rivista del
M E N S I L E N . 6 G I U G N O 2 0 1 1 € 3,50
dal 1928
fondazione ente™
dello spettacolo
CANNES
64
TUTTI I FILM DA
NON PERDERE.
E LE NOSTRE
PAGELLE
SUPER8
SVELATO
IN ANTEPRIMA
L’EVENTO
DELLA
PROSSIMA
STAGIONE
SCONTRO
FINALE
E INOLTRE JIM MORRISON, SHEKHAR KAPUR, JAFAR PANAHI
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(conv. in L. 27.02.2004, n° 46), art. 1, comma 1, DCB Milano
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
Nuova serie - Anno 81 n. 6 giugno 2011
In copertina Harry Potter e i doni della morte - Parte 2
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DIRETTORE RESPONSABILE
Dario Edoardo Viganò
CAPOREDATTORE
Marina Sanna
Un’ottima annata
REDAZIONE
Gianluca Arnone, Federico Pontiggia, Valerio Sammarco
CONTATTI
[email protected]
PROGETTO GRAFICO
P.R.C. - Roma
ART DIRECTOR
Alessandro Palmieri
HANNO COLLABORATO
Alberto Barbera, Angela Bosetto, Orio Caldiron, Gabriele
Carunchio, Gianluigi Ceccarelli, Francesco Ceraudo, Pietro
Coccia, Bruno Fornara, Antonio Fucito, Shekhar Kapur,
Massimo Monteleone, Morando Morandini, Peppino Ortoleva,
Manuela Pinetti, Giorgia Priolo, Marco Spagnoli, Chiara Supplizi,
Matteo Zara
REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE DI ROMA
N. 380 del 25 luglio 1986 Iscrizione al R.O.C. n. 15183 del 21/05/2007
STAMPA
Tipografia STR Press S.r.l. - Via Carpi 19 - 00040 Pomezia (RM)
Finita di stampare nel mese di maggio 2011
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DISTRIBUTORE ESCLUSIVO
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S.A.V.E. Srl, Fiano Romano (RM) tel. 0765.452243 Fax 0765.452201
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PROPRIETA’ ED EDITORE
PRESIDENTE
Dario Edoardo Viganò
DIRETTORE
Antonio Urrata
UFFICIO STAMPA
[email protected]
Cannes promossa a pieni voti. Bene il
concorso, amalgama di maestri e giovani
autori, classicità e sperimentazione, ricerca
stilistica e profondità tematica. Benissimo le
sezioni collaterali che non hanno lesinato
sorprese. Un film come Take Shelter - vincitore
della Semaine de la Critique - è stato tra i titoli
più venduti al mercato: qualcosa vorrà dire.
Per non parlare del Certain Regard, che poco
aveva da invidiare alla competizione ufficiale.
Dove alla fine l’ha spuntata Terrence Malick:
al suo The Tree of Life una Palma d’Oro senza
discussioni. Opera di esagerata ambizione e
smisurata grandezza. Un film sul quale non mi
soffermerò: RdC gli dedica la lunga recensione
d’apertura. Un premio pesante vista l’ottima
annata (non perdetevi lo speciale dedicato).
riconoscimenti (This
Must Be the Place ha
ottenuto però il Premio
Ecumenico), ma non
ridimensionato. Sia
Sorrentino che Moretti
hanno incassato
parole d’elogio dalla stampa internazionale. E
anche l’esordio in regia di Alice Rohrwacher,
Corpo celeste (alla Quinzaine), ha convinto. Non
è un caso che ad accompagnare la nostra
spedizione sulla Croisette sia stato Giancarlo
Galan, primo ministro della cultura a mettere
piede a Cannes dopo due anni di assenza.
Le buone notizie non finiscono qui. Il Rapporto
sul Mercato e l’Industria del Cinema in Italia
2010 – realizzato dalla Fondazione Ente dello
Spettacolo – conferma una
Mi permetto di aggiungere
crescita complessiva di tutta la
due considerazioni: la prima
filiera: aumentano le società di
riguarda la sintomatologia del
“Cannes promossa a
capitali impegnate nella
reale condivisa da tutti i film in
pieni voti. Pagella buona produzione; migliora il livello di
concorso. C’è un ideale filo
investimenti; si diversificano le
rosso che li lega e che
anche per il cinema
fonti di finanziamento; incrementa
evidenzia lo scollamento tra il
italiano”
l’apporto delle Film Commission;
mondo dei padri e quello dei
lievita la produzione nazionale; il
figli. Una vera e propria
scissione, le cui cause vanno individuate caso comparto si allinea ai nuovi standard
tecnologici.
per caso, declinate secondo la sensibilità e la
Un risultato sorprendente se paragonato al
cultura di ciascun autore. Connesso a questo
quadro economico generale, ancora in
sentimento diffuso di rottura e di perdita è
sofferenza. Un trend in controtendenza che
l’elaborazione del lutto, altro grande tema
conferma come quello del cinema non sia tanto
portante del cartellone. La seconda
un lusso da difendere, ma un cavallo su cui
considerazione invece è più circoscritta e
riguarda il cinema italiano. Torna a casa senza puntare.
COMUNICAZIONE E SVILUPPO
Franco Conta - [email protected]
COORDINAMENTO SEGRETERIA
Marisa Meoni - [email protected]
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Via G. Palombini, 6 - 00165 Roma - Tel. 06.96.519.200
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Associato all’USPI
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Iniziativa realizzata con il contributo della Direzione Generale
Cinema - Ministero per i Beni e le Attività Culturali
La testata fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge
7 agosto 1990, n. 250
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
5
sommario
n. 6
giug no 2011
SERVIZI
20 Super (8) Abrams
Anteprima dell’atteso,
nuovo lavoro del creatore
di Lost: vi sorprenderà
30 La nostra Cannes
Vincenti o snobbati:
i titoli che ci sono rimasti
nel cuore. E non solo
34 Bollywood mon amour
Immagini, suoni e colori:
il film che racconta un mondo
ha incantato la Croisette
PERSONAGGI
FILM DEL MESE
52 The Tree of Life
56 Corpo celeste
57 Una notte da leoni 2
57 Zack & Miri - Amore a...
primo sesso
58 London Boulevard
60 Mr. Beaver
61 The Hunter
61 L’ultimo dei templari
63 Il ragazzo con la
bicicletta
63 Paul
65 Un anno da ricordare
65 I guardiani del destino
66 Venere nera
68 Monsters
47 Nostalgia Doors
Arriva When You’re Strange: a 40
anni dalla morte di Morrison
50 Judy Holliday
Eve
Hewson
Miscela di glamour e intelligenza
COVER STORY
24 Potter addio
Cala il sipario sulla saga
del decennio: ma sarà davvero
l’ultima battaglia di Harry?
Yahima Torrès in Venere
nera. A sinistra i Doors
Figlia di Bono Vox,
emergente in This Must
Be the Place di
Sorrentino
10
Morandini in pillole
Festival e distribuzioni:
quale criterio?
12
Circolazione
extracorporea
Rete e copyright: questo
è il dilemma
14
Glamorous
News e tendenze:
assalto alla Montée
16
Colpo d’occhio
Astrid Bergès-Frisbey,
Sirena tra i Pirati
18
La posta di Shekhar
L’emergenza acqua
nella sua prossima opera
72
Dvd & Satellite
Apocalypse Now: 3 dischi
Blu-ray con extra infiniti
78
Borsa del cinema
Mercato e industria a
Rapporto
80
Libri
USA vs. Europa: guerra?
82
Colonne sonore
Il doc di DiCillo,
il Desplat di Malick
42
Ryan
Gosling
Committente e
protagonista di Drive, ha
fatto vincere il premio
per la regia a Refn
pensieri e parole
Quello che gli altri non dicono: riflessioni a posteriori di
un critico DOC
MORANDINI in pillole
di Morando Morandini
Autoritratto – Per le edizioni Portaparole di Roma, Fabio Carpi
ha scritto un libro – “Come ho fatto i miei film”, presentato da
Gian Pietro Brunetta che lo definisce una sorta di unicum nella
letteratura cinematografica, un “monstrum” nel senso etimologico del termine. Mi limito a una citazione (pag. 275):
“L’imprevedibilità dell’uomo è forse quello che più lo distingue
dagli altri animali… Soprattutto se si tratta di un funzionario
della RAI”. Aggiungo la citazione di una citazione: “A un’intervistatrice che gli chiedeva come avrebbe definito il mestiere di
regista Mauro Bolognini aveva risposto: ‘Un’ardente pazienza’”.
Secondo Brunetta, potrebbe essere il titolo perfetto per questo
diario. Un libro anomalo di un regista in disparte.
Un Jones dimenticato – Il 23 e il 25 gennaio scorso al Teatro
delle Muse di Ancona, diretto da Roman Vlad, andò in scena The
Emperor Jones, opera in 2 atti di Louis Gruenberg (1844-1964)
la cui prima mondiale fu al Metropolitan di New York il 7 gennaio
1933, diretta da Tullio Serafin con l’afroamericano Lawrence
Tibbett nel ruolo di Brutus Jones. Nella recente riedizione di un
lavoro che sul Sole 24 Ore Quirino Principe definisce “un tempo
acclamatissimo e oggi ingiustamente
dimenticato”, il protagonista è stato
Nmon Ford, afroamericano. Principe
ricorda che in passato ne fu protagonista il baritono e attore nero Paul
Robeson (1898-1976), indiziato
“comunista” nell’era del reazionario
McCarthy, ma non dice se interpretò
l’opera di Gruenberg o il dramma giovanile (1920) di Eugene O. Neill da cui
deriva. Dal testo teatrale nel 1933 fu prodotto da United Artists
un film, protagonista ancora Robeson, che circolò anche in
Italia, in qualche sala d’essai. Fu un insuccesso di pubblico e di
critica. Diretto dal mediocre Dudley Murphy, è una piatta versione che conta soltanto per l’interpretazione di Robeson e per
alcuni spunti realistici. Dimenticato e dimenticabile.
In che misura
la Mostra di
Venezia serve
alla diffusione
dei film che
mette in
concorso?
10
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
Quanto utili? – A che cosa servono i festival? Alla 67° Mostra di
Venezia (2010) erano in concorso 23 film di cui 19 stranieri e 4
italiani. Otto mesi dopo, tra i 19 titoli stranieri soltanto sei
risultavano distribuiti. Di altri tre è stata annunciata l’uscita in
estate o all’inizio di autunno. Conclusione: più della metà non
saranno visti da quella piccola minoranza degli adulti italiani
che vanno ancora al cinema. Lasciamo ai lettori l’interpretazione di queste cifre: in che misura la Mostra di Venezia serve
alla diffusione dei film che mette in concorso, cioè quelli che in
qualche modo predilige?
giugno 2011
FINE PEN(N)A MAI
VISIONI FORZATE E INDULTI
CRITICI
A Malick estremi, estremi premi: The
Palme of Life. #### Come mi faccio mi
disfo: Lars von Trier in Melancholico fuoricampo. Dalla sua l’Iran, che è peggio.
#### Proverbio italiano: “Quest’anno è
l’anno giusto”. #### Locandine tricolori
a Cannes: This Must Not Be the Place e
Habemus nihil. #### Con occhi porcini,
De Niro chiama i suoi compagnons de
jurie “champignons”. #### Quando il
cinema (La conquete) falsifica la realtà:
“La politica è un lavoro stupido fatto da
persone intelligenti”. #### Michel
Piccoli ai giornalisti, indicando Nanni:
“Chi è quello?”. Appunto. ####
Kaurismaki se la Lega al dito: “Nel
Mediterraneo ci sono più certificati di
nascita che pesci”. #### Final Cut: dove
c’era l’Albero, ora non c’è Sean Penn.
#### Epigrafe italiana: Yes They Cannes.
ALMOST (IN)FAMOUS: DALLE
STALLE ALLE STARLETTE
This Must Be the Man: marcatura a
donna di Courtney Love su Sean Penn.
STOP Per un maschio eterosessuale 12
giorni di Croisette sono il Paradiso. Il
13esimo Dio ricreò l’Inferno. STOP
Elisabetta Canalis ormeggiata in Costa
Azzurra. Su quel ramo del Lago di Como,
qualcuno gode. STOP Che cosa condividano Hors Satan di Bruno Dumont e
L’Apollonide di Bertrand Bonello è appiccicosa questione. STOP Tra tanti attori
cani, un cane d’attore: il terrier Uggy (The
Artist ) rosicchia la Palme Dog. STOP
Assonanze cinefile: “Che bello Le Havre
di Kiarostami”. STOP Nota a piè di pagina
(Footnote di Joseph Cedar): “Non si citaFederico Pontiggia
no gli idioti”.
Regalati un momento
di relax.
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Up in the Air - © TM and Copyright 2010 by Paramount Pictures. All Rights Reserved.
circolazione extracorporea
UNA QUESTIONE
DI DIRITTI
Fruizioni multiple nell’era della riproducibilità
a cura di Peppino Ortoleva
LA RETE METTE IN CIRCOLO MATERIALI DI CUI
CIASCUNO È INSIEME EMITTENTE E RICEVITORE. QUALE
FUTURO PER LA “PROPRIETÀ INTELLETTUALE”?
COPYRIGHT
La circolazione extracorporea dei film (e di spezzoni televisivi e video di ogni genere) su YouTube e in rete più in generale è anche un problema giuridico. Per ora a
farcene rendere conto sono soprattutto: a) le grandi cause miliardarie intentate
dalle aziende cosiddette content provider nei confronti di YouTube; b) le azioni
altrettanto decise ma meno visibili e più efficaci con le quali i grandi
proprietari di diritti, per esempio musicali, stanno “pulendo” la rete
delle canzoni e dei clip. Ma il problema resta, ed è in fondo quello
posto a suo tempo dal distributore gratuito di musica, Napster, e parzialmente risolto con l’avvento di iTunes che creò una forma di mercato online: la difesa della proprietà intellettuale sta dando luogo a
una limitazione della libertà di espressione? La circolazione di brani o
interi film sulla rete deve essere considerata fisiologica, cosa che la
rende “naturalmente” gratuita, o patologica, cosa che legittima un
intervento correttivo (“curativo” per dare continuità alla metafora)?
Il dato paradossale è che nei secoli della stampa la normativa sul
copyright e la libertà di stampa non solo non si sono contrapposti ma
al contrario si sono sorretti a vicenda. La proprietà intellettuale consente di trasformare in merci dei beni che altrimenti per la loro
immaterialità non potrebbero mai esserlo; e la forza della libertà di
comunicazione, secondo la classica interpretazione di John Stuart
Mill, sta nel fare competere tra loro le idee appunto come le merci
competono sul mercato.
Questo assetto nato con la stampa non è stato messo in discussione
né dal cinema né dalla televisione, per alcuni motivi apparentemente ovvi ma in
realtà non banali: a) il fatto che ci troviamo di fronte a un numero limitato di soggetti che emettono e a una massa che riceve, i primi vendono e gli altri comprano
direttamente (costo del libro, biglietto del cinema) o indirettamente (la TV “vende la
loro attenzione” ai pubblicitari); b) il fatto che la fabbricazione di copie è un processo specializzato, per cui è possibile fissare una sorta di pedaggio al momento della
copiatura del testo, “diritto di copia” appunto. Il
computer ha fatto saltare il secondo passaggio,
in quanto si tratta di una macchina che produce
indefinitamente copie di “originali” che sono
stringhe di dati leggibili solo dalla macchina. La
rete il primo, in quanto mette in circolo materiali
di cui ciascuno è insieme emittente e ricevitore,
e rielabora all’infinito le immagini e i suoni.
In questa situazione siamo di fronte a un autentico rompicapo, giuridico e comportamentale.
Proclamare con facilità parole d’ordine tipo “No copyright” porta a un vicolo cieco,
perché il rischio è che il lavoro intellettuale diventi esso stesso privo di compenso.
Restare attaccati al vecchio modello di proprietà intellettuale rischia di essere
insieme rigido e impraticabile. La prima cosa da avere chiara è questa: soluzioni
semplici non ce ne sono.
Il computer produce
indefinitamente copie
di “originali”, stringhe
di dati leggibili solo
dalla macchina
12
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
RESTA SOLO LA TERRA
UN FILM DI MICHAEL BAY
PARAMOUNT PICTURES PRESENTA IN ASSOCIAZIONE CON HASBRO
UNA PRODUZIONE di BONAVENTURA PICTURES UNA PRODUZIONE TOM DESANTO/DON MURPHY UN FILM DI MICHAEL BAY “TRANSFORMERS 3” [TRANSFORMERS: DARK OF THE MOON] SHIA LABEOUF JOSH DUHAMELJOHN TURTURRO
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DI DEBORAH L. SCOTT
DI ROGER BARTON WILLIAM GOLDENBERG, A.C.E. JOEL NEGRON
DI NIGEL PHELPS FOTOGRAFIA AMIR MOKRI ESECUTIVI STEVEN SPIELBERGMICHAEL BAY BRIAN GOLDNERMARK VAHRADIAN
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IN CINEMA SELEZIONATI. ANCHE IN 2D.
DA MERCOLEDÌ 29 GIUGNO AL CINEMA IN
glamorous
Ultimissime dal pianeta cinema: news e tendenze
4
1
L’ALTRA CROISETTE
Esiste un’altra Cannes, parallela a quella ufficiale. La Croisette degli sponsor, dei corpi
scolpiti e dei feticci laccati. Di fotografi assiepati. Del buon gusto, per cattivo che sia. Di
tacchi e spacchi, paillettes e vetrine, di bambole al tappeto e damerini sotto (e viceversa).
Nelle feste, con i gioielli, dentro i trucchi. Riservata. Preclusa soprattutto ai giornalisti.
Quelli che la dolce vita continuano a gustarsela in sala.
