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Antidoti
Dacia Maraini Simone Moro
Andrea Bocconi Roberto Mantovani
Alessandro Filippini Maurizio Maggiani
Paolo Rumiz Franco Arminio
Andrea Gobetti Carlos Solito
MONTAGNE
Avventura, passione, sfida
A cura di Carlos Solito
I edizione luglio 2012
© 2012 Lit Edizioni s.r.l.
Elliot è un marchio di Lit Edizioni.
Sede operativa: Via Isonzo 34 – 00198 Roma
[email protected]
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Introduzione
I racconti di questa antologia dedicata alle montagne seguono una sequenza ideale che parte dalla vetta, arriva a
valle e, poi, sottoterra, nel ventre del pianeta.
L’apertura è affidata all’elegantissima penna di Dacia
Maraini, che racconta la grande figura del padre Fosco,
viaggiatore, alpinista, scrittore, dal quale ha imparato “l’amore per l’altezza”. Da Maraini, in ordine sparso, a Walter
Bonatti raccontato da Alessandro Filippini, dove scopriamo
le mani del grande alpinista che hanno stretto morse mostruose su graniti e su compagni di spedizione in difficoltà.
Gocce di montagna di Simone Moro, tra i più appassionati
e capaci alpinisti del nostro tempo, autore di scalate impossibili come alcuni 8000 in inverno. Roberto Mantovani
rimane nelle latitudini himalayane raccontando un suo girovagare sul massiccio del Karakorum dominato dal K2,
mentre Andrea Bocconi, “di buon passo”, ci fa camminare
nel suo stile scansonato dalle Alpi Apuane, in Toscana, fino
agli oltre 4000 metri del lago di Gosaikunda, in Nepal. Un
viaggio trasversale, come trasversale è il racconto di Maurizio Maggiani sulla sua Garfagnana, “il mio altrove”, come
la definisce lui, che “lo è da sempre e da sempre mi chiama” tra canti di storie meravigliose, boschi, cattedrali di
marmo, fiumi misteriosi e leggende di pastori erranti. E
poi, poi ci sono le montagne mamme d’acqua che ogni gior7
no sgravano milioni di metri cubi del bene più prezioso
per l’uomo e che Paolo Rumiz, nel suo inconfondibile stile, racconta nel reportage Acque serve d’Italia, dal Biellese
alla Valcamonica fino ai profili delle Serre calabresi, nell’estremo Sud. Continuando la nostra discesa di quota, entriamo nei piccoli borghi dell’Alta Irpinia, in Campania, in
bilico tra l’altopiano del Formicoso e la valle del fiume
Ofanto, seguendo la prosa poetica del paesologo Franco
Arminio. Spalle alla penisola, sul mare, nel mare, Andrea
Gobetti impersonifica un aforisma di suo nonno Piero:
“Chi sa combattere è degno di libertà”. Speleologo, climber
e viaggiatore inguaribile, ha lottato contro freddo e calure
a ogni latitudine del mondo, tra abissi e vulcani. In queste
pagine ci regala una sua avventura sullo Stromboli, nelle Eolie. Stromboli che, oltre alla sua capricciosa attività eruttiva, ricorda Jules Verne e la fine del suo Viaggio al centro
della Terra per grotte, voragini e caverne zeppe di stalattiti
e stalagmiti, proprio come l’ultimo racconto, il mio, che
s’inabissa dentro le montagne.
Mio figlio guarda, ammiro i suoi occhi che scrutano e
lo sento, sento che vorrebbe andarci, salire, scoprire. Lo
vedo, sta fantasticando, bello!
Carlos Solito
Grottaglie, 1° giugno 2012
Oggi è il primo giorno di giugno e per scrivere questa
introduzione sono tornato a Grottaglie, il posto dove sono
nato e dove il paesaggio è terribilmente piatto, le montagne qui sono un miraggio. Sono salito a piedi su quello
che qui chiamiamo scherzosamente monte Pizzuto insieme a Christopher, mio figlio. Il muretto a secco sul quale
sedevo da bambino c’è ancora. Abbiamo occupato la nostra postazione coi piedi penzoloni nel vuoto. C’è vento, e
laggiù, oltre le dita fumanti puntate al cielo del siderurgico, oltre Taranto, oltre il golfo, si staglia il Pollino. Si distinguono i suoi profili, gli stessi che guardavo da bambino quando mi rifugiavo qui a mirare il mondo pulito dalla furia della tramontana per ore. Immaginavo boschi,
vette, fiumi, laghi e le persone, immaginavo.
