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Ringraziamenti
In questa sede vogliamo anche dare un segnale personale di profonda gratitudine verso coloro che in vari
modi, innumerevoli [ma non per questo rimossi dalla memoria] e qualificati [non esclusi quelli conflittuali],
vi hanno collaborato anche indirettamente e, non ultimo per importanza, verso gli allievi che con la loro
intelligenza hanno reso divertente questa produzione, come loro dicono di averla vissuta man mano che se
ne ipotizzava l'implementazione durante le lezioni attive; in sintesi grazie anche:
– a tutti i coautori per aver accettato la “sfida” di collaborare insieme tra loro e soprattutto con me;
– a Pier Nicola Marasco e ad Andrea Paolinelli per il loro contributo critico nell'assemblaggio del testo, nonché a quest'ultimo per la cura permanente di tutte le fasi di inter–intra/relazionalità editoriali, attraverso
anche la disponibilità e la saggezza critica di Giorgio Montagnoli e di Luciano Luciani.
Università degli Studi di Pisa
Centro per i diritti umani
dell'Università di Pisa
Sociologi Senza Frontiere
____________________________________
Osservatorio per interventi in situazioni di Emergenza Ambientale
La Formazione nell'Emergenza
un'ipotesi sperimentale
sulla Formazione per l'Emergenza Ambientale
al fine di un rapporto auto–formativo
tra ambiente relazionale di/in gruppo,
ambientalismo & diritti umani
a cura di Giuseppe Sica
Emergency Psychology
International Institute
- Gianpaolo Nicolai of studies and research through the standing
training for the environment
ARACNE
Copyright © MMVII
ARACNE editrice S.r.l.
www.aracneeditrice.it
[email protected]
via Raffaele Garofalo, 133 A/B
00173 Roma
(06) 93781065
ISBN
978–88–548–1326–7
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
Non sono assolutamente consentite le fotocopie
senza il permesso scritto dell’Editore.
I edizione: settembre 2007
ad Eleonora ed Ilaria perché forse vorranno perdonarmi per il tempo non giocato insieme
"Le grandi emergenze e le crisi dimostrano quanto le nostre risorse vitali siano più grandi di quel che pensiamo". William James
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La Formazione nell’Emergenza un’ipotesi sperimentale sulla Formazione per l’Emergenza ‘Ambientale’ al fine di un rapporto auto­formativo tra ambiente relazionale di/in gruppo ambientalismo & diritti umani a cura di Giuseppe Sica Indice Indice ....................................................................................................................................................8 I PRESENTAZIONE ............................................................................................................................................12 II PAC’EMERGENZA..........................................................................................................................................16 II 1 Il servizio civile e la difesa civile: un ambito di formazione continua di Pierluigi Consorti .....................19 II 2 Per leggere l’altro: l’importanza della regola fra libertà e trasgressione...............................................22 II 2 a L’importanza del rito e del simbolo di Elisabetta Cecchi..............................................................22 II 2 b Il problema dell’ obbedienza di Elisabetta Cecchi .......................................................................24 II 2 c L’importanza del contesto di Elisabetta Cecchi ...........................................................................25 II 2 d Il problema dell’ansia di Guido Vido Trotter ...............................................................................27 II 2 e Tre aneddoti sull’ansia di Guido Vido Trotter .............................................................................28 II 2 f Il concetto di cultura per l’antropologia comparata di Elisabetta Cecchi.....................................30 II 2 g Il problema dello stereotipo di giudizio di Guido Vido Trotter ....................................................32 II 2 h Un po’ di ottimismo di Elisabetta Cecchi.....................................................................................34 II 2 i Conclusioni di Elisabetta Cecchi e Guido Vido Trotter ................................................................36 II 3 La comunicazione violenta: La rabbia come allarme e antidoto alla violenza di Fiorella Tonello...........37 II 4 La dimensione psicologica nell’Emergenza di Pier Nicola Marasco.......................................................40 II 5 Note e riflessioni sulla pace di Pier Nicola Marasco..............................................................................57 II 6 Considerazioni sulla guerra e sull’emergenza nell’ambito d’una cultura di pace di Pier Nicola Marasco ...................................................................................................................................................................69 II 7 “Dalla società dei guerrieri a quella delle connessioni”: Dieci ipotesi per una psicologia della pace di Enzo Spaltro................................................................................................................................................83 II 8 “Monologo in cui voci di pacifisti dialogano su cosa dire e fare della pace” di Pier Nicola Marasco.....95 III AMBIENTE RELAZIONALE...........................................................................................................................109 III 1 L’ambiente relazionale di Andrea Paolinelli....................................................................................... 111 IV CASSANDRA/E...........................................................................................................................................123 IV 1 La geologia antropica di Michele Ambrosio e Maria Teresa Fagioli................................................... 125 IV 1 a La geologia come percepita dal geologo e dal resto del mondo ................................................ 126 IV 1 b Le catastrofi geologiche: prevedibili, annunciate, imprevedibili ............................................... 127 IV 1 c Prevenzione, emergenza, prevenzione dell’emergenza .............................................................. 131 IV 1 d Le tre domande chiave dell’emergenza .....................................................................................134 IV 1 e Il geologo come professionista dell’emergenza ......................................................................... 135 IV 1 f Rapporto dei tecnici dell’emergenza con gli amministratori pubblici ......................................... 136 IV 1 g Allarme, allarmismo, mass media .............................................................................................138 IV 2 Il caso Stromboli................................................................................................................................ 141 IV 2 a La crisi eruttiva del 2002­2003 di Stromboli: Gestione dell’emergenza e problemi di Mario Rosi ..........................................................................................................................................................142
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 10
IV 2 b L’emergenza dolce dello Stromboli di Cesare Pitto e Loredana Farina ..................................... 151 IV 2 c A Stromboli si arriva... per diventare........................................................................................164 IV 2 d Iddu di Fiorella Tonello ...........................................................................................................169 IV 3 Il caso HARIA ovvero sui rischi industriali......................................................................................... 171 IV 3. a. Il sistema in­formativo ...........................................................................................................171 IV 3. b. L’informazione e la comunicazione .......................................................................................177 IV 3. c. A chi? Quale formazione? .....................................................................................................185 IV 3. c. 1. Fare Psicologia di Comun’Emergenza di Elisa Salvestrini............................................... 191 IV 3. c. 2. Fare grupp’emergenza: un processo circolare di Francesca Pinori ................................... 193 IV 3. c. 3. Una Semantica dell’azione circolare in gruppi di formazione per le emergenze di Francesca Pinori.............................................................................................................................................196 IV 3 d La formazione: tutti ne parlano, pochi la producono................................................................. 200 IV 3. d. 1. Su Rosignano Marittimo ................................................................................................203 IV 3.d. 2. Presentazione sulla variabile anziani ............................................................................... 207 IV 3.d. 3. Le risposte alla paura in età evolutiva............................................................................. 209 IV 3.d. 4. Inventiamoci una favola: un parametro per misurare la qualità culturale attraverso la comunicazione adulta verso i bambini ............................................................................................210 IV 3.d.5 Un Focus Group?..............................................................................................................214 APPENDICE ....................................................................................................................................................218 A.2 Ejercicio ............................................................................................................................................. 228 A.3 Exercice.............................................................................................................................................. 235 A.4 Exercise .............................................................................................................................................. 242 A.5 Esercicio............................................................................................................................................. 249 A.6 Ekzerco............................................................................................................................................... 256 B. Esperienze di interventi sul campo e burnout degli operatori del settore ................................................ 263 B.1. La psicologia dell’emergenza e la missione in Albania di Pier Nicola Marasco ............................ 263 GLOSSARIO DI ANDREA PAOLINELLI ...............................................................................................................265 BIBLIOGRAFIA RAGIONATA ............................................................................................................................277 1. Per una classificazione ed una comprensione di che cosa si intende per “catastrofe” ............................. 279 2. Per un inquadramento giuridico delle industrie a rischio di incidente rilevante da sostanze pericolose ed una breve rassegna di esperienze............................................................................................................... 279 3. Per un approfondimento legislativo........................................................................................................ 279 4. Per le nozioni chimiche.......................................................................................................................... 279 5. Per gli aspetti di Sociologia dell’Educazione, delle metodiche di formazione degli operatori e per quelli psicologici................................................................................................................................................. 279 6. Per una panoramica sulla psicologia infantile si consigliano ................................................................. 280 7. Per un approfondimento sul Progetto Scuola Sicura attraverso Internet ................................................. 280 8. Per le problematiche relative all'organizzazione dei soccorsi sanitari e le tecniche particolari da adottare in caso di emergenza ................................................................................................................................. 280 9. Per l’interazione tra direzione operativa dei soccorsi e direzione aziendale............................................ 281 10. Per le problematiche relative all'organizzazione sanitaria nel disastro tecnologico in particolare......... 282 11.Per gli aspetti relativi ai mezzi dell'organizzazione logistica, dell’evacuazione, delle reti di comunicazione e agli approvvigionamenti ......................................................................................................................... 282 12. Per il comportamento dei soccorritori e delle vittime............................................................................ 282
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13. Per un approfondimento della metodologia di studio dell'interazione comportamentale in emergenza tra soccorritori e vittime ................................................................................................................................. 283 14. Per la formazione dei soccorritori........................................................................................................ 284 15. Per la formazione per i professionisti................................................................................................... 285 16. Per una preparazione professionale integrabile del disaster manager per e con HARIA­2 ................... 285 17. Per la formazione per i volontari ......................................................................................................... 285 18. Per gli aspetti relativi all'organizzazione aziendale negli impianti ad alto rischio................................. 286 19. Per l’efficacia delle informazioni alla popolazione nelle fasi di emergenza del disastro tecnologico...... 286 20. Per la trattazione del caso ................................................................................................................... 286 21. Per un Rapporto sul Focus­ Group ...................................................................................................... 287 22. Per le indicazioni sulla valutazione del rischio..................................................................................... 287 23. Per la pianificazione dell’emergenza.................................................................................................... 287 24. Per i dati statistici................................................................................................................................ 287 25. Per leggere l’altro: l’importanza della regola fra libertà e trasgressione.............................................. 288 26. Per 10 ipotesi Irenologiche .................................................................................................................. 288 27. La comunicazione violenta: La rabbia come allarme e antidoto alla violenza ....................................... 290 28. Sul gruppo e sui problemi organizzativi................................................................................................ 290 29. Sulla collaborazione, in particolari i temi di Competenze relazionali, Comunicazione, Consapevolezza, Motivazione, Tecniche............................................................................................................................... 294 30. Per argomenti correlati ....................................................................................................................... 296 31 Per approfondimenti sul sistema organizzativo...................................................................................... 299 32 Elementi di diritto................................................................................................................................ 302 33. Per “L’emergenza dolce dello Stromboli” ........................................................................................... 304 34. Per altri aspetti di Psicologia............................................................................................................... 305 INDICE ANALITICO DI ANDREA PAOLINELLI ....................................................................................................310 INDICE DEI COAUTORI ....................................................................................................................................311
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 13
1 I Presentazione Con questo lavoro ho voluto fare interagire collaboratori e colleghi ad un testo che 2 possa proporre, un aspetto del sapere , un’ipotesi sperimentale per la formazione continua rivolta a quegli operatori che si trovano a dover svolgere il loro lavoro in contesti di 3 emergenza, e non solo . L'intento editoriale è un'esposizione per un messaggio quale occasione per la formazione continua verso la valorizzazione della creatività attraverso l’ottimizzazione delle proprie risorse, con il fine di rendere possibile attraverso i diversi riscontri e contributi critici una pratica di circolarità. Il concetto di emergenza, infatti, è stato utilizzato come luogo – che hanno in comune le diverse discipline –, come nodo cruciale, punto di partenza che rimane oggetto di dibattito e che mostra, mette in evidenza, una serie di diversi modi di concepire i fatti e, generalizzando, la realtà, svelando tutta una serie di processi culturali propri della nostra epoca. L’idea di un’ipotesi sperimentale si presenta così, in tutta la sua ambiguità, come una proposta ed un’azione insieme. Una proposta, nel senso che partendo da questo luogo comune di interesse 4 5 interdisciplinare , ascoltando quelle che sono le esigenze culturali emergenti, ci si propone di 6 arrivare ad un campo di sapere transdisciplinare . Fig. 1 Masci – 16/V/05. Il disegno, qui riportato sembra ben esprimere il non equilibrio 7 delle corresponsabilità interprofessionali che crea dei germi di disservizio . 1 Tutti i testi senza autore sono da intendere di Giuseppe Sica. 2 http://www.epii­gn.org/sica/Istruzionipernavigare.htm. 3 Nel senso che può non esservi una pre­concetta [libera] associazione per quanto è presso il Dipartimento della Protezione Civile. L’emergenza sta diventando una dizione che per il suo generalizzato e generalizzante uso se ne può inflazionare il reale concetto, proprio anche, perché vi conviviamo anche ad h24 , ma senza il proporzionale processo di consapevolizzazione. Dal primo, anche se semplice, processo di consapevolizzazione la distanza per un programma di anti­ burn­out si restringe. 4 Vedi: http://www.epii­gn.org/sica/Istruzionipernavigare.htm. 5 I processi culturali e comunicativi, nel nostro sistema sociale, rappresentano una variabile, ora, esponenzialmente dipendente dal mutamento che valica i modelli produttivi. L'ecosistema dei valori è traumatizzato da una non trasparente consapevolezza della permanente convivenza con rischi naturali e/o tecnologici ed ... armati, rispettivamente, di origine antropica. La punta di iceberg del volontariato e del no­profit richiede un'interfaccia, per la sua valorizzazione transdisciplinare, quale risorsa territoriale di protezione civile e non. Gli addetti ai lavori, cioè coloro che lavorano con la gente e, magari, nelle helping professions, di peace­keeping, di servizio civile, possono essere i soggetti, quali oggetto di una ricerca­intervento virtualmente continua, che integri la loro preparazione interdisciplinare, per una competenza formativa attraverso una supervisione ricorrente dello stress, quale, ormai, epidemica causa primaria dalla demotivazione al lavoro a quella esistenziale, per gestirlo come una sorta di termometro (vedi esercizio in Appendice) della sana sensibilità eterogenea e, per questo, più ricco per un confronto metodologicamente creativo. 6 Vedi: http://www.epii­gn.org/sica/Istruzionipernavigare.htm.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 14
Un’azione, perché nella gestione delle emergenze, la mancanza, o meglio, la “mancata” comunicazione critica e ciclica tra gli addetti ai lavori e la popolazione, mette in rilievo 8 alcuni aspetti forse ancora troppo in ombra, e ne denuncia l’esistenza . Tale contesto 9 necessita di una transdisciplinarietà che esalti la consapevolezza di tutte quelle popolazioni umane che risiedono nei luoghi a topografia stratificata di pericoli. È, quindi, ovvio che non ci si può, in maniera riduttiva, attestare in una riqualificazione del 118, per non ricadere, nel 10 culo­de­sac tipo il sistema assicurativo americano tipico, appunto, di Emergency of psychology. Viste le definizioni che circolano tra chi è del campo, infatti, proprio quest’ultimo punto costituisce la novità del testo: quella di intendere le situazioni di emergenza come drammatiche lacerazioni di un tessuto umano nelle sue componenti e nelle loro specifiche quanto complesse articolazioni, e nelle sue connessioni storiche, relazionali e produttive con il territorio investito da una catastrofe. L'emergenza cerca di essere qui assunta come una parafrasi esorcizzante ed innovativa anche della formazione, con la consapevolezza della necessità di verificare ipotesi metodologiche atte a rivisitare l'esigenza interumana della cooperazione e della solidarietà culturale e comunicativa non etnocentrica ma, ora, tanto incalzante quanto, sempre più, intrecciata alla qualità della vita. In quest’ottica diventa necessario e costitutivo parlare di diritti umani ed evidenziare le dialettiche della pace. Il testo si apre, infatti, con un capitolo dedicato alla pace. Ho preferito costruire un percorso conducendo gli interventi degli autori in modo da dare voce ai loro eterogenei punti di vista, cercando di far emergere le loro diverse esperienze e metodologie d’indagine per provocarne un dibattito critico ai fini, nel contesto, di una sperimentale auto­formazione. Il primo contributo, Il servizio civile e la difesa civile: un ambito di formazione continua , quello di P. Consorti, è volto a segnalare attraverso la descrizione di alcune caratteristiche della Protezione civile intesa come difesa non armata e non violenta (DCNAN) una vera e propria teoria della pace, affinché lavorare nelle emergenze significhi tentare di costruire dinamiche psicologiche e sociali che hanno a che fare con la costruzione positiva della pace. Il contributo a Due voci di E.Cecchi e G.V.Trotter, Per leggere l’altro: l’importanza della regola fra libertà e trasgressione, porta all’attenzione alcune problematiche, poste in evidenza dalla globalizzazione, come quelle relative ai valori in rapporto alla propria cultura, non più assoluti, e la possibilità di convivenza con culture e valori altri. 7 La gestione del post­trauma è un ingrediente, infatti, di quei fenomeni che optano, per esempio, circa la valorizzazione del sistema assicurativo quale processo di aumento del prezzo del danaro stesso. 8 Ne è ultima, solo per la recente produzione cronologica, testimonianza documentata: Barberi V. (a cura di), Terra pericolosa , 2005, ETS, Pisa, pp. 191. 9 Vedi: http://www.epii­gn.org/sica/Istruzionipernavigare.htm. 10 Se ne conferma Ariani C., 2003­04, Disastri: il sistema assicurativo come soluzione integrativa di un programma di attività sociali per la prevenzione? Tesi di Laurea di pp. 211 nella facoltà di Scienze politiche dell’UniPi con relatore prof. Giuseppe Sica.
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Segue, La comunicazione violenta: la rabbia come allarme e antidoto alla violenza, di F.Tonello, una lettura psicologica su la rabbia , una passione simpatetica, una funzione necessaria per la protezione di una persona. Nel paragrafo successivo, La dimensione psicologica nell’Emergenza , l’autore, P.N. Marasco, apre una riflessione sulle definizioni del concetto di pace: da una pace vista come una mancanza di conflitti armati, ad un’intesa, come promozione. Si procede così verso il successivo paragrafo: partendo dalla prospettiva che vede la pace collocata nel campo dei diritti della persona allora possono essere poste alcune osservazioni critiche rivolte all’emergenza. Con il contributo di E.Spaltro, si prosegue prendendo in considerazione l’indicazione dieci ipotesi per la realizzazione di una didattica che faciliti l’apprendimento (inteso come imparare ad imparare) con lo scopo di realizzare società di connessioni e di pace. 11 Si arriva al paragrafo conclusivo del capitolo, in cui voci di pacifisti dialogano su cosa dire e fare della pace, una risposta diretta alle provocazioni, alcune solo abbozzate, dell’amico–collega Spaltro. Il terzo capitolo dedicato all’Ambiente Relazionale si pone come ponte tra il secondo capitolo e i successivi. L’autore prende in considerazione alcuni elementi indispensabili per creare senso di appartenenza in un gruppo; al fine di mettere in atto una corresponsabilità creativa. Questo è il quadro concettuale su cui questo lavoro è stato costruito, forse in maniera riduttiva, forse altrove è stato meglio integrato, attraverso la triade del sapere aggiornare le conoscenze, saper fare perfezionamento delle capacità e saper essere formati al fine del processo di consapevolezza psicologica, con la rassicurante interiorizzazione dei propri limiti, al fine di una ricerca didattica e dell’insegnamento scientifico. Nel capitolo IV, “Cassandra/e”, gli autori hanno voluto mettere in evidenza come grazie alla tecnologia è possibile prevedere alcune catastrofi naturali e individuare le condotte e comportamenti più idonei per limitare il danno. Ma queste prescrizioni non vengono ascoltate, da qui il richiamo al mito di Cassandra. Il capitolo si snoda e si articola in due casi, quello di Stromboli e quello di HARIA, uno che vede all’opera gli addetti ai lavori dopo un disastro naturale, l’altro che invece vede gli addetti impegnati in un disastro industriale. Il primo si pone come denuncia di alcune dinamiche che si sono venute a creare tra chi è intervenuto a gestire la situazione di emergenza e la popolazione. Il secondo caso 12 mette in evidenza alcune dinamiche createsi nel corso di una pianificazione delle emergenze nel caso di incidenti industriali e rischio di contaminazioni da sostanze tossiche. In appendice abbiamo riportato la copia dei documenti che abbiamo ritenuto importanti, ma che non potevano essere citati direttamente nel discorso, perché non aventi il copyright, e quindi sono stati trattati come integrazione alle fasi del testo. La bibliografia ragionata rappresenta il risultato di un grosso ragionamento sviluppatosi nel tempo, frutto di un antico e comune percorso a mo’ di una sorta di testo autonomo. 11 Di P.N. Marasco. Quale parto concepito con il dr.Nicola Ronci fin dall’origine di un assemblaggio software con e per HARIA­2, prende origine il progetto Human Factor Simulator [HFS] in fase di sviluppo per un finanziamento ad hoc.
12 a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 16
Mi auguro che con questo testo si sia riusciti, quindi, a non esaurire, ma anche a non ridurre la circolarità dei contributi critici. Ed è a questo proposito che, parallelamente a questo lavoro, stiamo ipotizzando un sito internet ad hoc, per poter sempre simulare il potenziale dell'inventare un'organizzazione in emergenza, tipo l'occasione di un giubileo o di 13 un'olimpiade. Per questo il presente testo è stato strutturato curandone anche i link : con l’ambizione ­per una struttura a menabò, come un diagramma di flusso­ di una possibile 14 formazione continua a distanza . 13 Il presupposto di questo lavoro è, anche, un assemblaggio secondo un progetto di nostra cura, attraverso una circolarità di contributi critici dei coautori insieme con quelli riscossi attraverso la fruibilità della nostra produzione scientifica già pubblicata in proposito [http://www.epii­gn.org/soci/sica.html] in occasioni di lezioni attive sperimentali e non solo frontali, in gruppi di apprendimento relazionale, con studenti, laureandi, tirocinanti stagisti. 14 L’istruzione e la formazione professionale stanno subendo trasformazioni profonde in tutto il mondo a causa dei repentini cambiamenti che caratterizzano la nostra era e della rapida espansione e diffusione delle nuove tecnologie. Le cambiate esigenze, inoltre, richiedono un continuo aggiornamento una continua riqualificazione professionale (Non a caso si parla di Life Long Learning) ne consegue un sempre maggiore ricorso all’E­ Learning. Negli ultimi anni in Italia si è assistito ad una progressiva adozione di politiche nazionali a sostegno della formazione continua secondo gli obiettivi strategici di Lisbona (http://www.istruzione.it/buongiorno_europa/lisbona.shtml) e tenendo conto delle direttive europee in materia di Life Long Learning. Tutto ciò investe tutti gli ambiti, ma in particolar modo ha interessato la formazione continua in medicina ECM (La normativa in materia di ECM è visionabile al sito: http://www.ministerosalute.it/ecm/normativa/pgrisultato.jsp). Come già accennato il ricorso all’E­learning, per quanto riguarda i corsi di aggiornamento e di specializzazione, sta diventando una pratica ormai diffusa, offrendo, infatti, vantaggi in termini di flessibilità e di risparmio economico. Ma non solo, un Corso FAD (Formazione a Distanza) ben strutturato, offre una seria ed efficace opportunità per un accrescimento professionale. Nel caso della psicologia dell’emergenza un Corso FAD può essere un ottimo strumento sia per chi si avvicina a questa disciplina sia per i veterani della materia. Come? Innanzitutto il corso on­line non dovrebbe limitarsi alla semplice erogazione di contenuti. Infatti, i contenuti della psicologia dell’emergenza sono aperti, problematici, dinamici, perciò avrebbe senso dare spazio al confronto e al racconto di esperienze dirette. In sintesi, i materiali andrebbero strutturati parzialmente in un contesto aperto a ulteriori sviluppi di percorsi su internet. Cioè è auspicabile uno sconfinamento verso una comunità di pratica (Maria Ranieri, “E­Learning: modelli e strategie didattiche” , Erickson, Trento, 2005). Le comunità di pratica sono dei gruppi che si costituiscono per trovare comuni risposte a problemi circa l'esercizio del proprio lavoro Le comunità di pratica sono, infatti, un valido rimedio di aggiornamento delle competenze professionali e sono efficaci perchè i contenuti dibattuti assolvono esigenze di operatività, tempestività e contestualizzazione dell'apprendimento. 1. Nel progettare il Corso E­learning (Maria Ranieri, ivi cit. pagg. 45­55) ci sono dei passaggi imprescindibili cui far riferimento: Definizione della macrotipologia didattica, che coincide con la struttura complessiva del progetto e che comprende; m La tipologia di E­learning; m Il grado di interazione tra presenza e distanza. m Il grado di autogeneratività dell’attività formativa. 2. Definizione metodologico­didattica la cui scelta tiene conto di quattro problematiche ossia: o Quale modello didattico più efficiente rispetto a determinate condizioni di istruzione; o Quali strategie didattiche utilizzare e come combinarle; o In che modo valutare gli apprendimenti dei discenti; o Come comunicare i contenuti di apprendimento in grado di favorire l’apprendimento stesso. 3. Implementazione dei contenuti e gestione delle interazioni. Molti sono i modelli didattici cui si può ricorrere, ma interessante è il modello che propone D. H. Merrill (In First principles of Instruction: A synthesis, http://cito.diuh.edu/merrill/text/papers.htm). Egli sostiene che gli ambienti di apprendimento che hanno maggior probabilità di successo sono quelli problem­based che coinvolgono il discente in quattro fasi distinte dell’apprendere: 1.Attivazione; 2.Dimostrazione; 3.Applicazione; 4.Integrazione.
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II Pac’emergenza
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 19 II 1 Il servizio civile e la difesa civile: un ambito di formazione continua di Pierluigi Consorti 1. Il rapporto tra servizio civile e difesa civile costituisce un punto cruciale per la definizione del futuro di questa esperienza sociale, per molti versi già connessa all’ambito della gestione delle emergenze, come accade nei progetti di protezione civile, oppure in quelli gestiti dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, o ancora in quelli concernenti la gestione dei conflitti, vuoi in Italia vuoi all’estero. Lavorare nelle emergenze significa toccare da vicino il nodo della costruzione di dinamiche sociali e psicologiche che hanno molto a che fare con la costruzione positiva della pace. In questo breve contributo mi limiterò a segnalare qualche cenno relativo al servizio civile inteso come Difesa civile non armata e nonviolenta (Dcnan). Un’espressione insolita mutuata dalla legge 230 del 1998 (di riforma dell'obiezione di coscienza al servizio militare) che impegna lo Stato ad attuare forme di ricerca e sperimentazione sulla Dcnan (art. 8, lett. e). Cercherò in modo particolare di sottolineare l’importanza ricoperta dal processo formativo ai fini di rendere effettivo l’impegno promosso dalla legge. 2. Com’è noto, il servizio civile nazionale costituisce una forma di adempimento del sacro dovere di difesa della Patria, sancito nell’art. 52 della Costituzione. Nella sistematica costituzionale questo dovere risulta strettamente connesso alla prestazione del servizio militare, indicato come obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Guardando al testo dell'articolo non v'è dubbio alcuno che i Costituenti avevano in mente la sola difesa militare, intesa in senso tradizionale come la difesa dei confini e degli interessi nazionali. Tantè vero che questo stesso articolo menziona l'apparato militare immaginandolo di fatto come l'unico strumento con cui assolvere il “sacro” dovere di difesa. Ciononostante, si deve prestare attenzione al fatto che la Costituzione guarda con realismo al servizio militare obbligatorio, curando che esso non si concretizzi in un danno per il cittadino (secondo comma). Persino l'apparato militare – in sé inteso come strumento lecito ­ rimane subordinato allo spirito democratico della Repubblica (terzo comma). Sotto questo profilo bisogna sottolineare che l'art. 52 non presenta il dovere di difesa come un dovere assoluto, ma lo guarda più semplicemente come uno dei tre doveri che la Costituzione impone in modo diretto a tutti i cittadini (ossia: leva militare, leva fiscale – art. 53 – ed obbligo di rispettare le leggi ed essere fedeli alla Repubblica – art. 54 –). Il dovere contemplato nell'art. 52 va perciò inteso in modo relativo, direttamente connesso all'obbligo militare, che a sua volta è subordinato rispetto ai limiti che la legge volesse imporre ed ai limiti che derivassero dal rispetto dei principi fondamentali. Del resto la prassi normativa ha confermato questa realtà, arrivando a sospendere (ma, di fatto, ad abolire) la leva obbligatoria. Inoltre, il “dovere di difesa” resta comunque subordinato ai principi fondamentali, fra i quali il “ripudio della guerra” e la disponibilità a rinunciare alla sovranità nazionale in funzione della necessità di assicurare un ordinamento in grado di preservare la pace e la giustizia fra le Nazioni (art. 11). Questa propensione pacifista esprime bene lo spirito costituzionale repubblicano formatosi nel crogiolo ardente della guerra (Dossetti). La Repubblica si basa sul ripudio morale e giuridico della guerra e sulla volontà di conciliare le parti nazionali. Su questa stessa base si consolida l'idea della “pace positiva”, vale a dire la tesi per cui la pace non è semplice assenza di guerra. Anzi, la guerra non costruisce mai la pace, che è piuttosto frutto della giustizia, della solidarietà, dello sviluppo, del perdono, della verità, e via dicendo.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 19 II 1 Il servizio civile e la difesa civile: un ambito di formazione continua di Pierluigi Consorti 1. Il rapporto tra servizio civile e difesa civile costituisce un punto cruciale per la definizione del futuro di questa esperienza sociale, per molti versi già connessa all’ambito della gestione delle emergenze, come accade nei progetti di protezione civile, oppure in quelli gestiti dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, o ancora in quelli concernenti la gestione dei conflitti, vuoi in Italia vuoi all’estero. Lavorare nelle emergenze significa toccare da vicino il nodo della costruzione di dinamiche sociali e psicologiche che hanno molto a che fare con la costruzione positiva della pace. In questo breve contributo mi limiterò a segnalare qualche cenno relativo al servizio civile inteso come Difesa civile non armata e nonviolenta (Dcnan). Un’espressione insolita mutuata dalla legge 230 del 1998 (di riforma dell'obiezione di coscienza al servizio militare) che impegna lo Stato ad attuare forme di ricerca e sperimentazione sulla Dcnan (art. 8, lett. e). Cercherò in modo particolare di sottolineare l’importanza ricoperta dal processo formativo ai fini di rendere effettivo l’impegno promosso dalla legge. 2. Com’è noto, il servizio civile nazionale costituisce una forma di adempimento del sacro dovere di difesa della Patria, sancito nell’art. 52 della Costituzione. Nella sistematica costituzionale questo dovere risulta strettamente connesso alla prestazione del servizio militare, indicato come obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Guardando al testo dell'articolo non v'è dubbio alcuno che i Costituenti avevano in mente la sola difesa militare, intesa in senso tradizionale come la difesa dei confini e degli interessi nazionali. Tantè vero che questo stesso articolo menziona l'apparato militare immaginandolo di fatto come l'unico strumento con cui assolvere il “sacro” dovere di difesa. Ciononostante, si deve prestare attenzione al fatto che la Costituzione guarda con realismo al servizio militare obbligatorio, curando che esso non si concretizzi in un danno per il cittadino (secondo comma). Persino l'apparato militare – in sé inteso come strumento lecito ­ rimane subordinato allo spirito democratico della Repubblica (terzo comma). Sotto questo profilo bisogna sottolineare che l'art. 52 non presenta il dovere di difesa come un dovere assoluto, ma lo guarda più semplicemente come uno dei tre doveri che la Costituzione impone in modo diretto a tutti i cittadini (ossia: leva militare, leva fiscale – art. 53 – ed obbligo di rispettare le leggi ed essere fedeli alla Repubblica – art. 54 –). Il dovere contemplato nell'art. 52 va perciò inteso in modo relativo, direttamente connesso all'obbligo militare, che a sua volta è subordinato rispetto ai limiti che la legge volesse imporre ed ai limiti che derivassero dal rispetto dei principi fondamentali. Del resto la prassi normativa ha confermato questa realtà, arrivando a sospendere (ma, di fatto, ad abolire) la leva obbligatoria. Inoltre, il “dovere di difesa” resta comunque subordinato ai principi fondamentali, fra i quali il “ripudio della guerra” e la disponibilità a rinunciare alla sovranità nazionale in funzione della necessità di assicurare un ordinamento in grado di preservare la pace e la giustizia fra le Nazioni (art. 11). Questa propensione pacifista esprime bene lo spirito costituzionale repubblicano formatosi nel crogiolo ardente della guerra (Dossetti). La Repubblica si basa sul ripudio morale e giuridico della guerra e sulla volontà di conciliare le parti nazionali. Su questa stessa base si consolida l'idea della “pace positiva”, vale a dire la tesi per cui la pace non è semplice assenza di guerra. Anzi, la guerra non costruisce mai la pace, che è piuttosto frutto della giustizia, della solidarietà, dello sviluppo, del perdono, della verità, e via dicendo.
20 In quegli stessi anni di ricostruzione nazionale si faceva strada l'idea della nonviolenza come strumento efficace di soluzione dei conflitti. Cominciano ad essere meglio conosciuti ed apprezzati personaggi come Gandhi o Martin Luther King, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Domenico Sereno Regis, mons. Tonino Bello, ed altri ancora. L’Italia è stata la culla di un certo modo pragmatico oltre che spirituale di intendere la nonviolenza. In modo particolare la scelta dell'obiezione di coscienza al servizio militare ha dato modo di realizzare nella prassi di vita l’aspirazione nonviolenta, che dal 1974 si è potuta tradurre nella prestazione del servizio civile alternativo a quello militare. Il servizio civile si presenta pertanto come strumento di costruzione della pace positiva. Esso invera il ripudio della guerra mettendo insieme l'idea di difesa, quella di pace positiva e quella di nonviolenza. L’evoluzione del servizio civile – prima obbligatorio ma riservato ai soli obbligati alla leva, ora volontario ed esteso perciò a tutti – rende ragione del nesso di continuità che lo lega al ripudio della guerra, giustificando la permanenza del suo carattere di difesa della Patria, più volte confermato dalla giurisprudenza costituzionale. 3. Tuttavia sembra legittimo chiedersi come il servizio civile possa continuare ad essere una forma di difesa della Patria, date le mutate contingenze storiche, concettuali e legislative. A mio avviso per capire come il servizio civile possa essere una forma di difesa non­ violenta della Patria si deve muovere da una rinnovata interpretazione dell'art. 52 Cost. La Patria oggi non può più essere semplicemente intesa come il luogo geografico contornato dai confini, o solo come il centro delle attenzioni e degli interessi nazionali; piuttosto deve assumere il senso di una comunità sociale interdipendente. L’idea della interdipendenza fra Stati è molto chiara se si pensa al sistema delle alleanze militari o al crescente fenomeno della globalizzazione, o ancora al processo di integrazione europea o alle politiche per la cooperazione e lo sviluppo. Questa evoluzione impone di aggiornare il concetto di Patria accedendo allo stesso tempo ad un'idea più complessa di difesa, che non riguarda più solo l'apparato militare, ma coinvolge dimensioni più ampie. Credo che si possa essere tutti d'accordo nel sostenere che la difesa è un dovere di tutte e di tutti, che non è solo difesa dei confini o solo difesa armata o militare. Come ho accennato, anche il servizio civile è una forma di difesa. In altri termini, accanto alla tradizionale difesa militare si può attivare una più moderna difesa civile, e persino una Dcnan: che è appunto il servizio civile. 4. Forse è bene chiarire cosa si intende per difesa civile. In senso tradizionale, sono considerate forme di difesa civile – sebbene armata, ma non militare – la Polizia di Stato o la Polizia penitenziaria o il Corpo forestale dello Stato. Difesa civile, ed anche disarmata, è poi quella apprestata dalla struttura giudiziaria, dalla Protezione civile (e dai Vigili del fuoco in particolare), dai servizi sanitari e dai servizi sociali o a tutela dell'ambiente, e via dicendo. Esiste peraltro un'altra ulteriore forma di difesa civile, caratterizzata dal fatto di essere non solo non armata, ma anche nonviolenta. Ed è quella che ci interessa più da vicino. Purtroppo, essa deve ancora essere istituzionalmente delineata, anche se un primo tentativo è stato operato da parte di un Comitato di consulenza insediato dal secondo governo 1 Berlusconi, che ha prodotto – fra l’altro – un testo di riferimento molto utile . In estrema 1 Vedilo in Presidenza del Consiglio dei ministri, Ufficio nazionale per il servizio civile, Comitato di consulenza per la Difesa civile non armata e nonviolenta, L’evoluzione del principio costituzionale del sacro dover di difesa della Patria alla luce dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale: la difesa civile non armata e nonviolenta. Atti del seminario, Roma – Istituto Sturzo – via delle Coppelle, 35, 19 maggio 2005, Roma, Presidenza del Consiglio dei ministri, 2006, pp. 63­79.
21 sintesi si può dire che la Dcnan è collegata con l'obiezione di coscienza, con la nonviolenza e con la pace positiva. Vale a dire con il sottofondo pragmatico – oltre che concettuale – che fa da perno al ripudio della guerra. In questo senso un ulteriore elemento che la caratterizza può essere offerto dal collegamento con la dimensione conflittuale. Quest’ultima, com’è noto, riguarda diversi livelli, che partono dall’individuo e giungono agli Stati. 5. In questa sede non è possibile scendere nei dettagli di questo aspetto, anche se probabilmente costituisce uno dei tratti di maggiore interesse per i cultori della psicologia. Desidero solo richiamare alcuni elementi di riflessione che possono essere desunti dalle teoriche tradizionali relative alla Difesa popolare nonviolenta (Dpn), che si potrebbe sintetizzare nei seguenti riferimenti culturali: m sussiste una differenza concettuale fra guerra e conflitto m La guerra non è un conflitto, ma uno strumento violento che genera conflitti m Bisogna giungere al transarmo (dove “transarmo” indica un progetto attraverso il qua­ le giungere al disarmo) La Dpn è stata principalmente intesa come un approccio specifico ai problemi posti dai conflitti internazionali. Si basa infatti sullo sviluppo dal basso di un potere nonviolento in grado di sovvertire il dominio dell'aggressore attraverso la resistenza civile e la non collabo­ razione. Sono state individuate diverse tecniche di Dpn; da un certo punto di vista, la Dcnan appare una sorta di attualizzazione della Dpn. Come quest'ultima, la Dcnan si struttura in controrelazione alla guerra. Se il teatro bellico è costituito da “un territorio con il suo spazio e la sua popolazione” (Clausewitz), il teatro della Dcnan è costituito “dalla società con le sue istituzioni democratiche e la sua popolazione” (Muller). Parafrasando concetti tradizionali, si potrebbe osservare che se l'invasione e l'occupazione di un territorio sono i mezzi e non lo scopo di un'azione bellica, che mira principalmente ad assicurare il dominio politico ed economico su una società, le libertà e la democrazia costituiscono le frontiere della difesa civile, che appunto non difende le frontiere dello Stato, ma i valori espressi dal demos. Il dibattito sulla difesa nazionale, ed in genere sulla difesa, dovrebbe forse essere aggiornato tenendo conto di questi elementi nuovi che non sono meramente teorici, ma riguardano un’istituzione della Repubblica, qual è appunto il Servizio civile nazionale. 6. Vorrei concludere osservando l’opportunità di insistere sulla idea della pace positiva. Ossia di una pace che va costruita continuamente. Pace che non solo non è semplice assenza di guerra, ma non è nemmeno prevalentemente il frutto della politica della sicurezza. Essa è piuttosto frutto della politica di pace. Pertanto, il servizio civile può a pieno titolo essere guardato come un’istituzione della difesa della Repubblica. Una difesa civile che si cura della democrazia e dei suoi valori. Ne deriva che i soggetti di tale difesa sono tutti i cittadini e le cittadine. Mentre la difesa armata è delegata ai soli militari, la difesa civile si presenta come un affare di tutti. Essa comporta il coinvolgimento di responsabilità e doveri pubblici, impegna le dimensioni della solidarietà personale e collettiva, riguarda una dimensione educativa e formativa complessa.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 22 II 2 Per leggere l’altro: l’importanza della regola fra libertà e trasgressione Al tempo d’oggi, tempo di migrazioni di massa, di incontri e scontri fra culture, è necessario munirsi di strumenti atti a decodificare la visione del mondo degli altri. Non è facile: è più semplice leggere la realtà guardando il problema da un solo punto di vista che è meno ansiogeno perché ormai consolidato. II 2 a L’importanza del rito e del simbolo di Elisabetta Cecchi L’essere umano è animale gregario. Con l’aumentare della complessità della struttura sociale, aumenta in lui l’ansia per essere sempre all’altezza della situazione, e quando, delegando, può non affrontare un problema, lo fa creando strutture di ordine sempre più complesse nelle quali si trova ingabbiato ed alle quali si trova costretto/condizionato ad obbedire, pena l’esclusione dal proprio consesso. Lo scienziato e romanziere inglese Charles Percy Snow scrisse nel febbraio del 1961 su una rivista scientifico­letteraria: “ Riflettendo sulla triste storia dell’umanità, si deve concludere che il numero di crimini atroci commessi in nome dell’obbedienza supera di gran lunga quello dei crimini commessi in nome della ribellione.” Non esiste sociocultura che non abbia commesso crimini, ogni sistema fa quello che può per mantenere se stesso. Calcago, un capo barbaro, parlando dei romani una volta disse: “ depredare, trucidare, rubare, essi lo chiamano Impero e là dove fanno deserto gli danno il nome di pace” [Tacito, Agricola ]. Comunque, senza andare a scavare nell’antichità, in tempi molto vicini a noi, noi stessi, intendo anche noi italiani, dopo la prima guerra mondiale, quando i nazionalismi si affermarono fino a diventare razzismi di stato ed il Regno d’Italia cominciò una politica di italianizzazione forzata delle “terre irredente”, appunto per “redimerle” abbiamo fatto del nostro meglio per sottomettere le popolazioni conquistate. 2 Marco Ottanelli in “ La verità sulle foibe” mette in relazione le efferatezze perpetrate dagli italiani con quelle dei titini e nella ricostruzione dell’intero episodio si scopre che già prima del ventennio oltre all’obbligo dell’italiano nell’Alto Adige e nelle zone Istriane vi fu l’italianizzazione della toponomastica nonché la chiusura di alcune scuole medie superiori in quanto centri di cultura mitteleuropea, ad esempio il liceo classico di Pisino, città natale di Dalla Piccola. Con l’avvento del fascismo vengono addirittura italianizzati i cognomi. Nel 1941 tedeschi, italiani e ungheresi in poche settimane occupano la Jugoslavia. La spartizione del “bottino”, dà all’Italia, la Dalmazia, la Croazia e la Slovenia che diventa la provincia italiana di Lubiana. Il tributo jugoslavo alla seconda guerra mondiale è stato di 1.500.000 di morti su 16.000.000 di abitanti (mentre i caduti italiani tra civili e militari arriva a sfiorare le 300.000 persone su 45.000.000 di abitanti). Di questi 1.500.000, 250/300.000 sono da attribuire a responsabilità esclusiva delle truppe di occupazione italiana. 2 Da www.democrazialegalità.it/foibe 07 febb 05.htm.
23 Nel ’43 con il ribaltarsi delle sorti della guerra le popolazioni insorgono contro gli occupanti, ora sono gli italiani a venire perseguitati, ad esempio per la sola Dalmazia, Fiume, Zara e Isole si può parlare di un totale generale di circa 2.000.000 persone, si assiste anche al fenomeno degli “infoibati” che calcolati secondo il criterio dei corpi riesumati sono ben 570. Certamente non vi è proporzione fra il numero degli jugoslavi morti rispetto a quello degli italiani morti, ma tenendo presente che l’occupazione italiana di territori a cultura diversa iniziò alla fine della prima guerra mondiale e continuò per circa 25 anni e la ritorsione delle organizzazioni partigiane titine è durata solo 2 anni, si può ribadire che ogni sistema fa quello che può per mantenere se stesso sottomettendo gli altri. È impressionante come, nel giudicare, si usino sempre due pesi e due misure: in Etiopia, ad esempio, abbiamo usato i gas per eliminare il nemico, quegli stessi gas che ci scandalizzarono tanto quando vennero usati, nella prima guerra mondiale, dagli Austriaci contro di noi. E più ancora l’episodio di Grugliasco e Collegno della guerra partigiana, venuto agli onori della cronaca soltanto nel 2003. Pare che all’essere umano non sia dato di capire in se, cioè di vedere dal di fuori, nel senso di comprenderne i limiti, il sistema in cui si sta muovendo ed in cui sta operando. Quando però due sistemi vengono a contatto, sulla linea di tangenza si svelano l’uno all’altro, solo allora e solo in riferimento a quell’ambito più o meno ristretto, è dato di capire qualcosa grazie alla comparazione che in quel momento si può fare. Normalmente ingabbiati nella struttura gerarchia in cui ci troviamo, non ci è possibile uscire dalla nostra società/cultura che ci ha condizionato e che perciò subiamo in modo inconsapevole.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 24 II 2 b Il problema dell’ obbedienza di Elisabetta Cecchi Negli anni tra il 1960 e il 1963, presso l’Istituto di psicologia dell’Università di Yale 3 (USA) S. Milgram fece una serie di esperimenti dall’esito sconcertante di cui diede un resoconto completo soltanto nel 1974. Pur con numerose varianti il meccanismo era sempre lo stesso: con l’apparente scopo di studiare il rapporto tra apprendimento e punizione, in realtà, si voleva sperimentare la disponibilità del soggetto, singolo e isolato, ad obbedire a ordini immorali e crudeli. Ogni esperimento era basato su tre figure chiave: lo “Sperimentatore “, “ l’Insegnante”, e “l’Allievo”. L’Allievo veniva legato ad una sedia metallica, collegata elettricamente con un pannello di comandi a pulsanti. L’Insegnante aveva il compito di porre all’allievo una serie progressiva di quesiti linguistici: si trattava di gruppi di parole, prima da memorizzare e poi da confrontare con altre parole logicamente collegate. Ogni volta che l’Allievo sbagliava, l’Insegnante, tramite i pulsanti che aveva a disposizione, doveva applicare una punizione, una scossa che aumentava progressivamente: il pannello disponeva di pulsanti che andavano da 15 fino a 450 volt! Naturalmente era tutta una finzione ma la messa in scena era estremamente credibile. I soggetti non erano i soliti studenti universitari ma semplici cittadini volontari attirati da un annuncio comparso sul quotidiano della vicina città di New Haven che offriva 4 dollari l’ora più le spese di trasposto a chiunque si fosse reso disponibile. Nel momento del reclutamento il volontario si trovava con un’altra persona volontaria ma che era in realtà “complice” di Milgram. Il soggetto, ignaro, era invitato a scegliere tra due biglietti sigillati per definire i ruoli di Insegnante o Allievo (i biglietti naturalmente avevano ambedue la scritta “insegnante”) dato che l’Allievo era il complice di Milgram che recitava perfettamente la parte della vittima (non era un attore professionista era anzi un ragioniere impiegato in una ditta di Yale scelto per il suo aspetto di persona comune). Costui quando si superavano 150 volt, prima urlava con varia intensità poi, infine, piagnucolando, diceva di essere ammalato di cuore. A partire dalla scarica da 400 volt si accasciava sulla sedia, come svenuto. Alle inevitabili proteste dell’ Insegnante, lo Sperimentatore aveva a disposizione una serie di incitamenti del tipo: “L’esperimento richiede che lei continui” oppure: “Non si preoccupi!” o ancora “Le scosse non lasciano lesioni permanenti”. I risultati furono sconcertanti: circa l’85% dei soggetti volontari arrivò fino in fondo, sia pure con proteste e tentativi di abbandono dell’esperimento. 3 Milgram, Stanley (1933­1984) psicologo sociale statunitense., docente alle Università di Yale, Harvard ed alla City University di New York.
25 II 2 c L’importanza del contesto di Elisabetta Cecchi Analizzando la tabella riassuntiva degli esperimenti più importanti dove la valutazione dei soggetti (i maestri) del dolore inflitto alle vittime (gli allievi) è stimato su una scala che va 4 da 0 a 14 punti con la relativa media ponderata indicata come Totale : Valutazione dei soggetti del dolore inflitto alla vittima. Condizioni Obbedienti Disobbedienti Reazione a distanza 13,50 13,27 (11) 11,36 11,80 (15) 12,69 11,79 (24) (20) Reazione vocale 12,25 11,17 (12) 11,40 12,25 (14) 11,98 12,05 (20) 11,79 11,81 (18) 11,8 0 12,88 12,07 (14) 11,67 12,39 ( 9) (26) Vicinanza dell’autorità 12,0 2 (19) Soggetti femminili 11,7 0 (20) Replica a Bridgeport 11,9 3 (26) Cambiamento di personale 12,1 5 (28) Nuova base di partenza 11,5 3 (16) Contatto fisico 13,4 2 (25) Vicinanza Totale 12,6 0 (31) ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­ 11,8 3 Dalla tabella si evidenzia l’importanza del contesto: infatti nella prova effettuata a Bridgeport dove l’ambiente era volutamente sciatto, dando così l’impressione che la cosa non fosse molto importante, la percentuale degli obbedienti uguaglia praticamente quella dei disobbedienti, scendendo così al 50% circa, e la stima del dolore è considerata fra le più basse nonché di egual valore sia per i disobbedienti che per gli obbedienti, tant’è che i relativi dati sono praticamente sovrapponibili a dimostrazione dell’importanza del contesto in cui si svolge un fatto. Possiamo perciò sostenere: educato com’è ad eseguire l’ordine l’essere umano, nella nostra cultura, scarica con la responsabilità anche l’ansia che gli creerebbe l’azione distruttiva rivolta verso l’altro e più la sua società è complessa, più obbedisce. A questo proposito è esemplificativa, nel suo finale a sorpresa, una novella di Fredric 5 Brown . Vi si narra di un semplice fante impiegato in una guerra lontana contro degli alieni in un mondo a lui completamente estraneo. Per tutto il racconto il lettore si trova a fare il “tifo” per questo povero fante. Solo alla fine, nell’ultima frase, scopre che quello che lui pensava 4 Stanley Milgram, “ Obbedienza all’autorità” , p. 160. 5 Fredric Brown, scrittore americano di fantascienza.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 26
essere un umano è in realtà l’alieno, accorgendosi che l’autore lo ha costretto a guardare il problema dal punto di vista opposto. Come Albinoni ha acquistato fama mondiale per il suo adagio, così Fredric Brown per questa novella, tradotta in tutte le lingue è diventato famoso in tutto il mondo, in quanto ha costretto il lettore a relativizzare il concetto di “normalità” e di “diversità”. La percezione del nemico, dell’alieno e del reietto sta tutta nella soggettività del punto di vista dell’osservatore: alla fine del racconto, solo dopo aver letto l’ultima riga, ci si rende conto di quanto sia facile manipolare le persone facendo leva sui meccanismi dell’ansia.
27 II 2 d Il problema dell’ansia di Guido Vido Trotter Sul problema dell’ansia ricordo che alcuni anni fa vennero commissionate alla stessa agenzia di ricerca due indagini. La prima ricerca consisteva nell’individuare le cause per cui la mortalità degli anziani risultava maggiore nel periodo primaverile ed autunnale, l’altra di capire come mai alcuni animali presentavano una grande adattabilità alla cattività ed altri no. È interessante che le due ricerche abbiano prodotto, da un certo punto di vista, considerazioni simili. Nella seconda si faceva notare, nel salire la scala evolutiva, l’aumento della difficoltà di adattamento alla mancanza di libertà, si osservava inoltre una grande differenza di comportamento fra gli animali a sangue freddo e quelli a sangue caldo: ai primi sembrava non importare granché dell'ambiente quand' erano risolti i bisogni primari (mangiare, bere, dormire), mentre ai secondi, col procedere lungo la scala evolutiva, cresceva la consapevolezza di sé, aumentavano le difficoltà, manifestavano ansia, spesso si ammalavano e morivano. Una caratteristica osservata fu che gli animali a sangue caldo rispetto a quelli a sangue freddo di pari peso, consumano gli otto noni dell'energia ricavata dal proprio nutrimento esclusivamente per mantenere costante la temperatura del corpo. Ed ecco perché le persone molto vecchie hanno maggiori difficoltà a vivere quando devono tenere in funzione sia il "calorifero" che il "frigorifero" interni e cioè in primavera ed in autunno, dove più grandi sono gli sbalzi di temperatura, pressione ed umidità. Un’altra considerazione fatta è la seguente: mentre gli animali a sangue freddo, di fronte ad un pericolo possono darsi per morti (per loro è facile simulare la morte, in quanto la temperatura del proprio corpo è uguale alla temperatura dell'ambiente), gli animali a sangue caldo, non potendo usare questo trucco, sono costretti a misurarsi col "problema", devono valutare il pericolo e per far ciò valutano la propria capacità in rapporto con quella dell'avversario, in altre parole devono avere "consapevolezza di sè". Gli animali a sangue caldo devono avere l'ansia: l'ansia è data dalla consapevolezza di sé ed emerge in relazione alla manifestazione di un problema.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 28 II 2 e Tre aneddoti sull’ansia di Guido Vido Trotter Spesso l'essere umano quando si trova in una situazione per lui ingestibile e di cui non si sa dare una spiegazione, per controllare la propria ansia, si affida ad azioni che con la situazione stessa non hanno nessun nesso razionale. A dimostrazione di ciò riporto tre aneddoti. Primo aneddoto: Un antropologo inglese era tornato in Africa per approfondire i suoi studi presso una tribù da lui frequentata precedentemente. Lì da molto tempo non pioveva e le persone, preoccupate, davano ormai segni di inquietudine, cosicchè lo stregone prese la decisione di fare la danza della pioggia: avvisò personalmente i vari capi gruppo, poi, venuta la sera, accese un bel fuoco ed incominciò a ballarvi intorno presto seguito dagli altri. A cerimonia finita l'antropologo avvicinò il suo amico (e collega) direttore delle danze dicendogli: “Certo tutto questo è molto bello e suggestivo, ma non pensare di farmi credere che, con quattro salti intorno al fuoco tu farai piovere!”. Lo stregone lo guardò meravigliato e gli rispose in perfetto inglese: “Ma allora tu non hai compreso niente, non ho fatto la danza della pioggia per far piovere ma per aiutare queste persone ad aspettare la pioggia”. Questo è un aneddoto, un fatterello, sulla cui autenticità non giurerei ma, di questo secondo è facile verificare: L'eruzione etnea del 1992 mise in serio pericolo il paese di Zafferana. Furono allertate la protezione civile ed i militari del Genio. Allo scopo di deviare la lava, venne scavato un gran canale, per altro subito riempito dalla lava stessa che raffreddandosi si solidificava, si costruì allora un grande muro a difesa del paese, ma inutilmente, così quando le prime case cominciarono a prender fuoco gli abitanti, con il prete in testa, si decisero a portare la Madonna in processione. Questo terzo fatterello è un esperimento di laboratorio fatto dal socioneurologo 6 francese Henry Laborit : in una gabbia a due scomparti comunicanti viene messo un topo che può liberamente andare da uno scomparto all’altro. Se nel pavimento alternativamente di uno o dell’altro scomparto faccio passare della corrente elettrica, che non è pericolosa per l’animale ma sicuramente molto fastidiosa, e questo fatto è preceduto dall’accensione di una lampadina che annuncia il passaggio della corrente, si ha l’addestramento dell’animale affinché vada nello spazio contiguo dove in quel momento non corre rischi. L’essere sottoposto a questa prova per dieci minuti al giorno ripetuti per lunghi periodi, non comporta al roditore alcuno scompenso fisico o psichico. Se invece la comunicazione tra i due scomparti viene chiusa, il topo sarà costretto a ricevere tutte le scariche elettriche che peraltro vengono annunciate qualche secondo prima dall’accensione della lampadina. In questa seconda condizione la consapevolezza di non poter evitare questa piccola tortura produrrà in lui una situazione di forte stress con conseguenti perturbazioni biologiche anche estremamente profonde, diminuiranno le sue difese immunitarie e si ammalerà. 6 Dal film “Mon oncle d’Amerique – Mio zio d’America”, regia Alain Resnais, 1980.
29 Se però nello scompartimento chiuso avrà un “compagno di cella” scatenerà aggressività, lottando con questo compagno e scaricando lo stress non si ammalerà. Per l’essere umano, costretto a comportamenti programmati dal proprio contesto sociale, è quasi sempre impossibile scaricare la propria ansia quando questa raggiunge livelli insostenibili perché ciò comporterebbe l’esclusione dal contesto sociale stesso. Per cui l’accumulo di questo stress, giorno dopo giorno, può portare a patologie psicosomatiche oppure, con l’abbassamento delle difese immunitarie a malattie anche gravi. Si può dire con Laborit che quando l’aggressività non può rivolgersi verso gli altri può sempre rivolgersi contro se stessi in maniera anche più efficace: può portare al suicidio, e in alcuni contesti questo suicidio può essere pilotato.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 30 II 2 f Il concetto di cultura per l’antropologia comparata di Elisabetta Cecchi Nell’antropologia comparata si parla di cultura solo in relazione ad altre culture. Infatti mai come oggi, in tempi di globalizzazione siamo costretti ad accorgercene: arrivano da noi persone portatrici di culture di cui noi non sospettiamo nemmeno l’esistenza e che ai nostri occhi si comportano in modo per lo meno strano, come del resto strani sembriamo noi a loro....gli stranieri. Nel mio lavoro di operatrice sociale, lavorando con extracomunitari, sono stata colpita dal comportamento di Faisa, una donna somala: sentiva più vicini a sé i figli del fratello anziché i propri. In psicologia la relazione della madre con la propria prole è considerata fondamentale in quanto elemento fondante e giustificante la strutturazione del concetto di famiglia, tant’è vero che per indicarla è stato coniato il termine “ relazione diadica ” al quale si dà un valore anche biologico: “ La madre, siccome tiene il figlio in grembo per nove mesi, ne rimarrà legata in modo indissolubile.” Sempre la psicologia ci insegna che questa caratteristica è presente proprio perché biologica, in tutte le culture. Questa considerazione, anche per esperienza diretta di madre, mi sembrava ovvia fino al momento in cui mi sono imbattuta in Faisa e dopo alcune ricerche ho scoperto l’esistenza di culture dove quel comportamento parentale è la norma. 7 8 Infatti Franca Balsamo in “ Famiglie di migranti” quando descrive l’implicazione che viene ad avere il concetto di lignaggio sulla strutturazione della individualità personale, fa osservare che il “compenso della sposa” dà al marito, o meglio al gruppo del marito, il diritto sul lavoro di lei, sui figli prodotti da lei ma non su di lei, tant’è vero che se lei si considera trattata male può chiedere la protezione del proprio gruppo di nascita che spesso va a riprendersela restituendo il “compenso della sposa”. Si ha così che la donna continua a sentirsi parte della propria famiglia d’origine e i figli che nascono dal rapporto col marito vengono vissuti come uno dei tanti lavori conseguenti all’accettazione di quella specie di contratto . Da queste considerazioni si può intuire quale dramma vivano queste persone abituate ad una famiglia lunga “lignaggio” quando arrivando in Europa e si trovano catapultate in una famiglia mono­nucleare normata da regole per loro inconcepibili con conseguenti problemi di identità personale. Questa esperienza mi ha spinto ad interessarmi alla comparazione fra culture, ho scoperto così che presso i Sioux Dakotah non esiste il senso di colpa, o meglio non “esisteva” fino all’arrivo dell’uomo bianco. L’Antropologa Ruth Beebe Hill nella presentazione al lettore del suo romanzo “Hanta Yo” , scritto come se fosse pensato da un indiano sioux Dakotah, fa questa osservazione: 9 7 Franca Balsamo è ricercatrice al Dipartimento di Scienze Sociali e al Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne dell’Università di Torino. 8 Franca Balsamo, 2003, Famiglie di migranti, pp..51, 52. 9 Ruth Beebe Hill, “ Hanta Yo” , pg. 11.
31 Ammettere, supporre, perché, credere, potere, dubitare, finire prevedere, fede, dimenticare, perdonare, colpa, come, mise­ ricordia, parassiti, promessa, mi rincresce, tempesta, loro, noi, sciupare, erbaccia ­ nessuna di queste parole né i concetti che rappresentano compaiono in questo libro; sono stati importati nel Nuovo Mondo dall’uomo bianco, è il contributo dell’intruso al vocabolario dell’uomo che noi chiamiamo indiano. Le antiche famiglie indiane ignoravano sia questi termini sia i loro equivalenti. […] Qui è doveroso l’accostamento con Wittgenstein quando sostiene che si può parlare del mondo soltanto mediante il linguaggio, in altre parole, che la logica di un certo linguaggio è anche quella della corrispondente forma di cultura, ma c’è di più, per Wittgenstein il linguaggio è l’espressione controllabile del pensiero. 10 Mancando il pensiero manca il concetto perciò non può esservi elaborazione . Nel “ Tractatus” è scritto espressamente al punto 3.221: “ Gli oggetti li posso solo nominare. I segni ne sono rappre­ sentanti. Posso solo dirne, non dirli. Una proposizione può dire solo come una cosa è, non che cosa essa è.” Diventa così importante il contesto inteso come modo di vivere e di pensare. Infatti, se in una cultura una determinata parola (es. televisione) non esiste, in quella cultura mancherà anche il relativo concetto. Più mi interessavo a questa problematica più venivo a conoscenza di modelli culturali di gestione delle risorse altrimenti per me impensabili. 10 Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico­philosophicus e Quaderni 1914­16” pg. 14.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 32 II 2 g Il problema dello stereotipo di giudizio di Guido Vido Trotter Ogni cultura ha i suoi stereotipi di giudizio. Con la stanzialità (circa 10­12.000 anni fa) l’essere umano ha radicalizzato i ruoli, peraltro formatisi durante il nomadismo, all’interno dei vari gruppi sociali insediatisi nelle zone più ospitali del globo terrestre. Questo ha comportato la necessaria produzione di strutture di ordine accompagnata da una altrettanto necessaria giustificazione di tali strutture con la creazione di miti, di religioni, di ideologie, tendenti a giustificare sia i vari totem sia i vari tabù. V'è una convinzione sottesa a tutto questo: “Le innate pulsioni dell’uomo, lo porterebbero a compiere atti anche crudeli se non vi fossero le inibizioni date dai valori della cultura tendenti a reprimere tali pulsioni”. A questa tesi si contrappone oggi l’ipotesi di un uomo, per sua natura, né buono né cattivo, ma che si comporti, in un determinato contesto, solo in funzione della diminuzione della propria ansia. L’ansia deriva all’uomo dalla consapevolezza di essere “limitato”, in altre parole, di sentirsi spesso inadeguato alla risoluzione dei propri problemi. Secondo questa ipotesi, diventata sempre più autorevole da trent’anni in qua, qualsiasi azione è tesa al controllo dell’ansia. Citando Laborit: “Il sistema nervoso non serve per pensare ma serve per agire”. Per controllare la propria ansia l’essere umano si inventa regole alle quali si sottopone; ma c’è di più: non è importante l’efficacia dell’azione tendente a risolvere il problema, causa dell’ansia, ma è sufficiente che la controlli. Il ribaltamento conseguente a questa ipotesi è legato al fatto di considerare il dubbio come un fattore positivo: dall’accettazione del dubbio deriva, non più la speranza che aumentando le regole si arriverà a controllare l’ansia fino un domani ad eliminarla, ma la speranza che sfociando nel dialogo si sviluppino nuovi modelli di rapporto e di comunicazione. Procedendo in questo genere di studi mi è stato molto utile il lavoro di Pino Rotta, 11 direttore della rivista multimediale di geopolitica Helios Magazine , sul concetto di libertà in Henry Laborit. Pino Rotta sostiene che per Henry Laborit sia il condizionamento biologico sia l’organizzazione sociale agiscono sull’individuo condizionandolo conformemente alle esigenze di quella organizzazione sociale codificando e sublimando le pulsioni in un sistema di proibizioni e inibizioni dove anche le trasgressioni hanno una loro funzione e cioè quella di modificare le regole sulla base di nuove situazioni contestuali. 12 Infatti Wittgenstein sostiene non solo che una qualsiasi regola viene imparata insieme alla sua applicazione, ma di più, qualsiasi comportamento può trovare una propria giustificazione in accordo con la regola. Rotta prosegue in questo suo saggio sullo studioso franco­vietnamita citando “ L’home immaginant” . Per Laborit, un domani, quando l’essere umano riuscirà ad oggettivare i meccanismi biologico/sociali che stanno alla base dei suoi condizionamenti, riuscendo ad 11 www.heliosmag.it/96/5/Liberta.html. 12 Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, paragrafi 198, 199, 200, 201, 202, 219, pp.107­114.
33 usarli coscientemente per superarli potrà dire di aver effettuato una mutazione passando ad una nuova era evolutiva per la specie umana paragonabile al passaggio dai Neandertal ai Cromagnon, con conseguenti nuove forme di regolamentazione del consesso sociale. Sulla trasgressione alle regole è significativa la critica al sistema fatta da Luigi Dalla Piccola ne “Il Prigioniero”, dove, in una metafora intrisa di cupo pessimismo, si svolge il dramma della resa della libertà alla coercizione. L’opera, un prologo ed un atto, è ambientata nelle segrete di Saragozza, città martoriata nel 1591 da Filippo II d’Asburgo contro il quale era insorta nel tentativo di difendere i suoi 13 fueros .
In tempi successivi (1809) subì un assedio napoleonico dove capitolò solo dopo la morte di metà dei suoi abitanti (54.000 su gli allora circa 100.000) guadagnandosi il titolo di “siempre heroica”, per poi essere rioccupata da Ferdinando VII di Borbone dopo soli tre anni. È fin troppo facile l’analogia con l’Istria, regione d’origine dell’autore. Per dare valore universale a questo dramma, il compositore immagina che a subire le torture dell’Inquisitore (sottolineando così il legame tra potere religioso e potere politico) sia un insorto della Fiandra cioè di un territorio dei Paesi Bassi in quel periodo sotto il dominio di Filippo II. “Il prigioniero”, come denuncia del potere, nasce dalla poetica di un musicista di vasta e solida formazione interculturale contemperante elementi di matrice slava, italiana e tedesca (i cui echi si sentono ancora oggi in quella piccola mitteleuropa che va dalla Slovenia all’Istria passando per Trieste) e che nel Ventennio viene a conoscenza della musica atonale cioè senza struttura gerarchica qual è la dodecafonia. È appunto in questa forma musicale e nell’atmosfera del fascismo tramontante che l’opera viene scritta. Il pessimismo dell’autore arriva dopo la degenerazione degli ideali patriottici nei nazionalismi retorici e fin anche isterici, oltre alla delusione per la soppressione degli aneliti alla libertà ed alla fratellanza ( in Slovenia c’era stata la pulizia etnica perpetrata dai fascisti ed in Istria quella praticata dai titini). Quando Pino Rotta parla della trasgressione che costringe il sistema a modificarsi evolvendosi per riassorbire la trasgressione stessa, penso all’evoluzione prodotta nella società ad esempio dalla ricerca letteraria, l’introduzione di parole nuove (D’Annunzio) poi fatte proprie dal sistema linguistico, infatti le ritroviamo, ad esempio, nella pubblicità, come ritroviamo nella canzonetta echi della ricerca jazzistica: a questo proposito citerei il film “Round Midnight”, dove il protagonista che nella realtà era Bad Pawell, fa un parallelo tra la ricerca di Debussy e quella della musica afroamericana dalla quale è nata tanta composizione contemporanea; come pure, restando sempre in campo musicale e cinematografico, il film “Bird” del regista Clint Eastwood, che è la vita del sassofonista Charlie Parker rivoluzionatore del Jazz all’inizio degli anni Quaranta inventando il bebop. In linea con la critica di chi non accettava l’appropriazione della musica nera da parte dei bianchi, il regista nero Spike Lee accusò Eastwood di essersi impadronito di una cultura che non gli apparteneva, riproponendo poi nel film gli stereotipi dell’artista nero destinato al fallimento. È necessario però ricordare che il bebop è manifestazione di presa di coscienza politica del disagio sociale dei neri d’America nonché di opposizione al Jazz commerciale. Da tutte queste considerazioni sembra che non sia possibile sottrarsi al dio mercato che tutto fagocita, digerisce e ripropone lucrando. 13 Fuero: legge autonomista.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 34 II 2 h Un po’ di ottimismo di Elisabetta Cecchi Per quel che riguarda la produzione di cibo locale, il mercato, sempre il solito dio mercato, sta opponendo una resistenza sorda e tenace adducendo motivi più meno vaghi d’igiene e di sicurezza. Si pensi ad esempio al tentativo di proibizione del nostro Formaggio di Fossa o più semplicemente la Legge che ha proibito al contadino di vendere il proprio vino a mescita sulla soglia di casa. Se è vero come è vero il detto: “sei come mangi”, la proposta fast food, che con le varie catene di ristoranti alla “mordi e fuggi”, tentativo per ora fortunatamente mal riuscito perché i piccoli produttori propugnatori della filosofia dello slow food si stanno associando e coordinando, è un tentativo, dicevo, d’imporre il pensiero unico al quale si contrappone oggi oltre all’organizzazione dei piccoli produttori, fornendo alimenti caratteristici locali, anche il mercato equo­solidale con le proprie proposte provenienti da paesi lontani, delle quali non solo descrive le caratteristiche organolettiche ma persino la funzione che tali prodotti hanno nella loro cultura d’origine con il rito di preparazione e somministrazione. Questo permette un inizio di confronto/scambio fra culture. Infatti in questo momento storico non è più il caso in cui in una cultura penetra qualche elemento di cultura altra, non si può parlare di spinte trasgressive, con il fenomeno così imponente delle migrazioni siamo davanti ad un vero e proprio confronto di culture. Mentre fino ad ieri la libertà si manifestava nella possibilità di scegliere fra varie opzioni presentate dal sistema stesso (libertà di fare), domani, quando i vari sistemi con la comparazione si saranno svelati, la libertà (libertà di pensare) consentirà di poter prendere, nel senso di prelevare, e fare proprio un po’ dal cristianesimo, un po’ dal comunismo, un po’ dal buddismo, un po’ dal capitalismo oppure anche dell’ebraismo piuttosto che dall’islamismo oppure dal confucianesimo ecc. Sarà un altro tipo di libertà, a noi oggi ignota, e da principio sarà libertà di pochi. Oggi ci troviamo in mezzo al guado, in una società sempre più frenetica e meno garantista, dove la sindrome sociale non è più l’isteria ma la crisi di panico, dove cioè si passa da una società di nevrotici ad una se non proprio di psicotici, sicuramente di borderline, dove il corpo è rappresentazione, dove gli uomini diventano oggetti ed infine dove gli oggetti diventano più umani dell’uomo. Uno scrittore fra i primi ad affrontare la problematica legata alla difficoltà del dialogo con il proprio corpo è Pirandello. Nel suo romanzo “Uno, nessuno e centomila ” pubblicato peraltro in tempi non sospetti, era il 1926, descrive in modo grottesco e per certi versi profetico una forma di dismorfofobia, cioè una forma di non malattia, qui rappresentata come parcellizzazione del corpo, nel senso della parte per il tutto. Nel romanzo l’autore compie un’azione di “smontaggio” e di negazione di quella che è (era) l’unità dell’io, per frantumarlo in una serie infinita di io diversi a seconda dei momenti, mettendo in luce la crisi dell’identità individuale. Anche qui ritorna la figura dell’inetto: Vitangelo Moscarda, protagonista del romanzo, mentre vive la dissoluzione della propria unità psicologica: ad un certo punto della sua vita si rende conto di non essere “uno” ma di avere tante forme quanti sono gli occhi che lo osservano, forme nelle quali non si riconosce. Questa presa di coscienza farà crollare il suo sistema di certezze, e tentare una via di fuga rinnegando le sue centomila forma, decidendo di essere “nessuno” abbandonandosi al fluire della vita intorno a lui.
35 L’individuo non è più una totalità armonica mente­corpo perché l’uomo con la sua natura è troppo distante dalla realtà ormai disumanizzata dall’evoluzione della società/cultura. A questi elementi Pirandello affianca anche l’ambiguità del reale oggettivo e l’inserimento di un punto di vista che non è più fisso ma estremamente mutevole. Questa mutevolezza, da un lato fa correre il rischio di perdere il contatto con la realtà (psicosi), dall’altro permette di distaccarsi da se stessi per acquistare una nuova, anche se da principio dolorosa capacità: quella di poter vedere con distacco le varie culture che si stanno confrontando.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 36 II 2 i Conclusioni di Elisabetta Cecchi e Guido Vido Trotter Le regole sono prescrizioni di ordine necessarie alla struttura sociale e perciò indispensabili all’esistenza di un gruppo anche minimamente complesso. I valori sono le regole fondanti una cultura e quindi l’investimento generato dal problema dell’ansia, insieme ad altri condizionamenti, fa si che tali valori siano considerati assoluti dagli individui appartenenti ad una stessa cultura. Una cultura è tanto più diversa da un’altra quanto più diversi sono i loro valori. Nella società globalizzata le culture, entrando in contatto permettono la comparazione tra valori, questo svela il fatto che i valori non siano assoluti ma relativi ad una cultura. Perciò l’uomo moderno deve convivere con una sorta di schizofrenia: da una parte deve considerare assoluti i valori della propria cultura altrimenti se ne sentirebbe escluso, dall’altra li deve considerare relativi per poter convivere con persone di altra cultura. La vita non va presa troppo sul serio, dobbiamo farci salvare dall’umorismo altrimenti la consapevolezza di dover gestire la contraddizione data dal dover contemporaneamente credere e non credere ai propri valori manda in depressione. Pirandello ci insegna come fare per sorridere di fronte ai casi della vita. Egli occupò una parte non trascurabile della sua attività di scrittore nella riflessione sul mondo. Si occupò di questioni teoriche fin da quando era studente. 14 Nel saggio “L’umorismo” scrive: […] “ La coscienza non è una potenza creatrice, ma lo specchio inte­ riore in cui il pensiero si rimira; […] d’ordinario, nell’artista, nel momento della concezione, la riflessione si nasconde, re­ sta, per così dire, invisibile; è quasi, per l’artista una for­ ma del sentimento […], [Invece] nella concezione di ogni ope­ ra umoristica, la riflessione non si nasconde, non resta in­ visibile, non resta cioè quasi una forma di sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira; ma gli si pone innanzi, da giudice; lo analizza, spassionandosene; ne scompone l’immagine; da questa analisi però, da questa scomposizione, un altro sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo il senti­ mento del contrario […] nella concezione umoristica, la riflessione è, sì, come uno specchio, ma d’acqua diaccia, in cui la fiamma del senti­ mento non si rimira soltanto, ma si tuffa e si smorza: il friggere dell’acqua è il riso che suscita l’umorista il vapo­ re che n’esala è la fantasia un po’ fumosa dell’opera umoristica . […] Queste considerazioni sono quanto mai attuali e, per la nostra salute mentale, dovremmo scriverle a caratteri d’oro, metterle al capezzale del letto e rileggerle due volte al giorno: la mattina quando ci alziamo e la sera quando ci corichiamo. 14 Pirandello Luigi, “L’umorismo” pp. 134, 135, 140.
37 II 3 La comunicazione violenta: La rabbia come allar me e antidoto alla violenza di Fiorella Tonello I tipi di comunicazione che gli individui usano determina la qualità dei rapporti tra di loro. Ci troviamo di fronte a due tipi di comunicazione che possono apparire antitetici ma che in realtà sono vasi comunicanti che si possono alimentare reciprocamente. Ci muoviamo continuamente su due livelli di comunicazione: uno interno e l’altro esterno. Quando si dice che comunichiamo con noi stessi cosa effettivamente avviene lo sappiamo in parte poiché dipende da quanto ci lasciamo condurre dai nostri bisogni e quanto seguiamo ciò che gli altri vogliono da noi: quindi queste due istanze che sono costantemente presenti in noi si giocano il posto d’onore tra loro in modo continuativo. Questi due livelli sono continuamente intrecciati: quando comunichiamo con noi stessi, cerchiamo sintesi e mediazioni fra i nostri bisogni e quello che gli altri vogliono da noi, quindi interno ed esterno sono continuamente presenti. Quando parliamo con altri non sono solo persone che vivono e si muovono intorno a noi, ma appartengono in parte al nostro mondo interno. A volte invece ci lasciamo trasportare da chi ci convince, senza veramente ascoltarci e quindi non rispondiamo in modo da ESSERCI veramente nella comunicazione. Quando si parla di “esserci nella comunicazione” si intende una presenza che coinvolge il nostro essere nella realtà contingente, nel “qui ed ora”, un momento unico e irripetibile che chiede una risposta congrua. Cogliere questi attimi è fondamentale e importante per costruire un modo adeguato di rapportarsi al mondo e sembra uno degli esercizi più difficili: può richiedere molto tempo riuscire a muoversi rapidamente in sintonia con la realtà, e peraltro necessita esercizio. In che modo la rabbia può essere un allarme, come ho detto nel titolo, e come evitare reazioni o atti violenti?! La rabbia é spesso un impulso non controllato dal soggetto, che si trova in non poche occasioni a subirne le conseguenze, magari senza nemmeno averne capito le cause.
A questo punto mi ricollego al momento in cui parlavo di mettersi in contatto con i nostri bisogni: sono queste le guide del nostro agire nel mondo. Quando non si ascoltano le proprie istanze interne, il nostro agire diventa stereotipato e risultiamo scollegati da noi stessi. Un comportamento di questo tipo produce inoltre la frustrazione di non essere considerato, di non essere visto... Ecco che succede che si possono creare manifestazioni di istinti come l’aggressività, la rabbia che generalmente etichettiamo come negativi, pericolosi perché ci avvicinano ad un mondo animale che ci fa paura. Questa pulsione combattiva é presente sia nell’animale che nell’uomo ed in entrambi é spesso diretta contro appartenenti alla stessa specie: a questo proposito Lorenz che ha prodotto eccellenti studi a riguardo considera l’aggressività, i cui effetti vengono spesso avvicinati a quelli dell’istinto di morte, a un istinto come ogni altro e in condizioni normali anch’esso al servizio dell’individuo e della specie. Nell’uomo il meccanismo si complica poiché la struttura culturale e sociale si mescola a quella degli istinti creando un groviglio di effetti reciproci che rendono più difficile l’individuazione dei nessi casuali e l’accettazione di far parte di un universo ed essere sottoposto a leggi naturali.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 38 Queste emozioni primariamente ci fanno paura per la modalità con cui si presentano a livello fisiologico. Prendiamo come esempio la rabbia, essa si manifesta nei modi più svariati: l’attività cardiaca e la circolazione sono sempre alterate; la faccia arrossisce e diventa purpurea e le vene della fronte e del collo si dilatano. L’arrossamento della pelle è stato osservato nei pellerossa del Sud America e anche nei negri, dice Darwin, nei quali si arrossano anche le cicatrici bianche lasciate da vecchie ferite; e pure le scimmie diventano rosse per la rabbia. Come ci dimostra Darwin questa emozione e la sua espressione è manifestata nella stessa maniera in tutto il mondo. Se si parlava prima della sofferenza del non essere visti, si puo’ parlare delle conseguenze che una carenza di contatto con se stessi e una sua perdita sono da considerarsi fra i fattori più determinanti di aggressività e rabbia. Se parliamo oggi di capacità proprie del sistema nervoso di produrre stimoli senza aspettare di riceverne dall’esterno, e quindi la reazione non è l’unico comportamento, abbiamo la possibilità di rispondere a come mai succede che dopo una lunga inattività di un comportamento istintivo il valore di soglia degli stimoli che lo innescano si abbassa. Ogni vero movimento istintivo, privato nel modo sopra esposto della possibilità di sfogo, ha la proprietà di rendere tutto l’organismo animale inquieto e di fargli cercare attivamente gli stimoli che innescano quel movimento. Lorenz parla di “ingorgo” dell’attività istintiva, che ha luogo dopo una lunga assenza degli stimoli che la innescano, che provoca sia un aumento della propensione ad agire ma anche processi più radicali che coinvolgono l’intero organismo. Quindi se valutiamo tutto questo in una visione d’insieme, la rabbia e l’aggressività non risultano poi manifestazioni cosi’ pericolose, bensi’ funzionali per la consevazione della vita in senso stretto ma aggiungerei di una migliore qualità della vita. La rabbia accumulata puo’ scegliere il suo oggetto di scarica, e si possono avere oggetti “vicarianti” e quindi si creano le cosiddette azioni sostitutive; vorrei portare un esempio mutuato dalla etologia: nei cicli di un pesciolino isolato non potendo più aggredire i suoi simili, scarica la sua tensione con azioni sostitutive quali mordere il fondo della vasca. In realtà la ri­direzione dell’attacco è l’espediente più geniale che l’evoluzione abbia inventato per costringere l’aggressività su binari innocui. Ci sono stati molti teorici che nel corso del tempo hanno cercato di dimostrare che le pulsioni fondamentali sono “buone e sociali”, esagerando e schierandosi così dalla parte degli angeli; in realtà ciò che è accaduto negli ultimi cinquant’anni è una rivoluzione straordinaria nei costumi e nelle valutazioni sociali, di modo che gran parte di quel che una volta veniva considerato cattivo non lo é più. L’uomo non cerca di essere buono, il buono consiste in ciò che è oggetto dei tentativi umani. Possiamo dedurre che nella formazione della personalità i fattori sociali sono essenziali: in questo senso un comportamento personale è anti­sociale nel pieno significato del termine se tende a distruggere qualche aspetto delle consuetudini o della personalità correnti in un luogo o in un tempo dati. In terapia dobbiamo assumere che un comportamento delinquenziale che sta in contraddizione con la natura sociale di un individuo possa essere modificabile e che i suoi aspetti violenti svaniranno con un’ulteriore integrazione. Se si parla di integrazione, l’individuo che cerca con sforzo ancora maggiore di adattare la società a se stesso invece che adattare se stesso alla società, rimane un problema aperto e non risolutivo. Prendiamo come esempio la rabbia, un’emozione socialmente poco
39 apprezzata, che possiamo sentire verso una persona cara, spesso succede che non la vogliamo accettare e la proiettiamo sugli altri proprio per l’intensità distruttiva che noi le attribuiamo, quindi viene inibita la pulsione. Contrariamente, se la rabbia viene liberata e accettata come parte di noi stessi, si rivela diversa ai nostri occhi, meno pericolosa, meno antisociale di quanto pensavamo: l’atto di rimuovere è in realtà un atto di aggressione verso di sè e questa aggressività può essere invece attribuita alla pulsione. La rabbia contiene in sè componenti aggressive come distruzione, annientamento e iniziativa; quest’ultima dà calore alla rabbia. In un primo momento l’ostacolo viene considerato semplicemente come parte della forma esistente da distruggere, e viene aggredito con un calore piacevole. Man mano che diventa manifesta la natura frustrante dell’ostacolo, la tensione in atto del sè impegnato diventa dolorosa, e all’appetito caldo e distruttivo viene aggiunto il bisogno freddo di annientare. Talvolta si trascende completamente l’appetito cioè il movimento verso la meta, e si giunge ad una furia feroce ed incandescente. In generale la rabbia è una passione simpatetica: unisce le persone perché è mischiata con il desiderio. Quando avviene una rimozione del desiderio e il trascendere di quest’ultimo, allora il sè è completamente impegnato in un attacco ostile, e se la rimozione si dissolvesse all’improvviso perché ci si sente più al sicuro....il desiderio improvvisamente si cristallizzerebbe in amore. A questo proposito, la formula che sentiamo spesso ripetere: “la frustrazione dà luogo all’ostilità” è vera ma troppo semplicistica, poichè omette di menzionare l’appetito caldo della aggressività rabbiosa! Il passaggio più difficile da comprendere e da elaborare è perché la rabbia, o una disponibilità ad arrabbiarsi, persista una volta che l’annientamento dell’ostacolo è stato efficacemente raggiunto: infatti un figlio puo’ essere arrabbiato con i genitori seppure morti perché essi costituiscono ancora parte del bisogno incompiuto: non è sufficiente per lui capire che, in quanto ostacoli, essi sono stati eliminati. E la vittima della vendetta e dell’odio è una parte del proprio sè, inconsapevolmente amato. In ogni caso, è la mescolanza dell’annientamento con l’ira che fa insorgere un senso di colpa cosi’ intenso nei confronti di oggetti difficili ma amati; cio’ che succede è che non possiamo permetterci di annientare, di ridurre al nulla, cio’ di cui abbiamo bisogno, anche quando ne riceviamo delle frustrazioni. Diventa chiaro il meccanismo per cui la rabbia persistente, che unisce l’appetito e l’annientamento, dà luogo all’inibizione completa dell’appetito e costituisce una causa comune dell’impotenza, inversione di tendenza e cosi’ via... La rabbia, come la distruzione, l’iniziativa e l’annientamento, sono tutte funzioni del buon contatto, necessarie per la sussistenza, la protezione di ogni organismo in un campo difficoltoso perché abbiamo anche della componente di piacere in esse. Nel compiere le aggressioni, l’organismo si gonfia, per così dire, e tocca l’ambiente, senza danneggiare il sè; l’atto di inibire le aggressioni non le estirpa ma le volge contro il sè: senza l’aggressività, l’amore si intorpidisce e diventa privo di contatto, poiché l’atto di distruggere costituisce un mezzo di rinnovamento. In generale, quando un APPETITO è rimosso, cioè mantenuto inconsapevole, il sè esercita un’ostilità fissata contro se stesso.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 40 II 4 La dimensione psicologica nell’Emergenza di Pier Nicola Marasco Man mano che nel corso del tempo acquisivo maggior dimestichezza con la vasta area dei problemi dell’emergenza, s’è fatta strada in me un’insofferenza sempre più marcata verso le definizioni che si davano – che ancora si danno – della cosiddetta “Psicologia dell’emergenza ”. Né m’è difficile spiegare le origini della personale insoddisfazione: ovvero le ragioni – non più personali, ma “oggettive” ­ che mi sollecitano ad una revisione critica delle definizioni non solo della “Psicologia dell’emergenza”, ma della Emergenza medesima. Mi riferisco alle definizioni che più diffusamente circolano tra gli addetti ai lavori e che da questi ristretti ambiti si diffondono a quelli più vicini – in qualche modo sempre ancorati a chi si interessa al problema – e quindi ad ambienti più generali, contribuendo alla formazione d’una coscienza civile di quella successione di eventi che “fanno”, per così dire, “emergenza”: coscienza che finisce col consolidarsi attorno alle ambiguità ed alle incertezze concettuali di cui sono portavoce le definizioni “parziali” ­ per questo “improprie” ­ di quanto costituisce “emergenza”. I, 1 ­ Si comprende ­ anche si giustifica ­ come gli psicologi, nel tentativo di agganciarsi alle politiche dell’emergenza e di farsi coinvolgere nei disegni di chi era impegnato nell’allestimento e nell’esecuzione di interventi concreti, abbiano ritenuto opportuno adottare – mutuare – le definizioni esistenti, messe a punto su alcuni dei tanti problemi che vi sono connessi. Non si può dire tuttavia che tali definizioni reggano al passare degli anni; né, in particolare, conviene scommettere sulla loro adeguatezza, dopo che si è avuto modo di organizzare nel tempo i complessi sistemi di prevenzione e difesa, di cui disponiamo. Rispetto a questi ultimi, le prime definizioni restano a testimonianza di come coloro che ebbero il merito d’essere stati i primi ad interessarsi alla problematica fossero stati colpiti dall’imponenza, la vastità e la drammaticità degli eventi “fisici”, che costituiscono il lato macroscopico, maggiormente evidente d’uno “scenario di “emergenza”: ovvero dagli sconvolgimenti che giungono a sovvertire la configurazione di interi territori – si pensi ad un’alluvione o ad una rottura di una diga ­, a distruggere interi centri abitati – la storia registra una serie numerosa di paesi abbandonati dopo un sisma ­ e, sul lato più specificatamente “umano”, a produrre frequenti e non meno gravi danni fisici in chi si trova travolto da una catastrofe (danni che vanno dal decesso di alcune delle vittime dell’evento alla presenza in altre di loro di lesioni delle strutture ossee e di organi interni). Detto in altri termini, le prime definizioni di ciò che si appella “emergenza” corrispondono quindi a quello che è stato ed è ancora il primo impatto che si è avuto e si ha con gli eventi che accompagnano o seguono una catastrofe. Ciò che si denomina “emergenza” tende, infatti, a modellarsi sopra le proposte avanzate sia dalla “Federal Emerency Management Agency” (sintetizzata nella sigla F.E.M.A.), sia dalla “Emergency Management Institute”, ed a sintetizzarsi in definizioni come la seguente: “Costituisce emergenza ogni evento che minaccia di danneggiare o danneggia persone e cose”. Chi accosta per la prima volta la realtà complessa dell’emergenza trova nello schema concettuale sotteso a simili definizioni una prima approssimazione alla problematica; tuttavia, il tentativo di comprendere entro una definizione tanto sintetica quanto onnicomprensiva i vari aspetti del problema, qualora si vogliano approfondire tali aspetti e le loro articolazioni,
41 espone al rischio di confondere con i termini che entrano nella definizione sia i concetti, di cui i termini sono i significanti, sia i livelli di realtà cui fanno riferimento. Scorrendo la definizione, ci si rende conto, infatti, che i termini che la compongono sono rispettivamente quelli di minaccia (di danneggiamento) e di danno, mentre i cosiddetti “danni” sono distinti in due categorie: “danni a cose” e “danni a persone”. La genericità delle definizioni, che seguono alla lettera il precedente schema concettuale, espone al rischio di alcune “confusioni”. Il primo dei quali è quello di considerare oggetto dell’emergenza ciò che ne è invece la causa, confondendo il primo con la seconda. Ne parlerò in dettaglio successivamente. Per adesso basti l’accenno seguente: quando un evento catastrofico viene previsto come altamente probabile o se ne hanno le prime avvisaglie (penso ad un’eruzione vulcanica, ad esempio), l’emergenza non si esaurisce nello stato previsionale suddetto, ma si concretizza nella condizione in cui si vengono a trovare i raggruppamenti umani prossimi all’evento ­ prossimi geograficamente, perché abitano, nel nostro esempio, vicino al vulcano, o prossimi cronologicamente, perché possono essere da “un momento all’altro” coinvolti dall’evento. È accertato che, nell’esempio riportato, la situazione di emergenza si apre con la previsione di un’alta probabilità d’un evento catastrofico di ordine naturale, ma l’intervento di protezione meno si “modella” sulla natura di quello che potremmo definire “l’evento scatenante”, e molto di più sugli eventi che gli succedono ed hanno per vittime e protagonisti gli umani che vi si trovano coinvolti: ha come “causa” – quale prima occasione, l’evento la cui alta probabilità costituisce la “probabile” minaccia, ­ ma come “oggetto” la minaccia che grava sulle spalle del gruppo umano che rimane sospeso tra uno “stato di all’erta ”, suscitato dal sentimento di pericolo, e uno stato d’animo collettivo d‘ansia , nella percezione trepidante di trovarsi in una situazione, che, da un momento all’altro, può precipitare nel dramma. Ma alla sovrapposizione tra emergenza ed evento fa seguito un secondo rischio: quello d’una sovrapposizione dei termini di “minaccia” e di “danno”, che portano a poco differenziare tra di loro i due corrispettivi stati d’emergenza – quello che si concretizza nella condizione di minaccia e quello che si caratterizza per la presenza imponente di danni ­, i quali, al contrario, hanno una ben diversa configurazione: per alcuni aspetti, anzi, contrapposta. La situazione di emergenza che “nasce” dalla presenza di una minaccia si caratterizza, infatti, per una sequenza di eventi “umani” che non è sovrapponibile alla sequenza che caratterizza un’emergenza che si connota per il dispiegamento d’una catastrofe in atto e nell’esistenza di concreti e conclamati “danni. Un terzo rischio, infine, è rappresentato dalla distinzione introdotta tra “danno alle persone” e “danno alle cose”, senza che si precisi, tuttavia, né si specifichino le analogie eventuali e le differenze sostanziali che passano tra un genere di danno e l’altro. Procediamo per ordine. I, 2 ­ Una volta taciuta – data per inesistente – ogni differenza tra “emergenza” ed evento che minaccia o danneggia, siamo inconsapevolmente indotti a ridurre lo stato di emergenza all’evento che la procura; a prendere sul serio la stessa loro identità, che alcune definizioni affermano esplicitamente: “Emergenza (è) un evento che minaccia o danneggia ”. Emergenza è dunque un terremoto o un maremoto, un’alluvione o un’eruzione vulcanica; con loro ogni altro evento che minaccia o fa danno. Ci possiamo – ci dobbiamo – chiedere se sia questa la strada migliore per entrare in argomento. Che la risposta non possa essere che negativa lo giustifico con argomenti di “buon senso”, che proprio nella loro “ingenuità” scoprono la forza di persuasione che esprimono.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 42 Il primo: non avrebbe alcun senso parlare di politiche dell’emergenza, se si pensasse con esse di intervenire sull’evento che minaccia o danneggia. “Cosa posso fare di fronte ad un terremoto o un’eruzione vulcanica?” Se l’oggetto di intervento d’una protezione civile consistesse e si esaurisse nell’evento che minaccia o danneggia, se gli scopi che si prefigge consistessero nell’allontanare, nel “cancellare” tali eventi scatenanti, gli spazi di manovra sarebbero ridotti ai minimi termini! Quando si interviene su condizioni di emergenza si fa ben altro; e quant’altro si fa non può essere ridotto né alla soddisfazione di un generico senso di partecipazione emotiva verso chi dall’evento è stato colpito, né ad una generica testimonianza dei sentimenti di solidarietà che animano i soccorritori: sentimenti nobili che possono dare – e che è bene che diano ­ vigore alle motivazione dell’intervento, ma che di questo ultimo non costituiscono né la ragione, né lo scopo. A chiarire cosa si intende fare e perché lo si faccia, quando si interviene in una “situazione di emergenza”, aiuta non poco il punto di vista psicologico. A chi ha familiarità con la dimensione psicologica salta subito all’occhio una serie di “dati di fatto” in relazione ai quali non si dà possibilità di equivoci e su cui anche chi è lontano ed estraneo alla dimensione psicologica non può non convenire. Ciò che è oggetto di emergenza – e dunque qualifica ogni “situazione” che è corretto definire di emergenza – è una comunità umana . Un’eruzione vulcanica o un’alluvione che si verificassero in una località desertica, in un territorio disabitato, fa al massimo “notizia”, mai “emergenza ”. Anche in simili circostanze registreremmo manifestazioni di fenomeni naturali, a volte anche imponenti, senza, tuttavia, che ad essi consegua alcuna situazione di emergenza . La protezione civile è istituita per esserle affidati l’onere e la responsabilità di piani di intervento a “protezione” appunto di questa o quella comunità (secondo il significato più autentico dell’aggettivo che la connota come “civile”). Certo, la protezione civile si fa carico anche di seguire – prevedere e monitorare ­ i fenomeni naturali che possono costituire danno; e si accolla il compito di difendere e, in caso di danni accertati, di ricostruire il territorio, anche fisico e “naturale”, che è interessato dal disastro “naturale” – “naturale” fa riferimento in questo caso sia alla natura della “causa” che alla natura di ciò su cui si interviene ­, ma il territorio oggetto di osservazione, di controllo e di intervento è sempre – non lo si dimentichi – un territorio abitato. In altri termini, la realtà naturale e fisica interessata all’emergenza e di cui ci si fa carico la protezione civile ha sempre la specie di una “nicchia ecologica” in cui si raccoglie, si dispone e si dispiega la vita di un raggruppamento umano. Termini come emergenza o protezione civile sono inconcepibili ­ certamente acquistano un significato diverso e perverso – al di fuori di una concezione in cui natura , cultura e storia formano l’intreccio indissolubile che costituisce i “territori”, quali oggetto privilegiato di ogni “situazione di emergenza ”: territori che richiedono la protezione di quell’intimo abbraccio che in essi si osserva tra le sue determinazioni fisiche, i suoi connotati storici, i suo lati produttivi e le proprie identità culturali, che la situazione di emergenza altera e sconnette. La necessità di distinguere tra evento, che contribuisce a determinare una situazione di emergenza, e questa ultima impone la sostituzione delle tante definizioni, che si esauriscono nel porre in evidenza l’evento che minaccia effettivamente o rischia di danneggiare persone e cose, con espressioni come la seguente, certamente più corretta:
43 Si definisce “emergenza” ogni “situazione nella quale o si rende altamente probabile una minaccia ai danni di un determinato territorio “ abitato” da una raggruppamento umano o evidente un danneggiamento reale che di tale territorio investe persone e cose. La sostituzione in definizione del termine “evento” catastrofico con quella di “situazione di emergenza” impone la distinzione dell’uno dall’altra e assieme la differenziazione delle realtà cui ognuno dei due termini fa riferimento: tra evento – calamità, che minaccia o provoca una situazione catastrofica ­, e questa ultima, che è il vero oggetto della emergenza. I, 3 – Non spenderei né tempo né parole a contestare le definizioni di emergenza in voga se esse non trovassero eco in una mentalità che tende ad esporre aspetti della realtà complessi ed articolati nella specie in “dati” certi, unitari ­ e tra loro rigidamente distinti ­ e classificando ognuno di loro o nella natura o nella cultura, secondo un costume intellettuale che considera la storia estranea alla natura e questa ultima nei suoi aspetti fisici estranea, “insensibile” alle dinamiche culturali. Alla formazione di un equivoco del genere – originato dalla confusione tra un evento che minaccia o danneggia e una situazione di emergenza ­ dà il suo contributo l’abitudine dei trattati o degli articoli dedicati all’argomento di fare seguire alla definizione una catalogazione delle occasioni nelle quali “emergono”, per così dire, le “minacce” o le “cause” dei danneggiamenti; ovvero, un elenco di “fattori causali” adunati in due grandi categorie: da un lato, le calamità naturali, come lo sono le eruzioni vulcaniche, i terremoti, i tifoni, le alluvioni o le onde anomale; dall’altro, un secondo raggruppamento di eventi dichiarati non naturali. Espressione, quest’ultima – “non naturali” – che svolge la funzione di un eufemismo che ha il fine di occultare, descrivendo solo in negativo (come ciò che “non è naturale”) la parte svolta dalla partecipazione umana nella determinazione di quegli eventi da cui scaturisce uno stato di emergenza e “succedono” a decisioni umane, come per le emergenze “aperte” da accadimenti bellici o terroristici, o sono addebitabili a imperizia degli addetti ai lavori, o a difetti organizzativi delle condotte umane, come nelle circostanze di un disastro autostradale, ferroviario o aereo. Le situazioni di emergenza allora meglio sono espresse e sintetizzate quando le si definiscano drammatiche lacerazioni di un tessuto umano nelle sue componenti e nelle loro specifiche quanto complesse articolazioni, e nelle sue connessioni storiche, relazionali e produttive con il territorio investito da una catastrofe. L’adozione di definizioni del genere contribuisce alla formazione di una coscienza “civile” dell’emergenza che costituisce un argine indispensabile a limitare i rischi ed i danni di un eventuale catastrofe – qualunque ne sia la causa ­, convinto che, fin dai livelli delle definizioni delle problematiche e delle prime classificazioni degli eventi, si debbano chiamare questi ultimi con il loro nome: non temere di definire “umani” quel genere di eventi “non naturali” che vanno fatti risalire alla partecipazione dell’uomo. Così come va tenuto a
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mente che non sempre il fattore umano incide sotto la semplice forma di disattenzione o “imperizia”, ma spesso in forme che implicano un maggior grado di responsabilità, anche in termini sociali e morali: la dimensione umana incide sia nella specie di condotte fraudolente – l’emissione di gas venefici da parte delle industrie o l’inquinamento delle falde acquifere ­, sia in quella di organizzazioni delle attività umane produttive che presentano alti rischi di compromissione del territorio e di “danni” sia alle persone, che prendono parte a tale attività, sia alle persone la cui vita gravita ad esse dintorno o si svolge nel territorio interessato. Né basta chiamare i fattori che concorrono a “far emergenza” con il loro nome; ritengo necessario contestare una rigida separazione tra “fattori naturali” e “fattori umani” di una situazione di emergenza, convinto che essa abbia fatto il suo tempo e che il credervi costituisca ostacolo sia ad un’esatta percezione degli elementi che entrano in giuoco nella determinazione di una situazione di emergenza, sia alla formazione di un atteggiamento corretto ed efficace nell’accostarla. Oltre a confermare la necessità di distinguere tra la categoria di eventi catastrofici e la nozione di emergenza, rende precaria la distinzione e la separazione tra cause “naturali” e “non naturali” la consapevolezza della nostra appartenenza ad una società complessa, ad alto livello organizzativo e tecnologicamente avanzata, nella cui prospettiva l’entità e la qualità dei danni che un evento procura ­ anche se trova inizio in un fenomeno di natura – appaiono sempre variabili sia dei livelli di organizzazione delle condotte umane, sia della loro messa in atto: addebitabili, in altre parole, alla densità demografica del territorio coinvolto, a dove ed a come si è costruito, all’allestimento o meno di un piano di emergenza ed alla sua efficacia; a fattori che incidono, cioè, o limitando i danni che potremmo definire “naturali” o accentuandoli ed aggravandoli. Quando ci poniamo i problemi dell’area vesuviana – grazie a Dio ancora in termini ipotetici –, dei territori, cioè, che, trovandosi sulle pendici o alle falde del Vesuvio, sono esposti ai pericoli di un’eventuale eruzione vulcanica, la nostra attenzione si rivolge all’ubicazione dei paesi, alla loro struttura urbana e viaria, alla definizione delle aree di edificazione e degli standard costruttivi, alla presenza o meno di un piano di evacuazione efficace, alla sensibilizzazione al problema sia dell’intera popolazione, sia degli enti che la rappresentano. Se si dovesse verificare un’attivazione del vulcano, che gli esperti danno per inevitabile ­ seppur in tempi e modi imprevedibili ­, l’estensione e l’entità dei “danni” che l’evento catastrofico potrebbe verificare saranno in parte dipendenti dalla “natura” del vulcano, ma in larga parte saranno addebitabili alle realtà umane che abitano il Vesuvio: dipenderanno dal grado di prevedibilità (dipendente dalle capacità umane) dei fenomeni naturali che si manifesteranno, dalle localizzazioni degli insediamenti umani (dagli umani volute), dalle scelte costruttive (decise o “permesse” – magari “condonate” – dagli enti proposti al compito), dalla presenza e l’utilizzo di contromisure efficaci che la comunità umana sarà stata capace di allestire. II, 1 – Una volta riaffermato che il nucleo centrale di una “situazione di emergenza” si identifica in una drastica lacerazione di un tessuto umano nelle sue complesse articolazioni e nelle sue connessioni socio­storiche e socio economiche con il territorio investito; una volta confermate sia l’assunzione di tale lacerazione ad oggetto privilegiato di ogni intervento di emergenza, sia la precarietà della distinzione degli eventi calamitosi “naturali” da quelli cosiddetti “non naturali”, la prospettiva psicologica ripropone tuttavia questa ultima distinzione ad un livello diverso: non più a livello di cause – dove non ha gran senso riproporla –, ma a livello del genere di reazioni umane che caratterizzano le situazioni di emergenza.
