Siena e le origini Dal mito alla storia di FABIO GABBRIELLI Sembrano così lontani i tempi in cui Giovanni Cecchini invitava a cercare altrove le tracce della Siena romana, lontano dalla città attuale, nel piano o nelle prime pendici dei colli intorno a Rosia, proprio là dove l’erudito Giovanni Antonio Pecci aveva indicato, nel Settecento, i resti “di una distrutta città”, nei pressi di quel toponimo Siena Vecchia dal contenuto – si direbbe – fin troppo evocativo. Tanto era sconfortante il quadro storiografico ed archeologico di chi, con provocatoria curiosità, si chiedeva, verso la fine degli anni ’50, dove rimanessero le tracce – dove fossero le prove - di una memoria della città che il tempo aveva completamente cancellato. In realtà, a parte qualche voce isolata, nessuno ha mai dubitato davvero dell’ubicazione della città romana, da ricercare, evidentemente, nel sito della Siena attuale, in un’area più o meno ristretta del centro storico. La mostra del 1979-80 dedicata alle origini della città, curata da Mauro Cristofani, fugava, in questo senso, ogni dubbio, se mai ve ne fosse stato, proponendo, tra l’altro, un’estensione della città antica non proprio trascurabile. Ma le ragioni che ne giustificarono, allora, la radicale proposta, rimanevano: la mancanza di un impianto romano facilmente riconoscibile nel tessuto attuale, l’assenza di acque, la lontananza dalle grandi vie consolari, la mancanza di monumenti romani e l’esiguità dei ritrovamenti archeologici. Del resto, lo stesso Ranuccio Bianchi Bandinelli apriva la sua ponderata voce su Siena nell’Enciclopedia dell’Arte Antica - erano i primi degli anni ’70 - sottolineando come “nessuna sicura traccia urbana (fosse) venuta alla luce nell’ambito della città medievale e attuale”, a conferma – è ovvio - non tanto di un cambio di ubicazione quanto di una limitata importanza della città romana. Considerazioni che appaiono coerenti anche con le prime vicende cristiane, dalla lunga vacanza della sede vescovile alle ristrettezze dei limiti di una diocesi che è come ritagliata dai territori di più antiche e potenti città limitrofe, al punto che un cronista fiorentino dello stampo di Giovanni Villani poteva nel Trecento inventarsi, con una faziosità evidentemente credibile, la nascita di Siena nell’altomedievo, saltando a piè pari ogni legame con il mondo antico. Poi, finalmente, l’archeologia è scesa in campo. Sono bastati pochi anni di ricerche scientificamente condotte, concentrate in luoghi altamente sensibili – mi riferisco, in particolare, agli scavi che di recente hanno interessato i due versanti del colle del duomo - per farci subito percepire come l’assenza di memoria non fosse una condizione alla quale doversi per sempre rassegnare. E si tratta, crediamo, solo dei primi passi. Molti dei materiali rinvenuti attendono di essere studiati e pubblicati, mentre del tutto da esplorare rimangono il colle di Castelvecchio e la sommità di quello del Duomo, a parte il limitato scavo, prodigo tra l’altro di risultati, realizzato alla fine degli anni ’80 dinanzi alla facciata dell’Ospedale. Sono dati che non nascono dal caso, anche se talvolta è la scoperta fortuita, legata ad un cantiere di restauro o ad un occasionale sbancamento ad innescare nuovi – o rinnovati - interessi scientifici. Di fatto assistiamo, da qualche anno, ad un più convinto impegno verso la storia più lontana e profonda della città, quella delle sue origini e della sua evoluzione nel lungo periodo che precedette il grande sviluppo bassomedievale. In sostanza la città che non vediamo, quella di cui i documenti non ci parlano e le cui vestigia architettoniche non si manifestano. I saggi che seguono danno merito, e solo in parte, a tutto ciò. Il dott. Paolo 1 2 Brogini offre il suo punto di vista, da storico, sull’assetto topografico della città romana e altomedievale, con argomentazioni che spaziano dalla toponomastica alle fonti liturgiche, ma nella giusta consapevolezza di muoversi nel campo delle ipotesi, pronto a lasciare il testimone a chi, operando sulle fonti materiali, ha il privilegio di proseguire anche là dove le fonti scritte si arrestano. Al periodo tardo-antico e all’altomedioevo è dedicato il saggio del dott. Federico Cantini, fresco di una tesi di dottorato sui materiali del V-XI secolo rinvenuti negli scavi all’interno dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, tesi che già si annuncia come un irrinunciabile punto di riferimento storiografico per un arco di tempo fino a questo momento oscurissimo per la storia della città. E’ un intervento denso di novità, che ben riflette gli eccezionali risultati emersi dagli scavi, avviati nel 1998 dal Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena, in concomitanza con il recupero del grande complesso ospedaliero, grazie ai quali sarà possibile scrivere pagine di storia senese fino adesso rimaste del tutto in bianco, basti pensare al rinvenimento della prima testimonianza architettonica a carattere monumentale di epoca romana, un grande edificio termale databile tra IV e V secolo. Fanno da parallelo gli scavi sull’altro versante della collina, al di sotto del coro e del transetto del duomo, condotti dallo stesso Dipartimento dell’Università di Siena negli anni 2000-2001. Di questi non abbiamo, qui, un resoconto dei dati archeologici, che spaziano dall’età ellenistica al basso Medioevo e che hanno trovato una recente, vasta eco, dai probabili resti di un rito propiziatorio romano per la fondazione della città, bensì una puntuale presentazione, a cura del dott. Alessandro Bagnoli, della straordinaria scoperta del ciclo di pitture murali rinvenuto in concomitanza con gli scavi stessi, oltre una relazione sugli aspetti tecnici connessi al cantiere di restauro, diretto dall’arch. Tarcisio Bratto. Insomma, in questa fortunata stagione di scoperte, c’è spazio anche per il sensazionale, perché tale è, per la storia della pittura senese e italiana tutta, il rinvenimento del ciclo con storie del vecchio e del nuovo testamento. Un altro importante tassello nella conoscenza della città romana, ad ulteriore dimostrazione di quanto il sottosuolo senese conservi ancora di memoria storica, viene dallo scavo realizzato, a cura del Centro Studi Farma Merse, tra il 2000 e il 2002, nei fondi dell’Accademia dei Rozzi. La dott.ssa Debora Barbagli ci illustra i risultati delle indagini, per altro provvisori essendo buona parte dei reperti ancora da studiare: un ricco deposito di materiali di scarico, prevalentemente riferibili ad età tardo romana, ma con sporadici reperti più antichi, compreso qualche elemento di epoca etrusca. Con l’intervento del dott. Marco Firmati, infine, usciamo dalla città per trattare degli scavi recentemente svolti in un altro importane sito. Si tratta della necropoli etrusca situata nei pressi di Malignano, nel comune di Sovicille, in un’area che già in passato aveva rivelato tracce di insediamenti e necropoli collocabili a partire dalla tarda età del Ferro. Il lavoro ha visto la ripulitura di alcune tombe a camera, già scavate negli anni ‘60 dalla Etruscan Foundation, e la scoperta di un consistente numero di nuove tombe, nell’ambito della realizzazione di un Parco archeologico aperto al pubblico, promosso dal Comune di Sovicille e dalla Soprintendenza Archeologica. Forse, al termine di questo virtuoso ciclo di ricerche, che nell’archeologia avrà, per forza di cose, il suo grimaldello, i dati di fondo della Siena antica non si muoveranno più di tanto, e la città romana rimarrà quel centro di “scarsa importanza” di cui parlava Bianchi Bandinelli, ma certo i suoi connotati saranno più veri e concreti, più chiari ed espliciti, e permetteranno, unitamente al dipanarsi delle conoscenze sull’altomedioevo, di capire e di inquadrare meglio tanto il fulminante sviluppo dei secoli dopo il Mille, quanto l’affascinante rapporto tra la storia e il mito, quel legame con l’antichità romana così insistentemente cercato - e rivisitato - dagli uomini del basso medioevo e del Rinascimento. Frontespizi di due importanti saggi sull’antica origine di Siena: il Trattato di Bartolomeo Benvoglienti e lo studio di Pietro Rossi sulla colonia senese in epoca romana. Siena: dal “castrum” romano al “burgus” altomedievale Il dr. Paolo Brogini, nonostante la giovane età, è uno degli studiosi che hanno indagato più analiticamente ed approfonditamente le fonti documentali al fine di far luce sull’origine del centro abitato di Siena e di rilevarne l’antico sviluppo. Le sue ricerche – confluite nella vastissima, magistrale tesi di laurea - hanno prodotto un primo articolo sull’assetto topografico del “burgus de Camullia” nell’alto medio evo, che ha trovato opportuna ospitalità tra le pagine del “Bullettino Senese di Storia Patria” (CII,1997) ed un lungo saggio sulla crescita di detto borgo pubblicato in “La chiesa di S. Pietro alla Magione nel Terzo di Camullia a Siena” (2001). Opere che evidenziano la non comune capacità di analisi da accreditare all’autore ed offrono un rilevante contributo di conoscenze sul controverso sviluppo urbanistico di Siena intorno all’anno Mille. Nell’articolo che segue, Brogini, mette nuovamente a frutto i suoi studi per descrivere la configurazione originaria del castrum romano e formulare alcune interessanti ipotesi sull’individuazione topografica della sua cerchia muraria. Opportunamente l’autore s’interessa pure di quella Porta Salaria che si apriva davanti all’area attualmente occupata dal Palazzo dei Rozzi, dove lo scavo condotto dal Centro Studi Farma Merse ha rilevato chiare tracce di un insediamento umano risalente all’ epoca imperiale romana. Un articolo, dunque, che si affianca proficuamente alla collana di saggi presentati su questo numero di “Accademia dei Rozzi” nell’intento di illustrare l’impegno posto dall’archeologia al servizio della conoscenza storica, in un momento in cui anche la nostra città sembra finalmente aprirsi alle indispensabili ed illuminanti attenzioni di questa disciplina. 4 La rilevazione degli otto circuiti di mura costruiti nei secoli a difesa di Siena. Quello più interno ed ovviamente più antico, che circoscrive la Chiesa di S. Quirico, appare riferibile all’epoca romana. 5 L’individuazione della Siena romana ed altomedioevale: alcune considerazioni e nuove ipotesi* di PAOLO BROGINI Sulla Siena romana grava l’equivoco, nato nella letteratura erudita, ma vivo anche nel nostro secolo1, di volere ad ogni costo individuare una cinta muraria unica abbracciante, più o meno, il tessuto urbano di una città chiaramente decifrabile in chiave di sviluppo posteriore. Tale tradizione, inaugurata nel XV secolo con il De urbis et Senae origine et incremento opusculum 2 dell’umanista Bartolomeo Benvoglienti per rivendicare l’antichità dell’insediamento, si fonda su vestigia incerte, cancellate dal grande sviluppo della Siena Trecentesca e, molto più probabilmente, riferentesi alla prima età medievale. Un caso emblematico è costituito dalle porte urbiche, che venivano viste non solo come circuito giuridico-militare, ma anche come “monumenti”3. Un arco trionfale, la Porta Aurea, fu individuato all’inizio di via delle Murella (odierna via Tommaso Pendola) da Giulio Piccolomini, erudito se- 6 * Desidero ringraziare per la preziosa collaborazione fornitami nella stesura di questo articolo Alessandro Leoncini, il dott. Claudio Bartalozzi e il dott. Michele Pellegrini. Un particolare e sentito ringraziamento va all’amico Mario Ronchi che mi ha permesso di realizzare materialmente questo scritto. 1 P. ROSSI, Le origini di Siena: Siena colonia romana in Conferenze tenute nella R. Accademia dei Rozzi per cura della Commissione Senese di Storia Patria, 3 aprile 1897, vol. III, Siena 1897, pp. 40 ss.; V. LUSINI, Note storiche sulla topografia di Siena nel secolo XII, “Bullettino Senese di Storia Patria” (d’ora in avanti “BSSP”), XXVIII (1921), p. 244- 249. nese vissuto nel XVII secolo; questi, del tutto arbitrariamente, attribuì al Senatus Populusque Senensis un arco onorario dedicato a Traiano sulla base di un frammento scoperto in quello stesso luogo nel 1576, di alcune colonne sparse per la città, a suo avviso antiche, e di un capitello che si trovava all’epoca in una casa della famiglia Azzoni4. Invero l’individuazione della porte urbiche rappresenta una questione fondamentale per giungere ad una definizione del perimetro della città murata della Colonia Romana di Saena Iulia. L’impressione che si ricava, in base soprattutto ai ritrovamenti archeologici finora intervenuti, è che quest’area sia stata molto più ristretta di quella ipotizzata dagli eruditi avvicendatisi fin dalla fine del Quattrocento e abbia compreso, per la precisione, il colle di Castelvecchio e di Santa Maria. Ci sono numerose circostanze che dovrebbero avva- 2 L’opera, composta in latino a Siena fra il 1480 e il 1482, dietro suggerimento del Cardinale Francesco Piccolomini Todeschini (il futuro pontefice Pio III), e pubblicata sempre a Siena nel 1506, fu riproposta in volgare con la traduzione di Fabio Benvoglienti con il titolo di Trattato de l’Origine et Accrescimento della Città di Siena, Roma 1571. 3 Siena: le origini. Testimonianze e miti archeologici, Catalogo della Mostra (Siena 19791980) a cura di M.CRISTOFANI, Firenze 1979, p. 147. 