Siena e le origini
Dal mito alla storia
di FABIO GABBRIELLI
Sembrano così lontani i tempi in cui
Giovanni Cecchini invitava a cercare altrove le tracce della Siena romana, lontano dalla città attuale, nel piano o nelle
prime pendici dei colli intorno a Rosia,
proprio là dove l’erudito Giovanni
Antonio Pecci aveva indicato, nel
Settecento, i resti “di una distrutta città”,
nei pressi di quel toponimo Siena Vecchia
dal contenuto – si direbbe – fin troppo evocativo. Tanto era sconfortante il quadro
storiografico ed archeologico di chi, con
provocatoria curiosità, si chiedeva, verso
la fine degli anni ’50, dove rimanessero le
tracce – dove fossero le prove - di una
memoria della città che il tempo aveva
completamente cancellato.
In realtà, a parte qualche voce isolata,
nessuno ha mai dubitato davvero dell’ubicazione della città romana, da ricercare,
evidentemente, nel sito della Siena attuale, in un’area più o meno ristretta del centro storico. La mostra del 1979-80 dedicata alle origini della città, curata da Mauro
Cristofani, fugava, in questo senso, ogni
dubbio, se mai ve ne fosse stato, proponendo, tra l’altro, un’estensione della città
antica non proprio trascurabile. Ma le ragioni che ne giustificarono, allora, la radicale proposta, rimanevano: la mancanza
di un impianto romano facilmente riconoscibile nel tessuto attuale, l’assenza di acque, la lontananza dalle grandi vie consolari, la mancanza di monumenti romani e
l’esiguità dei ritrovamenti archeologici.
Del resto, lo stesso Ranuccio Bianchi
Bandinelli apriva la sua ponderata voce
su Siena nell’Enciclopedia dell’Arte Antica
- erano i primi degli anni ’70 - sottolineando come “nessuna sicura traccia urbana (fosse) venuta alla luce nell’ambito
della città medievale e attuale”, a conferma – è ovvio - non tanto di un cambio di
ubicazione quanto di una limitata importanza della città romana. Considerazioni
che appaiono coerenti anche con le prime vicende cristiane, dalla lunga vacanza
della sede vescovile alle ristrettezze dei limiti di una diocesi che è come ritagliata
dai territori di più antiche e potenti città
limitrofe, al punto che un cronista fiorentino dello stampo di Giovanni Villani poteva nel Trecento inventarsi, con una faziosità evidentemente credibile, la nascita
di Siena nell’altomedievo, saltando a piè
pari ogni legame con il mondo antico.
Poi, finalmente, l’archeologia è scesa
in campo. Sono bastati pochi anni di ricerche scientificamente condotte, concentrate in luoghi altamente sensibili – mi riferisco, in particolare, agli scavi che di recente hanno interessato i due versanti del
colle del duomo - per farci subito percepire come l’assenza di memoria non fosse
una condizione alla quale doversi per
sempre rassegnare. E si tratta, crediamo,
solo dei primi passi. Molti dei materiali
rinvenuti attendono di essere studiati e
pubblicati, mentre del tutto da esplorare
rimangono il colle di Castelvecchio e la
sommità di quello del Duomo, a parte il
limitato scavo, prodigo tra l’altro di risultati, realizzato alla fine degli anni ’80 dinanzi alla facciata dell’Ospedale.
Sono dati che non nascono dal caso,
anche se talvolta è la scoperta fortuita, legata ad un cantiere di restauro o ad un
occasionale sbancamento ad innescare
nuovi – o rinnovati - interessi scientifici.
Di fatto assistiamo, da qualche anno, ad
un più convinto impegno verso la storia
più lontana e profonda della città, quella
delle sue origini e della sua evoluzione
nel lungo periodo che precedette il grande sviluppo bassomedievale. In sostanza
la città che non vediamo, quella di cui i
documenti non ci parlano e le cui vestigia
architettoniche non si manifestano.
I saggi che seguono danno merito, e
solo in parte, a tutto ciò. Il dott. Paolo
1
2
Brogini offre il suo punto di vista, da storico, sull’assetto topografico della città romana e altomedievale, con argomentazioni che spaziano dalla toponomastica alle
fonti liturgiche, ma nella giusta consapevolezza di muoversi nel campo delle ipotesi, pronto a lasciare il testimone a chi,
operando sulle fonti materiali, ha il privilegio di proseguire anche là dove le fonti
scritte si arrestano.
Al periodo tardo-antico e all’altomedioevo è dedicato il saggio del dott.
Federico Cantini, fresco di una tesi di dottorato sui materiali del V-XI secolo rinvenuti negli scavi all’interno dell’Ospedale
di Santa Maria della Scala, tesi che già si
annuncia come un irrinunciabile punto di
riferimento storiografico per un arco di
tempo fino a questo momento oscurissimo per la storia della città. E’ un intervento denso di novità, che ben riflette gli eccezionali risultati emersi dagli scavi, avviati nel 1998 dal Dipartimento di
Archeologia e Storia delle Arti
dell’Università di Siena, in concomitanza
con il recupero del grande complesso ospedaliero, grazie ai quali sarà possibile
scrivere pagine di storia senese fino adesso rimaste del tutto in bianco, basti pensare al rinvenimento della prima testimonianza architettonica a carattere monumentale di epoca romana, un grande edificio termale databile tra IV e V secolo.
Fanno da parallelo gli scavi sull’altro
versante della collina, al di sotto del coro
e del transetto del duomo, condotti dallo
stesso Dipartimento dell’Università di
Siena negli anni 2000-2001. Di questi non
abbiamo, qui, un resoconto dei dati archeologici, che spaziano dall’età ellenistica al basso Medioevo e che hanno trovato una recente, vasta eco, dai probabili
resti di un rito propiziatorio romano per
la fondazione della città, bensì una puntuale presentazione, a cura del dott.
Alessandro Bagnoli, della straordinaria
scoperta del ciclo di pitture murali rinvenuto in concomitanza con gli scavi stessi,
oltre una relazione sugli aspetti tecnici
connessi al cantiere di restauro, diretto
dall’arch. Tarcisio Bratto. Insomma, in
questa fortunata stagione di scoperte, c’è
spazio anche per il sensazionale, perché
tale è, per la storia della pittura senese e
italiana tutta, il rinvenimento del ciclo
con storie del vecchio e del nuovo testamento.
Un altro importante tassello nella conoscenza della città romana, ad ulteriore
dimostrazione di quanto il sottosuolo senese conservi ancora di memoria storica,
viene dallo scavo realizzato, a cura del
Centro Studi Farma Merse, tra il 2000 e il
2002, nei fondi dell’Accademia dei Rozzi.
La dott.ssa Debora Barbagli ci illustra i risultati delle indagini, per altro provvisori
essendo buona parte dei reperti ancora
da studiare: un ricco deposito di materiali
di scarico, prevalentemente riferibili ad
età tardo romana, ma con sporadici reperti più antichi, compreso qualche elemento di epoca etrusca.
Con l’intervento del dott. Marco
Firmati, infine, usciamo dalla città per
trattare degli scavi recentemente svolti in
un altro importane sito. Si tratta della necropoli etrusca situata nei pressi di
Malignano, nel comune di Sovicille, in
un’area che già in passato aveva rivelato
tracce di insediamenti e necropoli collocabili a partire dalla tarda età del Ferro. Il
lavoro ha visto la ripulitura di alcune tombe a camera, già scavate negli anni ‘60
dalla Etruscan Foundation, e la scoperta
di un consistente numero di nuove tombe, nell’ambito della realizzazione di un
Parco archeologico aperto al pubblico,
promosso dal Comune di Sovicille e dalla
Soprintendenza Archeologica.
Forse, al termine di questo virtuoso ciclo di ricerche, che nell’archeologia avrà,
per forza di cose, il suo grimaldello, i dati
di fondo della Siena antica non si muoveranno più di tanto, e la città romana rimarrà quel centro di “scarsa importanza”
di cui parlava Bianchi Bandinelli, ma certo i suoi connotati saranno più veri e concreti, più chiari ed espliciti, e permetteranno, unitamente al dipanarsi delle conoscenze sull’altomedioevo, di capire e di
inquadrare meglio tanto il fulminante sviluppo dei secoli dopo il Mille, quanto l’affascinante rapporto tra la storia e il mito,
quel legame con l’antichità romana così
insistentemente cercato - e rivisitato - dagli uomini del basso medioevo e del
Rinascimento.
Frontespizi di due importanti saggi sull’antica origine di Siena: il Trattato di Bartolomeo Benvoglienti e lo studio di
Pietro Rossi sulla colonia senese in epoca romana.
Siena: dal “castrum” romano
al “burgus” altomedievale
Il dr. Paolo Brogini, nonostante la giovane età, è uno degli studiosi che hanno
indagato più analiticamente ed approfonditamente le fonti documentali al fine di
far luce sull’origine del centro abitato di Siena e di rilevarne l’antico sviluppo. Le
sue ricerche – confluite nella vastissima, magistrale tesi di laurea - hanno prodotto un primo articolo sull’assetto topografico del “burgus de Camullia” nell’alto medio evo, che ha trovato opportuna ospitalità tra le pagine del “Bullettino Senese di
Storia Patria” (CII,1997) ed un lungo saggio sulla crescita di detto borgo pubblicato
in “La chiesa di S. Pietro alla Magione nel Terzo di Camullia a Siena” (2001). Opere
che evidenziano la non comune capacità di analisi da accreditare all’autore ed
offrono un rilevante contributo di conoscenze sul controverso sviluppo urbanistico
di Siena intorno all’anno Mille.
Nell’articolo che segue, Brogini, mette nuovamente a frutto i suoi studi per descrivere la configurazione originaria del castrum romano e formulare alcune interessanti ipotesi sull’individuazione topografica della sua cerchia muraria.
Opportunamente l’autore s’interessa pure di quella Porta Salaria che si apriva davanti all’area attualmente occupata dal Palazzo dei Rozzi, dove lo scavo condotto
dal Centro Studi Farma Merse ha rilevato chiare tracce di un insediamento umano risalente all’ epoca imperiale romana.
Un articolo, dunque, che si affianca proficuamente alla collana di saggi presentati su questo numero di “Accademia dei Rozzi” nell’intento di illustrare l’impegno
posto dall’archeologia al servizio della conoscenza storica, in un momento in cui
anche la nostra città sembra finalmente aprirsi alle indispensabili ed illuminanti
attenzioni di questa disciplina.
4
La rilevazione degli otto circuiti di mura costruiti nei secoli a difesa di Siena.
Quello più interno ed ovviamente più antico, che circoscrive la Chiesa di S. Quirico, appare riferibile all’epoca romana.
5
L’individuazione della Siena
romana ed altomedioevale:
alcune considerazioni
e nuove ipotesi*
di PAOLO BROGINI
Sulla Siena romana grava l’equivoco, nato nella letteratura erudita, ma vivo anche
nel nostro secolo1, di volere ad ogni costo
individuare una cinta muraria unica abbracciante, più o meno, il tessuto urbano
di una città chiaramente decifrabile in
chiave di sviluppo posteriore. Tale tradizione, inaugurata nel XV secolo con il De
urbis et Senae origine et incremento opusculum 2 dell’umanista Bartolomeo
Benvoglienti per rivendicare l’antichità
dell’insediamento, si fonda su vestigia incerte, cancellate dal grande sviluppo della
Siena Trecentesca e, molto più probabilmente, riferentesi alla prima età medievale. Un caso emblematico è costituito dalle
porte urbiche, che venivano viste non solo
come circuito giuridico-militare, ma anche
come “monumenti”3. Un arco trionfale, la
Porta Aurea, fu individuato all’inizio di via
delle Murella (odierna via Tommaso
Pendola) da Giulio Piccolomini, erudito se-
6
* Desidero ringraziare per la preziosa collaborazione fornitami nella stesura di questo articolo
Alessandro Leoncini, il dott. Claudio Bartalozzi e
il dott. Michele Pellegrini. Un particolare e sentito
ringraziamento va all’amico Mario Ronchi che mi
ha permesso di realizzare materialmente questo
scritto.
1
P. ROSSI, Le origini di Siena: Siena colonia
romana in Conferenze tenute nella R.
Accademia dei Rozzi per cura della
Commissione Senese di Storia Patria, 3 aprile
1897, vol. III, Siena 1897, pp. 40 ss.; V. LUSINI, Note
storiche sulla topografia di Siena nel secolo XII,
“Bullettino Senese di Storia Patria” (d’ora in avanti
“BSSP”), XXVIII (1921), p. 244- 249.
nese vissuto nel XVII secolo; questi, del
tutto arbitrariamente, attribuì al Senatus
Populusque Senensis un arco onorario dedicato a Traiano sulla base di un frammento scoperto in quello stesso luogo nel
1576, di alcune colonne sparse per la città,
a suo avviso antiche, e di un capitello che
si trovava all’epoca in una casa della famiglia Azzoni4.
Invero l’individuazione della porte urbiche rappresenta una questione fondamentale per giungere ad una definizione del
perimetro della città murata della Colonia
Romana di Saena Iulia. L’impressione che
si ricava, in base soprattutto ai ritrovamenti archeologici finora intervenuti, è che
quest’area sia stata molto più ristretta di
quella ipotizzata dagli eruditi avvicendatisi
fin dalla fine del Quattrocento e abbia
compreso, per la precisione, il colle di
Castelvecchio e di Santa Maria. Ci sono numerose circostanze che dovrebbero avva-
2
L’opera, composta in latino a Siena fra il
1480 e il 1482, dietro suggerimento del Cardinale
Francesco Piccolomini Todeschini (il futuro pontefice Pio III), e pubblicata sempre a Siena nel
1506, fu riproposta in volgare con la traduzione
di Fabio Benvoglienti con il titolo di Trattato de
l’Origine et Accrescimento della Città di Siena,
Roma 1571.
3
Siena: le origini. Testimonianze e miti archeologici, Catalogo della Mostra (Siena 19791980) a cura di M.CRISTOFANI, Firenze 1979, p. 147.