2
3
5
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
maggio 2011
a cura di
Gianluca Arnone
1 L’attore John C. Reilly; 2 Mel Gibson e Jodie Foster;
3 La modella Bianca Balti; 4 Diane Kruger; 5 Adrien
Brody; 6 L’attrice Elodie Bouchez ed Emir Kusturica;
7 L’attrice Bing Bing; 8 La modella Madalina Ghenea;
9 Ryan Gosling; 10 L’attore Ezra Miller; 11 La modella Ana
Araujo e il fidanzato Ron Wood; 12 Rosario Dawson
10
6
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7
8
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12
maggio 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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c olpo d’occhio
FE ST IVAL DE L M ES E
di Massimo Monteleone
Viaggio in Italia: dal Fantafestival al Cinema
Ritrovato, passando per Taormina e Pesaro
Il ca nt o dell a s ir en a
Astrid Bergès-Frisbey e
Sam Caflin sono la vera
rivelazione dei Pirati dei
Caraibi. E il futuro della
saga
Sei intrappolata dentro una coda di
pesce e non canti. Hai una patina
sugli occhi, come nebbia prima del
pianto. Non canti, ma ai suoi occhi
sei l’alleluia alla bellezza del creato.
La sirena e il predicatore, il mostro
e il servo del Signore. Un
matrimonio divino, bestiale. Fate
voi. Certo è che nel quarto Pirati dei
caraibi la coppia corsara è quella
16
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
ICS - INCONTRI
CINEMATOGRAFICI DI
STRESA
VI edizione della rassegna che
apre le porte alla nuova
cinematografia europea. Una
panoramica della migliore
produzione della Svezia – per la
prima volta presente al festival –
al fianco di quelle d Belgio, Italia,
Portogallo e Svizzera.
Località Stresa (VB), Italia
Periodo 1-6 giugno
tel. 3393495625419
Sito web www.stresacinema.org
E-mail [email protected]
Resp. Luca Evangelisti
1
PARLARE DI CINEMA
VII edizione della rassegna
diretta dal critico Paolo
Mereghetti e dedicata agli esordi
cinematografici. La
manifestazione viene inaugurata
dalla mostra fotografica “Viaggi in
Italia 2 – set del cinema italiano
1960-1989”.
Località Castiglioncello (Livorno),
Italia
Periodo 15-19 giugno
tel. (0586) 724287
Sito web
www.comune.rosignano.livorno.it
E-mail [email protected]
Resp. Paolo Mereghetti
FANTAFESTIVAL
2 XXXI
edizione della Mostra
ARCIPELAGO
6 XIX
edizione del “festival
Internazionale del Film di
Fantascienza e del Fantastico.
Rassegne, panoramiche,
anteprime e tanti ospiti,
all’insegna della sci-fi, dell’horror
e del fantastico.
internazionale di cortometraggi e
nuove immagini”. Sezioni
competitive: The Short Planet
(“corti” internazionali); ConCorto
(“corti” nazionali); Corto.Web
10.0; Extra Large (documentari
nazionali). Non competitive:
Itinerari – Panoramica Italiana.
Località Roma, Italia
Periodo 20-24 giugno
tel. (06) 39388262
Sito web
www.arcipelagofilmfestival.org
E-mail
[email protected]
Resp. Stefano Martina
Località Roma, Italia
Periodo 9-19 giugno
tel. (06) 8841246
Sito web www.fanta-festival.it
E-mail [email protected]
Resp. Adriano Pintaldi, Alberto
Ravaglioli
BIOGRAFILM FESTIVAL –
INTERNATIONAL
CELEBRATION OF LIVES
VII edizione dell’unico evento
mondiale interamente dedicato
alle biografie e ai racconti di vita.
Previsti un concorso, sezioni
tematiche, anteprime italiane e
internazionali, focus, incontri e
retrospettive. Quest’anno si
celebra “ ‘85/’86 – L’inizio del
futuro. Il mondo globalizato. La
rivoluzione digitale. La coscienza
tecnologica.”
Località Bologna, Italia
Periodo 10-20 giugno
tel. (051) 4070166
Sito web www.biografilm.it
E-mail [email protected]
Resp. Andrea Romeo
3
formata da Astrid Bergès-Frisbey e
Sam Claflin, entrambi alla prima
ad Hollywood, insieme per rubare
la scena alla più gettonata unione
tra Johnny Depp e Penelope Cruz.
E c’è già chi parla di un quinto
episodio dedicato. Sorpasso
generazionale? No, colpo di reni
degli sceneggiatori della saga, per
il resto ammuffiti come le navi che
salpano verso avventure lontane.
Ai confini del mare l’orizzonte era
piatto. Il film già visto. Poi quei
due. Il canto della sirena e la
parola di Dio. E la promessa di
portarci lontano. Oltre una saga
sciancata.
G.A.
TAORMINA FILMFEST
LVII edizione della rassegna
siciliana, con anteprime di film di
tutto il mondo alla presenza di
autori ospiti. Le sezioni
competitive “Mediterranea” e
“Oltre il Mediterraneo”
presentano circa 7 lungometraggi
ciascuna prodotti in quell’area
geografica. Previste una
retrospettiva sui paesi del
Maghreb e l’anteprima di Kung Fu
Panda 2.
Località Taormina (Messina),
Italia
Periodo 11-18 giugno
tel. (06) 486808 (segreteria a
Roma)
Sito web www.taorminafilmfest.it
E-mail
[email protected]
Resp. Deborah Young
4
5
MOSTRA INTERNAZIONALE
7 DEL
NUOVO CINEMA
XLVII edizione del longevo festival
italiano, coerente nel seguire
percorsi originali, tendenze
sperimentali, cinematografie e
autori emergenti. In programma
titoli inediti e una rassegna sui
documentari russi contemporanei.
L’evento speciale è l’omaggio a
Bernardo Bertolucci. Incontri con
gli autori e tavole rotonde.
Località Pesaro, Italia
Periodo 19-27 giugno
tel. (06) 4456643 (rif. a Roma)
Sito web www.pesarofilmfest.it
E-mail [email protected]
Resp. Giovanni Spagnoletti
IL CINEMA RITROVATO
XXV appuntamento con la
rassegna dedicata ai film muti e
sonori riemersi e ai classici
restaurati, con incontri e
seminari. In programma, fra le
varie sezioni, gli omaggi
retrospettivi al tedesco Conrad
Veidt e al maestro Howard
Hawks. Ospita anche la Fiera
dell’Editoria Cinematografica.
Località Bologna, Italia
Periodo 25 giugno - 2 luglio
tel. (051) 2194814
Sito web www.cinetecadibologna
.it/cinemaritrovato2011
E-mail cinetecamanifestazioni1
@comune.bologna.it
Resp. Peter von Bagh
8
La po sta di SHE KHA R KA PUR
L’EMERGENZA IDRICA
MONDIALE SARÀ AL CENTRO
DEL MIO PROSSIMO
LAVORO (PAANI). AMBIENTATO
IN UN FUTURO
TRAGICAMENTE
PROSSIMO
Pensieri in libertà: lo sguardo globale del cineasta indiano
DA TEMPO ABBIAMO SUPERATO IL LIMITE di
guardia. La situazione dell’acqua è di piena
emergenza. Questo è il motivo per cui il mio
prossimo film sarà Paani, “acqua” in Hindi. Arriva
forse nel momento di massima consapevolezza
globale del problema. Ci ho pensato per la prima
volta 10 anni fa, ma allora non sarebbe stato
finanziato. La gente non credeva a una potenziale
guerra per il controllo delle risorse idriche. Paani
sarà ambientato in una società futura dove l’acqua
viene usata come arma di controllo politico e
sociale. Si tratterà di una megalopoli, in linea con le
previsioni delle Nazioni Unite che immaginano un
mondo fatto di città da 30/40 milioni di abitanti, con
infrastrutture inadeguate. I maggiori pericoli
riguarderanno l’acqua. Le prime avvisaglie del
problema potrebbero verificarsi presto a Mumbai e
Città del Messico. A seguire Los Angeles. Un fattore
rischia di innescarle. Lo sviluppo economico in India
e Cina non potrà realizzarsi se la popolazione sarà
assetata. In un’economia globale integrata, la
crescita è possibile solo al netto del malcontento
sociale. L’Europa è già sotto pressione per la forte
ondata immigratoria dal Nord Africa. Immaginate
un milione di espatriati in cerca di acqua. Quale
IL BUCO NELL’ACQUA
18
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
esercito al mondo riuscirebbe a fermarli?
I processi di urbanizzazione avvengono, com’è noto,
a spese delle campagne e dell’economia agricola.
Quasi il 65% dell’agricoltura indiana dipende
dall’approvvigionamento idrico fornito dal terreno.
Ma buona parte di questo viene ora utilizzato per
servire le aree urbane. I proprietari terrieri nel
frattempo approfittano dell’accresciuto valore di
mercato delle proprie terre per venderle agli
immobiliaristi, contribuendo così alla scomparsa
delle tradizionali comunità rurali. Una volta finiti i
soldi, i loro figli spesso finiscono nelle mani della
criminalità, come è già avviene nelle nuove aree
periferiche di Nuova Dehli. I politici dal canto loro
preferiscono portare l’acqua dove più alta è la
concentrazione di elettori. E’ un circolo vizioso. A
Mumbai, ad esempio, gran parte degli allacci idrici
sono illegali, e in mano ai capi politici locali che ne
dispongono a favore dei loro bacini elettorali.
L’acqua al momento va non dove c’è maggiore
bisogno, ma dove viene pagata di più e garantisce
più voti. Con la sua privatizzazione aumenteranno i
problemi.
La scolarizzazione delle bambine indiane è
miseramente fallita per il semplice fatto che sono
loro le tradizionali portatrici d’acqua. Significa che
impiegano un’intera giornata per trasportarla da
luoghi distanti molte miglia. Tutti i giorni. Succede in
India, Africa e in alter parti del mondo. La questione
dell’acqua è fortemente connessa con tutto il
sistema socio-economico mondiale. Se buttate via
un paio di jeans vi sarete sbarazzati di 6000 litri
d’acqua. Il cotone è una pianta assetata d’acqua.
L’economia d’esportazione e la crescita del
consumo locale incidono poi pesantemente sul
dilapidarsi delle risorse idriche. I terreni disboscati
vengono ripiantati con piante di eucalipto perché
crescono più velocemente e sono più richieste dal
mercato. Ma l’eucalipto drena dalla terra molta più
acqua di quanto sia capace di restituire. Servirebbe
un approccio complessivo al problema. L’aumento
dei consumi e le misure per stimolare l’economia
sono importanti tanto quanto il surriscaldamento
globale e la sparizione dei ghiacciai.
Ho avuto incontri con esponenti della Banca
Mondiale e di molte altre organizzazioni, cercando il
modo di coinvolgerli nel progetto. Ho pensato:
perché un film deve essere solo un film? Non
potrebbe contribuire a edificare una comunità
consapevole?
Consapevole a ogni livello.
Vogliamo parlare del nostro bisogno di tenere
sempre aperti i rubinetti? Il 90 % dell’acqua che
viene usata per lavarsi le mani viene perduta.
Prodotti come shampoo, saponette, dentifrici,
detergenti creano schiuma. Più schiuma significa
più acqua per lavarla via.
Potrei continuare.
A Mumbai la gente può fare la doccia per 24 ore al
giorno senza finire l’acqua. Per le strade invece le
persone vengono letteralmente alle mani per
mezzo secchio d’acqua consegnato tre volte la
settimana a un costo esorbitante, dai camion
appartenenti alla mafia dell’acqua. Che sta
assumendo il controllo delle risorse idriche
nelle maggiori aree urbane.
(TRADUZIONE A CURA DI GIANLUCA ARNONE)
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
19
anteprima
SUSPENSE, HUMOUR,
IMMAGINI SPETTACOLARI,
OMAGGI CINEFILI: ECCO
L’ATTESO GIOIELLINO
FIRMATO J.J. ABRAMS.
CHE RACCONTA: “E’ IL
MIO PRIMO FILM
AUTOBIOGRAFICO”
DI MARINA SANNA
20
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
SUPER 8
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
21
anteprima
“SPIELBERG
E’ STATO UN MODELLO
PER ME FIN DALLA
INFANZIA”
IL PROGETTO di Super8 era già nell’aria
due anni fa quando aveva resuscitato
Star Trek per il grande schermo. “Ora
vorrei fare qualcosa di originale - ci
aveva detto J.J. Abrams. Non posso fare
serie televisive all’infinito”. Una battuta,
che rivelava però tutto l’amore per il
cinema, nonostante il successo delle sue
creature: Alias, il recente Fringe e
soprattutto Lost, che ha cambiato modo
di fare televisione (in America) e
ipnotizzato milioni di persone nel
mondo. L’iperattivo 45enne regista
newyorchese, che ha collaborato alla
stesura di molte sceneggiature (tra cui
Armageddon, per restare in tema),
prodotto Cloverfield (è in arrivo il
sequel), diretto Mission: Impossible III,
unisce il fiuto innato per gli incassi e
22
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
un’intelligenza fuori dal comune alla
passione per la sci–fi. Il mestiere ce l’ha
nel sangue: con immagini ad effetto,
incastra lo spettatore in trame e
sottotrame elaborate, stordendolo con
doppie verità e fenomeni inspiegabili,
avvolgendolo in un gioco di scatole cinesi
senza fine. Il mistero, declinato in modo
sempre nuovo è il presupposto narrativo,
il retaggio di un adulto che ha fatto
I giovani protagonisti di
Super8: Elle Fanning, Joel
Courtney e Ryan Lee.
Sotto Courtney con Riley
Griffits; a sinistra il regista
J.J. Abrams
tesoro dello stupore infantile. Va da sé
che il legame col più abile narratore di
favole dei nostri tempi (che non a caso
produce Super8) era scritto nel destino:
a Steven Spielberg J.J. ha infatti
dedicato idealmente il suo primo film
autobiografico, infarcendolo di citazioni
(da Incontri ravvicinati del terzo tipo a
E.T., i B-Movies degli anni 50, c’è
persino King Kong), incursioni nel
stazione di benzina uno sceriffo viene
fantastico e riferimenti personalissimi
travolto e letteralmente risucchiato
(il bambino J.J. che scopre il super8,
l’esperienza condivisa con Matt Reeves, (sbranato?) da un nemico invisibile, e la
stessa sorte tocca all’impiegato del
coetaneo e collega, con cui ha scritto la
serie tv Felicity e prima ancora, appena drugstore, che ignaro ascolta il
walkman, ed è solo l’inizio. “Ho cercato
quindicenne, restaurato le opere di
di ricreare l’atmosfera dei miei film
gioventù di Spielberg). “Spielberg è
preferiti - continua Abrams -.
stato un modello per me fin
Protagonisti persone normali, la cui
dall’infanzia – racconta Abrams -.
routine è scandita dal lavoro e la
A prescindere da quello che succede in
famiglia finché non accade qualcosa di
Super8, molto di ciò che vedrete
straordinario, di spaventoso, che
appartiene al mio vissuto”. Siamo in
stravolge le loro esistenze. Il mostro, in
Ohio nell’estate del 1979 e Joe (Joel
Courtney), orfano di madre, decide con i questo caso, rappresenta la perdita.
Per superare il dolore lo devi affrontare,
suoi amici (tra cui la bella Alice, Elle
guardarlo negli occhi, come fa Joe”.
Fanning) di girare un film di zombie.
Niente paura, non ci sono derive
Mentre stanno provando una delle
splatter né scivoloni horror, J.J. sa
scene clou, un treno deraglia e si
come divertire e commuovere il suo
capovolge, scatenando l’inferno. Tra le
pubblico. Anche se la
macerie aleggia una
suspense non manca:
presenza inquietante,
la visione di Super8
un uomo in fin di vita,
che ha provocato
equivale a un giro
deliberatamente
sull’ottovolante
l’incidente ed è un ex
dell’immaginario
professore di chimica,
fiabesco e
gli urla di scappare: lo
cinematografico. La
sconcerto diventa
formula segreta:
terrore e i ragazzini si
intrattenimento,
danno alla fuga sulla
ironia, e una dose
macchina sgangherata
incredibile di fantasia:
INQUADRA IL CODICE QR
di Alice. Intanto
“Mi piacciono le opere
CON IL TELEFONINO
arrivano i militari (i veri
che mescolano i
PER VISUALIZZARE IL TRAILER
cattivi): il convoglio
generi – conclude
DEL FILM
proveniva niente meno
Abrams –. Così mi
che dalla famosa area
concentro su una
51 (la leggenda narra che gli americani
storia e mi faccio molte domande”.
ci tengano nascosti gli alieni). Da
Prima tra tutte, come sanno i suoi
un’altra parte della città, in una
estimatori: che cosa accadrà dopo? %
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COVER
LA SAGA DEL DECENNIO ARRIVA AL SUO EPILOGO,
CON LO SCONTRO DECISIVO TRA HARRY POTTER E
L’OSCURO SIGNORE. MA SARÀ LA FINE?
L’ULTIMA
BATTAGLIA
DI GIANLUCA ARNONE
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COVER
NELLA MIA FINE È IL MIO PRINCIPIO.
L’abbiamo già sentito. Un verso poetico
(da I quattro quartetti di Thomas
Stearns Eliot), il titolo di un libro (forse
il più bello di Agatha Christie),
l’evidenza apodittica del mantra. Torna.
Riecheggia nel finale, col finale, di
Harry Potter. I “doni della morte” non
sono che questa reversio all’origine.