4 E’ da notare che questa invenzione fu presa per buona da ben più famosi eruditi del Settecento, quali Uberto Benvoglienti e Giovanni Antonio Pecci: ivi, p. 119. lorare quest’idea. Ad esempio, nella ricostruzione della Siena altomedievale si fa spesso riferimento alla Porta Salaria, attorno alla quale esistono supposizioni e collocazioni spesso divergenti5. In primo luogo è riscontrabile una curiosa analogia che sembra accomunare le porte direzionate verso ovest ed est, ovverosia la Porta di Stalloreggi e la Salaria. La Porta di Stalloreggi, situata in fondo al Piano dei Mantellini, e non a caso popolarmente denominata Due Porte, come si può tuttora constatare, presentava un doppio fornice di entrata. Uno dei due ingressi fu infatti tamponato e l’altro ristrutturato negli anni 1230-31 durante la Guerra dei sei anni contro Firenze, successivamente alla rovinosa sconfitta di San Vito, (15 giugno 1230), incursione operata dai Fiorentini, che provocò ingenti devastazioni a nord della civitas6. Anche la Porta Salaria, nominata già nel 1067 7, doveva avere anch’essa una struttura a doppio fornice: lo si desume dall’insegna dell’omonima Compagnia d’armi, che presentava due archi bianchi in campo rosso alla cui sommità campeggiava un gallo bianco (Porte Salarie et Galgarie: campus rubeus cum ianua ad duos arcos cum gallo albo super ea)8. La sua ubicazione presso 5 Secondo P. ROSSI. Le origini di Siena cit. p. 47, la porta era volta verso Fontebranda; per V.LUSINI, Note cit. p. 245, invece, la “porta decumana” andava cercata “negli orti” dietro le case di Piazza San Giovanni ; così anche P. NARDI, I borghi di San Donato e di San Pietro ad Ovile.“Populi”, contrade e compagnie d’armi nei secoli XI-XIII, “BSSP”, LXXII-LXXV (1966-68), p. 9 n. 9. 6 Libri dell’entrata e dell’uscita della Repubblica di Siena detti del Camarlingo e dei quattro Provveditori della Biccherna, (d’ora in avanti Libri di Biccherna), a cura della Direzione del R. Archivio di Stato di Siena, Libro III, Anno 1230, Siena 1217, pp. 70, 141, 231, 262, 303; Idem, Libro IV, anno 1231, Siena 1921, pp. 112. Riguardo alle devastazioni e alle ricostruzioni a nord di Siena durante il corso della guerra, cosiddetta dei “sei anni” contro Firenze vedi P. BROGINI. Presenze ecclesiastiche e dinamiche sociali nello svilup- Raffigurazione ottocentesca dello stemma della Compagnia militare di Porta Salaria, che ben evidenzia la presenza di un doppio fornice nella struttura fortificata altomedievale oggi distrutta, ma significativamente presente nel contesto civile e religioso senese. l’area dell’attuale Costarella dei Barbieri è intuibile dalla lettura di un pagamento della Biccherna del 1329 ad alcuni maestri (tra cui spicca il celebre scultore Camaino di Crescentino) che terminaverunt Campum po del borgo di Camollia (sec. XI- XIV) in La chiesa di San Pietro alla Magione nel Terzo di Camollia a Siena. Il monumento - l’arte - la storia, a cura di M.ASCHERI, Siena 2001, pp. 90-92 e n. 283 con relativa bibliografia. 7 ARCHIVIO DI STATO DI FIRENZE, Diplomatico Passignano, 1067 Agosto: “… Porta que dicitur Salaia” . 8 ARCHIVIO DI STATO DI SIENA (d’ora in avanti ASS), Concistoro n. 2371, c. 5v., 1420 luglio 1 (recentemente pubblicato da M.A. CEPPARI RIDOLFIP.TURRINI, con la collaborazione di L. VIGNI, M.A. C E P PA R I R I D O L F I , M. C I A M P O L I N I , P. T U R R I N I , Repertorio documentario sulle Contrade e sulle feste senesi in L’immagine del Palio. Storia, cultura e rappresentazione del rito di Siena, a cura di M.A. C EPPARI R IDOLFI , M. C IAMPOLINI , P. TURRINI, Iolo (Po) 2001, pp. 525-526. 7 La Porta di Stalloreggi, in epoca altomedievale, era caratterizzata da un doppio fornice, tutt’oggi ben visibile dall’esterno e, probabilmente, simile a quello della Porta Salaria. Fori in pede Porte Salarie9. La porta a doppio arco è uno stilema architettonico risalente alla tarda romanità e precisamente alla fine del III sec. d.C.; ai tempi dell’Imperatore Aureliano (270-275) avevano a Roma un simile schema, generalmente con cortina di travertino e torri rotonde all’esterno, le porte situate nelle grandi vie di comunicazione con il nord e il sud della Penisola e con i porti annonari della città, quali l’Appia, l’Ostiense, la Portuense e la Flaminia. Il motivo architettonico non fu comunque esclusivo della Capitale: si pensi alla famosa Porta Nigra di Treviri (258267 d.C. circa), grande costruzione concepita come la fronte di un colossale palazzo con due ingressi arcuati in basso e due ordini di finestre al di sopra, decorate con se- 9 8 ASS, Biccherna n. 162, 1329 luglio - 1329 dicembre, c. 139v (dicembre 20):“Item II libras magistro Camaino et magistro Angelo Venture, magistero Dino Compagni e magistro Bertino Salvucci, videlicet decem soldos pro quolibet pro eorum salario, quia terminaverunt Campum micolonne. Simili a questa sono anche le porte di Verona, di Milano del Wardar di Salonicco, e, sebbene molto anteriore, la Porta Palatina di Torino. Durante l’Impero di Arcadio e Onorio (IV secolo ex.-V secolo in.), all’epoca delle prime invasioni barbariche, quasi tutte le porte furono ridotte a un solo arco, soprattutto ad opera del Generale Stilicone, allo scopo di essere meglio difese; questo provvedimento segnò la fine di tale modello nell’epoca medioevale. La posizione di queste doppie porte potrebbe pertanto individuare l’area verosimilmente occupata dalla Colonia Romana ed è possibile che la loro costruzione sia da far risalire appunto alla fine del III secolo d.C., periodo in cui il doppio fornice si diffuse nell’Impero Romano10. Fori in pede Porte Salarie”. 10 P. BROGINI, Lo sviluppo urbanistico di Siena fino all’età precomunale, Tesi di Laurea discussa presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena nell’ a.a. 19911992, relatore Prof. D. BALESTRACCI , pp. 50- 51. Tale suggestiva ipotesi andrebbe, beninteso, supportata dall’ausilio di opportuni rilievi e verifiche archeologiche. Non abbiamo, infatti, nessuna testimonianza iconografica oltre la già citata insegna della Compagnia d’armi di Porta Salaria. Inoltre, il complesso strutturale delle Due Porte sembra in maniera inequivocabile interpretare stilemi architettonici riferibili all’inizio del Duecento, o semmai alla fine del precedente; tuttavia, come vedremo meglio in seguito, è inserito in una cinta muraria di blocchi tufacei assai più antica11. Un altro tipo di fonte che ci può per- mettere di ipotizzare il percorso delle mura romano-altomedievali è costituito, come giustamente fece rilevare a suo tempo l’erudito Emanuele Repetti 12, dall’Ordo Officiorum, l’antico libro liturgico della Chiesa senese13. La posizione delle porte della prima cerchia, notava lo studioso, poteva essere dedotta dal rituale che il clero senese osservava per la ricorrenza liturgica delle Rogazioni, ovverosia i tre gior ni precedenti la festività dell’Ascensione. Le Rogazioni erano preghiere, per lo più, in processione che si recitavano per impetrare da Dio un buon Frammenti di mura nel tratto intercorrente tra la Porta di Stalloreggi e quella Oria, situate, rispettivamente, in prossimità della Chiesa di S. Quirico e dell’oratorio di S. Ansano. La relativa sezione appare riferibile ad un ampiamento altomedievale della cerchia di origine romana. 11 Sulla presenza di una cinta muraria comprendente la “fortezza” del colle di Castelvecchio vedi A. LEONCINI, “Siena in fasce”. Topografia e immagini della Sena Vetus, Monteriggioni (SI) 1998 (già in “BSSP”, CIII [1996], pp. 431-476, con il titolo: Castelvecchio, topografia e immagini medioevali). 12 E.REPETTI, Dizionario geografico, storico fisico della Toscana, voll. VI, Firenze 1833-1846, vol.V, pp. 357-359. 13 G.C. TROMBELLI, Ordo Officiorum Ecclesiae Senensis ab Oderico eiusdem ecclesiae Canonico anno MCCXIII compositus, Bononiae 1575. Su questa importante fonte per lo studio della liturgia della Chiesa senese vedi adesso R. ARGENZIANO, Gli inizi dell’iconografia sacra a Siena. Culti, riti e iconografia nel XII secolo, Firenze 2000, pp. 52-101. 9 raccolto ed hanno un legame diretto con le Ambarvalia e con gli Amburbali dei Romani: queste forme cultuali consistevano nel girare intorno alla città di Roma, facendo sacrifici e cantando inni religiosi a Cerere14. A Siena, nel Duecento, durante le processioni delle litanie maggiori, delle Palme, della Candelora, il Vescovo, il clero e il popolo ricordavano a Porta Salaria e all’Arco di Castelvecchio, i limina della civitas, fermandosi prima di attraversare il fornice, mentre venivano cantate antifone con chiari rimandi metaforici alla città santa15. Successivamente, nelle Rogazioni, sarebbe invalso l’uso di raggiungere le varie chiese della città e dei suburbi,“cantando diverse antifone” e, ponendo, in corrispondenza delle antiche porte urbiche,“in alto traverso alla strada il gonfalone o stendardo, affinché vi passassero di sotto tutti quelli che accompagnavano la processione”16. Senza stare a dilungarsi sulle complesse procedure liturgiche, ricordiamo che il primo giorno il corteo sacro raggiungeva il Terzo di Camollia e in maniera particolare all’antica chiesa dei Santi Donato e Ilariano, all’ingresso dell’odierna via Montanini, si effettuava una sosta17 14 P. BROGINI, Lo sviluppo urbanistico cit., p. 51. 15 10 Cfr. in proposito, M.PELLEGRINI. Una città in Chiesa.Vita religiosa dei laici e prassi liturgica nella Chiesa senese del primo Duecento, in Fedeli in chiesa,“Quaderni di storia religiosa”,VI (1999), pp. 32-33 nn. 45-47; F. D’ACCONE. The civic Muse. Music and Musicians in Siena during the Middle Ages and the Renaissance, ChicagoLondon 1997, pp. 88-91. 16 E. REPETTI, Dizionario cit., p. 358. 17 Ordo Officiorum cit. cap. CCXXVI, p. 216: “cum autem pervenerimus ad Ecclesiam Sancti Donati, antequam ingrediatur Episcopum, vel Archipresbiter, ibi circa ianuas intus a Clericis facto Coro, dicit breves litanias, scilicet Agnus Dei qui tollit peccata, suscipe deprecationem nostra etcaetera….”. 18 E. REPETTI, Dizionario cit., p. 358. Cfr. anche quanto asserito da Girolamo Macchi riferen- dove, appunto, si metteva di traverso il gonfalone e il popolo vi passava sotto18. Il secondo giorno invece la processione si recava nel Terzo di San Martino, soffermandosi alla chiesa di San Martino, officiata dai canonici lucchesi di San Frediano, dove si ripeteva lo stesso rituale tenuto a San Donato19: passando dalla Porta Salaria veniva intonata l’antifona De Hierusalem exeunt reliquae et salvatio de Monte Sion20 e veniva ripetuto l’abbassamento del gonfalone21. Significativamente la sosta viene indicata nel libretto processionale come ad Portam Salariam vel in exitu Civitatis22. L’ultimo giorno era la volta del Terzo di Città ed il clero cittadino, dopo aver raggiunto la chiesa di San Pietro, arrivava fino alla Chiesa di S. Matteo ai Tufi dove si ripeteva il rito consueto. Al ritorno, di fronte ad Arcum de Castro Veteri, veniva effettuata la sosta23. Quantunque l’Ordo non faccia alcun riferimento alla pratica di mettere il gonfalone attraverso le strade e i luoghi ove erano ubicate le porte della cerchia più antica, tuttavia, asserisce il Repetti,“vi supplisce un libretto pubblicato in Siena nel 1810, Sull’ordine delle tre processioni delle rogazioni secondo l’uso della chiesa senese24. Secondo questo ri- dosi alla sosta alla chiesa di San Donato, in ASS, ms. D. 107, Memorie, c. 157v., “il primo giorno delle Rogattjoni si ferma qui il Popolo e il Clero del Duomo e ci dicono molte preci per il Terzo di Cammullia per preclare S.D.N. dell’idolatria, e nel ritorno ci mettano attraverso il Gonfalone e sotto ci passa tutto il popolo per antica consuetudine”. 19 Ordo Officiorum cit., cap. CCXXVII, p. 217. 20 Ivi, cap. CCXXVI, p. 209. 21 E. REPETTI, Dizionario cit., p. 358. 22 Il processionale originale delle Rogazioni è descritto in BIBLIOTECA COMUNALE DI SIENA (d’ora in avanti BCS), ms. F.VI.11 ed è edito in gran parte in nota nell’Ordo Officiorum cit., pp. 209-215 n.b. Per l’identificazione del manoscritto con la fonte del testo pubblicato dal Trombelli cfr. M. PELLEGRINI. Una città cit., p. 66 n. 41. 23 Ordo Officiorum cit., cap. CCXXVIII, p. 218. 24 E. REPETTI, Dizionario cit., p. 358. tuale che effettivamente già nel XVII e XVIII secolo veniva seguito25, lo stendardo processionale veniva usato a San Donato all’Arco, alla Porta di San Maurizio per il Terzo di San Martino, mentre per quello di Città analoga prassi era tenuta alla Salaria, alle Murella cioè all’Arco di Castelvecchio e infine alla Porta di Stalloreggi di dentro ovvero alle odierne Due Porte26. Un’altra significativa prova dell’ipotesi finora formulata viene offerta dal De Ordine Processionis in Reversione, che si officiava nella Domenica delle Palme: dopo la benedizione dei rami di palma e di olivo che si celebrava nella chiesa di San Martino, il Vescovo alla testa dei chierici e del popolo faceva ritorno alla Cattedrale. Quando la processione era in prossimità della Salaria, veniva compiuto il rito commemorativo dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme: mentre il clero teneva la croce e il popolo intonava il coro, il cantore insieme a due chierici si portava usque sub limine Portae, ove venivano cantati il Domine Miserere tre volte e il salmo Ingrediente Domino. La processione entrava quindi simbolicamente in città e recta via sursum tornava in piazza usque plateam Maioris Ecclesiae27. Assai interessante è anche il De Benedictione Candelarum et Ordine Processionis. Durante questa celebrazione religiosa, dopo la benedizione avvenuta in Duomo, Vescovo, clero e popolo, con le candele accese in mano, uscivano dalla Cattedrale, piegavano a destra, (passando dietro la canonica o attraversando il triplice ingresso recentemente riscoperto sotto l’area del coro del Duomo?), e giunti alla Salaria tornavano alla chiesa Maggiore, percorrendo la via Galgaria (l’odierna via di Città) e girando nuovamente a destra all’altezza della Porta de la Posterula (odierna Piazza Postierla)28. La dislocazione delle stazioni alla Salaria, al non meglio identificato Arco di Castelvecchio, nonché il percorso effettuato dietro la canonica, sembrerebbero rafforzare la prima impressione in questa sede espressa e cioè che il perimetro delle mura della Colonia Romana di Siena cingesse le alture di Castelvecchio e di Santa Maria. Gli esiti degli scavi eseguiti su quest’ultimo sito dal Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena potrebbero costituire un ulteriore conferma di tale ipotesi. Il recente ritrovamento di un pozzetto sacrificale risalente all’età augustea (primo secolo) con all’interno tre cani tranciati e un cavallo, potrebbe far pensare al rito augurale che i romani erano soliti effettuare La Torre della Rocchetta (o di S.Ansano in relazione al limitrofo oratorio), ritenuta perno con le altre due torri di Voltaia e di Postierla del sistema difensivo di Castelvecchio. Nelle sue immediate vicinanze si apriva la Porta Oria. 25 Cfr. ASS, ms. D.107, G. MACCHI, Memorie cit., c. 534r. 26 E. R E P E T T I , Dizionario cit., p. 358; L. BORTOLOTTI, Le città nella storia d’Italia. Siena, Bari 1983, p.7. 