4
E’ da notare che questa invenzione fu presa
per buona da ben più famosi eruditi del
Settecento, quali Uberto Benvoglienti e Giovanni
Antonio Pecci: ivi, p. 119.
lorare quest’idea. Ad esempio, nella ricostruzione della Siena altomedievale si fa
spesso riferimento alla Porta Salaria, attorno alla quale esistono supposizioni e
collocazioni spesso divergenti5. In primo
luogo è riscontrabile una curiosa analogia
che sembra accomunare le porte direzionate verso ovest ed est, ovverosia la Porta
di Stalloreggi e la Salaria. La Porta di
Stalloreggi, situata in fondo al Piano dei
Mantellini, e non a caso popolarmente denominata Due Porte, come si può tuttora
constatare, presentava un doppio fornice
di entrata. Uno dei due ingressi fu infatti
tamponato e l’altro ristrutturato negli anni
1230-31 durante la Guerra dei sei anni
contro Firenze, successivamente alla rovinosa sconfitta di San Vito, (15 giugno
1230), incursione operata dai Fiorentini,
che provocò ingenti devastazioni a nord
della civitas6. Anche la Porta Salaria, nominata già nel 1067 7, doveva avere anch’essa una struttura a doppio fornice: lo
si desume dall’insegna dell’omonima
Compagnia d’armi, che presentava due
archi bianchi in campo rosso alla cui
sommità campeggiava un gallo bianco
(Porte Salarie et Galgarie: campus rubeus cum ianua ad duos arcos cum gallo
albo super ea)8. La sua ubicazione presso
5
Secondo P. ROSSI. Le origini di Siena cit. p.
47, la porta era volta verso Fontebranda; per
V.LUSINI, Note cit. p. 245, invece, la “porta decumana” andava cercata “negli orti” dietro le case di
Piazza San Giovanni ; così anche P. NARDI, I borghi
di San Donato e di San Pietro ad Ovile.“Populi”,
contrade e compagnie d’armi nei secoli XI-XIII,
“BSSP”, LXXII-LXXV (1966-68), p. 9 n. 9.
6
Libri dell’entrata e dell’uscita della
Repubblica di Siena detti del Camarlingo e dei
quattro Provveditori della Biccherna, (d’ora in
avanti Libri di Biccherna), a cura della Direzione
del R. Archivio di Stato di Siena, Libro III, Anno
1230, Siena 1217, pp. 70, 141, 231, 262, 303; Idem,
Libro IV, anno 1231, Siena 1921, pp. 112. Riguardo
alle devastazioni e alle ricostruzioni a nord di
Siena durante il corso della guerra, cosiddetta dei
“sei anni” contro Firenze vedi P. BROGINI. Presenze
ecclesiastiche e dinamiche sociali nello svilup-
Raffigurazione ottocentesca dello stemma della
Compagnia militare di Porta Salaria, che ben evidenzia
la presenza di un doppio fornice nella struttura fortificata altomedievale oggi distrutta, ma significativamente
presente nel contesto civile e religioso senese.
l’area dell’attuale Costarella dei Barbieri è
intuibile dalla lettura di un pagamento della
Biccherna del 1329 ad alcuni maestri (tra
cui spicca il celebre scultore Camaino di
Crescentino) che terminaverunt Campum
po del borgo di Camollia (sec. XI- XIV) in La
chiesa di San Pietro alla Magione nel Terzo di
Camollia a Siena. Il monumento - l’arte - la storia, a cura di M.ASCHERI, Siena 2001, pp. 90-92 e n.
283 con relativa bibliografia.
7
ARCHIVIO DI STATO DI FIRENZE, Diplomatico
Passignano, 1067 Agosto: “… Porta que dicitur
Salaia” .
8
ARCHIVIO DI STATO DI SIENA (d’ora in avanti
ASS), Concistoro n. 2371, c. 5v., 1420 luglio 1 (recentemente pubblicato da M.A. CEPPARI RIDOLFIP.TURRINI, con la collaborazione di L. VIGNI, M.A.
C E P PA R I R I D O L F I , M. C I A M P O L I N I , P. T U R R I N I ,
Repertorio documentario sulle Contrade e sulle feste senesi in L’immagine del Palio. Storia,
cultura e rappresentazione del rito di Siena, a
cura di M.A. C EPPARI R IDOLFI , M. C IAMPOLINI , P.
TURRINI, Iolo (Po) 2001, pp. 525-526.
7
La Porta di Stalloreggi, in epoca altomedievale, era caratterizzata da un doppio fornice, tutt’oggi ben visibile dall’esterno e, probabilmente, simile a quello della Porta Salaria.
Fori in pede Porte Salarie9. La porta a doppio arco è uno stilema architettonico risalente alla tarda romanità e precisamente alla fine del III sec. d.C.; ai tempi
dell’Imperatore Aureliano (270-275) avevano a Roma un simile schema, generalmente con cortina di travertino e torri rotonde
all’esterno, le porte situate nelle grandi vie
di comunicazione con il nord e il sud della
Penisola e con i porti annonari della città,
quali l’Appia, l’Ostiense, la Portuense e la
Flaminia. Il motivo architettonico non fu
comunque esclusivo della Capitale: si pensi alla famosa Porta Nigra di Treviri (258267 d.C. circa), grande costruzione concepita come la fronte di un colossale palazzo
con due ingressi arcuati in basso e due ordini di finestre al di sopra, decorate con se-
9
8
ASS, Biccherna n. 162, 1329 luglio - 1329 dicembre, c. 139v (dicembre 20):“Item II libras magistro Camaino et magistro Angelo Venture, magistero Dino Compagni e magistro Bertino
Salvucci, videlicet decem soldos pro quolibet
pro eorum salario, quia terminaverunt Campum
micolonne. Simili a questa sono anche le
porte di Verona, di Milano del Wardar di
Salonicco, e, sebbene molto anteriore, la
Porta Palatina di Torino. Durante
l’Impero di Arcadio e Onorio (IV secolo
ex.-V secolo in.), all’epoca delle prime invasioni barbariche, quasi tutte le porte furono ridotte a un solo arco, soprattutto ad
opera del Generale Stilicone, allo scopo di
essere meglio difese; questo provvedimento segnò la fine di tale modello nell’epoca
medioevale. La posizione di queste doppie
porte potrebbe pertanto individuare l’area verosimilmente occupata dalla Colonia
Romana ed è possibile che la loro costruzione sia da far risalire appunto alla fine
del III secolo d.C., periodo in cui il doppio
fornice si diffuse nell’Impero Romano10.
Fori in pede Porte Salarie”.
10
P. BROGINI, Lo sviluppo urbanistico di Siena
fino all’età precomunale, Tesi di Laurea discussa
presso la Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università degli Studi di Siena nell’ a.a. 19911992, relatore Prof. D. BALESTRACCI , pp. 50- 51.
Tale suggestiva ipotesi andrebbe, beninteso, supportata dall’ausilio di opportuni rilievi e verifiche archeologiche. Non abbiamo, infatti, nessuna testimonianza iconografica oltre la già citata insegna della
Compagnia d’armi di Porta Salaria.
Inoltre, il complesso strutturale delle Due
Porte sembra in maniera inequivocabile interpretare stilemi architettonici riferibili all’inizio del Duecento, o semmai alla fine del
precedente; tuttavia, come vedremo meglio
in seguito, è inserito in una cinta muraria di
blocchi tufacei assai più antica11.
Un altro tipo di fonte che ci può per-
mettere di ipotizzare il percorso delle mura romano-altomedievali è costituito, come giustamente fece rilevare a suo tempo
l’erudito Emanuele Repetti 12, dall’Ordo
Officiorum, l’antico libro liturgico della
Chiesa senese13. La posizione delle porte
della prima cerchia, notava lo studioso,
poteva essere dedotta dal rituale che il
clero senese osservava per la ricorrenza liturgica delle Rogazioni, ovverosia i tre
gior ni
precedenti
la
festività
dell’Ascensione. Le Rogazioni erano preghiere, per lo più, in processione che si recitavano per impetrare da Dio un buon
Frammenti di mura nel tratto intercorrente tra la Porta di Stalloreggi e quella Oria, situate, rispettivamente, in prossimità della Chiesa di S. Quirico e dell’oratorio di S. Ansano. La relativa sezione appare riferibile ad un ampiamento altomedievale della cerchia di origine romana.
11
Sulla presenza di una cinta muraria comprendente la “fortezza” del colle di Castelvecchio
vedi A. LEONCINI, “Siena in fasce”. Topografia e
immagini della Sena Vetus, Monteriggioni (SI)
1998 (già in “BSSP”, CIII [1996], pp. 431-476, con
il titolo: Castelvecchio, topografia e immagini
medioevali).
12
E.REPETTI, Dizionario geografico, storico fisico della Toscana, voll. VI, Firenze 1833-1846,
vol.V, pp. 357-359.
13
G.C. TROMBELLI, Ordo Officiorum Ecclesiae
Senensis ab Oderico eiusdem ecclesiae
Canonico anno MCCXIII compositus, Bononiae
1575. Su questa importante fonte per lo studio
della liturgia della Chiesa senese vedi adesso R.
ARGENZIANO, Gli inizi dell’iconografia sacra a
Siena. Culti, riti e iconografia nel XII secolo,
Firenze 2000, pp. 52-101.
9
raccolto ed hanno un legame diretto con
le Ambarvalia e con gli Amburbali dei
Romani: queste forme cultuali consistevano nel girare intorno alla città di Roma, facendo sacrifici e cantando inni religiosi a
Cerere14.
A Siena, nel Duecento, durante le processioni delle litanie maggiori, delle Palme,
della Candelora, il Vescovo, il clero e il popolo ricordavano a Porta Salaria e
all’Arco di Castelvecchio, i limina della
civitas, fermandosi prima di attraversare il
fornice, mentre venivano cantate antifone
con chiari rimandi metaforici alla città santa15. Successivamente, nelle Rogazioni, sarebbe invalso l’uso di raggiungere le varie
chiese della città e dei suburbi,“cantando
diverse antifone” e, ponendo, in corrispondenza delle antiche porte urbiche,“in alto
traverso alla strada il gonfalone o stendardo, affinché vi passassero di sotto tutti
quelli che accompagnavano la processione”16. Senza stare a dilungarsi sulle complesse procedure liturgiche, ricordiamo
che il primo giorno il corteo sacro raggiungeva il Terzo di Camollia e in maniera
particolare all’antica chiesa dei Santi
Donato e Ilariano, all’ingresso dell’odierna via Montanini, si effettuava una sosta17
14
P. BROGINI, Lo sviluppo urbanistico cit., p.
51.
15
10
Cfr. in proposito, M.PELLEGRINI. Una città in
Chiesa.Vita religiosa dei laici e prassi liturgica
nella Chiesa senese del primo Duecento, in
Fedeli in chiesa,“Quaderni di storia religiosa”,VI
(1999), pp. 32-33 nn. 45-47; F. D’ACCONE. The civic
Muse. Music and Musicians in Siena during the
Middle Ages and the Renaissance, ChicagoLondon 1997, pp. 88-91.
16
E. REPETTI, Dizionario cit., p. 358.
17
Ordo Officiorum cit. cap. CCXXVI, p. 216:
“cum autem pervenerimus ad Ecclesiam Sancti
Donati, antequam ingrediatur Episcopum, vel
Archipresbiter, ibi circa ianuas intus a Clericis facto Coro, dicit breves litanias, scilicet Agnus Dei
qui tollit peccata, suscipe deprecationem nostra etcaetera….”.
18
E. REPETTI, Dizionario cit., p. 358. Cfr. anche quanto asserito da Girolamo Macchi riferen-
dove, appunto, si metteva di traverso il
gonfalone e il popolo vi passava sotto18.
Il secondo giorno invece la processione
si recava nel Terzo di San Martino, soffermandosi alla chiesa di San Martino, officiata dai canonici lucchesi di San Frediano,
dove si ripeteva lo stesso rituale tenuto a
San Donato19: passando dalla Porta Salaria
veniva intonata l’antifona De Hierusalem
exeunt reliquae et salvatio de Monte
Sion20 e veniva ripetuto l’abbassamento
del gonfalone21. Significativamente la sosta
viene indicata nel libretto processionale
come ad Portam Salariam vel in exitu
Civitatis22. L’ultimo giorno era la volta del
Terzo di Città ed il clero cittadino, dopo aver raggiunto la chiesa di San Pietro, arrivava fino alla Chiesa di S. Matteo ai Tufi dove
si ripeteva il rito consueto. Al ritorno, di
fronte ad Arcum de Castro Veteri, veniva
effettuata la sosta23. Quantunque l’Ordo
non faccia alcun riferimento alla pratica di
mettere il gonfalone attraverso le strade e i
luoghi ove erano ubicate le porte della cerchia più antica, tuttavia, asserisce il
Repetti,“vi supplisce un libretto pubblicato in Siena nel 1810, Sull’ordine delle tre
processioni delle rogazioni secondo l’uso
della chiesa senese24. Secondo questo ri-
dosi alla sosta alla chiesa di San Donato, in ASS,
ms. D. 107, Memorie, c. 157v., “il primo giorno
delle Rogattjoni si ferma qui il Popolo e il Clero
del Duomo e ci dicono molte preci per il Terzo
di Cammullia per preclare S.D.N. dell’idolatria, e
nel ritorno ci mettano attraverso il Gonfalone e
sotto ci passa tutto il popolo per antica consuetudine”.
19
Ordo Officiorum cit., cap. CCXXVII, p. 217.
20
Ivi, cap. CCXXVI, p. 209.
21
E. REPETTI, Dizionario cit., p. 358.
22
Il processionale originale delle Rogazioni è
descritto in BIBLIOTECA COMUNALE DI SIENA (d’ora in
avanti BCS), ms. F.VI.11 ed è edito in gran parte in
nota nell’Ordo Officiorum cit., pp. 209-215 n.b.
Per l’identificazione del manoscritto con la fonte
del testo pubblicato dal Trombelli cfr. M.
PELLEGRINI. Una città cit., p. 66 n. 41.
23
Ordo Officiorum cit., cap. CCXXVIII, p. 218.
24
E. REPETTI, Dizionario cit., p. 358.
tuale che effettivamente già nel XVII e XVIII secolo veniva seguito25, lo stendardo
processionale veniva usato a San Donato
all’Arco, alla Porta di San Maurizio per il
Terzo di San Martino, mentre per quello di
Città analoga prassi era tenuta alla Salaria,
alle Murella cioè all’Arco di Castelvecchio
e infine alla Porta di Stalloreggi di dentro
ovvero alle odierne Due Porte26.
Un’altra significativa prova dell’ipotesi
finora formulata viene offerta dal De
Ordine Processionis in Reversione, che si
officiava nella Domenica delle Palme: dopo la benedizione dei rami di palma e di olivo che si celebrava nella chiesa di San
Martino, il Vescovo alla testa dei chierici e
del popolo faceva ritorno alla Cattedrale.