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Mio padre Fosco e la sua montagna
DACIA MARAINI
Per me la montagna è legata al ricordo di mio padre. Anzi
direi che le montagne nel mio pensiero sono il luogo dove
si trova ancora oggi, gentile e sapiente, lo spirito di mio
padre.
Da lui ho imparato l’amore per l’altezza, nonostante le
mie vertigini. «Papà, basta, non ce la faccio più». Ma lui,
con dolcezza, mi spingeva a continunare. Non ci saremmo
fermati né in cima a quella altura, né a quella seguente. «Ma
papà, mi hai detto che la cima stava là e invece vedo che si
allontana sempre di più». «La cima è là dietro, abbi fede,
ci arriveremo». Questa era la sua risposta, un poco sadica
a dire il vero, nei riguardi di una bambina di dieci anni che
arrancava dietro il suo passo di atleta, con il naso congelato, i piedi indolenziti, la paura di non farcela.
Di mio padre conservo dei taccuini minuscoli in cui racconta, in forma concisa, le sue avventure di montagna. Ogni
tanto le rileggo ammirando il suo passo (anche sulla carta
camminava sicuro) leggero e deciso, il suo respiro regolare,
la sua immaginazione lampante.
In una pagina datata 31 luglio 1939, leggo: “Notte in
treno. Seconda notte di viaggio. Terza classe. Dormito
poco. A Matsumoto verso le nove. Paesaggio bello, archi11
tettura montana, alpina. Muri bianchi, legno. Tetti inclinati
ecc. Solita montagna uguale dappertutto. In autobus a
Kamikochi con Birus e Hallier”. Distretto di Higashichikuma, della prefettura di Nagano.
La famiglia Maraini era in Giappone da solo un anno.
Mio padre era un giovanotto bello e sportivo. Aveva fatto
subito amicizia con gli stranieri che abitavano a Kyoto ma
anche con tanti giapponesi dell’università di Nagano.
In quel luglio del ’39 decise di lasciare mia madre a casa
con “le bambine”, per andare a scalare le montagne con
l’amico Hallier, francese, e l’amico Birus, tedesco.
I tre giovanotti si dirigono verso le montagne dell’Hodaka. Prendono il treno fino a Matsumoto e poi in autobus
fino a Kamikochi. Si fermano nel villaggio montano per un
rapido pranzo a base di riso e di sottaceti e pescetti fritti avvolti nelle alghe e quindi prendono ad arrampicarsi sulle rocce per raggiungere la vetta dell’Hodaka, alta 3090 metri.
“Bel tempo. Caldo. Salito per ore e ore. Fatto alcuni tratti di roccia (bella!). In vetta dell’Hodaka (3090) alle sette.
Si fa buio”.
A questo punto i tre amici decidono di prendere la strada della discesa. Cantano, ridono, sono allegri. Ma non si
tratta di una strada facile.
“La discesa si fa ripida. Lego Hollier per precauzione.
A Birus non ci penso, perché è sicuro” scrive Fosco nelle
sue paginette lillipuziane.
cio tra nevaio e parete rocciosa, ferendosi assai alla testa”,
come leggo nel libretto di appunti.
Sono le nove di sera. Si vedono le luci in lontananza. Ma
dentro il crepaccio è buio. Non si capisce a che punto stia
Birus e non si sa come tirarlo fuori. I due amici rimasti incolumi si dividono e mentre uno rimane a guardia del crepaccio, l’altro va a chiamare rinforzi.
“Quelli del campo vengono ad aiutarci” scrive Fosco.
Ma portare giù un ferito grave sulle rocce scivolose, nel
buio della notte che avanza, è una impresa difficile. Ci mettono sei ore, una eternità per il povero Birus che intanto
perde sangue dalla testa e trema per il freddo e il dolore.
Arrivano al campo che è gia notte. Fosco e Hallier sono
sfiniti. “Fortunatamente tutti sono gentilissimi e preparano per Birus una tenda”. Gli tamponano la ferita e cercano di scaldarlo con del tè caldo. Ma lui non riesce a bere e
sembra che deliri.