27 Il rito è descritto anche nel processionale BCS, ms. F:VI.11, c. 52r: “ad portam Salariam Cantor cum duobus stans sub limine porte dicit Domine Miserere. Chor us R (espondit) Kyrieleyson appropinquando cum cruce, cum isto R ingrediunt civitatem et recta via sursum revertuntur usque in plateam Maioris ecclesiae”; vedi anche V. LUSINI, Note cit., pp. 245-246, n. 2. 28 BCS, ms. F:VI.11, c. 33v; vedi anche V. LUSINI, Note cit., pp. 245-246. 11 per ingraziarsi gli dei quando si intendeva procedere all’edificazione di un nuovo insediamento. Analogo prassi era stata osservata durante gli scavi del Tempio di Castorino a Roma. L’assenza del recupero, nella campagna di scavi, di altre emergenze architettoniche e in particolare delle mura rende difficoltoso determinare quale tipo di città i romani avessero pensato per questi luoghi. Ciò nonostante la persistenza di ulteriori significative indicazioni toponomastiche, ricavabili anche dallo studio delle fonti documentarie, inducono a ritenere possibile che un perimetro murario sia effettivamente esistito. Innanzitutto non si può trascurare la notizia dell’esistenza nel 1230 di una Porta que dicitur Oria de Castelvecchio29, ubicata fra l’oratorio di Sant’Ansano e il convento di Santa Margherita, all’inizio della discesa che da Castelvecchio conduce nel Piano dei Mantellini per raggiungere poi Porta San Marco30. Non è difficile riscontrare nel termine Oria la volgarizzazione del latino Aurea. A proposito del toponimo di Porta Aurea è assai frequente nelle città italiane e costituisce un probabile indizio della sua origine tardo-romana. E’ attestato, infatti, a Pisa e a Genova, (Portoria), a Feltre (Porta Oria), a Belluno (Portorgia) e a Bassano (Oriola). Pare che il nome di Porta Aurea, noto anche a Sebenico e a Candia, sia stato tipico in origine di una Porta di Ravenna e di Bisanzio e che il senso sia quello di “porta con ornamenti”. L’archetipo comune è rappresentato dalla Porta Aurea del palazzo imperiale fatto costruire da Diocleziano a Spalato31. Il fornice è ricordato nei documenti con varie denominazioni quali Porta di Castelvecchio, di San Quirico in Castelvecchio e al Castello, oltre al “poco honesto“ nome che le veniva attribuito dal Frammenti di cortina altomedievale in una casa di via T. Pendola (non casualmente già chiamata delle Murella), riferibile ad una delle più antiche sezioni delle mura urbane. 29 12 Libri di Biccherna cit., Libro Terzo, anno 1230, Siena 1917, p. 90 (marzo): “Item III libr. et XVI sol. et V den. Bonaccorso Cicconi quos solvit et expendit pro reactanda porta que dicitur Oria de Castelvecchio”. 30 A. LEONCINI, “Siena in fasce” cit., p. 20. 31 P. BROGINI, Lo sviluppo urbanistico cit., p. 200 n. 644. popolo e che derivava da una scultura romana, in marmo o in terracotta, che vi era collocata e che raffigurava un simbolo fallico connesso al culto di Bacco e considerato benaugurale32. Tale “ornamento” fu probabilmente la causa dell’ abbattimento dell’arco e di un tratto di mura, avvenuto nel 1450 su sollecitazione delle religiose dell’adiacente convento di Santa Margherita per liberarsi dell’imbarazzante presenza33. Significativa risulta anche la descrizione tardo duecentesca del percorso murario che dalla Porta all’Arco conduceva usque ad Portoriam, ove si fa riferimento alle mura veteres civitatis Senarum qui dicitur Murelle34. Il toponimo Murella, usato fin dal 124635 per designare l’attuale via Tommaso Pendola, ci riconduce alla possibile presenza di una cinta muraria nel colle di Castelvecchio. Si potrebbe quindi, pur con le dovute cautele, avanzare l’ipotesi suggestiva ma non priva di qualche fondamento che la Colonia di Saena Iulia fosse dotata, seguendo la consuetudine urbanistica romana di un Cardus maximus e di un Decumanus maximus. Il Cardus maximus, (est-ovest), come del resto potrebbe far supporre il reticolo stradale ancora esistente, avrebbe potuto collegare la Porta Salaria e una porta compresa nell’area dell’odierna via Stalloreggi, non individuabile se non attraverso una serie di deduzioni ed eloquenti analogie. Secondo l’opinione corrente la fortezza di Castelvecchio non avrebbe incluso le Due Porte in quanto, come abbiamo già evidenziato, struttura architettonica databile alla fine del XII secolo o alla fine del XIII36, ma il suo inserimento in un tratto murario composto da blocchi di tufo squadrati e di vario materiale di riporto lascia presumere un possibile “ampliamento delle mura di cinta della città tardo romana. Questa cerchia di mura si r icollegava a Castelvecchio con un tratto di muraglia di cui sopravvive ancora – anche se in precario equilibrio – un frammento visibile sulla destra della chiesa di S. Quirico” 37. Inoltre perdura per i due ingressi urbici l’analogia del doppio fornice di entrata, chiaro stilema romano. Il Decumanus, invece, partendo dall’Arco di Castelvecchio e snodandosi grosso modo lungo la direttrice delle odierne vie di San Pietro e del Capitano (anche se alla luce dei documenti altomedievali la strada che conduceva alla Chiesa maggiore era diversa e con 32 A. LEONCINI, “Siena in fasce” cit., p. 20 e n. 32. 33 Ivi, pp. 11 n. 6 e 32. 34 ASS, Statuti di Siena n. 5, XIII sec. ex. (1298 maggio), Dist. III (De examplanda via de Casato que mictit in Campo Fori), c. 167r:“…Et predicta fiant expensis hominis et personarum qui habent facere ex utroque latere vie a Campo Fori usque ad Portam Arcus et illorum qui habent facere a dicta Porta Arcus usque ad Portam Novam de Tufis ex utraque parte vie et omnium illorum qui habent facere infra hos confines, silicet: a dicta Porta Arcus usque ad Portoriam et infra muros veteres civitatis Senarum qui dicitur Murelle et alios muros novos …”. 35 P. BROGINI, Lo sviluppo urbanistico cit., p. 33 n. 87. 36 V. DE VECCHI, L’architettura gotica civile senese,“BSSP”, LVI (1949), p. 5. 37 A. L EONCINI , “Siena in fasce” cit., p. 19 n. 28. La piccola statua di un personaggio togato, inserita da epoca immemorabile in un muro del vicolo di Castelvecchio, sembra confermare la presenza in loco di un insediamento romano. 13 sbocco nell’area occupata dall’odierno Palazzo della Prefettura), sarebbe potuto giungere in Piazza del Duomo.A protezione del vicino incontro fra i due assi viari principali, più o meno all’altezza dell’attuale Piazza Postierla, dove il circuito murario faceva ansa, secondo la concezione architettonica tipica dei Romani38, si apriva una posterula o porta di servizio, o porta “secondaria nelle mura” che ritroviamo in altre città italiane come Pisa e Ravenna (Pusterla)39. Nell’epoca altomedievale, una volta smarrito il senso funzionale avuto in quella romana, il termine posterula permase come toponimo locale40 e costituisce un altro rilevante indizio dell’esistenza di una cerchia muraria tardo-romana. Tale porta secondaria sarebbe stata poi chiamata, nel corso del XIII secolo, del Verchione 41, dall’italiano antico Verchione = chiavistello42, vocabolo di cui rimane traccia nella denominazione dell’omonimo vicolo. Se fosse plausibile questo schema, in particolare l’assetto viario del Decumanus maximus, sulle pendici del colle di Santa Maria dovrebbe esistere una seconda porta cardinale della quale si è persa la memoria storica forse per la sua peggiore posizione logistica, ma più probabilmente a causa delle invasioni barbariche, che risultarono oltremodo devastanti per la piccola Colonia senese. Resta chiaro che tale indicazione, come del resto tutte le altre fin qui espresse, intende essere, vista la labilità delle concrete acquisizioni scientifiche in nostro possesso, solo un “suggerimento”, sebbene supportato da fonti documentarie e toponomastiche, per l’individuazione dei limina della Colonia Romana di Saena Iulia da parte dell’unica scienza che può fornire elementi esaustivi: l’archeologia. Fue frammenti di scultura altomedievale inseriti in un muro di via Vallepiatta. 38 P. BROGINI, Lo sviluppo urbanistico cit., p. 56. 39 Ivi, p. 207 n. 665. Tra le sottoscrizioni di un atto del 1076 compare il “singnus manus Pepoli filius quondam Dominichi qui dicitur de la Posterula”; vedi Carte dell’Archivio di Stato di Siena: Opera Metropolitana (1000-1200) a cura di A. GHIGNOLI, Siena 1994, 1076 [1-24], p. 51. 41 Libri di Biccherna cit., Libro Sesto, anno 40 14 1246, Siena 1929, p. 117 (dicembre): “Item XXX den. Ardovino lanaiolo portonario porte de Verchione”. 42 S. PIERI, Toponomastica della Toscana meridionale (Valli della Fiora, dell’Ombrone, della Cecina e fiumi minori) e dell’Arcipelago Toscano, a cura di G. G AROSI , riveduto da G. BONFANTE dell’Università di Torino, Siena 1969, p. 366. Un giovane, valente archeologo e recenti scavi presso l’Ospedale di S. Maria della Scala L’autore del prossimo saggio, Federico Cantini, si è laureato nel 1999 presso l'Università di Siena, con una tesi dal titolo “Lo scavo archeologico del castello di Montarrenti” (relatore prof. Riccardo Francovich, cattedra di Archeologia Medievale), ha poi conseguito, presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti della medesima università, il titolo di Dottore di Ricerca con tesi dal titolo “Le fasi di V-XI secolo dello scavo dell’Ospedale di Santa Maria della Scala: per una definizione della città di Siena nell’alto medioevo”. Nel 2002 ha vinto il premio Ottone d’Assia per la migliore opera giovanile in Archeologia Medievale, dedicata allo scavo di Montarrenti, ora in corso di stampa. Ha svolto corsi e seminari presso l'Università di Siena e ha diretto ricerche archeologiche a San Genesio (San Miniato) e a Santa Lucia (Montelupo Fiorentino), per conto dell’Università di Siena e del Museo Archeologico e della Ceramica di Montelupo. Particolare dell’Ospedale di S. Maria della Scala nel rilievo cinquecentesco di Francesco Vanni. 15 Lo scavo archeologico nel S. Maria della Scala di FEDERICO CANTINI Lo scavo delle stratigrafie archeologiche sulle quali si erge l’Ospedale di Santa Maria della Scala, iniziato nel luglio del 1998 per rispondere alla necessità di documentare i depositi che sarebbero stati distrutti dai lavori del cantiere di restauro del complesso architettonico, ha dato la possibilità di ricostruire i processi di trasformazione che hanno sostanzialmente modificato, tra tardoantico ed altomedioevo, il tessuto insediativo di questa parte di Siena. Nel nostro caso il dato archeologico rivestiva un’importanza particolare soprattutto perché, basandosi esclusivamente sulle fonti scritte, risulta impossibile ricostruire l’immagine della città in epoca tardoantica ed altomedievale (cfr. BROGINI 1991-1992). L’indagine, diretta dal Prof. Riccardo 16 Fig. 1 - Abside orientale dell’ingresso alle terme tardoantiche. Francovich e dal Prof. Daniele Manacorda, e coordinta dalla Prof.ssa Alessandra Molinari e dal Prof. Emanuele Papi, ha permesso di studiare consistenti depositi stratigrafici databili tra il VI e l’XI secolo d.C., che si conservavano al di sotto di ben 15 ambienti dell’ospedale, collocati su tre livelli, lungo la medievale strada interna. Per la seconda metà del IV e la seconda metà del V secolo d.C. i dati raccolti mostrano l’immagine di una città che sembra godere ancora di una certa vitalità, come sembra dimostrare la costruzione del grande edificio termale a cui appartiene la struttura biabsidata emersa dallo scavo (fig. 1). In questo senso ci indirizzano del resto anche le stesse fonti epigrafiche, che attestano l’impegno, verso la fine del IV secolo, di un rappresentante dell’elites aristocratica senese per realizzare nuove scuole e ristrutturare gli impianti idrici (cfr. CIL VI, 1973). Inoltre il paesaggio urbano, che si doveva estendere nell’area poi occupata dal complesso architettonico dell’Ospedale, è sempre costellato da abitazioni in buona muratura, rispecchiando quanto già documentato in gran parte delle città italiane (cfr. BROGIOLO G. P., GELICHI S. 1998, pp.108-121). Anche l’analisi dei manufatti ceramici che circolavano a Siena in questo periodo mostra un nucleo urbano che rimane aperto ai commerci mediterranei: sono infatti ancora attestate, sebbene in modeste percentuali, anfore africane e