Non all’inizio, ma prima che tutto abbia
inizio. Il 13 luglio (in Italia) il grande
epilogo della saga è una fine già scritta,
diffusa, condivisa. La conoscono i fan e
non solo. Dagli scaffali alla rete, dalle
pagine ad Internet, quello che c’è da
sapere sull’ultimo atto è noto. Persino i
dettagli conoscono. Non del libro, ovvio,
ma del film. L’attesa è semmai
nell’epifania per immagini. Dove le
parole creano sintassi interiori, il
grande schermo impone volti,
simulacri, scenografie. Dal visibile al
non, dall’oggetto al soggetto: ponti. Uno
appare poco prima del finale. I tre
protagonisti – Harry, Ron ed Hermione
– vi si ritrovano, immergono lo sguardo
l’uno nell’altro, e altrove. Un momento
che nel romanzo della Rowling
semplicemente manca. Un inciso
scritto tutto con la lingua del cinema.
Figurativo, emozionale. L’orizzonte
interiore dei primi piani delimita una
Dopo 10 anni Daniel
Radcliffe, Emma Watson
e Rupert Grint sono
pronti a dirsi addio
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Per i tre protagonisti crescere è un
mestiere triste, un passaggio obbligato
sul cadavere del passato
10 anni di magie
Ha segnato una generazione e arricchito la Warner: la
sua storia prima del gran finale
Degli 8 film che compongono la saga
è il più breve, l’unico in 3D e il
conclusivo. Harry Potter e i doni della
morte: Parte II arriva esattamente 10
anni dopo il primo adattamento dei
romanzi della Rowling (La pietra
filosofale). Da allora si sono alternati
diversi registi (lo sceneggiatore
invece non è mai cambiato: Steve
Kloves), che hanno regalato al
franchise varietà e alla Warner quasi
10 miliardi di dollari. Nonostante sia
caratterizzato da un disinvolto
sincretismo e da non pochi sottotesti,
il fantasy ripropone – nei modi di un
romanzo di formazione - l’epico
scontro tra bene e male. Ovvero tra il
mago buono, Harry Potter, e lo
stregone diabolico, Voldemort,
soprannominato
l’Oscuro Signore.
Dall’esito della
battaglia dipenderà il
destino del mondo.
Accanto ai 2 ruota un gruppetto di
personaggi-chiave: dai fedeli amici di
Harry – Ron ed Hermione – al vecchio
Silente, mentore del protagonista; dai
terrificanti dissennatori all’ambiguo
maestro delle arti oscure Piton.
L’ultimo episodio è stato girato
insieme al precedente ed è il più
ricco di azione. Al punto che Daniel
Radcliffe si è ferito durante le
riprese. Nulla di paragonabile
comunque a quello che attende Harry
Potter nel gran finale.
Il maghetto continua la sua ricerca
degli Horcrux, i 7 oggetti magici nei
quali Voldemort ha nascosto la sua
anima.
Solo se riuscirà a recuperarli tutti e a
distruggerli, potrà uccidere l’Oscuro
Signore. Che nel frattempo non se ne
sta con le mani in mano: dopo aver
sottomesso il Ministero della magia
al suo potere e seminato terrore tra
gli esseri umani, Voldemort stringe il
cerchio attorno ad Harry Potter per
catturarlo e ucciderlo.
La resa dei conti tra i due è ormai
G.A.
vicina… Il 13 luglio in Italia.
soglia invisibile, dove chi erano e cosa
sono diventati si danno convegno per un
ultimo abbraccio. Poi non ci sarà più
tempo. Crescere è un mestiere triste.
Un passaggio al futuro sul cadavere del
passato. Solo “se il seme muore,
produce molto frutto” (Gv 12,24). Così è
per il piccolo stregone. Harry Potter
non ricaccerà nelle tenebre soltanto il
Signore Oscuro, ma anche se stesso.
Letteralmente: deve morire con lui. Se
vuole risorgere. Né Messia né magia.
Trucco da narratori semmai. Non un
trapasso ma un passaggio di stato,
dall’infanzia all’età adulta. L’abbandono
delle paure per il tempo delle
responsabilità. Una fantasmagoria
dello sviluppo. L’utilizzo disinvolto
dell’escatologia cristiana, nell’epilogo,
nasconde l’intenzione pedagogica della
saga. L’ultima stazione racchiude tutte
le tappe. Nella sua fine il suo principio,
appunto. Sotto il profilo narrativo e
progettuale, serialità cinematografica e
letteraria sono identiche. La saga
abbonda di suggestioni e simboli, ma si
struttura attorno a un modello di
crescita elementare. Che tiene conto
tanto della maturazione dei protagonisti
quanto dei suoi aficionados. La cosa
curiosa è però un’altra. I lettori dei
romanzi sono i più accaniti spettatori
dei film. Se vanno al cinema, non
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27
COVER
A sinistra e al centro: Tom Felton e Daniel Radcliffe in Harry Potter e i doni della morte: Parte II. A destra il regista David Yates
cercano una storia. Quella la conoscono un’immagine, se non sempre e solo se
stessa? Inoltre il segno iconico è
già. Il punto è l’immagine. Non c’è fine
ontologicamente ambiguo.
nell’immagine. Che duplica, conserva,
L’essere è lì e non è lì. Si mostra e nello
(ri)crea. Gli appassionati della saga
stesso tempo si
vanno al cinema per la
sottrae. I doni della
rassicurazione che il
loro feticcio non
morte – per la regia di
morirà. Da una parte
David Yates –
l’occhio artificiale
esibiscono questa
cattura la parola. Che
doppiezza, sfruttando
diventa corpo,
il circuito del
presenza incastonata
desiderio e della
nella rappresentazione.
perdita attivato
Dall’altra la rivela
dell’immagine. Gli
ultimi due film della
come sogno
saga rivelano una
imperituro, non
cifra cinematografica
soggetto a durata.
INQUADRA IL CODICE QR
CON IL TELEFONINO
inedita ai precedenti.
Harry Potter non solo é
PER VISUALIZZARE IL TRAILER
La stessa magia si
ancora lì –
DEL FILM
riduce a un esercizio
nell’immagine – ma
sul visibile: l’illusione
sarà sempre lì.
ottica, la metamorfosi, la
Nuovamente, ogni volta. Non a caso
moltiplicazione a specchio,
quello che succede generalmente con
gli adattamenti, qui non avviene. Nella
maggior parte dei casi il paragone tra
libro e film è misura di
un’inadeguatezza (del cinema), genera
delusione (del lettore). In questo caso i
fan sono i primi a riconoscere al grande
schermo una funzione decisiva:
esorcizzare il logorio del feticcio col
feticismo dell’immagine.
Un’intuizione simile deve avere guidato
Obama quando ha deciso di vietare la
pubblicazione delle foto di Bin Laden
morto. La loro diffusione anziché
accertare l’uccisione del leader di Al
Qaeda avrebbero sortito probabilmente
un effetto contrario: il suo eterno
ritorno nell’immaginario. D’altra parte,
una volta pubblicate, chi avrebbe
garantito che il Bin Laden della foto
fosse anche quello della realtà? In
un’epoca come questa – segnata dal
ritocco e dal digitale - cosa attesta
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rivista del cinematografo
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giugno 2011
l’occultamento, la smaterializzazione,
non sono in definitiva gli stessi
procedimenti utilizzati dal cinema? La
scopofilia sfacciata segnala il vero
scarto con l’Harry Potter di carta. E
apre in teoria scenari alternativi a quelli
editoriali. Più in linea con la
dimensione virtuale, ciclica e
colonialista del cinema hollywoodiano
contemporaneo. Chi ci impedisce di
pensare che - nonostante la
conclusione della saga letteraria - la
vita del maghetto non possa andare
avanti, continuare oltre i confini segnati
sui libri? Dentro il grande schermo
nulla si distrugge (figuriamoci se
rende: la Warner ha guadagnato quasi
10 miliardi di dollari col franchise).
Inedite puntate, nuovi reboot e filmmondo sono disponibili. Nella fine è
sempre possibile un principio. Li
chiamano I doni della morte, sono le
sorprese del cinema.
%
Sandro Parenzo presenta
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dal 3 giugno al cinema
belle croisette
Lunga vita
alla Palma
Il premio a Terrence Malick è il fiore
all’occhiello di un’edizione ricca di talenti
e opere fuori dal comune
di Marina Sanna foto Pietro Coccia
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I produttori di Tree of Life
con la Palma d’Oro.
Sopra Robert De Niro con
Uma Thurman. Nella
pagina accanto Brad Pitt
belle croisette
LA SORPRESA PIÙ GRANDE di questa
edizione non è stata il premio a Kirsten
Dunst per Melancholia, peraltro
meritato, ma la Palma d’Oro a Tree of
Life. Sembrava impossibile che una
giuria tanto eterogenea, presieduta da
Robert De Niro e composta da cinesi,
africani, francesi, argentini potesse
ritrovarsi sul film che più di tutti ha
spaccato la critica. Applaudito quanto
fischiato, un’opera meravigliosa e
accadono – dice lei -, ma non nel mio
quartiere”. Dialoghi perfetti per un film
delizioso. Dispiace per Michel Piccoli e
Sean Penn, rispettivamente in Habemus
Papam e This Must Be the Place,
entrambi ad altissimo livello, anche se la
scelta di Jean Dujardin non è
immotivata: la performance in The Artist
strepitosa, tra il William Powell
dell’Uomo ombra e il Gene Kelly di
Cantando sotto la pioggia. Giusto il
Una sinfonia meravigliosa e
straziante: una cascata di immagini,
pensieri, solitudini e gesti
straziante, una cascata di immagini,
pensieri, solitudini, gesti (il bacio di
scusa del fratellino maggiore), e
personaggi indimenticabili: per chi
scrive un vero capolavoro. La migliore
interpretazione di Brad Pitt e la
rivelazione di Jessica Chastain. Peccato
per l’altro favorito, Aki Kaurismaki,
tornato a casa mani vuote. Suona come
un presagio lo scambio di battute tra la
protagonista di Le Havre (Kati Outinen) e
il dottore che la cura: “I miracoli
premio alla regia per lo scatenato
Nicolas Winding Refn, che ha ricevuto
una standing ovation per Drive (perfetto
il duro dal cuore tenero Ryan Gosling).
Prevedibile quello al corale Polisse di
Maïwenn, meno la sceneggiatura
all’israeliano Footnote di Cedar. I fratelli
Dardenne (Il ragazzo con la bicicletta) si
sono divisi l’ennesimo riconoscimento
(Gran Prix) con il turco Nuri Bilge Ceylan
(Once Upon a Time in Anatolia). Che ci
fosse un’abbondanza di opere
Thierry Fremaux,
direttore del festival di
Cannes, con Michel
Piccoli e Nanni Moretti
interessanti è confermato dal verdetto
della giuria di Emir Kusturica, che ha
attribuito l’ex aequo a Kim Ki-duk
(Arirang) e al tedesco Andreas Dresen
(Stopped on Track), due lavori distanti un
universo. Che dire allora dell’esclusione
Sfilata di premi: i fratelli
Dardenne, Jean Dujardin,
Kirsten Dunst e Maïwenn.
A sinistra Tilda Swinton,
rimasta a mani vuote
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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dal palmares di Un certain regard di
Restless di Van Sant? La risposta è
semplice: difficile inventare polemiche,
Lars von Trier a parte, in un’edizione
tanto straordinaria, e lo vedrete dai voti
che abbiamo assegnato nelle pagine
seguenti, quanto terribilmente cupa.
Perché filo conduttore delle varie
sezioni, protagonista trasversale più o
meno esplicita, è stata la morte,
accompagnata dall’elaborazione del
lutto. Motore della storia in Restless e
Stopped on Track, presenza impalpabile
per Kim Ki-duk; onnipresente
nell’iraniano Goodbye (premio alla
regia) di Mohammad Rasoulof.
Spostandosi da Un certain regard al
concorso la sostanza non cambia: a
partire da Sleeping Beauty di Julia
Leigh, dove la giovane Emily Browning è
in grado di affrontare qualsiasi cosa
tranne il sonno eterno. Un’ossessione
rosso sangue per Tilda Swinton, madre
maledetta in We Need to Talk About
Kevin di Lynne Ramsay; esecuzione
sospesa ma prevedibile per il pedofilo
Michael dell’esordiente Markus
Schleiner, già assistente alla regia di
Michael Haneke. Incombente per il
Ragazzo dei Dardenne, a cui pero’ viene
regalata (sorpresa!) una seconda
opportunità. Non siamo che un puntino
nel disegno misterioso della vita, dice
Mia Wasikowska a Henry Hopper in
Restless, chiudendo in bellezza i soli tre
mesi di felicità che le sono stati
concessi. Meglio la fine del mondo,
allora, che quella di un singolo individuo,
insegna Melancholia di Lars von Trier.
“Madre, fratello vi sto raggiungendo”
sussurra Sean Penn in Tree of Life, ed
ecco lo scarto tra Malick e gli altri:
l’immensità di un atto d’amore. Non di
disperazione.
%
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rivista del cinematografo
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l’evento
Un’immagine del
favoloso film di
montaggio Bollywood, la
più grande storia
d’amore mai raccontata
ECCO COSA SUCCEDE quando un
cineasta intelligente e creativo accetta il
rischio di una scommessa nata per caso.
Sollecitato da Thierry Fremaux un anno fa
quand’era giurato a Cannes, Shekhar
Kapur (Bandit Queen, Elizabeth),
concepisce un affettuoso omaggio al
cinema musicale hollywoodiano, sul
modello di Hollywood, Hollywood.
Riservando per sé il ruolo del
coproduttore, ne affida la regia al
filmmaker bollywoodiano Rakesh
Omprakash Mehra e al documentarista
americano Jeff Zimbalist. La prima
versione è un documentario tradizionale,
infarcito di interviste e inframmezzato da
alcune clip musicali. Insoddisfatto, Kapur
obbliga tutti a rimettere mano al film,
rimontandolo da capo a piedi. Il risultato
è sorprendente. Quattro o cinque
dichiarazioni di pochi minuti l’una sono
ciò che si salva: il resto è un caleidoscopio
trascinante di sequenze scandite dal
ritmo frenetico di numeri musicali da far
impallidire per fantasia, coreografie e
splendore scenografico le più
straordinarie invenzioni alle quali la
Hollywood dell’epoca d’oro ci aveva
abituati. Frammenti di oltre cento film di
Bollywood, dal bianco e nero degli anni
Cinquanta alle rutilanti creazioni
contemporanee, sono assemblati in
ordine tematico (danze da studio e in
ambienti naturali, su treni in corsa e
sull’orlo di precipizi, sulle spiagge indiane
o sui canali veneziani, passando per la
rituale e immancabile sequenza di ballo
sotto la pioggia). Un’orgia di movimenti
coreografici incredibilmente sincronizzati
e coloratissimi, un trionfo di corpi
impegnati in esercizi acrobatici e sensuali
che sfidano ballando le leggi della fisica
e, insieme, della rigida censura indiana.
Un’incontenibile energia che trasforma
ogni situazione e ogni gesto
nell’esaltazione dionisiaca della bellezza
e della gioia di vivere. Trame e schemi
narrativi apparentemente elementari che
la musica trasforma in apologie della
trasgressione contro il conformismo della
realtà, fatta di grigiore quotidiano e
corruzione diffusa. Che le canzonette ci
aiutino a capire il mondo meglio di tanto
trattati di sociologia lo aveva già detto
Truffaut. Shekhar Kapur lo dimostra con
la folgorante inserzione nel suo film di
alcuni frammenti di cinegiornali che
riprendono i protagonisti della storia
dell’indipendenza indiana (Ghandi, sua
figlia Indira, Nehru). Contestualizzando le
diverse epoche di Bollywood, rendono
inaspettatamente esplicito lo stretto
legame fra i testi in apparenza banali
delle canzoni e i problemi di un dato
momento storico. Anche per questo
motivo, il film può rivendicare l’assoluta
correttezza di un sottotitolo solo in
apparenza enfatico e presuntuoso
Bollywood, la più grande storia d’amore
mai raccontata. Ovvero, come un miliardo
di individui possono riconoscersi nel loro
cinema e vivere felici.
%
Bollywood,
Bollywood!
Dall’India con stupore: il rutilante caleidoscopio di Shekhar Kapur.
Concepito e partorito sulla Croisette
di Alberto Barbera
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belle croisette
Cannes,
che numeri
Media alta per i
film della selezione
e Un Certain Regard.
Ma le sorprese sono
state di più
5 Le Havre
Marcel Marx vive a Le Havre, fa il lustrascarpe, sta con
la moglie Arletty in una casetta piccola, modesta,
spoglia. Con cassettina, lucido e spazzola, cerca di tirar
su qualche moneta, anche se ormai quasi più nessuno
porta scarpe di cuoio e tutti hanno scarpe da
ginnastica. Poi arrivano due sobbalzi. Il primo: Arletty
si ammala ed è una cosa grave. Secondo: Marcel
incontra un ragazzo, Idrissa, che viene dall’Africa e
vuole andare a Londra dalla madre. E comincia una
storia meravigliosa che fonde il realismo poetico
francese e l’irrealismo di Kaurismäki. La bontà, la
dignità, la solidarietà, l’umanità, la semplicità, la
fraternità abitano e arricchiscono questo mondo. Anche
il commissario di polizia ha un punto debole nel suo
cuore di severo uomo di legge. E alla fine ecco il
miracolo che non è mai successo nel quartiere. Il film
ha tutte le marche dei lavori di Kaurismäki. Ambienti,
colori, recitazione, gesti, voci, battute sono
esattamente quelli che ci si aspetta da lui e questo film
lo mettiamo tra i suoi migliori.
B.F.
testi di Gianluca Arnone, Alberto Barbera, Bruno Fornara, Federico Pontiggia, Valerio Sammarco
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La source
des femmes
“Perché io valgo”: quando il product
placement è il film. L’Oreal dà,
Radu Mihaileanu toglie: questa
fonte femminile non sprizza gioia e
rivoluzione, ma pavidità e furbizia. A
partire dalla non localizzazione “Da qualche parte tra Africa del
Nord e Medio Oriente” - per
arrivare all’estetica piccina - leggi
tv – e all’analogia pelosa - a mezzo
stampa - con la Rivoluzione in atto
in quell’Islam innominabile. Altro
che favola, spot chiama spot.
