LADOMENICA
DOMENICA 24 NOVEMBRE 2013
NUMERO 455
DIREPUBBLICA
CULT
A casa
Mao
di
All’interno
La copertina
Ecco perché
la discrezione
può vincere
sull’apparenza
A centovent’anni
dalla nascita
siamo andati nel suo villaggio
per vedere come e perché
sopravvive il mito
ANAIS GINORI
e GABRIELE ROMAGNOLI
Il libro
Da Picasso
a Marilyn
le memorie
di Topor
DARIA GALATERIA
Straparlando
IL GIOVANE MAO ZEDONG E SULLO SFONDO LA SUA CASA NATIA IN UN DIPINTO DI XU BAOZHONG (1978)
Gualtiero Marchesi
“Io, il risotto
e il vizio
della perfezione”
DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI
ANTONIO GNOLI
L’opera
La storia
“Sono io il bambino
che Giacomelli
fotografò a Scanno”
MICHELE SMARGIASSI
Spettacoli
Parla Keith Jarrett
“Voglio pura musica
altro che Facebook”
GIUSEPPE VIDETTI
GIAMPAOLO VISETTI
N
SHAOSHAN
el reliquiario di Mao Zedong ogni oggetto è sacro.
Le sue sigarette non fumate, un thermos per il tè, la
boule azzurra che gli riscaldava lo stomaco, il lucido per le scarpe, la racchetta verde da ping-pong, i
suoi mutandoni di lana. Due piani di reperti esposti nella penombra, a temperatura costante, illuminati e protetti come capolavori. La colonna dei pellegrini scorre in silenzio davanti alle
vetrine che esibiscono “i calzini del Presidente Mao”, il suo pettine e le scatole dei biscotti di cui aveva bisogno non per la gola, ma
“perché lavorava sempre”. Alcuni anziani, al cospetto di un pigiama rattoppato, non trattengono le lacrime e qualche donna tocca un busto presidenziale mormorando parole di preghiera perché il figlio recuperi salute e prosperità. Il funzionario che mi guida nel museo del Grande Timoniere improvvisamente si ferma
davanti al celeste letto, immenso e in pendenza per “ospitare le
montagne di libri che divorava di notte”. Respira a fondo e intona
di colpo L’Oriente è rosso. Gli operai impegnati a ritinteggiare la sale, cambiare le lampadine, scrostare i vetri e sostituire i bambù ingialliti, attaccano l’inno con lui. C’è un certo odore di mobili in decomposizione, ma sulle pareti scorrono immagini ad alta definizione che ritraggono il Presidente Mao mentre “nuota sorridente
in un lago dalle acque gelide”. L’uomo che ha fondato la Repubblica Popolare Cinese, cambiando il destino dell’umanità, nacque centovent’anni fa e nel suo villaggio resta un dio immortale.
Tanto più eterno adesso, alla vigilia dell’anniversario: «Ventisei
dicembre 1893 — si affretta a puntualizzare la guida al termine
della sua baritonale esibizione di maoismo spontaneo — il giorno in cui è venuto al mondo il bambino che i genitori chiamarono
profeticamente “Ze-dong”, ossia “splendere sull’Oriente”».
Shaoshan, cinquanta chilometri a sud di Changsha, capoluogo
dello Hunan, contava allora quattrocento famiglie di contadini e
le sue colline erano infestate dalle tigri. Si aravano le risaie con i
bufali e la vita, sotto l’agonizzante dinastia Qing, scorreva come
nel Medioevo: la notizia della morte dell’imperatore giunse nella
fattoria dei Mao casualmente, due anni dopo il decesso.
(segue nelle pagine successive)
Il bel Falstaff
di Luca Ronconi
tra locomotive
in bianco e nero
GUIDO BARBIERI
L’arte
Il Museo
del mondo
L’Orlando
di Delacroix
MELANIA MAZZUCCO
Repubblica Nazionale
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LA DOMENICA
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Il reportage
LA STANZA DA LETTO
Milioni di cinesi vanno in pellegrinaggio nel paese di Mao
LA CAMERA DEI GENITORI
IL DEPOSITO PER IL RISO
Dove nacque la Lunga marcia
GIAMPAOLO VISETTI
(segue dalla copertina)
ex borgo conta oggi centoventimila abitanti, di cui quarantamila
si chiamano Mao, e quasi nessuno coltiva la terra. È stato ribattezzato “Città della Memoria Rossa”
e qui tutti vivono grazie al culto di
Stato per il padre del comunismo cinese. Un gigantesco manifesto affisso in piazza Mao Zedong, proprio davanti a una statua di Mao alta sei
metri, ricorda che “il nostro eroe è morto prematuramente il 10 settembre 1976, all’età di quasi 83
anni, ma noi ameremo per sempre il Presidente
Mao”. Un simile trasporto non permette che
qualcuno faccia la fame e dopo centovent’anni il
Grande Timoniere, mummificato nella piazza
Tienanmen a Pechino, può dire di aver reso ricchi i suoi compaesani. A Shaoshan, per onorare la
sua casa natale, arrivano cinque milioni di cinesi
all’anno. Solo in dicembre, per la ricorrenza, se ne
attendono altri due milioni. Assolti i lunghi doveri di fede, tutti entrano in un ristorante per mangiare “maiale stufato alla Mao” e “tagliolini della
felicità”, acquistano una copia del Libretto Rosso
e una piccola effige magnetica con il volto del divino per il cruscotto dell’auto, a benedizione dei
viaggiatori. Ma soprattutto tutti sono invitati dalle autorità ad assistere allo spettacolo che mette
L’
in scena infanzia e giovinezza del Presidente Mao
e a trascorrere una notte in albergo. Lo show, dopo decenni di sempre più stanche correzioni politiche, è in via di riadeguamento alla sensibilità
dei nuovi leader e alle imminenti celebrazioni.
Due ore di fiamme, battaglie, vittorie, sangue, fiori e bandiere rosse, chiuse dai fuochi d’artificio
del trionfo. Il messaggio è semplice: le forze occidentali erano il Male e Mao, grazie al suo coraggio, ha salvato il popolo cinese dalle belve del Novecento, facendo prevalere il Bene. Buona parte
del pubblico, al termine di una giornata sfiancante nel santuario maoista, crolla in un sonno
ostinato, che resiste anche ai fragorosi inni rivoluzionari. Quando cala il sipario però sono tutti
doverosamente commossi.
L’albergo Shengdi, storico rifugio dei dirigenti
spediti dal partito a omaggiare il padre della nazione, è invece un mito a sé. Sconfinato, in marmo bianco, imbottito di moquette rossa e gialla.
Troni e tavoli fingono di essere d’oro, come le teste di leone e i putti trombettieri appesi alle pareti. Nelle sale risuona la colonna sonora del film Titanic e le cameriere accorrono per mostrare i wc
giapponesi riscaldati e i soffitti affrescati delle
stanze, che illustrano l’epopea del Presidente
Mao come fossero le scene della vita di Cristo narrata dal Vangelo. Non si può dire che la struttura,
ai piedi della Montagna del Drago, esalti la frugalità delle origini, messaggio essenziale affidato a
Shaoshan dai successori del “padre di tutti noi”.
«L’hotel è vuoto — avverte la cameriera incaricata di sorvegliare il mio piano — Duecento camere, lei è l’unico cliente. Sono scomparsi tutti, dopo la caccia scatenata da Xi Jiping contro corrotti, lussi e stravaganze. Pensi: anche il gala organizzato per l’anniversario del Presidente Mao è
stato cancellato». Lo spreco di Stato per non
smettere di venerare la sola figura tuttora capace
di tenere uniti i cinesi è in effetti un problema
ideologicamente imbarazzante. A quasi quarant’anni dalla sua scomparsa, nella Cina iperconsumista che l’ultimo Plenum ha appena
aperto al “mercato decisivo”, che è l’opposto di
quella teorizzata dal Grande Timoniere, il partito
scopre di essere ancora Mao-dipendente. Altro
che riforme: il potere dei “prìncipi rossi” discende dal suo ricordo, che sostiene la società, lo Stato, il regime, tutto. Nessuno, da Deng Xiaoping a
Jiang Zemin e Hu Jintao e ora a Xi Jinping, ha avuto il coraggio di mettere sostanzialmente in discussione il dio dei cinesi e la nazione si scopre ancora prigioniera del dittatore da cui non ha saputo affrancarsi, nemmeno dopo la sua morte. Discutere in modo aperto di Mao equivarrebbe a
parlare liberamente del partito-Stato, permettere la ricerca della verità: come imprimere un sigillo sulla fine del regime. Pechino deve così alimentare la fiamma della sola fede ammessa: chi
si astiene resta un traditore. Alimentare il culto di
massa, dopo centovent’anni, è però tremendamente dispendioso e il popolo degli ex compagni,
pronti a piangere davanti alle “scarpe bucate del
Presidente Mao”, è meno propenso ad assolvere
i costi di una propaganda che, assieme al padre,
promette di consegnare all’eternità anche i figli,
auto-proclamati successori.
