell’accusa. Dietro a
quell’interrogativo non c’è tanto una ricerca di spiegazione, quanto la volontà
di mettere l’altro di fronte al suo torto
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L’offesa è grave, con un giuramento che non lascia dubbi sull’irrevocabilità
della sua decisione, Abner rompe definitivamente con il suo re e annuncia che
consegnerà il regno a David. Quella del capo dell’esercito di Saul è una
reazione fortissima, Ish-Boshet non reagisce e tace perché ha paura
1250 ca. Miniatura da Biblia Pauperum, Re
David e Abner, Madrid, Museo del Prado
Dalle braccia di Saul a quelle di David
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Dio si era servito delle donne del re precedente, Saul, proprio per
legittimare David come nuovo re
… Allora Natan disse a David: «Tu sei quell’uomo! Così dice il
Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto/consacrato re d’Israele e ti
ho liberato dalle mani/attacchi di Saul, ti ho dato la casa del tuo
padrone (anzi ho sottomesso a te la sua famiglia) e ho messo
nelle tue braccia le donne del tuo padrone. Ti ho dato la casa di
Israele e di Giuda (ti ho fatto diventare capo del popolo d’Israele
e di Giuda) e, se questo fosse troppo poco, io vi avrei aggiunto
anche altro … (2Sam 12,7-8)
1851-60, Carolsfield, Natan accusa Re David
Rizpà: violenza e tenerezza
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Fra i critici alcuni ritengono che 2Sam 21,1-14 sia un masso erratico,
un’appendice fuori luogo; altri vi scoprono una continuità con la storia sin
qui narrata. Un filo conduttore, in effetti, sembra connettere la cronaca
della nascente monarchia in Israele: un re succede a un altro; i figli sono
in rapporto conflittuale col re, loro padre, cosicché la morte a volte mette
un termine a queste difficili relazioni
Un lungo regolamento di conti è la trama di queste pagine
Il quadro qui delineato contrappone l’abituale violenza maschile dei
potenti e la struggente tenerezza di questa donna, nella quale sopravvive
un vittorioso senso di compassione
1892, Lord Leighton, Rizpà difende
i corpi dei figli, disegno (studio
compositivo) Londra, Leighton
House Museum
La carestia
… Al tempo di David ci fu una carestia per tre anni; David cercò il
volto del Signore e il Signore gli disse: «Su Saul e sulla sua
casa pesa un fatto di sangue, perché egli ha fatto morire i
Gabaoniti». Allora il re chiamò i Gabaoniti e parlò loro. I
Gabaoniti non erano del numero degli Israeliti, ma un resto
degli Amorrei, e gli Israeliti avevano giurato loro; Saul però,
nel suo zelo per gli Israeliti e per quelli di Giuda, aveva cercato
di sterminarli. David disse ai Gabaoniti: «Che devo fare per
voi? In che modo espierò, perché voi benediciate l’eredità del
Signore?». I Gabaoniti gli risposero: «Fra noi e Saul e la sua
casa non è questione d’argento o d’oro, né ci riguarda
l’uccidere qualcuno in Israele». Il re disse: «Quello che voi
direte io lo farò per voi» … (2Sam 21,1-4)
1802, Anonimo, Re David e i Gabaoniti, coll. Priv.
La discendenza di Saul
… Quelli risposero al re: «Di quell’uomo che ci ha distrutti e aveva
fatto il piano di sterminarci, perché più non sopravvivessimo entro
alcun confine d’Israele, ci siano consegnati sette uomini tra i suoi
figli e noi li impiccheremo davanti al Signore in Gàbaon, sul
monte del Signore». Il re disse: «Ve li consegnerò». Il re risparmiò
Merib-Bàal figlio di Gionata, figlio di Saul, per il giuramento che
David e Gionata, figlio di Saul, si erano fatto davanti al Signore;
ma il re prese i due figli che Rizpà figlia di Aià aveva partoriti a
Saul, Armonì e Merib-Bàal e i cinque figli che Meràb figlia di Saul
aveva partoriti ad Adrièl il Mecolatita figlio di Barzillài. Li
consegnò ai Gabaoniti, che li impiccarono sul monte, davanti al
Signore. Tutti e sette perirono insieme. Furono messi a morte nei
primi giorni della mietitura (la stagione della messe, sulle prime
appena), quando si cominciava a mietere/raccogliere l’orzo …
(2Sam 21,5-9)
1865, Gustave Doré, Rizpà
scaccia gli uccelli, coll. priv.