Quando la processione era in prossimità
della Salaria, veniva compiuto il rito commemorativo dell’ingresso di Gesù in
Gerusalemme: mentre il clero teneva la
croce e il popolo intonava il coro, il cantore insieme a due chierici si portava usque
sub limine Portae, ove venivano cantati il
Domine Miserere tre volte e il salmo
Ingrediente Domino. La processione entrava quindi simbolicamente in città e recta via sursum tornava in piazza usque
plateam Maioris Ecclesiae27.
Assai interessante è anche il De
Benedictione Candelarum et Ordine
Processionis. Durante questa celebrazione
religiosa, dopo la benedizione avvenuta in
Duomo, Vescovo, clero e popolo, con le
candele accese in mano, uscivano dalla
Cattedrale, piegavano a destra, (passando
dietro la canonica o attraversando il triplice ingresso recentemente riscoperto sotto
l’area del coro del Duomo?), e giunti alla
Salaria tornavano alla chiesa Maggiore,
percorrendo la via Galgaria (l’odierna via
di Città) e girando nuovamente a destra
all’altezza della Porta de la Posterula (odierna Piazza Postierla)28. La dislocazione
delle stazioni alla Salaria, al non meglio identificato Arco di Castelvecchio, nonché
il percorso effettuato dietro la canonica,
sembrerebbero rafforzare la prima impressione in questa sede espressa e cioè che il
perimetro delle mura della Colonia
Romana di Siena cingesse le alture di
Castelvecchio e di Santa Maria. Gli esiti degli scavi eseguiti su quest’ultimo sito dal
Dipartimento di Archeologia e Storia delle
Arti dell’Università di Siena potrebbero costituire un ulteriore conferma di tale ipotesi. Il recente ritrovamento di un pozzetto
sacrificale risalente all’età augustea (primo
secolo) con all’interno tre cani tranciati e
un cavallo, potrebbe far pensare al rito augurale che i romani erano soliti effettuare
La Torre della Rocchetta (o di S.Ansano in relazione al
limitrofo oratorio), ritenuta perno con le altre due
torri di Voltaia e di Postierla del sistema difensivo di
Castelvecchio. Nelle sue immediate vicinanze si apriva
la Porta Oria.
25
Cfr. ASS, ms. D.107, G. MACCHI, Memorie
cit., c. 534r.
26
E. R E P E T T I , Dizionario cit., p. 358; L.
BORTOLOTTI, Le città nella storia d’Italia. Siena,
Bari 1983, p.7.
27
Il rito è descritto anche nel processionale
BCS, ms. F:VI.11, c. 52r: “ad portam Salariam
Cantor cum duobus stans sub limine porte dicit
Domine Miserere. Chor us R (espondit)
Kyrieleyson appropinquando cum cruce, cum isto R ingrediunt civitatem et recta via sursum
revertuntur usque in plateam Maioris ecclesiae”; vedi anche V. LUSINI, Note cit., pp. 245-246,
n. 2.
28
BCS, ms. F:VI.11, c. 33v; vedi anche V. LUSINI,
Note cit., pp. 245-246.
11
per ingraziarsi gli dei quando si intendeva
procedere all’edificazione di un nuovo insediamento. Analogo prassi era stata osservata durante gli scavi del Tempio di
Castorino a Roma. L’assenza del recupero,
nella campagna di scavi, di altre emergenze architettoniche e in particolare delle
mura rende difficoltoso determinare quale
tipo di città i romani avessero pensato per
questi luoghi. Ciò nonostante la persistenza di ulteriori significative indicazioni toponomastiche, ricavabili anche dallo studio delle fonti documentarie, inducono a
ritenere possibile che un perimetro murario sia effettivamente esistito. Innanzitutto
non si può trascurare la notizia dell’esistenza nel 1230 di una Porta que dicitur
Oria de Castelvecchio29, ubicata fra l’oratorio di Sant’Ansano e il convento di Santa
Margherita, all’inizio della discesa che da
Castelvecchio conduce nel Piano dei
Mantellini per raggiungere poi Porta San
Marco30. Non è difficile riscontrare nel termine Oria la volgarizzazione del latino
Aurea. A proposito del toponimo di Porta
Aurea è assai frequente nelle città italiane
e costituisce un probabile indizio della sua
origine tardo-romana. E’ attestato, infatti, a
Pisa e a Genova, (Portoria), a Feltre (Porta
Oria), a Belluno (Portorgia) e a Bassano
(Oriola). Pare che il nome di Porta Aurea,
noto anche a Sebenico e a Candia, sia stato
tipico in origine di una Porta di Ravenna e
di Bisanzio e che il senso sia quello di “porta con ornamenti”. L’archetipo comune è
rappresentato dalla Porta Aurea del palazzo imperiale fatto costruire da Diocleziano
a Spalato31. Il fornice è ricordato nei documenti con varie denominazioni quali
Porta di Castelvecchio, di San Quirico in
Castelvecchio e al Castello, oltre al “poco
honesto“ nome che le veniva attribuito dal
Frammenti di cortina altomedievale in una casa di via T. Pendola (non casualmente già chiamata delle Murella), riferibile
ad una delle più antiche sezioni delle mura urbane.
29
12
Libri di Biccherna cit., Libro Terzo, anno
1230, Siena 1917, p. 90 (marzo): “Item III libr. et
XVI sol. et V den. Bonaccorso Cicconi quos solvit
et expendit pro reactanda porta que dicitur Oria
de Castelvecchio”.
30
A. LEONCINI, “Siena in fasce” cit., p. 20.
31
P. BROGINI, Lo sviluppo urbanistico cit., p.
200 n. 644.
popolo e che derivava da una scultura romana, in marmo o in terracotta, che vi era
collocata e che raffigurava un simbolo fallico connesso al culto di Bacco e considerato benaugurale32. Tale “ornamento” fu probabilmente la causa dell’ abbattimento dell’arco e di un tratto di mura, avvenuto nel
1450 su sollecitazione delle religiose dell’adiacente convento di Santa Margherita
per liberarsi dell’imbarazzante presenza33.
Significativa risulta anche la descrizione
tardo duecentesca del percorso murario
che dalla Porta all’Arco conduceva usque
ad Portoriam, ove si fa riferimento alle
mura veteres civitatis Senarum qui dicitur Murelle34. Il toponimo Murella, usato
fin dal 124635 per designare l’attuale via
Tommaso Pendola, ci riconduce alla possibile presenza di una cinta muraria nel
colle di Castelvecchio. Si potrebbe quindi,
pur con le dovute cautele, avanzare l’ipotesi suggestiva ma non priva di qualche
fondamento che la Colonia di Saena Iulia
fosse dotata, seguendo la consuetudine urbanistica romana di un Cardus maximus
e di un Decumanus maximus. Il Cardus
maximus, (est-ovest), come del resto potrebbe far supporre il reticolo stradale ancora esistente, avrebbe potuto collegare la
Porta Salaria e una porta compresa nell’area dell’odierna via Stalloreggi, non individuabile se non attraverso una serie di
deduzioni ed eloquenti analogie. Secondo
l’opinione corrente la fortezza di
Castelvecchio non avrebbe incluso le Due
Porte in quanto, come abbiamo già evidenziato, struttura architettonica databile
alla fine del XII secolo o alla fine del XIII36,
ma il suo inserimento in un tratto murario
composto da blocchi di tufo squadrati e
di vario materiale di riporto lascia presumere un possibile “ampliamento delle mura di cinta della città tardo romana. Questa
cerchia di mura si r icollegava a
Castelvecchio con un tratto di muraglia di
cui sopravvive ancora – anche se in precario equilibrio – un frammento visibile sulla destra della chiesa di S. Quirico” 37.
Inoltre perdura per i due ingressi urbici
l’analogia del doppio fornice di entrata,
chiaro stilema romano. Il Decumanus, invece, partendo dall’Arco di Castelvecchio
e snodandosi grosso modo lungo la direttrice delle odierne vie di San Pietro e del
Capitano (anche se alla luce dei documenti altomedievali la strada che conduceva
alla Chiesa maggiore era diversa e con
32
A. LEONCINI, “Siena in fasce” cit., p. 20 e
n. 32.
33
Ivi, pp. 11 n. 6 e 32.
34
ASS, Statuti di Siena n. 5, XIII sec. ex. (1298
maggio), Dist. III (De examplanda via de Casato
que mictit in Campo Fori), c. 167r:“…Et predicta
fiant expensis hominis et personarum qui habent
facere ex utroque latere vie a Campo Fori usque
ad Portam Arcus et illorum qui habent facere a
dicta Porta Arcus usque ad Portam Novam de
Tufis ex utraque parte vie et omnium illorum qui
habent facere infra hos confines, silicet: a dicta
Porta Arcus usque ad Portoriam et infra muros veteres civitatis Senarum qui dicitur Murelle et alios
muros novos …”.
35
P. BROGINI, Lo sviluppo urbanistico cit., p.
33 n. 87.
36
V. DE VECCHI, L’architettura gotica civile senese,“BSSP”, LVI (1949), p. 5.
37
A. L EONCINI , “Siena in fasce” cit., p. 19
n. 28.
La piccola statua di un personaggio togato, inserita da
epoca immemorabile in un muro del vicolo di
Castelvecchio, sembra confermare la presenza in loco
di un insediamento romano.
13
sbocco nell’area occupata dall’odierno
Palazzo della Prefettura), sarebbe potuto
giungere in Piazza del Duomo.A protezione del vicino incontro fra i due assi viari
principali, più o meno all’altezza dell’attuale Piazza Postierla, dove il circuito murario faceva ansa, secondo la concezione
architettonica tipica dei Romani38, si apriva una posterula o porta di servizio, o
porta “secondaria nelle mura” che ritroviamo in altre città italiane come Pisa e
Ravenna (Pusterla)39. Nell’epoca altomedievale, una volta smarrito il senso funzionale avuto in quella romana, il termine posterula permase come toponimo locale40
e costituisce un altro rilevante indizio
dell’esistenza di una cerchia muraria tardo-romana. Tale porta secondaria sarebbe
stata poi chiamata, nel corso del XIII secolo, del Verchione 41, dall’italiano antico
Verchione = chiavistello42, vocabolo di cui
rimane traccia nella denominazione dell’omonimo vicolo. Se fosse plausibile questo schema, in particolare l’assetto viario
del Decumanus maximus, sulle pendici
del colle di Santa Maria dovrebbe esistere
una seconda porta cardinale della quale si
è persa la memoria storica forse per la sua
peggiore posizione logistica, ma più probabilmente a causa delle invasioni barbariche, che risultarono oltremodo devastanti
per la piccola Colonia senese.
Resta chiaro che tale indicazione, come
del resto tutte le altre fin qui espresse, intende essere, vista la labilità delle concrete
acquisizioni scientifiche in nostro possesso, solo un “suggerimento”, sebbene supportato da fonti documentarie e toponomastiche, per l’individuazione dei limina
della Colonia Romana di Saena Iulia da
parte dell’unica scienza che può fornire elementi esaustivi: l’archeologia.
Fue frammenti di scultura altomedievale inseriti in un muro di via Vallepiatta.
38
P. BROGINI, Lo sviluppo urbanistico cit., p.
56.
39
Ivi, p. 207 n. 665.
Tra le sottoscrizioni di un atto del 1076
compare il “singnus manus Pepoli filius quondam
Dominichi qui dicitur de la Posterula”; vedi Carte
dell’Archivio di Stato di Siena: Opera Metropolitana (1000-1200) a cura di A. GHIGNOLI, Siena
1994, 1076 [1-24], p. 51.
41
Libri di Biccherna cit., Libro Sesto, anno
40
14
1246, Siena 1929, p. 117 (dicembre): “Item XXX
den. Ardovino lanaiolo portonario porte de
Verchione”.
42
S. PIERI, Toponomastica della Toscana meridionale (Valli della Fiora, dell’Ombrone, della
Cecina e fiumi minori) e dell’Arcipelago
Toscano, a cura di G. G AROSI , riveduto da G.
BONFANTE dell’Università di Torino, Siena 1969, p.
366.
Un giovane, valente archeologo
e recenti scavi presso
l’Ospedale di
S. Maria della Scala
L’autore del prossimo saggio, Federico Cantini, si è laureato nel 1999 presso
l'Università di Siena, con una tesi dal titolo “Lo scavo archeologico del castello di
Montarrenti” (relatore prof. Riccardo Francovich, cattedra di Archeologia
Medievale), ha poi conseguito, presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle
Arti della medesima università, il titolo di Dottore di Ricerca con tesi dal titolo “Le
fasi di V-XI secolo dello scavo dell’Ospedale di Santa Maria della Scala: per una
definizione della città di Siena nell’alto medioevo”.
Nel 2002 ha vinto il premio Ottone d’Assia per la migliore opera giovanile in
Archeologia Medievale, dedicata allo scavo di Montarrenti, ora in corso di stampa.
Ha svolto corsi e seminari presso l'Università di Siena e ha diretto ricerche archeologiche a San Genesio (San Miniato) e a Santa Lucia (Montelupo Fiorentino), per
conto dell’Università di Siena e del Museo Archeologico e della Ceramica di
Montelupo.
Particolare dell’Ospedale di S. Maria della Scala nel rilievo cinquecentesco di Francesco Vanni.
15
Lo scavo archeologico
nel S. Maria della Scala
di FEDERICO CANTINI
Lo scavo delle stratigrafie archeologiche sulle quali si erge l’Ospedale di Santa
Maria della Scala, iniziato nel luglio del
1998 per rispondere alla necessità di documentare i depositi che sarebbero stati
distrutti dai lavori del cantiere di restauro
del complesso architettonico, ha dato la
possibilità di ricostruire i processi di trasformazione che hanno sostanzialmente
modificato, tra tardoantico ed altomedioevo, il tessuto insediativo di questa parte
di Siena. Nel nostro caso il dato archeologico rivestiva un’importanza particolare
soprattutto perché, basandosi esclusivamente sulle fonti scritte, risulta impossibile ricostruire l’immagine della città in epoca tardoantica ed altomedievale (cfr.
BROGINI 1991-1992).
L’indagine, diretta dal Prof. Riccardo
16
Fig. 1 - Abside orientale dell’ingresso alle terme tardoantiche.