45 Psicologicamente parlando, non si può dare omologazione tra le reazioni umane ad una catastrofe la cui entità è solamente addebitabile ad eventi puramente naturali e le reazioni sempre umane – sia delle vittime che dei soccorritori – ad emergenze cui hanno concorso responsabilità umane, sia individuali che collettive: ovvero nella veste sia di singole responsabilità penali, compreso l’umana imperizia ­ il cosiddetto “errore umano” ­, sia di disorganizzazione di attività produttive o sociali. Un intervento di emergenza – tanto nel senso di attività di prevenzione, quanto di aiuti immediati, quanto nel senso di contribuire al ripristino di una situazione antecedente – non può prescindere dal grado di responsabilità umana implicata nella determinazione sia di quella successione – a volte una vera e propria precipitazione ­ di eventi che seguono una calamità e costituiscono la situazione di emergenza, sia della vastità e delle entità dei danni, sia, a volte, dello stesso evento iniziale calamitoso (come accade in atti di terrorismo o di inquinamento ambientale). Detto in altre parole, è rilevante il peso esercitato dalla prospettiva psicologica nel porre in evidenza e nel sollevare la questione di operare alcune significative distinzioni: non c’è dubbio che la reazione ad una catastrofe è psicologicamente diversa da parte di coloro che si sono fatta l’idea che risalga ad imperizia o a sventatezza umana rispetto alla disponibilità a reagire da parte di coloro che la attribuiscono ad eventi puramente naturali; così come anche nel caso di eventi naturali, tanto le vittime dell’evento quanto gli stessi soccorritori si dispongono diversamente se in loro si fa strada il convincimento che a determinare entità e qualità dei danni abbia contribuito un’umana inefficienza, una latitanza degli Enti locali predisposti alla difesa del territorio, un piano di emergenza inesistente o che non abbia funzionato a dovere. Ha senso, quindi, parlare di Psicologia dell’emergenza ­ anche se risulterebbe più corretto parlare di “Psicologia nell’Emergenza ” – qualora si voglia “coltivare” la prospettiva che intende tenere presente e sottolineare la dimensione psicologica che è propria – anche se fino ad oggi ignorata – di ogni evento catastrofico, sia esso passato, presente o futuro: cioè, sia esso rispettivamente trascorso, o in atto o solo “atteso” come altamente probabile. II, 2 ­ Alla luce delle considerazioni precedenti, ritengo che, oggi come oggi, il tentativo di contribuire ad una presa di coscienza della dimensione psichica implicata nei fenomeni su cui sono chiamati ad intervenire gli operatori dell’emergenza passi per la condivisione d’una definizione che contenga in sé, accenni (almeno) in qualche modo alla dimensione psicologica in essa implicata in maniera inevitabile (e mi sembra che le considerazioni svolte abbiano dato un saggio di tale contributo). La dimensione psicologica non la riconosciamo solo implicata negli effetti d’una catastrofe; un occhio attento la scorge anche all’interno dell’impalcatura di una coscienza di appartenenza e di sfruttamento dei territori che sono esposti a rischio di catastrofe: il che significa che entra in giuoco anche nell’allestimento di ogni piano di prevenzione che si voglia predisporre per i territori interessati, e che va presa in considerazione quale “medium” dell’accettazione e del grado di condivisione del piano medesimo, senza i quali le probabilità che il piano funzioni risultano esigue. La prospettiva psicologica, una volta adottata, non tende, quindi, ad individuare e ritagliare all’interno dell’emergenza un settore specifico, una cosiddetta “psicologia dell’emergenza ”, quanto a rivisitare la nozione di emergenza medesima e ad integrare e completare il quadro di riferimento complessivo cui trae ispirazione ogni intervento sull’emergenza.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 46 La considerazione delle problematiche dell’emergenza che ponga di queste in primo piano la dimensione psicologica è di aiuto nel precisare il significato di emergenza, nell’individuare in maniera dettagliata i processi che vi prendono parte e nell’analisi delle loro più frequenti e significative articolazioni. Oltre ad offrire tale contributo, le discipline psicologiche proseguono con il chiarificare anche gli altri elementi che entrano giuoco ed ai quali le varie definizione alludono con i termini di “minaccia ” e di “danno” e con la distinzione tra “danno a cose” e “danno a persone”. Vi contribuiscono, da un lato, ponendo ed accentuando una prima accurata distinzione tra “minaccia” e “danno” – cioè, tra situazioni di emergenza che dipendono da un alto rischio di un danneggiamento da quelle che si caratterizzano per la presenza di concreti e consolidati “danni”; dall’altro, specificando la natura della distinzione dei cosiddetti “danni” che riguardano in un caso le “cose” e nell’altro le “persone”. La genericità delle definizioni ed il banale schematismo condiviso dalle classificazioni degli eventi catastrofici inducono nell’errore di considerare emergenza la stessa catastrofe o di identificarla, indifferentemente, sia con i danni che l’evento ha prodotto su persone o cose, sia con la minaccia di tali danni. In altre parole, dopo il rischio di identificare confondere la situazione di emergenza con l’evento catastrofico, si dà la possibilità di dover fare i conti con altri due rischi: quello di confondere una situazione di minaccia con ogni situazione di danneggiamento in atto – quasi l’una potesse essere confusa con l’altra ­, e, il secondo, di non comprendere il significato della distinzione che le definizioni segnalano nell’alternativa tra danni a “persone” o danni “cose”. Vediamo in quale modo la prospettiva psicologica aiuti a dipanare entrambe le questioni, partendo dalla prima. II, 3 ­ Osservato come non si dia un rapporto univoco tra le eventuali cause di una situazione di emergenza e la situazione in senso stretto ­ in relazione alla quantità ed alla qualità (alla natura) dei danni ­, va sottolineata la radicale diversità che passa tra una situazione di emergenza sorretta da una minaccia di danneggiamento d’un territorio e le situazioni di emergenza che residuano dopo che i danni si sono consumati, abbia o no avuto termine la minaccia. Rispetto a queste ultime, le situazioni connesse alla minaccia di un evento catastrofico altamente probabile d un evento sono di ben altra natura e richiedono un genere di intervento diversificato da quello che è invece adeguato a situazioni in cui la minaccia è cessata e l’unico dato di fatto che rimane sul tappeto è un coacervo di danni: come nel caso di un onda anomala, passata la quale cessa ogni preoccupazione di altre minacce. Seguendo un punto di vista psicologico – dal punto di vista, cioè, delle reazioni psichiche sia delle vittime che dei soccorritori – le due situazioni non sono affatto simili; in un caso si reagisce ad una probabilità di minaccia e nell’altro ad una serie di danni conclamati; e dalle due precedenti situazioni vanno ancora differenziate alte due circostanze: la situazione in cui concretizzatasi la minaccia, e registrati i primi danni, la minaccia perdura, come può esser il caso di un sisma dopo il quale si prevedono ulteriore scosse, per lo meno di assestamento; e, quarta circostanza, quello di una minaccia in corso – di cui ad esempio può essere portato un incendio orami esploso che tende a diffondersi o un’alluvione, che anche dopo aver prodotto i primi danni, seguita ad estendersi minacciando sia altri danni, sia altri eventi calamitosi conseguenti – pensi alla possibilità che possono seguire erosioni e frane ­ e minacciando di coinvolgere altri territori. Eppure non si tratta solo di differenze d’ordine puramente psicologico, come ben si comprende; tuttavia, la prospettiva psicologica interviene a dissolvere ogni pericolo di
47 sovrapposizione delle quattro diverse realtà di emergenza, spiegando come sia bene disporsi ad intervenire in maniera differenziata in ognuna delle suddette situazioni; ovvero, la dimensione psicologica suggerisce – scriverei “impone” ­ che un corretto intervento di emergenza debba “calarsi” nelle singole situazioni e “misurarsi” con la specificità di ognuna di esse. Per coloro che condividono di guardare all’emergenza secondo la suddetta prospettiva salgono in primo piano due questioni: la prima, la descrizione accurata della specificità delle singole “situazioni di emergenza ”, quale condizione indispensabile a definire la natura degli interventi che la “protezione civile” è chiamata a realizzare; la seconda, l’analisi della dimensione psicologica della popolazione – delle sue attività e dei suoi manufatti ­, che viene investita da un evento catastrofico, e che assume il significato di oggetto imprescindibile dell’intervento. Niente possiamo di fatto fare per bloccare, impedire o fermare un’eruzione vulcanica, un terremoto o un’alluvione: eventi, tutti, che, come li pone in atto, la natura completa; e qualcosa del genere va ripetuto anche per le situazioni di emergenza che sono avviate e sostenute da eventi “umani”: le stesse guerre quando abbiano preso l’avvio e gli uomini impugnate le armi, conosciamo le difficoltà che si incontrano ad arrestarle (a meno che non vadano anch’esse al loro “completamento” naturale, con l’annientamento d’uno dei contendenti). È in nostro potere solo prevedere – ed unicamente in termini approssimativi ­ luoghi e tempi degli eventi catastrofici; anticiparli, per così dire, con informazioni relative alla loro insorgenza, alla loro eventuale intensità e alle probabilità dei loro effetti distruttivi, con lo scopo non di “annullarli” o di arrestarli, ma in quello di “scansarli”: di renderli meno drammatici e dannosi possibile. Ogni attività di prevenzione si compone di atti che si propongono la finalità di una limitazione del danno, cui concorrono sia una vigilanza sul territorio interessato, sia l’allestimento di una serie di progetti di difesa e di fuga ­ di interventi, cioè, che non a caso portano la denominazione di “protezione” e si qualificano “civili”, perché proteggono la popolazione civile ­, sia, a danni avvenuti, una “ricostruzione” del territorio ad hoc (dove “ad hoc” meno significa una serie di interventi che ricostruiscano quanto è stato distrutto, esattamente com’era, e molto di più lo sforzo teso a tessere di nuovo la trama relazionale che intreccia le persone tra di loro, le persone alle cose e le cose alle persone, le persone e le cose al territorio: in altre parole, che ricostruisca la rete su cui si innesta la vita di relazione alterata, lacerata, “danneggiata”. Se cerchiamo di fare tesoro delle argomentazioni precedenti e di rispecchiarle in una definizione di emergenza, si potrebbe dire che rientrano nella definizione di emergenza almeno tre situazioni fondamentalmente diverse: l’una, rappresentata dalla possibilità di una minaccia, che gli esperti indicano come altamente probabile e pericolosa, senza che di tale minaccia se ne avverta da parte della popolazione alcun accenno; la situazione che può dirsi di emergenza perché si dispiega una minaccia di danneggiamento di un territorio, con il pericolo che esso venga sottratto agli usi che ne fa la popolazione che lo abita, anche per i danni a ciò che di e in quel territorio l’uomo utilizza; l’altra, da una situazione di lacerazione di un tessuto umano nelle sue complesse componenti e nelle sue connessioni storiche con il territorio, una volta che questo sia coinvolto in eventi che nella loro drammaticità implicano danni sia a persone che a cose. III, 1 ­ Per quanto attiene la distinzione tra i “danni alle persone” ed i “danni alle cose”, il discorso non può essere che diverso, specie se intende specificare la natura e il significato sia dell’uno che dell’altro genere di danni. È una questione che ho preso in esame nel convegno tenuto a Pisa nell’aprile del 2005, dal titolo “Pisa città per la pace e per i diritti
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umani”. La partecipazione al convegno mi parve un’ottima occasione per rivisitare la nozione di “danno a persone”, alla luce della considerazione che l’adozione del termine “persona”, in riferimento a chi patisce una situazione di emergenza, trova significato nel riconoscimento alle vittime di depositari e titolari di diritti: mi parve un gesto con cui garantirsi di non ridurre il danno che può essere “inferto” ad alcuni individui in una situazione di emergenza a qualcosa di equivalente al danno che possono subire le cose. L’intento che mi prefiggevo – e che volli manifesto fin dal titolo consegnato all’intervento: “Gestione dell’emergenza e diritti umani” – era quello di imporre alle concezione dell’emergenza una rotazione concettuale attorno al fulcro ideativo che le vittime dell’emergenza non siano solo “portatori” d’un corpo ferito e di una psiche “traumatizzata”, ma anche di diritti “lesi”: in altri termini, considerando i danni che gli individui possono ricevere in un situazione di emergenza in termini di una “lesione dei diritti”, di un danno riguardante il loro ruolo e le loro funzione di “persona”. Le argomentazioni svolte in quella sede e pubblicate in “Diritti, tolleranza e memoria ” hanno trovato il consenso dei colleghi dell’Istituto Internazionale Per la Psicologia nell’Emergenza [EPII­GN], i quali m’hanno sollecitato a ripresentare integralmente la registrazione che ha meritato la pubblicazione (Edizioni Plus, 2005, pagg. 163­180). Già l’esordio del presente articolo dà testimonianza di come non abbia accolto i loro suggerimenti: un atteggiamento di rispetto verso lettori e un sentimento di considerazione di me medesimo ­ che, se ritorna su un tema che conosce e su cui si è pronunciato, approfitta del “ritorno al tema” per un approfondimento di ciò che è stato in precedenza affermato – m’hanno dissuaso dal dare ascolto agli amici, dei quali, tuttavia, l’argomentazione, con la quale motivavano la loro proposta, m’è sembrata degna di considerazione: gli esempi addotti in quella sede erano parsi loro convincenti al punto da “meritare” di essere ripresi così come erano. In questo faccio credito agli amici – nemmeno l’autore può competere con il lettore nel giudizio di pertinenza di un’argomentazione o dell’efficacia di un’illustrazione ­, mantenendo tali esempi nella forma con cui mi s’imposero allora, disseminandoli nel testo presente e chiedendo allo stesso tempo scusa al lettore che eventualmente li conosce. Un primo aspetto che mi preme sottolineare della riconsiderazione della distinzione dei “danni”, tra quelli “alle cose e quelli “alla persona”, è contenuto già nell’indicazione al singolare del termine “persona ”, che, riferito ai numerosi individui che possono essere incorsi in uno stato di emergenza, ha l’intento di attribuire alle vittime il significato non di “qualcosa di genericamente umano” ­ contrapposto ad un mondo di cose e di oggetti inanimati ­, ma in quello più proprio di soggetto di diritti. La riflessione che la prospettiva psicologica inaugura porta alla constatazione di due limiti della distinzione tra “cose” e “persone”, come citate nelle definizioni, e, in particolare, dei modi con cui se ne sente parlare. Il primo limite ­ che troverà nell’analisi del secondo la propria giustificazione ­, consiste nell’assenza di ciò che, pur essendo estesamente danneggiato da un evento catastrofico, viene incredibilmente trascurato dalle definizioni: penso a piante e ad animali. Il secondo consiste nello scoprire nelle definizioni, se le si confrontano con le pratiche che inaugurano, qualcosa di “artefatto”, di “falso”, perché l’adozione dell’alternativa terminologica cose” e “persone” sembra suggerire un riferimento a dati oggettivi: indicare con “cose” oggetti ben definiti in sé stessi ­ e nella loro realtà inanimata ­ e contribuire, di riflesso, a dare un alone di oggettività anche al termine “persone”, che esaurisce il proprio significato in quello di individui appartenenti al genere umano. Non c’è dubbio che un disastro, una catastrofe possa travolgere i membri del raggruppamento umano che abita il territorio disastrato: si pensi ad un’alluvione, in cui alcuni
49 individui sono trascinati via dalle acque e muoiono annegati, mentre altri, sbattuti di qua e di là dai vortici melmosi, riportano ferite e fratture. Come è certo che eventi del genere danneggiano “cose”: case che crollano e oggetti delle case inondate – anche se restano in piedi –, sbattuti contro gli angoli delle stanze, coperti da una coltre di fango, fradici e lesionati. Ma sono colpiti anche animali, che cose propriamente non sono; così come sono travolti piante ed alberi ­ quanti se ne vedono sradicati, portati via dalle acque ­, e le coltivazioni. Le definizioni, tuttavia, nella loro letteralità non citano né il mondo vegetale, né il mondo animale. Ma se passiamo dalla definizione alla considerazione delle pratiche che si instaurano dopo l’evento catastrofico – quando siamo alla fase della valutazione dei danni – non è vero che non si tiene conto dei rappresentanti del regno animale o del regno vegetale: li scopriamo – li ritroviamo ­ inclusi nella categoria delle cose! Rientrano, infatti, nell’elenco dei cosiddetti “danni alle cose” anche i danni subiti dagli animali, se questi ultimi appartengono ad una fattoria e sono connessi alla produzione di latte o di carne, ad esempio; e la nozione di danno si applica anche al mondo vegetale, se le piante – travolte dalle acque o consumate da un fuoco – sono disposte in filari, in frutteti, oppure “decorano” giardini d’una certa estensione e gusto. Dunque, anche animali e piante possono essere inseriti nella categoria dei “danni”, nella quale rientrano a pieno titolo in qualità di “cose”. Pur non essendo oggetti inanimati, piante e animali, sono paradossalmente equiparati a “cose”, per ragioni che sono tuttavia facilmente individuabili: in quanto acquistano – e qualora possiedano ­ i requisiti di “oggetti” di proprietà e di “strumenti” di produzione. La nozione di “danno economico” consente, per così dire, una reificazione degli uni e delle altre. Viceversa, non tutti gli animali e non tutte le piante rientrano nelle “cose”: ne resta fuori tutto ciò che, pur vivendo di vita propria – vita biologica negli animali, vita vegetale nelle piante – non possiede, per così dire, un’anima economica. Nel precedente articolo avevo affidato l’illustrazione della problematica ad un esempio virtuale che come promesso riporto per intero: Un ricco signore ha una grande passione per i cani e decide di comprarsi un vasto appezzamento di terreno, in cui tira su un canile bene attrezzato, e si fa un bel parco di cani, con tanto di certificazione della razza (di appartenenza); viene un alluvione o un terremoto, e scompare tutto: cani e canile. Il canile ha un suo prezzo ed un altro prezzo ha il parco animali, e tutto può esser documentato dal legittimo proprietario. C’è il danno, c’è emergenza. Se nello stesso territorio c’è invece una bambina la quale ha un cane randagio, che è il suo compagno di giochi, che, naturalmente, i genitori non hanno nemmeno denunziato al canile municipale, tanto bruttino era, e dopo l’evento non si sa se è andato disperso o è annegato, insomma non si trova più, di quel cane si è persa traccia anche come “cosa” danneggiata, né la bambina che l’ha perso, può ricevere alcun risarcimento del danno ricevuto: la bambina è solo amica – non ne è la proprietaria ­, e il cane è solo il suo compagno di giuochi e non produceva alcunché, né aveva alcun prezzo sul mercato dei cani: dunque, non valeva – non vale ­ niente. Alla lettera – secondo la lettera di alcune definizioni di emergenza ­ dovremmo concludere che non c’è emergenza, almeno per la piccola sfortunata e il suo povero cane bastardo (pag. 173­74). In altre parole, se, dopo essersi trovata coinvolta in un evento catastrofico, la piccola se ne esce per sua fortuna sana e salva – non ha avuto alcun danno alla persona (eventualmente da intendersi “fisica”), né ha subito alcun danno alle cose, perché manca una certificazione di proprietà e una verifica di produttività di ciò che ha perso, fanno difetto quei “danni” che, a stare alle definizioni, garantiscono la certificazione dell’esistenza di un’emergenza; sempre secondo definizione, la piccola ha solo vissuto l’emergenza da “minaccia” e per lei si è trattato solo di una “grande” paura, gettando le fondamenta di una convinzione – e mi pare ascoltare più di una voce esprimerla e sostenerla: “troppo grande per un essere così piccolo, fragile e immaturo (e poi è anche una bambina)” –, che rischia di portarci fuori strada nella
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valutazione di quanto ha attraversato ed attraversa la bambina che ha perso traccia del “ cane randagio,…. che era il suo compagno di giochi” e di vita. II, 2 ­ Una riflessione del genere, a prima vista banale – forse, anche sommaria ­ svela non solo la logica che sta alla base della differenziazione tra animali e piante che restano tali e animali e piante che divengono “cose”, ma anche quella sottesa all’attribuzione di significato alle stesse “cose”, di cui parlano le definizioni. “Cosa” è sicuramente un mobile, un arredo, un quadro; ma anche un’abitazione, una bottega artigiana, un capannone industriale; “cosa” è la sede di un servizio pubblico (un ambulatorio, un ospedale, un ufficio postale), come gli utensili che adoperiamo quali strumenti di lavoro: un telaio, un tornio, una macchina agricola, la barca d’un pescatore. Quando consideriamo ognuna di queste cose ­ distrutte o rese inutilizzabili ­ in termini di “danno” e di un danno della cui entità risarcire qualcuno, osserviamo che la definizione di “cosa danneggiata” rimanda ad un particolare uso o impiego di ciò che è danneggiato. La valutazione del “danno” e il suo “risarcimento” ci mettono sulla buona strada per capire chi e come qualcuno vada risarcito: ci porta a risalire a coloro che hanno la proprietà delle cose danneggiate – solo costoro hanno diritto al risarcimento –, mentre la valutazione dell’entità del danno rimanda alla produttività della cosa danneggiata. In altre parole, rientra nella categoria di “cosa” ciò che è oggetto di proprietà: se un incendio, un’alluvione, un terremoto distrugge una casa, ha diritto al risarcimento del danno chi vi abita solo se è anche proprietario; se chi vi abita è un affittuario, perde l’abitazione, mentre i danni all’edificio sono risarciti al proprietario, che nella casa diruta non abitava. Parimenti, se una bottega artigiana perde i pochi utensili di cui l’artigiano disponeva ed a costui l’emergenza impone la sospensione della propria attività per sei mesi, vengono risarciti gli strumenti di lavoro e l’equivalente della produttività “persa” per un arco di tempo corrispondente: i sei mesi per i quali la bottega interessata non funziona. Le cose di cui si certifica e si valuta il danno si dicono oggetti non in quanto oggetti in senso stretto e proprio, ma in quanto oggetti di proprietà e in quanto oggetti strumentali di attività produttive. Le “persone” e le “cose”, che nelle definizioni di emergenza sembravano presentarsi ognuna con un proprio statuto e con una propria autonomia, sono in realtà tra loro strettamente connesse: sono “cose” in quanto strumenti che l’uomo adopera per produrre e in quanto oggetti di sua proprietà. Le cose – inanimate o animate che siano (per cui vi troviamo inclusi anche animali e piante) ­ prendono forma, consistenza e valore entro la relazione da loro stabilita con le persone. Il “taglio”, che “decide” cosa è “cosa” e cosa non lo è e che soppesa il valore delle cose si estende anche alle persone, i danni delle quali sono anch’essi valutati in termini di perdita di produttività. Del “taglio” suddetto si ha da prendere coscienza di due limiti. Il primo, il più grave, si riferisce a quel senso di “falso artificio” di cui parlavo: cioè, la definizione, nel suo indicare come distinte realtà, quella delle “cose” e quella delle persone” – e i danni delle une e delle altre ­, svolge la funzione ideologica di mascherare che il danno si riferisce, come la pratica della sua valutazione dimostra, ad una relazione che si è stabilita tra le cose e le persone: ciò che è danneggiato e risarcito è la relazione di possesso e di produttività che passa tra le cose e le persone.
51 Non fa eccezione a questa logica la valutazione dei danni alle persone che sono parimenti valutati per quel “tanto” che limitano la relazione del danneggiato con le cose il cui uso dava una “tanta “ resa, una determinata produttività. Il secondo limite è rappresentato dall’esclusività “economicista” del taglio prescelto, il quale, nella sua adozione ed applicazione, conferma ogni preesistente disparità delle persone colpite da un evento catastrofico tra chi possiede e chi no, tra chi produce più e chi meno. La risposta ad un’emergenza in soli termini di risarcimento (del danno economico) – così com’è congegnato ­ finisce per sancire ed accentuare i fenomeni di disuguaglianza economica, come fa fede la disparità di trattamento indicato nell’esempio in cui i danni subiti dal proprietario del canile erano posti a confronto con quelli di una bambina che aveva per compagno di giuochi (e di vita) un piccolo cane bastardo. Il vecchio adagio che suona “Chi non lavora non mangia ” – o mangia poco ­, trova eco nelle pratiche di risarcimento per le quali chi non ha lavoro, anche se vittima di un’emergenza, non ha niente (del quale presumere d’essere risarcito), e, se subisce un danno fisico, questo ultimo, per essere valutato in base al reddito, viene risarcito poco o nulla. Se a mo’ di esempio, facciamo l’ipotesi che durante uno stesso evento catastrofico che coinvolge due giovani, che hanno entrambi ventisei anni, entrambi perdono la loro gamba sinistra, il risarcimento del danno (dal punto di vista anche fisico identico) darà ben rimunerativo se il primo giovane è un calciatore professionista e certamente incomparabile se l’altro giovane, studente, il mondo del calcio lo frequenta da dilettante (il che dal punto di vista economico non fa una grinza, ma non rappresenta che una minima parte delle problematiche che si possono anche solo ipotizzare attive secondo un più vasto orizzonte umano). Ma al di là delle critiche che possiamo rivolgere al suddetto “taglio” – le più severe delle quali consistono nell’addebitargli una funzione di mascheramento ideologico (presentando “cose e “persone” come realtà distinte) e quella di sottolineare e riaffermare disuguaglianze economiche – ad esso va riconosciuto un grande merito: quello di porre in evidenza il “dato di fondo” e reale di ogni situazione di emergenza, dal momento che conferma l’ipotesi che l’oggetto principale di un’emergenza sia costituito dalla lacerazione di un tessuto relazionale che, unendo il territorio alle persone che lo abitano e queste al primo, ed entrambi alle cose che vi si trovano, conferiscono senso e valore alle cose ed alle persone che su quel territorio vivono. Muovendoci lungo tale direttiva ci si rende conto che in una “situazione di emergenza” le persone coinvolte e le cose danneggiate non sono realtà tra loro distinte, che si trovano sul posto, occasionalmente, quasi per caso. Di fatto, le une e le altre sono disposte entro il reticolo di una struttura relazionale, all’interno della quale, per le diverse posizioni che in essa vengono ad occupare, le persone tra di loro e le persone e le cose si ritrovano vicine o lontane, distanti o unite in realtà “comuni” che un evento può “scompaginare”. E prendiamo altresì atto che la componente essenziale di una situazione di emergenza corrisponde ad una profonda lacerazione di questo tessuto relazionale, e che al suo interno le relazioni si dispongono secondo ordini antropologici, per cui le persone sono unite tra loro da legami di parentela, di genere, di classe, di prestigio e di aree lavorative e sono legate alle cose tramite gli usi che di esse facevano o fanno, e che le cose, a loro volta, sono connesse agli uomini per i significati che questi alle prime attribuivano o attribuiscono. In senso stretto e proprio, costituisce emergenza ogni disastro che trascina con sé i luoghi sociali, sopra i quali e lungo i quali si tesseva la rete di relazione: che distrugge la piazza, i luoghi pubblici in cui ci si riuniva (come un bar, ad esempio, o un edicola di
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giornali), e sconquassa od ostruisce le strade – intese come vie di comunicazione e di relazione –, che, devastate o occupate da detriti e macerie, non comunicano più; è emergenza quando sono scompaginati i nuclei familiari; quando le scuole, dove non è più possibile riunirsi, insegnare ed apprendere o sono crollate o, comunque, hanno chiuso i battenti: quando sono chiuse anche le chiese, dove si prega e ci si scambia il segno di pace; quando tace ogni altro “segno” – paesaggistico, architettonico o anche artistico ­ di identità dei membri di una comunità umana e delle loro rispettive collocazioni sociali, anche se ora reciproche, ora compensatorie, ora antagoniste. III, 1 ­ Quando si parla di “emergenza psicologica ” si ‘annuncia l’ingresso in una dimensione affatto diversa da quella illustrata in precedenza; l’analisi della situazione – di ciò che significa emergenza in senso psicologico ­ e gli interventi che si predispongono non possono infatti essere ridotti alla stessa logica con cui si procede alla rivalutazione economica dei danni. Alla tematica del danno si sovrappone nel contesto dell’emergenza la dimensione psichica, che non può restare circoscritta alla prospettiva economica, né tanto meno identificarsi con istanze assicurative! Niente da eccepire sulla legittimità che alla rete relazionale lesionata da una situazione di emergenza si ricorra per prenderne in considerazione i vincoli economici che in essa si determinano e si valutino le “cose” quali oggetti di produzione, di uso e di consumo che la rete determina e sancisce. Solo che si deve avere consapevolezza di stare trascurando ogni altro genere di “vincoli” che l’emergenza “lesiona” e che sono quelli che connotano ogni specifica situazione di emergenza, come risulta chiaro quando ci confrontiamo con quanto già espresso a proposito della rete relazionale, che abbiamo considerato unire le “persone” tra loro con legami di parentela, di genere, di classe, di prestigio e di aree lavorative e legarle alle “ cose” tramite gli usi che di esse facevano o fanno, e che le cose, a loro volta, sono connesse agli uomini per i significati che questi alle prime attribuivano o attribuiscono. Ad illustrare l’affermazione che uno psicologo non può arrestarsi ai criteri che abbiamo svelato sottesi nelle definizioni abituali di emergenza ed alla concezione delle cose e dei danni alle persone, mi permetto l’esempio seguente, che ci mette in grado di rappresentare e di definire le situazioni di emergenza per quello che realmente sono, nella loro inevitabile integrazione con la dimensione psichica. Se una giovane adolescente è cresciuta in un’abitazione nella quale faceva bella mostra di sé una casa delle bambole dell’Ottocento inglese, una casa, in cui due splendide bambole di porcellana indossano abiti d’epoca ed “abitano” (a piacere della ragazza) o un salotto o una stanza da pranzo o una cucina o una camera da letto (le stanze di cui è composta la Casa), con cui la giovane ha fin da piccola giuocato ­ meglio sarebbe dire, vista la preziosità dell’oggetto: di cui la ragazza si è servita per farne bella mostra alle amiche invidiose ­, e se una catastrofe, che sconvolge la casa dei genitori, distrugge la “Casa delle Bambole”, non può essere che grande il dispiacere della giovane per la perdita d’un oggetto così eccezionale e non minore il danno economico che l’eventuale valutazione d’un antiquario accerta e mette nel conto d’un risarcimento. La prospettiva psicologica del “danno” prende in considerazione quel “grande dispiacere” cui si è accennato, nella medesima ottica con la quale “valuta” anche la situazione radicalmente diversa d’una seconda bambina, il cui caso avevo portato ad esempio nell’articolo precedente e che, secondo programma, cito di nuovo: “Una bambina ha una bambola, che è il suo unico giocattolo, invero molto modesto, che la mamma, che non aveva i soldi per comprarne una confezionata, le ha messo su con i ritagli di due vecchie e logore sottane. La bambina perde la bambola ” Dopo una catastrofe – magari la stessa che ha
53 distrutto la “Casa delle bambole” della bambina precedente –, la bambola non si trova più: “sarà rimasta sotto le macerie oppure le acque del fiume l’avranno dispersa. La bimba piange, vuole la “sua” bambola; a nessuno viene in mente che la piccola piange perché ha perso una “cosa”. Quel che non si trova non è un oggetto danneggiato, ma il “suo” caro giocattolo. La stessa piccola, se la intervistassimo, concorderebbe nel dire che non ha perso un giocattolo o la bambola, ma, probabilmente, la “chiamerebbe per nome” – ho perso, direbbe, Maria o Dora o chi sa come ­, con il nome, cioè, che aveva deciso di darle e con cui era solita “interpellarla” (pag. 173). È interessante che, nel parlare di bambole e delle “persone” che ne facevano uso, e nell’indicare la natura del loro rapporto, abbia usato il pronome “sua ”: in riferimento sia alla dispersa “bambola di pezza”, sia alle “bambole di porcellana”, né più né meno di come era stato fatto nell’esempio precedente, in cui s’era ipotizzato tanto un cinofilo appassionato, che aveva visto le acque alluvionali disperdere i cani di razza di “sua” proprietà, quanto una bambina che aveva perduto il cane, che “suo” poteva essere detto non perché di proprietà, ma perché compagno di giuochi. L’analisi delle forme linguistiche adoperate aiuta a capire di cosa si stia parlando: vi ritroviamo usi diversi dei pronomi “mio”, “tuo” e “suo”, in quanto alcuni loro impieghi fanno riferimento ad una relazione di proprietà degli oggetti cui il pronome si riferisce – a rapporti di possesso –, mentre, secondo altri usi, i pronomi indicano relazioni di appartenenza e di identità: è escluso, infatti, alcun cenno di proprietà e di possesso nelle espressioni “mia ” moglie o “tuo” figlio o “suo” padre, come non le si ritrovano in quelle di “il mio lavoro”, “la tua città natale” o “la sua religione”. Ed è evidente come un’emergenza si definisce tanto nei danni di cose che sono della vittima, ovvero “sue” perché di proprietà, quanto di ogni altra “cosa” ­ una bambola, un cane, un fiore o una pianta, o un arto o una cicatrice che la vittima sente “sue” ­, che può costituire un simbolo di identità, personale o sociale che sia. III, 2 ­ Il secondo esempio non è stato citato allo stesso fine per il quale si era fatto ricorso al primo. Anche in questo secondo “caso” la “Casa delle Bambole di porcellana” troverà un indennizzo che sarà negato alla bambola “fatta di cenci”. Tuttavia dell’ottocentesca “Casa delle Bambole” sarà risarcito il danno economico a chi ne è proprietario (verosimilmente uno dei genitori della ragazza), e l’oggetto sarà per la sua rarità difficilmente sostituibile, per cui la cifra dell’indennizzo sarà destinata dai genitori all’acquisto di un nuovo prezioso oggetto, mentre alla loro figlia la “Casa” mancherà, come mancherà all’altra bambina la “bambola di stracci”. Un’analogia passa tra le situazioni in cui versano le due bambine – una condizione di “mancanza” di un oggetto ad entrambe caro ­, ma niente più di un’analogia, perché ciò che manca alla prima è forse un oggetto di prestigio – un oggetto che nessuna altra bambina ha nella propria casa – e nella seconda un oggetto di diverso valore: probabilmente un oggetto di appartenenza alla relazione con la madre. In altre parole, l’ottica psicologica, da un lato, sposta la nostra attenzione sopra alcuni aspetti della relazione tra le bambine e le bambole che niente hanno a che fare con ciò che lega un soggetto, in quanto titolare di un possesso, ad un oggetto di valore economico; gli oggetti perduti da entrambe le bambine “resistono” alla loro collocazione tra le “cose” (di cui parlano le definizioni), non perché non siano in sé oggetti inanimati, ma perché nelle relazioni contratte con chi ne faceva uso ognuna trova una sua specifica “proprietà ”, di tutt’altro genere dalla proprietà che equivale a possesso. Proprietà comunque diverse, verrebbe da aggiungere, secondo le risonanza soggettive della due piccole; ma che risultano invece “differenti” per la loro oggettiva collocazione entro tessuti relazionali tra loro incomparabili. In comune, casa delle bambole e bambola hanno solo la natura di essere oggetti relazionali psichici, per natura loro sovradeterminati: ovvero “oggetti psichici” che non hanno un significato univoco, per cui uno stesso può configurarsi come “oggetto di
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prestigio”, come forse è nell’ipotesi della “Casa delle Bambole”, oppure come oggetto­ ricordo delle cure materne, cioè, oggetto di memoria (della mamma), come in via ipotetica si può ritenere della “bambola di cencio”. Ma le strade sono più complicate ed intrecciate di quanto non si pensi: la stessa bambola può avere valenza di un oggetto giocattolo – di un oggetto con cui si giuoca –, di un oggetto­compagno – quando la bambina teneva la “sua” bambola stretta al petto, dicendoLe: “Vieni, ora si va ai giardini” –, di un oggetto di identificazione – quando la bambina le faceva da mamma, spogliava e ninnava la bambola –, di un oggetto transazionale (come lo chiamano gli psicologi), quando la piccola La rivestiva delle stesse attenzioni e del medesimo affetto che avrebbe voluto provare da parte della madre, ogni qualvolta che costei si assentava. “Si pensi a quale enorme valore – scrivevo a suo tempo ­: né d’uso, né di scambio, ma per l’aggiunta di un nuovo drammatico significato ­, acquisterebbe per la bambina la bambola, qualora la piccola avesse avuto la sventura di perdere nella catastrofe (oltre che la bambola) anche la madre!” . In altre parole, si guarda all’emergenza con l’occhio della psicologia se si elencano e si valutano le cose distrutte o danneggiate nella specie di forme di comunicazione e di relazione, di oggetto ricordo di avvenimenti significativi delle esperienze di vita, di simboli di identità personale o collettiva, di tracce di attività svolte in comune – lavorative o meno ­, comunque, tra loro articolate a svolgere funzioni che, seppure diverse, concorrono all’organizzazione della vita quotidiana dei territori sconvolti dalla catastrofe. Dopo le argomentazioni svolte credo di poter osare di schematizzare alcune definizioni provvisorie tanto della nozione di “emergenza” che di quella di “danno”. A proposito della prima si può affermare che: Emergenza si dice di ciò che disorganizza la rete di relazione e di comunicazione sociale, che lega tra loro non solo le persone, ma anche le cose alle persone e le persone alle cose ed entrambe al territorio. Mentre per quanto riguarda la nozione di danno si può dire che Il “danno” consiste in uno o più strappi della tela della vita ordinaria, determinati da un evento che danneggia frammenti di territorio, luoghi sociali e persone e piante ed animali e oggetti che di quel tessuto sociale rappresentano l’intelaiatura , l’impalcatura di sostegno. IV, 1 – Chi condivide le argomentazioni proposte e chi si è lasciato convincere delle possibilità che la psicologia ha di contribuire alle tematiche dell’emergenza constata lo scarto che si è determinato tra la prospettiva delineata e le definizioni di “psicologia dell’emergenza ” che “troviamo sul mercato delle professioni” ed individuano l’oggetto degli interventi psicologici in “un momento di perturbazione dell’equilibrio psicologico ed emotivo di una persona, dovuto ad una o più circostanze scatenanti”. Le calamità, dunque, annovererebbero tra i loro effetti anche quello di indurre in qualche loro vittima perturbazioni dell’equilibrio psicologico ed emotivo; allo sesso tempo, tali perturbazioni verrebbero a inserirsi tra i tanti possibili danni alla persone, non più nella veste di danno fisico, ma in quella di un danno psichico. Definizioni del genere non si pongono la questione di cosa costituisca emergenza; e gli psicologi che le fanno proprie, accettato quanto si dice attorno all’emergenza – qualunque modo la si definisca ­ cercano di
55 “ritagliarsi” uno spazio che legittimi un intervento di tipo psicologico. Non a caso ho parlato di “scarto”, nell’intento di marcare la distanza irriducibile tra simili definizioni, per le quali la dimensione psicologica è pensata presente solo quale possibile area di “danni psichici”, e la prospettiva secondo la quale ogni “situazione di emergenza” implica una risonanza della dimensione psichica, per cui la psicologia si pone quale disciplina che ha la pretesa sia di contribuire alle definizioni delle situazioni di emergenza, sia di indicare i criteri che permettono di differenziare una situazione dall’altra, sia di rendere più puntuali ed efficaci i vari interventi, compresi quelli che si fanno rientrare nella prevenzione. Ma dello “scarto” segnalato non è questo l’unico “male”, né il minore. Un altro grave limite lo si risconta nella psicologia dell’emergenza, quando, indicato il proprio oggetto o in una labilità emotiva di singoli individui (che sono stati “colpiti” da un evento traumatico), o in una perturbazione dell’equilibrio psichico loro, o in determinati disturbi psichici, del tipo di quello che è stato etichettato sindrome post traumatica da stress, “si riduce” un evento che “traumatizza” le reti relazionali sociali ad un evento traumatico individuale; quando, nonostante l’emergenza corrisponda ad una lacerazione delle trame di vita , si lascia intendere che il disequilibrio affiori in chi, per una debolezza costituzionale, si lascia squilibrare dall’evento calamitoso. Il mancato approfondimento della realtà complessa e pluristratificata delle situazioni di emergenza, approda ad un “ingenuo realismo” che dell’evento calamitoso prende in esame solo i fenomeni più grossolani, di sola marca fisica, ed assume le singole risposte dei soggetti quali reazioni personali ad una stessa configurazione “traumatizzante”: cioè, se due persone si trovano coinvolte nella stessa catastrofe – la stessa alluvione, il medesimo terremoto – le loro reazioni sono valutate come risposte individuali ad un fenomeno della stessa entità e natura (solo qualche collega più accorto ha introdotto, ad elemento discriminante, il grado di partecipazione all’evento, parlando in proposito di prossimità maggiore o minore all’evento stressante, e accennando a tale grado prossimità come fattore di spiegazione delle variabilità individuali). L’inevitabile varietà di reazioni che si osservano in persone coinvolte in una stessa situazione di emergenza, quando si trascuri che questa ultima agisce in maniera selettiva su quella che ho chiamato la rete relazionale che lega intimamente chi vi abita al territorio interessato e fornisce le strutture di supporto delle identità di parentela, di genere, di gruppo, di classe e le identità individuali – e dove ognuno occupa un posto che non è mai identico a quello in cui si ritrovano gli altri –, non può essere messa in conto che a “differenze individuali”, le quali, in coloro che danno segno di una difficoltà a riprendersi, acquistano il significato di debolezze personali, di “ritardi di sviluppo” (si può a scelta se definirlo cognitivo o emotivo), di immaturità, di preesistenza di tratti patologici. La mancanza di un fermo retroterra culturale, di cui la disciplina psicologica tuttavia dispone – ma non evidente in tutti gli psicologi ­ porta a dimenticare che le condizioni della rete relazionale, cui partecipano coloro che esibiscono lo squilibrio psicologico emotivo, sono componenti essenziali dello stato psichico in cui costoro versano ed assolvono di norma una rilevante funzione “equilibrante” sulla loro organizzazione psichica. Al contrario, ogni reazione che non sia conforme alle aspettative – per qualità o entità ­ è assunta a segno di una debolezza individuale, di un disequilibrio emozionale, di una labilità emotiva o di una scarsa resistenza ai traumi o a una scarsa coesione del Sé. La soggettività eventuale, che connota le tante reazioni che si possono osservare durante una situazione di emergenza, è addebitata ad una modalità di risposta che si ritiene faccia capo al solo soggetto, per cui la constatazione che le forme di trauma sono più frequenti e pronunciate nelle donne, negli anziani e nelle persone delle classi più disagiate non fa venire in mente che il fenomeno dipenda da
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condizioni di disuguaglianza sociale, che rende più difficile ad alcuni – a volte impossibile – la ricomposizione di un’eventuale lacerazione della rete sociale: che siano le persone socialmente “deboli” ad essere le più esposte, le più danneggiate. Si conclude sommariamente, invece, e frettolosamente che il sesso e l’età, che la classe sociale o il grado di istruzione siano “fattori predisponenti”, trovando la spiegazione nel fatto che i bambini sono deboli e immaturi – lo dice l’età ­ che i vecchi sono “rimbambiti”, hanno perso il vigore delle difese, che i “poveracci” sono ignoranti. Parimenti c’è chi si è sbizzarrito ad individuare i “fattori interni” che agiscono da causa delle labilità individuali e che spiegherebbero la soggettività delle reazioni: si è cercato gli antecedenti in “disturbi della personalità ” (Woller, ad esempio), o in stili di vita, individuandoli nella predisposizione ad affrontare i problemi emotivi con strategie di evitamento (Zlotnick); così come si è parlato di un inadeguato sviluppo del sistema di attaccamento (Pop­Iordanova); così come si trova anche chi non ha mancato di elencare tra i fattori causali le variabili genetiche (Reich, Lyons).­ Ma un altro rischio non meno grave fa seguito ad una mancata revisione delle problematiche dell’emergenza. La riconsiderazione critica dell’emergenza non serve, infatti, solo a rivalutare la complessità degli eventi catastrofici (introducendoci alla loro drammaticità), ma “libera” gli psicologi da una prospettiva che tende a considerare impropriamente i danni psicologici alla stregua dei danni fisici (danni che condividono natura e dinamiche di quelli fisici, con la sola differenza che investono la psiche): a fare in altre parole perdere per strada agli stessi danni psichici la loro propria naturale dimensione. Non può essere un caso – ma la conferma puntuale dell’assimilazione del danno psichico a quello fisico ­ il ricorso a nozioni come quella di trauma, che, rimandando all’equivalente in medicina, finisce per “modellare” un danno psichico sulla falsariga d’una frattura ossea (sempre non a caso alcuni psicologi vendono la psicologia dell’emergenza come Psicotraumatologia ); o come la nozione di lesione, che suggerisce che ciò che la psiche patisce sia qualcosa di simile alla lacerazione di un organo interno –allo spappolamento della milza, ad esempio –, e che la psiche possa essere rappresentata nella specie di un apparato, articolato in organi, come paiono suggerire anche le stesse neuroscienze. Allo stesso tempo, quasi paradossalmente, passa la vecchia tendenza a considerare i disturbi psichici conseguenti ad una situazione di emergenza – e la “sindrome post traumatica da stress” ben si presta ad esemplificazione ­ in equivalenza di una malattia organica, che minaccia la sanità delle vittime, evitando ogni confronto con le più recenti concezioni di malattia, intesa quale riduzione dello stato di salute secondo il modello bio­psico­sociale. Non è quindi in giuoco, nell’alternativa delle diverse posizioni, solo la limitazione delle possibilità di contribuire ai problemi dell’emergenza, di cui le discipline psicologiche dispongono; sono in giuoco anche, in assenza di un orizzonte culturale di riferimento, le modalità di intervento su singole persone con il rischio che tali interventi si arrestino a prescrivere semplici esercizi di rilassamento psicofisico – non nocivi, certo, ma inadeguati rispetto alla dimensione dei problemi per cui sono proposte – o a sottoporre le vittime di un’emergenza a pure tecniche consolatorie, con la cui applicazione, se si offre un qualche conforto alle vittime, più che altro gli “operatori” riescono a “lavorare” con la coscienza acquietata dal non essere “rimasti con le mani in mano”, di fronte a situazioni tanto drammatiche e tragiche, e d’avere fatto qualcosa per chi ne è uscito sofferente.
57 II 5 Note e riflessioni sulla pace di Pier Nicola Marasco Ho avuto occasione di partecipare ad un seminario ­ sul tema “Pace e Comunicazione” –, che si tenne a Pisa il 3 Aprile 2003, quale momento didattico del Corso di Laurea per “Operatori per la pace”. Se devo giudicare la riunione sulla base del compito che m’era stato affidato – quello di condurre un gruppo d’apprendimento dinamico ­, l’esito va valutato in maniera negativa. Tale è risultato per l’elevato numero di studenti, più di cento, e per la composizione dei frequentanti: il seminario, infatti, valeva per l’acquisizione di crediti di studio e risentiva di un’adesione puramente strumentale. Inoltre, ha contributo a compromettere l’evoluzione dinamica dell’apprendimento il fatto che il seminario sia stato introdotto da ben tre interventi, tenuti rispettivamente dal presidente del Corso di Laurea, il prof. Tarini, del docente responsabile del corso, il prof. Sica, e dal prof. Consorti. Non che i loro contributi non fossero pertinenti al tema e non si prestassero ad esser “dinamicizzati”, ma, per come furono presentati, rimasero ancorati ad istanze istituzionali (e questo non è un “buon inizio” per chi intenda prendere la strada che porta alla dimensione dinamica di un “incontro”). Eppure – ed allo scopo avevo preso accurate note dei singoli interventi –, ogni oratore a suo modo aveva portato i suoi bravi contributi, che tra l’altro mettevano in risalto la dinamicità dell’argomento e messo sul tavolo ottimi spunti per una discussione. Il binomio “pace” e “comunicazione” aveva conferito all’incontro il carattere di un “work in progress”: sia che si parlasse di comunicazione, tenendo fisso l’obiettivo della pace – non più la comunicazione identificata in un passaggio di informazioni, ma quale “luogo formativo” (di pace) ­, sia che si parlasse di pace, come di uno stato che si consegue solo se si comunica. M’ero annotato tre contributi che gli oratori avevano “prestato” alla discussione: A ­ Il primo lo avevo colto nella stessa presentazione del Corso; m’era parsa di grande interesse l’idea che, come esistono da anni Accademie della Guerra ­ con cenni di storia della guerra, con informazioni sugli armamenti, sulle tattiche e sulle strategie –, si ponesse mano, per così dire, alla fondazione di un’Accademia della pace. L’idea ­ riflettevo tra me e me – ne presuppone un’altra che fa fatica ad affermarsi, perché richiede una sorta di rovesciamento dell’abituale modo di pensare. Siamo stati educati nell’adagio – chi non lo ha sentito ripetere fino alla nausea nelle aule del Ginnasio? – “Se vuoi la pace prepara la guerra ”: adagio che lascia intendere che le guerre ­ almeno alcune – sono non solo legittime, ma necessarie, e che coloro che in tali circostanze “impugnano le armi” sono i difensori della pace, per cui buona cosa è costruire una scienza della guerra e dare ai giovani una formazione nelle arti militari. B ­ La proposizione di un obbiettivo del genere nascondeva ­ ma mica tanto – il secondo spunto costituito dall’idea che si potesse dar inizio ad una scienza della pace. Per la prima volta nella storia dell’umanità la pace lascia il registro dell’utopia ed assume le più modeste vesti di condizione di vita comune, che merita studi e richiede una mobilitazione di conoscenze e competenze specifiche: una scienza della pace, insegnata in un’apposita Accademia tra le cosiddette “scienze umane”. Idee niente affatto peregrine, le due precedenti, la cui realizzazione richiede una revisione della coscienza collettiva, chiamiamola “civile”: una sorta di “consapevolezza della pace”. C ­ Né peregrina è l’idea che sostiene ognuna delle ipotesi suddette, proponendosi a terzo valido spunto di dibattito: quella per cui la pace non si identifica in una banale assenza della guerra, né fa riferimento a comunità che dichiarano di vivere in pace perché convinte di
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non essere percorse da conflitti di alcun genere. Una “coscienza di pace” presuppone la consapevole accettazione che la realtà umana è impastata di conflitti e sollecita l’istituzione di una scienza che preveda ed articoli i modi con cui accostare, descrivere, trattare, mediare i conflitti.
Sica irrobustì questo convincimento presentando la dimensione umana come una realtà la cui vitalità risiede proprio nella presenza dei conflitti che la percorrono, affermando che “gli umani vivono nel conflitto” e postulando la necessità di abbandonare l’idea di comunità “felici” – che possono essere pensate solo in un Paradiso Terrestre – e di abituarsi invece a quella che una naturale conflittualità percorre il consorzio umano: di prendere familiarità, in altre parole, con la presenza di aree conflittuali e dimestichezza con la mediazione dei conflitti.
Si individuava così l’oggetto della scienza della pace in una sorta di “comunicazione del conflitto” o, se si preferisce, nella persistenza di una comunicazione anche in caso di conflitto. Come non è esatto parlare di pace, solo perché tacciono le armi, così non si parla in verità di pace quando si pensa ad una società senza conflitti (ma solo di una vago desidero, di un’istanza utopica ed ideale). Fin dal suo esordio, l’incontro aveva preso una piega interessante e, mi pareva, inusuale, focalizzata su di un tema che potrei così riassumere: Pacifica la convivenza umana può definirsi se seguita a comunicare in presenza di conflitti e fa di questi un possibile oggetto di comunicazione Queste le tre annotazioni che mi ero schematizzate sopra i miei fogli, e m’accingevo studiare i modi con cui introdurre la discussione su questo o quel tema, scegliessero pure i presenti – anche se tenevo bene in caldo l’idea segnalata sopra la qualità della convivenza umana, di cui mi sarebbe interessato conoscere quanto potesse essere fatta propria dai presenti e quanto no e quali motivi si contrapponessero al suo riconoscimento ­, quando il terzo ed ultimo intervento – che pure, come vedremo, dava consistenza ad ognuna delle idee precedenti ­, mi spiazzava di nuovo, con il suo riferimento continuo ad una dottrina della Chiesa Cattolica circa la pace. Eppure c’era attinenza con quanto annotato: la teoria, infatti, poneva la presenza di conflitti nella famiglia umana quale naturale conseguenza del peccato originale. Siamo abituati a pensare – credenti o no – che la storia del Peccato originale debba essere interpretata come un racconto che narra come, fin dalla nascita, l’uomo non sia più innocente: che la “carne” di ogni individuo umano sia segnata dalla presenza del “peccato”. Si rammentava, invece, un’interpretazione del brano testamentario che conoscevo, ma che, tuttavia ­ mi rendevo conto ­, non faceva parte dell’orizzonte di riferimento della mia coscienza “abituale”. Posso sintetizzare quel che dico d’avere intuito, ma che avverto con chiarezza di non riuscire ancora a farlo “calare”, a fargli impregnare il fondo della matrice profonda della mia coscienza, nell’espressione seguente: Il peccato di Adamo segna non solo il mondo, in cui l’uomo nasce, e i singoli uomini nella loro individualità, ma anche ogni condizione della sua convivenza. Se l’inevitabilità dei conflitti che percorrono la dimensione interumana rientra nella tematica della “Cacciata dal Paradiso”, così rientra in una prospettiva cristiana, che trae
59 ispirazione da una “Imitatio Christi”, l’assunzione dei conflitti, che connotano le convivenze umane, quale realtà da portare come una croce; non vi rientra, invece, in nome della Croce, che tale conflittualità sia da evitare o da eliminare, coltivando la speranza “insana” di una vita “paradisiaca”. La mitologia cristiana radicalizza la proposta di pace: perché il conflitto non configga l’uomo sulla Croce della guerra – dove gli uomini sono o vittime o carnefici ­, l’uomo ha da portare sulle proprie spalle la croce dei conflitti. E man mano che dentro i miei pensieri cadevano e si sedimentavano idee del genere nella mia testa risuonava l’eco di alcune parole del Pater Noster – un vero frastuono al quale non sapevo reagire se non con “Ecco, è vero”, non sapendo bene a cosa mi riferiva: no, non poteva esser casuale che il cristiano che prega, secondo quanto gli detta il Vangelo, rivolta al padre che è nei cieli dica: “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”; che pregando, magari anche da solo sul far della sera, si rivolga a Dio al plurale, e chieda non di liberare me, ma noi, e non implora Dio Padre di dare ali –solo a chi prega ­ la forza per vincere o sconfiggere la tentazione o il male, ma di non essere ognuno di noi “indotto in tentazione, ma essere “liberato dal male”. Come il titolo del Convegno sembrava annunciare, il conflitto si configurava chiaramente come qualcosa di cui parlare, di cui discutere, su cui accordarci; non più solo oggetto di denuncie e di accuse, di lamentele e di anatemi, diviene oggetto di dialogo e di attività comuni, che, dopo averlo messo in evidenza, lo circoscrivano e lo definiscano, lo attenuino e lo limitino (condizione che si offre a rimedio contro il rischio che esploda in uno scontro armato): ne facciano non più occasione di scontro e di contrapposizione, ma di in­ contro e di dia­logo. Consorti, dopo aver fatto notare una circostanza di date – tra il mese di Aprile in corso e la “Pacem in terris”, che fu emanata il 11 Aprile del 1963 ­, ed aver dato al seminario il significato d’una “ricorrenza”, di anniversario, ha cercato di descrivere il lento processo di messa a punto di una visione della pace, promosso quel giorno di quaranta anni fa. Potremmo parlare di una revisione dell’idea di pace, che gradualmente giunge a delineare una vera e propria teoria della pace. Ciò che di questa “immagine” colpisce – e che la teoria della pace conserva e sviluppa – è come essa cerchi di porre rimedio ad un “dato” della cultura occidentale, consistente in una incredibile sperequazione tra la nozione di guerra e quella della pace. Della prima nozione noi ce ne siamo fatta un’idea, della seconda no! Sappiamo che la guerra rimanda ad un uso collettivo delle armi. Siamo in guerra quando un esercito spara, bombarda, cannoneggia; mentre di questo parlava, m’arrabattavo a darmi una definizione di guerra, che intravedevo nella seguente: condizione nella quale un qualche gruppo umano dichiara guerra a qualcuno altro, dopo averlo precedentemente dichiarato “ suo nemico” e scende in armi per qualcosa che tiene importante conseguire e l’altro gli nega, allo scopo di conseguire su di lui una vittoria e costringerlo a dargli quello che altrimenti non consegnerebbe. Al contrario cos’è la pace? Di fronte ad una domanda del genere, la maggior parte di noi ha pronta una risposta: “Quando non c’è la guerra!”. Ma è solo una risposta “in negativo”! Se la si dovesse considerare una risposta esaustiva dovremmo concludere che la pace, valutata nel corso della Storia, niente altro è che una serie di pause tra una guerra e l’altra. Al contrario è una non risposta, dal momento che non sa parlare della pace: né descriverla, né qualificarla, né definirla! Sa solamente indicare i momenti in cui cessa qualcosa che si chiama guerra! Condividere tale pseudodefinizione corrisponde all’ammissione indiretta che
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si chiama pace ogni vita comune, ogni spazio di relazione che non sia turbato dal pericolo, dall’imminenza o dallo scatenamento di atti di guerra. Possiamo veramente dire che, ogni qualvolta che tacciono i ronzii degli aerei e i rombi dei cannoni, noi viviamo in pace, siamo in pace con noi stessi e con gli altri? Il giuoco che si instaura tra queste domande e le risposte che mancano il bersaglio impone una conclusione che ha del tragico: non possiamo pensare di coltivare qualcosa, come la pace, di cui non abbiamo la più pallida idea! Anche questa riflessione avrebbe potuto costituire un ottimo punto di partenza per un confronto tra i presenti e per un appassionato – e appassionante ­ dibattito; anche perché Consorti aveva in maniera suggestiva invitato i presenti a pensare al momento in cui nella Santa Messa il sacerdote dice ai fedeli “Scambiatevi un segno di pace!”. In genere grande è l’imbarazzo di coloro che gremiscono una chiesa; anche chi risponde all’invito e lascia a sé d’intorno qualche “segno” non sa con precisione cosa fa, né tanto meno ha chiaro perché lo faccia. Il segno può essere tangibile ­ abbracciare il vicino, tendergli e stringergli la mano, scambiarsi un bacio sulle guance ­, ma non sempre troviamo un accordo: uno dà la mano, l’altro porge la guancia, mentre un altro accenna ad un sorriso o fa con il capo un cenno di riconoscimento. Ma ancora più incerto è cosa con questi gesti si cerca di offrire all’altro o di avere dall’altro in cambio. Quando qualcuno ha chiaro che cosa voglia offrire e sperare in cambio, non sa mai se quello che offre è simile a quanto l’altro con il suo “gesto di pace” intende offrirgli o restituirgli. La descrizione di quanto avviene durante la santa Messa, in occasione dello “scambio del segno di pace”, sembra confermare la scarsa familiarità che abbiamo con la pace. Una riflessione del genere depone in favore della necessità e dell’urgenza di dar corpo ed immagini ad una “cultura di pace”. Eppure, mentre mi ritenevo convinto della validità delle conclusioni alle quali ero approdato, un altro pensiero mi s’imponeva: proprio la vaghezza dello scambio del “segno di pace” ­ che gli episodi cui ho alluso della santa Messa esemplificano ­ m’interroga se non si debba pensare che nell’ambiguità del segno è forse celato, nascosto qualcosa di prezioso: se non si dovesse vedere proprio nell’inevitabile ed ambigua non corrispondenza dei gesti umani la ragione intima della pace. Si potrebbe riprendere ed estendere il concetto in questa espressione: La pace manifesta il proprio benefico effetto quando riusciamo a restare presenti a noi stessi ed agli altri in condizioni di ambiguità e di non corrispondenza. Da questo “non sapere della pace” nasceva in me il dubbio se questo “non sapere” non andasse fatto risalire esclusivamente ad un’ignoranza delle cose della pace, ma lo si dovesse considerare “segno” positivo: “segno” delle difficoltà che ogni “movimento” verso la pace solleva, di un clima di avventura che accompagna ogni operatività che connota la pace, la quale – prima ancora che si giunga ad una sua qualche definizione ­ affonda le radici nel presupposto che ogni altro è diverso da te (non lo puoi ridurre a te stesso) e ti dà quel che ha e sa, proprio come tu non hai di te medesimo un’idea chiara, perché non ti trovi ­ bisogna ammetterlo ­ in condizioni migliori delle sue. Ero in queste “faccende affaccendato” e Consorti andava avanti per la propria strada, sostenendo che dentro la Chiesa Cattolica era in corso l’elaborazione di una vera e propria
61 teoria della pace, articolata su un continuo aggiornamento delle interpretazioni dell’Enciclica giovannea. Due osservazioni mi preme sottolineare di quelle avanzate dall’oratore a proposito della “Pacem in Terris”: 1) l’Enciclica è l’inizio di una messa a punto da parte del Pontificato di una concezione positiva di pace: una pace che si definisce sulla base di esperienze personali che, per essere comuni a tutti gli uomini, sono costitutive della persona umana stessa. La teoria, infatti, situa la pace nel capitolo dei diritti della persona. Vivere in pace presuppone il riconoscimento del diritto a vivere una vita dignitosa, e, in quanto diritto, si pone allo stesso tempo come un dovere: quello di dare il proprio contributo a rendere pacifica, tranquilla, sicura e dignitosa la vita che ho in comune con gli altri. 2) La collocazione della pace all’interno della dimensione dei diritti umani indica chiaramente quali siano i fondamenti di una cultura o di una teoria della pace e ne segnala gli sviluppi nell’elaborazione, nella promozione e nella difesa dei bisogni dell’uomo, in quanto “persona”. Significa chiamare a raccolta, attorno alla realizzazione di questo comune diritto, uomini di altre fedi religiose e laici, che hanno maturato tale consapevolezza e già traducono tale coscienza in atti di volontà: gli uomini di buona volontà, cui è indirizzata l’Enciclica. Ma forse ad un discorso simile va riconosciuto un significato ancora più vasto. Non sono esclusi dal dialogo – in quanto è anche un loro diritto ­ neppure coloro che, a prima vista, sono nemici della pace, o perché ritengono che la pace la si possa difendere solo con la guerra o perché ancora convinti dell’esistenza di guerre, se non sante, almeno “giuste”; anch’essi sono mossi dal comune bisogno di pace, anche se equivocato in un’errata e distorta interpretazione. La stessa Enciclica consegna due precise indicazioni: A ­ Compito cristiano non è più solo quello di rendere gloria a Dio (nell’alto dei cieli), in modo che Dio in ricompensa garantisca o in dono consegni agli uomini la pace; rientra in questa stessa vita terrena, in quanto cristiana, l’impegno a portare la pace in terra: pacem in terris non è il titolo di una enciclica che “ripete” un messaggio di pace ed un invito al dialogo, ma è la descrizione di un “segno dei tempi” – tutti avete esperienze di pace, prendetene coscienza!– e la prescrizione di un obiettivo morale, tanto individuale quanto sociale: por mano alla realizzazione di un diritto inalienabile, condiviso da tutti gli uomini. B – L’obiettivo che cristiani e non cristiani, siano questi secondi laici o di altre fedi religiose, hanno da conseguire è fissato nei suoi parametri ed individuato in una pace che, lasciatesi alle spalle ogni definizione in negativo – che la definisca sulla presenza o assenza delle armi, si misuri con una vita comunitaria pervasa di giustizia, libertà e solidarietà . La controfigura della pace – come disegnato da Papa Giovanni XXIII ­ non è la guerra, ma ogni condizione di vita alla quale sono sottratti i fondamentali diritti di giustizia, di libertà e di solidarietà. Alla buon ora, se non erano stati messi su tavolo “spunti” efficaci per una discussione e problematici al punto da scatenare – solo si fosse stati disposti – una dinamica!
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 62 Eppure il massimo punto di provocatorietà, che avrebbe dovuto liberare le coscienze, doveva ancora venire. “Accadde” quando Consorti, alzatosi dalla cattedra, si portò alla lavagna e vi scrisse un intero periodo dell’Enciclica, invitando i presenti ad interpretarlo. Ecco il brano: “QUARE AEATATE HAC NOSTRA, QUAE VI ATOMICA GLORIATUR, ALIENUM EST A RATIONE, BELLUM IAM APTUM ESSE VIOLATA IURA SARCENDA”. A coglierne le ambiguità ermeneutiche fu fatto cenno alle varie traduzioni che del brano latino erano state fatte nelle lingue vive degli ambienti cattolici europei. In questa sede prendo in considerazione la sola traduzione italiana in cui si legge: “riesce quasi impossibile pensare che la guerra nell’era atomica possa risarcire i diritti violati”. Il teologo Chiavacci ha fatto notare come in italiano l’espressione “impossibile pensare” sostituisce quella originaria di “alieno dalla ragione” e in questo mondo tenta di risolvere l’angosciosa questione della guerra trasformandola in un problema di ordine cognitivo: si fa fatica a pensare la guerra (nell’era atomica), è difficile rappresentarcela! Diversamente il testo latino non parla di una difficoltà a “pensare le guerre”, ma dichiara che ogni pensiero, che ritenga la guerra un modo atto a rimediare eventuali violazioni di diritti, non può essere “pensato” se non in termini di alterità dalla ragione. La traduzione italiana, in altre parole, risolve in una difficoltà cognitiva ciò che la lingua latina affida ad una forza normativa (né va dimenticata la strana, gratuita aggiunta di quel “quasi”, di cui non v’è traccia nel latino originario e che piove sulla lingua italiana “a ciel sereno”). Consorti aveva fatto osservare, inoltre, come nella traduzione italiana l’altra espressione adoperata di “era atomica ” rende in una forma troppo sintetica e impersonale quanto dal latino può essere tradotto alla lettera con un: “nella nostra età che si gloria (della conoscenza e dell’utilizzo) della forza atomica ”. Dalla differenza dei due testi emerge che la dizione “era atomica” sembra un modo come un altro per dare un nome all’età contemporanea, mentre la più lunga ed articolata forma latina la individua nella padronanza dell’energia atomica, annunciata sia come segno del controllo di cui l’uomo dispone sulle risorse naturali, sia come segno delle capacità e delle nuove possibilità del genere umano (il latino lascia adito ad uno spunto sottilmente ironico: quel “gloriatur ” suggerisce che della disponibilità atomica l’uomo è meno disposto ad farne buon uso e più a menarne vanto o a “sfruttarla”). L’impersonalità della traduzione italiana “si traduce” in un’attenuazione sia del sentimento di appartenenza storica (ad un’epoca, appunto, che il latino marca come “nostra”), sia del senso di pertinenza di tutti coloro che, armati di buona volontà, l’Enciclica “convoca” ad un comune impegno per la pace. Quale miglior test proiettivo di quella lavagna che portava in latino la frase dell’enciclica? Tuttavia, non successe nulla: per la maggior parte dei presenti il latino era una lingua morta da vero; i pochi che lo masticavano non erano in grado di stare al gioco! Mi rendo conto che le note che scrivo sono un tentativo di compensare in forma privata il dibattito che è mancato quel giorno. Allo scopo m’accingo a ricostruire il pensiero completo del Consorti: con l’Enciclica “Pacem in Terris” Papa Giovanni XXIII ha inteso fare della pace il centro della dolorosa e
63 controversa questione della guerra, convinto, com’era, che tale slittamento della centralità del problema fosse “segno dei tempi”, come era solito dire: della sempre più convinta “persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbano risolversi con il ricorso alle armi, ma con l’uso del negoziato”. La terribile, devastante potenza delle armi – non è un caso che si parli di “armi di distruzione di massa” – convince un numero sempre maggiore di persone che la grande discrepanza tra i fini, che più o meno legittimamente si affidano ad una guerra, e l’entità delle distruzioni che essa produce (coinvolgendo nel danneggiamento, tra l’altro, un gran numero di civili), consigli di tenersi lontani da ogni guerra. Ma questo è solo un sano ragionamento, ricco di tanto buon senso, su cui il pensiero del Pontefice si radica per andare oltre: intendendo, infatti, la diffusione di questa “persuasione” segno del tempo, il Papa Buono annuncia all’uomo che, come è capace di bombardare l’atomo, di scomporlo e di liberarne energia, è giunta l’ora di cessare di bombardarsi a vicenda e di impegnarsi a conoscere le dinamiche dell’animo umano e della convivenza “civile” per “liberarle” ed indirizzarle alla pace. In un altro brano della stessa lettera il Pontefice scrive che eventuali contrasti o controversie tra nazioni o popoli hanno da essere “superati (…) come si addice agli esseri umani, con la reciproca comprensione, attraverso (…) equa composizione”. Né l’equa composizione sembra esaurirsi in un invito alle sottigliezze della diplomazia ed alle arti della politica: essa evoca qualcosa che ha connotati etici, come rivela l’insistenza del Pontefice sopra una solidarietà attiva: “i rapporti tra le comunità politiche vanno (...) vivificati attraverso le mille forme di collaborazione economica, sociale, politica, culturale, sanitaria …”. La pace acquista, strada facendo, una più nitida fisionomia: si configura il risultato d’una complessa trama di rapporti di convivenza, la cui conoscenza e la cui pratica sono i soli strumenti con cui rimuovere concretamente con le cause i rischi dei possibili futuri interventi bellici. L’idea di “pace positiva” viene ripresa dal Concilio Vaticano II, laddove, dopo avere affermato che la pace non è semplice assenza di guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti, né è effetto di una dispotica dominazione, la si definisce “opera di giustizia ” (Costituzioni pastorale di “Gaudium et Spes” . Il motto che circolava in quei tempi nelle sale del Vaticano era “opus iustitiae pax”. Come interpretare questa espressione che pare condensare tre parole in un unico solo termine, cioè in una opus­iustitiae­pax? Sicuramente si lascia interpretare così: La pace è una condizione che si instaura nel compimento di atti di giustizia . Di conseguenza, un vero periodo di pace ha inizio con un progressivo riconoscimento e un’effettiva garanzia dei diritti fondamentali di ciascuno, secondo una direttiva contenuta nella “Populorum Progressio” (1967), in cui papa Montini definiva la pace “ frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze”, ricercato “giorno dopo giorno, nel perseguimento di un disegno (..) che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”. La pace, quindi è una nozione che mette radici nella dimensione dei diritti dell’uomo “in quanto persona” – dove “persona” qualifica l’uomo nelle sue reali condizioni di relazioni interpersonali e sociali ­ e si specifica nel suo connaturato rapporto con l’idea di una convivenza che trae fondamento da criteri di giustizia, perché la sua fisionomia emerge
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sempre in presenza di un conflitto di forze, si definisce nel loro equilibrio, ancorché precario, e si declina in un concreto progetto di una “più perfetta giustizia ”. Anche il successore Giovani Paolo II è entrato in argomento nella “Sollicitudo rei socialis” (1987), nella quale fa riferimento sia ad una “crescente consapevolezza dell’interdipendenza tra gli uomini e le Nazioni”, sia ad un “comune sentire”: “uomini e donne, dalle varie parti del mondo, sentono come proprie le ingiustizie e le violazioni dei diritti commesse in Paesi lontani”. Le conclusioni sono obbligate: “Quando l’interdipendenza viene così riconosciuta, la correlativa risposta come atteggiamento morale e sociale, come virtù (individuale) è la solidarietà . Il vecchio motto “Opus iustitiae pax” diviene “Opus solidaritatis pax: una sorta di “parola d’ordine” che in italiano potrebbe essere espressa con un: La pace si costruisce con opere di solidarietà che hanno per fine condizioni di più perfetta giustizia. Nel 1995, nell’“Evangelium vitae” papa Woitila riconferma della pace lo statuto di un diritto e definisce la guerra la conseguenza di un’ingiustizia in atto, di una violenza in corso che trova la sua esaltazione pericolosa nel frastuono delle armi, nel pianto delle vittime, nella disperazione dei sopravvissuti. Si sono rovesciati i termini della questione: non è più la guerra, con la sua assenza, a definire la pace, ma è la pace, una volta definita in positivo, che permette di comprendere cosa sia una guerra: poco evitabile conseguenza di una convivenza umana che sarebbe più esatto denominare, invece che “pace”, “tregua iniqua”, realtà sociale e storica che si contraddistingue nell’assenza di opere di pace e nella perdita di atteggiamenti di solidarietà e di istanze di giustizia. Ma un nuovo termine, oltre a quelli di giustizia e di solidarietà, viene ad accostarsi alla “pace”: quello di sviluppo. Nell’Enciclica “Centesimus annus”, lo stesso Pontefice, nell’indicare i motivi della guerra, afferma: “ingiustizie subite, frustrazioni di legittime aspirazioni, miseria e sfruttamento di moltitudini umane disperate, le quali non vedono la reale possibilità di migliorare le loro condizioni con le vie della pace; per questo l’altro nome della pace è lo sviluppo”. Lo sviluppo è qui inteso come progetto di emancipazione e porta lo stesso nome della pace, in quanto ne costituisce la versione dinamica e programmatica. Quando una guerra “scoppia”, come si è soliti dire, ognuno porta una propria responsabilità di questo “scacco” della storia, dal momento che l’evento bellico risente di una debolezza della responsabilità collettiva nella promozione dello sviluppo. Si sta delineando una prospettiva secondo la quale la predicazione della pace non nasce dall’avere in dispetto la guerra o dal semplice timore delle distruzioni causate dalle sofisticate armi moderne, ma si afferma in concomitanza dell’affermazione di un programma d’emancipazione. Giunti nel terzo millennio, al primo giorno del 2000, nella Giornata della pace, Papa Woitila prende inizio dal canto natalizio – dal carteggio che sovrasta molti nostri presepi: “Pace in terra agli uomini di buona volontà” ­ e dichiara che la pace si costruisce “giorno per giorno attraverso le opere della giustizia e dell’amore”, in un movimento di ricerca
65 assillante, che trae forza dalla “consapevolezza che, per quanto segnata dal peccato, dall’odio e della violenza, l’umanità è chiamata da Dio a formare un’unica famiglia ”. La pace acquista il volto di un compito che trova origine e vigore in un progetto i cui obiettivi si specificano nei seguenti: rispetto della natura e promozione dell’uomo. Consorti completava il proprio discorso, scandendo le tappe d’una teoria della pace, e personalmente riflettevo sopra le parole di Capitini – non mi sembrava un caso ritrovarmi in quel di Pisa ­, riascoltandone l’attualità. Consideravo i significati che da sempre ho riconosciuto al rituale della “marcia della pace”, e mi dispiacevo di come oggi, nei giornali, alla televisione e nelle conversazioni quotidiane tra le nuove generazioni, si rappresentino i giovani che marciano da Perugia ad Assisi come partecipanti ad una manifestazione per la pace (o contro la guerra): certo negli anni in cui la guerra è un’imminente minaccia – a maggior ragione se è in corso ­, la marcia finisce anche per essere una marcia contro la guerra. Ma le cose non stanno così: l’itinerario che quei giovani si impongono è lo stesso tratto di strada che Francesco di Bernardone percorse, dopo la perduta guerra contro Perugia e la prigionia che dovette subire nella città nemica, per far ritorno a casa. Il percorso, che Francesco fece per andare in guerra, in una direzione, e in quella contraria a guerra finita, simbolicamente ricorda come la guerra non prevede, oltre le apparenze, né vincitori né vinti: che quando hanno deposte le armi e tornano a casa, i sopravvissuti, vincitori e i vinti ritornano agli stessi problemi della vita quotidiana, niente affatto “migliorati” – per molti aspetti aggravati – rispetto a quelli che avevano lasciato a casa, prima di partire in armi. Il marciare assieme puntando verso Assisi ha il significato di un esercizio che non è solo fisico, ma anche di volontà e di memoria, il cui obiettivo, la pace, non è la meta che si raggiunge con quella marcia, ma la marcia stessa : memoria che la pace non può essere intesa se non come un itinerario comune nel cui percorso ci sentiamo eticamente coinvolti e decidiamo di impegnarci. Ripensando alle parole che Papa Woitila rivolse ai giovani il primo gennaio del Duemila, “Possiate voi, giovani del duemila, scoprire e far scoprire volti di fratelli, volti di amici” – le stesse con cui Giovanni XXIII, in occasione del premio Balzan, augurò loro di scoprire, al di là di tutte le frontiere, volti di fratelli, volti di amici” ­, trovavo retoriche le espressioni dei pontefici, almeno che non si ripetano nell’ottica di una cultura della pace che consapevolmente metta in preventivo che non sempre si incontrano per strada amici e fratelli. In ogni marcia, ogni anno, chi percorre la distanza da Perugia ed Assisi sa di trovare, tra chi “cammina” a suo fianco, persone che si sono aggregate per convenienza, per potere dire: “C’ero anch’io”, o per “farsi vedere”; e che il corteo sfila tra increduli e tra persone che ritengono i marciatori degli ingenui; e che, sul far della sera o il giorno dopo, più d’uno coglierà l’occasione per dare a chi ha “marciato” lezioni di “sano” realismo. Il lungo itinerario che porta alla pace – più esattamente, che “costruisce” la pace ­, si identifica, da un lato, nel percorso stesso che si sta compiendo assieme, fratelli e fratellastri, amici e amicastri, e, dall’altro, nell’incontro con loro, anche con i numerosi “avversari” – nel senso di coloro che “avversano” una cultura di pace ­, nei cui volti è tuttavia necessario
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compiere lo sforzo di riconoscere la fisionomia di un “prossimo”: di indovinare nella sua storia – personale e collettiva ­, e nelle sue condotte la presenza di un equivalente ­ seppur niente affatto identico ­ bisogno e diritto di pace. Qui il lungo camino fatto con gli amici di Pisa s’interrompe e si interrompono anche le mie note: che sono, lo confermo ancora una volta, un tentativo di compensare quel che avrebbe potuto essere e non è stato in quel di Pisa: quanto poteva essere discusso, anche se non lo è stato, e quanto a me è venuto in mente e, tuttavia, per il ruolo che tenevo “al di sopra delle parti”, nemmeno io ho espresso. Ho cercato in questa maniera, meglio tardi che mai, di dare espressione a quanto m’era caduto addosso sia nel sentir “parlare” i vari oratori – quasi a commento delle loro parole –, sia nell’ascoltare il “tacere” dei vari interlocutori – il loro “silenzio” –, di cui ho tentato di dar parola, a rischio di confondere con le mie le loro eventuali impressioni. Ma per seguire questa metodologia, il discorso che ho intrapreso e sto per concludere si è dipanato in forma non sistematica, quasi procedendo di associazione in associazione, così che sento la necessità di riaffermare alcuni “punti fermi” – che fermi non sono affatto, perché tra loro in un equilibrio interdipendente che basti che oscilli uno perché entri in risonanza ogni altro ­ e di affrontare i rischi di alcune “conclusioni”, senza alcuna presunzione di mettere la parola fine alle questioni elencate. Nel disegnare uno schema che si proponga di ordinare in una sintesi quanto detto e, allo stesso tempo, di presentare la piattaforma di ogni discorso che voglia elaborare successivamente il tema della pace, annoto come auspicabili: 1) La formazione di una cultura della pace, ovvero di una coscienza civica – mi viene di denominarla così, anche se quel “civica”, per la sua derivazione da “civis”, pare superata da una visione globale del problema –, che sia sorretta da quattro idee: la prima, relativa all’immagine del consorzio umano sociale come di una realtà attraversata da una molteplicità di conflitti, particolarmente evidente in società complesse e pervase da un elevato e rapido sviluppo tecnologico: complesse sia in senso sincronico, per la varietà di interessi contrastanti – tra classi, ceti, corporazioni, istituzioni, ecc ­, sia in senso diacronico, per le trasformazioni in corso. La seconda immagine si riferisce in maniera più diretta alla pace, non più modellata su schemi universali – con definizioni di “pace” modellate sulla rappresentazione di un “uomo” o di una “umanità” o di una società umana universalmente valide –, da seguire, da realizzare in toto e nella loro completezza, ma considerata “frutto di un equilibrio sempre precario di forze”: equilibrio che non si dà che “localmente” e forze che non sono mai le stesse in ogni situazione storica e geografica. La terza che la convivenza umana può definirsi pacifica solo se consente di seguitare “ a comunicare in presenza di conflitti e fa di questi un possibile oggetto di comunicazione”. La quarta, infine ­ che è, allo stesso tempo, conseguenza della terza, ma anche sua premessa – riguarda l’orientamento di tale cultura, secondo la quale chi nella comunicazione e nella mediazione dei conflitti non provvede ad opere di giustizia “prepara” la guerra, una cultura, cioè, la quale, rovesciando il vecchio detto “Se vuoi la pace, prepara la guerra ”, lo sostituisce con l’avvertenza che: “Chi non prepara la pace si adopera per la guerra ”. 2) La consistenza di una teoria della pace, che fa dei sistemi di convivenza e delle loro molteplicità l’oggetto di ogni definizione di pace, e non si lasci irretire dalla contrapposizione tra pace e guerra, ma utilizzi la dialettica che intercorre tra contesti sociali che si dicono in
67 pace, solo perché non sono in guerra ­ o negano l’esistenza dei conflitti che li attraversano ­ e contesti sociali in cui il clima di pace si sorregge, da un lato, sopra la comunicazione delle proprie arre conflittuali e, dall’altro, sopra progetti ed opere di sviluppo solidale. Una teoria che nasce dalla consapevolezza che la pace si costruisce nel perseguimento di un lungo e faticoso disegno che implica le nozioni di “dialogo”, di “giustizia sociale”, di “solidarietà” e di “sviluppo”, e si confronta periodicamente con il proprio terreno di origine, ovvero nelle considerazioni che risorse e beni “terreni” hanno una destinazione universale e che l’esercizio delle attività lavorative e la gestione delle cosa pubblica trovano legittimità e senso nella funzione sociale che svolgono nella prospettiva di progetto di emancipazione, di una più estesa partecipazione delle varie componenti sociali e di una sempre maggiore (la “più perfetta”) equa distribuzione. 3) La progettazione di una scienza della pace, la quale non è da intendersi secondo una mitologia scientista, ma quale studio, messa a punto e raccolta di strumenti di analisi delle condizioni di “ ingiustizie subite, di frustrazioni di legittime aspirazioni, di miseria e di sfruttamento”, considerate terreno di culture di guerra e di violenze – in quanto già, anche se tacite, violenze in atto ­, quale sede di progettazione di soluzioni che coinvolgono diversi livelli della stratificazione sociale e quale occasione di verifica empirica di ogni ipotesi teorica sulla pace. Scienza che si proporne l’obiettivo di differenziare per luoghi e soggetti la natura e le ragioni della conflittualità e prospettarsi strategie e tattiche “locali”, pur senza perdere di vista la cornice generale – la prospettiva “ globale” ­ della problematica e non dimentica la presenza di infiniti rapporti relazionali asimmetrici, nei quali la comunicazione è unidirezionale e segue i declivi delle strutture di potere, al cui interno chi lo detiene ­ anche se non lo volesse – ha sempre “la voce più grossa”: che non ignora tali strutture relazionali, ma ne studia le funzionalità e le inevitabili distorsioni, al fine di aggirare gli ostacoli che esse pongono al dialogo. 4) La costruzione di una politica della pace, che, sorretta da un atteggiamento scientifico, è resa vivace da un’alternativa di teorie e critica da una continua sorveglianza che il progetto di pace non si consumi in parole d’ordine o non si esaurisca nella semplice dimensione dell’utopia. Se uno slancio utopico non può mancare a sostenere un progetto politico di tal genere, ogni eventuale eco utopica può frapporre alla comunicazione ed al dialogo numerose difficoltà. La prospettiva della pace potrà dirsi “politica” quando saprà calare obiettivi generali nei processi particolari e specifici di ogni singola situazione concreta: a vari livelli del sociale – dai nuclei familiari, ai rioni cittadini, alle realtà comunali e regionali, ai livelli nazionali e continentali –, fino a prevedere e sostenere l’istituzione di organismi internazionali che intervengano ogni volta che si esauriscono le possibilità di pacifici accomodamenti tra etnie o popoli direttamente interessati. 5) L’accettazione di quello che sembra un paradosso insito in ogni discorso di pace. Si era detto che, se l‘incapacità storica di una definizione in positivo della pace risale sicuramente ad scarsa sensibilità sociale alla tematica, il “non sapere della pace” lo si deve anche considerare “segno” delle difficoltà che incontra ogni impegno per la pace. In questa prospettiva il termine “pace”, i suoi significati e la realtà sociale che ne costituisce il referente, affondano le radici nel presupposto che il “dialogo con l’altro” richiede una delicata predisposizione a penetrare dell’altro esperienza, mentalità, bisogni: qualcosa di così “altrimenti” diverso” e “particolare” da risultare tanto “estraneo” da rendere ogni dialogo in proposito “impossibile”, se inteso in senso pieno. Il tratto di “impossibilità” di ogni relazione
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e dialogo “pacifici” non va considerato un limite, né una scusa per giustificare eventuali stati di scoraggiamento; si deve tenere a mente, infatti, che simile forma di dialogo non pretende di esaurirsi ­ di svolgersi senza lasciare “residui” ­, ma ammette di “soffrire” la propria incompletezza e di “farsi carico” di momenti di incomprensione, “compiacendosi”, anzi, di restare “aperta”. Mai la pace manifesta con tanta evidenza il proprio benefico effetto, come quando riusciamo a restare presenti a noi stessi ed agli altri in condizioni di ambiguità e di non corrispondenza.