Rizpà: denuncia silente
… Allora/Poi Rizpà, (che era) figlia di Aià, prese il mantello/sacco
di sacco e lo tese/adagiò, fissandolo alla roccia/sopra la rupe, e
stette là dal principio della mietitura dell’orzo finché dal cielo
non cadde/gocciolò su di loro la pioggia/acqua dal cielo. Essa
non permise agli uccelli del cielo di posarsi su di essi/loro di
giorno (quand’anche era giorno) e alle bestie/fiere selvatiche di
accostarsi/venire, di/la notte … (2Sam 21,10)
1894, Anonimo Illustratore di
Henry Davenport Northrop’s
Treasures of the Bible, Rizpà
difende i corpi dei figli, coll. Priv.
Rizpà: maternità soffocata
• Il verbo yq‘, impiccheremo, alla forma hifil, è difficile capire di quale tipo di
supplizio si tratti qui: impalare, smembrare, crocifiggere, esporre al sole
• E così avvenne. David consegnò loro i due figli di Rizpà e i cinque figli che
Merab, figlia di Saul, aveva generato ad Adriel il Mecolatita, figlio di
Barzillai. Tutti e sette furono impiccati
• Fra tanto orrore e sete di vendetta, si leva dolente e forte, Rizpà alla quale
erano stati strappati i due figli per l’impiccagione. Lacrime e compassione
ella seppe esprimere in mezzo a quel delirio, ebbro di sangue
• Prese difatti il mantello di sacco, quale abito di lutto, lo stese sulla roccia e
rimase lì dal giorno in cui si cominciava mietere l’orzo, finché non cadde la
pioggia. Da una tenebra mortale, un raggio di vita
• Uno scenario di morte circonda Rizpà. Da tre anni una carestia rende sterile il
suolo, per mancanza d’acqua. Odio e inimicizia imperversano tra le persone.
L’uomo uccide l’altro, e si crede così di trovare una soluzione ai problemi
1695, Weigel, xilografia, Rizpà protegge i
corpi dei figli, coll. Privata Pitts Theology
Library
Rizpà: maternità allargata
• Rizpà sembra calarsi entro un ciclo di vita, che va dall’inizio della mietitura
fino al ritorno della pioggia. Il v. 10 riassume e punta verso le coordinate
temporali e spaziali entro le quali è organizzato il mondo creato: giorno e
notte, terra e cielo, acqua versata dal cielo e piante spuntate dalla terra, uomini
e bestie, inizio e fine di un ciclo naturale
• Si ha l’impressione che il mondo si organizza nuovamente attorno a Rizpà.
Avendo steso il sacco sopra la roccia, Rizpà sembra invitare la creazione a fare
lutto insieme a lei. Ella appare come la sola persona che continua a credere
nella vita, fino in fondo
• V’è un’attesa misteriosa e profonda in quella sua veglia prolungata sui corpi
degli uccisi. A noi sfugge il movente della sua speranza così radicata e
pertinace Eppure un motivo di risurrezione traspare dal racconto
• Sul versante della cronaca brutale, Rizpà perde i suoi due figli; ma sul piano
più elevato dei valori, ella ne acquista altri cinque, dal momento che estende le
sue cure materne ai cinque figli di Merab, vittime anch’essi di un gelido rituale
di morte. La maternità di Rizpà si allarga da due a sette figli; tanto sugli uni
che sugli altri ella stende il velo della sua tenerezza di madre. Così facendo
rivive la sorte felice di altre madri d’Israele quali Rachele e Anna
1896-1900, Tissot James, Rizpà
difende i corpi dei figli, acquarello,
Londra, Tate Gallery
Rizpà: gesto silente
• Rizpà è stata concubina di Saul, e nel testo sacro non parla mai, non apre
bocca. Non c’è frase che pronunci, e in fondo tutto sta racchiuso in un solo
gesto. Una donna rivendicata distrattamente dagli uomini, ma tutta la sua
storia precedente è come una premessa al terribile riscatto finale
• Lei prende il sacco e lo adagia sopra la rupe e resta là immobile. E qualcuno
raccontò a David quello che Rizpà aveva fatto. Rizpà non pronuncia una
sola parola. Lei fa, copre con un sacco i cadaveri dei suoi figli, e aspetta
insieme a loro per un tempo che sembra interminabile
