TERRELIBERE.ORG • COLLANA PRAÇA DA ALEGRIA
05
Joan Queralt
L’enigma di
Attilio Manca
Verità e giustizia nell’isola di Cosa Nostra
Traduzione di Olga Nassis
Prima edizione italiana
terrelibere.org
Settembre 2010
www.terrelibere.org/tag/attiliomanca
Copyright
Giugno 2008. Joan Queralt. Prima edizione spagnola.
Settembre 2010. Prima edizione italiana. Su licenza
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Tipografia A&G di Lucia Amara
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Edizioni terrelibere.org
Joan Queralt, giornalista e scrittore catalano, esperto di
mafia siciliana, ha pubblicato numerosi articoli in Italia,
Spagna e America Latina.
Terrelibere.org produce dal 1999 inchieste e ricerche sui
rapporti tra Nord e Sud del mondo, la mafia, le
migrazioni, l’economia e la disuguaglianza. Tutti i
materiali sono diffusi liberamente su licenza Creative
Commons. Dal 2009 diventa casa editrice.
In copertina. “Il Trionfo della Morte”, Palazzo Abatellis.
Palermo
In quarta di copertina. “Paranoid Android”, fotografia di
Loredana Guinicelli, www.loredanaguinicelli.com
“…nessuno trovò
come i tristi cordogli degli uomini
con la musa e i multísoni canti
mitigare potesse; e di qui,
stragi e orrende sventure devastano
le magioni.”
Euripide, Medea
“Un giornalismo fatto di verità impedisce
molte corruzioni, frena la violenza della
criminalità, accelera le opere pubbliche
indispensabili, pretende il funzionamento dei
servizi sociali, tiene continuamente allerta le
forze dell'ordine, sollecita la costante
attenzione della giustizia, impone ai politici il
buon governo. Un giornalista incapace - per
vigliaccheria o calcolo - della verità si porta
sulla coscienza tutti i dolori umani che
avrebbe potuto evitare, e le sofferenze. Le
sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che
non è stato capace di combattere…”
Giuseppe Fava
Indice
Cronologia 11
Prologo 14
Capitolo I 18
Capitolo II. Le ultime trentasei ore 23
Capitolo III. Il dolore 34
Capitolo IV. Suicidio oppure omicidio di mafia? 38
Capitolo V. Un incontro fortunato 42
Capitolo VI. La pista Provenzano 50
Capitolo VII. Le radici malate 61
Capitolo VIII. Il riscatto di Angela Gentile e Gino
Manca
67
Capitolo IX. Ombre su un enigma 82
Capitolo X. La Sicilia e l’apparente ricerca della verità
89
Capitolo XI. Il ritorno incompiuto 96
Capitolo XII. Un’angoscia segreta 107
Capitolo XIII. Il silenzio delle istituzioni 113
Capitolo XIV. Barcellona Pozzo di Gotto 127
Messina, il porto delle nebbie 134
Carmelo Santalco e la Democrazia Cristiana 139
La guerra tra clan 143
La morte di Beppe Alfano 149
Un’amministrazione sospetta 154
La nuova mafia di Giuseppe Gullotti 157
Antonio Franco Cassata, magistrato 164
Il mancato scioglimento del Consiglio Comunale 170
La Sicilia e l’eclissi morale dell’Italia 174
Nota 202
Cronologia
12 febbraio 2004. Attilio Manca era nato il 20 febbraio
1969 a S. Donà di Piave, provincia di Venezia.
Trentacinque anni più tardi è ritrovato cadavere a
Viterbo. Gli inquirenti rilevano che dal naso e dalla bocca
era fuoriuscita un’ingente quantità di sangue, che aveva
provocato una pozzanghera sul pavimento. Il volto
presentava una vistosa deviazione del setto nasale. Sugli
arti erano visibili macchie ematiche. L’appartamento era
in perfetto ordine: nella stanza da letto si trovava
ripiegato su una sedia il suo pantalone, mentre
inspiegabilmente non furono rinvenuti i boxer né la
camicia. Altrettanto inspiegabilmente, sullo scrittoio
erano poggiati alcuni suoi attrezzi chirurgici (ago con filo
inserito, pinze, forbici) che mai aveva tenuto a casa.