F.P.
1
L’Apollonide
4
This Must Be the
Place
C’è lo spazio americano, ed è un luogo
congelato nella memoria. Già
attraversato, un’infinità di volte. Spazio
che definisce un genere, l'on the road.
Che a sua volta impone un registro
espressivo, una struttura drammaturgica.
E' in questa bolla di immaginario che
Sorrentino inscrive il suo. Il risultato è
Cheyenne, indiano di nome, alieno di
fatto. Il regista e l’attore, Sean Penn. Di
entrambi rappresenta l’altro, la
diversione prospettica, il cambio di scena.
Di Sorrentino che va in America, di Penn
nascosto dietro una maschera che a stento
si riconosce come sua. Scommessa vinta
da entrambi. L’attore si inabissa dentro il
suo personaggio fino a diventarlo. Il
regista colonizzando la "frontiera",
annettendola alla sua terra dei bambini
invecchiati. Cheyenne come Il Divo. Una
vita definita dal gioco. Sfinita nella paura.
Ingolfata nei propri limiti. Crescere
significa oltrepassarli. Trovare il posto che
si deve. Un coraggio nuovo di stare al
mondo. E di fare cinema. Dentro una
metamorfosi che è appena iniziata.
G.A.
4 Goodbye [UN CERTAIN REGARD]
Bertrand Bonello, regista molto
“portato” dalla critica francese. Dopo
questo film spero che le cose
cambino. La Parigi tra Otto e
Novecento, una casa chiusa per
borghesi ricchi, decadenti e
delinquenti, uno di loro sfregia una
delle donne e lasciandole due cicatrici
che la trasformano nella “femme qui
rit”. Film lentissimo, moraleggiante in
maniera fuori luogo, vuoto,
cinematograficamente
immobile.
B.F.
1
Macchina fissa e fotografia
glaciale, Rasoulof stringe lo
sguardo sulla "gabbia"
chiamata Iran: attraverso gli
andirivieni della sua
protagonista, realizza un
film insieme rigoroso e
toccante, in equilibrio tra
l’amore per la propria terra
e la spinta inevitabile ad
abbandonarla.
V.S.
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
37
belle croisette
4 Arirang
Dopo le ultime e fiacche prove, Kim Kiduk era scomparso dagli schermi dei
festival. Si diceva che non stesse bene e
che si fosse ritirato a riflettere e pensare.
Il risultato è questo bellissimo, impietoso
(e vero fino a dove?) autoritratto, girato in
autonomia assoluta in una capanna
sopra un villaggio sperduto tra le
montagne, senza comodità e senza
Stopped on Track
[UN CERTAIN REGARD]
La morte lo fa bello. E’ anche bello il
film di Andreas Dresen, soprattutto, è
buono, vero e commuove da far male.
Vincitore ex-aequo del Regard, prende
l’esperienza più universale al mondo gli ultimi e familiari giorni di un malato
terminale - e ne fa un tragicomico
canto alla vita: il tracollo è osceno, ma
perché così vuole la vita agli sgoccioli e
non la rappresentazione, che tra tutte è
la cura migliore offerta a Frank e alla
sua storia finita.
5
F.P.
38
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
[UN CERTAIN REGARD]
contatti con altre persone. Kim si è
inabissato nella disperazione quando sul
set del suo ultimo film, Dream, un’attrice
ha avuto un infortunio. E lui ha
cominciato a chiedersi se valesse la pena
fare film e far correre dei rischi ai suoi
attori e alla troupe. Con Arirang cerca di
rispondere agli interrogativi su cosa sia
fare cinema, come lo si possa fare. Canta
e ricanta la canzone che dà il titolo al
film. La parola “arirang” vuol dire
“conoscenza di sé”: a questo sta
cercando di arrivare in quella capanna.
Film duro ed esibizionista, forzato e
minimalista, sincero e (non si sa in che
misura) sospetto. Film-confessione,
film-diario intimo, impietoso e pieno di
pietà.
B.F.
Footnote
Hanezu
Il legame con il sottosuolo, nel ciclo
della vita e della morte. L'armonia e
la lotta, della natura e degli uomini.
Il mito, un varco nel mondo. E una
città: Nara. Alfa e omega del cinema
di Naomi Kawase. Che ritrova il
Giappone dimenticato in un film
ostico, enigmatico. Costruito su
immagini di una storia lontana, non
perduta. Un cinema bello e
misterioso, che chiede di essere
abitato prima ancora che
3
compreso.
G.A.
Restless
[UN CERTAIN REGARD]
Ancora una volta, Gus Van Sant
mette in scena due sedicenni, ma
cambia decisamente registro. Lo
sguardo si fa più intimo, meno
distaccato. Il grandangolo che
includeva nei precedenti la
descrizione entomologica
dell'ambiente circostante, cede il
passo ad un focale che stringe
sull'intimità dei due ragazzi
diversamente provati dall'esperienza
della morte. S'incontrano per caso,
s'innamorano e si aiutano a vicenda.
Un piccolo, grande film che riconcilia
col cinema, di una leggerezza
ammirevole e appagante.
A.B.
4
Padre e figlio, studiosi del Talmud,
cultori del culto filologico della
Scrittura e della tradizione
interpretativa ebraica. Il padre non è
mai entrato nelle università, né è mai
stato preso sul serio dagli
accademici: e adesso si vede invece
attribuito il famoso premio Israel.
Solo che c’è stato un errore. Il
premio non deve andare a lui ma al
figlio. Film di Joseph Cedar satirico e
velenoso, girato con scene ora
lunghissime, ora veloci, che non
entra nel merito delle questioni
talmudiche ma che lancia strali
contro l’immobilità di una cerchia
intellettuale che pensa solo a
rafforzare se stessa.
B.F.
3
3
Polisse
Salvaguardare ogni minorenne da
abusi e molestie di qualunque
tipo: è questa la missione degli
agenti parigini della BPM
(Brigade de Protection des
Mineurs), al centro del terzo
lungometraggio di Maïwenn,
attrice e regista 35enne che, nel
film, si ritaglia il ruolo della
fotografa inviata dal Ministero
degli Interni per documentare il
loro lavoro. Basato su indagini e
azioni reali, sulle testimonianze
raccolte dalla regista o vissute in
prima persona durante il periodo
di sopralluoghi, Polisse (forse
esagerato il Premio della Giuria
ottenuto al Festival) mette in
scena crudi interrogatori e
altrettanto delicate situazioni al
limite (vedi pedofilia), insistendo
anche sull’aspetto privato di ogni
poliziotto. Indubbiamente sincero
(la sequenza dell’abbraccio con il
bimbo costretto a separarsi dalla
mamma vale più di mille parole),
ma al tempo stesso troppo
voglioso di voler mostrare "tutto",
il film rischia di vanificare ogni
sforzo compiuto scegliendo per il
finale un colpo basso, “ad
effetto”, onestamente
ingiustificabile.
V.S.
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
39
belle croisette
Once Upon a
Time in Anatolia
Un medico, un magistrato, uomini
della polizia e due arrestati. Girano di
notte per le strade sterrate
dell'Anatolia interna, cercano un posto
dove è stato commesso un delitto. Nuri
Bilge Ceylan racconta con implacabile
lentezza e ha molti dubbi che la
Turchia possa entrare in Europa. Ma sì
che entrerà. Non è poi tanto diversa da
noi. Cosa vuoi che sia nascondere un
piccolo, insignificante delitto.
3
B.F.
4 We Need to
Talk About Kevin
Come si genera un mostro? E' la
domanda che tormenta Eva mentre
percorre a ritroso il cammino di
preparazione all'eccidio. Perpetrato da
quel figlio, Kevin, con il quale non ha mai
legato. Cerca nei singoli episodi che
hanno segnato il fallimento di madre;
scava dentro la meccanica inceppata di
una relazione; sprofonda dentro l'abisso
dell'anima per toccare le radici di un
Male che si propaga nonostante
l'ostinazione di un amore necessario,
naturale. E a lui infine chiede: “Perché?”.
La risposta è questo film devastante. Un
Elephant al contrario. Sovraccarico,
sanguigno, dalla parte del cuore. Con
una immensa Tilda Swinton.
G.A.
40
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
Midnight in Paris
[FUORI CONCORSO]
4
L’Europa fa bene a Woody Allen.
Come se il suo cinema sempre
uguale - per traiettorie, strutture,
caratteri - finisse per rivelare “altrove”
un sapore nuovo, genuino,
profondamente connesso all'ambiente
in cui opera. Parigi stavolta è la quinta e
la scena di una commedia che ruota
attorno alle idiosincrasie di un aspirante
scrittore (il bravissimo Owen Wilson,
tipico alter ego del regista). Per lui le
dimensioni del sogno e della vita
finiscono per intrecciarsi e confondersi,
mentre il film, come uno Zelig, si
traveste di continuo senza nascondersi
mai: il cuore è nostalgico, la mente è
leggera. E arte chiama sempre amore.
La senile maestria di Woody incanta
senza trucchi. Si rinnova mentre infonde
al suo cinema un’inedita ritmica interna,
capace di adattarsi con facilità a spazi e
tempi non suoi. Che lo colorano,
arricchiscono, mutano. A rimanere
identici sono i suoi personaggi: oggi
come allora, si ostinano e si perdono
alla ricerca di una fantomatica età
dell’oro. Mentre Allen se la ride, conscio
invece di avere infine trovato la sua. G.A.
3
La piel que habito
The Murderer
[UN CERTAIN REGARD]
Pedro Almodóvar parte da un’affermazione precisa: che nessuno sta
bene nella pelle in cui si trova a vivere. Definisco allora il film: una
fantasmagoria epidermica! Fantasmagoria, perché c’è di tutto.
Epidermica, nei due sensi di epidermico: 1) perché è un film con uno
scienziato pazzo e padre scriteriato che fa esperimenti sulla pelle
(degli altri e delle altre); e 2) perché è un film superficiale, non tanto
perché non vada a fondo in ciò che vuol dire, quanto perché sembra
non trovare mai un posto dove fermarsi, perché ha sempre bisogno –
anche il film – di cambiare pelle. Storie quindi che ritornano su se
stesse, dove appare un Tigre personaggio a cui ci affezioniamo ma che
scompare troppo presto, storie dove si cambia pelle e anche tutto il
resto, sesso compreso. Un Almodóvar non così convincente come
quando lavora su pochi elementi ma comunque sempre fantasioso e
allegro. Più gelida la prima parte, troppo seriosa; più frizzante la
seconda.
B.F.
The Chaser, di due anni fa, era il
primo film del coreano Na. Lo
attendevamo con una certa
impazienza alla prova del secondo.
Prova superata. The Murderer è
con ogni probabilità il film più
violento che ci sia capitato di
vedere.Violento di una violenza
mai retorica, lirica o gratuita.
Violenza. Di chi la pratica come
mestiere. Forse un po’ troppo
lungo, 140 minuti. Ma c’era troppa
B.F. 3
roba da farci stare.
Ichimei
4 Melancholia
Da Cannes, passando per Hitler e Israele (“A pain in the ass”), fino
all’Iran: con Lars von Trier, il giro del mondo non ha 80 giorni, ma mille
polemiche. Non una “persona non grata”, ma da aiutare: c’era una volta
un film, un bel film, e Lars l’ha suicidato. Un pianeta, pardon pillola, blu
finisce il mondo, ma non è la fine del mondo per la depressa e premiata
Kirsten Dunst: tra Festen e il Tristano di Wagner, una partitura
dell’anima, che tra nuovi sussurri e grida (le sorelle Dunst e Charlotte
Gainsbourg) riscopre l’umano troppo umano. Un capolavoro di
depressione, con – come per Antichrist – il più bel prologo del Festival:
legacci mondani, bambini ignavi e piedi nudi nel parco, anzi, sprofondati
nel green. Un genio malato, Lars.
F.P.
Come le rockstar
diventate unplugged in
vecchiaia, così Miike si
riscopre classico.
Tutto il film è un gioco
di sponda tra passato e presente, edifici
narrativi e formali, in cui il regista fa viaggiare
il suo cinema attraverso il meccanismo dei
flashback, il cromatismo simbolico, il 3D usato
in maniera non convenzionale. Lavorando con
maestria vari registri stilistici, dal wuxiapian
al melodramma. Issando la bandiera
dell'uomo sopra i vessilli di stato. Con una
forza espressiva che mostra il fiato corto
solo nel finale.
G.A.
3
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
41
belle croisette
5 Drive
E’ muto, ma parla: al cuore e alla
testa. Michel Hazanavicius ci riporta
indietro nel tempo, quando le labbra
si muovevano ineffabili: Hollywood,
1927. George Valentin è una
superstar à la Rodolfo Valentino, il
suo Jean Dujardin è ammiccante,
fascinoso e da Palma: l’ha avuta, alla
faccia di Piccoli e grandi colleghi.
Cadrà per qualche parola di troppo
(talkies), ma cherchez la femme
della salvezza: Peppy Miller (Bérénice
Bejo) farà di stardom virtù.
Operazione postmoderna nella
rievocazione dello switch-off mutosonoro che ritorna oggi tra pellicola e
digitale, sala e rete, non ha
nell’esibita perfezione la freddezza
del metacinema cerebrale: non solo
lo struggente e charmant
com’eravamo del cinema, dunque, ma
il come siamo oggi. Arte-vita
evergreen.
F.P.
4 The Artist
42
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
Per il cinema del Terzo Millennio
una promessa già mantenuta:
Nicolas Winding Refn. Il genietto
danese di Pusher e Bronson
sbarca in America senza tradire
se stesso: Drive safe home,
porta a casa la cifra stilistica, la
poetica pessimistica, la violenza
servita con un bacio, lo stallo in
movimento. Film di genere,
addirittura su commissione, ma
nella terra degli Autori ha
strappato il premio alla regia, e
pare riduttivo: stuntman e pilota
criminale, il suo protagonista
no name (Ryan Gosling,
straordinariamente
impassibile) ci guida nella
generazione no future, dove
l’amore (la stupenda Carey
Mulligan) è solo potenza, la
facoltà non si abbina alla
proprietà (guida, non possiede
auto) e la tenerezza condivide il
campo della violenza
iperrealista, del parossismo
splatter. Oltre Dirty Harry, oltre
Michael Mann, il futuro è Refn.
Qui e ora.
F.P.
2
Sleeping Beauty
Lucy si arrangia facendo lavoretti e soprattutto vendendosi.
Con i soldi cerca di aiutare un amico tossico e gentile, qualche
banconota che ha guadagnato la brucia (perché?), trova un
impiego (?) più stabile come camerierina in reggiseno, reggicalze
e mutandine in una casa dove si riuniscono ricchi vecchi (una setta
arcoriana agli antipodi?!) la padrona la fa addormentare con una
pozione e un vecchietto alla volta passa la notte con lei.
Citata nel film, per via del nome della protagonista, la “Lucy in the
sky with diamonds” dei Beatles: ma qui lei sta al fondo, nei
bassifondi, di ogni storia. Film gelidissimo dell’esordiente
australiana Julia Leigh. Non mi è mai venuto in mente neanche
per un attimo di parteggiare per la poveretta.
B.F.
4
L’exercise
dell’Etat
[UN CERTAIN REGARD]
Quale è l’esercizio dello Stato? Acuta
risposta di Pierre Schoeller, The
Minister mette al centro quello dei
Trasporti francese Bertrand SaintJean, l’immenso Olivier Gourmet. Un
turbinio pubblico e privato di riunioni,
schermaglie, rovelli, incubi sessuali e
il tran-tran frenetico e rognoso della
politica: Bertrand non è un mostro,
non è il Sarkozy de La conquete e
nemmeno un Caimano, il suo lavoro
lo fa bene e con intermittente
umanità, ma colpevoli sono le regole
stesse del gioco. Too fast too furious,
non è un esercizio salutare: la
fotografia è livida, il tallonamento
politico, la musica non fa Sistema.
Una tranche de vie indigesta, ma non
aprioristica o ideologizzata:
semplicemente, la politica.
F.P.
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
43
lezioni di democrazia
Iran quotidiano
Questo non è un film: da
Jafar Panahi una grande
testimonianza di cinema
e libertà
Jafar Panahi
filmato dal
documentarista
Mirtahmasb
COSTRETTO DA MESI agli arresti
domiciliari, in attesa del processo
d’appello che dovrebbe confermare o
(si spera) ridurre la condanna a 6 anni
di carcere e a 20 di interdizione a
filmare, uscire dal paese o fare
dichiarazioni pubbliche, Jafar Panahi
si fa riprendere dal documentarista
Mojtaba Mirtahmasb mentre racconta
e mima nel salotto di casa sua il film
che gli è stato impedito di realizzare.
Come Lars von Trier, traccia sul
pavimento i confini della stanzetta
dove i genitori hanno rinchiuso la
figlia per impedirle di uscire e
frequentare l’università di Teheran.
