PALEOITALIA
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Numero 21
Cari soci,
ancora una volta con grande fatica siamo riusciti a mettere insieme un fascicolo di PaleoItalia. Sta purtroppo diventando una costante il fatto che la rivista si riempia solo grazie alla generosa opera
di salvataggio di alcuni cari amici. Ho già sottolineato il problema in
quasi tutti gli ultimi numeri, ma senza ottenere particolari risultati...
Ricordo che, oltre ad articoli a carattere generale, PaleoItalia
pubblica resoconti di convegni e congressi, presentazioni di musei
paleontologici, riassunti di tesi di dottorato, itinerari paleontologici, ...
Buona lettura!
Carlo Corradini
IN COPERTINA
Chapmanina gassinensis (Silvestri, 1905)
Riprodotto da: Silvestri A. (1905) - La Chapmania gassinensis Silv. Rivista
Italiana di Paleontologia, 11 (3).
Fig. 1.
Ai sensi dell’art. 8, commi 8.2 e 8.3 del Codice Internazionale di Nomenclatura Zoologica
(ICZN, 4a edizione), i nomi di taxa citati in PaleoItalia non hanno validità nomenclaturale.
PALEOITALIA
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Cavallina
GLI INDIRIZZI ELETTRONICI DELLA S.P.I.
Bollettino della Società Paleontologica Italiana
Editor
Segretario di redazione
PaleoItalia
Biblioteca
Tesoreria
Segretario
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... E QUELLI DEI CURATORI DELLE RUBRICHE DI PALEOITALIA
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PaleoLex
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Agenda
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Cari Soci,
iniziando questo triennio di lavoro al servizio della Società
Paleontologica Italiana, vi ringrazio per la fiducia concessami: spero di
ripagarla con un grande impegno, che coinvolgerà certamente anche il
Consiglio e coloro che collaborano alla riuscita del Bollettino, la nostra
vetrina ‘specialistica’.
La nostra Società nasce, come tutte le società scientifiche, per
facilitare l’aggregazione e lo scambio di idee di chi ha fatto dello studio
dei fossili la propria professione. Ciò non toglie che la passione per le
testimonianze della Storia della Vita coinvolga un ben più ampio gruppo
di persone e che oggi, in tutto il mondo, la valorizzazione del patrimonio
paleontologico stia vivendo un momento particolarmente felice. Anche
l’Italia è ricca, anzi ricchissima, di giacimenti fossiliferi di grande
importanza che non devono interessare solo coloro che ‘studiano’ i fossili,
ma che devono venire utilizzati per spiegare a tutti quella che è la storia
antica del nostro territorio. Certamente, rispetto alle altre nazioni, non
ci aiuta il fatto che abbiamo un patrimonio artistico e monumentale
fuori dal comune, che costituisce il richiamo principale per i turisti sia
italiani che stranieri. Ne consegue che spesso gli aspetti naturalistici
rimangono in secondo piano come potenziale strumento di sviluppo
economico e culturale. Sono appena rientrato da un viaggio in Cina
meridionale (vedi articolo) dove ho visitato alcuni Geoparchi Nazionali
costruiti attorno a giacimenti fossiliferi, talvolta in aree veramente remote:
lo sforzo finanziario e organizzativo è impressionante e il coinvolgimento
di prestigiosi centri di ricerca è la norma. Il tutto va a vantaggio sia
della popolazione locale, sia dei paleontologi che hanno accesso più
facilmente a questi siti e al materiale da studiare. E’ un esempio di come
amministrazioni locali e Enti di Ricerca possano interagire con piena
soddisfazione di tutti. Noi abbiamo un ulteriore elemento a favore.... gli
appassionati, che possono fare da tramite fra amministratori locali e
ricercatori. Forse oggi non è il momento più adatto data la crisi generale,
ma la mia esperienza mi dice che se si hanno buone idee e un buon
progetto si riescono ad ottenere buoni risultati. Bisogna convincersi che,
se per quanto riguarda la ricerca ciascuno di noi ‘professionisti’ è
responsabile in prima persona, per quanto riguarda la valorizzazione
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PALEOITALIA
del Patrimonio Paleontologico dobbiamo agire insieme, collaborando
ciascuno per le proprie competenze, tenendo sempre presente che una
buona e corretta divulgazione deve avere alle spalle delle solide
conoscenze. Mi auguro che, tramite la nostra Società e con l’aiuto di
tutti i soci, si possa arrivare a creare una rete di siti, musei, attività
legati alla paleontologia che siano a disposizione di tutti coloro che
sono interessati al nostro territorio, in particolare i giovani che già di
per sé manifestano spesso una grande passione per i fossili. Da parte
nostra ci siamo già impegnati a rinnovare totalmente il sito-web della
SPI in modo che questo diventi il tramite di una comunicazione interna
più efficiente ed efficace, ma che anche rappresenti una grande vetrina
verso l’esterno, facendoci conoscere e apprezzare per quanto saremo in
grado di svolgere.
Non sarà un compito facile; avremo bisogno dell’aiuto di tante
persone, perché il Patrimonio Paleontologico è distribuito su tutto il
territorio nazionale e sarà sempre più importante interagire con gli Enti
Locali. D’altra parte sarebbe veramente un peccato non approfittare della
ricchezza che abbiamo; non è più tempo di ‘tenere i fossili nei cassetti’
come si diceva ancora qualche anno fa, dobbiamo ‘valorizzarli e
divulgarne l’importanza perché anche i fossili sono un Patrimonio
Culturale, come è peraltro riconosciuto da tutte le leggi italiane. So che
questo richiamo non sarà benaccetto da tutti, ma cercheremo di lavorare
a proposte concrete affinché i fossili non siano considerati tutti uguali:
se quelli dei giacimenti più importanti dovranno mantenere la qualifica
di Bene Culturale e Patrimonio Comune, molti altri dovrebbero essere
riconosciuti come ‘normali costituenti delle rocce sedimentarie’ e come
tali non essere sottoposti a particolari vincoli.
Grazie ancora a tutti e....buon lavoro
Andrea Tintori
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EMILIO CORNALIA, LE DOLOMITI, I FOSSILI
MARCO AVANZINI, PAOLO ZAMBOTTO
Emilio Cornalia nasce a Milano
nel 1824 da nobile famiglia. Il padre, barone Francesco Cornalia, era
stato prefetto del Tronto e del Serio
e la madre, Luigia Kramer, era sorella del professor Antonio Kramer,
chimico di una certa fama nella Milano dei primi Ottocento. Nel 1842
si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pavia ma
poco dopo si trasferisce a quella di
Medicina. I suoi studi inizialmente
riguardano però il mondo della geologia. Già nel 1847 pubblica un interessante saggio Sui progressi della geologia nel secolo XIX, cui segue l’anno successivo uno scritto di
particolare importanza per la geologia e stratigrafia del Trentino-Alto
Adige orientale: Notizie geo-mineralogiche sopra alcune valli meridionali del Tirolo (Milano, Guglielmini, 1848) che contiene una delle
prime carte geologiche a colori della
regione ad est dell’asse dell’Adige,
dal Lagorai alle Dolomiti.
Nel 1838 a Milano viene istituito
il nuovo Museo Civico di Storia
Naturale. Il Museo viene aperto al
pubblico nel 1844 presso l’ex convento di S. Marta e tre anni dopo,
nel 1847, Emilio Cornalia viene nominato direttore aggiunto al posto di
Filippo De Filippi che si era trasferito nel frattempo a Torino. Nello stes-
so periodo è nominato assistente alla
cattedra di Storia Naturale presso
l’Università di Pavia, nonchè membro della Società geologica di Francia. I suoi interessi scientifici ben
presto sono destinati ad allargarsi.
Pubblica numerosi saggi di zoologia,
suo peculiare campo di indagine (La
natura rappresentata e descritta,
1856), di paleontologia (Su alcune
caverne ossifere dei monti del lago
di Como, 1850), di chimica (Manuale di chimica e di storia naturale per farmacisti, 1850), ancora
geologia (Cenni geologici sull’Istria, 1851, con Luigi Chiozza) e
infine di mineralogia (Il regno minerale elementarmente esposto,
1854). Ma riceve notorietà soprattutto con le ricerche sul baco da seta
(Monografia sul bombice del gelso, 1856) e le sue malattie, scoprendo le spore del Nosema bombycis
Naegeli che vengono studiate e determinate da Pasteur e poi dedicate
al Nostro con il nome di corpuscoli
del Cornalia. Per merito di Cornalia nella seconda metà dell’800 le
conoscenze sul bombice del gelso
vengono ampliate notevolmente e il
suo “metodo di selezione” consente di ottenere risultati importanti sull’allevamento, la riproduzione e il
miglioramento delle razze. I riflessi
sull’industria dei bachi da seta di
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molti paesi sono immediati e gli valgono, tra gli altri riconoscimenti, anche la nomina a Socio corrispondente dell’Istituto di Francia.
Nel 1856 inizia la sua amicizia e
collaborazione con Antonio Stoppani e lo aiuta, anche finanziariamente, a pubblicare la Paleontologie
lombarde ou description des fossiles de Lombardie, opera di discreta
importanza che esce in fascicoli nell’arco di un ventennio, dal 1858 al
1881. La Paleontologie lombarde è
formata da quattro serie di monografie: la prima e la terza sono scritte da Antonio Stoppani, la quarta da
Giuseppe Meneghini. Cornalia firma
la seconda serie, Mammiferes fossiles de Lombardie, che dedica interamente allo studio dei ritrovamenti di fauna quaternaria proveniente
da varie zone del territorio lombardo e in particolar modo da alcune
grotte presso il lago di Como, dal
Bergamasco e dalle alluvioni della
Pianura Padana pavese.
Nel 1866 succede a Giorgio Jan
nella direzione del Museo Civico di
Storia Naturale di Milano e vi rimane per quasi sedici anni passando il
testimone nel 1882 all’amico Antonio Stoppani. Il suo periodo è caratterizzato dal tentativo di affermare
decisamente l’autonomia del Museo
nei confronti delle altre istituzioni
scientifiche (specialmente nei confronti dell’Istituto Tecnico) e di definirne con precisione i ruoli e gli
ambiti, anche a scapito, spesso, di
una possibile e proficua attività di
ricerca comune.
Molto importante, infine, è stato
il suo contributo alla nascita della
Società Geologica Lombarda e alle
sue iniziali attività di ricerca pianificando assieme a Robiati e allo Stoppani stesso una serie di studi sulla
geologia e le risorse minerali della
regione ed un progetto di rilevamento
per la realizzazione della carta geologica della Lombardia.
E’ poco più di 23enne quando,
nel 1847, trascinato dall’entusiasmo
delle sue ricerche sulla storia della
geologia, decide di mettere in pratica le nozioni attinte dai testi di coloro che ritiene i più moderni interpreti di questa disciplina scientifica.
E così studiate attentamente le ope-
Notizie geo-mineralogiche sopra alcune valli meridionali del Tirolo (1848). Schema
geologico dei massicci montuosi compresi tra la Valle dell’Isarco e la Marmolada
tracciato da Emilio Cornalia nel corso del suo viaggio di ricerca in Dolomiti.
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Notizie geo-mineralogiche sopra alcune valli meridionali del Tirolo (1848). Tavola
dedicata ai fossili raccolti nei dintorni di San Cassiano.
re di Marzari, Fournet, Münster,
Klipstein, Stunder, parte per le Dolomiti che proprio in quegli anni si
andavano svelando nella loro mirabile unicità.
Il personaggio che più lo affascina è indubbiamente il berlinese Leopold von Buch, che aveva tradotto
in cartografia i risultati dei suoi studi
con l’Esquisse d’une carte geologique de la partie meridionale du
Tyrol pubblicata a Parigi nel 1822.
Cornalia studia attentamente questa
carta e, oltrepassata la città di Trento, risale la Valle dell’Adige fino ad
Egna dove imbocca la Valle di
Fiemme. Risale poi la Valle di Fassa
dove non può fare a meno di notare
la grande varietà di minerali contenuti negli affioramenti rocciosi dei
monti circostanti. Raccoglie molti
campioni tra i quali un minerale in
lamine verdi fino ad allora poco conosciuto definito Brandisite (un fillosilicato del gruppo delle miche considerato ora una varietà della Xantofillite) che descrive con minuziosa
attenzione classificandolo correttamente.
