CLAN IL GIULLARE
Albinea 1
Dal 02/08 al 12/08
LUNEDI’ 02/08
“Buona
significa Strada”
augurarti una vita piena di avventure!
Ma non si tratta di avventure verso terre remote,
lontane... irraggiungibili!
Si tratta dell’avventura che ogni uomo può fare
quando costruisce la sua vita come una strada,
quando non si siede mai sulla comoda meta raggiunta,
quando è disposto a rischiare sempre,
pur di non ripetere i suoi soliti passi....
Questa avventura segue i sentieri dello spirito,
attraversa i mari immensi della coscienza,
solca gli spazi infiniti della vita interiore,
non si stanca di superare gli ostacoli improvvisi
di chi lotta per salvaguardare la propria interiorità...
... e finalmente intravede,
raggiunge e si lascia avvolgere da una luce,
incontra una persona che mai poteva immaginare,
un Uomo,
Incontra Dio che da sempre percorre questa interminabile strada
e da sempre vuole incontrarti
per sussurrarti nel cuore che anche tu hai scritto il tuo Vangelo...
Il Quinto Vangelo!
La tua vita, i tuoi incontri, i tuoi deserti, la tua storia...
Buona Strada!
Finalmente la route!
Ho bisogno dello zaino e della pazienza del cammino.
Ho bisogno di avere sete qualche volta di avere fame.
Ho bisogno che tutto questo mi strappi fuori dalle comodità in cui
ogni giorno mi adagio.
Ho bisogno che tutto questo mi liberi dalla pigrazia e mi ridoni il
gusto della vita.
Ho bisogno del silenzio, di pezzi di strada senza parole,
per accorgermi che non devo avere paura di niente,
neanche della mia debolezza, perché c'è un amore che mi ama
sempre.
MARTEDI’ 03/08
Messer Francesco viveva in perfetta letizia, perché era sereno. La serenità nasce
dal cuore e dall'armonia con il Creato, dalla pazienza e dal servizio verso i fratelli.
La serenità porta gioia e la gioia coinvolge. C'è un abisso tra la risata sconnessa,
sguaiata e tragica e il sorriso misurato di chi comprende e accetta. Esistono frastuoni che vengono spacciati per musica, utili per fuggire dalla realtà, non per
affrontarla.
La guida e lo scout sorridono e cantano nelle difficoltà, perché sanno di voler lavorare assieme. La gioia, come la paura e la noia, come tutti i sentimenti, si diffonde
per contagio, trascina verso il suo regno, invade quanti le si accostano.
L’educazione scout è autoeducazione. È uno sforzo che ciascuno compie su se stesso, per se stesso. Non è possibile affrontare un libero impegno senza entusiasmo,
senza ottimismo. Per questo lo stile scout è gioioso. Le difficoltà si possono affrontare con animo sereno solo quando il loro superamento dipende da noi, quando gli
altri ci sorreggono, perché sono impegnati nella stessa fatica.
Il clima emotivo non può essere, per definizione, un prodotto individuale. Il mio
apporto è fondamentale, come quello di tutti. Un coro nasce da più voci, accordate
e cantanti. La gioia nasce da più cuori, accordati e decisi.
In educazione il clima emotivo è quasi tutto. Non serve attingere alla scienza psicopedagogica per capire che un ambiente ostile, sconclusionato o anonimo inibisce
le funzioni interiori, spinge all'errore, induce reazioni inconsulte e porta alla fuga.
Non basta sapere le cose, bisogna volerle. E la volontà è un sentimento, che va
sorretto con il sentimento. Il clima emotivo è questo sentimento creato da tutti,
divenuto dominante, che nelle attività, come nei campi, sorregge ciascuno lungo
l'identico cammino.
Nelle attività la cura di questo clima emotivo è fondamentale; ma non nasce al
momento. L’allegria per decreto non ha senso. Bisogna che i capi e gli anziani delle unità sappiano rendere questo servizio a chi non ha ancora compreso la forza
del sorriso. Si sorride e si canta, perché, in tal senso, si aiutano gli altri a fare le
cose che stanno facendo, cioè a crescere.
Sorridere
Etimologia. Esprimere serenità, ottimismo, dimostrarsi favorevole, destare piacere, riuscire gradito.
Sinonimi Essere lieto, gaio, sereno, tranquillo, fiducioso, aperto , vivace.
Contrari. Essere imbronciato, immusonito, diffidente "chiuso" pessimista, scontroso, "arrabbiato".
Cantare
Etimologia Oltre al significato di "modulare suoni", manifestare e provocare sentimenti di gioia.
Sinonimi Canticchiare, fischiettare.
Contrari.
Essere sguaiato, mugugnare, brontolare.
Difficoltà
Etimologia Contrario di facultas, cioè ciò che è facile. Indica quindi ciò
che è difficile, d'ostacolo, che richiede sforzo e impegno.
Sinonimi Disavventura, fatica, disagio, crisi, persecuzione, durezza,
preoccupazione.
Contrari Facilità, comodità, agevolezza, opportunità, superficialità.
PERCHE’
La vita è bella sempre, anche nei momenti difficili, duri e dolorosi, se si e
capaci di personalizzarla e di trovare quel tanto di bello e di buono che ciascuno si porta dentro. L’imprevisto, l'insuccesso, la sofferenza possono far
nascere altre capacità, rivelare nuove possibilità, sono occasioni che aiutano a scoprire la propria personalità, così da realizzarla nonostante gli ostacoli. Anche la sofferenza, la ferita che si apre nel cuore, può diventare un'apertura, un allargarsi della propria capacità di amare.
Lo scoutismo conosce questa possibilità delle persone e invita a realizzarle: la difficoltà non spegne il sorriso (si ridimensiona), non impedisce di
cantare (si ritrova la gioia), anzi aiuta a provare il gusto di vincersi non lasciarsi fermare da nulla.
Lo scout è la persona della speranza, ha la grinta del lottatore, non la
rassegnazione di chi si disarma, ha la passione del veggente, non l'aria avvilita di chi si lascia andare, cambia la storia non la subisce, ha la sicurezza
della gratuità delle cose e della vita stessa. Questa speranza fa cantare lo
scout, anche nel pianto.
• “Non si ama più quando i sacrifici costano, si ama poco quando ci si
accorge di farne” (Anonimo)
• “L’ottimismo é la salute dell’anima (detto popolare)
• "Se mancate di coraggio sorridete a voi stessi e vi ritemprerete. Il sorriso vi libera dalle angustie vi apre, vi eleva e vi raffina." (J.. Maurus)
•
Andate Per Le Strade
MERCOLEDI’ 04/08
Dice il Qoelet “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il sole”.
Questo è il momento dell’ordine, un ordine interiore che porta alla serenità e
all’equilibrio. . Oggi vogliamo insieme rivedere in senso positivo il nostro essere
persona, il nostro essere scout, il nostro essere cristiani, il nostro servizio.
Come persona ripensa a quanto hai vissuto e come l’hai vissuto:
con te stesso non puoi barare.
Ti è mai capitato negli ultimi giorni di ridere di te stesso?
Se non lo hai fatto, forse eri troppo preso dal tuo ruolo più che dal tuo essere persona. Come rover/scolta ripensa ai rapporti che hai con il tuo clan, al tuo modo di
ESSERE CON loro, al tuo modo di ESSERE PER loro, al tuo modo di ESSERE IN
loro.
ESSERE CON è condivisione
ESSERE PER è servizio, è umiltà, è spirito di abnegazione;
ESSERE IN significa essere tanto in gamba e tanto rispettosi di essere nel loro
cuore accanto ad altra gente che conta molto più di te.
Come cristiano ripensa al tuo modo di essere al seguito di Cristo.
Anche Cristo aveva una mentalità concreta:
“Non chi dice Signore, Signore, ma chi farà la volontà del Padre mio, entrerà nel Regno dei Cieli”.
Essere al seguito di Cristo significa farsi strumento della volontà del Padre, adoperarsi concretamente per i fratelli cogliendo nella lettura della realtà la presenza di
Dio. Essere al seguito di Cristo significa rinunciare alle comodità del mondo per
godere della libertà anche a prezzo di un continuo peregrinare controcorrente, Significa non credere alle lusinghe del male facile a favore del sacrificio legato al bene difficile; significa scegliere la mediocrità e l’anonimato piuttosto che il successo
eclatante ottenuto calpestando i diritti di chi cammina a fianco.
Essere nel mondo ma non del mondo e farsi annunciatori di una speranza
che non ha mai fine
L'ALTRO
L'altro è colui che incontri sul tuo cammino.
Colui che cresce accanto a te, lavora, gioisce
o piange accanto a te.
Colui che ama, che odia accanto a te.
Colui del quale dici:
"Ne ho fin sopra i capelli";
oppure: "Non posso soffrirlo".
Colui del quale non dici nulla, non pensi nulla
perché tu passi senza guardare e non lo vedi.
L'altro è il tuo prossimo, colui che devi amare,
con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta l'anima.
L'altro si chiama Pietro, Giovanni, Antonietta,
Signor Rossi, Signora Bianchi.
Abita nel tuo stesso stabile, lavora nel tuo
stesso ufficio, prende lo stesso autobus.
L'altro si chiama Gesù Cristo.
Gesù cristo abita nella tua stessa casa, lavora nel tuo stesso ufficio,
prende il tuo stesso autobus.
GIOVEDI’ 05/08
Il rover/scolta al servizio del Progetto di Dio:
E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Maestro,
noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Cosa volete
che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla
tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?”. Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse: “Il calice che io bevo anche voi lo
berrete, e il battesimo che io
ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta
a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”.
All'udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù,
chiamatili a sé, disse loro: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è
così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il
primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.
Mc 10, 35-45
Il servizio non è un generico mettersi a disposizione degli altri,
ma un sentirsi in debito, un vincolarsi.
Allo scout viene chiesto:
Disponibilità a donarsi.
Disponibilità a cambiare
Disponibilità a crescere
Disponibilità ad essere portatore di gioia.
Disponibilità ad essere persona di speranza.
Disponibilità ad essere autorevole.
Disponibilità ad un impegno continuo.
Disponibilità alla condivisione e alla testimonianza.
Gesù invita a seguirlo perché sa che con lui l'uomo raggiunge la sua grandezza (la vita eterna cfr. Mc 10, 17-31).
Se per seguirlo si deve accettare la Croce, cioè la fatica e lo
sforzo, Gesù assicura che Lui c'è sempre e condivide e aiuta
a portarne il peso.
La croce è solo un passaggio, come per Lui, che dalla
morte conduce alla Resurrezione. La preghiera rinnova
sempre questa certezza e dispone l'animo alla gioia della
sequela (cfr. Fd2,5-11; 2 Tm 2,6-15).
PREGIERA DI DON PRIMO MAZZOLARI
Ci siamo impegnati noi e non gli altri
Unicamente noi e non gli altri.
Né chi sta in alto, né chi sta in basso; né chi crede, né chi non crede.
Ci siamo impegnati.
Senza pretendere che altri si impegni con noi o per suo conto, come noi
o in altro modo.
Ci siamo impegnati senza giudicare chi non si impegna
senza accusare chi non si impegna
senza condannare chi non si impegna
senza cercare perché non si impegna.
Sappiamo di non poter nella su alcuno, né vogliamo forzare la mano
ad alcuno, devoti come siamo e come intendiamo essere al libero movimento di ogni spirito più che al successo di noi stessi o dei nostri convincimenti.
Noi non possiamo nulla sul nostro mondo, su questa realtà che è il nostro mondo di fuori, poveri come siamo e come intendiamo rimanere.
Se qualcosa sentiamo di potere – e lo vogliamo fortemente –
è su di noi, soltanto su di noi.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo
si muta se noi ci mutiamo, si fa nuovo se alcuno si fa nuova creatura
imbarbarisce se scateniamo la belva che è in ognuno di noi.
L’ordine nuovo incomincia se alcuno si sforza di divenire uomo nuovo.
Ci siamo impegnati per trovare un senso alla vita a questa vita, alla nostra
vita;
una ragione che non sia una delle tante ragioni che ben conosciamo e che
non prendono il cuore;
un utile che non sia una delle solite trappole generosamente offerte da chi
la sa lunga.
Si vive una sola volta e non vogliamo essere giocati, in nome di qualche
piccolo interesse.
Non ci interessa la carriera, non ci interessa il denaro,
non ci interessa il successo né di noi stessi, né delle nostre idee.
Non ci interessa di passare alla storia
ci interessa di perderci per qualcosa e per qualcuno che rimarrà anche dopo che noi saremo passati
e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci.
Ci siamo impegnati noi per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura;
ma per amarlo.
Perché noi crediamo all’amore, la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta per impegnarci perdutamente.
(da “Profeti per il regno”)
VENERDI’ 06/08
DON LORENZO MILANI 1923-1967
E' il 12 febbraio 1965, i cappellani militari, come ogni anno, celebrano l'anniversario
della Conciliazione. Al termine dei lavori stilano un comunicato che recita così: “I
cappellani militari riuniti ecc. ecc., deplorano l'Obiezione di Coscienza come tradimento dell'amore cristiano e denunciano gli obiettori di coscienza come vigliacchi”.
Questa dichiarazione, pubblicata sui giornali e passata per lo più inosservata, cade
però sul tavolo della scuola di Barbiana dove Don Lorenzo Milani tiene le sue lezioni
quotidiane partendo dall'analisi della stampa. Lui è un uomo che di fronte ai suoi
ragazzi si è sempre posto come maestro ma soprattutto come sacerdote e perciò non
può trattenere il proprio sdegno: “un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre
torto, tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale”.
Da qui prende spunto un'importante lezione di vita che avrebbe trasmesso ai ragazzi
di don Milani principi come la libertà di parola e di stampa e soprattutto il dovere di
sentirsi responsabili di tutto in prima persona. Sulle pareti della scuola di Barbiana
era scritto “I care”, il motto dei giovani americani migliori, che in traduzione approssimativa risultava “Me ne importa, mi sta a cuore”, l'esatta antitesi del motto fascista “Me ne frego”. A nessuna autorità civile e religiosa era però importata la
dichiarazione dei cappellani militari dato che la reazione era stata nulla. Allora
reagirono loro, don Milani e i suoi ragazzi, decidendo, dopo un'ampia discussione e
un'attenta analisi della storia bellica dell'Italia post-risorgimentale, di scrivere una
lettera aperta ai sacerdoti firmatari del comunicato. La lettera fu inviata a tutti i
giornali ma fu pubblicata solo dal settimanale comunista Rinascita. La manovra di
denuncia scattò immediata per don Milani e per Luca Padovani, direttore di Rinascita. Il processo venne celebrato a Roma. Ma don Milani era assente perché già
malato del male che due anni dopo lo avrebbe portato alla morte. Non potendo recarsi a Roma, scrisse una lettera ai giudici che tutt'oggi rimane un capolavoro nella
letteratura cristiana e civile italiana. Molte furono le argomentazioni addotte per
giustificare la bontà e il valore di una sclta non violenta e coraggiosa come l'obiezione di coscienza (non dimentichiamo che in quegli anni chi obiettava il servizio
militare era un fuorilegge e in quanto tale soggetto alla detenzione). Ma fra tutte le
argomentazioni la più grande, e nuova al contempo, fu quella che sciolse il binomio
obbedienza e virtù.