Poi, in un attimo di sconforto, si pone
la paradossale domanda. E’ chiara la
risposta, perché a smettere di filmare
il grande regista iraniano proprio non
riesce. Ad un certo punto, inizia a
riprendere con il telefonino l’amico
che lo filma con la telecamera
professionale: le due immagini
44
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
contrapposte si trasformano in una
drammatica e inattesa dichiarazione
che, smentendo clamorosamente il
titolo del video fatto pervenire
ìllegalmente a Cannes (Questo non è
un film), rivendica a voce alta diritto
alla libertà individuale di espressione,
soffocata dal regime iraniano. Di
grande cinema ne circola parecchio
nel piccolo film (75 minuti, acquistato
da Cinecittà Luce per l’Italia): dalle
drammatiche telefonate iniziali con gli
interlocutori fuori campo (l’avvocato
che prevede una riduzione di pena ma
non la sua cancellazione, la regista
Rahkshan Bani-Etemad che propone
di far circolare una petizione di
cineasti iraniani a suo favore), alle
presenze incongrue di animali che
punteggiano il racconto come in un
film di Herzog (un iguana domestico,
un cagnetto nervoso). Sino alla
straordinaria sequenza finale, con
Jafar chiuso nell’ascensore con un
ragazzo che si ferma ad ogni piano
per raccogliere i sacchetti di
immondizia dei condomini. Il regista fa
parlare il custode, che racconta del
suoi molti lavori per pagarsi gli studi
ed evoca la sera dell’irruzione della
polizia, venuta ad arrestare il regista.
Il piano sequenza si arresta sulla
soglia del palazzo, con l’inquadratura
della strada invasa dai fuochi artificiali
di Capodanno, stigmatizzati dalle
autorità religiose. L’incendio evoca
ben altri conflitti di recentissima
memoria, mentre i titoli di coda
provvedono a ringraziare i cineasti e i
sostenitori del regista, i cui nomi sono
sostituiti da tanti puntini protettivi. Il
senso ultimo del film risiede forse nel
citazione di un detto di Zoroastro,
evocato da Mirtahmasb nella
presentazione: “Se devo lottare contro
l’oscurità, non impugno una spada ma
accendo una candela”.
ALBERTO BARBERA
%
imperdibili
OPEN
THE DOORS
Esce in sala When You’re Strange, doc di Tom DiCillo. Poi in tv e
in dvd, a 40 anni dalla morte di Jim Morrison
di Valerio Sammarco
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
47
imperdibili
“GLI ANNI ’60 iniziano con uno sparo”.
Così la voce narrante (Johnny Depp in
originale, Morgan da noi) di When
You’re Strange introduce lo sguardo su
un’epoca “inaugurata” dall’omicidio
Kennedy e segnata successivamente
dalla ribalta di una delle band più
influenti e controverse della musica
rock mondiale: i Doors.
A quaranta anni dalla morte (3 luglio
1971) di Jim Morrison – leader del
gruppo e figura chiave che incarnò il
sentimento di ribellione giovanile di
quegli anni – arriva nelle sale (dal 21
giugno) il documentario realizzato da
Tom DiCillo, già accolto trionfalmente
nel 2009 al Sundance, ospitato poi in
altri prestigiosi festival internazionali
(da Los Angeles a Berlino, passando
per Londra), tra i quali il Popoli di
Firenze, dove venne presentato in
anteprima nazionale lo scorso 13
novembre, costringendo gli
organizzatori ad una proiezione
aggiuntiva per l’enorme, ed imprevisto,
afflusso di pubblico.
Prodotto da Wolf Films/Strange
Pictures in collaborazione con Rhino
Entertainment, When You’re Strange
(titolo che ovviamente fa riferimento al
ritornello della celebre “People Are
Strange”) ripercorre la storia dei
Doors, in particolare quella di Jim
Morrison, naturalmente attraverso la
musica del gruppo e un importante
lavoro di montaggio che porta alla luce
numerose immagini inedite:
dall’incontro alla UCLA con il
tastierista Ray Manzarek (con cui fondò
il gruppo nel ’65) alla tragica e
misteriosa morte, sei anni più tardi, in
quella vasca da bagno nella sua casa
parigina di Rue de Beautreillis, il lavoro
di DiCillo non mira all’agiografia
“La musica non può che riflettere
quello che accade intorno a noi”: Jim
Morrison inizia ad esibirsi in pubblico
con il gruppo senza aver mai cantato
prima, il loro primo album, The Doors,
esce nel gennaio ’67, anticipato da due
singoli che diventano in un attimo
leggenda (“Break on Through – To the
Other Side” e “Light My Fire”), vince 10
dischi d’oro, 5 di platino e Rolling
Stone lo piazzerà al 42° posto dei
migliori 500 album di sempre.
Nessuno, allora, poteva immaginare
che l’ultima traccia del Lato Due, The
End – poi utilizzata da Coppola oltre 10
anni dopo per lo straordinario incipit di
Apocalypse Now – sarebbe diventata
solamente quattro anni più tardi la
canzone manifesto del suo interprete.
Testamento di un’epoca.
Mischiando esibizioni dal vivo
(culminanti nella “storica”
LE CANZONI E LE POESIE: RACCONTATO DA
MORGAN, NELLA VERSIONE ORIGINALE
LA VOCE NARRANTE È DI JOHNNY DEPP
dell’icona Morrison (scomparso a 27
anni come, poco prima di lui, Jimi
Hendrix e Janis Joplin), ma tenta di
fornire un nuovo punto di vista
sull’uomo, cantante e poeta,
influenzato in tutto il suo percorso
artistico dagli scritti della Beat
Generation, dalle poesie di Allen
Ginsberg e di Arthur Rimbaud, schiavo
negli ultimi anni della sua vita di droga
e alcool, ingabbiato in una depressione
dalla quale, probabilmente, non riuscì
mai ad evadere.
48
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
performance al Dinner Key di Miami,
dove Morrison arrivò con 20’ di ritardo,
ubriaco e confuso, cantò solamente 4
frammenti di canzoni e venne portato
via dai poliziotti presenti con l’accusa
di aver mostrato i genitali in pubblico,
cosa effettivamente mai dimostrata
compiutamente) e registrazioni in
studio, il documentario di DiCillo –
impreziosito dai numerosi passaggi in
cui la voce narrante recita alcune
poesie di Morrison – racconta in 90’ i
54 mesi di vita dei Doors, cosa non del
Da sinistra a destra:
Jim Morrison in
studio. Il regista Tom
DiCillo. I fan con
Morrison, la tomba del
cantante a Pere
Lachaise. Sotto, i
Doors, a sinistra un
murales a Venice
Beach, nell'altra
pagina Morgan
tutto riuscita, in passato, a
predecessori illustri come Oliver
Stone, che nel 1991 con The Doors
tentò la strada della “ricostruzione”
del mito, fallendo platealmente.
Nato anche in seguito all’urgenza di
Ray Manzarek di opporsi a quel lavoro
ritenuto “non veritiero”, con il quale
pure gli altri due componenti della
band (il batterista John Densmore e il
chitarrista Robby Krieger) non si sono
mai riconosciuti, When You’re Strange
è stato definito dal tastierista e
cofondatore dei Doors “l’anti Oliver
Stone”. Distribuito nelle sale da GA&A
Productions, il film di DiCillo sarà
trasmesso il 3 luglio 2011 da Studio
Universal per poi arrivare in homevideo
dal 6 luglio, in un DVD arricchito di
contenuti extra, distribuito da
Universal Pictures Italia e in una
edizione speciale per Feltrinelli.
%
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
49
Sapendo di poter
ottenere quello che
voglio, non mi importa
essere stupida
(Nata ieri, 1950)
’’
QUELLAVOCE
Inconfondibile tocco d’eccentricità e tono
50
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
York il 21 giugno 1921, se ne andrà il 7
giugno 1965 a soli quarantaquattro anni
– ha alle spalle una lunga esperienza
teatrale come autrice e interprete di
rivistine satiriche nei night-club. Nel
cinema fa appena in tempo a apparire in
un piccolo gruppo di film spumeggianti
da Phfft…e l’amore si sgonfia (1954) di
Mark Robson a Una cadillac tutta d’oro
(1956) di Richard Quine e Susanna
agenzia squillo (1960) di Vincente
Minnelli. Ma la prova del nove del suo
enorme talento è La ragazza del secolo
(1954), ancora di Cukor, in cui ripropone
il singolare personaggio della svampita,
confermando la recitazione
personalissima e l’inconfondibile tocco
d’eccentricità. Gladys Glover, la modella
ritratti
QUANDO JUDY HOLLIDAY vince l’Oscar
come miglior attrice per Nata ieri (1950,
nella foto) di George Cukor,
strappandolo di mano alle più
carismatiche Gloria Swanson e Bette
Davis, nessuno ricorda quanto c’era
voluto per convincere il boss della
Columbia a affidarle il ruolo di Billie
Dawn, che aveva brillantemente recitato
per tre anni a Broadway.
Nessun’altra poteva
interpretare meglio di lei
il personaggio dell’oca
bionda destinato a
imprimere una svolta
nelle immagini femminili
del cinema
hollywoodiano. Nel suo
stralunato candore si
muove come una
sonnambula
nell’universo delle
relazioni sociali, una
specie di Harpo Marx al
femminile deciso a uscire
dal suo mutismo per non
smettere più di parlare
con una o due ottave al di
sopra della media. Nella
trasferta a Washington è
l’amante al seguito del
losco re dei rottami
Broderick Crawford, che
straccia regolarmente a ramino, ma con
l’aiuto pigmalionico del giornalista
liberal William Holden la sua
“innocenza” ha la meglio sulla
corruzione dei politicanti, mentre la
commedia si concede una strepitosa
visita guidata ai monumenti topici della
democrazia americana.
La star dai riccioli biondi – nata a New
disoccupata che pensa meglio quando si
toglie le scarpe, adocchia uno spazio
pubblicitario al Columbus Circle e non
esita a acquistarlo per tre mesi
investendovi i suoi risparmi.
Non resiste alla tentazione del grande
cartellone vuoto in cui fa scrivere a
caratteri cubitali il suo nome. La trovata
è sorprendente e sembra anticipare le
polemiche sui media
dei decenni successivi.
“Smontaggio per
assurdo di tutto il
meccanismo della
celebrità, la morale
della favola è che è più
facile trovare la gloria
che giustificarla e che
questa gloria è
meschina quando è
ottenuta in una società
incapace di vedere i
propri lati ridicoli”
(François Truffaut).
Come capita alla
sconosciuta
finalmente subissata
di richieste di
autografi, chiamata
negli show televisivi e
negli spot pubblicitari,
corteggiata
contemporaneamente
dal magnate del sapone Peter Lawford e
dal documentarista Jack Lemmon al suo
debutto. Ma ancora una volta prevale
l’innocenza. Non è affatto disposta a
tutto pur di sfondare. Non è disposta a
mentire. La miscela di glamour e
d’intelligenza, che le appartiene come a
pochissime altre, è decisamente
esplosiva.
%
UN PO’ COSI’
di Orio Caldiron
querulo: è La ragazza del secolo, Judy Holliday
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
51
OTTIMO
BUONO
SUFFICIENTE
MEDIOCRE
SCARSO
The Tree of
Malick sfida ogni convenzione narrativa per
realizzare uno dei progetti più belli e ambiziosi
della storia del cinema
i film del mese
in sala
LA LUNGA ATTESA è stata ricompensata
dalla visione di un film tra i più
ambiziosi mai realizzati, e dei più belli.
L’oggetto misterioso ha preso forma
sotto i nostri occhi attoniti, impreparati
e, si direbbe, persino inadeguati, a
giudicare almeno dalle reazioni
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
parzialmente negative di certa
critica, più disponibile a porre
l’accento sulla problematicità di
taluni passaggi che a coglierne la
dimensione radicalmente
innovatrice e felicemente creativa.
D’altra parte, converrà ricordare che
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Terrence Malick
Brad Pitt, Sean Penn
Drammatico, Colore
01 Distribution
139’
anche 2001 Odissea nello spazio – al
quale il film di Malick rinvia per più di
Jessica Chastain
è la madre in The
Tree of Life
Life
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
53
i film del mese
una ragione – non fu unanimemente
accolto al suo apparire come il
capolavoro che oggi nessuno mette in
discussione. The Tree of Life è un’opera
altrettanto originale, uno smisurato
grumo di emozioni intense e suggestioni
visive inedite che nessuna prosa verbale
può sperare, neppur lontanamente, di
evocare. Con il suo film più personale e
autobiografico, Malick si spinge in
territori formalmente inesplorati per
interrogarsi sul senso della vita, il
mistero della sua creazione e quello, se
possibile, ancora più grande della sua
fine. Allo stesso tempo intensamente
poetico e audacemente sperimentale,
mistico e realistico, epico e intimistico,
The Tree of Life sembra voler sfidare
ogni convenzione narrativa, ambire a far
piazza pulita di tutti gli stereotipi
romanzeschi, aspirare al superamento
della logica di causa ed effetto alle quali
la prosa cinematografica ci ha da
sempre abituati. Il nucleo centrale del
racconto è la rievocazione, intensa e
minuziosa, della vita di provincia in una
minuscola cittadina americana dei primi
anni ’50, di cui non è difficile intuire le
radici autobiografiche. Salvo che, con un
gesto creativo senza precedenti, le non
Sean Penn e Joanna Going.
Sotto la Chastain con
Laramie Eppler e Hunter
McCracken
ignote tensioni che alimentano
l’esistenza di una piccola comunità
familiare vengono messe in relazione
con la genesi stessa dell’universo e le
dinamiche psicologiche suscitate dalla
Intensamente poetico e audacemente
sperimentale, mistico e realistico, epico
e intimistico
54
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
morte di un figlio rinviano ai fenomeni
atemporali che scandiscono l’evoluzione
magmatica del cosmo, mentre i conflitti
umani finiscono con l’acquistare una
profondità sconvolgente perché inondati
dalla luce rivelatrice della primordiale
contrapposizione fra innocenza e
violenza, natura e spirito, realtà bruta e
bellezza trascendente. Non credevamo
più possibile ritrovare al cinema - dove
ogni storia sembrava già essere stata
raccontata, e ogni immagine mostrata la verginità di uno sguardo capace di
reinventare la banalità di un gesto
quotidiano, arricchendolo di profondità
insondabili e (in parte almeno) mai
esplorate con altrettanta intensità.
I temi di Malick sono gli stessi sui quali
si sono interrogati da sempre i filosofi: il
problematico silenzio di Dio e l’ostinata
indifferenza della natura, la tentazione
innata del male e l’alternativa impervia
della grazia, l’immensa forza
dell’amore e l’infinito rovello dei sensi di
colpa. E, alla fine, il mistero
indecifrabile della morte che, sola, può
dare un senso alla vita. Si può non
condividere il misticismo di Malick e
opporre resistenza alla sua concezione
fideistica dell’universo. Ma non si può
rimanere indifferenti di fronte allo
splendore visivo e all’intensità emotiva
di un film che si spinge là dove
pochissimi sinora avevano osato
avventurarsi.
ALBERTO BARBERA
%
U NA S ET TI MANA S E N ZA R EGOLE
DAL 15 GIUGNO AL CINEMA
i film del mese
Corpo celeste
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Yle Vianello, S. Cantalupo
Drammatico, Colore
Cinecittà Luce
Un esordio trascendente e con i piedi per terra:
Alice Rohrwacher (e Yle Vianello) da applausi
100’
MARTA (Yle Vianello: come i Dardenne
vorrebbero) ha 13 anni, e ne dimostra
meno: dopo 10 passati in Svizzera,
riscopre la natia Reggio Calabria. E’
terragna la città, e variamente abbrutita:
il fiume è in secca, un letto che non
accoglie, salvo una processione un filo
sacra, un tot profana e molto prosaica.
Nondimeno, in questa architettura di
barriere visibili e geometrie invariabili,
in questa ragnatela di tradizione e
collusione, potrà scoprirsi Corpo
celeste?
Per Anna Maria Ortese “corpo celeste, o
oggetto del sovramondo, era anche la
Terra, una volta sollevato quel cartellino
col nome di pianeta Terra”, per
l’esordiente 29enne Alice Rohrwacher
(sì, è la sorella di Alba) corporea è la
dardenniana marcatura su Marta,
celeste il voltaggio delle immagini,
sprofondate in basso – la diseducazione
56
in sala
Alice Rohrwacher
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
catechetica (si canta: “Mi sintonizzo con
Dio, è la frequenza giusta”), la
parrocchia aziendale e politicamente
sensibile (Don Mario è Salvatore
Cantalupo), il Crocefisso figurativo - e
comunque risollevate da una figura
Christi sui generis: Marta, che
evangelicamente diremmo piuttosto
Maria. Spronata dal produttore Carlo
La regista Alice Rohrwacher
Cresto-Dina (Tickets) e felicemente
approdata alla Quinzaine di Cannes 64,
la regista ha circoscritto in questa
paradossale corporeità celestiale, in
questa trascendenza coi piedi per terra
tante delle questioni che sfregiano il
nostro qui e ora: se il percorso è
parabolico, Marta è un satellite
comunque indipendente, in moto di
rivoluzione rispetto alla massa pesante
e asservita di Reggio, e dell’Italia che
non cresce. Mentre il catechismo si fa
quiz, ma il Crocefisso dev’essere
secondo tradizione, Marta è una piccola
donna che cresce: il film è lei, e come lei
in divenire, fiducioso, e non corruttibile.
Con grazia femminile e adolescenziale
empatia, la Rohrwacher rispolvera ad
hoc la prima persona neorealistica e le
affida il compito etico, prima che
conoscitivo, di guardare al mondo, e
resistervi: in realtà, è questa la Cresima,
la Confermazione per cui entrambe si
sono preparate.