valdarnesi e sigillate tunisine, che affiancano alcune produzioni locali di vasi per la mensa verniciati o ingobbiati di rosso, ormai quantitativamente dominanti. Quanto emerso per Siena trova dei confronti stretti in altre realtà urbane toscane, che, tra la fine del IV e il V secolo d.C., pur frammentandosi e contraendosi lungo gli assi viari principali o presso le porte (cfr. CIAMPOLTRINI 1994, p. 630), accolgono spesso nuove strutture termali come a Volterra (cfr. ALBERTI 1999, pp. 7677) e a Roselle (cfr. RIZZITELLI 1999, p. 109). La situazione inizia a cambiare tra la fine del V e la prima metà del VI secolo d.C.: a Siena, le stratigrafie archeologiche indagate mostrano una città coperta da livelli di macerie e tagliata da grandi fosse riempite con i materiali di risulta delle attività di spoliazione degli edifici romani. La coincidenza cronologica tra questi forti segni di crisi e gli anni della guerra grecogotica lascia supporre che i primi siano una diretta conseguenza degli eventi bellici che attraversarono l’Italia nella prima metà del VI secolo d.C. Il materiale ceramico che circola in città rimane comunque legato al mondo antico: giungono ancora alcune anfore africane (fig. 2) o di provenienza orientale (cfr. MILANESE 1991, p. 372) e continuano ad essere attestate le sigillate tunisine, imitate dalla produzione locale ingobbiata di rosso. Con la tecnica dell’ingobbiatura Fig. 2 - Anfora tipo spatheion (IV-VI secolo d.C.) si arriva ora a realizzare un vero e proprio corredo domestico, che comprende coppe, scodelle e brocche, contenitori per la preparazione dei cibi e piattelli da toilette. Per quanto riguarda la cucina iniziano a farsi preponderanti i prodotti foggiati con argille grossolane, probabilmente di ambito locale o regionale, con pentole, casseruole, tegami, colini e coperchi. Per l’illuminazione si utilizzano ancora lucerne africane, ritrovate comunque in modestissime quantità nello scavo, ed alcune loro imitazioni in argilla depurata. La crisi del tessuto urbano di questa parte della città non sembra chiudersi tra la seconda metà del VI e l’inizio del VII secolo d.C., quando la struttura absidata, che faceva da ingresso alle terme, diventa oggetto di pesanti spoliazioni ed i piani di calpestio tardo-antichi iniziano ad essere coperti da spessi strati di terra scura. Se il quadro insediativo risulta abbastanza desolante, il materiale ceramico rinvenuto mostra invece come ancora non si siano interrotti del tutto i traffici con le officine del nord Africa, dalle quali provengono, seppur in quantità limitatissime, gli ultimi esemplari di stoviglie per la mensa. Alla crisi delle importazioni non 17 dovette corrispondere quella della domanda, se proprio ora si assiste all’esplosione delle produzioni di ceramiche locali: quelle ingobbiate ampliano il repertorio delle forme foggiate e iniziano proprio adesso ad essere attestate quelle decorate con colature di ingobbio rosso che compaiono su brocche, grandi contenitori utilizzati per la conservazione degli alimenti e vasi funzionali alla preparazione dei cibi. Infine, il vasellame da cucina foggiato con impasto grossolano viene caratterizzandosi per un campionario di forme molto articolato, che, oltre alle pentole, alle casseruole e ai coperchi, comprende ora anche i testi. Una tendenza diametralmente opposta riguarda invece i prodotti verniciati, che dopo l’inizio del VII secolo d.C. sono poco attestati. Il quadro offerto dallo studio dei reperti ceramici, che mostra corredi da mensa e da cucina molto ricchi e di buo- 18 na qualità, sembra difficilmente conciliabile con quanto i dati stratigrafici ci inducono a pensare sul paesaggio di questa parte della città. In realtà questa contraddizione è solo apparente e può essere spiegata se si tiene conto del fatto che questo versante della collina, ormai privo di strutture residenziali, inizia, proprio partire dalla seconda metà del VI secolo d.C., a diventare la grande discarica di un abitato che doveva essere ancora vitale, ma che però si trovava probabilmente altrove. Per quanto riguarda la sua localizzazione, è plausibile pensare che si estendesse in una zona posta più in alto rispetto alla discarica, zona che potrebbe essere identificata, anche in base a quanto lasciano supporre le fonti scritte di poco posteriori, peraltro molto povere di dati, con il piano di Santa Maria o con Castelvecchio. La presenza di abitazioni sul piano di Santa Maria è stata del resto Fig. 3 - Fosse per le sepolture scavate all’interno dell’ingresso alle terme tardoantiche. confermata anche dal rinvenimento, nel corso della campagna di scavo realizzata nel 1988 sul fronte dell’ospedale, dei resti di un edificio con pareti in terra su zoccolo in muratura databile tra il VI e il VII secolo d.C. (cfr. DE LUCA 1991, pp. 190-191). La marginalità dell’area occupata dal complesso architettonico dell’ospedale sembra confermata anche nella prima metà del VII secolo d.C., quando grandi quantità di macerie, alternate a spessi riporti di terra scura, vanno a coprire le aree urbanizzate in età romana, dove compaiono anche le prime sepolture, raggruppate tra le rovine del grande edificio termale di età tardoantica (fig. 3, 4). Anche la comparsa di inumazioni in area urbana, spesso associate proprio a strutture termali ormai abbandonate, trova numerosi confronti in area toscana: a Firenze (cfr. MIRANDOLA 1999, pp. 63-64), a Lucca (cfr. CIAMPOLTRINI, NOTINI 1990, p. 571), a Fiesole (cfr. FAVILLA 1999, p. 49), a Volterra (cfr. A LBERTI 1999, p. 79), ad Arezzo (cfr. NEGRELLI 1999, p. 110) ed a Luni (cfr. BANDINI 1999, p. 19). Terminato l’uso del piccolo cimitero, sull’area posta sopra il fosso di S. Ansano si torna a costruire: utilizzando materiali di recupero legati da argilla è realizzato un lungo muro, che va a recingere, e forse difendere, la parte della collina posta più a monte, dove sono impiantate alcune strutture in legno, che, in un caso, si appoggiano a ciò che rimane delle terme. Per quanto riguarda i commerci, si interrompono i rapporti con il nordafrica e Fig. 4 - Sepoltura di prima metà VII secolo d.C. sembra ormai al termine la produzione di vasellame verniciato. Il panorama delle forme ceramiche è ora dominato da una grande varietà di prodotti locali ingobbiati, decorati con colature o acromi. Tra i reperti è interressante poi notare il rinvenimento di una fuseruola, a testimoniare forse l’introduzione, o quantomeno la presenza, in città di attività legate alla tessitura. Anche per la prima metà del VII secolo il quadro economico elaborato in base ai dati della ceramica mostra una città dove, sebbene siano ormai interrotte le importazioni di merci da lunga distanza, circola ancora vasellame di buona qualità, con una varietà funzionale che difficilmente può essere attribuita ad un tipo di abitato fatto di capanne e ruderi, quale è quello emerso dallo scavo. Il passaggio al pieno altomedioevo inizia poi a farsi evidente tra la seconda metà del VII e l’VIII secolo d.C., quando il lungo muro che delimitava a sud le aree a monte del fosso di S. Ansano crolla. Questo evento non sembra però interrompere la frequentazione di questa zona della città dove sono costruite alcune strutture in tecnica mista, associando pali in legno e lacerti di mura antiche. Al loro abbandono segue la costruzione di una nuova struttura in legno, che risfrutta i ruderi della semiabside nord-occidentale delle terme ancora non completamente spoliate, e quella di un nuovo muro a secco che ricalca, spostandosi poco più a valle, la posizione di quello costruito nel periodo precedente, dal quale probabil- 19 mente eredita anche la funzione di difesa. Il materiale ceramico associato alle stratigrafie di questo periodo mostra l’assenza del vasellame verniciato, mentre quello ingobbiato, ancora ben attestato almeno per la seconda metà del VII secolo d.C., inizia a presentare un campionario di forme più ridotto. Questa tendenza non sembra invece caratterizzare la produzione di manufatti decorati con colature rosse, che si arricchisce morfologicamente con l’introduzione del coperchio e del bicchiere. Quest’ultima forma compare ora, insieme a scodelle, orcioli, brocche, coperchi e bacili, anche tra i prodotti foggiati con impasti depurati. Tra i recipienti per la cucina è invece introdotto il catino-coperchio, che va ad aggiungersi ad un corredo ancora ricco di forme e composto da tegami, casseruole, vasi per la preparazione dei cibi, testi, coperchi, fornetti-coperchio e pentole. L’impressione che continua a prevalere sul rapporto tipo di insediamento-tipi ceramici attestati rimane sempre quella di un forte contrasto. Questa contraddizione scompare solo con il passaggio al IX secolo, quando al riaffiorare di tecniche costruttive che fanno uso della pietra e della calce sembra collegarsi anche il riemergere, sempre in modestissime quantità, di ceramiche di un certo “pregio”: si tratta di brocche rivestite di una spessa vetrina verde, decorate con pastiglie di argilla applicate a crudo (fig. 5). Queste ultime, terminata la produzione di prodotti fini rivestiti di ingobbio, vanno a costituire, insieme a bicchieri e 20 Fig. 5 - Frammento di brocca ricoperta da spessa vetrina (IX secolo d.C.) brocche acrome, o sporadicamente decorate con bande rosse, il corredo per la mensa, mentre nella dispensa sono presenti orcioli, imbuti, vasi con listello quasi atrofizzato, catini e bacili, sempre acromi. Si assiste poi ad una netta riduzione del repertorio morfologico dei prodotti grossolani da cucina tra i quali compaiono ora solo catini-coperchio, casseruole, testi e pentole. Dal punto di vista insediativo, questo nuovo periodo inizia con il crollo del lungo muro che attraversava la terrazza posta sopra il fosso di S. Ansano. Sui livelli di macerie si succedono alcune costruzioni in legno, l’ultima delle quali è costituita da una capanna di forma ovaleggiante, con tetto in materiale deperibile. L’ abbandono di queste strutture è segnato dallo scarico di altri livelli di terra scura, sui quali si torna a costruire nuovi edifici in muratura di buona fattura: si tratta di due muri realizzati con pietre e mattoni romani legati da buona calce, che però al momento rimangono di difficile interpretazione. La presenza di edifici in muratura non sembra comunque accompagnata dalla scomparsa dell’edilizia in legno, che continua ad essere utilizzata tra X e XI secolo, quando, a sud della strada interna, è costruita una capanna di forma rettangolare. Una nuova fase insediativa è poi segnata dalla realizzazione di una grande costruzione in conci di calcare ed arenaria, sommariamente squadrati, disposti in corsi orizzontali e legati da malta, che si colloca, con andamento est-ovest, a ridosso del fosso di S. Ansano. I materiali ceramici rinvenuti nelle stratigrafie di questo periodo mostrano pochi tipi realizzati per la mensa (brocche, catini e bacili) e la cucina (testi ed olle). Il paesaggio del secolo successivo sarà infine caratterizzato dalla presenza di una serie di ambienti ipogei, scavati nello strato tufaceo, probabilmente le stesse cellae (fig. 6) ricordate nei documenti a partire dall’inizio dell’XI secolo, che costelleranno tutto il versante collinare, prima dell’avvento del cantiere che darà vita alle prime strutture del complesso ospedaliero di Santa Maria della Scala. Fig. 6 - Interno di una delle celle ipogee di X-XI secolo d.C. BIBLIOGRAFIA ALBERTI A. 1999, Volterra, in ABELA E. et alii, Archeologia urbana in Toscana. La città altomedievale, Mantova, pp. 73-85. BANDINI F. 1999, Luni, in ABELA E. et alii, Archeologia urbana in Toscana. La città altomedievale, Mantova, pp. 11-22. BROGINI P. 1991-1992, Lo sviluppo urbanistico di Siena fino all’età precomunale, Tesi di lurea in Storia, discussa presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena, relatore Prof. Duccio Balestracci. B ROGIOLO G. 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Il vano, esteso per circa 160 mq, presenta una straordinaria serie di affreschi con storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, che attestano immediatamente e significativamente l’importanza di un grande ciclo pittorico, risalente ai primordi della pittura senese e reso ancor più suggestivo per il fatto di conservare tutta l’originaria freschezza, non essendo mai stato assoggettato ad alcun intervento di restauro. Il prof. Roberto Guerrini, quale direttore scientifico dell’Opera Metropolitana, è stato incaricato di presiedere una commissione che, dopo una prima valutazione dell’eccezionale scoperta, sta effettuando ulteriori e più approfonditi studi sul monumento, di cui potremo leggere gli esiti in un volume patrocinato dalla stessa Opera e dal Monte dei Paschi, di prossima pubblicazione. I lavori condotti sotto la cattedrale hanno favorito il recupero di un grande ambiente architettonico, scandito da colonne, la cui importanza storica, artistica e documentale ha assunmto connotazioni di assoluta rilevanza, giustificando pienamente l’entusiasmo suscitato dal ritrovamento. La conoscenza di tale significativo monumento offre infatti una nuova chiave di lettura per la storia dell’architettura medievale senese e, più in particolare, per lo studio della originaria configurazione della Cattedrale. In occasione di detta presentazione il dr. Alessandro Bagnoli e l’arch. Tarcisio Bratto, che fanno parte della commissione diretta dal prof. Guerrini, hanno rispettivamente redatto una prima relazione sugli affreschi che decorano le pareti della cripta ed una sintesi sugli aspetti operativi e programmatici relativi alla conduzione del cantiere, che di seguito vengono pubblicate con l’autorizzazione dell’Opera del Duomo. Al Rettore dell’ente, dr. Mario Lorenzoni, va la nostra sincera gratitudine. 