Chiamando in causa la teologia morale e il diritto romano, don Milani si soffermò
sul principio della responsabilità in solido e cioè che “tanto è ladro chi ruba tanto
chi tiene il sacco”. Principio semplice e validissimo ma negato dai teorici dell'obbedienza: “il singolo non è responsabile di ciò che gli hanno ordinato di fare, egli ha
semplicemente obbedito, eseguito un ordine. Seguendo questa stessa logica ogni
individuo sarebbe stato legittimato a commettere qualsiasi azione di violenza se gli
fosse stata ordinata da un'autorità responsabile. L'unica via d'uscita da tutto questo era nel coraggio di dire ai giovani che “essi sono tutti sovrani per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù ma la più subdola delle argomentazioni. Ognuno doveva essere l'unico responsabile di tutto. Per questo sarebbe stato necessario coinvolgere, sensibilizzare la popolazione facendo in modo che le grandi problematiche
non restassero appannaggio di poche persone. Era necessario creare una cultura
dell'autocoscienza e dell'autoresponsabilità che guardasse sempre alla tutela della
persona umana ponendola al centro ma nel caso anche al di sopra delle leggi e delle
istituzioni.
Don Milani, al termine del processo venne assolto, ma questo poco importa. Importa invece il processo qualitativo che lui ha innescato proponendo l'autocoscienza e
l'azione non violenta come motrici degli atti quotidiani, indicandoci una strada
quasi obbligata: l'unico modo realistico, immediato e concreto di salvar l'umanità
dai mali.
IL NEGOZIO ORIGINALE
Sulla via principale della città c’era un negozio originale. Un’insegna
luminosa diceva: “Doni di Dio”. Un bambino vi entrò e vide un angelo
dietro al banco. Sugli scaffali c’erano grandi contenitori di tutti i colori.
“ Cosa si vende?” chiese incuriosito.
“ Ogni bene di Dio! Vedi, il contenitore giallo è pieno di sincerità, quello
verde è pieno di speranza, in quello rosso c’è l’amore, in quello azzurro
la fede, l’arancione contiene il perdono, il bianco la pace, il violetto il
sacrificio e l’indaco la salvezza.
“ E quanto costa questa merce?”
“ Sono doni di Dio e i doni non costano niente.”
“ Che bello! Allora dammi: 10 chili di fede, cinque di amore, uno di speranza, un barattolo di perdono e tutto il negozio di pace.”
L’angelo si mise subito al lavoro. In un attimo confezionò un pacchetto
piccolo come il suo cuore.
“ Ecco, sei servito” disse l’angelo porgendo il pacchettino.
“ Ma, così piccolo?”
“ Certo, nella bottega di Dio non si vendono i frutti maturi ma soltanto
i piccoli semi da coltivare.”
Vai nel mondo e fai germogliare i doni che Dio ti ha dato!
Se non io, chi?
Se non qui, dove?
Se non ora, quando?
Se non per l’altro, per chi?
PREGHIERA SEMPLICE
Signore, fa di uno strumento della tua pace :
Dove è odio , ch’io porti l’Amore.
Dove è offesa, ch’io porti il Perdono.
Dove è discordia, ch’io porti l’unione.
Dove è dubbio ch’io porti la Fede.
Dove e errore ch’io porti la Verità.
Dove è disperazione, ch’io porti la Speranza.
Dove è tristezza, ch’io porti la Gioia.
Dove sono le tenebre, ch’io porti la luce.
Maestro, fa che io non cerchi tanto :
Di essere consolato ma di consolare,
di essere compreso, quanto di comprendere,
di essere amato, quanto di amare ;
poiché : dando si riceve,
perdonando si è perdonati,
morendo si risuscita a Vita Eterna.
S. Francesco d’Assisi
SABATO 07/08
La comunità
Una ricchezza per cambiare il mondo
Nella grande città sfrecciano le macchine, si confondono le luci e i rumori, si
mescola-no gli individui. Tutti corrono, tutti si agitano, tutti si precipitano verso
un punto indefinito come verso un grande baratro che rimane però nascosto e indecifrato. I destini degli uomini sembrano palline impazzite di un flipper che si
rincorrono, si scontrano in un attimo fuggente, si allontanano in una direzione non
prevedibile nella geografia complessa dell'esistenza.
Sartre per descrivere tutto questo scrisse che non c'era bisogno di pensare all'inferno dopo la morte perché in realtà l'inferno sono già gli altri. Aveva davvero ragione? La risposta dipende probabilmente da ciascuno di noi e dalla nostra volontà
sincera di trasformare il mondo che abitiamo e di lasciarlo (almeno un po') migliore di come lo abbiamo trovato.
Nella vita scout abbiamo alcuni strumenti straordinari che ci possono aiutare: la
comunità è uno di questi.
La comunità del Clan infatti è un'occasione davvero privilegiata per sperimentare
un modo diverso per rapportarsi agli altri. La scuola, il lavoro, il gruppo di amici ci
spingono spesso ad adottare modelli di comportamento competitivi, individualistici, modelli il cui scopo principale è quello dell'affermazione di uno o di pochi su
tutti gli altri.
La comunità di Clan al contrario è il luogo dove ciascuno deve avere la possibilità
di essere protagonista e primo attore della propria esistenza, dove ci si aiuta reciprocamente gli uni gli altri per questo scopo e dove ciascuno è al tempo stesso tifoso della squadra e giocatore di ruolo.
Perché questo avvenga è importante che la comunità si dia dei tempi, dei riti, dei
lin-guaggi speciali. Sono i tempi della festa, del cammino, del silenzio, del servizio
del confronto.....Più alta sarà la qualità di questi momenti, più alta sarà la qualità
della comunità e quella dei suoi appartenenti. Certo, è un rito anche quello di trovarsi tutti i giovedì sera a bere la birra, ma sicuramente più ambizioso sarebbe
trovarsi per ani-mare una festa del quartiere o andare a trovare una persona sola,
attendere l'aurora in una piccola chiesetta.
La comunità da coraggio e sicurezza ai suoi componenti, i singoli danno vita e idee
alla comunità: è il concetto espresso dal vecchio motto dei lupetti: "la forza del lupo
è nel branco, la forza del branco nel lupo sta". In questo sta un'idea di fratellanza e
soli-darietà che è strategica per la crescita di ciascuno e della collettività nel suo
insieme. Con una attenzione però: se la comunità diventa chiusa agli altri, al diverso, allo stra-niero si avvia verso una curva di rapida decadenza e sterilità. Nella
comunità di Clan possiamo sperimentare i primi fondamenti di quella società che
abbiamo nel cuore e nella testa: se falliamo a realizzarla in un ambiente cosi ristret
-to e per certi versi protetto sarà difficile riuscirci nel contesto più ampio e complesso della società degli adulti. Se invece riusciamo a costruire in Clan una comunità
signifi-cativa (a prezzo magari di fatiche, inciampi e sicuramente molte capacità di
perdono) avremo posto la prima pietra per essere persone capaci di promuovere
grandi cambia-menti e forse anche una autentica rivoluzione. Gli altri possono essere l'inferno ma anche uno straordinario giardino, un paradiso di bellezza e giustizia.
Roberto Cociancich
SERVIZIO
Perché?
Perché ci andiamo a procurare fastidi quando c’è già un servizio impegnativo nelle
branche inferiori?
Perché servire e non aiutare, dare una mano, essere disponibili?
Perché quel tipo di servizio e non un altro?
Perché siamo spesso chiamati a svolgere servizi che altri si rifiutano di fare?
Come?
Servizio fatto con continuità e competenza, o servizio casuale e superficiale?
Servizio per rispondere a necessità reali o come ricerca di un miglioramento o di
una propria collocazione?
Quando?
Riuscirò mai ad andare dagli handicappati, con tutte le altre cose che ho da fare
nella mia vita?
Quando arriverà il momento di lanciarsi in un servizio comunitario?
Dopo la Partenza cosa ne sarà delle mie esperienze?
Dove?
In famiglia, Associazione, nella comunità più vasta (parrocchia, scuola, lavoro, politica…)
Il mio catino
Se dovessi scegliere una reliquia
della tua Passione, prenderei proprio
quel catino colmo d'acqua sporca.
Girare il modo con quel recipiente
e ad ogni piede cingermi dell'asciugatoio
e curvarmi giù in basso,
non alzando mai la testa oltre il polpaccio
per non distinguere i nemici dagli amici,
e lavare i piedi del vagabondo, dell'ateo,
del drogato, del carcerato, dell'omicida;
di chi non mi saluta più
di quel compagno per cui non prego mai,
in silenzio, finché tutti
abbiano capito nel mio il tuo amore.
DOMENICA 08/08
NON ENTRA SOLO DAI PIEDI!!!
Un vecchio detto scout recita che la strada ti entra dai piedi. Verissimo, ma incompleto!
La strada ti entra anche dagli occhi: occhi che sanno stupirsi e gioire ogni volta
che scorgono un nuovo orizzonte, che senza paura guardano in alto verso la cima
distante, che sanno ancora commuoversi di fronte alla maesto-sità della Creazione.
La strada ti entra dalle mani: le tue mani, quando le riempi di altre mani e formano una cordata che nessun pericolo potrà spezzare. Le tue mani, quan-do ti
sciogli in una carezza verso il fratello affannato o lo aiuti a saltare il fosso per venirti incontro.
La strada ti entra dalle spalle: spalle che a volte per il carico dello zaino pro-vano
fatica, ma una fatica dolce, poiché consapevoli che stanno portando del peso anche
per gli altri. Le tue spalle, quando avverti concretamente il peso dell'avere troppo
e intuisci il sapore dell'essenzialità. La strada ti entra dalle orecchie: ogni volta
che rifiuti di ascoltare solo tè stesso e accogli il silenzio del creato, carico di messaggi di autenticità. Le tue orecchie, quando presti ascolto a chi ti parla con la
voce rotta dal fiatone, ma nonostante la fatica ci tiene a fare due chiacchiere con
tè. E sì, la strada ti entra anche dai piedi. Piedi che non temono calli e vesciche,
piedi che instancabilmente ti conducono a fare esperienze incredibili, che non credevi fosse possibile capitassero proprio a tè. E invece eccoti qui, sulla cima del
monte, a gioire della fatica che avete fatto. Ne valeva la pena. La strada ti entra
nel cuore, per aprirti all'incontro con il Signore che cam-mina con tè e che vuole
essere tuo compagno di viaggio.
PADRE NOSTRO
Non dire Padre
Se ogni giorno non ti comporti da figlio.
Non dire Nostro
Se vivi isolato nel tuo egoismo.
Non dire Che sei nei cieli,
se pensi solo alle cose terrene.
Non dire Sia santificato il tuo nome,
se non lo onori.
Non dire Venga il tuo regno,
se lo confondi con il successo materiale.
Non dire Sia fatta la tua volontà,
se non l'accetti quando è dolorosa.
Non dire Donaci oggi il nostro pane,
se non ti preoccupi della gente
che ha fame, è senza cultura
e senza mezzi per vivere.
Non dire Perdona i nostri debiti,
se conservi un rancore verso tuo fratello.
Non dire Non lasciarci cadere nella tentazione,
se hai intenzione di continuare a peccare.
Non dire Liberaci dal male,
se non prendi posizione contro il male.
Non dire Amen,
se non prendi sul serio le parole del Padre Nostro.
Un professore di filosofia sale in cattedra e, prima di iniziare la lezione, toglie dalla
cartella un grande foglio bianco con una piccola macchia d’inchiostro nel mezzo. Rivolto agli studenti domanda:- Che cosa vedete qui?- . - Una macchia d’inchiostro- risponde qualcuno. –Bene -, continua il professore, - così sono gli uomini: vedono soltanto le macchie, anche le più piccole, e non il grande e stupendo foglio bianco che è la
vita-. (V. Buttafava, scrittore, 1918-1983)
LUNEDI’ 09/08
LO STRABISMO NELLA STRADA
Avete mai provato a fare strada guardando solo i vostri piedi? È faticosissimo.
Perché tutto quello che si vede sono dei passi, sempre gli stessi, sempre nella stessa direzione. Sembra di essere delle pecore, che seguono la prima della fila (e se
fosse il lupo?) senza preoccuparsi di dove si va. Sempre camminare, sempre avanti, ci manca solo il paraocchi! Allora si prova a pensare alla meta. Si alzano gli
occhi e si vede il valico che si deve raggiungere. Ma è là e noi siamo qua. Vorremmo essere già là. Perché camminare nel bosco, passare in mezzo alla radura, seguire i tornanti del sentiero quando c'è quella bella funivia che va dritta alla meta? Diventa veramente fru-strante.
E allora lasciamo perdere e rimaniamo in poltrona a mangiare patatine e a guardare la TV? No. C'è una terza via che ci salva e ci permette di gustare la strada.
Bisogna solo diventare un po' strabici, nel senso che bisogna essere capaci di fare
strada con un occhio all'insù e uno all'ingiù. L'occhio all'insù deve guardare la meta, aspirare alle alte vette, puntare al valico da passare. È l'occhio che guarda per
il nostro cuore. Ma per-ché non diventi frustrante, l'altro occhio deve guardare la
strada, deve adocchiare il prossimo sasso su cui appoggiare il piede, deve ritmare
la cadenza in modo che i nostri passi e il sentiero diventino un tutt'uno armonioso.
Se riusciamo a camminare così, ogni passo, pur se uguale a tutti gli altri, ha un
senso perché ci porta 40 cm più vicini alla meta, e senza quel passo non potremmo
arrivare. E la meta stessa avrà un sapore diverso, perché non sarà solo una vetta
o un valico, ma sarà il frutto dei nostri passi tutti uguali, ma che insieme hanno
conquistato vetta e non quella di fianco.
PER UNA CONDIVISIONE VERA
ACQUA: Ai piedi del monte l'assistente ecclesiastico Don Enzo esclamò:
"L'acqua della mia borraccia non la condivido con nessuno! Regolatevi di conseguenza!"
Sarà giusta o sbagliata questa scelta? Sulla strada, in effetti, ci ritro-viamo spesso
di fronte ad un bivio: imparare a razionalizzare la propria quantità d'acqua o essere pronti a condividerla con gli altri? Imparare a saper gestire il dono di se stessi o darsi senza esitazione non appena qualcuno chiede la nostra collaborazione?
CHITARRA/SILENZIO: II capo clan Sergio, attraversando un bosco gridò:
"Silenzio!", interrompendo una delle migliori interpretazioni della canzone Albachiara mai riuscite del Clan "Immergetevi nei rumori detta natura, assaporatela
in silenzio!"
Sulla strada ci è più facile condividere la poesia del Silenzio o la gioia di un bei
canto? Vivere la strada, forse, significa saper riconoscere i diversi momenti in cui
è opportuno condividere il senso del silenzio o l'allegria di un canto.
FATICA: Vittoria, la maestra dei Novizi, dopo 4 ore di dura strada, per la quindicesima volta urlò: "Forza ragazzi, altri 5 minuti e saremo arrivati! Dopo quell'ultima salita c'è la nostra meta!".