• Tutto sta lì in cima alla rupe dove la donna-suolo aspetta di poter sotterrare i
propri figli. Non un gemito, non una lacrima
• Rizpà s’era trovata a ricoprire con un sacco e desiderare di farsi suolo per
quei figli. Non importa quel che accade prima né quel che avverrà dopo, il
gesto dirompente di Rizpà farà da memento a David che, toccato da quel
gesto così muto ed eloquente, procurerà un poco di terra per le ossa di tutta
la famiglia, con ciò placando l’ira di Dio
1892, Lord Leighton, Rizpà difende i corpi dei figli, disegno (studio compositivo)
Londra, Leighton House Museum
Rizpà: segno vivente di protesta
• Essa prende il segno del lutto, il mantello di sacco, ma non lo indossa come era
consuetudine e come tutti si aspetterebbero; fa del suo mantello una tenda e
inizia una lunghissima “veglia” a difesa e tutela di coloro che non sono stati
rispettati dai potenti
• Rizpà oltrepassa il ruolo codificato di ciò che una donna deve fare davanti alla
morte (assumere i segni del dolore e rassegnarsi all’inevitabile) e inventa un
linguaggio per lanciare il suo messaggio. Diventa con il suo stesso essere e
agire segno vivente di protesta, denuncia, critica della logiche imperanti; è
critica della “ragion di stato” che si piega a mettere a morte innocenti; è
denuncia contro David, il re potente che non ha esitato a sacrificare la
discendenza del suo predecessore, per garantire il suo status
• Da notare che il testo non li chiama “figli di Rizpà”, essa è privata anche di
questo
• La forza trasformatrice e profetica del gesto di Rizpà ci viene indicata anche
dal testo: non è il sacrificio dei figli di Saul ad apportare la pioggia sperata, ma
proprio la fedeltà estrema nella difesa dei diritti dell’uomo vissuta da questa
donna. In questo testo contano le azioni, non le parole, né i sentimenti, che per
altro non vengono neanche registrati
1806-07, Joseph Mallord William Turner, Rizpà protegge i corpi dei figli,
acquarello, Londra, Tate Collections
Una degna sepoltura
… Fu riferito a David quello che Rizpà, figlia di Aià, concubina di
Saul, aveva fatto. David andò a prendere le ossa di Saul e
quelle di Gionata suo figlio presso i cittadini di Iabès di
Gàlaad, i quali le avevano portate via dalla piazza di Beisan,
dove i Filistei avevano appeso i cadaveri quando avevano
sconfitto Saul sul Gelboe. Egli riportò le ossa di Saul e quelle di
Gionata suo figlio; poi si raccolsero anche le ossa di quelli che
erano stati impiccati. Le ossa di Saul e di Gionata suo figlio,
come anche le ossa degli impiccati furono sepolte nel paese di
Beniamino a Zela, nel sepolcro di Kis, padre di Saul; fu fatto
quanto il re aveva ordinato. Dopo, Dio si mostrò placato verso
il paese … (2Sam 21,11-14)
1898, Barry Moser, Rizpà, (dett.),
coll. Priv.
Rizpà: pietà per i morti
• Il gesto di Ripzà fa emergere un secondo conflitto, altrettanto
grave: quello tra David e Saul. Il gesto educativo di Ripzà fa
capire a David che deve seppellire le ossa di Saul, dei suoi
discendenti e di Gionata
• Nel gesto di Ripzà, nel suo silenzio eloquente, è nascosta una
denuncia contro David, che non aveva fatto seppellire Saul. Saul
aveva sicuramente tradito, ma anche chi ha radicalmente
sbagliato deve essere rispettato nel suo essere uomo; ha diritto a
una sepoltura dignitosa, perché – ci insegna Ripzà - l’umano è
umano sempre, in ogni caso
1808, Turner Joseph Mallord William, Rizpà protegge i corpi dei figli,
Londra, Tate Collections
Rizpà e Maria: donne sotto la croce
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Nella versione dei LXX il termine Rizpà è tradotto con la voce λιθόστρωτον in 2Cr
7,3; Est 1,6; Ct 3,10
Qualcosa di simile troviamo nel racconto della passione secondo Giovanni Gv
19,13: … Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel
tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà ...
