In copertina,
una foto di Andrea
“A est di Niamey verso Agadez”, agosto 2006
Parlando di Andrea
piccolo itinerario intorno ad Andrea e al suo mondo
27 giugno 2010
L
’idea di questo incontro è venuta a mio fratello Paolo, quando gli avevo
detto del mio dispiacere per non essere riuscita a parlare con molte delle
persone presenti al funerale di Andrea, di non avere quasi potuto salutarle e
parlare un po’ di Andrea con loro. Così mi ha suggerito di incontrarci un’altra
volta: avremmo potuto parlare ancora un po’ di lui anche tanto tempo dopo che
se n’era andato.
Via via che passavano i mesi, mi appariva sempre più chiaro che questo incontro per me sarebbe stato fondamentale per potere in qualche modo riavere la
concretezza della sua immagine con l’aiuto delle vostre parole e con l’affetto
della vostra presenza. E spero che lo stesso sia per voi.
Gli amici che parleranno hanno percorso e condiviso con lui periodi più o meno
lunghi della sua vita, ma tutti molto significativi.
Andrea, che era molto riservato, raramente parlava di sé, ed era perciò molto
facile che se ne ignorassero i molteplici interessi e la ricchezza della sua personalità.
Andrea era sempre curioso della vita e desideroso di conoscerne sempre aspetti nuovi: quasi un segugio che si metteva sulla pista di un interesse, di un argomento che lo appassionava, e non staccava il naso dalle tracce fin quando non
l’aveva trovato e esplorato, in genere, sempre a fondo.
Ma legate a queste passioni ci sono state sempre le persone con le quali, in vario modo, le ha condivise, cioè tutti noi, che abbiamo percorso con lui lunghezze varie della sua vita che è stata troppo breve.
Ripercorrendo insieme alcuni di questi momenti, parlando insieme di questi
interessi e di queste passioni, possiamo forse continuare a tenere aperto dentro
di noi un discorso, il suo, troppo bruscamente interrotto, e trattenerne il filo.
Lascio adesso la parola alle vostre parole, sperando che rimanga di Andrea non
solo il ricordo che, come qualcuno ha detto, consegna un volto al passato, ma
anche la memoria che perdura nel presente e struttura il futuro, e che con questa ci sia possibile conservare ciò che per noi Andrea ha rappresentato, dargli
spazio e servircene per cercare di portare nella quotidianità un significato in
più.
Clara
3
D
opo un anno conserviamo,
forte più che mai,
il dolce ricordo che ci hai lasciato.
Nel cuore di molti è qualcosa di più:
un insegnamento, un consiglio, forse anche un giudizio,
ma sempre opportuno e pacato
come eri tu.
Avrebbe poca importanza ricordare i vari ruoli che hai rivestito nella vita
- padre, marito, fratello, figlio, zio, cognato, collega perché il vero valore aggiunto ce lo hai insegnato tu
accompagnandoci nel cammino insieme ... prima
e proteggendoci con un sorriso … adesso
facendoci comprendere che tutto ciò che di effimero esiste
non permane a lungo,
e ciò che davvero mai si dimentica
è il bene regalato agli altri,
gratuito e sincero,
che ti ha sempre contraddistinto
e che continuerà a rimanere in noi
come il tuo più dolce ricordo.
Silvia
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Ricordo di Andrea
di
Maurizio G.
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“dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura”
(Par., XVII, 22-24)
E
ra il 1976. Ottimi diplomati di una scuola media ormai scomparsa, ci ritroviamo in un Istituto Tecnico Industriale milanese alla vigilia del ritorno di
fiamma di una ribellione ormai lontana. Io colpito da una recente tragedia familiare, ma con la tipica inconsapevolezza dell’et{, tu che sembravi uno schivo
ragazzo di oratorio. L’inevitabile contatto con la politica, malgrado il nostro
controllato attivismo, ci rende più coscienti delle nostre, diciamo così, origini
proletarie. Tuttavia, in controtendenza, si rafforza in noi l’idea del valore dello
studio anche come riscatto sociale: un filo rosso che ci ha sempre uniti. Per due
anni siamo compagni di classe (e, talvolta, anche di banco) ma la nostra amicizia si rinsalda proprio quando i nostri percorsi iniziano a divergere. Nel famigerato 1977, un’altra disgrazia colpisce la mia famiglia costringendomi a ridimensionare il mio sogno di una carriera sui mari. Resto dunque a Milano ma cambio
istituto. Tu ha già le idee chiare: un ingegnere nato. Il triennio trascorre tra
serate (e nottate) con l’illusione di avere gi{ capito la vita, sigarette, alcol, libri
scambiati, manifestazioni e, nel tuo caso, anche studio matto e disperatissimo.
Naturalmente, senza tralasciare sesso e donne, anche se quelle della nostra vita
le incontreremo presto. Mia madre ricorda ancora, assai meglio di me, certe
sere barricati nella mia stanza piena di fumo oppure quando ero da te e mi
scordavo di telefonarle per avvertirla che forse non sarei tornato a casa a dormire. Io ricordo il tuo monolocale che ci faceva sentire già grandi.
Il nostro primo rito di passaggio condiviso: la maturità e le sue conseguenze.
Tu, studente diligentissimo, politicamente impegnato, esempio per i compagni,
modesto e pronto ad aiutare gli altri, ti diplomi con il massimo dei voti. Io, meno
motivato e più arrabbiato, fallisco l’obiettivo di poco ma non me ne rammarico
(certe ambizioni sono ancora lontane). Due come noi giunti a questo punto dovrebbero andare a lavorare (allora le opportunità non mancavano). Invece,
grazie ai sacrifici (espressione non retorica) delle nostre famiglie, ci è concessa
la possibilit{ di diventare “il primo che ha studiato” e ci iscriviamo all’università. Il primo anno lo ricordo bene: la tua fatica ad ingranare dominata dalla
9
ferrea volont{ e dalla diuturna applicazione, la mia passione un po’ incosciente,
le giornate insieme alla Sormani per preparare l’esame di Analisi Matematica 1
(e i panzerotti del pugliese …). Formidabili quegli anni! Soltanto ora lo possiamo dire. Le nostre frequentazioni proseguono intense, anche se lo spirto guerrier ruggisce meno: a Clara si affianca Cecilia e si comincia a pensare al futuro.
Tu, ingegnere cum laude, inizi subito a lavorare, poi il matrimonio e io ti seguo a
ruota. Nel 1989, forse senza rendercene bene conto, ci ritroviamo membri effettivi di questa società: lavoratori laureati e coniugati. Tu diventi anche padre, io
mi concentro sempre più sul lavoro. Gli anni novanta sono anni adulti, le tue
responsabilità familiari e professionali, le mie ambizioni accademiche. Da soli
non ci vediamo spesso anche se capita, a volte, un incontro rubato al bar Magenta con il consueto rito dei ricordi (ma il futuro è già arrivato). In una di quelle occasioni mi parli del tuo entusiasmo per l’omeopatia. Io, gi{ inveterato scettico ultrarazionalista, provo ad argomentare contro ma capisco che è inutile.
Percepisco in te una delusione nei confronti della Scienza che pure era stata il
nostro faro negli anni degli studi. Le diverse esperienze ci stanno cambiando e
diventa difficile a volte dialogare, forse anche per mancanza di sensibilità da
parte mia. Arriviamo all’inizio del secondo millennio. Io raggiungo l’obiettivo
principale della mia carriera, tu padre, marito e lavoratore esemplare. La tensione si attenua, i figli son più grandi, ci frequentiamo con maggior rilassatezza.
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I miei accenni provocatori su alcuni tuoi comportamenti giovanili in presenza
di Pietro e di Marianna ti mettono in allarme. Troppo divertente. Abbiamo più
voglia di interessarci a quel che dice o fa l’altro. Tu hai passioni storiche (la
musica, la fotografia) che affronti con il consueto rigore, ma sei sempre disponibile a sperimentarne di nuove (l’equitazione, la montagna). Io, che guardo sempre con sospetto e sufficienza chi si dedica a diverse attività, a volte ti prendo
un po’ in giro. Curioso tuttavia è il caso dell’attenzione alla forma fisica: tu precursore, io che disdegno fino al 2001, trasformandomi poi in adepto; non infierisci (come avresti potuto e, forse, dovuto). A pensarci bene anche il fumo, simbolo della nostra gioventù, ha una storia simile: tu rinunci per primo con grande consapevolezza, io molto dopo (senza rimpianti). Tu sempre desideroso di
annusare l’aroma del tabacco: una passione non del tutto sopita che tieni a freno, come sempre.
Il tempo trascorso, certi obiettivi più o meno realizzati, mi fanno pensare che
abbiamo inaugurato un nuovo modo di stare insieme. Incontrarci, ricordando e
progettando, senza più molte illusioni ma con una maggiore consapevolezza di
sé e del passato condiviso.
Tutto quello che hai o pensi di avere può essere annichilito all’improvviso, semplicemente perché prima o poi morirai. Tutti lo sanno in teoria ma è salutare
non pensarci troppo. A tale proposito, pensavo di essere in possesso di una
superiore consapevolezza data dall’aver avuto la famiglia dimezzata in giovane
età. Una grande ingenuità. Io non ho imparato nulla da quegli accadimenti: questa è la prima lezione che la tua vicenda ultima mi ha impartito e forse l’unica
che sono stato in grado di capire. Le altre sono state inutili: tu docente incomprensibile nella profondit{ di un’esperienza definitiva. Nei mesi ormai privi di
speranze, ogni volta che ti incontravo ammiravo il tuo immane sforzo di preservare la dignit{ e l’integrit{, ma al contempo percepivo la mia inadeguatezza.
Forse il contatto fisico, gli sguardi, il non detto era molto più significativo di
tante inutili parole, parole che ormai andavano svuotandosi di qualunque significato.
La tua notoria riservatezza mi ha lasciato una sorta di enigma: il tuo riavvicinamento alla fede cattolica, del quale ho appreso quasi per caso. Una scelta che
non ci fornirà più occasione di scontro e mi lascia tanti interrogativi. Vorrei
tanto credere che questa rinnovata fede abbia potuto esserti di conforto nel
percorso più duro, ma mi è difficile.
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Non sono facile preda dei sentimentalismi ma la tua scomparsa è stata per me
l’evento più doloroso che io ricordi, forse perché è accaduto in una fase dove
maggiore è la coscienza della propria e altrui fragilità. Lavorando nel luogo che
fu testimone del tuo duro apprendistato, ti rivedo studente con un futuro tutto
da decidere. Un’immagine che confronto con quella del futuro gi{ deciso: tu
prostrato ma vigile su quel divano, indossavi una maglietta con un uccellino che
vola via da una gabbia e la scritta I want to be free.
E la vita è così forte
che attraversa i muri senza farsi vedere
la vita è così vera
che sembra impossibile doverla lasciare;
la vita è così grande
che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire
Roberto Vecchioni
Maurizio
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La Moldava
di
Sandra e
Piero
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Milano, giugno 1979
B
UIO. Di là dal pesante tendone di velluto, i volti dei miei parenti e dei tuoi
amici sono ormai confusi e non più riconoscibili: sono occhi scintillanti,
cuori in ascolto.
BUIO. Di qua dal tendone, solo le deboli lucine sopra le nostre tastiere ci illuminano lo spartito e forse un poco i nostri profili, ma non ci serve altro per riconoscerci amici in questi secondi che precedono le prime note. Sarà per le tante
(troppe) prove che ci ha fatto fare il Maestro, con la sua idea fissa della MUSICA
D’INSIEME (“uno non può dire di saper suonare, se non sa suonare con gli altri!”, ecc …); sar{ che nella nostra comune et{ incerta tra l’adolescenza e la gioventù abbiamo ancora tanto fra noi di simile da vederci benissimo anche al
buio. Per esempio di fianco a me c’è la mia amica, sguardo da bambina trasognata e qualche volta triste, sopra un corpo tanto lungo e magro, quasi atterrita
per questa piccola parte che però, lei crede, si sentirà moltissimo, e dietro a lei
un ragazzo occhialuto che invece suona benissimo ma ha lo stesso le mani troppo sudate. E’ il saggio, è così, chi è più bambino soffre di meno, dice un grosso
signore dietro le quinte che si esibirà nel secondo tempo dopo aver cambiato
due camicie per il sudore ... Poi ci sono io, diligente quanto poco tagliata per il
palcoscenico, forse qui solo perché al papà non so dire neanche un no. Di fianco
a me uno degli allievi prediletti del Maestro: giovane ma serio, così serio che chi
non lo conosce può crederlo scontroso; calmo e quasi lento, così calmo, lento,
serio che chi non lo conosce può pensarlo un po’asociale, di poche pochissime
parole, dette anche senza proprio guardarti in faccia, magari guardando lontano.
Sempre la stessa camicia a quadri, forse la preferita, forse perché alla nostra
benedetta gioventù gli dei hanno risparmiato la conoscenza del LOOK e dei suoi
schiavi e delle sue degenerazioni. Quando scendendo i quattro gradini entrava
nella scuola di musica, io che spesso ero lì con papà a fare da segretaria (!) me
lo vedevo di fronte come fosse ora: così come adesso che stiamo per suonare:
stessa calma, stessa serietà, stessa distanza tranquilla e stessa profondità nelle
cose da quelle banali a quelle grosse; stessa camicia per il parco di Trenno o
per il saggio di musica perché questo era Andrea e oggi mi sembra che questo
fosse il suo e il nostro mondo, il nostro irripetibile modo di essere insieme così
giovani e così seri.