Siamo tutti d'accordo che la strada entra dai piedi per arrivare alla testa ma perché
la si sente soprattutto sulle spalle? Ma non sarà proprio la condivisio-ne della fatica
con i nostri amici a rendere possibile il raggiungimento di vette verso le quali da soli
non ci incammineremmo mai?
BIBBIA: Paolino, un novizio, nel preparare lo zaino si chiese: "Ma sarà proprio indispensabile portare la Bibbia in route? (il peso dello zaino aumenterebbe fino ad arrivare a 16.5 chilogrammi!). Per pregare ne farò a meno o la con-dividerò con il partente del mio Clan: sicuramente lui la porta!" Paolino imparerà che sulla strada sarà
stupendo vivere sia la condivisione più profonda della sua fede con gli altri, sia l'incontro più intimo con il Signore e la Sua Parola.
PANE: Giuseppe, in partenza per l'hyke, osservò con preoccupazione il mise-ro panino e la mela, succulento pranzo offerto dagli "essenziali" capi! Tuttavia l'hyke ci offre
l'occasione di assaporare il gusto del cibo offerto da chi incontriamo sulla strada e la
bellezza di un pranzo condiviso con estranei che, proprio per questo spezzare il pane
insieme, si rivelano essere nostri fratelli.
"/ bizzarri fratelli della strada che incontrerai e la fraternità che unisce quelli che vivono all'aria aperta, ti daranno una fresca e più ampia pro-spettiva della vita, e sotto
numerosi nuovi punti di vista. Con questa apertura di un nuovo e più umano lato del
tuo carattere potrai, se vuoi, fare delle tue uscite vere corse da cavaliere errante, rendendo servizi a tutti senza distinzione lungo la via."
B.P. "La strada verso il successo"
La spiritualità della strada
Signore, insegnami che la vita è un cammino,
non lo sterile adeguamento a regole prefissate,
né la trasgressione senza esito.
Insegnami l'attenzione alle piccole cose,
al passo di chi cammina con me
per non fare più lungo il mio,
alla parola ascoltata perché non cada nel vuoto,
agli occhi di chi mi sta vicino
per indovinare la gioia e dividerla,
per indovinare la tristezza
e avvicinarmi in punta di piedi,
per cercare insieme la nuova gioia.
Signore, insegnami che la mia vita è un cammino,
la strada su cui si cammina insieme,
nella semplicità di essere quello che si è,
nella serenità dei propri limiti e peccati,
nella gioia di aver ricevuto tutto da te nel tuo amore.
Signore, insegnami che la mia vita è un cammino con te,
per imparare, come te, a donarmi per amore.
Tu, che sei la strada e la gioia.
MARTEDI’ 10/08
CHARLES DE FOUCAULT 1858-1916
Gli anni della lotta
Alla fine di ottobre del 1901, i soldati francesi che tenevano il posto fortificato
di Beni-Abbes ai confini marocchini dell'Algeria, furono non poco sorpresi al
veder spuntare dall'oasi, vestito come il più miserabile dei beduini, il capitano
di cavalleria visconte Charles de Foucauld.
Rifiutando di venirsi a sistemare nel forte, andò a stabilirsi in un valloncello
isolato, dove lo videro presto costruire, con pochi tronchi di palma, pietre raccolte qua e là e terra mescolata con paglia e acqua, una specie di cappella.
Che veniva a fare lì quel prete quarantenne? A mezzanotte, si sentiva tintinnare la sua campanella, poi la sua voce stonata ma fervente salmodiava l'ufficio. Si sapeva che si nutriva di datteri e di semi frantumati, che dormiva vestito
su un graticcio di grosse canne. Un giorno che un fuciliere gli faceva notare che
la sua cella era così stretta che non poteva neppure stendersi per dormire, lo
strano monaco aveva risposto, quasi fosse una cosa del tutto naturale: “E Gesù,
sulla croce, era disteso?”.
Questo asceta veniva da lontano. Se mai un uomo fu riconquistato dal Signore
attraverso un'alta lotta, fu proprio il ragazzo spaccone, pigro, dissipato, che,
sottotenente ventitreenne degli ussari di Pont-Mousson, aveva stupito la guarnigione con le sue spese pazze e le sue stravaganze.
Nato nel 1858, orfano a otto anni, male educato da un nonno troppo debole, l'età adulta l'aveva trovato disancorato da ogni fede e quasi da ogni morale. Combattente coraggioso, affascinato dall'Africa e dall'avventura, aveva percorso il
Marocco, allora vietato agli europei. Quelle lunghe meditazioni del Deserto, il
contatto dell'Islam, il sentimento di essere il “rumi”, l'uomo di Roma, il cristiano,
comunque fosse, l'avevano indotto a prendere, sul problema religioso, posizioni
meno semplicistiche. Un incontro provvidenziale con un abate aveva fatto il
resto.
“Mettetevi in ginocchio e confessate i vostri peccati!” aveva ordinato il prete.
Invano egli aveva balbettato: “Non ho la fede...”; Charles de Foucauld d'un tratto s'era sentito sconfitto, chiamato. Erano poi seguiti anni di brancolamenti.
“Appena credetti che c'era un Dio -dirà più tardi- compresi che non potevo fare
altro che vivere per lui”. Ma la via che l'avrebbe condotto a questo scopo non gli
era stata subito chiara. Dopo l'esperienza con i trappisti, insoddisfatto, era approdato a Nazareth, aveva vissuto “povero, umile, oscuro, come Gesù ha voluto
essere, e sconosciuto”. Nell'ottobre 1901, ordinato da quattro mesi, aveva compreso che la sua vocazione non era di rimanere trappista. Si sarebbe fatto
missionario? L'Africa lo attirava più che mai, con le sue immensità e i suoi popoli
che ignoravano Cristo. Arrivando a Beni-Abbes, sapeva ormai che strada avrebbe
seguito.
Un nuovo stile di apostolato
“Un piccolo monastero di monaci fervorosi e caritatevoli, che amino Dio con tutto il
cuore e il prossimo come se stessi, una “zàuia” (ndr = capanna) di preghiera e di
ospitalità così pia che tutta la regione ne sia illuminata e riscaldata; una piccola
famiglia, che imiti così perfettamente Gesù che tutti, nei dintorni, si mettano ad
amare Gesù”: tale il grande disegno che egli avrebbe voluto realizzare. Non si trattava di apostolato nel senso usuale del termine; egli non cercava di convincere con
argomentazioni, di operare conversioni. “Non sono un missionario, ma un eremita”.
La potenza dell'esempio sarebbe valsa più di tutte le dimostrazioni.
Due delle parti di questo programma si realizzarono; il romitaggio del valloncello
divenne ben presto un luogo di preghiera, conosciuto come tale in tutta la regione.
Ogni giorno venivano ad inginocchiarsi soldati ed ufficiali, e i Musulmani, che sono
uomini di preghiera, ammirarono il marabutto rumi che vedevano trascorrere tante ore, di notte come di giorno, ad adorare il suo Dio. Quanto all'altra parte del programma, manifestare la carità di Cristo, in pochissimo tempo, il romitaggio divenne il centro di una specie di corte dei miracoli in cui ogni sorta di infelici, schiavi,
ammalati, indigeni venivano a chiedere soccorso.
DIO SOLO
Dio solo può dare la fede; Tu, però, puoi dare testimonianza.
Dio solo può dare la speranza; Tu, però, puoi infondere fiducia.
Dio solo può dare l’amore; Tu però, puoi insegnare all’altro ad amare.
Dio solo può dare la pace; Tu, però, puoi seminare l’unione.
Dio solo può dare la forza; Tu, però, puoi dare sostegno ad uno scoraggiato.
Dio solo è la via; Tu, però, puoi indicarla agli altri.
Dio solo è la luce; Tu, però, puoi farla brillare agli occhi di tutti.
Dio solo è la vita; Tu, però, puoi fare rinascere negli altri la voglia di vivere.
Dio solo può fare ciò che appare impossibile; Tu, però, puoi fare il possibile.
Dio solo basta a se stesso; Egli, però, preferisce contare su di Te.
MERCOLEDI’ 11/08
PAOLO DI TARSO
CARTA D'IDENTITÀ
Nasce a Tarso, in Cilicia, tra il 5 e il 10 d.C. da famiglia ebrea. Porta il nome di
Sani, primo re d'Israele, ma a scuoia lo chiamano Paulus. Studia prima a Tarso e
poi a Gerusalemme dove consegue il diploma di «rabbino» cioè di magistrato teologo. La condizione sociale e civile di Paolo è quella di un benestante cittadino
romano, un privilegiato, un po' come un bianco in una società a maggioranza nera. Appartiene al movimento dei laici ebrei impegnati e osservanti. Probabilmente è celibe o vedovo e prima della conversione svolge l'attività di magistrato. Tra
il 34 e il 35, mentre si reca a Damasco per una missione che egli stesso definisce
di «persecuzione» contro i cristiani, avviene l'incontro col Signore che cambierà la
sua vita.
I successivi 10 anni passano tra difficoltà e incomprensioni sia con gli ebrei che
con i cristiani. Tra il 45 e il 49 compie il suo primo viaggio missionario in Asia
Minore. Nel 49, nel Concilio di Gerusalemme, spinge con successo la Chiesa primitiva fuori dal ristretto mondo ebraico, dopo un serrato confronto con Pietro.
Tra il 50 e il 52 compie un secondo viaggio missionario in Grecia.
Tra il 53 e il 58 è in Asia Minore ed in Macedonia. In questi viaggi, in modo instancabile fonda comunità cristiane e le sostiene nella fede e nelle difficoltà concrete con visite e con lettere. Nel 58 è arrestato a Gerusalemme dalle autorità
romane, su spinta degli integralisti ebrei che lo accusano di predicare contro Israele e contro la legge di Mosè. Sfuggito ad un tentativo di assassinio, viene trasferito per il processo prima a Cesarea e poi a Roma, (essendosi appellato al giudizio
dell'imperatore), dove giunge nel 61 d.C. dopo un lungo e avventuroso viaggio per
mare. Dopo due anni di «domicilio coatto» viene liberato per assenza di veri accusatori. Forse compie un viaggio in Spagna. Nel 67 sotto Nerone viene nuovamente arrestato e decapitato a Roma.
È l'uomo della Partenza. Indubbiamen-te. È sempre in movimento. Ma non perché inquieto di una inquietudine da curare in clinica neuropsichiatrica; piuttosto
per una definita e stabile ottica dell'esistenza umana. Sembra contraddittorio, a
ben pensarci: come si può essere alla ricerca, e nello stesso tempo pos-sedere certezze? Eppure, per Paolo di Tarso è così. La soluzione della con-traddizione per
lui è il Cristo, perché è la luce del suo cammino. La luce che risplende sicura nei
momenti tenebrosi della vita; la luce che non conosce tramonto. Una luce, dunque, che non va-nifica il tuo cammino, non tè lo annulla: esso resta, con tutti gli
ingredienti e le varianti che l'antologia umana co-nosce; con tutta la fatica e l'onere che esso comporta affinché tu possa sentir-lo tuo, quel cammino, dichiararlo
tuo e degno di essere vissuto. Ma un cam-mino rischiarato, che non fa girare a
vuoto, che non fa battere l'aria. Ecco la risoluzione della contraddizione: il Cristo,
e solo lui, guarisce la cecità con-genita, e conseguentemente ti spinge a camminare. La vita è cammino, ed è be-ne rappresentata dal camminare. La spiritualità di Paolo è la spiritualità della Strada. Guai a chi si ferma: cede alla logica
della morte, della decomposizione, della non-vita. Ha assimilato bene, Paolo,
tale spiritualità dal suo popolo. Il padre della stirpe. Abramo, era un arameo
errante (Deut 26, 5); e tutta la discendenza si è contraddistinta per il bisogno di
non mai fermarsi. Non solo per fuggire dalla schiavitù ed entrare nella terra
promessa; ma anche per camminare incontro all'annunciato mes-sia, per mettersi a sua disposizione. Ecco perché il loro Dio sta nella tenda: sempre pronta
per essere smontata e permettere la ripresa del cammino. Ma lui stesso, Dio, si
era rivelato in questo modo nell'Esodo: per essere il Dio del popolo che cammina
prendeva la for-ma di nube, ferma per indicare il ripo-so, in moto per richiamare
alla parten-za. Paolo di Tarso fa tesoro di tanta sa-pienza accumulatasi nei millenni di vi-ta del suo popolo, e la rifonda con la novità irripetibile del Cristo: «so
in chi ho riposto la mia fiducia» (2 Tim 1, 12), e per questo continuo a camminare ma non come chi batte l'aria (1 Cor 9, 26). I suoi viaggi sono impressionanti
anche come semplice impresa materiale. So-no viaggi missionari: eseguiti come
mis-sione, come dovere. Come incarico ob-bligato dopo che si è visto il senso del
cammino. «Guai a me se non evange-lizzassi» (1 Cor 9, 16). Perché si devo-no
coinvolgere altri nell'esperienza? Sì, anche; ma prima di tutto perché questa è la
gloria di Dio Padre: non è il nostro daffare che ci salva, ma solo ed esclusivamente l'accettazione obbediente del Cristo (lettera ai Romani).
Ci è davvero congeniale la strada di Paolo di Tarso, il suo cambiamento radicale
di direzione a causa dell’originale chiamata e della altrettanto originale conversione; la sua passione per il Cristo, punto di coagulo e di concretizzazione di tutto il suo pensiero; la centralità della Pasqua (morte e risurrezione), luogo in cui
si realizza il mistero della nostra salvezza; il significato della storia dell'umanità di tutti i tempi e di tutte le geografie; la nascita dell'umanità nuova, la fisionomia della Chiesa, la ricreazione dell'intero cosmo; il fondamento del nostro
sperare contro ogni speranza. Per non parlare della dimensione liturgica dell'apostolo, del suo attaccamento alla Tradizione e nel contempo alla libertà che egli
esprime in nome del Cristo. Tutti temi che è vergognoso pretendere di riassumere; qui si citano per ricordarci ancora una volta che custodiamo un tesoro veramente formidabile, che ci supera; il dramma è - a volte - che lo custodiamo in
fragili vasi, per dirla con Paolo (2 Cor 4, 7). Chissà che tutto questo non ci faccia
assaporare il rapporto con la Partenza. Anche noi, alla fine, potremo dire quasi
con orgoglio: «Ho combattuto la buona battaglia, sono arrivato fino al termine
della mia corsa e ho conservato la Fede. Ora mi spetta il premio della vittoria...» (2 Tim 4, 7).
p. Beppe Goi d.O.
PREGHIERA DELLA STRADA
Polvere, sassi, sudore e non si arriva mai.
Realtà dura, che ti stanca e ti fa male ai piedi.
Non è un’amica pronta ad accontentarti:
non ti dà la fontana appena hai sete.
Non ti lascia sedere tutte le volte che sei stanco
perché è lunga, e non arriveresti mai.
Non è un’amica troppo premurosa:
non ti dà l’ombra tutte le volte che il sole brucia,
né un riparo tutte le volte che piove.
