AZIONE STUDENTESCA
BERZILLA
E' ARRIVATO.
ALLA FRUTTA.
La riforma della scuola
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PREMESSA
E' il 1993. Il Ministro della Pubblica Istruzione Rosa Russo
Jervolino, un pilastro della Prima Repubblica, introduce nelle scuole il
concetto di Autonomia con una bozza di riforma che fa scaldare non
poco gli animi. Contro l'eccessiva burocratizzazione delle scuole, il
progetto prevede che ogni scuola possa gestire autonomamente
l'amministrazione, la didattica e la finanza. Dopo più di settant'anni di
Riforma Gentile il progetto sembra una rivoluzione, ma agli studenti non
va giù. Nell'ambito dell'autonomia finanziaria, la riforma prevede il
finanziamento delle scuole da parte di terzi, ossia di aziende, e permette
addirittura l'entrata in Giunta Esecutiva del Consiglio d'Istituto di un
membro dell'Azienda sovvenzionatrice...
E' guerra. Gli studenti di tutta Italia si ribellano ad un progetto
che rischia di creare "scuole di serie A e scuole di serie B", e che
soprattutto li trasforma in anelli della catena di montaggio di qualche
fabbrica. Tutte (o quasi) le scuole d'Italia vengono autogestite e/o
occupate, e si assiste a tre mesi di continue, oceaniche, manifestazioni di
piazza. Si parla di un nuovo sessantotto, contro una "Jurassic School"
troppo vecchia per le esigenze del nostro Paese. La riforma non viene
approvata. Il 24 marzo 1994 il Polo vince le elezioni. Nuovo Ministro della
Pubblica Istruzione viene nominato Francesco D'Onofrio, rappresentante
del CCD, che subito si prodiga in favore delle scuole private, parlando di
diminuire lo sgravio fiscale di chi le frequenta. Il progetto di Autonomia
della Jervolino viene riproposto, senza il passaggio incriminato ma con
altrettante genericità, e si arriva a parlare di una diminuzione della
rappresentanza studentesca in Consiglio d'Istituto. La situazione non
cambia. Scuole occupate, cortei, assemblee continuano a proliferare in
tutta Italia, e la contestazione continua ad essere al centro dell'interesse
pubblico. Ma al Ministro D'Onofrio non viene lasciato il tempo di replicare.
A seguito del "ribaltone" operato dalla sinistra dopo appena sei mesi di
Governo Berlusconi, viene istituito un Governo "tecnico" di transizione, al
capo del quale troviamo Lamberto Dini, "Ranatan". A sfogare le sue
frustrazioni sulla pelle degli studenti stavolta c'è Giancarlo Lombardi, ex
membro della Confindustria, che non fa che scimmiottare qua e là i suoi
predecessori.
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Il tempo passa e gli studenti, ancora scontenti, continuano la
loro battaglia in difesa del diritto allo studio. Fino a quando, il 21 aprile
'96, l'Ulivo vince le elezioni.
Dopo due anni di Governo Prodi e, di conseguenza, di Luigi
Berlinguer Ministro della Pubblica Istruzione, non possiamo far altro che
rimpiangere i precedenti Ministri...
In due anni Berlinguer, con la pretesa di attuare una riforma
globale dell'Istruzione distruggendo l'apparato gentiliano, sforna decine di
decreti e di riforme che si occupano, più o meno, di tutti i campi
dell'istruzione. Questa volta la posta in gioco è molto più alta. Le
organizzazioni studentesche di sinistra si appiattiscono completamente
sulle posizioni del Governo, salvo accordarsi di volta in volta con il
Ministro per conservare un minimo di dignità. Ci troviamo così con una
coalizione governativa che tenta di fare da sola Governo e opposizione,
sotto gli occhi di studenti ignari di ciò che sta accadendo. Ad un certo
punto nessuno si interessa più del movimento studentesco, e gli stessi
studenti, convinti che sia finalmente arrivato il salvatore della scuola
italiana, finiscono di protestare. Quelli che non si lasciano abbindolare
dalle favole dell'UdS, Unione degli Studenti, capiscono che cosa c'è sotto
a questo complessivo progetto di riforma della scuola. Quella di
Berlinguer non è la solita riforma burocratica tesa a una riorganizzazione
della scuola. E non è neanche dettata dalla volontà di adattare la scuola
italiana ai tempi che cambiano. La Riforma Berlinguer è qualcosa di più
grande, qualcosa che fa parte di un disegno politico e dottrinale degno
dei migliori regimi Comunisti e che attraverso riforme apparentemente
scollegate tra loro, come dice lo stesso Berlinguer, fanno parte di un
unico "mosaico" ed hanno l'obiettivo ultimo di minare la cultura e l'identità
del nostro popolo.
"L'organicità delle riforme operate dall'Ulivo sono il frutto di
un'elaborazione teorica e di un'azione politica almeno decennale, cui è
da aggiungere l'opera di almeno venti ex funzionari - esperti di politiche
educative del PDS, della CGIL e di area - che, a seguito della vittoria
elettorale dell'Ulivo, operano all'interno dei tre Ministeri educativi del
paese", scrive David Botti.
Nella tesi n°66 del Programma elettorale del 1996 si parla di
tre idee cardine sulle quali basare gli interventi pedagogici: "educazione
permanente, diritto allo studio e al sapere come diritto di cittadinanza,
eguaglianza delle opportunità".
Il concetto di eguaglianza delle opportunità può essere visto
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come il tentativo di eliminare ogni tipo di differenziazione degli studi, di
abbattere ogni tipo di disparità, da quella economica a quella politica, da
quella sociale a quella culturale. Analogamente il concetto di diritto allo
studio prevede la possibilità da parte di tutti di frequentare la scuola, ed è
riconducibile ai temi della obbligatorietà e della gratuità
dell'insegnamento, alla lotta all'abbandono scolastico etc.
Per quanto riguarda invece il concetto di educazione
permanente, se è vero che esiste un apprendimento costante impartito
dalla società e, prima di tutto, dalla famiglia, è anche vero che in questo
senso l'educazione permanente non è vista come un fenomeno naturale
e comunitario, ma come uno strumento nelle mani dello Stato. Difatti
l'educazione permanente viene definita come "un sistema nel quale la
formazione iniziale e le varie formazioni degli adulti saranno ripensate,
riformulate in modo tale che lavoro, tempo libero e formazione si
confondono e durano per tutta la vita". Insomma, un'educazione, imposta
dallo Stato, che accompagna l'uomo dalla nascita alla morte! Domanda:
"A quando il libretto rosso di Prodi?"
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LE TRE RIFORME PRINCIPALI
L'AUTONOMIA
Il progetto di autonomia scolastica previsto da Berlinguer non
è altro che un semplice decentramento. Essendo solamente
organizzativa e didattica l'autonomia rimane inquadrata negli obiettivi del
Ministero, con tanto di controlli finalizzati ad "assicurare l'unità di indirizzo
dei programmi di sviluppo [e] individuare i criteri omogenei di attuazione
delle iniziative".