Sul corpo di Attilio Manca erano visibili, al braccio
sinistro, due segni di iniezioni, una al polso e una
all’avambraccio. Manca era un mancino puro e compiva
ogni atto con la mano sinistra. Aveva scarsissima praticità
con la mano destra.
Altro accertamento finora mancante è quello relativo a
un viaggio effettuato da Attilio Manca nell’autunno del
2003 nel sud della Francia, per assistere a un intervento
chirurgico, come disse ai suoi genitori. Nel 2005,
nell’inchiesta che porta alla maxi operazione antimafia
denominata “Grande Mandamento”, emerge che
Bernardo Provenzano è stato a Marsiglia: una prima
volta dal 7 al 10 luglio 2003 per sottoporsi a esami di
laboratorio e in un secondo momento proprio nel mese
L’ENIGMA DI ATTILIO MANCA
di ottobre dello stesso anno, per subire l’operazione alla
prostata.
17 marzo 2007. Viene disposto lo svolgimento di un
incidente probatorio, per accertamenti relativi al DNA
dei dieci indagati.
1 luglio 2008. Il Gip di Viterbo dispone un ulteriore
supplemento d’indagine sulla morte di Attilio Manca.
14 novembre 2008. Si conclude l’incidente probatorio.
Davanti al Gip avviene l’audizione del perito che nei
giorni precedenti aveva presentato una relazione scritta
inerente le impronte digitali rinvenute a casa di Attilio
Manca. La perizia riscontra che quattordici delle
impronte rilevate sono di Attilio. Una particolarità della
perizia riguarda un’impronta ritrovata su una piastrella
del bagno che corrisponde a quella di Ugo Manca,
cugino di Attilio. Un’altra ancora riguarda la presenza di
tre impronte che non appartengono a nessuno degli
indagati, né tanto meno ai familiari del giovane urologo.
Ugo Manca spiega l’impronta con una visita alla casa di
Viterbo del cugino tra il 15 e il 16 dicembre del 2003.
1 dicembre 2009. Per la terza volta la Procura di
Viterbo deposita la richiesta di archiviazione del caso
Manca. L’avvocato della famiglia contesta la decisione
dei magistrati, perché anche nell’ipotesi di suicidio
sarebbe stato comunque commesso un reato da
12
JOAN QUERALT
perseguire (spaccio di sostanze stupefacenti). A maggior
ragione se fosse vera l’ipotesi dell’omicidio.
16 luglio 2010. Davanti al GIP di Viterbo, dott. Fanti,
viene fissata la discussione per decidere sull’archiviazione
o sulla possibilità di concedere al Pubblico Ministero un
supplemento di indagine. L’avvocato della famiglia
Manca, Fabio Repici, aveva presentato opposizione alla
richiesta di archiviazione.
Al momento della stampa del presente volume, il
magistrato non ha ancora preso una decisione definitiva.
13
L’ENIGMA DI ATTILIO MANCA
Prologo
La Sicilia è bella, straordinariamente bella. Quando si
parla dei suoi doni, non si può non pensare a Rilke: la
bellezza non è che l’inizio di qualcosa di terribile.
Questo libro tratta di un crimine trasformato in
mistero: il delitto dell’urologo Attilio Manca. Una storia
reale che mostra come in Sicilia, terra terribile quanto
bella, la mafia uccide, violenta, umilia. Quelle morti,
quelle violenze, quelle umiliazioni lasciano nella vita
quotidiana della sua gente, nella sua difficile e dura
convivenza, nella sua disperazione, unite al dolore, ferite
aperte per sempre.