La strada è forte ti darà la sua amicizia.
Per trovarla devi uscire dalla tua casa sotto il cielo.
Devi lasciare molte cose e portare con te
solo quello che puoi portare sulle spalle.
Devi lasciare la poltrona comoda
(l’orso di pezza a cui sei ancora affezionata)
e tante altre piccole o grandi cose
che sono tue, a cui sei legato:
non puoi portarle sono troppo pesanti.
Per trovarla devi uscire dalla tua casa sotto il cielo.
GIOVEDI’ 12/08
SERVIRE
Accogliere è difficile, accogliere è faticoso, accogliere richiede umiltà, richiede
disponibilità, accogliere vuol dire andare incontro all’altro con la consapevolezza
che in lui è racchiuso un tesoro, a volte visibile, altre volte nascosto così bene che
sembra quasi non esserci. Accogliere vuol dire considerare l’altro unico e irripetibile, prezioso e irrinunciabile. Accogliere significa sporcarsi le mani, andare là
dove è l’altro o lasciarci cercare dall’altro, accogliere significa accorgersi
dell’altro, accogliere significa voler bene e volere il bene….ad accogliere si impara….
“ Quello che fai, fallo bene” (S. Chiara)
Per servire davvero e perché il nostro servizio possa essere utile deve essere pensato, preparato e progettato come qualsiasi impresa importante.
Occorrono occhi aperti ed attenti a scorgere le necessità di persone e cose, mani
aperte ad accogliere e pronte a dare, piedi veloci…e, su spalle robuste, la testa
che ragiona e coordina. Lo stile di tutto ciò è quello di chi fa le cose con e per amore, cercando il bene là dove è chiamato a servire. Spesso bisogna mettere in conto
una preparazione specifica, un’attrezzatura particolare, una formazione preliminare: è importante conoscere prima di agire.
Amore verso il prossimo
Nel promuovere il secondo comandamento, l’amore per il prossimo, noi scout e
guide siamo incitati ad esprimere questo sentimento in modo attivo, rendendo
qualche buon servizio, sia pure in forma elementare, agli altri. La buona azione
quotidiana (B.A.) senza desiderio di ricompensa, che cresce per stadi progressivi
fino a divenire un’abitudine, si sviluppa fino a comportare sacrifici di tempo, di
denaro o di piaceri. (B.P)
Il mio sì
Io sono creato per agire
e per essere qualcuno per cui nessun altro è creato.
Io occupo un posto mio nei consigli di Dio:
un posto da nessun altro occupato.
Poco importa che io sia ricco,
povero, disprezzato o stimato dagli uomini:
Dio mi conosce e mi chiama per nome.
Egli mi ha affidato un lavoro
che non ha affidato a nessun altro.
Io ho la mia missione.
In qualche modo sono necessario ai suoi intenti,
tanto necessario al posto mio
quanto un arcangelo al suo.
Egli non ha creato me inutilmente.
Io farò del bene, farò il suo lavoro.
Sarò un angelo di pace, un predicatore della verità
nel posto che Egli mi ha assegnato.
(John Henry Newman)
Il Gioco della dama
Un giorno di tanti secoli fa, un rabbino, appartenente a un movimento mistico
ebraico, entrò nella sala in cui alcuni studenti della legge stavano, di nascosto,
giocando a dama. Timorosi al suo apparire, i ragazzi misero subito da parte la
scacchiera con le pedine. Il rabbino se ne accorse e, invece di rimproverarli, volle
dare loro una lezione di vita, tratta proprio dal gioco che stavano facendo. E chiese
loro: "Sapete dirmi quali sono le regole della dama?". I ragazzi restarono perplessi
e non sapevano che cosa rispondere. Al che egli soggiunse: "Ebbene, ve le spiego io.
Le regole del gioco della dama sono tre: 1) Fare un passo per volta; 2) Si può andare solo avanti; 3) Una volta arrivati in alto, si può andare dove si vuole".
L'augurio è che ognuno di noi sia capace di procedere per piccoli passi, andando
sempre avanti, mirando con costanza e con impegno alla realizzazione di incontri
unici e originali, capaci di inondare la vita di senso e di speranza.
Ogni giorno è un’opportunità unica.
Coglila!
Vivila!
Riempila di senso!
Gratuitamente date
Una sera, mentre la mamma preparava la cena, il figlio undicenne si presentò in
cucina con un foglietto in mano. Con aria stranamente ufficiale il bambino pose il
pezzo di carta alla mamma, che si asciugò le mani con il grembiule e lesse quanto
vi era scritto:
"Per aver strappato le erbacce dal vialetto: 1 Euro
Per aver riordinato la mia cameretta: 1,50 Euro
Per essere andato a comprare il latte: 0,50 Euro
Per aver badato alla sorellina (tre pomeriggi): 3 Euro
Per ever preso due volte "ottimo" a scuola: 2 Euro
Per aver portato fuori l'immondizia tutte le sere: 1 Euro
Totale: 9 Euro".
La mamma fissò il figlio negli occhi teneramente. La sua mente si affollò di ricordi.
Prese una biro e, sul retro del foglietto, scrisse:
"Per averti portato in grembo 9 mesi: 0 Euro
Per tutte le notti passate a vegliarti quando eri ammalato: 0 Euro
Per tutte le volte che ti ho cullato quando eri triste: 0 Euro
Per tutte le volte che ho asciugato le tue lacrime: 0 Euro
Per tutto quello che ti ho insegnato giorno dopo giorno: 0 Euro
Per tutte le colazioni, i pranzi, le merende, le cene, e i panini che ti ho preparato: 0
Euro
Per la vita che ti do ogni giorno: 0 Euro".
Quando ebbe terminato, sorridendo la mamma diede il foglietto al figlio. Quando il
bambino ebbe finito di leggere ciò che la mamma aveva scritto, due lacrimoni fecero capolino nei suoi occhi. Girò il foglio e sul suo conto scrisse: "Pagato". Poi saltò
al collo della madre e la sommerse di baci.
L'amore o è gratuito o non è amore
Ragazzo fortunato
Strade e Pensieri per domani
Jovanotti
Sai, da soli non si puo' fare nulla,
sai aspetto solo te
noi voi tutti vicini e lontani
insieme si fa...
sai, ho voglia di sentire la mia storia
dimmi quello che sara'
il corpo e le membra nell'unico amore
insieme si fa...
Se io potessi starei sempre in vacanza
se io fossi capace scriverei "il cielo in una stanza"
ma se devo dirla tutta, qui non è paradiso
all'inferno delle verità io mento col sorriso.
Rit.Un'arcobaleno di anime
che ieri sembrava distante
lui traccia percorsi impossibili
strade e pensieri per domani.
Sai, se guardo intorno a me, c'e' da fare,
c'e' chi tempo non ne ha piu'
se siamo solidi e solidali,
insieme si fa...
sai, oggi imparero' piu' di ieri
stando anche insieme a te
donne e uomini, non solo gente
e insieme si fa...
Rit.Un arcobaleno...
Sai, c'e' un' unica bandiera in tutto il mondo
c'e' una sola umanita'
se dici "pace, libero tutti"
insieme si fa...
sai, l'ha detto anche b.p. "lascia il mondo
un po' migliore di cosi'"
noi respiriamo verde avventura
e insieme si fa...
Rit.Un arcobaleno...
Problemi zero, problemi a non finire
un giorno sembra l'ultimo, un altro è da imbastire
ma se devo dirla tutta, qui non è paradiso
all'inferno delle verità io mento col sorriso
Di dieci cose fatte te n'é riuscita mezza
e dove c'è uno strappo non metti mai la pezza
Sono un ragazzo fortunato perché
mi hanno regalato un sogno
sono fortunato perché non c'è niente che ho bisogno
e quando viene sera e tornerò da te
è andata com'è andata la fortuna è di incontrarti
ancora.
Sei bella come il sole, a me mi fai impazzire
Siddharta ce l' ha detto che conta solo l'amore
e tutto quello che ti serve è stare dentro al cuore
ma se devo dirla tutta, qui non è paradiso
all'inferno delle verità io mento col sorriso.
Di dieci cose fatte ….
Sono un ragazzo fortunato …
Sei bella come il sole.
Luce Rossa
Canto di marcia
Intro:
Il sole tramonta ad ovest
La mandria va verso est
Per il cowboy è l'ora di sognar.
SI- RE
Tra boschi e prati verdi e fiumi
LA SI
Con l'acqua e con il sol
SI- RE
con il vento oppure con l'aria lieve
LA SI- SOL
nella calda estate o con la neve
RE
quanti passi fatti insieme
LA SI- SOL
allegria di una fatica
RE LA
ancor più meravigliosa perché...
SI- LA RE LA SI
Fatta con te.
Luce rossa là nel canyon:
ecco dove voglio andar.
RIT.:
Tornerò dal mio amore
with my rifle, my pony and me.
Appenderò il mio sombrero
quando il sole scende giù.
RIT.
Non ruberò mai più cavalli,
ma caccerò i traditori.
RIT.
Un uccello là sul salice
fa una dolce melodia.
RIT.
Un sorso d'acqua fresca e poi
l'orizzonte è di nuovo davanti a noi
e senza por limiti per ore
ci fermerem col morir del sole
per poi star davanti al fuoco
in una notte con la luna
per pregar le stelle e il vento di portarci...
la fortuna...
La Luna sulle vette
La Luna sulle vette è un canto delle Aquile randagie (è infatti conosciuto anche come Canto delle
Aquile randagie). E' stato scritto da don Andrea
Ghetti e Vittorio Ghetti.
La Luna che risplende inonda di luce
le vette che scintillano lassù
La nenia che cantiamo sull’ali del sogno
lontano porta i cuori e fa sognar
Sognar lontani dì l’antica libertà
del tempo che già fu del tempo che sarà.
Lontano ci risponde lo scroscio del fiume
che scorre tra le rocce con fragor
Sotto un manto di stelle la fiamma s’innalza
guizzando verso il ciel finché muor
Ma mai non può morir non morirà mai più
la fiamma che ravviva la nostra gioventù
Ma non morirà mai più.
Lo zaino è fatto, tutto è pronto
e un nuovo mondo è sorto già
e con il ritmo dei nostri passi
il nostro tempo misureremo
poi di nuovo sul sentiero
solitario e silenzioso
testimone alle fatiche di chi...
in alto deve andar...
Canto del Clan
Quando la sera scende dopo lungo marciar
amiamo intorno al fuoco insieme riposar.
RIT.:
Ohè, ohè, vieni a cantare vieni lungo la strada.
Ohè, ohè, vieni a cantare, è la canzon del Clan.
Le fiamme del bivacco son belle da guardar
il volto degli amici ci fanno ricordar.
RIT.
Andate per le strade in tutto il mondo
chiamate i miei amici per far festa,
c’è un posto per ciascuno alla mia mensa.
Nel vostro cammino annunciate il Vangelo
dicendo:
“E’ vicino il Regno dei Cieli.
Guarite i malati, mondate i lebbrosi,
rendete la vita a chi l’ha perduta.
Vi è stato donato con amore gratuito,
ugualmente donate con gioia ed amore;
con voi non prendete né oro né argento
perché l’operaio ha diritto al suo cibo.
Entrando in casa donate la pace
se c’ è chi rifiuta e non accoglie il dono
la pace torni a voi e uscite dalla casa
scuotendo la polvere dai vostri calzari.
Era una notte che pioveva
Era una notte che pioveva
e che tirava un forte vento,
immaginatevi che grande tormento
per un alpino che stava a vegliar
A mezzanotte arriva il cambio,
accompagnato dal capoposto.
Oh! Sentinella ritorna al tuo posto
sotto la tenda a riposar.
Quando fui stato sotto la tenda
sentii un rumore giù per la valle,
sentivo l'acqua giù per le spalle,
sentivo i sassi a rotolar.
Mentre dormivo sotto la tenda
sognavo d'esser con la mia bella,
e invece ero di sentinella
a fare la guardia allo stranier.
Ecco vi mando come agnelli tra i lupi
siate dunque avveduti come sono i serpenti,
ma liberi e chiari come le colombe dovrete
sopportare prigioni e tribunali.
SIGNORE DELLE CIME
Monte Cauriol
Tra le rocce, il vento e la neve
siam costretti la notte a vegliar,
il nemico crudele e rabbioso,
lui tenta sempre il mio petto a colpi.
Genitori piangete piangete,
se vostro figlio non dovesse tornar.
Vostro figlio è morto da eroe
sull'alte cime del Monte Cauriol.
Il suo sangue l'ha dato all'Italia,
il suo spirito ai faischi del vin.
Faremo fare un gran passaporto
o vivo o morto dovrà ritornar.
Dio del cielo,
Signore delle cime,
un nostro amico
hai chiesto alla montagna.
Ma ti preghiamo:
su nel Paradiso
lascialo andare
per le tue montagne.
Santa Maria,
Signora della neve,
copri col bianco,
soffice mantello,
il nostro amico,
il nostro fratello.
Su nel Paradiso
lascialo andare
per le tue montagne.
La chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore, metteva l'amore,
la chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore sopra ogni cosa.
Appena scese alla stazione
nel paesino di San Vicario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.
C'è chi l'amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l'uno né l'altro
lei lo faceva per passione.
Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.
E fu così che da un giorno all'altro
bocca di rosa si tirò addosso
l'ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l'osso.
Ma le comari di un paesino
non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all'invettiva.
Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio.
Così una vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie,
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.
E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole argute:
"il furto d'amore sarà punitodisse- dall'ordine costituito".
E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
"quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare".
E arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
e arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.
Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnarono malvolentieri.
Alla stazione c'erano tutti
dal commissario al sagrestano
alla stazione c'erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano,
a salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese,
a salutare chi per un poco
portò l'amore nel paese.
C'era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva "Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera".
Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.
E alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi mandò un bacio, chi gettò un fiore
chi si prenota per due ore.
Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un'estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l'amore sacro e l'amor profano.
DIO E’ MORTO
Ho visto
la gente della mia età andare via
lungo le strade che non portano mai a niente,
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa che non trovano
nel mondo che hanno già, dentro alle notti che
dal vino son bagnate,
dentro alle stanze da pastiglie trasformate,
lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di
città,
essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
e un dio che è morto,
ai bordi delle strade dio è morto,
nelle auto prese a rate dio è morto,
nei miti dell' estate dio è morto...
Mi han detto
che questa mia generazione ormai non crede
in ciò che spesso han mascherato con la fede,
nei miti eterni della patria o dell' eroe
perchè è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e
paura,
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,
l' ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai
col torto
e un dio che è morto,
nei campi di sterminio dio è morto,
coi miti della razza dio è morto
con gli odi di partito dio è morto...
Ma penso
che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
ad un futuro che ha già in mano,
a una rivolta senza armi,
perchè noi tutti ormai sappiamo
che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,
in ciò che noi crediamo dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo dio è risorto,
nel mondo che faremo dio è risorto...
Chi va dicendo in giro
che odio il mio lavoro
non sa con quanto amore
mi dedico al tritolo,
è quasi indipendente
ancora poche ore
poi gli darò la voce
il detonatore.