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BUIO. Le prime note partono come un subbuglio in sordina, ma dalle nostre
tastiere piano piano va delineandosi una melodia struggente. E’ fatta, siamo
partiti e adesso bisogna arrivare in fondo.
Milano, giugno 2010.
C
iao Andrea, noi adesso non ti vediamo ma tu invece ci vedi benissimo. Tu
sei occhi scintillanti e cuore in ascolto, noi siamo quelli al buio, da questa
parte del tendone, che stiamo tentando di fare per te un po’ di musica
d’insieme.
Sandra
G
li studi e le comuni passioni musicali,
le persone care che abbiamo conosciuto,
le sere primaverili che sapevano di tabacco, di libri, di sogni … di note.
Ricordi lucidi come fosse oggi!
Il sogno, l’amicizia ed il coraggio non sono stati traditi ...
Poche parole, poco tempo: arrivederci Andrea
Piero
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Andar per mari
il mare ricordato da
Daniela
Laura
Maurizio M.
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Andar per mari
Il mare immaginato
Da “Lord Jim” di J. Conrad
Il mondo era pervaso da una meravigliosa quiete e le stelle, insieme con la serenità dei loro raggi, parevano diffondere sulla terra la promessa di una sicurezza perpetua. La luna nuova splendeva bassa a occidente e assomigliava, con la sua falce, a un esile truciolo caduto da una
tavola d'oro, mentre il Mare Arabico, liscio e fresco come una lastra di
ghiaccio, stendeva la sua perfetta superficie fino al cerchio perfetto di
un orizzonte buio[…]
Sul ponte Jim era pervaso da quel messaggio immenso di sicurezza e di pace senza fine che si poteva leggere nell'aspetto silenzioso della
natura come la certezza dell'amore e della protezione nella placida tenerezza del viso materno. […]
Jim diede un'occhiata alla bussola, un'occhiata all'irraggiungibile
orizzonte, si stiracchiò fino a quando le giunture non scricchiolarono
alla lenta torsione del corpo, in un eccesso di benessere; e quasi reso
audace dall'aspetto invincibile di quella pace, provò una profonda indifferenza per tutto ciò che potesse capitargli da allora sino alla fine dei
suoi giorni. Ogni tanto guardava pigramente la carta nautica attaccata
con quattro puntine da disegno su una bassa tavola a tre gambe dietro
la cassa dell'agghiaccio. Quel foglio di carta che disegnava le profondità
del mare presentava una superficie lucida ai raggi di una lampada ad
occhio di bue appesa a un braccio, una superficie piatta e liscia come la
baluginante distesa delle acque. […] la posizione della nave al mezzo19
giorno precedente era segnata con una piccola croce nera, e la riga diritta, tracciata con mano sicura fino a Perim, segnava la rotta della nave
[…]
«Come va diritta e tranquilla», pensò Jim con ammirazione, con
una specie di gratitudine per questa suprema pace del mare e del cielo.
In momenti come questi i suoi pensieri erano pieni di atti di valore: amava questi sogni e le vittorie nelle sue imprese immaginarie. Erano la
cosa migliore della sua vita, la sua verità segreta, il suo mondo nascosto.
Avevano la ricchezza della virilità, il fascino di una vaga realtà, gli marciavano davanti al passo degli eroi; la sua anima ne era rapita, era inebriata dal filtro divino di una fiducia illimitata in se stessa. Non c'era
nulla che lui non potesse affrontare. Era così soddisfatto di quell'idea
che sorrise, continuando meccanicamente a guardare davanti a sé; e
quando gli capitò di volgere gli occhi indietro vide la striscia bianca della scia disegnata dalla chiglia della nave perfettamente diritta sul mare,
proprio come la linea nera tracciata dalla matita sulla carta nautica.
20
Samuel Taylor Coleridge, 1798
Lieve la brezza, bianca la spuma volava,
Mentre la scia ci seguiva:
Per primi noi irrompevamo
In quel mare silenzioso.
Cadde la brezza e caddero le vele;
Fu triste quanto più non si può dire;
Parlavamo solo per levare
Il silenzio dal mare.
Tutto in un torrido cielo di rame
Un sole di sangue a mezzogiorno
Si ergeva a picco sull'albero maestro
Non più grande della luna.
Giorno dopo giorno, giorno dopo giorno,
Restammo senza un soffio di vento, un movimento;
Fermi, come nave dipinta
In un oceano dipinto.
21
Il mare vissuto
E
dal mare letto, immaginato, sognato, pian piano dentro di noi cresce
quella voglia di partire …
Da “Argentina” di Francesco Guccini
Il treno, ah, un treno è sempre così banale se non è un treno della prateria
o non è un tuo "Orient Express" speciale, locomotiva di fantasia.
L' aereo, ah, l' aereo è invece alluminio lucente, l' aereo è davvero saltare il fosso,
l' aereo è sempre "The Spirit of Saint Louis" ,"Barone Rosso"
e allora ti prende quella voglia di volare che ti fa gridare in un giorno sfinito,
di quando vedi un jumbo decollare e sembra che s' innalzi all'infinito.
Noi abbiamo liberamente adattato e l’aereo è diventato ‘vela’
“La vela, ah, la vela è sempre tessuto e vento,
la vela è davvero andar per mari
la vela è sempre "Kontiki",
"Luna Rossa", Conrad e Salgari...”
e allora, allora ti trovi con gli amici di fronte ad una cartina, tracci rotte, conti i
costi, gli equipaggiamenti, come partire, quando partire …
Per i grandi esploratori la mappa era il punto di arrivo, per noi è il punto di
partenza, anzi di fronte alla mappa il viaggio è gi{ iniziato …
Si parte!
Destinazione Grecia: “en Mediterranée”, come dice una canzone di G. Moustaki
che Andrea ci insegnò quell’estate e che fece da colonna sonora alla vacanza.
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Ricordo di un‟estate
Grecia „85
23
E 'ndeveno cussì le vele al vento...
Biagio Marin
E 'ndéveno cussì le vele al vento
lassando drìo de noltri una gran ssia,
co' l'ánema in t'i vogi e 'l cuor contento
sensa pinsieri de manincunia.
Mámole e mas-ci missi zo a pagiol
co' Leto capitano a la rigola;
e 'ndéveno cantando soto 'l sol
canson, che incòra sora 'l mar le sbola.
E l'aqua bronboleva drío 'l timon
e del piasser la deventava bianca
e fin la pena la mandeva un son
fin che la bava no' la gera stanca.
24
E andavamo così, le vele al vento
lasciando dietro di noi una gran scia,
con l’anima negli occhi e il cuor contento
senza pensieri di malinconia.
Fanciulle e ragazzi seduti giù a pagliolo
con alla barra Leto capitano;
andavamo cantando sotto il sole canzoni
che ancora volano sul mare.
L’acqua ribolliva dietro il timone
e dal piacere diventava bianca,
persino la penna suonava:
fin che la bava non era stanca.
Dal diario di bordo...
23.7.85
Si parla delle Isole e del possibile itinerario.
Senso orario – antiorario
Santorini?
Il Meltemi viene da Nord (e tira forte)
Nota per le pratiche relative all’imbarco:
1) non noleggiare barche con bandiera ≠ dalla greca.
[…]
Nota:
diversi unanimi apprezzamenti sulle qualità di approvvigionatrice di Clara
18.8 Kalamaki
Ore 10.30
Barometro: 1002
Vento: niente in porto, fuori S 2-3
Miglia 23.00
Motore acceso h. 11 – spento h. 11.30
PARTENZA!
Arrivo baia di Capo Sounion ore 18.30
Tempo calmo (barometro fisso a 1002)
Bagno, poi cena nella taverna di sopra (ce ne sono due) e rientro con canotto
che fa acqua.
20.8 Sérifos
Si parte per Livadhi. E’ un paesino arroccato su un picco. Vi si accede per una
mulattiera. Stravolti arriviamo al punto più alto, dove troviamo non una taverna, ma (sigh) una chiesa. Indietro sui nostri passi mangiamo alla taverna; c’è un
micio nero piccolino.
21.8 Sérifos
[…] Poi a vela. Prima al lasco poi, meraviglia delle meraviglie, a farfalla con il
tangone sul fiocco. Vento max 6 nodi. Medio 5. Vento NNE.
[…]
Arrivo nella baia vulcanica di Milos alle 17 circa, con vento che rinfresca. Manovra davanti al porto, a beneficio di un servizio fotografico arditissimo.
Cena con pizza da “Yankos” e a letto presto per ripartire alle 4 domattina.
Il programma è di fare tutta una tirata per Paros (circa 50 miglia)…
25
25.8 Paroikia
Ore 10:30 si fa un bordo ma scapolato il faro di Vrakhos il vento comincia a
scadere tanto da doverci affidare quasi completamente al motore. Tutto ciò
mentre l’equipaggio al completo (timoniere escluso fortunatamente) è in letargo.
Uno dopo l’altro i “marinai” si svegliano sotto un vento che continua a rinfrescare; una sbandata a 30° fa risvegliare anche la più tenace (Daniela). D’ora in poi
tutti sono alle manovre. Si riduce il fiocco e si prende una mano di terzaroli.
Nelle acque di Mykonos le raffiche sono al massimo e l’equipaggio completamente bagnato e infreddolito nel pozzetto; ciononostante si continua senza dar
segni di cedimento.
All’entrata in rada si ammainano le vele e si entra a motore con il vento contrario.
Nuovi problemi: l’ancoraggio è difficile a causa del vento (ma dov’è la baia riparata?), quindi necessita la doppia ancora.
Dopo, sono ormai le 17:00, tutti a tavola per “spazzolare” un ottimo pranzo e
fare un brindisi all’equipaggio vittorioso. Ultimo atto: viene imposta la
“quarantena” a bordo; infatti il vento non permette al canotto di atterrare (onde
evitare precedenti esperimenti …) […]
26.8 Mykonos Baia Ornes
Ore 9 sveglia.
Vento forte (N) già dalla notte. Barometro: 1003
Ore 10: motore – carica batteria 1
Si salpano le due ancore e si piazzano un po’ più avanti con grandi fatiche.
Le raffiche sbandano la barca.
Andare a manovrare in porto sarebbe d’altra parte impossibile.
26
Ore 12 sbarco delle ragazze in canotto, anzi mancato sbarco perché non ce la
fanno contovento e si lasciano andare alla deriva.
Maurizio si butta a nuoto e riesce a portarle a riva dopo molte peripezie e apprensione di chi sta a bordo, pronto a salpare le due maledette ancore (20 kg +
30 m di catena ognuna!).
Nota di Clara
“Il timore dello sforzo costituiva l’unica apprensione”.
h. 16.30 l’ala maschile dell’equipaggio alfine sbarca a terra non senza difficolt{.
Finalmente le ragazze possono dedicarsi ai piaceri della casa, anzi della barca,
di cui, per tradizione, sono le regine.
La loro inesauribile fantasia elabora un ennesimo delizioso menu, conforto per
le ore della sera e per quelle della giornata di domani.
Per il giorno 26.8 sera
Aperitivo
Primo piatto
Secondo
Dessert
Frutta
juice de tomates garni
spaghetti ‘Alla Carbonara’ grattata longa
bloody salad
flan á la sbrislona eau-marin
misto fantasia (poca)
29.8 Kea
Sveglia ore 9.
Escursione a Kea (6 km dal mare) in bus. Visto leone.
[…]
2 ore a motore, poi doppiata l’isola … a vela con vento al traverso (SSW) circa 1
ora per capo SOUNION (circa 6 nodi).
Ormeggio in baia alla fonda.
Visita al tempio di Poseidon, foto al tramonto (lotta col tedesco per ultima foto)
Cena in taverna (gamberi calamari buoni). Bagno notturno al chiaro di luna
(astenuto chi scrive) quindi spaghettata aglio olio peperoncino, budino
(discussione per il budino e scissione del budino). Decisa una guardia notturna
al budino.
Cantata fino ore 3. Le due batterie a secco.
Ballamenti notturni causa risacca e numerose barche in rada molto ravvicinate.
30.8 Capo Sounion
Sveglia ore 10.30
Colazione, chiacchiere tira tardi.
Partenza ore 12.30. Vento moderato S
ULTIMA TAPPA!
27
Prevista sosta per bagno in baia Aghios Nikolaos (9 miglia)
Dall’esame delle sei firme precedenti risulta un preciso elemento comune.
In particolare posso affermare con certezza che i sei individui di cui sopra appartengono ad una banda organizzata di sbafatori di budini.
[…]
3 ore di buona navigazione a vela. Al tramonto ingresso al porto di Kalamaki e
ormeggio in banchina.
Un po’ di sgomento generale perché la fine della vacanza è ormai tangibile. Si
decide per la cena fuori e muoia la malinconia!
Bernard Moitessier, 1960
ora di stendere le mie bianche vele alla leggera brezza di sud-est che mi anÈ nuncia
essere giunta l'ora di partire ancora una volta verso quella linea dell'orizzonte che la mia barca non raggiungerà mai. Ma dietro quell'orizzonte ci sono
altre terre, altri amici che vorrei conoscere meglio prima di doverli lasciare. Destino del marinaio, sempre insoddisfatto, perché pensa che, sull'altra riva, sempre
più lontano, debba trovarsi quello che cerca.
28
29
I
n un gioco, tanti anni fa, un amico velista aveva
detto di te che se tu fossi stato un vento, saresti stato
il Maestrale, perché quando soffia è forte e sicuro e
non ti abbandona
Con amicizia
Daniela, Laura e Maurizio
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Maistral d‟istae
Biagio Marin
Maistral d’ist{e,
oh, dame incòra l’ala,
‘desso che le zorn{e
ne l’anema le cala.