Gabaa città nativa di Saul, assonanza con Gabbatà. Giovanni 19 e 2Sam 21 sono
collegati da sottili richiami:
Sul monte sono giustiziate sette vittime innocenti. Sul Golgota, luogo alquanto
sopraelevato, è innalzato in croce un giusto
In Gabaa, una donna, madre, Rizpà è lì a vegliare sulla sorte di sette cadaveri, due
dei quali suoi figli. Sul Calvario, una donna, madre, Maria sta accanto al figlio
crocefisso assieme a due ladroni
In Gabaa, sul monte del Signore, la maternità di Rizpà allarga il suo raggio di
protezione, agli altri figli di Merab. Sul Calvario la maternità di Maria si estende a
raggio, da madre di Gesù a madre dei due ladroni, a madre del discepolo amato, a
madre di tutti i discepoli di lui, divenuti suoi fratelli
Sul monte di Gabaon, Rizpà attende che dal cielo scenda la pioggia, principio di
vita. Sul Golgota, a Gesù scende acqua del costato. In quella goccia data c’è tutto
l’amore di Dio per la creazione ma essa è anche la lacrima del Padre per la morte
del Figlio
1350 ca., Maestro riminese, Crocifissione, Allentown, Art Museum
Maria sotto la croce
… Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di
Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei
il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo
la prese nella sua casa ... (Gv 19,25-27)
• Colui che Laurentin proclama il più mariano dei Vangeli non menziona più di
due volte Maria. Le due presenze di Maria sono poste alle due estremità della
missione del Cristo. L’una a Cana, inaugura il ministero, l’altra ai piedi della
croce, lo conclude e lo ricomincia con l’avvento della Chiesa
• Maria ha messo al mondo Gesù e adesso (a Cana) mette al mondo il Cristo.
Non è né in Marco, né in Luca che si può trovare una maternità così concorde
alla volontà di Dio
• Maria, sotto la croce, nella scena finale non dice nulla. La sua missione è
compiuta. Un figlio la affida al discepolo come affida il discepolo a sua
madre. Diviene così la madre degli ebrei e dei pagani. La generazione della
carne, paradossalmente, raggiunge la sua pienezza di senso nel suo
superamento; accettando che il figlio muoia, e morendo nel cuore con lui, la
vergine diventa madre di tutti
1503, Lucas Cranach il Vecchio,
Crocifissione, Monaco, Alte Pinakoth
Vocazione eterna di Maria
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La consegna del discepolo a Maria, e di Maria al discepolo offre il fondamento
biblico del nostro rapporto diretto con la madre di Gesù
Essere madre è la vocazione eterna di Maria. Il testamento di Gesù è universale:
una madre è data a tutti i discepoli di tutti i tempi, dono fra i doni
Maria è l’umanità sofferente che si compie nelle sue morti e nelle sue maternità
La scena è stilata con il genere letterario dello schema di rivelazione che le
conferisce una valenza salvifica, rivelatrice e universale:
un inviato di Dio (profeta)
vede, nel senso profondo, cioè intuisce, comprende il segreto di una persona
dice, pronuncia una parola rivelatrice
ecco, seguito da un sostantivo, è il termine che apre, che introduce il messaggio
Da Giovanni lo schema è usato quattro volte, pensiamo solo al Battista, vedendo
Gesù venire verso di lui, dice: Ecco l’agnello di Dio (Gv 1,29)
La rivelazione rivolta a Maria riguarda lo svelamento della profonda comunione
di Maria con Gesù. Maria è la madre dei figli dispersi, è la figlia di Sion nella
quale si realizza la nuova alleanza. Attraverso il discepolo che Gesù amava, la
funzione materna di Maria è ampliata a tutta la chiesa
1475, Antonello da Messina,
Crocifissione, Anversa, Musée Royal
de Beaux Arts
Pasqua di Maria
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La parola madre è il termine decisivo del brano. Attorno a questo vocabolo ripetuto 5
volte si muovono gli aggettivi e gli articoli, in un fine gioco di passaggio
dell’appartenenza da sua madre a tua madre
Maria, all’inizio, per due volte viene chiamata sua madre; a metà del racconto per due
volte è detta la madre, con l’articolo ma senza l’aggettivo possessivo, quasi che la sua
maternità fosse vacante, senza oggetto; nel terzo versetto viene nominata la madre, ma
con un trasferimento di maternità: ecco tua madre. Ciò che resta fisso è la maternità. E
tuttavia prima è sua madre, poi madre quasi senza figli, poi diventa tua madre
All’epoca del Vangelo la figura materna era esaltata. Filone d’Alessandria scrive: padre e
madre sono gli dei invisibili. Un proverbio ebraico dice: poiché Dio non poteva essere
dappertutto creò le madri. Dire allora ecco tuo figlio significava: ecco chi prolungherà
nella sua vita il tuo stile di vita. Così le parole di Gesù: Donna ecco tuo figlio, vengono
