Fisiognomica letteraria
"La letteratura, a ben vedere, ha
sempre avuto nel corpo uno dei
suoi paesaggi, anzi, diciamolo
pure: il suo paesaggio privilegiato.
La vigna di Renzo, via, deve ben
cedere il passo alla ciocca di capelli
di Gertrude... Ecco l'idea del libro,
dunque: cercare, nella letteratura
di ogni tempo e paese, le pagine
— piú belle, o piú buffe, o piú
strane — dedicate al corpo: dalle
sue parti piú ovvie (gli occhi, i
capelli) a quelle meno frequentate
(le braccia), a quelle un po'
dimenticate (i piedi) o addirittura
evitate (i genitali).
E non era necessario, ovviamente,
che la "parte" fosse descritta per
ritenerla protagonista: nel celebre
racconto di Gogol sul naso, il naso
non c'è.
Quanto al criterio di scelta
confesserò volentieri che è stato
piú legato al gusto per la curiosità,
alla scintilla analogica, al desiderio
di sorprendere, che alla volontà
di trovare la pagina esemplare.
Del resto l'intento non era certo
quello di erudire. Semmai
divertire.”
Loris Pellegrini Fisiognomica letteraria
Estratto distribuito da Biblet
Guaraldi
Loris Pellegrini
Estratto della pubblicazione
Guaraldi
Dalla testa ai piedi
le piú belle pagine della letteratura
di ogni tempo e paese sul corpo umano
Fisiognomica letteraria
Loris Pellegrini
Estratto distribuito da Biblet
Libri e-libri
Estratto della pubblicazione
Estratto distribuito da Biblet
Pre-print: ottobre 2002
Prima edizione: febbraio 2003
© 2002 by Guaraldi s.r.l.
Sede legale: piazza Ferrari 22, Palazzo Fabbri Scala E
47900 Rimini
Redazione: via Spica 1, Rimini, tel. 0541/52120
www.guaraldi.it
E-mail: [email protected]
ISBN 88-8049-122-9
Estratto distribuito da Biblet
Loris Pellegrini
FISIOGNOMICA
LETTERARIA
Dalla testa ai piedi,
le piú belle pagine della letteratura
di ogni tempo e paese sul corpo umano
Guaraldi
Estratto distribuito da Biblet
Estratto della pubblicazione
Introduzione
La fisiognomica, si sa, è la scienza che pretende di dedurre il
carattere di una persona dalle caratteristiche del corpo. Il nome è solitamente associato a quello di Johann Kaspar Lavater (Illuminismo tedesco), ma bisognerebbe citare anche, e
almeno, Giambattista Della Porta (Rinascimento italiano):
unicuique suum. E poi, in fondo, l’idea è una di quelle che
la cultura popolare professa da sempre: come si è equivale a
cosa si è. Lo sanno tutti, e cosí si dice. Bene. Ma che c’entra
la fisiognomica con la letteratura, si chiederà qualcuno. C’entra, c’entra… Perché la letteratura, a ben vedere, ha sempre
avuto nel corpo uno dei suoi paesaggi, anzi, diciamolo pure:
il suo paesaggio privilegiato. La vigna di Renzo, via, deve
ben cedere il passo alla ciocca di capelli di Gertrude…
Ecco l’idea del libro, dunque: cercare, nella letteratura di
ogni tempo e paese, le pagine – piú belle, o piú buffe, o piú
strane – dedicate al corpo: dalle sue parti piú ovvie (gli occhi,
i capelli) a quelle meno frequentate (le braccia), a quelle un
po’ dimenticate (i piedi) o addirittura evitate (i genitali). E
non era necessario, ovviamente, che la “parte” fosse descritta per ritenerla protagonista: nel celebre racconto di Gogol
sul naso, il naso non c’è.
Quanto al criterio di scelta confesserò volentieri che è stato
piú legato al gusto per la curiosità, alla scintilla analogica, al
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FISIOGNOMICA LETTERARIA
desiderio di sorprendere, che alla volontà di trovare la pagina esemplare. Del resto l’intento non era certo quello di
erudire. Semmai divertire. Perciò niente introduzioni dotte
o note filologiche.
Invece: divagazioni, confessioni, chiacchiere. Perché credo
che il curatore di un libro siffatto non debba limitarsi a
mettere insieme brani, cogliendo fior da fiore, con il piú o
meno celato scopo di offrire al lettore il cosiddetto “meglio
dell’argomento”. Deve, al contrario, offrirgli il desueto, l’eccentrico, lo stuzzicante per spingerlo a scoprire egli stesso “il
meglio”, magari anche solo cercando nella propria memoria.
E questi suggerimenti, queste spiate, queste insinuazioni
debbono essere buttate là con garbo, malizia, intelligenza.