Martedì 1° agosto 1939
“Brutta giornata di tempo e di morale” scrive Fosco.
“Alzati dopo solo tre ore di sonno. Birus incosciente”.
Alle sette arrivano otto portatori che hanno costruito
una barella improvvisata. Birus non si riprende. Sembra
in coma. Gli amici si allarmano. Cosa fare?
Invece sarà proprio Birus, un esperto scalatore, a scivolare su una chiazza di neve, “precipitando in un crepac-
Intanto Fosco torna al crepaccio per riprendere la roba
che avevano lasciato in altura. “È un posto brutto e triste” commenta. Inoltre ha preso a piovere e le rocce sono
diventate ancora più scivolose. C’è nebbia. “Non so dar-
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mi pace di non avere detto a Birus di legarsi. Scendo scivolando. Faccio rotolare il sacco fino in fondo perché troppo pesante”.
Ma Fosco è abile come una scimmia. Arriva a valle in un
baleno, e si precipita a trovare l’amico.
Intanto un medico si è mosso da Kamikochi e li sta raggiungendo per la salita. Appena si incontrano, i portatori
e il medico, appoggiano il ferito per terra e il dottore gli fa
una prima medicazione. Birus sembra avere ripreso i sensi, ma il sangue non si ferma. Tracce rosse rimangono sul
cammino innevato.
“Proseguiamo. Piove, poi viene il sole poi piove di nuovo a dirotto” commenta Fosco che doveva essere di umore nero per il senso di colpa che lo ossessionava. Perché
aveva pensato che Birus non avesse bisogno di farsi legare
come Hallier? Si era comportato con leggerezza? Forse anche con incoscienza? Di chi la colpa?
Intanto arrivano a Kamikochi, il villaggio di partenza.
Ma qui non ci sono ospedali. “Piccolo albergo. Pioggia.
Saette. Le scarpe fanno male, penso però a quanto deve
soffrire Birus”.
Insieme lo trasportano all’ospedale della vicina Kanokochi.
“Medici alla buona” considera Fosco. I due amici trovano una stanza in un alberghetto a poco prezzo. Non dispongono di molti soldi e questa sosta non era prevista.
“Sarebbe troppo bello se il povero Birus stesse bene con
noi!”.
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Siamo a mercoledì 2 agosto. La notte Fosco e Hallier
rinunciano al sonno per andare a vedere come sta l’amico
Birus.
“Intanto cominciano ad arrivare i conti” scrive Fosco.
“I portatori vogliono 229 yen. Gli incidenti in montagna
sono molto cari. E bisogna pagare. Erano in otto e ciascuno ha voluto la sua parte”.
Birus sembra stare un poco meglio, riconosce e parla un
poco. Lo hanno medicato di nuovo. “Mi pare che questi
medici di qui facciano però molto alla dioboia”.
Nel pomeriggio vanno alla posta per mandare un telegramma alla famiglia dell’amico ferito. Ma poi, che fare?
Andare via e lasciare solo il giovane infortunato? Non sembra il caso. Fosco e Hallier ne discutono concitatamente.
Alla fine decidono di rimanere. Ma cosa possono fare se
non aspettare?
“Parte della mattinata la passo al sole aspettando. Hallier mi fa venire i nervi: è così vago e così stolido nelle cose
di ogni giorno, pure mi pare un ragazzo intelligente”.
Una cosa è vivere insieme una avventura montanara, ridere, cantare, scalare, mangiare, dormire sulle vette, anche
in tende scomode. Altra cosa è affrontare con pazienza una
lunga attesa in una piccola città straniera, senza soldi, senza sapere quanto durerà, e senza avere una idea di cosa fare.
“Questo ousen (locanda) di Kamikochi è molto pittoresco” scrive Fosco che ha l’occhio sempre attento e si guarda intorno con curiosità. È proprio buffo che in un ousen
giapponese si trovino disegni di “costumi tirolesi, immagini di nudisti appese alle pareti”, mentre fuori, sulle strade
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investite dal vento freddo delle montagne, si incontrano soldati, ragazze dalle gambe nude, “vestitisti, cappellisti, scarponisti, sacchettisti, pittori con tavolozza, scuole, gente
che piglia il sole, ghette, scarpe, zoccoli, ciabatte, vestiti di
paglia, studenti in uniforme ecc.”, commenta con buffo
incanto musicale il giovane Fosco.