Per la prima volta, alla vigilia del sacro anniversario, la Cina si indigna dunque per i 2,5 miliardi
di dollari stanziati dal governo per i festeggiamenti del 26 dicembre a Shaoshan. Una bestemmia: condannare le energie profuse per «dire collettivamente grazie al Presidente Mao». Eppure è
così, la nuova classe media dei consumatori urbanizzati alza la voce contro i nostalgici nazionalisti dell’antico mondo rurale e si capisce perché
nel villaggio natìo, investito della titanica missione di «gestire sedici piani patriottici» senza smarrire uno yuan, non si vedono volti rilassati. Mao
Zedong costa, la ri-maoizzazione succede alla
de-maoizzazione, e il partito rischia. Bisogna
ammettere che, nell’eccesso obbligato di zelo
apologetico, si è esagerato. A Changsha, dove
“l’ultimo imperatore” studiò e insegnò nell’Accademia Yuelu, una sua testa di granito alta trentadue metri domina il fiume Xiang e funge da
sfondo per le foto degli sposi. Di qui parte l’auto-
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Un culto ancora oggi funzionale sia alla Cina comunista sia a quella consumista
IL CORTILE INTERNO
CON I CONTADINI
Mao Zedong davanti alla casa di Shaoshan
in cui nacque il 26 dicembre 1893,
ora trasformata in museo (nelle foto a colori)
In basso, la grande illustrazione raffigura
il pellegrinaggio verso la casa:
sotto il disegno si legge la scritta
“Shaoshan, il luogo in cui sorge il sole rosso”
strada personale di Mao, che in un’ora conduce
direttamente alla fattoria dove è nato. L’asfalto è
tirato come un velluto e centinaia di operai rabboccano a mano impercettibili buche. Il percorso è deserto e l’autista del pullman non può smettere di suonare per disperdere stormi di gazze che
riposano sulla corsia di sorpasso. La “Città della
Memoria Rossa” invece è in fermento. Ordini dall’alto: centinaia di botteghe di souvenir rinnovano le fotografie dei vecchi leader, gli album con le
poesie del Presidente Mao e quelli con la sua
“struggente calligrafia”. Su una spianata di cantieri si costruiscono il nuovo “Museo di Mao e della Cina”, alcuni alberghi, una nuova stazione per
i treni ad alta velocità, un centro commerciale «a
tema rivoluzionario», cinema e teatri per replicare «un’adolescenza leggendaria». Le impalcature nascondono anche la casa degli avi dei Mao,
eretta nel 1763 e trasformata in scuola per la seconda moglie del giovane Zedong, come i venerati “bagni sovietici” color smeraldo del bunker
anti-atomico segreto, scavato nel 1960 sotto il
dosso dove è sepolto suo nonno. Dietro la statua
del centenario, voluta da Jiang Zemin nel 1993, si
cambiano i fiori, si potano i sessantatré pini, uno
per ogni etnia, e si sostituiscono le corone con la
scritta “Noi ameremo Mao per sempre”. La coda
per accedere alla casa natale del Presidente Mao
comincia qui, a poco meno di un chilometro dal
letto in cui la madre, fervente buddista, lo partorì
dopo due figli defunti. Eserciti di guide turistiche
e ambulanti assediano i fedeli-clienti, ordinati
fuori dai pullman delle gite di partito. Giovani in
abiti da monaci e sosia presidenziali, di varie età,
si offrono a prezzi proletari per foto-ricordo.
Nessun grande dittatore del Novecento, non
Lenin, non Stalin, e tantomeno Mussolini o Hitler, ma neanche alcun statista democratico,
conserva un memoriale così impressionante e
ancora decisivo, fondamentale per la sorte della
Cina e tanto influente sul destino del mondo,
quale è la fattoria dove Mao Zedong «cominciò a
vivere aiutando i genitori nei lavori della stalla».
Chi ci arriva è stato preparato: conosce biografia
e storia a memoria, ha scorso centinaia di fotografie d’epoca, digerito decine di documentari
seppiati e si limita a dire «vado alla Casa». Sa che,
dopo due ore d’attesa e giorni di viaggio, scorrerà
in cinque minuti attraverso sei stanze spoglie di
una vecchia dimora contadina con muri e pavimento di fango, in riva a uno stagno, davanti a una
risaia e alla collina dove riposano l’amata madre
e l’odiato padre del Presidente Mao. Eppure, dopo centovent’anni dal divino vagito, la massa dei
cinesi indebitati per una berlina tedesca e con il
sogno inconfessabile di fuggire in America, procede in religioso silenzio tra il focolare e la vasca
per l’acqua, commossa dalla propria, presto dimenticata povertà. È questo il capolavoro della
propaganda maoista, più forte del silenzio che
torna ad avvolgere lo sterminio del “Grande Balzo in Avanti” e i crimini della Rivoluzione culturale, abomini negati o ignorati del maoismo. Il
messaggio universale della rinnovata nomenclatura è potente: l’energia dell’epocale successo cinese continua a derivare dalla forza di questa mi-
seria, dalle privazioni, dal sacrificio, dall’onestà,
dall’abnegazione filiale, dalla frugalità, dalla determinazione che permisero a un giovane contadino dello Hunan di trascinare la patria colonizzata dall’impero al socialismo, mutando il corso
di due secoli. È il cuore dell’aggiornata ideologia
capital-comunista della svolta riformista annunciata il 12 novembre da Xi Jinping: «Spianare le
montagne», «arricchirsi gloriosamente» e ora
«consegnarsi al mercato», ma non rinunciare «all’anima marxista del servire il popolo». A questo
appalto della persuasione resta affidata l’irrinunciabile sacralità della casa natale del Presidente
Mao. Si può evitare il mausoleo di Tiananmen,
non la culla di Shaoshan. Cinque minuti di raccoglimento e una fotografia sull’augusto uscio,
come in una Mecca materialista, bastano per una
vita obbediente, se si riconosce l’autorità del luogo-mito. Il rinnovato impegno a una tale fedeltà
vale ben l’investimento di Pechino che, per l’occasione, rompendo un altro storico tabù, si appresta a lanciare il cartoon Quando Mao Zedong
era giovane, a esportare il film d’animazione Come si fa a diventare presidente e a stampare il volume Qualcuno deve finalmente dire la verità, che
nega i quaranta milioni di morti del “Grande Balzo in Avanti”.
«Nessuno spreco per l’anniversario — dice il
funzionario che mi accompagna a salutare l’ultima vicina di casa che assicura di essere stata ami-
ca del Grande Timoniere — Mao non appartiene
alla sinistra, è l’ispiratore di ogni cinese e i giovani di tutto il mondo devono conoscerlo». L’ambiguità scientifica della divinità e dei suoi interpreti: dopo centovent’anni, grazie all’umiltà della
Casa, il Presidente Mao resta il volto del partitoStato, ma diventa pure l’immagine dei suoi oppositori interni, del montante ma imperseguibile dissenso-maoista che vorrebbe abbattere la
casta corrotta che, proprio nel nome di Mao, torna a teorizzare il potere come dinastia ereditaria
dei grandi interessi di clan. Primo difensore e atto d’accusa, sintetizzati in unico mandato del cielo, «insidiato solo — assicura la guida — dalla tentazione del denaro». Lo spirito di Mao però non
ha impedito alla Cina di crescere fino a diventare
la potenza più ricca del secolo. Un tappeto di teste adoranti, mentre la notte risale il passo del “Riposo della tigre”, si inchina così emozionata davanti alla gigantesca macina di pietra che il piccolo Zedong «riuscì a muovere già all’età di tre anni». Fantasie, storia, parabole, propaganda:
quanto tempo resisterà questa Cina del dopo figlio unico e liberata dai campi di lavoro, ma costretta ad aggrapparsi all’unico dio che riconosce
come proprio, per poterlo quotidianamente abbattere senza crollare? «Mao Zedong vivrà per
sempre — recita il falegname che entro il 26 dicembre deve finire di restaurarne l’altare domestico degli avi — Ma una cosa è certa: se Lui tornasse qui e vedesse ciò che siamo diventati, altro
che riforme, farebbe subito un’altra rivoluzione».
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LA DOMENICA
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L’attualità
Nome George
Cognome Nyonge
Professione Venditore
Daniel
Ndunju
24 anni
Venditore
di peluche
Segni La sua moto
particolari è negozio
e magazzino
Nome
Cognome
Età
Professione
di paralumi
Guadagno Fino a 1000
scellini al giorno
(10 euro)
Famiglia Sposato con 4 figli
Slum
economy
George è specializzato in paralumi, Jackson
in scarpe, Michel in reggiseni, Erastus canta
Piccolissimi imprenditori
del ghetto sono (anche) loro
gli artefici della nuova Africa
I negozi di Nairobi
hanno buone gambe
MARCO MATHIEU
FOTO DI FILIPPO ROMANO
Nome
Cognome
Età
Professione
aniel, per esempio. Ha
24 anni, una moglie,
un figlio. E la vecchia
motocicletta con cui
gira, sommerso da
una montagna di pupazzi di peluche, tra i vicoli di questa
immensa distesa di baracche. Ovvero, Mathare: slum alla periferia di
Nairobi dove provano a sopravvivere
D
Johnston
Mutunga
21 anni
Venditore
di pesticidi
Guadagno 200 scellini
(circa 2 euro)
al giorno
Segni Indossa un cappello
particolari “da topo”
per attirare
l’attenzione
dei clienti
più di seicentomila persone. E decine
di venditori ambulanti, come Daniel.
Oppure Jackson e Mike, 36 anni in
due, specializzati in scarpe usate: dopo averle scelte tra quelle che riempiono i container in arrivo da Europa
e Stati Uniti, le hanno aggiustate, lavate e lucidate. E ora le vendono, arrivando a guadagnare anche 3.000
scellini (l’equivalente di 30 euro) in
una settimana. Un piccolo patrimonio, da queste parti. Dove quello dell’ambulante è diventato il nuovo mestiere, l’ipotesi di un pezzo di futuro,
per molti giovani del ghetto. Evitando
i furti, la violenza e il controllo della
malavita locale fanno circolare merci, sorrisi, trattative e oggetti. Dalle
giacche vendute da Isaac ai paralumi
di George, fino agli scaldavivande in
plastica di Peter.
Tutti hanno bisogno di qualcosa,
tutti offrono qualcosa. Come le scope
di saggina di Josiah o le sim card di
Ben. Ma anche le marionette di Bernard e i cappelli di Jimmy, i medicinali di Lessiamon e i vestiti da bambini di George. Per la musica, invece,
basta rivolgersi a Erastus, 27 anni:
speaker a tracolla e microfono in mano, canta e improvvisa sulle basi registrate raccogliendo le offerte tra il
pubblico.