Francovich e dal Prof. Daniele
Manacorda, e coordinta dalla Prof.ssa
Alessandra Molinari e dal Prof. Emanuele
Papi, ha permesso di studiare consistenti
depositi stratigrafici databili tra il VI e l’XI
secolo d.C., che si conservavano al di sotto di ben 15 ambienti dell’ospedale, collocati su tre livelli, lungo la medievale
strada interna.
Per la seconda metà del IV e la seconda metà del V secolo d.C. i dati raccolti
mostrano l’immagine di una città che sembra godere ancora di una certa vitalità, come sembra dimostrare la costruzione del
grande edificio termale a cui appartiene la
struttura biabsidata emersa dallo scavo
(fig. 1). In questo senso ci indirizzano del
resto anche le stesse fonti epigrafiche, che
attestano l’impegno, verso la fine del IV
secolo, di un rappresentante dell’elites aristocratica senese per realizzare nuove
scuole e ristrutturare gli impianti idrici (cfr. CIL VI, 1973). Inoltre il paesaggio urbano, che si doveva estendere nell’area poi
occupata dal complesso architettonico
dell’Ospedale, è sempre costellato da abitazioni in buona muratura, rispecchiando
quanto già documentato in gran parte delle città italiane (cfr. BROGIOLO G. P., GELICHI
S. 1998, pp.108-121).
Anche l’analisi dei manufatti ceramici
che circolavano a Siena in questo periodo
mostra un nucleo urbano che rimane aperto ai commerci mediterranei: sono infatti ancora attestate, sebbene in modeste
percentuali, anfore africane e valdarnesi e
sigillate tunisine, che affiancano alcune
produzioni locali di vasi per la mensa verniciati o ingobbiati di rosso, ormai quantitativamente dominanti.
Quanto emerso per Siena trova dei
confronti stretti in altre realtà urbane toscane, che, tra la fine del IV e il V secolo
d.C., pur frammentandosi e contraendosi
lungo gli assi viari principali o presso le
porte (cfr. CIAMPOLTRINI 1994, p. 630), accolgono spesso nuove strutture termali
come a Volterra (cfr. ALBERTI 1999, pp. 7677) e a Roselle (cfr. RIZZITELLI 1999, p.
109).
La situazione inizia a cambiare tra la fine del V e la prima metà del VI secolo
d.C.: a Siena, le stratigrafie archeologiche
indagate mostrano una città coperta da livelli di macerie e tagliata da grandi fosse
riempite con i materiali di risulta delle attività di spoliazione degli edifici romani.
La coincidenza cronologica tra questi forti
segni di crisi e gli anni della guerra grecogotica lascia supporre che i primi siano una diretta conseguenza degli eventi bellici
che attraversarono l’Italia nella prima
metà del VI secolo d.C.
Il materiale ceramico che circola in
città rimane comunque legato al mondo
antico: giungono ancora alcune anfore africane (fig. 2) o di provenienza orientale
(cfr. MILANESE 1991, p. 372) e continuano
ad essere attestate le sigillate tunisine, imitate dalla produzione locale ingobbiata
di rosso. Con la tecnica dell’ingobbiatura
Fig. 2 - Anfora tipo spatheion (IV-VI secolo d.C.)
si arriva ora a realizzare un vero e proprio corredo domestico, che comprende
coppe, scodelle e brocche, contenitori
per la preparazione dei cibi e piattelli da
toilette. Per quanto riguarda la cucina iniziano a farsi preponderanti i prodotti foggiati con argille grossolane, probabilmente di ambito locale o regionale, con pentole, casseruole, tegami, colini e coperchi.
Per l’illuminazione si utilizzano ancora lucerne africane, ritrovate comunque in
modestissime quantità nello scavo, ed alcune loro imitazioni in argilla depurata.
La crisi del tessuto urbano di questa
parte della città non sembra chiudersi tra
la seconda metà del VI e l’inizio del VII
secolo d.C., quando la struttura absidata,
che faceva da ingresso alle terme, diventa
oggetto di pesanti spoliazioni ed i piani di
calpestio tardo-antichi iniziano ad essere
coperti da spessi strati di terra scura.
Se il quadro insediativo risulta abbastanza desolante, il materiale ceramico
rinvenuto mostra invece come ancora
non si siano interrotti del tutto i traffici
con le officine del nord Africa, dalle quali
provengono, seppur in quantità limitatissime, gli ultimi esemplari di stoviglie per
la mensa. Alla crisi delle importazioni non
17
dovette corrispondere quella della domanda, se proprio ora si assiste all’esplosione delle produzioni di ceramiche locali: quelle ingobbiate ampliano il repertorio delle forme foggiate e iniziano proprio
adesso ad essere attestate quelle decorate
con colature di ingobbio rosso che compaiono su brocche, grandi contenitori utilizzati per la conservazione degli alimenti
e vasi funzionali alla preparazione dei cibi. Infine, il vasellame da cucina foggiato
con impasto grossolano viene caratterizzandosi per un campionario di forme
molto articolato, che, oltre alle pentole,
alle casseruole e ai coperchi, comprende
ora anche i testi. Una tendenza diametralmente opposta riguarda invece i prodotti
verniciati, che dopo l’inizio del VII secolo
d.C. sono poco attestati.
Il quadro offerto dallo studio dei reperti ceramici, che mostra corredi da
mensa e da cucina molto ricchi e di buo-
18
na qualità, sembra difficilmente conciliabile con quanto i dati stratigrafici ci inducono a pensare sul paesaggio di questa
parte della città. In realtà questa contraddizione è solo apparente e può essere
spiegata se si tiene conto del fatto che
questo versante della collina, ormai privo
di strutture residenziali, inizia, proprio
partire dalla seconda metà del VI secolo
d.C., a diventare la grande discarica di un
abitato che doveva essere ancora vitale,
ma che però si trovava probabilmente altrove. Per quanto riguarda la sua localizzazione, è plausibile pensare che si estendesse in una zona posta più in alto rispetto alla discarica, zona che potrebbe essere identificata, anche in base a quanto lasciano supporre le fonti scritte di poco
posteriori, peraltro molto povere di dati,
con il piano di Santa Maria o con
Castelvecchio. La presenza di abitazioni
sul piano di Santa Maria è stata del resto
Fig. 3 - Fosse per le sepolture scavate all’interno dell’ingresso alle terme tardoantiche.
confermata anche dal rinvenimento, nel
corso della campagna di scavo realizzata
nel 1988 sul fronte dell’ospedale, dei resti
di un edificio con pareti in terra su zoccolo in muratura databile tra il VI e il VII secolo d.C. (cfr. DE LUCA 1991, pp. 190-191).
La marginalità dell’area occupata dal
complesso architettonico dell’ospedale
sembra confermata anche nella prima
metà del VII secolo d.C., quando grandi
quantità di macerie, alternate a spessi riporti di terra scura, vanno a coprire le aree urbanizzate in età romana, dove compaiono anche le prime sepolture, raggruppate tra le rovine del grande edificio
termale di età tardoantica (fig. 3, 4).
Anche la comparsa di inumazioni in area urbana, spesso associate proprio a
strutture termali ormai abbandonate, trova numerosi confronti in area toscana: a
Firenze (cfr. MIRANDOLA 1999, pp. 63-64),
a Lucca (cfr. CIAMPOLTRINI, NOTINI 1990, p.
571), a Fiesole (cfr. FAVILLA 1999, p. 49), a
Volterra (cfr. A LBERTI 1999, p. 79), ad
Arezzo (cfr. NEGRELLI 1999, p. 110) ed a
Luni (cfr. BANDINI 1999, p. 19).
Terminato l’uso del piccolo cimitero,
sull’area posta sopra il fosso di S. Ansano
si torna a costruire: utilizzando materiali
di recupero legati da argilla è realizzato
un lungo muro, che va a recingere, e forse difendere, la parte della collina posta
più a monte, dove sono impiantate alcune strutture in legno, che, in un caso, si
appoggiano a ciò che rimane delle terme.
Per quanto riguarda i commerci, si interrompono i rapporti con il nordafrica e
Fig. 4 - Sepoltura di prima metà VII secolo d.C.
sembra ormai al termine la produzione di
vasellame verniciato. Il panorama delle
forme ceramiche è ora dominato da una
grande varietà di prodotti locali ingobbiati,
decorati con colature o acromi. Tra i reperti è interressante poi notare il rinvenimento di una fuseruola, a testimoniare forse
l’introduzione, o quantomeno la presenza,
in città di attività legate alla tessitura.
Anche per la prima metà del VII secolo il quadro economico elaborato in base
ai dati della ceramica mostra una città dove, sebbene siano ormai interrotte le importazioni di merci da lunga distanza, circola ancora vasellame di buona qualità,
con una varietà funzionale che difficilmente può essere attribuita ad un tipo di
abitato fatto di capanne e ruderi, quale è
quello emerso dallo scavo.
Il passaggio al pieno altomedioevo inizia poi a farsi evidente tra la seconda
metà del VII e l’VIII secolo d.C., quando
il lungo muro che delimitava a sud le aree a monte del fosso di S. Ansano crolla.
Questo evento non sembra però interrompere la frequentazione di questa zona
della città dove sono costruite alcune
strutture in tecnica mista, associando pali
in legno e lacerti di mura antiche. Al loro
abbandono segue la costruzione di una
nuova struttura in legno, che risfrutta i ruderi della semiabside nord-occidentale
delle terme ancora non completamente
spoliate, e quella di un nuovo muro a
secco che ricalca, spostandosi poco più a
valle, la posizione di quello costruito nel
periodo precedente, dal quale probabil-
19
mente eredita anche la funzione di difesa.
Il materiale ceramico associato alle
stratigrafie di questo periodo mostra l’assenza del vasellame verniciato, mentre
quello ingobbiato, ancora ben attestato
almeno per la seconda metà del VII secolo d.C., inizia a presentare un campionario di forme più ridotto. Questa tendenza
non sembra invece caratterizzare la produzione di manufatti decorati con colature rosse, che si arricchisce morfologicamente con l’introduzione del coperchio e
del bicchiere. Quest’ultima forma compare ora, insieme a scodelle, orcioli, brocche, coperchi e bacili, anche tra i prodotti
foggiati con impasti depurati. Tra i recipienti per la cucina è invece introdotto il
catino-coperchio, che va ad aggiungersi
ad un corredo ancora ricco di forme e
composto da tegami, casseruole, vasi per
la preparazione dei cibi, testi, coperchi,
fornetti-coperchio e pentole.
L’impressione che continua a prevalere sul rapporto tipo di insediamento-tipi
ceramici attestati rimane sempre quella di
un forte contrasto.
Questa contraddizione scompare solo
con il passaggio al IX secolo, quando al
riaffiorare di tecniche costruttive che fanno uso della pietra e della calce sembra
collegarsi anche il riemergere, sempre in
modestissime quantità, di ceramiche di
un certo “pregio”: si tratta di brocche rivestite di una spessa vetrina verde, decorate
con pastiglie di argilla applicate a crudo
(fig. 5).
Queste ultime, terminata la produzione di prodotti fini rivestiti di ingobbio,
vanno a costituire, insieme a bicchieri e
20
Fig. 5 - Frammento di brocca ricoperta da spessa vetrina (IX secolo d.C.)
brocche acrome, o sporadicamente decorate con bande rosse, il corredo per la
mensa, mentre nella dispensa sono presenti orcioli, imbuti, vasi con listello quasi
atrofizzato, catini e bacili, sempre acromi.
Si assiste poi ad una netta riduzione del
repertorio morfologico dei prodotti grossolani da cucina tra i quali compaiono ora solo catini-coperchio, casseruole, testi
e pentole.
Dal punto di vista insediativo, questo
nuovo periodo inizia con il crollo del lungo muro che attraversava la terrazza posta
sopra il fosso di S. Ansano. Sui livelli di
macerie si succedono alcune costruzioni
in legno, l’ultima delle quali è costituita da
una capanna di forma ovaleggiante, con
tetto in materiale deperibile. L’ abbandono
di queste strutture è segnato dallo scarico
di altri livelli di terra scura, sui quali si torna a costruire nuovi edifici in muratura di
buona fattura: si tratta di due muri realizzati con pietre e mattoni romani legati da
buona calce, che però al momento rimangono di difficile interpretazione. La presenza di edifici in muratura non sembra
comunque accompagnata dalla scomparsa
dell’edilizia in legno, che continua ad essere utilizzata tra X e XI secolo, quando, a
sud della strada interna, è costruita una
capanna di forma rettangolare.
Una nuova fase insediativa è poi segnata dalla realizzazione di una grande
costruzione in conci di calcare ed arenaria, sommariamente squadrati, disposti in
corsi orizzontali e legati da malta, che si
colloca, con andamento est-ovest, a ridosso del fosso di S. Ansano.
I materiali ceramici rinvenuti nelle stratigrafie di questo periodo mostrano pochi
tipi realizzati per la mensa (brocche, catini e bacili) e la cucina (testi ed olle).
Il paesaggio del secolo successivo sarà
infine caratterizzato dalla presenza di una
serie di ambienti ipogei, scavati nello strato tufaceo, probabilmente le stesse cellae
(fig. 6) ricordate nei documenti a partire
dall’inizio dell’XI secolo, che costelleranno tutto il versante collinare, prima dell’avvento del cantiere che darà vita alle
prime strutture del complesso ospedaliero di Santa Maria della Scala.
Fig. 6 - Interno di una delle celle ipogee di X-XI secolo
d.C.
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La città altomedievale, Mantova, pp. 105116.
21
Scoperte architettoniche
e figurative
nel Duomo di Siena
Nel Dicembre 2001, l’Opera del Duomo, unitamente alla Fondazione ed alla
banca Monte dei Paschi, presentava ufficialmente i risultati di un primo ciclo di
lavori condotti nella cripta da poco scoperta sotto la cattedrale senese ed il progetto
di restauro relativo al vasto ambiente, recuperato dopo molti secoli di assoluta dimenticanza.
Il vano, esteso per circa 160 mq, presenta una straordinaria serie di affreschi
con storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, che attestano immediatamente e significativamente l’importanza di un grande ciclo pittorico, risalente ai primordi
della pittura senese e reso ancor più suggestivo per il fatto di conservare tutta l’originaria freschezza, non essendo mai stato assoggettato ad alcun intervento di restauro.