Birus però continua a stare male e si lamenta. “Ora scenderemo a Matsumoto, per portarlo in un vero ospedale”,
si propongono i due amici. Ma trasportare Birus fino all’auto non è facile. “Viene un forte ragazzotto (studente)
ad aiutarci, ma poi sparisce. In auto con due, tre futon. Birus vaneggia. Lentamente cala il giorno. Hallier sta a sedere davanti. Alle otto arriviamo all’ospedale di Matsumoto.
Infermiera brava ed efficiente. Arriva il giapponese Kawase, direttore dell’ospedale, e visita Birus. Lo trova non grave. Buone speranze”.
Giovedì 3 agosto
La mattina il professor Kawase scopre che Birus ha una
depressione tra il parietale e l’occipitale. “Le cose si fanno
bigie” scrive Fosco. Le condizioni di Birus stanno peggiorando. “Polso scende fino a 40 e c’è sempre febbre. Passiamo una brutta mattinata. Il prof. ha visitato di nuovo B.
con molta cura. Insieme c’era un assistente e quattro o cinque infermiere. Le medicazioni stavano su un carrello. Un
complesso molto sudicio. Però grande uso di disinfettanti”.
Curiosamente una delle infermiere si avvicina a Fosco
e gli dice in un orecchio che lo “hama”. Dovunque andasse conquistava cuori il mio giovane bellissimo padre. L’infermiera, scrive lui, si chiamava Nakajima-san. Ma non racconta se fra i due ci sia stato un bacio o qualcos’altro.
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“Hallier è catastrofico. Birus non capisce nulla. Per colazione raggiungiamo tendone in uno yadoya non lontano
dall’ospedale. Tempo caldo ma bellissimo. Dopo mangiato si visita il castello di Matsumoto: bellissimo. Enorme
struttura in legno”.
Intanto arrivano degli amici di Birus dalla città. Forse
Hallier e Fosco possono tornare a casa. Infatti: “Alle 3.14
parto col treno per Tokyo. Fo il viaggio con Hiraiwa. Grandi discussioni: H. è simpaticissimo. Sono felice di averlo
conosciuto. Uno dei primi giapponesi che pensa con la
sua testa. Treno pieno di gente. Vicino a noi due donne con
bambini, più uomo socievole e uomo timido. Due studenti di ritorno dai monti. Bella ragazza vestita di rosso. La
sera pranzo con Mergè. A letto tardi dopo lunga chiacchierata”.
Fosco sembra dimenticarsi di Birus, e correre dietro a
Michi di cui si dice innamorato. Ma Michi è la moglie di
Mergè, un vecchio amico. Come sopportare il senso di colpa? Ripete a Michi che devono lasciarsi, lei giura che si farà
monaca. Lui sembra lacerato. Alla fine lascia casa Mergè e
se ne torna da Birus all’ospedale. La giovane moglie Topazia con le bambine sembra completamente dimenticata.
Domenica 6 agosto
“Birus si è ripreso ma ha una complicazione alla vescica. Lo trovo meglio di quando sono partito. Mi riconosce.
C’è l’infermiera Takeshida e un’altra. Arriva poi Takakosan che dice che lo ‘hama’. È molto sweet. Bene per Birus.
Dormo all’ospedale”.
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Lunedì 7 agosto
Fosco passa la giornata all’ospedale vicino a Birus. Il
quale sta meglio, sebbene rimangano le complicazioni alla
vescica. Il professore insiste che non è grave. Ma non si
capisce se vuole rassicurarli o dica la verità oppure addirittura non capisca bene di che si tratti. “Ieri sera ha orinato sangue, ma ora non più. Vaneggia ogni tanto. Shakespeare? ‘Where is the ship’ mormora”.
Birus, che sembrava stare meglio, improvvisamente peggiora. La febbre sale a 39 gradi. Le ore passano lentamente nella stanza dell’ospedale. “Takako-san lo assiste con
molto amore: si vede che è innamorata. È uno spettacolo
che fa bene al cuore” commenta Fosco.
Certo è strano questo ospedale ai piedi delle montagne, sporco e trasandato, ma pieno di allegria e di infermiere disponibili che si innamorano immediatamente dei
giovani stranieri.