Perché questa è una storia fatta di
piccoli, ma importanti esempi. Dentro un movimento continuo di facce e
commerci, che arriva fino a noi grazie
alle immagini scattate da Filippo Romano, quarantacinquenne milanese. A Mathare lavora con due ventenni: Jfam, rapper molto noto nel ghetto, e Adigo, attivista e volontario di
una ong. «Sono le mie guide, le mie
antenne, ma soprattutto condivido-
Nome
Cognome
Età
Professione
Guadagno
Famiglia
Segni
particolari
Michel
Mtuo
50 anni
Venditore
di reggiseni
300 scellini
(circa 3 euro)
al giorno
Ha 4 figli
Parla bene
l’inglese
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Nome Lessiamon
Età 25 anni
Professione Venditore
Nome Jack
Professione Lucidatore
di scarpe
di medicine
tradizionali
Segni particolari Nella tanica
ha un siero
antimalarico
venduto
per 30 scellini
(30 centesimi
di euro)
al bicchiere
no il mio progetto (LiveInSlums) che
parte dal rapporto speciale che gli
abitanti dello slum hanno con le immagini», racconta Filippo. «Se entri in
una baracca chiunque ti mostra il suo
album personale con le foto in formato 10x15. La fotografia diventa il modo per raccontare la propria vita: sono scatti fatti in giorni speciali, tutti
tendono a essere eleganti, attenti al
modo in cui si vestono». Compresi i
nuovi ambulanti che si muovono veloci tra le strade dissestate di Mathare. «Ho iniziato tre anni fa a raccogliere le loro storie: a ognuno di quelli che
ritraggo regalo una foto, perché ricordi il giorno che muzungo — il muso
bianco — lo ha ritratto. E quelle immagini servono poi per entrare nel
circuito del microcredito, che è diventato il nuovo e piccolo motore
economico dello slum».
Piccoli scambi, altri esempi. I nuovi ambulanti vengono infatti aiutati
— con un principio simile a quello
delle start-up — da WhyNotAcademy, la scuola che li mette in relazione con una piccola galassia di ong
e imprenditori. Sono poi loro a sostenere l’avvio dei progetti, muovendo
così un circuito virtuoso di potenziale riscatto sociale in questa gigantesca area precaria di umanità alla ricerca della sopravvivenza. Come in-
Guadagno 150 scellini
(1,50 euro)
per ogni
paio di scarpe
Gli ambulanti che sfidarono l’apartheid
PIETRO VERONESE
egli anni Ottanta del secolo scorso, meno di dieci
anni prima di crollare per sempre, il regime segregazionista sudafricano appariva ancora forte.
Certo, i ghetti neri erano in rivolta, il governo costretto allo stato d’emergenza, il prezzo di sangue era molto alto,
ma la forza del regime razzista appariva invincibile. Eppure, l’azione combinata della instabilità interna e delle
crescenti pressioni internazionali cominciarono a produrre le prime crepe. Ci fu un tentativo di ammorbidire il
rigore delle leggi segregazioniste. Il simbolo di questa
svolta inattesa furono gli hawkers, i venditori ambulanti.
Le leggi dell’apartheid disciplinavano in maniera rigidissima la separazione delle razze. Separate, in particolare, erano le aree di residenza. Alla sera i neri dovevano
rientrare nei loro sterminati quartieri-ghetto e per uscirne dovevano a richiesta esibire dei lasciapassare, dei
“passaporti interni”. Nelle zone dei bianchi erano ammessi solo per motivi di lavoro, e il lavoro era a sua volta
molto rigidamente codificato. La manodopera necessaria alle varie attività era puntigliosamente quantificata.
Così il venditore ambulante, che propone la sua merce a
un angolo di strada, incarnava ciò che l’apartheid combatteva con tutte le sue forze: un moto di libertà. Ed era
perseguito alla stregua di un sovversivo, di un terrorista.
Per questo la notizia che il governo aveva deciso di liberalizzare il commercio ambulante suonò, in quel con-
N
testo, sconvolgente. Gli hawkers, che subito popolarono
i marciapiedi del centro città con ogni sorta di mercanzia,
erano gli araldi di una rivoluzione.
Lo sbarco dei venditori di paccottiglia nel central business district di Johannesburg mise infatti sotto gli occhi di
tutti due cose. Primo, che sebbene negli schieramenti
della guerra fredda il regime sudafricano fosse stato un
baluardo del “libero mercato”, esso era in realtà statalista,
ipernormativo, illiberale nel campo economico forse ancor più di quanto non lo fosse in quello politico. Non a caso il grande capitalismo privato, a cominciare dalle multinazionali di oro e diamanti, gli era diventato ostile.
La seconda era il suo carattere radicalmente anti-africano. Come confermano i ritratti fotografici pubblicati in
questa pagina, scattati a Nairobi, il venditore ambulante
è in tutta l’Africa la cellula economica di base. Potremmo
chiamarlo un liberismo antropologico, prima ancora che
economico. Egli incarna una verità spiacevole che non
amiamo sentirci dire: siamo stati noi europei, con la conquista coloniale prima, con le regole di scambio ineguali
poi, saccheggiando le materie prime in regime di monopolio o mettendo fuori gara gli agricoltori africani perché
sovvenzioniamo slealmente i nostri, a impedire a questi
umili venditori appostati all’incrocio di diventare competitors sul mercato mondiale.
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segna la storia di Tommy, o almeno
così tutti lo chiamano a Mathare. «Faceva parte di una delle tante gang di
rapinatori», ricorda Filippo. «Ma nel
ghetto il controllo della malavita è
pressoché totale e non ammette sgarri, eccezioni. Sono frequenti gli episodi in cui la mafia locale trova questi
giovanissimi banditi e li espone al linciaggio delle persone comuni, fino a
bruciarne i corpi». Tommy ce l’ha fatta: si è tirato fuori accedendo al progetto dello scambio, raccontando la
sua storia e facendosi fotografare, iniziando così anche lui ad andare in giro a vendere qualcosa: canna da zucchero, che la gente compra e poi succhia, mentre lui gira con il suo carrello tra i vicoli.
Perché il futuro è un concetto lontano, in questo slum a venti minuti
dal centro di Nairobi. Ma i giovani
ambulanti ora provano ad arrivarci
con un altro scambio. Un altro piccolo, ma importante esempio. E a sentire Filippo sembra già di rivedere il
sorriso di Daniel, sulla sua moto in
mezzo alla montagna di pupazzi di
peluche. «Faremo un libro, con le immagini e le storie di questi ragazzi, organizzeremo una piattaforma online
per far continuare il racconto a loro,
sul web».
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Nome
Cognome
Età
Professione
William
Thega
24 anni
Cammelliere
Ogni corsa
dura 10 minuti
e costa 10 scellini
Guadagno 500 scellini
(circa 5 euro)
al giorno
Segni particolari Il cammello è suo
Nome
Cognome
Età
Professione
Erastus
Kamau Wa Shaini
27 anni
Canta su basi
registrate
Repubblica Nazionale
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La storia
FOTO © ROBERTO SERRA
Incroci
Tutto solo, le mani in tasca, lo sguardo sereno e un’aureola intorno
Quell’immagine magica scattata nel paesino abbruzzese alla fine degli anni Cinquanta
finì poi al MoMa di New York. Ora la nipote del grande fotografo
italiano ha scoperto chi è quel ragazzino. Noi l’abbiamo incontrato:
“Se sto così rigido è perché faceva freddo e avevo addosso soltanto un golfino...”
MICHELE SMARGIASSI
«L’
LIVORNO
ho trovato!»,
esulta Simona
via email. Simona è un’eccellente archivista e ricercatrice di fotografia, trovare è il suo mestiere. Ma ha trovato cosa? «Il bambino! Il bambino di
Scanno, quello nella foto dello zio. Non
ricordi?». Simona Guerra è anche la nipote di Mario Giacomelli, il Leopardi del
bianco-e-nero, il genio irregolare di Senigallia, uno dei quattro o cinque nomi
che tutto il mondo conosce nella storia
della fotografia italiana. Sì, ricordo, un
paio d’anni fa, quando Simona pubblicò un suo lungo colloquio biografico
con lo zio registrato poco prima che morisse nel 2000, parlammo di quella foto
di mezzo secolo fa che diventò la sua più
celebre, la foto magica col bambino aureolato di luce in mezzo alle donne in
nero, nel paesino abruzzese di Scanno,
e le dissi: «pensa che emozione sarebbe
incontrare oggi quel bambino... La riapparizione del Referente...». Lei non
sembrava convinta. Invece poi l’ha trovato. Nel modo più semplice: è andata a
Scanno con la fotografia sottobraccio, e
ha cominciato a fermare la gente per
strada: «Riconosce questo bambino?».
Non ha dovuto insistere. «È Claudio De
Cola», prima due anziani, poi un capannello, identificazione corale, «Abitava
vicino alla chiesa. Ci stanno ancora i
suoi genitori». E i genitori, che quella fotografia celebre non l’avevano mai vista: «È Claudio», confermano sicuri, tirano fuori l’album delle prime comunioni, e non ci sono dubbi: ecco Claudio, più grandicello ma identico, sopracciglia, orecchie, stempiatura, stesse mani in tasca.
“Sono io il capolavoro di Giacomelli”
Claudio non vive più a Scanno da decenni. Ha una sessantina d’anni, è sposato, ha figli, abita in Toscana. Bene, andiamo a trovarlo. «No, io non vengo», risponde Simona, lapidaria. Ma come?
