il CANTIERE MUSICALE Rivista del Conservatorio Niccolò Paganini Autorizzazione Tribunale di Genova n.10/2006 del 21 aprile 2006 Genova - Anno II, Numero 4 (VII/35) INVERNO 2007 Lele Luzzati In questo numero: ≠ Luci ed ombre di un genetliaco ≠ Inaugurazione dell’Anno Accademico ≠ In uscita un CD mozartiano ≠ “Paganini” e SAE School of Audio Engineering ≠ Una borsa di studio intitolata a Diego Garreffa ≠ Il premio “Artista Illustre” a Giuseppe Taddei ≠ Taddei: l’amico, il maestro, il mito ≠ 100 anni fa: Mascagni al “Genovese” ≠ Seminario sul canto tra fisiologia e didattica ≠ Borse di studio Lions ≠ La critica musicale, oggi ≠ Gli strumenti storici del Conservatorio ≠ Due CD per un anno di musica ≠ Francesco Meli: una voce per il nuovo millennio ≠ Sulla punta delle dita: incontro con Renzo Mantero ≠ Un progetto pilota: Piccoli Quartetti crescono ≠ Luigi Tenco: giovane poeta stroncato da un mondo frenetico ≠ Patologia della musica moderna ≠ L’amour des trois oranges al teatro Carlo Felice ≠ Beethoven: la nuova vita del Trio Anhang 3 ≠ Toscanini, 50 anni senza ≠ Ascoltiamo il 900: dischi da conoscere Secondo un'antica e consolatoria prassi ascensionale partiamo dalle ombre. La più scura è stata senz'altro la modesta partecipazione di classi e, in conseguenza, di allievi alla formulazione del proÈ finito l'anno mozartiano: Gloria a Mozart! getto. È vero che alla fine le cinque manifestazioni hanno Come sempre accade in circostanze di questo tipo, se, giunvisto protagonisti studenti delle classi di Pianoforte,Tastiere ti al termine, si cerca di trarre antiche, Canto, Chitarra, Musica delle conclusioni, esse risultano da camera, Quartetto, Musica fatte di luci e di ombre. d'insieme per fiati, Esercitazioni Limitandoci al panorama italiaorchestrali, ma è altrettanto indino, certamente sarà difficile troscutibile che sono state rapprevare luci abbaglianti nelle proSabato 27 gennaio 2007 sentate solo cinque classi di Sala dei Concerti del Conservatorio duzioni delle istituzioni più blaPianoforte su dieci e, a parte Via Albaro, 38 sonate che, salvo poche lodevoChitarra e Tastiere antiche, nessuore 21 li eccezioni, hanno battuto strana scuola strumentale ha propode ben collaudate pescando sto alcunché. FERNANDO SOR massicciamente in quel reperUn'altra ombra, pur se meno Introduzione e variazioni sull'aria "O cara armonia" torio maggiore che, nel caso di dall'opera Il flauto magico di W.A. Mozart densa, è costituita dal non essere Mozart, non deve certo attendeMassimo Traffano, chitarra riusciti a conferire alle nostre re ricorrenze a cifra tonda per Accademie quel tono stravagante ALFRED SCHNITTKE suscitare l'interesse di programe un po' svagato, ma anche Moz-art matori, interpreti e pubblico. attrezzato con strumenti d'interGian Enrico Cortese, oboe Altrettanto dicasi per le produpretazione efficaci, che avevamo Carlotta Ottonello, violino zioni discografiche che salvo il immaginato in origine. Ci sono Federica Vallebona, violoncello sublime "Flauto magico" di mancate le risorse, il tempo, le Alessandro Paolini, contrabbasso Abbado e l'ultima zampata di Eva Randazzo, arpa disponibilità per predisporre il Pollini, non sembra aver messo Alberto Macrì, clavicembalo materiale narrativo, iconografico, a segno testimonianze da colloDirettore: Massimo Lauricella analitico che accompagnasse care nella storia. ogni singolo evento; il quale WOLFGANG AMADEUS MOZART Più probabile che delle luci si avrebbe potuto essere meno Concerto in re maggiore KV 451 possano scorgere nel campo "sorprendentemente" lungo se Allegro assai - Andante - Allegro di molto della divulgazione. Non certo avessimo avuto l'opportunità e il Orchestra del Conservatorio quella dei grandi media - televiDirettore: Antonio Tappero Merlo coraggio di modificare, per l'ocsione totalmente assente (ma Federica Di Maio, pianoforte casione, gli standard del concertanto ormai è perfino gratuito to tradizionale (per esempio antisegnalarlo), radio snobisticaWOLFGANG AMADEUS MOZART cipare l'orario d'inizio, prevedere Concerto in fa maggiore KV 459 mente latitante - quanto quella più di un intervallo, consentire Allegro vivace - Allegretto - Allegro assai libraria - dove, in mezzo a vario senza tabù la libera circolazione Orchestra del Conservatorio ciarpame occasionale, è comdel pubblico e così via). Direttore: Antonio