69 II 6 Considerazioni sulla guer ra e sull’emergenza nell’ambito d’una cultura di pace di Pier Nicola Marasco Per molto tempo le annotazioni seguenti hanno portato lo stesso titolo di “Note e riflessioni sulla pace” con cui ho presentato quelle prese nel corso di un dibattito sopra la pace che si svolse in occasione del convegno “Pace e comunicazione”, tenuto a Pisa nel 2003, titolo segnalava la continuità di metodo tra i due testi, in quanto entrambi costituiti da riflessioni emerse sia tra me e me, sia tra me e gli improvvisati interlocutori in due diverse circostanze; la sostituzione, motivata da ragioni di pubblicazione di entrambi, con un titolo differente che sottolinea gli argomenti che hanno trovato maggior risalto in corso d’opera, spero non porti i lettori a dimenticare la suddetta continuità metodologica. In questa sede mi riferisco, infatti, ad un dibattito tenuto con tre laureande e due tirocinanti, tutte del Corso di Laurea in Psicologia dell’Università di Firenze, attorno alla lettura del primo testo. Ero stato invitato ­ ed avevo accettato ­ a prendere parola nel corso dell’evento denominato “Pisa, città per la pace e per i diritti umani”, dove mi ripromettevo di mettere a fuoco il significato di “emergenza”, rifiutando, da un lato, la pratica psicologica di parlare di emergenza senza chiarire le situazioni “tipiche” che la costituiscono e, dall’altro, riconsiderando le condizioni che si fanno rientrare nella cosiddetta “emergenza” alla luce della nozione di diritto: in altre parole, di abbandonare l’idea grossolana che la psicologia, quando interviene in condizioni di emergenza, debba provvedere a riparare i “danni” che l’emergenza ha procurato alle sue vittime e di sostituirla con quella che prende in carico gli eventuali “danneggiati” quali persone titolari di diritti, le cui sofferenze esprimono la limitazione di diritti “patita”: meno come persone “danneggiate”, cioè, e più come persone “lese” (nell’esercizio dei loro diritti). Ritenni conveniente sottoporre il testo di cui disponevo “Note e riflessioni sulla pace” ­ all’attenzione delle mie interlocutrici con un duplice scopo: indagare ancora una volta – come ripetendo l’esperimento ­ le ragioni per cui il primo dibattito, quello pisano, era andato avanti in maniera così faticosa e deludente, ma anche ricevere dalle giovani con cui avevo deciso di confrontarmi il maggior numero di spunti per il testo che avevo in mente di preparare sul tema della “Psicologia dell’emergenza ”. Ne è scaturita una seconda discussione, di cui offro adesso il resoconto. Mi ero preparato il seguente programma: rileggere il testo pisano, arrestandomi una prima volta in corrispondenza della frase tolta dall’Enciclica “Pacem in terris” ­ dalla versione latina originaria alle varie traduzioni nelle lingue europee ­, che, a mio avviso, nelle ambiguità delle traduzioni e nelle incertezze dell’interpretazione, costituiva una “situazione” esemplare per un approfondimento delle contraddizioni della pace e per un confronto di posizioni diverse in proposito. Naturalmente, allo scopo di non perdere alcuno altro spunto relativo all’argomento, mi proponevo di leggere il testo non solo con lentezza, ma anche con attenzione ai dettagli – in modo che niente si perdesse per strada ­, anzi, facendo opportune pause laddove il discorso mi pareva “centrare” alcuni bersagli significativi. Solo dopo che l’eventuale dibattito aperto si fosse placato oppure avesse trovato tra i modi con cui proseguire alcuni dei temi segnalati nel dibattito precedente, avrei proceduto nella lettura del testo fino alle conclusioni, le quali, se dovevano esserci, avrebbero dovuto essere quelle alle quali il nuovo dibattito approdava.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 70 È proprio vero che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Avevo finito di leggere la prima parte del testo e, fatta la prevista pausa, invitato le giovani a dire la loro, che mi ritrovai in una lunga attesa che prendessero parola. Di fronte al loro perplesso silenzio avevo cercato di stimolarle, formulando quesiti che nelle mie intenzioni avrebbero dovuto facilitarle nel compito ed aiutarle a focalizzare alcuni aspetti di quanto era stato letto; quesiti del genere: “Cosa vi ha colpito? Cosa considerate scontato, al punto da domandarvi perché ci ripete queste ovvietà? Cosa, invece, è così nuovo e inaspettato, al punto da chiedersi ma ho capito bene – me lo vuole rispiegare! ­ oppure ci spieghi da quali premesse partire per trovarne un qualche significato? Silenzio di tomba. Può sembrare esagerata l’adozione di parole forti come “tomba” o “inferno”, ma è quello che prova – o quello che viene in mente per descrivere quel che prova ­ chi ha programmato un dibattito sopra un testo allestito allo scopo e si trova immesso nello stato di paralisi d’un silenzio assoluto: dove assoluto significa che non solo il silenzio era tale che, come si dice, non si sentiva volare una mosca, ma anche che il silenzio, che avvolgeva i presenti, non lasciava a vedere come potesse essere “rotto”. Di certo, non mi capacitavo di quel che stava accadendo in un gruppo, tra l’altro, che conoscevo (e che, dunque, mi conosceva), composto da persone di maggior età e competenze di quelle di coloro che avevano partecipato al dibattito pisano; sì che, dopo un po’ di tempo, cessato di stimolare i presenti, mi sono ritrovato a riflettere tra me e me su cosa quel testo contenesse di perturbante al punto da ammutolire i presenti. Niente mi veniva in mente in proposito se non una vicenda del tutto personale che si riferiva a quanto era accorso a me in quel di Pisa, e di cui mi rendevo conto, non senza stupore, che nello stendere gli appunti relativi avevo trascurato, pur essendo stato al contrario un momento delicato e controverso che avevo attraversato. Allora, quando compresi che ai futuri “operatori” si parlava di accademia della pace, fui assalito da uno stato di animo di confusione e di sconforto: ma dove sono capitato, mi chiedevo! All’ascolto di parole che parlavano di “scuole di pace” e di far della pace una “materia di insegnamento”, ebbi la stessa reazione che da sempre ho avuto ogni qual volta ho ascoltato – e la prima dovevo essere ancora adolescente – proposte di istituzione di un insegnamento, d’educazione sessuale. Sentire proporre come necessarie “scuole” dove si insegna ad “amare” o a “fare del sesso con amore” – così come a Pisa, “scuole di pace” ­, e sentirne parlare con l’entusiasmo di chi ritiene d’aver trovato con la loro istituzione la soluzione, non solo mi “disorienta”, ma mi getta nello sconforto più nero circa la ragionevolezza della specie umana. Questo è grosso modo il ragionamento – se ragionamento può essere detto – che si mette in moto in me in tali circostanze: come non rendersi conto che predicare la necessità e formulare l’auspicio di scuole del genere è la denuncia che l’uomo ha perso per strada – per le strade delle nostre “civili” città – la spontaneità di “fare all’amore” e la naturale disposizione a “fare l’amore con amore”? Ovvero, che si è raggiunto un crinale oltre il quale rimane “estraneo” guardare agli altri con amore e, per amore degli altri, sopportarne i limiti e le differenze! Se abbiamo varcato tale limite, non c’è scuola che tenga, tanto meno che valga! Ero caduto in questo stato d’animo anche in quel di Pisa! Tuttavia, fu questa ultima una volta particolare, perché man mano che m’accingevo ad ascoltare, non che lo stato di animo si dissolvesse, ma si rendeva, per così dire, lontano. Detto in altri termini: l’antico stato d’animo persisteva, ma non ero più dentro di lui, ne restavo a distanza. Il giuoco delle parti in cui si trova chi ha il ruolo di facilitare un dibattito – proponendosi come chi tutto mette in dubbio e, se coesistono posizioni diverse, cerca di
71 mantenerle entrambe vive e contrapposte l’una dirimpetto all’altra – m’aveva portato a prendere distanza da ciò che in prima istanza avevo “provato” e “sentito”. Cominciai ad interrogarmi sulla validità di una scuola per operatori di pace e sul significato di costruire una teoria della pace, al punto da giudicare il mio ragionamento viziato da un pregiudizio. Tornando al tema dell’amore, perché mai dovrebbe essere facile “fare all’amore con amore”? Anzi: se i modi di fare all’amore seguono le modalità del tempo (che passa), se debbono piegarsi alle condizioni dello spazio (che non sono mai le stesse), se oggi puoi fare all’amore in modi che ieri non si davano, come farlo in macchina, ad esempio, o adoperando i preservativi o farlo con una lei che ha preso la pillola, anche l’amore commercia con i processi di acculturazione e per questa via rientra nei processi formativi. Dovevo ricredermi sul mio “tanto ragionevole” ragionamento e riconoscere che era mosso dal pregiudizio che “fare l’amore con amore” segua leggi e ritmi fissati in natura, refrattari alle circostanze del tempo e dello spazio (sia fisiche che culturali). Ho quindi fissato in testa come un chiodo la radicata idea che sesso, amore e natura siano stretti in un abbraccio indissolubile. Devo ammettere e, una volta ammesso, dichiarare che i modi di fare l’amore sono connessi ai tempi della cultura e della tecnica, le quali, disconnettendo vecchi fini, di nuovi ne agganciano; e che la stessa locuzione “con amore” rimanda a modalità relazionali che, per esser diverse nei tempi e rivolte ad interlocutori che del tempo sono “figli”, esigono dai “contraenti” forme espressive d’amore tanto rinnovate quanto corrispondenti alle figure “mutevoli” di coloro che entrano in rapporto: sia che li si considerino nella parte di “soggetto” che in quella di “oggetto” delle azioni relazionali. L’amore, qualunque cosa si voglia intendere con il termine ­ e che lo si ritenga sia un qualcosa che ti attendi dagli altri, sia qualcosa che hai premura di offrire agli altri – sempre si esprime in qualcosa di materiale, sia un oggetto – come ciò che regali (una cosa, o un fiore o un animale), come ciò cui rinunci (un progetto che intendevi fare) ­, sia un gesto o un atto, come le stesse azioni sessuali che compi nel fare all’amore ed “esponi” all’altro all’interno di una concreta relazione in base alla quale gli oggetti donati o ricevuti e i gesti che esibisci o ti sono diretti sono caricati di significati sia da te che gli offri, sia dall’altro che li riceve. Stavo uscendo dal ricordo, chiedendomi se il discorso della pace non contenesse al suo profondo un qualcosa di simile al tema dell’amore, ovvero alludesse ad un bisogno così radicale e profondo – sia quella di pace sia quello d’amore ­, che non si ha nessuna voglia di porre attenzione alle condizioni che rendono possibili e l’uno e l’altro, quasi che un amore troppo “situazionato” ed “accidentale” vanificasse i bisogni assoluti di pace e di amore ­, quando mi resi conto che una delle giovani aveva preso parola; adesso, che mi ero risvegliato dal giuoco dei ricordi, non ricordavo niente di quel che la giovane aveva detto: come fare a ricordarlo, come utilizzare il suo intervento per svilupparlo in dibattito? Mi sentivo inadempiente: se avevo trovato in me una pista lungo la quale incanalare il dibattito, un’altra possibile – ed offerta da una partecipante al gruppo – m’era sfuggita. Per fortuna ­ almeno così ritenni di primo acchito – una seconda giovane, alzata la mano, prese a sua volta la parola: un’altra pista? M’illusi, perché la giovane mi sbatté in un nuovo impasse con la domanda: “Ma, scusi, cosa c’entra il discorso che ci ha letto sulla pace con il tema cui aveva accennato che avremmo discusso della Psicologia dell’emergenza?” . Non fu com’era una semplice domanda, ma un colpo allo stomaco cui mi venne di reagire con un moto di rabbia: una rabbia così intensa che dovetti contenermi per non lasciarla trasparire dal volto e dall’atteggiamento Le avrei dato fuoco! Una reazione del genere potrà sembrare strana, ma pensi il lettore su quali pensieri – quelli sopra accennati – l’interrogazione cadeva: stavo supponendo che la domanda di pace fosse talmente radicale che non ammetteva domande, rifiutandosi d’essere messa in questione, perché qualsiasi
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domanda, per sottolinearne un qualche aspetto parziale, l’avrebbe “frammentata” e resa problematica, mentre la pace ha da restare un tutto unito, soddisfatto secondo le regole del tutto o nulla. Che senso potrebbe avere dubitare della pace? A che pro interrogarsi su di essa? Era in attesa o di domande, che alludessero a queste tematiche, o di esperienze che offrissero una conferma o meno delle mie ipotesi, quando la sciagurata mi chiede quali rapporti si intravedono tra la pace e la psicologia dell’emergenza! L’avrei strozzata; sovvenne a trattenermi prima il ruolo ­ non avrebbe avuto senso l’arrabbiarmi rispetto al compito di attivare un dibattito –, quindi, la consapevolezza che la domanda non era del tutto peregrina, perché ai presenti, che avevo convocato sul tema della psicologia dell’emergenza, di fatto avevo letto un testo sulla pace; la giovane qualche ragione per porre la questione l’aveva! Ma valide restavano anche le “mie” ragioni: il tema della pace s’era dipanato nella mia testa in modo da uscire e distanziarsi da ogni stereotipo che lo riguardava ed erano entrate in dubbio con la pace diverse ed alternative sue concezioni: questo era la questione sul tappeto, rispetto alla quale il rapporto tra la pace e la psicologia dell’emergenza era non solo secondario, ma forse fuorviante. Esisteva un modo – m’interrogavo ­ di trovare un’articolazione tra le ragioni “mie” e quelle della giovane interlocutrice? C’erano: avevo letto un testo che accostava la pace in modo del tutto inatteso ed ognuna delle presenti si era trovata spiazzata, forse nessuna sapendo da che, e la poverina che aveva osato chiedere qualcosa – ecco che da “sciagurata” l’interlocutrice diviene ai miei occhi “poverina” –, cercando di venire a capo di quanto l’avesse sorpresa e “spiazzata” ­ forse delusa –, altro di plausibile non aveva trovato che lo scarto tra la psicologia dell’emergenza annunciata e il testo sulla pace letto: e, credendo di intravedere in questo scarto il motivo di ciò che l’aveva messa in difficoltà, si era sentita d’avanzare l’ingenua domanda circa la relazione tra la pace e la psicologia dell’emergenza. Avevo avuto ragione a provare il forte senso di rabbia, ma non avrei avuto ragione di esprimerla, mortificando la giovane che, a suo modo, aveva dato prova di cogliere lo stato d’animo di sorpresa o di delusione, in cui si era ritrovata, cercandone una spiegazione (anche se con una domanda fuori luogo). Se queste riflessioni mi convincevano che la domanda della giovane sviasse la problematica ed avesse un carattere principalmente difensivo – in quanto occultava il livello di scarto che era in giuoco –, decisi di rispondere a tono, anche se per soli cenni, al fine di rincuorarla e di incoraggiarla, senza assecondarla tuttavia nelle difese: quel tanto che bastava per venirle incontro, con la speranza di rendere superfluo con il presente anche ogni altro successivo tentativo di difesa. Pensai a soddisfarla cortesemente con un discorso che grosso modo riassumo così: “Il tono della sua domanda mi fa capire che quanto a me resta facile intuire forse lo è meno per lei; certamente meno lo è, almeno di quanto personalmente ritenga, per chiunque sia la prima volta che rifletta sui temi tanto dell’emergenza quanto della pace. In genere, sotto la dizione di psicologia dell’emergenza si raccolgono tutti gli interventi che la psicologia prevede nei riguardi vittime di eventi catastrofici, tra i quali il più drammatico – anche per le gravi responsabilità umane nell’intraprenderlo e nel proseguirlo ­ è quello d’una guerra: ci si dice psicologo dell’emergenza quando ci si prende cura dei reduci da territori di guerra o dalle vittime di un evento bellico. Ma, se vogliamo intervenire sull’emergenza anche nel senso di “prevenire”, sia le cause d’una catastrofe, sia il numero e le entità dei danni che una condizione catastrofica arreca a chi vi si trova coinvolto, essendo la guerra tra le cause possibili, è necessario individuare e prendersi cura di ciò che “scatena una guerra” e dei disastri che ogni guerra lascia dietro di sé: degli eventi catastrofici, cioè,
73 che una guerra – specie una guerra condotta con armi moderne, di certo più “intelligenti” di quelle precedenti, ma non meno dannose ­ produce. Mi sembrava di aver risposto a tono e con un tono tra l’altro che. dopo aver tranquillizzato i presenti, avrebbe permesso di introdurre il precedente interrogativo: “Cosa è, di ciò che avete sentito leggere, che vi ha sorpreso? Non avevo finito di parlare che già i miei pensieri girovagavano tra le parole lette in cerca di quel qualcosa che avrebbe potuto suscitare un turbamento. Avevo avanzato l’ipotesi che l’istanza della pace corrispondesse ad un bisogno talmente radicale ­ e considerato talmente naturale ­ che ogni tentativo di descriverlo, di analizzarlo nelle sue “componenti” e nei singoli equilibri potesse creare il sospetto di procedere ad una sorta di vivisezione illecita, se non dannosa: che costituisse un’operazione che svilisse, oscurasse, annebbiasse l’immagine nitida e pura della pace e ne compromettesse i connessi valori. Così ancora una volta mi chiedevo: “Ma quali affermazioni tra quelle lette possono aver sollevato il sentimento di compromissione della pace e per questa strada dato l’impressione d’aver scavato tra il discorso fatto sulla pace e i suoi “ideali” uno “scarto angoscioso”? Nella ricerca affannosa di qualche spunto che mi permettesse di formulare una risposta soddisfacente, altro non mi restava che prestare ascolto a due affermazioni, che, tra quelle che avevo letto, mi restavano ben fisse in testa. ­ La prima era l’affermazione secondo la quale ogni elaborazione della pace deve trovare il proprio punto di partenza nella “trama di rapporti di convivenza ”, in cui la vita di ogni uomo si viene a trovare intrecciata. Parlare di pace, significa in prima istanza parlare dei rapporti di convivenza e porre l’attenzione sopra il grado di “pacificità” oppure di sopraffazione o di violenza che li contraddistingue. Su una simile affermazione la nostra attenzione può scivolare sopra e su di essa in prima impressione possiamo dirci tutti d’accordo. Ma se l’attenzione vi si ferma su anche un attimo, le conseguenze non sono così ovvie. Ogni parola della frase, infatti, preme per la consapevolezza che la pace implichi l’idea che la nostra vita si svolga entro questi luoghi – e solo in quelli –, e che solo grazie a loro siamo in grado di dare senso alle nostre condotte. La considerazione abituale d’essere gli arbitri delle condotte che esibiamo e gli interpreti esclusivi dei loro significati è minacciata sia da una prima idea che ogni giudizio sulla pace ponga in primo piano non gli individui singoli che siamo, ma le trame di convivenza che “abitiamo”, sia, di conseguenza, un seconda , per la quale ogni nostra singola esistenza si svolge in condizioni di interdipendenza. ­ La seconda affermazione ricorda che le umane “condizioni di vita comune sono impastate di conflitti”. Se una cultura di pace dipende dalla coscienza dei conflitti che permeano di sé le condizioni di vita comune, anche la nostra relazione più gratificante e “pacifica” non è, come credevamo, immune da conflittualità; di conseguenza ci sbagliavamo – sbagliamo ­ sia a viverla così tranquillamente (come di fatto non è), sia a sperare che col tempo saremmo stati capaci di “creare” altrettante isole di felicità. È fuori di dubbio che l’articolazione delle due affermazioni pone in luce il carattere “eversivo” – mi viene proprio da definirlo in questi termini – di ciò che esse enunciano: “eversivo” rispetto ad una tradizione che, dura a morire, costituisce la cornice che inquadra sia la tela in cui l’educazione ci disegna come individui autonomi, sia la “fotografia” che di noi come individui conserviamo: esseri che hanno il compito, crescendo e separandosi da infantili stati di dipendenza, di marcare una volta per tutte la nostra “naturale” autonomia e indipendenza. Questi discorsi, se sono veri, ci sospingono a conclusioni drammatiche: se seguitiamo ad essere ­ o a considerarci ­ autonomi e indipendenti ­ e i diritti cui possiamo appellarci sono in ognuno di noi secondo natura ­ siamo il maggiore ostacolo alla pace; se una cultura di pace dipende dalla coscienza della conflittualità delle condizioni di vita comune, un’ombra di
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sospetto cala anche sulle nostre relazioni più gratificanti. Ricordo che nelle note precedenti si era detto che una “relazione pacifica” non può essere detta tale perché in essa sono assenti i conflitti, ma solo se permette di seguitare “a comunicare in presenza di conflitti e fa di questi un possibile oggetto di comunicazione”. Che si sia esposti a tal genere d’errore depone per l’interpretazione che siamo di fatto talmente dipendenti da uno schema ideale di relazione che “carpiamo” ed “indossiamo” frettolosamente i modelli sociali “che vanno per la maggiore” e in essi inconsciamente ci identifichiamo al fine di sentirci “maggiori” e “migliori” degli altri. Ne scaturisce una sorta di tripla identificazione inconscia: tra quel che sono – o credo d’essere – e i modi con cui entro il relazione con gli altri e lo schema ideale ed il modello sociale in cui mi sono trovato a crescere, al punto da non vedere oltre la nostra identificazione e da non scorgere alcuna possibilità di altri modelli relazionali. C’è di che avere paura; e buone sono le ragioni per non riuscire a capire – tanta è la discrepanza tra le attuali considerazioni e ciò che viene proposto dai modelli sociali ­, o addirittura per non voler capire, in conseguenza dello sbalordimento e del dolore che tale consapevolezza può arrecare. Si pensi alla novità che, rispetto al clima educativo e civile attuale, è contenuta in espressioni del tipo di quella che ricorda che siamo veramente in pace quando riusciamo a restare presenti a noi stessi ed agli altri in condizioni di ambiguità e di non corrispondenza. Siamo di fonte ad una circolarità che ha in sé qualcosa di “vizioso” e di paradossale: l’affermazione è pacata e sembra convincente ed assieme facile – a comprenderla e a realizzare quanto prescrive ­ e convincente; ma chiunque l’ascolti sa quanto sia difficile e insopportabile restare in condizioni di ambiguità e di non corrispondenza agli altri e, viceversa, quanto sia facile e gratificante cercare prima possibile – se necessario fingere – una totale ed immediata corrispondenza. Ma sa anche che il disagio che procura il ritrovarsi in relazioni prive di corrispondenza e colme di ambiguità cresce sulla base della qualità della relazione e diviene insopportabile in relazioni nelle quali, se non corrispondi perfettamente, sei accusato di essere egoista, insensibile o narcisista e, se in essa riversi dubbi, perplessità ed esitazioni, ti senti rimproverare di non avere le idee chiare, di essere infantile, indeciso e irresponsabile. Ma è di questo che si dovrebbe parlare? Un punto di domanda, questo ultimo, di cui cerco verifica nel comportamento dei presenti. Il mio sguardo non trova alle suddette ipotesi né conferma, né critica nelle interlocutrici, che adesso mi paiono meno inquiete di prima: ora parlano quasi tutte, confrontandosi sulle connessioni tra i temi della pace e quelli della “psicologia dell’emergenza”. C’è chi dice che no, che bisogna distinguere l’una dall’altra, perché una cosa è l’intervento preventivo, che riguarda e mobilita geologi e sociologi, ed altro l’intervento psicologico che è circoscritto alla fase terapeutica ed interviene solo in un secondo momento, individuando il proprio oggetto nelle vittime che portano i segni di una sindrome post­traumatica da stress. Non sono riuscito, dunque, a spostare l’attenzione dei presenti sulle problematiche e sulle contraddizioni della pace. Avrei dovuto essere deluso, ma non lo sono; ho mancato l’obiettivo, non sono riuscito a porre al centro del dibattito il tema che volevo, ma il mio intervento ha comunque messo il gruppo in movimento, lo ha vivacizzato: il gruppo dibatte, anche se non il tema che avrei voluto, ma dibatte, dandomi prova che ho conseguito uno miei compiti principali affidatomi. Per mantenere il livello di confronto mi pongo in un ascolto di quello che si dice e mi presto a comunicare la mia opinione in proposito, se me ne viene fatta richiesta. Finisce che, fattasi col tempo più pressante la richiesta di una mia partecipazione attiva ai problemi che si discutono ad un certo punto ho l’impressione di fare sul tema dell’emergenza una vera e
75 propria lezione. Entro nel dubbio se non mi sia lasciato “prendere la mano”, per cui ora m’arresto, prima di riprendere a parlare, attratto comunque – se non esagero, affascinato ­ dai pensieri che le domande delle interlocutrici mi suscitano sull’argomento, alcuni dei quali non avevo mai trovato né il tempo, né il modo di pensare. In questa sede non m’interessa fare il resoconto di come si è concluso il dibattito (o la lezione che sia), ma segnalare al lettore i pensieri che per la prima volta ero riuscito a pensare: man mano, infatti, che cercavo di spiegare alle interlocutrici – ma a me stesso – l’intreccio tra i temi dell’emergenza e quelli della pace, più approfondivo le problematiche della pace più mi si chiariva in cosa consistesse l’emergenza e, viceversa, ogni contributo ad una definizione di emergenza metteva in luce la complessità della pace. Mi spiego: quando s’immagina un intervento psicologico in uno stato di emergenza determinato da una guerra, finiamo col rappresentarci la guerra come un “fatto” unitario ed omogeneo, l’emergenza “che fa seguito alla guerra” come l’insieme di quel che resta dopo che la guerra è terminata e l’intervento dello psicologo come applicazione di tecniche specifiche al fine di “riparare” nelle vittime della guerra i “danni” da essa prodotti. “Far seguito alla guerra ” esprime tanto una connessione temporale – ciò che si registra quando la guerra è finita ­ quanto una connessione causale ­ ciò che la guerra produce. Quando nell’affrontare i temi di un emergenza si parla di guerra, non si deve intendere questa ultima come quel periodo di tempo che intercorre tra una dichiarazione di guerra ed un successivo armistizio, o tra il momento in cui un esercito in armi sconvolge un territorio fino a quando le armi “tacciono”, come si dice. È piuttosto un susseguirsi di singoli episodi di emergenza che “fanno seguito” – sia nel senso che “succedono dopo”, sia in quello che “succedono per ” – a singoli episodi bellici, nei quali si rende acuto una condizione più generale e generalizzata di emergenza suscitata dalla stessa presenza degli eserciti in armi e che persiste anche quando le armi tacciono. Non a caso i nostri amici e colleghi di Emergency non intervengono a guerra finita. I loro ospedali e i loro ambulatori sono aperti, attivi, mentre la guerra è in atto; né ci stupisce il sapere che sono presenti sovente nei territori prima che un evento bellico sia dichiarato o si manifesti in maniera esplicita (per i profani si direbbe in tempi di pace). La lunga esperienza di Emergency dà testimonianza sia che “stati di emergenza” si ritrovano anche nei tempi della cosiddetta “pace”, sia che di interventi di emergenza c’è bisogno anche per tutta la durata di una guerra e conferma che sarebbe assurdo e improponibile che la decisione di tal genere di interventi dovesse attendere il ristabilimento della “pace”; e tali testimonianze confermano, inoltre, che non si dà identità tra emergenza e guerra: non solo perché esistono condizioni di emergenza in assenza di guerre, ma anche perché, durante periodi di guerra non sono esclusi possibili interventi “pacifici” o “umanitari”, se vogliamo qualificare così la qualità dell’impegno dei colleghi di Emergency. Episodi di emergenza sono frequenti in periodi di pace – anche in assenza di guerre o di altre catastrofi naturali ­, i quali divengono più frequenti e drammatici in tempo di guerra, senza che, tuttavia, durante la medesima, non si riscontrino atti umanitari o gesti di collaborazione e di solidarietà. Quando parliamo di guerra, essa va intesa come un periodo in cui singoli eventi bellici – o battaglie o scaramucce o bombardamenti o campi minati ­ si susseguono – a volte con pause più o meno lunghe – ognuno dei quali produce singole “catastrofi”: Solo nella prospettiva in cui le ipotetiche soluzioni di conflitti sono affidati esclusivamente alle armi, si può intendere la guerra in termini come “fatto unitario” ed omogeneo, in quanto la sequenza di atti e la varietà di eventi bellici si “uniformano” in funzione dell’unico obiettivo: l’eliminazione delle forze nemiche, col ricorso alle proprie forze militari. Ma se usciamo da simile prospettiva la guerra si configura come una serie di “improvvisi scontri”, che durano mezz’ora, un’ora, a volte più giorni, alternati a momenti di pausa e periodi di studio; e dal
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punto di vista dell’emergenza, di emergenze altrettanto improvvise, “acute”, direi, che durano più o meno a lungo e si innestano su di uno stato di emergenza generalizzato – questo sì che conosce poche pause ­, creato dalle condizioni generali di distruzioni, dall’assenza di comunicazioni e di beni di prima necessità, per i quali si muore non perché colpiti da una bomba, da una mina antiuomo o da un proiettile, ma perché non si può essere trasferiti o curati o non si trova di che mettere trai denti. L’emergenza che è in atto, inoltre, non è non ugualmente distribuita – di pari intensità e drammaticità – in tutti i luoghi dei territori interessati, né incide alla stessa maniera in ogni persona che quel territorio abita; ed è impossibile immaginare che si possa sopravvivere in tempi di guerra senza che non siano in atto – e lo sono più spesso di quanto si pensi ­ numerosi interventi umanitari e di emergenza; non sapremo mai ­ perché taciuti o perché i loro protagonisti sono ricordati come martiri di un’idea o di una delle parti in conflitto ­ quante persone “cadono” non per le idee o gli interessi in giuoco, ma perché hanno cercato di mettere in salvo un figlio o un amico o un conoscente, oppure di portare aiuto ad un commilitone o ad un compagno di sventura: persone che giungano al sacrificio della propria esistenza nel nome dei valori che non sono tuttavia quelli proposti da chi ha voluto o combatte la guerra. Insoddisfatto della conduzione e della condotta del gruppo, ma anche stupefatto di quanto m’era capitato di pensare, a gruppo finito e dal gruppo uscendo, m’accade di raccontare ­ forse di sfogarmi di quanto m’era successo – ad un’altra giovane, una dottoranda questa volta, le vicissitudini sia di Pisa che di Firenze. Forse, anche per chiederle “lumi”. Il mio ragionamento poteva essere questo: tra laureandi, laureati tirocinanti e dottorandi il passo è breve ­ di due o tre anni – e la poca differenza che passa tra loro lascia ipotizzare un terreno comune, per cui, per avere un’idea di ciò in cui mi sono trovato in mezzo e che è intercorso tra me e i giovani, oso coinvolgere nella problematica la nuova venuta. Quello che m’era rimasto addosso era il dubbio se argomenti del genere e in particolare il modo di argomentarli suscitasse o meno reazioni significative nelle generazioni diverse dalla mia, e, in caso di una risposta negativa, quali altre reazioni dovessi aspettarmi. Le sintetizzai alla meglio, a viva voce, quello che era successo nell’una e l’altra sede. Attendevo le sue impressioni e ne ebbe una che aveva un vago sapore di rimprovero, quello di aver trascurato la guerra: la sua natura, cioè, la naturalità con cui i conflitti sono predisposti ad “armarsi”, ad esplodere in guerre. Mi chiese: c’è, oltre la guerra, un pensiero della guerra che precede ogni sua percezione ed agisce da fattore trainante sullo scatenamento degli eventi bellici? Rimasi ancora una volta sorpreso; non ci avevo pensato, mi dicevo, oppure, qualche spunto o più di un spunto a pensare qualcosa del genere forse lo avevo ricevuto, ma avevo cercato di sfuggirlo, di evitarlo. Rimanemmo d’accordo – lei me aveva fatto richiesta ed a me l’idea piaceva ­ che avrebbe letto il testo che avevo preparato per l’ultima riunione e che le consegnai, per consentirle una risposta più dettagliata e documentata. Mi ritornò una risposta scritta che mi motivò a risponderle parimenti per iscritto. Non è qui la sede per parlare di questa corrispondenza, ma trovo pertinente riassumere i movimenti che il nuovo contributo mi invitava a fare verso la pace. La prima lettura del commento scritto che mi veniva offerto suscitò in me l’impressione che l’autrice non avesse risposto a tono. Di questa prima impressione devo fare ammenda, perché capisco che l’atto di “scavalcare la mia domanda” e le mie trepide attese ha l’indubbio significato di un “andare oltre” alle aspettative, non di eluderle o, tanto meno, di deluderle. Indirettamente, ma non per questo in maniera dubbia, ha testimoniato, infatti, che quanto m’accadde di pensare a Pisa “meritava un approfondimento” (chi dedica a qualcosa un
77 approfondimento, anche se non esprime alcun “giudizio” in proposito, dà segno di giudicare quel “qualcosa” significativo). La dottoranda – mi piace da questo momento chiamarla per nome, Elena, a riconoscenza del suo contributo ­ insisteva a ricordare che ci si era dimenticati di qualcosa di importante: che, prima che una guerra si scateni e che qualcuno abbia esperienza diretta di cosa sia e cosa comporti una guerra, sia chi si dispone a favore di un intervento armato, sia chi si vi oppone ha presente in testa un pensiero della guerra. Non posso che concordare, a conferma portando l’osservazione che chiunque prepara e preannuncia una guerra ha bisogno di tempo per propagandare e preparare alla guerra chi vi deve andare e coloro che hanno il compito di sostenerla e di legittimarla da casa. Non si va alla guerra, così, senza darsi pensiero! Si deve dunque – ha ragione la mia interlocutrice – chiedersi quali pensieri di guerra precedono il suo scatenamento e quali “suoi” pensieri è necessario formare e coltivare perché la guerra scenda in campo e non si arresti. Ed appaiono da subito pensieri sovradeterminati, cui concorrono immagini e argomentazioni diverse, alcune delle quali trovano conferma dal guerreggiare stesso, mentre altre vengono smentite: alcune si rinforzano ed altre sbiadiscono mentre la guerra è in corso, e il loro affievolimento concorre a porre fine alla guerra. S’ha da convenire che si dà un pensiero – personalmente preferirei parlare di “immagini” ­ della guerra, che precede ogni esperienza diretta degli eventi bellici; e, accostandosi alle intuizioni dello psicologo analitico Hillman, che sono immagini di un certo fascino. La guerra è bella, si ammetta: dove per bello si intende la qualità di qualcosa che bello si dice per una sorta di incanto che suscita. Così come si dà la possibilità che tali immagini, per l’effetto di traino che esercitano, giuochino la loro parte nella determinazione degli interventi armati e dei singoli eventi bellici! Ebbi modo di ascoltare Hillman ad uno dei Convegni di Filosofia che si tengono annualmente a Modena – era, se non sbaglio, il 2003 ­, in una sua conferenza sul tema “Bellezza e Guerra”, con cui dette inizio alle proprie riflessioni che lo hanno portato a scrivere un libro sull’argomento. Ricordo volentieri quell’esperienza anche perché in quell’occasione mi trovavo a Modena con mio figlio minore, il quale ­ era la prima volta che ascoltava il collega ­, mentre costui parlava – così come subito dopo che l’intervento ebbe termine ­ mi chiese più volte, turbato dalle parole ascoltate, chiarimenti e spiegazioni. Facendo leva su evocazioni mitologiche ­ le nozze tra Afrodite ed Ares ­, su brani letterari, tra cui citazioni omeriche, su dichiarazioni filosofiche (di Platone e di Plotino), Hillman ebbe il suo daffare per dimostrare la bellezza della guerra: o, per restare più fedeli alle sue parole, il “ruolo che la bellezza giuoca nella guerra ”. Conosco bene il collega e debbo dire che qualcosa del genere di quel che affermò me l’attendevo; ma pur conoscendolo non nascondo che già prima che prendesse parola mi accompagnava una certa trepidazione – parlasse pure della bellezza della guerra, ma per carità solo fino ad un certo punto (“cum grano salis”, per piacere!) ­ e che, durante la conferenza, mi occorse più volte di sentirmi correre dei brividi lungo la schiena. La conoscenza personale dell’autore, ma forse in maniera ancora più netta l’avere al fianco il figlio costituirono un argine ai fremiti che spesso mi percorrevano. Vincenzo – questo il nome del figlio ­ era, da un lato, una cartina al tornasole, una sorta di termometro che segnalava del calore della parole dell’oratore l’eventuale superamento di una soglia febbrile; dall’altro, una valvola di sicurezza: m’avrebbe chiesto informazioni e chiarimenti e nel dargliele avrei avuto modo di “dare misura”, di trovare una “regola” a quanto veniva detto. Fu proprio così, perché quello che posso definire un mio stato di
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trepidazione, al contrario, in mio figlio si costituiva come un sentimento di sgomento, almeno in certi passaggi dell’autore. A convincere i refrattari che la guerra giuochi con la bellezza, Hillman ricordava la varietà straordinaria delle fogge dei coltelli e delle sciabole, le elaborate fantasie che danno forma ad asce, alabarde e lance, la forma a squalo o da uccelli rapaci degli aerei da guerra; il commercio della guerra con la bellezza è testimoniato dalle “divise” variopinte dei soldati, dall’alternanza tra monture da parata – che rappresentano e simbolizzano, distinguendole, le “forze” di “terra”, di “aria” e di “mare” ­ e quelle da battaglia, come le tute mimetiche e il mistero dei caschi e delle lenti che i militari indossano – simili alle maschere guerriere della tradizione giapponese – al fronte; il garrire al vento di cento multiformi bandiere, alle quali anche il rosso del sangue aggiunge colore a colore e ogni lacerazione subita gloria ed onori, e i ritmi cadenzati della marce dei soldati e il corteo di trombe e di cornamuse; lo sfarzo, infine, delle uniformi dei generali e la bizzarria dei loro gradi, galloni e decorazioni: ero piccolo quando sentivo, in famiglia, a dar spiegazione di matrimoni mal riusciti o di scelte infelice di qualche donna, addurre a motivo “il fascino della divisa”. Ascoltavo e trepidavo; mio figlio Vincenzo m’era restituito dall’ascolto sbalordito e sconvolto. “Che la guerra sia bella” è un enunciato che procura in chi avversa le armi e se lo sente dire e ripetere una “fitta”, qualcosa che nel corpo – e non solo nel corpo –duole come una ferita. Le domande che furono rivolte all’autore al termine della conferenza lo confermavano, anche se il collega era stato chiaro fin dall’inizio nell’indicare lo scopo della propria riflessione: “il modo migliore per mettere fuori combattimento la guerra è forse quello di conoscere in modo più intimo il desiderio che se ne ha, la bellezza in essa racchiusa, il piacere che se ne prova ”. La descrizione della bellezza delle armi, delle parate e delle divise aveva lo scopo di porre in evidenza i motivi del fascino guerriero e di penetrare i segreti della guerra, e di interrogarci se non esistano altri modi – queste le parole di Hillman che ricordo – “di andare in guerra senza andare letteralmente alla guerra ”. Se queste erano state le parole che aveva premesso alle proprie argomentazioni, anche nelle conclusioni aveva ripetuto di guardarsi dall’illusione di “combattere la guerra opponendole la colomba della pace, o psicologizzando la follia della guerra ”. Ma il solo sentire parlare bene della guerra è, per il pacifista naturale, innaturale, inammissibile, e chi lo fa, qualunque dichiarazione faccia circa i propri scopi pacifici, non viene ascoltato; anche a mio figlio dovetti ripetere più volte le parole con cui Hillman aveva dichiarato i suoi intenti e spiegargli che per l’amico anche la colomba che vola sopra le desolate lande sconvolte dal diluvio appena passato, con in bocca un ramo di olivo, è un’immagine ricca di fascino: una promessa “viva” che “predice” e “predica” che oggi è un altro giorno e il passato un passato; e che quello che Hillman intendeva dire è che l’opposizione tra la candida malia rassicurante della colomba e il fragore luccicante del dio della guerra è una lotta ad armi pari e non garantisce la vittoria della prima sul secondo; e da spiegare ebbi anche l’avversione del collega per quella che chiama la psicologizzazione della guerra e che cosa intenda con il termine (spiegazione che riporto volentieri, perché si pone criticamente anche nei riguardi della psicologia dell’emergenza). Col termine ­ connotato negativamente, dove “psicologizzare” ricorda l’altro termine di “medicalizzazione”, con cui si critica un atteggiamento egemonico ed assoluto della medicina ­, Hillman indica il metodo diffuso in psicologia di giudicare la guerra una sorta di “malattia mentale collettiva”, la quale, come tale, può esser spiegata e curata con una teoria sulla violenza e con modelli interpretativi circa una ipotetica dimensione umana dell’aggressività, che si scatena o per un’immatura formazione della sua base istintuale, che la rende “irriducibile”, o si esaspera
79 perché subisce un contino ed assillante repressone o per assenza di forme di controllo (si tratta di un modello interpretativo che ha il suo equivalente in psicologia dell’emergenza, dove la persistenza del trama recente, addebitabile alla partecipazione ad una catastrofe collettiva, viene spiegato o con la sua sovrapposizione ad una trauma dell’infanzia della vittima, o messo nel conto di una sua debolezza psichica – alla singola “resilience” – o di una difficoltà individuale ad elaborare il lutto). Si apre un problema che, per la sua delicatezza, per la possibilità di porsi a fonte di equivoci, richiede un’accurata riflessione. Per le mie competenze psicologiche, mi viene spontaneo parlare e distinguere tra una fenomenologia delle “immagini di guerra ” – le nostre fantasie in proposito – e le percezioni della guerra, che custodiscono ciò che della guerra abbiamo fatto esperienza (diretta, in seguito alla partecipazione ad un “teatro di guerra”, o indiretta, tramite ricostruzioni storiche, letture, fotografie e documentari). Ma mi suggerisce di aggiungere alla precedente elencazione anche il livello di realtà che è costituito da quelle che posso definire le “figure della guerra ”, ovvero gli schemi cognitivi in cui la cultura riesce a “pensare” la guerra: basti la concezione della guerra come strumento d’una “selezione naturale” o di una purificazione di una razza egemone, e i vari i modelli di comportamento che la cultura prescrive ai belligeranti (come le “cavalleresche” forme “cortesi” dei duelli medioevali o le più recenti regole dettate dalle Convenzioni di Ginevra). In proposito va sottolineato un fattore importante: le “figure della guerra” non sono neutre, ma si propongono a contenitori di “valori” positivi, come la dedizione a valori comuni (la famiglia, l’esercito, la patria), la sopportazione alla fatica ed al dolore, l’ubbidienza, lo spirito di avventura e il coraggio, per cui chi cade in guerra – naturalmente se è dalla tua parte – è sempre un eroe! Fare la guerra rende forti: quante volte, anche in tempo di pace, si è sentito ripetere che a qualcuno il “servizio militare gli ha fatto bene”! A legittimare la guerra – in funzione di un’ideologia “guerriera” ­ e a scatenarla convergono sempre alcune delle “figure della guerra”. Ed è di tutta evidenza che le figure della guerra non sono mai scisse né dalle immagini né, tantomeno, dalle percezioni, che sempre all’esistenza di figure si rifanno, vuoi per assimilazione, vuoi per differenza e che ognuno dei tre livelli si intreccia in vario modo con ognuno degli altri. Ogni pensiero sulla guerra prende fisionomia da un giuoco dell’immaginario, cioè, “si anima” nel corpo di certe fantasie – le “immagini della guerra ” – che alimentano la vita quotidiana, le quali, per dirla con Lacan, sono sempre esposte, da un lato, a cadere precipitosamente nel registro del reale e divenire percezione e progetto: ad indurre qualcuno a far la “faccia delle armi” contro qualcun altro o qualcosa; dall’altro, a faticosamente accedere ad un registro simbolico, dove l’immagine si fa segno tangibile della presenza e dell’intensità di un conflitto, fino ad allora o del tutto negato o minimizzato nella sua portata. L’alternativa di sviluppo accennata fa sé che le figure possono negativamente giustificare e legittimare ogni guerra (anche la peggiore), ma anche svolgere un’utile funzione: le fantasie “guerriere” possono aiutare a rendere manifesto il piano conflittuale della realtà umana e, una volta che “agiscono” nei perimetri delineati dalle figure sociali della guerra, metterne in evidenza anche le “regole” che le azioni corrispondenti “hanno il dovere” di seguire. Lo sviluppo di una o dell’altra alternativa è anche legata al bagaglio delle percezioni della guerra di cui si dispone, senza tuttavia che la direzione che viene suggerita possa determinarsi a priori. Immagini drammatiche della guerra possono sconsigliare ad agire o scoraggiare chi ha un “animo pugnandi”, ma possono, le stesse immagini, evocare punizioni esemplari, sentimenti di vendetta e di rivalsa. Tuttavia, potremmo guardare anche alle percezioni con ottimismo: sia per come possano contribuire ad imporre una coscienza di pace
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– frequente è nelle campagne per la pace, l’esposizione di ricordi drammatici delle guerre guerra ­, sia per le funzioni che potremmo a loro attribuire di segno di una protensione dell’anima individuale alla partecipazione al mondo”. Soggettiva propensione dicevo, ma solo per un “come se”: ché immagini e percezioni si formano in una rete di relazioni in cui ognuno di noi si trova ad essere dalla nascita e che pre­definiscono ogni pro­tensione dell’anima, qualificandola secondo il grado e le modalità di partecipazione ad uno spazio collettivo. D’altra parte va ricordato che in questa stessa prospettiva anche le “figure della guerra” assumono un che di paradossale (l’affermazione non suoni scandalosa ai pacifisti): danno qualità di vita alle forme di convivenza sociale, in cui prendono significato le intenzioni e le azioni degli uomini. Ipotizzo che, se “immagini” e “percezioni” e “figure” entrano in giuoco nello scatenamento della guerra, esse anche delineano le “forme” che assume l’esistenza umana, per cui, non solo come fattori di guerra, ma anche come condizioni di convivenza non potranno non essere oggetto di studio e di riflessione di una “scienza della pace”. Sia nel “combattere una guerra”, sia nel “combattere la guerra”, nei belligeranti come nei pacifisti “urge” un coacervo di “intenzioni” – di figure, di percezioni e di immagini “intenzionate” ­ niente affatto omogenee tra loro. Né si deve scordare che le stesse decisioni di intraprendere una guerra e di guerreggiarla, sono attraversate da conflitti. Troppo spesso ci scordiamo – né la storia, che è purtroppo e spesso solo storia di guerre, aiuta granché ­ che molte guerre non sono state intraprese non perché frenate da istanze di pace o dalle manifestazioni dei pacifisti, ma perché non si è trovato accordo tra le tante istanze che premevano per la guerra, le quali, mancando tra loro concordia, ne hanno sconsigliata l’adozione. Le espressioni adoperate di “combattere una guerra ” e di “combattere la guerra ” aiutano a comprendere il giuoco delle cosiddette “figure della guerra”, che, presenti in entrambe le espressioni, illustrano il loro giuoco anche in vicende di drammatica attualità, quale il terrorismo, e nel clima che si determina e nel dibattito che ne scaturisce. Attuale è il discorso, che, con valenza di constatazione, si fa a proposito della diffusione degli atti di terrorismo, circa il ritrovarsi alle porte d’una “guerra del terrorismo”. Questa prima “figura” porta per associazione ad una seconda e, per il nesso che tra le due è possibile instaurare, ad un’impropria “deduzione” che induce acriticamente a parlare – o a sentire dire – che “siamo in guerra ” (e c’è chi intorbida ulteriormente le acque, parlando addirittura di “terza guerra mondiale”, tacitamente in atto, o di “guerra tra civiltà”). Non si dà equivalenza, invece, tra la guerra scatenata dal terrore e l’espressione di “guerra al terrorismo” , con la quale si denomina l’organizzazione di eventuali difese contro i pericoli che il terrorismo costituisce. Il rapporto tra la “guerra del terrorismo” e la “ guerra al terrorismo” non è di ordine logico, quasi la seconda completasse la prima e la integrasse in un tutto unico e compiuto: per cui dalla prima se ne deduce logicamente la seconda. La “guerra al terrorismo” fa riferimento ad una “figura” che della guerra evoca una situazione che richiede coraggio, costanza, determinazione, sopportazione, capacità di sacrificio e fede nei propri ideali costitutivi, quali atteggiamenti da assumere nella vigilanza contro gli atti di terrore e contro i loro protagonisti. La forza “militare”, per così dire, della “guerra al terrorismo” risiede, anzi, nell’essere dall’altra distinta per una sua radicale diversità, che è anche d’ordine etico: si tratta, infatti, di “scendere in guerra”, senza ricorrere alle armi ­ nemmeno a quelle cosiddette “intelligenti” ­, ma chiedendo consiglio ad un’intelligenza “disarmata” – nella sua logica disarmante ­, che “analizza” le singole situazioni – non fa di ogni erba un fascio –, e “distingue” tra protagonisti, aiutanti, comparse e spettatori degli scenari aperti dal terrorismo; e l’assunzione dei corrispondenti atteggiamenti non significa affatto “cedere” al terrorismo – come a volte si
81 sente predicare ­, ma mostrarsi “capaci di resistere” ad un terrorismo che non distingue, che colpisce, in nome di astratti simbolismi e in situazioni che si prestano a fare il maggior numero di vittime – senza discriminare, scegliere tra loro –, con il solo scopo di far danno e notizia. Né d’ordine quantitativo è la differenza che passa tra guerra e pace: del tipo “meno conflitti in pace e più conflitti in guerra ”. Anzi, in un senso meramente quantitativo, il numero dei conflitti tende a ridursi nei periodi di guerra, come se l’intera energia si concentrasse su alcuni di loro, in essi esaltandosi ed evitando ogni altro (lo spazio della pace è attraversato da un numero maggiore di conflitti, il quale si riduce man mano che si avvicinano i “tempi della guerra”). Il salto è qualitativo: in guerra si intrecciano alcuni dei conflitti che già caratterizzano i momenti di pace, i quali si stringono in un nodo che “soffoca” gli altri conflitti presenti – di cui si perde traccia ­, mentre quelli che vi si annodano, si stringono tra loro in modo che solo un drastico intervento – una rasoiata, un colpo di cannone – vi pone rimedio. Nessuno saprà mai – e non sarebbe fuori luogo un ricostruzione storica che di quanto affermo raccogliesse la documentazione – quanto guerre siano insorte ­ due, dieci, venti anni dopo ­, per problemi lasciati aperti – se non addirittura creati – dalla guerra precedentemente combattuta. Il contributo di Elena non si era esaurito nell’invito a “pensare la guerra” – da studiare i pensieri della guerra –, ma si era completato in un riferimento al pensiero di Miguel de Unamuno, dal cui testo ­ “Del sentimento tragico della vita negli uomini e nei popoli” ­, si trae sia l’inevitabilità del conflitto nella convivenza umana, sia la convinzione che farmaco della vita e della pace non può essere che la consapevolezza del lato tragico dell’esistenza: per concludere con lo scrittore spagnolo che la pace è la messa in scena della dimensione tragica della vita e la guerra è la vita fatta tragedia. Una “scienza della pace”, dunque, non casca nel tranello di considerare la guerra un tema da scansare, in quanto, per essere l’opposto della pace, non riguarda una cultura della pace. Come la disciplina medica studia le condizioni di salute e di benessere, al fine di preservali, e studia le malattie ­ per prevenirle, curarle, limitarne i danni ­, così la scienza della pace annovera tra le sue materie sia le forme e i metodi di elaborazione delle “immagini”, sia l’educazione alle “percezioni” della guerra ­ non c’è manifestazione pacifista che non esponga le fotografie dei disastri bellici –, sia le dinamiche che contribuiscono alla genesi ed alle articolazioni delle sue varie “figure”. Seppure per una strada diversa viene riaffermata la convinzione di una convivenza sociale “naturalmente” pervasa da una continua rinnovata conflittualità, che trova ragione d’essere nelle condizioni stesse dell’esistenza umana, la quale, per la necessità di confrontarsi con altre forme di vita, manifesta la propria vitalità sia nell’incontro e scontro con la diversità – con una radicale diversità, sia essa biologica, psichica o culturale ­, sia nel confronto inevitabile con il divenire, ovvero con le continue metamorfosi delle forme di vita. E qui, forse non a caso, ci si accosta ancora ad un tema toccato in quel di Pisa, un anno fa, se il riferimento è Unamuno riguarda l’altro suo testo dal titolo “Agonia del cristianesimo”: ovvero il mito delle Creazione biblica e del peccato originale intesi come tematizzazione della condizione della convivenza umana . Non è che la colpa di Adamo e di Eva passi misteriosamente – e ingiustamente – sulle spalle dell’incolpevole discendenza. I figli e le figlie degli antenati biblici avvertono il peso degli atti dei loro progenitori, perché le generazioni precedenti segnano con le loro “gesta” il territorio che i discendenti abiteranno e le relazioni “terrestri” che li legheranno tra loro: il peccato di Adamo segna le condizioni di convivenza della progenie.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 82 È come se gli studi sulla pace dovessero ricercare una soluzione alla domanda: “Riusciremo a dare un seguito al peccato originale che sia diverso da quello riferito nel racconto biblico che vede la generazione del “dopo peccato” segnata da un altro genere di peccato ­ un peccato in “proprio”, per così dire ­, ovvero compromessa nell’uccisione di Abele da parte di fratello Caino?”.
83 II 7 “Dalla società dei guer rieri a quella delle connessioni”: Dieci ipotesi per una psicologia della pace di Enzo Spaltro Per passare dalla società dei guerrieri a quella dei connettori occorre effettuare un salto di qualità e cominciare a "considerare insegnabili cose che insegnabili sinora non si consideravano", così come non lo erano un tempo "la medicina, l'arte, la gestione degli uomini". Occorre che si possa controllare e successivamente rendere spontanea una numerosa serie di comportamenti. E riprendere così il concetto di benessere, ponendo l'accento sul bisogno sempre più sentito di costruire un mondo, e quindi una scuola. E rifiutando l'idea fatalista per cui i mondi sono già tutti fatti e che possiamo soltanto apprendere il mondo "precostituito", quello che esisteva ed esisterà prima e dopo di noi. Quello per cui noi siamo irrilevanti. Per raggiungere questo obbiettivo occorre concentrarsi sul raggiungimento di taluni comportamenti specifici ed essere perciò affiancati da una nuova pedagogia. Cominciare ad insegnare a "stare bene" creativamente e soggettivamente, e non solo ad evitare la sofferenza ed il malessere, sarà dunque uno dei punti principali a cui prestare attenzione nel pensare ad una progettazione futura. Ma è soprattutto il concetto di soggettività emergente ed il suo insegnamento a rappresentare il punto di partenza per la scuola, in quanto "i soggetti accettano un benessere che sentono come proprio, frutto della propria sovranità e invece rifiutano un benessere che qualcun altro tenta di imporgli". In effetti questo spesso accade nella nostra società verticistica a scarsa soggettività. Occorre soffermarci di più sul piacere dell'apprendimento. Dobbiamo ancora imparare il perché ci piace imparare ed il perché questo non possiamo dirlo ed esternarlo. Dobbiamo rifiutare un'idea di apprendimento che presenta l'imparare come sforzo e sofferenza ed auspicare la nascita di una "bella" scuola, "allegra e benestante", anziché territorio esclusivo del dovere. Ciò sarà possibile attraverso una nuova didattica, già emergente, che passi dall'imparare nozioni in maniera specifica e specialistica al "generico e propedeutico imparare ad imparare"; " dall'interesse prevalente per i contenuti, le nozioni e la quantità" a quello "per i processi, le relazioni e la qualità"; "dalla pedagogia che vede l'allievo come bambino all'andragogia che vede l'allievo come persona in sviluppo. In questo contesto e con queste finalità possiamo individuare alcuni principi di base che consentono di migliorare la qualità della vita e di proporre un legame tra gli uomini né bellico né belligerante. Il legame bellico, di belligeranza potenziale anche se non espresso invade oggi tutta la società in cui noi viviamo, il suo linguaggio e la sua organizzazione. Per questo si propone qui di discutere dieci ipotesi di relazioni possibili in una società che realizzi delle relazioni pacifiche e che ne faciliti l'apprendimento, allo scopo di realizzare una società delle connessioni e della pace. Le dieci ipotesi possono essere così definite ed ipotizzate. 1. Le difficoltà dell'affr ontare il benesser e e il piacere costituiscono la base della guer ra Le radici della guerra appaiono essere oggi antierotiche. Non ostante l'entusiasmo che provoca la guerra non ha tra i suoi obbiettivi il benessere. Appare quindi oggi ancora drammaticamente vera e minacciosa l'espressione di Freud in risposta ad Einstein quando nel
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1932 gli scriveva che "il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee pare sia per il momento votato all'insuccesso". L'avvento di Hitler al potere in Germania l'anno successivo e la seconda guerra mondiale sette anni dopo dimostrarono la portata di un tale insuccesso. La forza delle idee non conta, nè conta l'ideologia della non violenza. Oggi occorre uscire dal vecchio pacifismo selvaggio pessimista ed idealista per entrare nel nuovo pacifismo scientifico ottimista e soggettivo. Paradossalmente il vecchio pacifismo ha fatto il gioco degli innumerevoli guerrafondai che sono vissuti negli ultimi secoli tra noi. Il nuovo pacifismo deve tentare di erotizzare la pace. Cosa riuscirà a fare un nuovo pacifismo scientifico? Bernard Manin, estensore della voce "Pace" dell'Enciclopedia Einaudi del 1980, così esplorò il significato della parola pace. "Qualsiasi rapporto fra comunità diverse esente da violenza può essere chiamato pace, anche quando manchi una concorde accettazione (patto) dell'ordine stabilito. Ma è proprio dalla giustizia di tale ordine, dal suo adeguarsi a quello della natura (natura/cultura) che si è a lungo pensato dovesse nascere la vera pace, l'abolizione di ogni conflitto. Ciò in contrapposizione ai casi in cui tale ordine si identifica direttamente nelle istituzioni create dagli dei, dagli eroi o semplicemente dagli antenati (miti) di una determinata società o stato, rivelandosi così in contrapposizione con quello di altre comunità, ed a trasformarsi in motivo di guerra. Perché l'estraneità dei popoli non si trasformasse in una demonizzazione (démoni) del nemico, del barbaro, del selvaggio. Attraverso un concorso di volontà teoricamente uguali (ideologia) l'uomo doveva poter spezzare il ciclo ricorrente dei conflitti armati, approdando ad una concezione universalistica della pace. Si è tentato di superare il carattere utopico di tale concezione cercando nel commercio, negli automatismi del mercato, un fondamento più sicuro della pace. Anch'esso però si è rivelato strumento di pace come di guerra, mentre storicamente è stata la guerra stessa ad autodefinirsi come il mezzo migliore per il raggiungimento della pace (si vis pacem, para bellum)." Colpisce in questa definizione l'approccio paleo pacifista, che vede la pace come assenza, e la speranza di un'abolizione dei conflitti, come se essi non fossero parte della natura umana. Il neo pacifismo deve purtroppo prendersi in carico la vecchia contesa sulla menlische wesen, la natura umana per rifiutare la legittimazione obbiettivista e biologica della guerra, tutt'ora presente nelle coscienze. Colpisce l'impostazione che ne ha dato Alexander Mitscherlich nel 1969 alla inaugurazione della 21a Fiera del Libro di Francoforte, dopo aver ricevuto il Premio per la pace 1969, tra immense polemiche e critiche di ogni tipo. Come psicologo dice Mitscherlisch non ho mai avuto molto rispetto per la saggezza dei governanti. Per questo io comprendo l'odio degli oppressi. Ma può l'odio essere utile all'umanità? Occorre impedire che l'energia umana si trasformi in odio. Noi tedeschi abbiamo una lunga tradizione di "marzialità" cioè di abitudine all'odio, alla vittoria a qualsiasi prezzo ed alla soluzione mediante vittoria dei conflitti. E per questo abbiamo insegnato odio ed aggressività. Il "dovere" essere aggressivo, per pressione sociale rappresenta un pericolo per la pace del mondo. Comprendere l'odio degli oppressi non fa fare molti passi verso la pace. Affascinante è poi il modo in cui tratta questo problema della guerra e della pace George Amado, il romanziere brasiliano nel suo libro “Gabriella, garofano e cannella ”, che è
85 del 1958. Gabriela tradisce il marito Nacib e per questo nella città di Ilheus lui dovrebbe ucciderla. Questa è la legge di quella cultura, il suo diritto implicito, derivante dal bene scarso: ché così erano considerate le donne. Chi non seguiva questa regola veniva espulso dalla comunità. Ma Nacib non ammazza la moglie perché la ama e così facendo trasforma la scarsità in abbondanza, rompe il principio del limited good e la sua ferrea pressione. L'origine della guerra come conseguenza di una pressione sociale appare evidente in questo romanzo. L'origine della pace come conseguenza del benessere appare altrettanto evidente. E queste sono tutte storie del tempo della scarsità. Da allora molte cose sono cambiate. Siamo entrati nella società del benessere e delle risorse abbondanti ed anche il modello freudiano prodotto da una società del malessere e delle risorse scarse non regge più. L'antropologo G. Foster, studiando la società messicana degli anni quaranta, la descrisse dominata dal concetto del "limited good" del bene limitato. Tutto era limitato ed i soggetti dovevano lottare contro questa limitatezza. George Foster ed il concetto di limited good hanno così dato vita agli studi di Lee Porter ed alle ricerche sulla percezione soggettiva del potere a somma zero od a somma variabile. Le ricerche iniziate in Italia nel 1977 sul sentimento del potere e sulla qualità del potere hanno interrotto il filone dell'analisi quantitativa dello stesso ed hanno introdotto l'idea del potere a somma variabile, cioè di nuovi modelli per analizzare la pace. Di questi modelli qualitativi del potere e dell'unlimited good desidero parlare qui. Vorrei far rilevare come la pace venga comunemente definita come "mancanza di...", quella che I. Kant chiamò col termine di Unding, la non cosa o anche il non senso. In questa idea di pace la Unding deriva la sua immaterialità. La pace è una non cosa, un'assenza, una mancanza di materia, però nell'idea di pace il soggetto riprende corpo: paradossalmente l'immateriale diventa soggetto materiale. L'idea di limited good, su cui si è basata tutta l'economia di scambio e della scarsità si sta trasformando nell'idea di risorsa abbondante su cui si sta costruendo tutta un'economia soggettiva od economia del benessere. Il soggetto scopre la sua immaterialità e, lungi dal rifiutarla, la sceglie come modello di benessere. Poi scopre (o inventa?) le risorse abbondanti e diventa gruppo. Soggettività non è più assenza di obbiettività, Unding, ma presenza di un processo specifico di costruzione della realtà. Seguendo la psicologia costruttivista di George Kelly, la realtà è un processo di costruzione unitaria in cui il soggetto è l'esperto di benessere. Il titolare di un'ipotesi di benessere. La pace quindi non è l'assenza di guerra. Ma è la costruzione di una Ding, di una cosa, cioè di un benessere. Il benessere non è l'assenza di malessere. La salute non è l'assenza di malattia e via dicendo. Il mondo della società scarsa e dell'Unding sta finendo. Sta finendo il dominio della dualità degli stinti e sta iniziando l'epoca della loro irriducibile pluralità. Con queste premesse, occorre chiederci oggi cosa sia la pace. E se questo concetto di assenza, senza senso, abbia ancora motivo di esistere. La ding oggetto, gegenstand, senso è divenuta soggetto, creatore di senso. Per rispondere con una diversa contraddizione rispetto a quella del pacifismo spontaneista e pessimista collocata tra guerra e pace: la contraddizione tra benessere e malessere pare essere il punto di inizio di un discorso scientifico sulla pace. E sul benessere che non è pura assenza di malessere. E sulla pace che non è pura assenza di guerra. II processo di controllo del piacere e la sua riduzione preventiva è quello che Ph.Slater ha chiamato l'antisepsi materna, nei confronti della figura terza o figura paterna. La chiusura
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in un modello dualistico, che esalta la funzione del meccanismo della colpa, perpetua l'incapacità a sopportare dualità estreme e l'immaginazione di una necessaria punizione sempre seguente all'uso di risorse scarse e quindi immaginate come altrui. Ciò determina il crescere rapido del senso di colpa, che riesce a rendere scarse le risorse anche abbondanti, e a basare su tale scarsità il più efficace mezzo di controllo sociale sinora inventato dagli uomini: il senso di colpa, ovvero la paura della punizione e il costo del piacere provato. La psicoanalisi ha ripetuto sino alla noia che l'uomo è l'animale che inventa la cultura e la società per potersi meglio reprimere. E S.Freud ha sostenuto l'incapacità del modello edonistico di rendere conto del comportamento umano. Lo ha sostenuto nelle “Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte” del 1915, poi nell' Al di la del principio del piacere del 1920, con la coazione a ripetere dei traumatizzati della prima guerra mondiale in cui scoprì l'istinto di morte, e poi nella famosa lettera ad Einstein del 1932, quando sottolineò come l'invenzione della cultura debba farsi risalire al bisogno di controllare il piacere, quindi privilegiandone la sua funzione repressiva. Poi la ricerca psicologica ha affrontato continuamente il problema della dualità delle scelte, di fronte al piacere. Prima con la dualità dell'ambivalenza e poi con quella della dualità degli istinti. Successivamente, per stabilizzare il senso di colpa, é stato reso obbiettivo uno dei termini della dualità, quello normativo e la creazione della norma è stata obbiettivizzata. Ed è così che la colpevolezza ha determinato la nascita della sacralità, che deve per questo farsi risalire alla scarsità. Il sacro, come scrisse R.Caillois, studiando i giochi e la loro funzione anche bellica, è la conseguenza della scarsità. Perciò deve essere riprodotto costantemente, così come la scarsità e il malessere. Questa estraniazione obbiettiva del controllo del piacere permette di parlare della repressione come di un'obbiettività, un gegen stand, un oggetto. Un altro modo di descriverla è quello di una lotta tra pulsioni e realtà, tra individuo e società, tra piacere e dovere. La nascita del sacro rappresenta un meccanismo cui il principio del limited good si deve attenere per poter legittimare la violenza e la guerra. Ed è paradossale vedere come il limited good stia alla base della guerra, la quale a sua volta abolisce ogni nozione di scarsità perché la violenza legittima qualsiasi spreco, consumo e costo. L'idea di bene limitato porta alla guerra che elimina assurdamente l'idea di bene limitato che l'aveva prodotta, tanto da far pensare ad una funzione euforizzante ed erotica della guerra come occasione di investimento altrimenti impossibile e come produzione di ulteriore scarsità. Per controllare la risorsa scarsa sono state anche create molte strutture sociali e molte norme tutte funzionali all'esercizio dei sensi di colpa e usati per poter rendere sacro ed intoccabile il meccanismo di produzione ed amministrazione della scarsità. L'origine sacrale dell'economia la si rintraccia bene nelle grandi "istituzioni" sacre, come l'inferno ed il purgatorio e nella loro successiva influenza sui sistemi organizzativi e sull'oggettivizzazione razionale. La nascita del diritto spesso si è basata sulla soggettività dei potenti diventata oggettività. Ciò ha posto il problema della scarsità in termini soggettivi. Infatti il sacro deriva dalla scarsità soggettiva dei potenti, che secondo le loro percezioni hanno sempre regolamentato con leggi la scarsità stessa. Dopo di che il gioco è fatto ed il piacere è diventato quasi irraggiungibile senza il divieto e la sua trasgressione. L'erotizzazione del comportamento umano dipende così paradossalmente in gran parte dalla sua proibizione.
87 L'oggettivazione dell'idea di morte ha poi completato il panorama: il bisogno di immortalità, rappresenta la risposta del soggetto all'uso indiscriminato della morte come mezzo di amministrazione dei comportamenti umani. L'immortalità (paradiso?) diventa la promessa ai soggetti da parte degli anti obbiettivisti: chi crede sarà salvato (dalla morte?); la corsa verso l'immortalità diventa un mezzo con cui i minacciati iniziano ad immaginare un mondo fatto di promesse e non di minacce. Ma il controllo dell'idea di morte non viene risolto così semplicemente nè con l'invenzione di paradisi, inferni o purgatori, nè con l'uso del diritto di vita e di morte da parte dei potenti, nè con l'obbiettivizzazione sistematica della repressione tendente alla distruzione del desiderio. Da questo punto di vista la guerra è funzionale all'obbiettivizzazione spinta della soggettività dei potenti. L'idea di scarsità e la funzione della colpevolezza come regolatore di beni scarsi portò alla costruzione di una realtà sociale più ampia e a una maggiore influenza sui meccanismi bellici di cui stiamo parlando. La dualità, applicata alle relazioni, ha costituito la base della nostra società: la cultura di coppia così è stata il terreno ideale della colpevolezza e della scarsità ed ha fondato la società scarsa a base economica in cui viviamo. Questo si espresse nella cultura medioevale con la famiglia fatta di un primogenito nobile, un secondogenito soldato e un terzogenito prete: sempre per controllare obbiettivamente la scarsità. Poi, con l'avvento al potere di una cultura democratica, la coppia diede il posto prima al gruppo e poi al collettivo proponendo l'uso del piccolo gruppo e del collettivo come mezzo di gestione del piacere e del benessere. Questo passaggio dalla coppia duale, e come tale sempre belligerante, al piccolo gruppo prima ed al grande gruppo poi, collegata al bisogno di autogestione nel piacere ed alla soggettività nel benessere, hanno portato tra noi l'idea di organizzazione come passaggio dalla società malestante a quella benestante. Nè ha più senso oggi l'idea di organizzazione come sofferenza necessaria, perché un'organizzazione deve servire soprattutto oggi al miglioramento della qualità della vita dei lavoratori. 2. Le contraddizioni del piacere e del desiderio stanno alla base della pace Chi sta bene non fa la guerra. Per fare la guerra occorre che la gente stia male, perché solo così la si può convincere a combattere. Ma non deve stare tanto male da perdere le battaglie. Questa è una contraddizione che influenza tutta la psicologia e l'organizzazione militare. Curare il benessere dei soldati, ma non troppo perché non si '"rammolliscano". Intendiamo per contraddizione una scelta difficile a compiere, anzi quasi impossibile. Così è una contraddizione la classica domanda se sia nato prima l'uovo o la gallina? È una contraddizione il conflitto tra natura e cultura ed anche quello tra priorità dell'economia o della psicologia nei fatti sociali. Ricordo qui alcune altre contraddizioni, cioè scelte non effettuabili nel campo della ricerca della pace che stiamo adesso esaminando. Per agire noi cerchiamo di scegliere tra due o più alternative. Se non ci riusciamo ci troviamo a dover fronteggiare una contraddizione. Se poi questa contraddizione non permette uno sviluppo e ci obbliga ad occuparci solo di lei, possiamo resistere per un po': poi dobbiamo cedere ed effettuare una rimozione, un'esclusione dalla coscienza e questa la possiamo denominare conflitto, a forte componente inconscia. La natura inconscia e non detta del conflitto non deve essere dimenticata. Non possiamo dimenticare qui la contraddizione tra scarsità e abbondanza, tra bisogni e desideri, ed il problema della produzione soggettiva della scarsità. Non possiamo dimenticare la contraddizione tra guerra e pace e la ricerca del tertium, che impedisca la
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costruzione del conflitto: chiamiamo questo tertium con la parola gioia, pronti a cambiarla se occorrerà. Non possiamo dimenticare la contraddizione tra benessere e malessere: la fruizione diretta del benessere: la contraddizione tra piacere e soddisfazione: tra espressione e repressione: e la speranza che questo modello dualistico che erotizza soprattutto ciò che è proibito possa essere sostituito da un modello plurale nella ricerca del piacere, dalla colpevolezza domenicale all'ansietà sabbatica. Non possiamo dimenticare la contraddizione tra colpevolezza ed espiazione: il piacere del reprimere ed il gusto dell'espiare. Il pentimento rende piacevoli le tradizioni e le culture. Ed il paragone tra il protagonista presente e l'antagonista passato. I greci lo esprimevano bene coi giorni infausti dell'apofrades, in cui i morti tornavano nelle case in cui avevano abitato. E di questo parla Harold Bloom nella sua teoria estetica e pedagogica del fraintendimento. E questa contraddizione fa sì che un farmaco non sia efficace se non è doloroso o sgradevole. Ed un insegnamento piacevole non possa essere considerato utile. Non possiamo dimenticare la contraddizione tra mito obbiettivante ed opaco, che riassicura con la sua pseudo obbiettività e gioco soggettivo e trasparente che rende ansiosi con la sua continua interpretazione e mutevolezza: la ricerca del tertium: il pensare. Non possiamo dimenticare la contraddizione del potere al bivio tra il produrre e l'impedire cambiamenti e la ricerca di un potere che non ripartisca, ma produca la risorsa scarsa: un potere che produca e non distrugga ricchezza e benessere. Quindi la contraddizione del potere tra somma zero e somma variabile, tra ripartitivo e generativo, quantitativo e qualitativo. L'utopia dei vecchi anarchici sulla diversa qualità del potere può oggi realizzarsi. La negoziazione che lo esercita può esprimere chiaramente il tipo di potere attivo e le prospettive di successo di una scienza della pace. Non possiamo dimenticare il tramonto del pacifismo selvaggio: che vede nelle parole guerra e pace, dei concetti usurati e oramai inefficaci; e che quindi richiede l'uso di nuovi concetti e di nuove parole per rincorrere un vecchio obbiettivo, mai sinora raggiunto e quindi storicamente presente solo come Unding, non senso. Da tutto questo emerge l'idea di una scienza della pace come scienza del benessere. Poichè le contraddizioni del piacere e del desiderio stanno alla base della pace. 3. Le vicissitudini e le trasfor mazioni del piacer e nella società benestante stanno alla base della pace Il desiderio e la sua repressione, quelle che Freud aveva chiamato eros e thànatos sono oramai datate. Infatti esse derivano dai millenni della scarsità quando hanno gestito la psicologia degli uomini­oggetti della società scarsa e non sono in grado di gestire la psicologia degli uomini­soggetti della società abbondante. Questi concetti hanno determinato il sorgere di un "pessimismo interessato" del terrorismo e della cultura del malessere come modalità di esercizio del potere sociale: cioè della minaccia nei confronti degli altri regolati sempre mediante scarsità e pressione sui bisogni. Così l'autorità e la gestione del piacere hanno creato continue scarsità per poter regolare gli uomini­oggetti. E gli uomini soggetti si sono invece concentrati a creare continue nuove abbondanze, opponendo alla scarsità degli oggetti l'abbondanza dei soggetti.
89 Così hanno visto la luce il pessimismo economico e il pessimismo religioso. Il primo con la minaccia della fame ed il secondo con quella della scomparsa. Il primo ha colonizzato la ricchezza ed il secondo la morte. Conseguentemente è stata creata l'idea di liberazione, cioè di immortalità, come metodo di controllo del piacere. Dalla minaccia si è passati lentamente alla promessa. Dall'uso indiscriminato del malessere si é passati all'uso del benessere. La religione cristiana è stata in questo senso all'origine di moltissimi modelli liberatori quindi ottimisti e centrati sul benessere. Nel pessimismo religioso l'uso minacciante ed indiscriminato di istituzioni come il paradiso , l'inferno e il purgatorio ha consentito notevoli trasformazioni dell'idea di controllo del piacere, dei meccanismi espiatori e della materializzazione della colpa. Sempre però seguendo un'idea di quantità, chiaramente espressa dalla dinamica delle indulgenze e dalle lotte che queste provocarono .Per millenni l'idea di scarsità e di obbiettività sono stati lo stile prediletto di gestione del potere, che aveva come suo compito principale la creazione della scarsità e la sua amministrazione. A questo si è aggiunto recentemente il pessimismo psicoanalitico e l'idea di thànatos di Freud e di destrudo di Fromm, modi più sofisticati per esprimere la difficoltà psichica di affrontare il piacere ed il pericolo della sua frustrazione. Da pochissimi anni si sta puntando direttamente sull'idea di gioia e di benessere soggettivo, abbandonando il dualismo del bastone e della carota e della duplice verità. E ciò sta avvenendo non tramite una riunificazione massiccia, ma mediante un pluralismo crescente. Da cui l'idea di benessere soggettivo, cioè plurale, base dello stato di pace: sua origine e non sua conseguenza. Un'altra forma, più sottile di pessimismo è poi quella psicosociale, basata sull'idea di vittoria e di successo; vincere è un valore in sè stesso, indipendentemente dai costi. La psicologia del limited good scompare e pur di vincere non si pensa al benessere, all'utilità, ma solo alla vittoria a qualsiasi prezzo. Ciò dà l'impressione che si possa passare dalla legge della giungla all'idea di gruppo e di benessere plurale, da un control from outside ad un control from within. In realtà si passa da una giungla ad un'altra. Il malessere è sempre dato per scontato: esso è il costo necessario di ogni successo: per vincere occorre morire. Tipica del pessimismo sociale è l'idea del potere da dare ad una forza internazionale perché possa fungere da deterrente. Il raggiungimento della pace tramite la giustizia, tipica del pacifismo selvaggio della società scarsa. Ciò é stato ripetutamente verificato come inefficace e deve perciò cedere il passo al pacifismo scientifico. Infatti recentemente si stanno creando le condizioni per innescare il ciclo seguente: soggettività, pluralità, complessità e qualità come forme del benessere. Ciò vuol dire che si sta creando il bisogno di una costruzione positiva della realtà ed una decriminalizzazione dell'edonismo. Ma molta strada occorre ancora fare per giungere a ridosso dell'idea di benessere e di piacere. Se gli uomini si avvicinano a questa idea vivono in pace. Se vi si allontanano vivono in guerra. 4. Il nuovo pacifismo e l'erotizzazione dell'idea di pace vanno di pari passo con la fine del primato dell'obbiettività e dell'economia Studiare scientificamente una non cosa, una Unding, un'assenza non è possibile. Cosa occorre allora studiare per vivere in pace? Oggi si parla di economia soggettiva e di politica qualitativa. Oggi si sta andando verso una concezione immateriale del benessere, verso la costruzione di un mondo di soggetti, verso una produzione di diverse relazioni oggettuali e soggettuali. Il punto della nuova scarsità, quello in cui occorre operare nella ricerca e nell'insegnamento è quello delle relazioni. Occorre conoscere meglio il meccanismo di
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costruzione e di distruzione delle relazioni, perché lì risiede in gran parte la costruzione del benessere. Occorre attivare lo scambio reciproco con soggetti come nella costruzione della realtà ed evitare la reificazione unilaterale di oggetti. Questa reificazione porta infatti alla distruzione della realtà relazionale. Le relazioni benestanti sono invece quelle che vengono "inventate" seguendo i desideri della gente. In questo contesto violenza, manipolazione, negoziazione e cooperazione non devono più essere usati come minaccia, ma come speranza di costruzione­invenzione di benessere. In questo contesto il malessere va inteso come sintomo di resistenza al cambiamento "etico cioé domenicale", cioè passato storico e colpevolizzante. L'etica è tradizione, apofrades, quindi minacciosa e minacciante. Ed il benessere invece va inteso come sintomo di ricerca del cambiamento "estetico cioè sabbatico", segno di progetto plurale e soggettivo. L'estetica è progetto, fraintedimento, promessa, quindi imminente e promettente. Dobbiamo quindi creare il bisogno o meglio il desiderio di un'estetica della pace, di una rivelazione pacifica, di una profezia che è sempre sul punto di autoavverarsi, di una fede pacifista e benestante, che consenta di disinnescare la produzione di conflitti, complessi e culture pacifiche. E tutto questo deve essere socialmente desiderabile: un soggetto creatore di cose, non una non cosa. La pace deve essere una presenza, non un'assenza. Inventata non scoperta. E per questo forse non deve chiamarsi pace. Occorre perciò una scienza della pace: l'irenologia. 5. L' irenologia è la ricerca e l'insegnamento della gioia, della festa e del benesser e: la pace é investimento energetico L'irenologia parte dall'idea che i tempi stanno mutando e che non è della natura umana uccidere gli altri uomini. Che le affermazioni ideologiche vanno verificate empiricamente. E che comunque il comportamento umano può essere mutato. Parte anche dall'idea che il benessere è contrario alla guerra e che la distruzione del benessere proprio in funzione del malessere altrui porta inevitabilmente alla colpevolizzazione del benessere ed alla valorizzazione del malessere. Sino all'infausta affermazione di "Viva la muerte" del Franchisti spagnoli degli anni trenta. Il metodo di ricerca irenologica deve perciò tendere alla misura diretta del benessere e del piacere. Invece l'insegnamento deve tendere allo sviluppo delle capacità umane di essere benestante: infatti chi non sa vivere il proprio benessere tende a distruggere il benessere altrui. Il pacifismo selvaggio tendeva all'eliminazione della guerra. Il pacifismo scientifico tende alla creazione della pace. Ma per cercare di essere una non cosa la pace deve avere molti altri nomi: benessere, gioco, gioia e comunque soggettività. Andiamo così verso il pacifismo scientifico basato sulla diffusione del benessere. Il benestante soggettivo accetta infatti l'altrui benessere più del malestante oggettivo. Occorre perciò mettere i desideri di benessere alla base dei comportamenti pacifisti. Uscendo dall'idea rassegnata del bisogno umano di aggredire. Perché i bisogni si esprimono coi miti opachi e i desideri coi giochi trasparenti. Infatti un mito è una pseudo­oggettivazione di un fatto, reso opaco e con funzione normativa, regolatrice del comportamento umano in senso prescrittivo ed irrazionale. Il mito è un'estraniazione del controllo del piacere, un'obiettivazione repressiva, tipica delle società scarse. Invece il gioco è la soggettivizzazione di un pericolo, reso trasparente nelle regole e limitato nei suoi effetti: quindi un antidoto al mito per il raggiungimento della gioia, del benessere; da ciò discende la funzione del mito come repressione e del gioco come espressione nella ricerca del benessere.
91 In tutti e due i processi esiste una funzione centrale della colpevolezza, ma il senso di colpa col mito punisce la devianza e col gioco la gratifica. Occorre non tentare inutilmente di eliminare la colpevolezza, la grande regolatrice del piacere, ma indirizzarla verso piaceri fondamentali allontanandoli dai piaceri distruttivi. Il sostituto della guerra è forse a tutt'oggi, come ha fatto rilevare R. Cailois, la festa. È nella festa sociale che si possono trovare gli antidoti più realistici alla guerra. 6. La pedagogia della pace e del benesser e è creativa, quindi a­storica, paritaria, quindi an­autoritaria Stiamo così passando da una pedagogia ortodossa, mnemonica e storicizzante, a una pedagogia fraintendente, dimenticante e astorica. Il tramonto dello storicismo, basato sull'estensione nel tempo del potere a somma zero, esprime questo cambiamento: la storia non è più magistra vitae. La dimensione psichica ha travolto questa tradizionale funzione tanto da fare affermare a Jacques Lacan che il nostro presente sta all'origine del nostro passato. Il soggetto costruisce anche il passato. E trova nel perdono dei pari l'antidoto alla vittoria del dominio che tante guerre ha provocato. Oggi occorre perciò imparare ad imparare e imparare a dimenticare, come potere a somma variabile. Ciò esprime il bisogno e il desiderio di un'educazione alla pace come negoziazione generativa a somma variabile. Un'educazione al benessere, al pensare, al dimenticare, al costruire, a perdonare. Un'educazione al gruppo come progetto plurale perché futuro e gruppo sono due facce della stessa medaglia. Ciò porta alla nascita dell'irenologia scientifica che supera il vecchio pacifismo spontaneista e interessato, che senza volerlo ha portato spesso la pace al servizio della guerra e l'idea perversa della guerra alla guerra. Occorre semmai mettere la guerra al servizio della pace, sviluppare l'idea costruttiva della lotta per la pace. Ma occorre uscire dall'idea della pace triste, razionale e sacrificale come tranquillità che così é ovviamente meno desiderabile della guerra. Occorre lanciare l'idea dei molti nomi della pace, contrapposta a quella dell'unico nome della guerra. Uscire dall'Unding, dalla non cosa, per molte vie. Una pace entusiasta, emozionale e festante, crogiolo di istinti, di emozioni e desideri: una pace di piaceri. Occorre costruire questa immagine allegra della pace. Non a caso Kant all'inizio del suo saggio sulla pace perpetua ricorda di aver tratto questo titolo dall'insegna di un'osteria olandese che aveva sotto il nome Unding il dipinto di un cimitero. 7. La percezione e gestione dei conflitti può controllar e la parte inconscia delle relazioni e prevenirne la distruttività I conflitti vengono dalla diversità e quindi possono produrre benessere. L'irenologia tratta quindi i conflitti non eliminandoli o riducendoli, ma utilizzandoli. Per fare dei conflitti una forza produttiva. Per gestire i conflitti con la negoziazione. Per sviluppare i concetti seguenti. a) Se i benestanti non tentano di fare star bene i malestanti, i malestanti tentano di fare star male i benestanti; le società ricche sono perciò quelle che trattano bene i loro poveri; b) se si vuole contrapporre alla guerra un'attività a maggiore desiderabilità occorre usare l'idea di festa e non quella di pace; la guerra per molti è infatti molto gradevole; c) se si vogliono controllare i sensi di colpa per evitare i meccanismi espiatori, occorre usare il gioco; chi non gioca diventa crudele, aggressivo, cioè bellicoso e moralista per gli
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altri e per sé. Cerca la guerra alla guerra, l'autorità internazionale forte, la giustizia per costruire lo stato di pace; d) se si tenta il controllo dei comportamenti letali e distruttivi occorre richiamarsi all'idea di lotta per... e non di lotta contro..., all'idea sportiva di competizione, di affetto verso il nemico, di inimicizia produttiva; e) se si vuole imparare ad inventare nuove relazioni ed evitare la reificazione degli altri bisogna imparare a negoziare, cioè ad uscire dalla contrattazione puramente normativa, economica ed obbiettivista, uscire dalla negoziazione ripartitiva di risorse prodotte altrove ed entrare nella soggettività del benessere e dei desideri, aumentando la desiderabilità sociale della trattativa e del negoziato sinora considerati "debolezza" e quindi segno di scarsa eticità. La negoziazione é oggi il trattamento più utile della dualità colpevolizzante con l'aumento delle alternative: trasformare la dualità in trinità, la trinità in quaternità, eccetera. f) se il problema è quello della costruzione soggettiva della realtà, occorre agire su questa soggettività: la reimportazione dei conflitti produce il blocco della proiezione sugli altri delle nostre parti cattive e dell'importazione inconscia dentro di noi delle parti buone degli altri. Reimportare i nostri difetti per produrre benessere porta al rifiuto della guerra "giusta", che tanti disastri oggi pròvoca nel nostro mondo più facilmente manipolabile e convincibile. g) la pluralità del sociale tende a dualizzarsi per basarsi sulla colpevolezza, sull'espiazione e sul sacrificio proprio ed altrui: poichè la guerra è quasi sempre duale e frutto della cultura di coppia; i conflitti distruttivi si basano spesso sulla situazione di coppia; perciò una mentalità di gruppo rappresenta un buon bandolo della matassa per un'irenologia scientifica. Con questo spirito la presento alla vostra cortesia. Vorrei concludere questa esposizione di idee con un'invito di Gandhi del 1948, pochi giorni prima di essere assassinato: I soli démoni nel mondo sono quelli che corrono intorno e dentro i nostri cuori. Ed è lì che le nostre battaglie dovrebbero essere combattute. 8. La proprietà ter riera e la catena alimentare: il problema del cibo e l' agricoltura. I rapporti tra l' oggetto­cibo e il soggetto­psiche La guerra è storicamente legata alla proprietà della terra e conseguentemente all'agricoltura. Anche i nomadi facevano la guerra, ma le vere guerre sono state e sono connesse con il territorio. La "terra" è stata l'origine della guerra e ciò in due sensi: la prima modalità di sentire la guerra deriva da un'idea di terra come rimedio contro la fame. La madre terra, la terra nutrice, senza la quale le moltitudini affamate morivano. La seconda modalità di sentire la guerra deriva dal sentirsi "stretti" cioè dall'essere in troppi, dall'essere chiusi, dal maturare così un'aggressività più forte. Così possiamo individuare nella paura della fame e nella paura della costrizione fisica le due principali origini della guerra. È peraltro da individuare nella scarsità (di cibo, di terra, di spazio) l'origine di ogni guerra basata sull'uccisione di altri uomini per combattere così la scarsità. Così bisogna partire dal cambiamento dei dispositivi mentali caratteristici di una società bellica per arrivare ad alcuni dispositivi mentali caratteristici di una società pacifica. Occorre qui ricordare l'affermazione di Kant che diceva che la pace è una umaing, una non­cosa, cioè una mancanza di guerra così come non­cosa è anche la sainte, intesa come mancanza di malattia. Come anche umaing può essere inteso il benessere, concepito come mancanza di malessere. In effetti non ostante gli entusiasmi che provoca la guerra, questa non ha fra i suoi obbiettivi il benessere, tanto da poter affermare che "le difficoltà nell'affrontare il benessere ed il piacere costituiscono le basi della guerra" e che "le radici della guerra appaiono oggi essere totalmente antierotiche".
93 Occorre erotizzare la pace: creare la ding­cosa cioè l'oggetto d'amore di un soggetto tendente al benessere attraverso canali chiamati relazioni capaci di creare degli intorni" chiamati campi sociali, cioè dinamiche di potere e di cambiamento. Se ne deduce che per passare dalla guerra alla pace occorre de­colpevolizzare il benessere, uscire cioè dal senso di colpa che il benessere porta con sé, rifiutare il ruolo del malessere come strumento di dominio e di assoggettamento. Riuscire a fare a meno del malessere come mezzo di influenzamento degli altri. Il benessere, come oggetto d'amore conseguito, prenda il posto del malessere nelle relazioni fra soggetti. Tenendo presente che l'oggetto d'amore bàsico, è rappresentato dal cibo e che per questa ragione la paura della fame ha rappresentato il nucleo centrale dell'esercizio del dominio. E che il bisogno (perché poco soddisfatto) dell'oggetto­ cibo ha portato la risorsa cibo ad essere la costituente della catena alimentare che vede gli uomini al termine di essa ed il soggetto­psiche ad essere il gestore di tale catena. L'uomo (insieme alla balena!) è al termine della catena alimentare, ed esercita nel pianeta terra un diritto di vita e di morte unico e strettamente legato alla sua alimentazione. Per sfamarsi l'uomo ha acquisito il diritto di uccidere altri essere viventi. La caccia ha rappresentato il costume tipico di legittimazione di un tale diritto umano di uccidere per scopi alimentari. Da questo diritto, sia per cannibalismo, che per accumulo proteico gli uomini sono presto passati dalla caccia alla guerra, dall'uccisione di altri esseri viventi (a volte di altri uomini) per scopi alimentari, all'eliminazione di altri uomini per scopi di potere, tanto da far scrivere ad Elias Canetti che "ogni potere è in definitiva potere di vita o di morte". Oggi appare più trasparentemente il meccanismo con cui gli uomini aumentano l'aggressività loro mediante l'uccisione a scopo alimentare di altri esseri viventi ed acquisiscono diritto di vita e di morte mediante l'uccisione e la guerra, quasi così sempre partita dalle necessità alimentari, territoriali, agricole, idriche, ecc.: ed arrivata alla guerra totale e al genocidio dei nostri tempi più recenti. Per uscire da questo circolo vizioso, due aspetti vanno indagati: la fine del periodo carnivoro dello sviluppo umano e la trasparenza degli aspetti biologici e psichici di un tale processo di sviluppo, cioè la riformulazione della catena alimentare tra l'oggetto­cibo e il soggetto­psiche, si possono fondere i problemi della catena alimentare affermando che le difficoltà nell'affrontare il benessere ed il piacere(alimentare, psichico, sessuale, ecc.) sostituiscono la base della guerra. Perché ogni bisogno di benessere o piacere incontra il senso di colpa ed il processo di scarsificazione che produce l'idea di "limited good", bene scarso. Siamo così in troppi e qualcuno ci deve limitare secondo la logica scarsità, guerra, autoritarismo, dominio, eccetera. Se l'incapacità di gestire il piacere ed il benessere porta alla guerra, la contraddizione del desiderio e del suo appagamento porta alla pace. Chi sta bene non fa la guerra ma se fa la guerra deve star bene abbastanza per vincere. I soldati devono comandare ma non troppo. I desideri devono essere accontentati ma non troppo. Ogni accontentamento distrugge il desiderio. La contraddizione tra desiderio e appagamento apre la via per molte altre contraddizioni, la cui gestione apre la via della pace. Così sono importanti le contraddizioni tra scarsità ed abbondanza, tra bisogni e desideri, tra benessere e malessere, tra colpevolezza ed espiazione, tra mito e gioco, tra potere a somma zero ed a somma variabile, tra piacere e dovere. Non si può costruire una scienza della pace se non si esaminano le vicissitudini e le trasformazioni del piacere in un momento di transizione dalla società malestante a quella benestante e del passaggio dal valore della scarsità a quello dell'abbondanza, tutto questo pacifismo, che possiamo definire mentale porta alla fine dello scientismo, dell'obbietivismo e dell'economia come nuova teologia. Porta invece all'irenologia, cioè alla ricerca ed all'insegnamento della gioia della festa, del gioco e
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del benessere soggettivo. L'intervento sui conflitti può ridurre la presenza della guerra come unico modo di gestire i conflitti. Il passaggio del conflitto dall'oralità dell'oggetto­cibo alla relazione del soggetto­psiche cambia totalmente la pedagogia, che diventa ludica, creativa ed a­storica. La lotta per… sostituisce la lotta contro… la pace sostituisce la guerra alla guerra ed il perdono sostituisce l'espiazione. Ma tutto ciò sarà possibile solo se pluralità, soggettività e complessità permetteranno una diversa costruzione di mentalità e dispositivi mentali di tipo pacifico. 9. La conflittualità tra dominio e parità, tra centralità e periferia, tra unicità e pluralità portano al passaggio dal potere a somma zero al poter e a somma variabile La qualità del potere costituisce forse uno degli elementi più specifici della costruzione della pace e del suo insegnamento in un clima di benessere diffuso. 10. L' emerger e della soggettività e del par adigma soggettivista per mette lo sviluppo dell' immateriale la creazione di nuovi moltiplicatori Oggi il punto centrale dello sviluppo é rappresentato dall'inarrestabile e tumultuoso emergere della soggettività. Il paradigma soggettivista sta soppiantando il paradigma obbiettivista. Lo scientismo sta cedendo il passo alla soggettività. Conclusioni Concludendo possiamo affermare che l'apprendimento e la costruzione della pace deve passare attraverso il suo insegnamento nelle scuole iniziali nelle quali dovrebbero insegnarsi soprattutto i valori connessi alle dieci ipotesi sopra riportate.