L’hai cercato per anni... «Io mi fermo
qui. A Scanno ho cercato qualcosa di
me, la mia infanzia, quel che mi ha dato
quell’immagine, e io le resto fedele. Le
fotografie bisogna lasciarle stare. Cercare è meglio che trovare». Resto senza
parole. Simona, nelle foto ci sono le nostre emozioni, ma anche il mondo...
Certe fotografie ti tirano dentro, e questa è una. Come disse Roland Barthes di
fronte a uno scatto di Kertész, ritratto di
un bimbo dell’età di Claudio: «È possibile che Ernest viva ancora? Ma dove?
Come? Che romanzo!». Ecco Simona, io
vorrei il romanzo. «Allora vai tu», sospira, capisco che solo l’amicizia le impedisce di essere più brusca, «scriverò un
libro su questa foto, pubblico la scoperta sul mio sito, ma con questo ho rag-
giunto il mio ultimo scalino. Tu se credi
cerca il tuo».
Ed eccomi davanti a un condominio
anni Cinquanta, nel centro di Livorno.
Apre la porta, sorridendo un po’ imbarazzato. Stempiatura. Sopracciglia. E
ha le mani in tasca! «È più forte di me»,
ride «non sa che fatica trattenermi,
quand’ero in divisa...». Claudio è stato
per quarant’anni un finanziere. È andato in pensione un anno fa col grado di
luogotenente, poi la nomina a cavaliere. Il salotto è pieno di quadri. La fotografia di Giacomelli non c’è. «Devo avere il ritaglio da qualche parte».
Sì, l’aveva già incontrato il suo avatar
in bianco e nero. Una quindicina d’anni fa la foto era apparsa su un quotidiano, e un conoscente gli aveva detto
«guarda, ci sei tu». Ma Claudio pensava
fosse una delle tante foto storiche di
Scanno. Città fotogenica, fin troppo. Da
quando, nel 1952, passò di lì Henri Cartier-Bresson, e creò il cliché arcaico me-
ridionale delle donne in nero fra stradine di ciottoli e scalinate, quel paesino
montano d’Abruzzo divenne la Mecca
dei fotoamatori, che ci facevano le gite
domenicali, ma anche di grandi firme,
Berengo Gardin, Roiter, Cresci, Monti...
I bar espongono foto da museo, c’è pure una “via della Fotografia”.
Giacomelli, tipografo intellettuale e
un po’ misantropo, andò a Scanno due
volte, nel ’57 e nel ’59, anche un po’ per
sfidare lo stereotipo di eden del pittoresco che Scanno era diventata. Per lui era
«posto di favola», luogo immaginario,
forzò i diaframmi per evitare il documento, tornò a casa con un pugno di immagini rarefatte, contrastate, «sporche», di bianchi bruciati e neri catramosi. Il critico Piero Racanicchi se ne innamorò. Le mostrò a John Szarkowski, direttore della sezione fotografia del MoMa di New York. Che ci impazzì. Il
“bambino di Scanno” fu l’unica fotografia italiana tra le cento della mostra-
spartiacque “Looking at Photographs”.
Quel bambino aureolato in realtà non
entusiasmava il suo autore, la sua foto
più famosa non è mai stata la sua preferita, al collega Alfredo Camisa confessò
addirittura che quell’alone rinforzato in
camera oscura gli era venuto «mascherato male», «quasi una porcheria». Ma il
guru americano stravide per le diagonali, i contrasti, per quei profili malinconici di donne scure che gli parvero
«bersagli di un tirassegno meccanico»...
«Ma no, avevano freddo», sorride
Claudio, mite e senza retorica. «A Scanno fa freddo d’inverno. Vede, io sto rigido perché ho freddo e ho solo un golfino. E quelle donne di sicuro hanno lo
scaldino sotto il mantello». Me ne mostra uno, di quegli scaldini, piccolo braciere di ottone, stufetta portatile: «Per
questo camminano così curve». Esplora la fotografia che gli ho portato, col dito, centimetro per centimetro. Giacomelli ha “mangiato” i dettagli, ma Clau-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 NOVEMBRE 2013
FOTO © SIMONE GIACOMELLI / ARCHIVIO GIACOMELLI SENIGALLIA
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FOTO © RENZO TORTELLI
FOTO © MATTIA GALLO
FOTO © MATTIA GALLO
dio li ripesca: «Questa è la chiesa di
Sant’Antonio. Io abitavo nell’ex convento, queste sono le finestre di casa
mia, ci sono i nostri panni stesi, vede?».
Un anno fa Claudia, sua figlia, laureata in Storia dell’arte, incontrò questa foto su una parete del Mart di Rovereto.
«Babbo sei in un museo», gli telefonò.
Appresero con stupore la fama di quella immagine vista forse da milioni di
persone in mezzo mondo. «E dire che a
me non piace viaggiare...». Claudio
guarda il suo alter ego con moderato affetto, come fosse uno dei suoi cugini
emigrati. Quel momento, però, non lo
FOTO © LISA CALABRESE
LE IMMAGINI
In alto, il “Bambino di Scanno” di Mario
Giacomelli (per gentile concessione
dell’Archivio Giacomelli di Senigallia
e di Simone Giacomelli). Nell’altra
pagina, Claudio De Cola in posa
con il suo ritratto da bambino
A sinistra, dall’album di famiglia,
una foto di Claudio da piccolo messa
a confronto con quella di Giacomelli
Qui accanto Simona Guerra, nipote
del fotografo, con la madre e (sopra)
il padre di Claudio; cerchiato in rosso,
Giacomelli nel 1957 a Scanno
ricorda. Giacomelli che lo fotografa non
c’è, nella sua memoria. «Curioso, quello spiazzo era sempre pieno di bambini,
chissà come ha fatto a prendermi da solo». La solitudine di quel bimbo è il fascino che ha reso celebre l’immagine,
come il suo volto, unica cosa a fuoco,
unico volto sereno, l’unico che sembra
guardare verso un futuro... «Mi sa che
stavo andando da mia zia», si schermisce Claudio. «Ma qualcosa di vero c’è.
Qui avrò forse sei anni. L’anno dopo mi
misero in collegio dalle suore, all’Aquila. Questa fotografia segna un passaggio
nella mia vita. Da allora non ho mai più
vissuto a Scanno».
Non ci sono più cose da dire. Sapersi
l’originale di un’opera d’arte, sentirsi
come la Monna Lisa della fotografia,
è stata per lui una
curiosità piacevole, «ma non mi
cambia la vita». Ci
salutiamo. Promette: «Magari un
giorno andrò a
New York a vedermi in quel museo».
Più tardi, Simona mi chiama al cellulare. Un po’ ansiosa. «Allora?». Tranquilla. Anche io ho
raggiunto il mio gradino. Oggi ho incontrato una persona, non una fotografia. Spesso le strade delle persone e delle fotografie si incrociano, rare volte
quell’incontro produce immagini che
restano patrimonio dell’umanità. Ma
dura pochi centesimi di secondo, poi foto e persona prendono ciascuna la propria strada. Rarissime volte, per qualche
istante, si incontrano di nuovo e si salutano con rispetto e distaccata cortesia.
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DOMENICA 24 NOVEMBRE 2013
LA DOMENICA
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Spettacoli
Duri e puri
“Vivo isolato dal mondo
ma contro la stupidità
non c’è muro che tenga”
Il grande jazzista
racconta
a “Repubblica”
la fatica di vivere
ai tempi
di Facebook
Ma pure l’entusiasmo
per il suo ultimo lavoro
“Arriva da un luogo
dove sempre più
raramente i creativi
hanno accesso”
I DISCHI
La copertina di No End (edizioni Ecm),
ultima fatica di Keith Jarrett:
in un doppio cd venti brani sovraincisi
in splendida solitudine nel 1986
e fino a oggi rimasti inediti
Sotto, la copertina di The Köln Concert (1975),
il disco più venduto della storia del jazz
(4 milioni di copie) e quella di Restoration Ruin
(1968), il suo “manifesto hippie”
Nell’altra pagina Jarrett oggi,
sessantottenne. Tutt’intorno alcune
copertine dei suoi oltre 100 dischi pubblicati
Keith
Jarrett
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 NOVEMBRE 2013
■ 35
“La mia musica
sorprende anche me”
GIUSEPPE VIDETTI
straordinario sentirlo ridere. Non la
smorfia a denti
stretti che indirizza al pubblico alla
fine dei più felici
concerti in trio, ma
scoppi allegri, fragorosi, irrefrenabili. Ricordare, l’esercizio che l’ha
sempre indispettito, ora lo diverte. Quando parla di Miles
Davis ne imita perfettamente la voce,
quando racconta dei suoi anni Sessanta è sereno e divertito. Keith Jarrett, sessantotto anni, pianista sublime il cui
genio e tormento non hanno uguali se
non in Glenn Gould nella storia musicale del Novecento, ha ritrovato il buonumore riascoltando una serie di registrazioni che aveva seppellito nello
studio di Warren County, nel New Jersey. Un raptus che lo colse nel cuore degli anni Ottanta: abbandonato in un
angolo il pianoforte, prese a sovrincidere basi di chitarra elettrica, basso,
percussioni e voce — quelle tipiche intrusioni vocali sempre più udibili nei
suoi concerti. Il risultato esce soltanto
adesso e sta in un doppio cd, No End
(pubblicato contemporaneamente al
triplo per piano solo Concerts: Bregenz/Münchene alle Sonate per violino
e tastiera di Bach eseguite con Michelle Makarski). Sono venti movimenti
musicali senza titolo, diario sonoro di
uno stato di grazia e di una leggerezza
di cui non lo credevamo capace; un’esperienza sorprendente nella sua vasta
discografia di quasi cento album, tra
incisioni per pianoforte (The Köln Concert, del 1975, è il disco più venduto della storia del jazz con quasi quattro milioni di copie), in trio e incursioni nella
musica classica e contemporanea (Bach, Händel, Mozart, Shostakovich e Arvo Pärt). Qui non c’è ombra del Jarrett
ombroso, scontroso, egotista, schizoide, lacerato da un fervore creativo che
sfida l’impossibile. No end è piuttosto
una serie di mantra antistress, suoni
per un moderno Zabriskie Point. «Danze tribali di mia invenzione», le chiama
Jarrett entusiasta. «I miei amici, anche
musicisti, che l’hanno ascoltato mi
hanno guardato stupefatti. “Che roba
è?”. Poi, alla fine: “Una cosa è certa, sei
tu!”», aggiunge soddisfatto.