Ecco perché i misteri siciliani covano nell’omertà,
nell’impunità di molti e nell’indifferenza della
maggioranza, rinnovandosi di giorno in giorno.
Indifferenza che, nelle parole di Rita Borsellino, è il
fetore più intenso di tutti, più intenso anche della
complicità. Perché l’indifferenza a volte porta, senza
neanche averne consapevolezza, all’abbandono di quelli
che invece non sono indifferenti e affrontano le
situazioni, non tollerando complicità e contiguità. La
solitudine di quelli che muoiono è figlia dell’indifferenza,
il frutto più amaro dell’impegno, il più difficile da
digerire e il più nocivo. Solitudini che uccidono: quelle
del generale Dalla Chiesa, dell’imprenditore Libero
Grassi, del giornalista Peppino Impastato, del giudice
Falcone e di tanti altri.
Queste pagine parlano di una impossibilità storica:
quella dell’affermazione della verità e della giustizia in
Sicilia. Terra dove la menzogna è più forte della verità e
l’esigenza di giustizia nasce solo dalla disperazione e dal
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JOAN QUERALT
desiderio di vendetta. In Sicilia, diceva il pittore di
Bagheria Renato Guttuso, puoi trovare tanto: la
gastronomia, l’arte, il mito. Tutto tranne la verità. Senza
l’indifferenza, senza la mafia e i suoi complici, senza
l’evidente assenza di verità e di giustizia, il mistero di
Attilio Manca non sarebbe stato possibile. Il suo è uno
degli interrogativi più oscuri di questo ultimo secolo.
Enigmi – falsi enigmi – non mancano nella tragica
storia politica della Sicilia, terra nella quale secondo
quanto diceva Fransceso Forgione, ex presidente della
Commissione parlamentare antimafia, non si distinguono
neanche i confini dei fatti. Tutto sfuma e si perde nei
silenzi e nel non detto, in un gioco di ombre nel quale
con frequenza si confondono i personaggi del libretto e
gli interpreti della realtà.
Questo libro vuole rivendicare il dolore, il quotidiano
dolore di molti siciliani. Il dolore insepolto che attraversa
l’isola e che, come lo scirocco, intreccia una sua identità.
Il magistrato Giancarlo Caselli proponeva di pensare al
dolore come a un’arma. Così facendo, diceva, tutto
sarebbe stato diverso o avrebbe potuto cominciare a
esserlo. Allo stesso modo anche quest’opera vuole
testimoniare il dolore delle vittime e quanto terribile sia
stato o debba essere per quelle vivere guardando il volto
ai loro futuri assassini, incontrarli per le strade,
sopportare la loro vicinanza, la prepotenza che segna il
quotidiano della gente che in Sicilia ha deciso di
combattere la mafia: amministratori, commercianti,
giornalisti, magistrati, agenti di polizia, familiari… La
stessa terribile e anonima realtà di donne e uomini come
Angela Gentile e Gino Manca, che nonostante tutto,
hanno saputo trasformare la loro solitudine e il loro
privato dolore in impegno civile.
15
L’ENIGMA DI ATTILIO MANCA
Tutti gli enigmi sono una forma d’impostura. Un
tentativo di inganno, secondo Eraclito. L’impostura che
circonda il caso Attilio Manca è come quella che
contraddistingue tutta la storia siciliana, incluso il suo
attuale assetto di apparente regime democratico. Quale
che sia la causa determinante della sua morte, la tragedia
privata del giovane medico rappresenta il dramma della
storia di tutta la Sicilia e, per la stessa ragione, diventa
una delle sue possibili metafore. Un’immagine riflessa
che, partendo dal paesaggio morale di una città,
Barcellona Pozzo di Gotto, dove crebbe il protagonista
di queste pagine e dove potrebbe nascondersi la chiave
della sua morte, ci permette di arrivare alle radici
dell’errore comune della Sicilia e, andando oltre, alla crisi
di un intero paese: l’Italia, specchio dei mali che, in
incubazione in gran parte della penisola, ritornano al
vilipeso Sud.