quasi a significare: donna deponi il tuo dolore e riscopri la tua maternità, la tua capacità
d’amore. Un figlio muore, ma un figlio ti è dato
Maria da oggetto di dolore è chiamata a diventare soggetto del dolore, a passare da un
dolore subito a una sofferenza vissuta. La sua vocazione che dal primo giorno è maternità,
cioè proteggere, custodire, far rifiorire la vita, deve prevalere sul suo dolore. In nome
della maternità, Maria è aiutata a deporre quel dolore che vorrebbe essere totalizzante, e a
passare a un nuovo figlio. Questa è la sua Pasqua: maternità ferita e risorgente, ferita e
moltiplicata
Quando tutto muore, Gesù pronuncia parole di vita, dice generazione, affetto e vita che
riprende a scorrere. La vocazione di Maria si allarga a maternità universale che accoglie,
custodisce, protegge, si prende cura e ama
1565 ca., Paolo Veronese, Crocifissione, Parigi, Musée du Louvre
Lo sguardo verso Maria
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Giovanni, unico tra gli evangelisti, applica a Maria il termine donna che nella
letteratura biblica spesso è impiegato per indicare Israele. Il suo uso, da figlio a
madre, si trova solo a Cana e qui, e vuole indicare un messaggio raro e forte.
Donna non è parola generica, indicante distacco o rispetto, è la parola che
universalizza Maria. Dio ha un progetto d’uomo, un progetto di mondo e in questo
Maria è madre, cioè modello, riferimento, radice, inizio
L’espressione Ecco tua madre, indirizzata a Giovanni, non ha il valore della
semplice indicazione o presentazione. Quel piccolo termine, ecco, significa di più.
Gesù usa un vocabolo che nella sua radice, porta un significato primario, quello di
guardare (íde è anticamente imperativo del verbo horáo, guardare), dando così
come un ordine, un invito pressante a contemplare il volto della madre, cercando
in lei i tratti della nostra fede adulta e matura, i perché e gli esiti della nostra storia
di dolore e di amore
Guarda tua madre, rivolgi gli occhi, tieni fisso lo sguardo, contempla
quell’immagine per diventare come lei. Perché l’uomo diventa ciò che contempla,
diventa ciò che ama .... Contemplando veniamo trasformati in quella stessa
immagine … (2Cor 3,18)
Carl Heinrich Bloch, Crocifissione,
Stabat Mater
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Come dice il Vescovo Giancarlo Bregantini: quello “stabat”, in lingua latina,
dice tutto. Lo stare accanto, lo stare in piedi, lo stare vicino a chi soffre con una
dignità altissima
Non parla Maria, ma dice tutto con la sua presenza, con il suo silenzio. È
fedeltà, condivisione, compagnia. Dolore che condivide con il figlio
quell’immenso mistero di iniquità. L’amore rende fedeli sia Maria che Giovanni,
spinte diverse, ma un unico gesto fedele
Gesù li guarda, uno sguardo che si intesse di ricordi ripercorrendo una vita
intera. Tutto viene ridisegnato da quello sguardo, fino a questa straziante agonia,
reciproco dolore in reciproco amore. Fitte feroci si curvano e si spargono nel
ventre di colei che ha partorito il figlio di Dio. Ma lui presenta con voce
rassicurante al mondo intero la nuova madre, di tutti non più solo sua. La affida
ai mortali, eleggendola unica loro madre
Da quel dolore fecondo e fecondante l’umanità diviene ora famiglia. Gesù
lascia, consegna, dona sua madre al mondo perché lei stringa ora al suo seno
tutti gli uomini, suoi figli
1886-94, James Tissot,
Crocifissione
Il poema della croce
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In questo libro straordinario, la poesia di Alda Merini evoca, con una forza
visionaria di rara suggestione e intensità, il momento più tragico ed emblematico
della vita di Cristo, per la prima volta rappresentato dalla poetessa milanese
accanto alla Vergine, in un dittico di sublime potenza espressiva e di altissima
tensione emotiva
Madre e figlio appaiono in tutta la loro fragilità umana, tra smarrimento e paura, e
nello stesso tempo si stagliano sulla scena come figure luminosissime, immense,
capaci di dialogare con gesti quasi impercettibili a occhio umano: come
l’abbraccio impossibile tra Maria e il figlio inchiodato
Maria è la madre che non invecchia, conserva la freschezza della sua verginità,
dialoga col Figlio in parole e silenzi, e riesce a indossare come morbida stola
persino il cencio di dolore del Cristo crocifisso
Nella presenza di Maria e in quella popolare della Veronica c’è tutta la femminilità
materna e vitale, pura e feconda che riesce anche nella morte a generare
1954, Dalì, Corpus hypercubus (Crocifissione), New York, MOMA
Il poema della croce
«Ti lascio Giovanni, Maria,
sarà il tuo figlio prediletto,
con lui potrai rivivere i giorni della mia infanzia,
potrai ricordare i miei giochi,
la mia innocenza.