Sembra ancora più sorpreso di noi
quando parla di No End.
«Lo sono. È musica diversa, ricca,
ritmica, contagiosa».
Cosa ricorda di quei giorni trascorsi in solitudine nel suo studio?
«Sono passati ventisette anni, non
eravamo ostaggi del terrorismo, sedotti dalla Apple, indottrinati da subdoli messaggi politici. La felicità era
ancora a portata di mano, la libertà era
un diritto acquisito. Suonare era gioia
allo stato puro. Il resto è nebuloso; feci
tutto da solo, mi ero preso terribilmente sul serio anche come ingegnere del
suono. C’erano momenti in cui mi lasciavo andare, uscivo da me; come se
stessi ascoltando la performance di un
altro musicista. La medesima euforia
È
che ho provato quando ho cominciato
a riascoltare le vecchie cassette e lavorare alla postproduzione del cd. Ho
impiegato almeno settanta ore per ottenere un risultato sonoro accettabile.
E non mi sono mai annoiato».
Furono musiche registrate in ordine sparso o lo stream of consciousness
di un artista?
«Ero in preda a una sorta di smania
creativa, andavo in studio ogni giorno
senza nessuna idea melodica o ritmica
in mente, improvvisavo dall’alba al
tramonto. Ricordo solo il feeling, lo
stato di grazia in cui mi sentivo, ispirato, in estasi, rapito in una dimensione
parallela che stento a decifrare. Ogni
volta che imbracciavo uno strumento
era come se mi preparassi a suonare
nel gruppo di qualcun altro».
Qual era lo strumento guida?
«Di solito era la batteria a entrare per
prima, un drumming primitivo che accompagna vibrazioni decisamente
rock, il rock come
l’intendo io, non
come i batteristi
tradizionali che ripetono lo stesso
ritmo fino alla
noia. Alteravo i volumi a seconda di
com’era l’ascolto
in cuffia. Oggi ottenere lo stesso risultato sarebbe
più difficile che fare rafting alle sorgenti del Nilo. È un
esperimento unico e irripetibile; in
quel momento
avevo l’energia di
sei musicisti, e
questo è uno dei
motivi per cui oggi
non sarei in grado
di rifarlo. Le sembrerà ridicolo, patetico, ma mentre ero
intento alla preparazione del disco immaginavo le conversazioni di studio
tra vari musicisti — e lo facevo ad alta
voce. Ci sono almeno sei diversi Keith
Jarrett in questo progetto».
Musica per risollevare lo spirito: ci
riporta a Ravi Shankar, ai viaggi intergalattici di John Coltrane e alla musica
totale che lei sperimentò col gruppo di
Miles Davis nei primi anni Settanta.
«Infatti oggi ripenso a quella come a
un’esperienza mistica. I miei figli erano
giovanissimi all’epoca — uno era in pieno trip punk con il taglio da moicano e
tutto il resto, l’altro invaghito di Michael
Jackson. Entrai in studio e presi in mano la chitarra pensando: riuscirò mai a
suonare qualcosa che li interessa? Ma
siccome credo fermamente che qualsiasi musicista di un certo livello non sia
capace di suonare per altri che per se
stesso, una volta che quest’avventura
prese piede dimenticai i miei figli, era
una cosa mia e solo mia. Noah, il più
grande, che ora ha più di trent’anni e
non aveva mai ascoltato queste musiche, è venuto a trovarmi qualche giorno
fa e le ha trovate geniali; sua figlia, la mia
nipotina di cinque anni, si è messa immediatamente a ballare. Noah ha
esclamato: “Papà, hai allargato la tua
platea al pubblico dell’asilo”. In effetti
fu un approccio innocente. Non ricordo esattamente perché lo feci. Fu un’esigenza liberatoria? Stavo preparandomi a uno di quegli estenuanti tour per
piano solo? Era musica terapeutica, nel
senso più primitivo del termine, e ancora lo è».
Lasciare in un angolo il piano, cui
concede solo un cameo, e suonare altri strumenti le servì ad allentare la
tensione?
«Non direi. Il punto è un altro: riesco
a stabilire un rapporto di maggiore intimità con gli strumenti che posso imbracciare. Il pianoforte è uno strumento molto complicato, tra lui e me
c’è un costante scontro di personalità,
non sono mai me stesso come con una
chitarra, un basso o un sassofono che
stringo in mano.
Ricordo un concerto che tenni a
New York molti
anni fa, alla fine
degli anni Sessanta (con Charlie Haden e Paul Motian), in cui cercavo di far suonare il
pianoforte come
una chitarra. Miles Davis, che era
venuto ad ascoltarci, mi disse: “Tu
suoni lo strumento sbagliato”. Sapevo esattamente
quel che intendeva. In quegli anni
nella mia testa
ronzavano altri
suoni, voci e chitarre soprattutto».
Era il 1986,
sembra un secolo
fa. In No End si lasciò andare a una
musica che sembra l’appendice del
sogno hippie. Evidentemente lo spirito degli anni Sessanta era ancora ben
vivo.
«Mi trasferii a San Francisco nel periodo di massima fioritura del movimento, quando sembrava che nessuno capisse quei messaggi di pace e
amore così semplici ed efficaci se non
coloro che ruotavano nell’area di Haight-Ashbury. Abitavo in un seminterrato proprio nel quartiere dei figli dei
fiori. Una mattina chiesi al mio vicino
di casa — ora non ricordo il suo nome
— se avesse voglia di venire a suonare
qualcosa con me. “Se ne incontriamo
altri lungo la strada potremmo formare una band”, gli dissi. Rimasi a suonare il sassofono sotto un albero del Golden Gate Park fino al tramonto. La musica è qualcosa che viene da dentro,
qualsiasi circostanza esterna, qualsiasi forzatura uccide la spontaneità; la
musica affoga quando è costretta a
nuotare in acque limacciose».
Che ragazzo era all’epoca, di quali
sogni si nutriva come artista?
«Non ho mai preso droghe di nessun
tipo sebbene come gli altri hippie fossi
alla ricerca di una verità fuori del dogma. Avevo appena lasciato il gruppo di
Charles Lloyd, ero disoccupato. Nella
West Coast c’era una scena musicale
molto effervescente e un locale, il Fillmore West, che era il sogno di tutti i
musicisti. Ero un figlio dei fiori a tutti
gli effetti, presi anche a frequentare
corsi in cui si parlava di spiritualità e
del ruolo dell’uomo nell’universo».
Nel 1968 incise Restoration Ruin, il
suo manifesto hippie, in cui usava anche voce e sassofono.
«Lo spirito era lo stesso, ma No End
suona molto meglio. Odio gli studi di
registrazione, asettici come sale operatorie. In quello che mi sono costruito qui nel New Jersey c’è una grande finestra che si spalanca su uno sconfinato paesaggio americano. Quando
suono e guardo fuori, lo spirito si ricrea. Qui dentro ho superato un complicato esaurimento nervoso (nel
2008, dopo la separazione dalla seconda moglie, ndr). Avevo bisogno di un
posto dove suonare liberamente, magari per tutto il giorno, proprio come a
Golden Gate Park».
L’America e il mondo intero sembrano aver dimenticato le aspirazioni
pacifiste di quegli anni.
«Tutto sepolto sotto una coltre di
conformismo e perbenismo. La musica
che si ascolta oggi ne è il riflesso —
schiavi della ripetizione. Non ci sono
più certezze, tutto è soggetto a mera valutazione economica. Un artista non
dovrebbe farsi influenzare dalle circostanze esterne. Vivo in completo isolamento, dunque non sono costretto a
subire l’inquinamento acustico di altri
condomini, non ascolto musica a meno che non voglia farlo. Ma nonostante
la mia priorità — che probabilmente
conosce: mantenere la musica a un livello più puro possibile — non riesco a
prendere le distanze da tutta la merda
che c’è lì fuori. Non ci sono mura che riescano a isolarti dalla stupidità, nulla è
più potente dell’ignoranza. Credo che
gli avvenimenti degli ultimi anni abbiano scosso tutti gli artisti, anche quelli
più impermeabili. È triste, e per questo
sono così affezionato a queste musiche:
arrivano da un luogo dove sempre più
raramente i creativi hanno accesso».
Si sente isolato?
«No. Sto finendo di leggere The Circle, l’ultimo romanzo di Dave Eggers,
una storia ambientata nell’era dell’informazione globale che rischia di
appiattire le nostre identità, fare scempio della privacy, neutralizzare le opinioni prima ancora che vengano
espresse. Mi dispiace, ma non mi sento parte della cosiddetta corporate life
né della community di Facebook. Ma
sono pur sempre cittadino del Paese
dove questo ha avuto origine, lo stesso
che ha prodotto una musica straordinaria, meravigliosamente multirazziale e multiculturale».
Il jazz: la musica classica del ventesimo secolo?
«Speriamo non ci vogliano due secoli per acclararlo».