Osserva il complesso vulcanico
di Predazzo e dei Monzoni cercando di indagare i complessi rapporti
stratigrafici del massiccio montuoso
descritti da Von Buch. Per fare ciò
si inerpica sui versanti scoscesi del
Mulat e della Malgola. Si reca an-
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che ai Canzoccoli dove poche decine di anni prima l’italiano Marzari
Pencati aveva demolito uno dei capisaldi della geologia mondiale osservando che il granito era sovrapposto alle rocce calcaree e che quindi
non poteva essere la roccia più antica in assoluto.
Sale quindi il Buffaure, esplora
la Val Duron e decide di spingersi
fino in Val Badia dove vuole osservare dal vivo i luoghi descritti da
Klipstein e Munster nei loro trattati
scientifici sui fossili delle Dolomiti.
Per questo, alla fine di un lungo viaggio, parte da Vigo di Fassa di buon
mattino, risale la valle fino a Canazei, supera il Passo Pordoi e scende
senza quasi fermarsi ad Arabba dove
giunge a sera oramai avanzata. “La
scena da queste incredibili altezze
è sorprendente. Tutt’attorno torreggiano le masse dolomitiche che colle bizzarre e maestose forme compartono al luogo un aspetto severo.
Ai loro piedi giacciono per lo più
mucchi di massi che per la scomposizione della roccia ne precipitano. In alcuni siti diresti trovarti
sul campo d’onde i Titani cercarono superare il cielo, addossando
monti a monti.” Oltrepassa le ultime case del paese, comincia a risalire il fianco del Sella dove chiede
ospitalità per la notte ad un pastore
che fa fatica a capire. “I semplici e
cordiali abitatori di queste abbandonate località parlano un dialetto
affatto particolare (l’antica lingua
retica), che quantunque si vegga
ritrarre molto e dall’italiano e dal
tedesco, pure riesce ancora incomprensibile a chi entrambi possiede
questi idiomi”.
All’alba prosegue a nord, supera
il Passo di Campolongo e scende in
Val Badia, oltrepassa Colfosco, supera Corvara e a mattina inoltrata
arriva al villaggio di San Cassiano
che nelle sue carte è ancora indicato
con il nome di Armentarolla. Il villaggio è difficile da trovare, arroccato su pascoli impervi e circondato
da montagne che non offrono agevoli collegamenti; persino le poche
guide locali, che all’inizio del 1800
cominciano a offrire i loro servigi ai
viaggiatori e che ne conoscono l’ubicazione si mostrano poco propense
ad intraprendere il disagevole viaggio fino a San Cassiano.
Arrivato in paese, costituito da
una chiesa edificata da poco e da
qualche decina di casupole sparse sui
pendii circostanti, trova alloggio presso il curato “giovine ed istrutta persona, che offre cortese alloggio, e
la sua cuoca allestisce qualche affumicato pezzo di camoscio, ristorando cosi le forze dello stanco
viandante”.
E’ il parroco stesso che lo guida
nel luogo chiamano Störes, dove i
valligiani raccolgono da decenni fossili chiamati Kurretsch che poi vendono agli studiosi. In realtà gli abitanti di San Cassiano sono convinti
che quei sassi dalle strane forme siano cuori, rose, zampe trasformati
in pietra per qualche mirabile ed inquietante fenomeno sovrannaturale.
Per questo nelle loro ceste viene
ammonticchiato un po’ di tutto, l’importante per loro è che i sassi abbiano una forma strana e Cornalia “non
ne consiglia la compera” se non per
pezzi di sicura natura e di pregio
particolare.
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I fossili sono numerosissimi, “alcuni son minuti assai e ci si va il
soccorso della lente per poterli studiare”. Munster, nel 1841 ne ha già
descritte più di quattrocento specie,
Klipstein, nel 1843, più di trecento.
Cornalia ne raccoglie a decine nei
solchi scavati dall’acqua dei ruscelli. Confronta i suoi reperti con quelli
illustrati nelle tavole dei paleontologi che lo hanno idealmente guidato
in quei luoghi. Alcuni dei suoi pezzi
mostrano caratteri che non riesce a
riconoscere negli esemplari descritti
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e non resiste alla tentazione di istituire una ventina di nuove specie
convinto di avere scoperto resti di
organismi fino ad allora sconosciuti
alla scienza. Le sue “Notizie geomineralogiche” possono cosi essere corredate da una bella tavola in
cui vengono accuratamente riprodotti aculei di echinidi, bivalvi, coralli,
ammoniti e gasteropodi, tavola che
oggi, a più di 150 anni dalla stampa,
mantiene inalterato tutto il suo fascino.
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PALEOITALIA
GLI STILOFORI SENZA CAPO NÉ CODA:
PROBLEMATICA SULL’ALBERO DELLA VITA
MASSIMO BERNARDI
I Problematica sono quei taxa –
tipicamente, ma non unicamente,
fossili – il cui inquadramento da un
punto di vista sistematico risulta vago
o del tutto sconosciuto. La presenza di caratteri intermedi a quelli di
altre forme o, nel caso dei fossili,
problemi preservazionali possono
notevolmente limitare una corretta
interpretazione dei taxa in esame che
verranno così inclusi, almeno temporaneamente, nell’elenco dei
Problematica. In passato ciò è avvenuto per un numero cospicuo di
organismi ma ancora oggi non sono
poche le specie, o i gruppi interi, ad
essere in attesa di collocamento sull’albero della vita. Problematica
sono ad esempio comuni nel record
fossile del tardo Neoproterozoico e
della base del Fanerozoico: i
Chancelloriidae e altri membri della
Small Shelly Fauna, molti bizzarri
organismi della fauna di Ediacara, o
anche forme più recenti come il celebre “mostro di Tully” (Tullimonstrum gregarium), proveniente dal
Carbonifero di Mazon Creek, ne
sono esempi attuali.
Un altro gruppo, gli stilofori,
mostra un insieme di caratteri talmente problematico da aver richiamato le attenzioni di numerosi studiosi di tutto il mondo e dato luogo
ad accesi dibattiti nelle più
prestigiose sedi della ricerca
paleontologica (per un sunto, si veda
Ruta, 1999). Gli stilofori hanno infatti un aspetto davvero strano: rinvenuti in sedimenti marini di tutti i
continenti dal Cambriano Medio al
Carbonifero Superiore, sono caratterizzati dalla presenza di una teca
(ovvero uno “scheletro esterno”)
composta di numerose placche
calcitiche e di un’appendice che, distesa, porta ad alcuni centimetri la
loro lunghezza totale. Da un punto
di vista sistematico gli Stylophora
sono divisi in due gruppi: i Cornuta,
fortemente asimmetrici, ed i Mitrata
che si avvicinano in vari gradi ad una
simmetria bilaterale, che tuttavia non
è mai completa: negli stilofori rimangono infatti sempre individuabili delle asimmetrie nella disposizione delle placche e di numerose strutture
interne. Su questi – pochi – punti vi
è un discreto accordo tra i vari studiosi; è sufficiente però fare un piccolo, ulteriore passo per iniziare a
complicare le cose. Potremmo ad
esempio chiederci: che funzione aveva l’appendice in questi organismi?
Dov’era posizionata la bocca? O
ancora, come erano orientati: quale
il dorso, il fianco destro, la parte
anteriore? Nessuno di questi basilari
quesiti ha trovato, sino ad ora, risposta. Con maggiore precisione,
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Aspetto di un tipico stiloforo, il mitrato Notocarpos garratti Philip, 1981. Lunghezza
totale dell’individuo 2 cm. Collezioni Museo Tridentino di Scienze Naturali.
potremmo dire che le ipotesi formulate nel tentativo di risolvere queste
ed altre problematiche sono talmente diverse tra loro da non poter essere riconciliate in un’unica risposta
convincente. Per semplicità, come
tradizione nella letteratura del settore, proviamo a riassumere le varie
ipotesi sin qui proposte in tre principali alternative.
La presenza di uno scheletro formato da un mosaico di placche
calcitiche con microstruttura a reticolo tridimensionale (lo stereoma) ha
fatto si che gli stilofori siano stati tradizionalmente assegnati agli
echinodermi; almeno due interpretazioni distinte, però, li posizionano
su rami molto distanti dell’albero
evolutivo degli Echinodermata. Se-
condo l’ipotesi proposta da George
Ubaghs (si veda, ad es. Ubaghs
1968, 1981), paleontologo belga
recentemente scomparso, la teca viene orientata con il lato convesso rivolto verso l’alto e l’appendice interpretata come un un ambulacro,
ovvero come braccio (il cosiddetto
aulacoforo) in ausilio all’apparato
buccale individuato alla base dello
stesso. Sul lato opposto, la presenza dell’ano individua la parte posteriore dell’animale, che sarebbe stato dotato di un apparato digerente e
di un sistema acquifero omologo a
quello di ricci e stelle di mare. Secondarie modificazioni, avvenute nel
corso delle prime fasi evolutive di
questo gruppo, avrebbero permesso agli stilofori di acquisire, ad esem-
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PALEOITALIA
Albero delle relazioni evolutive all’interno dei deuterostomi con indicate le tre
principali alternative interpretazioni sistematiche per gli stilofori. La terminologia fa riferimento alla postulata funzione
per
l’appendice.
L’ipotesi
“calcicordati” fa riferimento alla teoria
proposta da Richard Jefferies, l’ipotesi
“aulacoforo” a quella di George
Ubaghs, l’ipotesi “stele” è stata invece
proposta da Graeme Philip.
pio, un piano corporeo asimmetrico
partendo da quello pentaraggiato tipico degli echinodermi. Secondo
questa interpretazione gli stilofori
sarebbero echinodermi molto derivati (crown-group), strettamente
imparentati (sister-group) con i
crinoidi.
Gli stilofori sarebbero invece
echinodermi basali, “primitivi”, secondo l’ipotesi originariamente proposta da Graeme Philip (ad es. in
Philip 1979, 1981), paleontologo
dell’Università di Sidney; essi infatti mancherebbero primariamente –
ovvero sin dalla loro origine – di una
serie di caratteri tipici degli
echinodermi più derivati, come la già
citata simmetria pentaraggiata. L’appendice, che viene denominato “stele”, avrebbe avuto funzione
locomotoria – possibilmente tramite
movimenti ondulatori – ed è ritenuta posteriore. Secondo Philip, l’orifizio corporeo opposto allo stele
avrebbe ospitato un vestibolo interno dentro il quale bocca ed ano e si
aprivano. La superficie convessa
della teca è individuata come il dorso dell’animale, quella piatta come
il ventre.
Secondo l’ipotesi proposta da
Richard Jefferies del Natural History
Museum di Londra, invece, questa
orientazione deve essere completamente stravolta (si veda Jefferies
1967, 1986). La superficie piatta
costituisce il dorso e quella convessa il ventre. L’appendice viene interpretata come coda con funzione
locomotoria: ritmicamente infossata
nel sedimento avrebbe permesso all’animale di trascinarsi all’indietro
facendo leva su di essa. L’ano infatti viene posizionato vicino alla base
della coda e l’orifizio opposto diviene la bocca, e dunque la parte anteriore. Questa interpretazione è sostenuta principalmente dall’analisi di
creste, solchi e pori presenti nello
scheletro interno che ospiterebbe un
complesso sistema nervoso ed aperture branchiali, e dalla postulata presenza di una notocorda all’interno
dell’appendice. Questa ipotesi ha
suscitato grande interesse, non solo
tra i paleontologi, perché mette in
PALEOITALIA
Due delle alternative interpretazioni anatomiche per gli stilofori. In A, l’appendice è considerata anteriore (l’aulacoforo
di Ubaghs) e la superficie convessa è
considerata il dorso dell’animale. In B,
l’appendice è una coda posteriore e la
superficie convessa è il ventre. Da
Rahman et al. (2009).
discussione tutta la filogenesi dei
deuterostomi (echinodermi, emicordati e cordati) ipotizzando che
questi – e, di conseguenza, anche
noi vertebrati – abbiano avuto origine da un antenato stiloforo comune
che Jefferies denominò calcicordato
(da un punto di vista sistematico viene ipotizzato dunque un Subphylum
Calcichordata, collocato nello stemgroup dei cordati).