22 Il cantiere sotto la Cattedrale di Siena di TARCISIO BRATTO Nel 1997 l'Opera della Metropolitana di Siena, mi incarica di redigere un progetto di restauro di un complesso di ambienti sottostanti e in parte adiacenti alla Cattedrale di Siena, costituenti l'ex Oratorio dei Santi Giovanni e Gennaro, più comunemente conosciuto come S. Giovannino. Con tale progetto e quindi con i lavori che sono seguiti e che sono ancora in corso, si intende recuperare e valorizzare questo complesso edilizio, rimasto pressoché in disuso per molti anni, da inserire nel percorso museale della Cattedrale e del Battistero. La particolarità della struttura, le cui vicende storico-costruttive sono così direttamente connesse alla Cattedrale e il suo elevato valore storico artistico, richiedono, come è facile comprendere, accurate rilevazioni, indagini, saggi e verifiche, volte ad approfondire la conoscenza della struttura, propedeutiche sia alla fase progettuale, sia alle varie fasi dei lavori. Durante i lavori, si scoprono così alcune grotte, utilizzate nel corso dei secoli come una sorta di discariche, i cui accessi erano stati tamponati in maniera tale che se ne perdesse la memoria. E' proprio durante i lavori di svuotamento dei detriti, finalizzato al recupero di una di queste grotte, che avviene una scoperta che non è esagerato definire sensazionale! Dalla grotta prende avvio uno stretto cunicolo, scavato nel tufo, che sale, di circa sei metri e che sbocca in una angusta cavità. Non si tratta però di un'altra grotta, bensì di un ambiente riempito anch'esso con terra e detriti di murature, che per grande fortuna lasciano intravedere due porzioni di pareti affrescate. Ipotizzando immediatamente che il vano potesse far parte della cripta duecen- tesca, si da avvio ad una serie di rilevazioni metriche ed indagini, confrontando i documenti storici d'archivio, con specifiche verifiche non distruttive, utilizzando tecnologie innovative e già efficacemente sperimentate in casi analoghi, come il georadar e la termografia. Dopo alcuni mesi di studio, si acquisisce la convinzione che sotto il pavimento a commesso marmoreo della cattedrale, nella zona centrale del presbiterio, antistante l'altare maggiore, si trova ancora un ampio vano, che costituisce la prosecuzione di quell'ambiente, fino ad oggi conosciuto come cripta delle statue e che rappresenta la porzione "salvata" dell'originaria cripta: gli storici la ritenevano distrutta durante i lavori di ampliamento del duomo, nel corso del XIV secolo. Alcuni saggi confermano la presenza di altre superfici affrescate, ma anche la mancanza di strutture di sostegno del pavimento del Duomo! Ci troviamo di fronte ad un caso veramente raro ed originale o forse unico- scopriamo che il pavimento della Cattedrale, anziché essere sostenuto da murature, da archi o volte, era stato costruito proprio sopra il materiale detritico utilizzato per riempire l'ipotetica cripta, nel corso del XIV secolo e proveniente dalle demolizioni delle sue volte di copertura. Di conseguenza, in alcune zone era assai evidente un distacco di questo materiale dal pavimento, come risultato di assestamenti e quindi abbassamenti, avvenuti nel corso dei secoli. Dopo varie ipotesi progettuali e ulteriori studi, che hanno comportato anche la ricostruzione in laboratorio di un campione del pavimento in marmo, in particolare per verificarne il comportamento statico, la primaria necessità del consolidamento e messa in sicurezza del pavi- 23 mento stesso, ha portato alla difficile decisione dello svuotamento totale del vano scoperto. Il lavoro viene svolto con estrema cautela e consapevolezza, adottando tutte quelle precauzioni che il caso richiede. Si tratta, infatti, di rimuovere materiale di interesse archeologico e per questo ci avvaliamo della preziosa ed insostituibile collaborazione del Dipartimento di Archeologia medievale dell'Università di Siena. Mano a mano che si procede con lo svuotamento, vengono messe in luce nuove superfici affrescate che necessitano di interventi urgenti di consolidamento sia dell'intonaco che della pellicola pittorica e per questo ci affidiamo all'esperienza pluridecennale della ditta di restauro A.R.C. di Pistoia. Grazie alla perizia tecnica e alla disponibilità delle due principali imprese senesi, impegnate nel cantiere: Fabiani e Alberti, durante lo svolgimento dei lavori, è stato anche reso possibile il normale svolgimento delle funzioni religiose e l'apertura continuativa della Cattedrale, per le visite turistiche. Attraverso l'installazione di un sistema elettronico ad alta precisione, è stato anche effettuato un costante monitoraggio 24 del pavimento, per rilevare in tempo reale eventuali movimenti delle lastre in pietra. La buona riuscita dell'impresa è senza dubbio il frutto dell'ottima collaborazione con l'ing. Roberto Mannini, a cui sono state affidate le strutture e gli impianti, nonché con l'Opera della Metropolitana e con le Soprintendenze. Il vano scoperto, ha una superficie di circa 160 metri quadrati ed una altezza media di circa 4.75 metri. Complessivamente il ciclo di affreschi copre una superficie di circa 180 metri quadrati. I lavori fin qui eseguiti hanno permesso di mettere in luce anche importanti elementi architettonici facenti parte dell'edificio romanico, quali pilastri, semicolonne, capitelli, vani di porte e finestre, e l'originario pavimento in mezzane di laterizio. L'intero vano sarà aperto al pubblico e visitabile, attraverso un sistema di controllo microclimatico che garantirà la perfetta conservazione degli affreschi. Il pavimento della cattedrale, verrà infine sostenuto da una esile struttura in acciaio inossidabile, che consentirà la percezione unitaria dell'ambiente e dei preziosi affreschi. Nuovi dipinti murali nella cripta del Duomo di Siena di ALESSANDRO BAGNOLI La scoperta di una parte della cripta del Duomo di Siena, oltre a costituire un ritrovamento essenziale per la conoscenza delle fasi costruttive del grande edificio e delle sue radicali modificazioni dallo stile romanico a quello gotico, permette ai nostri occhi di moderni quasi increduli di costatare quale fosse l’aspetto reale di un importante luogo di culto provvisto dell’indispensabile, complessa e totale finitura decorativa. È la più chiara e inoppugnabile restituzione di un Medioevo dove il colore domina su tutto, dove la suadente apparenza cromatica vince, nascondendolo, l’aspetto naturale e rozzo delle materie struttive dell’architettura. Le figura- Fig. 1 - Annunciazione della Vergine zioni murali ritrovate non stanno appese alle pareti come isolati manifesti, ma costituiscono la gran parte dell’indispensabile epidermide che, oltre alle pareti, riveste interamente volte colonne pilastri capitelli e mensole, opportunamente coperti di ornati a motivi geometrici e vegetali. Grazie a questo ritrovamento potremo d’ora in poi riconsiderare sotto una nuova luce contesti simili, dove, accanto alle rappresentazioni dipinte, le membrature architettoniche ormai private della stesura pittorica appaiano in stridente contrasto. Chi alla fine del Duecento fosse entrato in questo locale, accedendo dalle porte della facciata orientale del Duomo, sareb- 25 be stato coinvolto dal vivace aspetto del largo poema biblico che si dispiegava sulle pareti, giustapponendo in rapporto significante le scene dell’Antico Testamento, sistemate nelle parti alte, a quelle del Nuovo, più largamente esposte sulle sottostanti larghe superfici. Nonostante la perdita completa della copertura voltata, è ancora possibile provare gran parte di quell’antica sensazione, seguendo il filo della narrazione che inizia dalla zona sinistra con quel che resta degli episodi del Paradiso terrestre, per passare alle storie mariane e dell’infanzia di Cristo, risalire a quelle di Caino e Abele, Isacco ed Esaù, scendere nuovamente a quelle della vita pubblica di Cristo per arrivare infine al dramma della Passione, solennemente rappresentato da 26 Fig. 2 - Crocifissione (particolare) tre grandiose scene (Cr ocifissione, Deposizione dalla croce, Deposizione nel sepolcro) che si trovano sulle campate della parete di fondo. Una pur minima conoscenza della pittura senese del Duecento, oggi in gran parte conservata nella Pinacoteca Nazionale, è sufficiente a far apparire familiari molti dei nuovi murali. Così aderenti agli schemi iconografici della cultura bizantina, molte delle figurazioni della cripta sembrano gli ingrandimenti delle piccole scene narrative dipinte su tavola da Guido da Siena, Dietisalvi di Speme, Guido di Graziano. Si riconoscono molto simili le architetture di carattere ancora romanico poste a far da quinta e da fondale, con i tipici colori vivaci e delicati dei rosa, dei celesti, dei viola. Fig. 3 - Crocifissione Nell’Annunciazione lo slancio dell’Angelo e l’atteggiamento di ritrosa modestia della Vergine variano di poco le soluzioni della stessa scena dipinta sia in una tavoletta di Guido da Siena (oggi nell’Art Museum di Princeton) sia nel dossale di San Pietro attribuito a Guido di Graziano (Siena, Pinacoteca). La Madonna col Bambino dell’Adorazione dei Magi ricalca addirittura la Madonna del voto, oggi ridotta a icona venerata, che si crede essere stata la parte centrale di un dossale dipinto da Dietisalvi di Speme per il Duomo di Siena. L’agile Esaù, atteggiato nella partenza per la caccia con arco e freccia e simpaticamente caratterizzato da un vistoso irsutismo, appare come un fratello carnale dei pellegrini che incontrano il Beato Andrea Gallerani, tratteggiati con efficace disinvoltura da Dietisalvi su una tavola della Pinacoteca di Siena. Il volto di un sereno San Giuseppe, che porta le colombe al tempio, rimanda ancora una volta alla stesura a tocco, a colpi di pennello, che contraddistingue le opere di Dietisalvi. Questo maestro, documentato dagli anni cinquanta agli anni ottanta del Duecento, ebbe evidentemente largo credito, se a lui fu commissionata la tavola della Madonna del voto e se appunto lo troviamo operoso anche per questi nuovi dipinti murali, all’esecuzione dei quali contribuirono pure altre personalità. Appaiono infatti diversamente caratterizzate le figure della Deposizione di Cristo dalla croce. I tratti fisionomici spigolosi e marcati, il gonfiore delle mascelle, il chiaroscuro forte, che descrive le cavità delle occhiaie, le penombre sul collo e la folta barba, permettono di confrontare le teste della Madonna e del Cristo con le figure di Rinaldo da Siena, altro protagonista della scuola pittorica senese, che è documentato negli anni settanta, e del quale restano pochissime ma significative opere come l’Incor onazione della Madonna, conservata dalle clarisse di Siena, e una grande Croce, oggi appartenente al Museo civico di San Gimignano. Distinto è pure il caso che offre il tenero episodio tratto da un testo apocrifo, il Vangelo dello Pseudo Matteo. Si tratta della raffigurazione di una sosta durante la fuga in Egitto. Gesù fanciullo attende dalla madre un dattero raccolto dalla palma che ha miracolosamente piegato le sue fronde per consentire di sfamare la Sacra famiglia. Il piccolo Gesù è delineato ancora secondo i modi tipici di Dietisalvi di Speme, mentre il volto della Madonna, d’apparenza più compatta, sembra essere il risultato di un palinsesto, di un intervento di rinnovamento successivo, e suscita un confronto con l’attività di un pittore come Guido di Graziano, facendo inoltre pensare che l’esecuzione sia avvenuta in tempi più avanzati rispetto alla stesura del contesto, quando la lezione di Cimabue era ormai recepita anche attraverso il filtro più dolce e aggraziato di Duccio. Questi esempi sono sufficienti a far comprendere la complessità dell’insieme figurativo prodotto evidentemente da un gruppo di maestri che dovettero lavorare in una compagnia ben affiatata, affiancandosi nell’esecuzione delle singole storie, dimostrando una cultura comune, ma anche personali inflessioni di stile, oltre a varie capacità pittoriche ed espressive. Per il momento può arrestarsi qui l’esercizio della distinzione delle mani, che è stato facilitato dagli studi di Luciano Bellosi sulla pittura senese della seconda metà del Duecento. Mi riferisco ai due articoli comparsi giusto dieci anni fa sulla 27 rivista Prospettiva, nei quali si ponevano nuove basi per la ricostruzione dell’attività dei maestri come Guido da Siena, Dietisalvi di Speme, Rinaldo e Guido di Graziano in rapporto al ruolo svolto dal grande innovatore fiorentino Cimabue e nei confronti del nascente astro della scuola senese, Duccio di Buoninsegna, la cui attività è attestata a partire da un documento del novembre 1278. Gli innumerevoli problemi di comprensione e di interpretazione del ciclo pittorico, i quesiti inerenti alla funzione delle immagini in relazione al locale, la 28 commissione e i tempi di esecuzione andranno affrontati con ricerche approfondite e confidando anche sull’atto conoscitivo formidabile che offrirà il restauro. Per il momento converrà lasciarsi affascinare dall’inaspettata scoperta, che ci restituisce figurazioni di non comune bellezza e vivacità di colorito. L’intensità degli azzurri, il chiarore dei rossi, dei verdi e il brillare delle applicazioni in oro vincono ogni possibile paragone con