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Repubblica Nazionale
LA DOMENICA
DOMENICA 24 NOVEMBRE 2013
■ 36
Next
Trasporto aereo
Molto più economiche,
ecologiche, veloci
e perfino belle, le funivie
stanno conquistando
i grandi centri urbani
10
volte meno incidenti
rispetto al treno
50
volte meno incidenti
rispetto all’auto
Dopo Londra, Rio e Medellin,
dove si viaggia già sospesi,
anche Amburgo, Ankara e Lagos
(tra le tante) avranno presto
una metropolitana in cielo
Città
volanti
Le
Se il traffico
è appeso
a un filo
VALERIO GUALERZI
È
neidettagli che si nasconde il diavolo. Così, tra un futuro visionario e uno molto più banale, la differenza può
farla un semplice filo. Intere generazioni di autori di
fantascienza hanno immaginato città avveniristiche
dove il traffico è sparito, sostituito da un viavai di navicelle che si muovono libere nell’aria. Effettivamente è
ciò che sembrano riservarci gli anni a venire, ma il merito non sarà di qualche rivoluzionario sistema di trasporto capace di vincere la gravità. A trasferire buona
parte degli spostamenti a qualche decina di metri da
terra sarà piuttosto una tecnologia vecchia di oltre un
secolo: la funivia. Più ecologica, più economica, più
semplice da gestire e spesso decisamente più bella, la
funivia sta emigrando dalle cime delle montagne per
conquistare sempre più spazi in città, dimostrando di
essere anche nelle zone di pianura una validissima alternativa a bus, tram e metropolitane. «Le cabinovie e i
sistemi di transito a cavo sono al momento una delle
tecnologie più dinamiche e a più rapida diffusione al
mondo», spiega Steven Dale, urbanista canadese a capo del Creative Urban Projects. «Mano a mano che un
numero crescente di città fa a gara per realizzare reti di
trasporti sempre più complesse, aumenta il ricorso alle funivie per risolvere i loro problemi», sottolinea. «È
GLOSSARIO
FUNIVIA AEREA
CABINOVIA
Cabine
per passeggeri
o contenitori
per le merci
viaggiano
sospesi
e trainati
da un sistema
di funi
Mezzo
a fune
che prevede
il funzionamento
continuativo
di più di due
cabine
per il trasporto
di persone
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 NOVEMBRE 2013
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I PROGETTI
ANKARA
Con una portata di 2.400 persone
l’ora su un percorso di 3.204 metri,
sarà la più lunga tra Europa e Asia
TOLOSA
Sarà ultimata entro il 2017 una linea
di 2,6 km: unirà tre punti strategici
trasportando 7.000 persone all’ora
LAGOS
Anche la capitale nigeriana avrà
la funivia nel 2015: farà risparmiare
ai cittadini fino a 70 minuti nel traffico
FOTOMONTAGGIO DOPPELMAYR GROUP, JOHANNES GEISLER DESIGN
FONTI: UNIVERSITÀ DI CATANIA, ACI
una tendenza generale, ma a trascinare il boom è soprattutto l’America Latina», conferma Carlo Iacovini,
manager di Clickutility e curatore di un recente convegno dedicato al tema dalla fiera Citytech. «L’economicità delle linee — osserva — consente l’accessibilità per
quelle aree localizzate in collina e poco raggiungibili
con servizi di terra. Spesso si tratta di periferie degradate ad altissima densità abitativa che si possono raggiungere solo sorvolandole. Medellin Metrocable in
Colombia è in servizio dal 2006; ha reso accessibile il
quartiere Aburra Valley trasportando seimila passeggeri all’ora e risollevandolo da una situazione di degrado e isolamento. Rio de Janeiro ha inaugurato la prima
Teleferica Do Aleman nel 2011 con 3,5 km di lunghezza e sei stazioni che collegano alcuni quartieri residenziali con il centro, con una capacità di tremila persone
all’ora. Il successo è stato tale che si è replicato con una
seconda linea aperta in queste settimane che unisce il
quartiere di Morro da Providencia (la più antica favelas
di Rio) con il centro in pochi minuti».
I numeri dei collegamenti via cavo sono sorprendenti. Ogni chilometro costa tra i tre e i quattro milioni
di euro contro i cento di una linea metropolitana, ma
può garantire lo spostamento anche di tre o quattro mila persone all’ora, con punte fino a ottomila. «Ancora
più interessanti sono i costi di gestione, davvero bassissimi visto che queste linee hanno bisogno di poco
personale di controllo e solo alle stazioni del capolinea», sottolinea Maurizio Todisco, manager della Leitner, azienda altoatesina leader del settore. Molto più silenziose e meno inquinanti grazie ai motori elettrici, le
funivie hanno anche tempi di realizzazione decisamente più rapidi visto che, se il percorso non prevede
ostacoli particolari, un classico tracciato cittadino da 56 km richiede meno di un anno per la sua realizzazione
mentre tram e metropolitane possono avere bisogno di
oltre un decennio. Così, a fronte di questi vantaggi, la lista delle città che hanno già scelto o che si accingono a
scegliere la mobilità via cavo si allunga di mese in mese. «Nel giro di pochi anni la parte del nostro fatturato
derivante da cabinovie urbane è passato dal dieci al
venti per cento del totale e siamo convinti che il business del futuro ormai sia sempre più questo», sottoli-
nea ancora Todisco. La Paz, Tolosa, Groningen, Lagos,
Amburgo, La Mecca sono solo alcuni dei nomi di un
elenco di progetti che tocca ormai i cinque continenti,
ma il caso più clamoroso è forse quello di Ankara dove
è in via di realizzazione un vero e proprio reticolo di linee aeree che anche nella mappa ricorda a tutti gli effetti la tipica ragnatela di un efficiente sistema di metropolitane. E chi non passa alle funivie per risolvere i
problemi di traffico lo fa per richiamare turisti, come
Londra, dove la linea che sorvola il Tamigi inaugurata
in occasioni delle Olimpiadi del 2012 è diventata una
delle principali attrazioni. Sostanzialmente assente da
questo grande fermento l’Italia, malgrado abbia in casa un’azienda come la Leitner che insieme agli austriaci della Doppelmayr si spartisce il mercato mondiale
del settore. Da noi, da Segrate a Genova, dal Ponte sullo Stretto all’Eur di Roma, siamo fermi a qualche progetto a corto di soldi o in attesa di passare dalle tante forche caudine burocratiche. Eppure non mancano le
idee d’avanguardia. L’architetto Stefano Panunzi, docente di Ingegneria edile all’Università del Molise,
sponsorizza da anni la proposta di una «circolare volante» che unisca i vecchi forti dismessi che fanno da corona al centro di Roma, ma davanti allo stop della sovrintendenza collabora ora alla battaglia per la realizzazione di una cabinovia che unisca una zona periferica (Casalotti) al capolinea di una linea della metro (Battistini). «Ma non bisogna farne una questione ideologica, le funivie non sono una panacea, occorre
promuoverle partendo dal basso, sulla spinta dei cittadini e dei comitati di quartiere finalmente consapevoli
che esistono delle valide alternative, economiche ed
ecologiche, per riqualificare i loro quartieri». Anche
quest’ultimo progetto per il momento è solo un sogno,
ma come spesso accade, nel Paese dove il normale è
quasi sempre impossibile, a volte succede qualcosa di
eccezionale. È il caso di Perugia, dove dal 2008 è in funzione il primo esemplare al mondo di “minimetro”,
una teleferica composta da 25 vagoni privi di conducente che adagiati su un binario vengono tirati da un cavo lungo un percorso di 4 km articolato in sette fermate, compresi i capolinea.
LIMA
Pronta per l’estate 2014 la linea
che collegherà il Parco Muraglia
con il Cerro di San Cristobal
LA PAZ
La più lunga teleferica urbana
del mondo, con 10.337 mt. per 3 linee
e 11 stazioni, sarà pronta tra un anno
GENOVA
Potrebbe essere la prima in Italia:
una linea che in 90 secondi porterà
dal centro all’aeroporto Colombo
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TELEFERICA
MINIMETRO
RETICOLO
Impianto
per il trasporto
di materiali
Il più diffuso
è il continuo
trifune, costituito
da due funi
portanti
e una traente
Evoluzione
della funicolare:
trasporto
automatico
su rotaia,
con trazione
a fune
Il primo
è a Perugia
Sistema
di funivie
a ragnatela
che mira
a sostituire
le linee
ferroviarie
della metro,
come ad Ankara
ROMA
Una teleferica che da Monte Mario
arriverà allo Stadio Olimpico:
un progetto ancora sulla carta
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 NOVEMBRE 2013
LA DOMENICA
■ 38
I sapori
Più che il gusto poté il marketing. Fatto sta che i nuovi
modi di preparare la bevanda più amata dagli italiani
conquistano sempre più fette di mercato
Acqua
Temperatura
ambiente, minerale
oligominerale
o microfiltrata,
per evitare che cloro
e calcare rovinino
gli aromi del caffè
Mai superare
la valvola
Filtro
Inserito sulla caldaia
e riempito senza
pressare la polvere
(rapporto di 1 a 10
con l’acqua)
Controllare
periodicamente
che i forellini
siano liberi
Moka
Familiari
A ottant’anni dalla nascita dell’ “Omino
coi baffi”, tocca quindi schierarsi: vecchia
macchinetta o modernissima capsula?
LICIA GRANELLO
himai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo...
con la stessa cura... Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente». Il monologo di Eduardo de Filippo in Questi fantasmi! suona come il racconto di uno dei piccoli lussi che scandisce le nostre
giornate. Roba per palati adulti, da concedersi in compagnia o in beata solitudine, a piccoli sorsi o tutto d’un fiato, nero e bollente o ingentilito da un nonnulla
di latte, buono a tutte le ore o contingentato per paura della caffeina. Un piacere lungo un secolo — dai
primi brevetti delle macchine espresso — che non conosce flessioni. Anzi, là dove la fruizione casalinga non andava al di là di napoletana e “Moka Express”, inventata da Alfonso Bialetti nel 1933, oggi
furoreggiano le mini-espresso. Una rivoluzione annunciata, destinata a dividere gli appassionati.