Il prof. Roberto Guerrini, quale direttore scientifico dell’Opera Metropolitana, è
stato incaricato di presiedere una commissione che, dopo una prima valutazione
dell’eccezionale scoperta, sta effettuando ulteriori e più approfonditi studi sul monumento, di cui potremo leggere gli esiti in un volume patrocinato dalla stessa
Opera e dal Monte dei Paschi, di prossima pubblicazione.
I lavori condotti sotto la cattedrale hanno favorito il recupero di un grande ambiente architettonico, scandito da colonne, la cui importanza storica, artistica e
documentale ha assunmto connotazioni di assoluta rilevanza, giustificando pienamente l’entusiasmo suscitato dal ritrovamento.
La conoscenza di tale significativo monumento offre infatti una nuova chiave
di lettura per la storia dell’architettura medievale senese e, più in particolare, per
lo studio della originaria configurazione della Cattedrale.
In occasione di detta presentazione il dr. Alessandro Bagnoli e l’arch. Tarcisio
Bratto, che fanno parte della commissione diretta dal prof. Guerrini, hanno rispettivamente redatto una prima relazione sugli affreschi che decorano le pareti della
cripta ed una sintesi sugli aspetti operativi e programmatici relativi alla conduzione del cantiere, che di seguito vengono pubblicate con l’autorizzazione dell’Opera
del Duomo.
Al Rettore dell’ente, dr. Mario Lorenzoni, va la nostra sincera gratitudine.
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Il cantiere sotto
la Cattedrale di Siena
di TARCISIO BRATTO
Nel 1997 l'Opera della Metropolitana
di Siena, mi incarica di redigere un progetto di restauro di un complesso di ambienti sottostanti e in parte adiacenti alla
Cattedrale di Siena, costituenti l'ex
Oratorio dei Santi Giovanni e Gennaro,
più comunemente conosciuto come S.
Giovannino.
Con tale progetto e quindi con i lavori
che sono seguiti e che sono ancora in
corso, si intende recuperare e valorizzare
questo complesso edilizio, rimasto pressoché in disuso per molti anni, da inserire
nel percorso museale della Cattedrale e
del Battistero.
La particolarità della struttura, le cui vicende storico-costruttive sono così direttamente connesse alla Cattedrale e il suo
elevato valore storico artistico, richiedono, come è facile comprendere, accurate
rilevazioni, indagini, saggi e verifiche,
volte ad approfondire la conoscenza della
struttura, propedeutiche sia alla fase progettuale, sia alle varie fasi dei lavori.
Durante i lavori, si scoprono così alcune grotte, utilizzate nel corso dei secoli
come una sorta di discariche, i cui accessi
erano stati tamponati in maniera tale che
se ne perdesse la memoria. E' proprio durante i lavori di svuotamento dei detriti,
finalizzato al recupero di una di queste
grotte, che avviene una scoperta che non
è esagerato definire sensazionale! Dalla
grotta prende avvio uno stretto cunicolo,
scavato nel tufo, che sale, di circa sei metri e che sbocca in una angusta cavità.
Non si tratta però di un'altra grotta, bensì
di un ambiente riempito anch'esso con
terra e detriti di murature, che per grande
fortuna lasciano intravedere due porzioni
di pareti affrescate.
Ipotizzando immediatamente che il vano potesse far parte della cripta duecen-
tesca, si da avvio ad una serie di rilevazioni metriche ed indagini, confrontando
i documenti storici d'archivio, con specifiche verifiche non distruttive, utilizzando
tecnologie innovative e già efficacemente
sperimentate in casi analoghi, come il
georadar e la termografia.
Dopo alcuni mesi di studio, si acquisisce la convinzione che sotto il pavimento
a commesso marmoreo della cattedrale,
nella zona centrale del presbiterio, antistante l'altare maggiore, si trova ancora
un ampio vano, che costituisce la prosecuzione di quell'ambiente, fino ad oggi
conosciuto come cripta delle statue e che
rappresenta la porzione "salvata" dell'originaria cripta: gli storici la ritenevano distrutta durante i lavori di ampliamento del
duomo, nel corso del XIV secolo.
Alcuni saggi confermano la presenza
di altre superfici affrescate, ma anche la
mancanza di strutture di sostegno del pavimento del Duomo! Ci troviamo di fronte
ad un caso veramente raro ed originale o forse unico- scopriamo che il pavimento della Cattedrale, anziché essere sostenuto da murature, da archi o volte, era
stato costruito proprio sopra il materiale
detritico utilizzato per riempire l'ipotetica
cripta, nel corso del XIV secolo e proveniente dalle demolizioni delle sue volte di
copertura. Di conseguenza, in alcune zone era assai evidente un distacco di questo materiale dal pavimento, come risultato di assestamenti e quindi abbassamenti,
avvenuti nel corso dei secoli.
Dopo varie ipotesi progettuali e ulteriori studi, che hanno comportato anche
la ricostruzione in laboratorio di un campione del pavimento in marmo, in particolare per verificarne il comportamento
statico, la primaria necessità del consolidamento e messa in sicurezza del pavi-
23
mento stesso, ha portato alla difficile decisione dello svuotamento totale del vano
scoperto.
Il lavoro viene svolto con estrema cautela e consapevolezza, adottando tutte
quelle precauzioni che il caso richiede. Si
tratta, infatti, di rimuovere materiale di interesse archeologico e per questo ci avvaliamo della preziosa ed insostituibile collaborazione del Dipartimento di
Archeologia medievale dell'Università di
Siena. Mano a mano che si procede con
lo svuotamento, vengono messe in luce
nuove superfici affrescate che necessitano
di interventi urgenti di consolidamento
sia dell'intonaco che della pellicola pittorica e per questo ci affidiamo all'esperienza pluridecennale della ditta di restauro
A.R.C. di Pistoia. Grazie alla perizia tecnica e alla disponibilità delle due principali
imprese senesi, impegnate nel cantiere:
Fabiani e Alberti, durante lo svolgimento
dei lavori, è stato anche reso possibile il
normale svolgimento delle funzioni religiose e l'apertura continuativa della
Cattedrale, per le visite turistiche.
Attraverso l'installazione di un sistema
elettronico ad alta precisione, è stato anche effettuato un costante monitoraggio
24
del pavimento, per rilevare in tempo reale eventuali movimenti delle lastre in pietra.
La buona riuscita dell'impresa è senza
dubbio il frutto dell'ottima collaborazione
con l'ing. Roberto Mannini, a cui sono
state affidate le strutture e gli impianti,
nonché con l'Opera della Metropolitana e
con le Soprintendenze.
Il vano scoperto, ha una superficie di
circa 160 metri quadrati ed una altezza
media di circa 4.75 metri. Complessivamente il ciclo di affreschi copre una superficie di circa 180 metri quadrati. I lavori fin qui eseguiti hanno permesso di mettere in luce anche importanti elementi architettonici facenti parte dell'edificio romanico, quali pilastri, semicolonne, capitelli, vani di porte e finestre, e l'originario
pavimento in mezzane di laterizio.
L'intero vano sarà aperto al pubblico e
visitabile, attraverso un sistema di controllo microclimatico che garantirà la perfetta
conservazione degli affreschi. Il pavimento della cattedrale, verrà infine sostenuto
da una esile struttura in acciaio inossidabile, che consentirà la percezione unitaria
dell'ambiente e dei preziosi affreschi.
Nuovi dipinti murali nella
cripta del Duomo di Siena
di ALESSANDRO BAGNOLI
La scoperta di una parte della cripta
del Duomo di Siena, oltre a costituire un
ritrovamento essenziale per la conoscenza
delle fasi costruttive del grande edificio e
delle sue radicali modificazioni dallo stile
romanico a quello gotico, permette ai nostri occhi di moderni quasi increduli di costatare quale fosse l’aspetto reale di un
importante luogo di culto provvisto dell’indispensabile, complessa e totale finitura decorativa. È la più chiara e inoppugnabile restituzione di un Medioevo dove
il colore domina su tutto, dove la suadente apparenza cromatica vince, nascondendolo, l’aspetto naturale e rozzo delle materie struttive dell’architettura. Le figura-
Fig. 1 - Annunciazione della Vergine
zioni murali ritrovate non stanno appese
alle pareti come isolati manifesti, ma costituiscono la gran parte dell’indispensabile
epidermide che, oltre alle pareti, riveste
interamente volte colonne pilastri capitelli
e mensole, opportunamente coperti di ornati a motivi geometrici e vegetali.
Grazie a questo ritrovamento potremo
d’ora in poi riconsiderare sotto una nuova
luce contesti simili, dove, accanto alle
rappresentazioni dipinte, le membrature
architettoniche ormai private della stesura
pittorica appaiano in stridente contrasto.
Chi alla fine del Duecento fosse entrato in questo locale, accedendo dalle porte
della facciata orientale del Duomo, sareb-
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be stato coinvolto dal vivace aspetto del
largo poema biblico che si dispiegava sulle pareti, giustapponendo in rapporto significante le scene dell’Antico
Testamento, sistemate nelle parti alte, a
quelle del Nuovo, più largamente esposte
sulle sottostanti larghe superfici.
Nonostante la perdita completa della copertura voltata, è ancora possibile provare gran parte di quell’antica sensazione,
seguendo il filo della narrazione che inizia dalla zona sinistra con quel che resta
degli episodi del Paradiso terrestre, per
passare alle storie mariane e dell’infanzia
di Cristo, risalire a quelle di Caino e
Abele, Isacco ed Esaù, scendere nuovamente a quelle della vita pubblica di
Cristo per arrivare infine al dramma della
Passione, solennemente rappresentato da
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Fig. 2 - Crocifissione (particolare)
tre grandiose scene (Cr ocifissione,
Deposizione dalla croce, Deposizione nel
sepolcro) che si trovano sulle campate
della parete di fondo.
Una pur minima conoscenza della pittura senese del Duecento, oggi in gran
parte conservata nella Pinacoteca
Nazionale, è sufficiente a far apparire familiari molti dei nuovi murali. Così aderenti agli schemi iconografici della cultura
bizantina, molte delle figurazioni della
cripta sembrano gli ingrandimenti delle
piccole scene narrative dipinte su tavola
da Guido da Siena, Dietisalvi di Speme,
Guido di Graziano. Si riconoscono molto
simili le architetture di carattere ancora
romanico poste a far da quinta e da fondale, con i tipici colori vivaci e delicati
dei rosa, dei celesti, dei viola.
Fig. 3 - Crocifissione
Nell’Annunciazione
lo
slancio
dell’Angelo e l’atteggiamento di ritrosa
modestia della Vergine variano di poco le
soluzioni della stessa scena dipinta sia in
una tavoletta di Guido da Siena (oggi
nell’Art Museum di Princeton) sia nel dossale di San Pietro attribuito a Guido di
Graziano (Siena, Pinacoteca).
La
Madonna
col
Bambino
dell’Adorazione dei Magi ricalca addirittura la Madonna del voto, oggi ridotta a icona venerata, che si crede essere stata la
parte centrale di un dossale dipinto da
Dietisalvi di Speme per il Duomo di
Siena.
L’agile Esaù, atteggiato nella partenza
per la caccia con arco e freccia e simpaticamente caratterizzato da un vistoso irsutismo, appare come un fratello carnale
dei pellegrini che incontrano il Beato
Andrea Gallerani, tratteggiati con efficace
disinvoltura da Dietisalvi su una tavola
della Pinacoteca di Siena.
Il volto di un sereno San Giuseppe,
che porta le colombe al tempio, rimanda
ancora una volta alla stesura a tocco, a
colpi di pennello, che contraddistingue le
opere di Dietisalvi. Questo maestro, documentato dagli anni cinquanta agli anni
ottanta del Duecento, ebbe evidentemente largo credito, se a lui fu commissionata
la tavola della Madonna del voto e se appunto lo troviamo operoso anche per
questi nuovi dipinti murali, all’esecuzione
dei quali contribuirono pure altre personalità.
Appaiono infatti diversamente caratterizzate le figure della Deposizione di
Cristo dalla croce. I tratti fisionomici spigolosi e marcati, il gonfiore delle mascelle, il chiaroscuro forte, che descrive le cavità delle occhiaie, le penombre sul collo
e la folta barba, permettono di confrontare le teste della Madonna e del Cristo con
le figure di Rinaldo da Siena, altro protagonista della scuola pittorica senese, che
è documentato negli anni settanta, e del
quale restano pochissime ma significative
opere come l’Incor onazione della
Madonna, conservata dalle clarisse di
Siena, e una grande Croce, oggi appartenente al Museo civico di San Gimignano.
Distinto è pure il caso che offre il tenero episodio tratto da un testo apocrifo,
il Vangelo dello Pseudo Matteo. Si tratta
della raffigurazione di una sosta durante
la fuga in Egitto. Gesù fanciullo attende
dalla madre un dattero raccolto dalla palma che ha miracolosamente piegato le
sue fronde per consentire di sfamare la
Sacra famiglia. Il piccolo Gesù è delineato
ancora secondo i modi tipici di Dietisalvi
di Speme, mentre il volto della Madonna,
d’apparenza più compatta, sembra essere
il risultato di un palinsesto, di un intervento di rinnovamento successivo, e suscita un confronto con l’attività di un pittore come Guido di Graziano, facendo inoltre pensare che l’esecuzione sia avvenuta in tempi più avanzati rispetto alla
stesura del contesto, quando la lezione di
Cimabue era ormai recepita anche attraverso il filtro più dolce e aggraziato di
Duccio.
Questi esempi sono sufficienti a far
comprendere la complessità dell’insieme
figurativo prodotto evidentemente da un
gruppo di maestri che dovettero lavorare
in una compagnia ben affiatata, affiancandosi nell’esecuzione delle singole storie,
dimostrando una cultura comune, ma anche personali inflessioni di stile, oltre a
varie capacità pittoriche ed espressive.
Per il momento può arrestarsi qui l’esercizio della distinzione delle mani, che
è stato facilitato dagli studi di Luciano
Bellosi sulla pittura senese della seconda
metà del Duecento. Mi riferisco ai due articoli comparsi giusto dieci anni fa sulla
27
rivista Prospettiva, nei quali si ponevano
nuove basi per la ricostruzione dell’attività dei maestri come Guido da Siena,
Dietisalvi di Speme, Rinaldo e Guido di
Graziano in rapporto al ruolo svolto dal
grande innovatore fiorentino Cimabue e
nei confronti del nascente astro della
scuola senese, Duccio di Buoninsegna, la
cui attività è attestata a partire da un documento del novembre 1278.