Ma il problema principale che si pone nei confronti
dell'autonomia scolastica è che a tutt'oggi, dopo due anni
dall'emanazione del decreto sull'autonomia, ancora non esiste una
proposta di riforma degli Organi Collegiali che avrebbe dovuto essere
presentata ancora prima di quella sull'autonomia. Anche non essendo
contrari al concetto di Autonomia delle scuole, non potremo dare un
parere favorevole in merito fino a quando non avremo garanzie sul
Governo dell'Autonomia, soprattutto con l'introduzione dell'Autonomia
finanziaria.
Dallo schema di regolamento
"Autonomia delle istituzioni scolastiche" (bozza)
"Gli stanziamenti iscritti nello stato di previsione della spesa del Ministero
della P.I. per il funzionamento didattico e amministrativo della scuola
sono ripartiti [...] su base regionale [...] e distinti in assegnazioni
ordinarie, determinate proporzionalmente alla popolazione scolastica e al
numero di istituti di istruzione, e in assegnazioni perequative, calcolate in
relazione alle condizioni demografiche, orografiche, economiche e
socioculturali del territorio".
Una volta che questi fondi sono stati stanziati alle scuole non viene
ancora chiarito chi abbia il compito di gestirli. Gli organi collegiali presenti
all'interno della scuola sono insufficienti per il tipo di responsabilità che ci
si trova di fronte. Soprattutto è completamente insufficiente la
rappresentanza studentesca (4 studenti a fronte di 8 docenti); cioè non
viene rappresentata quella categoria che usufruisce dell'istruzione e
quindi anche direttamente dei fondi che per essa vengono stanziati.
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Chiediamo una riforma degli organi collegiali che abbia il compito di
chiarire con esattezza a chi spetta il governo dell'autonomia e che
preveda paritetica rappresentanza studenti-docenti nei consigli di ogni
ordine e grado, compreso il Consiglio d'Istituto.
"Nell'ambito delle funzioni attribuite alle istituzioni scolastiche, spetta al
dirigente l'adozione dei provvedimenti di gestione delle risorse e del
personale."
Viene quindi data tutta la gestione della scuola in mano al Capo d'Istituto
(come da Capo IV, Art. 11, comma 1), senza che vi sia un effettivo
controllo da parte degli altri organi della scuola. Il che, considerati i
Presidi che ci sono nelle scuole italiane, è tutt'altro che rassicurante...
"Le disposizioni del seguente articolo (Art.6 Dotazione finanziaria di
Istituto n.d.r.) non escludono l'apporto di ulteriori risorse finanziarie da
parte dello Stato, delle Regioni, degli Enti Locali, di altri enti e di privati,
per l'attuazione di progetti promossi e finanziati con risorse a
destinazione specifica". "Possono partecipare agli accordi di rete anche
istituzioni scolastiche non statali [...] enti, agenzie che intendano dare il
loro apporto alla realizzazione di specifici obiettivi. Tali enti ed agenzie
possono avere, ove l'accordo di rete lo preveda, un loro rappresentante
nell'organo di amministrazione".
Non è molto chiara la dicitura "di altri enti e privati" che fa pensare
all'idea già presentata dall'ex Ministro Jervolino in merito al
sovvenzionamento delle scuole da parte di aziende private, cui veniva
riconosciuto, a fronte della loro sovvenzione, la possibilità di mettere
mano ai programmi didattici... In questo modo, oltre all'immancabile
creazione di scuole di diversi livelli di istruzione, si rischia di trasformare
la cultura in un normale corso per operai di qualche fabbrica. Stesso
concetto si ripropone, ma in modo più pericoloso, nel Capo III, Art.1, c.6.
"L'orario complessivo e quello destinato alle singole attività e discipline è
organizzato in modo flessibile, anche sulla base di una programmazione
plurisettimanale, fermi restando l'articolazione delle lezioni in non meno
di cinque giorni settimanali e il rispetto del monte ore annuale previsto".
Di chi sono le esigenze sulle quali si baserà una così eccessiva
flessibilità delle lezioni? Degli studenti e delle loro famiglie, soggetti
passivi di sperimentazioni incontrollabili troppo poco rappresentati negli
organi collegiali, o del corpo docente e del Preside, che nella scuola
svolgono un lavoro retribuito.
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IL RIORDINO DEI CICLI SCOLASTICI
Il decreto sul riordino dei cicli scolastici è forse la riforma più
pericolosa voluta da Berlinguer, perché denota una volontà palese di
distruggere l'identità e la memoria nei giovani delle generazioni future in
virtù di una eccessiva specializzazione che, invece di permettere un
maggiore raccordo tra scuola e mondo del lavoro, causerà
inevitabilmente un aumento del tasso di disoccupazione nel nostro
Paese. Già all'inizio del suo mandato Berlinguer aveva palesato la
volontà di abolire il Liceo Classico, bollandolo come inutile perché non
fornisce una specializzazione. La necessità di "manualità" nella scuola
rimane un caposaldo della Riforma Berlinguer. Ma in un panorama come
quello verso il quale si muove il nostro Paese, che vede la scomparsa del
posto fisso in un clima di completa recessione, gli studenti non hanno
bisogno di una specializzazione "manuale" (tra l'altro già da tempo
sapientemente sostituita dalle macchine). Hanno bisogno di qualcuno
che insegni loro la capacità di adattamento e di apprendimento, la
versatilità, la sintesi e la critica; c'è bisogno di una cultura classica di
base che infonda nei giovani dei valori spirituali, una memoria storica, un
senso di appartenenza.
In sostanza la riforma prevede un ciclo primario di sei anni
complessivi (dall'ultimo anno della materna all'ultimo anno delle
elementari) e di un ciclo secondario di cinque anni (dalla prima media al
secondo anno delle superiori) che rappresentano la scuola dell'obbligo,
complessivamente di undici anni, per poi lasciare gli ultimi tre anni delle
attuali scuole superiori alla scelta dell'indirizzo di specializzazione.
Dalla "Legge quadro sul riordino dei cicli" del 4 luglio 1997
"L'anno iniziale (del ciclo secondario n.d.r.) si caratterizza per la
prevalenza degli insegnamenti fondamentali e per la varietà di proposte
selettive e coordinate di approfondimento di temi specifici, attraverso le
quali ciascuno possa cominciare ad elaborare scelte che corrispondano
a una piena valorizzazione personale fondata sulla pari dignità delle
possibili opzioni culturali e di vita".
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Rimaniamo perplessi all'idea che un ragazzino di dodici anni abbia la
maturità per elaborare delle scelte di vita...
Il comma non è comunque molto chiaro. Quante e quali saranno le
materie fondamentali? E come sarà possibile sviluppare in un solo anno
un programma così impegnativo, che prevede anche degli orientamenti
selettivi? Sarà forse a discapito dello studio delle materie umanistiche
che ragazzi di dodici anni potranno decidere che cosa fare da grandi?