Il fuori-casa è indissolubilmente legato al consumo del cosiddetto “caffè da bar”: i tempi compressi, l’ansia di un altrove da raggiungere un attimo dopo l’ultimo goccio, lo scambio rapido di battute con
i vicini di bancone. Un consumo “sociale” così abitudinario che qualità della miscela e bravura del barista spesso scadono a optional: con un tristanzuolo cambio di vocale, il gesto diventa più importante
del gusto. A casa, il caffè obbedisce a una ritualità diversa, che solletica tutti i sensi. Il gorgoglìo del liquido che sale, l’aroma di tostatura, la tazzina calda tra le mani, il sapore deciso accompagnano l’inizio giornata in milioni di case. Una tradizione così rapida a radicarsi che già negli anni ’30 la ditta torinese Gaud aveva lanciato una caffettiera-sveglia pronta a entrare in funzione all’ora desiderata, arrivando perfino a versare il caffè direttamente nella tazzina. Un rapporto d’affezione testimoniato dai
quasi due milioni di pezzi venduti lo scorso anno.
Così, negli ultimi anni Illy, Lavazza e Nespresso si sono mossi con l’obbiettivo di scardinare il potere dell’Omino coi baffi — caricatura dello stesso Bialetti ideata dal grafico Paul Campani per una fortunata serie di Carosello — e conquistare il mercato del caffè porzionato. Più del caffè (solo negli ultimi mesi si è arrivati alle capsule mono-origini), hanno potuto i poderosi investimenti nel marketing
— le campagne con Clooney e Brignano testimonial — e nella tecnologia (comprese le primissime portatili). Sforzi capaci di produrre una prima erosione sensibile, se è vero che oggi quasi il 15 per cento
delle famiglie italiane ha già affiancato, quando non sostituito, l’espresso alla Moka.
Se ancora non avete deciso a chi far vincere il derby del caffè, regalatevi una gita a Milano, dove fino all’8 dicembre il Museo della Permanente ospita “La Moka si mette in mostra, 80 anni di un’intuizione geniale diventata mito”. Quando uscite, andate in uno dei bar della “Rete del caffè Sospeso”, che il 10 dicembre in concomitanza con la Giornata Internazionale dei Diritti Umani, riproporrà
l’usanza napoletana di lasciare un caffè pagato (sospeso) a chi non può permetterselo. Bevetene uno
e pagatene due. Perché il caffè è un piacere: se non lo puoi condividere, che piacere è.
«C
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L’evoluzione
Caffè
Macinatura
non troppo fine
(al momento,
se possibile),
conservazione
in frigo
in un barattolo
a chiusura ermetica
di metallo
Il de
rb
i gioca in c
a
s
a
affè s
el c
yd
Fiamma
Rigorosamente
bassa, da spegnere
al primo gorgoglìo,
per estrarre solo
le parti più nobili,
sacrificando
la coda del caffè,
sovraestratta
e amara
240
milioni
i chilogrammi
di caffè tostato
consumati nel 2012
in Italia
Tazzina
In ceramica spessa,
per mantenere
il calore, di forma
conica (maggior
superficie aromatica),
preriscaldata
in un pentolino
d’acqua
o nel microonde
IN MOSTRA
Un manifesto
degli anni ’60
e un disegno
della Moka
in mostra
a Milano. Sopra,
macchine
per il caffè
dall’inizio
del ’900 a oggi
Gli indirizzi
TORINO
TORREFAZIONE
GRAN BRASILE
Corso Cadore 33
Tel. 011-8990895
MILANO
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Via Piero
della Francesca 8
Tel. 02-342472
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Via Vittorio Merighi 5
Tel. 045-569499
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Tel. 041-5227787
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Via del Mobiliere 1
Tel. 051-531608
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 NOVEMBRE 2013
■ 39
LA RICETTA
Cialda
Crostata al caffè
Ingredienti
Per la frolla:
30 g. di burro
3 g. di sale
110 g. di zucchero a velo
40 g. di farina di nocciole
60 g. di uovo intero
290 g. di farina
Rigore e creatività nei dolci
di Gianluca Fusto,
che aprirà un concept store
milanese dedicato
ai dolci moderni,
come quello ideato
per i lettori di Repubblica
La polvere chiusa
in un filtro
di carta, spesso
intercambiabile
tra i vari marchi
Viene utilizzata
anche per i caffè
alternativi
(orzo, aromatizzati)
+ 20%
l’aumento delle vendite
di caffè in cialda
rispetto alla moka
nel 2013
Per la ganache:
500 g. di panna UHT
160 g. di copertura al cioccolato bianco Ivoire
40 g. di caffè in grani
1 g. di caffè in polvere
1 g. di vaniglia in polvere
Capsule
Monoporzione
in materiale rigido,
contenente
da 5,5 a 7 grammi
di polvere, declinata
in miscele diverse
Compatibilità
limitata
tra le macchine
A tavola
E poi c’è quello sospeso
SILVIO ORLANDO
onosco a memoria, grazie a Eduardo, l’autentica ricetta del caffè, quello da preparare col coppittello sul becco della caffettiera. Ma non l’ho mai messa in atto,
perché non è che poi io sia un fanatico del caffè. Mi rendo conto, nel confessarlo,
della gravità inaccettabile di questa affermazione per un napoletano che ha avuto l’onore di interpretare Pasquale Lojacono in Questi fantasmi!. Ma a casa il caffè lo fa mia
moglie Maria Laura, a fuoco lentissimo, senza pressare la miscela nel filtro, lasciandolo pippiare e servendolo bollentissimo. Quello delle varie macchinette con capsule e
cialde sostiene non essere caffè, e chi sono io per contraddirla? In casa si beve solo quello della moka, e quando si vuole l’espresso bello cremoso e ristretto si va al bar. Dove, se
lo si trova “sospeso”, è ancora più gustoso. Perché all’aroma caldo della miscela giusta
si aggiunge quello dell’amicizia. Quella del caffè sospeso è un’usanza napoletana che,
risalente al Secondo Dopoguerra, dicono si sia diffusa in molti altri Paesi, perfino in Svezia o Australia. In questi casi temo si tratti di una ciofeca sospesa, ma non è il caso di fare del razzismo, quel che conta è il pensiero. La tradizione è nata, durante un periodo di
miseria nera, per regalare un sorriso all’anima di chi non aveva nemmeno uno spicciolo in tasca da spendere al bar. Sebbene, di questi tempi, forse sarebbe più gradito uno
smartphone sospeso, purtroppo c’è ancora chi quel caffè non se lo potrebbe altrimenti permettere. Quello di trovare un caffè pagato da un amico è un’attenzione che anche
io e Maria Laura, non ancora indigenti nonostante la crisi del cinema, gradiamo ricevere al bar Farnese in via dei Baullari a Roma, vicino casa, dove Angelo è oltretutto rapido
nel servirti al bancone un espresso fatto a pressione davvero come Dio comanda. E su
questo garantisce mia moglie.
C
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Espresso
✃
FROLLA. Ammorbidire il burro a 25°C. Aggiungere zucchero a velo e uovo
Unire la farina di nocciole, poi i primi 70 g. di farina. Terminare con la farina
restante. Conservare in frigo 3h, stendere in due teglie quadrate
di 18 cm di lato a 2.5 mm. Cuocere 22’ in forno a 160°C
GANACHE. Bollire 150 g. di panna e mettere in infusione i chicchi
di caffè scaldati, il caffè in polvere e la vaniglia. Filtrare, riportare
a bollore la panna, poi versarla sulla copertura di cioccolato
tritata. Aggiungere la panna restante liquida, frullare. Conservare
al fresco per 2 o 3h. Riprendere con la frusta e colare una parte
della ganache nel fondo di pasta frolla raffreddata1h in frigo
Montare il resto della ganache. Collocarla in due stampi quadrati
di 15 cm di lato e raffreddare ancora. Togliere la ganache
dallo stampo, appoggiarla sulla frolla e decorare a piacere
Iperespresso
Grazie alla doppia
estrazione,
la crema ingloba
più aria
e resta a lungo
nella tazzina
Si smaltisce
come gasolio
È un brevetto Illy
A leva
Ideata a fine anni ’40,
ha una caldaia
con resistenza
elettrica
e un gruppo
con pistone azionato
da una leva
per l’erogazione
del caffè
Automatica
Un solo pulsante
per ottenere
il caffè, da ristretto
a lungo
Il grinder
con dosatore
macina i chicchi
per preparare
la singola tazzina
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 NOVEMBRE 2013
LA DOMENICA
■ 40
L’incontro
Saggi
Da piccolo a salvarlo fu Gino Cervi,
ha lavorato poi con Strehler (e c’era
anche Brecht), ha prestato la voce
a Humphrey Bogart (“la mia scuola”)
ed è stato il volto del fustino di detersivo
(“mi infuriavo quando
in teatro qualcuno
mi faceva il verso”)
Dopo più di settant’anni
di onorata carriera
si è ritirato in campagna:
Paolo Ferrari
“È tempo di chiedermi
che cosa sono venuto a fare
su questa palla”
ennaio di quest’anno.
Nel teatro di Casatenovo, provincia di Lecco,
Paolo Ferrari recita con
Andrea Giordana in Un ispettore in casa Birling. Quindi a un sito internet della locale annuncia, serenamente e senza clamori, il suo ritiro dalle scene dopo
più di settant’anni di lavoro. «Gli anni
passano via veloci. Fare teatro vuol dire
stare lontano da mia moglie, stare lontano da casa. Recito da quando avevo
cinque anni, ne ho ottantaquattro. È
tanto no? Così mi sono detto “adesso
basta. Mi fermo qui”» racconta oggi. Veterano dello spettacolo italiano, interprete teatrale di commedie brillanti, il
mitico Archie Goodwin di una delle più
belle serie tv di Nero Wolfe, la voce italiana di Humphrey Bogart, Ferrari ha
scelto di allontanarsi dalla ribalta con la
stessa discrezione con cui ci ha vissuto.