altre imprese pittoriche sia murali sia su tavola. Lo stato di conservazione dei toni cromatici è pari a solo a quel- Fig. 4 Deposizione dalla Croce In basso: Due particolari. lo delle coeve miniature, destinate per loro natura a restare al buio, come sigillate fra le pagine dei libri. Anche questi dipinti murali, coperti dai detriti, dalla terra e contenuti all’interno di un ambiente sostanzialmente asciutto e climaticamente stabile, non hanno subito lo sbiadimento provocato dalla luce e si sono preservati da puliture o da sfiguranti ridipinture. Per questo chi entra nella grande aula prova quasi la piacevole sensazione di trovarsi di fronte a giganteschi corali illustrati che, squadernati sulle pareti, mostrino ridenti miniature colorate. E il confronto con l’arte dell’illuminare i volumi è pertinente anche per quanto riguarda i fantastici ornati vegetali che decorano le parti architettoniche. Se ne trovano infatti di molto simili proprio nella serie di libri di coro del Duomo di Siena, prodotta negli ultimi decenni del Duecento. A giudicare dalle foto a luce diretta si direbbe dunque che i soli danni evidenti in queste figurazioni siano le più o meno profonde abrasioni prodotte dalla caduta dei detriti, ma le riprese a luce radente e l’esame ravvicinato dal vero mostrano purtroppo un’altra realtà. Non solo l’into- Fig. 7 - Figure bibliche. naco e le pellicole pittoriche tendono al distacco, ma alcuni colori importanti, come l’azzurro dei fondi e il rosso minio, sono pressoché ridotti in polvere. In un episodio magico ed evocativo, raccontato da Federico Fellini nel film Roma, si vedevano letteralmente svanire i dipinti murali dell’antichità riaffiorati dal sottosuolo della capitale. Nel nostro caso non si correrà certo questo rischio, ma si comprenderà tuttavia l’urgenza e la difficoltà dell’intervento di restauro, per il quale si sono già predisposte tutte le necessarie analisi diagnostiche e le apparecchiature per la rilevazione del microclima, il cui costante controllo sarà la migliore garanzia per la futura conservazione dei dipinti murali. Ci fanno ben sperare sul risultato l’affidamento del lavoro a operatori della professionalità e dell’esperienza di Giuseppe Gavazzi e Amedeo Lepri, oltre alla consulenza di Istituti di restauro e di ricerca, quali l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, per la climatologia, e il Dipartimento di Scienze Ambientali (Sezione di Geochimica) dell’Università degli Studi di Siena, per le analisi chimiche. La quantità e la qualità delle figurazio- 29 ni ritrovate fanno capire senza ombra di dubbio che siamo di fronte a un’acquisizione di importanza fondamentale. Queste opere restituiscono dignità alla scuola senese della generazione precedente quella di Duccio. Finora le tavole più importanti e note, come la Madonna di San Bernardino (1262), la Madonna del Voto, il dossale di San Pietro e la pala di San Francesco, facevano solo intuire quale poteva essere stato il calibro dei pittori senesi attivi negli anni sessanta e settanta del Duecento, ma ora ne abbiamo la riprova più palese. In una commissione così di spicco per la chiesa cattedrale della città e operando su larghe superfici murali, questi maestri dimostrano al 30 Fig. 8 - Un altro affresco recuperato nella cripta del Duomo. meglio le capacità di impaginare storie monumentali, di rendere corpose le loro figure con l’addensarsi di un chiaroscuro forte e preciso, di scegliere colori splendenti, di esercitarsi nei virtuosistici ricami ottenuti con le applicazioni delle foglie d’oro. Il reticolo luccicante e bellissimo dei preziosi fili metallici del perizoma del Crocifisso è un elemento che contribuisce a rendere veramente attraente la grande Crocifissione, che potrebbe stare a buon diritto nell’antologia più selettiva della pittura italiana del secondo Duecento. Siamo insomma a livello di parità con i grandi fatti pittorici del momento accaduti in area centro italiana: dalle esperienze pisane del ‘Maestro di San Martino’, a quelle umbre del ‘Maestro del San Francesco’, cioè l’autore delle Storie del Santo e di Cristo che stanno nella Basilica inferiore di Assisi, a quelle toscane e romane cresciute nell’orbita di Cimabue, che tra gli anni settanta e ottanta fu l’artista di riferimento per tutti, basterebbe ricordare quanto Dante scrive nella Commedia. È fuor di dubbio che anche gli autori della Crocifissione e della Deposizione dalla croce siano stati attratti dall’arte del grande fiorentino. L’elegante inarcatura del Crocifisso deriva certo dall’invenzione codificata da Giunta Pisano, ma l’assenza delle convenzionali e astratte sigle che il maestro pisano usava per indicare l’ana- tomia del corpo e soprattutto la tenerezza dell’incarnato provano la sintonia con quanto Cimabue stava facendo, almeno ai tempi della sua grande Croce dipinta per Santa Croce Firenze, dunque ancora negli anni settanta del secolo. Il maestro della splendida Crocifissione, pur mantenendosi sostanzialmente fedele alla cultura bizantina, ha saputo innestarvi anche altre novità, guardando a quanto aveva fatto Nicola Pisano nei bassorilievi del pulpito del Duomo, terminato nel 1268. Da questo complesso scultoreo, dove si fondono classicismo e realismo gotico, deriva l’idea del Cristo con le gambe soprammesse e i piedi tenuti con un solo chiodo; deriva anche Fig. 9 - Figura di un Santo. Si notano le decorazioni policrome della vicina colonna. 31 32 l’inconsueta forma a ipsilon della croce. E persino la soluzione per lo svenimento della Vergine sembra avere un precedente nella drammatica scena scolpita da Nicola. I passaggi da una scultura così moderna e fuori della norma a una pittura così legata alla tradizione non si sono però fermati agli aspetti dell’iconografia. Se passiamo dalla Crocifissione all’ultima scena della Passione di Cristo, la Deposizione nel sepolcro, non sarà difficile rendersi conto che un diverso pittore ha saputo cogliere dalla scultura di Nicola anche qualcosa di più profondo, cioè la manifestazione dei sentimenti. Il dramma umano rappresentato da Nicola, con il dolore dei fedeli sotto la croce, con la disperazione dei dannati e la gioia degli eletti, è pur filtrato e ripreso nei volti dei personaggi della Deposizione, tutti colti in credibili espressioni di pianto o di clamante disperazione. Di tutte le figurazioni della cripta questa è quella che più stupisce e suscita numerosi interrogativi, che si cercheranno di risolvere con l’approfondimento dello studio. Per il momento basti dire che la dolcezza della stesura pittorica a campitura compatta e la naturalezza dei volti costituiscono gli aspetti più moderni dell’intero ciclo e si pongono in linea con le più antiche prove pittoriche prodotte da Duccio nei primi anni ottanta. Il nome di Duccio deve essere evocato anche per un altro intervento presente nel locale sotterraneo del Duomo. Mi riferisco alla figura che sta in angolo fra la parete posta verso via dei Fusari e quella in posizione perpendicolare. Si tratta di un Santo vescovo benedicente, del quale resta sul muro gran parte del corpo, mentre la testa e una porzione del busto si erano staccati dalla parete . Il distacco di questo frammento ha rimesso in luce una campitura di azzurro, che appartiene alla stesura originale dei murali e si presenta accuratamente graffiata per permettere una migliore adesione della nuova malta. Nonostante che il cattivo stato di conservazione impedisca una lettura perfetta, si noterà tuttavia come questo Santo sia impostato secondo uno schema che ri- chiama figure duccesche quali il Sant’Agostino presente nel polittico n. 28 della Pinacoteca Nazionale di Siena, che si può datare nei primi anni del Trecento. L’intervento di ridipintura, affidato allo stesso Duccio o a un suo fidato collaboratore, fu verosimilmente eseguito per camuffare la tamponatura di una porta, vale a dire l’accesso a un altro locale sotterraneo, che potrebbe essere anche più importante di quello ora riscoperto. Si dovrebbe trattare della Confessione, il luogo sottostante la cupola, in corrispondenza dell’antico altar maggiore, dove erano sistemati gli altari e le relative reliquie dei Santi venerati nella Cattedrale Siena, come ricordano le antiche fonti. Invece l’ambiente sinora recuperato sembra piuttosto un’anticamera della Confessione ed era in contatto con l’esterno dell’antico Duomo duecentesco, cioè con la facciata dalla parte di Vallepiatta, addosso alla quale dal 1317 si decise di appoggiare la nuova costruzione del Battistero. Esiste dunque la reale possibilità che, dietro il muro sul quale sono dipinte la Cr ocifissione e le altre storie della Passione, resti da liberare dall’interramento la Confessione sottostante la cupola nicoliana, dove si può facilmente supporre la presenza di altre e più estese pareti dipinte. Se tutto il ‘cammino della salvezza’ è rappresentato nell’aula riscoperta, c’è da scommettere che nella Confessione si possano ancora trovare figurazioni relative ai Santi dei quali si veneravano le reliquie. Simulazione di una sezione della cripta a lavori ultimati Lo scavo archeologico condotto dal Centro Studi “Farma Merse” nei sotterranei del Palazzo dei Rozzi Senza esitazioni, anche se non senza stupore, l’Accademia dei Rozzi autorizzò l’effettuazione dello scavo archeologico nelle cantine del palazzo di via di Città, prestigiosa sede accademica fino dal XVIII sec., che il Centro Studi Farma-Merse, sotto la direzione della Soprintendenza Archeologica della Toscana, avrebbe condotto dal marzo 2000 al febbraio 2002 e con grande soddisfazione prende oggi atto dei rilevanti risultati ottenuti. Naturalmente è presto per tirare le conclusioni dell’operazione archeologica, perché le testimonianze del passato restituite dallo scavo e gli stessi ambienti oggetto dell’intervento hanno ancora bisogno di analisi e di verifiche, ma non c’è dubbio che l’iniziativa, condotta su rigorose basi scientifiche, abbia offerto un non inutile e non modesto contributo allo sviluppo delle conoscenze sulle origini di Siena; un tema, tanto affascinante, quanto oscuro, assistito anche ai giorni nostri da ipotesi e congetture purtroppo non sempre frutto di investigazioni attendibili, sia sul piano documentale che su quello archeologico. E’, pertanto, con spirito di vera gratitudine che introduciamo l’analitica ed esauriente relazione preliminare sugli scavi redatta dalla d.ssa Debora Barbagli, collaboratrice della Soprintendenza Archeologica regionale, preceduta da una breve nota di presentazione del Centro Studi Farma Merse, formulata dal suo vice presidente, Angelo Voltolini, e la descrizione di un altro importante intervento condotto dagli archeologi aderenti al Centro Studi nella necropoli etrusca di Malignano, presso Rosia, realizzata dal dott. Marco Firmati. 33 Il Centro Studi “Farma Merse” di ANGELO VOLTOLINI Il Centro Studi Farma Merse nasce a Siena, nel 1987, con spirito prettamente senese, quando, quasi per gioco, decidemmo di dare origine ad un Centro Studi. Con gli amici di sempre, appassionati di archeologia, (numericamente pochi, in verità), pensammo di realizzare un punto di riferimento per tutti coloro che manifestavano interessi, nel loro tempo libero, per lo studio e la ricerca nel campo preistorico e storico, a Siena e dintorni. La scelta di prendere in considerazione, per le ricerche, le valli del Farma e del Merse, i suoi terrazzi fluviali, le colline circostanti, nata, in apparenza, inconsapevolmente, è stata in realtà per un necessario, quasi inevitabile, proseguire di studi, dati i numerosi sopralluoghi, effettuati periodicamente fin dall'inizio degli anni '80, al castelliere preitalico di Siena Vecchia ed ai suoi dintorni e vista la restituzione continua, dalla fitta macchia mediterranea, delle enigmatiche pietre tonde, "macine da molino" od "altari preistorici" che 34 siano. Ed anche per il ritrovamento, nel 1982, della stazione protoaurignaziana di Felceti, nella zona di Brenna, effettuato da alcuni fra i nostri attuali soci e studiato, con relativa pubblicazione, dal Professor Paolo Gambassini del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti Sezione di Preistoria - dell'Università di Siena. Altra scoperta fortunata fu, nel novembre 1985, sull'alta valle del Merse, il ritrovamento casuale di un'ascia in rame, in splendide condizioni di conservazione, avvenuto in prossimità di un'area che si rivelerà poi di sicuro interesse archeologico. Queste ed altre circostanze, hanno portato gli appassionati di allora ad una concreta attenzione verso le valli del Farma e del Merse, comprensorio peraltro assai vasto (circa 40.000 ettari) e con caratteristiche morfologiche ed ambientali fra le meno facili per le ricerche. Questi piccoli fiumi, che nel nostro medioevo hanno portato acqua a molini e gualchie- Ascia dell’Età del ferro (III millennio a.C.) ritrovata lungo il corso della Merse. Resti di un muro megalitico risalente al III millennio, non lontano dal sito in cui fu ritrovata l’ascia. re, sembrano oggi esistere solo in funzione di una flora che l'amico, Prof. Angelo Tassoni, definisce "straordinaria'` e di una fauna che suscita nel visitatore occasionale, non abituato a questi luoghi, ammirazione e paura. E' indubbio, quindi, il loro inestimabile valore ambientale e paesaggistico. Sia per quelle fortunate circostanze di cui parlavamo, sia per le indescrivibili bellezze che l'ambiente presenta in ogni stagione, con Giuliano Marroni e con Angelo Tassoni pensammo (era il 1987!) di condurre uno studio