Il mio Pinocchio fragile
parente artigianale
di ordigni costruiti
su scala industriale
di me non farà mai
un cavaliere del lavoro,
io sono d'un'altra razza,
son bombarolo.
Nello scendere le scale
ci metto più attenzione,
sarebbe imperdonabile
giustiziarmi sul portone
proprio nel giorno in cui
la decisione è mia
sulla condanna a morte
o l'amnistia.
Per strada tante facce
non hanno un bel colore,
qui chi non terrorizza
si ammala di terrore,
c'è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo,
io sono d'un altro avviso,
son bombarolo.
Intellettuali d'oggi
idioti di domani
ridatemi il cervello
che basta alle mie mani,
profeti molto acrobati
della rivoluzione
oggi farò da me
senza lezione.
Vi scoverò i nemici
per voi così distanti
e dopo averli uccisi
sarò fra i latitanti
ma finché li cerco io
i latitanti sono loro,
ho scelto un'altra scuola,
son bombarolo.
Potere troppe volte
delegato ad altre mani,
sganciato e restituitoci
dai tuoi aeroplani,
io vengo a restituirti
un po' del tuo terrore
del tuo disordine
del tuo rumore.
Così pensava forte
un trentenne disperato
se non del tutto giusto
quasi niente sbagliato,
cercando il luogo idoneo
adatto al suo tritolo,
insomma il posto degno
d'un bombarolo.
C'è chi lo vide ridere
davanti al Parlamento
aspettando l'esplosione
che provasse il suo talento,
c'è chi lo vide piangere
un torrente di vocali
vedendo esplodere
un chiosco di giornali.
Ma ciò che lo ferì
profondamente nell'orgoglio
fu l'immagine di lei
che si sporgeva da ogni foglio
lontana dal ridicolo
in cui lo lasciò solo,
ma in prima pagina
col bombarolo.
91. GRANDI COSE
Grandi cose ha fatto il Signore per noi,
ha fatto germogliare fiori fra le rocce;
grandi cose ha fatto il Signore per noi,
ci ha riportati liberi alla nostra terra.
Ed ora possiamo cantare,
possiamo gridare
l’amore che Dio ha versato su noi.
Tu che sai strappare dalla morte,
hai sollevato il nostro viso dalla polvere.
Tu che hai sentito il nostro pianto,
nel nostro cuore hai messo
un seme di felicità.
Sul Cappello
Sul cappello che noi portiamo
c’è una lunga penna nera
che a noi serve da bandiera
su pei monti a guerreggiar. ohilalà
Evviva evviva il reggimento
Evviva evviva il Corpo degli Alpin.
Su pei monti che noi saremo
coglieremo stelle alpine
per portarle alle bambine
farle piangere e sospirar. ohilalà
Su pei monti che noi andremo
pianteremo l’accampamento,
brinderemo al reggimento:
Viva il Corpo degli Alpin. ohilalà
7. AL CENTRO DEL MIO CUORE
Ho bisogno di incontrarti nel mio cuore,
di trovare Te, di stare insieme a Te:
unico riferimento del mio andare,
unica ragione Tu, unico sostegno Tu,
al centro del mio cuore ci sei solo Tu
Anche il cielo gira intorno e non ha pace,
ma c’è un punto fermo, è quella stella là;
la stella polare è fissa ed è la sola:
la stella polare Tu, la stella sicura Tu,
al centro del mio cuore ci sei solo Tu.
Tutto ruota attorno a Te,
in funzione di Te;
e poi non importa il “come”,
il “dove” e il “se”.
Che Tu splenda sempre al centro del mio cuore,
il significato allora sarai Tu;
quello che farò sarà soltanto amore:
unico sostegno Tu, la stella polare Tu,
al centro del mio cuore ci sei solo Tu
33. BEATITUDINE
Dove due o tre sono uniti nel mio nome
io sarò con loro, pregherò con loro,
amerò con loro perché il mondo
venga a te o Padre,
conoscere il tuo nome e avere vita con te.
Voi che siete luce della terra, miei amici,
risplendete sempre della vera luce,
perché il mondo creda nell’amore
che c’è in voi, o Padre,
consacrali per sempre e diano gloria a te.
Ogni beatitudine vi attende nel mio giorno,
se sarete uniti, se sarete pace,
se sarete puri perché voi vedrete
Dio che è Padre,
in lui la vostra gioia, gioia piena sarà.
Voi che ora siete miei discepoli nel mondo,
siate testimoni di un amore immenso,
date prova di quella speranza
che c’è in voi, coraggio,
vi guiderò per sempre, io rimango con voi.
Spirito che animi la Chiesa e la rinnovi,
donale fortezza, fa’ che sia fedele,
come Cristo che muore e risorge
perché il Regno del Padre
si compia in mezzo a noi e abbiamo vita in lui.
IN UN MONDO DI MASCHERE
In un mondo di maschere, dove sembra impossibile
riuscire a sconfiggere tutto ciò che annienta
l’uomo:
Il potere e la falsità, la violenza e l’avidità
sono cose da abbattere. Noi però non siamo
soli.
Canta con noi, batti le mani,
alzale in alto, muovile al ritmo del canto.
Stringi la mano del tuo vicino
e scoprirai che è meno duro il cammino così.
Ci ha donato il suo spirito, lo sentiamo è in
mezzo a noi
e perciò possiam credere che ogni cosa può
cambiare.
Non possiamo più assistere impotenti ed attoniti,
perché siam responsabili della vita intorno a
noi.
Colore del sol
Colore del sol, più giallo dell'oro fino
la gioia che brilla negli occhi tuoi fratellino;
colore di un fior, il primo della mattina,
in te sorellina vedo rispecchiar;
nel gioco che fai non sai ma già stringi forte
segreti che sempre avrai nelle mani in ogni tua sorte;
nel canto che sai la voce tua chiara dice:
famiglia felice oggi nel mondo poi su nel ciel
per sempre sarà.
Colore del grano che presto avrà d'or splendore,
la verde tua tenda fra gli alberi esploratore;
colore lontano di un prato che al cielo grida
sorella mia guida con me scoprirai...
Dove il tuo sentiero ti porta in un mondo ignoto
che aspetta il tuo passo come di un cavaliere fidato;
dove il tuo pensiero dilata questa natura
verso l'avventura che ti farà capire te stessa
e amare il Signor.
Colore rubino del sangue di un testimone,
il sangue che sgorga dal cuor tuo fratello rover;
color vespertino di nubi sul sol raccolte,
l'amore che Scolta tu impari a donar:
conosci quel bene che prima tu hai ricevuto
sai che non potrai tenerlo per te neppure un minuto;
conosci la gioia di spenderti in sacrificio
prometti servizio a
183.PANE DEL CIELO
Pane del cielo, sei Tu, Gesù;
via d’amore, Tu ci fai come Te.
No, non è rimasta fredda la terra;
Tu sei rimasto con noi,
per nutrirci di Te, pane di vita,
ed infiammare col tuo amore tutta l’umanità.
Sì, il cielo è qui, su questa terra;
Tu sei rimasto con noi.
Ma ci porti con Te, nella tua casa,
dove vivremo insieme a Te tutta l’eternità.
No, la morte non può farci paura;
Tu sei rimasto con noi.
E chi vive di Te, vive per sempre:
sei Dio per noi, sei Dio con noi,
Dio in mezzo a noi.
C'ERA UN RAGAZZO
C’era un ragazzo
che come me
amava i Beatles e i Rolling Stones
girava il mondo
veniva da gli Stati Uniti d’America
Non era bello
ma accanto a sé
aveva mille donne se
cantava Help, Ticket to Ride,
o Lady Jane, o Yesterday,
cantava viva la Libertà
ma ricevette una lettera
La sua chitarra mi regalò
fu richiamato in America
Stop ! Coi Rolling Stones !
Stop ! Coi Beatles stop !
M’han detto “va nel Viet-nam
E spara ai Viet-cong”
tatatatatatatatata…………
C’era un ragazzo
Che come me
amava i Beatles e i Rolling Stones
Girava il mondo e poi finì
a far la guerra nel Viet-Nam
Capelli lunghi
non porta giù
non suona la chitarra ma
uno strumento
che sempre dà
la stessa nota “ta.ra.ta.ta”
Non ha più amici,
non ha più fans,
vede la gente cadere giù,
nel suo paese non tornerà,
adesso è morto nel Viet-Nam.
Stop ! Coi Rolling Stones !
Stop ! Coi Beatles, stop !
Nel petto un cuore più non ha.
ma due medaglie o tre
tatatatatatatatatatata
GLI ANNI
Stessa storia, stesso posto, stesso bar
Stessa gente che vien dentro consuma
Poi va
Non lo so che faccio qui
Esco un po'
E vedo i fari dell'auto che mi
Guardano e sembrano chiedermi chi
Cerchiamo noi
Gli anni d'oro del grande Real
Gli anni di Happy Days e di Ralph Malph
Gli anni delle immense compagnie
Gli anni in motorino sempre in due
Gli anni di "Che belli erano i film"
Gli anni dei Roy Rogers come jeans
Gli anni di "Qualsiasi cosa fai"
Gli anni del "Tranquillo, siam qui noi"
Siamo qui noi
Stessa storia, stesso posto, stesso bar
Una coppia che conosco c'avran la mia
Età
Come va salutano
Così io
Vedo le fedi alle dita di due
Che porco giuda potrei essere io
Qualche anno fa
Stessa storia, stesso posto, stesso bar
Stan quasi chiudendo poi me ne andrò a casa
Mia
Solo lei davanti a me
Cosa vuoi
Il tempo passa per tutti lo sai
Nessuno indietro lo riporterà
Neppure noi
un Fandango
Balliamo sul Mondo!!!
possiamo anche senza musica
cadremo ballando
nessuno però si ferira'
facciamo un Fandango
la' sotto qualcuno applaudira'
balliamo sul Mondo!!!
BALLIAMO SUL MONDO
Siamo della stessa pasta
bionda non la bevo sai
ce l'hai scritto che la vita
non ti viene come vuoi
ma e' la tua per me speciale
se ti puo' bastare sai che
se hai voglia di ballare
uno pronto qui' ce l' hai
Balliamo sul Mondo!!!
Va bene qualsiasi musica
cadremo ballando
sul mondo lo sai si scivola
facciamo un Fandango
La' sotto qualcuno ridera'
yeeeeah!
balliamo sul Mondo!!!
Non ti offro grandi cose
pero' quelle li le avrai
Niente case ne futuro
ne certezze forse guai
Ma se dall' Atlantide all' Everest
non c'e' posto per noi
Guido io in questo Tango
ci facciamo posto dai
Balliamo sul Mondo!!!
Mi porto le scarpe da Tip Tap
Cadremo ballando
Pero' il mondo non si fermera'
Facciamo un Fandango
La' sotto qualcuno fischiera'
Balliamo sul Mondo!!!!
Fred e Ginger
sono una supernova sopra noi
chiudi gli occhi e tieni il tempo
e sara' quasi fatta dai
C'e' chi vince c'e chi perde
noi balliamo caso mai
non avremo classe ma
abbiamo gambe e fiato finche' vuoi
Ballando ballando (sul)
Ballando sul mondo
Facendo facendo (un)
facendo un Fandango
Ballando ballando (sul)
Ballando sul mondo
Facendo facendo (un)
LA VEGLIA: UN MOMENTO DI GRANDE RIFLESSIONE
Il momento della veglia non è una tra le tante attività scout, bensì quella che tutte le riassume.
Ciò non va riferito solo nell'ambito della fede, quanto a tutto l’essere scout. Baden Powell diede
sempre grande importanza a questi momenti notturni attorno al fuoco ed in genere a tutta la vita
celebrativa e rituale dell'avventura scout. Il vegliare cantando, pregando, riflettendo e scrutando il
cielo stellato è una delle attività più tipiche dello scoutismo. La veglia alle stelle è senza dubbio una
delle più suggestive esperienze per uno scout; essa tocca in profondità l'animo ed è quindi così personale che è impossibile descrivere univocamente una modalità di attuazione della veglia. Il luogo
della veglia va accuratamente preparato: ci può essere il fuoco al centro del cerchio con tanta legna,
ma nel nostro caso la legna sarà di difficile reperibilità, quindi anche la sola luce delle stelle e della
luna è sufficiente, oltre ad essere più suggestiva. Inoltre una mappa del cielo può essere utile..
CONSIGLI PER UNA BUONA VEGLIA ALLE STELLE.
• Indossare sempre abiti caldi, anche in estate le notti possono essere fredde.
• Aspettare almeno 10 minuti per abituare gli occhi all’oscurità, prima di iniziare l’osservazione.
• Se necessario utilizzare solo luce rossa così che gli occhi restino adattati all’oscurità.
• Osservate gli oggetti quando sono ben sopra l’orizzonte
Un tetto di stelle
e il silenzio fatto dai mille suoni della notte.
La luce del fuoco rischiara il tuo volto.
Quanti sono i pensieri in queste ore?
Ma c'è un amico lì con te, che condivide i tuoi
sentimenti, che conosce il tuo cuore.
e' Gesù la stella che illumina la tua notte,
la sua pace scende su di te
come rugiada che bagna il tuo cuore.
Hai imparato ad ascoltare la natura,
hai capito il valore dell'amicizia,
sai che Gesù è sempre con te.
e al sole del mattino scoprirai che la veglia
alle stelle ha cambiato la tua vita.
Abbiamo bisogno di scoprire Dio e
Dio non può essere trovato nel frastuono e
nell’irrequietezza. Dio è l’amico del
si lenzio. Osservate come gli alberi,
i fiori ,
l ’erba crescono nel silenzio; guardate le stelle, la luna e i l sole, come
si muovono nel
silenzio. Abbiamo bisogno di silenzio Per essere in grado di arrivare
alle anime.
Madre Teresa
Salmo 104 - Gli splendori della creazione
Benedici il Signore, anima mia, Signore, mio Dio, quanto sei grande!
Rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto.
Tu stendi il cielo come una tenda, costruisci sulle acque la tua dimora,
fai delle nubi il tuo carro, cammini sulle ali del vento;
fai dei venti i tuoi messaggeri, delle fiamme guizzanti i tuoi ministri.
Hai fondato la terra sulle sue basi, mai potrà vacillare.
L`oceano l`avvolgeva come un manto, le acque coprivano le montagne.
Alla tua minaccia sono fuggite, al fragore del tuo tuono hanno tremato.
Emergono i monti, scendono le valli al luogo che hai loro assegnato.
Hai posto un limite alle acque: non lo passeranno, non torneranno a coprire la terra.
Fai scaturire le sorgenti nelle valli e scorrono tra i monti;
ne bevono tutte le bestie selvatiche e gli ònagri estinguono la loro sete.
Al di sopra dimorano gli uccelli del cielo, cantano tra le fronde.
Dalle tue alte dimore irrighi i monti, con il frutto delle tue opere sazi la terra.
Fai crescere il fieno per gli armenti e l`erba al servizio dell`uomo,
perché tragga alimento dalla terra: il vino che allieta il cuore dell`uomo;
l`olio che fa brillare il suo volto e il pane che sostiene il suo vigore.