Gli innumerevoli problemi di comprensione e di interpretazione del ciclo
pittorico, i quesiti inerenti alla funzione
delle immagini in relazione al locale, la
28
commissione e i tempi di esecuzione andranno affrontati con ricerche approfondite e confidando anche sull’atto conoscitivo formidabile che offrirà il restauro. Per
il momento converrà lasciarsi affascinare
dall’inaspettata scoperta, che ci restituisce
figurazioni di non comune bellezza e vivacità di colorito.
L’intensità degli azzurri, il chiarore dei
rossi, dei verdi e il brillare delle applicazioni in oro vincono ogni possibile paragone con altre imprese pittoriche sia murali sia su tavola. Lo stato di conservazione dei toni cromatici è pari a solo a quel-
Fig. 4
Deposizione dalla Croce
In basso: Due particolari.
lo delle coeve miniature, destinate per loro natura a restare al buio, come sigillate
fra le pagine dei libri.
Anche questi dipinti murali, coperti dai
detriti, dalla terra e contenuti all’interno
di un ambiente sostanzialmente asciutto e
climaticamente stabile, non hanno subito
lo sbiadimento provocato dalla luce e si
sono preservati da puliture o da sfiguranti
ridipinture. Per questo chi entra nella
grande aula prova quasi la piacevole sensazione di trovarsi di fronte a giganteschi
corali illustrati che, squadernati sulle pareti, mostrino ridenti miniature colorate. E
il confronto con l’arte dell’illuminare i volumi è pertinente anche per quanto riguarda i fantastici ornati vegetali che decorano le parti architettoniche. Se ne trovano infatti di molto simili proprio nella
serie di libri di coro del Duomo di Siena,
prodotta negli ultimi decenni del
Duecento.
A giudicare dalle foto a luce diretta si
direbbe dunque che i soli danni evidenti
in queste figurazioni siano le più o meno
profonde abrasioni prodotte dalla caduta
dei detriti, ma le riprese a luce radente e
l’esame ravvicinato dal vero mostrano
purtroppo un’altra realtà. Non solo l’into-
Fig. 7 - Figure bibliche.
naco e le pellicole pittoriche tendono al
distacco, ma alcuni colori importanti, come l’azzurro dei fondi e il rosso minio,
sono pressoché ridotti in polvere.
In un episodio magico ed evocativo,
raccontato da Federico Fellini nel film
Roma, si vedevano letteralmente svanire
i dipinti murali dell’antichità riaffiorati dal
sottosuolo della capitale. Nel nostro caso
non si correrà certo questo rischio, ma si
comprenderà tuttavia l’urgenza e la difficoltà dell’intervento di restauro, per il
quale si sono già predisposte tutte le necessarie analisi diagnostiche e le apparecchiature per la rilevazione del microclima, il cui costante controllo sarà la migliore garanzia per la futura conservazione dei dipinti murali. Ci fanno ben sperare sul risultato l’affidamento del lavoro a
operatori della professionalità e dell’esperienza di Giuseppe Gavazzi e
Amedeo Lepri, oltre alla consulenza di
Istituti di restauro e di ricerca, quali
l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze,
per la climatologia, e il Dipartimento di
Scienze Ambientali (Sezione di
Geochimica) dell’Università degli Studi di
Siena, per le analisi chimiche.
La quantità e la qualità delle figurazio-
29
ni ritrovate fanno capire senza ombra di
dubbio che siamo di fronte a un’acquisizione di importanza fondamentale.
Queste opere restituiscono dignità alla
scuola senese della generazione precedente quella di Duccio. Finora le tavole
più importanti e note, come la Madonna
di San Bernardino (1262), la Madonna
del Voto, il dossale di San Pietro e la pala
di San Francesco, facevano solo intuire
quale poteva essere stato il calibro dei
pittori senesi attivi negli anni sessanta e
settanta del Duecento, ma ora ne abbiamo la riprova più palese. In una commissione così di spicco per la chiesa cattedrale della città e operando su larghe superfici murali, questi maestri dimostrano al
30
Fig. 8 - Un altro affresco recuperato nella cripta del Duomo.
meglio le capacità di impaginare storie
monumentali, di rendere corpose le loro
figure con l’addensarsi di un chiaroscuro
forte e preciso, di scegliere colori splendenti, di esercitarsi nei virtuosistici ricami
ottenuti con le applicazioni delle foglie
d’oro. Il reticolo luccicante e bellissimo
dei preziosi fili metallici del perizoma del
Crocifisso è un elemento che contribuisce
a rendere veramente attraente la grande
Crocifissione, che potrebbe stare a buon
diritto nell’antologia più selettiva della
pittura italiana del secondo Duecento.
Siamo insomma a livello di parità con i
grandi fatti pittorici del momento accaduti in area centro italiana: dalle esperienze
pisane del ‘Maestro di San Martino’, a
quelle umbre del ‘Maestro del San
Francesco’, cioè l’autore delle Storie del
Santo e di Cristo che stanno nella Basilica
inferiore di Assisi, a quelle toscane e romane cresciute nell’orbita di Cimabue,
che tra gli anni settanta e ottanta fu l’artista di riferimento per tutti, basterebbe ricordare quanto Dante scrive nella
Commedia.
È fuor di dubbio che anche gli autori
della Crocifissione e della Deposizione
dalla croce siano stati attratti dall’arte del
grande fiorentino. L’elegante inarcatura
del Crocifisso deriva certo dall’invenzione
codificata da Giunta Pisano, ma l’assenza
delle convenzionali e astratte sigle che il
maestro pisano usava per indicare l’ana-
tomia del corpo e soprattutto la tenerezza
dell’incarnato provano la sintonia con
quanto Cimabue stava facendo, almeno ai
tempi della sua grande Croce dipinta per
Santa Croce Firenze, dunque ancora negli
anni settanta del secolo.
Il
maestro
della
splendida
Crocifissione, pur mantenendosi sostanzialmente fedele alla cultura bizantina, ha
saputo innestarvi anche altre novità, guardando a quanto aveva fatto Nicola Pisano
nei bassorilievi del pulpito del Duomo,
terminato nel 1268. Da questo complesso
scultoreo, dove si fondono classicismo e
realismo gotico, deriva l’idea del Cristo
con le gambe soprammesse e i piedi tenuti con un solo chiodo; deriva anche
Fig. 9 - Figura di un Santo. Si notano le decorazioni policrome della vicina colonna.
31
32
l’inconsueta forma a ipsilon della croce. E
persino la soluzione per lo svenimento
della Vergine sembra avere un precedente
nella drammatica scena scolpita da
Nicola.
I passaggi da una scultura così moderna e fuori della norma a una pittura così
legata alla tradizione non si sono però
fermati agli aspetti dell’iconografia. Se
passiamo dalla Crocifissione all’ultima
scena della Passione di Cristo, la
Deposizione nel sepolcro, non sarà difficile rendersi conto che un diverso pittore
ha saputo cogliere dalla scultura di Nicola
anche qualcosa di più profondo, cioè la
manifestazione dei sentimenti. Il dramma
umano rappresentato da Nicola, con il
dolore dei fedeli sotto la croce, con la disperazione dei dannati e la gioia degli eletti, è pur filtrato e ripreso nei volti dei
personaggi della Deposizione, tutti colti in
credibili espressioni di pianto o di clamante disperazione.
Di tutte le figurazioni della cripta questa è quella che più stupisce e suscita numerosi interrogativi, che si cercheranno di
risolvere con l’approfondimento dello
studio. Per il momento basti dire che la
dolcezza della stesura pittorica a campitura compatta e la naturalezza dei volti costituiscono gli aspetti più moderni dell’intero ciclo e si pongono in linea con le più
antiche prove pittoriche prodotte da
Duccio nei primi anni ottanta.
Il nome di Duccio deve essere evocato
anche per un altro intervento presente
nel locale sotterraneo del Duomo. Mi riferisco alla figura che sta in angolo fra la
parete posta verso via dei Fusari e quella
in posizione perpendicolare. Si tratta di
un Santo vescovo benedicente, del quale
resta sul muro gran parte del corpo, mentre la testa e una porzione del busto si erano staccati dalla parete . Il distacco di
questo frammento ha rimesso in luce una
campitura di azzurro, che appartiene alla
stesura originale dei murali e si presenta
accuratamente graffiata per permettere una migliore adesione della nuova malta.
Nonostante che il cattivo stato di conservazione impedisca una lettura perfetta,
si noterà tuttavia come questo Santo sia
impostato secondo uno schema che ri-
chiama figure duccesche quali il
Sant’Agostino presente nel polittico n. 28
della Pinacoteca Nazionale di Siena, che
si può datare nei primi anni del Trecento.
L’intervento di ridipintura, affidato allo
stesso Duccio o a un suo fidato collaboratore, fu verosimilmente eseguito per camuffare la tamponatura di una porta, vale
a dire l’accesso a un altro locale sotterraneo, che potrebbe essere anche più importante di quello ora riscoperto. Si dovrebbe trattare della Confessione, il luogo
sottostante la cupola, in corrispondenza
dell’antico altar maggiore, dove erano sistemati gli altari e le relative reliquie dei
Santi venerati nella Cattedrale Siena, come ricordano le antiche fonti. Invece
l’ambiente sinora recuperato sembra piuttosto un’anticamera della Confessione ed
era in contatto con l’esterno dell’antico
Duomo duecentesco, cioè con la facciata
dalla parte di Vallepiatta, addosso alla
quale dal 1317 si decise di appoggiare la
nuova costruzione del Battistero.
Esiste dunque la reale possibilità che,
dietro il muro sul quale sono dipinte la
Cr ocifissione e le altre storie della
Passione, resti da liberare dall’interramento la Confessione sottostante la cupola nicoliana, dove si può facilmente
supporre la presenza di altre e più estese
pareti dipinte. Se tutto il ‘cammino della
salvezza’ è rappresentato nell’aula riscoperta, c’è da scommettere che nella
Confessione si possano ancora trovare figurazioni relative ai Santi dei quali si veneravano le reliquie.
Simulazione di una sezione della cripta a lavori ultimati
Lo scavo archeologico
condotto dal Centro Studi
“Farma Merse” nei sotterranei
del Palazzo dei Rozzi
Senza esitazioni, anche se non senza stupore, l’Accademia dei Rozzi autorizzò
l’effettuazione dello scavo archeologico nelle cantine del palazzo di via di Città,
prestigiosa sede accademica fino dal XVIII sec., che il Centro Studi Farma-Merse,
sotto la direzione della Soprintendenza Archeologica della Toscana, avrebbe condotto dal marzo 2000 al febbraio 2002 e con grande soddisfazione prende oggi atto dei rilevanti risultati ottenuti.
Naturalmente è presto per tirare le conclusioni dell’operazione archeologica,
perché le testimonianze del passato restituite dallo scavo e gli stessi ambienti oggetto dell’intervento hanno ancora bisogno di analisi e di verifiche, ma non c’è dubbio che l’iniziativa, condotta su rigorose basi scientifiche, abbia offerto un non inutile e non modesto contributo allo sviluppo delle conoscenze sulle origini di
Siena; un tema, tanto affascinante, quanto oscuro, assistito anche ai giorni nostri
da ipotesi e congetture purtroppo non sempre frutto di investigazioni attendibili,
sia sul piano documentale che su quello archeologico.
E’, pertanto, con spirito di vera gratitudine che introduciamo l’analitica ed esauriente relazione preliminare sugli scavi redatta dalla d.ssa Debora Barbagli,
collaboratrice della Soprintendenza Archeologica regionale, preceduta da una
breve nota di presentazione del Centro Studi Farma Merse, formulata dal suo vice
presidente, Angelo Voltolini, e la descrizione di un altro importante intervento condotto dagli archeologi aderenti al Centro Studi nella necropoli etrusca di
Malignano, presso Rosia, realizzata dal dott. Marco Firmati.
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Il Centro Studi
“Farma Merse”
di ANGELO VOLTOLINI
Il Centro Studi Farma Merse nasce a
Siena, nel 1987, con spirito prettamente
senese, quando, quasi per gioco, decidemmo di dare origine ad un Centro
Studi. Con gli amici di sempre, appassionati di archeologia, (numericamente pochi, in verità), pensammo di realizzare un
punto di riferimento per tutti coloro che
manifestavano interessi, nel loro tempo libero, per lo studio e la ricerca nel campo
preistorico e storico, a Siena e dintorni.
La scelta di prendere in considerazione,
per le ricerche, le valli del Farma e del
Merse, i suoi terrazzi fluviali, le colline
circostanti, nata, in apparenza, inconsapevolmente, è stata in realtà per un necessario, quasi inevitabile, proseguire di studi,
dati i numerosi sopralluoghi, effettuati periodicamente fin dall'inizio degli anni '80,
al castelliere preitalico di Siena Vecchia
ed ai suoi dintorni e vista la restituzione
continua, dalla fitta macchia mediterranea, delle enigmatiche pietre tonde, "macine da molino" od "altari preistorici" che
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siano. Ed anche per il ritrovamento, nel
1982, della stazione protoaurignaziana di
Felceti, nella zona di Brenna, effettuato
da alcuni fra i nostri attuali soci e studiato, con relativa pubblicazione, dal
Professor Paolo Gambassini del
Dipartimento di Archeologia e Storia delle
Arti Sezione di Preistoria - dell'Università
di Siena. Altra scoperta fortunata fu, nel
novembre 1985, sull'alta valle del Merse,
il ritrovamento casuale di un'ascia in rame, in splendide condizioni di conservazione, avvenuto in prossimità di un'area
che si rivelerà poi di sicuro interesse archeologico.
Queste ed altre circostanze, hanno
portato gli appassionati di allora ad una
concreta attenzione verso le valli del
Farma e del Merse, comprensorio peraltro
assai vasto (circa 40.000 ettari) e con caratteristiche morfologiche ed ambientali
fra le meno facili per le ricerche. Questi
piccoli fiumi, che nel nostro medioevo
hanno portato acqua a molini e gualchie-
Ascia dell’Età del ferro (III millennio a.C.) ritrovata lungo il corso della Merse.
Resti di un muro megalitico risalente al III millennio, non lontano dal sito in cui fu ritrovata l’ascia.
re, sembrano oggi esistere solo in funzione di una flora che l'amico, Prof. Angelo
Tassoni, definisce "straordinaria'` e di una
fauna che suscita nel visitatore occasionale, non abituato a questi luoghi, ammirazione e paura. E' indubbio, quindi, il loro
inestimabile valore ambientale e paesaggistico.