Uno dei maggiori problemi nell’interpretazione dell’anatomia e delle relazioni di parentela di questi organismi è legato al fatto che l’organizzazione dei piani corporei degli
stilofori sembra non avere alcuna
precisa relazione con quella di altri
organismi fossili o attuali. Benché sia
possibile affermare con un buon grado di sicurezza che gli stilofori rappresentino un gruppo di
deuterostomi, la loro posizione sistematica rispetto ad echinodermi,
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emicordati e cordati rimane del tutto incerta tanto da farli considerare
dei veri Probematica. Come suggerito da molti autori (ad es. Jenner &
Littlewood, 2008), la comprensione
dell’architettura corporea e dunque
della posizione sistematica dei
Problematica è davvero di primaria
importanza: tra i cassetti dei nostri
musei, e non solo sepolti nella viva
roccia, potrebbero celarsi alcuni dei
tasselli fondamentali necessari alla
comprensione delle intricate vicende evolutive che hanno reso così diversa e meravigliosa la vita su questo pianeta.
Bibliografia
Jefferies, R.P.S. 1967. Some fossil chordates with
echinoderm affinities. Symposium of the
Zoological Society of London 20: 163-208.
Jefferies, R.P.S. 1986. The ancestry of the
vertebrates. British Museum (Natural
History), London, 376 pp.
Jenner, R.A. & Littlewood, D.T.J. 2008
Problematica old and new. Philosophical
Transactions of the Royal Society of London,
Series B 363: 1503-1512.
Philip, G.M. 1979. Carpoids: echinoderms or
chordates? Biological Reviews 54:439-471.
Philip, G.M. 1981. Notocarpos garratti, gen. et
sp. nov., a new Silurian mitrate carpoid from
Victoria. Alcheringa 5: 29-38.
Rahman, I.A., Jefferies, R.P.S., Südkamp W.H. &
Smith R.D.A. 2009. Ichnological insights into
mitrate palaeobiology. Palaeontology 52: 127138.
Ruta, M. 1999. Brief review of the stylophoran
debate. Evolution and Development 1: 123135.
Ubaghs, G. 1968. Stylophora. In R.C. Moore (ed.),
Treatise on Invertebrate Paleontology. Part
S. Echinodermata 1(2). Geological Society
of America, Boulder and University of Kansas
Press, Lawrence, KS. pp. 496-565.
Ubaghs, G. 1981. Reflexions sur la nature et la
fonction de l’appendice articulé des carpoïdes
Stylophora (Echinodermata). Annales de
Paléontologie. Invertèbrés 67: 33-48.
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PALEOITALIA
FOSSILI ... CHE MITO!
ANTONELLA CINZIA MARRA
Il quinto articolo della serie dedicata all’interpretazione mitologica,
leggendaria o magica dei fossili è dedicato al rilevante significato
simbolico-religioso ricoperto dai ricci di mare fossili in diverse civiltà
ed in diversi periodi storici. Per la loro forma, gli echinidi sono stati
assimilati ad uova ed è stato loro attribuito un valore magico quando
sono stati identificati come uova di serpenti, ed uno spirituale quando
sono stati ricondotti all’uovo primordiale da cui si è generato l’universo.
Ovum anguinum: l’universo in un riccio di mare
“Io l’ho visto personalmente
quest’uovo grande come una normale mela rotonda, riconoscibile
per la crosta cartilaginosa punteggiata come da tante ventose di tentacolo di polpo. I druidi ne vantavano le straordinarie virtù per vincere i processi e ottenere udienza
presso i sovrani [...]” (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXIX libro).
Plinio era di fronte ad un riccio
di mare fossile e si mostrava piuttosto scettico rispetto alle credenze dei
Druidi, forse perchè non trovava
corrispondenze nella civiltà greca.
Tuttavia, si soffermava su questo
ovum anguinum, uovo di serpente,
descrivendone la genesi e le modalità di raccolta: Esiste inoltre un tipo
di uovo molto famoso in Gallia, ma
non menzionato dai Greci. Là numerosi serpenti avvinghiati con la
bava delle loro fauci e la schiuma
dei loro corpi formano come una
palla, prodotto del loro ingegnoso
intreccio: a questa si dà il nome di
uovo dei serpenti. I druidi dicono
che questo uovo viene proiettato in
alto dai sibili dei serpenti e va ripreso in un mantello militare, senza che tocchi terra; aggiungono che
la persona che lo ha raccolto deve
fuggire a cavallo, perchè i serpenti
la inseguono finchè non si arrestano di fronte alla barriera di un corso d’acqua; la prova dell’autenticità di questo uovo si ha quando
esso si muove galleggiando contro
corrente, persino incastonato nell’oro (Plinio il Vecchio, Naturalis
Historia, XXIX libro).
Plinio, però, metteva in discussione le straordinarie virtù che i Druidi attribuivano all’uovo di serpente
nel vincere i processi e nell’ottenere
udienza presso i sovrani. Il naturalista riferiva di aver assistito ad un
PALEOITALIA
Incisione medioevale raffigurante il
recupero dell’ovum anguinum tra i serpenti
aggrovigliati, come riferito da Plinio.
processo in cui l’accusato portava
un ovum anguinum nella toga, ma
ciò non aveva impedito che fosse
condannato a morte dall’imperatore
Claudio, apparentemente senza motivo. La simbologia era tutavia positiva se, come riporta Plinio stesso,
questo intreccio di serpenti con la
loro fertile unione sembra essere la
ragione per cui le nazioni straniere hanno adottato il caduceo con
attorno l’effigie di serpenti come
simbolo di pace, e l’usanza è che i
serpenti nel caduceo figurino senza cresta (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXIX libro).
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L’uovo dei serpenti era legato alla
religione celtica, anche se non vi
sono riscontri diretti e precisi. Era
probabilmente assimilato dai Celti
all’uovo cosmico, dal quale si sarebbe sviluppato tutto l’universo (Chevalier & Gheerbrant, 1969). Ricci
di mare fossili sono stati infatti trovati in strutture votive celtiche prive
di resti funebri, probabilmente eretti
a memoria dei defunti. Tra i rinvenimenti più importanti vi è quello di
Saint-Amand (Deux-Sèvres), dove
un riccio di mare fossile, posto al
centro di una cassetta formata da sei
placche di scisto di una ventina di
centimetri di lunghezza, è stato rinvenuto al centro di un monticello
votivo celtico (Ogam, 1948; Chauvet, 1900).
Essendo stato assimilato all’uovo primordiale, il riccio è stato acquisito nella simbologia cristiana.
Secondo Charbonneau-Lassay
(1940), è stato visto come germe
della resurrezione ed in questo ambito simbolico pare potersi collocare l’echinide rinvenuto in mano ad
uno scheletro gallo-franco a Luc-deSaint-Marsault (Deux-Sèvres). Con
questo significato, l’echinide pare
essere pervenuto anche alla Massoneria (Charbonneau-Lassay, 1940).
Oltre ad un significato simbolico
che dagli antichi riti celti sembra essere passato alla religione cristiana,
in Francia, a livello popolare, le antiche credenze celtiche sono sopravvisute almeno fino al XIX secolo.
In Sologne, si credeva che in uno
stagno tra Ardon e Jouy si riunissero tutti i serpenti del mondo che si
aggrovigliavano tra loro impastando
un liquido secreto dalla loro lingua,
fino a formare un grosso diamante,
16
PALEOITALIA
Echinidi raffigurati
da A. Scilla ne “La
vana speculazione
disingannata
dal
senso” (1670); il
brano citato nel testo
si riferisce alla TAV.
VIII, fig. I, qui
riprodotta.
lucidato dall’attrito con le loro squame (Cattabiani, 2002). Non è stato
invece chiarito il significato simbolico degli echini su cui veniva scolpito un volto umano, ma si sa che venivano portati addosso a protezione
dai fulmini e dalla grandine (Charbonneau-Lassay, 1940). Altre credenze individuavano gli echini come
“pietre di tuono”, ritenute particolarmente efficaci contro i fenomeni
atmosferici e le malattie del bestiame (Cattabiani, 2002). In Danimarca le “pietre di tuono”, che si crede-
vano originate nei cieli, venivano
messe in casa per proteggersi dai
fulmini o usate come amuleti contro
le stregonerie (Basset, 1982). Nel
XVII secolo, in Germania, era abbastanza diffusa l’usanza di indossare echini fossili contro l’insonnia
o di incastonarli nelle else delle spade per vincere in battaglia o nei tornei (Cattabiani, 2002). In Inghilterra, gli echini sono stati usati come
protezione verso i fulmini, in particolare nel Sussex, mentre nel Suffolk erano posti nelle case affinchè
PALEOITALIA
favorissero la presenza del pane e la
panificazione. La forma degli echinidi del genere Micraster, infatti, li
faceva riconoscere come “pagnotte
fatate”, utili a tenere lontane le stregonerie che avrebbero potuto impedire la panificazione settimanale
(Evans, 1996). Nel sud dell’Inghilterra, invece, alcune specie di echini cretacei a forma di cono erano le
“corone dei pastori”, forse perchè
venivano trovati frequentemente in
campagna dai pastori e la loro forma raggiata poteva ricordare una
corona (Bassett, 1982).
Nell’ambito delle credenze popolari, gli echini sono anche stati indicati come “brontei” perchè la loro
forma veniva assimilata a teste di
tartaruga, ma successivamente sono
stati chiamati “ceraunie” insieme
alle asce preistoriche, che venivano
ritenute “pietre di fulmine” (Cattabiani, 2002).
Nè le simbologie religiose nè le
credenze popolari collegate agli echini sembrano essere arrivate in Italia
o in Grecia. Tuttavia, l’attribuzione
di una simbologia, forse limitata all’Europa centrale e settentrionale,
deve essere stata precoce, se in una
tomba danese dell’Età del Bronzo è
stato rinvenuto un echinide silicizzato montato in bronzo (Oakley,
1974). Le credenze popolari, inoltre, sono sopravvissute anche in
epoche recenti, almeno fino al XIX
secolo, ben oltre il riconoscimento
di queste “uova” o “pietre” a fossili
di echinidi, avvenuto nel corso del
XVII secolo.
Ne “La vana speculazione disingannata dal senso” (1670), Agostino Scilla, nel sostenere l’origine organica dei fossili, metteva in stretta
17
Echinide classificato come ovum anguinum
da Konrad Gesner nel De rerum fossilum
(1565).
relazione i ricci di mare fossili e viventi attraverso il confronto diretto,
fatto con esemplari spogliati del derma e degli aculei: “avendo osservato tutto ciò d’alcuni altri Echini che
io conservo presso di me impietrati [...] dico che non m’oppongo a
verità nel credere, che il proposto
sasso sia stato un animale e lasciando da parte l’osservazione
delle piccolissime mammellette che
per tutto il corpo con l’aiuto dell’occhialetto si veggono che pur’è
un’evidenza ch’egli fu adornato di
sottilissime spine” .
La somiglianza era già stata notata da Konrand Gesner nella sua
opera De rerum fossilium (1565),
che nel capitolo dedicato alle “pietre somiglianti ad animali acquatici”
aveva notato la somiglianza tra alcuni fossili ed echinidi viventi che
aveva avuto modo di osservare,
mentre non aveva riconosciuto gli
aculei isolati, attribuendoli a “pietre
somiglianti a semi o frutti”, nè gli
echinidi con dermascheletro tubercolato, da lui mai osservati in vita e
classificati come uova di serpenti tra
18
PALEOITALIA
le “pietre somiglianti a serpenti e insetti”. Gesner, tuttavia, non aveva
affrontato il problema della fossilizzazione, ancora distante dalla cultura del suo tempo.
Gli studi paleontologici successivi hanno definitivamente restituito le
”uova di serpente” e le “pietre di
tuono” alla realtà scientifica, non
impedendo però la sopravvivenza di
credenze e leggende nella cultura
popolare fino ai nostri giorni e anche in luoghi a noi vicini. In alcune
aree della Calabria, infatti, l’abbondanza di echini del genere Clypeaster ha alimentato credenze locali ed
utilizzi popolari di questi fossili,
come descritto nell’articolo di G.
Carone in questo numero di PaleoItalia.
Bibliografia
Basset M. G., 1982. Formed stones, folklore and
fossils. National Museum of Wales.
Geological Series No 1, Cardiff.
Cattabiani A. 2002. Acquario. Simboli, miti,
credenze e curiosità sugli esseri delle acque:
dalle conchiglie alle sirene, dai delfini ai
coccodrilli, dagli dei agli animali fantastici.
Mondadori.
Charbonneau-Lassay, 1940. Il bestiario del Cristo.