Si saziano gli alberi del Signore, i cedri del Libano da lui piantati.
Là gli uccelli fanno il loro nido e la cicogna sui cipressi ha la sua casa.
Per i camosci sono le alte montagne, le rocce sono rifugio per gli iràci.
Per segnare le stagioni hai fatto la luna e il sole che conosce il suo tramonto.
Stendi le tenebre e viene la notte e vagano tutte le bestie della foresta;
ruggiscono i leoncelli in cerca di preda e chiedono a Dio il loro cibo.
Sorge il sole, si ritirano e si accovacciano nelle tane.
Allora l`uomo esce al suo lavoro, per la sua fatica fino a sera.
Quanto sono grandi, Signore, le tue opere!
Tutto hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature.
Ecco il mare spazioso e vasto: lì guizzano senza numero
animali piccoli e grandi. Lo solcano le navi,
il Leviatàn che hai plasmato perché in esso si diverta.
Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni.
Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.
La gloria del Signore sia per sempre; gioisca il Signore delle sue opere.
Egli guarda la terra e la fa sussultare, tocca i monti ed essi fumano.
Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare al mio Dio finché esisto.
A lui sia gradito il mio canto; la mia gioia è nel Signore.
Scompaiano i peccatori dalla terra e più non esistano gli empi.
Benedici il Signore, anima mia.
IL PICCOLO PRINCIPE CAPITOLO 13
Il quarto pianeta era abitato da un uomo d'affari.
Questo uomo era così occupato che non alzò neppure la testa all'arrivo del piccolo
principe.
"Buon giorno", gli disse questi. "La vostra sigaretta si è spenta".
"Tre più due fa cinque. Cinque più sette: dodici.
Dodici più tre: quindici. Buon giorno.
Quindici più sette fa ventidue.
Ventidue più sei: ventotto. Non ho tempo per riaccenderla.
Ventisei più cinque trentuno.
Ouf! Dunque fa cinquecento e un milione seicento ventiduemila settecento trentuno".
"Cinquecento e un milione di che?"
"Hem! Sei sempre lì? Cinquecento e un milione di ... non lo so più. Ho talmente da
fare!
Sono un uomo serio, io, non mi diverto con delle frottole!
Due più cinque: sette..."
"Cinquecento e un milione di che?" ripetè il piccolo principe che mai aveva rinunciato a
una domanda una volta che l'aveva espressa.
L'uomo d'affari alzò la testa:
"Da cinquantaquattro anni che abito in questo pianeta non sono stato disturbato che
tre volte.
La prima volta è stato ventidue anni fa, da una melolonta che era caduta chissà da
dove.
Faceva un rumore spaventoso e ho fatto quattro errori in una addizione.
La seconda volta è stato undici anni fa per una crisi di reumatismi.
Non mi muovo mai, non ho il tempo di girandolare.
Sono un uomo serio, io.
La terza volta ... eccolo! Dicevo dunque cinquecento e un milione".
"Milione di che?"
L'uomo d'affari capì che non c'era speranza di pace.
"Milioni di quelle piccole cose che si vedono qualche volta nel cielo".
"Di mosche?"
"Ma no, di piccole cose che brillano".
"Di api?"
"Ma no. Di quelle piccole cose dorate che fanno fantasticare i poltroni. Ma sono un
uomo serio, io! Non ho il tempo di fantasticare".
"Ah! di stelle?"
"Eccoci. Di stelle".
"E che ne fai di cinquecento milioni di stelle?"
"Cinquecento e un milione seicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono un uomo
serio io, sono un uomo preciso."
"E che te ne fai di queste stelle?"
"Che cosa me ne faccio?"
"Si".
"Niente. Le possiedo io".
"Tu possiedi le stelle?"
"Si".
"Ma ho già veduto un re che..."
"I re non possiedono. Ci regnano sopra. E' molto diverso".
"E a che ti serve possedere le stelle?"
"Mi serve ad essere ricco".
"E a che ti serve essere ricco?"
"A comperare delle altre stelle, se qualcuno ne trova".
Questo qui, si disse il piccolo principe, ragiona un po' come il mio ubriacone.
Ma pure domandò ancora:
"Come si può possedere le stelle?"
"Di chi sono?" rispose facendo stridere i denti l'uomo d'affari.
"Non lo so, di nessuno".
"Allora sono mie che vi ho pensato per il primo".
"E questo basta?"
"Certo. Quando trovi un diamante che non e' di nessuno, è tuo. Quando trovi un'isola che
non e' di nessuno, è tua. Quando tu hai un'idea per il primo, la fai brevettare, ed è tua. E io
possiedo le stelle, perché mai nessuno prima di me si è sognato di possederle".
"Questo è vero", disse il piccolo principe. "Che te ne fai?"
"Le amministro. Le conto e le riconto", disse l'uomo d'affari. "E' una cosa difficile, ma io
sono un uomo serio!"
Il piccolo principe non era ancora soddisfatto.
"Io, se possiedo un fazzoletto di seta, posso metterlo intorno al collo e portarmelo via. Se
possiedo un fiore, posso cogliere il mio fiore e portarlo con me. Ma tu non puoi cogliere le
stelle".
"No, ma posso depositarle alla banca".
"Che cosa vuol dire?"
"Vuol dire che scrivo su un pezzetto di carta il numero delle mie stelle e poi chiudo a chiave
questo pezzetto di carta in un cassetto".
"Tutto qui?"
"E' sufficiente".
E' divertente, pensò il piccolo principe, e abbastanza poetico.
Ma non è molto serio.
Il piccolo principe aveva sulle cose serie delle idee molto diverse da quelle dei grandi.
"Io", disse il piccolo principe, "possiedo un fiore che innaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le settimane. Perché spazzo il camino anche di quello
spento. Non si sa mai.
E' utile ai miei vulcani, ed e' utile al mio fiore che io li possegga.
Ma tu non sei utile alle stelle..."
L'uomo d'affari aprì la bocca ma non trovò niente da rispondere e il piccolo principe se ne
andò .
Decisamente i grandi sono proprio straordinari, si disse semplicemente durante il viaggio.
La parabola della lampada
E Gesù diceva: “Non si accende la lampada per poi metterla sotto un secchio o sotto il letto, ma piuttosto per metterla in alto. Così tutto ciò che ora
è nascosto sarà portato alla luce, tutto ciò che è segreto diventerà chiaro…
chi ha orecchi, cerchi di capire…” (Mc 4,21-25)
Costellazioni Principali
Toro:
La parola a...
<<Quando avrete abbattuto
L’ultimo albero, quando
avrete pescato l’ultimo pesce,
quando avrete inquinato
l’ultimo fiume, allora
vi accorgerete che non si può
mangiare il denaro>>.
Toro Seduto
Nico e Leo:
La strage del Cermis
“3 febbraio 1998, i tempi della guerra in Bosnia. Dalla base Nato di Aviano parte in volo di
addestramento un aereo dei marines. La missione e’ chiamata Easy 01, all’interno
dell’operazione pianificata Deny Flight. Il velivolo e’ usato per la guerra elettronica: e’ un
Ea – 6 b detto Prowler, il predatore. Decolla alle 14,36.. Alle 15,12 minuti e 51 secondi trancia due cavi della funivia che da Cavalese porta al monte Cermis. Una cabina precipita fino a
valle, a ridosso del fiume Avisio. Muoiono diciannove turisti e il manovratore della funivia.
Alle 15,26 il Prowler atterra di nuovo ad Aviano. Il pilota dira’: “Ho sentito solo uno scossone”.
L’hanno definita la strage impunita perche’ nessuno e’ stato condannato per quei morti, nonostante le prove precise, pesanti di responsabilita’. Cinque anni dopo, sul luogo della tragedia c’e’ una croce, a memoria. La funivia e’ da tempo nuova, splendente. E la valle del Cermis e’ tornata un luogo di vacanza. Anche perche’ adesso quei voli non possano piu’. Ma
nessuno dimentica i lutti. E la rabbia. Morirono in venti, quel martedi’, in piena settimana
bianca: nove donne e undici uomini, se si puo’ chiamare un uomo Philip, quattordici anni,
polacco, morto con la madre Ewa. I turisti venivano da tutta Europa: anche da Germania,
Austria, Belgio, Olanda. Gente di casa, da anni, su queste montagne. Ma di casa era soprattutto Marcello Vanzo, il manovratore, che quel giorno aveva scambiato il turno, e il destino,
con un collega.
Una strage impunita, e’ stato detto. Ma anche piena di misteri, mai chiariti. Un volo radente
autorizzato o no?, dieci minuti di silenzio radio (proprio in prossimita’ dell’impatto fatale,
dalle 15,05 alle 15,15 quando il pilota lancia l’emergenza), un “mission recorder” sparito,
una cassetta video distrutta, una carta di volo contestata, un allarme lanciato da tempo, soprattutto un’assoluzione scandalosa. Andiamo per ordine. La missione era sicuramente autorizzata dalle autorita’ italiane. Quel volo era il quarto di una lista di dieci presentata dal comando dei marines. C’e’ una sigla sotto a quell’elenco, di un capitano italiano, il cognome
comincia per F. Dal segreto militare filtra un particolare: gli americani avrebbero inserito il
Prowler in un elenco che invece era destinato solo agli F 16. Un errore. Resta il fatto che
nessuno se ne e’ accorto. Ne’ l’altro ufficiale italiano, M.B.G, che controfirmo’, ne’ il
centro di controllo di Martinafranca. L’inchiesta, immediata, della procura di Trento stabilisce in ogni caso la gravissima responsabilita’ del pilota. I voli normali erano autorizzati a
una quota di 1100 metri , anche se fosse stato autorizzato al volo radente non poteva scendere piu’ in basso di 650 metri. L’impatto, invece, e’ avvenuto a 150 metri da terra.
L’aereo volava sicuramente anche a una velocita’ nettamente superiore a quella prevista.
Secondo i dati forniti da un aereo –radar Usa “Awacs” che in quel momento voleva a una
quota superiore, il Prowler andava a 500 miglia orarie e non a 100 come previsto dal regolamento. Lo conferma il 12 marzo, quaranta giorni dopo la strage, il rapporto della commissione d’inchiesta americana presieduta dal generale Michael Delong . “La causa
dell’incidente – si legge nel documento - e’ stata un errore dell’equipaggio che ha guidato
in modo aggressivo l’aereo, superando la velocita’ massima e volando ben al di sotto della
quota richiesta”. I periti italiani vanno oltre. Stabiliscono che l’aereo si e’ infilato fra i due
cavi tranciati, distanti fra loro fra i trenta e i quaranta metri. Una bravata, insomma. Una
scommessa, come tante altre volte, in cui ci si giocava una birra la sera. La gente di montagna e’ di poche parole. Ma ricorda. Testimoni quel giorno hanno visto passare l’aereo
pochi istanti prima della tragedia a volo radente sul pelo del lago artificiale di Stramentizzo. E non era certo la prima volta.
La battaglia legale e’ lunga. Ma vince la politica, con Clinton impegnato in prima persona.
I militari americani evitano il processo in Italia. Sul Prowler erano in quattro. Il comandante, il capitano Richard Ashby, 32 anni, californiano, 750 ore di volo ,. veterano della
Bosnia. Il navigatore Joseph Schweitzer, 30 anni, dello Stato di New York. Dietro, seduti
nel retro della cabina, c’erano i due addetti alle attrezzature di ricognizione: Chandler Seagraves 28 anni dell’Indiana e William Raney, 26 anni del Colorado.
Quasi esattamente un anno dopo, l’8 febbraio 1999, si apre il processo davanti alla corte
marziale di Camp Lejeune, la base dei marines, nel North Carolina. Il capitano rischia 206
anni di carcere. Il 4 marzo invece e’ assolto, dopo sette ore e mezza di camera di consiglio, da tutte le imputazioni. Uno scandalo: la corte gli riconosce che il volo era autorizzato a una quota di 500 piedi (ma lui stava molto piu’ sotto, altrimenti non avrebbe tranciato
i cavi), che le mappe di volo non contenevano le indicazioni della funivia (lo stesso comando dei marines lo ha smentito: sulla Tpc, la carta di pilotaggio tattico la funivia era
segnata) e che il radar-altimetro presentava difetti di funzionamento (circostanza mai dimostrata).
Dopo il verdetto Ashby dice: “Adesso le mie preghiere sono tutte per le vittime”. Ma i
giornali americani scrivono che il giorno dopo sta a Las Vegas a festeggiare la liberta’.Sia
pure in minima parte, comunque ha poi pagato. Perche’ anche quel giorno, come consuetudine, era stato girato un video delle prodezze. Il video del Cermis non esiste piu’ per un
motivo semplice: e’ stato distrutto. La confessione e’ del co-pilota, Schweitzer. Preso dal
rimorso, ha dichiarato: “Alla fine del volo ho consegnato la cassetta al comandante. Non
l’ho piu’ rivista”. Ma intanto, perche’ reo confesso, lui evita il carcere. A maggio c’e’
dunque un nuovo processo al pilota, Ashby, per ostruzione di prove. Stavolta e’ condannato, a sei mesi. Ma esce di carcere, non si capisce perche’, con un mese di anticipo. Dal 2
ottobre di quattro anni fa e’ nuovamente un uomo libero. Torna a vivere nella villetta di
Jacksonville, vicino alla base dei marines . Non apre piu’ bocca. Ma e’ la sua ragazza,
Dodie, a parlare. E’ infuriata.: “La cella di Richard, pensate, non aveva l’aria condizionata. Ha passato i primi mesi da solo a leggere davanti a un tavolo. E io potevo andarlo a
trovare solo il fine settimana”. Povero cowboy.
Leo:
Il primo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire “questo è mio” e trovò della gente tanto
semplice da crederlo, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassini,
quante miserie e orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i picchetti e
riempiendo il fossato,avesse gridato ai suoi simili: - Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore; siete perduti e vi dimenticate che i frutti sono di tutti, e che la terra non è di nessuno!-.
(J.J. Rousseau, 1712-1778)
Solo i morti hanno visto la fine della guerra. (Platone)
STORIA
Ma ora un po di storia, descritta molto sommariamente, ma utile ad acquisire uno sguardo più
critico, attento e rispettoso durante le escursioni in questi luoghi.
Correva l'anno 1915 quando la 90º Divisione di Fanteria austriaca stava appostando la controffensiva alle truppe italiane, che stavano avanzando da sud, proprio sul Lagorai.
Scelse questa catena proprio per le sue caratteristiche morfologiche: verso sud si presenta come
una lunga bastionata rocciosa interrotta solo da stretti passaggi obbligati, che provvide a rafforzare ulteriormente con una fitta rete di trincee, teleferiche, mulattiere, casermette, gallerie....
Il 24 Maggio 1915 gli italiani iniziarono l'avanzata in questo settore attestandosi inizialmente
sulle direttrici di Forc. Valsorda, C. d'Arzon, Stretta di Pralongo, Val Regana e Forc. Magna.
Nei mesi successivi conquistarono M. Cima, C. Rava, C. D'Asta, P.so Cinque Croci e il Castellazzo nei pressi del Passo Rolle.