sistematico dell'ambiente. Marroni, rigoroso appassionato di preistoria (ed anche assai competente), Tassoni, studioso ed insegnante in discipline agrarie e forestali, ed io, legato più al mondo etrusco-romano, con una preparazione culturale più eterogenea, e sicuramente più superficiale, decidemmo la costituzione di un Centro Studi, che subito trovò consensi ed entusiasmi in coloro che, fin da allora, intrapresero con noi il cammino delle ricerche su questo filone. Diversi amici si unirono nel corso degli anni, altri, forse disorientati, si persero nel silenzio, ma tutti, credo fermamente, hanno portato un prezioso contributo alla giovane vita ed alla crescita del Centro, che ha conosciuto, dopo gli entusiasmi iniziali, quasi inevitabilmente, momenti di incerta solidità. Negli anni 1992/94, periodo indubbiamente felice, il Centro Studi, coerentemente con l'intento prevalente di allora dello studio in campo preistorico, presenta un ciclo di conferenze, nel programma "non solo Etruschi", condotte da professori del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti - Sezione di Preistoria dell'Università degli Studi di Siena. Fra le altre, ricordo personalmente (Conferenza del 5.02.1994) l'entusiasmante viaggio nel quale ci condusse il Prof. Attilio Galiberti (direttore delle ricerche) lungo le gallerie della miniera neolitica della Defensola (Vieste- FG), anche noi alla ricerca, più che dei preziosi nuclei di selce, di una razionale misura delle impensabili capacità intellettive e fisiche dei nostri antenati. E con data "Marzo 1994" nasce poi il nostro periodico "Origini", fondamentale punto di arrivo, per la nostra sete di cultura e di conoscenza di tante cose del comprensorio Farma/Merse e non solo, ma anche punto fermo di partenza, per proseguire con determinazio- 35 36 ne. Anche il periodico, come il Centro Studi all'inizio, ha vissuto momenti di incertezza; alcune difficoltà sembrano ora definitivamente allontanarsi e lo speriamo vivamente: quindi, pure "Origini", come il Centro Studi del resto, speriamo possa avere la sua vita, con la convinta partecipazione di tutti. Ancora un ricordo: nel mese di luglio del 1997, a cura di Mario Ascheri e Mario Borracelli, è uscito il volume "Monticiano e il suo territorio". Forse non tutti gli studiosi lo conoscono, ma sicuramente non è facile richiudere il libro, una volta aperto, soprattutto per gli appassionati del comprensorio Farma/Merse. Il Centro Studi ha portato solo un modesto contributo a questo fondamentale studio su Monticiano e dintorni che, per ricerche ed impostazione, non ne ha uguali, per la conoscenza dell'economia, dell'escavazione, della produzione arcaica del ferro nell'alto medioevo e per tutte le altre attività ausiliarie fino al boom economico del XIII° secolo. E nel mese di ottobre dello stesso anno si è realizzato l’incontro preliminare, cui sono seguiti, nel tempo, molti altri, con funzionari della Soprintendenza Archeologica della Toscana, con lo scopo di ampliare il campo dei nostri studi a tutti gli aspetti culturali che potranno incontrarsi sul nostro cammino; lavoro, dunque, indubbiamente impegnativo, che dovrà essere affrontato con adeguata competenza, in assidua collaborazione con le autorità preposte, ma che potrà comunque gratificarci per l'impegno profuso. Proprio per la collaborazione intrapresa con funzionari della Soprintendenza Archeologica della Toscana, con il loro doveroso coordinamento e sotto la loro direzione, il Centro Studi Farma Merse ha potuto realizzare l'intervento ed il recupero archeologico (avvenuto, con alcune pause, dal marzo 2000 al febbraio 2002) nei fondi di proprietà dell'Accademia dei Rozzi, i cui risultati sono stati, quale studio preliminare, anticipati presso l'Accademia stessa, con la conferenza "Sulle tracce della Siena delle Origini". Pressoché nello stesso periodo (dal lu- glio 2000 a fine 2001), unitamente all'associazione Etruscan Fundation di Detroit, il Centro Studi ha potuto effettuare gli interventi di ripulitura sulle tombe, già aperte nella campagna di scavo del 1964/65, della necropoli etrusca di Malignano (Sovicille), procedendo poi alla scoperta di nuove tombe. La necropoli di Malignano, oggi, grazie anche alla sensibilità e disponibilità di enti pubblici e di privati, è stata resa agibile al pubblico e rimane l'unica, al momento, per Siena e dintorni, fruibile ai fini turistici e culturali. Quanto sopra esposto, a grandi linee, è il percorso di formazione che il Centro Studi, come gruppo di volontariato, ha realizzato nei suoi quindici anni di vita; gli articoli che seguiranno, in queste pagine, a firma di Marco Firmati per la necropoli di Malignano e di Debora Barbagli per l'intervento all'Accademia dei Rozzi, porteranno, in una più ampia esposizione, dettagli e notizie, per gli studi e per i cultori del settore. Cippo megalitico con evidenti tracce della lavorazione e della collocazione da parte dell’uomo ritrovato lungo il corso della Merse. Relazione preliminare sull’intervento compiuto nei fondi di proprietà dell’Accademia dei Rozzi di DEBORA BARBAGLI L'intervento di recupero all'interno del cosiddetto "pozzo" nei fondi dell'Accademia dei Rozzi si è svolto, con alcune interruzioni dovute all'evolversi dello scavo stesso e alle necessità conseguenti, in un arco di tempo compreso tra l'autunno 2000 e gli inizi del 2002. Al momento dell'intervento, autorizzato dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana ed effettuato dal Centro Studi Farma Merse, l'area oggetto d'interesse era accessibile da un'apertura praticata nella parete d'arenaria: le operazioni di scavo si sono svolte in condizioni abbastanza difficoltose, vuoi per le ridotte dimensioni dell'ambiente, vuoi per le interferenze con altre proprietà che la complessa situazione del sottosuolo senese e la stratificazione edilizia di secoli hanno provocato. Vale comunque subito la pena sottolineare come tutti i soggetti in causa (Accademia dei Rozzi, sig. Mazzuoli) si siano dimostrati in ogni momento disponibili e non abbiano in alcun modo posto ostacoli alla prosecuzione dei lavori, favorendone anzi lo svolgimento. L'asportazione del contenuto del "pozzo", documentata in ogni sua fase da fotografie, piantine e rilievi, ha restituito una quantità veramente considerevole di materiale: numerosissimi frammenti ceramici, frammenti di laterizi, ossa, frammenti di vetri, monete, labili frustuli di bronzo, ciottoli di fiume, materiali lapidei, ossi lavorati etc. Al momento dell'apertura dei lavori, come avemmo modo di notare e come mi fu confermato da Angelo Voltolini che aveva effettuato i primi sopralluoghi anni indietro, la parte Tra i più importanti reperti resi dallo scavo abbiamo questa testina in cotto di epoca imperiale romana. terminale del riempimento, diversa per consistenza (cospicua presenza di cenere) risultava come accumulo tardo, fortemente alterato e da qui, infatti, provenivano materiali che anche ad una prima ispezione, apparivano tardi se non moderni. Il resto dello strato, che abbiamo visto scendere per almeno tre metri all'interno della struttura, risultava invece estremamente omogeneo per consistenza (il terreno aveva una cospicua componente argillosa). Nella prosecuzione dei lavori, inoltre, abbiamo avuto modo di appurare come il presunto "pozzo" fosse stato interessato da un taglio successivo, che ne aveva asportato una parte sul lato nord-ovest, per la realizzazione della sottostante cantina del ristorante "La Speranza"; al- 37 38 Consistente frammento di brocca a bocca stretta, ritenuto unico in considerazione della particolare tipologia decorativa, attribuibile a produzione imitativa locale. Profilo dell’imperatore Filippo l’Arabo riprodotto su un sesterzio di metà del III sec. d.C. trettanto rilevanti la presenza di due "gallerie" che si aprivano quasi l'una di fronte all'altra (e che quindi hanno fatto ipotizzare un loro legame). Di queste ultime si è potuto esplorare quella a nord-est, presto interrotta da una parete in muratura, dell'altra, che risulta ancora poco definita, abbiamo deciso di rimandare l'indagine ad una eventuale ripresa dei lavori. Ho rapidamente premesso queste notizie sulla struttura perché su esse vorrei tornare al termine di alcuni accenni ai materiali. Come sopra detto, i reperti sono risultati provenire da una situazione omogenea. La maggior parte del materiale ceramico, recuperato in larghissima quantità e in gran misura in condizioni molto frammentarie, necessita a tutt'oggi di un intervento a tappeto che permetta di lavarlo, pulirlo, eventualmente restaurarlo (dopo un'attenta ricerca di eventuali attacchi) e quindi studiarlo nella sua interezza. Si sono comunque potuti estrapolare alcuni pezzi che, per condizioni di conservazione, potevano già prestarsi ad una prima analisi. I frammenti di maggiori dimensioni sono stati restituiti dalla parte alta dello strato anche se, in realtà, non sono mancate sorprese anche scendendo più in profondità. Per quanto concerne la tipologia si tratta sia di forme aperte (piatti, scodelle, olle) che di numerose forme chiuse (brocche, bottiglie, boccalini). Sia le forme aperte che quelle chiuse sono caratterizzate da una vernice rossiccio-arancio opaca e non presentano, salvo un caso, decorazioni a rilievo o dipinte. Per quanto concerne le forme aperte, si sono rinvenuti due piatti ed una scodella frammentari che, per tipologia e misure, sembrano potersi attribuire alla sigillata africana, con forme ascrivibili al III e IV sec. d.C. Le forme chiuse, anch'esse caratterizzate da una vernice rosso-arancio più o meno spessa, sono costituite da brocche e bottiglie a bocca tonda o trilobata. Tra i vasi potori si distinguono un boccalino monoansato che sembra ripetere una tipologia della ceramica a pareti sottili diffusa fin nel III sec. d.C. e due brocchette biansate con corpo carenato anch'esse derivanti da forme della ceramica a pareti sottili imitate già nella sigillata ispanica. Un esemplare unico è costituito invece da una brocca dalla bocca molto stretta, ansa quasi verticale con un apice all'attacco sul labbro (l'apice ritorna almeno in un altro esemplare) e anello poco sotto la spalla: la particolarità dell'oggetto, che nella forma trova un lontano confronto in una brocca di sigillata africana di tipo D (che del resto è anch'essa un unicum) consiste nella decorazione pittorica. Sul corpo del vaso, infatti, sopra la vernice rossa, sono presenti tre cerchietti in colore giallo chiaro e la parte, interrotta dalla frattura, di un motivo in giallo e marrone. Tale nucleo di ceramica, piuttosto omogeneo, nella attesa di un'indagine su una campionatura più ampia e di riscontri magari ottenuti con indagini archeometriche, potrebbe forse essere attribuito ad una produzione locale che imiti classi ceramiche ampiamente diffuse: altri rinvenimenti urbani a Siena, come anche ad Empoli, sembrerebbero, in effetti, confermare, almeno per l'alta e media età imperiale, l'esistenza di una ceramica d'uso domestico di produzione locale. Difficile nel nostro caso, però, individuare un arco cronologico definito, per la presenza di indubbie tipologie che riportano ad una data piuttosto tarda (così la ceramica africana, IIIIV sec. d.C., ma anche le anfore, si cfr. infra) che tenderebbero quindi ad abbassare la datazione. Non mancano però, come vedremo, elementi che in parte alterano il quadro fin qui delineato. Accanto a questo nucleo omogeneo, si hanno anche numerosi frammenti di forme aperte (nonostante le ridotte dimensioni degli stessi, si può pensare ad olle o pentole) in ceramica bruno-rossastra, ricca di inclusi, di uso domestico. Un'altra tipologia, anch’essa riconducibile ad una data piuttosto tarda, è costituita da frammenti di anfore caratterizzati in un caso da un’argilla nocciola-arancio, da un ingobbio biancastro e dalla superficie coperta in parte da scanalature. La forma, per quanto è possibile ipotizzare dalle parti rimaste, sembrerebbe avvicinabile ad un tipo di anfora africana, la cui area di provenienza è stata individuata nella Bizacena romana, molto diffusa in tutto il Moneta in bronzo riferibile all’imperatore Valente (IV sec. d.C.) Spille per capelli in osso. Mediterraneo tra il tardo II e il tardo IV sec. d.C. Per un altro frammento (per cui non si può escludere una produzione locale), invece, la forma dell’orlo, del collo, della spalla e dell’ansa (pur nelle dimensioni ridotte) potrebbero far venire alla mente il confronto con un’anfora vinaria, diffusa in Etruria tra fine II e fine IV sec. d.C., il cui centro di produzione è stato individuato ad Empoli (cosiddetta “anfora di Empoli”). Conferme o smentite per quanto concerne una determinazione cronologica possono ovviamente venire da quegli elementi che, per loro caratteristiche interne, sono normalmente considerati “datanti”: si può pensare in primis alle monete, ma anche a classi ceramiche come le lucerne, che, in effetti, il nostro scavo ha restituito in buona percentuale. Per quanto riguarda quest’ultime, abbiamo recuperato tre esemplari pressoché integri (salvo piccole lacune nel beccuccio) oltre a numerosi frammenti e ad un esemplare di cui si conserva solo la metà inferiore (come si sa, le lucerne romane erano realizzate da due matrici). Le lucerne intere appartengono tutte ad una classe ben nota, quella delle Firmalampen, generalmente caratterizzate, nonostante la distinzione in vari gruppi e sottogruppi, da un corpo rotondo, un disco piatto delimitato da un orlo, beccuccio allungato e canale (chiuso nel tipo ritenuto più antico, aperto in quello più recente). L’anello alla base di dette lucerne è quasi sempre caratterizzato dalla presenza del bollo con il nome del fabbricante (da qui il nome alla classe) che, appunto, costituisce un importante riferimento cronologico. Dei nostri esemplari uno permette di leggere 39 Oggetti d’incerta identificazione, forse di uso ludico. 