Chauvet G., 1900. Ovum anguinum. Revue
archéologique, I: 281-285.
Chevalier e Gheerbrant, 1969. Dictionnaire des
symboles. Edizione italiana: Dizionario dei
Simboli, BUR Dizionari Rizzoli, 1997.
Evans G. E., 1966. The Pattern under the Plough.
Aspects of the Folk-Life of the East Anglia.
Faber & Faber, Londra.
Gesner C., 1565. De Rerum fossilum, Lapidum et
Gemmarum maxime, figuris et similitudinis
Liber.
Plinius, 23-79 d.C. Naturalis Historia, Liber XXIX.
Oakley, K. P.,1974. Folklore of fossils. The
NewYork Paleontological Society Notes, 5
(1-2): 11-20.
Ogam, 1948. Tradition Celtique. Rennes.
PALEOITALIA
19
IL CLIPEASTRO: UNA PRESENZA DISCRETA
CHE FA VOLARE LA FANTASIA
GIUSEPPE CARONE
Può un fossile entrare nell’immaginario di una comunità divenendo
un oggetto che rimanda a tempi lontanissimi ma che, allo stesso tempo,
sfugge ad una oggettiva determinazione? E’ quanto succede in Calabria con un singolare fossile del Miocene superiore, un Echinoide appartenente al genere Clypeaster, particolarmente abbondante nell’area del
Monte Poro in provincia di Vibo
Valentia. Esso si rinviene con grande facilità nelle rocce che costeggiano le strade o lungo le falesie della
costa tirrenica o, ancor più, nelle
cave dimesse dove un tempo veniva estratta la sabbia da costruzione.
Gli abitanti del luogo, a questa
bizzarra presenza, hanno fatto l’abitudine e nessuno si sorprende se casualmente lo si incontra in luoghi di
grande frequentazione. Capita, infatti, di incontrarlo sulle spiagge, o a
poca profondità nel mare, o rotolato lungo la via dai cumuli di sabbia
dei cantieri edili, o per strada ai piedi di una frana dopo le prime piogge
autunnali.
La sua forma accattivante, forse
perché piramidale, lo rende gradevole alla vista, per cui non è difficile
vederlo fungere da fermacarte o da
semplice souvenir artificialmente
colorato con le tinte più impensabili.
Nel mondo contadino ha alimentato per secoli credenze ed usi popolari senza mai svelare la sua vera
natura di organismo marino fossile.
Le persone più anziane raccontano
che queste “strane pietre” divertivano un tempo i bambini nel periodo
natalizio grazie al fatto che, al contatto con il fuoco, l’echinide scoppietta energicamente garantendo così
un insolito intrattenimento. Anche
durante le serate estive, in occasione delle feste per il raccolto, i più
giovani amavano abbinare alle note
della tarantella gli scoppiettii provocati dai frammenti di clipeastro, che
venivano opportunamente gettati nei
fuochi accesi. Il ricordo di questa
pietra scoppiettante, una “pietra che
spara”, rimane vivo ancora oggi nei
villaggi dell’entroterra calabrese,
dove il clipeastro viene chiamato
“petrispara”.
Questo fossile è diffuso in quasi
tutta la Calabria “occupando un posto notevolissimo sia per la sua frequenza, che per la varietà dei tipi
che formano un carattere dominante di quella fauna. Eccettuata la Sardegna, nessun’altra regione italiana
può stare alla pari, non solo per l’abbondanza di questi singolari echinidi, ma soprattutto per la loro perfetta conservazione”. Così scriveva
Giuseppe Checchia-Rispoli nelle
20
PALEOITALIA
“Memorie per servire alla descrizione geologica della Calabria” (1925).
Data la loro abbondanza in diverse località calabresi, i nomi attribuiti ai clipeastri variano da zona a
zona. Nelle pre-Serre vibonesi i clipeastri vengono chiamati “vulcaneji”
per la loro somiglianza, specie quando l’apice non si è conservato, con
un vulcano e, tra Nicotera e Capo
Vaticano “stelletti” evidentemente
per i cinque petali di cui è formato
l’esoscheletro del fossile. A Belcastro, invece, sono chiamati “panicelli” a causa della loro forma che ricorda una michetta di pane. Un’antica attribuzione popolare simile è
stata osservata anche in Inghilterra,
dove gli echini del genere Micraster
sono stati chiamati “pagnotte fata-
PALEOITALIA
21
Esposizione di Clypeaster presso la sede del Gruppo Paleontologico Tropeano.
te” e ritenuti propiziatori per la panificazione, come ricordato da Marra
(su questo numero di PaleoItalia).
Una esposizione di quasi tutte le
forme di Clypeaster finora rinvenute nell’area del bacino miocenico
Cessaniti-Zungri (provincia di Vibo
Valentia), è stata da poco allestita
nella sede del Gruppo Paleontologico Tropeano presso l’edificio della
ex scuola media di Parghelia (VV).
Per questi echinidi rimane ancora un
margine di notevole incertezza nella
determinazione tassonomica a livello specifico, sia per una letteratura
insufficiente, sia per il campo di indagine limitato alla sola variabilità dei
caratteri morfologici. Dopo i validi
studi di G. Checchia-Rispoli (1925,
1940) e M. Imbesi Smedile (1958),
sarebbe auspicabile un nuovo interesse nei confronti di questo grazioso fossile.
Bibliografia
Checchia-Rispoli G., 1925. Illustrazione dei Clipeastri Miocenici della Calabria Meridionale
seguita da uno studio sulla morfologia interna e sulla classificazione dei Clipeastri.. Memorie per servire alla descrizione della carta geologica d’Italia, 9, 3, Roma.
Checchia Rispoli G., 1940. Su alcuni Clipeastri
Miocenici della Calabria. Atti dell’Accademia
di Scienze Fisiche e Matematiche, s.3, 1,7.
Imbesi Smedile M., 1958. Clipeastri aquitaniani,
elveziani e tortoniani della Calabria. Paleontographia Italica, 43, 47, Pisa.
PALEOITALIA
22
MUSEI PALEONTOLOGICI
IL MUSEO DI PALEONTOLOGIA
DELL’UNIVERSITA’ DELLA CALABRIA
ADELAIDE MASTANDREA & FRANCO RUSSO
Il 13 maggio 2009 è stato inaugurato il Museo di Paleontologia dell’Università della Calabria. La struttura afferisce al Dipartimento di
Scienze della Terra e contestualmente è una sezione operativa del Centro Interdipartimentale denominato
“Museo di Storia Naturale della Calabria ed Orto Botanico”.
Alla cerimonia di inaugurazione
hanno partecipato il Rettore dell’Università della Calabria, Giovanni Latorre, il Preside della Facoltà
di Scienze Matematiche, Fisiche e
Naturali, Gino Mirocle Crisci, il Presidente del Museo di Storia Naturale della Calabria e Orto Botanico,
Pietro Brandmayr, il Presidente della
Società Paleontologica Italiana, Rug-
Il Rettore Giovanni Latorre inaugura il
Museo.
Logo del Museo di Paleontologia dell’Università della Calabria.
gero Matteucci, il Direttore del Dipartimento di Scienze della Terra,
Rosanna De Rosa, la Soprintendente per i Beni Archeologici della Calabria, Caterina Greco, il Capitano
Raffaele Giovinazzo, Comandante
del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e il Responsabile
del Museo, Franco Russo.
Tutti i relatori hanno espresso
grande apprezzamento per l’iniziativa. Realizzare un Museo di Paleontologia, in tempi di gravi difficoltà economiche per gli Atenei, rappresenta un momento di particolare
importanza e forte impegno in direzione della tutela e della valorizzazione dell’immenso patrimonio regionale. In Calabria, dove esiste una
forte domanda di centri di aggregazione del sapere, il Museo è destinato ad assumere una valenza strategica per la crescita dell’educazione ambientale nonché per la conser-
PALEOITALIA
23
Pianta del Museo con indicazione del percorso
espositivo.
vazione e tutela del patrimonio paleontologico regionale. Il ruolo del
Museo sarà anche quello della conservazione intelligente ed ordinata dei
Il banco delle autorità durante la cerimonia inaugurativa.
reperti paleontologici. La mancanza
di tale istituzione ha portato alla dispersione in svariati musei italiani e
stranieri di preziose testimonianze
della storia geologica della regione.
Il Museo di Paleontologia costituisce un polo di riferimento per le
realtà museali presenti nel territorio.
Esse sono in pratica piccole esposizioni locali, spesso a tema naturalistico, con una sezione dedicata alla
paleontologia. La maggior parte di
tali “musei” è ben radicata nel territorio e svolge una discreta azione di
preservazione di numerosi reperti,
sia naturalistici che paleontologici.
Tali realtà necessitano pertanto di
una struttura stabile in grado di co-
24
PALEOITALIA
La seconda sala espositiva: in evidenza uno scheletro di pterodattilo ed un cranio di
placoderma.
ordinarle. Questo ruolo dovrà essere svolto dal Museo di Paleontologia dell’Università. Funzione che è
stata prevista anche nell’ambito del
protocollo d’intesa tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici della
Calabria, il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ed il Museo stesso, protocollo già stilato ed
in via di approvazione.
Il Museo è strutturato secondo
un percorso cronologico rigoroso, un
vero e proprio viaggio nel passato
geologico raccontato da reperti e da
pannelli esplicativi che ne contestualizzano l’ambiente e la posizione nel
tempo. Il visitatore ripercorre le tappe fondamentali dell’evoluzione del
sistema Terra a partire dalle prime
testimonianze di vita, “le stromatoliti”, comparse circa tre miliardi e
mezzo di anni fa, fino ai nostri giorni.
Reperti di grande impatto e di notevole interesse culturale sono rappresentati dallo scheletro di un dinosauro erbivoro Ouranosaurus nigeriensis e di un rettile volante
Anhanguera sp. custoditi rispettiva-
Lo scheletro di Oraunosaurus nigeriensis.
PALEOITALIA
25
Alcune vetrine con reperti del sito di Cessaniti.
mente nella terza e nella seconda gimento di attività multimediali ed
sala espositiva. L’ultima sala del interattive.
Museo è interamente dedicata a fosDal livello della ricerca scientifisili rinvenuti in Calabria. Si tratta ca avanzata a quello della divulgaperlopiù di reperti (invertebrati e zione il Museo rappresenta un tipivertebrati) miocenici provenienti dal co esempio di sintesi del processo
sito di Cessaniti (Vibo Valentia) e conoscitivo umano. La forza edupliocenici da Bovetto (Reggio Cala- cativa di un Museo è individuabile
bria).
nell’immediatezza del trasferimento
Il percorso espositivo è modula- dell’informazione, che, senza pasbile a seconda del grado di “prepa- sare attraverso la mediazione del dorazione” dei visitatori. Le
guide pertanto possono adeMuseo di Paleontologia UNICAL
guare il percorso ed il numeUniversità della Calabria
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esigenze dei fruitori.
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zato uno spazio per lo svol-
26
PALEOITALIA
cente, giunge al visitatore in modo
diretto.
I processi formativi, che richiedono riferimenti stabili e non strutture occasionali, trovano nel Museo
la continuità necessaria per lo sviluppo della conoscenza sulla Storia
della Vita nel passato geologico.
Dal giorno della sua apertura il
Museo ha ospitato 25 istituti scolastici e decine di gruppi organizzati
italiani e stranieri, per un totale di
circa 10 mila visitatori. Si tratta di
un successo prestigioso, considerato la mancata fase di programmazione di visite guidate da parte degli
istituti scolastici ed in generale il rallentamento delle attività culturali
durante la stagione estiva.
Il Museo ha aderito ad iniziative
a carattere nazionale come “La Notte dei Musei” con l’evento IL DINOSAURO DI NOTTE. Tale manifestazione, patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha riscosso un grande successo di
visitatori di ogni età tra i cittadini dell’area di Cosenza.
Queste iniziative sono state portate avanti dal Gruppo di Ricerca di
Paleontologia dell’Unical.