Sia per quelle fortunate circostanze di
cui parlavamo, sia per le indescrivibili
bellezze che l'ambiente presenta in ogni
stagione, con Giuliano Marroni e con
Angelo Tassoni pensammo (era il 1987!)
di condurre uno studio sistematico dell'ambiente. Marroni, rigoroso appassionato di preistoria (ed anche assai competente), Tassoni, studioso ed insegnante in discipline agrarie e forestali, ed io, legato
più al mondo etrusco-romano, con una
preparazione culturale più eterogenea, e
sicuramente più superficiale, decidemmo
la costituzione di un Centro Studi, che subito trovò consensi ed entusiasmi in coloro che, fin da allora, intrapresero con noi
il cammino delle ricerche su questo filone. Diversi amici si unirono nel corso degli anni, altri, forse disorientati, si persero
nel silenzio, ma tutti, credo fermamente,
hanno portato un prezioso contributo alla
giovane vita ed alla crescita del Centro,
che ha conosciuto, dopo gli entusiasmi iniziali, quasi inevitabilmente, momenti di
incerta solidità.
Negli anni 1992/94, periodo indubbiamente felice, il Centro Studi, coerentemente con l'intento prevalente di allora
dello studio in campo preistorico, presenta un ciclo di conferenze, nel programma
"non solo Etruschi", condotte da professori del Dipartimento di Archeologia e
Storia delle Arti - Sezione di Preistoria dell'Università degli Studi di Siena.
Fra le altre, ricordo personalmente
(Conferenza del 5.02.1994) l'entusiasmante viaggio nel quale ci condusse il Prof.
Attilio Galiberti (direttore delle ricerche)
lungo le gallerie della miniera neolitica
della Defensola (Vieste- FG), anche noi
alla ricerca, più che dei preziosi nuclei di
selce, di una razionale misura delle impensabili capacità intellettive e fisiche dei
nostri antenati. E con data "Marzo 1994"
nasce poi il nostro periodico "Origini",
fondamentale punto di arrivo, per la nostra sete di cultura e di conoscenza di tante cose del comprensorio Farma/Merse e
non solo, ma anche punto fermo di partenza, per proseguire con determinazio-
35
36
ne. Anche il periodico, come il Centro
Studi all'inizio, ha vissuto momenti di incertezza; alcune difficoltà sembrano ora
definitivamente allontanarsi e lo speriamo
vivamente: quindi, pure "Origini", come il
Centro Studi del resto, speriamo possa avere la sua vita, con la convinta partecipazione di tutti.
Ancora un ricordo: nel mese di luglio
del 1997, a cura di Mario Ascheri e Mario
Borracelli, è uscito il volume "Monticiano
e il suo territorio". Forse non tutti gli studiosi lo conoscono, ma sicuramente non
è facile richiudere il libro, una volta aperto, soprattutto per gli appassionati del
comprensorio Farma/Merse. Il Centro
Studi ha portato solo un modesto contributo a questo fondamentale studio su
Monticiano e dintorni che, per ricerche
ed impostazione, non ne ha uguali, per la
conoscenza dell'economia, dell'escavazione, della produzione arcaica del ferro nell'alto medioevo e per tutte le altre attività
ausiliarie fino al boom economico del
XIII° secolo. E nel mese di ottobre dello
stesso anno si è realizzato l’incontro preliminare, cui sono seguiti, nel tempo, molti
altri, con funzionari della Soprintendenza
Archeologica della Toscana, con lo scopo
di ampliare il campo dei nostri studi a tutti gli aspetti culturali che potranno incontrarsi sul nostro cammino; lavoro, dunque, indubbiamente impegnativo, che dovrà essere affrontato con adeguata competenza, in assidua collaborazione con le
autorità preposte, ma che potrà comunque gratificarci per l'impegno profuso.
Proprio per la collaborazione intrapresa con funzionari della Soprintendenza
Archeologica della Toscana, con il loro
doveroso coordinamento e sotto la loro
direzione, il Centro Studi Farma Merse ha
potuto realizzare l'intervento ed il recupero archeologico (avvenuto, con alcune
pause, dal marzo 2000 al febbraio 2002)
nei fondi di proprietà dell'Accademia dei
Rozzi, i cui risultati sono stati, quale studio preliminare, anticipati presso
l'Accademia stessa, con la conferenza
"Sulle tracce della Siena delle Origini".
Pressoché nello stesso periodo (dal lu-
glio 2000 a fine 2001), unitamente all'associazione Etruscan Fundation di Detroit,
il Centro Studi ha potuto effettuare gli interventi di ripulitura sulle tombe, già aperte nella campagna di scavo del
1964/65, della necropoli etrusca di
Malignano (Sovicille), procedendo poi alla scoperta di nuove tombe. La necropoli
di Malignano, oggi, grazie anche alla sensibilità e disponibilità di enti pubblici e di
privati, è stata resa agibile al pubblico e
rimane l'unica, al momento, per Siena e
dintorni, fruibile ai fini turistici e culturali.
Quanto sopra esposto, a grandi linee,
è il percorso di formazione che il Centro
Studi, come gruppo di volontariato, ha
realizzato nei suoi quindici anni di vita;
gli articoli che seguiranno, in queste pagine, a firma di Marco Firmati per la necropoli di Malignano e di Debora Barbagli
per l'intervento all'Accademia dei Rozzi,
porteranno, in una più ampia esposizione, dettagli e notizie, per gli studi e per i
cultori del settore.
Cippo megalitico con evidenti tracce della lavorazione
e della collocazione da parte dell’uomo ritrovato lungo
il corso della Merse.
Relazione preliminare
sull’intervento compiuto
nei fondi di proprietà
dell’Accademia dei Rozzi
di DEBORA BARBAGLI
L'intervento di recupero all'interno del
cosiddetto "pozzo" nei fondi dell'Accademia dei Rozzi si è svolto, con alcune interruzioni dovute all'evolversi dello scavo
stesso e alle necessità conseguenti, in un
arco di tempo compreso tra l'autunno
2000 e gli inizi del 2002. Al momento dell'intervento, autorizzato dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana ed effettuato dal Centro Studi Farma Merse, l'area oggetto d'interesse era accessibile da
un'apertura praticata nella parete d'arenaria: le operazioni di scavo si sono svolte
in condizioni abbastanza difficoltose,
vuoi per le ridotte dimensioni dell'ambiente, vuoi per le interferenze con altre
proprietà che la complessa situazione del
sottosuolo senese e la stratificazione edilizia di secoli hanno provocato. Vale comunque subito la pena sottolineare come
tutti i soggetti in causa (Accademia dei
Rozzi, sig. Mazzuoli) si siano dimostrati in
ogni momento disponibili e non abbiano
in alcun modo posto ostacoli alla prosecuzione dei lavori, favorendone anzi lo
svolgimento. L'asportazione del contenuto del "pozzo", documentata in ogni sua
fase da fotografie, piantine e rilievi, ha restituito una quantità veramente considerevole di materiale: numerosissimi frammenti ceramici, frammenti di laterizi, ossa, frammenti di vetri, monete, labili frustuli di bronzo, ciottoli di fiume, materiali
lapidei, ossi lavorati etc. Al momento dell'apertura dei lavori, come avemmo modo
di notare e come mi fu confermato da
Angelo Voltolini che aveva effettuato i
primi sopralluoghi anni indietro, la parte
Tra i più importanti reperti resi dallo scavo abbiamo
questa testina in cotto di epoca imperiale romana.
terminale del riempimento, diversa per
consistenza (cospicua presenza di cenere) risultava come accumulo tardo, fortemente alterato e da qui, infatti, provenivano materiali che anche ad una prima ispezione, apparivano tardi se non moderni. Il resto dello strato, che abbiamo visto
scendere per almeno tre metri all'interno
della struttura, risultava invece estremamente omogeneo per consistenza (il terreno aveva una cospicua componente argillosa). Nella prosecuzione dei lavori, inoltre, abbiamo avuto modo di appurare
come il presunto "pozzo" fosse stato interessato da un taglio successivo, che ne aveva asportato una parte sul lato nord-ovest, per la realizzazione della sottostante
cantina del ristorante "La Speranza"; al-
37
38
Consistente frammento di brocca a bocca stretta, ritenuto unico in considerazione della particolare tipologia
decorativa, attribuibile a produzione imitativa locale.
Profilo dell’imperatore Filippo l’Arabo riprodotto su
un sesterzio di metà del III sec. d.C.
trettanto rilevanti la presenza di due "gallerie" che si aprivano quasi l'una di fronte
all'altra (e che quindi hanno fatto ipotizzare un loro legame). Di queste ultime si
è potuto esplorare quella a nord-est, presto interrotta da una parete in muratura,
dell'altra, che risulta ancora poco definita,
abbiamo deciso di rimandare l'indagine
ad una eventuale ripresa dei lavori. Ho
rapidamente premesso queste notizie sulla struttura perché su esse vorrei tornare
al termine di alcuni accenni ai materiali.
Come sopra detto, i reperti sono risultati provenire da una situazione omogenea. La maggior parte del materiale ceramico, recuperato in larghissima quantità e
in gran misura in condizioni molto frammentarie, necessita a tutt'oggi di un intervento a tappeto che permetta di lavarlo,
pulirlo, eventualmente restaurarlo (dopo
un'attenta ricerca di eventuali attacchi) e
quindi studiarlo nella sua interezza. Si sono comunque potuti estrapolare alcuni
pezzi che, per condizioni di conservazione, potevano già prestarsi ad una prima
analisi. I frammenti di maggiori dimensioni sono stati restituiti dalla parte alta dello
strato anche se, in realtà, non sono mancate sorprese anche scendendo più in
profondità. Per quanto concerne la tipologia si tratta sia di forme aperte (piatti,
scodelle, olle) che di numerose forme
chiuse (brocche, bottiglie, boccalini). Sia
le forme aperte che quelle chiuse sono
caratterizzate da una vernice rossiccio-arancio opaca e non presentano, salvo un
caso, decorazioni a rilievo o dipinte. Per
quanto concerne le forme aperte, si sono
rinvenuti due piatti ed una scodella frammentari che, per tipologia e misure, sembrano potersi attribuire alla sigillata africana, con forme ascrivibili al III e IV sec.
d.C. Le forme chiuse, anch'esse caratterizzate da una vernice rosso-arancio più o
meno spessa, sono costituite da brocche
e bottiglie a bocca tonda o trilobata. Tra i
vasi potori si distinguono un boccalino
monoansato che sembra ripetere una tipologia della ceramica a pareti sottili diffusa fin nel III sec. d.C. e due brocchette
biansate con corpo carenato anch'esse
derivanti da forme della ceramica a pareti
sottili imitate già nella sigillata ispanica.
Un esemplare unico è costituito invece da
una brocca dalla bocca molto stretta, ansa
quasi verticale con un apice all'attacco sul
labbro (l'apice ritorna almeno in un altro
esemplare) e anello poco sotto la spalla:
la particolarità dell'oggetto, che nella forma trova un lontano confronto in una
brocca di sigillata africana di tipo D (che
del resto è anch'essa un unicum) consiste
nella decorazione pittorica. Sul corpo del
vaso, infatti, sopra la vernice rossa, sono
presenti tre cerchietti in colore giallo
chiaro e la parte, interrotta dalla frattura,
di un motivo in giallo e marrone. Tale nucleo di ceramica, piuttosto omogeneo,
nella attesa di un'indagine su una campionatura più ampia e di riscontri magari
ottenuti con indagini archeometriche, potrebbe forse essere attribuito ad una produzione locale che imiti classi ceramiche
ampiamente diffuse: altri rinvenimenti urbani a Siena, come anche ad Empoli,
sembrerebbero, in effetti, confermare, almeno per l'alta e media età imperiale, l'esistenza di una ceramica d'uso domestico
di produzione locale. Difficile nel nostro
caso, però, individuare un arco cronologico definito, per la presenza di indubbie
tipologie che riportano ad una data piuttosto tarda (così la ceramica africana, IIIIV sec. d.C., ma anche le anfore, si cfr. infra) che tenderebbero quindi ad abbassare la datazione. Non mancano però, come
vedremo, elementi che in parte alterano il
quadro fin qui delineato.
Accanto a questo nucleo omogeneo, si
hanno anche numerosi frammenti di forme aperte (nonostante le ridotte dimensioni degli stessi, si può pensare ad olle o
pentole) in ceramica bruno-rossastra, ricca di inclusi, di uso domestico. Un'altra tipologia, anch’essa riconducibile ad una
data piuttosto tarda, è costituita da frammenti di anfore caratterizzati in un caso
da un’argilla nocciola-arancio, da un ingobbio biancastro e dalla superficie coperta in parte da scanalature. La forma,
per quanto è possibile ipotizzare dalle
parti rimaste, sembrerebbe avvicinabile
ad un tipo di anfora africana, la cui area
di provenienza è stata individuata nella
Bizacena romana, molto diffusa in tutto il
Moneta in bronzo riferibile all’imperatore Valente
(IV sec. d.C.)
Spille per capelli in osso.
Mediterraneo tra il tardo II e il tardo IV
sec. d.C. Per un altro frammento (per cui
non si può escludere una produzione locale), invece, la forma dell’orlo, del collo,
della spalla e dell’ansa (pur nelle dimensioni ridotte) potrebbero far venire alla
mente il confronto con un’anfora vinaria,
diffusa in Etruria tra fine II e fine IV sec.
d.C., il cui centro di produzione è stato
individuato ad Empoli (cosiddetta “anfora
di Empoli”). Conferme o smentite per
quanto concerne una determinazione cronologica possono ovviamente venire da
quegli elementi che, per loro caratteristiche interne, sono normalmente considerati “datanti”: si può pensare in primis alle
monete, ma anche a classi ceramiche come le lucerne, che, in effetti, il nostro scavo ha restituito in buona percentuale. Per
quanto riguarda quest’ultime, abbiamo recuperato tre esemplari pressoché integri
(salvo piccole lacune nel beccuccio) oltre
a numerosi frammenti e ad un esemplare
di cui si conserva solo la metà inferiore
(come si sa, le lucerne romane erano realizzate da due matrici). Le lucerne intere
appartengono tutte ad una classe ben nota, quella delle Firmalampen, generalmente caratterizzate, nonostante la distinzione in vari gruppi e sottogruppi, da un
corpo rotondo, un disco piatto delimitato
da un orlo, beccuccio allungato e canale
(chiuso nel tipo ritenuto più antico, aperto in quello più recente). L’anello alla base di dette lucerne è quasi sempre caratterizzato dalla presenza del bollo con il
nome del fabbricante (da qui il nome alla classe) che, appunto, costituisce un importante riferimento cronologico. Dei nostri esemplari uno permette di leggere
39
Oggetti d’incerta identificazione, forse di uso ludico.