“Tutti sono gentili qui. Viene alle due il professor Kawase. Iniezioni fruttifere. Iniezioni di qua, iniezioni di là, è
una mania. Takeshida e Arima-san sono anche molto buone. Nakajima-san viene ogni tanto. Io passo il tempo leggendo Balzac. Studio un poco di giapponese, scrivo diverse lettere. A mezzogiorno esco con Takenchi per mangiare un tendori allo yadoya. Caldo. Piove. Alla sera torno
allo yadoya con Takenchi e mangiamo insieme. Buon pranzo chamanushi: due brodi, gohan, salad e pomodori. Dopo
cena facciamo piccola passeggiata con Takenchi e Masouchan, la grinta del padrone”.
Martedì 8 agosto
“Piove e fa caldo. Oggi operazione di Birus. La matti18
na viene il barbiere a radergli la testa. Dalle dodici alle
tredici Takenchi, io e il professor Nishima andiamo a mangiare allo yadoya. Torniamo in tempo per l’operazione.
Tutto in questo ospedale mi pare segnatamente sudicio:
pareti, pavimenti. Per questo forse si fanno grandi precauzioni, lavaggi, disinfezioni ecc.”.
Le descrizioni di un ospedale di campagna sporco e trascurato continuano. Eppure sembra un luogo piacevole,
dove vanno e vengono tante infermiere pronte a ridere e
amoreggiare, dove i dottori appaiono a due a due per osservare questo fenomeno di un tedesco ferito alla testa.
Dove si mangia e si beve e si chiacchiera, nessuno si lava
le mani ma si fa grande uso di disinfettanti.
“Birus viene steso sul letto operatorio, legato. È sveglio ma rintontito. Takako-san gli tiene le mani. L’operazione comincia alle due e sette minuti, dopo che Kawase ha
finito di lavarsi le mani ecc. guanti di gomma, garze alla
bocca. Iniezioni locali anestetici. Taglio col bisturi, lungo
8-10 cen.
Birus grida. ‘Mensch, sie mussen das nicht!’ (?). Presto
viene messo a nudo il cranio. Con delle garze assorbenti.
Il sangue non è però abbondantissimo. Le graffe tengono
aperta la ferita. Poi entra in azione il trapano. Birus urla.
Il foro nell’osso viene ingrandito con delle pinze che fanno rumore come di potatura. Quando il foro è grande abbastanza K. con un ferro cerca di rialzare la volta dov’è
depressa. I ferri si piegano. Mi pare che la volta non modifichi la sua forma. B. grida. Ma perche non hanno fatto
l’anestesia totale? Tutti sono molto seri. Io sudo. K. suda.
Nakajima mi guarda. Takako è da una parte impassibile.
Takenchi anche. Nessuno muove un ciglio. B. grida anco19
ra. Io cerco di parlargli in tedesco e in inglese. Non capisce nulla. Alla fine il dolore lo vince e sviene. L’operazione volge alla fine. Sono le 2.25, poi le 2.30, le 2.35, le 2.38
e comincia la ricucitura. Ho visto la ‘dura madre’. K., avanti di richiudere, ha messo nel foro la polvere d’osso del
trapano. Mentre si ricuce, B. rinviene e grida ancora. Deve
avere sofferto terribilmente. La fasciatura viene fatta in
fretta. Tutto finito. B. viene portato fuori. Takako-san ha
soltanto gli occhi un po’ lustri. Nishima e Takenchi escono sorridendo”.
È davvero una descrizione truculenta. Fosco sembra diviso fra la partecipazione emotiva al dolore dell’amico e il
bisogno di farsi testimone imparziale dell’evento.
“Tutto il pomeriggio Birus dorme. È l’effetto delle iniezioni. In G. hanno la mania delle iniezioni”. Però è strano
che in questa mania delle iniezioni non abbiano pensato a
una iniezione di anestesia totale. Fosco non spiega meglio.
“Per cena esco dall’ospedale e vo a mangiare allo Yado.
Dopo cena esco con Masako-chan e suo fratellino di dodici
anni. Andiamo in giro per il paese. C’è molta gente: luci,
viavai, radio. C’è un posto dove fanno il Sumo: per ora giocano, i ragazzi, più tardi diverranno i canna locali. In un
altro posto fanno lo Judo: tutti in silenzio, incredibile.