Tappero Merlo parso anche qualche titolo Continuando l'ascesa e cominFederica Salandra, pianoforte significativo - e soprattutto ciando a vedere la luce dobbiaquella di generose e capillari mo registrare l'affluenza generosa e affezionata del pubblico esperienze locali principalmente rivolte al pubblico dei gioche sembra aver gradito la formula e apprezzato, oltre alla vani e degli studenti (come, per esempio, il progetto genovequalità delle interpretazioni, anche la mutevole articolazione se "Caro Amadeus"). di ciascun programma. E soprattutto, ovviamente, la commoAnche il Conservatorio Paganini ha dato il proprio contribuvente bellezza dei sei concerti pianistici mozartiani che to nel modo che gli è più congeniale sul piano operativo e hanno costituito il fulcro di ciascuna serata. progettuale. Lo studio e l'allestimento dell'opera Ancor più luminoso è l'aspetto che riguarda il livello artisti"L'impresario teatrale", felice evoluzione delle ormai plurienco raggiunto dagli allievi che si sono esibiti, grazie a un entunali esperienze di laboratorio lirico imperniate sul lavoro di siasmo, un impegno e una dedizione che meritano davvero Lorenza Codignola; la progettazione e la realizzazione di cindi essere sottolineati. Sono tranquillo nell'affermare che ciaque Accademie Mozartiane che proprio il 27 gennaio scorso scuno di loro, secondo le proprie capacità e caratteristiche, (giorno natale del compositore) hanno celebrato l'ultimo giovandosi della cura altrettanto assidua dei propri docenti, appuntamento. si è trovato nelle condizioni di poter rendere al momento Essendo stato dapprima ispiratore e poi coordinatore, insieopportuno il meglio di sé. me alla collega Barbara Petrucci, di quest'ultimo progetto, mi Tuttavia, l'elemento più confortante e rilucente di questa è stato chiesto di tracciarne qui un sintetico bilancio. Il esperienza, che ci ha impegnati per un anno e mezzo, è quale, per quanto mi riguarda e in modo forse anche un po' stato, a mio parere, l'identificazione di una tipologia di proovvio dati i presupposti appena espressi, non potrà essere getto "a mosaico" che può rappresentare in modo molto effialtro che a luci ed ombre. Mozart, l’anniversario, i progetti. Luci ed ombre di un genetliaco Progetto Accademia V Accademia Mozartiana 2 ilCM cace e significativo un modello di proposta esterna per il conservatorio. L'idea di base è quella di una costruzione progettuale alla quale concorrano pariteticamente idee, professionalità ed esperienze diverse; la definizione iniziale ed oggettiva si orienta verso un contenitore capace di adattarsi alle caratteristiche e alle esigenze dei suoi protagonisti inserendole in un contesto accomunante. È questo un atteggiamento quanto mai adatto a una realtà come la nostra costituita di individualità specifiche e spiccatissime che vanno doverosamente esaltate - per la quale è però contemporaneamente necessario valorizzare al massimo i segni che identificano l'istituto nel suo complesso. Se si considera che questa situazione (risalto alle capacità del singolo in contesti complessi) sarà quella che in campo professionale gli allievi affronteranno più spesso, in ambito orchestrale, cameristico o di teatro lirico, possiamo davvero ritenere che la formula contenga elementi di grande interesse formativo oltre che operativo. Certo tale potenzialità si esprimerà al massimo nel momento e nell'occasione in cui le valenze saranno tutte aperte. Quando cioè sarà individuato un progetto capace di aumentare il numero delle classi coinvolte, comprendendo anche i compositori; di dare un'evidenza tangibile al proprio aspetto culturale, con l'ausilio della classi di storia e analisi; di suscitare un minimo di sana concorrenzialità fra studenti mettendo l'istituto nelle condizioni di selezionare i migliori candidati per ogni singolo evento; di stimolare ad ampio raggio interventi didattici mirati e convergenti. Perché è vero che la libertà e le esigenze della didattica sono la prima cosa da salvaguardare in ogni nostra azione, ma è anche vero che obiettivi che non siano solo il superamento dell'esame finale, aggiungono prezioso carburante all'itinerario formativo di qualsiasi Claudio Proietti allievo. N°4 2007 Inaugurazione dell’Anno Accademico Venerdì 9 marzo (alle 21) presso la Sala Concerti del Conservatorio avrà luogo l'inaugurazione