40
conservati rende difficile,
per la maggior parte dei
pezzi, ogni tentativo di classificazione. Si tratta di frammenti privi di decorazione
incisa, fatta eccezione per
un frammento di orlo in cui
si riconoscono motivi decorativi a rombi e a rettangoli a reticolo.
Accanto a frammenti genericamente ed indicativamente riconducibili a coppe e tazze emisferiche (II-IV sec. d.C.), è possibile
riconoscere in un fondo in vetro verde una tipologia largamente attestata tra la
metà del I e tutto il II sec. d.C., quella della bottiglia quadrata monoansata, mentre
un fondo con piede ad anello è riconducile ad un bicchiere cilindrico (metà II-metà
III sec. d.C.). Oltre a numerose ossa, pertinenti per lo più ad animali da grosso taglio (bovidi), sono stati recuperati anche
oggetti lavorati in osso: si tratta soprattutto
di spilloni, oltre ad un cucchiaio da cosmesi frammentario. Tra i rari oggetti in
bronzo (nello scavo si sono trovate per lo
più tracce di bronzo ormai polverizzato o
tracce di contatto su altri materiali) si segnala una fibula frammentaria. Per quanto
concerne i laterizi, lo stato frammentario e
la mancanza di bolli rende difficile impie-
con chiarezza il bollo della fabbrica: si
tratta del bollo FRVGI (si sottintende ex
officina), in realtà, per quanto ci risulta,
non attestato su questo tipo di lucerne (ritorna invece su lucerne a disco), la cui attività è ascrivibile al II-III sec. d.C. Tale tipo di lucerna, per quanto sia aperta la discussione soprattutto per quanto concerne le origini, sembra comunque massicciamente diffusa in Italia e in tutte le province imperiali tra lo scorcio del I e tutto
il II sec. d.C. Un arco cronologico più ampio (fino agli inizi del IV sec. d.C.) coprono invece le lucerne a disco con ansa ad
anello e piccolo beccuccio circolare, a cui
sembrano appartenere i due frammenti
recuperati anche nello scavo sotto ai
Rozzi.
Per quanto concerne le monete, lo
scavo ha restituito una quindicina di esemplari, molti dei quali purtroppo ormai
illeggibili a causa delle superfici completamente corrose; altre, invece, dopo una prima pulitura, hanno permesso una lettura ottimale del recto e del
verso. Uno dei primi esemplari recuperati offre anche
il termine cronologico più
alto, trattandosi di un sesterzio dell’imperatore
Filippo l’Arabo (244-249
d.C.); le altre, invece, coprono un arco cronologico
più tardo, riferendosi tutte
al IV sec. d.C. Si tratta di
bronzi di Costantino (307337 d.C.) Iovianus (363-4
d.C.), Teodosio (379-395
d.C.) e di Valente (364-78
d.C.)
Per quanto concerne i
vetri lo stato estremamente Lucerna di epoca imperiale. Il reperto conserva il marchio “Frugi”, riferibile alframmentario dei reperti l’officina di produzione.
gare questa classe di materiali
per un inquadramento più preciso, considerando che le misure potevano variare anche a seconda degli ambiti locali. I materiali lapidei, infine, sono costituiti da basolati isolati, oltre che
da una macina in due parti e da
un piccolo frammento che sembra pertinente ad una decorazione architettonica (forse una
cornice modanata). Tra i reperti
isolati, vanno comunque segnalati alcuni ritrovamenti significativi. Prima di tutto una bella testina (h. conservata 10 cm. circa) in stile ellenistico-patetico,
con una scialbatura sul volto e
retro solo abbozzato. È difficile Ampio frammento di scodella a vernice “rosso arancio” di produzione apoter inquadrare un simile og- fricana (III sec. d.C.).
getto anche se la mancanza di
(metà I sec. d.C.), un piccolo frammento
lavorazione sul lato posteriore può far
di kelebe volterrana (fine IV sec. a.C.), un
pensare ad un suo utilizzo, isolata o all'interno di un gruppo, su una parete; è diffipiccolo frammento a vernice nera (III-II
cile sottrarsi alla tentazione di pensare alla
sec. a.C.) ed uno di impasto buccheroide
larga produzione fittile, spesso decorazio(VI sec. a.C.).
ne architettonica, di età tardo repubblicaVale la pena a questo punto fare una
na. Tra i frammenti che vanno a complicariflessione sul carattere del nostro ritrovare il quadro cronologico dei materiali si
mento: se è vero che molti elementi semdevono segnalare tre frammenti di calice
brano riportare ad una data in età tardodi sigillata aretina decorato a stampo
romana (ceramica africana, anfore, mo-
Consistente frammento di brocchetta a vernice “rosso arancio” di produzione africana (II - III sec. d.C.).
41
nete), è pur vero che sono presenti anche materiali con datazione più alta (le
stesse Fir malampen, il sesterzio di
Filippo l'Arabo, per non parlare della testina, della sigillata o dei "residui" etruschi). Del resto, il rinvenimento della
moneta di Filippo l'Arabo nella parte alta
del riempimento, così come di alcune
delle lucerne non lascia ipotizzare, almeno per quanto mi sembra, una distribuzione cronologica con i materiali più recenti in alto e quelli più antichi in basso,
ma piuttosto ad una situazione di notevole rimescolamento. La questione, inoltre, non può prescindere dal discorso più
ampio concernente l'ubicazione del cosiddetto "pozzo". Come già accennato, lo
scavo ha evidenziato la presenza di due
allargamenti della struttura. Se il primo è
stato indagato, il secondo, invece, è stato
lasciato momentaneamente intatto: la parete però, che risulta riempita dalla stessa
terra argillosa da noi incontrata, appare
ricca di frammenti ceramici. E probabile
che l'indagine di questa parte possa fornire ulteriori dati utili per l'inquadramento generale della natura del nostro "poz-
42
zo". A tutt'oggi appare ancora plausibile
l'ipotesi di un accumulo di materiali di
scarico, in parte alterato da strutture successive, anche se non è possibile al momento stabilire con certezza come si sia
formato il riempimento. L'indagine della
"galleria" (il termine sia preso cum grano
salis, potendo trattarsi anche di un semplice allargamento della parete della
struttura) potrebbe fornire qualche dato
in più al riguardo. Comunque indiscutibile è il carattere "romano" predominante
del materiale recuperato e la continuità
di frequentazione della zona di rinvenimento che, seppur su tracce labili, sembra proseguire da epoca etrusca. Si va
così ad aggiungere un piccolo ulteriore
tassello nella conoscenza della Siena di
epoca romana, ancora poco nota ma che
vari interventi di questi ultimi tempi stanno contribuendo a "riportare a galla".
Proprio per questo sarebbe ancora più
importante e auspicabile l'esame e lo studio di tutti i reperti restituiti dall'intervento ai Rozzi e soprattutto il loro confronto
con altre emergenze analoghe dal tessuto
urbano.
Frammento di cratere volterrano;
produzione etrusca della fine del
IV sec. a.C.
Necropoli etrusca
a Sovicille
di MARCO FIRMATI
Nei pressi di Siena, a breve distanza da
Malignano, lungo l'antica naturale via di
comunicazione che costeggiando il fertile
piano di Rosia (percorso dalle belle acque del Merse) conduce in val d'Elsa, è
stata aperta al pubblico una necropoli etrusca. Già in passato, sulle alture (le celebri Crete senesi) che circondano il piano, diverse scoperte occasionali e qualche scavo sistematico hanno rivelato la
presenza di insediamenti e necropoli: risalgono all'VIII - prima metà VII sec. a.C.
(tarda età del ferro) le fibule in bronzo esposte al Museo archeologico di Siena,
trovate in tombe a pozzetto. Forse l'area
ebbe un suo rilievo in età arcaica (VI-V
sec. a.C.), al tempo delle aristocrazie rurali etrusche, da cui dipendeva anche il
controllo della viabilità (di questo periodo potrebbero essere due cippi con iscrizioni, andati perduti, descritti nel
Settecento dall'erudito senese Giovanni
Antonio Pecci). Il paesaggio è più definito nel IV sec. a.C., quando sui colli che
circondano il piano di Rosia fioriscono diversi abitati. Anche qui, come in altre parti dell'Etruria interna, si sarebbe verificata
una diffusa colonizzazione delle aree a
vocazione agricola poste ai margini dei
territori dei centri urbani che in età arcaica avevano polarizzato il popolamento.
Gli abitanti, dediti all'agricoltura e all'allevamento, sembrano godere di una certa
agiatezza: le necropoli presentano corredi
dignitosi, con oggetti in gran parte prodotti a Volterra, a indicare la dipendenza
culturale e probabilmente politica da questa città.
In tale contesto si colloca la necropoli
di Malignano, lungo la strada etrusca che
costeggiava la piana, dove si seppellirono
i defunti di un vicino insediamento rurale.
Nel 1927 l'archeologo senese Ranuccio
Bianchi Bandinelli (1900-1975)segnalò la
presenza a Malignano di tombe a camera,
depredate in antico, dove già nel XVIII
secolo si erano trovati i due cippi iscritti
di cui abbiamo parlato. Tra il 1964 e il
1965 si svolse la prima campagna di scavo da parte dell'americana Etruscan
Foundation, sotto la direzione di K. M
Philips. Nella roccia calcarea furono individuate diciotto tombe a camera e a pozzetto. Da allora la necropoli di
Malignano, a parte qualche restauro della
Soprintendenza, era rimasta coperta dalla
macchia. Adesso le operazioni di pulizia
hanno riportato in luce tutte le tombe a
camera già scavate dalla Etruscan
Foundation e hanno consentito nuove
scoperte. Si sono trovate ancora nove
tombe, a pozzetto e con una piccola camera a forma di nicchia, e si è portata a
termine l'esplorazione della tomba più
monumentale.
Le tombe a camera hanno un corridoio
di accesso (dromos) e cella circolare o
rettangolare con banchine continue addossate alle pareti. Le tombe a pozzetto
invece sono costituite da una semplice
buca nella roccia che accoglieva il corredo ed era coperta di pietre (un cippo poteva segnalare la presenza della sepoltura). I corredi sono costituiti da ceramiche
di produzione volterrana a vernice nera,
crateri a figure rosse, ceramica a vernice
rossa (presigillata), ceramica comune e da
monete, che a suo tempo consentirono di
datare le tombe tra III e II sec. a.C.
La tomba a camera più grande ha una
pianta piuttosto articolata: lunga quasi
venti metri, presenta un corridoio centrale
sul quale si aprono otto camere con banchine alla parete per la deposizione delle
urne cinerarie e dei corredi. L'accesso si
apriva direttamente sulla strada etrusca
43
che correva al margine della pianura.
Sebbene la tomba fosse aperta da tempo,
quando gli archeologi americani condussero gli scavi, restituì pezzi dei corredi originari e anche nel corso dell'ultimo intervento sono stati recuperati numerosi
frammenti. Lo sviluppo e le proporzioni
della struttura testimoniano la posizione di
rilievo del nucleo familiare a cui la tomba
apparteneva, confermata dalla presenza
tra i residui del corredo di oggetti di prestigio quali le placchette d'avorio e di
bronzo che decoravano cofanetti di legno.
I frammenti di bucchero fanno pensare a
un uso del sepolcro già a partire dal VI
sec a.C.
Il progetto, promosso dalla Soprintendenza archeologica della Toscana, a cura
44
di Silvia Goggioli, e dal Comune di
Sovicille (Si), ha coinvolto enti pubblici e
soggetti privati. Da sottolineare la disponibilità del proprietario del terreno, che
ha consentito l'uso pubblico dell'area
semplicemente legando l'operazione al ricordo dei propri genitori, Gino e Lea
Fiorentini, che assisterono alle prime ricerche. La realizzazione del Parco archeologico di Malignano è stata sostenuta dalla Fondazione del Monte dei Paschi di
Siena e dalla società Bayer, mentre la
Etruscan Foundation, che condusse gli
scavi negli anni Sessanta, ha aderito insieme al Centro studi "Farma Merse". La necropoli si trova al km 65,5 della statale
Siena-Arezzo, che in questo tratto corre
proprio sopra all'antica via etrusca.
Una tomba della necropoli di Malignano (Sovicille).
Ritrovamenti in una tomba a pozzetto presso la necropoli etrusca di Malignano
45
Due tombe della necropoli etrusca di Malignano
46
Indice
FABIO GABBRIELLI, Siena e le origini. Dal mito alla storia . . . .
pag. 1
Siena: dal “castrum” romano al “burgus” altomedievale . . .
» 24
PAOLO BROGINI, L’individuazione della Siena romana
ed altomedioevale: alcune considerazioni e nuove ipotesi .
» 16
Un giovane, valente archeologo e i recenti scavi
presso l’Ospedale di S. Maria della Scala . . . . . . . . . . . . . . .
» 15
FEDERICO CANTINI, Lo scavo archeologico
nel S. Maria della Scala . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
» 16
Scoperte architettoniche e figurative nel Duomo di Siena
» 22
TARCISIO BRATTO, Il cantiere sotto la Cattedrale di Siena . . . .
» 23
ALESSANDRO BAGNOLI, Nuovi dipinti murali nella cripta
del Duomo di Siena . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
» 25
Lo scavo archeologico condotto dal Centro Studi
“Farma Merse” nei sotterranei del Palazzo dei Rozzi
....
» 33
ANGELO VOLTOLINI, Il Centro Studi “Farma Merse” . . . . . . . . .
» 34
DEBORA BARBAGLI, Relazione preliminare sull’intervento
compiuto nei fondi di proprietà dell’Accademia dei Rozzi . . .
» 37
MARCO FIRMATI, Necropoli etrusca a Sovicille . . . . . . . . . . . . .
» 43
Finito di stampare nel mese di giugno 2003
dalla Industria Grafica Pistolesi Editrice “Il Leccio” srl
Via della Resistenza, 117 - Loc. Badesse - 53035 Monteriggioni (Siena)
www.leccio.it
[email protected]
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