FEDERICO PONTIGGIA
%
Una notte
da leoni 2
Zack & Miri - Amore
a... primo sesso
La rom-com
secondo Kevin Smith: fuori
dagli schemi del genere, guardando a Harry, ti
presento Sally
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
in sala
Tornano le follie
del “branco”
di Hangover: nell’inferno di Bangkok e con la
new entry della scimmietta scippatrice
SE UN AMERICANO decide di giocare in casa a fare
l’ubriaco/drogato/molesto, scappa con gli amici a Las
Vegas. Ma se opta per la trasferta, allora la Thailandia
non può che essere una delle prime mete della lista,
luogo ideale per vincere il campionato delle sbornie. E
Todd Phillips sembra saperlo bene, esperto com’è di
quelle che sono le distrazioni preferite degli americani
quando decidono di fare follie. In questo secondo capitolo
la formula rimane quella (che fu vincente) del primo: Phil
(Cooper), Stu (Ed Helms) e Alan (Galifianakis) si svegliano
in un motel di Bangkok ricordando poco o nulla di cosa è
successo la notte prima, e attraverso indizi e folli
testimonianze cercheranno di capire cosa li ha portati in
quell’inferno, con la compagnia di un’improbabile quanto
divertentissima scimmietta spacciatrice. Ma questa volta
a separarli dal loro obiettivo - la scomparsa di un
compagno di sbronze - e dall’esotico mondo che li
circonda, c’è un gap linguistico e culturale, vuoto che
porta a situazioni comiche al limite del
razzismo/sessismo che una sceneggiatura seppur
singhiozzante, ma dal ritmo comico spedito non trova il
tempo di giustificare o scusare. That’s the american way!
GABRIELE CARUNCHIO
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Kevin Smith
Elizabeth Banks, Seth Rogen
Commedia, Colore
M2 Pictures
101’
MENTRE TUTTI (o quasi) i loro coetanei mettono su famiglia
e/o hanno un lavoro per lo più dignitoso, i trentenni
coinquilini Zack (Seth Rogen) e Miri (Elizabeth Banks),
amici-soltanto-amici fin dalla prima elementare,
vivacchiano con impieghi mal pagati e sono sempre sull’orlo
della bancarotta domestica. Quando le bollette da pagare
diventano troppe l’unica soluzione percorribile è ovviamente
la più folle: girare un film porno insieme. E, quindi, diventare
ricchi. Zack e Miri è soprattutto la più tradizionale (e
divertente) delle rom-com, in cui i sentimenti sono un valore
prezioso e il nemico maggiore è ancora una volta, guarda un
po’, la paura di amare. Naturalmente gli ingredienti scelti da
Kevin Smith trascendono dagli schemi del genere, ma gli
exploit volgari (facilmente intuibili, vista la trama) e
l’annesso turpiloquio sono compensati (si fa per dire) da un
inaspettato bigottismo, che pone paletti ben precisi su cosa
sia “perverso” e cosa invece “lecito”. Quasi impossibile non
scomodare l’inevitabile, ingombrante paragone
cinematografico con molte commedie anni’80, soprattutto
Harry, ti presento Sally, con cui condivide lo spinosissimo
campo tematico che gira intorno all’amicizia uomo-donna,
l’amore e il sesso.
MANUELA PINETTI
%
in sala
Todd Phillips
Bradley Cooper, Zach Galifianakis
Commedia, Colore
Warner Bros. Italia
102’
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
57
i film del mese
London Boulevard
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Colin Farrell, Keira Knightley
Noir, Colore
01 Distribution
Idee sulla carta, confusione sullo schermo: da
rivedere la prima regia di Monahan
103’
LONDON BOULEVARD è la
dimostrazione di quanto sia difficile
liberarsi dal copione che ci è stato
assegnato. Non ci riesce l’ex galeotto
Mitchel (Colin Farrell) che, una volta
uscito di prigione, prova a rifarsi una
vita trovando lavoro come factotum per
un’attrice giovane, carina e annoiata
(Keira Knightely), e finisce coinvolto nei
sordidi piani di un boss della mala (Ray
Winstone). Segnato è il destino di
Charlotte - l’attrice di cui sopra - che
scommette sull’amore capace di tirarla
fuori dalle sue prigioni (della paura,
della notorietà) per ritrovarsi più sola e
ingabbiata di prima. Da ultimo, fallisce
anche William Monahan, lo
sceneggiatore da Oscar (The Departed)
che si è riciclato regista, convinto che
penna e macchina da presa scrivano
allo stesso modo ma con inchiostro
58
in uscita
William Monahan
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
diverso. Un equivoco di cui é
indelebilmente macchiato il film, dove
la sana follia del soggetto – tratto dal
romanzo di Ken Bruen – è diventata
guazzabuglio narrativo e poetico
squilibrio. Il sincretismo sulla carta un
pasticcio di immagini. Come se
l’ossessione di Monahan per affrancarsi
dal genere, finisse per incatenarlo a
una “originalità a tutti costi”, più
Keira Knightley
confusa che ispirata. Una storia di
criminali da quartiere che è anche una
istantanea dello showbiz; un noir virato
in rosa, di un americano di passaggio a
Londra, che è fatale come il dito nella
presa di corrente. In modo ottuso. Una
metropoli scontatamente swinging e
vagamente sordida, in cui tutto si
mischia: i magici anni sessanta (con le
canzoni dei Yardbirds e dei Rolling
Stones, dei Beatles e dei Box Tops) e il
kitsch contemporaneo, arte e malavita,
paparazzi e cecchini, vanto e squallore.
Una città soffice come un bignè e
malata come un’opera di Tarantino,
spaccata tra le sue parti, incoerente.
Come il film, che è incapace di mettere
ordine alle sue digressioni. Contorto
nello stile, monocorde nei caratteri.
Dietro ogni personaggio ancora una
maschera, un ruolo fissato per sempre:
è la faccia degli attori. E non si salva
nemmeno quella.
GIANLUCA ARNONE
%
i film del mese
Mr. Beaver
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Mel Gibson, Jodie Foster
Drammatico, Colore
Medusa
Un castoro di peluche per la rinascita di Mel
Gibson. Nel ritratto di Jodie Foster sulla depressione
91’
NON HA PIÙ VOGLIA DI VIVERE, Walter
Black (Mel Gibson). Il lavoro, la moglie
(Jodie Foster), i due figli, nulla riesce a
smuoverlo da quella crisi depressiva che
sta caratterizzando, la sua esistenza.
Allontanato da casa, affoga nell’alcol le
ultime energie e tenta – anche in
maniera imbarazzante – di farla finita in
una triste camera di hotel. A “riportarlo”
in sé, inaspettatamente, sarà un peluche
di castoro per ventriloquo, “salvato” poco
prima da un cassonetto dell’immondizia.
E’ The Beaver, “protagonista” che non a
caso dà il titolo al terzo film da regista di
Jodie Foster, mezzo flop al primo
weekend di programmazione USA
qualche settimana fa, ospitato poi fuori
concorso al Festival di Cannes: le
premesse, va detto, saranno sembrate ai
più poco incoraggianti (Mel Gibson che
“esprime” se stesso parlando attraverso
60
in sala
Jodie Foster
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
un pupazzo di pelo…), ma il film
nasconde qualità che, alla lunga, non
sarà difficile scovare. Guardando con la
stessa sobrietà al dramma e ai momenti
leggeri, la Foster sposta più volte
l’attenzione, l’asse del racconto a favore
della sottostoria inerente il figlio
maggiore (Anton Yelchin) e la nascente
relazione di questi con la coetanea
Jennifer Lawrence, sottolineando a più
Una scena del film
riprese il terrore che muove il ragazzo
nel poter diventare, un giorno, come
l’odiato padre. Che fa di tutto per
“rientrare” nel giro familiare, forte (come
crede) del sostegno psicologico dato dal
castoro, del quale finisce
paradossalmente per diventare il
“pupazzo”. Doloroso e insieme
coraggioso nel saper stigmatizzare la
debolezza di un uomo che non sa
riconoscersi nel suo male, Mr. Beaver
(questo il titolo “italiano”) sfrutta al
meglio quella che alla vigilia poteva
sembrare la sua arma più ridicola – la
prova di Gibson – trasformando uno degli
attori ultimamente più chiacchierati del
panorama extrafilmico (si pensi alla
violenta vicenda che lo ha visto coinvolto
con la sua ex compagna, con tanto di
telefonate maniacali pubblicate in rete) in
un altro da sé, governato da un fantoccio
di pezza. Fino al taglio netto che, si
presume, lo riporterà in vita.
VALERIO SAMMARCO
%
i film del mese
The Hunter L’ultimo dei
templari
Nicolas Cage
ha un diavolo per capello,
ma non passerà alla storia: ridateci Dreyer!
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
in uscita
Ottimo thriller per Rafi Pitts:
l’iraniano Alì come Callaghan, Teheran come
non diresti
ALÌ È USCITO DI CARCERE, ma non vivrà felice e contento:
la moglie viene colpita da un “proiettile vagante”, la figlia
scompare. Alì chiede risposte, ma la polizia è muta e
aggressiva, il dolore sordo, e la vendetta bussa. Stile JFK,
imbraccia il fucile e spara da una collina: due poliziotti
rimangono stecchiti, lui inizia la fuga. Siamo in a Teheran,
ma potremmo ometterlo: non perché il regista Rafi Pitts,
classe ’66, lo camuffi, ma perché The Hunter è glocal e
stride con l’immaginario ultimo scorso.
L’Iran non è un paese per vecchi (il 70% della popolazione
ha meno di 30 anni), e la capitale è una metropoli, che
Pitts indaga con campi lunghi sul traffico e la macchina in
fuga, campi medi su crocicchi e incroci e sonoro urbano, a
servire le geometrie variabili della revanche. Che
terminerà tra i boschi, la pioggia e lo scambio di persona,
anzi, di divisa, ma non temete: anche il finale è ambiguo e
riflessivo.
Nel fuoricampo interno, si sente la lezione di Monte
Hellman e dei grandi arrabbiati ‘70s: su tutti, Don Siegel e
il suo Dirty Harry, nello scontro tra legge e Legge,
giustizia privata e ingiustizia pubblica. Il thriller è –
ottimamente - servito, e dice molto dell’Iran oggi: quello
che non diremmo.
FEDERICO PONTIGGIA
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Dominic Sena
Nicolas Cage, Ron Perlman
Avventura, Colore
Medusa
98’
IL CROCIATO BEHMEN molla guerre sante e morti ingiuste
(dopo il Robin Hood di Scott, va di moda) e torna a casa col
compagno d’armi Felson. Durante il viaggio di ritorno, viene
loro chiesto di prendere in custodia una strega, accusata di
essere la responsabile della pestilenza che affligge la zona,
e di portarla in un’abbazia per esorcizzarla… ma esistono le
streghe, o il diavolo ci avrà messo le corna?
Hollywoodianamente ineffabile nel risolvere in due minuti e
mezzo dubbi e ambiguità che Dreyer avrebbe (genialmente)
mostrato in due ore, L’ultimo dei templari afferma con
sicurezza la presenza di un diabolico e trascendente brodo
primordiale, che fonde demonio, stregoneria, possessione
diabolica, licantropia d’accatto, in un Medioevo che davvero
non si fa mancare niente. Un’epica facilona, che non può non
avere come alfiere Nicolas Cage, crociato-cowboy che
ricalca senza un filo di ironia stilemi pedissequi già
eccessivamente digeriti altrove. A dispetto di quanto
declamato nei dialoghi finali, difficilmente il suo ultimo
templare passerà alla Storia; in compenso, l’ennesima
capigliatura ridicola sfoggiata rischia di catapultarlo
direttamente nella Leggenda. Degli Uomini Scult.
GIANLUIGI CECCARELLI
%
in uscita
Rafi Pitts
Rafi Pitts, Mitra Hajjar
Thriller, Colore
Fandango
92’
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
61
A 40 ANNI
DALLA MORTE DI JIM MORRISON
WOLF FILMS/STRANGE PICTURES IN ASSOCIAZIONE CON RHINO ENTERTAINMENT PRESENTANO UN FILM DI TOM DICILLO
NARRATO DA MORGAN (VOCE ORIGINALE DI JOHNNY DEPP) DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA PAUL FERRARA
MONTAGGIO MICKY BLYTHE E KEVIN KRASNY PRODUTTORI JOHN BEUG, JEFF JAMPOL E DICK WOLF
PRODOTTO DA PETER JANKOWSKI SCRITTO E DIRETTO DA TOM DICILLO
W H E N YO U R E S T R A N G E M OV I E . C O M
THEDOORS.COM
© 2010 Rhino Entertainment Company. A Warner Music Group Company.
DAL
21 GIUGNO AL CINEMA
www. i o v ad oalc inem a.it /t h ed oor s
Il ragazzo con
la bicicletta
Paul
Rocambolesco road movie per
l’alieno doppiato da Elio: più commedia che
fantascienza, tra alti e bassi
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
in sala
I fratelli Dardenne
in piena forma
per una storia familiare dura. Con un (per loro)
insolito epilogo
LE GAMIN AU VÉLO (Il ragazzo con la bicicletta) di JeanPierre e Luc Dardenne è sicuramente un film marcato
Dardenne: storia familiare dura, personaggi
perennemente in movimento, macchina da presa che li
segue e insegue. Ma è anche un film con delle novità. Una
su tutte: la storia finisce bene! Il che per i Dardenne è
decisione inaspettata. Cyril (Thomas Doret), ragazzino
abbandonato dal padre (Jeremie Renier), è testardo, ha
una bici che gli rubano, la ritrova, gliela rubano ancora, la
ritrova di nuovo. Non vuole saperne di staccarsi dal
padre, lo cerca senza darsi pace, da adolescente che ha
bisogno di un adulto che lo accompagni. Invece di un
padre trova una madre, una parrucchiera (Cécile de
France), anche lei testarda nel prendersi cura di questo
ragazzo che le è capitato intorno. Cyril incontra anche un
altro padre. Uno sbagliato: un dealer che vorrebbe fare di
lui un delinquente. Tra bene e male, le cose procedono
con parecchie sorprese. Non è facile per Cyril imparare a
vivere e non è semplice per Samantha insegnargli le
buone maniere e addirittura qualche regoletta di morale
civile e personale. Film girato da registi in piena forma,
mani e occhi attenti, curiosi, pazienti, amorevoli.
BRUNO FORNARA
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Greg Mottola
Simon Pegg, Nick Frost
Commedia, Colore
Universal Pictures
104’
È SIMPATICO, mangia uccelli vivi e ha un cuore grande così.
È Paul, alieno caduto sulla Terra (nell’edizione italiana ha la
voce del cantante Elio) nel lontano 1947 in Nevada, dalle
parti dell’Area 51 (ebbene, sì) e attualmente in fuga da
umani senza scrupoli (Sigourney Weaver, in un’entusiastica
apparizione) che ambiscono a fargli il cervello a striscioline.
Fortunatamente la sua strada si incrocia con quella di
Grame (Simon Pegg) e Clive (Nick Frost), due nerd britannici
con la passione per la fantascienza e in vacanza negli States.
Rocambolesco road movie con l’alieno, divertente e un po’
volgare, decisamente più dalle parti della commedia che da
quelle dello sci-fi, con qualche picco eccessivo verso i buoni
sentimenti e una (non troppo) sotterranea tendenza al
tributo verso quei film che negli anni ‘80 inneggiavano
all’amicizia, all’avventura e all’elogio dei perdenti di ogni
risma. Non tutte le situazioni strappano una risata, e c’è
qualche calo di ritmo di troppo, eppure a tratti il film è
davvero ispirato, specie negli scambi relazionali tra i due
protagonisti (anche autori della sceneggiatura). Che,
considerando la natura prettamente action della pellicola, è
quasi sorprendente.
MANUELA PINETTI
%
in sala
Jean-Pierre e Luc Dardenne
Thomas Doret, Cécile de France
Drammatico, Colore
Lucky Red
87’
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
63
JEAN RENO MÉLANIE LAURENT GAD ELMALEH
VENTO DI PRIMAVERA
un film di
ROSE BOSCH
“
Tutti i personaggi sono realmente
esistiti e tutti gli avvenimenti, anche i
piu' drammatici, sono accaduti
nell'estate del 1942.
”
EXTRA Making of
DA GIUGNO IN VENDITA IN DVD E BLU RAY
WWW.VIDEA-CDE.IT/VENTODIPRIMAVERA
Un anno da
ricordare
I guardiani
del destino
Love story
con impianto sci-fi: senza
personalità l’esordio di George Nolfi. Dal
racconto breve di Dick
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
anteprima
Omaggio disneyano a
Secretariat, cavallo dei record. Calligrafico,
ma dal retrogusto vintage
LA STORIA DI SECRETARIAT, stupefacente cavallo da
corsa in grado di vincere nel 1973 la Triple Crown (gran
premio al meglio delle tre corse) a 35 anni di distanza
dall’ultimo vincitore, e quella della sua padrona Penny
Chenery, che sfidò familiari e buon senso (rischiando la
bancarotta) per portare avanti il sogno mai realizzato di
suo padre. Una vera storia, calligrafica come da
produzione disneyana, più simile a un prodotto del
passato che a uno odierno (notevoli scenografia e
ambientazione). È forse questo (involontario?) retrogusto
vintage a conferire alla pellicola di Wallace quel quid in
grado di attirare lo spettatore fino al termine.
Resta un film eccessivo nella durata e diluito nei (pochi)
contenuti, piuttosto meccanico nella cadenza narrativa,
con psicologie elementari e monodimensionali asservite
totalmente all’agiografia (tutti sono in cerca di riscatto,
in primis la splendida Diane Lane, dopo una vita dedicata
alla famiglia). Nella trepida attesa del risolutore galoppo
finale, il film trotterella rassicurante come le hits del
passato che lo accompagnano. E per quanto la posta in
gioco di Penny si faccia alta, proprio non ci sono dubbi su
come andrà a finire…
GIANLUIGI CECCARELLI
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
George Nolfi
Matt Damon, Emily Blunt
Sci-Fi, Colore
Universal Pictures
106’
IL FUTURO DELL’INTERA UMANITÀ è già scritto in ogni
dettaglio, ma a volte il caso, con un evento minimo, può
scombinare i piani. L’imprevisto amore tra una giovane
promessa della politica (Matt Damon) e una bella ballerina
(Emily Blunt) si rivela già sul nascere un pericolosissimo
fattore di instabilità, e, come tale, va impedito con ogni mezzo
dagli implacabili guardiani del titolo, sorta di angeli con il
compito di sorvegliare – ed eventualmente correggere – le vite
degli uomini che non seguono quanto prestabilito per loro.