Maestrale d’estate,
oh, dammi ancora l’ala,
adesso che le giornate
nell’anima calano.
Fa de me vela tesa,
fame son de la campana
pur che tera lontana
me toga a la so mesa.
Fammi vela tesa,
fammi suono di campana
pur che terra lontana
mi accolga alla sua mensa.
Magari solo piova
che cage sore un orto
a rinfrescà vanese
de la salata nova
Magari solo piova (pioggia)
che cade su di un orto
a rinfrescar aiole
dell’insalata nuova
Vogia de luntanansa,
me brusa e me tormenta;
odor de prime viole
e profumo de menta.
Voglia di lontananza,
mi brucia e mi tormenta;
odore di prime viole
e profumo di menta.
E quel nuòlo, maistral,
che tu tu porti via
quel’ala de corcal
i xe la gno angunia.
E quel nuvolo, maestrale,
che tu ti porti via,
quell’ala di gabbiano
sono la mia agonia.
31
Acqua, ingegneria e ricerca
di
Antonio
33
A
ndrea si è dedicato alla ricerca affrontando argomenti anche molto diversi:
i flussi idraulici a pressione e a pelo libero in canali, lo studio dei transitori
idraulici in circuiti di raffreddamento di impianti termoelettrici, la
modellazione matematica dell’intrusione salina in acquiferi costieri, lo studio
dell’accoppiamento in tempo reale di modelli idraulici numerici e fisici, lo
sviluppo di modelli avanzati di turbolenza.
Alla ricerca ha sempre affiancato volentieri un’attivit{ di servizio qualificato
per differenti clienti: questo tipo di lavoro gli permetteva di applicare i modelli
studiati negli anni precedenti a problemi concreti ed avere la soddisfazione di
vederne la soluzione.
Il contatto con i clienti gli piaceva e instaurava solidi rapporti basati su scambi
di esperienze e confronti tecnici, da cui traeva nuove idee per le attività di
ricerca.
In particolare si orientò più specificamente verso il settore della produzione di
energia idroelettrica, affiancando ai modelli sofisticati anche strumenti
software più semplificati, che avrebbero potuto essere facilmente utilizzati dai
gestori di impianti, integrandoli con i Sistemi Informativi Territoriali.
Da anni Andrea, inoltre, lavorava nel settore ambientale, portando con sé quella
metodologia di lavoro ingegneristica che dava maggior solidità anche alle più
diverse discipline.
I modelli (in idraulica)
Uno strumento indispensabile per:
 Ottimizzare l’efficienza degli impianti
 Aumentarne la sicurezza
 Minimizzarne l’impatto ambientale
Approccio tradizionale
Modelli fisici, che cercano di riprodurre in scala ridotta ed il più fedelmente
possibile le strutture ed il contesto ambientale e quindi ne simulano
l’interazione con i fluidi in condizioni controllate
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limiti
 costo elevato delle prove,
 difficoltà di riprodurre esattamente tutte le condizioni reali
 difficoltà a dimostrare in ogni caso che i risultati ottenuti a piccola scala
siano esattamente applicabili alla scala reale dei fenomeni
I modelli “fisici”
(in scala)
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I modelli matematici
L’enorme sviluppo delle tecniche computazionali e l’incremento esponenziale
della velocità e della potenza di calcolo degli elaboratori ha consentito di
affrontare i problemi fluidodinamici da un punto di vista numerico,
realizzando modelli di simulazione
 estremamente complessi e sofisticati,
 in grado di rappresentare a scala reale e a grande dettaglio i fenomeni legati
alla fluidodinamica,
 In grado di aggiungere alla capacità descrittiva anche la possibilità di
simulare scenari ipotetici e condizioni di criticità
 costi enormemente ridotti rispetto a quanto ottenibile per via sperimentale
possono sembrare assurdi, incomprensibili e assai … lontani dalla nostra vita …
ma nel lavoro di Andrea ….
37
il problema reale ...
il dettaglio...
38
Schiume allo scarico
di una centrale idroelettrica
Il luogo...
39
il modello e
la simulazione del
regime idrodinamico
La situazione
dopo
l’intervento
E noi lavoriamo tuttora sui “suoi” modelli,
i “suoi” strumenti software,
le sue idee innovative.
Antonio
40
Andrea, l’inglese e
le coincidenze austeriane
di
Mauro
41
C
an I say of her face – altered as I have reason to remember it, perished as I
know it is – that it is gone, when it comes before me at this instant, as
distinct as any face that I may choose to look on in a crowded street? Can I say of
her innocent and girlish beauty, that it faded, and was no more, when its breath
falls on my cheek now, as it fell that night?
Posso dire del viso di lei – alterato come ho ragione di ricordarlo, distrutto come
so che è – che sia scomparso, quando eccolo che mi ritorna in quest'istante, chiaro
e distinto come qualunque viso mi piaccia di guardare per una via affollata?
Posso dire della sua innocente e giovanile bellezza, che sia svanita e più non
esista, quando il suo alito mi sfiora adesso la guancia, come mi sfiorò quella
notte?
Charles Dickens – David Copperfield
È
venuto il momento di mettermi a scrivere di Andrea.
Lo faccio dopo aver molto esitato, avere a lungo passato in rivista la maniera in
cui avrei abbordato il suo ricordo, il ricordo di colui che è stato senza dubbio il
mio più grande amico, insieme, ma in maniera profondamente differente, ad un
amico di infanzia.
Anche Andrea era ingegnere, ma siccome era più giovane di me, non ci
conoscemmo sui banchi del Politecnico, ma fu proprio il fatto che fossimo
entrambi ingegneri a determinare il nostro incontro. Ci conoscemmo grazie alla
mia specializzazione, poiché fummo assunti entrambi in un centro di ricerca – il
CISE di Segrate, che fu fondato negli anni cinquanta o sessanta, per condurre
ricerche nel campo dell’ingegneria nucleare.
Andrea e io ci ritrovammo colleghi nella stessa sezione, di una decina di
persone, che si chiamava “modelli matematici di termoidraulica”.
Fui subito colpito da questo giovane, gi{ un po’ stempiato, parco di parole, che
ascoltava con grande concentrazione quello che i colleghi avevano da dire o da
discutere, per poi magari orientare la conversazione con un’osservazione molto
sintetica, molto spesso con un grande senso dell’ironia o della battuta lanciata
con nonchalance al momento giusto, che sovente faceva scoppiare a ridere i
colleghi, soprattutto se l’argomento di conversazione non era tecnico.
D’altronde, come succede in ambienti di lavoro in cui c’è una buona armonia tra
colleghi, spesso effettivamente la conversazione non era tecnica, specialmente a
43
tavola durante le pause per il pranzo, o ancora in quello che ricordo un po’
come un piccolo rito, quando andavamo, vari colleghi assieme, nel pomeriggio a
prendere un caffè o un tè al bar della mensa.
Da subito, dalle prime settimane, una volta superata la timidezza dell’inserimento in un nuovo contesto cercai di avvicinarmi ad Andrea, perché intuii
in fretta che al di là di un collega di valore sul piano del lavoro Andrea era una
persona di spessore, capace di interessarsi a molti altri ambiti che non il
semplice contesto delle attività professionali. E poi veramente, senza voler far
sorridere col parallelismo, bisogna pur dire che anche in amicizia può
succedere un po’ la stessa cosa che capita in amore, lo scaturire o lo svilupparsi
più o meno graduale – magari più spesso graduale in amicizia che non in amore
– di una forma di attrazione verso un’altra persona, anche se appunto ci voglia
un certo tempo perché queste due persone si rivelino l’uno all’altro.
Il momento in cui veramente cominciammo a gettare le basi della nostra
amicizia venne qualche mese dopo la mia assunzione, circa un anno dopo quella
di Andrea: un corso di una settimana al Politecnico di Zurigo.
Chi dice corso a Zurigo, dice corso tenuto in lingua inglese. Per prepararci a
questo stage, per essere meglio in grado di capire i professori che venivano
veramente dai quattro angoli del mondo. Per essere più a nostro agio nel porre
delle domande e nelle conversazioni con gli altri partecipanti, Andrea ed io ci
iscrivemmo ai corsi di inglese dello Shenker Institute.
Rimanemmo a Zurigo per una settimana durante la quale avemmo modo di
discutere a lungo nelle serate e nelle cene dopo i corsi, di discutere, come si
dice, di tutto un po’, come poi avremmo sempre fatto nei nostri incontri. E io
potei capire quanto Andrea fosse una persona profonda, con la quale si poteva
conversare con grande piacere su qualunque argomento, e certo non solo sui
temi legati al nostro lavoro. Ebbi anche modo di constatare come Andrea, oltre
ad avere grandi qualità di ascolto, di analisi, di ironia, fosse anche un giovane
uomo con gusti mai banali, per esempio nella maniera sobria ma personale di
abbigliarsi, ma anche in certe abitudini non così frequenti. Ricordo che fui
colpito dall’ultima volta in cui pranzammo assieme a Zurigo, il sabato dopo la
fine dei corsi, in un bel ristorante del centro: alla fine del pranzo Andrea chiese
di fumare, e il cameriere gli presentò un cofanetto contenente vari sigari, dal
quale Andrea scelse, visibilmente da conoscitore, un sigaro, che poi fumò
tranquillamente mentre continuavamo la nostra conversazione.
44
Dopo quel corso a Zurigo, dopo che avemmo definitivamente “rotto il ghiaccio”,
dopo che anche Clara e Cristina si furono conosciute, incominciammo anche a
frequentarci, dapprima sporadicamente, poi sempre più regolarmente, anche
come coppie. Nacque una profonda amicizia tra Andrea e me, ma anche tra
Clara e Cristina, e tra noi tutti quattro.
I corsi di inglese attraverso il metodo Shenker li continuammo anche dopo il
corso a Zurigo, per ancora un anno, per migliorare la nostra conoscenza della
lingua. Fu in questo modo che consolidammo il nostro livello d’inglese, e che
potemmo entrambi cominciare a leggere libri in inglese.
Andrea e io sviluppammo così allo stesso tempo la passione per la lettura “in
versione originale” della letteratura o della saggistica anglosassone, una
passione comune che ci permetteva di trovare un altro argomento di
discussione, e anche in qualche modo di emulazione reciproca. Era piacevole
passare molto tempo in libreria, attardarsi tra gli scaffali, scegliere i libri. Tra
l’altro eravamo accomunati da uno specialissimo criterio nella scelta dei libri:
quello di “annusarli”. Gli odori più gradevoli ci ben disponevano verso la casa
editrice e, quindi, verso il testo. Mettemmo a punto una discreta maestria ed
eravamo diventati una specie di sommelier dei libri, riuscendo a riconoscere
con l’olfatto varie case editrici.
Non so chi di noi due scoprì per primo Paul Auster, lo scrittore di Brooklin, che
gode di molta popolarità in Francia e che penso sia abbastanza conosciuto
anche in Italia. In ogni caso, credo che entrambi leggemmo come primo libro di
Paul Auster “The New York Trilogy”, una raccolta di tre racconti dall’atmosfera
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intrigante, delle specie di thriller in cui l’elemento di tensione è dato più dalle
atmosfere misteriose che non da aspetti veramente polizieschi o giallistici,
ambientati dunque a New York.
Leggemmo poi entrambi “Music Of
Chance”, un romanzo che ci
introdusse su quello che mi
sembra essere il tema centrale
dell’opera di Paul Auster. Quello
della casualità misteriosa della
vita, del suo proporre traiettorie
personali determinate e intrecciate
a volte da avvenimenti o semplici
episodi casuali coincidenze, casi
strani, che non hanno nessun
significato se non quello della loro
improbabilità e quindi della loro
bizzarria statistica.
Andrea e io coniammo l’espresione “coincidenze austeriane”, per
indicare appunto quei casi strani
della vita, in cui degli avvenimenti,
magari piccoli e insignificanti, si incrociano, in cui due vite si incontrano in
maniera del tutto inaspettata, cambiando certe volte per sempre il destino
dell’una o dell’altra, o determinando delle nuove svolte in un cammino di vita
che appare, così, guidato talvolta solo dalla legge del caso. Oppure, le
coincidenze austeriane possono indicare semplicemente – appunto - delle
coincidenze a volte davvero incredibili, di cui Paul Auster non cerca il
significato, se non forse in una specie di conferma dell’assurdo della condizione
umana, del nostro essere in qualche modo sballottati in esistenze di cui
crediamo di tenere in mano tutti i fili, ma che in realtà obbediscono a leggi
oscure, che ci fanno trovare qui non si sa come, e che ci condurranno non si sa
come ad un destino che non ha alcun significato.
Fatto sta, comunque, che, dopo aver scoperto l’opera di Paul Auster, il tema
delle coincidenze austeriane affiorava ogni tanto nelle conversazioni con
Andrea.
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A un certo punto, presi ad inviargli via mail quelli che consideravo essere degli
esempi personali di coincidenze austeriane. Ne ho ritrovate alcune che vi
racconto qui sotto.
Sono sicuro che ognuno di noi sia stato testimone o protagonista di piccoli fatti
curiosi di questo tipo, o che possa imbattersi in strane coincidenze se appena
abbia la voglia “di farci caso”.
Per me, queste coincidenze austeriane sono comunque una maniera di
ricordare Andrea e di condividere con voi delle piccole storie minori, che
Andrea aveva apprezzato, o avrebbe apprezzato se fosse ancora qui tra noi, e
considerato con quel suo tipico distacco, quella sua aria perplessa, come molto
giustamente Clara l’ha chiamata, che non voleva dire disinteresse e ancor meno
condiscendenza, ma piuttosto era l’espressione di una forma di scetticismo nel
senso migliore del termine, di una attitudine di interrogazione sul significato –
o sull’assenza di significato - delle storie e degli episodi, grandi e piccoli, che
punteggiano le nostre vite.