Prendiamo un gelato. Giochiamo al pachinko. Masakochan è una figuretta deliziosa. Bambina ma con già certe
inconsapevoli malizie da donna. Piena di curiosità, vuole
sapere tutto dell’Italia. È un peccato che con una intelligenza così viva e pronta sia destinata a restare nei giardini
bassi della cultura. Ritornando, trovo il padre di Masako,
Endo-san che mi invita a bere con lui un poco di sakè. C’è
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anche il dottor Kobayashi, una infermiera e una donna
ignota. Buffa combinazione. Non riesco a capire le distinzioni di classe. Alle 11 torno all’ospedale per dormire. Birus sempre tranquillo. Takako-san non lo lascia un momento”.
Mercoledì 9 agosto
Il viavai dall’ospedale continua. I medici dicono che ormai Birus è fuori pericolo. Eppure lui continuna a delirare.
“Birus riposa. Vengono prof. Nishima, Takenchi e Okugama. Niente visita del professor Kawase. Dicono che va tutto bene. Birus però vaneggia. Lunghi discorsi sconclusionati. Movimenti lenti. Per orinare grandi sforzi. Takako-san
gli prende l’uccello e glielo mette nel pappagallo con grande disinvoltura. Il pudore è molto diverso che da noi. Qui
tutto è più naturale. Non ci sono quei complessi dovuti a millenni di educazione cristiana”. Eppure le ragazze giapponesi sono molto pudiche. Di un pudore forse derivante da timidezza, non saprei dire, ma quella disinvoltura non potrebbe essere attribuita alla pratica dell’ospedale? Anche la
giocosa pretesa di impossessarsi dei corpi ammalati degli
stranieri per farne qualcosa di proprio.
“Resto tutto il giorno da Birus. La sera temporale. Esco
con Takenchi a fare il bagno. Bagni pubblici, una ragazza
(bellina) sta al banco in una stanza piena di uomini nudi
(che paese buffo!). Prima di cena visto un ragazzo che è
caduto in montagna, casino… solo quattordici anni, una
gamba fratturata malissimo. C’è il padre e anche la madre.
Dopo cena sto un po’ nello yadoya. Un tale che parla inglese. Ritornando all’ospedale trovo Kawabashi e Nakajima
che offrono del cocomero”.
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Giovedì 10 agosto
Le giornate sembrano allungarsi a Matsumoto. Fosco
dorme ancora in ospedale. “Birus notevolmente meglio.
Dopo mangiato esco in bici con Minagawa. Min. è simpatico. Bellissima la valle di Matsumoto. Tempo ottimo. Somiglia al Piemonte. Case col tetto di paglia. Foto”.
Fosco non rinuncia a fotografare, come il suo solito. Il
bisogno di testimoniare è fortissimo in lui. Non bastano
le parole scritte. Ci vuole anche la pellicola. Non a caso,
morendo, ha lasciato migliaia di fotografie che ora fanno
parte dell’archivio Alinari.
alla cassa. Sera chiacchierata con Wando-san. Ritorno presto all’ospedale. Tutti escono con Takako-san e vanno a
prendere gelato. Resto con Birus. Dopo torna Takakosan. Chiacchieriamo. Strana ragazza. Molto salda”.
Sabato 12 agosto
Infine arriva il giorno della partenza. Non si hanno piu
notizie di Hallier. Si può immaginare che sia partito da
solo. Fosco è rimasto con l’amico in ospedale per qualche
giorno in più. Birus viene accompagnato in treno verso
Tokyo. Sta decisamente meglio anche se non si è ripreso
del tutto.
Venerdì 11 agosto
Le giornate si susseguono rapide. Al dramma iniziale è
subentrato un tran tran quotidiano. La vita giornaliera di
una piccola città della provincia giapponese non è molto dissimile da quella di una cittadina italiana. Tutti si conoscono
e si salutano. I pettegolezzi volano di bocca in bocca. Le ragazze si fanno belle per attirare lo sguardo maschile. I giovanotti fanno finta di non vederle ma le tengono d’occhio
di sottecchi. I tre stranieri sono venuti a disturbare questa
quotidianità prevedibile e prevista. Eppure non c’è ostilità
nei loro riguardi, solo curiosità e forse il desiderio di creare
degli argomenti per le loro chiacchiere future.