"Il secondo e il terzo anno [...] si caratterizzano per l'approfondimento
degli insegnamenti comuni e per la progressiva estensione dell'area degli
insegnamenti disciplinari specifici dell'indirizzo prescelto, al fine di
consentire capacità progettuali personali, il rafforzamento della
motivazione allo studio e alla formazione e la verifica delle scelte e delle
vocazioni culturali [...]"
Come sopra. Da una parte si parla di ampliamento delle discipline di
base e dall'altra si pretende quello degli insegnamenti specifici. Come?
Semplicemente riducendo la cultura umanistica all'osso, tralasciando
intere parti di letteratura, di arte e di storia (cosa già fatta, per altro, con il
Decreto sul '900). Risultato: gli studenti che decideranno di abbandonare
la scuola (il terzo anno del ciclo secondario è anche l'ultimo della scuola
dell'obbligo) non avranno una cultura né una specializzazione sufficienti,
mentre quelli che decideranno di continuare...
"Nel triennio finale l'offerta formativa è caratterizzata dalla prosecuzione,
dall'ampliamento e dall'approfondimento, anche per temi specifici, degli
insegnamenti, con particolare riguardo a quelli di indirizzo e all'area
progettuale, al fine di assicurare agli studi la necessaria terminalità
culturale e professionale. Nel corso dell'ultimo anno gli istituti secondari,
anche di intesa con le università, con altre agenzie formative, col mondo
della ricerca e delle professioni, attivano percorsi di approfondimento
mirati a fornire agli studenti gli elementi conoscitivi necessari per
l'elaborazione delle ulteriori scelte".
...passeranno i successivi due anni sperimentando le possibili
professioni, facendo ricerche sull'indirizzo che hanno scelto a dodici anni
(ci viene da chiedere che cosa accade se non maturano una scelta),
parlando, conoscendo, informandosi...
Usciranno da scuola pieni di notizie sul mondo del lavoro, preparatissimi
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sulla loro professione ideale, e completamente privi di cultura (non
dimentichiamo che la cultura classica, ammesso che venga realmente
presa in considerazione in una scuola dell'obbligo che somiglia più allo
stage formativo di un'azienda, è stata abbandonata quasi completamente
a quindici anni!). Saranno degli automi incapaci realmente di costruirsi un
percorso e, quando scopriranno che entrare nel mondo del lavoro non è
facile ma soprattutto che il posto fisso è oramai una chimera, andranno
allo sbando, perché non avranno una formazione versatile, cioè una
Cultura, capace di farli adattare al mondo che cambia.
"Nel secondo e terzo anno è garantita la possibilità di passare da un
modulo all'altro anche di indirizzo diverso mediante l'attivazione di
apposite iniziative didattiche […]"
A parte che non è chiaro il concetto di modulo, è ovvio che viene data la
possibilità ai famosi dodicenni di cambiare indirizzo; ma che cosa
succede se uno studente pensa per due anni di voler prendere un
indirizzo e poi decide di cambiarlo all'ultimo momento? Succede che
negli ultimi due anni della scuola dell'obbligo questo studente avrà
inutilmente rinunciato ad uno studio approfondito delle materie
umanistiche.
"Negli ultimi anni, ferme restando le materie fondamentali e le materie di
indirizzo, esercitazioni pratiche, esperienze lavorative e stage possono
essere realizzati anche con brevi periodi di inserimento nelle realtà
culturali, produttive, professionali e dei servizi"
Negli ultimi due anni, al già gravoso programma che prevedeva
l'approfondimento delle discipline di base e quello delle discipline di
indirizzo si aggiungono gli stage, corsi precoci di addestramento
professionale, sempre per consentire allo studente di fossilizzarsi su una
professione che probabilmente non riuscirà mai a portare avanti.
Complimenti!
I costi previsti per il riordino dei cicli nei prossimi anni?
1999
L.
2000
L. 175.553.014.000
2001
L. 175.553.014.000
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57.852.048.000
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LA RIFORMA DEI PROGRAMMI
D'INSEGNAMENTO
Nel suo generale progetto di riforma della scuola Berlinguer
ha dimenticato di mettere mano ai programmi didattici, che in assoluto
avrebbero dovuto essere la prima cosa da "riformare" nella scuola
italiana. Il Ministro invece si è limitato a delegare ad una commissione
"tecnico-scientifica" di "saggi" (se così si possono definire i migliori
esponenti dell'intellighenzia di sinistra) la responsabilità di individuare "le
conoscenze fondamentali su cui si baserà l'apprendimento dei giovani
nelle scuole italiane nei prossimi decenni”, il cui resoconto, tra l'altro, si
scontra spesso con alcuni principi sanciti dalla riforma Berlinguer. E, a
chi si lamentava perché i programmi di storia e letteratura non
permettevano uno studio approfondito del nostro secolo, ha risposto
imponendo, con un decreto già entrato in vigore lo scorso anno, lo studio
esclusivo del Novecento nelle classi dell'ultimo anno, causando
inevitabilmente l'abbandono di interi secoli della nostra storia che,
peraltro, il Novecento l'hanno preceduto e, quindi, l'hanno preparato
(come pretendere di capire un secolo controverso e mistificato come il
Novecento, se non studiando le sue premesse?).
Il tutto in un disegno progressivo di riforma che da una parte
impone nelle scuole una "verità di Stato" che rischia di trasformarsi in
vero e proprio indottrinamento delle future generazioni, e dall'altra
annulla ogni forma di Identità in virtù di una massificazione progressista
che appiattisce ogni tipo di valore morale e spirituale.
Dalla Sintesi dei lavori della Commissione tecnico-scientifica
incaricata dal Ministro della P.I. di individuare
"le conoscenze fondamentali su cui si baserà l'apprendimento
dei giovani nella scuola italiana nei prossimi decenni"
(DM n.50 del 21 gennaio 1997 e n.84 del 5 febbraio 1997)
"Nella società del presente, ampiamente differenziata e aperta a un
mutamento costante, l'individuo deve orientarsi sulla base di un gran
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numero di modelli, talvolta anche contrastanti e, lungo tutto il corso della
vita, deve assumere, di volta in volta, ruoli diversi, a seconda dei contesti
di esperienza e attività. E' dunque assai più difficile, oggi, proporre e far
sì che un individuo mantenga una sua identità definita [...] (bisognerà
n.d.r.) promuovere un fondamento di solidarietà universale che si anticipi
alla definizione delle identità particolari e favorisca il riconoscimento
reciproco delle differenze".
Non siamo assolutamente d'accordo con il significato che si dà al
concetto di identità particolare (o individuale), che in questo caso
consiste nell'identità collettiva di una Comunità.
Proprio a fronte di una società, come quella italiana, soffocata da
molteplici spinte e incapace di mantenere sotto il peso dei mutamenti
costanti una sua identità definita, si deve puntare su un recupero delle
identità "particolari". Solamente quando un individuo (o una collettività)
mantiene una sua identità specifica, l'incontro con un costante
mutamento non rappresenta un pericolo per la sua crescita culturale. E
proprio quando si ha coscienza della propria identità diventa costruttivo
l'incontro con altre identità e si favorisce "il riconoscimento specifico delle
differenze".