E queste coincidenze minime sono anche un modo di intravedere, al di là
dell’imprevedibilit{ che può essere vista, secondo le prospettive, come una
conferma dell’assurdo della condizione umana, una forma di bellezza strana
della vita, una consolazione anch’essa minore nel semplice constatare come la
vita possa riservare delle sorprese, dei risvolti tanto più belli perché misteriosi
e privi di spiegazioni razionali, perché sfuggenti alle leggi del determinismo.
Questi episodi non possono farci dimenticare il dolore per la perdita di Andrea.
Tuttavia, come parte di uno degli argomenti scambio con lui nel corso degli
anni, sono almeno per me, una forma di memoria che mi è caro conservare di
Andrea.
La scatoletta di sardine
Ieri verso sera ero alle toilettes di Areva (l’azienda dove lavoro, ndr) e
lavandomi le mani vedo sul pianale dei lavandini una grossa scatola di sardine
aperta, con la linguetta sollevata e vuota, visibilmente appena consumata
perché ancora con tracce di olio all'interno.
Converrai che la cosa è già di per sé molto singolare: cosa cazzo ci facesse una
scatola di sardine alle toilettes sfugge totalmente alla mia comprensione. Da
credere che invece di portarsi al cesso il giornale da leggere, cosa che peraltro si
fa piuttosto al mattino, ci sia un tizio che si porta le sardine da mangiare verso
sera …
47
Anyway.
Al momento, ovviamente non mi sono affatto ricordato che sabato scorso, molto
stranamente Cristina aveva comprato al mercato una scatola di acciughe, cosa
che non ha praticamente mai fatto. Per esempio, per la pizza fatta in casa, di
solito compra in Italia i tubetti di concentrato di acciughe.
Ebbene, ieri sera torno a casa, e trovo sul tavolo la scatola di acciughe aperta,
nella stessa configurazione con la linguetta arricciata in cui avevo visto due ore
prima la scatola di sardine alle toilettes di Areva.
Ma il colmo è che nella scatola c'era un errore di confezionamento: non erano
acciughe, erano sardine!
I Paglieri
Ieri ho comprato La Repubblica per leggere dei risultati elettorali (le ultime
elezioni politiche in Italia. Aggiungo che gi{ all’epoca in Francia non compravo
praticamente più i giornali italiani, se non in occasioni speciali, come appunto
poteva essere questa).
In una pagina interna c’era una pubblicit{ tutta pagina sui profumi italiani
Paglieri (esempio, la mitica Felce Azzurra), di cui francamente non sentivo
parlare da almeno vent’anni.
Sabato e domenica, come ti dicevo, sono andato a far della pittura in un atelier.
La pittrice e suo figlio pittore si chiamano Paglieri.
Avendo chiesto a lei (la pittrice) se è di origine italiana, mi ha risposto che lei
no, ma suo marito sì. I suoi nonni erano di Milano, della famiglia dei famosi
profumieri …
Eric Fottorino, il ciclismo e Rambouillet
Eric Fottorino, giornalista e scrittore, autore di una ventina di libri, è da qualche
anno il direttore del giornale “Le Monde”, dopo esserne stato giornalista e capo
della redazione. Di origini modeste, abbandonato dal padre che incontrò molto
più tardi nella sua vita, e cresciuto da un padre adottivo tunisino o comunque
magrebino, a cui era legato da una profonda affezione, Eric Fottorino è anche
un grande appassionato di ciclismo. Da giovane corridore negli anni settanta,
ammiratore delle grandi figure del ciclismo dell’epoca, voleva destinarsi ad una
carriera di ciclista professionista, ma decise di non farlo perché giudicò di non
avere le capacità sufficienti per emergere nel mondo dello sport, anche solo
come semplice gregario. Si iscrisse quindi, spinto dal padre, alla facoltà di
diritto (anche perché ci poteva andare in bicicletta, e c’era una salita
abbastanza dura da fare...), e cominciò dopo la laurea la sua carriera di
giornalista e di scrittore, continuando tuttavia a praticare regolarmente il
ciclismo.
La sua passione e la sua pratica sportiva è tale che una decina di anni fa, quando
era quarantenne e già uno dei giornalisti più importanti di Le Monde, Eric
Fottorino decise di partecipare come amatore di buon livello ad una delle
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celebri corse ciclistiche a tappe francesi, il Midi Libre (o forse il Dauphiné
Libéré, poco importa), della durata di una decina di giorni, e di scrivere ogni
sera un brano per il giornale su questa esperienza. Come gli altri amatori,
partiva una o due ore prima dell’inizio della gara dei professionisti, veniva
regolarmente raggiunto dal gruppo dei professionisti prima che la tappa fosse
finita, per poi terminare la tappa del giorno in compagnia degli ultimi, quelli
che, con un termine italiano del gergo francese del ciclismo, formano il
“gruppetto”, vale a dire coloro che non essendo più in grado di vincere o di
aiutare a vincere la tappa del giorno, essendo ormai staccati dal gruppo,
finiscono tutti insieme ad un ritmo più “blando”, che un ottimo amatore ben
allenato puo’ riuscire a seguire.
Eric Fottorino, il ciclismo e Le Monde, li posso associare alla nascita di
Francesco, il mio ultimo figlio, nel 2000, quando non partimmo in vacanza
perché Francesco era aspettato per la fine agosto o i primi di settembre, per cui
sarebbe stato rischioso per Cristina e per lui allontanarsi da Parigi.
Durante il mese di luglio di quell’anno, nel periodo in cui si corre il Tour de
France, andai qualche volta, solo coi miei primi due figli Giampaolo e Caterina,
oppure anche con Cristina quando non era troppo stanca, nel magnifico parco
del castello di Rambouillet, a una sessantina di chilometri da Parigi, per passare
delle giornate all’aria aperta.
Io da allora associo distintamente quelle giornate, e più in generale il parco di
Rambouillet, al Tour de France, benché non sia particolarmente fan di ciclismo:
non so perché, ma mi ricordo sotto gli alberi durante il picnic a leggere la
cronaca di Le Monde sul Tour, sulla tappa del giorno, oppure sugli scandali di
doping purtroppo abituali in questo sport.
L’anno scorso a settembre, un sabato pomeriggio decido di accompagnare
Francesco a Rambouillet, dove non tornavo da anni, per visitare con lui un bel
museo sui modellini di treni (Pietro lo apprezzerebbe senz’altro, e sono sicuro
di avergliene parlato).
In auto a un certo punto accendo la radio e mi metto ad ascoltare France Inter,
una delle reti pubbliche francesi. Capito per caso su una trasmissione in cui
viene invitato per un’ora un personaggio del mondo della cultura.
Quel giorno, mentre sto andando a Rambouillet con Francesco, l’invitato è Eric
Fottorino, che parla della sua vita, dei suoi romanzi e del suo amore per il
ciclismo...
La vita di Henri IV e la presentazione
Una domenica ascolto alla radio durante il pranzo - a spizzichi e bocconi
sarebbe il caso di dire, visto che la conversazione a tavola non agevola certo un
ascolto concentrato – su France Inter ancora una volta, un programma
settimanale sulla storia francese. In questa occasione, il conduttore della
trasmissione parla del re Henri IV e del suo assassinio nelle vie di Parigi ad
opera di Ravaillac.
Il mercoledì successivo, devo fare una presentazione per un corso di
formazione nella mia azienda. Per la prima volta, il luogo in cui questa
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formazione viene dispensata è cambiato, e devo andare in un hotel di SaintGermain-en-Laye, bella cittadina dove si trova un castello costruito non so
quando dai reali di Francia. L’hotel, un bel quattro stelle, è contiguo al parco del
castello, e si chiama Pavillon Henri IV.
Sono in anticipo, e dopo aver chiesto dove si trovi la sala delle conferenze,
indugio nella hall, per guardare il panorama dalla vetrata che dà su una
terrazza. Mi avvicino ad una porta: un’inscrizione indica che in quel luogo si
trovava l’appartamento dov’era nato Henri IV...
Jules Verne, Baltimora e Goldfinger
Una sera sono seduto sul divano in soggiorno senza decidere cosa leggere, e
prendo tra le mani “Viaggio verso la luna” di Jules Verne, che Giampaolo sta
leggendo per la scuola.
Ne scorro solo le prime pagine, sapendo bene che non continuerò a leggere
tutto il romanzo, quantomeno certamente non in quelle settimane; in più, sono
un po’ stanco e quindi ancor meno motivato a continuare la lettura per un bel
pezzo. Arrivo più o meno fino al punto in cui il protagonista si reca al Gun Club
di Baltimora, dove si riuniscono i fanatici locali di ogni tipo di cannone e obice
che le tecnologie americane dell’epoca avevano messo a punto.
Accanto a me c’è Giampaolo, anche lui non troppo determinato su cosa fare
della serata, al punto da decidere di riguardare un DVD di uno dei primi James
Bond, Goldfinger.
Nel momento in cui sto leggendo del Gun Club di Baltimora, 007 viene catturato
dagli uomini di Goldfinger, imbarcato in un jet e trasportato negli Stati Uniti … a
Baltimora.
E
per finire, poiché ricordiamo Andrea che non c’è più, oso intravedere
un’ultima coincidenza nel fatto che proprio nei giorni in cui ho cominciato
a scrivere queste righe abbia iniziato a leggere David Copperfield, e che nel
primo capitolo del romanzo abbia dunque trovato, un paio di giorni prima che
mi mettessi a scrivere, le righe che ho voluto citare ad inizio di questo ricordo,
una prosa di struggente bellezza nell’evocare con emozione il viso di una
persona cara (uomo o donna poco importa) che è scomparsa, il viso che per
sempre si è impresso in noi, nella maniera in cui la nostra memoria per sempre
sceglierà di richiamarlo.
Mauro
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Andrea e l’omeopatia
di
Enzo
51
M
i ricordo quella sera di molti anni fa nella quale Andrea, con la piccolissima Marianna seduta sulle sue ginocchia, mi chiese cosa poteva fare la
medicina omeopatica per limitare la sua ormai vistosa perdita di capelli. La
nostra conoscenza reciproca era ancora superficiale e sapendo che da tempo
studiavo con passione questo tipo di medicina mi aveva in qualche modo chiesto soccorso. Anch’io avevo pochi capelli ma capii che per lui questo era motivo
di disagio e di sofferenza. Quella sera parlammo a lungo della medicina omeopatica, della medicina olistica ed ebbi l’impressione che Andrea capisse al volo e
condividesse immediatamente ciò che gli stavo comunicando e cioè che è molto
più interessante pensare all’omeopatia come una medicina che consenta di
mantenere nel tempo buone condizioni di equilibrio psico-fisico generali piuttosto che una medicina del sintomo. Conosciamo tutti Andrea e la sua intelligenza non gli permise di non approfondire l’argomento; cominciò a leggere libri
a riguardo, io stesso gliene fornii diversi ed ogni occasione d’incontro era motivo di discussione e di confronto. Insieme alle sue competenze in medicina biologica anche la nostra amicizia si faceva via via più profonda e ovviamente andò
ben al di là di questo interesse, di questa passione comune. Certo questo ci aveva inizialmente avvicinato, ma poi era nata una stima reciproca ed un legame
profondo.
Andrea aveva nel tempo sviluppato una buona conoscenza dell’argomento e
aveva fatto entrare la medicina biologica nella sua vita di tutti i giorni, con un
giusto approccio; aveva maturato anche una consapevolezza nuova in campo
dietologico; era un buongustaio, ma sapeva ciò che avrebbe potuto nuocergli.
Ricordo anche quanta fatica quanto impegno e quanti dubbi quando cercava di
capire quale fosse la strada giusta per lenire le sofferenze dermatologiche di
Pietro quattordicenne: la medicina biologica o la terapia soppressiva con il cortisone? non era facile scegliere l’una o l’altra strada per il proprio figlio sofferente, cosi come non fu facile scegliere l’una o l’altra quando la malattia lo colpì.
Era molto combattuto, non poteva pensare di assumere farmaci che potessero
in qualche modo avvelenarlo, che potessero in qualche modo impedire al suo
corpo di difendersi andando a bloccare la sua Vis Vitalis; dopo tutto ciò che
aveva studiato ed appreso e nel quale riponeva profonda fiducia ... non poteva.
Paradossalmente in quei momenti dovevo convincerlo che quello che era stato
prescritto e che stava assumendo non era poi così tossico e che dopo avremmo
potuto pensare ad una terapia disintossicante; era importante per lui il mio
53
parere. Io mi sono sentito sempre un po’ colpevole di questo suo conflitto interiore; se non avesse conosciuto l’omeopatia, la medicina biologica, forse avrebbe avuto più fiducia nei medici che lo avevano in cura e nei loro farmaci.
Purtroppo non esiste nessuna medicina che può curarci, che può guarirci quando la nostra anima decide che ciò che dovevamo portare a termine in questa
vita si è compiuto; il nostro corpo cerca di combattere, la nostra mente non
vuole accettare la fine ma dentro di noi è già tutto deciso.
A volte tornando a casa nel tardo pomeriggio, dopo il lavoro penso ... “adesso
chiamo Andrea e andiamo a farci un aperitivo” come a volte succedeva … probabilmente anche la mia mente non vuole ancora accettare la realtà.