Adriano Guido (Post Doc)
Anna Rao (Contrattista)
Fabio Demasi (Dottorando)
Fabio Tosti (Dottorando)
PALEOITALIA
RESOCONTI DI CONVEGNI
27
Sardegna, 4-11 giugno 2009
TIME AND LIFE IN THE SILURIAN:
A MULTIDISCIPLINARY APPROACH
MARIA G. CORRIGA & ANNALISA FERRETTI
Dal 4 all’11 giugno 2009 si è
svolto in Sardegna il Congresso Internazionale Time and Life in the
Silurian: a multidisciplinary approach. Associata al Congresso, si è
tenuta la riunione biennale della Sottocommissione Internazionale di
Stratigrafia del Siluriano che per la
prima volta si è riunita in Italia. L’organizzazione è stata curata da docenti e ricercatori delle Università di
Cagliari e di Modena e Reggio Emilia, che da molto tempo collaborano
nelle ricerche sul Siluriano della Sardegna e di altre regioni del settore
peri-gondwaniano. Il Congresso ha
rappresentato l’occasione per celebrare i 40 anni di attività di studio di
Il logo del convegno che riproduce la
Sardegna incorniciata tra le silouette di
un graptolite e un conodonte, principali
fossili con valore biostratigrafico nel
Siluriano.
Enrico Serpagli sul Paleozoico ed in
particolare sul Siluriano della Sardegna. Il Congresso, durato sette gior-
Foto di gruppo nel giardino dell’albergo Simius Playa, sede delle sessioni scientifiche.
28
PALEOITALIA
Scorcio della sala congressuale, poco prima dell’inizio di una sessione.
ni, si è articolato in tre giornate di
comunicazioni scientifiche tenute nel
Resort Simius Playa a Villasimius
sulla splendida costa sudorientale
della Sardegna, seguite da quattro
giorni di escursione nella Sardegna
meridionale dove sono state visitate
le principali località di interesse
scientifico per il Siluriano.
Al Congresso hanno partecipato
una sessantina di geologi e paleontologi provenienti da ogni angolo del
pianeta (Canada, Stati Uniti, Cina,
Australia, oltre a numerosi paesi europei). Era presente con i suoi leaders la Sottocommissione Internazionale di Stratigrafia del Siluriano
(ISSS).
Le numerose comunicazioni
scientifiche e i poster presentati hanno permesso di delineare un approccio multidisciplinare nello studio del
Siluriano. Il Congresso è iniziato con
un messaggio di benvenuto da parte
degli organizzatori Carlo Corradini
(Università di Cagliari), Annalisa
Ferretti (Università di Modena e
Reggio Emilia) e Petr Štorch (Academy of Sciences of the Czech Republic, Praga) e dal Presidente della
Sottocommissione Internazionale di
Stratigrafia del Siluriano Michael
Melchin (St. Francis Xavier University, Canada)
Le comunicazioni scientifiche si
sono suddivise in 3 giornate. La prima sessione si è incentrata sulla calibrazione tra le variazioni del livello
marino a grande e piccola scala registrate in aree geografiche diverse,
anche alla luce del nuovo schema
appena proposto da Haq & Schutter (2008), nonché alla ricerca delle
cause di tali oscillazioni. La seconda sessione si è incentrata sull’integrazione dei dati chemio- e biostratigrafici con esempi che hanno spaziato dal Siluriano della Repubblica
Ceca, al Quebec o alla Podolia. La
terza sessione ha trattato tematiche
di biostratigrafia con la revisione critica di alcune parti dello schema di
biozonazione a conodonti e chitinozoi. Alcune peculiari preservazioni
di fossili in minerali di ferro o in concrezioni fosfatiche sono state descritte in dettaglio da alcune località (Alpi
Carniche, Spagna e Portogallo). Particolare evidenza è stata data alle
problematiche biostratigrafiche e tassonomiche (conodonti, brachiopodi,
cefalopodi, ostracodi, spore e criptospore) in corrispondenza dei limiti
Ordoviciano/Siluriano e Siluriano/
Un momento della cena sociale.
PALEOITALIA
29
Gli studiosi di graptoliti
nel “Parco dei graptoliti” di Goni.
Devoniano. Inoltre, sono stati sottolineati eventuali effetti di nanismo
a seguito della grande estinzione di
massa della fine dell’Ordoviciano. Il
congresso si è concluso con la descrizione di alcuni straordinari pesci
ritrovati nel giacimento fossilifero di
Xiaoxiang.
La sessione poster ha visto un’attiva partecipazione e la realizzazione di numerosi contributi che hanno
esplorato campi molto diversi. Vincitori della sessione poster sono stati in ex aequo Annalisa Ferretti (con
A. Negri, T. Wagner e P.A. Meyers)
e Rodrigo Castaño de Luis (con I.
Rábano e G.N. Sarmiento), con posters che hanno rispettivamente riguardato “Palaeozoic black shales:
how much should we trust the Recent to reconstruct the Past?” e “Trilobites from the Scyphocrinites limestone (Pridoli) of the Sierra Norte of Seville Natural Park, southern
Spain”.
Il giorno 6 giugno si è poi tenuta
la riunione della Sottocommissione
di Stratigrafia del Siluriano, presieduta dal Presidente e dal Segretario
della Sottocommissione, in cui sono
stati discussi i temi più attuali ed urgenti da definire come la proposta
di una nuova sezione tipo in Cina
per lo stratotipo del limite Wenlock/
Ludlow, la verifica di alcune corrispondenze nella biozonazione a
graptoliti e nel posizionamento di alcuni golden spikes, anche in previsione della riunione delle Sottocommissioni di Stratigrafia a Praga nel
2010. Si è inoltre svolta una riunione informale del gruppo di lavoro
che provvederà il prossimo anno alla
definizione di unità litostratigrafiche
formali nel Siluriano delle Alpi Carniche. La cena sociale ha costituito
un ulteriore momento di confronto
tra i partecipanti al congresso.
L’escursione post-congresso, a
cui hanno partecipato cinquanta
congressisti, ha permesso di visitare
i principali affioramenti siluriani presenti nella parte meridionale della
Sardegna. Le prime due giornate,
rivolte alle sequenze affioranti nella
parte sud-orientale dell’isola, hanno
consentito di visitare sia gli affioramenti a scisti neri famosi per il ricco
30
PALEOITALIA
Osservazione degli affioramnenei calcarei
a Funtanamare.
contenuto in graptoliti che le successioni calcaree a conodonti. Il terzo e
quarto giorno ci si è spostati nella
parte sud-occidentale della Sardegna, con la visita a depositi dell’Ordoviciano Superiore, ricchi in brachiopodi, che hanno documentato
l’estensione della glaciazione hirnan-
tiana, e l’osservazione della successione siluriana sia nella facies di scisti a graptoliti che in quella calcarea.
L’escursione si è conclusa con la visita agli affioramenti di “calcari ad
Orthoceras” dell’area di Fluminimaggiore, da cui oltre 150 anni fa
Meneghini illustrò nautiloidi, bivalvi
e graptoliti.
Non sono mancati gli stop culturali, tra cui la visita al complesso
nuragico di “Su Nuraxi” a Barumini, risalente al XV sec. a.C., e la visita guidata a Porto Flavia. Un particolare ringraziamento va fatto ai
sindaci dei comuni di Goni e di Silius, che hanno organizzato un delizioso pranzo presso l’agriturismo di
Sa Domu Sua a Goni, accompagnato da musiche e costumi locali tipici
della Sardegna.
I partecipanti all’escursione all’ingresso della galleria mineraria di Porto Flavia.
PALEOITALIA
In occasione del congresso è stato
pubblicato un nuovo volume della
serie dei Rendiconti della Società
Paleontologica Italiana. Il volume è
suddiviso in tre fascicoli: I The Silurian of Sardinia (Corradini, Ferretti & Storch, eds, 170 pp.), II Time
and Life in the Silurian: a multidisciplinary approach-Field Trip
Guidebook (Corradini, Ferretti &
Storch, eds, 96 pp.), III Time and
Life in the Silurian: a multidisciplinary approach-Abstracts (Corriga & Piras, eds, 100 pp.). La serie
completa dei tre fascicoli è disponibile al costo di 45 Euro (comprese
spese di spedizione). I singoli fascicoli costano 20 Euro l’uno (comprese spese di spedizione). I fascicoli
possono essere richiesti all’indirizzo
[email protected] oppure a: Silurian 2009, c/o Dipartimento di
Scienze della Terra, Via Trentino 51,
I-0912 Cagliari.
31
Il volume dei proceedings del
Congresso sarà pubblicato nel 2010
nel Bollettino della Società Paleontologica Italiana.
32
PALEOITALIA
Cagliari, 12-16 giugno 2008
RESOCONTI DI CONVEGNI
WORKSHOP OF THE
“GRAPTOLITE TREATISE WORKING GROUP”
SERGIO PIRAS
Dal 12 al 16 giugno 2009, si è
tenuto per la prima volta in Italia a
Cagliari, presso un albergo situato
in località Calamosca, il meeting internazionale “Workshop on the
Graptolite Volume of the Treatise on
Invertebrate Paleontology”. Si tratta del secondo incontro del gruppo
di lavoro che si occupa della revisione del “Treatise on Invertebrate
Paleontology, volume V” avente
come argomento la classe “Graptolithina” ovverosia i graptoliti.
La collana dei libri “Treatise on
Invertebrate Paleontology” comprende di tutti i gruppi di organismi
fossili invertebrati (artropodi, bra-
La Baia di Calamosca (Ca), dove si è
svolto il workshop.
chiopodi, echinodermi ecc.) e i vari
volumi sono una sorta di “Bibbia”
per il paleontologo, dal neofita allo
specialista, essendo utilissima per
l’identificazione e lo studio dei fossili dei vari gruppi sistematici.
In particolare, il “Treatise” dei
graptoliti fu pubblicato nel 1970 e
nonostante sia ancora utilizzato,
dopo circa quaranta anni si è ritenuto necessario un completo “checkup, con il fine di correggere, aggiornare e ampliare i dati preesistenti. Il
progresso nella scienza nel trattamento dei campioni, l’osservazione
di graptoliti tridimensionali, lo studio delle loro strutture interne ed
esterne con vari tipi di sonde e microscopi elettronici, ha portato a una
grande quantità di nuovi dati che
dovevano essere analizzati e discussi
dai maggiori esperti mondiali nel settore
La commissione scientifica
Il gruppo di lavoro comprende i
massimi esperti mondiali di graptoliti. Un primo Workshop si è tenuto
un anno fa a Svaty Jan, in Repubblica Ceca, dal 16 al 24 luglio 2008
e ha avuto come obbiettivo la definizione le linee guida e i capitoli del
Treatise.
PALEOITALIA
33
Un momento dei
lavori.
L’incontro di Cagliari è stato il
secondo. Vi hanno partecipato otto
scienziati, attirati in Sardegna anche
dal Congresso mondiale sul Siluriano svoltosi nei giorni immediatamente precedenti. I partecipanti sono stati: Charles Mitchell (University of
Buffalo, USA) che presiedeva il meeting, Michael J. Melchin (St. Francis Xavier University, Canada), David K. Loydell (University of Portsmouth, U.K.), Petr Storch (Academy of Sciences of the Czech Republic, Cechia), Alfred Lenz (, University of Western Ontario, Canada), Denis Bates (Aberystwyth University, U.K.), Anna Kozlowska
(Polish Academy of Sciences, Poland) Junxuan Fan (Chinese Academy of Sciences, China).
Gli argomenti di discussione
Le discussioni hanno avuto come
argomento principale la realizzazione di uno schema di biozonazione a
graptoliti che possa servire come riferimento standard, cioè la definizione di biozone accettate universalmente da tutti gli specialisti dello studio dei graptoliti e applicabili su scala globale.
Un secondo argomento di discussione è stato la creazione di un da-
tabase in cui inserire i dati riguardanti la morfologia dei graptoliti, cercando di individuare i principi guida
che consentono l’identificazione dei
generi. Sono stati analizzati alcuni
parametri tra cui la forma del graptolite in generale (grandezza, spessore, curvatura ecc.), la forma delle
teche (diritte, lobate ecc.) delle aperture delle teche (semplice, con ornamentazioni, ripiegate ecc.). La realizzazione di un database di questo
tipo, in cui inserire i caratteri che
permettano di distinguere i vari generi, è un lavoro lungo e faticoso.
Basti pensare che solo per la famiglia Monograptidae è stata redatta
una lista di 113 caratteri utili per
l’identificazione dei generi.
Stato dell’arte
Si prevedono altri 3-4 anni di lavoro e di successivi incontri prima
di poter dichiarare terminato il lavoro della commissione. Al momento
sono stati redatti i capitoli introduttivi sulla morfologia dei Graptoloidea e i capitoli riguardanti gli ordini
Dendroidea, Tuboidea, Camaroidea,
Crustoidea. Questi capitoli preliminari potranno essere disponibili sul
web in formato pdf da Gennaio
2010.