"Di fronte alla crisi del rapporto qualità della vita - qualità del lavoro qualità dello sviluppo, alla scuola si chiede di operare in vista della
promozione della 'cittadinanza attiva' […]".
Per cittadinanza attiva deve intendersi non il "saper fare" meccanico,
come previsto dalla riforma Berlinguer, ma la capacità di adattarsi ad una
società in continua evoluzione, attraverso l'insegnamento di una cultura
di base capace di creare operatori versatili.
"Si tratta di introdurre nella didattica alcuni contenuti innovativi propri di
questo approccio: il superamento della "cultura del posto" a vantaggio di
un nuova visione delle opportunità e delle professioni; la cultura della
flessibilità attraverso la conoscenza delle nuove forme di organizzazione
dei processi lavorativi; le nuove forme del lavoro, da quello autonomo a
quello artigianale, a quello atipico; la preparazione
all'autoimprenditorialità".
Come si concilia tutto questo con una riforma che impone a dodici anni la
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scelta di una "professione" da portare avanti fino al termine degli studi?
Come si concilia con l'abbandono progressivo di tutti quegli insegnamenti
che permettono una visione "flessibile" della società?
"Sezioni diverse del sistema scolastico hanno livelli e scopi diversi, ma in
ognuno di essi la regola dovrebbe essere l'insegnamento di alcune cose
bene e a fondo, non molte cose male e superficialmente: si deve avere il
coraggio di scegliere e concentrarsi". "E' necessario operare un forte
alleggerimento dei contenuti disciplinari".
Si ricorda che il riordino dei cicli di Berlinguer prevede, soprattutto negli
ultimi due anni, lo studio contemporaneo delle materie fondamentali e di
quelle di indirizzo, lasciando inoltre ampio spazio alla possibilità di
trascorrere interi periodi presso "terzi" per assistere a stage formativi. Ma
allora quali saranno le poche cose studiate bene e a fondo? Quali
discipline verranno sfoltite dei loro contenuti essenziali per lasciare
spazio allo studio delle altre? Chi decide quali sono i "traguardi
irrinunciabili" e le "tematiche portanti"? Quali saranno i contenuti
disciplinari che dovranno essere alleggeriti?
"La tradizione orale e retorica dell'istruzione e della cultura italiana non
sono buone basi per una moderna educazione".
Non è chiaro il significato di questa affermazione, che comunque suona
molto pericolosa. La tradizione orale italiana è il modo migliore attraverso
il quale insegnare agli studenti la capacità di elaborazione di un discorso,
di un'idea, di una critica. Soprattutto, di insegnargli a comunicare.
"Il Novecento può essere affrontato in assoluta serenità se ci si rende
conto che nessun insegnante è al di sopra delle parti, qualunque sia
l'argomento o il secolo, ma che tutti gli insegnanti hanno l'obbligo (è la
loro versione del giuramento di lppocrate) di presentare idee avverse alle
loro, nel modo più intellettualmente onesto possibile".
Affermazione pericolosissima! Considerato il fatto che già molti, troppi
docenti utilizzano la posizione che hanno per imporre la "loro verità" nelle
classi, arrivare a dire che questi hanno il diritto di esprimere le proprie
idee (politiche) di fronte a ragazzi che nella maggior parte dei casi sono
troppo giovani per aver maturato una scelta in questo senso, significa
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accettare e anzi proporre una sorta di indottrinamento portato avanti, tra
l'altro, in un'istituzione costituzionalmente pluralista come la scuola. Se
già accade che gli studenti, quei pochi politicizzati, vengano spesso
giudicati a causa delle loro idee politiche dal corpo docente in sede di
scrutinio, cosa accadrà quando questo processo avrà un riconoscimento
"istituzionale"?
Il resoconto in questione, una volta che la commissione,
non unanime, è stata "epurata dei dissidenti", è stato
riproposto in versione ridotta (I contenuti essenziali per la
formazione di base) nel marzo 1998, con concetti più
generici e tralasciando la maggior parte dei commenti in
merito alle singole tematiche.
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LA RIFORMA
DEGLI ESAMI DI MATURITA'
Anche la riforma degli esami di maturità, che diventata Legge
entra in vigore quest'anno, si inserisce in un più ampio disegno
progettato dal Ministro Berlinguer, che mira alla distruzione della cultura
intesa in senso proprio e della capacità critica, riducendo gli studenti,
futura classe dirigente del nostro Paese, a veri e propri robot incapaci di
ragionare. E il fatto stesso che il disegno di legge, dopo le pesanti
contestazioni studentesche dello scorso anno, non sia stato modificato o
abolito, ma ne sia semplicemente stata rinviata l'applicazione, è
l'ennesima riprova di un accordo fatto tra i finti studenti dell'UdS e il
Ministro, che permette da una parte di mantenere salda la coalizione
governativa e dall'altra di non intaccare la dignità di un movimento che si
dichiara a tutela dei diritti degli studenti.
Legge 10 dicembre 1997, n. 425
"L'esame di Stato comprende tre prove scritte e un colloquio. La prima
prova scritta è intesa ad accertare la padronanza delle lingua italiana [...]
nonché le capacità espressive, logico-linguistiche e critiche del
candidato, consentendo la libera espressione della personale creatività".
Molto vaga la definizione, non è chiaro se viene mantenuta la formula
tradizionale del tema, nei confronti della quale il Ministro Berlinguer ha
più di una volta espresso le sue perplessità. Dal nostro punto di vista la
formula del tema rimane la migliore attraverso la quale valutare capacità
di utilizzo e la padronanza della lingua italiana, capacità di sintesi e di
critica. Soprattutto è il modo migliore di valutare la "maturità" del
candidato. Siamo assolutamente contrari alla sostituzione del tema con
qualsiasi altra formula.
"[...] la terza (prova scritta - la seconda rimane invariata rispetto a quella
attuale n.d.r.), a carattere pluridisciplinare, verte sulle materie dell'ultimo
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anno di corso e consiste nella trattazione sintetica di argomenti, nella
risposta a quesiti singoli o multipli ovvero nella soluzione di problemi o di
casi pratici o professionali o nello sviluppo di progetti; tale ultima prova è
strutturata in modo da consentire, di norma, anche l'accertamento della
conoscenza di una lingua straniera".
Formulata com'è la terza prova sembra essere niente di più di una sorta
di "Quizzone" alla Mike Bongiorno nel quale viene chiesto niente di tutto
e tutto di niente. Anche a seguito delle spiegazioni del Ministro in merito
a questa terza prova, non possiamo fare a meno che immaginarci una
sorta di minestrone che comprende domande (sotto forma di quiz) su
tutte le materie, compresa, tra l'altro, la lingua straniera. Una prova
d'esame di 60 pagine oppure 10 domande prese a caso qua e là nel
programma didattico? Auguriamo a tutti buona fortuna!