Ciao Andrea
Enzo
54
•
•
Vitamin Shoppe
Passioni leggere come
le sfogliatelle di Mary
di
Enrica
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Vitamin Shoppe
I
miei incontri più genuini con Andrea si sono svolti all’insegna di qualcosa
da cercare durante un viaggio. E la prima di queste circostanze si verificata
quando, grazie ad un generoso regalo di mio fratello, ho potuto per la prima
volta recarmi a New York.
Saputa la notizia, Andrea, una sera, mi telefona per chiedermi un piacere.
Ovviamente ho risposto sì a scatola chiusa, nutrendo una cieca fiducia nella
saggezza dell’amico. Dopo qualche momento di riserbo Andrea mi espone la
richiesta: avrei dovuto recarmi in un certo negozio di cui mi avrebbe fornito
tutti i riferimenti, e avrei dovuto acquistargli certe sostanze, di cui mi avrebbe
fornito tutti i riferimenti. Le sostanze suddette sarebbero state trovate sotto
forma di perle o di olio...
Beh, inutile dire che sono rimasta decisamente sorpresa ma ho accettato di
buon grado perché, oltre alla suddetta fiducia cieca in Andrea, sono curiosa
come una scimmia e non mi sarei mai persa questa bizzarra ricerca!!
Il giorno dopo mi arrivano via mail tutto l’elenco dei negozi presenti a Manhattan e la descrizione minuziosa delle perle da comprare ...
Giunta a New York la ricerca del negozio più vicino al mio albergo è stata la
prima cosa che ho fatto. E ne ho trovato uno vicinissimo, comodo, a due isolati
proprio di fronte all’Empire State Building
Ed è stato così che per la prima volta ho varcato la soglia di un mondo che in
Italia non esiste: i mitici e leggendari VITAMIN SHOPPE.
I Vitamin Shoppe non sono un negozio qualsiasi, non sono farmacie né parafarmacie: sono micro supermercati in cui viene venduto ogni possibile integratore alimentare, parafarmaco, vitamina, olio, erba ma le parole non rendono ...
Tutto quello che può servire per rimettere in sesto e in ordine un organismo
stressato dalla vita, martoriato da un’alimentazione ignobile, massacrato dal
fitness, oltraggiato dallo jogging e tutto fatto esageratamente come solo gli
americani sanno fare.
E si incomincia dall’acqua (e sono ancora a chiedermi che razza di acqua strana sarà mai stata ma non ho avuto il coraggio di provarla...) venduta in lattine,
in bottiglie, in taniche, in botti! Non oso immaginare i risvolti dell’assunzione
di cotanto liquido! E poi gli integratori alimentari: nei nostri poveri supermercati c’è sempre un pezzettino di una triste corsia dedicato a loro, ma niente a
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che vedere con gli scaffali di integratori dei Vitamin Shoppe: mi sembrava di
arrivare dal regno dei Puffi. Nei Vitamin Shoppe gli integratori sono un affare di
Stato: devi sapere che cosa devi integrare e perché e te li vendono a barilotti.
Per questo all’entrata dei negozi ci sono i carrelli del supermercato.
E poi naturalmente tutto il resto: per la pelle, per il fegato, per il cuore, per
l’intestino che funziona troppo e per quello che non funziona per niente, per i
capelli e per i senza capelli, per i magri per i grassi e per gli obesi, qualunque sia
il tuo peso c’è senza dubbio qualcosa per te! E poi milioni di altre cose di cui
non so parlare non avendo capito che cosa fossero per manifeste limitazioni
linguistiche ...
Finalmente, dopo aver passato al setaccio tutti gli scaffali curiosa e divertita,
sono approdata al fish oil della marca che avevo sul foglietto, rigorosamente
norvegese ma purtroppo non in perle solo olio.
E così mi sono avviata con i miei due flaconi all’uscita, felice di aver eseguito il
compito e di aver trovato qualcosa da comprare in mezzo a tutte quelle risorse
per il benessere del corpo e della mente.
Olio di fegato
purificato al massimo contro le schifezze che ingollano i pesci.
Olio di fegato
agli omega tre contro ogni minaccioso restringimento di coronaria.
Olio di fegato
agli omega tre contro ogni insidia del colesterolo.
Olio di fegato
purtroppo inutile per altre cose.
Mio fratello mi informa che la ricerca avanzata suggerisce ora di estrarre questi
omega tre dalla cannabis in cui sono presenti con altissima concentrazione.
Nonostante il mio no alle droghe, per te, Andrea, andrei a prendere tutta la cannabis del mondo
Enrica
58
Passioni leggere
come le sfogliatelle di Mary
C
onversazione tra me e Andrea avvenuta circa nel mese di Ottobre Novembre 2008, dopo che io e la creatura avevamo deciso di trascorrere qualche
giorno a Napoli, città a noi sconosciuta
Enrica: Andrea, tu che sei spesso a Napoli, mi sapresti dire dove trovo le sfogliatelle migliori?
Andrea: certamente, da Mary
(pensiero di Enrica, vabbè da Mary, ma dove, chi è, come la trovo, dimmi qualcosa
di più...)
Enrica: scusa Andrea, da Mary dove?
Andrea: da Mary, in Galleria
(ci risiamo, ti ho appena detto che non sono mai stata a Napoli, in quale galleria
trovo ‘sta Mary, e dove si trova questa Galleria, come ci arrivo ...)
Enrica: scusa Andrea, in quale galleria?
Andrea: ma in Galleria, la Galleria
(ah beh adesso mi è tutto più chiaro, non sono mai stata a Napoli , non so di quale
Galleria stai parlando, non so dov’è ‘sta galleria e neanche Mary, ho ricevuto un
consiglio prezioso!!!!)
Andrea: anzi ti dico di più (aiuto, aggiunge cose, forse ci siamo!) entrando, sulla
sinistra!
(non ho più parole! Se tanto mi dà tanto ‘sta galleria di ingressi ne deve avere
almeno due, che poi invece sono quattro perché è a croce latina, quindi la sinistra
dipenderà da che ingresso imbocco, benedetto ragazzo!, mi sa che è meglio lasciar
perdere ...)
Arrivo finalmente a Napoli che, a meno di un trascurabile dettaglio di cui non
voglio qui parlare, trovo splendida e inizia la mia ricerca delle sfogliatelle, non
dico di essere venuta qui apposta ma quasi. Poiché ho cieca fiducia nelle indicazioni sia pur scarne dell’amico Andrea, poche parole ma sempre sensate, si tratta solo di decifrarle! La galleria si è rivelata essere la Galleria Umberto I nel
centro Storico, vicino a Piazza Trieste e Trento, inconfondibile, impossibile sbagliare. E una volta giunti lì non ci sono problemi di orientamento che tengano si
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arriva diretti da Mary, da qualunque parte si entri in Galleria, semplicemente si
viene trasportati dalle gente e dal profumo; perché chi mette piede in Galleria,
da Mary ci passa di sicuro! Il riferimento datomi da Andrea, entrando a sinistra,
vale per chi entra da Via Toledo. Per me invece alla fine del soggiorno Via Toledo era l’uscita: prima sfogliatella da Mary e poi fuori da Via Toledo a sinistra
avanti 100 metri caffè da Gambrinus. E sei a posto!!!
Ma cos’è in realt{ Mary? Non è un negozio, è come il banco di una gelateria di
quelle che si affacciano sulle vie: non si entra, si fa la coda e giunto il tuo turno
chiedi, sempre fuori, sempre in piedi. Non c’è molta scelta: ci sono sfogliatelle
ricce (a forma di conchiglia, rivestite di pasta sfoglia), frolle (tonde e morbide),
vassoietti di struffoli, se non ricordo male e bab{. Forse c’erano anche altre
prelibatezze, ma non mi interessavano quindi non me ne sono occupata. Sulle
sfogliatelle invece grande varietà: misura standard o mini (chiamate Promesse
d’amore o code di aragosta) ripieno classico alla ricotta o moderno al cioccolato
o alla crema pasticcera aromatizzata al limone. Ne arrivano vassoi in continuazione, arrivano da non so dove, da sotto credo, perché non ricordo un retro, e
ne vengono vendute in quantità esorbitante, arrivano ancora calde, vengono
spolverizzate di zucchero a velo e via verso la vendita, un vassoio via l’altro.
Tento uno dei miei soliti calcoli che tanto sarebbero piaciuti ad Andrea (quanti
vassoi arrivano in 10 minuti, e quante sfogliatelle per vassoio e quante sfogliatelle in media per acquirente etc, etc, etc, quindi quante sfogliatelle al giorno, al
mese, all’anno!) ma non ho tempo per contare: arrivata al vetro hai solo il tempo di ordinare, prendere e scansarti rapida, se no senti brutte cose! I più non si
limitano a prendere quelle che consumano sul posto ma ne portano cabaret a
casa. Cosa che ovviamente ho fatto anche io anche se per me un’unica scelta:
standard, classica e riccia. Ci ho fatto pranzo per quattro giorni; e a dir la verità
anche merenda. Colazione non potevo perché era inclusa nella tariffa
dell’albergo.
La sfogliatella di Mary non è un dolce normale, è sublime, tiepido si scioglie in
bocca, la rallegra, l’addolcisce, la solleva.
E ancora devo ringraziare Andrea con cui ho condiviso questa piccola, leggerissima passione. E per sempre Mary resterà nella mia memoria come uno dei
luoghi della mia storia, sia per ciò che vi ho assaggiato sia per il ricordo di Andrea.
Incuriosita come al solito dalla forma strana e non riuscendo a capire come
fosse prodotta ho trovato sul Web una ricetta fotografata che vi propongo volentieri; leggetela, guardatela e poi capirete quanto sia difficile la produzione
delle sfogliatelle!!!
Enrica
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Note: Questa documentazione è nata per dimostrare che alcune ricette che
vengono definite come impossibili da realizzare a casa sono in realtà alla
nostra portata. Le difficoltà principali di questa realizzazione sono: l'impasto
iniziale è molto duro a causa della minima quantità di liquido utilizzato (solo
200 gr) e considerando poi che la farina Manitoba tende ad assorbirne molto
sembra difficoltoso che possa 'ammassarsi' ma con un po' di pazienza, e di
impegno muscolare, si supera questo primo scoglio. In questo caso
l'impastatore non è in grado di sostituire il nostro lavoro manuale. Utilizzate
la normalissima macchina per stendere la sfoglia solo dopo aver già steso con
il mattarello allo spessore di un centimetro l'impasto, mantenendolo più
stretto del rullo della macchina (quindi non più di 12-13 cm). Passate per
tutte le misure fino alla più sottile senza saltarne nessuna. Preparate i due
piani di partenza e arrivo in modo che la partenza sia più alta dell'arrivo.
Usate tutto lo strutto (150 grammi) nella fase di arrotolamento del nastro
perché agevolerà le successive sagomature degli involucri. Il resto viene da
solo.
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La magica
atmosfera di Carsi
di
Anna
Tina
Piera
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C
lara è della Chiappa: un paesino in Valbrevenna e in Valbrevenna abbiamo
don Cicci un prete strano, simpatico, proprio un cristiano di quelli veri, non
parla come la maggior parte dei preti perché dice quello che ha detto Gesù... e ci
crede veramente.
Nel '98 venivano a Carsi alla messa di don Cicci Clara e Andrea e dopo la messa
parlavano con lui... forse volevano battezzare i figli.
Dall'aspetto Clara e Andrea mi piacevano... i capelli rossi di lei e il viso dolce di
Andrea con i suoi occhi intelligenti. A Carsi d'inverno c'è un freddo becco così li
invitavo nella mia cucina calda. Il don sul tavolo apriva la Bibbia, io prendevo le
sedie... aprivo una bottiglia di vino... affettavo il salame... tagliavo il pane... così
ascoltavo quello che dicevano.
Andrea più silenzioso... in ascolto. Clara più polemica. Oh!: quanto mi piacevano; ma poi me ne andavo... finalmente una domenica mi hanno detto:
- Ma dai, Anna fermati anche tu, a noi fa molto piacere!- Sì grazie mi siedo anch'io Ed è in questa atmosfera di nutrimento dell’anima ... che siamo diventati amici
per sempre.
Gli anni sono passati... quanti racconti ho nel mio cuore!!
Il Ferrari che lui portava... l'agnello alla domenica delle Palme insieme a Carlo e
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Tina, Giorgio e Piera e il salame e il vino sempre nella mia cucina al caldo.
Una cosa che aveva detto Andrea mi aveva proprio folgorata:
- Io non cerco il benessere nelle esperienze new age. A me interessa capire il
discorso della via della Croce, del male del mondo e di come affrontarlo.
Molto prima di quanto si aspettasse, la croce, Andrea, l’ha portata fino in fondo.
Anna
A
ndrea e Clara, con Pietro e Marianna, sono entrati nella nostra vita in punta di piedi. Una storia scritta in bianco, sottovoce. In bianco come colore
silenzioso, ma ricco di potenzialità interiori, come una pagina da scrivere.
E l'abbiamo scritta questa pagina bellissima, corale, fatta di ricerca di Dio in
convivialità e allegria. Il padre conoscendo in anticipo la storia di tutti, ha voluto incontrare Andrea affinché sapesse di essere atteso con altrettanto amore in
un'altra casa.
Aveva tutto Andrea: una bella famiglia un buon lavoro, tanti talenti da far fruttare... eppure cercava qualcosa, quella luce che è dentro di noi, ma ci rende inquieti intimamente finché non rispondiamo alle sue energie e tutto il nostro
essere diventa luminoso.
Grazie Andrea per aver permesso a noi di Carsi di percorrere insieme certi tratti della tua vita, di averci lasciato questo ricordo gioioso.