95 II 8 “ Monologo in cui voci di pacifisti dialogano su cosa dire e fare della pace” di Pier Nicola Marasco Messo alla prova, tempo fa, con le proposte sia d’una “teoria della pace”, sia 15 dell’allestimento di una “scuola per la pace” e ripreso da poco dalle fatiche di trasmigrare da una mia precedente convinzione che intendeva la pace come qualcosa che appartiene ad una profonda intimità dell’uomo ­ di fronte alla quale poco c’è da apprendere se non lo si ha in noi –, mi trovo a percorrere una sorta di cammino a ritroso, sollecitato dal comitato di redazione che m’ha invitato a dire la “mia” sul “manifesto per la pace” – mi viene da chiamarlo così – con cui il professore Enzo Spaltro contribuisce alla composizione di questo libro. I, 1 ­ Spaltro, cui mi lega, oltre l’appartenenza ad uno medesimo universo professionale, amicizia e stima, fonda le proprie considerazioni su di una posizione che, se non identica, è certo molto vicina a quella in cui mi trovavo, prima che sentissi parlare di “teoria” e di “scuola” di pace e mi lasciassi convincere da quanto ebbi ad ascoltare che sull’argomento, sia ad un Convegno che si tenne a Pisa, “Una città per la pace” (2005), sia in 16 un successivo confronto con studenti fiorentini successivo al primo di circa sei mesi . Dovetti sobbarcarmi le proverbiali sette camicie per prendere distanza dalle mie precedenti convinzioni e riuscire ad ascoltare quelle altrui; permeato da opinioni “diverse”, fino a toccare il fondo della loro ragionevolezza, mi sono persuaso che non fosse stata fatica vana, se la mia personale coscienza del problema della “pace “si è nelle due circostanze precisata ed arricchita. Fin dalla prima scorsa del suo testo, Spaltro m’obbliga a fare altrettanto (almeno questa è l’impressione che le sue parole mi suscitano): prendere una qualche distanza da quanto appena acquisito per restare in ascolto di ciò che mi viene di nuovo proposto. Né nascondo una certa renitenza, che non sarei di certo in grado di superare se le esperienze precedenti – sia pisane che fiorentine ­ non mi sorreggessero con la consolazione che, se pur lento sarà il processo e gravoso, i risultati del porsi in questione premiano spesso anche la più ingrata delle fatiche. Nella circostanza presente la riluttanza aumenta, per una difficoltà in più, che con la pace non ha niente a che vedere: ogni qual volta ho avuto la ventura di misurarmi con Spaltro – in sedi sia private che pubbliche –, o mi sono trovato alle prese con alcuni suoi interventi, orali o scritti che fossero, ho sempre patito una sorta di incomunicabilità; la diversità di formazione – forse non solo psicologica, ma anche più genericamente culturale ­, la differenza nell’approccio al mondo, e, forse, conseguenze banali delle prime due, i modi difformi tra noi di esprimersi, m’hanno quasi sempre sollecitato due impressioni, a volte isolate, altre sovrapposte, comunque, entrambe “spiacevoli”: “Ma cosa sta dicendo Spaltro, non lo capisco affatto!”, la prima; l’altra: “No, non sono per niente d’accordo con lui!”. Poche volte ho avuto modo tuttavia d’esprimere il disaccordo, perché frenato dal sospetto d’aver frainteso il suo pensiero. Se ciò è sicuramente accaduto più frequentemente di quanto si creda; meno credibile ancora è una strana paradossale e stupefacente particolarità dei nostri incontri e scontri: spesso, nonostante che non mi sentissi affatto d’accordo su quel 15 Riflessioni e note sulla pace. 16 Considerazioni sulla guerra e sull’emergenza nell’ambito d’una cultura di pace.
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che diceva, non c’erano dubbi che, a stare agli umori di coloro che avevano ascoltato entrambi, i nostri interventi si piazzavano l’uno accanto all’altro: eravamo in disaccordo, quasi sempre e su quasi tutto, ma, paradossalmente, dalla stessa parte! Né riesco a liberarmi dalle stesse impressioni oggi che mi trovo tra le mani lo scritto, che Spaltro dedica alla pace, dal titolo “Dalla società dei guerrieri a quella delle connessioni”. Siamo dalla parte della pace, eppure qualcosa si muove tra lui e me in direzioni divergenti, conflittuali. Nonostante questo, dal momento che mi trovo ad essere coinvolto di recente nell’interesse per il tema dell’Emergenza – e quale emergenza è più drammatica di quella “sconquassata” dalla guerra! –, assorto nell’analisi delle determinanti di ogni impedimento alla pace e delle cause dello scatenamento d’una guerra, non posso sottrarmi al compito di “misurarmi” con il contributo di Enzo – mi permetto, come faccio in realtà e di persona, di chiamarlo per nome – ed a quello più gravoso di tentare di comunicare sia con lui, sia, ad un altro livello, con coloro che avranno la ventura di leggere entrambi. II, 1 ­ Non è cortesia, né senso di tolleranza, né cauta prudenza, che nella risposta eviti non solo quanto non sono certo d’aver compreso con esattezza, ma anche ogni frase o parola che detta dall’amico mi ha lasciato turbato o perplesso, preferendo lasciarmi “prendere” da idee, suggestioni, emozioni – a volte chiare e nitide, altre opache – sulle quali esiste tra noi una qualche “con/cordia” e, per un condiviso coinvolgimento emotivo, un qualche “comune sentire”. Tale modo di procedere corrisponde ad una scelta consapevole secondo la quale il “modo” è ritenuto la condizione indispensabile di ogni ragionevole discorso sulla pace: scelta motivata, da un lato, dalla precauzione d’evitare i rischi d’assumere a dimensione d’un disaccordo pregiudiziale ­ di tensione e di conflitto – alcune affermazioni ed alcune argomentazioni che forse non lo sono; dall’altro, dalla convinzione che, se divergenze di opinioni esistono, sviluppando a mio “modo” le questioni “concordi”, le “differenze” acquisteranno evidenza in “corso d’opera”, consentendo all’uno e all’altro di individuare col tempo e con esattezza il cosa resta in questione. Sopra un tema centrale, che tra l’altro una coscienza largamente condivisa del problema della pace ha messo a fuoco, siamo concordi: mi riferisco alla posizione assunta da Enzo contro ogni cultura che si dica della pace, ma si fondi su una definizione di pace d’ordine esclusivamente negativo: su ogni definizione, cioè, che non dice cosa la pace sia, ma si limiti a prospettarla, ad annunciarla per “via di togliere”: la pace non è questo, né quello, né qualcosa d’altro. Parlando di pace si parla di fatto di qual cosa di altro la cui mancanza la definirebbe: la pace si darebbe soltanto per “mancanza di qualcosa ” (che sarebbe bene evitare), come quando, ad esempio, la si definisce mancanza di guerra o di violenza. Coloro che, condividendo tal genere di definizioni, si definiscono interpreti di una cultura di pace, compiono un’appropriazione indebita! Se si dovesse considerare soddisfacente una simile definizione finiremmo infatti per giungere a due conclusioni comunque insoddisfacenti: per la prima, dovremmo intendere come pace ogni “arco di vita” e ogni “spazio di relazione” che non siano turbati dall’imminenza o non siano sconvolti dallo scatenamento d’una guerra. Per la seconda, suggerita anche da una sola occhiata di sfuggita alle sequenze storiche, la pace corrisponderebbe ad una serie di parentesi tra una guerra e l’altra: la pace sembra esaurirsi, infatti, nelle pause necessarie a riprendere fiato e leccarsi le ferite dell’ultima guerra, prima di riprendere in mano le armi per intraprendere la successiva. A conferma della promessa “concordia”, Enzo cita la prima parte della definizione riportata nell’Enciclopedia Einaudi, che descrive la pace un “qualsiasi rapporto tra comunità
97 diverse esente da violenza, anche quando manchi una concorde accettazione (o patto) dell’ordine stabilito”. La pace è ancora una volta segnalata da un’assenza: nel caso specifico dall’assenza di violenza. Anzi, da due “mancanze”: non solo quella della violenza, ma anche quella relativa all’accettazione di un ordine stabilito (ritorneremo su questo ordine r sopra i suoi significati in un secondo tempo). Sempre di Enzo è un riferimento a Kant e al termine adoperato dal filosofo tedesco di Unding, nel senso di “non­cosa”, che sembra convincerci che l’oggetto della pace sia caratterizzato da un’assenza di materialità; ne sorte un’idea di pace non solo come assenza, ma addirittura come qualcosa di immateriale ­ un ideale, un valore – che determinati assetti materiali vanificano. Spaltro, invece, dichiara senz’ombra di dubbio che “la pace deve essere una presenza e non un’assenza ” (pag. 7) e sottolinea ciò che anche a me pare evidente: che, se vogliamo pensare ad una cultura della pace, abbiamo necessità di definire in positivo ciò che si intende “mettere a cultura”, non potendo pensare di “coltivare qualcosa di cui non abbiamo la più pallida idea!”. Lo stesso si dica, a maggior ragione, quando si pretende di studiare ed insegnare la pace: “studiare scientificamente una non­cosa, (...) un’assenza è impossibile” (pag. 6). Sulla base di simili affermazioni Spaltro dichiara che l’idea di pace come assenza di guerra fa sì che i pacifisti si muovano e si configurino, ora, come degli “incazzati” – delle persone amareggiate, deluse nel loro ideale di vivere in un mondo di pace “infranto” dal rischio d’una guerra imminente ­, ora come dei “ben pensanti” i quali, assorbiti nelle più diverse attività ­ tutte le possibili, direi, con l’eccezione dei fabbricanti di armi e di coloro che hanno sensibili interesse economici nei “territori di guerra“ ­, distribuiti secondo i più diversi stili di vita, si ignorano tra loro fino quando non si fa pressante la minaccia di una “guerra guerreggiata” che temono e contro la quale manifestano: dando dimostrazione di grande sensibilità ed a volte di buona organizzazione, ma in genere di scarsa efficacia. Ma ancora più significativo è che essi non si rendono conto che la loro manifestazione, se rimane ristretta ad un ambito simile, più che veicolare una proposta di pace si configura, a sua volta, quale manifestazione contro la guerra: paradossalmente, di una guerra alla guerra. Può un vero pacifista muoversi con lo stesso piglio – o cipiglio – di chi muove una guerra? Devo riconoscere le ragioni di Enzo nel porre in evidenza i limiti di tali manifestazioni, anche se ammetto di farlo a malincuore. Riesco a mantenere presenti a me sia le ragioni di Enzo e le mie capacità di comprenderle e condividerle, sia ciò che in Enzo mi procura irritazione, ovvero il modo con cui liquida certe forme di pacifismo, che etichetta come “paleopacifismo”, e con cui irride i protagonisti, secondo un atteggiamento che considero poco rispettoso nei confronti delle scelte dei pacifisti, siano di prima o di seconda generazione, e non poco ingiusto nel trascurare di tali manifestazioni il significato di testimonianza di forti valori umani e civili. II, 2 ­ Ma, se non m’arresto sopra i miei turbamenti e sull’atteggiamento severo dell’amico – e devo ammettere, in proposito, che potrei essere di parte, sentendomi sorpreso in fallo per aver partecipato a manifestazioni del genere –, merita una segnalazione particolare un aspetto della critica di Spaltro, secondo la quale l’autore va oltre le affermazioni precedenti e riprende quanto da me espresso a suo tempo nell’interrogazione se si possa “dire che, ogni qualvolta che tacciono i ronzii degli aerei e i rombi dei cannoni, noi viviamo in pace, siamo in pace con noi stessi e con gli altri”. Annovera tra le definizioni in negativo ­ e pertanto da scartare ­ anche quelle che parlano della pace nei termini di assenza di giustizia sociale o della mancanza di un ordine centrale e mondiale che regoli e medi i
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conflitti. Nell’andare oltre, la sua critica coinvolge – anche in tale circostanza parlando di vetero pacifismo – ogni proposta che vede un antidoto della guerra e una promessa di pace sia nella presenza di istituzioni e di poteri ordinativi centrali, che agiscano da deterrente alle tentazioni del ricorso alle armi, sia nelle imprese di ricomposizione di una giustizia sociale. Non c’è dubbio che, estendendo il concetto di violenza oltre le forme dichiarate e distruttive della guerra – oltre i rombi dei bombardieri e dei cannoni, i sibili delle bombe e dei missili, i frastuoni degli edifici che crollano, le macerie che restano e fumano e le grida di dolore dei sopravvissuti ­, dobbiamo includervi anche le circostanze in cui ogni ideale è infranto dall’iniquità nella distribuzione delle risorse e delle ricchezze o da un apparato di giustizia lento, farraginoso e cavilloso che manifesta in questi caratteri i presupposti per non riuscire ad “essere uguale per tutti”, come dichiara di attenersi e come presume di comportarsi; oppure ogni evenienza nella quale il valore della pace è scosso dalle esclusioni, dalle marginalizzazioni, dalle vessazioni che la violenza, anche tacita, lascia troppo spesso dietro di sé. È chiaro che la pace è “minacciata”, resa precaria da queste realtà “inique”, ma non concordo con Spaltro che qualora la pace sia ad esse connessa nelle sue definizioni venga ancora una volta definita “in negativo”. Può sembrare a prima vista legittimo accostare l’affermazione che la pace sia “assenza di guerra” a quella che si può parlare di pace solo in “assenza di ingiustizie sociali”. Ma si tratta solo di un timido, esile accostamento – più apparente che reale ­, fondato sull’assonanza tra la dichiarazione che la pace non c’è né quando la violenza esplode in guerra né quando una tacita violenza impone delle ingiustizie sociali. A ben guardare, tuttavia, un abisso separa l’affermazione che “C’è pace in assenza di guerra” dall’enunciato che “Non c’è pace senza giustizia”, perché, parafrasando e volgendo ad una medesima logica i due enunciati, il primo equivale a dir che “C’è pace solo senza la guerra ”, mente il secondo afferma che “C’è pace solo con la giustizia ”. Se è “l’assenza della guerra” che fa la pace, nella prima espressione, nella seconda, a far la pace, è la presenza della giustizia. Dire, infatti, che non c’è pace “senza giustizia” oppure “senza sviluppo” vuol dire “specificare la pace,” attribuirle dei nomi propri, che ne annunciano la natura e le attribuiscono dei veri e propri compiti: senza la guerra è possibile che una pace possa prosperare alla ricerca di un rafforzamento delle sue stesse condizioni, il quale rimane affidato ad ogni atto teso a conseguire giustizia sociale e a contribuire ad un processo di emancipazione. Ma a delucidare la radicale “differenza” che passa tra le due affermazioni sta il presupposto dell’una e dell’altra: nella prima, la pace trova nella guerra la sua antitesi; nella seconda, invece, non solo non si trova traccia di questa contrapposizione, ma nemmeno di quella tra pace e conflitti. La pace, anzi, vive di conflitti messi in comunicazione, in “dialogo”, per così dire, “messi a profitto”, e si fa critica quando la loro comunicazione è minacciata da una sopraffazione, anche tacita, magari sostenuta da tradizioni, a volte paradossalmente confermata da norme sociali che, svolte le funzioni per cui erano state dettate al tempo della loro sanzione, risultano con il passare degli anni argini in difesa di privilegi. III, 1 ­ Un “eppure” giuoca tuttavia in favore di Spaltro. Se le argomentazioni precedenti – tanto le sue che le mie ­ sono sufficienti a promuovere una riflessione sul buono proposito di sostituire l’identificazione della pace in un valore ideologico con una vera cultura della pace, fondata, questa ultima, sull’analisi delle condizioni imprescindibili al suo mantenimento, sul riconoscimento di ogni causa che minacci tali condizioni, sull’articolazione delle componenti essenziali di ogni “relazione pacifica”, quello che ho
99 trovato di grande interesse è il ragionamento che porta Enzo alle sue conclusioni: ragionamento che prende avvio dalla constatazione che l’idea di pace vada sottratta ad un visione che la descrive come un bene immateriale ed universale. Nella veste di un valore universale, la pace si presenta come un diritto della “persona umana”: sorta di diritto alla pace, che va ad associarsi al lungo elenco dei diritti, come quello della libertà (nei periodi bellici i diritti civili si riducono), del diritto alla vita (che ogni atto bellico “minaccia”), del diritto alla salute ed alla sicurezza (che ogni guerra mette in serio pericolo). Che risulti paradossale non rende men vero che la concezione universalistica della pace, che ha sostenuto e sostiene molti pacifismi, sia condivisa anche da chi ritiene la guerra necessaria ed utilizza tale concezione per presentare la guerra ­ scrive Enzo ­ il “mezzo migliore per il raggiungimento della pace” (pag. 2), secondo l’antico detto, restio a morire: “Si vis pacem, para bellum”. È un adagio che, a mio avviso, si mantiene anche tra di noi nella lingua originaria non a caso; sollecita l’immaginazione a mettere le parole che costituiscono il motto in bocca ad un nobile patrizio romano che vive delle rendite di un latifondo ­ che gli garantiscono di vivere agiatamente (in latino, “oziosamente”) ­, e della proprietà di un nugolo di schiavi, cui è affidato il lavoro servile. Se i barbari, che sono stati fino ad allora utilizzati come soldataglia imperiale, scalpitano per trovare spazio entro il territorio e la società che hanno fino ad allora difeso, è certo che la pace del nobile patrizio sia minacciata: ed è “naturale” che i pensieri del “barbaro” corrano alla guerra e che nella stessa direzione corra il pensiero del “patrizio”, al quale la guerra si presenta quale mezzo più efficace per ristabilire le condizioni preesistenti e quale strumento di difesa dei propri privilegi. Basta che quella situazione, che è per il patrizio senza dubbio “ideale”, venga proposta come l’ideale umano – l’impero e i suoi valori, la civiltà latina, la pax e il diritto romano –, perché la guerra trovi giustificato l’appellativo di “guerra giusta”. Bene ha fatto Enzo a citare per intero la definizione della “Enciclopedia Einaudi” che meglio di altre spiega la prospettiva nella quale l’ordine di cui parlava – “l’ordine stabilito”, a cui la pace è subordinata ­ viene detto adeguamento “all’ordine della natura” . Di fronte e in contrapposizione ai rischi connessi ad ogni altro genere di ordine che si appoggia – tanto peggio se si identifica ­ con un contesto mitico ­ o “direttamente nelle istituzioni create dagli dei, dagli eroi o semplicemente dagli antenati di una determinata società e stato” –, sempre esposto a trasformarsi in una ragione di difesa di se stessi e in un “motivo” di guerra contro chi è “diverso” – che discende da altri antenati e trae motivi di ispirazione e d’identificazione in altri “miti” ­ solo un ordine che mimi un “ordo naturae” – pertanto condiviso dall’umanità intera – pare il presupposto, la “naturale” garanzia della pace e il baluardo sicuro contro ogni possibile demonizzazione dello straniero, del barbaro. Quando la pace indossa i panni di un valore universale si inaugura una seconda fase storica caratterizzata dalla sostituzione del vecchio e primitivo substrato dei costumi tradizionali con l’ipotesi di un “concorso di volontà teoricamente uguali” , con cui per lungo tempo si è sperato e si seguita a sperare di interrompere “ il ricorrente ciclo dei conflitti armati”. Decisivo, indiscutibile passo in avanti, che tuttavia pare a Spaltro un gradino verso la pace e non una meta finale (passo, tra l’altro, inadeguato a fornire una base sufficiente e solida d’una dimensione scientifica della pace). In uno slancio di adesione alle considerazioni dell’amico collega, scopro che le affermazioni di Spaltro mi sollecitano a sottolineare alcuni passaggi dei discorsi che erano stati oggetto di riflessione nelle occasioni precedenti. In quel di Pisa, infatti, l’insistente richiamo alle tematiche sulla pace aperte da Papa Giovanni nella “Pacem in Terris” era servito a cogliere gli indiscussi elementi di continuità negli interventi degli ultimi Pontefici,
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 100 trascurando come, pur nella continuità, venissero introdotti gradualmente considerazioni aggiuntive. III, 2 ­ Nel contesto d’allora sottovalutai, ad esempio, il contributo alla pace contenuto nell’Enciclica “Centesimus annus”, nella quale la parola “pace” è accostata, oltre a quella di giustizia e di solidarietà, al termine “sviluppo”: dove, segnalati i motivi e le cause della guerra nelle “ingiustizie subite, (nelle) frustrazioni di legittime aspirazioni, (nella) miseria e (nello) sfruttamento di moltitudini umane disperate”, tali condizioni sono valutate e denunciate, oltre che nelle loro oggettive situazioni di discriminazione e di sofferenza, quali ostacoli al processo di emancipazione: portano la firma del Pontefice le parole che “ l’altro nome della pace è lo sviluppo”. Come dire che la miseria, lo sfruttamento e le ingiustizie arrecano agli uomini frustrazioni, sofferenze e disperazione, ma un progetto di pace va oltre alla “riparazione” di ciò che non va – e va oltre un atteggiamento caritatevole e solidale ­, perché chiama alla partecipazione ad un processo di promozione umana condiviso da chi soffre e da chi no, da chi soffre di più e chi soffre di meno, senza distinzione. Si delinea, cioè, una prospettiva secondo la quale la predicazione della pace non nasce dall’avere in dispetto la guerra o dal timore delle distruzioni causate dalle sofisticate armi moderne; ottica in cui non si provvede alla difesa della pace con le sole opere di solidarietà che mitighino le ingiustizie e le sofferenze ed invitano chi ne patisce a rivendicare i propri diritti: la pace si afferma in concomitanza della consapevolezza del grado di patimento e del nocumento che impone all’uomo l’arresto del processo d’emancipazione. Né avevo valutato appieno il contribuito dato da Papa Woitila nel primo giorno del terzo millennio, in occasione della Giornata della pace, quando, dopo aver riaffermato che la pace si costruisce in un movimento di ricerca assillante ­ “giorno per giorno attraverso le opere della giustizia e dell’amore” ­, aveva disegnato alla pace il volto di un progetto i cui obiettivi furono così specificati nelle sue parole: rispetto della natura e promozione dell’uomo. Le argomentazioni di Spaltro m’invitano rileggere le parole dei Pontefici e a darne una diversa interpretazione: ad intenderle non nel senso di una difesa di un diritto naturale, ma come un progetto di promozione umana, che è suggerito all’uomo dalla consapevolezza della sacralità della propria natura: natura tesa ad un’autopromozione, in quanto, per così dire, “natura naturans”, che non si riconosce in dati naturali “fissi” e predeterminati, ma nella dotazione di disposizioni all’emancipazione. III, 3 ­ Mi lascio così del tutto affascinare dal suggerimento di Spaltro, le cui argomentazioni ­ se ne ho compreso il discorso – si svolgono entro un orizzonte delimitato dalle idee (a) che il mondo, come l’uomo se lo rappresenta, è una sua costruzione, (b) che questa costruzione è in divenire, (c) che ogni uomo ha il diritto (il dovere) di prendere parte a questo processo. La prospettiva viene confermata da alcune affermazioni, le seguenti, che Spaltro anticipa alle ipotesi in cui sintetizza il proprio progetto di pace: 1 ­ ci comportiamo (e insegniamo ai giovani a comportarsi) come se il mondo che ci troviamo dintorno fosse o l’unico reale possibile o, comunque, il migliore dei mondi possibili: “i mondi sono già tutti fatti e possiamo soltanto apprendere il mondo
101 precostituito”, infatti scrive. Le nostre condotte, di conseguenza – e quelle che abbiamo premura di insegnare ai giovani ­, sono guidate dall’idea di “imparare a” conoscere il mondo, nella forma in cui ci troviamo a viverlo, e dall’imperativo di “farsi scaltri nello “evitare le sofferenze e il malessere” che il mondo, così come è, inevitabilmente comporta. 2 – per queste premesse vige e vigila nelle nostre scuole l’idea che l’apprendimento sia “sforzo e sofferenza ”, sì che nelle aule si esercitano pratiche educative guidate e sorrette da una disciplina che fin dalla sua etichettatura, la pedagogia allude a una serie di interventi che hanno per oggetto i bambini e per obiettivo la loro trasformazione in adulti: il compito di chi insegna si riassume nella pretesa di mettere i bambini in grado di conoscere il mondo, come è fatto dagli adulti, e di addestrarli ad assumere gli atteggiamenti dei “grandi”, a mimare le loro condotte . A rischio di schematizzarne eccessivamente il pensiero, Spaltro contrappone alle abituali prassi scolastiche la “regola” che i giovani, che tendono naturalmente a costruirsi un mondo proprio, siano aiutati in questo loro legittimo obiettivo e sorretti nel costituirlo attorno all’idea di “Benessere”: di un mondo in cui si stia “bene”, in cui “l’essere uomo nel mondo” trovi un “buono” e “sano” equilibrio con “l’essere nel mondo” di ogni altro uomo, grazie alla frequenza di una scuola che sia, sono parole sue, “allegra e benestante, anziché che territorio esclusivo di dovere”, e in cui s’esalta, si persegue il piacere dell’apprendimento: si sia non più “guidati”, sospinti – come dall’etimo e­ducati ­, ma “seguiti” da un atteggiamento didattico che si lasci alle spalle quello cosiddetto pedagogico per assumerne un altro, che a Spaltro piace indicare con l’etichetta di andragogia : termine scelto, ritengo, per porre in evidenza che l’allievo è considerato – indipendentemente dalla sua età cronologica o mentale – “persona a pieno titolo”, ancorché in formazione ­ e perché non si dovrebbero considerare in questi termini anche le persone che per età si dicono adulte? ­, e in queste vesti “benestanti” chiamato a partecipare attivamente alla costruzione di ambiti sociali intessuti di “relazioni pacifiche”, il cui insieme risulti idoneo ad essere definito “una società delle connessioni e della pace”. IV, 1 ­ Ma per quali strade il pensiero di Spaltro s’inoltra per raggiungere simili mete? Il suo discorso si fa per me sempre più difficile, sia per il suo andamento rapsodico, sia per il linguaggio adottato nel sintetizzare la propria posizione in dieci ipotesi, che in questa sede riassumo (il lettore interessato a conoscere dal vivo il pensiero del collega lo esplorerà attraverso la lettura diretta del suo articolo), unificandone alcune a comporre una sorta di collage: 1) La guerra trae origine dalle difficoltà ad affrontare piacere e benessere. Il punto di partenza del pensiero di Spaltro e, allo stesso tempo, la piattaforma su cui poggia l’affermazione precedente è un “dato” che oggi si considera acquisito: che abbia fatto il suo tempo un pacifismo che pone come proprio obiettivo il raggiungimento di una società – o di un’immagine di uomo – in cui sono aboliti i conflitti, “come se essi non fossero parte della natura umana ”. Una versione di pacifismo, che voglia ottenere consensi e efficacia, non elude le contraddizioni che permeano l’esistenza umana , ma fa oggetto delle proprie analisi e del proprio “operare” i paradossi, le assurdità della vita ed i conflitti interumani. La guerra non la fanno solo i “cattivi” o i guerrafondai; è, piuttosto, una disposizione che riposa in ogni uomo, di pur “buona volontà”. Ma la riflessione sopra il “dato acquisito” si arricchisce per un improvviso colpo d’ala di Spaltro, il quale, riaffermata l’inconsistenza di ogni definizione della pace basata sull’idea d’assenza, sottolinea che descrizioni della pace di questo genere – denominate “definizioni in negativo” della pace ­ non sono casuali; se nella loro lettera si
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 102 prestano ad equivoci, esse possiedono infatti una significatività sintomatica; in altre parole, hanno valore di sintomo: rappresentano un’anticipazione, una sorta di percezione subliminale di una “mancanza”, che connota la dimensione della pace e come annunciano la carenza erotica delle concezioni della pace, così denunciano il carattere antierotico delle radici della guerra. La guerra pone radici nel terreno carente d’una pace asfittica, “triste, razionale e sacrificale”. Nasce da qui l’istanza di una 2) Erotizzazione della pace e del pacifismo. Se “le radici della guerra ” trovano terreno in situazioni antierotiche di convivenza, un pacifismo, cui stiano a cuore concreti obiettivi, deve tentare di “erotizzare la pace” e procedere alla costruzione di una “scienza della pace” che ammette come propria cornice l’idea “ benessere”: “scienza della pace ­ scrive Spaltro ­ come scienza del benessere” (pag. 5). Per passare dalla guerra alla pace occorre, cioè, de­colpevolizzare il benessere, scrollarsi di dosso il “senso di colpa che il benessere porta con sé, e, abbandonando ogni convinzione che connette la pace ad idee come “realtà”, “sacrificio”, “rinuncia” ­ e ciò che tali connessioni comportano nella definizione dei rapporti interpersonali e sociali ­, e si rende indispensabile “riuscire a rifiutare il malessere come mezzo di influenzamento degli altri”. Di nuovo l‘attenzione è rivolta all’universo delle relazioni, e in particolare, alle relazioni da cui dipende il benessere, che Spaltro descrive come “ relazioni capaci di creare (…) campi sociali e dinamiche di potere e di cambiamento” ed indica “come quelle in cui vengono inventati i desideri della gente” (pag. 7). Il progetto di “inventare i desideri della gente” è ambizioso, e la sua la difficile “natura” si descrive alla luce della parole con cui Enzo spiega cosa significa “erotizzare la pace”: espressione che rimanda all’idea che il desiderio (che si inventa) è il luogo di incontro tra un soggetto ed un oggetto (di amore) e la circostanza delle loro rispettive formazioni e della reciproca definizione: significa, infatti, “creare l’oggetto di amore di un soggetto tendente al benessere” ed individuare i contesti dai quali emerge il soggetto. Il progetto, oltre che ambizioso. è complesso, dal momento che …… 3) Alla base della pace stanno, da un lato, le contraddizioni del piacere e del desiderio e, dall’altro, le vicissitudini in cui il piacere si imbatte e le trasformazioni che subisce nel corso del tempo, (e, in particolare, per restare nell’attualità, quelle che subisce nel momento di costituzione della cosiddetta società del benessere). Quando si ammette che le relazioni umane siano segnate da una naturale conflittualità, si pone la questione di dove la conflittualità affondi le proprie radici. Le contraddizioni che travagliano “l’umano” vanno ben oltre quelle che rientrano in genere negli elenchi che ci consegna la tradizione: sono più profonde e radicali come lo sono la “contraddizione tra piacere e soddisfazione, (e quella) tra espressione e repressione” , specie se considerate alla luce di un modello dualistico che, da un lato, radicalizza le contrapposizioni – secondo lo schema oppositivo aut­aut ­ e, dall’altro, le complica, dal momento che ha come effetto di “ erotizzare soprattutto ciò che è proibito” . Vi rientrano, infatti, anche le contraddizioni che investono la “colpa” e la “espiazione”, laddove si registra il fenomeno paradossale della metamorfosi sia della prima che della seconda in piacere: nella trasformazione nel “piacere del reprimere e nel gusto dell’espiare”. Ma non sono estranee le contraddizioni che riguardano le problematiche sia della conoscenza che dell’autorità: da un lato, la contraddizione tra il mito obiettivante ed opaco, che tuttavia rassicura con la sua pseudobiettività, e la coscienza trasparente, che tuttavia sconta l’ansia che accompagna il ciclo mutevole delle continue interpretazioni; dall’altro, la contraddizione interna al potere, al bivio tra il produrre – potere che produce ricchezza e la distribuisce ­ e quello che conserva,
103 se non addirittura opera per produrre scarsità (potere “a somma zero” e potere “a somma variabile”, nel lessico di Spaltro). Si tratta di conflitti vari ed in fieri che tuttavia non corrono tra “bisogni”, “dati” una volta per tutte ­ fondamentali, come un tempo si sarebbero detti ­ e “desideri” impastati da un linguaggio prefissato e cementati da una pragmatica relazionale costante, assunti i primi a “dati di natura” e i secondi a “dati culturali”, e immaginati gli uni e gli altri in una loro irriducibile conflittualità. 4) La sostituzione, nella ricerca del piacere e nella definizione di soggetto ed oggetto di piacere, del modello dualistico con un modello plurale. Dobbiamo “creare il bisogno o meglio il desiderio (..) di una relazione pacifica e benestante, che consenta di disinnescare la produzione dei conflitti e dei complessi e di innestare le culture pacifiche”, facendo della pace un obiettivo “socialmente desiderabile. La pace deve essere una presenza, non un’assenza; né la presenza di qualcosa che c’è, che preesiste e finalmente lo si scopre o lo si libera a fatica e con sforzo da un torpore avito e da un’oscurità ancestrale: la pace la si rende presente, inventandola con entusiasmo. Ma ciò, prima ancora di rendersi realizzabile, anche solo perché sia “pensabile”, deve accompagnarsi ad un riconsiderazione della soggettività, che ha da essere sottratta ad ogni tentativo di oggettivazione, ad operazioni che la riducano nella veste di “qualcosa” che preesiste al soggetto medesimo e che qualcuno o qualcosa può sottrarre al soggetto e di cui il soggetto può rientrare in possesso come di un oggetto perduto; in altre parole – meglio con le parole di Enzo ­ il soggetto deve passare “ dallo statuto di cosa a quello di “ creatore di cose”. In proposito assistiamo ad un altro, un secondo colpo d’ala di Spaltro. Se poco prima avevamo intravisto nelle definizioni della pace costruite sull’idea di un’assenza il segno tangibile di un “deficit” realmente esistente tanto in campo sociale quanto negli spazi interiori degli uomini – un “deficit di erotismo” ­, così pare a Enzo non casuale la connotazione di immaterialità della pace: anch’essa sintomatica, carica di un’anticipazione, qualora si conferisca a questa “mancanza di materia" il significato di un vuoto nel quale si dà la possibilità di un’estrinsecazione della soggettività. Se del soggetto coltiviamo la rappresentazione di un “pieno” – una sorta di sostanza o di essenza che dà forma all’uomo –, la pace si configura come uno spazio materiale e vuoto assieme. Ma se rifiutiamo di oggettivare la soggettività – definendola come qualcosa che è –, se il “soggetto scopre la propria immaterialità e, lungi dal rifiutarla, la sceglie come modello di benessere”, ci predisponiamo a che “l'immateriale diventi soggetto materiale", concreto. In altre parole, si riesce ad afferrare, al contrario di quanto ci è stato insegnato, che “la soggettività non è assenza di obiettività ”, ma può essere intesa quale “materializzazione” del soggetto in “presenza di un concreto e specifico processo di costruzione della realtà ”. La nozione di soggetto viene a costituire uno stretto binomio con la nozione di benessere; l’una qualifica l’altra. Nemmeno il benessere è, infatti, assenza di malessere, né è solo materiale, quando non lo si intenda come uno stato, ma quale proposizione a stare meglio: il benessere denuncia il proprio statuto immateriale se lo si rappresenta sempre meno come uno “stato”, in cui qualcuno si trova e ristagna, e sempre più come un progetto, al cui interno ci si ritrova. Immateriale è il benessere, come lo è il soggetto che vi si impegna, perché, a sua volta, sempre meno una cosa (materiale) e sempre più soggetto creatore di cose (materiali). Alla base della pace, dunque, tanto “sua origine (quanto) conseguenza” (pag. 6) sta l’essere soggettivo, cioè, plurale. È questa la prospettiva seguendo la quale Spaltro critica, in quanto esiti di un pessimismo sociale, sia l’idea di poter dare ad organismi internazionali un
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 104 rilievo ed una forza, che possano fungere da deterrente alla guerra, sia il “raggiungimento della pace tramite la giustizia”, secondo un’ipotesi che definisce “ tipica del pacifismo selvaggio della società scarsa ”; è la stessa prospettiva per la quale, ad avviso di Enzo, le posizioni “selvagge” del primo pacifismo devono assumere a bussola del proprio orientamento l’idea di benessere ­ inteso quale segnale di “decriminalizzazione dell'edonismo e bisogno riconosciuto e valorizzato di una costruzione positiva della realtà” , e cedere il passo a quello che chiama “il pacifismo scientifico, che innesca il ciclo seguente: “ soggettività, pluralità, complessità, qualità, come forme del benessere” (pag. 6). 5) Nuove terminologie della pace. Quale conseguenza delle ipotesi suddette Enzo propone che il complesso di relazioni in fieri “da cui dipende il benessere” – per questo definite “benestanti” ­ non va confuso con la pace: sarebbe inesatto e limitativo definirlo “pace”. Se non si tratta di eliminare la guerra (per trovare la pace), ma la pace è qualcosa che va costruito, questo qualcosa non va inteso come una “cosa”, un prodotto, un artefatto. La pace è piuttosto un clima, un atteggiamento, una modalità “operandi”: a questo “qualcosa”, che da tempo è stato denominato “pace”, attribuisce i nomi più vari e appropriati, dimensionati alla molteplicità colorata degli “atteggiamenti pacifici”: “benessere, giuoco, gioia, comunque, soggettività” . Per “giuoco” intende il momento di soggettivazione d’una situazione di vita, anche pericolosa, una volta che sia incorniciata dalla presenza di regole e da queste resa trasparente e limitata nei suoi effetti. Mentre la “festa” è invocata a sostituire la pace quale antitodo alla guerra: “è nella festa sociale che si possono trovare gli antidoti più realistici alla guerra ” (pag. 7), afferma Enzo, il quale avanza anche la proposta di un’alternativa tra mito e giuoco: considera il primo una pseudoggettivazione opaca e con funzione normativa, che svolge la funzione di regolare le condotte umane in senso prescrittivo e irrazionale; ritiene il secondo, il giuoco, espressione d’una ricerca di benessere, in cui è ancora presente la devianza e la colpa, le quali, se trovano nel mito nitide forme di rappresentazione e modelli di condanna e di punizione, nel giuoco svolgono funzione di margine: il giuoco medesimo, con le sue regole, assume nei loro confronti funzione di contenitore, mentre la devianza e la colpevolezza acquistano all’interno del giuoco il significato di caso­limite delle esperienze umane. 6) Una scienza della pace, che non può esser costruita “ se non si esaminano le vicissitudini e le trasformazioni del piacere in un momento di transizione dalla società malestante a quella benestante e dal passaggio dal valore della scarsità a quello dell’abbondanza (pag.10). Un pensiero scientificamente fondato sulla pace ha alcuni presupposti: (a) i tempi cambiano, (b) il comportamento umano può essere modificato, (c) il metodo di ricerca ha da tendere alla misura diretta del benessere e del piacere, (d) le affermazioni ideologiche vanno verificate empiricamente; (e) ogni insegnamento ­ che non dimentica, ma ha di mira la pace – ha da tendere allo sviluppo della capacità umane di essere “benestante”. Una scienza della pace è concepibile solo a partire da tali premesse ed individua pertanto quale proprio un oggetto “positivo” l’universo delle relazioni da cui dipende il benessere e quali obiettivi la conoscenza dei loro meccanismi di costruzione e di distruzione. Così caratterizzata, Spaltro ritiene che la scienza della pace debba portare il nome di irenologia: pensa i conflitti e non ritiene di doverli eliminare o ridurre, ma di “farne una forza produttiva ”. Essi divengono oggetto non di negazione o di proiezione su altri, sul “diverso” di turno, ma di negoziazione, da intendere, quest’ultima, tuttavia, non come mediazione, compromesso, raffreddamento, tant’è che scrive: “se si vuole imparare ad inventare nuove relazioni ed evitare la
105 reificazione degli altri bisogna imparare a negoziare, cioè, ad uscire dalla contrattazione puramente normativa economica e obiettiva. Uscire dalla negoziazione ripartitiva di risorse ed entrare nella soggettività del benessere e dei desideri, aumentando la desiderabilità sociale della trattativa e del negoziato fino ad ora considerati “ debolezza ”, se non quieto vivere, “compromesso”. Se alla pace non va contrapposta l’idea di guerra, e la “pace” commercia con la comunicazione dei conflitti e la disponibilità a restare in comunicazione nonostante i conflitti, sarebbe opportuno chiamare la pace stessa con il nome delle sue condizioni, con il nome di “giuoco” e di “festa”; se si vogliono controllare i comportamento distruttivi, occorre richiamarli all’idea di lotta per – secondo un’immagine di competizione sportiva ­ al posto di lotta contro, mentre, se si vogliono controllare i “ sensi di colpa, occorre usare il giuoco: chi non giuoca diventa crudele aggressivo, porta guerra alla guerra” . Si tratta, in altre parole, di prendere distanza da un’immagine di pace “triste, razionale e sacrificale” , la quale non può rivaleggiare con il fascino esercitato dalla guerra – dal rimbombo dei passi cadenzati, dalla seduzione delle truppe in marcia dietro uno stendardo innalzato al vento, dal fascino della forma lucente delle armi o dalla retorica del coraggio e della forza ­, e resterà della guerra stessa sempre “ meno desiderabile”; è necessario separarci da questo “pacifismo trapassato” e dalla sua idea di “pace intesa come tranquillità” , per dirigerci verso una sua immagine “ allegra (…) entusiasta, emozionale e festante, crogiolo di istinti, di emozioni e di desideri, una pace di piacere” (pag. 8). V, 1 – Se riconsideriamo il compito e lo sforzo di giungere ad una definizione di pace “in positivo”, potremmo uscircene con un “troppa grazia Sant’Antonio”! La pace, nel lungo arco di tempo di confronti, discussioni e riflessioni ha trovato per strada un lungo elenco di nomi. Anzi, due strade: lungo la prima delle quali la pace è stata “nominata” a turno comunicazione dei conflitti, dialogo, opere di giustizia e di solidarietà, sviluppo e promozione umana; lungo la seconda, troviamo invece un secondo elenco di nomi, tra i quali la pace quelli di benessere, giuoco, gioia, festa e soggettività. Dovremmo essere contenti se quel “troppa grazia”, che abbiamo evocato, non suggerisse che i nomi citati sono tanti – “troppi” – per rappresentare qualcosa di unitario. Il loro numero e la loro varietà rammentano che la presenza dei conflitti umani resta ben viva e si esprime addirittura nelle presupposte qualità della pace, che i vari “nomi” intendono segnalare, “marcare”. Non è difficile, infatti, immaginare che coloro che percorrono la seconda delle due strade e guardano alla pace come giuoco, festa e benessere, diffidino della prima e dei suoi interpreti, e la considerino una strada “triste, razionale e sacrificale”, poco appetibile anche perché la sua meta si identifica in una pace “ asfittica” (parere che Spaltro ha espresso dichiaratamente più volte). Viceversa, sembra di vedere le facce perplesse – forse sgomente ­ di coloro che marciano per la pace lungo la prima strada e pare di ascoltare le parole che tra di loro si scambiano e con cui accusano i primi di utopia e velleitarismo (uno di loro mi sussurra all’orecchio: sono solo degli edonisti, animato da un pericoloso relativismo!). Le due strade, che pur dicono di essere indirizzate alla meta comune della pace, divergono, ed io, che ho cercato di seguire l’una e l’altra, mi vengo come a trovare con una gamba lì, l’altra là, divaricate tra loro, in una posizione niente affatto comoda! La metafora delle gambe “scosciate”, mi procura angoscia. Né allenta la morsa d’ansia l’idea – anzi, la aumenta ­ che debba parteggiare e risolvermi per l’una o per l’altra. Due domande, la prima: “Chi ha ragione? La seconda: “Dove è l’errore?” , Entambe mi premono sul petto a togliermi il fiato, fino a quando mi viene in aiuto dal profondo della memoria quanto è stato detto e
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 106 ripetuto (forse, dunque, non abbastanza), che ogni discorso sulla pace, che abbia la pretesa di essere all’altezza del compito, deve fare i conti con due premesse: ­ che i conflitti sono connaturati alle forme dell’umana convivenza, i quali, per Spaltro che ne tenta un’interpretazione in chiave psicologica, fanno “parte della natura umana ”. ­ che una versione di pacifismo che si rispetti né elude le contraddizioni che permeano l’esistenza umana, né trascura nelle proprie analisi e nei propri interventi ­ siano essi di solidarietà e di giustizia o di festa e benessere ­ le assurdità e le contraddizioni della vita. L’ansia si allenta, allora, e parimenti la sensazione di scollamento, di divaricazione ­ che non riguarda solo le “gambe”, come nella metafora, ma il mondo delle idee e l’universo dei sentimenti – si attenua nella convinzione profonda che il “buon pacifista”, nella ricerca di dar sostanza e materia alla pace e nell’elencarne le qualità positive, non deve affidarsi, come faceva il pacifista d’un tempo, al “buon proposito” – troppo buono – che, per essere positive, le qualità della pace non debbano entrare tra loro in conflitto; ma ha da accettare – assecondando le premesse indispensabili della pace – che, quanto più le definizioni di pace si fanno carico delle contraddizioni delle esistenze e delle convivenze umane e dei conflitti che le alimentano, tanto più tolgono materia ed energia alle “tentazioni” della guerra. Quando la ricerca del “piacer mio” entra in conflitto con il piacere altrui – e non si danno mediazioni – e quello che piace a me comporta da parte dell’altro la rinuncia al proprio piacere, allora il piacere diviene peccaminoso. Né esito diverso dà un’esperienza che sembra l’opposto della precedente: che qualcuno ti abbia imposto dia accettare – subire – il suo piacere soffocando il tuo: esperienze che ti confrontano con la possibilità – che esperienze ripetute trasformano in necessità ­ di contrapporre piacere a piacere – mio e altrui ­ , sostituendo a tale alternativa quella tra a piacere e sacrificio (ovvero la frustrazione, il soffocamento del piacere), “abituandoti” al piacere di infliggere all’altro (che ti ha soffocato) la punizione che si merita o il gusto dell’espiazione (se a te sembra d’aver fatto altrettanto). Scopro allora che, pur restando le strade divaricate e le tensioni tra molte idee dell’una con alcune delle immagini dell’altra, il loro selciato poggia sopra un terreno comune. Se nella tradizione – di cui è testimone la definizione riportata nella “Enciclopedia Einaudi – cioè, nelle definizioni tradizionali la pace è misurata dal grado di adeguamento “all’ordine della natura” , i criteri definitori stanno mutando: dalle parole dei Pontefici si trae l’impressione che l’interpretazione della pace sia intesa non nel senso d’una difesa di un diritto naturale – concepito alla vecchia maniera ­, ma come un progetto di promozione umana, in cui la nozione di “natura” meno rimanda all’esistenza “dati” naturali fissi e predeterminati, e più ad una dotazione di disposizioni “naturali” all’emancipazione, all’autopromozione. Si avvia al tramonto una prospettiva universalistica sia della pace, sia dei diritti umani e la sostituisce un’altra, che nel testo di Spaltro si esprime al suo massimo grado. Le riflessioni riportate, infatti, conseguono all’abbandono della concezione universalistica e immateriale della pace, la quale era responsabile dell’antitesi tra pace e guerra; ma ciò, per quanto riguardi direttamente il tema di cui si discute, sarebbe il meno se con il cambiamento di paradigma non entrassero in crisi anche le antitesi tra necessità e libertà, tra sofferenza e godimento, tra realtà ed utopia. Né la critica alla concezione universalistica – lo si è considerato poco prima ­ lascia immutata la tensione tra soggetto ed oggetto; anzi, ognuna delle riflessioni possono essere pensate e trovano senso solo alla luce – direbbe Spaltro – di un “tumultuoso emergere della soggettività ”, così come la ricerca e l’insegnamento “della gioia della festa del giuoco e del benessere soggettivo sono possibili solo se pluralità, soggettività e complessità permetteranno una diversa costruzione di mentalità e dispositivi mentali di tipo pacifico” (pag.10).
107 V, 2 ­ D’altronde la “coscienza complessa”, che ho provato a descrivere, sembra un chiaro “segno dei tempi”: il portato, cioè, di quel fenomeno che passa sotto il nome di globalizzazione, che tende a rendere manifesti anche i conflitti che gli preesistevano, ma restavano celati o che risultava più facile un tempo mascherare, occultare. Rende manifesti conflitti, evidenti le tensioni, anche dentro le singole culture, per la comparazione che facilita ed impone: sia per la velocità delle trasformazioni che fa affiorare i conflitti tra forme tradizionali del passato e forme di convivenza che seguono gli sviluppi tecnologici ­ quelle d’un banale “ieri” confrontate giorno dopo giorno in un presente che annuncia un domani diverso ­, sia per la sollecitazione al contatto tra diverse culture, le cui “differenze” – prima inavvertite, per l’assenza di contiguità tra loro o, comunque, a contatto stabilito, rapidamente sedate o, in caso di collisione, per la facile vittoria del più forte, negate, represse, come nel caso del colonialismo ­, appaiono in tutta evidenza e nella loro storica inevitabilità. Il problema è come intendere la presenza e la dinamicità di questi confronti e il grado di pericolosità o meno di determinati conflitti, nella consapevolezza che il problema ha, oltre i crismi dell’attualità, una sua urgenza. La facilità dei contatti – di fusione, di scontro e di articolazione –, aperta dalla globalizzazione, non è infatti senza rischi. Vattimo ricordava, in “Nichilismo ed emancipazione” (Garzanti), che “nella Babele post­moderna delle culture e dei sistemi di valori, è forse immaginabile che ci si senta più liberi, ma proprio per questo (..) esposti al rischio di un disordine endemico e dunque alla minaccia di continue situazioni di lotta ” (pag. 64). Se i fenomeni in sé non possono essere trascurati, per il loro evidente dispiegamento, non vanno trascurate le loro ragioni – molto meno evidenti ­, che riposano, da un lato, nell’affermazione di identità e di appartenenze a comunità naturali ristrette e, dall’altro, nei processi di dissoluzione del legame sociale; né i due fenomeni sono di poco conto – o di minor rischio – dal momento che l’uno e l’altro si inseriscono in una specie di “circolo vizioso” che vede l’allentamento del legame sociale favorire i “localismi culturali” e l’esplosione di questi ultimi allentare ulteriormente il primo. Non è un caso se alcuni credono di vedere in questa fase storica la possibilità ­ per alcuni l’ineluttabilità ­ di “scontri di civiltà”: scontri del tutto improbabili, almeno che non si facciano passare per tali conflitti che, seppur emergono solo in seguito al contatto tra civiltà diverse, sono insiti, interni alle singole civiltà. In realtà i conflitti emergenti “condensano” nelle loro forme tensioni che, nate dentro le singole civiltà, vengono solo successivamente “esteriorizzati” nei luoghi “intermedi” – di comunicazione e di scambio con altre civiltà ­ e su queste ultime, in quanto “diverse”, proiettati; ma tale proiezione non è in sé pericolosa – la potremmo considerare, anzi, segno di interesse verso l’altro – se non trascinasse con sé nel processo proiettivo e gli stati d’animo di paura che provano coloro che si rendono conto di non esser autosufficienti – e che, proiettati, rendono il “diverso” pericoloso ­, e una sorta di “pensiero unico”, sia che tragga ispirazione e fondamento da concetti universali, sia, dall’altro, che faccia ricorso ­ il ritorno delle leghe ­ ad identità locali, che, pur di garantirsi un qualche forma di sopravvivenza, invocano presunte loro superiorità. Traendo ispirazione da un brano di Nietzsche, che, nel prospettarsi il presente futuro, parla di un “uomo che si aggira nel giardino della storia come in un deposito di maschere teatrali, scegliendo liberamente quale maschera indossare o abbandonare”, Vattimo intravede la soluzione possibile nella metafora del “visitatore dei musei”: “Gli stili di vita e le etiche diverse possono convivere senza conflitti sanguinosi solo se si considerano come stili non necessariamente esclusivi reciprocamente, ma compatibili, come gli stili artistici depositati in una galleria ” (pag. 67).
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 108 Una metafora, appunto, non applicabile pertanto alla lettera, ma solo interpretabile nel senso di un “come se”, perché nella vita quotidiana non siamo di fronte a fenomeni artistici o, come in un museo, a reperti di tempi passati. Quando viviamo in stanze attigue, proprio perché le abitiamo – e non le visitiamo, come le sale d’un museo – facile è “appiccicarsi”, come è facile “urtarsi” quando percorriamo il centro della città, o “pestarsi i piedi” in autobus, o litigare in un condominio. Le stanze che abitiamo, i quartieri in cui risiediamo, le strade che attraversiamo e percorriamo per andare dove abbiamo “bisogno” o “desiderio” di andare toccano la carne viva dei nostri corpi, degli affetti più cari e degli interessi più concreti. Come applicare la metafora del visitatore dei musei a questo livello di realtà in cui, al contrario dello stile artistico che mi riguarda fino ad un certo punto o che al massimo mi commuove o mi ispira, lo stile di vita del vicino – di casa, di lavoro – confronta tutti i giorni il mio stile di vita e, se non sempre, ogni tanto, anche lo limita o lo infrange o lo irride? Non ho risposte; posso solo accennare – senza saper dire quanta attinenza abbia con l’idea di “giuoco” o di “festa” di Spaltro ­ ad un orizzonte di senso che trae spunto dall’ipotesi di Lyotard della “fine dei metaracconti”, sulla cui base l’autore definisce il post­ moderno. L’idea del tramonto delle grandi interpretazioni globali (illuminismo, idealismo, positivismo, marxismo), può servire qualora tuttavia non venga, come spesso avviene, interpretata assumendo il metaracconto come una veste illusoria, falsa, dismessa la quale, quel che si vede, che resta messo a nudo, pensando che corrisponda alla vera struttura dell’essere. Ciò che affiora quando il metaracconto si affievolisce, perde consistenza è l’insieme dei numerosi racconti che l’uomo di ogni luogo e tempo compone di continuo per dare senso al proprio quotidiano (e “oltre”). Né questa affermazione va letta – ed anche questo avviene spesso ­ come se intendesse dire che, se tutto è racconto, tutto si equivale in un assoluto relativismo. Quel che resta può sembrare poco rispetto alle nostre aspettative psicologiche di verità e di realtà, ma non è così scarso come appare a prima vista, né tanto meno del tutto insufficiente: resta, sull’orma dell’agire morale di Habermas, un bagaglio di “massime di azione” e la concreta possibilità di scegliere quelle che, pur senza pretesa di valere come dimostrazioni apodittiche, sono ragionevolmente rappresentabili ai possibili interlocutori; e relativamente alle quali siamo in grado di esplicitare le loro implicazioni concrete: In altre parole “forte” rimane presente la dimensione etica che viene esplorata, difesa o criticata non tramite la presenza o l’assenza di incontrovertibili (e poco dimostrabili) “fondamenti” o “principi”, ma attraverso, da un lato, l’osservazione scrupolosa degli effetti che le azioni umane producono sulle forme di convivenza e sugli altri che si ritrovano con noi in esse, e, dall’altro, la capacità critica d’analizzare le conseguenze delle azioni compiute ed il grado di coerenza con i fini che i programmi d’azione si prefiggono. E tutto si dispone in questa ottica: sia la dimensione di giuoco o di festa , sai un impegno di solidarietà o di giustizia , sia un gesto che ai accolla l’onere di farsi interprete di una promozione umana.
109 III Ambiente r elazionale
111 1 III 1 L’ambiente relazionale di Andrea Paolinelli Disporsi alla relazione con l’altro, in contesti di emergenza, non è facile. Se 2 consideriamo la relazione dalla prospettiva sociale , possiamo infatti capire – seguendo la letteratura in proposito – come essa sia concepita: un canale di trasmissione di fenomeni 3 4 culturali ; una frazione scomponibile in forme elementari e ricorrenti dell”essere insieme” ; degli stati labili e ispessimenti temporanei cui danno luogo i due processi di avvicinamento o 5 di distanziamento . In ogni caso essa ruota intorno: “ad una ristretta serie di fenomeni sociali, su cui hanno lungamente discusso, oltre ai 6 sociologi, anche filosofi, studiosi della politica, economisti, storici, giuristi” . Ed ecco che vengono nominati elementi come conflitto e solidarietà, antagonismo e 7 cooperazione (intesa cosi come l’ha descritta Ghezza ), dominio e potere, autorità e influenza, gerarchia, rango e prestigio. 8 Subito ci troviamo trasportati nell’interazione, laddove si gioca la partita situazionale del proprio comportamento in vista dell’azione dell’altro, con le “premesse e fasi precedenti, 9 valori condivisi e non” , ma anche con "rapporti di forza, esito di interazioni passate, parti 10 terze” che possono trarne vantaggi, essere includenti o semplicemente incidere in qualche modalità interna od esterna sulla relazione. 1 Si parlerà in questa sede usando la parola ambiente in un ‘accezione più sociale che naturale, vale a dire in particolar specie affrontando dinamiche di adattamento piuttosto che di environment (Cfr. Gallino L., 2004, Ambiente Naturale, Dizionario di Sociologia, 2ª edizione, p. 20, dove l’environment è più che altro l’“insieme di fattori fisici, chimici e biologici da cui dipende l’esistenza dell’uomo in quanto organismo terrestre”), in quanto “i limiti dell’ambiente sono sempre quelli determinati dalla cultura della collettività considerata in un certo momento della sua storia ” (Cfr. Gallino L., 2004, Adattamento, op. cit., p. 10­11), dato che la cultura ne può dilatare i limiti “senza che in questo si operi alcuna modifica ‘oggettivà ”( Cfr. Gallino L., 2004, op. cit., ibidem). 2 Cfr. Gallino L., 2004, Relazione Sociale, op. cit., pp. 542­44, vedi Glossario Relazione Sociale e l’idea della collaborazione in Paolinelli A., 2005, La collaborazione in “ emergenza”. Come sviluppare competenze collaborative da utilizzare in contesti anche “ fuori dai margini” , Pisa, tesi discussa il 23 maggio 2005 nella Facoltà di Scienze Politiche, visibile anche nel sito delle tesi online dell’università http://etd.adm.unipi.it/theses/available /etd­04212005­192452/. 3 Tarde G., 1895, Le lois de l’imitation, Parigi. 4 Rimmel G., 1989, Sociologia (Berlino 1908), Milano, spec. cap VI. 5 Von Wiese L., 1968, Sistema di Sociologia generale, (Monaco e Lipsia 1933, Berlino 1955), Torino. 6 Cfr. Gallino L., 2004, Relazione Sociale, op. cit., p. 544. Come per la nota poco sopra, a cui si richiama per le motivazioni, anche per gli infratesti, citati nell’articolo, si avrà una grafica di allineamento centrata di comodo. 7 Cfr. Gheza F. (a cura di), 1987, Cooperazione, Nuovo Dizionario di Sociologia a cura di Demarchi F., Ellena A. e Cattarinussi B., Edizioni Paoline, p. 591 ed anche il mio prossimo articolo nel presente volume, “La collaborazione in Emergenza ”, par.1.2. 8 V. Gallino L., 2004, Interazione Sociale, op. cit., pp. 386­88. dove si riprende il concetto di Thomas W.I. e di Znaniecki F.,1918­1920, in Il contadino polacco in Europa e in America , “quale configurazione complessiva dei fattori sociali e culturali che influenzano a un dato momento, in quanto forniti per esso di significato, il comportamento di un soggetto”. 9 Cfr. Gallino L., 2004, Interazione Sociale, op. cit., p. 388. 10 Cfr. Gallino L., 2004, Interazione Sociale, op. cit., ibidem.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 112 11 In accordo con quanto scrive Gallino , l’ambiente relazionale, quale che siano i livelli e i soggetti sotto osservazione, pone elaborazioni su contenuti oggettuali, razionalità sulla consapevolezza, d’intensità e durata, sulla direzione e sui veicoli impiegati dalle parti, sul grado di organizzazione e di istituzionalizzazione, mettendo in risalto empatie e conflittualità, ruoli ed incarichi, responsabilità ed emozionalità, ma anche culture e climi, scopi e finalità, tipo di partecipazione e leadership. In questa mia breve analisi, focalizzerò l’attenzione solo su di un ambiente relazionale organizzativo e di comunità a cui serve uno stile guida. Mi soffermerò così su tre concetti che considero cruciali sia per quanto riguarda l’impatto tra l’esperienza e le caratteristiche personali sia per l’aspetto di novità nell’incontro, ed anche nel rapporto, con il diverso da noi: 1. l’idea di un progetto chiaro nella dimensione tridimensionale logoterapica; 2. l’esame delle motivazioni, per creare un’insostituibile vincolo di fiducia; 3. il sistema di comunicazione di riferimento, riconosciuto validamente, tralasciando, purtroppo, alcune competenze collaborative metodologiche, per me, oltremodo significative. 1. Un’urgenza latente da… progettare! Sono dell’idea che, per favorire un ambiente relazionale armonico, serva una progettualità di larga scala, che riguardi trasversalmente tutti gli aspetti del nostro essere. È opportuno identificare le risorse da investire in un progetto lungo tutto una vita: “È noto che per arrivare ad uno scopo, per raggiungere un obiettivo, occorre prima di tutto la pianificazione (come e dove andiamo), poi l’organizzazione (i modi con cui andare) e poi l’esecuzione (dobbiamo fare, agire)[…]. Resta da fare la critica il feed–back, per capire se siamo sulla strada giusta per raggiungere lo scopo. Gli obiettivi di una Organizzazione sono: 1. il Guadagno e la voglia di Esistenza, di continuare ad esistere; 2. acquisire l’abilità professionale e migliorare (Reputazione Professionale); 3. costruire contatti personali (Fiducia); 4. l’essere fedeli all’organizzazione (Senso di appartenenza); 5. valorizzare la risorsa Personale (il Significato personale). La Risorsa Umana è l’aspetto cardinale nel fare di ognuno di noi, la tecnica non 12 basta.” Quello che qui voglio delineare, visto che la tecnica da sola non basta nel sviluppare al meglio le risorse umane, è, dunque, (una miscelazione tra =) un insieme di operazioni che vanno dalla sistematizzazione di un processo tecnico ad una risposta volta verso una formazione psico–sociale. Infatti, seguendo la definizione di Gasparini , con il termine “progettazione” si vuole indicare: 11 Cfr. Gallino L., 2004, op. cit., ibidem, “che cosa si scambiano i soggetti”. 12 V. Sica G. – Paolinelli A., 2002, Verso una preparazione professionale integrabile del disaster manager per e con Haria–2 – Un’esperienza attraverso la Survey ed il Focus Group, Convegno VGR2002, pp. 4–5.
113 “un’attività volta a dare una risposta concreta a problemi, bisogni, tensioni avvertiti a livello implicito e informe. Si tratta quindi di esplicitazione, ma più ancora di traduzione in termini concreti, e quindi di creazione di un “meccanismo”, di un sistema che sia in grado di soddisfare i bisogni e le tensioni sopra evidenziati. D’altra parte, parlare di progettazione significa riferirsi a un processo al termine del quale risulta un progetto, e cioè significa riferirsi all’attività che produce questo progetto. In senso lato, tutta la vita personale e sociale è progettuale… Tutto ciò significa che la progettazione, in quanto creazione di (o per) un progetto, è espansione di una cultura e di una personalità attiva e 13 convinta della possibilità di creare, dominare e orientare la realtà”. Allora è possibile analizzare, componendola, una tecnica ad hoc: quella logoterapica , che dà la possibilità di: “Trovare il significato personale: (essa) consiste in un trattamento nel quale “si” viene aiutati a trovare il proprio significato. È una visione olistica, che vede l’uomo come un’UNITÀ che non può essere divisa, che deve essere presa tutta insieme e deve essere vista nella sua TOTALITÀ. La specializzazione è molto importante ma l’attenzione è focalizzata in un ambito preciso e tutto il resto (l’animo) è dimenticato, accantonato.” CORPO (soma) SPIRITO MENTE (psiche) 14 Figura 1. Visione tridimensionale dell’uomo. Il percorso che si propone di intraprendere è certamente ‘personalÈ, ma è posto in un contesto sociale: “Vi è la dimensione del corpo, quella della mente e c’è una terza dimensione, quella dello spirito e mentre il corpo e/o la mente possono essere malati, lo spirito non lo è mai; è la capacità di AMARE, di essere CREATIVI, è l’immaginazione, l’umore, la possibilità di trascendere sé stessi, la possibilità di uscire da noi stessi e dimenticare così il dolore perché è più importante ciò di cui mi sto occupando, ciò su cui ho fissato l’attenzione ora. Queste sono le tre DIMENSIONI. L’ALBERO DEL PENSIERO, ovvero la MAPPA MENTE […] permette di tradurre ciò che abbiamo in mente sulla carta. Il cervello è costituito da due emisferi: il SINISTRO, in cui risiede la logica, l’ordine, le leggi; il DESTRO, in cui risiede l’immaginazione, i colori, la musica, la creatività.La possibilità di combinare questi due emisferi è resa possibile attraverso l’utilizzo di questa MAPPA e per farlo vi sono alcune domande che stimolano, proprio in tal senso, il pensiero: 1. 2. 3. 4. 5. 6. Perché? Cosa? MAPPA MENTE Chi? obiettivo LOGOTERAPICA
Quando? Dove? Come? Figura 2. Le domande basilari del pensiero creativo. 13 V. Gasparini A. (a cura di), 1987, Progettazione, Nuovo Dizionario di Sociologia a cura di Demarchi F., Ellena A. e Cattarinussi B., Edizioni Paoline, p. 1611. 14 Cfr. Sica G. – Paolinelli A., 2002, op. cit., p. 5. a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 114 Un esempio per chiarire: “Un viaggio in Toscana”: Perché? Perché è vicino; cosa facciamo lì? Visitiamo i musei; quando? E così via. Un pensiero porta ad un altro nella più assoluta libertà, è una sorta di brainstorming personale. Con questa Mappa si sviluppa l’Emotional Quotient che si aggiunge all’Intelligence Quotient. 15 Focalizzarsi solo sull’I.Q. può essere sbagliato.” Quando diamo un ordine ai nostri pensieri, ci permettiamo di lavorare su noi stessi nella consapevolezza di un sistema di cambiamento ciclico. “Lo Changement Quotient è quello che riguarda la trasformazione da una dimensione ad un’altra, che spesso è sconosciuta e, quindi, può provocare un po’ di paura. Se si considerano tutti e tre i quozienti allora si allarga la visione. Il punto sta nel valorizzarsi per affrontare meglio la realtà, potenziarsi nella propria persona, nel proprio valore attraverso gli altri. Il Rispetto è uno degli elementi più importanti nelle relazioni interpersonali. Come persona, Uomo, si è tutti allo stesso livello: persone uguali. Lo strumento dell’ascolto manca a parecchi di noi perché spesso si sente senza ascoltare, senza essere concentrati sull’altro. Avvenimento Percezione Interpretazione Sentimento Azione logica privata sensazione reazione
comprensione se cambia, cambiano subito anche le Figura 3. LA FORMULA DELLA VITA (lo strumento). L’avvenimento, che percepiamo con i sensi, viene interpretato secondo il knowledge che abbiamo, il nostro “zainetto culturale”, per portarci al sentimento e secondo il quale si arriva all’azione. L’umore è un altro strumento molto importante: meglio ridere di sé stessi, non prendersi troppo sul serio: ridere è importante per affrontare meglio la vita, con un bel paio 16 di occhiali con lenti rosa .” La dignità di un progetto sta nella cultura di non perdere di vista che non stiamo parlando di semplici protocolli o di tecniche da rispettare, ma abbiamo davanti uomini, il cui rispetto va al di là di una situazionalità specifica, anche se il nostro compito è un altro, pur in contesti problematici o perfino di guerra. “Qui vorrei invece segnalare come la cultura dei diritti umani, […] è una cultura che risiede in maniera intima nella radice della dignità dell’uomo. Al di là delle formulazioni giuridiche dei singoli diritti umani, credo che un punto di riferimento, credo assolutamente condivisibile, sta nel fatto che esistono i diritti umani perché si riconosce all’uomo la sua dignità di essere umano. E questa è una dignità che non si perde. In nessuna situazione della vita. […] Non credo che ci sia urgenza ed emergenza che possa giustificare un abbassamento 17 della soglia della dignità umana” . 15 Cfr. Sica G. – Paolinelli A., 2002, op. cit., ibidem. 16 Cfr. Sica G. – Paolinelli A., 2002, op. cit., ibidem. 115 2. Come ingenerare le motivazioni L’approccio seguito fino a qui è prettamente formativo ed organizzativo, centrato sull’individuo in riferimento ad un gruppo: i soggetti sono riferiti ad una organizzazione che segue un progetto condiviso volto allo sviluppo. Se per comunità possiamo intendere, come afferma Martini, “un insieme di soggetti che condividono aspetti significativi della propria esistenza […] e possono intrattenere tra loro 18 relazioni fiduciarie ” nel senso che tra i membri di una comunità si può instaurare un legame affettivo, un senso di appartenenza, di interdipendenza dato appunto da ciò che viene condiviso, allora certamente non possiamo prescindere, dall’aspetto che riguarda la collaborazione più a livello del singolo individuo che fa parte di un ambito comunitario. Quali stimoli servono dunque per crescere insieme? Seguendo l’approccio eco­ sistemico, se la qualità della vita” è espressa dal fit (compatibilità) fra i soggetti (individui, 19 famiglie, gruppi, ecc.) e le condizioni nelle quali questi vivono” , allora, con il termine 20 ambiente ci si riferisce ad un contesto di tipo “fisico, sociale, economico, culturale ecc.” , dove le condizioni sono sospinte a comprendere “tutto ciò che sta “al di fuori” del soggetto 21 considerato: il proprio ambiente” . Dunque, creare cooperazione in ambito relazionale vede qui l’aggiungersi alla tavolozza dei colori, un’altra interessante sfumatura e congrua considerazione. Infatti non 22 basta negare una strategia di cambiamento focalizzata sulle condizioni , né prevedere solo, anche se necessari, “interventi di sostegno alle persone, attraverso attività di formazione che 23 permettano alle persone di acquisire le nuove abilità che le mutate condizioni richiedono” , ma si deve poter “permettere ai soggetti che vivono in determinate condizioni di cambiarle in 24 25 relazione ai loro bisogni/interessi” , richiamando uno “sviluppo di comunità” il cui obiettivo sia, partendo dalle proprie motivazioni, acquisire competenze con la possibilità di 26 “cambiare le condizioni nelle quali vivono e nella direzione che loro stessi decidono” . “La strategia motivazionale presuppone quindi un processo di “assunzione di responsabilità da parte dei soggetti per le loro condizioni, il riconoscimento e la legittimazione delle loro competenze e dei loro “criteri” di valutazione della qualità della vita 27 e scelta della direzione da dare al cambiamento” . Come afferma Martini: “in funzione delle relazioni, la collaborazione va sì attivata e sostenuta, ma per farlo efficacemente abbiamo bisogno di lavorare su motivazioni che facciano scattare l’idea che è “bene” lavorare insieme in quanto utile per tutti, senza rischiare 17 V. l’intervento del Prof. Consorti P., nella sbobinatura del Seminario attivo 2004.VI.24, in Paolinelli A., 2005, op. cit, Appendice 6.2 pp. 100–103. 18 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, Fare lavoro di comunità – Riferimenti teorici e strumenti operativi, Carocci Faber, Roma, p. 13. 19 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 43. 20 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, ibidem. 21 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, ibidem e il Glossario, Ambiente. 22 “Per migliorare la qualità della vita… si modificano le condizioni nelle quali questi individui vivono, attraverso interventi ideati, progettati e forse anche realizzati da soggetti altri rispetto a coloro dei quali si intende migliorare la qualità della vita”. Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 44. 23 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, ibidem. 24 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, ibidem, p. 45. 25 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, ibidem. 26 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, ibidem. 27 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, ibidem, p. 46.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 116 di servirsi della nozione di “bene” legata al peso del senso moralistico, questione etica di altro spessore piuttosto legata alla stessa essenza del lavoro di comunità. E per operare su questa visione di insieme così complessa dobbiamo dunque far crescere al contempo un humus facilitatore per processi di: “responsabilizzazione collettiva; di partecipazione degli attori al governo del sistema; di sviluppo di relazioni che rinforzino la dimensione della fiducia, del senso di appartenenza e del senso di comunità; di sviluppo di competenze da parte 28 dei membri della comunità” . Ma perché tutto questo? Un buon ambiente relazionale è in grado da solo di immettere cultura e stimolare la partecipazione? No. Naturalmente è necessario che esista sullo sfondo una politica ad ampio raggio che possa irrobustirla anche nel lungo periodo, similmente a 29 quello che sta tentando di fare la Regione Toscana nel triennio 2005­07 , nella ricerca di varare una legge ad hoc sull’argomento, anche se ad una metodologia certamente significativa, non corrisponde almeno una metodologia trans­disciplinare per lo meno accurata, in un’ambiente dove le resistenze esperienziali fanno da vuoto critico. 30 “Coinvolgere nella pianificazione il corpo sociale è ambizione” che tante discipline hanno cercato di attuare. Ma “molto più complesso è lì dove l’argomento è un intero progetto di città o di territorio. Probabilmente non si tratta di un problema tecnico, ma politico appunto. Lo 31 sostiene un intelligente urbanista a tutto campo, Silvano Bassetti” . Secondo l’autore, “se per urbanistica intendiamo la pratica di governo con cui una comunità insediata su un brano di territorio regola e amministra le trasformazioni fisiche e funzionali di quel territorio e dei suoi insediamenti; e se per partecipazione intendiamo il coinvolgimento consapevole, diretto e responsabile dei cittadini alle decisioni che condizionano il destino presente e futuro della 32 comunità insediata, allora “urbanistica partecipata” è davvero una tautologia.” Se “urbanistica e politica sono due aspetti connessi d’un medesimo campo di interessi, 33 obiettivi, procedure” , lo saranno ancor più in chiave di formazione. E prosegue Bassetti, “La società e la città del terzo millennio ha una complessità che non ammette romanticherie o scorciatoie. Il principio della partecipazione va concretamente declinato qui ed ora attraverso pratiche adeguate alla complessità del moderno e coerenti con le peculiarità del luogo. […] Va aumentata simmetricamente la capacità di espressione del cittadino e la capacità di ascolto dell’amministratore. Va rotto il meccanismo perverso che riduce lo spazio della 34 partecipazione alla pura protesta.” Così può concludere significativamente che, “la partecipazione è un esercizio complesso di democrazia reale. Non ce la regala nessuno e non è un optional. Va costruita 28 V. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 47. 29 Cfr. su http://www.regione.toscana.it/partecipazione/. 30 Da un articolo del 12.08.2004 su http://eddyburg.it/article/articleview/900/1/112/ di Salzano E., urbanista, laureato in ingegneria civile edile a Roma. Professore ordinario (fuori ruolo) di urbanistica del Dipartimento di pianificazione dell’Università IUAV di Venezia, già presidente del corso di laurea e preside della facoltà di Pianificazione del territorio e consulente di amministrazioni pubbliche per la pianificazione territoriale e urbanistica. 31 Cfr. Salzano E., articolo citato, ibidem. 32 Cfr. Bassetti S., dic. 2001, Urbanistica partecipata , in: “Atlas – Rivista quadrimestrale dell’INU Alto Adige”, n. 22. 33 Salzano E., articolo citato, ibidem. 34 Cfr. Bassetti S., dic. 2001, op. cit., ibidem.
117 pazientemente sulla conoscenza, sulla responsabilità, sulla distinzione dei ruoli, sulla 35 trasparenza.” Detto questo, si intuisce che i processi relazionali collaborativi devono svilupparsi e finalizzarsi:
· sul bisogno di ri–costruire fiducia, nell’aumentare consapevolezza, facendo 36 nascere un legame empatico da consolidare ;
· nel migliorare un sistema ricettivo dialogico e comunicativo su codici 37 condivisi e da condividere ;
38 · nell’utilizzare strumenti educativi–formativi relazionali e tecnico–scientifici . Descrivere la dinamica di gruppo, ci introduce ad una serie di processi collaborativi che vogliono essere bivalenti. Il sintomo di un legame è quantomeno da più di due parti. Gli individui sono cioè portati a integrare le proprie esperienze, i propri valori con il bisogno fondante a valersi degli altri, quanto gli altri di lui. È il clima di fiducia che fa da terreno per 39 mettere i primi mattoni comuni per un progetto condiviso e cio è tanto più vero in contesti di emergenza. Certo che stabilire una sorta di fiducia/collaborazione duratura per un cammino comune 40 per una crescita relazionale di tutti, ha dei tempi lunghi , ed è sicuramente un processo 41 42 43 44 volontario con dei costi alti, che trova nel conflitto e nella demotivazione due ostacoli ma anche due processi rigenerativi. Non solo. Imparare ad acquisire competenza collaborative non è un impresa facile, ed 45 abbisogna di una buona dose di coraggio , fidarsi nonostante tutte le volte che siamo stati ingannati o comunque non è andata a buon fine, il coraggio nel riprovare. Non solo, serve un ‘gruppo guidà autorevole in grado di gestire la leadership intesa come l’essere in grado di direzione e orientamento, da considerare: 35 Cfr. Bassetti S., dic. 2001, op. cit., ibidem. 36 Vedi in Paolinelli A., 2005, op. cit., il par. 3.2.1 e 4.1. 37 Vedi in Paolinelli A., 2005, op. cit., il par. 3.2.2 e 4.2. 38 Vedi in Paolinelli A., 2005, op. cit., il par. 3.2.3 e 4.3. 39 Vedi i proposito V. Gasparini A. (a cura di), 1987, op. cit., p. 1615. 40 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 74.“La collaborazione nella comunità ha bisogno di tempi lunghi. […] La collaborazione è un processo lento. […] Il tempo per la collaborazione non basta mai. Per questo occorre avere dei confini e una pianificazione dell’impiego del tempo.” 41 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., ibidem. “In sostanza, si collabora solo se si vuole e inoltre, si sa come farlo. Oltre alle motivazioni, per collaborare, servono abilità sociali e competenze relazionali, fra le quali l’assertività, la capacità di ascolto, la capacità di mediazione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro. La motivazione a collaborare appare correlata alla percezione dell’efficacia della stessa rispetto alla soluzione del problema del soggetto, ma è anche correlata alla soddisfazione che può produrre la relazione con gli altri coinvolti nello stesso processo. Ogni attore interito nel processo di collaborazione ha due fronti da tenere sotto controllo: l’obiettivo per il quale collabora e le relazioni con gli altri attori coinvolti nel processo.” 42 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 75. e in Paolinelli A., 2005, op. cit., nota 146 p. 59. 43 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., pp. 75–76. “Non si può parlare di collaborazione senza menzionare un aspetto che alla stessa è intimamente collegato: il conflitto.” E in Paolinelli A., 2005, op. cit., nota 147 p. 59. 44 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 76.“Essere disponibili a collaborare non significa anche essere in grado di creare le occasioni per farlo.” 45 Vedi in Paolinelli A., 2005, op. cit., nota 144, p. 58.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 118 “come relazione di interdipendenza fra una persona e una collettività (guida come ruolo) e come processo sociale che comprende e provvede una serie di funzioni, che hanno a che fare con l’azione collettiva e con la direzione della stessa (il processo di orientamento e l’orientamento stesso). In questa seconda accezione il 46 concetto di leadership assomiglia a quello di governance”. Questo ci ha portato a considerare che non serve un singolo leader, ma più che altro un 47 gruppo che possa svolgere una funzione di “orientamento collettivo” , e dei percorsi di collaborazione e partecipazione, ciò che è utile definire per prima cosa se si vuole collaborare è definire ­insieme­ una meta. La figura del ‘capo’ in grado di creare quell’armonia a cui si sottende pensando ad un pensiero il più circolare possibile, si rintraccia fortemente nei lineamenti di un “facilitatore, che sappia sostenere il processo di orientamento, il quale deve 48 rimanere un processo collettivo” . Queste fattezze nel nostro caso devono essere di tutto il ‘gruppo guidà che quindi deve essere in grado di trasmettere autorevolezza, quella “attribuzione di autorità da parte della 49 gente” , in quanto competente a sostenere il progetto d’unità. Dato che il ‘gruppo guidà è “formato da persone che provengono da realtà diverse del territorio, alle quali sono vincolate affettivamente, idealmente, politicamente od 50 operativamente e nelle quali hanno un’influenza e una visibilità” , gli individui devono essere in grado di educarsi a comprendere che “non sono qui a rappresentare formalmente le 51 realtà dalle quali provengono” . È, invero, alto il rischio che la fragilità delle relazioni trasformino il ‘gruppo guidà in un ‘gruppo giudà tale da allontanare ancor più nel tempo una 52 realizzazione di questo spessore dell’intesa con la popolazione ! Come aumentare la consapevolezza di essere gruppo, stimolare un clima di fiducia e creare un’ampia intesa, dunque, se non operando affinché sia “possibile una condizione di 53 scambio alla pari” ? 46 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 77, citando il corsivo da Glidewell C.J. – Kelley G.J. – Bagdi M. – Dickerson A., 1998, Natural Development of Community leadership, in Theory and Research on Small Groups, Plenum Press, New York, p.61 e riferendosi anche a Tandon S.D. – Azelton S.L. – Kelley G.J:, 1998, Constructing a Tree for Community Leaders: Contexts and Processes in Collaborative Inquiry, in “American Journal of Community Psychology”, vol. 26, 4, pp. 669–696. 47 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., ibidem. 48 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., ibidem. 49 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., pp. 78–79. “Non sempre chi ricopre ruoli formali è riconosciuto come leader dai membri della comunità. V. anche in Paolinelli A., 2005, op. cit., nota 154 p. 60. 50 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 79. 51 Cfr. Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 80. “Ogni componente porta nel gruppo una parte del potere autonomo di cui dispone e, nel far ciò, non vincola l’istituzione alla quale appartiene, anche se le persone possono spendere anche il loro peso istituzionale. Il gruppo non è il luogo della rappresentanza.” 52 Ancora in Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., ibidem, “il gruppo guida , in genere un piccolo gruppo, ha un compito di “guida” e di orientamento nella lettura delle esigenze e delle opportunità del territorio e nella formulazione delle proposte. In termini operativi, la sua funzione è quella di pensare e favorire una progettazione integrata e facilitare lo scambio fra i soggetti del territorio.” 53 Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., ibidem.
119 Se “il gruppo guida rappresenta uno spazio di mediazione, un luogo per la pratica delle 54 relazioni che è anche il fattore di successo del gruppo stesso” , allora si può congruamente 55 sostenere che “la rilevanza simbolica potrebbe essere superiore alla sua reale funzione” . Al suo interno vige una fiducia costruita nel tempo con autorevolezza e dunque “non 56 hanno spazio relazioni di potere. Nessuno ha più potere di un altro nel gruppo.” Così le relazioni sono di egual peso formalmente, senza che nessuno possa “richiamarsi al ruolo o alla dimensione del consenso di cui dispone fuori dal gruppo per imporre le proprie 57 opinioni” . 3. Migliorare la Comunicazione Così “come in tutti i gruppi, la comunicazione aumenta la coesione, la coesione migliora la comunicazione. Più i componenti si trovano insieme per fare attività, più intensa 58 diviene la comunicazione, aumenta la familiarità e si sviluppa un senso di comunità” e si sostiene con forza la necessità che tutto questo sostenga le dinamiche relazionali più di chiunque altro. Solo se si intende la comunicazione come “luogo di addestramento e di formazione alla relazione collaborativa/paritaria che si basa sul riconoscimento e la valorizzazione delle diversità e delle competenze e sull’attribuzione reciproca di autorità” si può pensare di concepire quell’intesa che in condizioni di vera difficoltà faccia scattare un clima collaborativo eccellente, efficace e positivo. Ecco che l’ambiente relazionale diventa un “percorso di crescita delle persone e di integrazione dei punti di vista, e non solo, ma anche un “osservatorio della realtà locale”, un punto di coordinamento della rete, una forma di mediazione istituzionale che può “rimarginare ferite”, che si sono verificate nelle 59 organizzazioni, fra istituzioni e fra istituzioni e cittadini” , non solo fine a se stessa. Serve una precisazione: quando ci riferiamo alla nozione di comunicazione, sosteniamo un ampio livello comunicativo, cioè intendiamo, come sostenuto anche da Watzlawick, et 60 all. , non solo il livello sintattico ma soprattutto quello semantico, per concentrarci, poi, su 54 Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., ibidem. 55 Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., ibidem. “Il gruppo guida ha un ruolo importante rispetto a un fenomeno al quale possiamo dare il nome di disorientamento. Un fenomeno che tocca un po’ tutti e che è dovuto all’essenza di criteri certi sulla base dei quali effettuare scelte fra un numero sempre più ampio di opzioni, almeno teoricamente disponibili, e in un ambiente caratterizzato da costanti fattori di turbolenza.” E ancora nella pagina successiva “non c’è un’ipotesi da verificare, né una tesi da dimostrare, ma un’esplorazione da compiere. Per questa esplorazione servono “guide oneste” (che non ingannino sulla Meta) e competenti, capaci di muoversi e di dare fiducia nell’incertezza, senza avere la pretesa di verità. Il gruppo guida ha questa funzione: contribuire all’orientamento collettivo. Infatti, il gruppo è un soggetto sociale al quale può essere riconosciuta autorità, proprio perché non ha potere formale”. 56 Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 81. 57 Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., ibidem. Continua, “Autentici processi di collaborazione, dove la disugualianza non è data dal potere e dal controllo sulle fonti dello stesso, mantengono le persone nel gruppo che a sua volta può mantenere la sua funzione rispetto alla comunità.” 58 Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., p. 80. 59 Martini E.R. – Torti A., 2003, op. cit., pp. 81–82. “Deve rimanere un gruppo, a cavallo fra il formale e l’informale, con un’autorità che gli viene attribuita perché i percorsi suggeriti o indicati sono riconosciuti come utili dalla comunità e dalle stesse istituzioni”. 60 Watzlawick P. – Beavin J.H. – Jackson D., 1971, Pragmatica della Comunicazione Umana – Studi dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Casa Editrice Astrolabio, Roma (1967, Pragmatics of human Communication – A study of interactional patterns, pathologies, and paradoxes, W.W. Norton & Co., Inc., New York), traduzione di Ferretti M., p. 15, seguente la terminologia in Morris C.W., 1938, “ Foundations of Theory of Signs” (in International Encyclopedia of
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 120 quello pragmatico. Infatti è su questo piano che “diventa indispensabile il concetto di 61 scambio di informazione, cioè di comunicazione” , non solo come energia trasferita. Se “c’è una differenza sostanziale tra il modello psicodinamico da una parte e ogni schema che elabori il concetto di interazione individuo–ambiente dall’altra” il punto di fuoco con cui ingeneriamo le informazioni sta nella differente analogia tra tirare “un calcio ad un sasso” e, 62 63 invece, tirarne “uno ad un cane” , ossia mutatis mutandis nella “retroazione” . Non solo. Il sistema di comunicazione viene ad essere “caratterizzato dalle proprietà dei sistemi generali: il tempo in quanto variabile, i rapporti sistema–sottosistema, la totalità, 64 la retroazione, l’equifinalità ” e quindi, nel ‘gruppo guidà, e ben di più nel rapporto attivo con la popolazione, “occorre considerare non soltanto le reazioni di A al comportamento di B, ma considerare anche come queste reazioni influenzeranno il comportamento successivo 65 di B e l’effetto che tale comportamento ha su A” . Il gruppo non può, così, non riconoscere l’importanza e dunque mantenere sotto 66 osservazione l’organizzazione dell’interazione umana di tutti i processi collaborativi, anche se dopo tutto certamente senza avere però la pretesa ed inutile esaustività di controllare le 67 condizioni iniziali o conoscerne il risultato , ma concentrarsi sul “l’organizzazione in corso 68 del processo interattivo” . Dunque a seconda della fase del processo in cui ci troviamo nel progetto di relazionalità, l’attuazione della cibernetica del messaggio, comporterà la necessaria 69 conoscenza dell’utilizzo di una rete di comunicazione diversa. Unified Science, a cura di Neurath O. – R. Carnap – C.W. Morris, Vol.7 n.2, Chicago Press, pp.77–137, ripresa da Carnap per lo studio della semiotica (la teoria generale dei segni e dei linguaggi). 61 Cfr. Watzlawick P. – Beavin J.H. – Jackson D., 1971, op. cit., p. 22. 62 Cfr. Watzlawick P. – Beavin J.H. – Jackson D., 1971, op. cit., pp. 22–23. “Se l’uomo da un calcio a un cane anziché a un sasso, il cane può saltare su a morderlo. In questo caso il rapporto tra il calcio e il morso è di un ordine assai diverso. È chiaro che il cane prende l’energia per la sua reazione dal proprio metabolismo e non dal calcio. Non si ha dunque trasmissione di energia ma di informazione. In altre parole, il calcio è un comportamento che comunica qualcosa al cane, e a questa comunicazione il cane reagisce con un’altra comunicazione–comportamento.” 63 Cfr. Watzlawick P. – Beavin J.H. – Jackson D., 1971, op. cit., p. 24. 64 Cfr. Watzlawick P. – Beavin J.H. – Jackson D., 1971, op. cit., p. 138. Cfr. anche oltre, nota 170. 65 Cfr. Watzlawick P. – Beavin J.H. – Jackson D., 1971, op. cit., p. 143, riportando la citazione da Bateson G., 1958, Naven, 2ª ed., Stanford, Stanford University Press, pp. 175–6. 66 Cfr. il cap. 4 di Watzlawick P. – Beavin J.H. – Jackson D., 1971, op. cit., pp. 108–138. 67 Cfr. Watzlawick P. – Beavin J.H. – Jackson D., 1971, op. cit., p. 117, nella citazione di Bertalanffy, L. von, 1962, “General System Theory – A Critical Review”, General Systems Yearbook, 7, p.7. Infatti scrive Von Bertalanffy: “il principio d’equifinalità caratterizza lo stato stazionario dei sistemi aperti; cioè, contrariamente a quanto si verifica nei sistemi chiusi dove sono le condizioni iniziali a determinare lo stato di equilibrio, nei sistemi aperti soltanto i parametri del sistema determinano lo stato che è indipendente (anche temporalmente) dalle condizioni iniziali.” 68 Cfr. Watzlawick P. – Beavin J.H. – Jackson D., 1971, op. cit., ibidem. 69 “Il grado in cui ciascun individuo può entrare in contatto direttamente con gli altri membri del gruppo”, da materiale professionale e lavorativo del prof. Sica G., rielaborato da Ferrini P. e Paolinelli A.
121 Dalle reti a circolo, dove “l’esecuzione del compito del gruppo non migliora però i membri si scambiano più messaggi, commettendo e correggendo più errori, ma con molta più motivazione nell’esecuzione” alle reti a Y, dove l’esecuzione del compito è abbastanza rapida. Gli individui in posizione di relais (B e C) sono soddisfatti e godono di maggior potere nel gruppo mentre gli individui periferici (D e E) tendono ad essere insoddisfatti e si sentono estraniati rispetto ad A. In conclusione, un buon sistema è quello dove l'uomo dà forza e coesione a sé ed al gruppo, e dove il gruppo crea coesione e forza nell'uomo. Tre filoni trasversali e complementari per una prospettiva matura ed integrata dell’ambiente relazionale, dove l’uomo si rende conto di sé nell’incontro con l’altro. Riassumendo, il primo è lo studio e l’implementazione, nella cornice educativa che ci è propria, della figura di un progetto per creare senso di appartenenza, collocandosi in una tipologia costruttiva affinché si possa sviluppare la globalità del secondo filone, quello delle motivazioni tra le persone, nella popolazione tutta e nelle istituzioni, per far crescere il livello base di cultura d’insieme e il ruolo partecipativo e di fiducia. Nasce così l’intesa, un legame profondo che aumenta la consapevolezza dell’altro relazionale, che è stimolo e vita per un rapporto dinamico di scambio tra una collettività e il suo ambiente sociale. Nel terzo filone delle coordinate per una buona comunicazione si può ben innestare un uso riflessivo della mappa logoterapica, che nella creatività, prova ad emarginare l’individualismo oggi deriva delle comunità, fino a ribadire un sistema di collaborazione che significa crescere personalmente verso una relazione consapevole di fiducia e di intesa, dove tutti tentiamo di diventare attori positivi e forza comune non solo nel momento “del bisogno”. Certo, la strada è ancora lunga, ma è adesso un po’ più chiara: è necessario cioè far maturare una cultura che accolga questi passaggi. Rimangono qui ai margini, e li richiamo solo quali strumenti di orizzonte, le sperimentazioni attive fatte con alcune tecniche metodologiche del SÈ (Maratona,
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 122 Psicodramma) e con gli ALTRI (lo Stare in rete; il dedicarsi alla crescita nei bambini, dove la plasticità cerebrale è maggiore, iniziando un progetto innovativo nelle scuole), fino ad arrivare a vere e proprie tecniche relazionali, quali il Focus Group e T–Group. È qui che si sottende una Formazione, a vari livelli, prima di tutto sulla crescita della persona in quanto tale, in quanto necessità di diventare consapevoli dei propri sogni e bisogni. In tutte le età evolutive e in ogni campo di studio e soprattutto utile nelle relazionalità mature. Al proprio modo di essere, di divenire, per progettare razionalmente ed 70 emotivamente nel conoscersi e nell’incontrare i propri contemporanei, il saper essere . Effettivamente, una volta “in formazione”, divenuti “competenti”, aperti alle nostre e alle esigenze altrui, si diventa consapevoli della possibilità che tutto può andare in crisi, in conflitto interno ed esterno, se nel gruppo non sappiamo collaborare. Questa ricerca, le esperienze fatte in prima persona in proposito, mi hanno permesso di sviluppare una riflessione ­mettendo anche in connessione i punti di vista delle varie discipline­ sul modo di 71 giocarsi integralmente per far fluire le energie al meglio, per un saper stare : ciò che si mette in atto è una sorta di corresponsabilità creativa. Gli individui devono cioè essere stati formati in modo di essere in grado di potersi gestire e gestire a loro volta situazioni di gruppo utilizzando tecniche e risorse opportune ai diversi contesti, affinché la collaborazione, il gruppo, la comunità possano essere vissute come risorse e non come ostacoli alla libertà individuale che oggi li rifulge, a sostegno reciproco per le relazioni culturali da riscoprire intime e profonde. 70 Vedi nel glossario, la formazione. 71 Vedi nel glossario, la formazione.