Ha scelto di farsi dimenticare, più che di
dimenticare.
Si è ritirato in un posto magico, nella
campagna romana, in una bella villa a
un piano, solitaria, isolata tra pioppi e
querce, con un prato davanti e tutto intorno un bosco fitto, silenzioso. Un luogo bello e pauroso. «Ma no, è un posto
che invita a guardarsi dentro — dice
Ferrari con la celebre voce dal timbro
caldo che è stata la sua fortuna — Un posto dove leggere, ascoltare musica, coltivare rose, andare in bicicletta, meditare. Alla meditazione io dedico ogni
giorno qualche ora. Lasciar passare i
pensieri, lasciarli andare senza trattenerli grazie a tecniche speciali, all’om...
aiuta, fa bene. Io lo faccio da parecchio
tempo. Quando recitavo mi mettevo in
camerino e meditavo. Era un modo per
‘‘
facile doppiarlo perché non apriva mai
la bocca, andare in sincrono era una sfida, ma doppiandolo ho potuto vedere
come modificava il suo personaggio,
come cambiava il modo di mettere la sigaretta tra le dita, in bocca, il suo sguardo... L’ho studiato imparando enormemente».
Paolo Ferrari è stato un tipo di attore
molto borghese, misurato, discreto,
equilibrato, perfino modesto. «È vero,
ma anche nella mia vita sono capitate
cose strane. Mio padre, per esempio,
era un uomo dotato di una grossa forza
medianica: parlava e la gente si sentiva
come toccata. Una volta parlando alla
radio salvò un uomo che, confessò poi,
si stava per suicidare, ma ascoltandolo
desistette. E pensare che mio padre per
me era stato a lungo “lo zio”. Solo quando sono diventato grande ho saputo
che era il mio vero papà, e non mi dispiacque. Sì c’era stato anche un padre
“formale”: il mio cognome vero sareb-
Per tanti anni
ho chiamato
“zio” mio padre
perché mi riconobbe
solo da grande
Quando parlava
la gente si sentiva
come toccata
FOTO CONTRASTO
G
SANT’ORESTE (Roma)
concentrarmi sullo spettacolo».
Paolo Ferrari ha fatto l’attore per un
tempo esagerato. Appunto, tutto cominciò che aveva cinque anni. Bambino, si era pericolosamente avvicinato
all’acqua di un lago ma Gino Cervi lo
aveva preso in braccio portandolo via.
«Ho un vago ricordo di quell’episodio,
ma essere stato tra le braccia di quel
grande attore dev’essere stata una predestinazione». Sta di fatto che a soli nove anni recita in Ettore Fieramosca, film
storico-avventuroso di Alessandro Blasetti, e alla radio fa il giovane balilla; a
tredici anni è già in carriera come attore di cinema, a diciannove debutta con
Giorgio Strehler, a trenta è uno dei volti
più popolari della tv. Con Vittorio Gassmann e Marina Bonfigli, sua prima
moglie, fa Il mattatore nel ’59, l’anno
dopo con Enza Sampò approda al Festival di Sanremo come presentatore,
poi sarà protagonista di show, varietà,
serie tv. Nel ’64 sarà il signor Collalto del
Giornalino di Gian Burrasca di Lina
Wertmuller con la Pavone (ed era già
stato Barozzo nella versione cinematografica di Sergio Tofano del ’43). Alla
metà degli anni Settanta il grande successo, è Archie Goodwin nel Nero Wolfe con Tino Buazzelli. «Quando girai
quella serie non avevo letto neppure un
romanzo: non volevo essere influenzato. Tino Buazzelli? Un autentico ciociaro, un casinista. Il contrario di Gassman
che era timidissimo, nonostante sembrasse così sicuro di sé. Che risate con
Vittorio una volta, doveva essere proprio durante Il mattatore. Facevamo
uno sketch in cui io dovevo tirargli in testa una sedia, ovviamente fatta apposta
per rompersi facilmente. Senonché un
tecnico puntiglioso l’aveva rinforzata,
così quando gliela diedi in testa non solo non si ruppe ma un rivolo di sangue
cominciò a scendergli sul viso... Finimmo poi per riderci su ogni volta che ci incrociavamo. Per esempio in occasione
de Il sorpasso di Risi. Io fui chiamato a
doppiare Jean Louis Trintignant. Mi arrabbiai: “Non lo potevo fare io, il personaggio di Trintignant? Non sono Alain
Delon, ma neanche lui”. Mi intortarono
col fatto che era una coproduzione italo francese...». Il doppiaggio è stata una
parte importante della sua carriera di
attore fin dal ’48: David Niven, Franco
Citti e, dall’inizio dei ’70, Humphrey
Bogart ne Il mistero del falco, Il grande
sonno, Agguato ai tropici. «Non ho frequentato nessuna scuola di recitazione. La mia scuola è stata Bogart. Non era
be Vitta. Ferrari era mia madre, Giulietta, quotata pianista che introdusse in
Italia la musica di César Franck. Fu lei a
dirmi del mio vero padre e io pensai subito che se ero figlio di un uomo così,
qualche cosa dovevo avere dentro anch’io. Era console italiano in Belgio. E
questo è il motivo per cui fui scodellato
a Bruxelles». In una vita ricca e luminosa, la sola ombra oscura era il fratello,
Leopoldo, che era stato nella polizia fascista e morì annegato nel lago di Como. «Era il ’45, eravamo sfollati. Una
mattina mi salutò dicendo che doveva
andare in un posto. Lo vidi allontanarsi
con un uomo, non tornò più. Lo giustiziarono i partigiani. Per me fu uno
shock. Dormii per cinque giorni consecutivi. Non ce l’ho mai avuta con i partigiani per questo, però mi piace ricordare che quando il padre di un suo amico gli aveva proposto di fuggire per salvarsi, Leopoldo aveva risposto: “Questa
divisa l’ho presa, l’ho portata, ho la coscienza pulita, non la tolgo e accada
quel che deve accadere”».
Il giovane Paolo passa il dopoguerra
tra i tavoli di ping pong («giocavo puntando soldi e vincevo») e il cinema.
«Finché nel ’49 mi chiamò Strehler. Fu
una cosa divertente e strana. Io non ero
nessuno, avevo fatto fino a quel momento parti da tenentino, nulla più.
Fatto sta che mi chiama il Piccolo Teatro per una piccola parte ne Il Corvo di
Carlo Gozzi. Io avevo avuto un’altra
proposta dalla compagnia StoppaMorelli. Quindi dissi no al Piccolo. Ma
loro insistevano, due, tre, quattro volte.
Paolo Grassi in persona mi scrisse un
telegramma: prendiamo atto della sua
indisponibilità ma ci teniamo a dirle
che nessuno ha rifiutato con tale ostinazione una nostra proposta, scrisse.
Io ero incosciente, mi ero pure detto
che forse c’era una omonimia... perché
non capivo quella ostinazione: io non
ero proprio nessuno. Sta di fatto che lo
spettacolo con Stoppa e Morelli saltò. Il
Piccolo venne a saperlo e mi richiamò
ma l’offerta del mio cachet era stata abbassata. Non mi restò che prendere il
mio trenino di terza classe e andare a
Milano. Al Piccolo recitai per qualche
anno e nel ’56 dalla platea seguii anche
le prove de L’opera da tre soldise ben ricordo con Bertold Brecht presente che
fece anche correzioni sul testo». Il Piccolo, soprattutto, lo laurea definitivamente alla carriera teatrale: con il Teatro dei Gobbi insieme a Paolo Panelli,
Marina Bonfigli, Anna Menichetti, Mo-
nica Vitti, Francesco Mulè, con De Bosio, con De Lullo prima di dedicarsi al
repertorio brillante accanto a Valeria
Valeri, per tutti gli anni Settanta e Ottanta, l’unica attrice di cui ha la foto sulla scrivania dello studio. «Il teatro è stata una grande passione. Di diventare
famoso non mi è mai importato granché. Quando feci la pubblicità del Dash, quella di “Le do due fustini in cambio del suo Dash” e per anni in teatro a
ogni mia apparizione sentivo dalla platea il sibilo del “Dashshshsh”, diventavo furente».
Alla visibilità ha sempre preferito il
pudore; alla fama, la sicurezza; agli eccessi, la propria malinconia, tanto che
il personaggio che più ha amato è
Adriano di Anima nera, il dramma di
Patroni Griffi su un uomo tormentato.
«Che bel testo», dice cercando nella
memoria come in trance le battute che
un tempo diceva in scena. “E tu non hai
niente da dirmi? E tu non hai niente da
dirmi? Nooo”, urlavo, “Nooo”». Le
manca essere quello che è stato? Silenziosamente si volta e dalla libreria
prende un cofanetto dell’opera omnia
di Beethoven e dal tavolino il libro delle poesie e dei racconti di Rilke come
due totem pronti a difenderlo dall’isolamento. «Mi stendo su questo piccolo
divano e dalla finestra che mia moglie
ha disegnato con questo grande arco,
guardo il bosco, leggendo le mie poesie
e ascoltando la mia musica. Andare a
Roma? A teatro? Al cinema? No, troppa
fatica. E perché poi? Qui ho un po’ di
tempo per ampollosamente guardarmi dentro, per guardare che succede e
farmi qualche domanda... Che sono
venuto a fare o che dovrei fare dal momento che sono su questa palla. Cose
così... E mi bastano».
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ANNA BANDETTINI
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