"Il colloquio si svolge su argomenti di interesse multidisciplinare attinenti
ai programmi e al lavoro didattico dell'ultimo anno di corso".
Significa semplicemente che da quest'anno si dovrà sostenere un esame
orale su tutte le materie didattiche.
"La commissione d'esame è nominata dal Ministero della Pubblica
Istruzione ed è composta da non più di otto membri, dei quali un 50 per
cento interni e il restante 50 per cento esterni all'istituto, più il presidente
esterno".
E qui casca l'asino! Dovendo sostenere un esame su tutte le materie, la
commissione avrebbe dovuto essere completamente interna alla scuola,
fatto salvo per il presidente, che avrebbe fatto da supervisore, per
controllare che non ci fossero scorrettezze. Invece ci ritroviamo a dover
discutere di tutto e di più con dei perfetti sconosciuti che non hanno idea
del nostro percorso scolastico. Così formulato, questo esame di maturità
non solo è un massacro per chi deve sostenerlo, ma il suo superamento
è tragicamente subordinato non alle effettive capacità del candidato, ma
quasi esclusivamente alla sua fortuna, o, nei casi migliori, alla "prima
impressione" che questi suscita.
"La commissione d'esame dispone di 45 punti per la valutazione delle
prove scritte e di 35 per la valutazione del colloquio. Ciascun candidato
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AZIONE STUDENTESCA
può far valere un credito scolastico massimo di 20 punti. Il punteggio
minimo complessivo per superare l'esame è di 60/100".
"Il consiglio di classe attribuisce ad ogni alunno che ne sia meritevole,
nello scrutinio finale di ciascuno degli ultimi tre anni della scuola
secondaria superiore, un credito per l'andamento degli studi, denominato
credito scolastico. Tale credito non può essere complessivamente
superiore a 20 punti […]".
Nonostante ci troviamo complessivamente favorevoli sull'introduzione del
credito scolastico, riteniamo che, a fronte di una commissione d'esame
per maggioranza esterna, un punteggio massimo di venti punti su un
voto complessivo che può raggiungere i 100 punti sia insufficiente a
valutare l'intero percorso scolastico.
Tra l'altro hanno un valore molto maggiore le capacità dimostrate in tre
anni a docenti che ci conoscono e sanno interpretare la nostra personale
maturazione, che quelle dimostrate in un quarto d'ora di fronte a degli
sconosciuti.
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AZIONE STUDENTESCA
LA PIATTAFORMA RIVENDICATIVA
DI AZIONE STUDENTESCA
ZITTI
ORA…
ZITTI
SEMPRE
Autonomia scolastica
Concordiamo con il principio dell'autonomia scolastica,
benché molti aspetti specifici e di attuazione dell'autonomia ci trovano
contrari o quantomeno perplessi. Il giudizio sull'autonomia didattica deve
essere subordinato ad una dettagliata analisi delle proposte di riforma dei
programmi, senza la quale il testo presentato rimane troppo generico ed
approssimativo. In merito all'autonomia organizzativa e finanziaria,
proprio perché pensata prima della riforma degli organi collegiali, unica
forma di garanzia reale, non possiamo che sottolineare il rischio di una
svendita degli istituti agli interessi di aziende private e della mancanza di
tutela del carattere pubblico dell'istruzione.
E' necessario ribadire in questo senso alcuni punti che hanno
caratterizzato il Movimento Studentesco. E' necessario che i
finanziamenti siano sottoposti al controllo preventivo, con parere
vincolante, da parte della componente studentesca: gli studenti non
possono essere cavie passive di percorsi sperimentali e di ricerca.
Bisogna realizzare una reale integrazione della scuola con il territorio
circostante attraverso convenzioni tra distretti e biblioteche, palestre,
discoteche, cinema e mediante l'apertura generalizzata pomeridiana
extra-scolastica degli istituti per attività autogestite al fine di sfruttare al
meglio le strutture, trasformandoli in luoghi di aggregazione socioculturale nei quartieri e costruire cosi una cultura studentesca del tempo
libero.
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AZIONE STUDENTESCA
IL GOVERNO DELL'AUTONOMIA
Il ruolo dello studente e la rappresentanza studentesca
Il ministero ha fornito la bozza dello statuto dello studente,
redatto senza la partecipazione ufficiale della categoria interessata.
Risultato ottenuto: un misto di paternalismo e principi generali
estremamente banali, che non pongono certamente lo studente nel ruolo
di protagonista del vivere sociale ma lo pongono come soggetto passivo.
E' ora di finirla con l'esclusione sistematica degli organi
rappresentativi degli studenti da ogni scelta sull'indirizzo della P.I.
soprattutto quando sono direttamente interessati.
• Paritetica rappresentanza docenti-studenti nel consigli scolastici.
• Istituzionalizzazione in ogni scuola secondaria superiore del
Comitato degli Studenti, investito di ogni provvedimento in
discussione al consiglio d'istituto, consentendone l'esame e la
possibilità di acquisirne il parere preventivo. Detto parere, su
argomenti di particolare rilievo, deve essere vincolante.
• Il ministero deve riconoscere formalmente le associazioni
studentesche maggiormente rappresentative, dotandole di mezzi e
strutture per garantire loro di esercitare una azione concreta di
tutela del diritto allo studio.
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DISEGNO DI LEGGE
PER L'ISTITUZIONE DELLE A.S.R.
AZIONE STUDENTESCA
(Associazioni studentesche rappresentative)
II Ministro della Pubblica Istruzione riconosce le associazioni
studentesche rappresentative nella loro opera di difesa del diritto allo
studio fornendo loro strutture e fondi per il perseguimento del proprio
fine. La rappresentanza studentesca nel seno degli organi collegiali è
equiparata alla rappresentanza dei docenti ed estesa ai consigli di ogni
ordine e grado.
Il riconoscimento quale associazione studentesca
rappresentativa (A.S.R.) viene concesso dal Ministero alle associazioni
che in occasione del rinnovo dei Consigli Scolastici Provinciali presentino
liste e ottengano seggi in almeno venti Provincie distribuite in cinque o
più Regioni. Le A.S.R. avranno a disposizione, al fine di svolgere le
attività di difesa e tutela dei diritti degli studenti, locali presso il
Provveditorato e presso i singoli Istituti.
Per il finanziamento ed il sostegno delle attività delle A.S.R. è
istituito un Fondo Nazionale al quale verrà destinato il 10% degli introiti
derivanti dalle tasse di iscrizione agli Istituti secondari superiori. Il fondo
verrà distribuito alle A.S.R. in quote proporzionali facendo riferimento ai
risultati elettorali conseguiti nel Consigli Provinciali. L'utilizzo di tali fondi
dovrà essere regolarmente documentato.
E' convocata semestralmente l'Assemblea Nazionale
Studentesca alla quale partecipano con pienezza di diritti gli eletti nei
Consigli Provinciali. Le due sessioni della durata di almeno tre giorni
(autunnale tra ottobre e novembre, primaverile tra aprile e maggio),
hanno lo scopo di stabilire un momento di confronto e di crescita tra gli
studenti nell'esame dei problemi e nella formulazione di proposte per il
miglioramento del sistema educativo nazionale; riflessioni e proposte che
si concludono alla presenza del Ministro della Pubblica Istruzione.