123 IV Cassandr a/e
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 125 IV 1 La geologia antropica di Michele Ambrosio e Maria Teresa Fagioli
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 126 IV 1 a La geologia come percepita dal geologo e dal resto del mondo Quando cominci a lavorare in geologia è un po’ come se ti avessero regalato le chiavi della macchina del tempo, solo che ti accorgi quasi subito che è una macchina strana, che ti porta più dove vuole lei che dove vuoi tu; o meglio, più che portarti, ti lascia vedere, intuire, supporre cose che esulano dalla tua percezione comune perché coinvolgono tempi talmente grandi da sembrarti infiniti. In fondo di cosa si occupa il geologo? Di cercare di capire qual è stata l’evoluzione della terra nel passato e di prevederne il comportamento futuro. E se per certi fenomeni la cosa è apparentemente semplice, per molti altri gli elementi significativi in gioco sono molti di più di quelli che si riesce a considerare o, qualche volta, anche solo ad immaginare. Un esempio per tutti: è chiaro che la posizione di una linea di costa dipende anche dal livello del mare e che se tolgo grandi quantità di acqua, ammucchiandole, sottoforma di ghiaccio, sulla terraferma, questo livello scenderà, mentre se sciolgo il ghiaccio il livello del mare risalirà. Ma se comincio a voler vedere il dettaglio mi rendo conto che il “motore” di questo va e vieni è il clima, che a sua volta può venir influenzato, ad esempio, dalla quantità di polveri presenti nell’atmosfera, quindi una grande eruzione vulcanica, in grado di intorbidare l’atmosfera per alcuni anni, finirà per spostarmi le linee di costa sull’intero pianeta anche agli antipodi di quel vulcano. La poesia ed il dramma della professione di geologo stanno forse tutti qui; per capire che cosa succederà in una piccola porzione di superficie terrestre e nel suo immediato sottosuolo bisogna riuscire ad immaginare, ricostruire tutto l’insieme degli agenti in gioco, e la maggior parte di questi agenti hanno tempi di azione per l’appunto geologici, ma niente affatto sincroni e così avrò fenomeni ciclici con differente periodo, fenomeni unidirezionali a varie velocità e fenomeni parossistici in grado di modificare in tempi umanamente brevi (ore, giorni, mesi) porzioni più o meno vaste della crosta terrestre. In questo contesto si cercherà quindi, più o meno sempre, di ricostruire cosa è successo per prevedere cosa succederà. L’approccio del geologo finisce necessariamente per somigliare molto a quello dell’investigatore da libro giallo che da una serie di indizi, talvolta difficili da distinguere, spesso contraddittori deve trovare il “colpevole” e nel nostro caso il colpevole è il fenomeno predominante, quello che ha la maggiore probabilità di influenzare le attività umane in una certa zona e per un particolare scopo, sia esso la costruzione di una strada, la difesa da un’alluvione o la semplice stabilità delle fondazioni di una villetta. Ma l’abitudine a maneggiare informazioni su cose che per avvenire possono anche metterci secoli, o decine di millenni, porta ad una specialissima forma di alienazione: ad un certo punto si rischia di restar chiusi dentro la macchina del tempo con il resto del mondo che ti guarda e non capisce più di cosa stai parlando. La differente percezione del tempo è in effetti di per sé una delle più grandi barriere della comunicazione fra umani perché dalla percezione del tempo deriva la scala della memoria ed è la memoria condivisa che permette di comunicare. Memoria individuale che necessariamente non può eccedere la durata di una vita, memoria sociale (familiare, tribale, etnica) che si estende su più generazioni e memoria storica che si sviluppa sui secoli hanno scale già abbastanza diverse da diventare barriere, figuriamoci la memoria geologica che si sviluppa sui milioni di anni ed alla cui
127 “registrazioni” hanno accesso non mediato quasi solo “addetti ai lavori”. E non è affatto garantito che gli addetti ai lavori siano dei buoni comunicatori. In una società mass mediatica, in cui l’informazione è intrinsecamente effimera e muore prima di diventare memoria, la tecnologia millanta onnipotenza e il tempo è monetizzato viene necessariamente premiata la memoria individuale di brevissimo termine, la non memoria. Così far percepire alle potenziali vittime di un fenomeno naturale la loro esposizione al pericolo è quanto mai difficile anche in presenza di evidenti segni premonitori e di precedenti brutte esperienze. Nel caso in cui la conoscenza del rischio derivi, poi, solo da elaborazioni statistiche oppure da segni precursori leggibili solo da specialisti, vi sono elevate probabilità che si vada incontro a catastrofi annunciate ma non evitate. Conseguenza del processo di sistematica rimozione, occultamento, manipolazione mediatica della memoria è che nelle emergenze geologiche (e non solo geologiche) si viene a creare un dramma muto a tre attori: 1. la causa dell’emergenza, sia essa latente o in atto; 2. i “tecnici”, accomunando nella categoria tutte le professionalità che custodiscono, elaborano, diffondono la memoria del fenomeno potenzialmente dannoso e studiano le contromisure; 3. popolazione e suoi pubblici Amministratori che dall’idea di catastrofe rifuggono istintivamente con tutte le loro forze. Fra i tecnici, il principale ruolo del geologo, il meno invidiabile ma anche forse il più importante, si esplica nella fase di prevenzione dell’emergenza quando, sulla base di indizi spesso incompleti ed ancor più spesso “invisibili” ai più, deve imporre alla collettività vincoli e limitazioni sempre economicamente onerosi, talvolta apparentemente discriminatori o velleitari e vissuti dai più come mere vessazioni burocratiche e quindi spesso rifiutate. Un rifiuto che, ad emergenza in atto, si trasforma però in richiesta assillante di risposte fulminee, accuratissime e, per quanto possibile, indolori. IV 1 b Le catastrofi geologiche: prevedibili, annunciate, imprevedibili Dal punto di vista geologico la catastrofe è semplicemente uno dei tanti naturalissimi fenomeni di evoluzione della crosta terrestre che colpisce nei beni e nelle persone una o più collettività umane. È evidente che la vulnerabilità delle collettività umane dipende strettamente dal loro tipo di struttura economico­sociale ed è direttamente proporzionale alla densità di popolazione ed alla quantità di beni immobili su cui esse basano la loro sopravvivenza. Ma i meccanismi di selezione dei siti di concentrazione antropica hanno, in genere, sistematicamente seguito percorsi del tutto o in buona parte indipendenti dalla potenziale pericolosità di una certa area; il relativamente recente (un paio di secoli) allontanarsi di grandi porzioni della popolazione dalle attività di produzione primaria, che impongono comunque una certa attenzione ai fenomeni geologici, tende ad aggravare rapidamente il problema. Modelli sociali “primitivi” di cacciatori e raccoglitori, come pure la loro immediata evoluzione in modelli di pastorizia nomade, sono i meno vulnerabili alle catastrofi geologiche. La vulnerabilità aumenta quando cominciano gli insediamenti stabili; la necessità di prossimità da fonti di approvvigionamento idrico (prossimità di fiumi) o la preferenza di aree
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 128 particolarmente fertili (ed i terreni vulcanici recenti sono quanto di meglio in questo senso) concentra ricchezze inamovibili in aree a rischio. L’evoluzione e la diffusione della tecnologia sia essa primitiva (tipo bassofuochi etruschi) o avanzata (tipo quella dei nostri giorni) comporta interventi massicci ed estesi sul territorio aumentando, spesso, la velocità evolutiva di fenomeni naturali e quindi la vulnerabilità degli insediamenti. Gli estesissimi disboscamenti etruschi, che producevano carbonella per i bassofuochi, hanno prodotto un incremento del trasporto solido dei fiumi e un conseguente rapido interrimento di numerose lagune costiere e dei porti che esse ospitavano. La costrizione dei corsi d’acqua, espropriati delle loro naturali aree di espansione per costruire insediamenti produttivi raggiungibili a basso costo dalla moderna rete viaria, incrementa il rischio idrogeologico, per gli insediamenti stessi, via via che si va verso valle (fiume Arno docet). La bonifica meccanica di aree costiere, per consentire la coltivazione intensiva, richiama spesso l’ingressione delle acque marine che può portare alla desertificazione delle aree così faticosamente bonificate. Che la minaccia sia quella di catastrofi subitanee come eruzioni o terremoti o subdole come l’ingressione marina o l’interrimento di un porto, sembrerebbe ovvio che ingenti investimenti produttivi e residenziali fossero preceduti ed accompagnati da individuazione, quantificazione, previsione e prevenzione dei fenomeni che possono minacciarli. Una volta che il fenomeno potenzialmente aggressivo è stato individuato resta da capire quando, dove e come colpirà; ma una previsione, per essere utile, deve essere il più possibile precisa onde evitare da un lato di sottostimare il fenomeno e dall’altro di porre vincoli e limitazioni immotivati o pretestuosi. La precisione delle previsioni è la vera bestia nera del geologo; la maggioranza dei fenomeni di evoluzione della crosta terrestre avvengono in modo continuo solo se osservati su tempi geologici mentre, alla scala dei tempi della vita umana, la maggior parte di essi (fa eccezione forse solo il moto delle acque sotterranee) avviene a scatti intervallati da apparente quiete e se per gli eventi direttamente collegati ad evoluzioni naturali di tipo ciclico (tipo andamento delle stagioni) l’osservazione e l’individuazione dei periodi critici è relativamente semplice, per i fenomeni endogeni (tipo eruzioni, terremoti) per quelli occasionali (tipo frane, colate rapide e maremoti) e per quelli progressivi (tipo subsidenza, erosione coste, ingressione marina) l’individuazione del superamento di una soglia di rischio predefinita, è possibile, quando lo è, solo dal punto di vista statistico e questo in termini pratici significa che fenomeni occasionali rari, dei cui predecessori la memoria storica o geologica si è cancellata o è irriconoscibile colpiranno sempre inattesi. Ma anche nei casi in cui tale memoria esiste, è stata studiata ed ha prodotto delle previsioni utilizzabili ciò non comporta automaticamente che il fenomeno non colpisca “inatteso”. Che il corpo sociale, come pure il singolo individuo, tendano a rifiutare la previsione di sventura è fenomeno talmente noto da essersi addirittura cristallizzato in motti tipo “crepi l’astrologo” o in personaggi mitico antonomastici come Cassandra, cui gli Dei avevano dato il dono della preveggenza insieme alla maledizione di non essere creduta. Il geologo, che prevede la possibilità di una catastrofe, rischia un simile destino; spesso la sua previsione non solo contrasta o danneggia programmi e pianificazioni, interessi formalmente legittimi di membri, spesso influenti, della collettività ma non può, sempre per serietà scientifica, essere accuratissima sul quando il guaio si manifesterà, per cui (purtroppo
129 spesso) le previsioni, soprattutto quelle che riguardano fenomeni che avverranno a distanza di anni tendono a venir ignorate. La previsione infausta, d’altronde, è, proprio per la sua minacciosità ed indipendentemente dalla sua serietà, uno strumento di manipolazione dell’opinione pubblica tanto potente quanto pericoloso; la sua gestione, eticamente sostenibile, non è mai banale muovendosi su una cengia strettissima tra diritto all’informazione, sindrome della Sibilla ovvero incomprensibilità ed apparente aleatorietà del linguaggio scientifico ed abisso dell’abuso. D’altra parte proprio a tutela dai rischi dell’abuso, tutte le collettività umane hanno sviluppato il concetto di allarme sociale e sanzionato chi tale allarme provochi ingiustificatamente o peggio intenzionalmente. Il geologo che formula una previsione di sciagura (sia essa l’inquinamento di una risorsa balneoterapia vitale per una cittadina o l’imminente tuffo dell’intero monte Toc nel bacino artificiale del Vajont) deve sperare di essere pienamente convincente pena esporsi a rischi di ostracismo (se non linciaggio quale “Nemico del Popolo” di ibseniana memoria) o arresto per procurato allarme.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 131 IV 1 c Prevenzione, emergenza, prevenzione dell’emergenza È raro trovare qualche potente che non presenti formale ossequio all’importanza della prevenzione dei rischi geologici; di fatto, in un modello culturale devoto ai miti pervasivi della velocità fine a sé stessa e dell’onnipotenza dei mezzi tecnologici (ma non di quelli scientifici) la prevenzione “geologica” è un freno blasfemo che intralcia intollerabilmente l’avanzare della sacra macchina del dio denaro, che per il suo funzionamento necessita di pochi vincoli e di programmazione a breve o brevissimo termine. Non è un caso che per difendere la collettività da questa forma di degenerazione particolarmente suicida in campo geologico, paesi che rifuggono dall’economia programmata senza rinunciare, almeno formalmente, a principi di etica sociale (leggasi Stati Uniti), considerano l’intero settore della geologia e dei rischi connessi come “affare federale” ovvero interesse sovraordinato e prevalente su diritti ed interessi sia dei governi locali che dei grandi potentati economici, eufemisticamente denominati “mercato”, ed investono nella ricerca di base del settore risorse ed energie ingentissime, affidando un effettivo ed indipendente potere normatorio alle agenzie apposite: USEPA ed USGS. Per prevenire infatti, prima di tutto, bisogna conoscere i fenomeni e, in immediata conseguenzialità, evitare concentrazioni umane produttive, residenziali o ricreative in aree a rischio o, dove questo è impossibile o troppo penalizzante per l’economia, creare, collaudare e mantenere in efficienza reti di monitoraggio ed allarme, adeguando le tipologie delle strutture alla situazione (esempio banale: costruire con criteri antisismici in aree a rischio sismico). Perché tutto questo avvenga minimizzando il rischio di “vie traverse” anche i più accaniti liberisti sembrano affidarsi alla macchina statuale; quanto e se essa possa riuscire in generale e tra i mediterranei in particolare a sottrarsi ad indebite ed interessate ingerenze dei poteri forti è altraquestione. Purtroppo, se l’adeguamento è relativamente facile per i nuovi insediamenti, da noi, nel Vecchio Mondo, con aree intensamente popolate da millenni la situazione si complica non poco. È anche abbastanza ovvia la necessità di distinguere fra prevenzione mirata alla salvaguardia dei beni e prevenzione mirata all’incolumità degli esseri umani, senza peraltro dimenticare che non è raro incontrare gente pronta letteralmente a morire per la propria roba: bottega, casa, perfino automobile. Fenomeni abbastanza lenti, facilmente osservabili, quali la maggioranza delle colate laviche, la subsidenza, l’erosione costiera, che aggrediscono pressoché esclusivamente beni materiali, richiedono una prevenzione essenzialmente di tipo programmatorio­urbanistico. Fenomeni rapidi, quali eruzioni vulcaniche esplosive, alluvioni, frane e colate di fango rapide, direttamente aggressivi anche nei confronti della vita umana, oltre alla prevenzione impongono l’attivazione di un più complesso meccanismo di individuazione e monitoraggio dei segni precursori, creazione e collaudo di reti di allarme, addestramento degli esseri umani potenzialmente coinvolti. Per quanta attenzione si possa porre alla prevenzione, è comunque illusorio credere di poter evitare sistematicamente la situazione critica, ovvero l’emergenza. La situazione critica viene vissuta come emergenza ogni volta che il mondo circostante (o il proprio organismo) si comporta, o appare comportarsi al di fuori degli schemi noti, assimilati, previsti e consolidati. L’emergenza diventa “catastrofe” (anche in assenza di
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 132 vittime) quando agli schemi consolidati che hanno improvvisamente perso applicabilità, non ne esistano, realmente o soggettivamente, di alternativi o non si sia in grado di applicarli. L’emergenza geologica in particolare colpisce delle certezze assolute, subliminari e pre­umane, la cui alterazione sconvolge sia gli umani che gli animali superiori ben al di là del danno fisico effettivo o potenziale: la terra che deve star ferma si mette a tremare; il proprio territorio cambia natura fisica, da terra ad acqua, da campagna a lago; le strade si fanno torrenti; dal cielo, invece di pioggia o neve, vengono giù sabbia e sassi: è la fine del mondo come lo si conosce, è l’Apocalisse. La gestione dell’emergenza geologica non può quindi mai dimenticare questo diffuso stato di profonda alterazione emotiva, che colpisce sia vittime che soccorritori e può intralciare non poco gli sforzi della macchina dei soccorsi. La preparazione dei piani di protezione civile rischia di perdere la sua efficacia se, insieme alle questioni squisitamente tecniche, non si è tenuto conto delle prevedibili condizioni emotive della popolazione coinvolta, a maggior ragione se l’emergenza non si estingue nell’arco di poche ore. Generalmente i fenomeni geologici che innescano le emergenze non si estinguono rapidamente: un vulcano può continuare ad eruttare pericolosamente per mesi, ad un evento sismico intenso seguono sistematicamente lunghi periodi di scosse di assestamento ed anche nel caso di fenomeni a sviluppo brevissimo (alluvioni, frane, sprofondamenti) le condizioni di alterazione della “normalità” sul territorio possono persistere a lungo: vie di comunicazione interrotte, centri abitati isolati, indisponibilità locale di acqua potabile. I piani di protezione civile devono organizzare e preparare la popolazione ad assimilare, collaudare affinare routine alternative. Questo nel caso di emergenze ineluttabili, ovvero situazioni che si generano perché esistono fenomeni naturali oggettivamente fuori della portata dell’intervento umano (l’Arno attraversa Pisa e Firenze e queste città non hanno alternative al conviverci, non si può ragionevolmente pensare di spostare Napoli o, in alternativa, il Vesuvio). Tutt’altra cosa sono le emergenze che derivano solo da mancata cura del territorio o dal sovrapporsi ed estendersi di pratiche agricole, urbanistiche ed edilizie geologicamente non sostenibili. Per tali situazioni non ha molto senso parlare di piani di protezione civile e l’emergenza, oggettivamente molto difficile da gestire, è però fondamentalmente facile da prevenire. Un esempio per tutti è il problema dell’abbandono di rifiuti ingombranti nella rete scolante minore, tipicamente le fosse campestri all’intorno delle città; gli effetti possono essere devastanti su vaste aree (un tombamento ostruito può provocare l’allagamento di decine o centinaia di ettari di territorio) mentre la prevenzione ha costi irrisori rispetto ai danni che può evitare; ma per funzionare la prevenzione impone coinvolgimento ed allenamento degli abitanti. Nelle situazioni critiche, il comportamento della popolazione coinvolta è sempre fondamentale nella mitigazione e superamento dell’emergenza, o nel suo aggravarsi; tutto dipende dal legame culturale e fisico della gente con il territorio in cui vive e dal grado di preparazione ed addestramento appositamente impartito o raggiunto di propria iniziativa dai cittadini. La questione è delicata perché per essere efficace l’addestramento deve basarsi su un rapporto di fiducia cittadini ­ Amministratori locali che raramente può esser dato per scontato. Le esperienze più positive, nel campo dell’addestramento, riguardano il coinvolgimento della popolazione in età scolare che a sua volta è un poderoso veicolo delle necessarie informazioni di base nelle famiglie. Probabilmente la chiave sta nel fatto che in giovane età il numero ed il grado di consolidamento delle consuetudini sono ancora piccoli.
133 Anche nella preparazione dei piani di protezione civile, il ruolo del geologo può essere a dir poco scomodo; il suo compito di individuare le aree a rischio per definire piani di evacuazione, lo presenta ai proprietari degli edifici coinvolti come un nemico personale che svaluta i loro immobili in combutta con supposti illeciti interessi personali di qualche funzionario od amministratore. Ciò fa forse parte dell’aspetto folcloristico della cultura mediterranea ma non favorisce la credibilità del tecnico quando è chiamato a spiegare in un’assemblea pubblica cosa si deve fare quando scatta l’allarme. Il primo se non il peggior problema dell’addestramento della popolazione sorge in buona misura da questa categoria di retropensiero: “ma perché mai dovrei organizzarmi ed addestrarmi ad abbandonare la mia casa? Con tutto quello che mi ci fan pagare sopra ci pensino LORO a proteggermi”. È ovvio che queste problematiche esulano dal campo professionale del geologo ma rischiano ugualmente di vanificarne il lavoro. Al di là della tradizione mediterranea, molto spesso sospettosa, e non sempre a torto, nei confronti di qualsiasi cosa provenga dall’Autorità Costituita, che per secoli non ha brillato per trasparenza o credibilità, va detto che il particolare accento dato dai mass media al “dissesto idrogeologico”, pressoché sistematicamente citato a sproposito o a giustificazione di arbitrari balzelli, ha gravi responsabilità al riguardo. A questo proposito è interessante osservare come anche ai massimi livelli i legislatori nazionali si siano fatti sospingere da boutade giornalistiche: la recente riclassificazione sismica del territorio nazionale è stata attivata sull’onda emotiva del disastro della scuola di San Giuliano di Puglia, distrutta da un terremoto non particolarmente forte, ed una serie di normative per la prevenzione del rischio idrogeologico prendono il nome di Legge Soverato. Al di là di necessità, opportunità e spessore tecnico di tali iniziative legislative resta il fatto che a San Giuliano di Puglia la scuola della strage di bambini aveva, grazie ad una geniale sopraelevazione, una struttura molto simile a certe trappole per uccellini in cui un grosso sasso viene appoggiato in bilico su sottili bastoncini, il terremoto, che non ha fatto quasi nessun altro danno in paese, ha ben poca colpa; a Soverato qualcuno aveva avuto la brillante idea di piazzare un campeggio dentro una fiumara e di farci campeggiare dei disabili “fuori stagione” ovvero quando maggiore era il rischio di pioggia. Se ci fosse davvero bisogno del Geologo per prevenire le conseguenze dell’idiozia la nostra categoria professionale avrebbe trovato una ricchissima miniera di incarichi.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 134 IV 1 d Le tre domande chiave dell’emergenza Le situazioni geologicamente pericolose, indipendentemente dall’insipienza umana che le moltiplica ed aggrava, fanno comunque parte del mondo in cui gli umani e gli altri esseri vivono. La tendenza umana ad organizzarsi in gruppi concentrati, spesso proprio in prossimità di zone pericolose (fiumi come via di comunicazione e per disponibilità idrica, coste basse esposte a tsunami per piacevolezza dei luoghi), impone, al di là ed oltre dello studio dei fenomeni pericolosi e del sistema di vedette per segnalarne l’approssimarsi, un’altra serie di considerazioni. Ammesso, infatti, che io sappia del vulcano o della frana incipiente e che li stia tenendo d’occhio, per salvare la pelle della gente a rischio devo sapere da prima quale area sarà colpita, con che effetti e quanto tempo può trascorrere fra i segni premonitori ed il grosso guaio. Ma queste informazioni, a volte, non sono ottenibili del tutto, e nella maggior parte dei casi si riesce ad averle solo con un grosso margine di errore, leggasi “in modo statistico”. Si riesce a definire la probabilità per un determinato evento di accadere in una certa zona, in un certo tempo ma più si restringe, sia come tempo che come area, il campo della previsione, meno affidabile è la previsione stessa. Se dalle immagini da satellite vedo che un fronte occluso (ovvero una zona meteorologica particolarmente densa di temporali) si sta avvicinando ad una costa intensamente abitata e con una catena montuosa poco all’interno (vedi Liguria o Versilia) posso contarci che in un tempo ben quantificabile (la velocità dei fronti occlusi la si misura abbastanza bene), lungo qualcuna delle valli ed antistanti piane avrò una piena potenzialmente pericolosa (tempi di preavviso dell’ordine delle 24 ore). Ma quali valli saranno interessate e se si tratterà di una normale piena o di un evento catastrofico posso solo dirlo in termini di percentuale con un margine di incertezza che si riduce solo col passare del tempo e si annulla solo ad evento in corso. Del tutto differente è l’emergenza da terremoto; in aree abitate da millenni e con struttura geologica ben nota, quali sono le zone a rischio lo si può definire quasi con certezza e un preavviso anche brevissimo sarebbe sufficiente a salvare vite umane ma purtroppo i segni premonitori, allo stato attuale della ricerca non sono affatto certi. Lo studio statistico dei terremoti già avvenuti fornisce un’informazione probabilistica circa i tempi di ritorno, ma il margine di errore è sempre elevato e l’unica difesa è una prevenzione a largo spettro: nuovi edifici costruiti in modo che reggano al terremoto, adeguamento degli edifici esistenti, piani di protezione civile, addestramento della popolazione all’emergenza. Si tratta comunque di misure che riducono l’entità dell’emergenza senza comunque poterla evitare. Ciascun tipo di rischio geologico richiede una strategia specifica in cui l’unico dato sicuramente comune è l’importanza della preparazione della popolazione coinvolta; si potrebbe anzi dire che quanto più complessa e tecnologizzata è l’organizzazione sociale, tanto maggiore, frequente e capillare dovrebbero essere l’informazione e l’addestramento della gente anche perché la oggettiva possibilità di riconoscere, al livello di privato fai da te, i segni precursori tende a scomparire con il progressivo e sistematico allontanarsi di grandissime fasce di popolazione dal contatto continuo e diretto con i fenomeni naturali. Ammettendo ad esempio che una evidente variazione del comportamento animale possa segnalare l’immediato approssimarsi di un terremoto (la questione è oggetto di dibattito scientifico) l’osservazione del fenomeno risulta impraticabile a chi vive in una città moderna.
135 IV 1 e Il geologo come professionista dell’emergenza La gestione dell’emergenza è per sua natura attività interdisciplinare; la macchina di gestione composta da differenti professionalità sia tecniche che amministrative che politiche, per funzionare bene ha bisogno di rodaggio e manutenzione. Il geologo è oggettivamente un componente non marginale di tale macchina ma, almeno fino ad oggi non è stato “progettato” per questo ruolo. Il suo punto di forza è probabilmente la sua abitudine culturale a riconoscere, prevedere, studiare i cambiamenti della superficie della Terra fisica (e di ciò che ci sta sotto); questa preparazione è un po’ come una vaccinazione contro lo sconvolgimento emotivo che deriva dal crollo delle certezze (la terra è ferma e non ballerina, dal cielo non piovono sassi ecc.). Il problema, comune peraltro a molte altre professionalità tecniche, è che il suo iter formativo accademico non lo prepara a comunicare con le “vittime” di fenomeni naturali a lui ben conosciuti. L’eventuale presenza nel gruppo di comunicatori specializzati non risolve da sola e completamente questo handicap infatti, i tecnici in generale ed il geologo in particolare hanno bisogno comunque di comunicare in maniera non mediata sia per acquisire rapidamente testimonianze circa i dettagli dell’evolversi del fenomeno in atto dalla gente del posto, sia per comunicare specifiche locali situazioni di pericolo immediato. Capacità comunicativa e buon senso personale del professionista sono certamente doti preziosissime nelle emergenze ma non tutti ne siamo particolarmente dotati e soprattutto non sempre l’improvvisazione aiuta nelle situazioni critiche; se, ad esempio, mi trovo a parlare ad un gruppo di famiglie che abitano in una zona al margine di una frana, se non sono preparato su come affrontare la cosa sul piano umano, rischio da un lato di non farmi capire, dall’altro addirittura di veder alterata, causa coinvolgimento emotivo, la mia capacità di valutazione tecnica dell’effettivo rischio. In genere in questi casi, per principio di precauzione, si fa sgombrare tutti, ma se questo non era strettamente necessario questa decisione comporterà una perdità di credibilità della mia categoria che potrebbe avere effetti letali, in future situazioni simili (situazioni peraltro piuttosto probabili in caso di frane poiché molte di esse hanno il vizio di riattivarsi periodicamente). Corsi di studio universitari specifici per “geologo dell’emergenza” al momento non sono attivi in Italia mentre sarebbe opportuno che il geologo durante il suo percorso formativo avesse l’obbligo di completare la sua preparazione tecnica con corsi che gli insegnino cosa fare e come comportarsi, al di là degli aspetti puramente geologici, durante le emergenze. Attualmente corsi comprendenti questi argomenti sono disponibili come master post laurea ma non sempre tutti i colleghi interessati hanno la necessaria disponibilità di tempo e denaro senza però poter escludere a priori il proprio futuro coinvolgimento professionale nell’emergenza.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 136 IV 1 f Rapporto dei tecnici dell’emergenza con gli amministratori pubblici Se al geologo (ma anche altri tecnici che segnalano rischi futuri) che segnala un rischio viene spesso riservata, dai pubblici Amministratori, una garbata sufficienza accompagnata da atavici gesti di scongiuro dissimulati appena quel tanto che basta per non offendere il professionista, quando è evidente l’approssimarsi del guaio o il guaio è in atto, allora di colpo noi Cassandre cessiamo di essere trattate come menagrami e ci viene spesso chiesto non solo di prevedere con estremo dettaglio cosa succederà esattamente frazione per frazione, quartiere per quartiere, strada per strada, casa per casa nelle prossime ore, ma anche di fornire subito la magica soluzione, indolore e di costo nullo, s’intende. Le grandi emergenze sono certo le più temibili per il numero elevato delle potenziali vittime, ma possono contare sull’intervento di una macchina a scala nazionale attraverso la quale, in genere, gli Amministratori locali, che spesso si trovano anche nel ruolo di potenziali vittime, trovano interlocutori preparati ed autorevoli ed i tecnici puri sono esonerati (talvolta fin troppo) dal ruolo di comunicatori. Le piccole emergenze, ovvero quelle che coinvolgono un numero molto ridotto di persone, (piccole frane, esondazioni di piccoli fossi, sprofondamento di suoli in zone poco abitate) sono, in genere, necessariamente gestite dai tecnici della protezione civile locale che si trovano a diretto contatto con popolazione ed Amministratori. In queste situazioni in cui gli Amministratori generalmente sono coinvolti più per motivi politici che per ragioni pratiche, il ruolo del tecnico geologo può diventare spinosissimo, ed in questo caso ben più delle argomentazioni tecniche conta la credibilità e la capacità personale di farsi ascoltare. Nei piccoli Comuni, pochi sono i funzionari tecnici ed Amministratori che accettano, quale ruolo non ulteriormente retribuito della loro funzione, quello del responsabile dell’attivazione dei meccanismi di emergenza. Non solo; la preparazione dei piani Comunali di Protezione Civile viene talvolta addirittura vissuta solo come un inevitabile ottemperanza formale ad una normativa, ottemperanda che si concretizza esclusivamente nell’affidamento “di apposito incarico a professionista abilitato” evitando, per quanto possibile (cioè se non esplicitamente obbligatorio per legge) gli aggiornamenti e le esercitazioni per la popolazione. È interessante notare come Comuni, anche piccoli, che abbiano avuto, in tempi recenti, emergenze rilevanti siano oggettivamente i più preparati e propositivi nel campo della Protezione Civile mentre quelli che delle emergenze hanno solo memoria storica siano estremamente restii a ravvivarla. A ciò si sovrappone una radicatissima preoccupazione delle comunità che basano buona parte della loro sopravvivenza su attività turistiche a non spaventare i loro clienti; tale atteggiamento, tanto comprensibile quanto pericoloso, arriva nei casi estremi ad identificare, vox populi, il tecnico che segnala i rischi, come prezzolato emissario di altre aree (in genere confinanti) concorrenti sul mercato turistico. In tempi, fortunatamente non troppo recenti, in cui le concorrenzialità territoriali sfociavano in aperti conflitti armati, il parere dell’allora geologo (anche se ancora non si chiamava così) poteva servire di base a veri e propri atti di guerra idrogeologica che colpivano il “nemico” nel suo territorio minandone le capacità produttive e di concorrenza. Un esempio per tutti l’interrimento del porto Pisano artatamente e scientemente organizzato dagli ammiragli genovesi, vinta la battaglia della Meloria, mediante il blocco del canale principale di marea del Calabrone.
137 Non stupisce che oggi la segnalazione di un dissesto potenziale o in atto possa venir interpretata come atto di guerra economica di tipo mass mediatico. Nelle situazioni di emergenza, a complicare i rapporti Geologo – Amministratori interviene spesso anche una spinosissima problematica di tipo legale: ferma restando l’ovvia prevalenza della salvaguardia della vita umana su quella dei beni, ogni danno collaterale, non direttamente derivante dal fenomeno naturale ma da una sua “alterazione” artificiale, anche se questa alterazione ha prevenuto ed evitato danni ben maggiori, può venir addebitato, con richiesta di risarcimento, a chi ha deciso di intervenire. Questo problema è il prodotto di una legislazione erede di secoli di impostazione teocratica: ciò che ha fatto Dio è comunque “giusto” ed ogni alterazione della Sua volontà, manifestatasi attraverso le forze della natura, è reato blasfemo. Sia chiaro, non si sta parlando di teosofia ma di concretissimi problemi legali derivanti ad esempio dalla deviazione artificiale di una colata di lava o del brillamento di un argine, effettuati per salvare un abitato ma che danneggiano delle coltivazioni. Senza pretesa di sostituirsi al legislatore, in questi casi, il geologo deve tracciare, in tempo reale, uno schema il più possibile chiaro dei danni risparmiati e prodotti da ogni intervento di emergenza per consentire all’Amministratore­decisore di fare il suo mestiere con piena cognizione di causa. La valutazione economica comparata di danni prodotti e risparmiati, ragionevolmente complessa anche a mente fredda e con tempo a disposizione, nell’emergenza dove tutto deve essere fatto in tempo reale, può diventare compito improbo. La situazione di stress emotivo mal si accompagna ad una fredda valutazione economico­legale; per reggere il ruolo minimizzando i rischi professionali una soluzione, preventiva, potrebbe essere un training specifico, ad oggi purtroppo del tutto assente nei curricula accademici di molte professioni tecniche (geologo, ingegnere ecc.).
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 138 IV 1 g Allarme, allarmismo, mass media Quasi tutte le emergenze geologiche (con l’unica eccezione dei problemi delle falde idriche, che, non essendo immediatamente e direttamente percepibili non fanno audience) sono eventi così emozionalmente sconvolgenti da aver sempre attirato l’attenzione e la curiosità degli umani; in sintesi si tratta di grandiosi eventi spettacolari. A differenza però degli spettacoli appositamente organizzati come tali, in cui tutto è minuziosamente ed anticipatamente programmato (alla faccia della credulità dello spettatore medio dei tanto in voga reality shows) all’evento geologico non si può imporre una regia. E forse proprio la percezione di questa ineluttabilità e imprevedibilità (percezione che il geologo ahimè non sempre condivide, ma che riscontra continuamente in chi lo circonda) che li rende particolarmente affascinanti proprio come i reality shows che tale imprevedibilità si limitano a simulare. Ovviamente questo è il punto di vista di chi ha avuto l’ambigua fortuna di nascere in quella porzione del pianeta Terra che si autodefinisce civile e sviluppata. Ma anche nelle aree più povere le popolazioni che giocano pressoché sistematicamente solo il ruolo di vittima dei grandi fenomeni geologici non sfuggono al loro fascino. Sicuramente una eruzione od un’alluvione non coinvolgono altrettanto bene se viste solo in televisione, ma anche se solo vissute per immagini televisive restano comunque dei poderosi richiami per l’attenzione dello spettatore distratto; non a caso gli spot che seguono immagini di disastri hanno uno strepitoso ritorno di mercato. Nel mondo mediatico le immagini della stessa macchina della Sicurezza, del Monitoraggio, della Gestione dell’Emergenza, dei Soccorsi diventa pregiata merce spettacolare, soprattutto quando freschissima, di giornata, possibilmente grondante sangue ed echeggiante di gemiti urla e pianti. Questo fenomeno, che potrebbe venir superficialmente liquidato come sciacallistico vojerismo ha risvolti numerosi e complessi, alcuni dei quali interessano la professione e la vita dei geologi. Se da un lato, infatti, dal punto di vista mediatico, il geologo è in genere un testimone scomodo, professionalmente antagonista di quelle forme di poteri forti che i media talvolta controllano, gestiscono ed orientano (venditori di lottizzazioni in aree franose o allagabili, venditori di invasi idroelettricici con futura strage in omaggio, venditori di bonifiche idrauliche che salano, desertificandole, intere pianure costiere, venditori di gallerie che seccano decine di acquedotti) dall’altra sono in grado di rendere più godibili al pubblico gli spettacoli naturali, catastrofi in primis, addentrandosi nelle cause remote o nascoste dei fenomeni: dal punto di vista mediatico i geologi sono dei veri esperti in gossip sui retroscena delle vicende eclatanti di personaggi spettacolari di grande audience, quali il Vulcano, il Fiume, la Montagna, lo Tsunami, la Frana, per parlare solo delle star, attori comprimari e stelline a seguire. Come tutti i gossip, quello sugli attori del Geologic Show ha i suoi bravi spacciatori di bufale, particolarmente fortunati, in quanto possono sperare ragionevolmente che la smentita delle loro panzane allarmiste, siano esse il terremoto migrante progressivo o il cambiamento climatico globale, arriverà solo in tempi come dire… geologici. Il problema dei professionisti veri delle scienze delle Terra è che a fronte di uno stato di ansia generalizzata prodotto dalle geobufale è spesso difficile far comprendere ai non addetti ai lavori i margini di incertezza delle previsioni, non eliminabili anche in quelle più “serie”. È
139 spesso giocoforza allora impossessarsi del pulpito mediatico eretto sulle rovine fumanti (o coperte di fango) per spillare ad Amministratori pubblici che sempre più comunemente basano i loro investimenti in ricerca e prevenzione su ondate emotive e sui tempi di ritorno del fenomeno elettorale e non del fenomeno naturale, quel minimo di risorsa economica necessaria a continuare la ricerca. È una china pericolosa, su cui è scivolato più di un tecnico oggettivamente serissimo, in cui il trinomio osservare­capire­divulgare può venir sostituito, in barba alle buone intenzioni ed alla buona fede del tecnico, col terno spettacolare stupire­vaticinare­apparire. Ad andar persa, in questi casi, nella suicida risata che accompagna in genere gli “Al lupo! Al lupo!” non è solo la faccia del singolo, ma la credibilità di un’intera categoria. In fondo in fondo, forse, Cassandra aveva avuto una grande e misconosciuta fortuna: a tramandarne la storia c’era sì quel grande sceneggiatore di Omero, ma nessun Network.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 141 IV 2 Il caso Stromboli
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 142 IV 2 a La crisi eruttiva del 2002­2003 di Stromboli: Gestione dell’emergenza e problemi di Mario Rosi 1. Introduzione Stromboli, la più settentrionale delle isole Eolie, costituisce una delle “perle” mondiali della natura. Pochi vulcani al mondo vantano la particolarità di avere un’attività esplosiva persistente, Stromboli è tra questi, l’unico che può essere facilmente raggiunto e avvicinato in condizioni di ragionevole sicurezza, godendo lo spettacolo dei fenomeni eruttivi. Se a questa particolarità aggiungiamo la natura selvaggia dell’ambiente naturale, la presenza di spiagge uniche nell’arcipelago delle Eolie e che i villaggi di Stromboli e Ginostra, costituiscono esempi notevoli di unità architettonica mediterranea, non è difficile comprendere come il successo turistico sia cresciuto in maniera formidabile nel corso degli ultimi decenni. Tra il 28 dicembre 2002 e il 15 luglio 2003, Stromboli è stato tuttavia teatro della più grave crisi vulcanica avvenuta in Italia dopo quella occorsa al Vesuvio nel 1944. I fenomeni più acuti sono accaduti il 30 dicembre 2002 quando il distacco improvviso di due grandi frane, rispettivamente sotto e sopra il livello mare, hanno innescato una serie di onde di maremoto che hanno colpito, in modo severo, le frazioni abitate di Piscità, Ficogrande e Scari causando danni rilevanti a abitazioni, beni e strutture. La formazione delle onde di maremoto e la consistente pioggia di cenere sull’area abitata, hanno destato forte impressione sugli abitanti, parte dei quali hanno deciso di lasciare temporaneamente l’isola. Pochi mesi dopo, il giorno 5 aprile 2003, quando l’emissione della lava era in pieno svolgimento e gran parte degli abitanti era rientrata, si è verificata una fortissima esplosione ai crateri, così come non si registrava da quasi mezzo secolo. L’esplosione ha causato una pioggia di massi sull’abitato di Ginostra posto alle pendici sud­occidentali della montagna, creando panico tra gli abitanti e danneggiando alcune case. Solo grazie a una serie di fortunate circostanze, l’insieme dei fenomeni occorsi non hanno causato vittime. È apparso tuttavia subito evidente che, ove gli stessi fossero accaduti durante la stagione estiva, il numero delle vittime avrebbe potuto essere di centinaia o forse migliaia con conseguenze gravi anche nelle altre isole Eolie. Il notevole pericolo dei fenomeni verificatisi, ha richiesto un sostanziale ripensamento della convivenza tra popolazione, attività economiche e vulcano. Obiettivo primario delle azioni predisposte è stato quello di riportare la convivenza con il vulcano entro margini di sicurezza “accettabili”. Il processo che ha portato all'ottenimento di questo risultato, durato quattro anni, è stato possibile grazie all’effetto di “scardinamento” degli equilibri che la crisi ha causato e dal ruolo giocato dai soggetti esterni alla comunità isolana (protezione civile nazionale, ente parco, comunità scientifica ecc..) che, in vario grado e a diverso titolo, si sono mossi secondo criteri e motivazioni autonome rispetto al sistema locale. Obiettivo del presente contributo è quello di ripercorrere, a distanza di quattro anni, le dinamiche indotte dalla crisi, da un angolo visivo che privilegia i contenuti scientifici e di protezione civile, analizzando le tappe che hanno portato all’attuazione di un nuovo schema di convivenza con il vulcano. Sono inoltre esposti e discussi i rapporti tra comunità scientifica e Dipartimento Nazionale di Protezione Civile con particolare riferimento al contributo che la crisi di Stromboli ha dato alla crescita e integrazione funzionale tra questi due mondi in materia di prevenzione del rischi vulcanici in Italia.
143 2. Stromboli: vulcano buono o vulcano infido? 2.1 La percezione del pericolo prima dell’avvento del turismo Per comprendere le ragioni della necessità di una sostanziale revisione delle regole di convivenza tra uomo e vulcano a Stromboli è opportuno iniziare l’analisi da come era percepita la “minaccia” vulcano prima della crisi 2002­2003. Per fare questo è utile far partire il nostro ragionamento ricordando che gli abitanti dell’isola si riferiscono tradizionalmente al vulcano con il nomignolo di “Iddu” (Lui). Il nomignolo, sembra contenere almeno un paio di allusioni. La prima che è l’allusione a una creatura viva, che fa sentire il battito del suo cuore attraverso il rumore delle esplosioni, gli sbuffi di fumo e lo scuotimento di vetri e porte. La seconda che si può leggere in questo “Iddu” è quella di “un tipino di cui non c’è troppo da fidarsi”, alludendo al carattere solo in apparenza tranquillo. È infatti ben noto agli abitanti che l’attività eruttiva persistente è, di tanto in tanto, interrotta, senza preavviso, da esplosioni più forti dell’ordinario, accompagnate da boati e onde d’urto che hanno a volte, mandato in frantumi i vetri delle finestre. In sintonia con la visione antropomorfica del vulcano e con il carattere violento ed imprevedibile di questi fenomeni, gli isolani erano soliti utilizzare per queste esplosioni il suggestivo termine di “scatti del vulcano” (Mercalli, ..). L’idea di un vulcano di cui ci si può “fidare ma non troppo” contenuto in questo “Iddu”, si ritrova del resto riflessa in certe “sagge regole di convivenza” tramandate attraverso le generazioni. Intervistando gli isolani di una certa età, emergono con chiarezza le regole e raccomandazioni trasmesse alle giovani generazioni come: <Non andare a pescare di fronte alla Sciara del Fuoco, non attraversare l’isola passando per la montagna se non utilizzando certi percorsi, allontanarsi subito dalla spiaggia in caso di forte esplosione del vulcano per il pericolo di maremoto>. Tali regole, oggi riviste alla luce delle conoscenze scientifiche disponibili, poco si discostano da quelle inserite sotto il termine di ”norme di autoprotezione” nei pieghevoli informativi predisposti dalla Protezione Civile. Il quadro emergente dalla secolare convivenza delle passate generazioni con il vulcano è quindi chiaro e sintetizzabile in un paio di concetti: il vulcano richiede rispetto anche quando appare tranquillo, se non vuoi incorrere in problemi fai tesoro e applica alcune semplici regole. 2.2 L’esplosione del turismo e l’attenuazione della percezione del pericolo La produzione del film “Stromboli” di Rossellini­Bergman del 1950, e i successivi arrivi negli anni sessanta, dei primi escursionisti, furono i segnali precursori dell’inizio del turismo sull’isola. A partire dagli anni ’50 e nel volgere dei successivi decenni, le schiere di turisti ed escursionisti cominciarono a crescere a ritmo sempre più elevato. La domanda di ascensione alla sommità della montagna crebbe anch’essa fino ad esplodere negli anni ottanta/novanta quando l’offerta di un servizio organizzato di guide aprì le porte a una massa sempre maggiore di persone. Fu durante questo periodo che l’immagine equilibrata del vulcano e dei suoi pericoli ereditata dai decenni di convivenza, cominciò sgretolarsi cedendo il posto all’icona di vulcano “buono”, incapace di offendere. I numeri crescenti di persone che salivano erano d’altra parte, agli occhi dei più, l’inoppugnabile prova che il godimento degli spettacoli pirotecnici notturni da posizioni ravvicinate poteva essere fatto senza assumere particolari rischi.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 144 Lo spauracchio della grande esplosione del 1930 e dell’associato maremoto, l’ultima ad aver causato la morte di alcune persone, e una volta saldamente impresso nella memoria dei testimoni oculari, si è andato così perdendo, diventando sempre più un ricordo consegnato al passato. Il risultato di fronte al quale ci si è trovati è stato un cambio graduale, ma alla fine sostanziale, della percezione del rischio. Da una fase in cui la popolazione locale manteneva un solido “rispetto” del vulcano e dei suoi pericoli, si è passati ad una condizione di percezione del rischio sempre più affievolita. Il turista che veniva a Stromboli, mediamente inconsapevole dei pericoli, aveva poche possibilità di ricevere informazioni circa le reali insidie e quali comportamenti fosse opportuno tenere in caso di necessità. L’equazione dominante tra coloro che si ponevano domande circa la sicurezza era la seguente: poiché gli abitanti che ci vivono non mostrano alcuna preoccupazione per quale ragione dovrei essere preoccupato?Ove dovesse accadere qualche cosa mi comporterò imitando quanto fanno gli isolani. 2.3 I pericolosità basata sulle conoscenze scientifiche All’immagine di vulcano “buono” si contrapponeva tuttavia quella derivante dagli studi scientifici. Gli studi compiuti sul vulcano da enti di ricerca e università, finanziati a partire dagli anni novanta dalla Protezione Civile, indicavano che lo Stromboli aveva iniziato la propria particolare attività persistente circa mille anni fa. Prima di questa data il vulcano era attivo ma aveva un comportamento simile a quello attuale dell’Etna con frequenti fasi eruttive ed effusioni laviche che si alternavano a momenti di relativa calma. Il quadro emergente dai dati di cronaca disponibili dalla fine del XVIII secolo e quelli forniti dagli studi geologici indicavano inoltre che: i) l’attività eruttiva persistente di moderata energia, è, di tanto in tanto (mesi, anni), interrotta da eventi esplosivi improvvisi, di energia molto più forte dell’ordinario, in grado di causare cadute di materiali pesanti (blocchi di roccia e bombe vulcaniche) nelle zone frequentate dagli escursionisti, ii) alcune di queste esplosioni, classificate come parossismi, con periodo di ritorno di decenni, sono in grado di causare la caduta di materiali pesanti (blocchi di roccia e bombe anche di grosse dimensioni) sulle zone abitate riversando al tempo stesso valanghe di materiale caldo nella Sciara, iii) il fenomeno del maremoto è ricorrente essendosi manifestato cinque volte negli ultimi due secoli, e rappresenta una reale minaccia per le affollate spiagge di Stromboli e iv) La struttura della Sciara del Fuoco, e la sua continuazione sottomarina, è una zona in rapida evoluzione, fortemente acclive e instabile. In questo settore si sono manifestati, negli ultimi 5000 anni, grandi fenomeni franosi (collassi di versante) con tempi di ritorno di millenni. La natura di questi eventi, sembra essere capace di innescare onde di maremoto in grado di colpire in modo catastrofico non solo Stromboli e le isole Eolie, bensì gran parte delle coste calabre e della Sicilia settentrionale. A tali fenomeni sarebbero inoltre associati eventi esplosivi di grande energia in grado di avvolgere l’isola, verosimilmente per giorni, sotto una spessa nube di cenere, causando oscuramento e condizioni critiche per la sopravvivenza delle persone probabilmente per diversi giorni. Esaminate alla luce delle conoscenze scientifiche, le “regole” tramandate assumono precisi significati: Il pericolo di esercitare la pesca davanti alla Sciara è motivato dal possibile rotolamento di massi ma soprattutto dall’imprevedibile e rapida discesa di valanghe piroclastiche nella Sciara e che possono propagarsi nel tratto di mare antistante fino a distanze di diverse centinaia di metri dalla riva. Il suggerimento di attraversare l’isola
145 passando per la montagna utilizzando solo certi percorsi è per ridurre al minimo il rischio di essere investiti dalla caduta di materiali lanciati dalle esplosioni più forti dell’ordinario. L’accortezza di allontanarsi immediatamente dalle spiagge quando si verificano forti esplosioni del vulcano è motivata dal fatto che, in molti casi, il maremoto ha seguito, nell’arco di cinque, dieci minuti, l’accadimento di una grossa esplosione e la discesa di valanghe di materiale nella Sciara. La conclusione degli studi scientifici disponibili al momento in cui la crisi è iniziata, era quindi chiara: per quanto riguarda le fenomenologie a ricorrenza frequente (da anni a decine di anni) l’esposizione al pericolo di numeri crescenti di persone portate sull’isola dal turismo si traduceva in un corrispondente esposizione al rischio, con scenari che potevano provocare fino a centinaia di vittime sull’isola con possibili effetti anche sulle altre isole. Oltre a questi fenomeni, andavano tuttavia considerati quelli catastrofici, a ricorrenza millenaria, la cui probabilità di accadimento nel medio termine (in arco di tempo di decenni/secoli) è da media a elevata e il cui impatto sulle aree abitate sarebbe stato assai magiore. Una tale combinazione di fatti configura lo Stromboli solo apparentemente mite ovvero molto più come un vulcano “infido”, e in taluni casi “perfido”, che come vulcano “buono” così come propagandato nei decenni pre­crisi 2002­2003. 3. La “rottura” degli equilibri locali indotta dalla crisi L’accadimento del maremoto e il conseguente allontanamento di parte della popolazione, fu immediatamente seguito dall’arrivo di giornalisti, operatori, vulcanologi e dal personale della Protezione Civile Nazionale. Per una comunità piccola, come quella di Stromboli, l’arrivo sull’isola mezzi e funzioni “forti” rappresentò una scossa al suo tradizionale equilibrio e l’innesco di trasformazioni che difficilmente si sarebbero potute attuare in condizioni ordinarie. L’eccezionalità dei mutamenti avvenuti sull’isola fu in parte il prodotto dei mezzi finanziari messi a disposizione con la dichiarazione dello “stato di emergenza”, in parte risultarono della rottura di equilibri che, in condizioni ordinarie, si oppongono ai processi di trasformazione. Tra questi ultimi vanno annoverati non solo quelli locali che riguardano la convivenza con il pericolo da parte della comunità di Stromboli, ma anche altri riguardanti il ruolo funzionale tra comunità scientifica e Protezione Civile Nazionale. 3.1. Rapporto tra media e comunità locale Uno dei fenomeni che si manifestarono dopo il maremoto fu una forte contrapposizione tra comunità locale e mondo dell’informazione. Il risalto dato alla crisi da parte dei media, fu percepito da alcuni operatori turistici come una “spettacolarizzazione” su quanto accaduto fatto “sulla pelle degli isolani”, ovvero senza tenere in debito conto le conseguenze che tale gestione avrebbe avuto sull’economia dell’isola. L’immagine di isola insicura, possibile teatro di ulteriori cataclismi, propagandata dai telegiornali italiani e di tutto il mondo, fu sentita come un ulteriore schiaffo dato ad una comunità gia ferita dall’evento. Particolarmente odiosa agli isolani apparve l’attività che i
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 146 media svolsero in taluni circostanze, di ingigantire le situazioni di pericolo e le insidie potenziali, con il risultato di sottolineare, oltre il reale, l’insicurezza dell’isola. Un’interessante reazione della comunità locale per contrastare l’azione di sottolineatura dei mezzi d’informazione, fu l’immediata attività di cancellazione degli effetti del maremoto lungo e vicino alle strade. I detriti furono in pochi giorni raccolti, le porte e finestre di alcune strutture alberghiere, sfondate dal maremoto, furono tamponate, con il duplice intento di ovviare a possibili furti e di evitare di offrire ulteriore spunto alla diffusione di immagini di devastazioni. Nel volgere di poche settimane gli effetti del maremoto rimasero visibili solo in angoli relativamente nascosti e all’interno di proprietà private. 3.2 Il ruolo della Protezione Civile Nazionale nella gestione dell’emergenza Il ruolo della Protezione Civile Nazionale si manifestò, fin dalle prime fasi, come forte e sottolineato dal vasto e variegato impiego di mezzi e dall’arrivo sull’isola di importanti autorità nazionali. Oltre che per l’azione di coordinamento, il ruolo della Protezione Civile fu basilare per l’assunzione di scelte finalizzare all’attuazione di una nuova convivenza con il vulcano. Questo secondo passaggio ha richiesto in primo luogo una verifica della compatibilità tra attività economiche e la reale esposizione al pericolo ovvero alla possibilità di realizzare un apparato in grado di garantire livelli ragionevoli di sicurezza. Si è trattato di uno sforzo poderoso e a vasto raggio che ha visto il dispiegamento di ingenti forze e risorse. L’eredità per l’isola, e per l’arcipelago delle Eolie, è stata importante e ha rappresentato alla fine un arricchimento la cui portata non si è limitata al campo della sicurezza portando con se anche una concreta spinta al turismo mediante la realizzazione di nuove infrastrutture. Il rapporto Protezione Civile Nazionale/comunità locale ha vissuto tuttavia fasi alterne di tensione e armonia. Ad una prima fase di buona accoglienza da parte della comunità locale, condizionata dall’idea che la Protezione Civile avrebbe rappresentato la fonte di importanti benefici economici, ne seguì una seconda segnata da tensione. Questa seconda scattò, di fatto, dopo l’esplosione del 5 aprile 2003, quando il consolidamento della presenza della Protezione Civile sull’isola, il rafforzamento del COA (Centro Operativo Avanzato), e la presenza massiccia di personale in divisa, fu percepita come un’inopportuna sottolineatura, alle porte della stagione turistica, della persistenza di condizioni insicurezza sull’isola. Nella tarda primavera ed estate 2003, quando la stagione, gia fortemente compromessa, era agli inizi, l’insofferenza verso le divise della Protezione Civile, raggiunse il picco più alto. L’inversione di questa tendenza iniziò con la conclusione dell’eruzione avvenuta nel luglio e la successiva fase di recupero della condizione di equilibrio da parte del vulcano. Da allora il percorso di crescita è proseguito fino ad oggi in modo ininterrotto grazie alla crescente soddisfazione per la qualità degli interventi realizzati con particolare riferimento a quelli strutturali come sentieri, molo di Ginostra, rifugi in montagna, e alla buona accoglienza che queste opere hanno avuto presso i frequentatori dell’isola. 4. Integrazione della funzione scientifica e di protezione civile La collaborazione tra Protezione Civile e comunità scientifica ha rappresentato uno dei temi centrali della gestione dell’emergenza. Tale collaborazione ha portato alla costituzione di un sistema di prevenzione da possibili fenomeni pericolosi basato sulla messa in opera di un moderno apparato di sorveglianza integrato con la funzione di protezione civile. Da questo punto di vista il valore dell’esperienza Stromboli è stato di grossa portata producendo effetti
147 permanenti a livello nazionale e venendo a rappresentare un importante termine di riferimento nel mondo. Le condizioni generali che hanno favorito importanti avanzamenti sono identificabili nei seguenti cinque punti: i) L’occorrenza ravvicinata di tre crisi vulcaniche (Etna, fine ottobre 2002, Panarea, inizio novembre 2002, Stromboli 30 dicembre 2000). Al momento in cui la crisi di Stromboli è iniziata, le precedenti esperienze erano fresche rendendo lo staff della Protezione Civile pronto e motivato a misurarsi con questa nuova esperienza; ii) La crisi di Stromboli si è da subito mostrata come la più grave crisi vulcanica avvenuta in Italia dopo quella del Vesuvio 1944; iv) Stromboli costituiva, nel panorama dei vulcani italiani, l’unico virtualmente privo di una ben sviluppata rete di monitoraggio, offrendo la possibilità di disegnare, praticamente da zero, un sistema di monitoraggio che avesse forti caratteristiche di integrazione con il braccio operativo della Protezione Civile; v) Il crescente ruolo della funzione “previsione e prevenzione dei rischi” della Protezione Civile. Da parte sua la comunità scientifica e le relative istituzioni (INGV in primo piano), hanno visto nell’emergenza una formidabile opportunità di vedere riconosciuta e valorizzata la loro funzione di supporto alla gestione della crisi, con invitanti prospettive di ricerca, di accesso a risorse economiche e mezzi. In particolare le opportunità che si offrivano erano: i) l’implementare di nuove reti strumentali di monitoraggio; ii) la rapida messa in opera delle stesse grazie al supporto logistico disponibile (elicotteri, squadre speciali per la preparazione di siti etc..) iii) la prospettiva di raccogliere dati preziosi quando la crisi era ancora in pieno svolgimento. Entrambe le componenti (Protezione Civile e comunità scientifica) si sono sentite stimolate dalla crisi, entrambe hanno avvertito la necessità di vedere riconosciuto e sottolineato il proprio ruolo. Ciascuna funzione portava tuttavia con se una propria “anima” istituzionale e culturale che non rendeva automatica l’integrazione. Le crisi precedenti avevano spesso evidenziato più una co­abitazione funzionale forzata che una integrazione funzionale. Il processo di armonizzazione maturato a Stromboli è stato favorito dalla durata della crisi e dalla forzata coabitazione “gomito a gomito”, del personale dei due mondi nella struttura del COA. Le sfaccettature dell’integrazione tra funzione scientifica e decisioni di protezione civile sono diverse e tutte rilevanti. Il gioco delle responsabilità e la definizione del rischio accettabile L’assunzione di decisioni in materia di prevenzione di protezione civile, comporta la definizione di precisi processi in cui le valutazioni di pericolosità, di pertinenza della comunità scientifica, siano opportunamente confrontate con valutazioni socioeconomiche, di pertinenza della componente di protezione civile. I due angoli visivi sono intrinsecamente conflittuali in quanto la parte scientifica tende per definizione ad assumere un atteggiamento cautelativo (in materia di vulcani è intrinsecamente difficile poter garantire che certi scenari di pericolo sono completamente esclusi), mentre la protezione civile deve assumere su di se il non facile compito di minimizzare le conseguenze economiche della crisi prendendo decisioni che limitino il più possibile i disagi sociali e i danni economici. Formalmente alla comunità scientifica è richiesta la valutazione della pericolosità, definita come la probabilità che si verifichi un fenomeno pericoloso, mentre compito della protezione civile è trasformare il dato di pericolosità in “criticità”. Quest’ultima è in pratica identificabile come il “rischio nel breve termine” riferito unicamente alle persone (escludendo quindi i danni economici), ovvero di quella parte del rischio modificabile
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 148 laddove vengano prese, in modo tempestivo, adeguate contromisure definite in gergo tecnico “azioni di contrasto”. All’inizio della crisi l’organo di consulenza scientifica del Dipartimento della Protezione Civile era unicamente costituito dalla Commissione Grandi Rischi e in particolare dalla Sottocommissione Rischio vulcanico, composta da dieci membri e presieduta dal Prof. R. Scandone. La commissione rappresentava l’organo di più alta consulenza scientifica del Dipartimento ed ha svolto nelle fasi iniziali la sua funzione riunendosi un paio di volte. La crisi mostrò tuttavia fin dalle prime battute che un organo così numeroso era difficile da riunire e che era necessario per il Dipartimento avvalersi di una consulenza fornita da un gruppo ristretto di esperti. Nel mese di gennaio il Capo Dipartimento e Commissario dell’emergenza decretò la costituzione di un Comitato Tecnico Scientifico composto da esperti nella materie del rischio vulcanico. Al sottoscritto fu inoltre affidata la mansione del coordinamento scientifico. Il coordinamento riguardava sia il monitoraggio inteso come il razionale realizzazione delle reti strumentali proposte dai diversi gruppi (INGV, Università, CNR), sia l’integrazione dei dati risultanti dalle diverse attività di monitoraggio al fine di farle convergere in una unica valutazione collegiale di pericolosità. Dopo circa un mese dall’inizio della crisi, la consulenza scientifica offerta per il supporto decisionale alla Protezione Civile era quindi “stratificata” su tre livelli: Il livello della Commissione Grandi Rischi, quello del Comitato Tecnico Scientifico e la valutazione ordinaria di criticità messa a disposizione in tempo quasi reale al personale dell’ufficio Previsione e Prevenzione dei Rischi presente al COA. Potenziamento delle reti e gestione collegiale della funzione di monitoraggio Le due più importanti ricadute risultanti della creazione del COA sono state la messa in opera di una rete strumentale tra le più avanzate al mondo e l’avvio di un modo nuovo di integrare l’informazione scientifica prodotta dal monitoraggio confezionandola al fine di renderla immediatamente utilizzabile per la “gestione ordinaria” di protezione civile. Durante la crisi la Protezione civile richiedeva ogni sera ai ricercatori di turno nei diversi settori di monitoraggio (geofisico, vulcanologico e geochimico), di riunirsi ogni sera intorno a un tavolo con i rappresentanti di protezione civile e di commentare insieme i dati raccolti durante la giornata. Durante i briefing serali i vulcanologi specializzati nelle diverse discipline hanno: i) imparato a confrontare e discutere le informazioni acquisite dalle reti strumentali di settori imparando a fornire valutazioni integrate e non basate su singoli parametri; ii) appreso come mai in precedenza era avvenuto, a vincolare il loro lavoro alle necessità di assumere decisioni in materia di protezione civile; iii) compreso che c’è tutto da guadagnare, anche sul piano strettamente scientifico, dalla condivisione dei dati e dalla loro libera discussione. Il contesto emergenziale ha quindi, anche in questo caso, rotto riluttanze per così dire storiche, che vedevano i ricercatori gestire i propri dati in modo “privato” disponendosi al confronto solo dopo che i propri risultati fossero stati pubblicati. Durante la crisi e grazie al ruolo dettato dalla necessità di utilizzare i dati stessi al fine di dare supporto alle decisioni, tutti hanno accettato (alcuni ob torto collo) la collegialità, molti hanno avuto modo di apprezzarne il valore non solo per il valore funzionale di protezione civile ma anche per una stretta valenza scientifica. Dal canto suo il personale della Protezione Civile di turno al COA ha accresciuto la propria esperienza in campo scientifico acquisendo una migliore capacità di giudizio dell’informazione di monitoraggio. Ne è scaturito un guadagno sostanziale sul piano
149 dell’integrazione funzionale di grandissima portata. La sala del COA dove attivavano i segnali del monitoraggio di tutte le componenti scientifiche, è diventato il germe della “sala operativa” dell’ufficio Previsione e Prevenzione dei rischi della Protezione Civile di Roma, dove arrivano oggi tutti i più importanti segnali di monitoraggio delle diverse aree vulcaniche italiane. 5. La costruzione di un nuovo sistema Le azioni messe in campo dalla Protezione Civile per stabilire le condizioni per una convivenza delle attività economiche con il vulcano si sono articolate su numerosi fronti. La capacità di fronteggiare crisi future è stata potenziata adottando le seguenti azioni: i) predisposizione di piani di emergenza e di evacuazione pronti a essere attuati in caso di necessità; ii) ottimizzazione di tale funzione mediante la realizzazione/rafforzamento dei moli di Ginostra e Stromboli; iii) mantenimento e rafforzamento della struttura di sorveglianza integrata del COA assicurando la continua presenza di personale della Protezione Civile Nazionale; iv) predisposizione di sistemi di irradiazione di messaggi di allerta/allarme maremoto mediante la creazione di sistemi di radiocomunicazione e istallazione di sirene. La convivenza “ordinaria” con il vulcano è stata inoltre profondamente rivista adottando le misure di informazione e ridefinizione e regolamentazione dell’attività escursionistica. Sono state in particolare adottate le seguenti misure: i) creazione di una rete radio efficiente che consente una costante comunicazione con il COA da qualsiasi parte del vulcano; ii) emissione giornaliera di bollettini di criticità emessi dal Dipartimento; ii) riordinano e regolamentazione dell’attività escursionistica con l’obiettivo di renderla rispondente al contesto del pericolo eruttivo mediante la realizzazione di sentieri meno esposti e di ripari anti­vulcano (shelters); iii) Predisposizione e indicazione con apposita segnaletica delle vie di fuga dalle zone costiere in relazione al fenomeno del maremoto. Sono stati infine predisposti strumenti per la comunicazione al pubblico in materia di protezione civile ed è stata effettuata nella primavera 2005 una esercitazione. I benefici per il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile sono stati notevolissimi tra i quali il “germoglio” del Centro Funzionale del servizio vulcanico: tale Centro riceve una selezione di parametri di monitoraggio e definisce in base all’elaborazione di questi dati i livelli di allerta. Gli interventi attuati hanno dovuto tenere in debito conto l’armonizzazione con un ambiente bisognoso di tutela ovvero realizzando opere a basso impatto ambientale. A tale fine le opere realizzate all’interno della riserva Naturalistica Orientata di Stromboli sono state realizzate in stretta collaborazione con l’Azienda Regionale delle Foreste Demaniali della Regione Siciliana (Ufficio di Messina). Si è perso qualcosa sul piano dell’accesso selvaggio ma ci sono però stati vantaggi a livello di pratiche ecologico­sanitarie(?sul piano della pulizia?). Inoltre, guardando dalla prospettiva delle attività economiche attive al momento in cui la crisi si è manifestata le azioni intraprese hanno portato ad un indiscusso potenziamento dell’offerta. I successi delle ultime stagioni mostrano un notevole successo di presenze turistiche delle isole Eolie e di Stromboli in particolare con record di presenze in continuo aumento dalla fine della crisi ad oggi e con numeri che superano largamente quelli degli anni precedenti alla crisi. Vivere in un’isola con la consapevolezza che qualcosa può succedere è indubbiamente una questione di cruciale importanza, accade che alcune condotte debbano essere prese in considerazione dall’intera popolazione, una via di “compromesso” è possibile: queste
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 150 condotte entrano a far parte, infatti, dello “stile di vita” di ogni individuo come orizzonte di riferimento.
151 IV 2 b L’emergenza dolce dello Stromboli di Cesare Pitto e Loredana Farina Stromboli è il sito vulcanico che da tempi immemorabili mostra di essere il più attivo d’Europa, ma anche il meno pericoloso per gli esseri umani che vivono ai suoi piedi, nel piccolo insediamento ad Est e nell’ancor più piccolo villaggio di Ginostra, un gruppo di case abbarbicate alla costa rocciosa dall’altra parte dell’isola. Gli abitanti, oggi, non sono più di seicento su tutto il territorio, a causa dello spopolamento, determinato soprattutto dall’emigrazione, ma vi fu un tempo che qui vivevano fino a 3000 persone e le attività agricole erano floride. L’isola è costituita quasi esclusivamente da un vulcano che con varie stratificazioni ed erosioni in un periodo di più di 200.000 anni si è elevato fino a 927 metri sopra il livello del mare. Osservano al proposito Lisetta Giacomelli e Roberto Scandone: La parte visibile dell’isola (12,6 km²) è solo la punta di un imponente vulcano alto quasi 3000 metri, in gran parte nascosto sott’acqua. La sua attività nelle ultime migliaia di anni consiste prevalentemente in esplosioni intervallate da pause più o meno prolungate che ha dato il nome di stromboliane a tutte la manifestazioni 1 vulcaniche di questo tipo. Se vogliamo prendere in considerazione quanto avvenuto recentemente, il 30 dicembre 2002, giorno del crollo sulla Sciara del fuoco di una frana che ha raggiunto il mare, si è determinato uno stato di tensione ed emergenza che sostanzialmente rappresenta un picco anomalo per la vita sull’Isola. Infatti, se si è verificata una calamità che ha sviluppato ondate di vari metri di altezza e raggiunto i centri abitati di Stromboli e Ginostra, causando alcuni feriti e danneggiando edifici e imbarcazioni. Non si può dire, però, che questa situazione, seppur di una certa pericolosità, abbia mai configurato una parvenza di presumibile catastrofe. In questo senso, ha piuttosto aperto una prospettiva di maggior attenzione a quest’evento per rilevarne la pericolosità e strutturare le misure per un tempestivo intervento in caso di vera emergenza. Se facciamo riferimento a quest’avvenimento specifico, dopo un periodo di relativa tranquillità, si sono verificate le potenti eruzioni del novembre 2002 che sono culminate in un'esplosione ed hanno proiettato materiali eruttivi fino a 200 metri al di sopra del cratere nord­orientale del vulcano. L'esplosione ha aperto una spaccatura dalla quale è fuoriuscita una colata lavica, provocando, infine, il 30 dicembre una frana che ha prodotto la famosa onda anomala. Il vulcano ha continuato ad eruttare anche nel gennaio del 2003, con fuoriuscite di lava da due bocche vulcaniche e il verificarsi di alcune frane di modesta entità. Questo aspetto, che ha ancora risonanza nelle ultime situazioni di emergenza nazionale, in cui quella delle eruzioni è un fattore periodico, ci mostra che in fondo la situazione ha visto un movimento di dimensioni ridotte ed un danno emergente diffuso che si può maggiormente riferire a opere e manufatti sovra­esposti rispetto al rischio vulcanico. 1 Giacomelli L. –Scandone R., 2002, Vulcani ed eruzioni, Pitagora Editrice, Bologna, pp. 234­235.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 152 Si fa presente che l’onda anomala prodottasi alla fine del 2002 non ha fatto sostanzialmente vittime umane, anche se ha creato danni diffusi fin sulla costa siciliana e su quella calabra. Del resto possiamo ricordare che i disagi più grossi sono stati determinati dalla prudenza con cui la Protezione civile non ha fatto subito rientrare la popolazione evacuata. Un comunicato dell’epoca osservava che dopo il 30 dicembre sull’isola non erano rimaste più di 100 persone, e la protezione civile avrebbe aspettato più di 60 giorni per dare il via libera per il ritorno degli altri circa 400 abitanti evacuati. Sinceramente, non ci sentiamo di biasimare la protezione civile per questo alto livello di prudenza, ma al tempo stesso dobbiamo constatare che l’elemento emergenza deve sapersi trasformare da fattore di eccezionalità in un fattore di attenzione al pericolo, che diventi educazione ambientale e organizzazione di percorsi di sicurezza e di strumenti di monitoraggio costante delle situazioni della vita quotidiana degli isolani e dei visitatori di questo arcipelago. Insieme a questo aspetto non secondario della manifestazione di una prudenza conoscitiva, si deve saper interpretare ed ascoltare la voce degli esperti che nel vasto discorso analitico hanno proposto gli elementi per una conduzione del quotidiano con vasti margini di difesa probabilistica. Così, infatti, gli esperti hanno sempre esaminato la situazione con buon margine di responsabilità e buon senso, osservando che la Sciara del fuoco resta instabile e una grossa porzione di roccia potrebbe ancora franare in mare. Anche se, assicurano i vulcanologi, non sarebbe mai paragonabile a quella che alla vigilia di capodanno provocò l'onda anomala. Tutto ciò ha provocato uno stato di insicurezza variabile che è stato ricondotto forse troppo aggressivamente sotto la tipologia dell’emergenza, che non ha giovato né alla tranquillizzazione della popolazione, né alla vocazione turistica ­ non solo balneare, ma anche escursionistica (visita ai crateri attivi) ­, che contraddistingue fin dagli ormai lontani tempi del diciannovesimo secolo la frequentazione di Stromboli. Va anche tenuto presente che questa attività imponente e continua, ma classificata come bonaria, s’inserisce nella prospettiva di un ambiente da rispettare e da tutelare, perché di fatto costituisce uno dei punti cardine della rigenerazione energetica del territorio. Il sistema vulcano e le prospettive di vita sono una delle copie che caratterizzano le forme della civiltà mediterranea, che direttamente o indirettamente ha sempre fatto i conti con territori vulcanici, in fasi diverse della loro attività e di conseguenza dei loro effetti. Questa specificità delle isole vulcaniche, con attenzione specifica per Stromboli in particolare, fa parte a tutti gli effetti della questione ambientale e delle sue conseguenze sulla vita sociale dell’uomo occidentale nel suo complesso. Fa osservare Vittorio Lanternari che, dal punto di vista eco­antropologico, vogliamo significare che può risultare normale e implicito un intreccio integrato di tendenza antropocentrica ed eco­centrica. Del resto da alcune fonti pensiamo di poter desumere che per secoli il mondo contadino d’Occidente ereditò e trasmise, più o meno uniformemente, un suo proprio atteggiamento verso la campagna, del tutto ligio all’osservanza di quell’automatico equilibrio che in realtà corrisponde alla maggiore efficacia della produzione e dunque alla più garantita utilità per la famiglia e per il commercio. Ci pare lecito orientarci nel senso che pone tale tendenza come relativamente 2 prevalente nei secoli, dal Medioevo fino all’età moderna. 2 Faraone D., 2002, I vulcani e l’uomo. Miti, leggende e storia , Liguori Editore, Roma, p.3.
153 Pertanto, il consolidato rapporto dell’uomo con lo Stromboli fa pensare che un relativamente lungo e stabile rapporto degli Eoliani (ma non solo loro) con quest’isola possa ascriversi ad un normale ed implicito rapporto antropocentrico ed ecocentrico. Tale rapporto non può essere facilmente rotto da fattori esterni, come la rappresentazione mentale della catastrofe, mutuata da altre realtà critiche. Un rapporto vitale, per chi vive ai piedi del vulcano, è connesso ai miti e alle leggende che ne raccontano le origini e le relazioni con l’umanità, anche se ciò può apparire strano e confinato nei misteri del mondo magico. Da molti è ritenuto che leggende e miti abbiano scarsi rapporti con la Storia, considerando che il racconto di avvenimenti, tramandato in assenza di una spiegazione scientifica, degenera spesso in illazioni fantasiose. Leggende e miti possono invece avere una solida base in eventi storici, in particolare in quelli estremamente drammatici e devastanti come terremoti, inondazioni ed eruzioni vulcaniche; non sempre dunque leggende e miri sono semplici mitologhemi che attribuiscono la responsabilità di eventi e fenomeni naturali a divinità o a potenze oscure e misteriose che esigono timore e rispetto. Molta storia è perciò registrata nel mito: è compito dell’esegeta saperla estrarre restituendola alla 3 realtà. Il riferimento, appena fatto, all’analisi svolta da Domenico Faraone è avvalorato dal senso di profondità materiale che acquistano gli eventi in un contesto come quello dell’isola di Stromboli, dove gli eventi naturali hanno sempre preso le sembianze di eventi annunciati dalle predizioni del mondo magico, dove l’ira degli dei si scatena per riequilibrare gli affronti dell’uomo e la sua mancanza di memoria per il rispetto della potenza della divinità. L’uomo ha temuto da sempre la furia devastatrice dei vulcani non rinunciando, però, ad insediarsi sui terreni vulcanici resi fertili dall’elaborazione operata dagli agenti atmosferici. Pertanto la conoscenza delle cause dei fenomeni vulcanici significa poter prevenire e contenere eventuali effetti catastrofici. Il cammino dal mito alla comprensione dei fenomeni legati in vario modo all’ambiente dei vulcani ha continuato ad essere una costante della conoscenza umana per oltre duemila anni e non può dirsi ancora completato. In questo senso fattori storici e mitologici di catastrofi avvenute in altri luoghi del pianeta con conseguenze tragiche e spettacolari possono aver inavvertitamente alimentato il panico determinato dall’esplosione eruttiva, con relativa frana e la conseguente onda anomala (definita appunto sul modello giapponese Tsunami), e averne amplificato la minaccia. Ne sono esempio racconti e notizie, come quella dell’esplosione del Krakatoa in Indonesia alla fine del XIX secolo o la più recente eruzione hawaiana nell’area del Kilauea , che va avanti da oltre 18 anni ininterrottamente. Volendo richiamare queste due situazioni, bisogna sinteticamente ricordarne le diverse e specifiche caratteristiche. Il Krakatoa è un vulcano attivo dell'isola di Rakata nell’arcipelago Indonesiano, nello Stretto della Sonda, ed è noto per le eruzioni molto violente, di cui si ricorda quella del 27 agosto 1883 che ebbe la stessa potenza di un’esplosione atomica di circa 200 megatoni e fu sentita con un boato, che si valuta sia stato il suono più forte mai sentito al mondo, almeno in epoca storica, che arrivò a quasi 5000 km di distanza. L' isola vulcanica fu completamente polverizzata dall'esplosione e si scatenò un'onda di maremoto alta 40 metri. Invece, l’eruzione hawaiana nell'area del Kilauea risulta quasi essere un fattore endemico che si manifesta ininterrottamente da 18 anni con 55 rilevanti episodi eruttivi, che riguardano in particolare il cratere Pu`u `O`o e la caldera Kupaianaha . Il fenomeno riguarda un’isola nascente che attraverso un tubo lavico con attività ininterrotta sta facendo crescere 3 Faraone D., 2002, ibidem.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 154 una piattaforma costiera di lava, luogo terminale delle colate eruttive. Nel gennaio 2000 si è avuta una spettacolare emissione di lava, valutata in 1.9 km cubici di lava che hanno coperto102 km quadrati di terreno, ed hanno anche distrutto 181 case e ricoperto 13 km di strada asfaltata sotto 25 metri di lava, ma nell’insieme l’eruzione è stata sostanzialmente un rutilante spettacolo della natura. In un certo senso, anche se in un paesaggio fortemente umanizzato, il vulcano Stromboli si è sempre caratterizzato per un’ininterrotta attività eruttiva, nel complesso considerata spettacolare, ma ad una valutazione più attenta definibile “utile”. Per millenni la sua sommità attiva ha costituito il faro naturale per i naviganti e i pescatori di questo angolo del Tirreno, e per chi transitava attraverso lo Stretto di Messina. L’attività vulcanica dello Stromboli è un continuo succedersi di esplosioni, ora dall'una ora dall'altra delle sue bocche, che lanciano in aria brandelli di lava incandescente che ricadono tutto intorno o rotolano giù lungo la Sciara del Fuoco. Le esplosioni si succedono con ritmo abbastanza regolare accompagnate da impressionanti fragori, da emissioni di nuvole di gas che, in generale, spinte dal vento, passano rapidamente. Dopo ogni esplosione, sulla bocca si forma un tappo sottile, un’ostruzione di lava solida, che fa aumentare la pressione interna finché, dopo circa 10­15 minuti, esplode. Quando il tappo è troppo spesso e la pressione interna non riesce a farlo saltare, la stessa pressione aumenta anche nelle altre bocche che esplodono eruttando lava. La caduta dei massi e il rintronare del cratere, costituiscono uno spettacolo diabolico. Avvicinarsi non è affatto prudente, ed un pescatore che conosco, mi ha raccontato di una notte buia, nella quale, mentre pescava coi suoi figli,riuscì miracolosamente a scampare da una fitta pioggia di bombe vulcaniche. Non una sola pietra colpì la sua barca dentro la quale i suoi figli si erano fulmineamente riparati, mentre lui, con gli occhi rivolti al cielo, aveva continuato a chiamare l’Onnipotente. Nel 1885, la bocca del cratere arrivava a metà altezza della sciara e creava sovente, ai suoi piedi, piccole insenature. Ciascuna formava quasi un porticciolo che, poco alla volta veniva però spazzato via dal mare. Il 13 luglio 1896, alle quattro del pomeriggio, vi fu un’eruzione particolarmente violenta. Per circa mezz’ora, permase una colonna di fumo alta 300 metri. Specialmente verso i Chiappi lisci, furono danneggiati vigneti, fichi e ulivi e si svilupparono incendi fra le macchie. Andare in barca ed assistere a questi giochi pirotecnici della natura è, particolarmente d’estate, un vero divertimento se il tempo è bello le eruzioni sono più rare e talvolta bisogna attendere anche una buona mezz’ora. Se invece minaccia vento da Sud­Est o da Sud­Ovest e le onde lunghe e rigonfie che spesso precedono il vento, si rinfrangono ai piedi del vulcano, allora le eruzioni sono frequenti e intense e si può osservare un mare di fuoco che cola ai fianchi della montagna. È un vero spettacolo stare a guardare le pietre infuocate che per lo più attraverso tre calate principali, rotolano giù sul pendio di rapiddu e che con salti imponenti si tuffano finalmente in mare, lasciandosi dietro innumerevoli scie di 4 fuoco. Così descriveva l’attività vulcanica di questo gigante bonario l’Arciduca Luigi Salvatore d’Austria nelle sue lunghe peregrinazioni intorno all’isola, e talvolta anche salendo lungo i pendii o indugiando fa le case isolane dalla caratteristica architettura, con i muri di pietra lavica e rapiddu, all’ombra dei solai di malta impastata con calce in pietra. Ancor prima dell’Arciduca aveva osservato da vicino lo spettacolo delle periodiche eruzioni anche Alexandre Dumas padre, che ne ha parlato con accenti addirittura accattivanti: 4 Luigi Salvatore d’Austria (Ludwig Salvator Erzherzog von Osterreich), 1978, Le Isole Lipari. Settimo volume: Stromboli, Riproduzione litografica dall’originale con traduzione in italiano a cura di Pino Paino, Edi­Nixe Editrice, (titolo or. Die Liparischen Inseln. Siebentes heft: Stromboli, Prag. Druck und Verlag Von Heinr, Mercy , 1896), Lipari (Me), pp. 42­44.
155 …quelle periodiche e infuocate eruzioni che ne fanno il vulcano più gentile della terra…, “di lui ci si può fidare“…non è come il Vesuvio o l’Etna che, per una misera eruzione, fanno attendere il viaggiatore tre, cinque ed a volte anche dieci anni… occorre essere grati allo Stromboli di non aver abusato neanche un solo momento della sua posizione sociale e di avere capito che sarebbe stato solo un vulcano tascabile, al quale nessuno avrebbe prestato attenzione se si fosse dato troppe arie… così non 5 fece attendere neanche noi… Ma non si deve neppure sottovalutare l’enorme potenza che si nasconde nelle profondità marine di questo sistema insulare che dal fuoco magmatico ha tratto non solo la sua morfologia, ma anche la sua straordinaria bellezza. Gin Racheli, in un suo indimenticabile volume, ha definito l’intero arcipelago Eolie di vento e di fuoco, titolo riproposto anche ultimamente in un incontro con l’autrice nei Pomeriggi Culturali Eoliani, a cura del Centro Studi e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani 6 di Lipari. Il riferimento a questi due elementi naturali fornisce una particolare connotazione di asprezza e di consuetudine con una natura scabra, ma non inospitale, che fa di Stromboli in particolare quasi un essere vivente, che si trasforma – e questo avviene anche in epoca storica ­, attraverso una metamorfosi ininterrotta risalente dalle lontane ere geologiche. Nota fin dall'antichità per l’ininterrotta attività eruttiva, la parte visibile dell’isola, circa 12,6 chilometri quadrati, rappresenta la parte emersa di un imponente vulcano, in gran parte nascosto sott’acqua, che si erge dal fondo marino per un’altezza totale di circa 3000 metri, dei quali soltanto 927 metri circa si trovano sopra il livello del mare e culminano con la cima 7 detta Vancori. Il vulcano, ha una forma conica abbastanza regolare ed un leggero allungamento che ha direzione Nord­Est e Sud­Ovest, lungo un’importante struttura tettonica territoriale. L’attività eruttiva dello Stromboli si combina, per la maggior parte del tempo, con esplosioni ed altre manifestazioni, quali la fuoriuscita di colonne di fumo e ceneri e il diffondesi di nubi biancastre di gas. Tutto questo movimento è intervallato da pause, più o meno prolungate, di qualche ora, che si risolvono, scagliando verso l’alto brandelli di magma incandescente che ricadono al suolo sotto forma di cenere, scorie e bombe. Questo tipo d’eruzione, detta stromboliana , dal nome del vulcano, dà il nome a tutte le 8 manifestazioni vulcaniche di questo tipo. 9 L’attività stromboliana è caratterizzata da esplosioni separate da intervalli più o meno regolari che possono presentarsi anche con piccole colonne eruttive. Nonostante la forma simmetrica, l’isola nasconde la sovrapposizione di più vulcani, ancora riconoscibili. 5 Tratto dalla recensione per l’inizio della pubblicazione a puntate del Viaggio nelle Eolie di Alexandre Dumas padre, sul quotidiano “L’Ora” di Palermo. L’interessante libretto è stato ristampato nel 2004: Alexandre Dumas (padre), 2004, Viaggio nelle Eolie, Pungitopo Editrice, Marina di Patti, (ME), p. 80. 6 Racheli, Gin, 1986, Eolie di vento e di fuoco. Natura, storia, turismo, Gruppo Editoriale Mursia, Milano. 7 Cfr. Giacomelli L., Scandone R., 2002, Op.Cit., ibidem.. 8 La composizione originaria del magma, e le modifiche che questo subisce dal momento della formazione fino alla risalita nella crosta terrestre, condizionano il modo con cui avviene la sua espulsione in superficie, cioè l’eruzione. La classificazione delle eruzioni non è semplice. Ogni fenomeno eruttivo presenta fasi sue proprie, con caratteristiche diverse. La differenza fondamentale si basa sulla violenza del fenomeno che permette di distinguere le eruzioni in effusive ed esplosive. Cfr. Giacomelli L., R. Scandone, 2002, ibidem. 9 Particolare attività vulcanica così denominata dal vulcano Stromboli caratterizzata da esplosioni singole a condotto aperto, separate da intervalli che vanno da pochi decimi di secondo ad ore, che possono generare anche piccole colonne eruttive.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 156 La storia morfologica dello Stromboli si legge attraverso la diversificazione della lava: in una prima fase ­ che i vulcanologi individuano fra 40.000 e 12.000 anni fa ­ si forma un cono vulcanico di forma regolare che raggiunge un'altezza di quasi mille metri, indicato come il Paleostromboli I,che raggiungerà l’altezza di circa 400 metri, caratterizzato da basalti ad adantesiti molto simili a quelle dello Strombolicchio, che si potrebbe quindi considerare 10 come un cono avventizio di esso . Ad un certo momento il versante Nord­Ovest del Paleostromboli I sprofonda nell'abisso 11 e la sua parte centrale affonderà lasciando una caldera di forma ellittica. Su questo inabissamento sorsero progressivamente le lave emesse da un nuovo cono, 12 chiamato Paleostromboli II, che riempirono la caldera . Secondo i vulcanologi, circa 25.000 anni fa cominciò a crescere, all’interno della caldera, un nuovo cono, detto Vancori, che ebbe fasi effusive con colate di lava, intervallate 13 da eventi esplosivi. L’avvicendarsi di lave e di piroclasti incoerenti fu, probabilmente, la causa principale del franamento della parte sommitale e del fianco occidentale del vulcano Vancori, che lasciò il grande anfiteatro che ancora circonda quasi tutta l’attuale sommità 14 dello Stromboli, compreso il cratere attivo. Circa 13.000 anni fa, si innalzò un altro vulcano, sovrapposto a ciò che rimaneva del precedente, il Neostromboli, i cui fluissi di lava riempirono parte della depressione, 15 riversandosi poi fino al mare. Anche il Neostromboli venne squarciato da un grande franamento e nell’anfiteatro lasciato dalla frana cominciò a formarsi, circa 5.000 anni fa, il cono sommitale dell’attuale Stromboli. La documentazione sull’attività vulcanica degli ultimi due secoli è piuttosto ricca e comprovata. Solo nel periodo compreso tra il 1850 e il 1888 vi sono alcune mancanze. Dal 1874 al 1916, lo stato dei crateri è stato monitorato a vista dal Semaforo Labronzo da personale della Marina Italiana. Alcuni lavori sull’attività di Stromboli furono scritti da pionieri della vulcanologia, come Mercalli, De Fiore, Perret ed altri. L’attività pressoché costante di tranquillo degassamento con moderate esplosioni è stata interrotta da episodi più violenti, con forti esplosioni e colate di lava e rari periodi di completa inattività. Il periodo di riposo più lungo documentato è quello successivo alla forte eruzione del 1907, durato due anni, dal 1908 al 1910. altri periodi di inattività hanno avuto la durata di qualche mese, come nel 1857, 1890, dal maggio 1931 al giugno 1932 e poi dal giugno 16 1932 al 1933. Attualmente, il fianco occidentale dell’isola è caratterizzato dalla presenza di una depressione che presenta dei centri eruttivi secondari, nota come la Sciara del Fuoco (dall’arabo shari’a , strada), un ampio canalone formatosi per collasso gravitativo del cono vulcanico ­ con una pendenza di circa 35° ­ dal quale, dall'altezza di circa 700 metri, rotolano 10 Infatti, la profondità marina fra questo e l'isola di Stromboli non supera i venti metri. 11 La caldera è un’area vulcanica depressa, di forma circolare che è determinata dall’esplosione o dallo sprofondamento di un vulcano. 12 Probabilmente a questo si sovrapposero altri coni (Paleostromboli I e II e Scari), che raggiunsero l’altezza di almeno 700 metri e la cui attività si concluse circa 35.000 anni fa con lo sprofondamento e la formazione di una nuova caldera di forma circolare. Giacomelli L., R. Scandone, 2002, Op.Cit., p. 235. 13 Frammenti di magma espulsi nel corso delle eruzioni esplosive. 14 Giacomelli L. – Scandone R., 2002, Op.Cit., ibidem. 15 Durante l’attività del Neostromboli si sono formate diverse bocche lontane dal cratere centrale (a Timpone del Fuoco presso Ginostra, al Semaforo Labronzo e a monte del Semaforo S. Vincenzo) dalle quali le colate di lava sono dilagate fino al mare, ricoprendo gran parte del territorio su cui ora sorge l’abitato di Stromboli. Ibidem, p. 235. 16 Giacomelli L. – Scandone R., 2002, Op.Cit., p. 237.