40 conservati rende difficile, per la maggior parte dei pezzi, ogni tentativo di classificazione. Si tratta di frammenti privi di decorazione incisa, fatta eccezione per un frammento di orlo in cui si riconoscono motivi decorativi a rombi e a rettangoli a reticolo. Accanto a frammenti genericamente ed indicativamente riconducibili a coppe e tazze emisferiche (II-IV sec. d.C.), è possibile riconoscere in un fondo in vetro verde una tipologia largamente attestata tra la metà del I e tutto il II sec. d.C., quella della bottiglia quadrata monoansata, mentre un fondo con piede ad anello è riconducile ad un bicchiere cilindrico (metà II-metà III sec. d.C.). Oltre a numerose ossa, pertinenti per lo più ad animali da grosso taglio (bovidi), sono stati recuperati anche oggetti lavorati in osso: si tratta soprattutto di spilloni, oltre ad un cucchiaio da cosmesi frammentario. Tra i rari oggetti in bronzo (nello scavo si sono trovate per lo più tracce di bronzo ormai polverizzato o tracce di contatto su altri materiali) si segnala una fibula frammentaria. Per quanto concerne i laterizi, lo stato frammentario e la mancanza di bolli rende difficile impie- con chiarezza il bollo della fabbrica: si tratta del bollo FRVGI (si sottintende ex officina), in realtà, per quanto ci risulta, non attestato su questo tipo di lucerne (ritorna invece su lucerne a disco), la cui attività è ascrivibile al II-III sec. d.C. Tale tipo di lucerna, per quanto sia aperta la discussione soprattutto per quanto concerne le origini, sembra comunque massicciamente diffusa in Italia e in tutte le province imperiali tra lo scorcio del I e tutto il II sec. d.C. Un arco cronologico più ampio (fino agli inizi del IV sec. d.C.) coprono invece le lucerne a disco con ansa ad anello e piccolo beccuccio circolare, a cui sembrano appartenere i due frammenti recuperati anche nello scavo sotto ai Rozzi. Per quanto concerne le monete, lo scavo ha restituito una quindicina di esemplari, molti dei quali purtroppo ormai illeggibili a causa delle superfici completamente corrose; altre, invece, dopo una prima pulitura, hanno permesso una lettura ottimale del recto e del verso. Uno dei primi esemplari recuperati offre anche il termine cronologico più alto, trattandosi di un sesterzio dell’imperatore Filippo l’Arabo (244-249 d.C.); le altre, invece, coprono un arco cronologico più tardo, riferendosi tutte al IV sec. d.C. Si tratta di bronzi di Costantino (307337 d.C.) Iovianus (363-4 d.C.), Teodosio (379-395 d.C.) e di Valente (364-78 d.C.) Per quanto concerne i vetri lo stato estremamente Lucerna di epoca imperiale. Il reperto conserva il marchio “Frugi”, riferibile alframmentario dei reperti l’officina di produzione. gare questa classe di materiali per un inquadramento più preciso, considerando che le misure potevano variare anche a seconda degli ambiti locali. I materiali lapidei, infine, sono costituiti da basolati isolati, oltre che da una macina in due parti e da un piccolo frammento che sembra pertinente ad una decorazione architettonica (forse una cornice modanata). Tra i reperti isolati, vanno comunque segnalati alcuni ritrovamenti significativi. Prima di tutto una bella testina (h. conservata 10 cm. circa) in stile ellenistico-patetico, con una scialbatura sul volto e retro solo abbozzato. È difficile Ampio frammento di scodella a vernice “rosso arancio” di produzione apoter inquadrare un simile og- fricana (III sec. d.C.). getto anche se la mancanza di (metà I sec. d.C.), un piccolo frammento lavorazione sul lato posteriore può far di kelebe volterrana (fine IV sec. a.C.), un pensare ad un suo utilizzo, isolata o all'interno di un gruppo, su una parete; è diffipiccolo frammento a vernice nera (III-II cile sottrarsi alla tentazione di pensare alla sec. a.C.) ed uno di impasto buccheroide larga produzione fittile, spesso decorazio(VI sec. a.C.). ne architettonica, di età tardo repubblicaVale la pena a questo punto fare una na. Tra i frammenti che vanno a complicariflessione sul carattere del nostro ritrovare il quadro cronologico dei materiali si mento: se è vero che molti elementi semdevono segnalare tre frammenti di calice brano riportare ad una data in età tardodi sigillata aretina decorato a stampo romana (ceramica africana, anfore, mo- Consistente frammento di brocchetta a vernice “rosso arancio” di produzione africana (II - III sec. d.C.). 41 nete), è pur vero che sono presenti anche materiali con datazione più alta (le stesse Fir malampen, il sesterzio di Filippo l'Arabo, per non parlare della testina, della sigillata o dei "residui" etruschi). Del resto, il rinvenimento della moneta di Filippo l'Arabo nella parte alta del riempimento, così come di alcune delle lucerne non lascia ipotizzare, almeno per quanto mi sembra, una distribuzione cronologica con i materiali più recenti in alto e quelli più antichi in basso, ma piuttosto ad una situazione di notevole rimescolamento. La questione, inoltre, non può prescindere dal discorso più ampio concernente l'ubicazione del cosiddetto "pozzo". Come già accennato, lo scavo ha evidenziato la presenza di due allargamenti della struttura. Se il primo è stato indagato, il secondo, invece, è stato lasciato momentaneamente intatto: la parete però, che risulta riempita dalla stessa terra argillosa da noi incontrata, appare ricca di frammenti ceramici. E probabile che l'indagine di questa parte possa fornire ulteriori dati utili per l'inquadramento generale della natura del nostro "poz- 42 zo". A tutt'oggi appare ancora plausibile l'ipotesi di un accumulo di materiali di scarico, in parte alterato da strutture successive, anche se non è possibile al momento stabilire con certezza come si sia formato il riempimento. L'indagine della "galleria" (il termine sia preso cum grano salis, potendo trattarsi anche di un semplice allargamento della parete della struttura) potrebbe fornire qualche dato in più al riguardo. Comunque indiscutibile è il carattere "romano" predominante del materiale recuperato e la continuità di frequentazione della zona di rinvenimento che, seppur su tracce labili, sembra proseguire da epoca etrusca. Si va così ad aggiungere un piccolo ulteriore tassello nella conoscenza della Siena di epoca romana, ancora poco nota ma che vari interventi di questi ultimi tempi stanno contribuendo a "riportare a galla". Proprio per questo sarebbe ancora più importante e auspicabile l'esame e lo studio di tutti i reperti restituiti dall'intervento ai Rozzi e soprattutto il loro confronto con altre emergenze analoghe dal tessuto urbano. Frammento di cratere volterrano; produzione etrusca della fine del IV sec. a.C. Necropoli etrusca a Sovicille di MARCO FIRMATI Nei pressi di Siena, a breve distanza da Malignano, lungo l'antica naturale via di comunicazione che costeggiando il fertile piano di Rosia (percorso dalle belle acque del Merse) conduce in val d'Elsa, è stata aperta al pubblico una necropoli etrusca. Già in passato, sulle alture (le celebri Crete senesi) che circondano il piano, diverse scoperte occasionali e qualche scavo sistematico hanno rivelato la presenza di insediamenti e necropoli: risalgono all'VIII - prima metà VII sec. a.C. (tarda età del ferro) le fibule in bronzo esposte al Museo archeologico di Siena, trovate in tombe a pozzetto. Forse l'area ebbe un suo rilievo in età arcaica (VI-V sec. a.C.), al tempo delle aristocrazie rurali etrusche, da cui dipendeva anche il controllo della viabilità (di questo periodo potrebbero essere due cippi con iscrizioni, andati perduti, descritti nel Settecento dall'erudito senese Giovanni Antonio Pecci). Il paesaggio è più definito nel IV sec. a.C., quando sui colli che circondano il piano di Rosia fioriscono diversi abitati. Anche qui, come in altre parti dell'Etruria interna, si sarebbe verificata una diffusa colonizzazione delle aree a vocazione agricola poste ai margini dei territori dei centri urbani che in età arcaica avevano polarizzato il popolamento. Gli abitanti, dediti all'agricoltura e all'allevamento, sembrano godere di una certa agiatezza: le necropoli presentano corredi dignitosi, con oggetti in gran parte prodotti a Volterra, a indicare la dipendenza culturale e probabilmente politica da questa città. In tale contesto si colloca la necropoli di Malignano, lungo la strada etrusca che costeggiava la piana, dove si seppellirono i defunti di un vicino insediamento rurale. Nel 1927 l'archeologo senese Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975)segnalò la presenza a Malignano di tombe a camera, depredate in antico, dove già nel XVIII secolo si erano trovati i due cippi iscritti di cui abbiamo parlato. Tra il 1964 e il 1965 si svolse la prima campagna di scavo da parte dell'americana Etruscan Foundation, sotto la direzione di K. M Philips. Nella roccia calcarea furono individuate diciotto tombe a camera e a pozzetto. Da allora la necropoli di Malignano, a parte qualche restauro della Soprintendenza, era rimasta coperta dalla macchia. Adesso le operazioni di pulizia hanno riportato in luce tutte le tombe a camera già scavate dalla Etruscan Foundation e hanno consentito nuove scoperte. Si sono trovate ancora nove tombe, a pozzetto e con una piccola camera a forma di nicchia, e si è portata a termine l'esplorazione della tomba più monumentale. Le tombe a camera hanno un corridoio di accesso (dromos) e cella circolare o rettangolare con banchine continue addossate alle pareti. Le tombe a pozzetto invece sono costituite da una semplice buca nella roccia che accoglieva il corredo ed era coperta di pietre (un cippo poteva segnalare la presenza della sepoltura). I corredi sono costituiti da ceramiche di produzione volterrana a vernice nera, crateri a figure rosse, ceramica a vernice rossa (presigillata), ceramica comune e da monete, che a suo tempo consentirono di datare le tombe tra III e II sec. a.C. La tomba a camera più grande ha una pianta piuttosto articolata: lunga quasi venti metri, presenta un corridoio centrale sul quale si aprono otto camere con banchine alla parete per la deposizione delle urne cinerarie e dei corredi. L'accesso si apriva direttamente sulla strada etrusca 43 che correva al margine della pianura. Sebbene la tomba fosse aperta da tempo, quando gli archeologi americani condussero gli scavi, restituì pezzi dei corredi originari e anche nel corso dell'ultimo intervento sono stati recuperati numerosi frammenti. Lo sviluppo e le proporzioni della struttura testimoniano la posizione di rilievo del nucleo familiare a cui la tomba apparteneva, confermata dalla presenza tra i residui del corredo di oggetti di prestigio quali le placchette d'avorio e di bronzo che decoravano cofanetti di legno. I frammenti di bucchero fanno pensare a un uso del sepolcro già a partire dal VI sec a.C. Il progetto, promosso dalla Soprintendenza archeologica della Toscana, a cura 44 di Silvia Goggioli, e dal Comune di Sovicille (Si), ha coinvolto enti pubblici e soggetti privati. Da sottolineare la disponibilità del proprietario del terreno, che ha consentito l'uso pubblico dell'area semplicemente legando l'operazione al ricordo dei propri genitori, Gino e Lea Fiorentini, che assisterono alle prime ricerche. La realizzazione del Parco archeologico di Malignano è stata sostenuta dalla Fondazione del Monte dei Paschi di Siena e dalla società Bayer, mentre la Etruscan Foundation, che condusse gli scavi negli anni Sessanta, ha aderito insieme al Centro studi "Farma Merse". La necropoli si trova al km 65,5 della statale Siena-Arezzo, che in questo tratto corre proprio sopra all'antica via etrusca. Una tomba della necropoli di Malignano (Sovicille). Ritrovamenti in una tomba a pozzetto presso la necropoli etrusca di Malignano 45 Due tombe della necropoli etrusca di Malignano 46 Indice FABIO GABBRIELLI, Siena e le origini. Dal mito alla storia . . . . pag. 1 Siena: dal “castrum” romano al “burgus” altomedievale . . . » 24 PAOLO BROGINI, L’individuazione della Siena romana ed altomedioevale: alcune considerazioni e nuove ipotesi . » 16 Un giovane, valente archeologo e i recenti scavi presso l’Ospedale di S. Maria della Scala . . . . . . . . . . . . . . . » 15 FEDERICO CANTINI, Lo scavo archeologico nel S. Maria della Scala . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 16 Scoperte architettoniche e figurative nel Duomo di Siena » 22 TARCISIO BRATTO, Il cantiere sotto la Cattedrale di Siena . . . . » 23 ALESSANDRO BAGNOLI, Nuovi dipinti murali nella cripta del Duomo di Siena . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 25 Lo scavo archeologico condotto dal Centro Studi “Farma Merse” nei sotterranei del Palazzo dei Rozzi .... » 33 ANGELO VOLTOLINI, Il Centro Studi “Farma Merse” . . . . . . . . . » 34 DEBORA BARBAGLI, Relazione preliminare sull’intervento compiuto nei fondi di proprietà dell’Accademia dei Rozzi . . . » 37 MARCO FIRMATI, Necropoli etrusca a Sovicille . . . . . . . . . . . . . » 43 Finito di stampare nel mese di giugno 2003 dalla Industria Grafica Pistolesi Editrice “Il Leccio” srl Via della Resistenza, 117 - Loc. Badesse - 53035 Monteriggioni (Siena) www.leccio.it [email protected]