Paradossalmente il libro dovrebbe stare in piedi anche senza
i brani selezionati. Un po’ come un filo d’oro che tiene insieme una collana di perle: se il lavoro è ben fatto il filo non
si vede; ma se togliamo le perle resta pur sempre l’oro. Ci
sarò riuscito? A dirlo, ovviamente, sarà il lettore. Al quale
auguro, in ogni caso, buon divertimento.
Loris Pellegrini
Nota
I titoli sono redazionali. Titoli originali, traduzioni ed edizioni di riferimento sono dichiarati nella sezione Fonti.
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TAVOLA DEI CONTENUTI
CAPELLI
I. Belli Capelli
Belli capelli
Chioma d’amore
Raperonzolo, butta la treccia!
II. Di tutti i colori
Capelli neri
Capelli biondi
Capelli rossi
III. Capelli fatali
La treccia del destino
I capelli di Sansone
Medusa, l’anguicrinita
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OCCHI
Poliziano & Gàmbara
Melosio & Corazzini
Paravicino & Fontanella
Laugier de Porchère & Zesen
Baudelaire & Valeri
Campana & Pavese
Shakespeare & Ronsard
Penna & Kavafis
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FISIOGNOMICA LETTERARIA
NASO
I. Definizione
Lessico nasale
Naso enciclopedico
II. Casistica
Naso opinabile
Naso variabile
Naso esistenziale
Naso metafisico
III. Apoteosi
Nasissimo
L’arnese
Il naso di Robert
La teoria di Slawkenbergius
Il mio naso
IV. Sublimazione
Il naso tagliato
Il naso fuggito
V. Curiosità
Nasi e sogni
Il teorema di fra’ Giovanni
“A me pende davanti un certo coso”
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109
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BOCCA
La bocca della Giannina
La fabbra d’accenti
Bocca austera
Bocca fanciullesca
APPENDICE - I denti
Bella donna senza un dente
Il dente di cera
I denti di Berenice
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TAVOLA DEI CONTENUTI
SENO
Lo xilofonista dei seni
Il seno della zia
Quel che resta del seno
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138
139
141
BRACCIA
Il braccio di Excalibur
Il braccio della Pawlov
L’arto ortopedico
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MANI
I. Una mano lava l’altra
Le mani di Lady Macbeth
Le mani di Pilato
Le mani di Uriah Heep
II. Le belle mani
“Le mani de le donne che incontrammo”
“Questa è la man che tutto il mondo loda”
Le bianche mani di Isotta
III. Mani mozze
Non scommettere la mano col diavolo
La mano assassina
IV. Mani novecentiste
Mani teatrali
La mano incipriata
L’ora della mano
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184
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189
191
191
194
199
199
201
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PUDENDA
“Lei”
Lode alla mona
La madre de le sante
La figa l’è una telaragna
Gioielli parlanti
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211
211
212
213
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FISIOGNOMICA LETTERARIA
“Lui”
El cazzo in agonia
Er padre de li santi
Se birél t’al moeni
La finestra a ghigliottina
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221
222
223
GAMBE
La gamba della Namur
227
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PIEDI
Il piedino di Cenerentola
Piedino di mummia
All’Illustrissimo Piede Destro
L’uomo dai piedi a rovescio
Galeotto fu il piede
Piedi e capelli
239
241
243
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257
263
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Epilogo
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Fonti
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CAPELLI
Un vivo arbore è l’uomo: e voi, capelli,
siete in cima di lui radici umíli,
che di grazie bevendo acque gentili
spuntate verso il ciel teneri e belli.
Girolamo Fontanella (1610 ca. - 1644 ca.)
Sono la prima bellezza muliebre, partendo dall’alto e non solo. Immagine esteriore della sensualità interiore, ben s’oppongono alla bellezza antipodica dei piedi: eccitanti ma timidi e nascosti questi, sfrontatamente esibiti quelli, ma difficili da palpare, baciare, mordere. Simbolo della vanità, si
tagliavano i capelli alle donne prossime alle nozze mistiche.
Si tagliavano anche, violentemente, dopo la seconda guerra,
alle donne colpevoli di aver amato l’invasore germanico. E
qualora non si tagliassero, la donna pudica e modesta celare
li doveva sotto cuffie e zendadi. Se ne canta sempre il colore,
quasi mai la forma, eccezion fatta per i riccioli, perché, si sa,
la donna riccia ecc. ecc. Di qui il problema: come fare ordine
fra le pagine trovate? Ho pensato a tre sezioni: Belli capelli,
Di tutti i colori e Capelli fatali. Cominciamo a pettinare…
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Estratto della pubblicazione
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FISIOGNOMICA LETTERARIA
I. Belli Capelli
“Belli capelli...” canta Francesco De Gregori in una sua canzone. Mi è sembrata un’espressione felice. Perché ci sono
donne che sono i loro capelli. E i belli capelli sono dunque
piú che un attributo femminile: sono una categoria estetica
dell’Ewigweibliche, l’eterno femminino che, come recita
l’ultimo verso del Faust di Goethe, “zieht uns hinan”, ci
porta al superno. Chiameremo belli capelli, perciò, le donne
possedute dalle loro chiome, per la felicità, o l’infelicità, di
loro stesse e di chi le ama.