157 giù fino al mare i materiali lanciati in aria dalle intermittenti esplosioni del cratere o scendono 17 le lave di periodiche eruzioni . Tutta l’area dei crateri, costituita da varie bocche eruttive, la cui geometria varia nel tempo, è ubicata ad un’altezza di circa 750 metri, al di sotto del Pizzo, sopra La Fossa, e del bastione dei Vancori. La Sciara del Fuoco, che al livello del mare ha un'ampiezza di circa 1 chilometro, è limitata, sui due lati da creste rocciose solcate da dicchi divergenti, il Filo del Fuoco e il Filo 18 della Baraona, e continua ininterrotta sotto il livello del mare. Da qualunque parte la si osservi, la Sciara del Fuoco è uno spettacolo incredibile di monili incandescenti di scorie che si riversano in mare producendo torrenti di fuoco che poi si 19 traducono in colonne di vapori sfrigolanti. Dalle bocche eruttive escono le fiamme o si vedono ribollire le lave fuse. Tutto questo ribollire magmatico non è, però, riuscito nel tempo a determinare una separazione fra questo lembo di terra e i suoi affezionati abitatori, che non solo non l’’hanno mai lasciata, ma ancora in un tempo, non troppo lontano, erano assai numerosi, superando le 3.000 unità. In tempi recenti alla fine del primo decennio del 1800 è iniziato un cambiamento socio­ culturale che ha determinato un rapido declino dell’isola, un’emergenza che poco ha avuto a che fare con il vulcano e molto di più è stata determinata dai cambiamenti nell’assetto produttivo, in primo luogo dall’apparire sui battelli da trasporto dei motori a vapore e, in seguito, a scoppio. Di fatto, l’inserimento dei motori sui battelli, precedentemente mossi solo dall’energia eolica e da quella dei remi, da cui il nome di armamento remo­velico, trasformò profondamente i natanti, che non potevamo più essere alati sulle spiagge di sabbia nera e determinò un abbandono di Stromboli, come approdo, per scegliere porti più lontani e difesi dalle tempeste. Così, insieme alla piccola flotta, anche molti abitanti abbandonarono la piccola isola che cominciò a perdere residenti e attività economiche. Di fatto la popolazione scese in pochi anni a circa 2.000 unità, e questa fu la prima vera emergenza dell’isola in evo moderno. Tutto ciò contribuì alla metamorfosi dell’Isola che troverà, poi, nella grandi eruzioni del 1919 e del 1930 un’inarrestabile discesa verso il minimo storico di circa quattrocento abitanti. Nei processi di rapido mutamento socio­culturale della società mediterranea, determinati in questo secolo dai fattori di modernizzazione, la situazione delle piccole isole dell’Italia Meridionale ci sembra sia da considerarsi una delle più compromesse e più soggette all’insorgere di conflitti. Dobbiamo innanzitutto ricordare che in queste comunità, dedite un tempo esclusivamente alla pesca e all’agricoltura, si manifestò una forte crescita sociale e anche una prosperità economica, dalla fine del Settecento al primo decennio del Novecento, col rifiorire della navigazione a vela in mari diventati finalmente sicuri per i traffici marittimi. Per quanto concerne le Isole Eolie, e per Stromboli in particolare, questa situazione è stata determinata dalla scomparsa di navigli barbareschi che imperversavano nel Mar Tirreno. Ciò rese possibile il ripristino della rotta per le isole, che servì ad agevolare i traffici tra i porti tirrenici e la Sicilia, facendo di Stromboli, dalle lunghe spiagge di sabbia nera, e di Lipari, dalle ampie cale protette, due basi per i traffici marittimi. 17 Cfr. Giacomelli L. –Scandone R., 2002, Op.Cit.. 18 Recenti rilievi sottomarini hanno dimostrato che la Sciara è riconoscibile fino quasi alla base dell’apparato sommerso. 19 Cfr. Racheli G. [s.a.], Stromboli, p. 40.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 158 Inoltre, Stromboli, con il suo vulcano sempre attivo, costituiva di per sé un faro naturale per le rotte della navigazione a vela dei tempi antichi. Nello stesso periodo furono incrementate e prosperarono le attività agricole e quelle estrattive, legate alla particolare ricchezza del terreno di origine vulcanica. In particolare vanno ricordate le coltivazioni della malvasia dell’isola di Salina, che ha sempre conservato una vocazione agricola, malgrado i forti mutamenti strutturali, e l’industria mineraria per l’estrazione della pomice a Lipari, che, conosciuta fin dall’epoca romana, si è trasformata verso la fine dell’Ottocento da lavoro coatto dei carcerati in produzione industriale. Così la popolazione aumentò al punto che nel 1891 l’intero arcipelago poteva contare su una 20 popolazione di 21.210 abitanti. È questo il periodo più interessante per la prosperità delle Isole Eolie. Si giunse, però, alla fine di questo periodo, prospero e abbastanza ricco, a causa della decadenza sociale ed economica prodotta dalla crisi della navigazione a vela, che veniva man mano sostituita da quella a vapore. Non fu una situazione improvvisa, tanto che a Stromboli i traffici continuarono con le vecchie imbarcazioni, ma lentamente i naviganti furono superati dai moderni mezzi e non poterono nemmeno adeguare i loro natanti alle nuove caratteristiche, perché, non avendo un porto dove ricoverare i propri velieri, sfruttavano essenzialmente le spiagge per tirare in secco i natanti. Le imbarcazioni a vapore avevano eliche che sporgevano oltre le carene e non potevano essere tirate in secco senza particolari accorgimenti e, inoltre, la maggiore velocità e maneggevolezza permetteva di effettuare viaggi più lunghi e sicuri. Venivano messi in crisi due aspetti della comunità strombolana, la relativa facilità di approdo sull’isola e la notevole abilità marinara dei suoi abitanti. Questa caratteristica era stata fatta notare, proprio nel momento in cui questo fenomeno stava per entrare in crisi, da Luigi Salvatore d’Austria: gli Strombolani sono tutti uomini di mare e costituiscono non solo gli equipaggi delle 21 sessantacinque navi a vela dell’Isola, ma anche di altre navi italiane. In sostanza il cambiamento strutturale, dalla navigazione a vela a quella mossa dalla forza meccanica, determinò il decadimento economico di tutto l’arcipelago, ed in particolare di Stromboli, per la sua particolare situazione ambientale. La crisi della marineria remo­velica dette inizio ad un forte esodo migratorio, che è continuato nel tempo con una notevole perdita della popolazione residente. Si potrebbe dire che questa rappresentò la reale emergenza sociale dell’arcipelago, a cui si aggiunse, per l’isola di Stromboli anche un periodo di disastrose eruzioni che minarono l’equilibrio sociale e abitativo della comunità. Nel libro Eolie di vento e di fuoco Gin Racheli ha fatto appunto notare questa cesura epocale. La comunità isolana bastava a se stessa e viveva di un modesto benessere. A interromperlo vennero, nel 1919 e 1930, i terribili scatti dl vulcano che uccisero alcune persone e fecero fuggire per il terrore un notevole numero di abitanti. Da allora si fece più intensa l’emigrazione: dai 1828 abitanti del 22 1864, si giunse ai 409 dei nostri giorni. 20 Pitto C., 1990, Le metamorfosi di un'isola Continuita e conflitto a Stromboli, in La Ricerca Folklorica , , La cultura del mare, No. 21 (Apr., 1990), p. 69. 21 Luigi Salvatore d’Austria, 1978, Op. cit., p.8. 22 Racheli, Gin [1986], Op. cit., p.12.
159 Tra le eruzioni più recenti, quella del 1930 è, ancora oggi, ricordata come la più violenta del secolo scorso. L’11 settembre di quell’anno, il vulcano, dopo due settimane di calma inconsueta, ebbe due fortissime esplosioni. Per più di mezz’ora caddero lapilli e bombe che si sparsero tutto intorno per un raggio di oltre due chilometri, in mare, fino oltre lo scoglio di Strombolicchio. Tutta la vegetazione dell’isola bruciò e molte case ebbero ingenti danni. Morirono sei persone e molte rimasero ferite. La popolazione, che ha sempre vissuto con il vulcano un rapporto di sensibile presenza, tanto che lo Stromboli viene chiamato familiarmente “Iddu”, si sentì tradita e la maggior parte accettò di essere evacuata per motivi di sicurezza. Molti, allora, non tornarono più sull’isola. Nel ricordo di uno dei protagonisti di questa diaspora si sente ancora la lacerazione spirituale di chi ha dovuto e/o voluto lasciare l’Isola: Trent’anni…! Trent’anni fa! […] un giorno come oggi…! l’11 settembre del 1930…! […] un anziano strombolano, Colafuocu, mi aveva richiesto per una visita. Erano suonate appena le otto. Ad un tratto sembrò che il sole volesse oscurarsi. Guardai istintivamente verso la Montagna e notai che una impressionante nube di ceneri la copriva. Erano anni ormai che non dava più segni preoccupanti e c’eravamo quasi dimenticati che esistesse. Non ci feci caso. A distanza di un’ora circa, verso le nove e mezza, due boati cupi e profondi squarciarono improvvisamente l’aria. Seppi dopo che s’erano uditi fino a Lipari e alla Sicilia. Colafuocu, nel suo letto, non li notò nemmeno. Mi affacciai e mi trovai al cospetto dell’inferno. Una montagna di fumo e di fuoco, alta due volte e mezzo Stromboli, copriva il cielo. Dappertutto, viaggiavano per l’aria, spinti come fuscelli, giganteschi massi incandescenti, alcuni più grandi di una casa, mentre la pioggia di fumo e di fuoco cominciava lentamente a calare su tutta l’isola incendiandola. I massi sibilavano creando spaventosi vortici al loro passaggio. Alcuni raggiunsero Strombolicchio, altri si rovesciarono su Ginostra, la maggior parte affondarono nel mare spegnendosi come tizzoni ardenti e generando intense colonne di fumo nero. Per quaranta minuti circa, tanto durò quell’eternità, rimanemmo quasi pietrificati, esterrefatti come la morte, ma col terrore dei vivi. L’isola sembrava alzarsi e sprofondarsi e il mare che si era prima ritirato per più di cinquanta metri, provocando una impressionante moria di pesci, tornò presto a rigonfiarsi, formando onde altissime che rifrangendosi contro le rocce fecero tremare le case dalle fondamenta. Sopra San Bartolo, intanto, si era addensato un fiume di lava che scendendo dalla montagna, precipitava fino al mare rincorrendo il vallone col passo lesto di un uomo. Quindici ore durò la paura, ma il terrore rimane ancor oggi. all’indomani giunsero i soccorsi. Fuggimmo in molti, chi a Lipari e chi a Panaria. Qualcuno anche più lontano, per non tornare mai più. Altri rimasero. Ci fu pure una proposta del Governo per evacuare l’isola. Ma non tutti vi aderirono. Il dottor Renda, in particolare, si battè energicamente perché la sua gente rimanesse a Stromboli, e in lunghe assemblee tenutesi anche di notte, profuse tutto il suo senno e la sua passione per convincerla a restare, visto che ormai era cessato ogni pericolo. Non me la sentii e andai via coi più. A trent’anni di distanza mi viene spesso di pensare a quell’11 settembre del 1930; di domandarmi ancora se abbiamo fatto bene noi a partire o gli altri a rimanere. Dopo tutto Stromboli, non ha mietuto più di dieci vittime in un secolo; molto meno di quante ne falci una strada in poche ore o un attentato in pochi secondi. Come a Milano, dove di vulcani non s’è sentito parlare mai, anche se ce ne sono di più pericolosi 23 dello Stromboli. Dopo un lungo periodo di tranquillità, costellato di periodiche eruzioni spettacolari ogni due o tre anni, un nuovo evento di portata drammatica ha riacceso i fari dell’emergenza e della catastrofe sullo Stromboli. A questa situazione d’emergenza, per una forte attività eruttiva, il 30 dicembre 2002 si è aggiunta una devastante onda anomala, abbattutasi lungo la costa dell’Isola, causata dalla caduta in mare di un costone del cratere sul lato nord. Gli effetti di questo maremoto sono stati sentiti oltre che sull’arcipelago anche lungo le coste della Calabria e della Sicilia con ingenti danni per le opere costiere e gli scali marittimi. 23 Paino P., 1978, “Ricordo dell’eruzione del 1930”, in Luigi Salvatore d’Austria (Ludwig Salvator, Erzherzog von Osterreich) [1978], Le Isole Lipari. cit., p. 68.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 160 L’evento catastrofico ha causato ingenti danni, ma – bisogna sottolinearlo ­ non ha fatto vittime fra le persone che in quel momento si trovavano sull’isola, e il tempestivo intervento della macchina dei soccorsi, coordinata dalla Protezione civile, ha impedito che la situazione precipitasse. Bisogna, però, verificare se – oltre i danni materiali e lo stato di pericolosità – tutto l’intero evento non abbia creato problemi emergenziali che non sono stati appieno valutati o hanno prodotto ulteriori conseguenze nella popolazione, con risultati negativi per la vita sull’isola. È necessario, perciò, riepilogare brevemente le fasi di questa congiuntura e verificare le prospettive della situazione odierna a quattro anni dall’evento. L’allarme è iniziato con l’eruzione lavica del 28 dicembre 2002; queste eruzioni laviche costituiscono fenomeni normali dell’attività dello Stromboli e durano in genere non più di tre mesi. Si ripetono periodicamente da tempi immemorabili e anche in tempi recenti si ricordano eruzioni inusuali, come nel 1996, 1985, 1975 e così via. Nella situazione, presa in considerazione, si è aperta una bocca effusiva a bassa quota, circa 500 metri, e si è formato un canale trasversale ed interrato, che si è innestato con la caldaia del cratere, determinandone lo svuotamento, ed ha compresso e destabilizzato tutta la parete del vulcano. Questo canale effusivo, in basso, ha eroso parte del fianco del vulcano causando instabilità sulle pareti. Questa frattura, in data 30 dicembre 2002, ha causato tra le 13:15 e le 13:22, ora locale, una frana di notevoli dimensioni, in due tronconi successivi, lungo la Sciara del Fuoco a quota metri 500, calcolata in circa 7 milioni di metri cubi. L’effetto trascinamento della frana ne ha determinato una seconda in profondità. Il fenomeno, in pratica, ha causato una frana di circa 20 milioni di metri cubi ed ha riguardato la parete del vulcano che va da 500 metri sopra il livello del mare e fino a 800 metri sotto il livello del mare. Di conseguenza la massa caduta ha provocato prima un vuoto nel mare, un’enorme implosione, dovuta al risucchio, e in seguito un’onda anomala di notevole altezza. L'isola di Stromboli è stata in buona parte evacuata, perché si è temuto che un secondo costone potesse ancora cadere in mare e provocare altre onde anomale pericolose, seppur di minore portata. Dopo l’intervento della Protezione civile per fronteggiare la situazione d’emergenza il suo capo del dipartimento, Guido Bertolaso, ha commentato come eccessiva la diffusione di panico tra la popolazione costiera della Calabria, per una cattiva interpretazione del preallarme preventivo sulle coste tirreniche per l’emergenza Stromboli. Infatti, dopo l’accertamento di danni sulle coste del Vibonese, ma anche in alcune aree più lontane, si è diffuso uno stato di allerta carico di tensione non commisurato all’effetto della mareggiata. Il dovere di allertare le zone interessate all’emergenza, anche quelle dove il rischio è minore, è obiettivo principale della prevenzione, mentre diffondere, anche solo a livello psicologico, l’idea di uno stato d’emergenza continua è profondamente dannoso e può provocare seri problemi al regolare svolgimento della vita sociale delle comunità. Un’esigenza di trasparenza nell’emergenza vulcanica serve ad evitare che si possa pensare a rischi nascosti e/o tenuti segreti. In Sicilia, prima di divulgare l’ordinanza, la Protezione civile aveva preso contatto con i prefetti interessati, preannunciando e spiegando loro i contenuti dell'iniziativa, ma in genere è stata scambiata per un continuo allarme di minaccia imminente o una richiesta strumentale di stato di calamità naturale.
161 Secondo quanto pubblicato nei giorni successivi all’evento catastrofico sullo stato d’allarme a Stromboli, si è potuta constatare la mancanza di una cultura della prevenzione da parte della Protezione civile. Quanto È accaduto, secondo Bertolaso, dimostra che “manca la cultura della prevenzione tra la popolazione” tanto che ''una segnalazione È scambiata per allarme imminente”. “La gente ­ aggiunge il 24 responsabile della Protezione civile ­ si deve abituare a convivere con le emergenze e ad essere pronta”. Un discorso a parte deve essere fatto per gli abitanti dell’isola, che in questa fase critica hanno reagito in maniera consapevole e con l’aiuto della Protezione civile si sono messi al sicuro durante le fasi più acute del rischio. L’isola è stata evacuata in buona parte con gli elicotteri della Protezione civile (in un primo intervento 100 persone sono state trasferite a Messina, 40 a Lipari, poi ne sono state trasferite altre 120), perché si temeva che un secondo costone potesse cadere in mare e provocare altre onde anomale. In un comunicato di RAI 24­NEWS del 1 gennaio 2003 si sosteneva: Solo in 50 rimasti sull'isola colpita anche dal maltempo I cinquanta isolani rimasti a Stromboli, nelle Eolie, dopo la frana di una parete del vulcano che ha causato lunedì un'onda anomala di devastante potenza, hanno atteso tutti insieme il nuovo anno. Al brindisi mancavano soltanto le quattro persone bloccate a Ginostra, la frazione più inaccessibile dell'isola 25 e la più colpita dal maremoto. Stromboli. In un comunicato del giorno prima veniva riferito in termini sdrammatizzanti che gli abitanti di Stromboli riuscivano a fronteggiare l’emergenza con un certo ottimismo, cercando di esorcizzare lo stato di allerta e il disagio, mentre si preparavano a celebrare il Capodanno nei luoghi di raccolta, circondati dalla solidarietà di tutta la popolazione Sarà un Capodanno di 'fortunà quello degli abitanti di Stromboli che hanno lasciato l'isola per precauzione dopo la grande paura per il crollo in mare di un costone lavico che ha provocato un'onda anomala che ha travolto diversi edifici della costa. Resteranno quattro persone, non residenti del luogo, incaricati di sorvegliare a vista il vulcano. "Era una misura necessaria ­ spiega Mariano Bruno ­ attuata a scopi esclusivamente di prevenzione. Non c'è stato alcun provvedimento di evacuazione, ma soltanto degli allontanamenti precauzionali volontari". Bruno sottolinea che "l'emergenza c'è ma non è il caso di gridare alla grande paura". E "con grande serenità e tranquillità" il sindaco si appresta a trascorrere la notte di San Silvestro a Stromboli, con i suoi concittadini rimasti nell'isola. "Faremo una grande festa e ci divertiremo ­ annuncia ­ ma non chiedeteci quale sarà il menù, 26 perché é in fase di preparazione". Abbiamo voluto citare questo aspetto dell’emergenza in termini meno drammatici, rispetto a quelli che si sono adoperati a Stromboli negli ultimi anni, perché questo evento deve essere profondamente distinto da quello che determinò lo spopolamento dell’Isola nel 1930. 24 Tratto da “Eolie Island Web Site” – Eruzione dello Stromboli, 05.01.2003, h. 16:15 – Stromboli: Bertolaso, “nessun pericolo imminente” . 25 “RAI 24­NEWS”, Digitale terrestre (notiziario), 1 gennaio 2003: Solo in 50 rimasti sull'isola colpita anche dal maltempo. 26 “RAI 24­NEWS”, Digitale terrestre (notiziario), 31 dicembre 2002: Da amici, da parenti o addirittura con la Protezione civile.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 162 Questo aspetto, però, implica una conoscenza della situazione dei sommovimenti del vulcano Stromboli, oltre ad un’educazione e una cultura della prevenzione, che permettano un rapporto “normale” con il vulcano e i suoi possibili scenari. Tutto quanto è accaduto sarebbe stato prevedibile, se ci fosse stato un sistema di monitoraggio e questo perché fenomeni, come quelli avvenuti, hanno infinite sequenze di preavvisi diluiti nel tempo (scosse, microscosse, smottamenti anche minimi delle pareti, movimenti delle sabbie vulcaniche, ecc.) Siamo consapevoli che l’isola di Stromboli, nell'arcipelago delle Eolie, ospita uno dei vulcani più attivi del pianeta, che da 2000 anni presenta eruzioni quasi continue. Il recente intensificarsi dell'attività ha destato preoccupazione, ma non ha arrecato danni irreparabili alla comunità e pertanto bisogna individuare un sistema innovativo di facile lettura per l’intera popolazione. Ciò deve consentire di poter vivere tranquillamente sull’Isola durante tutto l’anno, godendo della sua bellezza ed unicità ambientale, con la consapevolezza che tutta la comunità e i suoi ospiti ­ turisti e visitatori ­ sono seguiti e tutelati in un itinerario costantemente protetto. In primo luogo è necessaria l’applicazione dell’innovativo sistema radar per immagini previsto dall’Unione Europea (Bruxelles, 12 marzo 2003) per segnalare in tempo reale l’attività vulcanica. In seguito al recente aumento dell'attività vulcanica, il Dipartimento italiano della Protezione civile ha chiesto al Centro Comune di Ricerca di Ispra (Italia) di misurare i movimenti tellurici sulle pendici dello Stromboli, per permettere di organizzare 27 tempestivamente interventi d'emergenza. Infine una breve notazione va riferita al sistema d’informazione immediata che è affidato alla cartellonistica e alla segnaletica. Bisogna qui ricordare la vocazione turistica dell’Isola che deve dare le migliori garanzie di sicurezza senza praticare sistemi che mirano a terrorizzare o colpevolizzare gli utenti. In un contesto del genere non si può presentare le informazioni di rischio con una segnaletica che, offrendo informazioni precise e indicazioni utili, sia realizzata indulgendo a forme di terrorismo psicologico o a drammatizzazioni ambientali. Si vuole con questo asserire che le indicazioni siano costruite con immagini che non turbino la mente dell’interessato, sia esso turista o abitante locale. In una prima fase della sistemazione della segnaletica alcuni isolani protestarono per le icone e i cartelli, collocati per indicare i percorsi assistiti in caso d’inaspettate eruzioni. La segnaletica – è stato detto ­ era poco comprensibile e ansiogena nella sua rappresentazione. Così, si era instaurata una sorda guerra fra abitanti e Protezione civile con la costante manomissione della segnaletica. La segnaletica è stata quasi tutta modificata e discussa con la popolazione, seguendo un criterio informativo sereno, modellato sulle immagini usate nella iconografia del traffico dei sistemi urbani. Il risultato è stato buono e la risposta, carica di attenzione, comincia a dare i suoi risultati. Lo spirito esplicito che deve animare questo processo è quello di informare gli abitanti, ma soprattutto turisti e visitatori dei possibili pericoli, derivanti da inaspettate eruzioni inusuali, rischi meteorologici o semplicemente dalla scarsità dell'equipaggiamento. In conclusione va osservato che, oltre ad aver bisogno di monitorare il vulcano per conoscere le sue reazioni e per prevenire le eventuali emergenze, bisogna “saper leggere” 27 Il Centro Comune di Ricerca (CCR) della Commissione userà il suo innovativo sistema radar ad alta risoluzione LISA (Linear Synthetic Aperture) per monitorare i movimenti del vulcano italiano Stromboli.
163 questa presenza per la sua relazione con l’ambiente umano. La popolazione di Stromboli per millenni ha sempre vissuto in un rapporto sensibile con la sua presenza. Ai navigatori e agli isolani (e oggi anche ai turisti) il vulcano ha sempre dato informazioni sulle condizioni atmosferiche del suo specifico microclima. Ci piace perciò terminare questo lavoro ricordando quanto ha osservato nel 1921 l’antichista Guido Libertini: Sotto questo riguardo lo Stromboli può essere considerato effettivamente un buon igrometro. Lo sviluppo di acqua in forma di gas è influenzato, per ciò che concerne la sua quantità, dalle oscillazioni della pressione dell’aria. I gas che escono dal cratere sono più visibili e prendono forma di nubi per la possibilità maggiore che hanno di trattenere l’umidità dell’aria: se quindi passano sul vulcano masse d’aria umida, la quantità di vapore emanata da esso diviene più visibile che non nel caso ci sia del vento secco nelle più alte regioni atmosferiche. Dalle citazioni di simili indizi fecero le loro osservazioni e da questa trassero forse gli antichi naviganti le loro predizioni, che Marziano Capella … attribuisce 28 giustamente al fumo che esce dai crateri. Bisogna, dunque, ricordare che anche Plinio attribuiva agli abitanti di Stromboli la capacità della predizione dei venti: «Strongyle … inqua regnavit Aeolus … a cuius fumo quidam flaturi sint venti in triduum praedicere incolae traduntur, unde ventos Aeolo paruisse existimatum» (Plinio, Naturalis Historia , III, 93). 28 Libertini G., 1921, Le Isole Eolie nell’antichità greca e romana , R. Bemporad & Figlio, Firenze, p. 28.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 164 IV 2 c A Stromboli si arriva... per diventare 29 Non è comodissimo arrivarci, bisogna proprio averne intenzione e, comunque, non è 30 facile neanche ripartirne: deve essere una necessità . L'andare ed il tornarvi fa parte di una 31 mentalità: è uno specifico della cultura isolana . 32 Avevamo visto prima ed altrove il filmato Strombolani di Stromboli , la non casuale occasione di averlo visto a Stromboli, insieme con l'oggetto della ricerca audiovisiva, cioè con gli attori, i soggetti residenti a Stromboli ci fa verificare la validità della memoria nella documentazione audiovisiva, perché si distinguono i ruoli di chi si vede, i residenti, e di chi li vede, il ricercatore culturale. Praticando questo modo di fare cinema si produce un'interiorizzazione della propria identità quale risorsa che permette di esplorare la qualità del proprio esistere e del proprio lavoro. L'ipotesi che affiora è quella di pensare che, man mano, perfezionando l'audiovisivo, dopo averlo visto, rivisto insieme, rappresenti una sintesi di intesa, tra chi è arrivato e chi già era arrivato prima, per sviluppare una qualità di vita a Stromboli insieme: forse è così che si diventa e/o ridiventa strombolani. In questo contesto si propongono alcune riflessioni quale sostegno, rinforzo, per una esperienza “cinematografica” da far fare ai bambini strombolani. La mia personale competenza professionale, infatti, mi fa porre l'attenzione sul processo culturale e comunicativo tra le generazioni. Ho verificato che il far fare un film agli allievi è un modo per fare scuola sviluppando tutta la capacità creativa ed eterogenea per una 33 sintesi di lavoro formativo nel gruppo degli allievi stessi . Il cinema fatto dagli allievi e non fatto per gli allievi funziona come modello di ricerca sulle potenzialità delle metodologie audiovisive e multimediali applicate all'apprendimento. I mezzi audiovisivi (film, televisione, videoregistratore) corrispondono ad un principio tecnico di riproduzione della percezione biologica nei registri ottico ed acustico ed al principio linguistico conseguente di utilizzo di elementi fenomenici coinvolti nei livelli percettivi sopradetti, per cui costruiscono messaggi i cui elementi linguistici determinano visivamente ed acusticamente. È evidente che attraverso l'apporto della tecnologia si è creato un tipo di linguaggio adoperato massimamente dagli uomini: quello verbale piuttosto che quello iconico come avviene nel pensiero. 29 Il fatto che questa isola sia stata prodotta da un'eruzione vulcanica dalla viscere del mare fa ipotizzare che Strombo­ lani si diventa . 30 L'esperienza del viaggio per l'Immaginario e quotidianità nelle piccole isole: contributo al concetto di insularità , Stromboli, 30­31/III­1/IV/'96, incontro di lavoro promosso dal Centro Radio Televisivo e di informazione dell'Università della Calabria, coordinato da Cesare Pitto. 31 Un'esemplificazione popolare racconta di due contadini che avevano scoperto il mare e se ne erano innamorati. Comprano una barca in società. Di fronte a sopravvenuti conflitti su questioni di proprietà del pescato decidono di separarsi segando a metà la barca. Un detto popolare che vuole sottendere una cultura, una mentalità diversa tra isolani e non. In realtà la capacità di rimanere isolati, di emigrare stagionalmente e/o per periodi più lunghi, un comportamento che transita tra l'innovazione e la tradizione forgiano un carattere da isolano. 32 Curato da Cesare Pitto. 33 Vedere Piccardo M., 1974, Il cinema fatto dai bambini, Editori Riuniti, Roma; Vincelli E., 1975, Il cinema capovolto: l'uso del cinema di ricerca nella scuola dell'obbligo, Guaraldi editore, Firenze; con tutta l'attuale attività ed archivio, in proposito, c/o la Promovideo a Pisa di Andrea Piccardo, di cui il recente 1995, La collina del cinema , Centro regionale lombardo per i servizi didattici audiovisivi, 30'.
165 Quello verbale comunica attraverso segni che indicano un'assenza di ciò che denotano, il linguaggio cinematografico comunica attraverso una presenza dei fenomeni che denota, nelle loro dimensioni audiovisive. Ciò vuol dire che chi usa il linguaggio cinematografico entra in rapporto diretto con tutti gli elementi fenomenici del reale attraverso l'elaborazione dei quali costruisce i suoi messaggi. Elaborazione che significa creare tutta una serie di relazioni che coinvolgono le dimensioni percettive ottico­acustiche, attuando un continuo ripensamento del reale che attiva l'uso di tutte le categorie logiche e psicologiche con le quali pensiamo il reale stesso. Inoltre nell'uso del linguaggio cinematografico non siamo condizionati da un preesistente codice che ci offre determinati elementi linguistici combinando i quali possiamo costruire i nostri messaggi. Gli elementi di cui ci serviamo sono gli elementi fenomenici del reale coinvolti nella percezione ottico­acustica, i quali essendo empirici, ritrovabili cioè nella fenomenologia del reale, e non astratti, ed essendo inseriti in una dimensione temporale in quanto la durata della percezione è uno degli elementi fenomenici di cui ci serviamo, non sono mai uguali a se stessi, e non costituiscono quindi un insieme di elementi linguistici convenzionali dai quali attingere per la comunicazione. In sostanza questo vuol dire che mentre per usare il linguaggio verbale è necessario un processo di apprendimento, per usare il linguaggio cinematografico questo processo non risulta affatto necessario: infatti nella costruzione delle immagini cinematografiche, l'emittente determina le condizioni della percezione di un oggetto secondo il registro ottico e quello acustico e le ipostatizza attraverso l'uso tecnico del mezzo cinematografico, 34 operazione in cui non fa altro che elaborare le modalità della sua percezione biologica . Il cinema di ricerca si definisce pertanto come l'utilizzo del mezzo cinematografico che non si basi su altri presupposti (regole, modelli, stereotipi, convenzioni cinematografiche) se non quelli relativi alla struttura del mezzo operativo per la produzione autonoma e creativa della ricerca cognitiva ed espressiva; dalla nuova metodologia cinematografica del cinema di ricerca innescata in campo scolastico deriva per educandi ed educatori un nuovo modo di stare nella scuola, di concepire i momenti educativi, didattici e socializzanti. I bambini a cui viene proposto di fare un film a scuola con questa metodologia, assumono la gestione del mezzo cinematografico in quanto autori del film, e conseguentemente assumono un ruolo pedagogicamente attivo, che mantengono fino a che sono i gestori del mezzo in tutte le sue fasi. Da ciò conseguono due fatti importanti: per quel che riguarda la dimensione psicologica, il configurarsi di quella che nella psicologia dell'apprendimento si chiama motivazione che mette in azione il comportamento e lo indirizza allo scopo, in questo caso acquisita, e l'instaurarsi della partecipazione attraverso le ricerca attiva e diretta dell'idea da parte dei bambini: ambedue costituiscono i cardini di ogni processo di apprendimento. Per la dimensione pedagogico­didattica poi, il costituirsi del nucleo tematico di riferimento (prodotto dai bambini stessi) si rivela di fondamentale importanza come forza centripeta ed organicizzante in relazione allo sviluppo di interessi e temi collaterali. Se vogliamo fare della ricerca una seria alternativa agli strumenti tradizionali dell'apprendimento, l'unica cosa da fare è fondare la ricerca sugli educandi stessi e non su un metodo, in modo che essi stessi producano insieme la ricerca ed il suo metodo. 34 Per tutte le relazioni con l'elaborazione chimica che avviene nel cervello umano sarebbe opportuno vedere la brillante produzione scientifica di Paolo Manzelli c/o il Dipartimento di Chimica dell'Università degli studi di Firenze dove ha sede l'Istituto ECO­CREA.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 166 Quest'operazione non si definisce come un gesto di cieca fiducia nelle possibilità e capacità dei bambini, in uno spontaneismo pedagogico altrettanto pericoloso del suo contrario, l'autoritarismo, ma nella ricerca da parte degli adulti di mezzi strutturati che possano, gestiti dai bambini, aiutarli nel processo di ricerca. Ogni qualvolta un gruppo di bambini si mette d'accordo sulla decisione comune dell'idea, produce un criterio metodologico di scelta: sono loro stessi che decidono quando, come e perché scegliere quell'idea e non un'altra. Non c'è bisogno di dar loro alcun metodo di ricerca: la struttura cinematografica che contiene in sé la fase dell'idea, implica dei momenti decisionali, delle scelte funzionali a livello delle relazioni interpersonali, della produzione, delle relazioni con il reale, che si configurano come un vero e proprio metodo di ricerca. Non c'è bisogno da parte di noi adulti di trovare il modo di portare i bambini dove i bambini stessi (come hanno dimostrato con la realizzazione dei loro films) arrivano, se si permette loro di esprimere le loro capacità e il loro rapporto autentico con il reale, attraverso l'uso di un mezzo che consenta loro di essere. In questo quadro concettuale si è cominciato a sperimentare la potenzialità dei mezzi 35 audiovisivi applicati alla preparante delle competenze integrate per la professionalità degli 36 37 38 insegnanti, da formare in parallelo al loro aggiornamento ed al loro perfezionamento , facendo fare a loro il loro cinema. Questa ipotesi ci viene dall'evoluzione tecnologica anche nel campo della multimedialità ed alla preponderante importanza che nella realtà sociale attuale, sempre più determinata dalla comunicazione, assume la capacità di gestire la ricerca del proprio sapere in costante rapporto con la realtà in evoluzione. Capacità che può essere potenziata da un corretto ed intelligente utilizzo delle metodologie che il linguaggio audiovisivo ci mette a disposizione. Non mi pare che l'esperienza dei bambini di scuola elementare di Stromboli possa essere negativa solo perché può esistere un solo insegnante per tutte le cinque classi. Questo potrebbe essere il minor male rispetto al fatto che possono avere una loro scuola che li valorizzi come strombolani ed avere lo stesso gruppo di lavoro per cinque anni, magari evitando traumi di bocciature, per esempio, con un insegnante che valorizza le differenze integrandole, quali presupposto di arricchimento piuttosto che praticare l'omogeneizzazione 39 indotta . Il problema è che gli insegnanti sanno far imparare come hanno imparato loro. Non sempre ciò è funzionale rispetto alle nuove situazioni in cui noi dobbiamo comunicare, o, meglio, dobbiamo insegnare; perché la velocità di cambiamento delle situazioni interrelazionali non ne permette un organico adattamento. 40 Cambiano e si evolvono in modo esponenziale gli oggetti della comunicazione­ insegnamento, le motivazioni umane, il ritmo psico­spazio­temporale, i segnali multimediali di cui siamo più riceventi che trasmittenti. La versatilità acquista un ruolo determinante per la formazione della professionalità dell'insegnante­formatore, tesa ad approcciarsi al futuro con un modello metodologico elastico piuttosto che definito per lungo periodo, così come l'aspettativa dei suoi stessi allievi. Per cui occorre: 35 Non è più sostenibile una prassi mono disciplinare o multi­pluridisciplinare, perché occorre saper lavorare in gruppo interdisciplinare (altro è la transdisciplinarietà). 36 Il sapere essere consapevoli dei propri limiti e capaci di gestire creativamente le risorse del proprio carattere. 37 Il sapere. 38 Il saper fare attraverso un'interfaccia. 39 Don Milani ne avrebbe fatto un laboratorio di scuola. 40 Con l'avvento delle successive e sempre più imminenti generazioni informatiche.
167 ­ un sapere sempre più aggiornato di conoscenza nel proprio campo [mono/pluri/inter/trans] disciplinare; ­ un saper fare nel gestire il sistema multimediale, usando le tecnologie informatizzate con maggiore facilità e rigorosità nella comunicazione; ­ un saper essere a conoscenza del proprio carattere, quale risorsa, attraverso cui viene veicolato sia la performance dell'identità professionale, che il feed­back dell'aspettativa professionale; perché l'interrelazione umana, intrecciata con le più eterogenee motivazioni, abbisogna di una sempre più esigente qualità, rispetto alla quantità dei tempi sempre più ridotti e/o delle distanze sempre più lontane, quale setting fisico a disposizione. In tale contesto occorre inventarsi una sorta di laboratorio di idee e tecniche per affrontare metodologicamente il treppiede costituito da questi tre saperi, attraverso un 41 contratto di consulenza , al fine di risolvere problemi con un corretto rapporto tra conoscenza e sua divulgazione. Eppure in tale contesto i bambini strombolani anche per continuare la scuola dell'obbligo devono imparare ad emigrare, perché il mare secondo il suo umore può allontanare ciò che in linea d'aria occorre per raggiungere distanze che in Roma sono codificate nella pianificazione dell'organizzazione di una giornata feriale normale. La nascente società postindustriale, infatti, sta spostando la sua base di sviluppo dalla produzione di oggetti all'espansione di informazione, che sono necessari perché la produzione primaria amplii i propri mercati e perché la società possa essere culturalmente organizzata per rispondere alla nuova dimensione di innovazione della produzione. L'economia dei processi di informazione assume quindi un importante rilievo nella società contemporanea. Oggi tale situazione di crescita economica può essere migliorata dai processi di collegamento in rete interattiva del tipo INTERNET. Possiamo già constatare infatti che quanto maggiore è il livello di utilizzazione delle reti di informazione quanto più elevata è la crescita economica dei paesi che si sono posti all'avanguardia di questo processo di sviluppo dell'informazione interattiva, che si estende ad ogni settore commerciale e del lavoro. Bisogna ben comprendere però che il processo di espansione dei processi di informazione interattiva non è linearmente crescente, infatti bisogna attentamente considerare che tali processi necessitano di notevoli investimenti tecnologici ed inoltre di assunzione di nuovi modelli mentali e di organizzazione e formazione del lavoro e, quindi, tutto ciò tende a generare più o meno gravi ritardi al ritorno economico degli investimenti. Sappiamo infatti che l'utilità dei processi di informazione è correlata all'audience e che quindi il gradiente di espansione dell'informazione è supposto a criteri di accettabilità culturale dei messaggi, nonché dalla capacità effettiva di gestione operativa delle reti d'informazione interattiva. Quello che conta infatti è l'ottenimento dell'attenzione dei potenziali utenti del servizio informativo, che dipende, in gran parte, dalla loro convinzione e comprensione dell'utilità effettiva di affrontare un costo aggiuntivo di esercizio, il cui ritorno economico può subire lunghi ritardi. Non convince, infatti, l'utenza la sola potenzialità tecnica del servizio, in quanto va fatta una netta distinzione tra la quantità e la velocità di trasmissione di messaggi, che si fonda sul miglioramento delle tecnologie di informazione e la loro efficace comunicabilità e significazione, vista in relazione all'espansione dell'audience. È noto infatti che grandi quantità di informazione possono di fatto inibire l'effettiva significazione dei messaggi, ciò in seguito a processi di saturazione della volontà di ascolto, 41 Forse non occorrerebbe nemmeno inventarselo visto che esiste vicino, in linea d'aria, il Centro Radio Televisivo e di informazione dell'Università della Calabria che ha tutto il potenziale per attivarsi quale agenzia anche formativa .
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 168 di conseguenza si deve prendere in considerazione la necessità di evitare l'istaurarsi di una relazione inversa tra quantità d'informazione ed effettiva comunicazione interattiva. Tutto questo significa che nell'economia dei processi d'informazione esercitati su reti telematiche dovremo tener conto di due fattori: il primo relativo al miglioramento delle reti, il secondo relativo all'ottimizzazione della loro efficace utilizzazione interattiva; quest'ultimo parametro di efficienza mette in gioco non tanto il capitale monetario, ma il capitale umano; quest'ultimo come sappiamo è difficilmente quantizzabile in termini economici tradizionali. L'ampiezza dell'audience, che è il fattore che conta nel valutare l'economia dei processi d'informazione, dipende quindi da fattori tecnologici, ma anche ed in gran parte dal fattore umano e, pertanto, la possibilità di un guadagno sugli investimenti viene a scaturire da un'oculata temporalizzazione dell'investimento relativo alla promozione ai due fattori che sono decisivi nell'economia dei processi d'informazione interattiva. Da sempre si è detto che il tempo è denaro, ma nel caso dell'economia dei processi d'informazione osserviamo che neppure il fattore tempo acquisisce un valore lineare e continuo, ma diviene esso stesso una funzione binaria in quanto bisogna mettere a punto una duplice relazione temporale che sussiste per mettere in sincronia la soglia di sviluppo tecnologico delle reti, sotto la quale l'ampiezza dell'audience risulta insufficiente, con la soglia di convenienza di utilizzazione del servizio d'informazione, che viene a dipendere dalla reale risposta interattiva ottenibile dalla comunicazione dei messaggi. Quest'ultimo fattore, che di fatto regola la diffusione dell'informazione interattiva , rappresenta il parametro più delicato da stimolare, ma è anche il più decisivo e fondamentale, per perseguire la transizione in atto tra società industriale e postindustriale. Certamente i Paesi che non riusciranno per una ragione o per l'altra a rendere rapida tale transizione si troveranno arretrati nella scala della divisone internazionale del mercato e del lavoro. Per una non desertificazione anche del rapporto culturale e comunicativo tra le 42 43 generazioni nelle aree come quella di Stromboli occorre la generalizzazione di una sorta di laboratorio per la ricerca educativa dell'Università che, rendendosi conto di questa nuova frontiera dello sviluppo socio­economico contemporaneo, mettesse a punto una strategia scientifica e culturale finalizzata a stimolare la comprensione e la creatività necessaria ad acquisire coscienza e competenze adeguate per rendere efficienti i nuovi processi d'informazione in relazione al settore del capitale umano. 42 Già non molti anni fa dovendo viaggiare per mare tra le isole ed il continente anche semplicemente per la parteci­ pazione ad un convegno, il caro amico e collega, Marcello Lelli mi faceva osservare che era sfacciata la fatica ed il tempo impiegato in nave non tanto a confronto con l'aereo, perché era realmente meno economico comunque, ma in rapporto ad una video conferenza che poteva essere veicolata attraverso canali utili per tante altre cose e quindi ragionevolmente più economica anche umanamente. Sarà dura scrostarsi questa cultura del ferro [come lui la chiamava] di dosso: concludeva. 43 Intenti di questo genere sono già realizzabili in alcuni microcosmi: basterebbe anche cominciare a valorizzarli.
169 IV 2 d Iddu di Fiorella Tonello Missione a Stromboli­Ginostra­ agosto 2005. La mia prima volta in questa isola splendida per l’energia e la violenza della natura. Sappiamo tutti dell’ultima violentissima esplosione del 5 aprile 2003, paragonabile a quella del 1930, avvenuta in particolare dalla bocca di Ginostra, con nubi alte km, colpisce l’isola. Si è avuta la fuoriuscita di massi grossi quanto automobili, dal peso di svariate tonnellate, e poi una seconda esplosione, dalle viscere dello Stromboli fuoriesce un enorme materiale scuro, incandescente e galleggiante molto simile alla pomice, sparato in mare davanti a Ginostra, ostruisce lo scalo del “Petruso”. In realtà non ci sono feriti ma la paura è tanta!! Ho trascorso dei giorni a Stromboli per leggere tra le righe e attraverso testimonianze lo spirito di queste persone che vivono un isola dove il vulcano ogni giorno dà evidentissimi segni di vita, dove non mancano i visitatori alle bocche o coloro che ammirano le piccole esplosioni dal mare; una sera un giovane abitante di Ginostra guardando il mare verso le prime ore della notte, disse: “mi sembra un cimitero” proprio per le innumerevoli luci di imbarcazioni che attendevano lo spettacolo del vulcano. Quindi il vulcano è diventato una attrazione turistica, una forza della natura che piace per il suo essere presente “senza far male”, infatti parlano di “vulcano buono” perché nel corso dei secoli ogni sua grande esplosione non ha mai generato morti…quasi per fatalità o per coincidenze, le persone non erano nelle loro case! “Iddu”, così è chiamato familiarmente lo Stromboli da coloro che abitano l’isola, un vulcano che pare abbia bisogno di esprimersi e di mostrare alla gente del posto la sua magnificenza e presenza senza voler sconvolgere l’equilibrio dell’isola. Come dice Francesco, giardiniere dell’isola, al vulcano bisogna rendere omaggio, l’uomo non deve dimenticarsi del potere della natura e che fino ad oggi l’uomo è stato salvato nonostante stia cercando di modificarne il suo ecosistema . Quest’uomo mostrava contentezza e riconoscenza per poter vivere ancora su quest’isola dopo l’ultimo evento, e, ringraziava la protezione civile per la realizzazione di ciò. Ma condannava coloro che pensano al solo profitto e non si preoccupano oppure dimenticano il potere del vulcano e quindi minimizzano gli eventi di calamità che sono da poco successi. In questo soggiorno sull’isola mi sono resa conto del forte e inalienabile legame tra la gente locale e “iddu”: quando parlo di locali intendo anche coloro che vi abitano per alcuni mesi ma da lungo tempo; si coglie una identità personale collegata alla presenza del vulcano e la gente sembra quasi tranquillizzata dai segni di vita che manda in svariati momenti della giornata. In effetti i locali sembrano conviverci e non preoccuparsi di effettivi pericoli che potrebbero sopraggiungere: un esempio è la salita alla cima del vulcano che dopo l’ultima eruzione è diventata accessibile solo tramite una guida specifica; a questa nuova realtà pare non volersi assogettare le persone del posto che da anni salgono al vulcano soli quando ne sentono il bisogno. Credo che l’effettiva difficoltà sia di sensibilizzare la gente dell’isola a prendere certi accorgimenti e precauzioni giornalieri per prevenire eventi spiacevoli, per loro questo significherebbe cambiare abitudini di anni e anche incidere su un rapporto stretto, oserei dire quasi “simbiotico” con questa grande forza della natura, ovvero “iddu” da cui sembrano sentire anche “un senso di protezione”. Sappiamo che tutti gli isolani si contraddistinguono per un forte legame e rapporto con la propria terra e per una certa resistenza a modificazioni provenienti dall’esterno, cioè da coloro che vivono nel continente. Ed è proprio questo il problema che si comincia a delineare
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 170 oggi quando effettivamente i pericoli ci sono e diversi antropologi, sociologi e psicologi vi stanno studiando con particolare interesse per portarli all’attenzione pubblica facendo leva in particolare sui locali. Questo è anche il lavoro che sta compiendo la nostra associazione di psicologia dell’emergenza ed a questo sono dovute le nostre missioni sull’isola.
171 IV 3 Il caso HARIA ovvero sui rischi industriali IV 3. a. Il sistema in­formativo La pianificazione delle emergenze, che possono verificarsi nelle industrie considerate a rischio di incidente rilevante da sostanze pericolose, è considerata un’attività complessa che prevede il coinvolgimento di numerose figure professionali, con formazione differenziata, e 44 delle istituzioni, che hanno strutture ed organizzazioni diverse . La gestione del flusso informativo tra gli addetti alla pianificazione implica problematiche specifiche dovute sia alla tipicità delle informazioni da trasmettere che dal linguaggio utilizzato. 45 L’obiettivo del progetto di ricerca HARIA­2 [Handling Algoritms for RIsk Assessment] è quello di realizzare un prodotto software, da utilizzare in sede di 46 pianificazione delle emergenze industriali […] la cui principale innovazione è la proposta d’integrazione di una modellistica relativamente avanzata d’analisi degli incidenti industriali con moduli di raccolta ed analisi delle informazioni necessarie allo scopo. L'obiettivo da raggiungere è la messa a punto di un programma capace di analizzare i rischi ambientali dovuti alla presenza di siti industriali, all'interno dei quali vengono trattate sostanze tossiche possibili cause di inquinamento atmosferico. 47 Il software sviluppato, sfruttando la tecnologia GIS e modelli matematici probabilistici di diffusione di gas in atmosfera, permette di prevedere l'andamento della nube tossica. Ciò avviene basandosi su dati, mantenuti dallo stesso software, relativi all'orografia circostante al sito industriale, alla situazione meteorologica, alle caratteristiche dello stabilimento compresa la dislocazione degli impianti a rischio, alla tipologia di rilascio del gas tossico e alle caratteristiche chimiche, fisiche e tossicologiche del gas disperso. Il carattere più originale del sistema HARIA­2 è la presa in conto della dinamica dell’incidente, includendo il comportamento della popolazione e la integrazione ditutte le 48 informazioni utili sia per il supporto alle decisioni sia alla formazione degli operatori . 49 Nell’ambito del progetto di ricerca di HARIA­2 , il Dipartimento di Scienze Sociali 50 dell’Università degli Studi di Pisa, attraverso una ricerca intervento, o ricerca applicata , sulla formazione comunicativa nella preparazione professionale di coloro che sono preposti 44 V. Barlettani M, Tebaldi C., Gabbrielli S., Un primo caso di applicazione di Haria­2 alla pianificazione dell’emergenza , atti della Sessione 3: Pianificazione Gestione di Emergenze Tecnologiche, Sessione Speciale Progetto Haria­2, del Convegno “Valutazione e Gestione del Rischio negli insediamenti civili ed industriali”, Pisa 6­8 Ottobre1998, pp.6. 45 Coordinata a livello nazionale dal Prof. Ing. Marino Mazzini, del Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Nucleare e della Produzione nell’Università degli Studi di Pisa. 46 Barlettani M, Tebaldi C., Gabbrielli S., ibidem. 47 Geographical Information System. 48 Barlettani M., Mazzini M., Volta G., Il sistema informatico HARIA­2: una metodologia per la pianificazione e gestione di emergenze tecnologiche, http://service2.area.fi.cnr.it/protezionecivile, La sfida dei grandi rischi alla soglia del nuovo millennio 1998, pp.2. 49 V. sul sito http://www.hyperborea.it/Pert/index.html. 50 V. nota 7 a p.10 della Presentazione e cfr. Bailey Kenneth D., 1995, Metodi della ricerca sociale, il Mulino, Bologna, p.40.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 172 51 alla previsione, prevenzione e gestione dei rischi chimico­industriali­ecologici , si pone l'obiettivo di considerare il comportamento umano come diretto agente sul calcolo delle conseguenze dovute ad una situazione incidentale. L’esperienza mostra come nelle emergenze reali le cose spesso si discostano da quanto fissato nei piani: l’allarme può essere dato da una persona diversa da quella prevista dal 52 piano , possono essere scelti canali di comunicazione non contemplati nel piano stesso, i mass media possono prendere iniziative proprie senza attendere informazioni dalle fonti ufficiali, la popolazione può assumere comportamenti che si discostano dalle regole da rispettare per un agire adeguato. La pianificazione è, quindi, un efficace strumento insostituibile per migliorare il modo di lavorare di tutti coloro che sono coinvolti nell’analisi di emergenze reali. Stabilire sul campo relazioni corrette, migliorare la conoscenza e creare funzionali collaborazioni sono fattori essenziali per una migliore gestione dell’emergenza. Tra le molteplici attività che impegnano la nostra Unità Operativa di ricerca [DSS­ UniPI], vi è il perfezionamento dello studio sulla comunicazione tra le organizzazioni di soccorso impegnate in un intervento di aiuto alle popolazioni colpite. Le caratteristiche delle stesse sono state analizzate, individuando quegli aspetti quali, risorse tecnico­logistiche, piani di attivazione, diagrammi gerarchici, ecc., che possono essere utilizzati da strumenti di calcolo automatico per evidenziare qualitativamente le potenzialità di un'azione di soccorso. L’Unità Operativa di ricerca ha quindi enucleato le caratteristiche delle organizzazioni di soccorso ed ha predisposto specifiche metodologie di controllo qualitativo che, se informatizzate, possono essere successivamente controllate e verificate in base all'osservazione partecipante; attività, questa, iniziata nel Giugno 1998 nel Comune di Rosignano Solvay, sede di uno stabilimento, del Gruppo Solvay, la cui attività è soggetta a notifica e a dichiarazione, secondo le disposizioni di legge, che per caratteristiche tecnologiche ed ambientali si presta ad essere considerato come rappresentativo per lo studio 53 dell'efficacia dei risultati raggiunti dalla ricerca . L’obiettivo è, quindi, quello di sviluppare uno strumento informatico integrabile per e con Haria­2, capace di evidenziare vantaggi, limiti, efficacia delle strutture organizzative e dei flussi comunicativi non solo per un software ma anche con un sistema in­formativo. L’incidente è un evento subitaneo, improvviso, ma mai isolato, può essere visto come la risultante di due ordini di fattori: da una parte tutto l’apparato strutturale, tecnologico ed organizzativo e dall’altra il modo con cui gli uomini operano all’interno della struttura, tanto che “l’evento disastroso è il prodotto di un’interazione complessa fra variabili fisiche e 54 sociologiche” . Ciò significa affrontare le molteplici divergenze e contraddizioni tra le varie tecnologie, concezioni organizzative, insieme alle contrapposizioni e divergenze tra gruppi, così come tra individui all’interno dei gruppi. 51 Con la responsabilità scientifica del Prof. Giuseppe Sica. 52 Cfr. PERT 05/10/1999, p.1, l’allarme della fuoriuscita di una nube tossica dalla HOECHST AG, nel quartiere die Griesheim, una zona di Francoforte sul Meno, il 22/2/1993, è stato dato alla polizia, che poi ha informato i vigili del fuoco, da un passante che andava al lavoro! 53 V. PERT 31/12/1998, pp.17­34, allegato su Approccio alla Ricerca­intervento sul comportamento organizzativo nella gestione dei rischi chimici, industriali ed ecologici, a cura di Francesco Gabbrielli e Giuseppe Sica, Settembre 1997. 54 Maraviglia L., Ruggeri F., Proposta di osservatorio sociologico sugli eventi catastrofici, atti della Sessione 6: Formazione e Informazione per la sicurezza, del Convegno “Valutazione e Gestione del Rischio negli insediamenti civili ed industriali”, Pisa 6­8 Ottobre1998, pp.10.
173 La struttura organizzativa, da un lato, e il modo in cui gli individui si rapportano con essa, dall’altro, sono due momenti di un’analisi precisa che deve essere svolta per avviare un corretto percorso formativo. 55 La formazione non può essere intesa come un modello da acquisire passivamente da colui che, in quel momento, appare il soggetto depositario delle conoscenze e abilità, che trasmette in modo unidirezionale con l’unico obiettivo di integrare i partecipanti al modello proposto. La formazione psicosociale vede impegnati gli individui stessi ad acquisire la capacità di scoprire e creare propri modelli ed il percorso formativo è la risultante di diverse forze che agiscono in modo interdipendente in un dato contesto. Gli individui che partecipano alla formazione sono tutti i soggetti coinvolti nel processo cioè sia coloro che la richiedono per conto ed in nome dell’organizzazione, sia i formatori che la progettano e la realizzano, sia i soggetti che la richiedono. È importante, nonché più efficace, che la formazione sia sentita, che i soggetti abbiano la consapevolezza di un bisogno reale e personale. Le tecnologie informatiche permettono di sviluppare programmi, ovvero sistemi, che 56 siano allo stesso tempo formativi , nei quali è sufficiente utilizzare un Data Base che riporti e renda fruibile nel più breve tempo possibile, anche a persone non esperte d’informatica, le categorie d’informazioni organizzative essenziali 57 . Pertanto, è stato possibile ipotizzare un modello di software che si propone, per la sua intrinseca specificità di utilizzo, nell'ambito di simulazioni di intervento, come uno strumento di conduzione di percorsi formativi sugli interventi di soccorso e sulla sicurezza degli 58 impianti . Attraverso la partecipazione all'ampliamento del documento di specifica dei requisiti utente redatto da Ingegneria dei Sistemi e Ingegneria della Sicurezza di Ispra del Centro Comune di Ricerca, dal CSE­VVF, e dal Dipartimento di Costruzioni Meccaniche e Nucleari, l’U.O. di ricerca del Dipartimento di Scienze Sociali ha sperimentato sia attivamente che documentalmente le metodologie essenziali di software engineering, ha acquisito strumenti hardware e software, consolidando la propria capacità di partnership in una ricerca mirata alla 59 produzione software . 60 Le considerazioni emerse dal primo approccio teorico evidenziano che per condurre un'analisi del comportamento umano in situazioni d'emergenza, occorre studiarne i diversi aspetti con un lavoro interdisciplinare. 55 V. PERT 31/12/1998, p.10, circa la Gestione del lavoro di gruppo in aula di formazione. 56 V. PERT 31/12/1998, p.53, circa le Considerazioni sull'uso di HARIA­2: non solo software, ma un sistema formativo. 57 V. la demo sul sito http://www.epii­gn.org/sica/interfaccia/Interfacciarifatto.htm. 58 V. PERT 31/12/1998, p.5, circa gli Obiettivi del Dipartimento di Scienze Sociali. 59 Per quanto riguarda l’hardware si è ormai raggiunto un livello di esigenze tale che quello che si sta utilizzando è già obsoleto per tutto lo sviluppo softvare prevedibile. In specifico, per esempio, la periferica cellulare per due ordini di motivi: 1. l’attuale modello non prevede un software che permetta, oltre che archiviare, attraverso l’operazione di trasferimento dei files [fax e/o SMS], la gestione autonoma in tempi e ambienti remoti degli stessi files; in genere, nei primi momenti di una catastrofe, le prime cose a rendersi indisponibili sono i ripetitori, per cui, è ormai tradizione di qualsiasi Disaster Manager , in questi minuti, appoggiarsi alle risorse C.B. [Citizen Band]­radio. Tale strumento è oggi utilizzabile non solo per le comunicazioni vocali ma anche per le comunicazioni documentabili [es. fax] e gestibili in tempi e ambienti remoti. 60 V. PERT 31/12/1998, p.17, circa l’Approccio alla Ricerca­intervento sul comportamento organizzativo nella gestione dei rischi chimici, industriali ed ecologici.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 174 Per ciascuno degli aspetti che vengono presi in considerazione è fondamentale 61 individuare la metodologia più adeguata . In particolare è necessario identificare e verificare sperimentalmente gli strumenti utilizzabili dagli addetti alle operazioni di soccorso in disastri tecnologici con riferimento al rilascio di gas tossici. 62 In questo contesto gli aspetti di cui tenere conto sono i seguenti : la suddivisione tra il problema dell'organizzazione dell'intervento di soccorso e quello della comunicazione verso la popolazione; il modo di analizzare l'organizzazione, di cui sono chiaramente importanti e da gestire con un adeguato software, gli aspetti quantitativi riconducibili a persone e mezzi; gli aspetti qualitativi come qualifiche e capacità. Particolare importanza assume l'analisi qualitativa dell'organizzazione, perché è da essa che si ricavano i dati più utili per sviluppare, caso per 63 caso, il progetto formativo più adeguato ; l'analisi organizzativa deve essere il risultato di un lavoro svolto dagli addetti con la guida di consulenti esperti nella formazione di gruppo. In questo modo, essi potranno poi verificare, con più cognizione di causa, nelle simulazioni sviluppate con il software, la 64 congruenza delle scelte organizzative rispetto ai risultati attesi . Per migliorare le capacità di aiuto alle popolazione, da parte delle organizzazioni del soccorso, è necessario che vengano analizzati gli aspetti qualitativi delle organizzazioni stesse che possono essere integrati in un software dedicato allo studio delle dinamiche coinvolte nella progettazione, nella pianificazione, nella verifica e nell’attuazione di un piano di emergenza. Le organizzazioni del soccorso possono essere analizzate attraverso le metodologie di 65 "consulenza del lavoro ed organizzativa" . In tali analisi vengono coinvolti molti aspetti della Psicologia, della percezione umana e della cultura organizzativa. Inoltre, il comportamento dei singoli coinvolti dall'organizzazione in fasi di emergenza può essere molto diverso da quello previsto o stabilito nelle fasi precedenti l'allertamento, cioè le fasi di pianificazione dell'intervento e, ancora prima, della determinazione dei ruoli dell'organizzazione di soccorso. I conflitti di responsabilità che spesso si verificano nella gestione vera e propria dell’emergenza sono, in larga misura, imputabili ad una carenza di regole ben definite, che possono determinare sovrapposizioni di competenza. I piani di emergenza, quindi, dovrebbero essere verificati e tarati attraverso esercitazioni sul campo con simulazioni. Per meglio analizzare l'andamento dell'intervento è stata implementata una applicazione software capace di rendere possibile un confronto tra i gli obiettivi fissati negli schemi di intervento ed i risultati ottenuti in un intervento simulato. 66 Il modello software proposto permette di memorizzare i dati riguardo le organizzazioni, i ruoli, le persone, i mezzi comunicativi e tecnico­logistici, nonché i diagrammi che qualificano l'operatività dell'organizzazione stessa. Il software: Data Base pianificazione 61 V. PERT 31/12/1998, p.8, circa la Metodologia. 62 V. PERT 31/12/1998, p.13, circa l’Analisi. 63 V. PERT 31/12/1998, p.54, circa le Considerazioni sull'uso di HARIA­2: non solo software, ma un sistema formativo. 64 V. PERT 31/12/1998, p.56, circa le Considerazioni sull'uso di HARIA­2 le esercitazioni con il software. 65 Non riprodotti attraverso il software. 66 In accordo con quanto in fase di realizzazione da parte del Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Nucleare e della Produzione.
175 67 Partendo dagli studi realizzati e dopo la verifica dei risultati delle sperimentazioni , il 68 69 DSS ha realizzato un software , che rappresenta il primo passo verso una raccolta di dati utili ad una valutazione dell'efficacia delle organizzazioni coinvolte nelle emergenze. Tale raccolta serve anche a fornire una base all'analisi concettuale finalizzata allo sviluppo di un sistema a supporto della definizione e/o del perfezionamento del piano di emergenza 70 attraverso simulazioni e attività formative mirate. Da una prima demo , si è infatti passati alla versione “monopattino”, mutuando un termine usato dall’Hyperborea s.c, che ci 71 permetterà di arrivare, nel prossimo futuro alla versione “space­shuttle” , sempre mutuando il termine dall’Hyperborea s.c. Ed è in questo clima culturale che negli ultimi anni si è andato sempre meglio 72 definendo , fino, speriamo, alla prossima realizzazione, la “creazione” di un nuovo software: 73 l’Human Factor Simulator (HFS) . Il progetto si pone come obiettivo la realizzazione di un applicativo software in grado di simulare il funzionamento dei piani di emergenza attraverso una descrizione parametrica degli operatori e dei compiti coinvolti ed un trattamento statistico del comportamento della popolazione interessata. Questo approccio consente di verificare, tramite ripetute simulazioni virtuali e specifici test pratici, la validità del piano di emergenza e i suoi eventuali punti deboli evidenziando gli spazi più opportuni per l’applicazione di interventi formativi sugli operatori e informativi sulla popolazione, riducendo enormemente la necessità di esercitazioni complessive sul campo. Per semplificare la fase di inserimento dei dati relativi al piano di emergenza, il software di simulazione sarà dotato di un’interfaccia grafica geograficamente referenziata basata su tecnologia GIS [Geography Information System]. Il software di simulazione fornirà inoltre indicazioni importanti sulle informazioni da acquisire per una corretta progettazione e gestione delle emergenze. La nostra proposta si basa sulla consapevolezza che un’adeguata pianificazione territoriale ottenuta con l’utilizzo di questo software consenta alle Pubbliche Amministrazioni di diventare “tutor del territorio” contribuendo in maniera determinante al miglioramento dei servizi e all’aumento della qualità della vita. Il progetto intende realizzare, tra l’altro, uno strumento software dinamico, adattabile alle diverse situazioni di emergenza (anche improvvise, non comprese nei piani di emergenza), esportabile anche in altri paesi non europei dove non è sempre garantito il rispetto dei diritti umani. 67 Purtroppo i tentativi di effettuarle con la Prefettura di Livorno, il comune di Rosignano Marittimo e con la Solvay, veri fruitori del software, sono stati vani. La necessità di sperimentare il Data Base con l’immissione di dati reali aveva, ed ha, come obiettivo la verifica delle specifiche fasi del Piano di Emergenza durante e dopo la/e simulazione/i. Ma dagli incontri presso la Prefettura prima, e presso il Comune poi, non presso la Solvay a causa del loro temporeggiare, è stato possibile registrare, solo, una non disponibilità di dati [sic!]. Pertanto si è proseguito nell’attività, a questo punto solo di test funzionale del programma stesso, con dati fittizi inseriti solo a titolo esemplificativo. 68 In collaborazione con Hyperborea s.c., http://www.hyperborea.com/New. 69 Data Base Pianificazione. 70 V. PERT 31/12/1998, p.94, circa i Prototipi di finestre di dialogo per la demo di Haria­2. 71 V. PERT 13/01/2000, pp.3, circa il Progetto2000:Assistente software per la Definizione dei Piani di Emergenza per e con HARIA­2. 72 Sempre attraverso la consulenza dinamica tra i due esperti, Nicola Ronci e Rodolfo Fabiani. 73 Dettagli tecnici: formato di scambio XML per una totale integrabilità con qualsiasi sistema di simulazione dell'evento fisico di emergenza;struttura dei dati georeferenziabile per l'applicabilità al contesto territoriale specifico; integrazione con applicativi GIS e web based per la costruzione di un'interfaccia di progettazione user­friendly. Per la progettazione ondine curata da Paolinelli A. e Sica G. cfr. http://www.epii­gn.org/ssati/Laboratorio/HFS.htm.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 176 Si prevede, infine, la verifica dell’acquisizione da parte dei gruppi volontari coinvolti di competenze idonee a fronteggiare situazioni di emergenza, mediante l’uso del software.
177 IV 3. b. L’informazione e la comunicazione Nell’ambito della riflessione sulla logica delle organizzazioni operanti nelle fasi di un’emergenza che vanno dalla pianificazione previsionale alla ricostruzione, il comportamento umano è una variabile indipendente importante e, proprio perché legata 74 all’uomo, intrinsecamente complessa . In tale contesto di complessità, per la formazione e l’addestramento degli addetti, occorre dotarsi di una prassi metodologica che sia legata alla verifica qualitativo­quantitativa dell’informazione previsionale fornita alla popolazione investibile da un potenziale evento tecnologico­industriale. A proposito dell’informazione il legislatore, al comma 4 dell’articolo 22 del Decreto Legislativo 344/99 dispone che “Il comune, ove è localizzato lo stabilimento soggetto a notifica porta tempestivamente a conoscenza della popolazione le informazioni fornite dal gestore […]” ed al comma 5 prevede che: Le informazioni sulle misure di sicurezza da adottare e sulle norme di comportamento da osservare in caso di incidente sono comunque fornite dal comune alle persone che possono essere coinvolte in caso di incidente rilevante verificatosi in uno degli stabilimenti soggetti al presente decreto.[…]. Per un corretto processo informativo l’informazione da sola non basta. La consapevolezza del rispetto formale della legge, relativamente all’informazione dei cittadini, non deve indurre a considerare concluso il processo informativo solo con un mero atto divulgativo. Un completo processo comunicativo, per essere tale, necessità di un lavoro specifico di 75 studio e di verifica metodologica su ciò che l’informazione fornita ha prodotto e modificato nel comportamento umano legato agli eventi calamitosi. Perché ci sia comunicazione, intesa come un “processo che implica la trasmissione di 76 informazioni da un emittente ad un ricevente” , sono indispensabili tre elementi: emittente, messaggio e destinatario. Il processo comunicativo si avvia da una fonte, o emittente, che intende trasmettere un messaggio, che codificato può essere inviato attraverso un canale ad un destinatario il quale, mediante la decodifica, può apprendere ciò che l’emittente comunica. In questo processo “ la comunicazione non può essere considerata semplicemente un 77 processo di codifica e decodifica automatico in base ad un codice comune” , infatti, il messaggio per essere tale deve essere contornato dai dati che ne costituiscono il contesto, solo con il rispetto di questi presupposti, il processo comunicativo può risultare efficace. Inoltre esso necessita di ulteriori momenti di riflessione, di verifica e di conferma, ma soprattutto, della concreta interazione. 78 Anche Habermas definisce l’agire comunicativo come: 74 V. PERT 30/03/2000, p.6, Fig.1 – Modello semplificato di relazione evento­comportamento (HARIA­2 – DSU Università di Trieste/ISIG) di L. Pellizoni – D. Ungaro. 75 Immagine tratta da Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza , Andrea Vallerini Editore, Pisa, p.29. 76 Forgas J.P., 1989, Comportamento interpersonale, Armando Editore, Roma, p.124. 77 Paolicchi P., 1994, La morale della favola , Edizioni ETS, Pisa, p.96. 78 Habermas J., 1997, Teoria dell’agire comunicativo, il Mulino, Bologna, p.157.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 178 […] l’interazione di almeno due soggetti capaci di linguaggio e azione (con mezzi verbali ed extra­verbali) che stabiliscono una relazione interpersonale. Gli attori cercano un’intesa tramite la situazione di azione per coordinare di comune accordo i propri piani di azione e quindi il proprio agire. L’importanza di questo approccio risiede nel rapporto tra comunicazione e comportamento: il messaggio è chiaro? come viene recepito?, interiorizzato? il ricevente ha motivo di ascoltarlo? la comunicazione deve essere qualitativamente verificata e, soprattutto in un contesto considerato a rischio, quale è quello di emergenze industriali, portare ad una simulazione con 79 relativa taratura, che sia più realistica possibile . L’importanza della comunicazione risiede negli aspetti che sono strettamente collegati alla formazione di tutti i soggetti coinvolti nel processo; attraverso la formazione si può agire 80 sulla comunicazione per favorire i cambiamenti organizzativi . In questo senso si è riscontrato che a fronte di comunicazioni aventi carattere ufficiale e indirizzate ad orientare i comportamenti delle popolazioni interessate, si sono parallelamente e autonomamente attivati, senza alcun controllo, i più disparati canali informativi che vanno dall’amico, al premio Nobel e che in definitiva sedimentano un quadro informativo complessivamente disarticolato e poco coerente, fondato, spesso, sulla fiducia o sul sospetto nei confronti della informazione pubblica di carattere ufficiale. In altro senso va considerato il fatto che determinate classi di eventi, quali possono essere quelle legate ai settori chimico­industriali, per la società in generale e per il sottosistema territoriale direttamente coinvolto, in particolare, acquisiscono tangibilità ed esperienza soltanto attraverso il processo comunicativo, in quanto alcune emissioni di 81 sostanze pericolose sono rilevabili unicamente per via strumentale . Da queste considerazioni nasce l’esigenza di accettare il fatto che, operativamente, determinati flussi informativi vadano gestiti con regole specialistiche avendo come obbiettivo 82 prioritario il bene della collettività . Nel contesto di tale flusso informativo va collocato e analizzato il particolare rapporto fra società e industria nelle zone a rischio, che per un corretto equilibrio esige, al di là di ogni previsione normativa, una particolare progettualità soprattutto sociale e metodologica. 79 V. PERT 30/03/2000, p.34, circa il Modello della comunicazione del rischio. 80 V. PERT 31/12/1998, pp.53­55, circa le Considerazioni sull'uso di HARIA­2: non solo software, ma un sistema formativo. 81 V. Caglioti L., a cura di, Febbraio 1988, Le Scienze quaderni IL RISCHIO CHIMICO, 40, Milano, p.2. 82 V. PERT 30/03/2000, p.9, Fig.2 – Struttura delle relazioni tra variabili (HARIA­2 – DSU Università di Trieste/ISIG) di L. Pellizzoni – D. Ungaro.
179 a. Il comportamento 83 Un disastro è : […] un evento, concentrato nel tempo e nello spazio, nel quale una società o una sua parte relativamente autosufficiente, subisce gravi danni e va incontro a perdite tali per le persone e le proprietà che la struttura sociale ne risulta sconvolta ed è impedito lo svolgimento delle funzioni sociali essenziali per cui le persone coinvolte possono manifestare comportamenti imprevisti ed imprevedibili, del tutto diversi da quelli abituali. In queste circostanze i “comportamenti umani sono spesso determinati da meccanismi 84 mentali di cui non si è consapevoli, ma che operano tenacemente nella psiche” proprio perché i fattori che sono molteplici e molti di essi non sono controllabili in senso stretto. Qualunque persona reagisce tanto meglio a una situazione di emergenza quanto più sarà stata informata in anticipo e quanto più sarà stata educata al corretto comportamento da adottare. Per ottenere questa corretta reazione, occorre prevedere e disporre di un minimo di conoscenza, imparare qualche semplice gesto ed esercitarsi ad avere delle corrette reazioni che siano il più istintive possibile, tanto da entrare a far parte del nostro bagaglio culturale esattamente come i riflessi di sopravvivenza. L’obiettivo dell’intervento preventivo non è quello di rendere il comportamento umano perfettamente prevedibile e controllabile ma, soltanto, quello di ridurre le possibili cause di instabilità, imprevedibilità, tanto da ricondurle entro parametri accettabili e di individuare gli strumenti più adeguati alla gestione dell’emergenza in funzione del contesto sociale di riferimento. Ai fattori psicologici che condizionano il comportamento umano si sommano sempre anche quelli sociali. Il comportamento umano può essere inteso solo come una serie di 85 risposte che l’organismo dà ad una serie di stimoli esterni . Esso deve essere correttamente inquadrato anche nel contesto sociale, dove assumono un ruolo essenziale tutti gli elementi di 86 natura relazionale e culturale . Gli strumenti di gestione dell’emergenza devono essere al servizio delle persone coinvolte dall’evento che sono, esse stesse, soggetti protagonisti, non passivi recettori ma autori ed attivi elaboratori delle stesse informazioni che devono produrre quel dato comportamento perché “affinché la gente modifichi i propri comportamenti essa deve essere 87 preventivamente convinta della validità dell’alternativa che viene proposta” . A questo punto appare essenziale che l’individuo si appropri di tutti gli aspetti caratterizzanti la comunicazione preventiva quali: il contenuto e la forma del messaggio, che devono essere confacenti al contesto; 83 V. PERT 30/09/1999, p.2, definizione che il Dr. Carlo Alberto Cavallo mutua da Fritz (1961). 84 Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza , Andrea Vallerini Editore, Pisa, p.38. 85 V. Amerio P., 1997, Fondamenti teorici di psicologia sociale, il Mulino, Bologna, p.91. 86 V. PERT 30/03/2000, p.7, circa Il modello di relazione evento­comportamento: aspetti essenziali. 87 Maraviglia L., Ruggeri F., Proposta di osservatorio sociologico sugli eventi catastrofici, atti della Sessione 6: Formazione e Informazione per la Sicurezza, del Convegno “Valutazione e Gestione del Rischio negli insediamenti civili ed industriali”, Pisa 6­8 Ottobre1998, pp.10.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 180 il canale o il mezzo utilizzato, che deve raggiungere in maniera adeguata tutti i destinatari; la fonte, che deve essere credibile ed affidabile; le informazioni sull’evento e sulle norme da seguire, che devono essere verificate o verificabili; le dinamiche comunicative, la disponibilità dei mezzi ed ogni altra utile informazione contenute nei piani Grandi Rischi e che devono essere rese note nel modo più trasparente possibile. A questo punto si può affermare che l’efficacia di una corretta comunicazione preventiva determina un comportamento adeguato alla situazione di emergenza; mentre, al contrario, l’inefficacia può portare a comportamenti non orientabili, contraddittori, 88 incompatibili ed assolutamente differenziati . Se “spingere un soggetto a modificare i propri comportamenti inadeguati senza aiutarlo a modificare l’impalcatura dinamica inconscia che li determinano potrebbe rivelarsi dannoso 89 e pericoloso” è da considerare altrettanto pericoloso non intervenire e lasciare che ogni 90 persona reagisca senza cognizione di causa visto che è importante e necessario che l’intera comunità si muova come un tutto solidale. Se si facilitano le operazioni dell’apparato istituzionale d’intervento si ha l’opportunità di costituire un osservatorio sociologico quale strumento di lavoro in vista della predisposizione di programmi di formazione e di 91 educazione, mirati al rischio ambientale e che coinvolgano più settori della popolazione . In questo processo di miglioramento anche l’utilizzo di tutte le tecnologie, oggi disponibili, può contribuire a razionalizzare i processi comunicativi nei confronti delle popolazioni residenti in un’area a rischio. Ne è un esempio la telecamera “[…] e la rivisitazione degli audiovisivi prodotti […]” può “[…] suggerire una sperimentazione metodologica per l’oggettivazione dei propri 92 comportamenti […]” integrando il percorso formativo sia per coloro che sono preposti all’emergenza, sia per la popolazione, senza sottovalutare il fatto che di questa sono parte 93 significativa ed importante anche i bambini . 88 V. PERT 30/03/2000, pp.7­8, circa Il modello di relazione evento­comportamento: aspetti essenziali. 89 Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza , Andrea Vallerini Editore, Pisa, p.38. 90 Cfr. PERT 25/08/1999, p.1, dopo la fuoriuscita di una nube tossica dalla HOECHST AG, nel quartiere die Griesheim, una zona di Francoforte sul Meno, il 22/2/1993, le donne hanno pulito senza guanti di gomma quella “roba gialla” perché della sua pericolosità non erano state affatto informate e non erano state diffuse regole sul corretto comportamento da adottare. 91 V. PERT 13/09/1999, pp.2, appunti del colloquio di lavoro in itinere con il Prof. Fedele Ruggeri circa l’osservabilità sociologica dei processi catastrofici. 92 Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza , Andrea Vallerini Editore, Pisa, p.37. 93 V. PERT 18/12/1999, pp.6, in Appendice lo Storyboard de Un Aquilone verso la formazione, p.250.
181 b. L’educazione a comprendere e la formazione Pianificare e prevenire, informare e comunicare, educare a comprendere e formare adeguatamente sono binomi che non sempre raggiungono l’obiettivo di una efficace gestione dell’emergenza. L’educazione al comprendere permette di superare gli stereotipi e i vincoli cognitivi della conoscenza umana, inducendo nuovi modi di pensare. È sufficiente che la popolazione sia informata, che i soccorsi siano organizzati, che gli operatori sappiano cosa fare e che tutto sia gerarchicamente pianificato. Ma il bilancio, ogni volta, è sempre più pesante. I Piani di Emergenza necessitano di revisione, i programmi di pianificazione utilizzati devono essere aggiornati e sono necessarie nuove metodologie di intervento a vari livelli. Nello scenario evocato, quali sono le ragionevoli aspettative che possono essere 94 proiettate sugli educatori da parte degli interlocutori e/o viceversa sollecitate ed agite dagli educatori stessi nei loro confronti? Quale può essere il ruolo della educazione e della formazione all’interno della pianificazione di una efficace azione preventiva? Quale la sfida da raccogliere o da lanciare? In proposito, il gioco delle parti indica una serie di compiti da perseguire. Essi corrispondono anche ad una serie di contraddizioni antropo­culturali che sono presenti nel sistema e che costituiscono il nocciolo del discorso. Può essere utile rappresentarle tratteggiandole schematicamente. L’educazione e la formazione saranno funzionali all’apparato scientifico­tecnologico ovvero alla persona umana e alle sue interrelazioni? Questa prima contraddizione esprime la 95 dicotomia conflittuale esistente tra una educazione che si ponga al servizio della tecnica , e 96 una educazione che agisca al servizio dell’Uomo . I valori e la teleologia dell’educazione si ordineranno sul raggiungimento del benessere dell’uomo, ovvero sul perfezionamento progressivo degli strumenti scientifici e professionali tecnologicamente utilizzati in nome di quei valori? 97 A questo proposito, è utile richiamare da E. Severino , metaforicamente, l’apologo del Sant’uomo che viveva al tempo delle Crociate. Egli trascorreva la sua vita nella preghiera e nell’amore del prossimo; un giorno, essendo venuto a sapere che la Terrasanta si trovava sotto la signoria dei mussulmani, decise di unirsi alle milizie cristiane che partivano per liberarla. Presto si convinse che sarebbe stato veramente di aiuto se si fosse impratichito nell’uso delle armi, rinunciando ad un po’ delle sue preghiere e delle sue opere di bene. Poiché i nemici erano molto abili, per averne ragione finì con il dedicare tutto il suo tempo all’arte della guerra, ricordandosi della propria fede solo nei sogni ed infine neppure in quelli. Per difendere il cristianesimo aveva cessato di essere cristiano. L’efficacia dello strumento con cui si proponeva di onorare la propria fede era diventato il suo scopo. Da mezzo, l’arte militare era diventata fine. Con le dovute riserve, l’educazione sembra corrispondere a quel Sant’uomo, la metodologia scientifica all’arte militare. Detto alla buona: per affermarsi, l’educazione si serve del metodo scientifico, ma la necessità di rendere sempre più efficace la 94 siano essi committenti e/o utenti. 95 che forse è tendenzialmente più rappresentata nella società e nelle culture del Nord Europa. 96 che pare tendenzialmente più rappresentata nelle società e nelle culture del Sud Europa. 97 Severino Emanuele, Professore Ordinario titolare della cattedra di Filosofia Teoretica all’Univerisità di Venezia.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 182 strumentazione tecnologica di ricerca e di intervento fa sì che lo scopo principale dell’educazione consista sempre meno nei valori dichiarati, o presunti, e sempre di più nel potenziamento indefinito dell’apparato scientifico­tecnologico. Di conseguenza e congruamente, la formazione degli educatori riguarda sempre meno gli scopi ed i valori originari dell’educazione e sempre più i dispositivi metodologici atti a conseguire detti scopi e valori. Riguarda cioè gli strumenti di misura e di intervento, il calcolo, i processi di elaborazione e di trasmissione delle informazioni, i modelli interpretativi dei fenomeni osservati, i linguaggi necessari per comunicare all’interno dell’apparato scientifico­tecnologico che domina su tutto: gli apparati infatti opprimono, ma sono anche le condizioni di sopravvivenza e di sicurezza. Per dirla con una analogia di origine medica, accade che – in una sorte di furore terapeutico ­ l’oggetto diventi un pretesto per affermare l’eccellenza del metodo. Sul contributo dell’educazione e della formazione alla costituzione di una nuova gestione dell’emergenza si pone un interrogativo; esso sarà di tipo oggettivistico o soggettivistico? In altre parole queste saranno scientisticamente improntate dalla ricerca e dall’intervento sui comportamenti oggettivi della persona nelle varie situazioni di emergenza che lo possono riguardare, ovvero saranno sapientemente volte ad affrontare i problemi delle conoscenze soggettive e delle relazioni intersoggettive che si accendono tra le persone medesime. Sarà formazione o solo addestramento, precisando che “[…] l’addestramento ha come obiettivo il saper fare, la formazione, particolarmente quella psicosociale, ha come 98 obiettivo il saper essere” ? In congruenza con il punto precedente, il contributo della formazione sarà improntato 99 da un approccio di tipo individualistico o di tipo gruppale ? In questa prospettiva, si tratterà di riscontrare se essa sarà dominata dal ‘pregiudizio individualistico’, quello per cui si considera il singolo, esplicitamente o implicitamente, come unico oggetto fondamentale di studio e di riferimento per le discipline umanistiche, o se invece si dovrà conferire una importanza rilevante, per non dire caratterizzante, alle unità gruppali, intergruppali, organizzative, comunitarie ed istituzionali. Bisognerà chiedersi, basilarmente, se esiste o meno una educazione dell’emergenza e, nel caso di risposta affermativa, se questa possa connettersi ed integrarsi con altre ovvero entrare in collisione con qualcuna di esse. Le aspettative nei confronti del mondo educativo, la domanda, e, specularmente, quelle proiettate da quest’ultimo sugli altri, l’offerta, potranno essere prevalentemente centrate sulla 100 cura dei bisogni, mancanza o handicap, o sul supporto allo sviluppo . Un’ulteriore contraddizione concerne la risoluzione possibile di un grande 101 interrogativo: se gli assunti di matrice positivista possano o meglio debbano integrarsi con 102 gli assunti di matrice olistica e derivati dal principio di indeterminazione . Corre qui una incisiva analogia con il destino dello scientific management che ha dovuto fare i conti con le relazioni umane e poi con il management sistemico e con le culture organizzative. Si tratta cioè di recuperare all’opportuna valorizzazione tutto ciò che deriva dai contributi personologici, relazionali, inerenti ai climi e all’intersoggettività. 98 V. PERT 31/12/1998, pp.17­34, allegato su Approccio alla Ricerca­intervento sul comportamento organizzativo nella gestione dei rischi chimici, industriali ed ecologici, a cura di Francesco Gabbrielli e Giuseppe Sica , Settembre 1997. 99 V. Spaltro E., 1985, Pluralità – Manuale di psicologia di gruppo, Patron Editore, Bologna, pp.380. 100 crescita, emprovement. 101 obiettività, ripetibilità, causalità, neutralità, razionalità, ecc. 102 soggettivtà, irripetibilità, circolarità e retroazione, partecipazione, emozionalità, ecc.
183 L’ultima contraddizione riguarda l’eventualità che la pianificazione delle azioni preventive possano in definitiva sfociare, anche nell’ambito educativo e formativo, in un allineamento ipocritico e dipendente solo dalla soluzione tecnologica. Considerando, più in generale, la formazione, la sua dicotomia è tra il saper fare ed il saper essere. In emergenza è fondamentale oltre a conoscere le regole, che corrisponde al sapere, metterle in pratica, che corrisponde al saper fare, è necessario esserci, che corrisponde al 103 saper essere , conoscere il proprio limite, le risorse del proprio carattere, per non mettere in 104 crisi il sistema ma per migliorarne l’efficienza proprio grazie al […] ruolo dell’intuizione nell’appello alle capacità creative dell’”homo faber” quale produttore di risorse sulla cui destinazione ed effettiva utilizzazione, peraltro, si profilano ancora, nell’orizzonte del nostro futuro, consistenti, e per certi versi aspetti anche drammatici interrogativi. La distinzione non riguarda, solo le variopinte attività di lavoro negli aperti orizzonti del campo socio­civile, quanto la valorizzazione di larga parte delle attività umane da una parte o dall’altra di un peculiare fossato che si è andato stabilendo e approfondendo da tempo: quello che corre tra il versante dell’addestramento puro, della competenza professionale e un versante formativo della presa di coscienza del proprio modo di essere. Da un lato, dunque il laboratorio, la presa di distanza netta e aristocratica da tutto ciò che può assumere anche vagamente, il sapore di formazione. Dall’altro la psicologia applicata, l’intervento nei, e sui, problemi dell’individuo e dei gruppi, il pragmatico e impegnato coinvolgimento nei casi piccoli e grandi che riguardano il 105 declinarsi dell’essere umano nel mondo con tutto il suo burnout . Per quanto riguarda la sfida costituita dalla pianificazione dell’emergenza, la separazione più o meno conflittuale tra la sfera dell’addestramento e la sfera formativa vera e propria può concretizzarsi nella frattura più grave tra i professionisti e i non competenti: spesso l’aggiunta dell’aggettivo professionista risponde all’intenzione di addizionare alla qualifica di formatore una connotazione epitetica: quest’ultima può essere di volta in volta stigmatizzante o glorificante, secondo le circostanze e secondo le fonti. Certo tale frattura riguarda più o meno tutte le professioni intellettuali, ma nel confronto con educatori, formatori e psicologi, le corporazioni più antiche, quella dei medici, degli architetti, dei giuristi, dei fisici, ecc., hanno avuto tempo per metabolizzare digerire e metabolizzare il conflitto, palese o latente di cui stiamo parlando. Gli educatori e i formatori oggi dove e come si schierano? Sono scienziati o tecnici? Sono esploratori del sapere o delle applicazioni? Sono intellettuali o esecutivi? Studiosi o professionisti? Impegnati nella ricerca pura o in quella empirica? La risposta della cultura dell’educazione alla sfida costituita dalla pianificazione dell’emergenza, infatti, dovrebbe rifarsi ad una soluzione illuminante delle contraddizioni sopra elencate. Sulla nuova bandiera dei valori della cultura educativa dovrebbe porsi il superamento della diastasi conflittuale tra addestramento e formazione: una diastasi del tutto illogica, assurda e incomprensibile. La formazione, generalmente, non può essere intesa come un momento a sé stante ma piuttosto come un processo continuo e costante che passa attraverso 103 V. Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza , Andrea Vallerini Editore, Pisa, p.26. 104 Potestà L., 1994, L’organizzazione intuitiva , Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, p.24. 105 V. Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza , Andrea Vallerini Editore, Pisa, p.27 e pp.89­92.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 184 le fasi inscindibili ed insostituibili del sapere, saper fare e saper essere cioè la formazione da intendere quale essenziale momento di sviluppo creativo di ogni essere umano.
185 IV 3. c. A chi? Quale formazione? Interrelazione
politica
Formazione continua
degli psicologi per
l‛emergenza
Informazione (critica
e ciclica) alla
popolazione a rischio
Formazione
psicologica continua
degli addetti
all‛emergenza
Quando si parla di Psicologia dell’Emergenza non si può non tener conto di questi quattro aspetti nella loro complessità: ciclicità e contemporaneità.
·Formazione continua degli psicologi per l’emergenza
·Formazione psicologica continua degli addetti all’emergenza
·Informazione (critica e ciclica) della popolazione a rischio
·Interrelazione politica Prima di partire con l’analisi di questi fattori dobbiamo però fare una premessa: la Psicologia dell’Emergenza, in quanto legata al sistema assicurativo,tipo quello americano e quindi “figlia” di tale forma mentis, non ha ragione di essere discussa in questa analisi delle risorse al fine della loro ottimizzazione; una possibile argomentazione di questa scelta sarà data nella parte della “Interrelazione politica”. Occuparsi di Psicologia dell’Emergenza significa occuparsi di psicologia in situazioni e/o eventi di forte impatto umano e/o sociale. Occuparsi di psicologia in questi casi vuol dire occuparsi di valori strettamente collegati, per non dire dipendenti dalla variabile tempo. La miscela fra tempo e setting in situazioni di emergenza è la base principale di cui occorre essere consapevoli. A chi serve la Psicologia dell’Emergenza? Cominciamo a porci questa domanda. La psicologia dell’emergenza nasce in risposta all’esigenza di fornire delle linee guida per affrontare e gestire degli eventi di forte impatto sociale e quindi di offrire un’assistenza professionalmente qualificata alle persone coinvolte in situazioni traumatizzanti ed a tutti gli a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 186 operatori che gravitano intorno all’emergenza, in modo da garantire il loro benessere, la loro motivazione e l’alto livello di qualità del loro servizio. La finalità della psicologia dell’emergenza consiste, prima di tutto, nella più rapida riducibilità della sofferenza psichica e nell’alto valore preventivo che ha il suo intervento rivolto alle persone ed ai contesti. La psicologia dell’emergenza si pone come specifico scopo quello di preservare l’equilibrio psichico delle vittime, dei parenti e dei soccorritori dall’azione psicolesiva degli eventi shock e poi ripristinarlo, se compromesso, nonché quella di facilitare la riparazione del tessuto sociale lacerato, il recupero dell’identità e della sicurezza collettiva e l’intervento degli organismi pubblici e privati. Al raggiungimento di queste finalità si perviene attraverso lo studio, la prevenzione ed il trattamento dei processi psichici e dei fenomeni sociali che vengono a determinarsi nelle persone e nella collettività colpita dall’evento traumatico [analisi dei diritti umani e sociali]. I. Formazione psicologica continua degli psicologi per l’emergenza Tempo e setting sono le variabili specifiche della Psicologia di emergenza in questa settore. Tra l’altro non è ipotizzabile né ideologicamente giustificabile che gli psicologi che intervengono in loco possano portare i pazienti traumatizzati, post­situazione di emergenza, nel proprio studio. Il trauma, protagonista di queste situazioni, non è legato a fattori di vita ordinaria ma a fattori di vita “straordinaria” e particolarmente collegati (e conseguenti) a un evento, un luogo e un tempo. Questo comportamento antropologicamente non funziona: togliere il paziente dal setting in cui si è verificato il trauma potrebbe servire, in ultima analisi, solo come protezione dello psicologo che, in questo modo, si troverebbe: §pazienti in emergenza per poi seguirli nella terapia post­trauma; §pazienti fuori dal loro setting, in uno studio per cui chi gestisce la terapia è al sicuro, nel “conosciuto”, protetto dal proprio spazio (e non “fagocitato” dallo spazio traumatizzante del paziente). In emergenza lo psicologo ha la possibilità di fare esperienza sul campo senza alcuna protezione data da un setting fisico prestabilito. Alla luce di questa premessa, nella formazione psicologica continua degli psicologi per l’emergenza, occorre fare una distinzione importante fra urgenza ed emergenza. URGENZA Situazione di estrema gravità che esige interventi, soluzioni e decisioni immediati e improcrastinabili. ­ROUTINE ­PREVEDIBILITÀ -CHI
EMERGENZA OPERA È A LAVORO
Circostanza o eventualità imprevista che richiede provvedimenti eccezionali ­BRILLANTEZZA E CREATIVITÀ ­IMPREVEDIBILITÀ ­CHI OPERA È A RISCHIO
187 Pensiamo al medico del Pronto Soccorso (PS). Pur essendo quotidianamente a contatto con l’urgenza, ha comunque un orario di lavoro che gli permette di seguire turni prestabiliti e di essere consapevole dell’inizio come della fine del proprio turno. Nella situazione di emergenza lo stesso medico è vincolato a lavorare in via eccezionale senza considerare orari e turni di lavoro. Il lavoro del medico, in emergenza, assume perciò il carattere di “imprevedibilità” e di “eccezionalità” caratteristici della stessa definizione di emergenza mostrata sopra. In sintesi è quindi opportuno, nella formazione psicologica continua degli psicologi per l’emergenza: Ø la miscela fra “tempo” e “setting” di cui lo psicologo di emergenza deve tener fortemente in considerazione; Ø la differenziazione fra urgenza ed emergenza di cui lo psicologo di emergenza deve essere consapevole nelle sue varie componenti di stress, straordinarietà, prontezza emotiva… II. Formazione psicologica continua degli addetti all’emer genza Nella formazione psicologica continua degli addetti all’emergenza lo stress, l’ansia e l’equilibrio familiare sono fattori molto importanti (se non fondamentali) su cui tendere l’attenzione. Guardiamo, per esempio, queste tre variabili nel lavoro professionale di un pilota o di un astronauta. Per diventare un astronauta non occorre soltanto essere un ottimo ricercatore, un pilota esperto che sa guidare ad occhi chiusi un aereo dell’aviazione militare. Per diventare un astronauta occorre uno stato psicologico ottimale che permetta soprattutto la gestione dello stress causato dal tipo di lavoro. I dati psicologici di un astronauta sono importanti come il suo curriculum scientifico e/o i risultati delle prove attitudinali. Lo stress a cui viene sottoposto un astronauta è tanto elevato che non gli permette di lavorare più di dieci anni nell’arco della vita e non oltre i 37 anni di età. Non saper gestire lo stress psicologico significa non poter svolgere questa professione. La situazione di “gestione dello stress” del pilota è diverso. Anche il pilota è sottoposto a stress e forte sensazione di pressione che dipende dalla non completa prevedibilità del tempo e del setting in cui si troverà a dirigere l’aeromobile e dalla tensione emotiva alta verso tutti quegli accorgimenti e fattori determinanti il volo. Si tratta, in questo caso, di uno stress con dei limiti di tempo prevedibili (durata del volo, decollo…) che lasciano al pensiero la “via di fuga in caso di”. Ciò diminuisce lo stress e richiede meno energie psico­fisiche all’organismo del pilota nei confronti di quello dell’astronauta. Ecco che possiamo affermare, grazie a queste poche ma dettagliate informazioni, che il lavoro del pilota, a differenza di quello dell’astronauta, è un lavoro che ha carattere di maggior prevedibilità, minor stress, quotidianità. Oltre alla prevenzione e gestione dello stress, nella formazione psicologica degli addetti all’emergenza è importante considerare la necessità di un approccio psicologico specifico rivolto proprio agli operatori, molto spesso sottoposti a forme di burn­out ed in molte occasioni dotati di buon volontà ed impegno etico,ma non sufficientemente formati sul piano operativo. Gli aspetti fondamentali della formazione degli “operatori in emergenza” sono dunque:
· La costanza e la continuità nella formazione psicologica
· La consapevolezza della propria competenza operativa
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 188
· La consapevolezza dei propri limiti operativi e psicologici
· Il saper ricercare prima, durante e post­emergenza CHI può offrire un sostegno psicologico concreto, efficace e appropriato (sia per l’operatore stesso che si trova a lavorare in emergenza, sia per le richieste delle vittime con cui l’addetto può venire in contatto). III. Infor mazione critica e ciclica alla popolazione a rischio Il rapporto fra organi di informazione, strumenti comunicativi pre/in emergenza e psicologia riporta innanzitutto all’individuazione dei principali obbiettivi su cui operare quando ci si occupa di questo settore; in sintesi occorre lo stesso protocollo dei richiami per le vaccinazioni. Eccone, per esempio, alcuni: §Verificare se la popolazione ha capito bene e quindi ha la libertà di criticare §Creare ed agevolare un piano comunicativo §Impostare una ciclicità di verifica del fatto (scuola, genitori…) §Parlare con la gente (opinion leader: per esempio con dei ritmati focus group…) Individuati i percorsi da far emergere al fine di un buon livello comunicativo in emergenza, è importante richiamare alla mente anche il nostro obiettivo di lavoro in questo settore: il rispetto dei diritti umani e sociali nei processi culturali e comunicativi a confronto. Nella comunicazione fra individui, gruppi, organizzazioni che intervengono nell’emergenza, spesso osserviamo problemi di:
·scarsa fluidità delle informazioni e dei processi comunicativi
·scarso rispetto verso i diritti umani nei diversi processi di globalizzazione Un aspetto poco considerato in queste situazioni è sicuramente la diversità fra le culture degli attori che intervengono in un’emergenza, diversità di cui agli attori stessi manca la consapevolezza. Questa inconsapevolezza spesso porta a intervenire, agire e comunicare (in emergenza): seguendo la propria cultura organizzativa; sviluppando aspettative inadeguate su atteggiamenti e comportamenti degli altri attori. Il centro di ogni progetto sulla comunicazione deve essere il rapporto fra le organizzazioni nella direzione delle diverse culture organizzative di tutti quelli che sono gli attori della gestione delle emergenze. Occorre lavorare sull’incertezza in interfaccia transdisciplinare transnazionalmente al fine di approntare, anche, gli strumenti utili nella ricerca empirica, nella formazione continua e nel casÈs study. Vi è, infatti,bisogno di studi comparativi e critici fra diversi paesi, per quanto attiene alla pianificazione per l’intervento di emergenza, sempre riguardo agli aspetti organizzativi e comunicativi. Pur nella diversità delle cornici legislative e delle tradizioni amministrative appare evidente che esistono similarità nelle difficoltà di gestione delle emergenze. La situazione di ciascun paese potrebbe essere inadeguata alla luce di altre esperienze straniere. Sul piano legislativo si potrebbero individuare alcune norme rilevanti e significative per proiettarle sul piano pratico, ipotizzando scenari credibili. Tali scenari terrebbero conto, appunto, delle diverse culture degli attori ed ipotizzerebbero diverse modalità di valutazione dell’incertezza da parte di diversi attori con conseguenti diversità nelle decisioni operative.