“Mattina ospedale. Arriva Grimau, typus internazionalis. Birus notevolmente meglio. Finito rileggere Balzac.
Eugenie Grandet. Balzac è bello in grandi dosi. Charles tuttavia non mi piace. È ridicolo e falso. Comincio Père Goriot. Grimau non mi convince. Minagawa invece simpaticissimo. Oggi Nakajima va in vacanza. Colazione allo yadoya insieme agli altri. Dopo mangiato riposo. Poi vo a fare
il bagno con Machan alla piscina. Acqua sudicia. Ragazza
“Partenza da Matsumoto alle 6.24. Bel tempo. Ci sono
Minagawa, Machan e Yamasaki a salutarmi. Machan è triste. Com’è carina! Sono anch’io triste di lasciare Matsumoto con tutta la sua gente semplice e cordiale. Viaggio
noioso”.
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Da questo momento non si parlerà piu di Birus. Non sapremo mai com’è finita. Ho chiesto a mia madre se ne sapesse qualcosa, ma non ricorda. E così sono costretta a lasciare il racconto con un finale aperto. Sarà guarito del
tutto l’amico Birus? Avrà avuto delle conseguenze la sua ferita alla testa? Avrà sofferto in seguito a quella operazione
così crudemente raccontata da Fosco che gli ha aperto la
scatola cranica? Avrà ripreso a fare il suo lavoro? Già, ma
che lavoro faceva? Mio padre non lo dice. La sola cosa
certa è che i tre amici erano giovanissimi, amavano la montagna e non si aspettavano che una gita finisse così male.
Per Hallier forse è stato solo un disturbo. Per Fosco,
che non rinunciava mai a trarre degli insegnamenti da ciò
che gli accadeva, sembra essere stato un modo per conoscere meglio il Giappone, la sua provincia, i suoi costumi.
Ma anche una occasione per leggere i libri amati e per
corteggiare le ragazze carine.
Gocce di montagna
SIMONE MORO
Nel piccolo cimitero della Garfagnana dove è sepolto
sono sicura che continua a sorridere alle sue montagne, ai
suoi amici, alle ragazze carine che gli dicono in un orecchio
che lo “hamano”.
La categoria a cui appartengo non è di certo la più nobile e
rispettabile di quelle che circolano attorno e sulle montagne. È forse la più chiacchierata e idealizzata nell’immaginario collettivo, quella che riesce a volte a catturare l’interesse anche dei giornali, della tv e dei non addetti ai lavori. In
caso di incidenti, “meglio se mortali”, la cronaca ci dedica
decisamente più spazio (l’ultimo per il compianto) sfoderando termini quali killer, assassina e quant’altro rivolti alla
montagna e una sfilza di patetici elogi e lodi diretti all’esperienza del defunto. In fondo siamo tutti bravi lavoratori e uomini o donne modello quando si tratta dell’estremo saluto.
Ma a parte il lato quasi “folcloristico” o meglio puerile
del modo di giudicare e classificare gli avvenimenti che accadono in montagna e gli alpinisti, io ho voluto fare una riflessione su dove stia andando oggi il mondo al quale appartengo, quello delle spedizioni, dei presunti exploit, dei
viaggi celebrativi, delle performance che aspirano a uno
spazio nella storia.
Non si ha più voglia di perdere (in senso sportivo s’intende), di tornare a casa senza il successo, di scoprire che
non si è all’altezza o che si è semplicemente e nobilmente
normali e che i fuoriclasse del passato e del presente avevano un’altra marcia… Quella del minimo sforzo e massimo
rendimento è dunque la direzione dell’alpinismo di oggi.
24
25
Indice
Montagne. Avventura, passione, sfida
Introduzione
7
Dacia Maraini
Mio padre Fosco e la sua montagna
11
Simone Moro
Gocce di montagna
25
Andrea Bocconi
Montanari di bassa quota
41
Roberto Mantovani
K2, sul filo
55
Alessandro Filippini
Le mani di Bonatti
67
Maurizio Maggiani
La mia Garfagnana
81
Paolo Rumiz
Serve acque d’Italia
93
Franco Arminio
Chiodi di pane, appunti sul confine
109
Andrea Gobetti
Eruzione Stromboliana
117
Carlos Solito
Neroabisso
133
Biografie degli autori
147
Ringraziamenti
153
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