Giovanni ha sentito il mio cuore,
il battito dello spezzare del pane.
Adesso io verrò spezzato in mille parti
e darò da mangiare a tutte le genti.
La mia carne flagellata
Diventerà un boccone per coloro
che hanno fame e sete di giustizia.
Io, vanto della cristianità,
mi sono lasciato uccidere davanti ai tuoi occhi,
ma tu non mi hai perduto,
il mio cuore per te si è santificato
Io ho vissuto in te, madre,
i migliori istanti della mia poesia.
Ti ho sempre pensata giovane:
anche quando ti affaticavi,
invecchiavi per amor mio.
In te non ci sarà vecchiezza.
Ti lascio Giovanni che è un ragazzo:
tu vedrai in Giovanni
quella foglia di palma e di speranza
che sono stato io
e ti darò il bacio supremo,
il vincolo d’amore che non si spezzerà più.
Sono un uomo contorto dagli spasmi,
ma per affrontare il demonio
devo provare la sua lussuria e la sua superbia
e essere umiliato fin nelle fondamenta.
1304-06, Giotto, Crocifissione, Padova, Cappella degli Scrovegni
Il poema della croce
Questa è la croce, Maria,
un vessillo di grande pace,
e si stenderà sopra tutti.
Ti lascio Giovanni,
il giovane che ha sfiorato la mia carne,
e che ha visto nell’ultima cena
la scelta del mio persecutore.
Perdono Giuda,
e perdono anche te
che sei stata rapita dall’amore.
Perdono tutti coloro che mi hanno amato
e che mi hanno fatto credere
che la carne fosse il traguardo ultimo del pensiero.
Ti lascio tutto quello che non ho avuto,
ma guardando i tuoi occhi, Maria,
che sono gonfi di pianto
e urlano senza essere sentiti,
io rivedo la mia giovinezza
e l’angoscia fugge lontana.
Mi rivedrai, Maria,
non ti lascerò mai sola,
anzi, ritornerò,
ti verrò a prendere,
come tutti gli innamorati
che hanno lasciato vedova
una bambina.»
1426, Masaccio, Crocifissione, Museo
e Gallerie Nazionali di Capodimonte,
Napoli
Vita di Maria
Rainer Maria Rilke scrisse questo libretto in pochi giorni nel 1912
Maria è attesa e accoglienza; non solo gravidanza, ma anche parto; non solo vicinanza
all’indicibile, ma anche dolore della separazione e dell’incomprensione. Maria accetta e
affronta la realtà che la coinvolge. Cantando quegli eventi così gravidi di futuro, Rilke ne
rispetta l’essenzialità, la sobrietà scarna e li lascia risuonare, cercando di coglierne il
significato segreto negli echi interiori
PIETÀ
Adesso la mia sventura si fa piena, indicibilmente
Mi fa colma. Sto rigida come lo è
nell’intimo una pietra.
Dura come sono, una cosa sola conosco:
tu crescesti –
… e crescesti,
fino a quando totalmente ti trovasti, come
dolore immenso, oltre
il limitare del mio cuore.
Ora giaci attraverso, sul mio grembo,
ora te non posso più
io partorire.
1523-25, Jacopo Pontormo,
Deposizione di Cristo, Santa
Felicita, Firenze
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Presentazione Madri sotto la croce