34
PALEOITALIA
Milano, 1-5 luglio 2008
RESOCONTI DI CONVEGNI
INTERNATIONAL FOSSIL ALGAE ASSOCIATION
6th REGIONAL SYMPOSIUM
DANIELA BASSO
Il Simposio Regionale dell’IFAA,
organizzato dalla Prof.ssa Daniela
Basso presso l’Università di MilanoBicocca, ha riunito un numeroso
gruppo di ricercatori provenienti da
13 nazioni diverse (Canada, Croazia,
Francia, Germania, Giappone, Iran,
Italia, Messico, Romania, Saudi
Arabia, Spagna, Svizzera, USA) tra
cui una ventina di ricercatori italiani
affiliati alle Università di MilanoBicocca, Genova, Ferrara, Modena
e Reggio Emilia, Roma, Napoli e
Catania. L’escursione pre-congresso
ha avuto come oggetto le microbialiti
Alcuni partecipanti al Simposio durante
il tour culturale nel centro storico di
Milano
Un momento della presentazione dei
posters durante le sessioni scientifiche a
Milano.
e le stromatoliti del Triassico presso
Lovere (Lago d’Iseo), mentre
l’escursione post-congresso si è
svolta su alcuni affioramenti
dell’Oligo-Miocene del Bacino
Terziario Piemontese nelle province
di Savona e Alessandria. Le
presentazioni scientifiche si sono
svolte nell’arco di due giorni presso
gli edifici dell’Ateneo di MilanoBicocca in Piazza della Scienza. La
raccolta degli abstracts e la guida alle
escursioni sono pubblicate come
volume speciale 2009 dell’e-journal
Museologia
Scientifica
e
Naturalistica (http://annali.unife.it/
museologia/ind-spec-2009.htm).
PALEOITALIA
35
Nell’ottica di favorire una dibattito sempre più ampio sulla paleontologia
italiana, da sempre auspicato dalla Società Paleontologica Italiana, ospitiamo volentieri questo commento alla mostra sui dinosauri italiani presente a Bologna e la replica degli organizzatori. Si precisa che i testi
riflettono le opinioni personali degli autori.
RIFLESSIONI SUGLI EVENTI ESPOSITIVI
PALEONTOLOGICI
CONSIDERAZIONI SULLA MOSTRA “DINOSAURI ITALIANI”, MUSEO
GEOLOGICO CAPELLINI DI BOLOGNA
ALESSIO BONETTO
È allestita presso il Museo Geologico Capellini di Bologna
(www.museocapellini.org) , la mostra sui “Dinosauri Italiani”, mostra
che rimane aperta fino a gennaio
2010 e che consiglio di visitare, poiché offre la possibilità di vedere tutti assieme alcuni dei reperti fossili
originali più importanti di dinosauri
“italiani”. Sono, infatti, presenti nella
mostra, la lastra contenente il fossile di Scipionyx samniticus, al secolo Ciro, l’Adrosauro di Duino (Ts) Toni, la ricomposizione dei resti del
Saltriosaurus, sono anche ospitati,
seppur non direttamente nell’ambito della mostra diversi fossili
d’Ittiosauri e altri rettili marini
mesozoici, in eccellente stato di conservazione. Inoltre, come non ricordarlo, il museo ha un ospite decisamente illustre: la replica dello scheletro del Diplodocus carnigei, il cui
originale è al Carnegie Institute e la
cui replica fu donata dal magnate
Andrew Carnegie a S.M. Vittorio
Emanule III nel 1909, evento di cui
quest’anno si celebra il centenario,
e per il quale sono stati organizzati
diversi momenti celebrativi e varie
occasioni di approfondimento scientifico di alto livello. Bologna si fregia
assieme ad altre 10 importanti città
del Mondo di ospitare una replica di
questo colossale scheletro fossile. A
fare “compagnia” al grande
saruopode c’è il cranio del
Torvosaurus tanneri, grande
carnosauro del Giurassico. Ciò detto, sottolineata l’importanza della
mostra e l’indubbio valore dei reperti esposti, passata, però, la fase
emozionale, nel trovarsi di fronte al
maestoso reperto del Diplodocus e
agli altri, mi permetto di esprimere
alcune mie modeste osservazioni
sulla mostra, che vogliono essere
sprone e pungolo costruttivo, non vi
è voglia di supponenza, poiché mi è
chiaro quanto difficile sia organizzare simili allestimenti, soprattutto in
Italia.
Il museo presenta numerosi reperti degni di nota, sia nel campo
36
PALEOITALIA
dei rettili mesozoici, che delle faune
marine e flore fossili (con delle teche
zeppe di campioni ben catalogati,
che mi hanno ricordato la sudata
preparazione dell’esame di
Paleontologia), non che esemplari
fossili di grandi mammiferi veramente ben conservati. Interessanti sono,
poi, le teche al piano terra con ricostruzioni secondo categorie
tassonomiche di vari gruppi fossili.
La mostra in questione sugli italici
rettili mesozoici ha, a mio vedere,
molti aspetti degni di discussione.
Partendo dal basso, ovverosia dall’ingresso, la presenza di un laboratorio didattico per i più giovani, con
ricostruzioni in 3D e varie tavole grafiche, circa l’aspetto in vita dei vari
Dinosauri è sicuramente utile per
permettere ai visitatori più giovani
(e non solo) di visualizzare davvero
cos’erano un tempo che fu questi
fossili, animali di carne e sangue che
popolavano il nostro stesso pianeta.
Ho trovato, però, lacunose le
didascalie di accompagnamento dei
vari reperti. Infatti, l’originale dello
Scypionix accoglie i visitatori all’ingresso, ma il valore del reperto non
affatto sottolineato, nemmeno dalla
ricostruzione poco distante, nulla si
dice sulla storia del ritrovamento,
nulla si dice sulla valenza di questo
reperto fossile, in particolare del fatto, più unico che raro, che si sono
ritrovati conservati vari organi interni
(intestini e fegato), il cui studio ha
permesso importanti scoperte nella
paleobiologia dei dinosauri, il
Diplodocus carnigei è sì accompagnato da una didascalia corposa, che
spiega la storia del reperto in modo
esauriente, ma non vi è praticamente nulla sulla paleobiologia del
bestione in esame, sull’Adrosauro di
Duino, al di là di una bella tavola di
ricostruzione dell’animale in vita nel
suo habitat, nessun accenno alla storia della scoperta, al mirabile colpo
d’occhio che permise d’individuarlo nella cava in cui fu rinvenuto, ne
delle travagliate e complesse operazioni di scavo per estrarlo. Il
Saltriosauro, ricostruito sulla base di
pochi resti, ma importante testimonianza della presenza di grandi carnivori nel nostro territorio mesozoico
è accompagnato da una ricostruzione grafica del possibile aspetto in vita,
ma nulla vi è sul rinvenimento. Il
fatto che il visitatore, non sia messo
a conoscenza di ciò, fa torto alla difficile pratica della Paleontologia in
Italia, ma sopratutto non rende onore alle difficoltà che ha la
Paleontologia dei dinosauri in Italia.
E ancor più nella mostra non vi è
riferimento alcuno ai Lavini di Marco di Rovereto o ad altri siti italiani
con icnofossili di dinosauri, penso
alle piste di Altamura o alle tracce
sul Pelmetto, siti questi ultimi, per
anni uniche prove delle presenza dei
grandi sauri nel Bel Paese
Mesozoico. Ecco il fatto, poi, che
non via sia da qualche parte una ricostruzione della paleogeografia
mesozoica dell’area mediterranea lo
trovo un piccolo svarione, poiché
questo è certo un aspetto importante per capire perché i resti di
dinosauro in Italia siano così rari e
perciò ancor più preziosi.
Posso essere stato forse pedante, ma spero sia chiaro l’intento
propositivo, una mostra che s’intitola “Dinosauri Italiani” non può trascurare di illustrare le difficoltà che
la ricerca paleontologica incontra nei
PALEOITALIA
suoi vari ambiti, e tali mostre dovrebbero essere anche occasioni per
illustrare le difficoltà pratiche, tecniche ed economiche della ricerca
paleontologica italiana, il cui stato
credo sia descritto troppo spesso in
modo troppo edulcorato (mi viene
in mente un articolo del NG sul
tema). Simili mostre dovrebbero essere occasione per divulgare aspetti
importanti della storia Geologica del
nostro Paese e momenti per riflettere su come questi studi sono anche
mezzi per valorizzare il territorio e
per ciò elementi che non dovrebbero essere relegati in un angolo, in
una sorta di “nugae scientifiche” o
37
diletto per pochi, ma avere possibilità e riconoscimento per il loro valore intrinseco, che è sia culturale,
ma anche economico, è ovvio, infatti, che un sito d’interesse
paleontologico, possa essere, se gestito con intelligenza, un sito d’interesse turistico e, perciò, un sito d’interesse economico.
Riferimenti Bibliografici
Mietto P., 1990, Le Piste dei dinosauri sulle rocce triassiche del Pelmetto, Ass. Cult. Amici
Museo Selva di Cadore – Feltre.
Leopardi G. e Mietto P., 2001, Dinosauri in Italia, Accademia Editoriale, Pisa.
Dal Sasso c. e Brillante G., 2001, Dinosauri Italiani, Marsilio ed.
RISPOSTA E COMMENTO
GIAN BATTISTA VAI
Ogni recensione è benvenuta sia negli apprezzamenti che nelle critiche. I primi alimentano il buon nome, le seconde prevengono le uscite di
pista ma permettono anche le repliche.
Sia dunque detto un bel grazie all’amico e collega recensore, certamente animato da sincero amore per la Paleontologia, ma per sua ammissione “forse pedante”.
Tutte le motivazioni e gli obiettivi che egli elenca, riassumibili nella
promozione del patrimonio geologico del Paese, erano i nostri. Se non li
ha trovati soddisfatti è questione del suo livello di esigenza o della fretta
con cui ha visitato la mostra.
Se avesse partecipato al Convegno Internazionale del 27-30 Settembre 2009, non una delle lacune che egli amichevolmente denuncia sarebbe rimasta inevasa (ad esempio, abbiamo portato i convenuti nel sito di
scavo di Antonio al Villaggio del Pescatore a Duino, e siamo riusciti a
esporre l’originale di Ciro nonostante il rifiuto del Sovrintendente).
Bastava che avesse partecipato a una visita guidata per sentire esposto tutto quanto lui recrimina.
Ma bastava pure che avesse investito pochi spiccioli per acquistare il
volumetto dei riassunti del Convegno o il libretto Guida della Mostra per
leggere risposte alle sue giuste curiosità.
38
PALEOITALIA
Sorprende che uno pedante come lui non abbia firmato l’appello al
Ministero competente per la salvaguardia delle impronte di Altamura
pubblicizzato al tavolo dell’accoglienza e in un poster dedicato.
Evidentemente, il poster con la distribuzione delle impronte e dei
reperti in Italia, come quelli sulle ricostruzioni paleogeografiche dei
nostri siti non li ha neppure sfiorati e non si è neppure accorto che nella
saletta dei paleoartisti scorreva in continuo un video che poteva consolare i suoi sensi inappagati.
“E’ proprio convinto - gentile Dr. Bonetto - che se avessimo infarcito
il nudo percorso espositivo della mostra di tutto quanto lei auspica, cioè
l’enciclopedia della Paleontologia, le folle di visitatori che ci confortano sarebbero ammontate al numero che le dirò? Mi sa dire perché nessuno finora ha fatto una mostra dei dinosauri italiani con duplice obiettivo
professionale e divulgativo? E perché questo sia il primo evento scientifico della città felsinea che ottiene l’onore di uno stendardo comunale
esposto per l’intera sua durata in Piazza Maggiore? E perché in due
mesi la Mostra ha già ospitato 12.000 visitatori, da rapportare ai 350.000
abitanti di Bologna?”
Che cosa resta allora delle critiche, fondate solo nell’immaginario
virtuale del recensore? Nulla, al di fuori delle buone intenzioni dell’autore, e della nostra soddisfazione di averle già contemplate in anticipo e
prevenute nei fatti.