Le A.S.R. verranno regolarmente consultate dal Ministero della Pubblica
Istruzione e dalle Commissioni Cultura di Camera e Senato per
acquisirne il parere su provvedimenti che interessano il mondo
dell'istruzione.
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AZIONE STUDENTESCA
Norme tecniche per il riconoscimento
Tra il 15° e il 5° giorno antecedente le elezioni per il rinnovo
dei Consigli Scolastici Provinciali, le associazioni che intendono
concorrere per ottenere il riconoscimento, presentano una richiesta al
Ministero, firmata dal delegato nazionale, alla quale verranno allegate
copie della avvenuta presentazione delle venti o più liste distribuite in
almeno cinque Regioni.
Il Ministero provvederà entro trenta giorni dalle elezioni a
comunicare l'avvenuto o il non avvenuto riconoscimento. Il
riconoscimento viene automaticamente concesso quando i richiedenti
ottengano almeno un seggio in non meno di venti Provincie di cinque
Regioni. Eventuali ricorsi o contenziosi dovranno essere presentati entro
60 giorni dall'avvenuta comunicazione del Ministero. Le liste aderenti ad
una richiesta di riconoscimento possono recare tutte lo stesso motto e
simbolo oppure avere diversi motti o simboli. Nel secondo caso, insieme
alla documentazione di cui sopra, il delegato nazionale, all'atto della
richiesta, dovrà allegare anche le domande di applicazione dell'aspirante
A.S.R., domanda che verrà certificata ed autenticata dalla commissione
elettorale provinciale.
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AZIONE STUDENTESCA
PARITA' SCOLASTICA
Strutture equivalenti, pluralismo dappertutto,
il percorso verso la parità tra istituti pubblici e privati
L'esigenza di regolamentare il rapporto tra scuola pubblica e
privata e di definire dal punto di vista legislativo i contorni del "pluralismo
e della parità" dell'istruzione chiama il governo a dare risposte chiare e
non inquinate dalla logica del vantaggio elettorale. Le tensioni suscitate
dalle proposte finora prodotte sono l'evidente frutto di un'incapacità di
creare un percorso lineare ed a tappe per il raggiungimento
dell'obbiettivo della parità.
Non siamo certamente contrari in linea di principio a che le
scuole private siano considerate come offerenti un servizio e che quindi
possano beneficiare di finanziamenti oltre l'ottenere la parità, ma questo
non può avvenire oggi, dal momento che la scuola pubblica non solo non
è competitiva ma nel complesso non è, essa stessa, sufficientemente
finanziata.
L'esistenza di scuole private con una caratterizzazione
culturale specifica (laica o religiosa che sia) arricchisce la scelta e
rappresenta comunque un'espressione di libertà che viene esercitata da
comunità che intendono in tal modo tramandare una propria tradizione.
L'obiezione che si muove a questo aspetto è che la scuola con un
"particolare" indirizzo si trasforma in una sorta di plagio sugli studenti, e
gli si contrappone una scuola pubblica in grado di offrire una
preparazione "generale" su cui successivamente operare
approfondimenti specifici.
Questa obiezione risente di una impostazione culturale
tipicamente "illuminista", tutta convinta che possa esistere una "cultura
neutra" alla quale attingere ognuno allo stesso modo.
Nella realtà questa neutralità non esiste, i docenti quasi
sempre propongono agli studenti la propria personale convinzione ed i
testi utilizzati sono, nella maggior parte dei casi, veri e propri manuali di
indottrinamento. Nella situazione italiana, poi, grazie al concorso di più
cause ben note ma che non sviluppiamo in questa sede, si è creata tra
case editrici e corpo docente una egemonia della cultura di sinistra,
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AZIONE STUDENTESCA
spacciata come una sorta di verità rivelata dello Stato.
L'uguaglianza dell'insegnamento non è, quindi, di per sé
garanzia di libertà. Se lo Stato non deve rappresentare tutta l'offerta
possibile di servizi educativi, deve però garantire l'esistenza e la qualità
dell'istruzione pubblica, accessibile a chiunque. Questo rappresenta per
noi il compito primario da svolgere: rafforzare e riqualificare l'istruzione
pubblica. Non è pensabile che si possa sciogliere il nodo della scuola
privata prima di aver gettato solide basi per risanare quella statale.
E' chiaro quindi che i finanziamenti diretti alla scuola privata
dovranno restare subordinati alle necessità di quella pubblica.
Secondo la Costituzione la scuola privata non deve costituire
alcun onere per lo Stato. Le scuole private lamentano l'impossibilità di
garantire il pluralismo e l'effettivo esercizio della libertà di scelta se non si
modifica la situazione attuale.
E' necessario, stante il fatto che spesso le strutture private
suppliscono in termini di presenza alle strutture pubbliche, trovare una
via di sintesi tra le due diverse posizioni. L'ipotesi che ad oggi appare
percorribile, è quella della "detassazione" di chi fruisce di scuole private
relativamente ad una quota parte dell'iscrizione. Anche se i mancati
introiti graveranno, comunque, sul bilancio, il meccanismo consentirà di
evitare alle famiglie una doppia spesa, potendo scaricare direttamente la
cifra stabilita dalla dichiarazione dei redditi. AI fine di utilizzare questo
meccanismo per dare la possibilità di scelta ai meno abbienti, riteniamo
opportuno calcolare la "detassazione" in termini inversamente
proporzionali al reddito.
Tuttavia riteniamo opportuno che lo Stato intervenga subito
per eliminare i tanti "esamifici", che si spacciano per scuole private.
Problema funzionale al riconoscimento, soprattutto in termini finanziari,
deve essere la garanzia di partecipazione studentesca agli organi
collegiali delle private. Gli strumenti riconosciuti agli studenti delle statali
debbono essere estesi anche a quelli delle private, dove oggi le forme di
tutela sono estremamente marginali.
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AZIONE STUDENTESCA
ESAME DI STATO
La riforma degli esami di maturità ci vede completamente in
disaccordo, sia sulla struttura sia sui tempi di applicazione.
Avremo atteso volentieri il realizzarsi dell'intera riforma del
ciclo di studi, prima di guardare al momento finale: la valutazione di un
percorso. Infatti se viene modificato il sistema scolastico l'esame
fondamentale deve essere ad esso collegato, appare invece questo un
abbozzo redatto in fretta e di carattere transitorio. Si chiedeva una
riforma dal 1969 e qualche mese in più non avrebbe cambiato la storia.
Così come è stato impostato, il nuovo esame appare essere
più simile ad un gioco a premi, in cui la fortuna regna sovrana, più che ad
un passaggio con il quale venga valutata la reale preparazione degli
studenti.