Oggi in questa sosta della famiglia sfogliamo con calma l'album dei tuoi anni
trascorsi in mezzo a noi, scambiandoci il racconto dei tuoi amori vissuti in varie
soste trovando il sale per le tue giornate.
E' bruciata troppo velocemente la tua fiamma, ma la sua luce è rimasta dentro
di noi illuminando un abbraccio senza fine.
Arrivederci.
Tina e Piera
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Lo sviluppo ineguale
di
Paolo N.
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Q
uando nell’agosto del 2006 Andrea, Clara e i ragazzi sbarcarono a Ouagadougou, Burkina Faso, era la prima volta che si confrontavano nella pratica
con il mio lavoro. Certo, si parlava di quel fratello di Clara che viaggiava molto
in paesi che non comparivano frequentemente sui giornali, se non in occasione
di gravi crisi, né tantomeno nei depliant esposti nelle agenzie di viaggio. Una
volta era stata persino organizzata una riunione alla libreria di Baggio in cui si
presentavano vite eccentriche, e in quell’occasione Andrea aveva fornito abbondante materiale per le domande da rivolgermi per alimentare il dibattito. Ma
una discussione approfondita sul tipo di lavoro che svolgevo non mi ricordo sia
stata mai fatta, intendo una di quelle analisi che sviscerano le scelte di una vita
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e la esaminano da tutti i lati, siano quelli etici, di opportunità o dei risultati ottenuti. Forse la ragione di questo sta nell’abitudine quasi quotidiana a sezionare
questi elementi per esaminarli, giustificarli, discuterne con i colleghi e le controparti, tanto che quando si sta con amici o in famiglia si presentano solo gli
aspetti aneddotici, per una sorta di pudore o per non annoiare. Eppure Andrea
era un ascoltatore attento e interessato, ti ascoltava fissandoti mentre la sua
mente cercava collegamenti e stabiliva connessioni logiche, per fare poi osservazioni che non erano mai banali e sempre costruttive. Per questo, in
quest’occasione, intendo offrire ai suoi amici quell’analisi che era rimasta pendente tra noi.
Origine della distribuzione ineguale.
Cercando le cause dello sviluppo ineguale a livello globale si rimonta a quella
fase della storia europea che va sotto il nome di colonialismo e che va parallelo
alla creazione e al rafforzamento degli stati nazionali o, come a volte si afferma
semplificando, che ha inizio con le grandi esplorazioni. A differenza di quanto si
raccontava ai bambini della mia generazione, il colonialismo non nasce dalla
volontà di portare la civiltà a popolazioni selvagge, ma nasce dalla spinta
all’arricchimento proprio a scapito della libert{ di altri popoli di godere liberamente delle proprie vite e delle proprie risorse. I popoli assoggettati vennero
ridotti in schiavitù per fornire il lavoro e per essere ridotti a merce sui mercati
degli stati di nuova espansione. In un secondo tempo, li si assoggettò alle tasse
per imporre la moneta come strumento di scambio, altrimenti inutile per economie essenzialmente basate sul baratto. In questo modo gli indigeni erano
obbligati a lavorare per qualche disco metallico la cui sola utilità che appariva
ai loro occhi era quella di evitare punizioni e imprigionamenti da parte degli
occupanti. Successivamente, queste monete furono utilizzate anche per acquistare merci prodotte in Europa, che nel frattempo avevano assunto la condizione di necessità o di status symbol. Lo scambio ineguale si sviluppa e si perfeziona nelle colonie, dove il valore dei beni prodotti nelle metropoli e nelle colonie
è determinato dal rapporto di forza esistente. All’inizio un paio di zanne
d’avorio o spezie ricercate nelle capitali sono scambiate per della paccottiglia.
Oggi sembrano aneddoti, ma in seguito lo stesso approccio venne replicato con
alcuni aggiustamenti non sostanziali per tacitare le rare critiche. In questo modo le metropoli si aggiudicarono enormi quantità di minerali, essenze vegetali e
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prodotti agricoli di grande valore a delle cifre irrisorie. Dove si creavano situazioni che confliggevano con la prassi dello scambio ineguale, si procedeva drasticamente eliminando le situazioni che potevano inceppare quest’ingranaggio
ben rodato. In questo modo, ad esempio, l’Inghilterra distrusse l’artigianato
tessile indiano perché non facesse concorrenza agli opifici di Manchester. Gli
amministratori coloniali non ricevevano la raccomandazione di amministrare
bene il territorio affidato loro, ma di depredarlo e d’inviare il bottino alla madrepatria. Così gli amministratori inglesi ricevevano l’incarico di spedire tutto
quel che fosse possibile a Londra. Le capitali dei paesi coloniali crescevano di
ricchezza e d’importanza grazie alle ricchezze dei paesi sottomessi, mentre le
loro industrie si rafforzavano grazie a mercati protetti dalla concorrenza. La
storia del Belgio ci fornisce un caso quasi da laboratorio per studiare il contributo dato dalle colonie allo sviluppo dei paesi colonizzatori. Il Belgio nasce nel
1839 a seguito di una secessione dai Paesi Bassi, con una popolazione poverissima di lingua olandese e un’élite francofona che controllava l’economia. Non
avendo una casa regnante, si dà un re scelto tra i parenti della famiglia reale
inglese, Leopoldo I. Grazie alle buone conoscenze, il figlio di questi si fa affidare
a titolo personale dalle potenze europee riunite alla Conferenza di Berlino nel
1885, un territorio grande settanta volte il suo paese in Africa, che chiamerà
Stato Libero del Congo. In seguito alle proteste da parte delle altre nazioni europee, che pur non erano esempi di liberalità, per la brutalità con cui amministrava il proprio territorio, il sovrano è costretto a cedere questo territorio allo
stato. Nel 1908 col nome di Congo Belga, questo diventa colonia dello stato belga. Il Belgio annetter{ dopo la I guerra mondiale l’ex colonia tedesca del Ruanda
Urundi (oggi divisa in due stati sovrani che hanno il nome di Rwanda e Burundi) che gli era stata affidata come protettorato dalla Società delle Nazioni. Bruxelles, la capitale di questo piccolo paese, si sviluppa impetuosamente nel corso
della fine del secolo XIX e la prima metà del secolo XX erigendo centinaia di
ricchi palazzi in stile art nouveau, con l’ambizione di competere con Parigi, raggiungendo il culmine delle proprie ambizioni nell’organizzazione dell’Esposizione Universale del 1960, alla vigilia della sovranità del Congo.
Sulle cause della fine del lungo periodo coloniale vi sono varie interpretazioni, e
probabilmente molte se non tutte rappresentano una parte di verità. Ancora
una volta un importante ruolo è stato giocato dall’economia, con l’imporsi del
pensiero liberista alla fine della seconda guerra mondiale, che non giustificava il
permanere di mercati protetti e preclusi ai prodotti dell’industria americana
uscita egemone dal conflitto. I paesi colonizzati, in particolare in Africa dove la
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colonizzazione aveva impedito lo sviluppo di strutture organizzative sociali, si
trovavano all’alba della decolonizzazione senza élite politiche, intellettuali ed
industriali. Nell’immenso Congo c’erano al momento della decolonizzazioni 14
laureati, in Angola ancora meno, in tutti i paesi africani gli universitari si contavano a decine, non a centinaia. Inoltre, i nuovi stati mancavano delle infrastrutture socio-economiche necessarie per farne decollare lo sviluppo. Dove le infrastrutture esistevano, queste erano essenzialmente funzionali all’esportazione
delle materie prime e dei prodotti.
L‟aiuto allo sviluppo
Ci sono varie forme d’aiuto ai paesi meno sviluppati. Tutti conosciamo qualche
missionario che ha creato delle piccole attività economiche a favore dei propri
parrocchiani. Ci sono organizzazioni non a scopo di lucro che intervengono con
propri fondi (anche se in Italia queste sono ancora una minoranza). Ci sono
privati che raccolgono qualche soldo e partono per l’Africa per scavare pozzi o
costruire aule scolastiche. Io stesso ho incontrato un buon numero di queste
persone armate di buona volont{. C’è il più famoso e maggiormente organizzato
aiuto alimentare, che interviene nelle situazioni di crisi causate dalla natura o
più sovente dall’uomo. C’è infine l’aiuto ufficiale (ODA – Official Development
Aid) che viene fornito direttamente da uno stato all’altro (aiuto bilaterale) o
attraverso il sistema delle Nazioni Unite (aiuto multilaterale). Questo è di gran
lunga il più importante, per la grandezza delle cifre che muove. Si calcola che
l’ODA per l’Africa ammonti per questo ultimo mezzo secolo a mille miliardi di
dollari americani.
Se vogliamo trovare una data e un luogo di nascita per questo tipo di aiuto possiamo indicare il 1944 a Bretton Woods, nel New Hampshire (USA). Padrini
d’eccezione furono l’economista inglese John Maynard Keynes e il Segretario di
Stato americano Harry Dexter White. In quell’occasione, oltre alla ristrutturazione del sistema finanziario internazionale destinato a evitare il ripetersi delle
cause che portarono alla Grande Depressione degli anni ’30, si posero le basi
per la ricostruzione economica e sociale dell’Europa che stava uscendo dalla
guerra. La conferenza di Bretton Woods pose le basi per la creazione di tre
grandi istituzioni finanziarie mondiali: il Fondo Monetario Internazionale, la
Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (comunemente conosciuta come Banca Mondiale) e l’Organizzazione Internazionale del Commercio.
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I massicci investimenti concentrati da queste istituzioni nel dopoguerra in alcuni paesi europei, assieme al programma lanciato dagli Stati Uniti che prende il
nome dal Segretario di Stato George C. Marshall, favoriscono la ripresa
nell’Europa devastata dalla guerra.
I risultati ottenuti in Europa rinsaldano la convinzione della comunità finanziaria della bontà della cura, considerando che le cifre investite furono in realtà
abbastanza modeste rispetto alle aspettative. Nel corso dell’intero piano Marshall, dal 1948 al 1952, furono trasferiti in Europa circa 13 miliardi di dollari,
cifra relativamente moderata se consideriamo che nel solo anno 2006 gli aiuti
ufficiali (ODA) all’Africa sub-sahariana ammontano a 39 miliardi di dollari. Non
desta quindi sorpresa il fatto che quando i nuovi stati escono dal periodo coloniale, il modello è già disponibile. Questo non considera però la differenza tra
l’Europa uscita dalla guerra che manteneva, malgrado le distruzioni subite, le
infrastrutture, le competenze, le istituzioni, e questi nuovi stati dove tutto questo doveva essere completamente creato.
Negli anni ’70 la macchina dell’aiuto si concentra quindi sull’industrializzazione. Il deflagrare della prima crisi petrolifera e della conseguente inflazione svela bruscamente la realtà, fatta di nazioni impoverite e di fame diffusa.
Durante il seguente decennio l’aiuto viene diretto alla riduzione della povert{ e
si conclude con risultati deludenti e paesi sull’orlo del collasso che non arrivano
più a fornire i servizi necessari ai loro cittadini. Gli anni ’90 sono caratterizzati
dall’aiuto per la stabilizzazione e l’aggiustamento strutturale delle economie
nazionali. I risultati insoddisfacenti fanno convergere l’aiuto ai programmi in
appoggio alla democrazia e al buon governo. L’ultimo decennio è caratterizzato
dalla convinzione che l’aiuto sia la panacea per risolvere tutti i mali di cui soffre
la parte del mondo in via di sviluppo, in particolare l’Africa sub-sahariana, e
vede la discesa in campo delle rock star con i grandi concerti per aiutare
l’Africa.
Perché l’aiuto non ha funzionato? Perché dopo sessant’anni di sforzi e circa
mille miliardi di dollari spesi nella sola Africa, ci sono così pochi risultati da
mostrare? Dambisa Moyo, economista, donna e africana, è convinta che l’aiuto
non faccia parte del problema ma sia il problema, e per sostenere questa tesi ha
scritto un libro. La tesi sostenuta nel libro è che l’aiuto ha solo gonfiato la corruzione delle élite, ha rallentato la formazione di una classe media e ha eliminato
le opportunità di creazione di poli di sviluppo autonomi, il tutto senza centrare i
reali problemi di sviluppo delle società che si volevano aiutare.
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Barcaiolo sul Niger, Agosto 2006
Foto di Andrea
Anche nelle attività di cooperazione condotte lontano dai palazzi di vetro e dai
ministeri delle finanze dove questi aiuti si negoziavano, nei villaggi polverosi e
nei campi aridi, più vicini alla mia esperienza, vi sono stati vari cambiamenti
che non sempre hanno portato risultati soddisfacenti. All’inizio i cooperanti
erano quelli che dovevano mostrare il come fare, in base al concetto sottinteso
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che, essendosi l’Europa sviluppata economicamente e organizzativamente, bastava portare la competenza europea per innestare il meccanismo virtuoso. Si
scoprì ben presto che questa competenza, per essere efficace, aveva bisogno di
innestarsi su una struttura sociale e strutturale che in queste realtà mancava.
Vennero promossi progetti, alla ricerca di soluzioni appropriate e proficue da
diffondere poi. L’approccio inizialmente tecnocratico venne gradualmente sostituito da metodi che favorivano la partecipazione dei locali nell’individuare
problemi e soluzioni prima, e nella presa di decisioni poi. Ma la logica che muoveva i processi, adattata da modelli sviluppati per l’industria, si adeguavano
male a una realtà sociale complessa e articolata. Nel frattempo si andavano
sviluppando meccanismi di dipendenza e di privilegio connessi al settore
dell’aiuto. Così oggi si privilegia l’appoggio a interi settori (es. la sanit{,
l’educazione) o a politiche dello stato, si tende a ridurre il numero e il peso dei
cooperanti esteri e a evitare che si formino posizioni di rendita legate all’aiuto.