Forse non si avvertiva l’impellente esigenza dell’ennesima
variazione sul tema del libero arbitrio, o sull’ormai abusato
“effetto farfalla”, o sul sempreverde “omnia vincit amor”. O,
per lo meno, non tutti insieme nel medesimo film: I guardiani
del destino innesta la più romantica delle love story in un
impianto sci-fi purtroppo privo di personalità (nonostante sia
tratto da un racconto breve di Philip K. Dick, “Adjustment
Team”), che perde di consistenza scena dopo scena, fagocitato
dall’attrazione fatale (in ogni senso) dei due protagonisti. La
spropositata mole di filosofeggiamenti esistenziali che
accomuna un po’ tutti i personaggi si dissolve in uno dei finali
più stantii degli ultimi tempi.
MANUELA PINETTI
%
in uscita
Randall Wallace
Diane Lane, John Malkovich
Biografico, Colore
Disney
122’
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
65
i film del mese
Venere nera
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Yahima Torrès, Olivier Gourmet
Biografico, Colore
Lucky Red
Kechiche sferra l’attacco alla degenerazione
dello “sguardo collettivo”: imperdibile
159’
IL CORPO DI SAARTJIE BAARTMAN,
sfruttato e ferito in nome dell’attrattiva
e della scienza, giace su un tavolo
dell’Accademia Reale di Medicina di
Parigi. L’ultimo “spettacolo” lo regalano
il calco in gesso della sua intera forma e
la vagina in formaldeide, mostrati in
aula dall’anatomista George Cuvier. E’ il
1817: sette anni prima Saartjie
abbandonava il Sudafrica con il boero
Caezar per essere “esibita” negli zoo
umani di Londra, poi nei salotti bene di
Parigi al guinzaglio del domatore di orsi
Réaux, finendo in uno squallido
bordello. Morirà sola, nel 1815, ma
senza trovare la pace: la scatola
cranica, le natiche ipertrofiche e i
genitali abnormi diventano oggetto di
studio di medici interessati a
“classificare” tali, evidenti diversità.
Dopo Cous Cous, Abdel Kechiche scrive
un’altra straordinaria pagina di cinema:
66
in uscita
Abdel Kechiche
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
questa volta alle prese con la vera storia
della venere ottentotta Saartjie, il
cineasta francese non si sottrae ai rischi
che un film così pensato e reso avrebbe
incontrato e “sfrutta” la triste parabola
della sua venere nera (Yahima Torrès,
magnifica) per ritrovare i prodromi delle
derive voyeuriste, ipocrite di uno
“sguardo collettivo” animale e malato.
La scommessa è proprio quella di
Il regista Abdel Kechiche sul set
spogliare Saartjie del suo status di
protagonista, ruolo affidato allo
spettatore stesso, gettato nello
squallore dei teatrini londinesi, poi
mischiato con l’élite parigina e infine
assurto a medico per decretare il
“responso” definitivo, scientificamente
misurabile, di quanto visto fino a quel
momento. Dalla sensuale, estenuante
danza del ventre di Cous Cous alle
“esibizioni” di Saartjie il passo è breve:
cambiano le traiettorie di senso
attraverso le quali il cinema di
Kechiche, esasperato e viscerale, si
confronta con l’oggi, inquadrando un
passato di 200 anni.
Senza risparmiare nessuno, neanche se
stesso, quando chiede al pittore
dell’Académie di incarnare il ruolo del
regista: dapprima ritraendo l’imponente
vitalità di Saartjie, poi calando sul calco
di gesso il telo bianco, infine chiudendo
il sipario sull’aula che ospiterà Cuvier e
la sua dimostrazione.
VALERIO SAMMARCO
%
Oltre16 milioni di euro
al Box-Office!!
UN’ESILARANTE ED ATTUALE
COMMEDIA INTERPRETATA DA
CETTO LA QUALUNQUE,
IL PERSONAGGIO PORTATO
AL SUCCESSO
DALLO STRAORDINARIO
ANTONIO ALBANESE.
Con Sergio Rubini e
Lorenza Indovina.
Diretto da Giulio Manfredonia
(Si Può Fare)
Dall’8 giugno in DVD
e nella versione BLU-RAY
Limited Edition
tra i tanti divertenti
contenuti speciali, l’imperdibile
Videoclip ‘ONDA CALABRA’
e in regalo i gadget del film,
la spilletta elettorale,
il pulisci occhiali
e gli adesivi di Cetto!!!
www.01distribution.it
i film del mese
Monsters
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Scoot McNairy, Whitney Able
Fantascienza, Colore
One Movie
A piedi nudi nella fantascienza: il guerrilla-
style di Gareth Edwards non fa prigionieri
94’
UNA SONDA SPAZIALE si schianta al
confine tra Usa e Messico. Non è un
mero incidente: sei anni dopo, i
microorganismi alieni che trasportava si
sono evoluti in creature mostruose.
Un’area immensa viene dichiarata off
limits e messa in quarantena, ma per
tornare a casa il reporter Andrew
Kaulder (Scoot McNairy) e la figlia del
proprietario del giornale per cui lavora,
l’avvenente Samantha Wynden (Whitney
Able), dovranno attraversarla.
Umano e tenero, un passo a due tra i
Monsters: già creatore dei VFX per
Discovery Channel e BBC, a suo agio
con CGI e altri mondi (digitalmente)
possibili, Gareth Edwards esordisce
dirigendo, sceneggiando e curando la
fotografia, ovvero provandosi cineasta
totale. Risultato? Una suggestiva
cornice sci-fi che accoglie ed esalta la
68
in sala
Gareth Edwards
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
liaison pericolosa e intima dei due
protagonisti, che nella vita condividono
il natale Texas e pure il letto: sono loro il
fulcro di Monsters, perché la vera lotta
non è contro gli alieni, ma l’alienazione
del vivere oggi. Sam è figlia di papà e
fidanzata suo malgrado, Andrew ha un
figlio che non vede: cullate dalla musica
di Jon Hopkins, due anime alla deriva,
per cui il pericolo non è il mestiere, ma
Il regista Gareth Edwards
un’opportunità per conoscersi meglio e
provarsi migliori, in contatto con il
proprio autentico Sé. 800mila dollari di
budget, troupe leggera, Guatemala,
Belize e Messico percorsi in camper
senza un piano preciso, questa
fantascienza romantica ed
esistenzialista conferma che gli alieni
non sono la minaccia: vi ricordate
District 9? Ebbene, Edwards mette il
suo nome al fianco di quello di Neill
Blomkamp per il futuro del genere (e
del cinema?), onorando il lascito
umanista dello Spielberg di E.T. e
Jurassic Park. Quasi tutto bene, a parte
qualche didascalia politica e un certo –
pur legittimo - compiacimento, ma la
crasi di monster-movie, road-movie e
love story colpisce nel segno: essi
vivono, e una volta tanto sono umani.
Non resta, dunque, che mandare a
mente i nomi di interpreti e regista e,
perché no, attendere il sequel.
FEDERICO PONTIGGIA
%
NOMINATION
OSCAR
®
MIGLIOR
ATTRICE
CONCEPT
Un bell’esempio di cinema
ben scritto e ben recitato,
in maniera credibile e
realistica, nella migliore
tradizione Hollywoodiana
Paolo Mereghetti - Corriere della sera
Un film capace di
commuovere nel
profondo con eleganza e
discrezione
Natalia Aspesi - La Repubblica
DA GIUGNO INWWW.VIDEA-CDE.IT/RABBITHOLE
VENDITA IN DVD E BLU RAY
teratura: novità e bilanci
Homevideo, musica, industria e let
DVD
Apocalypse Now
da collezione, Il Grinta
e Valhalla Rising BD
Borsa del Cinema
Lo stato del mercato
e dell’industria
nel Rapporto FEdS
Libri
La “guerra” produttiva,
grattacieli, supereroi
e Kusturica
Colonne sonore
When You’re Strange,
poi Desplat per
Malick
Un gelido
inverno
Straordinaria Jennifer
Lawrence nel dramma
di Debra Granik. In Blu-ray
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
DVD
Fantastica Collector’s
Edition Blu-ray 3 dischi
per la grande epopea
di Francis Ford
Coppola
72
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
di Valerio Sammarco
FINALMENTE IN BLU-RAY,
Universal propone dall’8 giugno due mastodontiche edizioni (Collector’s Edition 3 Dischi,
Special Edition 2 dischi) di uno
tra i più grandi capolavori
della storia del cinema,
Apocalypse Now di Francis Ford
Coppola. Supervisionata dallo
stesso regista, l’opera parte
dalla rimasterizzazione in alta
definizione del film (che mantiene la ratio originale 2.35:1) e
si sviluppa esponenzialmente,
arrivando ad oltre 9 ore di
contenuti speciali, indispensabili per comprendere a fondo
non solo Apocalypse Now, ma che
cosa è significato realizzarlo.
La Special Edition in 2 Dischi
comprende oltre al film originale (1979), la versione Redux
(2001), restaurata ed allungata
di 53’ rispetto alla prima, incredibili extra (oltre alle scene
inedite, attenzione agli
approfondimenti su sonoro e
montaggio), tra i quali alcune
interviste mai viste prima, poi
“The Hollow Men”,
con
Marlon Brando che recita la
poesia di T.S. Eliot su scene
tratte dal film e la registrazione
originale “Cuore di Tenebra”, il
reading di Orson Welles al
Mercury Theatre nel 1938.
La Collector’s Edition in 3
Dischi include anche Viaggio
all’Inferno: L’Apocalisse di un Regista,
doc di Eleanor Coppola sulla
realizzazione del film; la
Sceneggiatura Originale di
John Milius con le annotazioni
di Coppola, la Galleria degli
Storyboard con oltre 200 disegni, il Booklet da Collezione
“Nel Cuore del Film”: 24 pagine con la storia della realizzazione del film attraverso lo
sguardo del regista (con una
lettera di presentazione scritta
da Coppola, e gli estratti dello
script originale con note scritte
a mano); il Libretto Originale
del 1979, distribuito agli spettatori durante le prime proiezioni del film; 5 Cartoline
Esclusive con fotografie scattate sul set da Mary Ellen Mark.
DISTR. UNIVERSAL PICTURES HOME
ENTERTAINMENT
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
73
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
DVD
TRA I PIÙ GRANDI DELUSI ALL’ULTIMA NOTTE
degli Oscar (10 candidature, 0 statuette), Il
Grinta dei fratelli Coen arriva in DVD e Blu-ray:
ispirata al romanzo di Charles Portis (già portato
sullo schermo nel 1969 da Henry Hathaway con
l’indimenticabile performance di John Wayne),
la nuova rilettura dei Coen affida allo straordinario Jeff Bridges “le redini” di Rooster Cogburn,
sceriffo spietato e ubriacone che accetta l’incarico della giovane Mattie Ross (Hailee
Steinfeild), decisa a vendicare l’uccisione del
padre.Tra gli interessanti extra, segnaliamo: “La
grinta di Mattie”, “Dalla Tournure al Daino –
Vestirsi nel 1880” (approfondimento sui costumi del film, curati da Mar y Zophres) e
“Ricreare Fort Smith”.
DISTR. UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT
Il Grinta
In Dvd e Blu-ray la rilettura del mito
firmata fratelli Coen
Biutiful Swan
alie Portman
Prova d’attore: Javier Bardem e Nat
Il primo ha condiviso con il nostro Elio Germano il
premio come migliore attore al Festival di Cannes lo
scorso anno, la seconda ha vinto l’Oscar come
migliore attrice protagonista: sarebbero stati gli
stessi film, Biutiful di Inarritu e Black Swan (Il cigno
nero) di Aronofsky se al posto di Javier Bardem e
Natalie Portman ci fossero stati altri interpreti?
Entrambi anche in Blu-ray, con Biutiful (Universal)
74
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
che negli extra propone solamente il “Dietro le
quinte: diario personale di Inarritu”, mentre Il cigno
nero (Fox) indaga maggiormente, anche nei
contenuti speciali, il lavoro compiuto dalla Portman:
“Metamorfosi”, “Balletto”, “Prepararsi per la
parte”, “Danzare davanti ad una cinepresa”, oltre
ad un approfondimento sul regista e sugli altri
personaggi.
Laclassedeiclassici
a cura di Bruno Fornara
REGIA Robert Siodmak
CON Victor Mature,
Richard Conte
GENERE Noir (1948)
DISTR. CG Home Video
L’urlo della città
Un noir non conosciuto quanto
merita. Confronto serrato tra
l’affascinante criminale e il poliziotto tenace, cresciuti insieme a
Little Italy: bravissimi Richard
Conte e Victor Mature. Stile
espressionista da film gangsteristico, con gli interni tagliati da
contrasti di ombre e con una
forte attrazione per gli esterni
reali guardati in modi semidocumentaristici. La città notturna, le strade bagnate, tagli di
luce, marciapiedi, bar, gente
qualunque. Il fuggiasco, Martino
Rome, ha ucciso, è ferito, lo
arrestano, fugge dal carcere
(bella sequenza), poi cerca di
far perdere le tracce per andare
in Sudamerica. Ma il tenente,
anche lui ferito, non lo molla.
Perfetti i personaggi di contorno: la madre e il padre di
Martino, che mescolano l’inglese all’italiano; le ragazze che
amano il gangster, devote e
amorevoli (una è Shelley
Winters, un’altra, quella che
anche lui ama, è l’esordiente
Debra Paget). La figura più
azzeccata è Madame Rose, donnona corpulenta (l’attrice è
Hope Emerson), massaggiatrice
perfida, sgradevole e sinistra,
pronta a strangolare il fuggiasco. Il titolo originale, Cry of the
City, viene perfettamente evocato nelle musiche di Alfred
Newmann, compositore principe della Fox.
Fi lm in or bi ta
a cura di Federico Pontiggia
Elia Kazan
(Studio Universal)
Un ciclo di film imperdibili (da La valle dell’Eden a Il
ribelle dell’Anatolia) e il documentario A letter to
Elia di Martin Scorsese e Kent Jones: per ricordare
un regista che si chiama(va) desiderio.
Cinema stupefacente
(Studio Universal)
Per la giornata contro l’abuso e il traffico illecito di
sostanze stupefacenti (26 giugno), ogni domenica
SU “buca lo schermo” con Clockers, King of New
York, Fuga di mezzanotte e Scarface.
Michael J. Fox
(Studio Universal)
MJF turns 50! In concomitanza con il Biografilm
festival, il 9 giugno si festeggiano i 50 anni
dell’attore con la trilogia di Back To the Future: chi
la perde… è passato!
Winter’s Bone
Alta definizione per uno dei più bei titoli
della stagione
Arriva in homevideo, edizione Blu-ray, Winter’s Bone (Un
gelido inverno), grande opera seconda di Debra Granik,
candidata a 4 premi Oscar e interpretata da una sorprendente Jennifer Lawrence. Che sullo schermo è la
17enne Ree Dolly, unica speranza rimasta ai due fratellini e alla madre catatonica per mettere in salvo quel
poco che è rimasto loro, un tetto e un piccolo terreno
in uno squarcio sperduto del Missouri profondo. Che
rischia di essere confiscato se il padre latitante non si
presenta in tribunale entro i termini stabiliti. Sarà una
ricerca incessante, quella di Ree, attraverso le asperità
di un luogo che la battaglia per la sopravvivenza ha
reso ancor più arido e ostile, proibitivo. Tra western e
road movie, un film da recuperare a tutti i costi. In
Blu-ray, purtroppo senza contenuti speciali.
DISTR. CG HOME VIDEO
giugno 2011
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
DVD
Qualunquemente
tanti
Albanese, Landis, Frears
e Leigh per sorridere. Ma
non solo
Valhalla
Rising
Arriva in Blu-ray l’epica
nichilista di Nicolas
Winding Refn: inedito
CONSACRATO AL RECENTE FESTIVAL DI
Cannes (premio alla regia per Drive), regista
di culto grazie alla trilogia di
Pusher, in questi giorni nelle sale
italiane (finalmente!) con il
penultimo Bronson, il danese
Nicolas Winding Refn arriva
anche in homevideo grazie a 01
distribution, che propone l’inedito Valhalla Rising (Fuori Concorso
alla Mostra di Venezia 2009) in
Blu-ray. Action vichingo dall’epica nichilista,
il film è incentrato su One-Eye (Mads
Mikkelsen), guerriero muto dalla forza incredibile, tenuto prigioniero. Grazie all’aiuto di
un ragazzino, riesce ad uccidere il suo sequestratore e a fuggire. Insieme ad Are, inizia un
viaggio che lo porterà a bordo di una misteriosa nave, per approdare in un mondo sconosciuto.
DISTR. 01 DISTRIBUTION
Ben e o Mal e
Infamous 2
Sei buono o cattivo a Marais? Scegli la
missione. Per PlayStation 3
C’è chi afferma che il Bene e il Male non esistono
perché ci sono troppe sfumature nel mezzo e variabili da considerare anche nei comportamenti più
netti. Infamous 2 vi dà la possibilità videoludica di
diventare Supereroe (o Supercattivo) all’interno di
New Marais, città fittizia costruita sulle sembianze
di New Orleans e completamente fuori controllo a
causa di un pericolo imminente. Il protagonista
principale, Cole MacGrath, è in possesso della
possibilità di manipolare alcuni elementi come
elettricità piuttosto che fuoco, e durante il corso
dell’avventura si troverà ad affrontare una serie di
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
missioni estremamente pericolose e di scelte che
ne caratterizzeranno il suo orientamento, nel tentativo di salvare se stesso oppure la cittadina
americana. In uscita a giugno su PlayStation 3.