189 IV. Inter r elazione politica Lo studio degli eventi estremi, originati dalle attività umane e non, inizialmente può apparire come un campo di esclusiva competenza di discipline come la fisica, la chimica, la geologia, ecc. Ma se osserviamo più a fondo non è così. Ogni qualvolta si verifica una emergenza che va ad interessare un sistema sociale, degli individui, delle comunità, possiamo vedere come tale emergenza diventa anche una questione sociologica e politica, oltre che psicologica. Il ruolo della politica e della sociologia diventa essenziale soprattutto nella fase della predisposizione delle attività di attenuazione degli effetti, dell’organizzazione delle misure preventive, di risposta e di soccorso, generate dalla minaccia o dall’effettivo verificarsi di disastri causati da eventi naturali (terremoti, alluvioni, uragani…) o da incidenti tecnologici (di tipo chimico, nucleare…). Nel settore delle politiche sociali di un paese rientrano sicuramente attività di prevenzione, pianificazione, soccorso ecc.: ciò deve essere considerato non solo nei fondi di amministrazione statale ma come un interesse collettivo da salvaguardare, il cui centro è la sicurezza della persona e/o della comunità. In questa concezione e visione dell’uomo al centro della propria sicurezza…si è impiantato il sistema assicurativo internazionale. Questo tipo di intervento, andandosi a radicare nella fase del post­disastro, rischia di alimentare, soprattutto nel singolo cittadino, una cultura assistenzialistica e pressapochistica che va ad intralciare ed ostacolare quel lavoro quotidiano di costruzione di una coscienza collettiva ancorata al concetto di “sviluppo sostenibile”. Per fronteggiare le calamità, è importante investire , invece, sulla fase della pre­ venzione, quindi sull’incremento della conoscenza, sull’istruzione, sulla ricerca scientifica, sull’innovazione tecnologica, al fine di predisporre un quadro di strategie di prevenzione che solo così potrà essere efficacemente inquadrato nell’emergenza e per l’emergenza. Occorre quindi ripercorrerre sempre CHI sono gli attori principali della situazione di emergenza, che cosa fanno, che ruolo hanno e a quali conseguenze porta il loro operato. QUALE FORMAZIONE, dunque. Se in maniera elaborata abbiamo gia esaminato anche questa asserzione, proviamo ora a sintetizzare la base del lavoro su cui si poggia la formazione continua: base, quale minimo comune multiplo di tutto il lavoro formativo sopra citato.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 190 A. PIANIFICAZIONE Tutta quella attività che può essere determinata da un diagramma di flusso [specificatamente e preferenzialmente attraverso un’interfaccia di algoritmi] pianificatorio rispetto a tutto il progetto di emergenza, cioè rispetto a: Ø un confronto critico con le esigenze di una formazione continua per gli addetti Ø un permanente impegno metodologico per una ciclica comunicazione critica con la popolazione coinvolta oggettivamente. PREVENZIONE B. Tutte quelle operazioni che, scaturenti appunto dalla pianificazione, risultano necessarie per rimuovere le cause dell’incidente e/o ridurre e/o far regredire, nel tempo e nello spazio, i danni seguenti al trauma dal punto di vista fisico e soggettivo, individuale e sociale. PRE­ALLARME C. Quella fase in cui scientificamente si è in grado di determinare la soglia oltre la quale si deve fare il count down per la scadenza dell’evento catastrofico. D. ALLARME La fase dell’evento in cui scatta operativamente la gestione dell’emergenza, in cui si cerca di tarare tutto il diagramma di flusso previsto nella Pianificazione con le risorse, comprensive di quelle creative, cioè di quelle sviluppate e che pianificatamene sono state richiamate (come per una sorta di richiamo di un determinato vaccino). STABILIZZAZIONE E. Intervento che deve avere un termine, ovvero non possono essere superati i limiti di sopravvivenza psico­fisica (v. il triage). F. RICOSTRUZIONE Il post­evento datato (come una sorta di convalescenza pronosticata, soprattutto, per la variabile tempo).
191 IV 3. c. 1. Fare Psicologia di Comun’Emergenza di Elisa Salvestrini L’emergenza ambientale è una condizione improvvisa di pericolo o di danno alle persone e alle cose. Solo un intervento immediato può scongiurare un ulteriore aggravarsi della situazione o l’insorgenza di conseguenze irreparabili. L’emergenza rappresenta, quindi, un dato situazionale improvviso al quale l’individuo deve rispondere prontamente, attivando una serie di competenze tecniche e mentali. Tra i fattori che influenzano una situazione di stress o di emergenza (le risorse fisiche individuali, l'ospitalità o meno dell'ambiente, presenza di amici o di nemici, danni fisici riportati) è dimostrato che il più importante è quello psicologico. La sopravvivenza spesso si gioca in pochi secondi subito dopo un evento catastrofico. Il concetto di sopravivenza è molto complesso perché il restare in vita si fonda su varie capacità come quelle di: 1) conoscere l’ambiente e i suoi rischi 2) conoscere i comportamenti più appropriati di prevenzione e soccorso 3) riuscire a dominare il proprio corpo in caso di emergenza attraverso il controllo della mente. Se l'infortunato o la vittima di un evento catastrofico riesce a reagire positivamente all'emergenza conservando o innescando: • la voglia di vivere, la volontà di lottare contro gli ostacoli, • la fiducia in se stesso, • la speranza di sopravvivere, • la volontà di raggiungere i propri cari, • il controllo del panico, • l'eliminazione di ogni pensiero depressivo, egli avrà il massimo delle possibilità di sopravvivere (nonostante gli altri fattori possano essere sfavorevoli). Se invece l'infortunato diviene preda del panico: • perde ogni speranza di vita, • perde la fiducia in se stesso e negli altri, • risponde negativamente al pericolo, avrà pochissime possibilità di sopravvivere (nonostante gli altri fattori possano essere favorevoli). La sopravvivenza è: per l’80% mentale per il 10% equipaggiamento per il 10% abilità personale L'organismo umano è abituato a rispondere a stimoli negativi ma quando questi superano la soglia di vulnerabilità personale scatta il panico. Il panico impedisce all'individuo l'organizzazione di un'adeguata strutturazione del pensiero e di strategie difensive a livello psico­cognitivo.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 192 In un ambiente pericoloso è vitale rispondere con atteggiamenti di paura poiché predispongono l’organismo ad una risposta coerente alla realtà dell’ambiente. La paura diviene pericolosa quando si trasforma in panico e paralizza ogni movimento o spinge a comportamenti irrazionali. Si identifica qui l’importanza del contributo della Psicologia di Comunità per l’intervento sulla comunicazione interumana nelle fasi pre/durante e post­dell’emergenza. Secondo la logica della sensibilizzazione alla prudenza, alla precostituzione di facili vie d’uscita, si può dire che anche il colmare il potenziale deficit psicologico spiega la necessità dell’informazione e della simulazione. Questa attività crea, attraverso una conoscenza ed una reale confidenzialità con le possibili decodifiche dei veri messaggi di competenza, un incremento dello spirito critico, un abbassamento della vulnerabilità psicologica, cioè un incremento della rispettiva performance. I livelli di intervento della psicologia di Comunità possono essere individuati schematicamente in: Uno degli strumenti più esaustivi della psicologia di Comunità è la ricerca intervento (Lewin K., 1946), che si caratterizza per il privilegio della valorizzazione delle risorse geo­ antropo­socio­psico­temporali. Questa metodologia, infatti, prevede che lo stesso oggetto umano di ricerca ne diventi soggetto umano di ricerca consapevole del proprio ruolo, lungo l’arco dello sviluppo della conoscenza scientifica stessa. In questo contesto la calibrazione della comunicazione diventa lo strumento centrale per parametrare la risposta umana in base alle necessità del momento. Con questo elemento si possono organizzare le possibili reti di comunicazione tra gli individui e/tra i gruppi. Le reti di comunicazione possono essere: Ø di tipo razionalizzato come, per esempio il gruppo (fino a 10 unità) e/o l’insieme di gruppi (più di 10 unità); Ø di tipo non razionalizzato come. Per esempio la folla e/o la massa. Est Ovest Nord 1° Trim. 2° Trim. 3° Trim. 4° Trim. 27,4 90 20,4 30,6 38,6 34,6 31,6 45,9 46,9 45 43,9
193 IV 3. c. 2. Fare grupp’emergenza: un processo circolare di Francesca Pinori Una situazione di emergenza provoca sempre una rottura nel funzionamento dei sistemi organizzati e ha un profondo impatto sia nell’ambiente fisico che in quello sociale. Genera una condizione collettiva di stress talmente elevato che le risorse psicologiche individuali possono risultare del tutto inadeguate a contenere gli effetti dell’evento traumatico. Per diminuire il livello di stress generato e organizzare un intervento più efficace occorre una pianificazione adeguata. Per organizzare un intervento qualitativamente valido occorre inoltre occuparsi non solo delle persone direttamente colpite, ma anche dei soccorritori : anche loro, infatti, si vengono a trovare in una situazione estrema che genera disorientamento e ansia e molte volte i limiti personali di sopportabilità vengono superati senza che l’individuo (in questo caso il soccorritore) se ne renda conto; finisce così per danneggiare sia se stesso che l’efficacia del suo intervento. Per questa ragione si reputa necessaria un’azione preventiva che porti ad avere una maggiore consapevolezza dei propri limiti e/o risorse. Il contributo metodologico della psicologia può fornire un valido supporto in quelle situazioni in cui occorre prendere la decisione più ragionevole in tempi rapidissimi causando il minor rischio per sé e per gli altri e può essere utile per il controllo e l’ottimizzazione delle prestazioni di coloro che operano in situazioni di pericolo, aiutando anche la pianificazione dell’emergenza stessa. Il punto di vista psicologico aiuta a chiarire cosa si fa e perché la si fa quando si interviene in “situazioni di emergenza”, in quanto “Ciò che è oggetto di emergenza – e dunque qualifica ogni situazione che è corretti definire di emergenza­ è una comunità umana. Un’eruzione vulcanica o un’alluvione che si verificassero in una località deserta, in un territorio disabitato, fa al massimo 106 notizia, mai emergenza” . Occorre arrivare preparati all’evento e generalmente invece il soccorso non è sufficientemente organizzato fin dalla pianificazione : è necessario un adeguato processo di formazione che induca ognuno a rivisitare di volta in volta il proprio comportamento e a modificare le proprie reazioni a seconda di quello che la situazione richiede per utilizzare al meglio le proprie risorse personali. Generalmente nelle situazioni di emergenza l’intervento consiste in un’azione congiunta delle singole organizzazioni di soccorso S1, S2,…Sn, la cui azione globale risponde ad un codice di tipo verticale piramidale e autoreferenziale. (ved. FIG.1) Interventi delle singole organizzazioni di soccorso 106 Ved. Cap.II par.4 “ La dimensione psicologica nell’emergenza ” di Pier Nicola Marasco.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 194 Questo equivale a dire che ciascuna organizzazione (S1, S2, ecc.) effettua una valutazione dei propri risultati rispetto agli obiettivi prefissati, ai parametri relativi all’intervento : tempo, mezzi, comunicazioni, ecc. Infine trasmette le proprie conclusioni, accompagnate eventualmente da nuove proposte, all’Ente superiore che a sua volta rielabora una valutazione complessiva ridefinendo obiettivi, regole e risorse da distribuire/investire. Questo procedimento, pur essendo utile, presenta notevoli limitazioni: progettare il piano di emergenza significa pianificare sia azioni preventive, sia valutazioni consuntive che permettano di apprendere dall’esperienza pregressa sul campo, ma soprattutto deve prevedere la formazione degli operatori. Per ottimizzare il piano dei soccorsi il focus di ogni azione deve essere un intervento gruppale. Come è illustrato nella FIG.2, per fronteggiare un’emergenza, ci deve essere una circolarità gruppale di collaborazione, valutazione, formazione ed organizzazione tra tutte le varie organizzazioni di soccorso e ci deve essere anche una circolarità gruppale all’interno di ogni singola organizzazione.
195 Gruppi organizzati per l’emergenza evitano il degrado del rendimento degli operatori, consentono di mantenere vivo l’aspetto di fiducia, reciprocità e parità (qualità fondamentali per un buon team) mantenendo aggiornate ed efficaci le procedure di intervento. Tenendo conto del fatto che il personale di soccorso è sottoposto ad un logoramento psichico molto rapido, è indispensabile costituire gruppi di supporto durante l’evento, ed è altrettanto necessario prevedere un approfondito addestramento preliminare, di tipo esperienziale. Il gruppo è la forma più economica di gestione delle risorse poiché in esso ciascuno porta le proprie competenze che verranno usate anche in modo sinergico. Inoltre non esiste 107 uno strumento per il cambiamento di sé e del mondo che sia più potente di un gruppo . In un gruppo non esistono persone, argomenti, tecniche, emozioni di peso differente, conduttore compreso; è importante che ciascuno sia disponibile a portare attivamente il proprio contributo, ma anche ad ascoltare e ricevere, con apertura emotiva, quello degli altri. L’emergenza va vista ed affrontata secondo una logica gruppale, dove si possa chiedere e dare secondo le personali possibilità, senza preconcetti di dominio o sudditanza, senza illusioni onnipotenti o sensi di inadeguatezza, dove si possa realmente condividere qualsiasi esperienza all’interno di un setting di volta in volta pensato, definito ed accettato dal gruppo. Tutto ciò implica una continua azione di verifica e monitoraggio durante le esercitazioni e durante gli eventi catastrofici, al fine di individuare nuove vie per un intervento più rapido e incisivo, in modo che le competenze già acquisite od in fieri non vadano sprecate o perse. Tutto questo però non può essere limitato ad ogni singolo gruppo di specialisti (medici, psicologi, vigili del fuoco, ecc.), perché, pur essendo utile ai fini di una maggiore consapevolezza individuale e del gruppo rispetto al fine comune di operare insieme in emergenza, sarebbe un intervento di tipo parziale che non garantirebbe la copertura di tutte le situazioni a rischio e tradirebbe il principio di parità e reciprocità. È in ogni caso indispensabile che ci sia un Ente delegato (ad es. la Protezione civile, le Forze armate o qualunque struttura organizzata capillarmente sul territorio) che si assuma il compito di coordinare gli interventi al fine di evitare che il gioco di squadra risulti frammentato, dispersivo e non condiviso. È importante che il gruppo di lavoro possieda una immagine gruppale in cui potersi identificare per lavorare insieme nel modo migliore e per poter arrivare a costituire un’istituzione di tipo comunitario, capace di instaurare ed utilizzare un rapporto circolare con i gruppi. Tutto ciò permette di evitare quella sorta di agonismo, talvolta conflittuale, che spesso si instaura tra i vari soggetti del soccorso e che rischia di distruggere un elemento che nelle situazioni di emergenza risulta essere fondamentale : la collaborazione. 107 Contessa G., 1999, “Psicologia di gruppo” , Editrice La Scuola.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 196 IV 3. c. 3. Una Semantica dell’azione circolare in gruppi di formazione per le emergenze di Francesca Pinori Creare degli interventi per l’emergenza e progettare un piano di intervento vuol dire “pianificare sia azioni preventive, sia valutazioni consuntive che permettano di apprendere 108 dall’esperienza pregressa sul campo, ma soprattutto preveda la formazione degli operatori” . Tutte le attività di prevenzione si pongono come fine quello di “limitare il danno”, si propongono, infatti, una serie di interventi di “vigilanza sul territorio interessato”, di “allestimento di progetti di difesa e di fuga” volti verso una “ricostruzione” del territorio che prevede non solo una semplice riparazione. L’intervento in emergenza si pone, dunque, come un’ azione volta a ristabilire il “benessere”, inteso non solo come diritto alla salute, ma come un progetto che tende a uno “star meglio” che si declina e prende significato nelle diverse situazioni, e che è un “benessere” non ipotizzato, concepito come stato, ma come progettualità. 109 Seguendo la “prospettiva psicologica” come delineato in precedenza , si precisa il significato dell’emergenza: “ciò che disorganizza la rete di relazione e di comunicazione sociale, che lega tra loro non solo le persone, ma anche le cose alle persone e le persone alle 110 cose ed entrambe al territorio”. Ciò su cui la “psicologia” nell’emergenza interviene, attraverso l’analisi dell’articolazione delle situazioni di emergenza, è il tessuto relazionale lacerato: ri­tessere la trama relazionale fatta di rapporti tra persone e tra persone e “cose”, “la 111 rete su cui si innesta la vita di relazione alterata, lacerata, “danneggiata” . Ci si chiede cosa “dare”, come attrezzare un gruppo di volontari in formazione che opereranno in emergenza. Alla luce del nuovo “discorso” su i diritti umani, la pace e le emergenze quale può essere il significato di voler agevolare “dinamiche circolari” gruppi (di formazione) per le emergenze? Come si è visto nell’articolo precedente agevolare delle “organizzazioni” di tipo “circolare” è utile per facilitare processi di comunicazione che dovrebbero condurre in tempi rapidi a soluzioni razionali sia per quanto riguarda il coordinamento diverse organizzazioni sia anche all’interno di ognuna di esse: “Nel momento dell’emergenza e sul terreno dell’evento vengono infatti ad incontrarsi­ e anche spesso a scontrarsi­ più tipi di organizzazioni (organismi istituzionali, Azienda coinvolta, organizzazione sanitaria, volontariato), tutti sempre alla ricerca ed all’improvvisazione per contenere il conflitto tra ruoli e competenze: un’organizzazione è tale in quanto ha come scopo il coordinamento e l’armonizzazione del lavoro di più persone. Per far ciò sviluppa una propria cultura organizzativa che dobbiamo intendere come quell’insieme di linguaggi propri, di particolari schemi mentali, di specifiche procedure che 108 Vedi Sica G., 1998, “ Approccio al caso di studio in Rosignano Solvay per e con HARIA­2” in “valutazione e gestione del rischio negli insediamenti civili ed industriali” Atti del Dipartimento di Costruzioni Meccaniche e Nucleari dell’Università di Pisa. 109 Vedi nel testo capitolo 2, paragrafo: La dimensione psicologica in emergenza di P.N. Marasco. 110 “la psicologia si pone quale disciplina che ha la pretesa sia di contribuire alle definizioni delle situazioni di emergenza, sia di indicare i criteri che permettono di differenziare una situazione dall’altra, sia di rendere più puntuali ed efficaci i vari interventi, compresi quelli che si fanno rientrare nella prevenzione”, vedi capitolo 2, paragrafo: La dimensione psicologica in emergenza di P.N. Marasco. 111 Ibidem.
197 orienta i comportamenti degli individui che la compongono. La peculiarità di ogni organizzazione, se non inserite in un sistema organizzativo coordinato nel quale ogni partecipante all’azione di soccorso abbia conoscenza ma soprattutto coscienza del proprio ruolo all’interno di questa meta­organizzazione, possono dar luogo a comportamenti pericolosi in emergenza, generando a volte rischi aggiuntivi rispetto a quelli già messi in 112 gioco dall’evento accidentale” ; Agevolare un sistema organizzativo circolare presuppone che ogni organizzazione o membro del gruppo abbia nei confronti di un altro un rapporto di reciprocità e parità: “I Gruppi organizzati per l’emergenza consentono di mantenere vivo l’aspetto di fiducia, reciprocità e parità, qualità basi per un buon team, mantenendo aggiornate ed efficaci le procedure di intervento, ciò aiuta ad ottimizzare le proprie risorse personali in quanto già il fatto stesso di conoscersi o meglio di proiettare la conoscenza di sé in quella 113 situazione­ lo porta a modificare le proprie reazioni…” Un’organizzazione di tipo circolare prevede dunque la “parità” dei diversi membri (o organizzazioni se si parla di un sistema organizzativo) uguaglianza, però, che fonda la sua ragion d’essere nella “diversità”. Un’uguaglianza retta dalla diversità dei ruoli e dei rapporti: da una parte, ad ogni membro del gruppo è riconosciuta la “parità” con gli altri, che si fonda sul riconoscimento della differenza, della diversità dell’altro; dall’altra, parità e reciprocità basate, sorrette dall’asimmetria di relazioni. Il gruppo è concepito, infatti, come un “dove” in cui: “…si possa chiedere e dare secondo le personali possibilità, senza preconcetti di dominio o sudditanza, senza illusioni onnipotenti o sensi di inadeguatezza, dove realmente si possa con­dividere qualsiasi esperienza all’interno di un setting di volta in volta pensato, 114 definito ed accettato dal gruppo.” Ma significa anche di più: ammettere, cioè, di essere attivamente disposto a far coincidere “il riconoscimento dell’umano da parte dell’umano con il riconoscimento di alcuni diritti da parte di un altro soggetto che ne gode ugualmente”. Si è soliti concepire tali strutture organizzative al fine di voler “ innescare un meccanismo di lievitazione partecipativa circa la 115 corresponsabilità” : “Le regole attraverso la circolarità delle relazioni, delle comunicazioni, degli incontri a tutti i livelli, devono poter essere discusse e condivise da tutti i partecipanti per non correre 116 l’alea, altamente probabile, di aggiungere confusione alla confusione” . Ma cosa significa, che significato acquista la parola “corresponsabilità”, grazie a quale gioco è possibile parlare di responsabilità in “comune”? Oltre il riconoscimento della diversità nel gruppo“ciascuno porta le proprie competenze 117 che verranno usate anche in modo sinergico…” si ritiene il gruppo forma più economica di gestione delle risorse umane. In altre parole il singolo individuo vive nel luogo del gruppo 112 Vedi Sica G., Papini, 1998, Sviluppare il saper essere in emergenza: formare per affrontare organizzativamente il rischio, in “La sfida dei grandi rischi alla soglia del nuovo millennio”.CISPRO Università degli Studi di Firenze. 113 Vedi Sica G., La circolarità gruppale in emergenza , in “La professione di psicologo. Giornale dell’ordine Nazionale degli Psicologi”, 05/2002 114 Ibidem. 115 Vedi Sica G., 1998, “Approccio al caso di studio in Rosignano Solvay per e con HARIA­2” in “valutazione e gestione del rischo negli insediamenti civili ed industriali” Atti del Dipartimento di Costruzioni Meccaniche e Nucleari dell’Università di Pisa. 116 Ibidem. 117 Sica G., La circolarità gruppale in emergenza , in “La professione di psicologo. Giornale dell’ordine Nazionale degli Psicologi”, 05/2002
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 198 una costante tensione tra il proprio interesse individuale e quello “collettivo”. Il gruppo permette la rappresentazione esterna e la drammatizzazione della “gruppalità” interna di ciascun componente, il gruppo è come sistema composito integrato dalle distinte dinamiche dei componenti che sinergicamente contribuiscono alla costituzione in apparato psichico 118 sovraordinato all’individuale: il conflitto individuo­società, come scrisse Bion , è in primo luogo intrapsichico e come tale può essere rivelato e risolto nel lavoro del gruppo. Ogni azione è un atto di comunicazione e, perciò, comporta una sorta di autodeterminazione sociale, l’individuo che agisce immedesimandosi in una personalità sociale e rimane 119 vincolato a questa . 120 Riprendendo una riflessione di Kernberg è possibile, grazie a una leadership 121 razionale, contrastare le pericolose conseguenze dei fenomeni regressivi che si creano 122 all’interno dei gruppi riguardanti la stessa natura della leadership, il gioco degli impulsi libidici e aggressivi nelle interazioni gruppali, la dinamica del potere ­parte di un modello integrato il cui potenziale esplicativo viene illustrato in diversi contesti­ e individua alcuni meccanismi “correttivi” per conquistare delle relazioni di lavoro “creative”: “la burocrazia”, 123 “l’umanesimo”, “la democrazia”e “l’altruismo” . Il gruppo si configura, così, come un luogo, un laboratorio in fieri come se fosse un polis, con un richiamo all’etica classica secondo la quale la realizzazione di sé era insieme un fatto individuale e collettivo; il gruppo è un luogo in cui si fa insieme qualcosa, si prende una decisione che non è del singolo, ma del gruppo. L’esigenza è quella di utilizzare “dinamiche circolari” come uno strumento per avviare “progettualità”, all’interno dei gruppi, in emergenza, e nelle popolazioni. Pensando e concependo una parità fondata sulla differenza e una diversità assicurata da condizioni “paritarie”, una differenziazione resa possibile tramite il riconoscimento dell’altrui “alterità”, ribadita dalla reciprocità delle individualità tra loro nel “luogo” del gruppo: “In un gruppo è importante che ciascuno sia disponibile non solo a portare attivamente il proprio contributo, ma anche ad ascoltare e ricevere, con apertura emotiva, quello degli altri; quando i componenti lo staff esprimono opinioni e discutono le proposte, è possibile, soprattutto quando il gruppo acquisisce fiducia e affiatamento, produrre una 124 decisione univoca che il responsabile dovrà riassumere e rendere esecutiva ”. L’attivazione di “dinamiche circolari” in un gruppo si configurerebbe come una sorta di “pantomima” dal carattere tra il catartico e l’ “esorcizzante” per una dialettica volta a 118 Bion, “Esperienze nei gruppi”, Armando editore, 2000 (rist). 119 Vedi Natoli, 2005, “La verità in gioco”, pag. 139­151, Feltrinelli ed., Milano. 120 Vedi Kernberg, 1999, Le Relazioni nei gruppi. Ideologia conflitto e leadership, Raffaello Cortina editore (tr.it). 121 Dice infatti Kernberg, 1999, "La mia esperienza come membro e come capo di organizzazioni psichiatriche e psicoanalitiche, nonché come consulente istituzionale di strutture ospedaliere ed educative, ha evidenziato ancor più la relazione tra i conflitti inconsci, i fenomeni regressivi di gruppo e l'influenza della leadership istituzionale nel ridurre o, al contrario, nell'esacerbare l'aggressività primitiva all'interno di un contesto sociale." In Le Relazioni nei gruppi. Ideologia conflitto e leadership, Raffaello Cortina editore (tr.it.). 122 Dove per “razionale” K. intende: “vorrei presentare una lista delle caratteristiche di personalità che più facilmente possono portare a un leadership razionale: l’ntelligenza, che è necessaria a un pensiero strategico e concettuale, è la più importante, seguita dall’onestà e dall0incorruttibilità, dalla capacità di stabilire e di mantenere relazioni oggettuali profonde (essenziale per valutare realisticamente gli altri), da un sano narcisismo (che vuol dire essere assertivi e non sempre pronti a mettersi in disparte) e infine da quel senso di cautela e di allarme nei confronti del mondo,…” op. cit., pag 110. 123 Kenberg, 1999, Op. cit., pag. 144­151. 124 vedi G. Sica, Papini, Sviluppare il saper essere in emergenza: formare per affrontare organizzativamente il rischio, in “La sfida dei grandi rischi alla soglia del nuovo millennio”.CISPRO Università degli Studi di Firenze,1998.
199 mettere in gioco “precauzioni”, “norme”, atteggiamenti, risoluzioni da utilizzare in contesti di emergenza. Tale dinamica evocherebbe un processo di “fluidificazione del potere”: utilizzare modalità di relazioni circolari più che di tipo gerarchico così come un laboratorio di ritessitura di trame in cui tutti gli addetti sono portati a mettere in gioco ­e ricucire­ le proprie trame. In questo senso, si va verso quella che si può chiamare un’ “etica comune 125 dell’ospitalità” . Così in tali contesti il momento ri­costruttivo potrebbe essere vissuto più che come un momento in cui arriva “qualcuno” a riparare il danno ­ in un epoca in cui sempre di più ci si convince che le “norme” non siano tanto utili da applicare quanto da declinare ­ ma come un tempo e luogo di attiva “riparazione” di un contesto di emergenza in cui spazio e tempo sono stati lacerati da una “catastrofe”, come se si portasse ad una popolazione una “pantomima” di una ricostruzione. 125 Vedi Savater Brevissime teorie, pag. 17­22, Laterza editori, 1998
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 200 IV 3 d La formazione: tutti ne parlano, pochi la producono La riflessione sulla dicotomia tra aggiornamento ma soprattutto tra addestramento e formazione che si è, seppure in un contesto in cui ci si affida di più alla ricchezza della bibliografia rilevata in proposito e ragionata, vuole essere solo un segnale di un’attenzione, sempre più orientata all’alfabetizzazione in materia, che si è riscontrata durante l’iter dei contributi critici all’interno della nostra stessa Unità Operativa di ricerca. A questo proposito vale la pena fare, anche se solo un cenno di esempio, alla collaborazione abortita, con il Centro Interdipartimentale per lo Studio delle condizioni di rischio e lo sviluppo di attività di PROtezione civile [CISPRO] – Dipartimento di Fisiologia 126 127 Clinica , ma solo per esemplificare quanto e come l’interdisciplinarietà , a proposito della formazione, sembra rassomigliare sempre di più ad un’araba fenice che ad una prassi metodologica identificabile. Il CISPRO, in collegamento con l’EGOCREANET, presso l’Istituto di chimica 128 dell’Università degli Studi di Firenze e il Servizio Emergenza Sanitaria del Dipartimento di Protezione Civile di via Ulpiano in Roma, avrebbe dovuto produrre e/o supervisionare, quale ipotizzato sub­contraente del DSS­UniPI, un piano formativo per il personale sanitario e per i docenti delle scuole territoriali in Rosignano Marittimo, da generalizzare, a livello nazionale, vedi ad esempio il prodotto che si è riusciti, lo stesso, a simbolizzare con la Favola del gioco 129 130 dell’Aquilone e/o Un Aquilone verso la formazione . La progettazione di un piano formativo orientato al personale docente e non docente della scuola e lo studio degli strumenti idonei a favorire la comunicazione anche nei confronti degli allievi deve avvalersi, necessariamente, di consulenti di provata esperienza nel settore. In realtà mentre per quel che poteva riguardare un approccio, affatto facile ma, si conferma, molto stimolante, non per quello che si è riusciti a produrre ma per quello che si potrà soprattutto in futuro sviluppare, da una parte con gli insegnanti di Rosignano Marittimo e dall’altra con il personale dell’Azienda USL di Cecina, quali testimoni qualificati istituzionali, per il primo punto hanno prodotto il nulla, per il secondo si è poi scoperto, casualmente in sede di convegno La sfida dei grandi rischi alla soglia del nuovo millennio ­ Firenze ­ Novembre 1998, che era stato da loro prodotto il documento Pianificazione 131 dell’emergenza intraospedaliera a fronte di una maxi­emergenza Settembre 1998 , in cui si parla soltanto della riduttivistica organizzazione tecnica medico­clinica, trascurando, 126 La cui Direzione è affidata al Prof. Sergio Boncinelli, professore ordinario di anestesia e rianimazione dell’Università degli Studi di Firenze, con la collaborazione del Dr. Paolo Fontanari. 127 Sull’interdisciplinarietà ed i suoi equivoci vedi Sica G., 1986, Informatica e regolazione sociale: appunti sull’uso delle nuove tecnologie nella scuola , in Donati P. (a cura di), Le politiche sociali nella società complessa , Franco Angeli, Milano, nota 15, p.221. 128 con il supporto, per questo specifico contributo, della Dr.ssa Patrizia Papini. 129 V. PERT 05/09/1999, pp. 17. 130 V. PERT 18/12/1999, pp. 6. 131 Documento ricevuto, a posteriori, nel Gennaio 1999, su richiesta.
201 sfrontatamente, tutto l’aspetto metodologico della scienza dell’organizzazione che fa capo alle Scienze Sociali. Aspetto che secondo gli intenti dichiarati da parte del Dipartimento della Protezione 132 Civile ipotizzavano, perfino, la nomina di gruppi di consulenti ad hoc . Tutto questo avveniva, appunto, quindi, in concomitanza dell’investimento, della prevista sub­contraenza da formalizzare, di almeno una decina di incontri ad hoc senza considerare tutte le risorse tra e­mail e colloqui telefonici investitevi per e con Haria­2. In realtà il Dipartimento di Protezione Civile, documentalmente, mostra una certa attenzione operativa nei confronti della Psicologia perché, per esempio, durante il coordinamento delle Associazioni di volontariato per l’intervento in occasione del terremoto in Italia centrale del 1997, sono stati messi a disposizione budget adeguati al livello professionale a squisito e solo rimborso spese, specificatamente, ma guarda caso per una 133 associazione di medici e/o psichiatri, e comunque per psicologi preparati solo per la diagnosi e le rispettive terapie post­evento, con l’assistenza, per giunta, di personale infermieristico, altro che un sociologo e/o un antropologo. Nello specifico terremoto il lavoro psicologico in realtà è stato effettuato molto bene ma solo perché l’organizzazione dell’Azienda USL di Foligno aveva una propria preparazione ed una organizzazione all’altezza di “inventarsi” i gruppi di ascolto. Questo esempio, purtroppo generalizzabile, si basa su un conflitto, non ancora maturato eticamente, sul piano della chiarificazione deontologica con un’interfaccia tra le varie competenze, anche umanistiche, per un “mansionario” tra chi è iscritto all’ordine dei Medici­ Chirurghi e degli Odontoiatri a quello degli Psicologi magari anche specializzati in Psicoterapia. Tutto ciò, invece, può sembrare un compartimento stagno superato in occidente ed in Paesi europei essendo questi stati promotori della dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che vede l’oggetto di intervento della sanità non solo per gli aspetti 134 squisitamente medico­clinici . Nell’ambito del progetto di ricerca HARIA­2 [Handling Algoritms for RIsk Assessment] ci si è posti l’obiettivo di realizzare un software da utilizzare in sede di pianificazione delle emergenze industriali, è emersa l’improrogabile esigenza di assumere interdisciplinarmente anche la variabile del comportamento umano in situazione di emergenza. 132 V. PERT 14/04/1998, p.2, lettera da parte del Prof. Dr. Sica al Prof. Dr. Bellotti [(quale referente per gli aspetti psicologici nei confronti dell’Ufficio per il Servizio Emergenza Sanitaria dello stesso Dipartimento della Protezione Civile) inviata per conoscenza alla Dr.ssa Papini quale responsabile dell’Ufficio per il Servizio Emergenza Sanitaria citato] nella quale oltre a ricordare una bozza di proposta, commissionatagli ufficialmente e documentalmente, anche attraverso incontri di lavoro ad hoc, dal Dipartimento della Protezione Civile stesso, insieme con la Dr.ssa Bruna De Marchi, sugli aspetti di psicologia connessi a situazioni di maxi­emergenza ancora in attesa di riscontro, viene ribadita, prima, la necessità per gli psicologi di intervenire fin dall’ipotesi dei Piani di Emergenza e, dopo, l’invito ad un confronto critico. 133 Su proposta del Prof. Dr. Bellotti, appunto. 134 V. PERT 31/03/2000, pp.4, circa la Gestione delle risorse umane in ambienti a rischio e cfr. in Appendice la Mappa Mente Logoterapica di Gideon Millul, p.170.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 202 Il Dipartimento di Scienze Sociale dell’Università degli Studi di Pisa, attraverso una ricerca intervento sulla formazione comunicativa nella preparazione professionale di coloro che sono preposti alla previsione, prevenzione e gestione dei rischi chimico­industriali ed ecologici, aveva come obiettivo quello di considerare il comportamento umano come diretto agente sul calcolo delle conseguenze dovute ad una situazione incidentale. Dalla considerazione che: La “sociologia dell’educazione” si impone quale settore di studio proprio dei sociologi professionisti, che concepiscono l’analisi dei fenomeni educativi come una branca della sociologia generale, il cui scopo specifico è costituito dall’approfondimento in chiave sociologica delle Istituzioni e dei processi educativi. si evince l’importanza che l’educazione a comunicare riveste nei confronti della comprensione consapevole dei comportamenti da adottare in situazioni di convivenza con il rischio. Da queste prime considerazioni già emerge la necessità che le Istituzioni e gli addetti direttamente responsabili dell’incolumità della popolazione siano adeguatamente stimolati ad avviare un chiaro processo comunicativo, mirato anche a migliorare e rendere più attivo il coinvolgimento della comunità nelle fasi di pianificazione delle situazioni di emergenza. Tale coinvolgimento presuppone la presa di coscienza dei rischi che generano questo tipo di fenomeni, della strategia elaborata per fronteggiarli e la conoscenza dei relativi piani di emergenza. In questo contesto l’utilizzo di una metodologia comunicativa innovativa deve proporsi di integrare e, nel caso, sostituire i tradizionali metodi di educazione alla comunicazione esistenti. L’ambito in cui questo lavoro era inserito riguarda le industrie a rischio di incidente rilevante (“un evento quale un’emissione, un incendio o un’esplosione di grande entità, dovuto a sviluppi incontrollati che si verificano durante l’attività di uno stabilimento […], e che dia luogo ad un pericolo grave, immediato o differito, per la salute umana o per l’ambiente, all’interno o all’esterno dello stabilimento, e in cui intervengano una o più sostanze pericolose”­Decreto Legislativo 334/99) da sostanze pericolose partendo dallo stabilimento Solvay in Rosignano Marittimo (LI). I risultati emersi dallo studio del caso di Rosignano Marittimo evidenziano un generalizzato scarso livello di informazione dalla diffusione della quale dipende un comportamento corretto ed efficace nella gestione dell’emergenza: infatti dall’analisi dei dati risulta che la reazione del campione in caso di emergenza sarebbe, nel 70,4% dei casi, non solo sbagliato ma, addirittura, corrispondente a ciò che viene sconsigliato. Quindi l’Amministrazione Comunale ha ancora, più che molto, meglio da fare sulla questione dell’informazione nel rispetto, oltre che della legge, che dispone i limiti minimi delle iniziative, di una politica­sociale da troppo tempo bistrattata e continuamente dipassata . La trattazione rispetta un sistema tendenzialmente cronologico delle fasi della ricerca, l’unica eccezione è che la comunicazione per gli adulti addetti ai bambini viene analizzata solo alla fine, pur essendo stata questa la fase che ha preceduto proprio l’inizio del lavoro, allo scopo di un contributo critico da parte della popolazione attraverso incontri con i testimoni qualificati: viene trattata alla fine semplicemente perché è un capitolo a sé stante, molto interessante come rimando, un’ipotesi metodologica di lavoro utilizzata in itinere.
203 IV 3. d. 1. Su Rosignano Marittimo Gabbro Nibbiaia Castelnuovo della Misericordia Rosignano Marittimo Castiglioncello Rosignano Solvay Le Bagnolesi Le Morelline Polveroni Vada – Caratteristiche ter ritoriali Rosignano Marittimo è un comune della provincia di Livorno che, con i suoi 30.000 abitanti, è il comune più popolato della provincia, dopo Livorno e Piombino. Comprende sette frazioni praticamente collegate tra loro: Vada, Castiglioncello, Rosignano Solvay, Nibbiana, Gabbro e Castelnuovo della Misericordia. L’insediamento nel 1913 di uno stabilimento per la produzione di soda della Società Solvay dette la spinta decisiva all’economia locale. Oggi il territorio comunale è interessato da una grande espansione industriale in prevalenza nella frazione di Rosignano Solvay, dov’è istallato lo stabilimento della Solvay. Lo stabilimento di Rosignano è inserito in un Gruppo chimico e farmaceutico; l’attività del gruppo chimico è concentrata su quattro settori: alcali, attività di produzione rientrante nella chimica di base, materie plastiche e la loro trasformazione, salute umana. All’interno di quest’ultimo settore la Solvay dedica particolare attenzione pubblicando ogni due anni un rapporto ambientale, con il quale é riassunto l’impatto delle attività produttive sul territorio. I dati sono rilevati costantemente attraverso monitoraggio in aria, acqua e suolo.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 204 – Il Gruppo e lo stabilimento Nello stabilimento Solvay la produzione si articola su una vasta gamma di prodotti 135 che vanno per l’unità sodiera : dal carbonato di sodio al cloruro di calcio e il bicarbonato di sodio, prodotti utilizzati nella detergenza e, nell’industria veterinaria il primo, nell’industria agro­alimentare e chimica il secondo, mentre il bicarbonato di sodio trova applicazione nell’industria farmaceutica e nel trattamento delle acque. Dall’unità produzione prodotti clorati, escono soda caustica, cloro, idrogeno, cloruro di metilene, cloroformio e acido cloridrico e mentre il cloro e l’idrogeno vengono utilizzati per la produzione di acido cloridrico, la soda caustica trova applicazione nell’industria tessile, nelle cartiere e nei trattamenti ambientali; il clorformio viene utilizzato nell’industria farmaceutica e il cloruro di metilene nell’industria fotografica, nella produzione di 136 policarbonati e nella produzione di antibiotici . L’Unità perossidati, fabbrica acqua ossigenata, perborato di sodio e percarbonato di sodio: l’acqua ossigenata è utilizzata nella fabbricazione della carta per il suo potere sbiancante, nelle polveri detersive sono 137 utilizzati, invece, il perborato di sodio ed il percarbonato di sodio . Infine l’unità di produzione poliolefine: oltre a seguire la specifica produzione, cura anche altri processi operativi e servizi di supporto, cioè prodotti utilizzabili in applicazioni ad alto contenuto tecnologico come, ad esempio, tubi a pressione per reti di distribuzione di acqua o metano oppure impianti igienico sanitari, tappi per imbottigliamento di acque minerali e cartucce 138 per fucili da caccia . Nello stabilimento sono poi presenti altre unità di servizi che curano processi anche altamente qualificati. Ø Solvay Chimica Italia S.p.a. che produce clorati e derivati, perossidati, prodotti sodici; gestisce i cantieri distaccati i Ponteginori, i servizi tecnici e amministrativi, l’estrazione del salgemma a San Carlo, l’estrazione della pietra calcarea e la Ricerca Elettrolisi; Ø Solvay Polyolefins Europe Italy S.p.a. che cura la produzione di polietilene Alta Densità e quella della Ricerca poliolefine; Ø Solvay S.p.a. che raggruppa tutte le attività connesse al recupero di residui sodici rivenienti dalla depurazione dei fumi industriali attraverso la tecnologia NEUTREC. Quando si procede alla valutazione del rischio occorre considerare che per permettere il superamento della crisi è opportuno avviare canali d’informazione mirata: poche informazioni possono evitare danni irreversibili o addirittura salvare una vita umana. Il cloro attacca le vie respiratorie ma, essendo più pesante dell’aria, tende a stare in basso. Compito degli operatori sarà quello di convincere le persone a raggiungere i piani più alti degli edifici, avendo avuto cura di chiudere le finestre, ed attendere l’arrivo dei soccorsi. Trattando il caso specifico degli anziani sarà necessario attivare canali 135 Sica G., De Marchi S., 2000, Comunicazione e in­formazione sui rischi di incidenti rilevanti, D.S.U. Pisa, p. 89. 136 V. CATALOGNE SHEET DEL GRUPPO SOLVAY, Stabilimenti di Rosignano, Unità di Produzione Prodotti Clorati, 16­17 ottobre 1999. 137 V. CATALOGNE SHEET DEL GRUPPO SOLVAY, ibidem. 138 V. CATALOGNE SHEET DEL GRUPPO SOLVAY, ibidem.
205 informativi rivolti a far si che ogni anziano solo o in famiglia, riceva istruzioni per il superamento dell’evento. Sarà opportuno inoltre, procedere a verificare questi canali e le potenzialità operative della struttura organizzativa, rodando al tempo stesso la macchina dei soccorsi con simulazioni il più possibile attinenti alla realtà. – Compiti dell’Unità Operativa È compito dell’Unità Operativa preposta, analizzare e valutare le caratteristiche, l’efficacia e le risorse delle organizzazioni di soccorso impegnate, privilegiando la predisposizione ed il perfezionamento della comunicazione tra le unità di soccorso, perché tanto più questi canali, rodati durante le esercitazioni, sono efficienti, migliore sarà il risultato. Questa attività di costituzione e controllo che è compito dell’Unità Operativa può essere anche messa in atto, ed è auspicabile che lo sia, avvalendosi di mezzi informatici quali software specifici, capaci di rendere possibile un confronto tra gli obbiettivi fissati negli schemi di intervento ed i risultati ottenuti nella simulazione dello stesso. Alcuni software consentono oltre che la pianificazione, l’osservazione dello stato d’avanzamento delle attività già svolte, verificando di volta in volta le differenze tra obbiettivi e risultati, sia a livello di singola persona, sia per la totalità dell’organizzazione. Altrettanto utili potrebbero rivelarsi contatti in tempo reale con centri di ricerca, attraverso canali telematici come internet: con possibilità di trasmettere in tempi reali scambi d’informazione sull’evolversi della crisi, ricevendo soluzioni d’intervento idonee da personale altamente qualificato che, per diverse ragioni, potrebbe non presenziare la gestione dell’emergenza sul posto. 139 La comparazione dei risultati ottenuti con quelli attesi tocca tutti i campi d’azione 140 del soccorso, ed è attraverso questa che si cerca di scoprire ciò che è umanamente fattibile rispetto a ciò che è statisticamente probabile, se si considera poi l’ambito di riferimento,(dove interagiscono variabili come: dinamiche sociali e flussi comunicativi) 141 questo è ancora più determinante.La pianificazione e la simulazione consentono quindi, di ricondurre comportamenti complessi, a forme semplici e facilmente comprensibili. La progettazione di un piano formativo orientato agli operatori, lo studio degli strumenti idonei a favorire la comunicazione deve avvalersi senz’altro di consulenti con provata esperienza nel settore. Non sempre il personale che opera è anche un qualificato professionista, mai quando pretende di scindere formazione e addestramento. La formazione è, infatti, un processo continuo che si articola sulle fasi del sapere, saper fare e saper essere e, dovrebbe approdare ogni volta che se ne verifica la necessità alla realizzazione di un progetto, al quale hanno collaborato, portando ognuno la sua 139 La comparazione è il momento delle verifiche, del controllo delle ipotesi, degli obiettivi fissati, delle relazioni tra variabili, peraltro, la conoscenza stessa pone quale sua pre­condizione la comparazione che tocca, infatti, tutti i campi del sapere con una costante apertura al mondo (V. PERT 06/10/1999, p.5, intervento di Costantino Cipolla). La comparazione (V. PERT 06/10/1999, p.2, intervento di Roberto Fideli). […] è un’attività cognitiva diffusa sia nella scienza sia nella conoscenza di senso comune: confronto tra stati su una stessa, o più, proprietà. Oggetti, proprietà, stati ed, eventualmente, punti del tempo ne costituiscono gli elementi strutturali. Attraverso la comparazione viene posto l’obiettivo “di scoprire ciò che è umanamente fattibile anziché ciò che è statisticamente probabile” (V. PERT 06/10/1999, p.6, intervento di Alberto Marradi). che se si considera l’ambito di riferimento, che analizza comportamenti, flussi comunicativi e dinamiche sociali in situazioni di emergenza, risulta ancora più determinante. La pianificazione informatizzata della simulazione e la comparazione di situazioni sperimentali si propongono come strumenti di ausilio alla comparazione stessa. La simulazione consente di ricondurre comportamenti complessi a forme semplici e facilmente comprensibili. 140 V. PERT 6.10.1999, p. 6, intervento di Alberto Marrani. 141 Sica G., De Marchi S., 2000, Comunicazione e in­formazione sui rischi di incidenti rilevanti, D.S.U. Pisa, p. 64.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 206 esperienza, vari professionisti in altrettante discipline, creando all’interno dello stesso, nessi di interdisciplinarietà.
207 IV 3.d. 2. Presentazione sulla variabile anziani La scelta è ricaduta su un ipotetico caso di incidente tecnologico che abbia implicato la fuoriuscita di un elemento pericoloso per la salute umana: nella fattispecie la fuoriuscita di cloro dallo stabilimento Solvay di Rosignano Marittimo e la sua pericolosa diffusione negli centri abitati circostanti. Nell’ambito di questo studio verrà esaminato prettamente il profilo degli anziani: soli o in famiglia, autosufficienti e non. Verrà inoltre esaminato il modo più giusto di comunicare l’emergenza, l’attivazione dei canali d’informazione, la pianificazione dell’emergenza fino al ripristino delle normali condizioni di vita o quanto meno del cessato allarme. Al crescere dell’età e della solitudine in connessione con la diminuita autonomia, cambia significativamente il modo in cui l’anziano si rapporta nella gestione dei problemi quotidiani e a maggior ragione di quelli “eccezionali”. È compito dunque di coloro che sono addetti ai lavori cercare di attivare flussi di informazione vari che si adattino di volta in volta alle mutate esigenze e, che centrino l’obbiettivo non solo di praticare l’informazione ma di considerare gli anziani come categorie particolari per le quali è necessaria una stimolazione ed un supporto psicologico particolare. Come abbiamo detto la casistica è varia: si va da anziani soli o in famiglia o accolti in struttura, autosufficienti o non. Di queste categorie quelle che meno abbisognano di immediati interventi sono gli anziani ospitati in struttura. Tratteremo pertanto nel caso specifico il comportamento da tenere da parte degli operatori per le altre categorie, anche in considerazione dei dati a disposizione. Per effettuare una capillare ed adeguata informazione sul territorio è anzitutto necessario che gli operatori costituiscano un’anagrafe delle persone con queste caratteristiche: sarà necessario inserirvi non solo i dati anagrafici degli interessati ma anche, e soprattutto, i loro contatti verso il mondo esterno ad esempio, l’anziano solo aiutato dal vicino di casa a fare la spesa o accompagnato dal medico, é necessario individuare là dove ci sono, le persone che ci saranno utili nel gestire l’informazione e la formazione delle persone anziane. È riscontrato che, se i messaggi da impartire sono rivolti da persone “amiche” o comunque di fiducia, saranno recepiti con maggiore facilità da ognuno di noi e in particolare modo dagli anziani. Là dove invece queste persone non ci sono, perché l’anziano, oltre ad essere solo è anche marginato, dovranno attivarsi i servizi sociali attraverso i loro operatori che, recatisi al domicilio degli anziani, impartiscano loro le informazioni necessarie e li assicurino sul supporto psicologico e materiale al momento dell’emergenza. Diverso è il caso degli anziani che vivono in famiglia dove i canali da attivare sono i membri della stessa che, hanno un rapporto privilegiato con l’anziano. Per questi casi, là dove sono presenti disabili anziani, sarà necessario preventivare personale da presenti anziani disabili, oltre al resto sarà necessario preventivare personale qualificato che sostenga e aiuti la famiglia in difficoltà anche dal punto di vista concreto, es: aiuto nel momento dell’emergenza, per portare l’anziano non autosufficiente al sicuro. Come abbiamo visto il raggiungimento dell’anziano da parte della macchina organizzativa va fatto in linea generale attraverso canali inconsueti, questo si rende necessario perché i canali formali non riuscirebbero in alcun modo a centrare l’obbiettivo dell’informazione e tanto meno quello del sostegno psicologico, in un momento eccezionale e pertanto delicato per la vita di un anziano.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 208 Gli elementi che consentono ad un Piano di essere efficace sono: 1 ­ Aggiornamento periodico. Poiché la Pianificazione della Emergenza risente fortemente della dinamicità del territorio, occorre tenere costantemente aggiornati i seguenti parametri: • evoluzione dell’assetto del territorio, sia dal punto di vista fisico che antropico; • aggiornamento delle tecnologie scientifiche sia per il monitoraggio che per la previsione dell’evento atteso. 2 ­ Attuazione di esercitazioni. L’esercitazione è il mezzo, fondamentale, per tenere aggiornate sia le conoscenze del territorio, che l’adeguatezza delle risorse (uomini e mezzi) e per verificare il modello di intervento. 3 ­ Informazione alla popolazione. La conoscenza del Piano da parte della popolazione è l’elemento fondamentale per rendere un Piano efficace. L’informazione alla popolazione deve essere caratterizzata da uno stretto rapporto tra conoscenza­coscienza­autodifesa: conoscenza: intesa come adeguata informazione scientifica dell’evento mediante l’uso corretto dei canali d’informazione; coscienza: presa d’atto della propria situazione di convivenza in una situazione di possibile rischio, presente in un determinato territorio; autodifesa: adozione di comportamenti corretti in situazioni di pericolo Pertanto, condizione fondamentale al verificarsi dell’evento è l’aver messo in azione quel meccanismo studiato a priori, che consenta: alla popolazione di mettere in atto adeguate misure di sicurezza, e offra agli operatori chiamati ad intervenire nel momento dell’emergenza, la sicurezza di sapere cosa fare e come farlo, evitando disservizi dovuti al mal funzionamento dei canali informativi o alla scarsa conoscenza dei propri limiti, provocando a volte conseguenze irreversibili per i soccorritori e i soccorsi. Parlando poi di prevenzione è d’obbligo per gli Enti locali preposti, attivare controlli severi sull’efficienza e l’efficacia dei Piani di Emergenza interni agli stabilimenti industriali più a rischio, questo a salvaguardia della salute dei cittadini. E questo è l’obbiettivo di tutti coloro che operano per prevenire e pianificare l’emergenza, fare in modo che tutti nessuno escluso, superino nel migliore dei modi l’emergenza.
209 IV 3.d. 3. Le risposte alla paura in età evolutiva Nell’ambito del processo comunicativo e formativo che avviato con i testimoni qualificati della comunità ci si è occupati con particolare attenzione di quella delicatissima fascia di età tanto spesso trascurata: quella dei bambini. Riteniamo che imparare a comunicare con questo piccolo mondo aiuti, indirettamente, il grande mondo, quello degli adulti, a raggiungere una maggiore consapevolezza del pericolo e ad acquisire una relativa sicurezza e tranquillità nei confronti dei bambini. Trattando argomenti quali l’allarme, l’emergenza, il pericolo, il rischio, la paura come rivolgersi ai bambini?, quale deve essere il linguaggio da adottare?, con che metodo? 142 Bailey Kenneth D. indica tre problemi fondamentali che il ricercatore deve affrontare se intende intervistare i bambini e che, riteniamo, valgano ogni volta che si desidera avviare un processo comunicativo con i bambini sono: il limitato vocabolario del bambino e la sua scarsa capacità di comprendere concetti astratti; la relazione di ruolo bambino­adulto; la mancanza di comprensione da parte del bambino della situazione di intervista e la breve durata della sua attenzione. Il modo di comunicare con i bambini è un parametro culturale importante del nostro stesso comportamento. I bambini, infatti, imparano prima ad imitare i grandi, i loro atteggiamenti, le loro reazioni e solo in una seconda fase imparano l’oggetto del pericolo e della paura. Nella trattazione della studentessa Chiara Bongini viene analizzato il concetto di paura distinguendolo da quello di fobia attraverso l’analisi di alcuni dei disegni eseguiti da bambini 143 di età compresa fra i 4 e 8 anni . Il risultato interessante è che nessuno ha manifestato, ad esempio, una qualsiasi reazione di emozione panica nei confronti di eventi catastrofici traumatici quali terremoti, maremoti, incendi, alluvioni. Osservando attentamente un bambino durante una situazione di immediato pericolo la prima cosa che si nota è l’istantanea ricerca degli occhi dell’adulto e l’immediata imitazione delle sue azioni. In conclusione l’importanza di una adeguata e consapevole educazione da parte del mondo adulto, sia esso rappresentato dai genitori che dagli insegnanti, verso il mondo 144 bambino risulta ancora più determinante per fronteggiare situazioni di emergenza. 142 V. Bailey Kenneth D., 1995, Metodi della ricerca sociale, il Mulino, Bologna, p.570. 143 V. in Appendice i disegni tratti dall’elaborato per l’esame di Sociologia dell’Educazione nell’anno accademico 1998­1999, pp.275­284. 144 V. Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza , Andrea Vallerini Editore, Pisa, pp.57­58.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 210 IV 3.d. 4. Inventiamoci una favola: un parametro per misurare la qualità culturale attraverso la comunicazione adulta verso i bambini Come comunicare con i bambini?, come insegnare a comunicare con essi?, come adeguare il piano di emergenza ai bambini?, come riuscire a coinvolgerli attivamente? Finora in Italia, in questa direzione, non sono state fatte molte proposte; i Piani di Emergenza previsti hanno al momento l’unico scopo di essere funzionali e perseguibili solo dagli adulti trascurando le fasi di educazione e di formazione specifica per i bambini. L’esigenza di informare­formare i bambini sui pericoli che corrono è chiaramente diversa da quella destinata agli adulti. Troppo spesso vengono considerati adulti in miniatura e nulla di specifico viene studiato e sviluppato. Ma per comunicare con i bambini è necessario entrare nel loro mondo, analizzarlo, capirlo, diventarne parte integrante imparando lo stesso linguaggio con il quale essi parlano, 145 comunicano e si comprendono: “ridiventare un po’ bambini” dice Teresa Mattei . Analizzando il panorama internazionale si è individuato nell’iniziativa degli psicologi israeliani un esempio molto significativo di comunicazione infantile. Israele è un paese con costante pericolo di attentati e bombe al gas venefico. Per tutelare i bambini, fascia più a rischio e più esposta al pericolo dei gas tossici, gli psicologi hanno analizzato quale poteva essere il linguaggio più semplice e comprensibile da adottare per spiegare loro cosa fare in caso di pericolo di aria infetta ovvero di aria contaminata. Quale poteva essere il metodo più giusto per parlare ai bambini di guerra e di pericolo senza incutere loro troppa paura ma allo stesso tempo educandoli alla loro stessa incolumità? La soluzione individuata è stata quella di ideare una favola. Una favola per bambini ma che fosse rivolta anche ai genitori e agli insegnanti. 146 La favola de “I Buffoni alla ricerca della maschera anti­gas” : al genitore, alla maestra, all’insegnante prima dell’avvenimento quando dobbiamo occuparci della preparazione di piccoli bambini. 147 La favola è scritta con un linguaggio scevro da qualsiasi giudizio di valore adatto ai bambini e come in ogni altro libro di favole ci sono disegni che si possono colorare e spazi per scrivere. I personaggi sono un coniglio bianco e degli esseri venuti dal cielo, non hanno niente di spaventoso ed il linguaggio iconico trasmette tranquillità e normalità. Alla fine della favola i bambini vengono invitati a provare ad indossare la maschera anti­gas, ad attaccare la loro fotografia o a disegnarsi con la maschera. Le loro impressioni vengono ascoltate, prima dagli insegnati e poi dagli psicologi. In base a queste osservazioni/informazioni vengono costruiti dei modelli di maschere adatte ad essere indossate dai bambini. 145 V. PERT 01/09/1999 e per esempio il prodotto di Radio Bambina, diretta da Rocco Muzio, quale mirabile impegno a dare voce ai bambini che con la loro sensibilità ai temi ambientali dimostrano una straordinaria capacità nel proporre soluzioni semplici ed efficaci per una migliore vivibilità sul loro territorio. 146 V. PERT 20/05/1999, Dr. Muli, Vered Lahad, I Buffoni alla ricerca della maschera anti­gas, traduzione di Orit Kufert, p. 22. 147 Il nemico, il contrasto, la guerra, la difesa.
211 Nelle scuole, per rendere le operazioni più semplici e spontanee, viene spiegato l’utilizzo delle maschere usando come modello degli orsacchiotti. L’iniziativa è risultata talmente positiva che i bambini hanno acquisito la consapevolezza che al momento di uscire di casa, oltre che per loro stessi, portano una 148 mascherina di carta anche per il loro orsacchiotto . – Iniziative nazionali Il contesto italiano è molto diverso, lontano dalle condizioni di vita del medio oriente. 149 Nel settore della sicurezza nelle scuole , fin dal 1992 sono stati promossi alcuni interessanti progetti con lo scopo di informare/formare sia i bambini che gli adulti. Alla base di questi progetti vi è la collaborazione con i bambini, finalmente promossi da ruolo passivo a ruolo attivo della propria educazione. 150 Uno di questi è certamente il Progetto Scuola Sicura avviato dal Ministero dell’Interno con la collaborazione del Ministero della Pubblica Istruzione in 28 province italiane negli anni scolastici 1992­93 e 1993­94, e con l’intento di estenderlo successivamente su tutto il territorio nazionale. Si tratta di un progetto per affrontare il problema della informazione­formazione del cittadino sia in chiave preventiva, per una corretta conoscenza del territorio e dei rischi con i quali si convive, sia in chiave di emergenza, per educare a comportamenti improntati a principi di collaborazione ed autocontrollo. Vi collaborano gli operatori della Protezione Civile e le autorità preposte agli interventi necessari, in caso di emergenza, per ridurre ogni forma di panico e di sbandamento. Il progetto parte da un programma base comune a tutte le scuole, inoltre gli enti che aderiscono forniscono il materiale necessario per sviluppare un sotto programma autonomo per ogni scuola che coinvolga sia gli insegnanti che gli alunni che le stesse famiglie. Si è detto che la base è comune e lo sviluppo è caratteristico di ogni provincia, sono previsti, inoltre, incontri con le autorità di protezione civile sia nella loro sede che nelle scuole per introdurre i bambini sui metodi di intervento. Il progetto è stato ideato in modo tale che, una volta sviluppato, può essere adottato dagli insegnanti anche senza l’aiuto di esperti. Sono utilizzate fra le metodologie: audiovisivi, pubblicazioni, incontri, giochi e supporti informatici. Il punto ritenuto molto importante è appunto l’autonomia di creazione di un modo tutto personale per riuscire ad informare: ogni scuola ha l’opportunità di crearsi una forma individuale di approccio all’emergenza, attraverso il coordinamento e la cooperazione degli insegnanti ma, soprattutto, con l’apporto fondamentale dei bambini, in questo caso di quelli delle Scuole Medie. 148 A questo proposito occorrerebbe approfondire l’argomento sull’importanza degli animali domestici in caso di emergenza, il comportamento condizionato delle persone dalla presenza di: ­ animali a cui sono affettivamente legati ; ­ persone verso le quali esiste un rapporto di responsabilità [minori, anziani e persone non autosufficienti] . 149 Non ci riferiamo solo all’eventualità di fuga di cloro, ma a tutte le possibili emergenze: terremoti, alluvioni, frane. 150 V. sul sito www.emergenza.firenze.net.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 212 Particolare attenzione è rivolta al fattore gioco contando sulla naturale voglia di 151 competizione infantile e facendo leva sul divertimento sono state organizzate gare eliminatorie a livello provinciale e finali a livello nazionale. Sono previste anche esercitazioni evacuative sotto forma di giochi in piazza per verificare il livello di apprendimento raggiunto. 152 Alcuni esempi di come sono stati sviluppati questi progetti nelle scuole e le proposte più importanti nelle quali si evidenzia la collaborazione costante tra enti ed imprese locali che, grazie alla loro sensibilità, procurano i supporti cartacei ed audiovisivi da distribuire, sono: cassette audiovisive: A scuola sicuri realizzata dalla Prefettura di Perugia con la Cassa di Risparmio di Perugia e distribuite a tutti gli studenti del Progetto Scuola Sicura; Esercitazioni di evacuazione sotto la guida dei VVFF, per ogni scuola viene realizzata una pianta di evacuazione e verificata con una simulazione; diapositive: il comando dei VVFF di Roma ha predisposto 60 diapositive e un filmato sui rischi ambientali, unito ad una serie di norme ed accorgimenti per prevenirli. Inoltre hanno realizzato anche un gioco su computer inerente la sicurezza in casa; gioco dell’oca: sono giochi collettivi, ideati e realizzati in questo caso dagli allievi e insegnanti della Scuola Media F. Morosini di Venezia. È un programma didattico che permette di individuare le situazioni di rischio nella zona territoriale locale. Questa proposta è stata successivamente dinamicizzata attraverso una versione ‘viventÈ con manifestazioni provinciali e nazionali; 153 tesserini: il Tesserino del Giovane Volontario di Protezione Civile : […] lo scopo è quello di creare un gruppo di volontari in ciascun istituto scolastico che assuma un ruolo trainante e di guida per tutti gli alunni, non solo in relazione alle tematiche della protezione civile in senso stretto, ma anche a modalità di comportamento socialmente utili in senso più ampio. I gruppi dovrebbero dotarsi di un regolamento che si prefigge di non ‘imporrÈ, creato e discusso insieme alle associazioni coinvolte a livello provinciale. Tale regolamento dovrà prevedere tempi e modalità di progressione dei componenti del gruppo nella vita dell’associazione secondo criteri meritocratici; calendari: che riportano per ciascun mese le situazioni di disagio legate alle condizioni meteorologiche da distribuire in ciascuna delle classi. Dal momento di adesione al Progetto Scuola Sicura, ciascun Ente e Associazione partecipante facente parte del comitato nazionale, dovrà indicare alle Prefetture il responsabile provinciale. Il Provveditore agli Studi nomina un responsabile di Protezione Civile in ogni istituto coinvolto; inoltre viene formato un comitato locale formato da un rappresentante del Prefetto, del Comune, dei VVFF, della Sip, dell’Enel, della C.R.I, dell’Agesci e di altre Associazioni che ne vogliono far parte per dare impulso e organizzazione al progetto. Vengono in seguito individuate le scuole da inserire nel programma e a livello 154 scolastico, predisposto un programma da effettuare , avviato e deciso un calendario. Queste iniziative sono rivolte a bambini già capaci di leggere e scrivere; per quelli più piccoli la proposta è quella di ideare un opuscolo realizzato con disegni da colorare, che narrino una storia fantastica, tipo quella de I Buffoni alla ricerca della maschera anti­gas, 151 che a quest’età è sempre molto sviluppato. 152 che possono essere adottate ed adattate a qualsiasi realtà. 153 V. sul sito www.protezionecivile.it/dpcinforma. 154 Unitamente ad un corso sulla gestione dell’emergenza destinato agli insegnanti.
213 magari con animali, fate, mostri da sconfiggere, o semplicemente personaggi conosciuti da tutti come Topolino o Paperino. I bambini, così, imparano giocando e attraverso il gioco le nozioni importanti risultano più incisive. 155 Per quanto riguarda la realtà di Rosignano Solvay, in una intervista telefonica il Provveditore agli studi di Livorno, Signor Pagnanelli ha riferito che lui stesso ha emesso una circolare nel mese di agosto 1998 a tutte le scuole della provincia nella quale si invitano gli insegnanti ad inserire nei propri programmi delle nozioni di Protezione Civile, nell’ambito proprio del Progetto Scuola Sicura. Ha aggiunto, inoltre, che nel 1994 si è svolto l’ultimo corso di aggiornamento a Livorno e Portoferraio aperto ai referenti per la sicurezza di ogni scuola e che è stata prevista 156 una sola prova di evacuazione per ogni anno scolastico . Al suggerimento dell’acquisto di attrezzature di emergenza, ha precisato che non sono previsti investimenti, causa mancanza di fondi, per questo settore. 155 Realizzata dalla studentessa Chiara Bongini il 10 Dicembre 1998. 156 A suo parere insufficiente.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 214 IV 3.d.5 Un Focus Group? Il focus group è una tecnica di ricerca scientifica, iterabile e non, che può essere utilizzata isolatamente e/o ad integrazione di altre nel complesso delle attività, con approccio quanti­qualitativo, in un programma di ricerca empirica nell’ambito delle Scienze Sociali. Si tratta di un incontro tra un gruppo di “testimoni qualificati motivati”, selezionati attraverso la proposta di una tematica da discutere con capacità di autonomia critica ed in uno specifico contesto spazio temporale, condotto metodologicamente ad hoc al fine di sviluppare un comune approfondimento oggettivo tramite il potenziale eterogeneo esperienzale e, non ultimo per importanza, non sottovalutando il ruolo della dinamica soggettiva dei e tra i partecipanti in gioco. Questo focus group si colloca nella ricerca di HARIA–2 quale ulteriore contributo delle Scienze Sociali. HARIA­2, se a livello generale è un sistema software integrato, di supporto all’analisi e alla pianificazione delle emergenze di natura tecnologica, nello specifico è lo sviluppo di questo sistema per la gestione dei piani finalizzati ad evitare e/o ridurre gli effetti di un possibile incidente industriale nell’accezione di una fuga di gas. In questo studio si è cercato di applicare la metodologia in aiuto per emergenza di disastro nella zona di Rosignano Marittimo (LI), con incidente all’industria Solvay. L’interdisciplinarietà con le Scienze Sociali trae origine dalla verificabilità che qualsiasi progetto per la pianificazione (onde evitare e/o ridurre gli effetti di ogni tipo di emergenza) non può rimuovere più l’esigenza di un’interfaccia con la variabile derivante dalla parametrazione. Parametrazione, in primis, sia della preparazione professionale degli addetti, cioè della loro formazione in armonia con il loro addestramento e la loro conoscenza teorica di competenza, ma soprattutto, della verificabile informazione, seppur legalmente riscontrabile come fornita, alla popolazione, potenzialmente soggetta ad un simile evento, circa la sperimentabile acquisizione del comportamento finalizzato ad evitare e/o ridurre, il più possibile nel tempo e nello spazio, eventuali danni. Il Focus Group, anche nel nostro caso, provocando tra gli addetti partecipanti un’occasione di valorizzazione esperienzale circa la loro capacità professionale complessiva in una dinamica di gruppo ad hoc, come ormai ogni tipo di processo di sviluppo qualitativo gestionale ambisce, ha cercato di verificarsi sull’informazione alla popolazione, attraverso quanto ognuno aveva percepito dell’evento. In sintesi quell’aspetto che prevede, dopo il riscontro degli aspetti legali comunicativi con la popolazione, il significato di una metodologica verifica per una comunicazione umana; cioè la verificabilità dell’acquisizione informativa attraverso un riscontro potenzialmente anche critico da parte della popolazione ricevente nei confronti della fonte, istituzionale e/o non, emittente. Questa tecnica, insieme ad altre forme di prudenze antiallarmistiche, a cui si può rischiare di associare perfino la pratica metodologica di una comunicazione critica scadenzabile ritualmente e capillarmente con e tra la popolazione rispetto all’ipotesi di un incidente Solvay, in:
215 assenza di una documentabilità di una verifica metodologica, quindi non solo riduttivamente cartacea ma, anche come permeabile tradizione culturale e politica microterritoriale e/o di specifici storici abitanti di caseggiati, cioè transdisciplinare, in proporzione alla presenza di una ricchezza di occasioni praticate per riprodurre l’informazione legale alla popolazione intera, perfino, attraverso il Calendario dell’Amministrazione Comunale ed a depliants contenuti nella busta paga dei dipendenti della Solvay, in una perdurante assenza di un processo decisionale al fine di realizzare una sintesi di messaggio semplice ed omogeneo anche iconico decodificabile a colpo d’occhio circa il comportamento da avere in caso di sirena allarmante, da poter portare nel proprio portafogli e/o attaccare dietro le porte di ogni camera condominiale in affitto ai balneanti, come esiste in altre realtà municipali in presenza di aziende della Solvay stessa, in un contesto culturale ambientale di Rosignano Solvay in cui si sconfina alternativamente tra un dibattito: d1) sulla tematica della trasformazione naturalistica, attraverso perenni emissioni di fumi e liquidi di scarico imbiancanti e d2) sulla tematica di un eventuale incidente industriale Solvay, attraverso il rilascio di cloro ci ha fatto registrare la verificabile ipotesi di una incongruenza del messaggio preventivo prodotta attraverso un documento che proponeva, come risultato di un medio­ breve rapporto, durato alcuni mesi attraverso decine di incontri, con testimoni qualificati istituzionalmente dipendenti e/o volontari territoriali nelle sedi di loro frequentazione 157 tradizionale di “pietra e non”, sulle linee guida . Linee che proponevano la parametrazione della realizzazione di potenzialità e/o valorizzazioni delle risorse locali, deviando dalla dispersione formale informativo comportamentale verso un articolato itinerario, non allarmistico e non vincolato, di attivazioni e/o riqualificazioni da parte dell’Amministrazione Comunale in sinergie culturali e massmediali anche con eventuali giochi a premi, verificabili scientificamente in itinere attraverso convenzioni con sedi professionali ad hoc e, magari, se lo si poteva ritenere, integrate dalla nostra, intanto, presenza metodologica di osservatori partecipanti. Questa breve introduzione la ritroverete nel contesto della presentazione del Focus Group più avanti, praticamente quasi invariata nella sostanza. Qui l’abbiamo riportata non perché ritenuta ridondante, ma perché ne fosse esaltata meglio l’attenzione e la riflessione dei lettori ed affinchè essi ne abbiamo subito visione fin dal principio, come struttura di base per tutta la ricerca. Si ritiene, infatti, che qualsiasi tipo di comunicazione o di messaggio, anche indiretto, possa avere sull’esito di qualsiasi ricerca ad hoc, se posto in essere e ben studiato, una valorizzazione esponeziale e criticamente oggettiva di come l’informazione e il nostro comportamento influisca nel buon esito di ogni studio. Quindi occorre leggere con specifica ponderazione ogni pezzo del “racconto”, perché ci se ne possa fare un’idea critica significativa. Con le nostre risorse di budget, e non solo, siamo allora stati sollecitati, dai testimoni qualificati, a produrre un’integrazione insieme con chi popolarmente gestisce la locale 157 Decidiamo in questa sede di non appesantire, al fine anche di concentrare l’attenzione verso, il Rapporto del Focus Group, qui privilegiatamente dedicato, con le note indicanti passo passo la fonte documentale di quanto esplicitiamo contestualmente integrabile con quanto in http://www.epii­gn.org/sica/interfaccia/Interfacciarifatto. htm.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 216 tradizionale festa degli aquiloni, perché la conoscenza, attraverso l’inventata e costruita favola del gioco dell’aquilone in cartaceo, insieme con gli stessi testimoni qualificati, ed integrabile liberamente con i colori dagli stessi bambini, della variabile del vento è vitale per la previsione della direzione, della velocità e della rarefazione di un’eventuale nube tossica, così come è determinante per giocarci con un aquilone. L’occasione della festa degli aquiloni ha coinciso con il varo del questionario autosomministrabile ai fini di un approccio di un’indagine circa la misurazione dell’acquisizione, da parte della popolazione, dei pochi e semplici ma vitali, nella sostanza, elementi comportamentali in caso di sirena di allarme della Solvay. È l’indagine sui cui risultati misurante la proporzionale non congruità dell‘informazione data dall’Amministrazione Comunale, anche in occasione del Focus Group, si è tentato, da parte dell’Amministrazione Comunale stessa, di far calare un velo di dubbio scientifico perché in contrasto con, dicono loro, quanto dichiarabile dai risultati di un’altra contestuale ricerca in proposito. Il presupposto che questa sia la traccia tangibile di un, probabilmente incontenibile soggettivamente, impulso di squisita controdipendenza da parte di chi gioca il ruolo politico amministrativo nei confronti di chi gioca il ruolo di competenza metodologica deriva, come dicevamo in nota, dalla documentabilità attraverso la quale si può riconfermare che: erano stati invitati consenzientemente allo stesso tavolo presso l’Amministrazione Comunale gli staff di due ricerche (la nostra e quella dell’Istituto Superiore di Sanità, cioè l’altra) aventi potenziali interessi similari, sul territorio di Rosignano e nei tempi di attuazione, per cui sembrava ragionevole, oltre che ortodosso, attraverso quel formale incontro, di avere un approccio metodologico interattivo per produrre più significativi ed integrabili risultati ai fini della praticabilità da parte dell’Amministrazione Comunale, secondo le scadenze ravvicinate nella pianificazione dell’altra indagine: ci siamo, quindi, resi disponibili a conoscere, anche a stretto giro, i competenti metodologici nella ricerca sociale, perché quelli presenti rappresentavano la responsabilità gestionale della ricerca, ma con competenze professionali diverse, vedi ad esempio la dr.ssa Vollono biologa, a cui poteva anche piacere parlare intorno alla categoria scientifica dell’incertezza. Quando sono passati più di sei mesi abbiamo chiesto un aggiornamento formale dell’incontro in cui l’assenza dell’altro staff è stata dichiarata, dallo stesso Sindaco, quale conferma di un loro cambiamento di programma sine die, per cui potevamo noi, vista la nostra ormai valutazione di maturità dei tempi, dare avvio alla nostra indagine da soli, appunto, sul campo. Quasi il giorno dopo, alle prime battute per la definizione del nostro campione c/o il Centro di Documentazione Anagrafica Municipale, casualmente ma metodologicamente prevedibile da chi è un competente addetto ai lavori, abbiamo trovato alcune porte di accesso alla campionatura come già occupate, sentendoci spiegare candidamente dai dipendenti addetti al servizio che quei dati erano stati appena prenotati per l’altra ricerca: abbiamo fatto anticamera per alcune settimane per aver una conferma ufficiale Municipale, per cui di fronte a tale etico uso delle regole deontologiche che dovrebbero prevedere approcci significativi di accesso rispettoso, almeno, nei confronti delle varie istituzioni ed organizzazioni cittadine interessabili, non dico con lo stesso scrupolo di una ricerca intervento con osservazione partecipante, ma neanche come di chi atterra a mo’ di parapendio senza dare segnali precauzionali prendendo il dato come il frutto stagionale più significativo a mo’ di preda per costringere gli altri ad aspettare la maturazione nella futura fase di raccolta: ci è sembrato più decoroso per noi stessi dichiarare di “cedere il passo”, almeno, per non essere assimilati a predatori più che a ricercatori, come ci piace affaticarci.
217 Arrivò, quindi, il tempo degli aquiloni ed il tempo per la discussione pubblica, al fine di una comunicazione critica con la popolazione interessata in affiancamento con lo stesso Sindaco e con il Patrocinio della stessa presenza dell’allora Prefetto di Livorno, sui nostri risultati dell’indagine. Ci sembrò sempre decoroso far invitare i metodologi dell’altra ricerca, liberi di assistere o partecipare o confrontare con i loro se ritenevano farli conoscere. Accettarono ma venne la sempre e solo biologa dr.ssa Vollono. La quale intervenne parlando dei suoi dati ma senza offrire aspetti critici e/o di confronto significativo, tanto che il dibattito si sviluppò prioritariamente sui nostri dati che dimostravano la necessità di fare informazione sul comportamento in caso di sirena Solvay allarmante secondo quel modello di discussione pubblica ma non solo cittadina e più capillarmente nelle varie sedi terittoriali anche informali. Ormai i tempi di finanziamento della nostra fase di ricerca erano finiti ma, in quell’occasione fu annunciata l’esercitazione a cui fummo invitati dal Prefetto, a cui abbiamo partecipato, lo stesso, come osservatori partecipanti, togliendoci subito ambizioni di inserire psicodrammatizzazioni, data la non pianificabilità di setting spazio temporali adeguati, ma anche il tempo di un Focus Group era impraticabile e degli, almeno, breafing soffocati in una serie di manciate di minuti, senza lo spazio di approccio per un processo decisionale di gruppo circa gli obiettivi documentabilmente verificabili. Al debreafing si è avuto solo il modo di argomentare, almeno, l’importanza di produrre a posteriori, ciascuno, una documentata riflessione critica che, poi, la Prefettura avrebbe fatto circolare al fine di poter prepararne un incontro per un reciproco contributo critico: se i contributi sono stati inviati alla Prefettura non risulta che questi li abbia fatti circolare. Siamo quindi arrivati al 16 Marzo 2001, data in cui il nuovo Prefetto ha accettato la proposta di un incontro generale su HARIA­2, occasione in cui è stata dichiarata la disponibilità, in vista della prossima esercitazione, di pianificare degli incontri ristretti per la sperimentazione di HARIA­2 ed, almeno, un Focus Group al fine di una riflessione critica circa l’esercitazione del 2000 ed in vista di quella futura. In tal senso, in incontri episodicamente occasionali ed informali appena successivi, il Prefetto indica il dr. Cioffi come il referente della Prefettura attraverso cui organizzare gli inviti e/o le proposte per gli incontri di lavoro ed, a questi, consenziente gli viene inviata una e­mail Mercoledì 28/III/2001 alle ore 18,30 in cui viene precisato: 1a) la proposta del Focus Group da inoltrare a tutti coloro che hanno partecipato almeno ad una fase dell’esercitazione del 2000, al fine di dichiarare a stretto giro, corredando di tutti i dati di reperibilità e referenzialità, la disponibilità a parteciparvi 1b) la tematica 1c) la sede 1d) la data con l’orario 1e) l’esigenza di partecipare all’incontro a cellulare spento 1f) l’indicazione di un centralino a cui farsi reperire in caso di reali urgenze 1g) l’assicurazione di una tempestiva conferma, in base ad una selezione metodologica per creare un gruppo congruo al fine di una discussione circolare e significativa rispetto a criteri di quantità e qualità. Dopo vari tentativi di sollecito telefonico e dopo la copia dell’originaria e­mail, ora, via fax Lunedì 14/V/2001 ore 15,37 se ne riceve una risposta via e­mail Lunedì 14/V/2001 ore 16,51 con “Elenco dei partecipanti alla esercitazione stabilimento Solvay” rimanendo in attesa di nostre indicazioni per le convocazioni a cui facciamo seguire
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 220 Mappa Mente Logoterapica
221 A.1 Esercizio test di sensibilità al burnout Il seguente test si è dimostrato utile nell'aiutare la gente a diventare consapevoli della 1 propria sensibilità al burnout . Rispondi semplicemente a ciascuna delle 75 affermazioni: accordo forte = 3 accordo medio = 2 disaccordo medio = 1 disaccordo forte = 0 Somma il punteggio e riempi il termometro burnout con il totale dei 5 Subtotali fino alla risultante temperatura per la tua sensibilità. 1 Maria Simons, Johns Hopkins University, Baltimora, U. S. A.: esperta di psicologia dei disastri e consulente della N. A. S. A. In questo test sono rappresentate ciascuna delle cinque aree di funzionamento umano. Così, esaminando il modello delle risposte di ognuno, è possibile trovare se una o più aree sono nella speciale necessità di attività che risolvino lo stato esistente di burnout. Per esempio: se il punteggio nell'area fisica è relativamente alto, un'attenzione speciale potrebbe essere data nel trovare attività rivolte a recuperare il benessere fisico.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 222 Fisico punteggio 1 Mi sento di solito affaticato e senza energia … 2 Dormo di rado per una notte intera 3 Se mi sveglio durante il sonno è difficile che mi riaddormenti 4 Faccio attività fisica meno di due volte alla settimana 5 Prendo ascensori e scale mobili piuttosto che fare le scale a piedi 6 La maggior parte della gente mi considera uno che si preoccupa spesso 7 Non ho un programma di prevenzione al burnout 8 Mangio raramente frutta o verdure crude 9 Spesso mangio zucchero e cibi raffinati 10 Sono in sovrappeso 11 Aggiungo sale al mio cibo senza assaggiarlo 12 Bevo più di quattro tazze di caffè o tè al giorno 13 Bevo più di 4 bevande analcoliche al giorno 14 Mangio finché non mi sento scoppiare 15 Fumo più di dieci sigarette al giorno Subtotale ...
223 Intellettuale punteggio 16 Raramente apporto innovazioni al mio lavoro … 17 Raramente leggo riviste o libri inerenti la mia professione 18 Non ho un programma di rilassamento intellettuale 19 Raramente leggo qualcosa di diverso da un quotidiano 20 Non ho un hobby 21 Non esprimo i miei sentimenti in alcuna forma come arte musica, danza, scrivere 22 Non mi diverte risolvere problemi complicati 23 Non so chi mi rappresenta in Parlamento 24 Non sono aggiornato sugli eventi attuali 25 Di rado partecipo ad un workshop o ad un incontro professionale nel mio campo 26 Due opinioni opposte non possono essere entrambi corrette 27 Non so quali aspetti del mio lavoro mi causano stress 28 Posso pensare soltanto ad uno o due modi per combattere lo stress nel lavoro 29 Credo che sognare ad occhi aperti sia uno spreco di tempo 30 I problemi sul lavoro hanno solo una risposta giusta: la migliore Subtotale ...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 224 Emozionale punteggio 31 Sono incerto delle mie convinzioni ... 32 Sono infelice per la maggior parte del tempo 33 Raramente esprimo il mio apprezzamento verso gli altri 34 Non approvo la collera 35 Reagisco se vengono colpiti i miei sentimenti 36 Non credo ci sia molto da divertirsi 37 Ho problemi sessuali 38 Piango di rado e non credo sia opportuno 39 Sono oberato di lavoro perché non so dire di no 40 Spesso mi colpevolizzo 41 Non ho colleghi di lavoro con i quali condividere sentimenti importanti 42 Non ho nessuno a cui rivolgermi se ho un problema personale 43 Ho pochi interessi al di fuori del mio lavoro 44 Sono imbarazzato dai complimenti 45 Spesso colpevolizzo gli altri Subtotale ...
225 Sociale punteggio 46 Non ho amici intimi ... 47 Di rado incontro qualcuno che vorrei conoscere meglio 48 Le mie relazioni con i membri della famiglia sono meno che soddisfacenti 49 È meglio non essere coinvolti se assisto ad un crimine 50 Non sono simpatico alla maggior parte della gente 51 Di rado esco con la mia famiglia 52 Credo che bere alcoolici e guidare siano compatibili 53 Non conosco i miei vicini e non me ne occupo 54 Non faccio alcuno sforzo per risparmiare energia 55 Ho di rado relazioni sociali con i miei collaboratori 56 Di rado partecipo alla vita comunitaria 57 Non ci sono cause od interessi a cui dedicherei denaro o tempo 58 Credo che votare sia uno spreco di tempo 59 Sono a disagio nella maggior parte delle relazioni sociali 60 Non sono generalmente soddisfatto delle mie relazioni con gli altri Subtotale ...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 226 Spirituale 61 Il mio futuro non mi sembra promettente 62 Non credo che il mio lavoro sia importante 63 Detesto stare da solo 64 Sento pochi obblighi per la vita degli altri 65 Dubito di poter avere successo 66 Prendo spesso sonniferi o tranquillanti 67 Assumo più di due bevande alcoliche al giorno 68 Bevo quando sono depresso o nervoso 69 Bevo a pranzo 70 Di rado mi piace fare qualcosa che non è stato progettato 71 Non credo ci siano molte cose positive nella mia vita 72 Non svolgo il mio lavoro particolarmente bene 73 Rifiuto di sprecare il mio tempo aiutando gli altri 74 È impossibile cambiare il sistema 75 Non svolgo più il mio lavoro con piacere punteggio ... Subtotale ...
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a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 228 A.2 Ejercicio Prueba de sensibilidad al burnout La siguiente prueba es util para ayudar a las personas a conscientizarse de la propia sensibilidad al burnout. Responde a cada una de las 75 afirmaciones siguiendo la siguiente escala de valores: Totalmente de acuerdo Mediamente de acuerdo Mediamente en desacuerdo Totalmente en desacuerdo = 3 = 2 = 1 = 0 Sume los valores y llene el termómetro burnout con la suma total de los cinco Subtotales hasta la temperatura resultante que indica tu nivel de sensibilidad.
229 Fisico Contagem 1 Me siento frecuentemente cansado y sin energía … 2 Duermo muy raramente una noche entera 3 Si me despierto durante el sueño es dificil que duerma de nuevo 4 Hago actividad fisica menos de dos veces a la semana 5 Tomo ascensores y escaleras mecanicas en vez de subir o bajar las escaleras a pie 6 La mayoría de la gente me considera como una persona que se preocupa con frecuencia 7 No sigo un programma de prevención contra el burnout 8 Como raramente frutas o verduras crudas 9 Con frecuencia como azúcar y alimentos refinados 10 Estoy en sobrepeso 11 Agrego sal sobre mis alimentos sin probarlos 12 Tomo más de cuatro tazas de cafè o tè al día 13 Tomo más de cuatro bebidas sin alcohol al día 14 Como hasta que no me siento màs que satisfecho 15 Fumo más de diez cigarrillos al día Subtotal …
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 230 Intelectual Contagem 16 Raramente aporto innovaciones en mi trabajo ... 17 Raramente leo revistas o libros sobre mi profesión 18 No sigo un programa de relajamiento intelectual 19 Raramente leo algo diferente de un periodico 20 No tengo un hobby 21 No expreso mi sentimientos a traves del arte, la música, la danza o la escritura 22 No me divierte resolver problemas complicados 23 No se quién me representa en el Parlamento 24 No estoy actualizato sobre los eventos actuales 25 Raramente participo a un workshop o a un encuentro profesional en mi sector 26 Dos opiniones opuestas no puedas ser correctas 27 No se cuales aspectos de mi trabajo me causan stress 28 Puedo pensar solo a una o dos maneras para combatir el stress en el trabajo 29 Creo que soñar con los ojos abiertos sea un derroche de tiempo 30 Los problemas en el trabajo tienen solo una respuesta justa: la mejor Subtotal ...
231 Emocional Contagem 31 Me siento incierto de mis convicciones ... 32 Soy infeliz la mayor parte del tiempo 33 Raramente expreso mi aprecio hacia los demàs 34 No apruebo la cólera 35 Reacciono cuando hieren mis sentimentos 36 No creo que existan muchos motivos para divertirse 37 Tengo problemas sexuales 38 Lloro raramente y no creo que sea oportuno 39 Estoy lleno de trabajo por que no sé decir no 40 Con frecuencia me culpevolizo 41 No tengo compañeros de trabajo con los cuales compartir sentimentos importantes 42 No tengo ninguna persona a quien dirigirme cuando tengo un problema personal 43 Tengo pocos intereses fuera de mi trabajo 44 Me siento incomodo con los cumplidos 45 Con frecuencia culpevolizo a los demàs Subtotal ...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 232 Social Contagem 46 No tengo amigos ìntimos ... 47 Raramente encuentro alguien que me gustaria conocer mejor 48 Mis relaciones con los miembros de mi familia no son muy satisfactorias 49 Es mejor no ser involucrado si asisto a un crimen 50 No soy simpàtico a la mayor parte de la gente 51 Raramente salgo con mi familia 52 Creo que tomar bebidas alcoholicas y conducir sean actividades compatibles 53 No conozco mis vecinos y no me intereso en hacerlo 54 No hago ningùn esfuerzo por economizar energìa 55 Raramente tengo relaciones sociales con los mis colaboradores 56 Raramente participo a la vida comunitaria 57 No tengo motivos o interesesme a los cuales dedicar tiempo y dinero 58 Creo que votar sea una pérdida de tiempo 59 Me siento incòmodo en la mayor parte de la relaciones sociales 60 No me siento generalmente satisfecho en mis relaciones con los demàs Subtotal ...