La commissione composta per metà da professori interni e
metà esterni, più un presidente anche esso esterno, creerà solo caos
nella valutazione che deriverà, più che da una disamina del percorso, da
lunghe contrattazioni.
La proposta che noi vediamo realizzabile, è una commissione
formata tutta da docenti interni che, conoscendo a fondo il soggetto
esaminato, sapranno operare una valutazione obbiettiva e realistica
basata non su un'ora di colloquio ma su anni di attività. Controllore della
correttezza dello svolgimento dell'esame sarà un presidente esterno,
abilitato ad intervenire in ogni fase dell'esame e "specializzato" attraverso
appositi concorsi a svolgere questo ruolo.
Enormi problemi sorgono di fronte alla proposta dei modelli di
prova scritta. Il tema d'italiano deve restare tale, poiché serve a valutare
non la libertà di pensiero ma la capacità critica, quella espressiva, la
maturità e la conoscenza della materia. Non si può sostituire né con
sintesi né con riassunti. La terza prova, frutto di compromessi
parlamentari, è stata pensata come un ”Quizzone", con domande scelte
dalla commissione: totalmente inutile per valutare le nozioni apprese
dallo studente, si dimostra fonte di valutazioni nettamente diseguali da
istituto ad istituto, con il risultato di modificare sensibilmente il voto finale.
A chi volesse obbiettare che valutazioni diseguali esistono egualmente
resta utile ricordare che non debbono essere per questo
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AZIONE STUDENTESCA
istituzionalizzate.
Riteniamo utile chiarire l'equivoco sul colloquio in tutte o solo
in alcune materie. In apparenza esso permette di conoscere la
preparazione globale dello studente come sembra avvenisse prima della
riforma del 1969, con più giorni d'esame. In realtà con un'ora di colloquio
si produrrà solo uno stato confusionale dello studente. E' incomprensibile
quali parametri si intenda adottare per classificare le domande orali
collegate, soluzione che il ministro vorrebbe adottare al fine di risolvere il
suddetto problema.
Se non si arrivasse ad una commissione "interna" il valore
del credito formativo dovrebbe comunque essere elevato, dato che il
punteggio assegnato al percorso scolastico è considerato marginale
rispetto a qualche ora di esame.
Anche l'esame di maturità, ci appare inserito in un più ampio
progetto del ministro, mirante alla distruzione della cultura intesa in
senso proprio, come sintesi della preparazione e della capacità critica,
per arrivare ad avere non più persone in grado di ragionare ma automi
che demandano ad altri la possibilità di pensare.
Il rinvio dell'attuazione della legge non ci soddisfa nemmeno
un po', anzi è solo l'evidente frutto dell'accordo del ministro con l'UdS al
fine di "normalizzare" la contestazione degli studenti che vogliono una
riforma vera che tuteli il diritto allo studio ma anche la cultura nazionale.
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AZIONE STUDENTESCA
IL RIORDINO DEI CICLI
Una riforma globale della scuola italiana la chiediamo da
anni. Essa deve essere comprensiva di tutti i livelli di istruzione, deve
portare ad un'elevazione dell'obbligo scolastico, ma la riforma del
ministro Berlinguer sul riordino dei cicli scolastici non solo non risolve
alcuna di queste esigenze ma addirittura fa temere un'involuzione del
sistema scolastico. In sostanza si parla di un ciclo primario di sei anni
complessivi (dall'ultimo anno della materna all'ultimo anno delle
elementari) e di un ciclo secondario di cinque anni (dalla prima media al
secondo anno delle scuole superiori) che rappresentano la scuola
dell'obbligo (undici anni complessivi), per poi lasciare gli ultimi tre anni
delle attuali scuole superiori alla scelta dell'indirizzo di specializzazione.
La necessità di "specializzazione" e di "manualità" nelle
scuole rimane infatti un caposaldo della riforma Berlinguer (già all'inizio
dello scorso anno scolastico il ministro aveva palesato la volontà di
abolire il liceo classico bollandolo come inutile, perché non forniva agli
studenti una specializzazione), che punta ad un migliore rapporto tra
scuola e mondo del lavoro. In realtà, poiché si va verso un mercato del
lavoro basato sulla mobilità, queste velleità specialistiche appaiono
anacronistiche e controproducenti. Il futuro mercato del lavoro ha
necessità di operatori "versatili", con sviluppata capacità di adattamento
e apprendimento. Gli stati che adottano sistemi scolastici sul modello
specialistico stanno convergendo verso riforme di carattere umanistico,
che forniscono l'humus intellettuale per veloci canalizzazioni nei nuovi
settori occupazionali.
Di fronte, poi, a temuti sviluppi delle dottrine disgregatrici
dell'unità nazionale, la scuola deve soprattutto offrire agli studenti forme
d'apprendimento che sappiano valorizzare la cultura classica, il senso di
appartenenza e la memoria storica.
Non volendo considerare inutile lo studio dell'informatica e
degli strumenti della moderna tecnologia, riteniamo che sia secondario
rispetto alla valorizzazione della cultura umanistica.
Questo progetto di riforma rischia di cancellare la cultura
nazionale, sostituendola con un indottrinamento pedissequo alla cultura
del regime ulivista. Libri di testo faziosi e professori sessantottini saranno
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AZIONE STUDENTESCA
gli artefici di questo scempio. Esempio lampante risulta essere tanto la
circolare su Gramsci, fondatore del partito comunista italiano, con la
quale si imponeva ai professori di lettere di celebrarlo in aula, quanto
l'esito della commissione incaricata dal ministro di definire le linee guida
dell'apprendimento, che ha dichiarato nel suo resoconto: "nell'attuale
panorama italiano gli individui non possono avere una loro identità
definita".
Questo quadro generale ci fa rabbrividire. Chiediamo una
riforma dei programmi didattici, ancorata ai principi della riforma Gentile
che prevedeva uno studio sereno e completo del passato.
Resta il decreto sul novecento, che prevede nell'ultimo anno
esclusivamente lo studio di questo secolo.
A fronte della condivisibile esigenza di conoscere gli eventi
del nostro tempo, abbiamo vissuto la scomparsa di interi secoli di storia,
soprattutto nazionale. Un esempio per tutti è lo studio del Risorgimento
relegato a qualche pagina di dispense integrative.
Per capire il novecento resta comunque necessario
conoscere come ci si è arrivati, per evitare mistificazioni storiche, ma
chissà se il ministro lo ritiene un obiettivo.
Per ovviare al caro libri ed al pericolo di una cultura di regime
il primo passo è l'eliminazione del libro di testo obbligatorio.
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ABOLIZIONE
DEL TESTO OBBLIGATORIO
Dopo aver assistito per anni al fenomeno della truffa
editoriale, testi ristampati e modificati solo con irragionevoli aumenti di
prezzo, dopo aver letto libri e libercoli che stravolgono eventi storici, ci
poniamo di fronte con i nuovi programmi al rischio di vedere nuovi libri
costosissimi propagandare visioni faziose di storia, letteratura, storia
dell'arte, etc.