Per saperne di più visitate www.multiplayer.it
ANTONIO FUCITO
Ritorno alla grande
per John Landis,
applaudito al Festival
di Roma per il suo
Ladri di cadaveri,
adesso in Blu-ray
grazie a CG Home
Video, arricchito negli
extra dalle papere sul
set e dalla lezione sul
cinema tenuta dallo
stesso regista. 01
distribution propone
invece, sempre in
Blu-ray,
Qualunquemente di
Giulio Manfredonia,
con Antonio
Albanese negli ormai
celebri panni di Cetto
La Qualunque,
mentre insieme a BIM
distribuisce Another Year di
Mike Leigh e Tamara Drewe di
Stephen Frears,
risate agrodolci
in salsa british.
Fox propone le
127 ore ad alta
tensione di
Danny Boyle
(tra gli extra del
Blu-ray, il finale
alternativo,
estensione di
20’ di quello
uscito in sala),
mentre Sony
propone, in dvd
e Blu-ray,
Burlesque,
musical di Steve
Antin con Cher
e Christina
Aguilera.
Chiedilo a lei.
Sì, chiedilo a Giovanna, che in un quartiere difficile di Bari ha fatto nascere e
crescere un doposcuola. Chiedilo ad Anna e agli anziani soli di Pantelleria, come
sarebbe la loro vita senza l’assistenza di suor Patrizia. Oppure chiedilo
a Francis, che era un bambino soldato e oggi è un uomo che studia e lavora.
Con l’8xmille alla Chiesa cattolica continui a fare molto, per tanti.
Se non ci credi, ascolta le loro storie: www.chiediloaloro.it
CEIConferenza
ConferenzaEpiscopale
EpiscopaleItaliana
Italiana
CEI
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
Borsa del cinema
di Matteo Zara
Il mercato e
l’industria nell’analisi
pubblicata dalla
Fondazione Ente dello
Spettacolo
Il Report 2010 edito
dalla Fondazione Ente
dello Spettacolo
2010 a Rapporto
IL 2010 È STATO L’ANNO DEI RECORD
per il cinema italiano: 141 film, uno dei
traguardi più elevati degli ultimi 30 anni,
dopo i 154 del 2008 e i 163 del 1980.
Il dato emerge dalla nuova edizione del
Report sul Mercato e l’industria del cinema in Italia, pubblicazione curata dall’area studi della Fondazione Ente dello
Spettacolo (www.cineconomy.com).
L’analisi conferma la nuova vitalità che
anima il cinema italiano, divenuto uno dei
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
primi al mondo in termini di volumi stagionali. In Europa, infatti, solo la Francia
produce più pellicole, mentre su scala
mondiale sono cinque gli Stati (India,
USA, Giappone, Cina e Corea del Sud)
che possono vantare risultati maggiori del
nostro paese.
Tutto ciò trova riscontro nei capitali, pubblici e privati, che ogni anno vengono
investiti nel cinema. A questo proposito, il
dato del 2010 (424 milioni di euro) è il
quinto di sempre con un record assoluto
per quanto riguarda le risorse private. Gli
investimenti privati hanno raggiunto il
tetto di 276,9 milioni di euro, ai quali
vanno sommati i 111,8 milioni di euro
arrivati dagli investitori stranieri e i 35,4
milioni di fondi statali derivanti dal Fus.
Una proporzione che dimostra il peso
sempre maggiore rappresentato dai produttori italiani che nel 2010 hanno messo
sul piatto il 65,3% delle risorse complessi-
Cast & Crew
di Marco Spagnoli
gge
Nel nome della le
Francesca Romana Vitale, l’avvocato dello Spettacolo
ve. Se la fetta dei privati cresce, quella pubblica diminuisce. I contributi stanziati dal
MiBAC per finanziare il Fus
sono scesi e nel 2010 per le
attività cinematografiche
sono diminuiti del 19,1%
rispetto al 2009 con un valore assoluto pari a 75,7 milioni di euro, contro i 93 milioni del 2009 e i 90 del 2008.
A conferma della diminuzione del peso rappresentato
dal Fus sulle produzioni italiane, le risorse pubbliche
rappresentavano nel 2003 il
35,7% di quelle totali, mentre nel 2010 sono precipitate
all’11,2%.
Nonostante questo, esistono
alcune case di produzione
che riescono ad ottenere più
Uno studio a Milano ed un altro a Catania,
un diploma di una prestigiosa scuola di recitazione e una laurea in diritto, Francesca
Romana Vitale è un avvocato dello spettacolo che segue con passione e attenzione gli
artisti e i registi che si avvicinano al mondo
dell’entertainment dal punto di vista contrattuale. “Sono sempre stata appassionata
di teatro - spiega - e grazie a Lamberto
Pugelli, uno dei grandi aiuti di Strehler, ho
iniziato a conoscerlo da vicino. Poi a Milano
mi sono specializzata in diritto dello spettacolo e industriale, legato ai marchi, alle contraffazioni e alla pirateria”.
Quanto è importante per un giovane artista
essere ‘tutelato’?
Con i ragazzi delle scuole di teatro faccio
un’esercitazione dove offro loro due contratti da leggere: uno rispettoso di un accordo collettivo per lavorare in un teatro stabile
e un altro televisivo che, a fronte di centinaia di migliaia di euro, propone però una
serie di significative limitazioni personali e
artistiche con clausole vessatorie. È impor-
tante non fermarsi ai soldi, ma andare in
profondità e capire quali sono i propri diritti
e che cosa comportano certi contratti.
Quale qualità deve avere un avvocato dello
spettacolo?
Non si può prescindere dalla conoscenza di
ciò che si vuole tutelare: bisogna leggere le
sceneggiature, ascoltare le canzoni, capire il
lavoro emozionale e artistico che vuoi proteggere. Ci sono avvocati eccellenti, che
operano diversamente, ma io credo che una
sensibilità del genere sia comunque d’aiuto.
E’ stato l’anno dei record: 141 film prodotti, uno
dei traguardi più alti dell’ultimo trentennio
fondi di altre. È il caso di Filmauro, che nel
triennio 2007-2009 ha incassato dal Fus
15,7 milioni di euro; poi Medusa Film con
8 milioni e Cattleya con 4,7 milioni.
Assumono quindi importanza altre forme
di reperimento di fondi, come quella del
product placement. Liberalizzata nel 2004,
tale pratica è divenuta una fonte crescente
per il reperimento delle risorse. Tra il 1995
e il 2005 è stato calcolato che 7 pellicole
su 10 provenienti dagli USA contenessero
l’inserimento di un marchio/prodotto del
made in Italy. Ad oggi, ormai, il 48% delle
produzioni cinematografiche italiane fa
ricorso a questa forma di autofinanziamento, mentre nel comparto televisivo il product placement rappresenta un business
da 100 milioni di euro.
Sul fronte della composizione imprenditoriale, il settore è popolato da una maggioranza di piccole e medie imprese che di
fatto lo rende esposto a una precarietà. Il
42,6% delle imprese di produzione hanno
un fatturato che varia dai 5 ai 250mila
euro, mentre solo l’1,9% supera i 5 milioni
e solo lo 0,2% i 50 milioni.
La frammentazione del mercato si riflette
sulla forza lavoro: nel 2010 solo il 21% di
tutti gli addetti impegnati nel cinema poteva vantare un contratto a tempo indeterminato. I contribuenti iscritti all’Enpals nel
comparto cinema erano 68.927 nel 2004 e
sono aumentati fino ai 77.343 del 2008 e
agli 80.863 del 2009. Quanto basta per
nutrire una dose di ottimismo, confermata
dalla vitalità della produzione e dal ruolo
sempre maggiore che il cinema italiano sta
assumendo su scala mondiale.
box office (aggiornato al 30 maggio)
1 Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare ... € 11,203,230
2 Una notte da leoni 2 ................................ € 3,192,056
3 The Tree of Life ........................................ € 1,108,453
4 Fast & Furious 5 ....................................... €10,431,715
5 Red ............................................................. € 2,448,549
6 Mr. Beaver ................................................ € 576,694
7 Beastly ....................................................... € 1,332,552
8 Il ragazzo con la bicicletta ..................... € 246,626
9 Habemus Papam ..................................... € 5,519,752
10 Thor ........................................................... € 7,409,735
N.B. Le posizioni sono da riferirsi all’ultimo weekend preso in esame. Gli incassi sono complessivi
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
Libri
Dal produttore de I duellanti
un saggio sulla guerra
produttiva USA vs. Europa.
Poi Kusturica e una collana
sull’horror italiano
Sfida secolare
Battaglia infinita
Me tro pol i e sup ere roi
Da David Puttnam, produttore inglese de I duellanti, arriva la
storia di un altro epico scontro che dura da oltre cento anni.
Due avversari, potenti ma indeboliti da una ferita
degenerativa, si contendono il mercato cinematografico.
Da un lato avanzano gli Stati Uniti, la cui supremazia
economica ancora non sublima le ferree leggi che regolano
gli studios. Dall’altro resiste l’Europa, culla dell’arte filmica,
sempre più minata dall’autoreferenzialità dei vari registi e
bisognosa di mecenati. Raccontata dal
punto di vista della produzione, La guerra
del cinema (Dino Audino, pagg. 144, €
18,00), più che una nuova storia della
settima arte, è un saggio cine-militaresco
sul perché, come nel caso di D’Hubert e
Feraud, il gran duello è destinato a
continuare all’infinito. Senza esclusione di
colpi.
Che si chiami New York o Metropolis, Chicago o Gotham City,
la metropoli è una costante inderogabile nella mitologia del
supereroe. Tuttavia, l’elemento urbano sta trascendendo
sempre più la qualifica di ambientazione per assurgere al
ruolo di protagonista simbiotico, carico di metafore stilistiche
e pulsioni inconsce, segnali apocalittici e critiche brucianti
alla contemporaneità.
Tutto quello che avremmo voluto sapere sul rapporto tra la
città e i suoi paladini (con relativi
distruttori) ce lo racconta Federico Pagello
in Grattacieli e superuomini (Le Mani,
pagg. 248, € 16,00), partendo dalle visioni
cartacee di inizio Novecento sino
all’attuale scontro fra titani (DC, Marvel) e
indipendenti (Dark Horse & Co). Per gli
amanti del settore (cinematografico,
televisivo o a fumetti), imperdibile.
ANGELA BOSETTO
80
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
ANGELA BOSETTO
Paura di casa
Storia del Cinema Horror Italiano (EIF, pagg. 222, € 15,00) di
Gordiano Lupi è una collana di sei volumi che, partendo dai
canoni del genere gotico, arriva fino alle nuove frontiere del
cinema estremo. Questo primo saggio, “Il Gotico”, è un
omaggio al lavoro incessante di molti artigiani del cinema
horror italiano e di formidabili registi. Gli anni ’60 sono anni
duri per questo genere, che stenta a decollare perché la
censura è sempre alle porte. Solo figure come Riccardo
Freda, Giorgio Ferroni e Mario Bava,
considerati i padri del cinema horror,
riescono, anche con poco, a sperimentare
generi e ricreare atmosfere originali, in
bilico tra brividi gotici e colpi di scena da
feuilleton. Inizia da qui il cammino di Lupi
nei meandri poco studiati del cinema horror
all’italiana, in attesa dei prossimi cinque
volumi.
Anni
vertiginosi
Dalla Belle époque ai totalitarismi: quando il
cinema dava forma alla storia di Chiara Supplizi
FRANCESCO CERAUDO
La vita è un film
A Emir Kusturica sono serviti quindici anni di lavoro per
raccontarne trentaquattro della propria vita, dal primo giorno
di scuola (1961) alla seconda Palma d’Oro conquistata a
Cannes con Underground (1995). Autobiografia dissacrante e
nostalgica, colma di riferimenti cinematografici e letterari
che vanno da Andri a Fellini, Dove sono in questa storia
(Feltrinelli, pagg. 342, € 19,50) contiene in sé tutte le
tematiche che il regista bosniaco ha
sviluppato sullo schermo.
Punto dolente? L’elisione volontaria dei
periodi trascorsi a dirigere sui set. Persino
le pagine dedicate all’amicizia con Johnny
Depp riguardano un momento di pausa e
non le riprese di Arizona Dream.
L’ennesimo sberleffo di un cineasta non
convenzionale, che definisce il proprio libro
come “il diario politico di un idiota”.
Claudio
Siniscalchi
Anni vertiginosi.
Il cinema europeo
dalla Belle
époque all’età dei
totalitarismi
1895-1945
Studium
Pagg. 254
€ 19.90
ANGELA BOSETTO
Buoni, cattivi: X
Compilare classifiche è il divertimento di ogni cinefilo e a
volte capita che qualcuno riesca a tramutarle in un libro. Il
buono e il cattivo. I più grandi eroi e antieroi della storia del
cinema (Logos, pagg. 216, € 24,95) è la lista personale, molto
yankee e pop-tarantinesca, di Fien Meynendonckx, articolata
in nove sezioni: Gangster e poliziotti, Visi divertenti, Super
buoni e super cattivi, Fantasy & Horror, Fantascienza,
Psicopatici, Eroi… eroici, (Quasi) reale e
Fuori categoria.
Tra i soliti noti e contestabili assenze,
spiccano due novità: l’indicatore di
cattiveria dei vari personaggi e l’unico
italiano della partita che ruba, a
sorpresa, il posto di icona degli spaghetti
western allo “straniero senza nome” di
Clint Eastwood. Trattandosi di Franco
Nero-Django, sarà contento Tarantino…
ANGELA BOSETTO
Metropolis di
Fritz Lang
Nel 1895, mentre l’Europa sta attraversando un
intenso periodo di prosperità e le avanguardie
coltivano il sogno di abbattere ogni barriera
culturale, la straordinaria invenzione dei fratelli
Lumière apre la strada a un nuovo e potente mezzo
comunicativo. Il cinema, arte totale e linguaggio
universale, si trova a dare forma alla Storia, fissando
per sempre sulla celluloide quell’epoca splendida di
“anni vertiginosi” che sembravano delineare un
ineluttabile “destino” di progresso per l’Europa e
l’intera umanità. Nessuno poteva prefigurarsi allora,
che la società della Belle Époque, invece, fosse
destinata a correre incontro alla propria rovina
scontrandosi con terribili totalitarismi e con l’incubo
di due guerre mondiali.
Con Anni vertiginosi. Il cinema europeo dalla Belle
époque all’età dei totalitarismi 1895-1945 (Ed.
Studium, pagg. 254, € 19.90) – primo volume di una
complessa e completa storia del cinema che
continua idealmente con il volume già pubblicato La
Hollywood classica. L’impero costruito sull’etica
americana (1915-1945) – Claudio Siniscalchi ripensa
il mezzo cinematografico, ripercorrendone le
potenzialità moderniste e il linguaggio
rivoluzionario, presto assorbito e messo al servizio
dei regimi più repressivi, accompagnandoci
attraverso lo scenario devastante del crollo suicida
dell’Europa e dell’ascesa, irrefrenabile,
dell’America e della sua “fabbrica di sogni”.
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
di Gianluigi Ceccarelli
Colonne Sonore
Visti da vicino
Morrison Doc
Nelle performance live del frontman dei
Doors il senso dell’opera di Tom DiCillo
LE DUE ANIME DI JIM
Morrison, la musica e la
poesia, confluiscono come
una sola nelle canzoni dei
Doors che costellano gli
86 minuti del documentario W hen You’re Strange di
Tom DiCillo. Simili operazioni, che mirano a radicare un mito consolidato
verso le nuove ignare
generazioni, hanno come
problema principale la
scelta di un nuovo, convincente punto di vista in
grado di incuriosire i vecchi fans e attirarne di
nuovi. Si spiega così la
decisione di affidare a
Johnny Depp il reading
delle poesie morrisoniane,
una lettura che spezzetta
di continuo il flusso musicale, affonda nell’interiorità stessa di Morrison per
poi riaffiorare come un
fiume carsico nell’esteriorità sfacciata, da frontman,
della performance live.
Quella che ancora, a
distanza di anni, può dire
più di mille parole: ed
ecco perché, al netto delle
immancabili perle da consegnare nella loro versione
in studio (The Crystal Ship,
Soul Kitchen, Riders on the Storm,
The End), è nelle performances live che va cercato
il senso dell’operazione. In
quella Light My Fire suonata
nel 1967 all’Ed Sullivan
Show, che costò al gruppo
l’oscuramento per non
aver obbedito ai censori e
modificato la parola Higher
del testo originale; nell’energia
dell’archetipo
moderno del rock blues
(Roadhouse Blues); nella ruvida riproposizione mono di
When the Music’s Over per la
TV danese, coi tempi dilatatissimi e un’atmosfera
che ben presto si fa unica.
Finché la musica finisce.
Per tut ti i gus ti
a cura di Federico Pontiggia
X-Men - L’inizio
Dopo il lavoro a otto
mani per Kick-Ass,
Henry Jackman se la canta e se la suona.
Anzi, ce le suona: colonna ultrasonica, che
non lesina adrenalina e (colpi) bassi. Ma se
non avete l’orecchio mutante, non fa per voi.
82
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
giugno 2011
Tutti per uno
Valeria Bruni
Tedeschi c’è, ma
non la chitarra della prèmiere sœur Carlà. A
suonare il passo di carica è uno che di bambini
e scuole se ne intende: Philippe Ersant, già
Essere e avere per Phillibert. Sì, piccolo è bello.
The Tree of Life
Dal Tavernor
dell’apertura,
passando per Preisner, fino al Berlioz del
futuro: requiem per il sogno cosmico di Malick.
Tutto il resto è Alexander Desplat, che fa di
atmosfera virtù: partitura come un fiume.
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