Bologna, 25 Novembre 2009
PALEOITALIA
39
Paleolibreria
a cura di Annalisa Ferretti
[email protected]
Storia della vita sulla Terra, di Raffaele Sardella, 2009.
Il Mulino, Bologna, 119 pagine, in brossura, 8,80 Euro,
ISBN 8815130640.
[Raffaele Sardella]. La collana “Farsi un’idea” della casa
editrice Il Mulino ha come obiettivo quello di fornire in
modo chiaro e sintetico una “bussola” che permetta al
lettore di orientarsi all’interno dei grandi temi del mondo
contemporaneo. Quando le responsabili della collana
Giovanna Movia e Alessia Graziano, che desidero ancora
una volta ringraziare, mi proposero di scrivere un libro sulla storia della vita
nel nostro Pianeta ho accettato con gioia, dato che la divulgazione riveste
una parte importante della mia attività professionale, ma anche con la
consapevolezza di dover concentrare una materia tanto vasta in circa 120
pagine, usando un linguaggio semplice e chiaro, ma possibilmente non banale.
Il libro si sviluppa secondo la direttrice cronologica degli eventi che
hanno caratterizzato la comparsa e la diffusione degli organismi viventi,
con lo scopo di guidare il lettore lungo l’evoluzione dei viventi nel Tempo
Profondo. Nel far questo è stata privilegiata una narrazione che evidenziasse
una visione di insieme rispetto alla descrizione dettagliata di fossili e località.
Per sottolineare il legame inscindibile che lega la geologia alla paleontologia
l’approccio adottato, nel complesso “tradizionale”, si sviluppa a partire dal
capitolo 2, mentre il capitolo 1 è focalizzato sulla visione rivoluzionaria
presentata dalla Tettonica delle Placche. A mio avviso non è possibile
comprendere appieno la storia evolutiva dei viventi senza tenere in
considerazione le trasformazioni che hanno interessato la superficie del
nostro Pianeta.
La struttura del libro si sviluppa pertanto come segue:
Introduzione
Un futuro molto antico: storie dal Tempo profondo
Derive di animali e continenti
La Tettonica delle Placche - La difficile ascesa di una teoria di successo -Geologi
e paleontologi a confronto
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PALEOITALIA
Dall’origine della vita all’esplosione cambriana
Alla ricerca dell’inizio: prima l’uovo o la gallina? - La comparsa della vita
manifesta - Un drastico cambiamento
L’era Paleozoica
Tra dispersioni ed estinzioni: graptoliti, trilobiti & C. - Piante e animali
conquistano le terre emerse
I mondi dei Dinosauri
I mondi dei Dinosauri
Dinosauri e non solo - Da Pangea agli attuali continenti - L’estinzione: un
fenomeno globale
L’origine del Pianeta attuale
Mammiferi e uccelli si diffondono - Il lungo viaggio dell’India -Clima ed
evoluzione - Panama e dintorni - Ciclopi in Sicilia - Gli ultimi arrivati
Il libro si rivolge a tutti coloro che hanno mantenuto viva la curiosità
verso la Natura e la sua antichissima e affascinante storia. Una curiosità
che anima le menti dei giovanissimi e che molti, strada facendo, perdono
salvo poi ritrovarla nel momento in cui diventano genitori di “paleontologi
in erba”. Il libro vuole essere un contributo alla diffusione della conoscenza
della storia della vita sulla Terra. Conoscere tale storia significa avere maggior
consapevolezza del ruolo e delle enormi responsabilità che il genere umano
ha nei confronti della Terra e di tutti gli organismi che la popolano.
TRILOBITI - IL libro del Museo, di Enrico
Bonino e Carlo Kier, 2009. Casa Editrice
Marna, Barzago (LC), 452 pagine, 172 Tavole,
193 figure, 67 Euro, EAN: 9788872034897.
Numero di copie disponibili: 200 (non sono al
momento previste ristampe in lingua italiana).
[Enrico Bonino]. Sebbene il progetto iniziale
per la creazione di questo volume fosse stato
quello di voler proporre un catalogo che
illustrasse gli esemplari più belli in mostra nel
primo museo al mondo dedicato ai trilobiti
“Back to the Past”, subito ci siamo resi conto
che l’aggiunta di una più dettagliata sezione
relativa alla descrizione della morfologia,
paleoecologia e tassonomia avrebbe parzialmente colmato una profonda
lacuna presente nella letteratura paleontologica italiana in questo settore.
L’interesse manifestato da amici e colleghi per il progetto, non ha fatto che
spingere ulteriormente le nostre ricerche in questa direzione, ampliare in
maniera considerevole la prima parte e sviluppare di conseguenza nuovi
contatti con collezionisti ed Istituti di ricerca internazionali per la ricerca di
nuovo materiale bibliografico e fotografico. Contatti che hanno fornito
PALEOITALIA
41
eccellenti risultati: grazie all’afflusso di nuove informazioni, è stato possibile
ampliare anche la seconda parte del volume con tavole uniche riguardanti
giacimenti fossiliferi a trilobiti meno noti ma non per questo meno importanti.
Il volume è organizzato in due sezioni: la prima parte riguarda la
tassonomia e la sistematica, la seconda parte (e forse la più esteticamente
interessante) raccoglie le schede contenenti le immagini di quasi tutti i trilobiti
presenti nel museo (più di 400 generi, in data 2009), organizzati in sequenza
cronologica e per sito di provenienza. La sezione dedicata alla tassonomia
ed alla sistematica ha richiesto un’approfondita ricerca bibliografica. Lo
sviluppo delle conoscenze scientifiche nel settore della sistematica, e della
cladistica in particolare, hanno portato ad un’evoluzione del pensiero e ad
una rinnovata interpretazione della morfologia degli organismi fossili a fini
tassonomici. Questo ha dato origine per esempio ad un’importante
riorganizzazione di alcuni ordini dei Trilobiti, con la creazione, o la scissione,
di nuovi ordini. La seconda parte del volume è composta da 172 tavole
illustrative a colori, organizzate secondo uno schema cronologico che si
sviluppa dal Cambriano al Carbonifero (attualmente mancano nel museo i
trilobiti del Permiano). Per ciascun sito paleontologico (alcuni dei quali non
più accessibili) è riportata la distribuzione paleogeografica dei continenti, la
localizzazione, la descrizione della situazione paleo-ambientale,
sedimentologica, geologica. Un diorama illustrativo, o una fotografia della
località, concludono la breve descrizione.
Deve essere chiaro al lettore che l’elenco dei lagerstätten descritti nel
volume non è esaustivo (e non potrebbe neppure esserlo), così come il
numero delle specie rappresentate. Non deve quindi sorprendere se all’appello
possano localmente essere assenti specie relativamente note o di particolare
interesse. La maggior parte delle tavole ed i disegni presenti nel volume
sono stati riprodotti o disegnati ex-novo dall’autore (E.B.), mentre le
immagini dei trilobiti appartengono ad esemplari che non sono quasi mai
stati pubblicati sino ad oggi. Alcune specie illustrate inoltre non sono mai
state scientificamente descritte e classificate o provengono da siti di
recentissima scoperta. L’insieme di questi fattori fanno di quest’opera
indubbiamente un volume di prima importanza, che ci auguriamo possa
risultare utile ed interessante allo specialista, così come al semplice
appassionato.
Il museo Back to the Past si trova presso la città di Cancun in Yucatan,
Messico, non lontano dal punto di impatto del meteorite che nel tardo
Cretaceo si suppone sia stato concausa dell’estinzione dei dinosauri. Del
museo esiste un sito internet http://www.backtothepast.com.mx in cui
vengono illustrati in maniera non esaustiva ma in continuo aggiornamento
parte dei trilobiti esposti nelle collezioni, la descrizione del museo, un negozio
on-line ed una sezione “News” in cui sono periodicamente inserite novità
ed eventi riguardanti il museo stesso.
Contatti: [email protected] oppure: [email protected]
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PALEOITALIA
Guida alla geologia del Parco, Ente Parco
Naturale Paneveggio Pale di San Martino, di
Fabrizio Bizzarini, 2009. Litografia EFFE e ERRE,
Trento, 120 pagine, 10 Euro.
[Fabrizio Bizzarini]. La guida alla geologia del
Parco è il nono volume della collana che il Parco
Paneveggio Pale di San Martino dedica agli aspetti
naturali del suo territorio. La sua pubblicazione
avviene a 200 anni dalla nascita di Charles Darwin;
il giovane geologo imbarcato nel Beagle che nel 1859
presentò al mondo scientifico la teoria
dell’evoluzione. Doverosamente perciò il Quaderno inizia con la seguente
annotazione sulla dinamica terrestre: “Il geologo deve abituarsi ogni giorno
all’idea che nulla, nemmeno il vento che soffia, è instabile quanto la crosta
terrestre”, scritta da Charles Darwin il 20 marzo 1835 durante una esplorazione
andina. Questa verrà poi ripresa alla fine del capitolo sulla geomorfologia,
che conclude la parte descrittiva del Quaderno stesso. Al lettore giudicare il
significato e l’importanza di questa osservazione darwiniana.
Il volume è strutturato in più parti; la prima sviluppa la storia della ricerca
geologica nei secoli XVIII - XX, presentando i naturalisti e gli studi scientifici
che partendo da quest’area hanno posto le basi della comprensione geologica
delle Dolomiti. In questa parte vengono anche prese in esame le vicende
umane e la storia del Distretto minerario del Primiero - Vanoi, che rappresentò
per quasi sei secoli una delle più importanti aree di coltivazione mineraria
nelle Dolomiti. La seconda parte è interamente dedicata alle formazioni
geologiche presenti nel territorio del Parco. In essa si descrivono le rocce, i
fossili e gli antichi ambienti che hanno caratterizzato il passato geologico di
quest’area protetta, e che si sviluppano dal Basamento Metamorfico del primo
Paleozoico fino alle Dolomie del Triassico Medio. Gli eventi geo-biologici
presenti in questa successione non sono però continui, ma interrotti da una
crisi biologica che sconvolse e modificò gli ecosistemi terrestri. Una particolare
attenzione è perciò posta alla crisi biologica permo-triassica ed alle aree del
Parco dove affiorano le rocce sedimentarie formatesi in questo periodo. La
parte dedicata alla geomorfologia di quest’area alpina cerca infine di spiegarne
in grandi linee attuale aspetto e la sua recente evoluzione.
L’appendice sulle rocce e minerali ed il glossario dei termini geologici
chiudono questo nono Quaderno del Parco, aiutando l’escursionista e il
lettore nella comprensione di una disciplina poco conosciuta e sviluppata in
Italia sia nell’ambito scolastico che in quello culturale.
Il Quaderno n. 9, è disponibile nelle sedi del Parco Paneveggio Pale di San
Martino (di Paneveggio, di San Martino, di Villa Welsperg in Val Canali e di
Caoria) o richiedendolo al centro Visitatori di Villa Welsperg, Località
Castelpietra, 2 - Val Canali - 38054 Tonadico (TN), e-mail: [email protected],
sito: www.parcopan.org
PALEOITALIA
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LIBRI DA NON LEGGERE,
MA NEMMENO DA COMPRARE!
ANDREA TINTORI
L’Europa era stata finora abbastanza ai margini delle faccende e delle
discussioni legate al creazionismo, tipicamente nordamericano. Purtroppo
ultimamente anche da noi si sta assistendo ad un primo assalto creazionista
che si evidenzia magari anche in qualche incauta affermazione di ministri,
ma soprattutto sul mercato librario. Tutti noi sappiamo come sia difficile
pubblicare qualche cosa di serio, o anche solo far tradurre un ottimo testo
dall’inglese da parte di case editrici non propriamente di secondo piano…
nulla! Poi, dopo pochi mesi scopri che le stesse ha dato alle stampe delle
…. pazzesche, come diceva Paolo Villaggio!!!!! Ecco due esempi, molto
diversi tra loro, uno dall’aspetto serio (direi scientifico se il termine ormai è
talmente abusato per dire tutto e il contrario di tutto) anche nel titolo, l’altro
decisamente fantasioso.