L'attacco venne sferrato il 21 luglio 1916 dopo alcuni giorni di avanzate notturne nei punti
chiave di Forc. Ceremana, Passo Colbricon e Cavallazza: l'effetto sorpresa portò fruttuosi risultati che fecero retrocedere le truppe austriache sul Piccolo. Nell' agosto dello stesso anno l'attenzione si spostò contemporaneamente verso C. Cece e il M. Cauriol.
La prima doveva essere un'azione diversiva per indebolire la controffensiva all'azione principale, che si sarebbe tenuta sui fianchi sud-est e sud-ovest del M. Cauriol.
Entrambe le avanzate fruttarono prima la conquista di C. Cece, Forcella di Cece e Forc. Valmaggiore e successivamente, anche sul settore principale, la C. Cauriol.
Quest'ultima battaglia è tristemente nota per i sanguinosi scontri che portarono al massacro corpo a corpo di entrambi gli eserciti sotto i furiosi colpi di artiglieria.
Da C. Cece l'occupazione dei reparti italiani si aggiudicò anche il Coltorondo (14 settembre) , il
Cardinal (23 settembre) e la Busa Alta (6 ottobre).
TRA FIUMI DI LAVA E NUBI ARDENTI: L'OROGENESI DEL LAGORAI
Benché si trovi in area dolomitica, il Gruppo Lagorai-Cima d'Asta presenta un quadro
geologico che niente ha a che vedere con le dolomie e le rocce sedimentarie. Sono
rocce metamorfìche, granitiche e vulcaniche. Rocce costituite da lave di colore violaceo. Da cui
si estraggono i cubetti di porfido.
Come si sono originate le Dolomiti è cosa ben nota, ma forse non tutti ricordano che le barriere
coralline da cui è nata la maggior parte delle rocce di
quest'area delle Alpi si sono appoggiate su sedimenti preesistenti e di tutt'altra natura. Si tratta di rocce metamorfiche,
granitiche, ma soprattutto vulcaniche. Rocce che, tra Lagorai e Cima d'Asta, particolari
vicende geologiche e l'erosione hanno portato alla luce. Tale formazione è ciò che i
geologi definiscono "basamento metamorfico": un corpo roccioso costituito da materiali antichissimi. In questo basamento si infilò (o meglio si "intruse", come dicono i geologi), una grossa massa magmatica, che raffreddandosi diede origine al granito di Cima
d'Asta. In epoca successiva si è originata una delle formazioni geologiche più importanti e caratteristiche delle Dolomiti, costituita da rocce che in termini non scientifici
sono chiamate "porfidi quarziferi".
Le zone di montagna sono un luogo particolarmente esposto ai fulmini a causa
della loro elevata altitudine dal suolo. Inoltre alcuni percorsi (le cosiddette
“strade ferrate”) sono equipaggiati con cavi o scalette di metallo che potrebbero attirare fulmini.
In caso di temporale, in base a quanto detto, è consigliato:
- Non ripararsi sotto gli alberi, specie se sono isolati, e allontanarsi il più possibile da
essi. Gli alberi sono particolarmente esposti ai fulmini e se l’albero è isolato il rischio è
ancora maggiore.
- Allontanarsi da corsi d’acqua, laghi o ruscelli.
- In caso non sia possibile raggiungere un rifugio o un bivacco, un anfratto o una grotta
possono essere ripari ideali purché non si tocchi la nuda roccia, inoltre ricordatevi di
non rimanere all’ingresso ma portatevi il più all'interno possibile.
- Se si è costretti a rimanere all’aperto fate attenzione ad evitare alberi o “punte” di
qualsiasi genere e assumete una posizione accucciata con la testa tra le ginocchia (non
stendersi a terra) meglio se in un affossamento.
- Togliersi di dosso gli oggetti metallici e tenerli lontani (orologio, collane, ramponi,
piccozza, moschettoni, bastoni da trekking, ecc...) ed evitare di utilizzare il cellulare
(soprattutto se ha l’antenna sporgente).
Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre.
(Albert Einstein)
Io e me Stesso
Quali sono i valori in
cui credo?
Cosa faccio per dimostrare di credere in
quei valori?
Io e gli Altri
Chi sono le persone
che vivono accanto a
me
(amici,familiari,comunità)?
Come mi rapporto con
loro?
Io e il Mondo
Quale pensi che sia il
tuo posto nella società?
Come ti adoperi per
svolgere il tuo ruolo?
Io e Dio
Qual è il tuo rapporto
con Dio?
Cosa fai di concreto
per manifestare la tua
fede?
Parabola delle dieci vergini (MT 25, 1-4)
Io Vagabondo
Io un giorno crescerò,
e nel cielo della vita volerò,
ma un bimbo che ne sa,
sempre azzurra non può essere l’età,
poi una notte di settembre mi svegliai
il vento sulla pelle,
sul mio corpo il chiarore delle stelle
chissà dov’era casa mia
e quel bambino che giocava in un cortile:
Io vagabondo che son io,
vagabondo che non sono altro,
soldi in tasca non ne ho ma la su mi è
rimasto Dio.
Si la strada è ancora là,
un deserto mi sembrava la città,
ma un bimbo che ne sa,
sempre azzurra non può essere l’età,
poi una notte di settembre me ne andai,
il fuoco di un camino
non è caldo come il sole del mattino
chissà dov’era casa mia
e quel bambino che giocava in un cortile...
Io vagabondo che son io,
vagabondo che non sono altro,
soldi in tasca non ne ho ma la su mi è
rimasto Dio, Io vagabondo che son io,
vagabondo che non sono altro,
soldi in tasca non ne ho ma la su mi è
rimasto Dio.
Così sarà il regno di Dio. C'erano dieci ragazze
che avevano preso le loro lampade a olio ed erano
andate incontro allo sposo. Cinque erano sciocche
e cinque erano sagge. Le cinque sciocche presero
le lampade, ma non portarono una riserva di olio;
le altre cinque, invece, portarono anche un vasetto di olio. Poi, siccome lo sposo faceva tardi, tutte
furono prese dal sonno e si addormentarono. A
mezzanotte, si sente un grido: "Ecco lo sposo!
Andategli incontro!". Subito le dieci ragazze si
svegliarono e si misero a preparare le lampade.
Le cinque sciocche dissero alle sagge: "Dateci un
po' del vostro olio, perché le nostre lampade si
spengono". Ma le altre cinque risposero: "No,
perché non basterebbe più ne a voi ne a noi. Piuttosto, andate a comprarvelo al negozio". Le cinque sciocche andarono a comprare l'olio, ma proprio mentre erano lontane, arrivò lo sposo: quelle
che erano pronte entrarono con lui nella sala del
banchetto e la porta fu chiusa a chiave. Più tardi
arrivarono anche le altre cinque e si misero a
gridare: "Signore, signore, aprici!". Ma egli rispose: "Non so proprio chi siete". State svegli, dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
Nomadi
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perche mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
Bertolt Brecht
Imagine
Immagina non ci sia il Paradiso
prova, è facile
Nessun inferno sotto i piedi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva al presente...
Immagina non ci siano paesi
non è difficile
Niente per cui uccidere e morire
e nessuna religione
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace...
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno
Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
La fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
condividere il mondo intero...
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno
John Lennon
SALMO 45
Dio è per noi rifugio e forza,
aiuto sempre vicino nelle angosce.
Perciò non temiamo se trema la terra,
se crollano i monti nel fondo del mare.
Fremano, si gonfino le sue acque,
tremino i monti per i suoi flutti.
Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio,
la santa dimora dell'Altissimo.
Dio sta in essa: non potrà vacillare;
la soccorrerà Dio, prima del mattino.
Fremettero le genti, i regni si scossero;
egli tuonò, si sgretolò la terra.
Il Signore degli eserciti è con noi,
nostro rifugio è il Dio di Giacobbe.
Venite, vedete le opere del Signore,
egli ha fatto portenti sulla terra.
Farà cessare le guerre sino ai confini della terra,
romperà gli archi e spezzerà le lance,
brucerà con il fuoco gli scudi.
Fermatevi e sappiate che io sono Dio,
eccelso tra le genti, eccelso sulla terra.
Il Signore degli eserciti è con noi,
nostro rifugio è il Dio di Giacobbe
«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.» Fabrizio De André
Memoria dell’Ultima cena
Commentatore: Il Pasto per gli Ebrei ha sempre un significato religioso, ancora oggi, ad
esprimere la gratuità dei doni con i quali Dio ama il suo popolo. Rendendo grazie per il
dono del cibo, riconosciamo il Donatore, cioè il Padre datore della vita. Per il popolo questo
è un comando, infatti si legge nel Deuteronomio.
Lettore: Deuteronomio 8.10/14
(ci si siede)
Lettore: Esodo 3.1-12
Commentatore: Dio chiama Mosè e lo conosce per nome, ognuno di noi conosciuto da Dio
con il proprio nome. E’ un Dio che ascolta le grida di sofferenza del suo popolo e scende a
liberarlo.
E’ un Dio che pare definire se stesso appartenendo a qualcuno Io sono il tuo Dio, Dio di
tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe. E’ un Dio che si rivela
ma inute anche timore. E’ il Dio che cammina con noi nella storia personale e umana, non
ci abbandona a noi stessi, non è per così dire immobile nel suo compiacimento, ma è il padre che ci conduce per mano.
“E’ la nube che guida il popolo dell’Esodo”
Lettore: Esodo 12.23-24
Commentatore: Per sempre il Signore comanda di ricordare questo momento, di renderlo
presente ogni volta che si celebrerà la Pasqua, cioè il passaggio da una condizione servile a
una condizione di popolo libero perché liberato.
Tutta la famiglia si ritrova davanti all’agnello che deve essere integro, di un annoe al massimodella sua pienezza di vita.
Il pane non è lievitato, è un pane nuovo: non c’è tempo.
Le erbe sono amare, non sono state cucinate; viviamo in una situazione di partenza, c’è
l’impellenza di partire. Abbiamola porta aperta, la bisaccia, i fianchi cinti.
Lettore: Esodo 14,30-31
Commentatore: Il Signore ha aperto un passaggio nelle acque del Mar Rosso, il popolo è
passato e le acque si sono chiuse sugli egiziani
Allora Mosè e gli israeliti cantarono questo canto al Signore (Esodo 15.1)
Lettore: Esodo 16.1-4 16.19-20
Commentatore:Perché un giorno solo?non tanto per la deperibilità della manna forse….
Perché Mosè li rimprovera?
Ricorda, ciò che si accumula marcisce.
Lettore: Esodo 19. 1-8
Commentatore: L’Alleanza è una iniziativa gratuita di Dio, è Dio che dialoga attraverso
la legge con il suo popolo, lo educa alla convivenza e all’amore verso i suoi e verso di
lui. L’obbedire alla legge più che una fonte di meriti è un riconoscimento, è un rendimento di grazie per ciò che Dio ha fatto lui per primo.
Lettore: Geremia 31.31-34
Commentatore: dai profeti era attesa e annunciata una alleanza nuova, la cui legge fosse
scritta dentro al cuore dell’uomo anzichè su tavole di Pietra. UN SIGILLO PERMANENTE DELL’AMORE DI DIO ISCRITTO NELL’UOMO
NUOVO TESTAMENTO
Introduzione
Commentatore: Dio Padre manda il suo Figlio generato da Donna sulla terra affinché
Egli riveli il volto del Padre, Il testo di Giovanni nel prologo dice: “Dio nessuno l’ha mai
visto: proprio il figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. Infatti Giovanni continua al capitolo tre dicendo “ Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio
unigenito perché chiunque creda in Lui non muoia ma abbia la vita eterna”
Il prodigio dell’amore gratuito di Dio continua, il figlio, che è una sola cosa con il Padre
non solo mi rivela il suo amore ma mi dice anche come Dio ama: fino alla morte in croce.
Lettore: Luca 1.26-35
Lettore: Luca 4.16-22
Commentatore: Gesù da inizio al suo ministero pubblico, alla sua missione: in lui la
scrittura trova pieno e definitivo compimento
Lettore: Luca 4.1-13
Commentatore: Che cosa significa il tempo fissato? E’ la “sua” ora : l’ora in cui deve
Gesù rendere testimonianza della fedeltà al padre e ai suoi
Quando si presenterà? Al momento della croce .
Lettore: Marco 8.31-33
Commentatore: Perché in disparte? Che cosa sussurrano le labbra di Pietro?
Aveva forse Pietro l’immagine di un altro tipo di Messia?
Pietro ha questa pretesa, è anche questa una vera tentazione, infatti anche Gesù risponde
_Adesso vai via Satana_
Lettore: Giovanni 13.3-15
Commentatore: “Sapendo che il Padre aveva messo tutto nelle sue mani, che era venuto
da Dio e che da esso tutto tornava….”
Gesù è in totale e libera obbedienza: conduce la missione affidatagli dal padre fino alla
fine, mentre interamente vi si consuma, per Amore, quale persona consapevole. In lui
libertà e obbedienza coincidono. La sua libertà è interamente donata al Padre.
Commentatore: Perché tanta resistenza da parte di Pietro a farsi lavare i piedi, a lasciarsi servire?
Perché i rapporti fra i commensali appaiono così strani? I ruoli sono sovvertiti, non è il
discepolo che lava i piedi al maestro
da Mons Monari: (dal libro La Casa della Carità come dilatazione dell’Eucaristia GV
13.1-20)
Si può intendere la difficoltà di Pietro di lasciarsi servire anche così: “ Non mi voglio
lasciare servire, è troppo imbarazzante per me il fatto che il mio Maestro mi serva”.
Perché è difficile servire per l’uomo, ma è difficile anche lasciarsi servire. Bisogna
avere un poco di umiltà nel servire nel lasciarsi servire; perché uno che si lascia servire
riconosce di essere dipendente da qualcun altro, in qualche modo assume un debito,
non fosse altro debito di riconoscenza e di amore e siccome i debiti non piacciono a
nessuno, nemmeno i debiti affettivi, si capisce l’atteggiamento di Pietro: “Non voglio
assumermi dei doveri troppo grandi nei tuoi confronti, tu resta quello che sei, Maestro,
io faccio volentieri il discepolo e stiamo lì.”
Accettare il gesto di Gesù è un accettare di compromettersi con tutta la propria vita.
Anche perché Pietro può immaginare che il comportamento di Gesù diventi compromettente per Lui
Commentatore: La lavanda dei piedi è gesto anticipatore del dono totale e radicale che
Gesù fa di se stesso, al Padre, ai suoi e quindi anche a noi
Lettore: Giovanni 13.21-22
Commentatore: satana è presente alla cena nel cuore di uno dei commensali. Giuda
rifiuta la comunione con Gesù e i discepoli: tradisce.
Lettore: Giovanni 13..34-35
Commentatore: Dove sta la novità di questo comandamento?
L’Amore diventa così piccolo fin quasi a scomparire: si fa servizio l’uno con l’altro.