Si favorisce soprattutto il trasferimento e l’appropriazione della struttura
dell’aiuto da parte dello stato e dei settori della societ{ civile che rappresentano
la popolazione a cui questo mira. Un capitolo importante di questo processo è il
rafforzamento del sistema di controllo finanziario e democratico e la diffusione
della trasparenza. Anche questo approccio fatica però ad imporsi e a scardinare
il sistema di privilegi e di benefici, spesso di dubbia legalità, creatosi attorno al
sistema degli aiuti.
Strumenti alternativi per lo sviluppo
Come abbiamo visto, il problema dello sviluppo ineguale deriva da una distribuzione ineguale delle risorse che ha avuto cause e origini storiche ben determinate. L’aiuto allo sviluppo ufficiale non sembra in grado di portare soluzioni a
questo; al contrario, in almeno alcuni casi l’ha peggiorata. Ognuno presente in
questa sala, che con le proprie tasse ha contribuito a quei mille miliardi di dollari che sono stati spesi in Africa ha il diritto di chiedersi se ci sono alternative più
efficaci per rimediare a questo squilibrio. Partendo dal presupposto che queste
somme non hanno avuto l’impatto che si sperava perché:
erano doni, e quindi erano soldi offerti graziosamente dall’esterno e
non impegnavano le classi dirigenti locali a renderne conto;
ed erano destinate a scopi determinati esteriormente al paese e
quindi non rispondevano necessariamente alle sue priorità,
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ci si può chiedere dove vanno a finire quelle risorse che, generate all’interno del
paese, non vengono poi utilizzate per produrre i servizi necessari alla popolazione e in generale per lo sviluppo economico del paese stesso. Qui, senza pretendere di essere esaustivo, individuo tre tipi di meccanismi attraverso i quali
le risorse dei paesi poveri fanno il percorso inverso, facendo sì che i paesi poveri finanzino quelli ricchi, perpetuando il sistema della distribuzione ineguale.
Il commercio ineguale: la base del pensiero liberale da cui deriva la pratica
della globalizzazione deriva dall’argomentazione convincente dell’economista
Adam Smith, sostenitore dei liberi mercati e del libero commercio, secondo il
quale il libero mercato permette ad ogni nazione di sfruttare i propri vantaggi
comparativi e tutte ne traggono vantaggio specializzandosi nelle aree di eccellenza. Nella realtà questo non funziona per ragioni legate alla realtà concreta
(un villaggio del Burkina Faso può produrre fagiolini a prezzi molto inferiori di
quelli italiani, ma se non ci sono strade per trasportarli, capitali disponibili per
finanziare la coltivazione e un’organizzazione in grado di assicurare di passare i
rigidi standard di qualità europei non arriveranno mai sul mercato italiano).
Questo ha però permesso che sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale per il
Commercio si approvassero norme internazionali che regolavano il commercio
così sfavorevoli alle nazioni povere che le Nazioni Unite hanno calcolato che in
seguito alla loro introduzione l’Africa Subsahariana perdeva 1,2 miliardi di dollari l’anno. I risultati di queste negoziazioni sono determinate prioritariamente
da rapporti di forza, riproponendo ancora una volta meccanismi che determinano la distribuzione ineguale. L’economista premio Nobel J. E. Stiglitz ha stimato
che il 70% dei guadagni conseguenza delle norme che regolano il commercio
negoziate nel corso dei quarant’anni che è durato l’Uruguay round sia andato ai
paesi ricchi, e il restante 30% ai paesi a medio reddito o emergenti. Si tratta di
cifre notevoli, circa 500 miliardi di dollari l’anno, che se ben rediretti potrebbero costituire una importante base per lo sviluppo delle nazioni povere.
La giusta valorizzazione delle risorse naturali: come si è visto, i paesi coloniali giustificavano le loro conquiste con l’accesso a prezzi bassissimi alle risorse naturali. Con il cambiare della situazione sociopolitica, non è mutato il metodo che consiste nello sfruttare i rapporti di forza per mantenere i propri privilegi. Lo hanno fatto attraverso la corruzione e favorendo il dirottamento delle
risorse della nazione nelle mani di un’oligarchia dipendente, generando colpi di
stato di dittatori privi di scrupoli o guerre civili, tanto che ora si parla di maledizione delle risorse naturali per le nazioni che ne sono ricche. Gli avventurieri e
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le multinazionali senza scrupoli in questo non agiscono sole ma con la consapevolezza e la copertura dei loro governi. Si pensi che fino a dieci anni fa in paesi
civili come la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Svizzera le tangenti usate per corrompere e assicurarsi le materie prime erano non solo legali ma addirittura
deducibili dalle tasse. In alcuni casi una parte importante di queste erano pagate dal paese stesso d’appartenenza della multinazionale. Dopo una dura battaglia condotta nell’OCSE, sono state approvate delle regole di trasparenza ma
non si è ancora verificato un caso dove queste regole siano state approvate. E’
difficile quantificare quante sono le risorse sottratte così ai paesi e che potrebbero essere proficuamente reinvestite in servizi alla popolazione e in sviluppo,
anche se vi sono alcune ONG che riescono a fornire alcune cifre a questo proposito. Uno dei tanti esempi che possono indicare l’importanza del fenomeno è la
Nigeria, governata da corrotti e avidi dittatori sostenuti dalle multinazionali del
petrolio nel periodo tra il 1975 e il 2000. In questo periodo, malgrado si stimi
che la manna petrolifera abbia portato nella mano di questi dittatori 250 miliardi di dollari, il reddito pro capite della popolazione è sceso del 15% mentre gli
individui estremamente poveri, quelli che vivono con meno di un dollaro al
giorno, passavano da 19 a 84 milioni.
Il sistema delle riserve: è quello che una volta si chiamava riserva aurea perché
costituita da lingotti d’oro serviva a garantire il valore della moneta. Ora una
buona parte delle riserve è costituita da buoni del tesoro americani o dei paesi
che hanno monete di riferimento (come l’euro), che hanno il vantaggio di essere
rapidamente vendibili quando un paese ha bisogno di liquidità, ma che hanno
anche lo svantaggio di avere un interesse bassissimo, meno dell’uno per cento.
Si tratta di un affare colossale, che per i soli Stati Uniti significa una cifra di circa
due miliardi di dollari al giorno di prestiti dai paesi più poveri, permettendo alla
sua popolazione di vivere sopra i propri mezzi. Si stima che alla metà del presente decennio le riserve dei paesi in via di sviluppo fossero circa 3500 miliardi
di dollari, un affare colossale. Questa cifra, per i paesi in via di sviluppo, è in
costante aumento per proteggere le fragili economie anche dalle crisi innestate
dalle conseguenze del crollo di fiducia che impattano sui mercati finanziari globalizzati con un effetto paragonabile ai cicloni tropicali. Il dato paradossale è
che un paese, più è fragile e bisognoso di capitali, più deve immobilizzare per
proteggere la propria economia. Nella prima decade del 2000 i paesi in via di
sviluppo hanno immobilizzato nelle riserve circa il 30% del loro PIL mentre la
percentuale per quelli sviluppati si è mantenuta sotto il 5%. Come dicevamo,
questo per i paesi ricchi che si indebitano verso i paesi poveri rappresenta un
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grosso affare, perché hanno assicurato il piazzamento di un’importante parte
del loro debito senza dover agire sui tassi per stimolare la domanda. Se per
piazzare questi buoni del tesoro dovessero aumentare i tassi anche solo
dell’uno per cento, avrebbero 35 miliardi di dollari all’anno in più di costi. Questo è un altro finanziamento netto da parte delle nazioni povere alle ricche. Se
queste riserve, invece che restare immobilizzate, fossero investite in progetti di
sviluppo dei quali questi paesi hanno un disperato bisogno, il loro rendimento
crescerebbe facilmente al 10-15% all’anno. La differenza tra quello che le riserve rendono e quello che potrebbero rendere ai paesi poveri costituisce una cifra
molto importante: rappresenta ad esempio circa quattro volte l’ammontare
dell’aiuto annuale ai paesi in via di sviluppo. Metodi innovativi per diminuire il
peso che rappresenta per i paesi in via di sviluppo l’immobilizzazione di così
notevoli risorse ne sono stati proposti in passato, ma hanno incontrato
l’opposizione di Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale.
Conclusioni
Questo flusso di risorse dai paesi poveri ai paesi ricchi, a cui va aggiunto il pesante onere del debito che non è stato trattato qui, ha le stesse cause che sono
alla base dell’attuale ineguale distribuzione della ricchezza. Se venissero eliminate, non ci sarebbe probabilmente necessità di trasferire alcun aiuto per lo
sviluppo. E’ però necessario essere coscienti che qualsiasi richiesta in questa
direzione si scontrerebbe con l’opposizione degli stati maggiormente sviluppati
e delle istituzioni finanziarie internazionali. Questi cercheranno di mantenere
ad ogni costo i loro privilegi e il sistema di distribuzione ineguale che li permette. La loro strategia, ormai consolidata, consiste nel rispondere alle richieste
d’eliminazione di questo sistema ingiusto aumentando di qualche punto percentuale l’aiuto. Per riuscire a contrastare i loro piani sono necessarie conoscenza e disponibilità a sostenere una dura battaglia perché sia assicurata la
trasparenza nelle negoziazioni internazionali, soprattutto nella equità delle
proposte che vengono avanzate dalle nazioni ricche, e nelle istituzioni finanziarie.
Paolo
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Andrea e la fotografia
di
Paolo B.
81
S
fogliare e analizzare le fotografie che Andrea ha realizzato tra il 2006 ed il
2009 (alcune migliaia!) è stato un viaggio nei pensieri e nelle emozioni che
Andrea aveva e provava in alcuni contesti ricorrenti:
Sua mamma
Pietro e Marianna
Clara
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La famiglia allargata
Paesaggi, edifici, persone
Non ha alcuna importanza la questione tecnica, quanto fosse competente e
padrone del mezzo: in ogni caso lo era, e quando aveva dubbi sul risultato
(tecnico) di uno scatto, ne faceva molti altri allo stesso soggetto, cambiando
esposizione e/o diaframma, per ottenere una gamma più ampia di possibilità.
Non sapevo che la passione di Andrea per la fotografia fosse così permeante la
sua vita con famiglia, amici, contesti. Molto originale, tuttavia. Non credo fosse
molto appassionato degli aspetti 'tecnici', che aspirasse a cambiare spesso
apparecchio, né che rincorresse i pixel.
La fotografia era per Andrea più un mezzo che un fine: e se da una parte serviva
a descrivere, anche in senso 'ingegneristico', la realtà, per altri e più importanti
aspetti Andrea utilizzava la macchina fotografica come mezzo espressivo, che
gli consentiva di 'essere' attraverso lo scatto realizzato: allegro, ironico e autoironico, ammirato, impressionato, appagato, curioso, stupito.
Ho cercato nel seguito di associare alcune delle immagini realizzate da Andrea
agli aggettivi appena detti, anche se alcune caratteristiche delle sue foto
possono essere colte solo attraverso sequenze; per motivi di spazio, non si
possono rappresentare qui:
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una festa di compleanno, l'atmosfera dell'evento è colta attraverso l'insieme
delle immagini, la prevalenza dei sorrisi, la quantità di abbracci, interazioni tra
le persone, i colori ed i mossi.
In questi casi, non sono mai le foto singole che ci 'dicono' le emozioni di Andrea,
ma la loro grande quantità, che fa percepire che non si trattava di fugaci scatti,
ma piuttosto di 'riprese fatte per singole immagini'. Credo che Andrea sarebbe
stato un ottimo video-fotografo, le sequenze erano il suo forte.
Una di queste sequenze, però, l'ho inserita, in forma di striscia; appartiene al
genere 'ammirato-impressionato-curioso', in associazione con la sua formazione ingegneristica, che lo induceva a 'completare' la descrizione di una evento,
da inizio a fine.
Siamo a Londra, con Clara, Pietro e Marianna; l'antico ponte mobile sta per
entrare in azione, alzando le 'braccia al cielo' per consentire al naviglio di
proseguire il proprio viaggio. E' divertente vedere come Andrea abbia avuto la
necessità di 'sequenziare' la scena, sia per l'alzata, sia per l'abbassata,
terminando gli scatti solo quando i due segmenti del ponte si sono riuniti, come
se, per un tecnico come lui, un ponte aperto fosse una situazione innaturale, accettabile esclusivamente come temporanea: si è sentito appagato solo quando il
ponte è ritornato al suo stato di riposo.
L'architettura e l'ingegneria gli provocavano allegria e curiosità, quasi serenità.
E durante quei viaggi dove aveva modo di godere della capacità di disegnare e
realizzare opere ardite (o belle) da parte dell'uomo, la sua componente ironica
gli faceva inserire scenette o ritratti divertentissimi di personaggi bizzarri, che
Andrea non si faceva alcuno scrupolo a ritrarre in modo esplicito, o di famigliari
e amici. Questo fatto è rappresentativo di un altro aspetto di Andrea: l'essere
diretto, far capire le proprie intenzioni, esplicitare il fatto; i soggetti lo capivano
al volo e si lasciavano fotografare, sfrontati oppure seri oppure in posa.
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Nel seguito, una serie di scatti che descrivono bene quanto appena esposto. Essi
vanno dal viaggio a Londra, attraverso vari contesti, fino al viaggio in BurkinaFasu, con alcune bellissime immagini di bambini (qui ne mostro solo una) che
trovo di una dolcezza infinita e che dicono molto della sensibilità di Andrea.