La morte di Attilio Manca continua a essere un caso
aperto, in attesa di verità e giustizia. Chiedersi se si
arriverà a conoscere la verità è lo stesso che interrogarsi
sul futuro della Sicilia. La verità sulla tragica fine
dell’urologo di Barcellona è la stessa verità che l’isola
aspetta per affrancarsi e riconquistare i suoi diritti. Allo
stesso modo, se la giustizia invocata dalla famiglia di
Attilio Manca - e dai familiari degli innumerevoli Manca
che affollano la storia contemporanea – diventasse una
realtà, significherebbe che la Giustizia al maiuscolo ha
messo piede in questa terra e non in via eccezionale ma
come segno di vittoria definitiva.
Nelle conversazioni che diedero vita a La Sicilia come
metafora, Leonardo Sciascia confessava a Marcelle
Padovani: “Quando mi si interroga sull’origine del
pessimismo dei siciliani, sono tentato di rispondere:
16
JOAN QUERALT
come non essere pessimista in un paese in cui non esiste
il verbo coniugato al futuro, dove si parla del futuro solo
al presente?”. Al momento il caso Manca, come il caso
Sicilia, continuano a essere coniugati al presente. Non
esistono risposte esaustive che permettano di intravedere
una soluzione futura a questi dolorosi dubbi.
La Sicilia: bellezza e orrore, mescolanza di luce e di
lutto, come scrisse Gesualdo Bufalino in un lamento che
riprendeva quello di Sciascia, nel quale ammise di non
poter vivere né con essa né senza di essa, sembra non
poter sfuggire alle afflizioni, alle passioni e alle
convivenze impossibili ma reali. Non è soltanto la
mancanza di amore quella che si percepisce vagando per
le ferite di questa terra, dove l’inferno, nascosto nella sua
bellezza infinita e abbandonata, nel sole implacabile, nel
mare più azzurro che si possa incontrare, si è fatto isola,
rifugio, nazione, identità e soprattutto disprezzo.
Disprezzo e abbandono assoluto. Della comune terra, di
se stessi e degli altri. Un chiaroscuro violento e
contraddittorio di rinuncia al futuro e di ambizione senza
limiti. Avidità cannibale, inutile, chiusa.
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L’ENIGMA DI ATTILIO MANCA
Capitolo I
Il cadavere di Attilio Manca fu rinvenuto, poco dopo le
11 del mattino di giovedì 12 febbraio del 2004, nel suo
appartamento di Viterbo, vicino Roma, quando i colleghi
dell’ospedale Belcolle, che lo aspettavano in sala
operatoria per un intervento programmato, allarmati per
il ritardo, accorsero nel suo appartamento di via
Monteverdi 10. Aperta la porta dell’abitazione, con
l’aiuto della proprietaria dell’alloggio, trovarono il
cadavere del medico, seminudo, disteso sul piumone del
letto ancora intatto, come se non avesse dormito lì.
Le braccia erano distese lungo il corpo, le mani e le dita
ritratte, in tensione, come di chi cerca di difendersi prima
di morire. Il volto mostrava il setto nasale deviato, come
se avesse subito un colpo violento. L’emorragia della
narice e della bocca aveva insanguinato parte del corpo,
prima di riversarsi sul pavimento. Sul corpo si
distinguevano macchie ematiche, sui polsi e sulle caviglie.
Due segni di iniezione sul braccio sinistro, uno sul polso
e l’altro sull’avambraccio. Non si riscontravano segni di
altri buchi recenti o passati.
Al momento della sua morte aveva 34 anni e tutto il
futuro davanti.