233 Espiritual 61 Mi futuro no me parece prometente 62 No creo que mi trabajo sea importante 63 Detesto estar solo 64 Siento pocas obligaciones por la vida de los demàs 65 Dudo de poder tener éxito 66 Tomo frecuentemente somniferos o tranquilizantes 67 Tomo más de dos bebidas alcoholicas al día 68 Bebo cuando estoy deprimido o nervioso 69 Tomo bebidas durante la comida 70 Raramente me gusta hacer algo que no sea planificado 71 No creo que hayan muchas cosas positivas en mi vida 72 No realizo mi trabajo muy bien 73 Me niego de perder mi tiempo por ayudar a otras personas 74 Es imposible cambiar el sistema 75 No realizo mi trabajo con gusto Contagem ... Subtotal ...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 234 225 = seguramente burnout 200 = puntaje peligrosamente alto: probablemente muestra serios sintomas de burnout 175 = puntaje muy peligroso: probablemente muestra sintomas moderados de burnout 150 = puntaje peligroso: probablemente muestra sintomas medios de burnout 125 = sensibilidad al burnout bastante alta 100 = riesgo de burnout en aumento: existen elementos de control y categorias con modos de mejoria 75 = existen espacios de mejoria y categorias de control 50 = leve riesgo de burnout: existen elementos de control 25 = leve riesgo al momento 0 = virtualmente ningun riesgo al momento
235 A.3 Exercice Le test de sensibilité au burnout Le test suivant s’est montré utile pour rendre les gens conscients de sa sensibilité au 2 burnout . Réponds de simplicité à chacun des 75 questions: Fort accord = 3 Moyen accord = 2 Moyen désaccord = 1 Fort désaccord = 0 Somme le nombre de points et insère dans le thermomètre du burnout le total des 5 subtotaux pour examiner votre température. 2 Maria Simons, Johns Hopkins University, Baltimora, U. S. A.: elle est une experte de psychologie des catastrophes et elle est conseille de la N.A.S.A. Dans le test sont représenté chaque des cinq zone de fonctionnement humain. Ainsi, analysant le modèle des réponses de chacun, il est possible de trouver si une ou plus zone ont besoin d’activité pour résoudre la situation de burnout. Par exemple: si le nombre de points dans le zone physique est relativement haut, il pourrait être donné une particulier attention pour trouver des activités apte à recouvrer une mieux­être physique.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 236 Physique nombr e de points 1 D’habitude je me sens fatigue et sans énergie ... 2 Rarement je dors continue tout le nuit 3 Si je me réveille pendant le sommeil, il est difficile que je me rendors 4 Je exerce mon corps moins que deux fois à la semaine 5 Je monte par l’ascenseur et les escaliers mécaniques plutôt que monter les escaliers 6 La plupart des hommes me réputent quelqùun inquiet. 7 Je n’ai pas un projet de prévention au burnout 8 Rarement je mange des fruits ou des crudités 9 Souvent je mange du sucre et des mets raffiné 10 Je suis sur poids 11 J’ajoute le sel à ma nourriture sans la goûter 12 Tous les jours je bois plus de quatre tasses à café ou à thé 13 Tous les jours je bois plus de quatre boissons sans alcool 14 Je mange à en crever 15 Tous le jours je fume plus de dix cigarettes Subtotal ...
237 Intellectuel nombre de points 16 Rarement je fais des innovations dans mon travail ... 17 Rarement je lis une journal ou une livre de ma profession 18 Je n’ai pas un projet pour me détendre intellectuellement 19 Rarement je lis quelque chose d’autre d’un quotidien d’information 20 Je n’ai pas un hobby 21 Je ne manifeste pas mes sentiments dans aucune forme musicale, figure de danse, écrire etc.… 22 Je ne m’amuser pas à résoudre de problèmes compliqués 23 Je ne sais pas qui me représente au Parlement 24 Je ne suis pas au courant des derniers événements. Je ne suis pas très à la page 25 Rarement je vais à un workshop ou à un rencontre professionnel dans mon domaine 26 Deux points de vue opposes n’est pas possible qùils soient tous les deux corrects 27 Je ne sais pas les aspects de mon travail qui me cause du stress 28 Je peux penser seulement à un ou deux moyens de combattre le stress dans le travail 29 Je crois que rêver les yeux ouverts il soit gaspiller son temps 30 Les problèmes au travail ont seulement une réponse juste: la meilleure Subtotal...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 238 Emotionnel nombr e de points 31 Je ne suis pas certain de mes opinions ... 32 Pendant le majeure parte du temps je suis malheureux 33 Rarement je fais des compliments aux autres 34 Je n’approuve pas être en colère 35 Je réagis où je suis piqué au vif, dans mes sentiments 36 Je ne vois pas la partie de plaisir 37 J’ai des problèmes sexuels 38 Je pleure rarement et je ne crois pas qùil est opportun 39 Je suis accablé parle travail pourquoi je ne sais pas dire non 40 Suivant je me culpabilise 41 Je n’ai pas de collègues de travail avec lesquels partager les sentiments importants 42 Je n’ai personne à qui m’adresser si j’ai un problème personnel 43 J’ai peu d’intérêts en dehors de mon travail 44 Je suis embarrassé par les compliments 45 Suivant je culpabilise les autres Subtotal ...
239 Social nombr e de points 46 Je n’ai pas de amis intimes ... 47 Rarement je fais une rencontre et je voudrai approfondir la connaissance de quelqùun 48 Mes rapports avec mes membres familiaux sont moins que satisfaisants 49 Il vaut mieux n’être pas impliques si j’assiste à un crime 50 Je ne suis pas aimé de la plupart des hommes 51 Rarement je sort avec ma familier 52 Je crois qùil est compatible il boire alcooliques et le conduire la voiture 53 Je ne connais pas mes voisins et je ne m’en pas s’intéresse 54 Je ne fais aucun effort pour conserver énergie 55 Rarement j’ai rapports sociaux avec mes collaborateurs 56 Rarement je participe à la vie de communauté 57 Il n’y a pas de causes ou d’intérêts auxquelles je dédier mon temps et mon argent 58 Je crois que voter il est un gaspillage du temps 59 Je suis mal à l’aise dans la plupart des rapports sociaux 60 En général je ne suis pas satisfait de mes rapports avec les autres Subtotal ...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 240 Spirituel nombre de points 61 Ma vie future ne me pare pas qui promet ... 62 Je ne crois pas que mon travail c’est important 63 Je n’aime pas rester tout soul 64 Je ne suis pas dans l’obligation de la vie des autres 65 Je doute pouvoir réussir 66 Je prends suivant des somnifères et des tranquillisant 67 Tous les jours bois plus de deux boissons alcool 68 Je bois quand je suis déprimé ou nerveux 69 Je bois à déjeuner 70 Rarement j’aime faire quelque chose qùil n’est pas été projeté 71 Je ne crois pas qùils sont beaucoup de chose positifs dans la vie 72 Je ne fais très bien mon travail 73 Je me refuse à gaspiller mon temps pour aider les autres 74 Ce n’est pas possible changer le système 75 Je ne fais plus mon travail avec plaisir Subtotal ...
241 225 = sûrement burnout 200 = score dangereusement haut: il y a sans doute de graves symptômes de burnout 175 = score très dangereux: il y a sans doute de modérés symptômes de burnout 150 = score dangereux: il y a sans doute de légers symptômes de burnout 125 = prédisposition au burnout plutôt haute 100 = risques de burnout in montée, il y a des éléments et des catégories pour faire des progrès 75 = il y a des espaces pour faire des progrès et des catégories de contrôler 50 = il y a des petits risques de burnout et des éléments de contrôler 25 = il y a des petits risques pour l’heure 0 = virtuellement, il n’y a pas de risques pour l’heure
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 242 A.4 Exercise The burnout susceptibility test The following test has proven useful in helping persons become aware of their 3 susceptibility to burnout . Simply answer each of the 75 questions: strongly agree = 3 = 2 mildly agree = 1 mildly disagree = 0 strongly disagree Total the number of points and fill in the burnout thermometer up to that temperature with the total of the 5 Subtotals for your susceptibility. 3 Maria Simons, Johns Hopkins University, Baltimora, U. S. A.:expert in disaster psychology and N. A. S. A. consultant. Each of the five areas of human functioning are represented in this test. Thus, di examining the pattern of onÈs responses, it is possible to find if one or more areas are in special need of activities to remedy the existing state of burnout. For example: if the score in the physycal area is relatively high, special attention might be paid to finding actvities aimed at restoring physical well–being.
243 Physical 1 I usually feel fatigued and worn­out 2 I seldom get a full night’s sleep 3 If awakened, it’s difficult to fall asleep again 4 I exercise less than twice a week 5 I ride elevators and escalators rather than climb stairs 6 Most people would consider me a worrier 7 I don’t have a burnout prevention plan 8 I seldom eat raw fruits or vegetables 9 I often eat sugar and refined foods 10 I am overweight 11 I add salt to my food without tasting it 12 I drink more than four cups of coffee or tea a day 13 I drink more than four soft drinks a day 14 I eat until I feel stuffed 15 I smoke more than ten cigarettes a day score ... Subtotal ...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 244 Intellectual score 16 I seldom introduce an innovation into my work ... 17 I seldom read a journal or book in my profession 18 I do not have a plan for intellectual relaxation 19 I seldom read anything besides a newspaper 20 I don’t have a hobby 21 I don’t express my feelings in any medium–art, music, dance, writing, etc… 22 I don’t enjoy solving complex problems 23 I don’t know who represents me in Congress 24 I don’t keep abreast of current events 25 I seldom attend a workshop or professional meeting in my field 26 Two opposite opinions cannot both be correct 27 I don’t know what parts of my job cause me stress 28 I can only think of one or two ways to combat stress at work 29 I think daydreaming is a waste of time 30 Problems at work have only one “best” answer Subtotal ...
245 Emotional 31 I am uncertain of my beliefs 32 I am unhappy much of the time 33 I seldom compliment others 34 I do not approve of anger 35 I strike back if my feelings are hurt 36 I don’t see much that is funny 37 I have sexual problems 38 I seldom cry and do not believe it is proper 39 I am overworked because I can’t say no 40 I often find fault with myself 41 I have no colleagues at work with whom I share important feelings 42 I have no one to turn to if I have a personal problem 43 I have few interests outside my job 44 I am embarrased di compliments 45 I often find fault with others scor e ... Subtotal ...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 246 Social scor e 46 I don’t have any close friends ... 47 I seldom meet anyone I would like to know better 48 My relationships with family members are less than satisfactory 49 It is better not to become involved if I see a crime being committed 50 I am not liked di most people 51 I seldom go out with my family 52 I think drinking and driving is acceptable 53 I don’t know my neighbors and don’t care to 54 I make no efforts to conserve energy 55 I seldom have social relations with my co–workers 56 I seldom participate in community affairs 57 There are no causes or concerns to which I would contribute money or time 58 I think voting is a waste of time 59 I am uncomfortable in most social interactions 60 I am generally dissatisfied with my interactions with others Subtotal ...
247 Spiritual 61 The future does not look promising to me 62 I don’t think my work is important 63 I dislike being alone 64 I feel little obligation for the lives of others 65 I doubt that I can be a success 66 I often take sleeping pills or tranquilizers 67 I have more than two alcoholic drinks a day 68 I drink when I am depressed or nervous 69 I drink at lunch 70 I seldom like to do anything unless it is planned 71 I don’t see much that is positive about life 72 I don’t do my job especially well 73 I refuse to waste my time helping others 74 It is impossible to change the system 75 I no longer enjoy my work score ... Subtotal ...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 248
249 A.5 Esercicio Teste de suscetibilidade de burnout O teste seguinte provou ser útil ajudando as pessoas que se dê conta da suscetibilidade 4 para burnout Simplesmente responda para cada das 75 perguntas: Concordar totalmente 3 Concordar parcialmente 2 Descordar parcialmente 1 Descordar totalmente 0 Some o número de pontos e preencha o termômetro de burnout com o total de cinco subtotais ao fim de uma temperatura conforme sua sensibilidade. 4 Maria Simons, Johns Hopkins University, Baltimora, U. S. A.:expert em psicologia de desastre e N. Um. S. Um. consultor. Cada uma das cinco áreas de humano funciona é representado neste teste. Assim, examinando o padrão das respostas da pessoa, é possível achar se uma ou mais áreas que estão em necessidade especial de atividades para curar o estado existente de burnout. Por exemplo: se a pontuação na área de physycal poderia ser prestada atenção relativamente alta, especial a achando actvities apontado a restabelecer well–being físico.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 250 Físico 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. pontuação Eu normalmente me sinto cansado e sem energia ... Eu raramente adquiro o sono de uma noite inteira. Se despertado, é difícil dormir novamente. Eu faço exercício físico menos que duas vezes por semana Eu pego elevadores e escadas rolantes em lugar de escala degraus. A maioria das pessoas me consideraria um atormentador. Eu não tenho um plano de prevenção de burnout. Eu raramente como frutas ou legumes cruas. Eu como freqüentemente açúcar e comidas refinadas . Eu estou com sobre peso. Eu somo sal para minha comida sem provar isto. Eu bebo mais de quatro xícaras de café ou chá um dia. Eu bebo mais de quatro bebidas sem álcool ao dia . Eu como até que eu sinto satisfeito de mais. Eu fumo mais de dez cigarros um dia. Subtotal...
251 Intelectual pontuação 16.Eu raramente introduzo uma inovação em meu trabalho. ... 17.Eu raramente leio revistas ou livros inerentes a minha profissão. 18.Eu não tenho um programa para relaxamento intelectual. 19.Eu raramente leio qualquer coisa além de um jornal. 20.Eu não tenho um hobby. 21.Eu não expresso meus sentimentos em alguma forma como arte, música, dance e escreve, etc.… 22.Eu não gosto de resolver problemas complexos. 23.Eu não sei que me representa no Congresso. 24. Eu não mantenho atualizado aos eventos atuais. 25.Eu raramente assisto um seminário ou reunião de profissional em meu campo. 26.Duas opiniões opostas não podem ser que ambas estejam corretas. 27.Eu não sei que partes de meu trabalho me causam stress. 28.Eu só posso pensar que em um ou dois modos que combatem o stress do trabalho. 29.Eu penso que sonhar é um desperdício de tempo. 30.Problemas de trabalho têm somente uma resposta justa, a “melhor.” Subtotal...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 252 Emocional pontuação 31. Eu sou incerto de minhas convições. ... 32. Eu estou infeliz muito do tempo. 33. Eu raramente elogio outros. 34. Eu não aprovo raiva. 35. Eu reajo quando me sinto ofendido sentimentalmente. 36. Eu não creio que se tenha muito a divertir­se. 37. Eu tenho problemas sexuais. 38. Eu raramente choro e não acredito que é oportuno. 39. Eu fico esfalfado porque eu não posso dizer não. 40. Eu acho freqüentemente falta comigo mesmo. 41. Eu não tenho nenhum colega a trabalho com quem eu compartilho sentimentos importantes. 42. Eu não tenho ninguém para dividir um problema pessoal. 43. Eu tenho poucos interessa fora de meu trabalho. 44. Eu fico embaraçado através de elogios. 45. Eu frequentemente dou culpa a outros. Subtotal...
253 Social pontuação 46. Eu não tenho nenhum amigo intimo. ... 47. Eu raramente conheço qualquer um que eu gostaria de conhecer melhor. 48. Minhas relações com sócios familiares são menos que satisfatório. 49. É melhor não ser envolvido se eu vejo um crime que é cometido. 50. Não sou simpático para a maioria das pessoas. 51. Eu raramente saio com minha família. 52. Eu penso bebendo alcoólico e dirigindo é aceitável 53. Eu não conheço meus vizinhos e não me preocupo. 54. Eu não faço nenhum esforço para conservar energia. 55. Eu raramente tenho relações sociais com meus colaboradores. 56. Eu raramente participo de vida comunitária. 57. Não há nenhuma causa ou concerne para qual eu contribuiria dinheiro ou tempo. 58. Eu penso votando é um desperdício de tempo. 59. Eu fico incomodado com a maioria das interações sociais. 60. Eu estou geralmente insatisfeito com minhas interações com outros. Subtotal...
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 254 Espiritual 61. 62. 63. 64. 65. 66. 67. 68. 69. 70. 71. 72. 73. 74. 75. pontuação O futuro não me parece promissor. ... Eu não penso que meu trabalho é importante. Detesto estar sozinho. Eu sinto pequena obrigação para as vidas de outros. Eu duvido que eu possa ser um sucesso. Eu levo freqüentemente pílulas dormentes ou tranqüilizantes. Eu tenho mais de duas bebidas alcoólicas um dia. Eu bebo quando eu estou deprimido ou nervoso. Eu bebo ao almoço. Eu raramente gosto de fazer qualquer coisa a menos que seja planejado. Eu não vejo muito que é positivo sobre vida. Eu não faço especialmente bem meu trabalho. Eu recuso desperdiçar meu tempo ajudando outros. É impossível mudar o sistema. Eu já não desfruto meu trabalho com prazer. Subtotal...
255 225 Definitivamente queimado fora. 200 Pontuação perigosamente alta, mostrando sintomas severo de Burnout provavelmente. 175 Pontuação muito perigosa, mostrando sintomas severos de Burnout provavelmente. 150 Perigosa pontuação, mostrando sintomas moderados de Burnout provavelmente. 125 Sensibilidade para Burnout muito fortemente alta. 100 Riscos de Burnout aumentaram, existem elementos do controle e categoria com modo para melhorar. 75 Existe espaço para melhoramento e categoria de controle. 50 Pequeno risco de Burnout, existe elemento de controle. 25 Risco pequeno neste momento. 0 Virtualmente nenhum risco nesse momento.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 256 A.6 Ekzerco Testo pri elbruliĝemo La sekvanta testo montriĝis utila helpilo por ke homoj konsciiĝu pri sia elbruliĝemo 5 . Respondu simple pri ĉiu el la 75 asertoj atribuante poentojn laǔ la suba tabelo: plena konsento: = 3 ioma konsento: = 2 ioma malkonsento = 1 plena malkonsento = 0 Sumu la poentaron en ĉiu paĝo, adiciu poste la 5 subsumojn: la fina rezulto montras vian emon al elbruliĝo, kiam vi ĝin komparas kun la indikoj de la samnoma termometro. 5 Elbruliĝo: traduko de la angla vorto burnout. La teston preparis Maria Simons, John Hopkins University, Baltimora, Usono, spertulo pri psilkologio de la katastrofoj kaj konsilisto de N.A.S.A.; la testo prikonsideras ĉiujn kvin areojn de la homa aktivado. Per ekzamenado de la respondoj en la unuopaj paĝoj, oni povas konkludi, ĉu unu aǔ pluraj el tiuj areoj postulas agadon celantan al solvo de la ekzistanta situacio de elbruliĝo. Ekzemple, se la poentaro en la areo korpa estas kompare alta, agado por plibonigo de la korpa bonstato estas konsilinda.
257 Korpa poentoj 1. Kutime mi sentas min laca kaj malforta ... 2. Malofte mi dormas la tutan nokton 3. Se mi vekiĝas dumdorme, malfacile mi ekdormas ree 4. Mi plenumas korpan aktivecon malpli ol dufoje semajne 5. Mi uzas lifton aǔ rulrulŝtuparon prefere ol supreniri ŝtuparojn piede 6. La plimulto de miaj konatoj opinias min antaǔzorgemulo 7. Mi ne disponas pri programo por antaǔevito de elbruliĝo 8. Malofte mi manĝas nekuiritajn fruktojn aǔ legomojn 9. Ofte mi manĝas sukeron kaj rafinitajn manĝaĵojn 10. Mi tropezas 11. Mi almetas salon sur mian manĝaĵon ne ĝin gustuminte 12. Mi trinkas pli ol po kvar tasojn da kafo aǔ teo tage 13. Mi trinkas pli ol po 4 glasojn da senalkoholaj trinkaĵoj tage 14. Mi manĝas ĝis mi sentas min plenplena 15. Mi fumas pli ol po dek cigaredojn tage Subsumo…
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 258 Intelekta poentoj 16. Malofte mi alportas novigojn en mia laboro ... 17. Malofte mi legas revuojn aǔ libroj pri mia profesio 18. Mi ne havas programon por mensa malstreĉiĝo 19. Malofte mi legas ion krom tagĵurnalo 20. Mi havas neniun hobion 21. Mi ne esprimas miajn sentojn per komunikiloj (arto, muziko, danco, verkado) 22. Mi ne ŝatas solvi komplikajn problemojn 23. Mi ne scias, kiu reprezentas min en la Parlamento 24. Mi ne tenas min informita pri aktualaĵoj 25. Malofte mi partoprenas en seminario aǔ teknika kunveno pri mia profesio 26. Du kontraǔaj opinioj ne povas esti ambaǔ ĝustaj 27. Mi ne scias, kiuj flankoj de mia laboro min stresas 28. Mi kapablas elpensi nur unu aǔ du manierojn por kontraǔstari streson en mia laboro 29. Mi opinias, ke revado estas nura tempoperdo 30. Por la problemoj en la laboro ekzistas nur unu solvo: la plej bona Subsumo…
259 Emocia poentoj 31. Mi estas nesekura en miaj konvinkoj … 32. En la plimulto de la okazoj mi sentas min malfeliĉa 33. Malofte mi gratulas aliajn personojn 34. Mi malaprobas koleron 35. Mi reagas, se mia sentemo estas ofendita 36. Mi opinias, ke ne estas multaj kialoj por amuzo 37. Mi havas seksajn problemojn 38. Mi ploras malofte, kaj mi juĝas ploradon nedeca 39. Mi estas troŝarĝita je laboro, ĉar mi ne kapablas diri “ne” 40. Ofte mi min memkulpigas 41. Neniun el miaj laborkolegoj mi partoprenigas en sentoj por mi gravaj 42. Mi povas turniĝi al neniu por persona problemo 43. Pri nenio mi interesiĝas ekster mia laboro 44. Afablaĵoj min embarasas 45. Ofte mi kulpigas aliajn personojn Subsumo…
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 260 Socia 46. 47. 48. 49. 50. 51. 52. 53. 54. 55. 56. 57. 58. 59. 60. poentoj Mi havas neniu intiman amikon … Malofte mi renkontas iun, kiun mi dezirus koni pli profunde Miaj rilatoj kun miaj familianoj estas malpli ol kontentigaj Mi prefere ne enmiksiĝu se mi ĉeestas krimon Mi ne estas simpatia al la plimulto de la personoj Malofte mi iras eksterhejmen kun miaj familianoj Mi opinias, ke trinki alkoholaĵon kaj stiri ne malakordas inter si Mi ne konas miajn najbarojn kaj ne zorgas pri ili Mi neniel klopodas por ŝpari energion Miaj sociaj rilatoj kun miaj kolegoj estas limigitaj Malofte mi partoprenas en komunecaj aktivaĵoj Ne ekzistas idealoj aǔ aferoj, al kiuj mi dediĉus monon aǔ tempon Mi opinias, ke voĉdonado estas tempoperdo Mi sentas min nekomforta en la plimulto de miaj sociaj rilatoj Kutime mi estas nekontenta pri miaj rilatoj kun aliuloj Subsumo…
261 Spirita 61. 62. 63. 64. 65. 66. 67. 68. 69. 70. 71. 72. 73. 74. 75. Mia estonteco ne ŝajnas al mi promesplena Mi ne juĝas mian laboron grava Mi malamas resti sola Mi sentas malmultajn devojn al aliuloj Mi dubas, ke mi estos sukcesa Mi ofte uzas dormigilojn aǔ trankviligilojn Mi trinkas pli ol po du glasetojn da alkoholaĵoj tage Mi drinkas, kiam mi estas deprimita aǔ nervostreĉita Mi drinkas dum la tagmanĝo Malofte plaĉas al mi fari ion neprogramitan Mi opinias, ke ne multaj estas la pozitivaĵoj en mia vivo Mi plenumas miajn labortaskojn ne rimarkinde bone Mi rifuzas forĵeti mian tempon helpante aliulojn Estas neeble, ŝanĝi la sistemon Mi ne plu plenumas miajn labortaskojn kun plezuro poentoj … Subsumo…
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 262 225 = certa elbruliĝo 200 = poentaro treege danĝera: probablaj gravegaj simptomoj de elbruliĝo 175 = poentaro tre danĝera: probablaj meze gravaj simptomoj de elbruliĝo 150 = poentaro danĝera: probablaj gravetaj simptomoj de elbruliĝo 125 = elbruliĝemo iom alta 100 = kreskantaj riskoj de elbruliĝo: kontrolu unuopajn respondojn kaj kategoriojn por difini strategion por plibonigo 75 = plibonigo ebla: kontrolu la kategoriojn 50 = malgrandaj riskoj de elbruliĝo: kontrolu la unuopajn respondojn 25 = malgrandaj riskoj nune 0 = neniu risko nune 201 Pontuação perigosamente alta, mostrando sintomas severo
263 6 B. Esperienze di interventi sul campo e burnout degli operatori del settore 7 B.1. La psicologia dell’emergenza e la missione in Albania di Pier Nicola Marasco L'organizzazione per eventi catastrofici in Italia ha avuto un grosso sviluppo con la creazione e istituzione della Protezione Civile: un organismo di riferimento per meglio gestire e localizzare le risorse necessarie per intervenire. I problemi politici italiani non hanno permesso di realizzare a fondo il pieno sviluppo di questo servizio che comincia ad entrare in funzione al momento del pericolo fino alla stabilizzazione della situazione dopo l'evento, per creare se possibile una ricostruzione. L'intervento psicologico risulta quindi un’appendice dell'intervento post­traumatico; è mancante un’integrazione con le scienze sociali come l'antropologia culturale, la sociologia, la psicologia e la pedagogia Si omette di parlare di piani interdisciplinari e transdisciplinari ma solamente multidisciplinari. Quindi siamo in un contesto dove il concetto di "salute" ha ancora bisogno di essere definito ma noi pensiamo che non può essere separato da una identità culturale come afferma l'Organizzazione Mondiale della Salute. Siamo in una situazione di grosso disagio e lo notiamo molto dopo un evento catastrofico, quando i problemi legali sono numerosi. All'oggi esiste un piano legislativo che prevede la responsabilità dei sindaci delle città colpite o dei villaggi, che sono interrelati con le Prefetture per la pianificazione di un piano di emergenza, ma manca un apparato di regole, di un piano scientifico per regolamentare per esempio l'utilizzo dell'energia elettrica, del gas. In tale contesto si presenta la missione in Albania iniziata nel 1998. Il nostro gruppo considera un problema di emergenza non solamente il problema pratico di riorganizzazione del territorio, problemi socioeconomici ma in particolar modo, in questo caso, creare un piano di significato per i gruppi e gli individui che lo abitano, per creare una continuità con ciò che già esiste. L'Albania ha avuto il problema di migrazioni di kosovari dopo l'ultimo conflitto e una grossa mancanza di radici culturali dopo il lungo periodo di sudditanza comunista. Gli interventi della protezione civile hanno cominciato a muoversi verso aree come "l'assistenza all'handicap" Si è scoperta la necessità di: ­ un progetto in comune composto da diversi piani integrati, ­ la necessità di mobilizzare delle risorse sul posto e di integrarle, ­ la preparazione di personale occupato nei diversi settori. Al fine di creare interventi importanti per la facilitazione della comunicazione e l'integrazione in obiettivi condivisi a livello della motivazione, della comunicazione e della integrazione; questi ultimi talvolta possono essere degli ostacoli enormi agli obiettivi e 6 Per l’esperienza francese cfr. http://www.epii­gn.org/SEU/LesoignantfaceautraumaDuchet.htm e http://www.epii­ gn.org/SEU/letraumatismeadifferentsdegresDuchet2.htm. 7 presentato dalla dr.ssa Fiorella Tonello c/o l’Ancienne Faculté de médicine, espace du pole recherche, chru de Lille(France), 24­25/VI/2005 durante la 7°journées scientifiques internationals des équipes d’urgence médico­ psychologique: Accidentologie, catastrophe naturelle et urgences medico­psychologiques organizzata dall’AFORCUMP – SFP: Association de formation et de recherche des cump – Società Francaise de Psychotraumatologie
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 264 possono creare stati di disorientamento e stupore con la conseguente caduta del livello motivazionale e della capacità a risolvere i problemi. In questo progetto c'è stato l'intervento della Onlus ALBA e di una organizzazione di Firenze "La Madonnina del Grappa" che studia i problemi dell'infanzia e adolescenza. L'intervento è avvenuto nella città di Scuteri, la seconda città del paese. Abbiamo trovato già l'esistenza di una scuola speciale e di due orfanotrofi per bambini abbandonati a causa di problemi fisici, economici e psichici. La Onlus si occupa del personale che lavora all'interno e chiede l'aiuto dell'Università di Firenze, attraverso al Facoltà di psicologia, con il coordinamento del prof. Pier Nicola marasco. La collaborazione inizia poi anche con l'Università di Scuteri con l'obiettivo di preparare gli studenti dell'Università di Scuteri al problema dell'handicap. La nostra associazione con l'Università opera attraverso lezioni interattive sulla nozione di handicap e disabilità in gruppo. Questo lavoro porta a proficui risultati che permette la creazione di personale formato e un corso di laurea in psicopedagogia biennale. La parte finale del progetto proposto dall'Università di Firenze è di lavorare a livello sociologico nella struttura sociale di famiglie già esistenti creando una rete di sostegno adeguata senza costruire strutture di riferimento. Questo progetto è stato profondamente accolto anche dal governo nazionale di Tirana e l'intento è di svilupparlo in tutto il paese; quindi si parla di "casa famiglia di Albania": cioè attivare lo strato sociale esistente. Può essere significativo contestualizzare con i grossi problemi sociali di questo paese: ­ le donne hanno un legame psicologico molto forte con i mariti e non hanno il diritto di critica alcuna e sui figli la suocera ha grande potere. ­ la famiglia è il solo capitale sociale che hanno, quindi è molto difficile lavorare sulle dinamiche sociali e familiari. ­ esiste poca differenza tra il povero e il ricco, è più a livello genealogico. LINK in rete ­ Un’esperienza attraverso la Survey ed il Focus Group: http://www.epii­ gn.org/ssati/libremergenza/versounapreparazioneprofessionaleintegrabiledeldisastermana gerpereconHaria­2.htm. ­ Anziani protagonisti: http://www.epii­ gn.org/ssati/libremergenza/anzianiprotagonisti.htm. ­ L’indagine: http://www.epii­gn.org/ssati/libremergenza/lindagine.htm. ­ Ascoltiamo i bambini: http://www.epii­ gn.org/ssati/libremergenza/ascoltiamoibambini.htm. ­ La favola del gioco dell’aquilone: http://www.epii­ gn.org/ssati/libremergenza/lafavoladelgiocodellaquilone.htm. ­ Questionario HARIA­2: http://www.epii­ gn.org/ssati/libremergenza/questionarioHaria­2.htm. ­ Il Comune di Rosignano Marittimo ha ritenuto utile impegnarsi in una ricerca­ intervento: http://www.epii­gn.org/ssati/libremergenza/ricerca­intervento.htm. ­ Al Signor Sindaco di Rosignano Marittimo: http://www.epii­ gn.org/ssati/libremergenza/alsignorsindacodirosignanomarittimo.htm. ­ Rapporto sul Focus Group: http://www.epii­ gn.org/ssati/libremergenza/rapportosulfocusgroup.htm.
265 Glossario di Andrea Paolinelli
·Ambientalismo
·Collaborazione e Cooperazione
·Emergenza
· Eccellenza
·Formazione
·Haria­2
·Sociologo
·Transdisciplinare
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 266 AMBIENTALISMO
· Elementi collegati:
· Incidenti rilevanti · ricerca­intervento · osservazione partecipante ,
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10 11 12 13 · Rischio (numero di vittime che producono ; al tipo di insorgenza ; agli 14 eventi ). Pertanto in relazione all’origine si classificano in: ­ catastrofi naturali: ­ geologiche mareggiate, eruzioni vulcaniche, terremoti, maremoti, frane, caduta di meteoriti; ­ climatiche tempeste di vento (uragani, cicloni, tifoni, tornado), mareggiate, alluvioni, inondazioni, tempeste di neve, grandinate, tempeste di sabbia, valanghe; ­ batteriologice epidemie; ­ zoologiche invasione di cavallette, invasione di termiti. ­ catastrofi tecnologiche: ­ incidenti di trasporto di sostanze pericolose; ­ incidenti della circolazione stradale, aerea, ferroviaria, fluviale, marittima, spaziale; ­ esplosioni silos, ordigni, materiali pericolosi; ­ incidenti di installazioni fisse in mare: piattaforme; ­ incidenti dell’industria chimica e nucleare; 8 il Decreto Legislativo 334/99 definisce come incidente rilevante “un evento quale un’emissione, un incendio o un’esplosione di grande entità, dovuto a sviluppi incontrollati che si verificano durante l’attività di uno stabilimento […], e che dia luogo ad un pericolo grave, immediato o differito, per la salute umana o per l’ambiente, all’interno o all’esterno dello stabilimento, e in cui intervengano una o più sostanze pericolose. 9 V. Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza, Andrea Vallerini Editore, Pisa, nota 2, p.9. Ricerca nella quale il ricercatore ha la consapevolezza che la propria ricerca, il modo stesso in cui la svolge, modifica la situazione. Ricerca­intervento significa partire da questo presupposto, e gestire questo presupposto, fino al punto che l’oggetto della ricerca diventi consapevole soggetto della ricerca. Cfr. Bailey Kennet D., 1995, Metodi della ricerca sociale, il Mulino, Bologna, p.40. 10 è una ricaduta tecnica, cioè il ricercatore, sapendo qual’è il presupposto, non parla arbitrariamente ma secondo la valutazione metodologica di ritmo, di quantità di parole e di qualità di sollecitazioni, quindi è un’azione che il ricercatore fa professionalmente. Cfr. Bailey Kennet D., 1995, Metodi della ricerca sociale, il Mulino, Bologna, p.287. 11 O con il pericolo? Da un punto di vista sociologico il rischio è dato dalla formula Rischio = Fr equenza pr evista dell’evento x Ampiezza delle sue conseguenze. V. Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza, Andrea Vallerini Editore, Pisa, pp.14­18. 12 V. Croce Rossa Francese­Ass.ne Italiana Medicina delle Catastrofi, 1994, Manuale di protezione civile, Edizioni Piemme S.p.A., Casale Monferrato (AL), p.4­10. 13 V. Olivero G., 1993, Linee guida per l’organizzazione di un ospedale in caso di disastro, Edizioni Minerva Medica S.p.A., p.9. 14 V. Olivero G., 1993, Linee guida per l’organizzazione di un ospedale in caso di disastro, Edizioni Minerva Medica S.p.A., p.9.
267 ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ incendi di abitazioni, uffici, complessi industriali; crollo di immobili; cedimento di dighe; prodotti di uso corrente con effetti indesiderabili; cannoneggiamenti di artiglieria; bombardamenti aerei; siluramento di navi; occupazione da armata nemica; attacchi con armi chimiche, biologiche o nucleari; azioni di sabotaggio e infiltrazione; catastrofi di guerra o di conflitto armato, catastrofi sociali: moti di rivolta; panico; carestie; terrorismo e incidenti dolosi; presa di ostaggi. 15 In proposito Salvatore Ragusa afferma che: [… ] per prima cosa il risultato dell’esame dovrebbe portare alla definizione di queste linee direttrici: da una parte i vincoli per l’insediamento degli impianti in un contesto ambientale; dall’altra i criteri limitativi per gli impianti. 15 Ragusa S., 1988, Impianti chimici e rischi, in Caglioti L., a cura di, Febbraio 1988, Le Scienze quaderni IL RISCHIO CHIMICO, 40, Milano, p.93.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 268 16 C OLLABORAZIONE E C OOPERAZIONE Collaborazione deriva dal verbo collaborare come accezione positiva, mobilitazione 17 strumentale al cum labor , al lavorare insieme per… . Il mondo oggi è ormai ad un grado di complessità per cui è utile, efficace, efficiente e non solo etico o morale, cooperare, concorrere ad un opera, ad un interesse comune. Così è nella parola co–operare, che “arriva a dissolversi nel sinonimo di 18 collaborazione” e “che si manifesta fra gli uomini sotto la spinta di necessità comuni”, che ritroviamo una radice educativa e sociale. “Nessun uomo è un’isola. L’uomo che voglia da 19 solo risolvere tutti i problemi della vita è irreale.” “Il procedimento al cooperare non solo ha a che fare con tutto l’arco delle capacità di spiegazione delle Scienze Sociali. Le Scienze Sociali esistono in funzione della spiegazione del modo di cooperare, dal Diritto alla Storia, dalla Psicologia alla Sociologia, […] per la regolazione del cooperare in qualche modo. Ma il cooperare che ci evidenzia il concorso di regole oppure l’area delle funzioni caratteristiche in riferimento a sicurezza, si manifesta attraverso queste tre polarità (NdC cooperare–obbedire–ordinare). Cooperare significa mettere in ordine, dare ordine, definire delle priorità. In fondo anche […] ciascuno di noi tende a coordinarsi nel tempo in ordine alle cose da fare. Quindi cooperare fra soggetti significa coordinarsi, in termini di interesse, in termini di interventi operativi per la realizzazione degli interessi. Coordinare infine significa cooperare a favore di…, tenere conto dell’ordine che si è manifestato come precetti, come comandi, significa costituire degli associati alla loro costituzione, all’esterno poi della convenienza. Voglio dire che è una zona particolarmente sentita, nevralgica, nevrotica… nevralgica nel senso che ha la capacità di essere utile in funzione di una strategia della 20 realizzazione della sicurezza, caratterizzata dalla cooperazione.” 21 Data la lieve sfumatura tra cooperare e collaborare, si è scelto qui di usarli indistintamente, preferendo il secondo termine quale contenitore di un senso comune più mite, meno congenito e dunque più dinamico, in quanto non è soggetto al rischio di un richiamo ideologico né associativo in termini strettamente lavorativi (quale ad esempio il 22 termine stesso di cooperazione, per l’identità ai vari “movimenti cooperativi” ). 16 Vedi in Paolinelli A., 2005, op. cit., p.18. 17 Cfr. dal latino un qualsiasi buon Dizionario Etimologico o http://www.etimo.it/?term=collaborare& find=Cerca la versione web del famoso Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Pianigiani O. 18 Cfr. Gheza F. (a cura di), 1987, Cooperazione, Nuovo Dizionario di Sociologia a cura di Demarchi F., Ellena A. e Cattarinussi B., Edizioni Paoline, p. 591. 19 Cfr. Gheza F. (a cura di), 1987, Cooperazione, op. cit., ibidem. 20 V. Ruggeri F., 18 dicembre 2004, intervento “Per una carta della cittadinanza sicura: i problemi e le prospettive di una ricerca ”, al Convegno Cittadini & Sicurezza – Quale ruolo per l’autorità , Castiglioncello, Castello Pasquini, in merito al Progetto “Carta della Cittadinanza sicura del Comune di Rosignano Marittimo – Rapporto finale (di Sonetti M., Carboni S., Fulceri R., Ruggeri F.) – gennaio 2004. Vedi in Paolinelli A., 2005, op. cit., ibidem. 21 Cfr. Cooperare, dal latino cooperari, comp. da co (n) insieme e opera fatica, industria, cura . Operare insieme e quindi aiutare, contribuire ad ottenere un fine. http://www.etimo.it/?term= cooperare&find=Cerca. 22 Cfr. “[…] ‘Movimenti cooperativi’, in quanto aggregati sociologicamente rilevanti all’interno del sistema economico e politico contemporaneo. Generalmente si fa cominciare la storia della cooperazione moderna il 28 ottobre 1843, giorno nel quale fu fondata la Società dei Probi Pionieri di Rochdale. Ma è un errore storico – sostiene A. D’Angelo – perché i probi pionieri si limitarono ad adattare all’impresa da essi creata alcuni principi di pratica commerciale applicati già da tempo da organizzazioni mutualistiche che mancavano tuttavia di altre fondamentali caratteristiche per assurgere a vere e proprie imprese economiche. Il merito dei probi pionieri di Rochdale fu principalmente quello di avere – spinti dal bisogno di migliorare le loro tristi condizioni di vita – individuato tali principi e di aver dato ad essi forma di clausole statuarie, che rimangono ancora fondamentali nell’ordinamento giuridico della moderna cooperazione.” Cfr. la definizione su Gheza F. (a cura di), 1987, ibidem.
269 23 “E MERGENZA” Letteralmente è “l’azione ed effetto dell’emergere”, “situazione improvvisa di grave 24 25 difficoltà o di pericolo” . Difficoltà, pericolo che spesso si tramuta in panico , soprattutto in quel “rapido mutamento che avviene come reazione improvvisa di un sistema ad una 26 27 variazione delle condizioni esterne” che chiamiamo comunemente catastrofe . La nozione di emergenza nelle scienze sociali (emergency, urgence, ecc…), appunto “è impiegata – in un significato non necessariamente tecnico – per indi­ care le situazioni improvvise di difficoltà o di perico­ lo, a carattere tendenzialmente transitorio (anche se non sempre di breve durata), le quali comportano una crisi di funzionamento delle istituzioni operanti 28 nell’ambito di una determinata compagine sociale.” Ed il pericolo, da un punto di vista sociologico, si computa con il Rischio, ossia “la 29 Frequenza prevista dell’evento x l’Ampiezza delle sue conseguenze” . Naturalmente è stata approntata anche una classificazione dagli studiosi del settore, in 30 funzione dell’origine, del numero delle vittime, del tipo di insorgenza , ma la catastrofe è solo un’intensità dell’emergenza. Tant’è vero che tutti i giorni ci troviamo ad affrontare una realtà dell’emergenza individuale (stress, burnout) e/o sociale, che può andare dall’emergenza di non riuscire a tenere gli occhi aperti dalla stanchezza, al panico di non riuscire a organizzarsi per compiere le proprie mansioni, dal non avere mezzi di trasporto con cui andare in un dato luogo, ad un incendio in una scuola, fino ad una guerra. 31 “È quello che emerge… che è il contrario dell’immergere” , che va fuori dai margini, che ci mobilita e ci sprona a cercare la strada per tornare alla normalità, dentro i margini, ad una situazione di contesto di pace. Ma “lavorare per la Pace significa muoversi in una maniera possibilmente collegata, interdisciplinare in cui ciascuno può fare la sua parte per lavorare per una situazione diversa, 32 per un mondo diverso, per una situazione diversa di pace.” 23 Vedi in Paolinelli A., 2005, op. cit., p.18. 24 Cfr. la Grande Enciclopedia Universale Illustrata, 1990, Rizzoli Editore, Milano, libro VI, p. 2209, ma presente anche nei vocabolari di lingua corrente più comuni. 25 Passim, Lavanco G., 2003, Psicologia dei disastri Comunità e globalizzazione della paura, Franco Angeli, Milano. Gioacchino Lavanco, professore di Psicologia di comunità presso l’Università di Palermo e membro del direttivo nazionale della Società Italiana di Psicologia di Comunità. Fra le sue ultime pubblicazioni Psicologia del gioco d’azzardo (Milano, 2001) e Culture di gruppo (Milano, 2002). 26 Cfr. Sica G. – Demarchi S., 2002, op. cit., p. 19. 27 Cfr. Arnol’d V., 1990 Teoria delle catastrofi, Bollati Boringhieri, Torino, pp. 21–22. 28 V. Pizzorusso A., (a cura di) Emergenza, stato di, Enciclopedia delle Scienze Sociali, vol. V, pp. 551–559. 29 Cfr. Sica G. (a cura di), 1997, op. cit., pp. 14–18. 30 Cfr. Croce Rossa Francese – Ass.ne Italiana Medicina della Catastrofi, 1994, Manuale di protezione civile, Edizioni Piemme S.p.a., Casale Monferrato (AL), p. 4–10, già cit. in Sica G. – Demarchi S., 2002, ibidem. 31 Cfr. intervento dello psicologo Dr. Cicconi P. nella sbobinatura del Seminario attivo, 2004.VI.24, “Comunicare in Condizioni di Emergenza”, Provincia di Pisa, organizzato dall’Università di Pisa in collaborazione con la Scuola di Specializzazione in igiene e medicina preventiva e l’Istituto Internazionale per la Psicologia dell’Emergenza Emergency Psychology International Institute [EPII­GN] “Gianpaolo Nicolai”, p. 20, anche in Paolinelli A., 2005, op. cit, Appendice 6.2 pp.101 e ss.; 107. 32 V. intervento del Prof. Consorti P., Dir.re Diritti Umani –del Centro Int.le Scienze della Pace CISP –Pisa, nella sbobinatura del Seminario attivo 2004.VI.24, op. cit. p. 2, in Paolinelli A., 2005, op. cit, Appendice 6.2 pp.100–103.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 270 33 “E CCELLENZA” EFFICIENZA “corrisponde al rapporto tra prodotto e costo […]” ed “è fortemente influenzata dal sentimento del potere – cioè dalla percezione di essere attivi – nei confronti del metro di valutazione […]” di prodotto e costo, cioè l’efficienza è influenzata dalla dimensione soggettiva dell’individuo. (E=K P/C) EFFICACIA “è il rapporto tra risultato raggiunto e obiettivo fissato. Sempre con il sentimento del potere. La realizzazione di obiettivi non prefissati non conta, e questo è un grande limite […]”. (E=K P’/C’) ECCELLENZA è il rapporto in cui “il risultato raggiunto viene commisurato al massimo risultato possibile […] ovviamente un concetto soggettivo. L’eccellenza è strettamente connessa all’idea di qualità della vita, cioè al bilancio soggettivo prodotto/costo che ogni individuo compie nel suo operare. Sempre presente il sentimento del potere” (È=K P’/C’’). E non solo. Questo concetto viene ancora ripreso più avanti sottolineandone sei dimensioni critiche. 33 Cfr. Spaltro E., 1999, Il gruppo – Sintesi e schemi di psichica plurale, Edizioni Pendragon, Bologna p. 65. Si veda anche Caretti P. – De Siervo U., 1996, Istituzioni di diritto pubblico, G. Giappichelli editore, Torino, pp. 367–68 per i primi due concetti (efficacia = rapporto tra risultati conseguiti e obiettivi prestabiliti; efficienza = rapporto tra risultati conseguiti e risorse impiegate).
271 34 F ORMAZIONE Formazione dal verbo formare, dove tre grandi dicotomie ci aprono ad uno schema generale. “Una prima grande diversità riguarda l’asse emotivo–razionale. All’estremo che identifica la formazione col cambiamento emotivo e psicologico si collocano i formatori di estrazione psicologica, la cui prassi sconfina con l’attività terapeutica. Per costoro l’unico vero cambiamento ottenibile con un’azione formativa è quello soggettivo, personale, legato all’essere degli utenti. La formazione dunque è vista come un’azione finalizzata alla ristrutturazione degli atteggiamenti, allo sviluppo della sensibilità, alla presa di coscienza. All’estremo opposto si collocano i formatori di estrazione illuminista o positivista, per i quali la formazione è un’azione di allargamento del campo cognitivo o di trasformazione dei comportamenti. Al primo gruppo appartengono i formatori che fanno uso prevalente di metodi e tecniche “autocentrati”, cioè centrati sugli utenti, dei quali stimolano l’autoriflessione. Al secondo, gruppo appartengono i formatori centrati sui “contenuti”, che fanno uso prevalente di modalità direttive e trasmissive. In posizione intermedia si collocano i formatori che enfatizzano l’apprendimento attraverso l’esperienza, che privilegiano le metodologie attive. L’esperienza può infatti riguardare la sfera delle emozioni e degli atteggiamenti, oppure l’area strumentale o cognitiva: in entrambi i casi si tratta di situazioni da laboratorio, officina o atelier, nelle quali formatori e formandi partecipano all’ottimizzazione dell’apprendimento. Un’altra grande dicotomia concerne la visione depositaria e trasmissiva della formazione, e alla visione problematizzante o maieutica (Freire P., 1971). Nel primo caso la formazione è concepita come un processo di trasmissione dell’eredità culturale di una generazione all’altra, come processo di trasferimento di conoscenze e valori [NdC pedagogia direttiva ]. Nel secondo caso, come un’azione di scavo e stimolazione del potenziale degli utenti, i quali vengono sottoposti a dubbi e problemi perché trovino soluzioni nuove ed originali [NdC pedagogia attiva ]. Una terza antinomia è quella fra formazione come cambiamento individuale o come cambiamento organizzativo. La prima concezione è di marca prettamente illuministica. Secondo questa impostazione i soggetti apprendono e mutano, crescono e progrediscono attraverso la conoscenza […], alla base di molte attività formative odierne: dall’aggiornamento degli insegnanti, ai corsi inter–aziendali, ai seminari di “crescita personale”, di ispirazione californiana ed orientale. La seconda impostazione è strutturalistica o “gestaltica”. Essa ipotizza che il cambiamento (cioè l’apprendimento) dei soggetti non può che essere affiancato dallo sviluppo delle organizzazioni nelle quali i singoli operano. Anzi, alcuni (Botkin J.W. et al. 1979) parlano esplicitamente di un apprendimento collettivo […NdC proponendo], un’altra importante distinzione […] in “anticipatoria” o “catastrofica”. La seconda è quella che procede “per errori”, trovando un apprendimento a seguito di danni sopraggiunti, di errori o mancanze. Tale formazione è quella che dà per scontato il pagamento di un prezzo, anche elevato, per la sua assenza. La prima invece è preventiva, nel senso che precede l’emersione dei problemi, cercando di anticiparne le soluzioni. Altre angolature definitorie possono essere citate: la formazione come processo che stimola ad apprendere ad apprendere; la formazione “chiusa” o “aperta”, nel senso di processo a termine ai contenuti o alle capacità. Sul fondo di queste diverse impostazioni della 34 Contessa G. (a cura di), 1987, op. cit., p. 887.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 272 formazione si agitano le diverse teorie di psicologi e pedagogisti quali Dewey J., Piaget J., Skinner B., Rogers C.. In sintesi, possiamo distinguere due diverse concezioni della formazione, influenzate da opposte esigenze e situazioni storiche. In una situazione statica, la formazione tende a essere concepita come depositaria, trasmissiva, direttiva, individuale, catastrofica, chiusa, a termine e centrata sui contenuti. In una situazione dinamica e turbolenta, la formazione si orienta verso forme problematizzanti, maieutiche, collettive, anticipatorie, aperte, centrate sulle capacità e sui metodi. La seconda è quella a cui ci riferiamo. Formazione e Educazione, che se nell’accezione generica viene usata in prevalenza per i minori oppure per azioni di generale sensibilizzazione della popolazione (per es. educazione alimentare), si differenzia dal termine istruzione, che definisce solo gli aspetti cognitivi ed informativi di un processo di apprendimento; e dal più specifico “addestramento”, che in 35 italiano indica un’azione ripetitiva di apprendimento tecnico e strumentale . 36 37 Formazione a tutto tondo, nella competenza sul Saper Essere , nucleo elaborato e metabolizzato, che ci porta ad affrontare le dinamiche relazionali quali membri di comunità, di gruppi, con ruoli, compiti ed esperienze spesso divergenti da armonizzare, o meglio sul 38 Saper Stare . 35 Cfr. Contessa G. (a cura di), 1987, Formazione, Nuovo Dizionario di Sociologia a cura di Demarchi F., Ellena A. e Cattarinussi B., Edizioni Paoline, p. 886, dove troviamo che la formazione: “racchiude le fasi di educazione, istruzione e addestramento. Goguelin P. ha scritto che: “Si può distinguere una formazione per il saper e, il saper far e e il saper esser e”: in tale modo dando della formazione un’accezione estensiva e polivalente”. 36 Si veda anche un’interessante distinzione di Bobbio N., 1976, Dizionario di Politica , Unione Tipografico – Editore Torinese, Torino, pp. 414–419, tra: Istruire = Fornire dei principi fondamentali indispensabili per una buona educazione. Educare = Guidare e stimolare lo sviluppo delle facoltà intellettuali e morali di una persona mediante l’insegnamento, l’esempio e simili. Informare = Fornire informazioni. In–formare = Informare in un contesto in cui è previsto l’ascolto del riscontro del ricevente da parte dell’emittente (l’emittente ha capito che il ricevente ha recepito il messaggio) [contesto di comunicazione critica]. Formare = Far maturare le facoltà psichiche e intellettuali mediante l’educazione. ripresa da Balsamo M., 2002, L’educazione e la formazione nell’emergenza per la prevenzione dei rischi ambientali – Un approccio di studio in Pisa , tesi di laurea in Scienze Politiche, Indirizzo Politico–Sociale, Università di Pisa. 37 Cfr. http://www.epii­gn.org/sica/tgroup.htm e la nota 31 in Paolinelli A., 2005, op. cit., dove si riprende l’idea che l'obiettivo di rendere integrabile la competenza professionale si può raggiungere attraverso tre fasi interattive: 1. IL SAPERE, cioè la conoscenza teorica della propria disciplina scientifica che si è acquisita, che si arricchisce grazie all'evolversi dell'esperienza professionale e si accresce mediante corsi di aggiornamento; 2. IL SAPER FARE, cioè la competenza per l'applicazione produttiva che si acquisisce mediante la pratica professionale e con l'ausilio di corsi di addestramento; 3. IL SAPER ESSERE, cioè la presa di coscienza del proprio modo di essere, del proprio carattere, quale risorsa importante da investire nello svolgimento della propria attività e in generale nella propria vita: la formazione.” Cfr. anche Contessa G. (a cura di), 1987, Formazione, Nuovo Dizionario di Sociologia a cura di Demarchi F., Ellena A. e Cattarinussi B., Edizioni Paoline, p. 886, dove troviamo che la formazione: “racchiude le fasi di educazione, istruzione e addestramento. Cfr. nota 291 su Goguelin P.. 38 Questa formula da me presa dai termini di gruppo, di squadra, mi serve per dire che Sapere, Saper Fare, Saper Essere, spesso non convincono più nel mondo odierno, perché rischiano di costruire idoli, miti, “eroi” oppure alienati, geni, “mostri”. Infatti ho spesso riscontrato che i pochi individui con un’alta preparazione teorica e un’ottima competenza nel proprio lavoro e anche una coscienza del proprio modo di essere, non riescono a tenere a lungo le tre direttrici in equilibrio, cadendo nel pericolo di isolamento ed individualismo, non accettando più di un ristretto numero di relazioni finalizzate ad un ideale spesso in contraddizione con un opera di gruppo. Saper Stare così prende il significante di saper ascoltare, saper vivere l’attesa ed i tempi del gruppo, in contrapposizione alla decisione presa dal vecchio saggio di S.T. Coleridge nella favola della “pioggia che fa impazzire”, che visto che tutti erano pazzi per salvarsi lo sarebbe dovuto diventare anche lui, affinché gli altri non lo riconoscessero come una minaccia per la loro identità, dato che era inutile rimanere l’unico in grado di saper distinguere una normalità che era sparita. Saper Stare significa dunque anche saper leggere la realtà con occhi soggettivi, senza farsi inghiottire dal perdere i propri punti di riferimento in quanto non riconosciuti in un mondo in cui si
273 39 H ARIA­2 Handling Algoritms for Risk Assessment è un progetto finanziato dal CNR della Linea A nel Gruppo Nazionale per la Protezione Civile di Ricerca per la Difesa dai Rischi Chimico Industriali ed Ecologici [GNRDRCIE]. La versione 2 è caratterizzata dal coinvolgimento nel progetto anche delle competenze antropo­socio­psicologiche [cioè le scienze umanistiche o, meglio, le Scienze Sociali], in tal senso, seppur sinteticamente: i disastri si suddividono ancora mistificatamente in naturali ed industriali intendendo quest’ultimi come quelli più prevedibili perché fonte dello stesso manufatto umano. In realtà la differenza tra naturale ed industriale, alla luce dello sviluppo scientifico potenziale, ma anche realizzabile, può dimostrare che anche per i cosiddetti disastri naturali non esiste la impossibilità di prevenirli. La legge impone, tendenzialmente, lo sviluppo di un verificabile Piano di Emergenza. Un Piano di Emergenza si suddivide intra ed inter­ attivamente nelle seguenti fasi ciclicamente circolari: Nel progetto HARIA era prevista la possibilità di gestire in tempi reali lo sviluppo e l’itinerario della nube tossica in base al tipo di gas (analisi chimica), al tipo, la forma e la grandezza dell’apertura, al tipo di velocità di fuoriuscita, al tipo di clima (che modifica la chimica, la direzione e la velocità di rarefazione e/o di spostamento) e prevedeva 3 modelli di comportamento umano (preparato, passivo, random). Nel progetto HARIA­2, la prosecuzione, è stato posto il problema di migliorare quanto sviluppato fino a quel momento, comprensivo del modello traffico in transitorio, con l’integrazione del modello comportamentale, senza sottovalutare l’aspetto dell’addestramento e dell’aggiornamento degli addetti. diventi consapevoli che non esiste una Verità assoluta, ma realtà e punti di vista in nessun modo giudicabili con assoluta sicurezza. Saper Stare quindi prende il sapore di un saper essere con gli altri. 39 V. sul sito http://www.epii­gn.org/sica/Frsocwrk.htm Social Work, Emergency, Saper fare, Transdisciplinare, Pert il Diagramma di gestione del progetto di ricerca HARIA­2 e in Paolinelli A., 2005, op. cit., Appendice p.200.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 274 40 SOCIOLOGO C’è un concetto che mi è caro per spiegare il ruolo del sociologo a cui ci rivolgiamo. “Egli infatti è interpretato come architetto sociale, e cioè come ideatore di un sistema di relazioni sociali, di rapporti di gruppo, di struttura, di risorse, di obiettivi, volti a realizzare una certa società futura. La dimensione futuristica di questo design parte da un pull model, e cioè da un modello tratto dalla volontà della società di cambiare in una certa direzione. Esso, nell’analisi di B. van Steenbergen, è più orientato all’azione e all’intervento di quanto non lo sia il modello tratto dalla società (push model) per effetto della proiezione al futuro della situazione attuale. […] Ambedue sono ad ogni modo riconducibili all’idea di Comte di “saper per prevedere”, con l’implicita conseguenza di “prevedere per potere”. V’è tuttavia un’altra progettualità sociologica, attenta alla realizzazione concreta della società o del singolo fenomeno sociale, e che dunque si muove a livello di “meso– sociologia”, di medio raggio. Tale concretezza nel perseguire l’obiettivo però implica che la progettazione sociologica, anche come immaginazione, si scontra con altre progettazioni disciplinari, con le quali deve combinarsi e comporsi: l’economia, la politica, la tecnologia, la geografia, l’antropologia, l’urbanistica, e così via, pur esse portatrici di immagini progettuali. 41 La composizione interdisciplinare di conseguenza diventa una necessità.” 40 Vedi in Paolinelli A., 2005, op. cit., cap. 2.3 Un’urgenza da progettare, nota 80. 41 V. Gasparini A. (a cura di), 1987, Progettazione, Nuovo Dizionario di Sociologia a cura di Demarchi F., Ellena A. e Cattarinussi B., Edizioni Paoline, p. 1611.
275 42 T RANSDISCIPLINARE È tramite questa lettura per cui i tre Saperi (Sapere, Saper Fare, Saper Essere), secondo la matrice e/o il contesto applicativo, possono essere: Monodisciplinare: effettivamente intesa come unica disciplina dall'organizzazione accademica in ambito universitario perché dotata di un proprio statuto scientifico. Multi­Pluridisciplinare: sommatoria di discipline che non interagiscono metodologicamente se non attraverso un'organizzazione informativa a stella. Interdisciplinare: quando gli eterogenei competenti devono contestualmente ed interattivamente agire scientificamente come in un'équipe. Transdisciplinare: quando si inserisce trasversalmente la variabile politico­sociale. 42 Cfr. http://www.epii­gn.or g/sica/Istr uzioniper navigare.htm e Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza , Andrea Vallerini Editore, Pisa, pp. 7 e 116.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 279 1. Per una classificazione ed una comprensione di che cosa si intende per “catastrofe” Ø Arnol’d V.I., 1990, Teoria delle catastrofi, Bollati Boringhieri editore S.r.l., Torino Ø Benincasa C., 1978, Architettura come dis­identità. Teoria delle catastrofi e architettura , Dedalo Libri, Bari Ø Bourriau J., 1993, Le catastrofi, Edizioni Dedalo S.r.l., Bari Ø Luongo G., 1997, Mons Vesuvius. Sfide e catastrofi tra paura e scienza , Casa editrice Fausto Fiorentino, Napoli 2. Per un inquadramento giuridico delle industrie a rischio di incidente rilevante da sostanze pericolose ed una breve rassegna di esperienze Ø Peccolo G., 1997, Le industrie a rischio di incidente rilevante da sostanze pericolose, Marsilio Editori S.p.a., Venezia Ø Roubault M., 1973, Le catastrofi naturali sono prevedibili, Giulio Einaudi editore S.p.a., Torino 3. Per un approfondimento legislativo Ø Ø Ø Ø Ø Ø Ø Ø Ø Ø Ø R.D. n.205 del 20.01.27 R.D. n.147 del 09.01.27 R.D. n.773 del 18.06.31 Legge n.833 del 23.12.78 D.P.R. n.577 del 29.07.82 Direttiva CEE n.501/82 del 24.06.82 D.P.R. n. 175 del 17.05.88 Legge n.225 del 24.02.92 Direttiva CEE n.96/82 del 09.12.96 Legge n.137 del 19.05.97 D.Lgs n.334 del 17.08.99 4. Per le nozioni chimiche Ø P. Silvestroni, 1970, Fondamenti di chimica , Libreria Eredi Virgilio Veschi, , Roma Ø H.C. Metcalfe, J.E. Williams, J.F. Castka, 1975, Chimica Moderna , Edizioni Cremonese, Roma, pp. 545­549 5. Per gli aspetti di Sociologia dell’Educazione, delle metodiche di formazione degli operatori e per quelli psicologici Ø Andreoni P., Marocci G., 1997, Sicurezza e benessere nel lavoro, Edizioni Psicologia, Roma
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 280 Ø Cavalli A., 1992, Insegnare oggi. Prima indagine Iard sulle condizioni di vita e di lavoro nella scuola italiana , Ed. Il Mulino, Bologna Ø Cesareo V., 1972, Sociologia dell’educazione, Ulrico Hoepli, Milano Ø Sica G. (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza , Andrea Vallerini Editore, Pisa 6. Per una panoramica sulla psicologia infantile si consigliano Ø Bion W., 1992, Attenzione ed interpretazione, Ed. Armando, Roma Ø Freud S., 1994, Il piccolo Hans, caso clinico, Ed. Feltrinelli, Milano Ø Freud S., 1978, Introduzione alla psicoanalisi, Bollati Boringhieri editore S.r.l., Torino Ø Jung C.G., 1973, Psicologia dell’inconscio, Bollati Boringhieri editore S.r.l., Torino Ø Klein M., 1958, Psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze Ø Lebovici­Soulé, 1955, Il bambino e la psicoanalisi, Ed. Feltrinelli, Milano 7. Per un approfondimento sul Progetto Scuola Sicura attraverso Internet Ø Ø Ø www.protezionecivile.it/dpcinforma www.emgergenza.firenze.net www.rete.livorno.it/prefettura 8. Per le problematiche relative all'organizzazione dei soccorsi sanitari e le tecniche particolari da adottare in caso di emergenza Ø Amovilli L., Apr.­ Giu. 1995, “Il problema del riciclaggio nel check­up organizzativo ­ Proposta di un modello di elaborazione e presentazione dei dati –“, Psicologia e Lavoro, n.97, anno XXV Ø Avallone F., Delle Fratte A., 1993, “Decisione e assunzione di rischio”, Quaderni di Psicologia del lavoro, n.2, Edizioni Psicologia, Roma Ø Carli R., Paniccia R.M., 1981, Psicologia delle organizzazioni e delle istituzioni, Il Mulino, Bologna Ø Chàvez Q. P., 1996, Linee guida per l’azione veterinaria nelle inondazioni, C.E.M.E.C., San Marino Ø Croce Rossa Francese – Ass.ne Italiana Medicina delle Catastrofi­, 1994, Manuale di Protezione Civile, EDIZIONI PIEMME S.p.a., Casale Monferrato (AL) Ø De Vito Piscicelli P., 1991, La gestione delle risorse umane: problemi di psicologia organizzativa, selezione, orientamento e valutazione, Patron, Bologna Ø De Vito Piscicelli P., 1991, La diagnosi organizzativa , FrancoAngeli, Milano Ø Fiandri M.T., 1991, “Trauma Center e catastrofe”, Oplitai, nn.4­5, Anno IV Ø Leonardi A., 1995, “La Prefettura di Perugia all’avanguardia nelle emergenze”, La Protezione Civile Italiana , n.1, anno XV, p.48
281 Ø Maggio E., 1995, “Il Servizio Protezione Civile della Provincia di Milano ­ programmi, struttura e protagonisti”, La Protezione Civile Italiana , n.1, anno XV, pp.32­33 Ø Marocci G., 1995, Inventare l’organizzazione, Edizioni Psicologia, Roma Ø Muti P.L., 1986, Il lavoro di gruppo ­ aspetti teorici e pratici per una diagnosi dei problemi di gruppo nelle aziende, FrancoAngeli, Milano Ø Olivero G., 1993, Linee Guida per l’organizzazione di un ospedale in caso di disastro, EDIZIONI MINERVA MEDICA S.p.a., Torino Ø Pettigiani M.G., Sica S., 1985, La comunicazione interumana ­ coppia, piccolo gruppo, organizzazione, FrancoAngeli, Milano Ø Piccinino A., 1993, “La cooperazione civile­militare nella NATO per l’intervento nelle maxi­emergenze”, Oplitai, n.6, Anno VI, pp.11­14 Ø Potestà L., 1994, L’organizzazione intuitiva , Maria Pacini Fazzi Edotore, Lucca Ø Quaglino G.P., Casagrande S., Castellano A.M., 1992, Gruppi di lavoro, lavoro di gruppo ­ un modello di lettura della dinamica di gruppo, una proposta di intervento nelle organizzazioni, Raffaello Cortina Editore, Milano Ø Spaltro E., De Vito Piscicelli P., 1992, Psicologia per le organizzazioni ­ teoria e pratica del comportamento organizzativo, NIS, Roma Ø Spaltro E., 1990, Complessità ­ Introduzione alla psicologia delle organizzazioni complesse, Patron Editore, Bologna Ø Spaltro E., 1993, Soggettività , Patron Editore, Bologna 9. Per l’interazione tra direzione operativa dei soccorsi e direzione aziendale Ø Amovilli L., Gen.­ Giu. 1996, “La misura della soggettività: il pensare a rischio”, Psicologia e Lavoro, nn.100­101, pp.110­115 Ø Amovilli L., Lug.­ Set. 1995, “Un’atmosfera creativa”, Psicologia e Lavoro, n.98, anno XXV, pp.40­45 Ø Bruscaglione M., Spaltro E., 1990, “La psicologia organizzativa”, Enciclopedia di direzione aziendale, sez.I, vol.5, tomo III, FrancoAngeli, Milano Ø Campiglio L., 1976, Lavoro salariato e nocività , De Donato, Bari Ø De Vito Piscicelli P., Zanarini E., 1996, L’arte del comando ­ Prospettiva di psicologia delle organizzazioni, NIS, Roma Ø Favretto G., Gen.­ Apr. 1996, “Il modello P/E ‘stress derivato’: alcune applicazioni organizzative”, Psicologia Italiana , n.1, anno XIV Ø La Rosa M., 1994, Stress e management ­ La ricerca italiana (Progetto CNR ­ P.F. Fatma), FrancoAngeli, Milano Ø Pace M., 1993, “La leadership efficiente nei gruppi decision making”, Quaderni di Psicologia del Lavoro, n.2, Edizioni Psicologia, Roma Ø Parruccini M., Munda G., Dic. 1994, “Approcci multidisciplinari alla gestione dell'ambiente”, ISIG, n.4, anno III Ø Pellizzoni L., Dic.1994, “Risk assestment e pianificazione territoriale”, ISIG, n.4, anno III Ø Pistaceci C., Santini G., 1976, La sicurezza sul lavoro, ETAS, Milano Ø Rousseau O., 1991, Le evacuazioni sanitarie sul campo delle grandi emergenze, Oplitai, nn.4­5, Anno IV
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 282 Ø Simonson M., 15­16 Nov. 1996, Decision­making e problem­solving sotto stress, Aspetti psicologici nelle grandi emergenze – Atti Corso CEMEC ­, San Marino 10. Per le problematiche relative all'organizzazione sanitaria nel disastro tecnologico in particolare Ø Amadei F., 1993, “Prospettive poco rassicuranti sugli aggressivi chimici”, Oplitai, n.6, Anno VI, pp.15­18 Ø Baldissera A., 1987, “Determinanti organizzative di incidenti tecnologici”, Quaderni di Sociologia , n.8 Ø Piccinino A., 1993, “Ruolo della Sanità Militare Italiana in situazioni di emergenza”, Oplitai, n.6, Anno VI, pp.9­10 Ø Sandroni C., 1993, “Ruolo dei Centri Antiveleni nei management degli incidenti chimici”, Oplitai, n.6, Anno VI, pp.21­22 11.Per gli aspetti relativi ai mezzi dell'organizzazione logistica, dell’evacuazione, delle reti di comunicazione e agli approvvigionamenti Ø Biffoli F. et al., 1993, “Vecchie e nuove tecnologie per il trasporto sanitario”, Oplitai, n.6, Anno VI, pp.24­30 Ø Caroselli U.L.A., 1992, “La mobilitazione nel servizio di Sanità: problemi relativi alla gestione dei materiali”, Giornale di Medicina militare, nn.5­6, Anno 142°, pp.500­502 Ø Muzzi G., Caroselli U.L.A., 1993, “La meccanizzazione della logistica nel supporto sanitario del secondo anello”, Giornale di Medicina militare, n.6, Anno 143°, pp.646­650 Ø Noto R., Huguenard P., Larcan A., 1989, Medicina dei disastri, Masson, Milano Ø Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D., 1971, Pragmatica della comunicazione umana ­ Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi ­, Astrolabio, Roma 12. Per il comportamento dei soccorritori e delle vittime Ø Amovilli L., 1993, “Stress lavorativo e sintomi psicosomatici, un modello di misura”, Quaderni di Psicologia del Lavoro, n.2, Edizioni Psicologia, Roma Ø Anzieu D., Martin J.Y., 1990, Dinamica dei piccoli gruppi, Edizioni Borla, Roma Ø Carli R., Gen. – Giu. 1996, “Psicologia Clinica, Psicologia del Lavoro, Psicologia”, Psicologia e Lavoro, nn.100­101, pp.48­54 Ø Del Rio G., 1990, Stress e lavoro nei servizi: sintomi, cause e rimedi del burn­out, N.I.S., Roma Ø Giuffrida M., 1995, “Lo sforzo dei volontari durante l’alluvione”, La Protezione Civile Italiana , n.1, Anno XV, pp.58­59
283 Ø Maslach C., 1992, La sindrome del burn­out ­ il prezzo dell’aiuto agli altri, Cittadella Editrice, Assisi Ø Nuovo M., 15­16 Nov. 1996, Gruppi di lavoro, Aspetti psicologici nelle grandi emergenze – Atti Corso CEMEC ­, San Marino Ø Passalacqua G., 1995, “Il costrutto di pericolo in ambito decisionale”, Quaderni di Psicologia del Lavoro, n.3, Edizioni Psicologia, Roma Ø Santaniello M., 1990, La sindrome del burn­out: aspetti teorici, ricerche e strumenti per la diagnosi dello stress lavorativo nelle professioni di aiuto, ERIP, Pordenone Ø Spaltro E., 1985, Pluralità ­ Manuale di psicologia di gruppo, Patron Editore, Bologna Ø Spaltro E., 1995, Qualità ­ psicologia del benessere e della qualità della vita , Patron Editore, Bologna Ø Trentini G., 1989, Teoria e prassi del colloquio e dell’intervista , NIS, Roma Ø Trentini G., 1996, Il cerchio magico ­ il gruppo come oggetto e come metodo in psicologia sociale e clinica , FrancoAngeli, Milano 13. Per un approfondimento della metodologia di studio dell'interazione comportamentale in emergenza tra soccorritori e vittime Ø Ambrosini M., 1995, Il profumo delle parole. Ricerche sui climi organizzativi, Esculapio, Bologna Ø Amovilli L., 1995, “La dinamica di gruppo. Modelli formativi a confronto”, Quaderni di Psicologia del Lavoro, n.3, Edizioni Psicologia, Roma Ø Avallone F., Passalacqua G., 1993, Prospettive teoriche nello studio del processo decisionale, Quaderni di Psicologia del Lavoro, n.2, Edizioni Psicologia, Roma Ø Benadusi L., 15­17 giugno 1995, Analisi delle competenze scientifiche e manageriali nelle strutture di R&S a partire dall’esperienza italiana, Learning and competences: innovative paths in R&D organizations, Atti del convegno CNR, Roma Ø De Masi D., Bonzanini A., 1987, Trattato di sociologia del lavoro e dell’organizzazione, FrancoAngeli, Milano Ø Ercolani A.P., Areni A., Mannetti L., 1990, La ricerca in psicologia: modelli di indagine e di analisi dei dati, NIS, Roma Ø Horlick­Jones T., Dic.1994, “Affrontare i problemi della Protezione Civile integrando azione e conoscenza”, ISIG, n.4, anno III Ø Kaneklin, C., 1992, Conoscere l'organizzazione, NIS, Bologna Ø Maniscalco F., 1993, “Discan. Analisi del contenuto e del discorso computerizzata”, Quaderni di Psicologia del Lavoro, n.2, Edizioni Psicologia, Roma Ø Montesarchio G., 15­16 Nov. 1996, Il ruolo della Psicologia Clinica nelle grandi emergenze: dall'intervento alla formazione, Aspetti psicologici nelle grandi emergenze – Atti Corso CEMEC ­, San Marino Ø Moreno J.L., 1964, Principi di sociometria, di psicoterapia di gruppo e sociodramma, Etas Kompass, Milano Ø Nicolini D., Lug. – Set. 1995, “Metodi cognitivi di analisi organizzativa. Una rassegna critica”, Psicologia e Lavoro, n.98, anno XXV, pp.28­39
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 284 Ø Nicolis G., Prigogine I., 1991, La complessità, Einaudi, Torino Ø Palumbo G., Lug. ­ Set. 1995, “Tra psicologia e psicologi: culture e prassi di intervento (A colloquio con Renzo Carli, I parte)”, Psicologia e Lavoro, n.98, anno XXV, pp.6­13 Ø Palumbo G., Ott. – Dic. 1995, “La Psicologia è bella perché è sulla frontiera della cultura. Chi ha il coraggio di chiamarsi fuori?” (A colloquio con Renzo Carli, II parte), Psicologia e Lavoro, n.99, anno XXV, pp.6­17 Ø Ricci E., Papini P., 1997, Calore, colore, percezione, Edizioni Regione Toscana, Firenze Ø Tajfel H., Fraser, Colin, 1979, Introduzione alla psicologia sociale, il Mulino, Bologna 14. Per la formazione dei soccorritori Ø Amovilli L., Ott. – Dic. 1995, “Il clima relazionale: la misura delle capacità comunicative”, Psicologia e Lavoro, n.99, pp.45­52 Ø Avallone F., 1989, La formazione Psicosociale­ metodologie e tecniche, N.I.S., Roma Ø Avallone F., 1993, “Gestione dell’ospedale e formazione”, Quaderni di Psicologia del Lavoro, n.2, Edizioni Psicologia, Roma Ø Battistelli A., Odoardi C., 1993, “L’apprendimento attivo nei gruppi di formazione”, Psicologia e Lavoro Ø Bellotto M., Trentini G., 1992, Culture organizzative e formazione, FrancoAngeli, Milano Ø Bennis Warren G., Gen. – Mar. 1995, “Obiettivi e meta­obiettivi del Laboratory Training”, Psicologia e Lavoro, n.96, anno XXV, pp.12­16 Ø Bruscaglione M., 1991, La gestione dei processi nella formazione degli adulti, FrancoAngeli, Milano Ø Dobson B., 15­16 Nov. 1996, Introduzione al role­playing, Aspetti psicologici nelle grandi emergenze ­ Atti Corso CEMEC ­, San Marino Ø Ducceschi M., Gen. – Mar. 1995, “T­groups oggi in Italia. Evoluzione storica”, Psicologia e Lavoro, n.96, anno XXV, pp.9­11 Ø Kets Vries (de), M.F.R., Miller, D., 1992, L'organizzazione nevrotica , Ed. Cortina, Milano Ø Luft J., 1975, “Dinamica delle relazioni interpersonali ­ La finestra di Johari”, Collana di psicologia delle organizzazioni, ISEDI, Milano Ø Polo L., 1993, “Line Oriented Simulation. Una modalità formativa nell’ambito della simulazione di volo”, Quaderni di Psicologia del Lavoro, n.2, Edizioni Psicologia, Roma Ø Quaglino G.P., 1985, Fare formazione, il Mulino, Bologna Ø Spaltro E., Righi U., 1980, Giochi Psicologici, CELUC Libri, Milano Ø Varney, Glenn H., 1991, Come costruire un gruppo di lavoro altamente produttivo, De Angelis, Milano
285 15. Per la formazione per i professionisti Ø Associazione Italiana Formatori (a cura di), 1989, Professione formazione, FrancoAngeli, Milano Ø Avallone F., Gemelli M.G., 1991, Lavorare in ospedale ­ ricerca psicosociale sulla condizione professionale degli infermieri, FrancoAngeli, Milano Ø Cocchi A., Gen. – Apr. 1996, “Psicodramma. Riflessioni in forma di dialogo”, Psicologia Italiana , n.1, anno XIV Ø Fabbri S., Pierro A., Ott. – Dic. 1995, “Sindrome del Burnout in infermieri professionali: il ruolo delle caratteristiche di personalità”, Psicologia e Lavoro, n.99, pp.39­44 16. Per una preparazione professionale integrabile del disaster manager per e con HARIA­2 Ø Gabrielli, Organizzazione del soccorso e sistema formativo per la ricerca HARIA­2, allegato su Approccio alla Ricerca­intervento sul comportamento organizzativo nella gestione dei rischi chimici, industriali ed ecologici, a cura di Francesco Gabbrielli e Giuseppe Sica, p.26 (Settembre 1997PERT, Visualizzazione Evento dal 31/12/1998 al 31/12/1998. Ø E. Spaltro, 1985, Pluralità – Manuale di psicologia di gruppo, Patron Editore, Bologna. Ø G. Sica (a cura di), 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza , Andrea Vallerini Editore, Pisa, pp.26­27, pp. 89­92. Ø L. Potestà, 1994, L’organizzazione intuitiva , Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, p.24. Ø L.Pellizzoni, D.Ungaro, marzo 2000, HARIA­2 una metodologia per l’analisi e la gestione di emergenze tecnologiche, Terza Fase, Rapporto, p.38; PERT, Visualizzazione Evento dal 30/03/2000 al 30/03/2000. Ø Può comunque valere quale sede bibliografica complessiva la conferma in G. Sica e S. Demarchi (a cura di), 200, Comunicazione e in­formazione sui rischi di incidenti rilevanti: dal D.P.R. 175/88 al progetto per e con HARIA­2, ovvero dal caso Rosignano Marittimo (LI) al Politico Sociale, Servizio Editoriale Universitario di Pisa, pp. 300; Ø Per la visione integrale del rapporto sugli obiettivi della ricerca, il protocollo e i risultati della ricerca, si rimanda a G. Sica e L. Pellizzoni, 2001, La gestione degli aspetti sociali di un’emergenza “ per e con HARIA­2, Focus Group realizzato nell’ambito del progetto di ricerca HARIA­2, per il Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Nucleare e della Produzione dell’Università di Pisa. 17. Per la formazione per i volontari Ø De Vito Piscicelli P., Gen. – Giu. 1996, “Organizzare la libertà di organizzazione: la nuova frontiera del volontariato”, Psicologia e Lavoro, nn.100­ 101, pp.85­90.
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 286 18. Per gli aspetti relativi all'organizzazione aziendale negli impianti ad alto rischio Ø Ambrosini M., Gen. – Giu. 1996, “Sicurezza sul lavoro”, Psicologia e Lavoro, nn.100­101, pp.91­99 Ø Delle Fratte A., 1995, “La rappresentazione del rischio nel senso comune”, Quaderni di Psicologia del Lavoro, n.3, Edizioni Psicologia, Roma Ø Faverge J.M., 1974, “Gli infortuni sul lavoro”, Trattato di Psicologia applicata , vol.3, Armando, Roma Ø Haastrup P., Ravetz J., Dic. 1994, “Riflessioni sugli indicatori di vulnerabilità e loro applicazione ai rischi chimici”, ISIG, anno III, n.4 Ø Marocci G., Gen. – Giu. 1996, “L’organizzazione soggettiva come progetto paradossale”, Psicologia e Lavoro, nn.100­101, pp.76­84 Ø Marocci G., 1993, “Problemi e certezze in un intervento psicosociale di sicurezza lavorativa”, Quaderni di Psicologia del Lavoro, n.2, Edizioni Psicologia, Roma Ø Mintzberg H., 1985, La progettazione dell’organizzazione aziendale, il Mulino, Bologna Ø Pettigiani M.G., Maggio 1993, “La formazione nell’azienda in cambiamento”, Notiziario del Lavoro, n.59 Ø Roy, O., 1991, Gestire il cambiamento, De Angelis, Milano 19. Per l’efficacia delle informazioni alla popolazione nelle fasi di emergenza del disastro tecnologico Ø Angelini A., 15­16 Nov. 1996, Aspetti psicodinamici e ruolo della comunicazione nelle grandi emergenze, Aspetti psicologici nelle grandi emergenze ­ Atti Corso CEMEC ­, San Marino Ø Bombardi E., Rutelli P., Chemello L., 1993, Pensare e sentire di gruppo, Angeli, Milano Ø De Marchi B., Haastrup P., Dic. 1994, “Comunicazione del rischio: confronto fra impianti fissi e trasporto”, ISIG, anno III, n.4 Ø De Marchi B., Dic. 1994, “Politica ambientale comunitaria, informazione al pubblico e incertezza”, ISIG, anno III, n.4 Ø Olori L., 1993, “Inquinamento delle acque. Nota I”, Giornale di Medicina militare, Anno n.143, n.6, pp.651­659 Ø Romeo R., 1996, Emergenza e Protezione Civile ­ raccolta di articoli per una nuova cultura del rischio, Firenze Editoria, Firenze Ø Ruggiero F., 1993, L’informazione alla popolazione nel rischio tecnologico, Dipartimento della Protezione Civile, Roma 20. Per la trattazione del caso Ø SICA, S. DE MARCHI, 2000, Comunicazione e in­formazione sui rischi di incidenti rilevanti, D.S.U. Pisa, p. 89 Ø V.CATALOGNE SHEET DEL GRUPPO SOLVAY, Stabilimenti di Rosignano, Unità di Produzione Prodotti Clorati, 16­17 ottobre 1999
287 Ø V.CATALOGNE SHEET DEL GRUPPO SOLVAY, Stabilimenti di Rosignano, Unità di Produzione Prodotti Perossidati, 16­17 ottobre 1999 Ø V.CATALOGNE SHEET DEL GRUPPO SOLVAY, Stabilimenti di Rosignano, Unità di Produzione Prodotti Poliolefine, 16­17 ottobre 1999 21. Per un Rapporto sul Focus­ Group Ø Pellizzoni, L. e Ungaro D. (2000a), Il Comportamento sociale in emergenza: un modello di analisi, Quaderno n° 00 – 2, Programma Emergenze di Massa, Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (ISIG). Ø Pellizzoni, L. e Ungaro D., 2000b, Technological risk, participation and deliberation. Some results from three Italian case studies, “Journal of Hazardous Materials” 78 (1­3), pp. 261­280. Ø Sica G. e Demarchi S., 2000, a cura di, Comunicazione e in­formazione sui rischi di incidenti rilevanti: dal D.P.R. 175/88 al progetto per e con HARIA­2, ovvero dal caso Rosignano Marittimo (LI) al Politico Sociale, Servizio Editoriale Universitario di Pisa, pp. 300. 22. Per le indicazioni sulla valutazione del rischio Ø Sica G., De Marchi S., 2000, Comunicazione e in­formazione sui rischi di incidenti rilevanti, D.S.U. Pisa, pp. 27­28 Ø Barlettani M., Mazzini M., Volta G., Il sistema informatico HARIA­2: una metodologia per la pianificazione e gestione di emergenze tecnologiche, http://service2.area.fi.cnr.it\protezionecivile, La sfida dei grandi rischi alla soglia del nuovo millennio 1998 pp.2 Ø Sica G., 1997, La formazione attraverso la psicologia di comunità nell’emergenza, VALLERINI EDITORE, p. 24 23. Per la pianificazione dell’emergenza Ø Sica G., De Marchi S., 2000, Comunicazione e in­formazione sui rischi di incidenti rilevanti, D.S.U. Pisa, p. 64 Ø V. PERT 30.03.2000, p.6. Fig. 1 – Modello semplificativo di relazione evento­comportametno (HARIA­2 – DSU Università di Trieste/ISIG) di L. Pellizoni – D. Ungaro Ø G. SICA, S. DE MARCHI, 2000, Comunicazione e in­formazione sui rischi di incidenti rilevanti, D.S.U. Pisa, pp. 65 Ø V. PERT 31.12.1998, pp.53­55, circa le Considerazioni sull’uso di HARIA­2: non solo software ma un sistema formativo Ø G. SICA, S. DE MARCHI, 2000, Comunicazione e in­formazione sui rischi di incidenti rilevanti, D.S.U. Pisa, p. 7 24. Per i dati statistici
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 288 Ø http://www.istat.it/Primpag/sanita/cap13.html Ø Sica G., De Marchi S., 2000, Comunicazione e in­formazione sui rischi di incidenti rilevanti, D.S.U. Pisa, pp. 102 25. Per leggere l’altro: l’importanza della regola fra libertà e trasgressione Ø Ø Balsamo Franca, 2003, Famiglie di migranti,Roma, Carocci. Brown Fredric, 1958 , Sentry in Honneymoon in Hell, Bantam pp,78­ 79. Ø Hill Ruth Beebe, 1979, Hanta Yo, Novara, De Agostini, 1986 trad. it. Ø Milgram Stanley, 1974,Obbedienza all’autorità,Torino,Einaudi,2003, trad. it. Ø Pirandello Luigi, 1908, L’umorismo,Saggi 21 Oscar Mondatori, Milano,Mondatori, 1992. Ø Pirandello Luigi, 1926, Uno, nessuno e centomila, Narrativa 99 Oscar Mondatori, Milano, Mondatori, 1989. Ø Wittgenstei Ludwig, 1953, Ricerche filosofiche, Biblioteca Einudi 55, Torino, Einaudi, 1999, trad. it. Ø Wittgenstein Ludwig, 1921,Tractatus logico­philosophicus e Quaderni 1914­16” Einaudi Paperbacks 142, Torino, Einaudi, 1984, trad. it. FILMOGRAFIA Ø Eastwood Clint, 1988, Bird Ø Resnais Alain, 1980, Mon Oncle d’Amerique­Mio zio d’America Ø Tavernier Bertrand, 1986, Round midnight. SITI INTERNET Ø www.democrazialegalita.it/foibe07febb05.htm Ø www.heliosmag.it/96/5/Liberta.html 26. Per 10 ipotesi Irenologiche Ø Amado G. Gabriela cravo e canela, Amado, Bahia,trad.it. Ed.Riuniti, Roma, 1958 Ø Archibugi D., Voltaggi F., Filosofi per la pace, Ed.Riuniti, Roma, 1991 Ø Aron R. Paix et guerre entre les Nations, Calmann­Levy, Paris, 1962 Ø Balducci E. Pensieri di pace, Cittadella Ed. Assisi, 1985 Ø Bettazzi G. Il cristiano e la pace, L.D.C., Torino, 1985 Ø Bloom H. L’angoscia dell’influenza, Feltrinelli, Milano, 1983 Ø Bobbio N. Elogio della mitezza, Linea d’ombra , Ø Bobbio N. Il problema della guerra e della pace, Mulino, Bologna, 1979 Ø Bobbio N. Il terzo assente, Ed.Sonda, Torino, 1989 Ø Clastres P. La societé contre l’état. Récherches d’antropologie politique, Minuit, Paris, 1974
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a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza 310 1 Indice Analitico di Andrea Paolinelli ü Ambientalismo: Glossario ­ 250. ü Ambiente (relazionale): 8, 13, 18, 23, 24, 36, Cap.3, 139, 146, 148­149, 158, 183­ 185, 194, 250 (nota), 267, 277. ü Benessere: 79, 81, 83, 85­91, 99­104, 154, 174, 188, 212 (nota), 224, 226, 237, 243. ü Collaborazione: 19, 60, 73, 109 (nota), 113­116, 119­120, 143, 146, 168 (nota), 186­ 187, 192 (nota), 202­203, 248, Glossario ­ 252, 253 (nota), 279. ü Comunicazione: 7, 8, 19, 22, 27, 37, 43­44, 49­51, 54, 73, 78­79, 84, 90­93, 96, 101, 112, 125­131, 134 (+nota), 136, 143­147, 151, 152, 157 (nota), 159 (nota), 163, 166­168, 218 (nota), 221, 225­231, 234­235, 239, 245. ü Cultura: 20, 24, 27­31, 33, 39, 57­59, 63, 67, 69, 71, 76­79, 84­86, 90, 93 (nota), 94­ 96, 109, 111­114, 119, 131, 153 (nota), 156­159, 163 (nota), 168, 176, 180­181, 188, 272 (+nota), 286, 288. ü Danno: 8, 12, 15, 29­41, 53, 54, 57­59, 75, 79, 83, 96, 99, 100, 103, 113, 114, 121, 136, 146, 151, 153. ü Diritti Umani: 812, 44, 59, 67, 104, 112, 169, 178, 180, 188, 253 (nota). ü Disaster Manager: 110(nota), 167 (nota),270, 286. ü Educazione:68, 71, 79, 89, 148, 157, 173­176, 194, 200­202, 257 (nota), 265­266, 274, 281­282. ü Efficacia/Eccellenza:29, 41, 45, 95, 99, 115 (nota), 130, 148, 166, 169, 173­175, 185, 197, 199, 249, Glossar io – 254, 272, 276, 289. ü Emergenza:11­15, 37, 44, 46­53, 67, 69­76, 93­94, 109, 112, 115, 125, 129­136, 139, 142­148, 153­157, 164, 166­170, 172­183, 186­194, 198­204, 247­251, 253, 257 (nota), 259, 266, 271­273, 279­280, 285­292. ü EPII–GN: 11 (nota), 12 (nota), 14 (nota), 44, 167 (nota), 169 (nota), 206 (nota), 247 (nota), 248, 253 (nota), 257­261 (nota). ü Fiducia: 110­119, 130, 161, 171, 183, 187, 189, 190, 198. ü Focus Group: 110 (nota), 119, 180, 186, 205­208, 248, 271­272, 279, 286. ü Formazione: 11, 12, 14, 17, 30, 35, 37, 40­41, 55, 63, 76, 93, 98­100, 110, 112­114, 117­120, 125, 127, 132, 139, 142, 145, 146, 151­152, 157, 161­168, 170­183, 192­209, 249, Glossar io – 256, 269­273, 278­286, 289, 291, 292. ü Gruppo Guida: 115­118. ü Haria–2: 13, 110 (nota), 165­169, 189 (nota), 193, 205, 208, 240, 259, 270­273, 279, 281, 284­286. ü Pace:, 12, 13, 17, 20, 41, 44, 48, 55­106, 140, 141, 165­168, 187­188, 253, 267, 274­ 275, 278, 281, 294. ü Rischio: 13, 32, 38, 42, 43, 52, 53, 57, 95, 99, 104­105, 116, 125­126, 129­134, 141, 142, 144­147, 156, 157, 165 (+nota), 171­173, 177, 178 (nota), 180, 185, 187­190, 192­194, 196, 199­203, 250 (+nota), 252­253, 265­267, 271­273, 279­280, 284, 286­289. ü Saper Essere: 13, 120, 162, 175­176, 189­190 (note), 197, 257, 261. ü Saper Stare: 120, 257. ü Sociologo:193, Glossar io – 260. ü T–Group: 119, 180, 248, 270, 271, 276­279. ü Transdisciplinare: 11, 180, 206, 249, 259 (nota), 261. 1 Il grassetto riporta l’importanza del/i riferimento/i maggiore/i. È possibile ricercare anche altre parole come logoterapia, motivazione, progettualità, relazione/interrelazione, etc…
311 Indice dei coautori Michele Ambr osio Geologo in Campo (PI) Elisabetta Cecchi Operatrice psico­pedagogica in Firenze Pier Luigi Consor ti Direttore del Master nel CISP­UniPI “Gestione dei conflitti interculturali ed interreligiosi” Maria Ter esa Fagioli Geologa in Campo (PI) Far ina Loredana assegnista di ricerca c/o il Dipartimento di Scienze dell’Educazione, Unical Pier Nicola Mar asco Docente di psicologia dinamica c/o l’Università di Firenze, ex Presidente dell’Ordine degli psicologi in Toscana, Presidente dell’Istituto EPII­GN Andr ea Paolinelli Cultore della Materia SPS/08, vicedirettore dell’Istituto EPII­GN Fr ancesca Pinor i Laureata in Psicologia, stagista presso l’Istituto EPII­GN Cesar e Pitto Prof. Ordinario di Antropologia Culturale all’UniCal Mario Rosi Docente di Vulcanologia all’Università di Pisa Elisa Salvestrini Laureata in Psicologia, ex­stagista presso l’Istituto EPII­GN Giuseppe Sica Ricercatore ed insegna all’Università di Pisa, afferisce al CISP­ UniPI, Direttore Scientifico dell’Istituto EPII­GN Enzo Spaltr o Presidente della TTG in Bologna Fior ella Tonello Psicologa iscritta all’Albo (Regione Toscana), socia dell’EPIA onlus Guido Vido Tr otter Psicologo iscritto all’Albo (Regione Toscana), nel consiglio direttivo dell’EPIA onlus
a cura di Giuseppe Sica, 2007, La Formazione nell’Emergenza AREE SCIENTIFICO–DISCIPLINARI
Area 01 – Scienze matematiche e informatiche
Area 02 – Scienze fisiche
Area 03 – Scienze chimiche
Area 04 – Scienze della terra
Area 05 – Scienze biologiche
Area 06 – Scienze mediche
Area 07 – Scienze agrarie e veterinarie
Area 08 – Ingegneria civile e Architettura
Area 09 – Ingegneria industriale e dell’informazione
Area 10 – Scienze dell’antichità, filologico–letterarie e storico–artistiche
Area 11 – Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche
Area 12 – Scienze giuridiche
Area 13 – Scienze economiche e statistiche
Area 14 – Scienze politiche e sociali
Le pubblicazioni di Aracne editrice sono su
www.aracneeditrice.it
Finito di stampare nel mese di maggio del 2008
dalla tipografia « Braille Gamma S.r.l. » di Santa Rufina di Cittaducale (Ri)
per conto della « Aracne editrice S.r.l. » di Roma
CARTE: Copertina: Digit Linen 270 g/m2, Interno: Usomano bianco Selena 80 g/m22
ALLESTIMENTO: Legatura a filo di refe / brossura
Stampa realizzata in collaborazione con la Finsol S.r.l. su tecnologia Canon Image Press
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