Belli capelli
So che leggere il testo di una canzone senza ascoltare la musica non ha molto senso (è come leggere il libretto del Trovatore senza le note del grande Giuseppe: resta solo uno
sferragliare di rime...). Ma c’è, nei testi di Francesco De
Gregori (1951), un’eleganza e al tempo stesso una levità, insomma un profumo – vogliamo dire di pane fresco? – che ci
conquista irresistibilmente. E, tuttavia, la butto là: non sembra anche a voi che queste parole senza musica siano come
una donna senza capelli?
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CAPELLI
Belli capelli
capelli neri
che t’ho aspettato tutta notte e tu chissà dov’eri
capelli lunghi che arrivavano fino al mare
belli capelli
che nessuno li può tagliare
Belli capelli
capelli d’oro
che in mezzo a tutta quanta quella gente mi sentivo solo
capelli d’oro che sei partita e chi lo sa se torni
belli capelli
che mi tradivano tutti i giorni
Capelli come autostrade la mattina sopra il cuscino
che quando tira vento diventano i capelli di un ragazzino
capelli cosí lontani che nessuno li può vedere
capelli cosí sottili che basta niente che li fai cadere
Belli capelli
capelli bianchi
che si fermarono a una fontana a pettinare gli anni
capelli stanchi dentro allo specchio di un bicchiere di vino
belli capelli
che stanotte è notte e non verrà mattino.
[Francesco De Gregori]
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Chioma d’amore
Pagato il debito di riconoscenza a De Gregori per la definizione dei “Belli capelli”, bisognerà poi lasciare a Charles
Baudelaire (1821-1867) il merito di aver dedicato ai capelli
la poesia piú bella. Che non è, badate bene, una descrizione
o un elogio, no: è una dichiarazione d’amore vera e propria. E non alla donna, bensí alla chioma che la riveste, la
copre, la impreziosisce. Ed è un parlare sottovoce, caldo, un
dialogo serrato, un elencare luoghi, profumi, colori, visioni
che fanno infine girare la testa.
(Nota sulla traduzione: nonostante la sua scarsa fortuna in
Italia, il martelliano, cioè il doppio settenario, è l’unico verso capace di restituire il suono, l’andamento, il “colore” dell’alessandrino francese. Sicuramente meglio, checché se ne
dica, dell’endecasillabo, piú nobile certo ma con tre sillabe in
meno, e in poesia, come in musica (ah, Schubert!), a volte la
lunghezza non è un male. Quanto alla rima, provare a mantenerla avrebbe “stirato” la tela poetica fino a mostrarne la
trama, e forse era rischioso. In ogni caso, lettore, leggi questa
traduzione abbandonandoti al piacere del suono e del ritmo:
“de la musique avant tout chose”, ricordi?)
O chioma, che t’increspi in onde fino al collo!
o boccoli, o profumo carico d’abbandono!
Estasi! A popolare questa sera l’alcova
coi ricordi dormienti nella capigliatura,
io la voglio agitare nell’aria, come un drappo!
La languorosa Asia e l’Africa bruciante,
tutt’un mondo lontano assente e quasi morto,
vive nel tuo profondo o foresta di aromi!
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CAPELLI
E se altri spirti viaggiano sulla musica, il mio,
amore mio, veleggia, solo sul tuo profumo.
Andrò laggiú ove piante piene di vita e l’uomo
lungamente s’inebriano nell’ardore dei climi:
siate voi, forti trecce, l’onda che mi rapisce!
Tu tieni, mare d’ebano, un’abbagliante sogno
di vele e rematori, d’alberi e di vessilli:
un porto risonante dove l’anima beve
profumo a lunghi sorsi, il suono ed il colore;
dove vascelli vanno nell’oro e nel marezzo
aprendo vaste braccia per abbracciar la gloria
d’un cielo puro dove freme eterno calore.
Io tufferò il mio capo amoroso d’ebrezza,
in quest’oceano nero dove l’altro s’annida;
e il mio spirto sottile, carezzato dall’onda,
saprà ben ritrovarvi, o feconda pigrizia,
o eterni ondeggiamenti di ozi profumati!
Capelli, padiglioni di tenebre distese,
rendetemi l’azzurro di cieli immensi e curvi;
sui bordi vellutati delle arricciate ciocche
m’inebrio ardentemente di sentori confusi
d’olio di cocco e muschio e di oscuro catrame.