Architetture con intermezzi umani:
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Paesaggi e espressioni dell‟anima:
Della fotografia di Andrea mi ha colpito la molteplicità di usi, il produrre generi
diversi, dal didascalico all'intimo.
Alcuni suoi scatti, a me hanno procurato una forte emozione, non solo per il
soggetto in sé, ma anche per il suo essere inaspettato, rispetto al contesto: come
dicevo, per cogliere questo aspetto, occorrerebbe visionare lunghe sequenze
che qui non possiamo riprodurre. Ma, ad esempio, nel viaggio a Londra, come
abbiamo visto edifici, ponti mobili, persone bizzarre, insomma allegria, curiosità, spensieratezza, ha piazzato alcuni scatti da mozzare il fiato, per intimismo,
per la ricerca di un senso, o di un riempimento emotivo ed esistenziale. Ho scelto quella che per me è la più espressiva e emozionante foto di Andrea:
per come è stata realizzata, questa immagine richiama un'assenza, la persona
della bicicletta, e contemporaneamente una speranza, che essa sia nell'officina
di cui si intravede l'ingresso, ... ma no, non può essere, perché il lampione, con la
sua luce abbagliante che sembra giorno, dice che è notte; e, allora, ritorni nella
tristezza di un abbandono: il binomio è disgiunto.
Poi, ci sono i colori, arancione e grigio la parte alta del muro, rosso quella bassa
con i mattoni mangiati, nera e lucente la bicicletta, verde umido (siamo a Londra!) il pavimento;
vorrei che Andrea mi dicesse se il suo cuore aveva battuto più forte, quando ha
realizzato questa foto.
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Lo stesso romantico senso dell'esistenza, che può essere contemplazione, ma
anche richiesta, richiamo, smarrimento, lo troviamo nella sequenza seguente:
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La mamma:
La mamma di Andrea è una presenza costante nella vita famigliare, di conseguenza, appare molte volte, in molti diversi contesti.
Andrea è riuscito a rendere allegria e tenerezza, con alcune immagini davvero
originali (per chi non lo sapesse, non è pasta frolla quella che viene realizzata
dalle sue esperte mani, sono passatelli!).
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Africa
Del viaggio in Burkina-Fasu di Andrea e famiglia, delle tante foto anche degli
abitanti di questo paese devastato, ho pensato di scegliere una sequenza che, al
contrario, passa dal drammatico al grottesco, lasciando intendere ... una certa
quantità di tempo spesa con la Burocrazia ...
I nostri partecipanti sono sempre attenti a non irritare con atteggiamenti di
superiorità i rappresentanti della Legge; e qui sta la simpatia di queste fotografie, dove Andrea coglie una situazione kafkiana, senza forzarla, anzi accennandola con un lieve, ironico sorriso.
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Clara e figli
Andrea ha fotografato la sua famiglia in tutti i modi possibili, quasi con ...
‘eccesso di posizione dominante', singolarmente ciascun membro, e in varie
aggregazioni a seconda del contesto: ha giocato e fatto giocare con risultati artisticamente rilevanti in taluni casi, ironici e grotteschi in altri, comunque sempre
godibili e mai banali.
Anche qui ahimè, dobbiamo fare una
selezione che non rende giustizia al
lavoro di Andrea, ma almeno, spero, chi
leggerà sarà stimolato a pretendere da
Clara una visione più estesa dei suoi
lavori.
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L
a conclusione di questo viaggio nelle immagini di Andrea l'ho trovata in
alcune cartelle di foto del 2009, da Maggio a Giugno. Alcune di esse sono
state fatte da Pietro, altre da Marianna. Ne ho scelte alcune, poche; tuttavia, mi
ha emozionato aver trovato nei suoi figli la sua sensibilità, ulteriormente elevata, approfondita, elaborata, personalizzata.
Mi viene da pensare che, quando si lascia questa Terra, ciò che rimane sono le
cose che si sono fatte e le nostre profonde caratteristiche nelle persone che si
sono amate.
Ciao Andrea.
Paolo
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L’uomo che
piantava gli alberi
di
Elisabetta
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U
na quarantina di anni fa, stavo facendo un lunga camminata, tra cime assolutamente sconosciute ai turisti, in quella antica regione delle Alpi che
penetra in Provenza […]
Si trattava, quando intrapresi la mia lunga passeggiata in quel deserto, di
lande nude e monotone, tra i milledue e i milletrecento metri di altitudine.
L’unica vegetazione che vi cresceva era la lavanda selvatica.
Attraversavo la regione per la sua massima larghezza e, dopo tre giorni di
marcia, mi trovavo in mezzo a una desolazione senza pari. […]
Mi parve di scorgere in lontananza una piccola sagoma nera, in piedi. La
presi per un tronco d’albero solitario. Ad ogni modo mi avvicinai. Era un pastore. […]
Una trentina di pecore sdraiate sulla terra cocente si riposavano accanto a
lui. Mi fece bere dalla sua borraccia e poco più tardi mi portò nel suo ovile.
L’uomo parlava poco, com’è nella natura dei solitari, ma lo si sentiva sicuro di
sé e confidente di quella sicurezza. […]
Il pastore che non fumava prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio
di ghiande. Si mise ad esaminarle l’una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste. […]
Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso
di ghiande, le divise in mucchietti da dieci. Così facendo, eliminò ancora i frutti
piccoli o quelli leggermente screpolati, poiché li esaminava molto da vicino.
Quando infine ebbe davanti a sé cento ghiande perfette, si fermò e andammo a
dormire.
La societ{ di quell’uomo dava pace. Gli domandai l’indomani il permesso di
riposarmi per l’intera giornata da lui. Lo trovò del tutto naturale o, più esattamente, mi diede l’impressione che nulla potesse disturbarlo. Quel riposo non mi
era affatto necessario, ma ero intrigato e ne volevo sapere di più. Prima di uscire, bagnò in un secchio d’acqua il sacco in cui aveva messo le ghiande meticolosamente scelte e contate. Notai che a guisa di bastone portava un’asta di ferro
della grossezza di un pollice e lunga un metro e mezzo. Feci mostra di voler fare
una passeggiata di riposo e lo seguii. […]
Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra.
Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di
nuovo il buco. Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi
rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. Supponeva che fosse terra co103
104
munale, o forse proprietà di gente che non se ne curava? Non gli interessava
conoscerne i proprietari. Piantò così le cento ghiande con estrema cura.
Dopo il pranzo di mezzogiorno, ricominciò a scegliere ghiande. Misi, credo,
sufficiente insistenza nelle mie domande, perché mi rispose.
Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila.
Di centomila, ne erano spuntati ventimila, contava di perderne ancora la metà, a
causa dei roditori o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove
prima non c’era nulla.
Fu in quel momento che mi interessai dell’et{ di quell’uomo. Aveva cinquantacinque anni, aveva vissuto la sua vita, aveva perso il figlio unico, poi la moglie.
Si era ritirato nella solitudine dove trovava piacere a vivere lentamente, con le
pecore e il cane. […]
Poiché conducevo anch’io in quel momento, malgrado la mia giovane et{,
una vita solitaria, sapevo toccare con delicatezza l’animo dei solitari. […] Dissi
che nel giro di trent’anni quelle diecimila querce sarebbero state magnifiche. Mi
rispose con semplicità che, se Dio gli avesse prestato la vita, nel giro di
trent’anni ne avrebbe piantate tante altre che quelle diecimila sarebbero state
come una goccia nel mare.
Stava studiando d’altra parte la riproduzione dei faggi e aveva accanto alla
sua casa un vivaio generato da faggine. Pensava inoltre alle betulle per i terreni
dove, mi diceva, una certa umidità dormiva a qualche metro dalla superficie del
suolo.
Ci separammo il giorno dopo.
L’anno seguente ci fu la guerra del ’14. Finita la guerra ripresi la strada di
quelle contrade deserte. Il paese non era cambiato. Tuttavia, oltre il villaggio
abbandonato, scorsi in lontananza una specie di nebbia grigia che ricopriva le
cime come un tappeto. Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano
più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in
silenzio per la sua foresta. […]
Ho visto Elzeard Bouffier per l’ultima volta nel giugno del 1945.
Avevo ripreso la strada del deserto ma adesso, nonostante la rovina in cui la
guerra aveva lasciato il paese … era tutto cambiato. L’aria stessa. Invece delle
bufere secche e brutali che mi avevano accolto un tempo, soffiava una brezza
105
docile carica di odori. Un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalla cima
delle montagne: era il vento della foresta. Infine, cosa più sorprendente, udii il
vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una
fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che
vicino a essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso,
simbolo incontestabile di una resurrezione. In generale Vergons portava i segni
di un lavoro per la cui impresa era necessaria la speranza. […]
Dove nel 1913 avevo visto solo rovine, sorgono ora fattorie pulite, ben intonacate, che denotano una vita lieta e comoda. Le vecchie fonti, alimentate dalle
piogge e le nevi che la foresta ritiene, hanno ripreso a scorrere.
A lato di ogni fattoria, in mezzo a boschetti di aceri, le vasche delle fontane
lasciano debordare l’acqua su tappeti di menta. Una popolazione venuta dalle
pianure si è stabilita qui portando gioventù, movimento, spirito di avventura.
Quando penso che un uomo solo, ridotto alle semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole.
Ma se metto in conto quanto c’è
voluto di costanza nella grandezza d’animo e d’accanimento
nella generosità per ottenere
questo risultato, l’anima mi si
riempie d’un enorme rispetto
per quel vecchio contadino che
ha saputo portare a buon fine
un’opera degna di Dio.
Dal racconto “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono
106
E
ra l’inizio del 2009. Sapevo che Andrea aveva i mesi contati. Non sapevo se
anche lui ne fosse consapevole.
Volevo regalargli un libro, ma cosa si regala a un amico, un carissimo amico,
che sta per andarsene?
Volevo che fosse il mio privato saluto, ma come si fa a salutare un amico, un
carissimo amico, che parla della sua malattia ma non della sua morte?
Quando lo sguardo mi cadde sul libriccino “L’uomo che piantava gli alberi” ebbi
la certezza che quello doveva essere il mio silenzioso saluto. Anche se non lo
ricordavo nel dettaglio, la vista di quello struggente racconto mi aveva suscitato
improvvisamente la sensazione che il piantatore di alberi, così determinato e
così schivo, fosse proprio come Andrea.
Andrea, il piantatore di alberi.
Credo sia stato l’ultimo libro che ha letto per intero e spero tanto gli sia stato di
conforto sapere che lasciava questo ricordo di sé.
Dio non “gli ha prestato la vita”, e non ha potuto continuare a piantare tutte le
querce che avrebbe voluto. Però sono sicura che quello che ha seminato è stato
sufficiente ad arricchire e trasformare la terra e ad addolcire il clima dei posti
che ha lasciato, come ha fatto la foresta piantata da Elzeard col deserto del
Vergons.
Elisabetta
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Andrea’s time
di
Cecilia
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Andrea’s Time
Mi giro // Mi volto
Si ode // Lontano
Un suono // Di corde
Toccate // Con mano
Leggera // E tu canti
A voce // Spiegata
Con noi // Nella notte
Di alpi // Stellata
Tic // Tac
Tic // Tac
Mi volto // Mi giro
Ti offro // Un regalo
Il ponte // Sospeso
Che hai // Costruito
Con carta // E sudore
Sei pronto // A spiccare
Il salto // Più ardito
Nel mondo // D’adulto
Tic // Tac
Tic // Tac
Mi giro // Mi volto
Ti vedo // Vestito
Di latte // E di viole
Attender // La donna
Che t’offre // La mano
Percorrere // Assieme
Il cuor // Della vita
Guardando // Lontano
Tic // Tac
Tic // Tac
Mi volto // Mi giro
Si sente // Nell’aria
Odore // Di gomma
Bruciata // Da un ago
Tra neve // E carrugi
Un bimbo // Chetato
Seduti // Nell’orto
Di fronte // Al tuo lago
Tic // Tac
Tic // Tac
Mi giro // Mi volto
Rivedo // Le foto
Di pezzi // Di vita
Di bianco// E di nero
Portate //Alla luce
D’una camera // Oscura
Riceve // il tuo dono
La figlia // futura
Tic // Tac
Tic // Tac
Mi volto // Mi giro
Mi stringi //la mano
Con mano // tremante
Parole // di vetro
Ormai // Frantumate
Un ultimo // augurio
Il più caro // tra i tanti
Per sempre // con me
Tic // Tac
Tic // Tac
Mi giro // Mi volto
Stop
Cecilia
111
112
Indice
3
Introduzione
di Clara
5
Dopo un anno conserviamo …
di Silvia
7
Ricordo di Andrea
di Maurizio G.
13
La Moldava
di Sandra e Piero
17
Andar per mari
di Daniela, Laura e Maurizio M.
33
Acqua, ingegneria e ricerca
di Antonio
41
Andrea, l’inglese e le coincidenze austeriane
di Mauro
51
Andrea e l’omeopatia
di Enzo
55
Vitamin Shoppe
Passioni leggere come le sfogliatelle …
di Enrica
65
La magica atmosfera di Carsi
di Anna, Tina e Piera
69
Lo sviluppo ineguale
di Paolo N.
81
Andrea e la fotografia
di Paolo B.
101
L’uomo che piantava gli alberi
di Elisabetta
109
Andrea’s time
di Cecilia
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27 giugno 2010
con voi sono stato lieto
della partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia…
Giorgio Caproni
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