Da anni si susseguono proposte trasversali per evitare alle
famiglie enormi spese e garantire agli studenti la possibilità di vivere a
scuola la cultura del confronto. Oggi è necessario inserire alcune
soluzioni tra le richieste inderogabili del movimento studentesco.
Da anni la nostra organizzazione si batte per l'abolizione del
libro di testo obbligatorio, per due motivi, uno di carattere puramente
economico, uno di carattere culturale.
Motivo economico
Stando ai Decreti Delegati del 1974, che regolano le norme
relative all'istruzione pubblica, i libri di testo dovrebbero essere
solamente consigliati dai docenti e non imposti come di fatto accade. Il
fatto è che nella cosiddetta "truffa editoriale", che coinvolge editori, autori
e cartolai, anche i docenti hanno un ruolo non indifferente.
Ogni anno, in primavera, i docenti sono chiamati a decidere
sui testi che adotteranno nelle classi l'anno successivo. Si calcola che in
Italia i libri di testo siano circa trentamila, quindi ovviamente la scelta non
è semplice. Per ottenere l'adozione del proprio libro di testo ogni Casa
Editrice invia nelle scuole un rappresentante incaricato di promuovere
presso i docenti il suo "prodotto", e il rappresentante in questione è
tenuto a dare in omaggio una copia del suddetto libro. Solo a Roma si
regalano testi pari ad un valore di un miliardo di lire, ed è chiaro che
questo è un costo che in qualche modo le Case Editrici devono
recuperare. Come? Aumentando, come ogni anno accade, il singolo
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AZIONE STUDENTESCA
prezzo di copertina.
Senza dimenticare il fatto che la maggior parte dei testi
regalati vengono venduti dai docenti nei mercatini del libro usato insieme
a quelle copie che le case editrici non riescono a vendere attraverso i
canali "istituzionali".
Altra causa del costo elevato dei libri di testo riguarda le
copie invendute. Le case editrici obbligano i rivenditori di libri ad
acquistare in anticipo i testi senza permettere loro di restituire gli
eventuali invenduti se non per una percentuale inferiore al 5% degli
acquisti. Con questi presupposti è ovvio che le librerie siano molto caute
nel loro ordini. E questo provoca due effetti:
• che nella maggior parte dei casi i libri adottati non si trovano;
• che le case editrici ogni anno si trovano alle prese con magazzini
pieni di testi invenduti. E magari l'anno seguente li modificano
cambiando la copertina o il formato. Ma resta sempre la necessità
di recuperare i soldi spesi... e allora non resta che aumentare il
prezzo.
E, per finire, come se non bastasse, è grave il problema del
continuo aumento del costo della carta, che influisce in modo non
indifferente sul costo dei testi.
Motivo culturale
La cultura che ci viene propinata e imposta nelle classi
attraverso questi testi è a dir poco scadente, e comunque decisamente
faziosa. La stragrande maggioranza dei libri di storia, ad esempio, ha
raccontato i trascorsi del nostro paese solo in un senso, tralasciando
consapevolmente e colpevolmente di approfondire le reali cause di
avvenimenti storici. La ragione risiede ovviamente nei cinquant'anni del
dopoguerra, quando la cultura è stata solo quella dell'antifascismo
facilmente traducibile in propaganda di sinistra.
Anche oggi i libri scolastici continuano a mostrare fiumi di
pagine sui soliti avvenimenti, tralasciando accadimenti non meno
importanti, almeno ai fini di una corretta e obbiettiva ricostruzione storica
(basti pensare alla recente polemica sulle foibe istriane che nei nostri
testi non vengono neanche citate).
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AZIONE STUDENTESCA
Per questi motivi chiediamo l'abolizione del libro di testo
obbligatorio, per frenare la speculazione editoriale e per far sì che ci
venga lasciata la libertà di scegliere i libri sui quali studiare.
Le proposte
• Deve essere lasciata a ogni singolo studente la libertà di scegliere il
libro di testo su cui studiare. In ogni modo si spezzerebbero le collusioni
affaristiche tra docenti e case editrici e si favorirebbe una cultura basata
sul confronto. Per evitare possibili indecisioni da parte degli studenti si
potrebbe poi istituire un libro guida scelto dal docente e acquistato dalla
scuola stessa.
• Il parere degli studenti in merito alla scelta dei libri di testo in consiglio
di classe deve essere vincolante. Gli studenti hanno il diritto di esprimere
il loro giudizio in merito ai testi sui quali dovranno formare la loro cultura.
• L'introduzione della carta riciclata nella stampa dei libri di testo, oltre a
rappresentare un momento di salvaguardia dell'ambiente, comporterebbe
una notevole riduzione del costo dei testi.
• Chiediamo che venga emanata una legge sull'ampliamento delle
biblioteche scolastiche, per permettere agli studenti l'approfondimento,
attraverso un numero maggiore di testi a disposizione nell'istituto.
• Le nuove edizioni che propongono solo aggiornamenti marginali
devono essere ridotte al minimo o addirittura vietate.
• Comodato dei libri di testo: consiste nell'acquisire testi da parte
dell'istituto che li presta allo studente per l'intero anno di corso.
Lo studente alla fine dell'anno riconsegna il libro nelle
condizioni in cui gli è stato dato o paga il prezzo del testo per permettere
alla scuola di riacquisirlo. Per ottenere la dotazione nei singoli istituti
senza variarne clamorosamente i bilanci, si è ipotizzato che i testi
vengano comprati dal primo anno dall'applicazione dell'eventuale
disegno di legge e poi per gli anni successivi così con piccole
integrazioni da coprire in cinque anni l'intero corso di studi.
La spesa non sarebbe altissima rispetto ai vantaggi ottenuti e
comunque si potrebbero modificare le tasse scolastiche per recuperare i
costi legati a questa iniziativa.
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AZIONE STUDENTESCA
CARTA DEI DIRITTI DEGLI STUDENTI
E DELLE STUDENTESSE
La carta dei diritti degli studenti e delle studentesse
rappresenta un raro esempio di demagogia. Innanzitutto è doveroso
ricordare che un documento che disciplina il comportamento degli
studenti all'interno delle scuole dovrebbe almeno essere discusso con gli
studenti, ma evidentemente nel "ruolo fondamentale" che gli studenti
hanno secondo Berlinguer non è prevista la capacità di opinione.
La carta di diritti è composta da cinque pagine di astrattezze
e controsensi, e non sancisce agli studenti altri diritti che quelli già
garantiti loro dalla Costituzione Italiana.
Si parla di sviluppo della personalità e della capacità critica
nell'ambito di una riforma della scuola che tende alla massificazione delle
personalità; si parla di valori della libertà di opinione ed espressione in
una scuola di regime culturale che tende all'indottrinamento; si parla di
identità in una riforma che l'identità, personale e nazionale, punta a
distruggerla; si parla di tutela al diritto allo studio in una scuola che
considera il parere degli studenti puramente marginale.
Vogliamo che sia riscritto con il parere vincolante delle
A.S.R., solo così potrà essere considerato valido ed efficace.
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