Sempre, a lungo, la mano mia nel tuo folto crine
rubini spargerà, la perla e lo zaffiro,
perché al mio desiderio giammai tu non sia sorda.
Non sei tu forse l’oasi ove sogno, e la fiasca
dove bevo a gran sorsi il vino del ricordo?
O toison, moutonnant jusque sur l’encolure!
O boucles! O parfum chargé de nonchaloir!
Extase! Pour peupler ce soir l’alcôve obscure
Des souvenirs dormant dans cette chevelure,
Je la veux agiter dans l’air comme un mouchoir!
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FISIOGNOMICA LETTERARIA
La langoureuse Asie et la brûlant Afrique,
Tout un monde lointain, absent, presque défunt,
Vit dans tes profondeurs, forêt aromatique!
Comme d’autres esprits voguent sur la musique,
Le mien, ô mon amour! nage sur ton parfum.
J’irai là-bas où l’arbre et l’homme, pleins de sève,
Se pâment longuement sous l’ardeur des climats;
Fortes tresses, soyez la houle qui m’enlève!
Tu contiens, mer d’ébène, un éblouissant rêve
De voiles, de rameurs, de flammes et de mâts:
Un port retentissant oú mon âme peut boire
a grands flots le parfum, le son et la couleur;
Où les vaisseaux, glissant dans l’or et dans la moire,
Ouvrent leurs vastes bras pour embrasser la gloire
D’un ciel pur où frémit l’eternelle chaleur.
Je plongerai ma tête amoureuse d’ivresse
Dans ce noir océan où l’autre est enfermé;
Et mon esprit subtil que le roulis caresse
Saura vous retrouver, ô féconde paresse,
Infinis bercements du loisir embaumé!
Cheveux bleus, pavillon de ténèbres tendues,
Vous me rendez l’azur du ciel immense et rond;
Sur les bords duvetés de vos mèches tordues
Je m’enivre ardemment des senteurs confondues
De l’huile de coco, du musc et du goudron.
Longtemps! toujours! ma main dans ta crinière lourde
Sèmera le rubis, la perle et le saphir,
Afin qu’à mon désir tu ne sois jamais sourde!
N’es-tu pas l’oasis où je rêve, et la gourde
Où je hume à longs traits le vin du souvenir?
[Charles Baudelaire]
Raperonzolo, butta la treccia!
Non so perché, ma quando penso alle Ariane o alle Mélisande di Maurice Maeterlinck (la prima alle prese col terribile Barbablú, la seconda col diafano Pelléas) le vedo, le
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CAPELLI
immagino, le sento sorelle della Raperonzolo dei fratelli
Grimm, Jacob (1785-1863) e Wilhelm (1786-1859). Sarà
che tutte queste storie si svolgono in castelli solitari, stanze
dal soffitto che si perde lassú, giardini silenziosi, vesti immacolate, e tanti capelli fluenti... E che cos’è Raperonzolo se
non l’emblema, il simbolo stesso della donna “belli capelli”?
Segregata nella sua alta torre, ella scioglie le sue lunghe,
lunghe trecce perché l’amato principe possa salire. Ma quando avvenne tutto ciò? Eh, c’era una volta…
C’era una volta un uomo e una donna che già da molto
tempo desideravano invano un figlio; finalmente la donna
poté sperare che il buon Dio esaudisse il suo desiderio. Sul
di dietro della casa c’era una finestrina da cui si poteva
guardare in un bellissimo giardino, pieno di splendidi fiori ed erbaggi; ma era cinto da un alto muro e nessuno
osava entrarvi, perché apparteneva ad una maga potentissima e temuta da tutti. Un giorno la donna stava alla finestra e guardava il giardino; e vide un’aiuola dov’erano coltivati i piú bei raperonzoli; e apparivano cosí freschi e verdi, che le fecero gola e le venne una gran voglia di mangiarne. La voglia cresceva ogni giorno; ma ella sapeva di
non poterla soddisfare e dimagrí paurosamente e divenne
pallida e smunta. Allora il marito si spaventò e chiese:
«Che hai, cara moglie?» «Ah,» ella rispose, «se non riesco
a mangiare di quei raperonzoli che son nel giardino dietro
casa nostra, morirò». Il marito, che l’amava, pensò: “Prima
di lasciare morire tua moglie, valle a prendere quei raperonzoli, costi quel che costi”. Perciò al crepuscolo scavalcò il muro, entrò nel giardino della maga, colse in tutta
fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie.
Ella si fece subito un’insalata e la mangiò avidamente. Ma
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ANNOTAZIONI
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Finito di stampare nel mese di febbraio 2003
per conto di Guaraldi Editore
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