Quest’amore è stato, per così dire, tracciato per primo da Gesù figlio di Dio. Egli ci ha
innestati in lui, nel regno della croce, per la sua misericordia liberati; resi nuovi e
attirati nella luce della sua resurrezione
Il buio degli inferi è stato raggiunto, sconfitto e l’umanità “tirata fuori”
Lettore: Giovanni 14.16
Lettore: Giovanni 14.23-27
Commentatore: La pace lasciata ai discepoli è la pace trasmessa a noi
E’ la pace di chi sa ricevere tutto da Dio, di essere generato dal suo amore
Cristo è il senso della nostra speranza.
Riflesso di Cristo noi siamo, donati al Padre, consacrati a Lui per mezzo del Figlio.
E’ Lui il primogenito di una moltitudine di fratelli (Romani 8.28-30)
Tutto il pensiero di B.P. si sviluppa intorno al tema del “servizio al prossimo” fino a giungere ad affermare nella sua ultima lettera agli scoutsdi tutto il mondo che: “ il servizio è l’unica strada verso la felicità”.
Lo scautismo cattolico italiano ha fatto proprio ed arricchito questa prospettiva soprattutto con il contributo del roverismo e dello scoltismo che
mettono il servizio al centro della proposta educativa e la partenza rappresenta in cui il servizio “diviene scelta di vita”, “opzione di fondo”.
In questa riflessione si è giunti a caratterizzare chiaramente gli elementi
specifici del servizio scout:
•
Solidarietà: il servizio dello scout non è il piegarsi di chi sta in alto
verso chi è povero. E’ soprattutto un atteggiamento concreto di
“accoglienza” e di “condivisione”. Non è solamente un essere per,
ma soprattutto un “essere con”.
Per dirla con B.P. significa
“entrare nelle pelle dell’altro”: ha quindi il carattere di “continuità”.
•
Gratuità: non soltanto lo scout che “serve” non riceve compenso
per il proprio servizio; ma il servizio è impegno “costoso”: costoso
non solo esistenzialmente, ma anche economicamente. E’ costoso
in relazione al tempo: non si dedica al servizio il “tempo libero” ma
molto del tempo “occupato” e solo così tutto il tempo diventa
“tempo liberato”. E’ costoso per gli spazi che invade nella famiglia,
negli amici, nel mondo delle relazioni; diventando così “esperienza
diffusa”. E’ costoso per quanto toglie al lavoro; i primi capi del
roverismo dicevano che il servizio era “extraprofessionale”; non lo
dicevano certo in relazione alla competenza quanto in relazione al
reddito, alla carriera, al successo.
•
Libertà: il servizio si vive con l’animo di chi è attento ai bisogni e
alle sofferenze dell’altro; non guarda alle scelte politiche, alla fede,
al colore di pelle; è pronto a stabilire un rapporto di fraternità con
chiunque incontriamo sulla nostra strada.
•
Competenza: Il servizio non è solo sensibilità, non è solo atteggiamento dell’animo. Il servizio scout per essere “efficace” richiede
“competenza” e quindi studi, preparazione, fatica, esperienza.
•
Altri elementi caratterizzano il servizio scout:
- è esperienza comunitaria: lo scout non è solo nel suo servizio;
ha la consapevolezza di essere un “mandato” da una comunità an
che quando è solo nella sua esperienza.
- è un’esperienza politica: lo scout svolge il suo servizio come
membro attivo della comunità civile, con la consapevolezza delle
prospettive politiche del suo impegno.
- è una esperienza ecclesiale: il servizio è un’esperienza di Chiesa,
è testimonianza di fede, è edificazione del Regno.
VERIFICA SUL SERVIZIO
…non si può restare nel Clan senza un Servizio.
È logico: un Rover che pensi di fare solo il Rover «per sé» partecipando a qualche
uscita o chiedendo la parola per dire il suo parere a qualche «gruppo di studio» è ormai fuori dallo spirito del Movimento.
Per ottobre la maggior parte di noi dovrà avere un «Servizio»: approfittiamo di questi mesi che mancano per dare gli ultimi tocchi alla nostra personale formazione.
Servire significa donare il meglio di noi per gli altri, significa dimenticarsi per gli
altri, significa soprattutto uno spirito di generosa donazione.
Fatta di interiori silenzi, di preghiera intensa e di sacrificio umile e nascosto: di
quell’«eroico quotidiano» dal quale sono usciti i Santi, nella luce del Divino Maestro.
«Non si è giovani Rovers, senza servizio».
Questo principio sta entrando nella vita del Roverismo italiano e nel nostro Clan.
Bisogna pregare, riflettere, consigliarsi, prima della scelta del campo del proprio
lavoro. Una volta scelto, il servizio diviene impegno personale. Perciò la nostra prestazione deve essere seria, continuativa e metodica, con preparazione ed applicazione.
Dobbiamo rifuggire da ogni dilettantismo ed improvvisazione.
Il fare le cose a metà è contro il 2° articolo della Legge.
Il fare solo ciò che piace è contro il 3° articolo.
L’assentarsi dal servizio perché c’è da fare o da studiare, ecc., vuoi dire non aver calcolato prima le proprie forze: vuoi dire ammazzare una unità o stancare i ragazzi.
Vuoi dire poca serietà: e questo è contro il 1° articolo
Il tempo, che è nostro, tutto nostro, lo si può «far saltar fuori»: basta saperlo distribuire ed economizzare. Basta sapersi sacrificare un po’: e magari lasciare una gita
sciistica, o un cinema. Servire significa pensare agli altri prima che a sé.
Vuoi dire dimenticarsi, vuoi dire aver fiducia nei Signore che ha promesso un premio a chi avrà dato un bicchiere di acqua fresca a un piccolo.
E di questi piccoli assetati di luce, di gioia, di fraternità, è pieno il mondo.
E non possiamo dir loro: «Aspettate».
Ogni ora è di Dio.
Anche la nostra.
Non lasciamola suonare invano.
Baden - Don Andrea Ghetti, "Al ritmo dei passi"
Questo testo fu scritto da don Andrea Ghetti - il Baden delle "Aquile Randagie" , uno
di quegli Uomini che definirono le basi
del metodo e dello spirito del Roverismo Cattolico Italiano.
Qual è stato il mio impegno nell'assicurare una presenza costante?
Qual è stato il mio atteggiamento nel lasciarmi coinvolgere?
Cosa penso di saper fare bene?
Cosa potrei potenziare?
Cosa penso di non conoscere o di on essere in grado di fare?
Sono consapevole del servizio affidatomi durante l’anno?
Ho cercato occasioni per crescere ed essere più competente?
Che tipo di relazioni ho costruito con le persone del mio Fuoco?
Davanti alle difficoltà, cosa ho fatto per migliorare la situazione?
Cosa penso di aver dato agli altri e cosa loro hanno dato a me?
Testimonianze sul servizio
Handicap fisico
Enrico…”ridere, secondo il dizionario della lingua italiana, significa esprimere giocondità, letizia, allegria con particolari variazioni della mimica facciale e l’emissione dalla gola di un suono caratteristico. Ridere,
secondo me, è il gesto più bello che l’uomo possa fare per star bene con sé
stesso e con gli altri. Mi presento, mi chiamo Enrico e, a causa di un incidente sciistico, sono tetraplegico dal 1998. Una bella botta che, in un solo
istante, ti cambia radicalmente la vita e ti fa vedere ogni cosa in maniera
diversa: 5 mesi di ospedale a 100 km da casa nei quali ho avuto vicino un
sacco di persone: mai un minuto da solo, amici, telefonate e bigliettini
augurali che spuntavano da ogni dove….
Purtroppo però tornare alla propria vita non è fattibile, troppe cose cambiano: l’idea che si ha di ciò che si vuole fare nel futuro, l’idea di costruirsi una famiglia, e, soprattutto, la perdita totale della propria indipendenza: non riuscire più a far nulla o quasi, se un altro non è presente, è ciò
che maggiormente destabilizza ed è difficile da accettare. Ogni giorno si
è, inoltre, vittime di un paradosso: si ha sempre vicino qualcuno ma ci si
sente terribilmente soli perché, quando gli altri sono con te, non vedi dif-
ferenza tra voi, ma, nel momento in cui escono, sai che loro “staccano”
da una situazione a cui tu, invece, sei indissolubilmente legato e che ti
fa credere di essere l’unico a star male.
Che fare dunque? Prima riuscivo a fare di tutto ed ora non riesco neppure a scrivere se non come un bambino delle elementari… Che fare?
….Ho deciso di tentare di sfidare i miei limiti, affrontando paure e prove
faticose, ma nella speranza di essere d’aiuto anche a chi mi sta intorno…
In ospedale ho visto parecchie persone nella mia stessa situazione, ed
ho assistito a reazioni assolutamente differenti e, alla fine, credo che la
cosa migliore sia guardare alla metà piena del bicchiere, riuscendo, perché no, a ridere della propria situazione”
“Quando diciamo che l’esperienza ci aiuta a capire l’handicap, omettiamo la parte più importante, e cioè che l’handicap ci aiuta a capire noi
stessi”
Handicap psico- fisico
“ Quattro anni fa abbiamo accolto nella nostra comunità una ragazza
solare, di nome Emilia, affetta dalla sindrome di Down. Questi anni trascorsi insieme non sono sempre stati facili: spesso infatti ci è stato difficile valutare se e quanto gli obiettivi che ci prefiggevamo potevano essere raggiunti e se fosse giusto o meno “limitarsi, abbassare il tiro delle
nostre attività”. Vivendo e confrontandoci apertamente con la nostra
splendida Emi abbiamo scoperto che stavamo facendo un grosso errore,
eravamo portati a porci nei suoi confronti come “superiori”. Ma noi tutti
abbiamo i nostri limiti su cui non dobbiamo adagiarci ma affrontarli, e
questo ce l’ha dimostrato proprio lei con il suo entusiasmo e la sua capacità di darsi agli altri. Emilia ci ha aiutato ad affrontare meglio le nostre difficoltà e a pensare che porsi dei limiti può voler dire non imparare a spiccare il volo”
L'Amicizia con i malati psichici
“Parlare della nostra amicizia con i malati della comunità psichiatrica
significa addentrarsi nel descrivere una comunicazione fatta di sguardi,
gesti, segnali di amicizia. La nostra presenza infatti è segnata da tante
piccole attenzioni: le medicazioni, un aiuto nell’igiene personale, cantare
insieme. Uscire per la città.
Per un mese, abbiamo cercato di fare ogni giorno una visita, una passeg-
giata, di creare le occasioni per comunicare. E piano piano silenzi antichi
si sciolgono, D. chiede una canzone, G. ti tiene a lungo la mano, lui che
non voleva essere avvicinato da nessuno. Sia noi che loro, infatti, stiamo
diventando specialisti di comunicazione non verbale, con gli occhi, con il
sorriso, cercando di trasmettere la speranza di una vita ritrovata per
ognuno di loro.”
Servizio associativo
“ Mi volevano pettinare come loro, con la cresta, perché come mi pettinavo io non era alla moda. “Dai Chil, dopo che ti sei fatto la doccia vieni da
noi che ti pettiniamo!” Avevo 8 mani in testa che mi impiastricciavano i
capelli col gel, mentre i lupi discutevano su come operare sulla mia capigliatura. Alla fine il capolavoro era finito, e anche io ero uno di loro. Abbiamo fatto una foto, e anche se normalmente non andrei in giro pettinato così, credo che sia la pettinatura più bella che i mie capelli abbiano
mai visto. Con questo episodio si può riassumere una delle più belle esperienze della mia vita, le ultime vacanze di branco, che sono state la
conclusione di un bellissimo anno di servizio educativo in Branco. Quei
lupi sono riusciti nel giro di pochi mesi a entrarmi nel cuore e credo che
sarà molto difficile che ne escano facilmente, perché con la loro ingenuità, la loro allegria infinita e il loro trambusto sono riusciti a toccale le
mie corde più sensibili, riuscendo a farmi ridere, a farmi piangere e anche a farmi arrabbiare in qualche occasione, anche se ogni volta che dovevo riprenderli mi piangeva il cuore, perché anche io sono stato lupetto
e mi ricordo che ogni volta che un rover o una scolta mi rimproveravano
ci rimanevo molto male perché gli volevo molto bene e volevo a tutti i
costi un giorno essere come loro, perché erano come i miei fratelli maggiori e quindi un esempio da seguire. Io spero che i miei lupi la pensino
almeno un pochino come la pensavo io, perché io ho tentato in tutti i modi possibile di essere per loro un fratello che gli mostrasse sì la via giusta
da seguire, ma anche giocasse e parlasse con loro ogni qualvolta ne sentissero la necessità. Tutto questo mi ha fatto capire che lo scoutismo è la
mia strada…. Voglio continuare ad esserci!
Nel mio zaino avranno sicuramente un posto molto speciale i sorrisi, le
urla, i pianti, le risa e gli abbracci di quei lupi che mi hanno fatto ricordare quanto è bello essere bambino e quanto sia importante continuare
ad esserlo da adulto!”
Disagio- povertà
Pensieri da una mensa per poveri…
“Vorrei conoscere i percorsi che ti portano, nato in un paese a finire in
una mensa dall’altra parte del mondo, quelli che ti portano a vederti costretto a chieder, a tendere la mano per il diritto di mangiare. Sento forte che non è così che dovrebbe andare.
Vedo sguardi di cattiveria, di rabbia, di chi ha rabbia nella vita che ti ha
dato solo fregature…Gli sguardi di rassegnazione sono pesanti da sostenere.
Mi dà da fare l’atteggiamento della persona che è accanto a me, tra quelli che danno, che cerca di cogliere l’imbroglio nelle persone che ci passano davanti, che chiedono poi un pezzo di pane e un piatto di pasta, e non
accoglie, mentre io cerco di trattenere, di osservare, di ascoltare, di non
lasciarmi passare davanti, di portare con me. Mi indigna la durezza dei
cuori, di quelli che non hanno il cuore di provare a capire, di mettersi nei
panni di chi hanno di fronte…”
Catechismo -Lettera di un vescovo ai catechisti
“Carissimi Catechisti e Catechiste,
scrivo a voi delineandovi nel mio animo di Pastore come un prezioso capitale di grazia che la Provvidenza ha voluto consegnarmi ed affiancarmi
nell’opera di evangelizzazione in questa nostra Chiesa locale.
Penso con profonda gratitudine al servizio che svolgete in maniera disinteressata e convinta nelle nostre comunità parrocchiali, memori che
all’origine del vostro qualificato agire vi è una Parola ben precisa che
connota i parametri della vostra identità, del vostro essere catechisti,
quella del Cristo che, per vie diverse e con risonanze inedite, ha detto un
giorno anche a voi: "Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi".
Voi continuate ad essere e a costituire per le nostre comunità parrocchiali "una ricchezza in atto, uno dei segni più promettenti, con il quale il Signore non cessa di confortarci e di sorprenderci". Voi siete"maestri, educatori e testimoni della verità e capaci di trasmetterla integralmente e
fedelmente all’uomo del nostro tempo"
Siate capaci di irrobustire la vostra fede, "pronti sempre a rispondere a
chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi", con la preghiera, con la formazione, con la carità. Siate sempre gioiosi e zelanti perché,
anche attraverso la vostra opera, "in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza".”
Rebus: 5+4+3= 12
CLAN “IL GIULLARE” 2-12 AGOSTO
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