Ora i volumi:
Evoluzione. Un trattato critico. Certezza dei
fatti e diversità delle interpretazioni, di
Reinhard Junker e Siegfried Scherer, 2007. Piero
Gribaudi Editore, Milano, 334 pagine, in brossura,
30 Euro, ISBN 9788871528492.
Titolo molto bello ed accattivante, ma ecco una
perla (ammetto che dopo aver trovato questa non
sono andato molto oltre ...): “Alla base della
dottrina (già ‘dottrina’!!!) creazionista dei tempi
brevi ci sono le testimonianze scritte dell’Antico
e del Nuovo Testamento, le quali attestano che la
morte fisica è conseguenza di un giudizio di Dio
e non di un suo atto creativo; la morte fisica,
insomma, è stata causata dal peccato dell’uomo, ossia dalla sua ribellione
nei confronti del Creatore (….) Per motivi teologici, questi fossili devono
perciò essere datati ad un periodo post-adamitico, visto che fu il peccato
di Adamo ed Eva ad introdurre la morte” (pag. 291, ben in evidenza in un
box colorato). Poi certamente si mettono più o meno a confronto le varie
interpretazioni, ma chissà come mai la paleontologia non chiarisce mai
nulla, sono solo illazioni, ci sono buchi di documentazione, etc etc., le
44
PALEOITALIA
solite cose, certo la Bibbia è molto meglio (secondo loro), peccato che sia
un testo teologico e non scientifico (ma anche se fosse scientifico, essendo
stato scritto oltre 2000 anni fa …).
Gli errori della storia della Terra. Il deserto
Mediterraneo, la giungla del Sahara e il dominio dei
dinosauri: la preistoria è stata ieri, di Hans-Joachim
Zillmer, 2008. Newton & Compton Editori, 268 pagine,
18,90 Euro, ISBN 8854112186 2008.
“Dopo aver affrontato le pecche più evidenti della teoria
dell’evoluzione, Zillmer offre una vera e propria
rivoluzione globale, nel senso letterale del termine; una
radicale revisione delle teorie convenzionali (basata su
fatti e dimostrazioni, scavi e sopralluoghi effettuati dall’autore in tutti i
continenti), a favore di modelli di pensiero completamente nuovi e
indicatori di nuove strade da percorrere.” Questa è parte della recensione
ufficiale che trovate dovunque e che già chiarisce il contenuto: l’autore, un
ingegnere!!!, ha fatto tutto da solo, ha girato il mondo, ha fotografato
impronte umane a fianco di quelle di dinosauri, ha ascoltato testimonianze
di bimbi che hanno visto trilobiti sulla spiaggia, ha visto fossili di trilobiti
schiacciati da uno scarpone, insomma ‘lui è la geologia’ (almeno gli altri
creazionisti si basano sulla Bibbia!!!!!!), tutti gli altri studiosi in questi ultimi
due secoli hanno preso abbagli (anche se di bibliografia recente praticamente
non ce ne è, ma non ce ne è bisogno, è tutto già talmente chiaro … basta
che lo dica l’autore!)
Ecco alcune affermazioni:
· “Questo volume sarebbe un’eresia, nel caso che l’odierna concezione del
mondo, basata sulla meccanica celeste di Isaac Newton e la teoria
dell’evoluzione di Charles Darwin dovesse rivelarsi esatta.” (prologo,
addirittura anche Newton era un visionario!!!!!!)
· In diversi Stati d’America sono state scientificamente documentate delle
orme fossili umane la cui datazione va dai 150 ai 600 milioni di anni, e
che quindi risalgono addirittura al Paleozoico, prima dell’era dei dinosauri.
Durante la mia visita agli Indiani Navajo, presso Tuba City (Arizona), gli
indigeni mi avevano confermato che nelle vicinanze vi erano molte altre
pitture rupestri con rappresentazioni di dinosauri. Inoltre mi fu narrato
dell’inizio del mondo. Pare che inizialmente gli dèi abbiano creato i Navajos
e i dinosauri, che dunque vivevano insieme (p 35).
· L’altopiano delle Ande si snoda lungo l’intera costa del Pacifico, formando
letteralmente la spina dorsale di tutto il continente sudamericano. Le Ande,
ma anche le Montagne Rocciose s’innalzarono poche migliaia di anni fa,
in maniera rapida e con la loro popolazione e le loro città (p.60).
PALEOITALIA
45
· Secondo la mia idea, i ghiacci (sta parlando della Groenlandia) si
formarono con il diluvio universale, fra i 5500 e i 10.000 anni fa, e da
allora tendono a sciogliersi, sia pure in minima parte.
· Fig. 43. Modello dell’Età della neve. Secondo i Sumeri, la Terra deve la
sua origine a una collisione cosmica, in cui rimase coinvolto il suo pianeta
predecessore, situato all’altezza della fascia di planetoidi. Di questa Terra
preistorica si sa molto poco. Dopo questo evento – avvenuto dai 10.000
ai 30.000 anni fa – l’asse terrestre era diritto e sulla Terra non vi era
ghiaccio, come sostenuto anche da modelli geofisici relativi al Mesozoico,
l’era dei dinosauri. A causa di diversi e violenti impatti meteoritici (e di
loro frammenti) avvenuti dai 4500 ai 6500 anni fa, ebbe luogo una seconda
catastrofe globale di ampio spettro cronologico (diluvio universale). In
questa fase l’asse terrestre potrebbe aver subito un’inclinazione, attraverso
processi di tipo geoelettrico. L’asse terrestre oscillava di là e di qua,
provocando brevi fasi di glaciazione diverse fra loro, sia in America del
Nord che in Europa. Le “ere glaciali”, (o meglio, “Età della neve”) e le
fasi calde (periodi interglaciali) in queste zone si alternavano nel giro di
pochi decenni. Dopo le catastrofi globali ebbe inizio la fase di disgelo del
ghiaccio, che dura fino ai giorni nostri. Secondo diverse previsioni
scientifiche, fra poche migliaia di anni non vi sarà più ghiaccio sui poli,
proprio come ai tempi dei dinosauri.
· Prima del diluvio universale esisteva un guscio idrico sotterraneo. Eventi
catastrofici ne determinarono la rottura, generando al contempo numerose
meraviglie della natura come il Grand Canyon, il Black Canyon e Ayers
Rock. Questi accadimenti fecero sì che i continenti si separassero
velocemente fra loro.
Penso basti!!!!!!! Certo ci si può chiedere chi decide in queste importanti
case editrici di far tradurre e pubblicare simili testi, evidentemente si pensa
che abbiano più mercato di libri seri. Tocca a noi far si che almeno i nostri
studenti e gli appassionati sappiano che si tratta di teorie prive di validi
supporti probatori. La scienza e le teorie degne di questa sono ben altra
cosa, infatti si basano su evidenze concrete, confermate e corroborate da
ulteriori prove a loro volta verificate dalla comunità scientifica. Esempi
editoriali come quelli appena descritti sono legittimi solo se vengono classificati
sotto altri generi letterari, religione, fantasy, etc.
PALEOITALIA
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Agenda
Convegni e Congressi
Giornate di Paleontologia 2010
Neogene vertebrate migration in
the Meditherranean and
Parathetys
maggio 2010
Arcavacata di Rende (CS)
1-3 marzo 2011
Scontrone (AQ)
Società Paleontologica Italiana
Per informazioni: [email protected]
HANNO COLLABORATO
A QUESTO NUMERO
Marco Avanzini, Museo Tridentino di Scienze Naturali, Via Calepina, 14, 38100, Trento;
[email protected]
Massimo Bernardi, Museo Tridentino di Scienze Naturali, Via Calepina, 14, 38100,
Trento; [email protected]
Alessio Bonetto, Via dei Ciclamini 1, 30030 Oriago di Mira (VE); [email protected]
Giuseppe Carone, Via Vittorio Veneto 5, 89861 Tropea (VV); [email protected]
Antonella Cinzia Marra, Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Messina,
Salita Sperone 31, 98166 Messina-Sant’Agata; [email protected]
Maria G. Corriga, Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Cagliari, via Trentino
51, 09127 Cagliari; [email protected]
Annalisa Ferretti, Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Modena e Reggio
Emilia, piazzale Sant’Eufemia 19, 41100 Modena; [email protected]
Adelaide Mastandrea, Dipartimento di Scienze della Terra, Università della Calabria,
87036 Arcavacata di Rende (CS); [email protected]
Sergio Piras, via Menotti 4F, 09047 Selargius (CA); [email protected]
Franco Russo, Dipartimento di Scienze della Terra, Università della Calabria, 87036
Arcavacata di Rende (CS); [email protected]
Andrea Tintori, Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Milano, via Mangiagalli
34, 20133 Milano; [email protected]
Gian Battista Vai, Museo Geologico Giovanni Capellini, Via Zamboni 63, 40127 Bologna; [email protected]
Paolo Zambotto, Biblioteca del Museo Tridentino di Scienze Naturali, Via Calepina, 14,
38100, Trento; [email protected]
PALEOITALIA
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LA SOCIETÀ PALEONTOLOGICA ITALIANA
La Società Paleontologica Italiana è stata fondata nel 1948 con lo scopo di promuovere la ricerca scientifica paleontologica. L’associazione è aperta sia alle istituzioni, sia ai
singoli interessati alla paleontologia, sia a livello professionale che amatoriale. Per l’anno
2009, le quote associative sono le seguenti:
Socio Ordinario (paesi europei)
35 €
Socio Ordinario (extra U.E.)
45 €
Socio junior (under 30)
21 €
Istituzioni
100 €
Fin dal 1960 la S.P.I. pubblica il Bollettino della Società Paleontologica Italiana,
che è una rivista scientifica a valore internazionale, rivolta prevalentemente al mondo
accademico e, conseguentemente, scritta quasi interamente in lingua inglese.
Dal 2000 il Bollettino viene affiancato da un supplemento semestrale in italiano,
PaleoItalia, diretto a tutti gli appassionati e cultori della paleontologia.
PALEOITALIA
Supplemento al Bollettino della Società Paleontologica Italiana, v.48, n.3, 2009
Direttore Responsabile: Enrico Serpagli
Segretario di Redazione: Carlo Corradini
Indirizzo della Redazione: Dipartimento del Museo di Paleobiologia e dell’Orto Botanico,
Università di Modena e Reggio Emilia, via Università 4, 41100 Modena. Tel. 059-2056523.
Stampa: Tipografia Moderna, via dei Lapidari 1/2, Bologna.
Autorizzazione Tribunale di Modena n. 616 del 16-09-1978
NOTE PER GLI AUTORI
Gli articoli non devono superare le tre pagine dattiloscritte.
Gli autori possono fornire, se lo ritengono utile, alcune note bibliografiche,
uniformandosi allo stile del Bollettino della Società Paleontologica Italiana.
È gradito un corredo iconografico (fotografie, disegni, grafici, …); tutte
le immagini devono essere ben contrastate, in modo da avere una buona resa
se pubblicate in bianco e nero. Le immagini digitalizzate vanno salvate come
file bmp, tif o jpg, ad almeno 300 dpi. Esse vanno salvate con il nome dell’autore e un numero progressivo (es. TopolinoFig1.jpg)
Gli articoli e il materiale illustrativo devono essere inviati esclusivamente per posta elettronica all’indirizzo: [email protected]
In caso di file particolarmente pesanti, si prega di contattare la redazione
per concordare la forma di invio.
Di norma gli autori non avranno la possibilità di visionare le bozze. Agli
autori non saranno forniti estratti degli articoli; dopo la pubblicazione possono richiedere un file PDF del loro lavori.
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PALEOITALIA
INDICE
Numero 20, Carlo Corradini
Cari soci, Andrea Tintori
Emilio Cornalia, le Dolomiti, i Fossili,
Marco Avanzini, Paolo Zambotto
Gli stilofori senza capo nè coda: Problematica sull’albero della vita
Massimo Bernardi
Fossili ... che mito, Antonella Cinzia Marra
Il Clipeastro: una presenza discreta che fa volare la fantasia,
Giuseppe Carone
Il Museo di Paleontologia dell’Università della Calabria
Adelaide Mastandrea, Franco Russo
Time and Life in the Silurian: a multidisciplinary approach
Maria G. Corriga, Annalisa Ferretti
Workshop of the “Graptolite Treatise Working Group”,
Sergio Piras
International Fossil Algae Association 6th regional symposium
Daniela Basso
Riflessioni sugli eventi espositivi paleontologici, Alessio Bonetto
Risposta e commento, Gian Battista Vai
Libri da non leggere, ma nemmeno da comprare!, Andrea Tintori
RUBRICHE
Notizie Italiane, Carlo Corradini
Paleolibreria, Annalisa Ferretti,
Agenda
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Scarica

Chapmanina gassinensis (Silvestri, 1905)