L’appartamento, con le luci accese e la televisione in
funzione ma senza sonoro, appariva in perfetto ordine,
come se fosse stato pulito di recente. Sul pavimento,
all’entrata del bagno fu trovata una siringa d’insulina
usata, con il tappo di protezione inserito, identica a
quella rinvenuta nel bidone della spazzatura assieme a
due flaconi di Tranquirit, uno completamente vuoto e
l’altro a metà. Nell’abitazione, piegato su una sedia, il
18
JOAN QUERALT
pantalone di Attilio. Non sono mai state trovate né le
mutande né la camicia. Appoggiati su un tavolo, gli
strumenti di lavoro del medico: una pinza da chirurgo,
ago e filo da sutura, un paio di forbici e delle pinze. Un
ritrovamento anomalo, visto che Attilio non portava mai
gli strumenti fuori dal luogo di lavoro né tantomeno li
teneva a casa.
Le analisi tossicologiche e l’autopsia, effettuate dalla
dottoressa Dalila Ranaletta, medico legale e moglie del
professor Antonio Rizzotto, responsabile del reparto di
urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo dove lavorava
Attilio, rivelarono che nel sangue e nelle urine c’erano
tracce di una elevata quantità del principio attivo
contenuto nell’eroina, di una consistente quantità di
Diazepan, principio attivo contenuto nel sedativo
Tranquirit, e di altrettanta quantità di alcol. Questa
miscela sarebbe stata la causa che determinò la morte del
medico, avendo provocato un arresto cardiocircolatorio e
un edema polmonare.
Secondo la relazione del dottor Gliozzi, medico del
118, servizio di emergenza sanitaria, la morte avvenne
almeno undici ore prima del rinvenimento del cadavere,
ovvero, tra le ultime ore dell’11 e le prime del 12
febbraio, probabilmente intorno alle 23:45. Una vicina,
Angela Riondino, che al momento dei fatti viveva nello
stesso piano, dichiarò alla polizia di aver sentito chiudere
la porta dell’appartamento di Attilio tra le 22:00 e le
22:15 del giorno 11. Non fu però in grado di dire se
quando si chiuse la porta qualcuno entrava o usciva di
casa, né, di conseguenza, se il giovane stava rientrando a
casa o, di contro, una o più persone non ancora
identificate uscirono dall’appartamento in un’ora molto
prossima al momento della morte. Contrariamente alle
19
L’ENIGMA DI ATTILIO MANCA
abitudini di Attilio Manca che dormiva con la porta
chiusa a chiave dall’interno, i primi ad arrivare
nell’appartamento e a scoprire il corpo senza vita del
medico trovarono la porta chiusa senza mandata.
Sin dall’inizio, la versione degli investigatori risultò
poco credibile. In primo luogo, perchè Attilio era fin da
bambino un mancino puro per cui sembrava improbabile
che avesse potuto iniettarsi la droga nel braccio sinistro.
Ai genitori, arrivati il giorno seguente dalla Sicilia, fu
impedito di vedere il cadavere, per evitare loro la
sofferenza di scoprire il volto del figlio “orribilmente
sfigurato” in conseguenza della caduta sul telecomando
del televisore, secondo quanto affermarono le autorità.
Un’argomentazione che non convince, poiché nelle
fotografie fatte dalla polizia scientifica, il telecomando
appare seminascosto sotto il braccio sinistro della
vittima; né può mai spiegare come sia credibile che la
caduta su un telecomando, appoggiato su un letto, possa
sfigurare il volto di un uomo al punto da renderlo
praticamente irriconoscibile.
Durante i diciotto anni trascorsi da Attilio lontano da
Barcellona, i genitori andarono a trovarlo svariate volte.
In nessuna delle visite al figlio, Angela tralasciò di pulire
a fondo la casa. Conosceva le sue abitudini, ogni angolo,
oggetto per oggetto, e mai in tutto questo tempo trovò
strumentazione medica. La polizia chiese che venissero
fatte le opportune perizie sugli strumenti ritrovati, ma la
richiesta non fu ascoltata. Veniva meno così
l’opportunità di conoscere il DNA della persona che
eventualmente era stata assistita e, cosa ancora più
importante, la sua identificazione.
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