dell'anno accademico, in concomitanza con il termine della prima fase dei lavori di ristrutturazione di Villa Bombrini. Alla cerimonia seguirà un concerto ad opera dei docenti Franco Trabucco (violino), Mario Trabucco (pianoforte) e Matteo Ronchini (violoncello). In programma pagine di Beethoven (Trio op. 97 in in si bemolle maggiore "Arciduca"), Debussy e Ravel. Un CD mozartiano per il M° Damerini In uscita un CD mozartiano che unisce l'arte pianistica di Massimiliano Damerini e l'arte dell'Audio Engineering ai massimi livelli. A partire dal 26 gennaio, presso le edicole liguri in abbinamento a Il Secolo XIX è acquistabile un CD mozartiano (Sonate per pianoforte K. 284, K.332 e K.333). Interprete, Massimiliano Damerini. La registrazione live ripropone il concerto del 21 giugno scorso presso Casa Paganini. Maurizio Natoli ne ha curato la registrazione e la produzione. 3 “Paganini” e SAE School of Audio Engineering A partire da quest'anno (2007) si concretizzerà la convenzione tra la SAE (School of Audio Engineering, sede di Milano) ed il Conservatorio Paganini di Genova, riguardante la mutua collaborazione che le due strutture hanno deciso di avviare, con l'intento di arricchire vicendevolmente la gamma di attività didattiche. Tramite questa convenzione, infatti, i due istituti potranno approfittare vicendevolmente delle risorse peculiari di ciascuno, (attrezzature e tecnologie di registrazione per la SAE, musicisti, spazi e strumenti per il Conservatorio), mettendole a disposizione dei rispettivi studenti; tutto questo significherà che gli studenti ed i partecipanti ai seminari tecnici affronteranno la "Musica Classica" (e Jazz), e che gli studenti del Conservatorio conosceranno de visu il mondo della registrazione. Tale necessità appare sempre più pressante per ambedue i mondi, infatti non tutti gli studenti delle scuole di Audio Engineering finiscono per lavorare in ambito pop o rock (nonostante nella stragrande maggioranza dei casi, data l'età ed il trend attuale, sia manifesta tendenza, e pio desiderio), e tutti i musicisti affronteranno prima o poi, l'esperienza di registrazione; scopo ultimo di questa collaborazione è, quindi, quello di aumentare la consapevolezza all'approccio delle diverse esperienze. Stiamo tentando, con un esperimento che definiremmo unico nel panorama italiano, di fondere assieme due discipline che sono naturaliter complementari, l'una nella proposizione, l'altra nella testimonianza. La musica è cambiata, o meglio le modalità di proporre musica sono cambiate, dai salotti e le sale da concerto, dalle chiese - per il repertorio sacro - alle corti dei principi, tralasciando menestrelli e minnesingers, passando per le pianole a rullo e le trasmissioni radiofoniche in diretta, oggi, in un'epoca che costruisce e brucia velocemente i propri miti, cresce l'esigenza, per coloro che vogliano affrontare la carriera musicale, di espandere al massimo la propria versatilità e la conoscenza dei media, veicolo di diffusione del messaggio non solo musicale; d'altronde per i sound engineers (o aspiranti tali), dopo il diploma, gli sbocchi professionali possibili comprendono anche i teatri (un 4 nostro valentissimo collaboratore, nomato Emiliano, dopo il diploma, ha infatti affrontato 3 stagioni come fonico al Comunale di Bologna, comprese dirette radiofoniche e quant'altro), o la diffusione radiofonica, o gli studi di registrazione ove si produce musica acustica, o per film, dove per fortuna ancora si usano i musicisti in carne ed ossa… dopo l'abbuffata di strumenti elettronici degli anni '80, dove la tecnologia, partendo dalle batterie elettroniche ed arrivando oggi alle più sofisticate librerie di campioni, complete di tutte le modalità espressive della vera orchestra, ha tentato - per ragioni anche comprensibili - di soppiantare i musicisti, la tendenza odierna, compiendo un lunghissimo giro, ha visto molti cantanti affiancarsi a delle vere sezioni d'archi (immagino anche per questioni coreografiche) od addirittura a delle orchestre sinfoniche complete; non facciamo disquisizioni di merito, resta comunque il fatto che un minimo di opportunità in più (pensiamo anche alle colonne sonore per il cinema, alla pubblicità, od alle operazioni di fusione più ardite - cito come ottimo esempio "Oregon in Moscow", prodotto dal mio amico Steve Rodby - per il musicista cosiddetto "colto" ci siano) a patto che si confronti con il proprio tempo, tempo che è anche fatto di media; di fronte all'apparecchio di registrazione non si può mentire, è tutto lì, documentato. E' vero, oggi i dischi sono tutti frutto di un accurato lavoro di editing, ma la differenza tra un ottimo musicista ed uno mediocre, sta nel fatto che nel primo caso si fa una cernita ed un montaggio del meglio, nel secondo del meno peggio; altro è suonare per sé stessi, altro per il pubblico, altro in formazione, cosa differente è registrare… un mezzo limitato dalla fisica e dalle condizioni di fruizione ha l'ingrato compito di trasportare l'ascoltatore oltre i propri limiti percettivi, ricostruendo solo attraverso il senso dell'udito ciò che invece è normalmente frutto di una serie infinita di stimoli mentali e sensoriali. Tenteremo di far conoscere ai musicisti la differenza che c'è tra preparare un concerto e preparare una registrazione, la serie di artifici messi in atto da noi, poveri incaricati di testimoniare degli eventi lontani dal fruitore, affinché il risultato sia alla peggio dignitoso, alla meglio eccezionale. Il continuo sviluppo tecnologico ha reso la registrazione virtualmente alla portata di tutti, con il risultato di inflazionare il mercato: negli scaffali dei negozi stanno, fianco a fianco, grandissime produzioni e produ- zioni immonde, sublimità e sconcezze, al limite allo stesso prezzo; se vogliamo arrivare al nostro scopo, cioè esprimere la nostra arte, o al limite, usando un'espressione più volgare ma forse più vera vendere la nostra arte, sia che si tratti dell'arte di registrare o quella di interpretare, dobbiamo incessantemente ricercare un'ideale, passando attraverso tutte le esperienze che possano arricchire la nostra tavolozza espressiva, ed arricchire il nostro bagaglio culturale e tecnico in modo da accrescere la professionalità che speriamo possa distinguerci nel momento in cui saremo scelti per l'esecuzione di un lavoro; se non altro tutto questo ci porterà ad essere delle persoMaurizio Natoli ne migliori… Una borsa di studio intitolata a Diego Garreffa Nella classe di musica jazz si lavora tutti assieme, chi avesse sbirciato dentro l'aula, attirato dai suoni ancora quasi inediti nel Conservatorio (soprattutto negli anni prima della riforma) di batterie e chitarre elettriche, avrebbe visto persone di età e provenienze diverse, trombettisti over 60, forse già pensionati ma ai quali era rimasta la voglia del jazz, ragazzi e ragazze dai sassofoni lucidi con la gioia negli occhi che regala la scoperta della libertà dell'improvvisazione, giovani uomini che univano ad altri interessi, magari a diverse professioni, il piacere di condividere gli accordi di un blues, l'impegno di imparare a scrivere per big band e tutte le altre cose che facciamo nel nostro corso. Diego era tra noi, abitato dalla lieve e un po' folle ostinazione di noi jazzisti che ci costringe a perseguire nella ricerca, anche interiore, continuando a suonare ed a studiare questa musica che continua ad essere, poco commerciabile e glamour com'è, una scelta coraggiosa anche di vita. Ricordo la gioia, la sua e la nostra, nei periodi durante i quali la salute gli dava un po' di tregua; entrava in aula, si sedeva al piano e, sulle note di un vecchio standard americano o di un suo nuovo pezzo, sembrava potesse ricominciare un discorso appena interrotto. Piero Leveratto ilCM N°4 2007 Cerimonia e concerto all’auditorium “Montale” in collaborazione con il Conservatorio Paganini La testimonianza di Massimiliano Damerini Il premio “Artista Illustre” a Giuseppe Taddei Taddei: l’amico, il maestro, il mito Un riconoscimento genovese per Giuseppe Taddei. Artefici del Premio "Artista Illustre" - il 23 gennaio al teatro Carlo Felice - la "Promotrice delle Belle Arti della Liguria", il Conservatorio Paganini, la Fondazione Teatro Carlo Felice, il Lions Club Distretto 108 Ia2 e con il Patrocinio della Regione Liguria e della Provincia di Genova. "La mia carriera parte proprio dalla lirica: ho iniziato a lavorare col pianoforte a vent'anni, come Maestro Collaboratore. All'epoca non sapevo se avrei fatto a tempo pieno il pianista oppure avrei scelto la strada del podio. Allora frequentavo il teatro: una bella scuola, dove ho avuto modo di lavorare con tanti cantanti. Compreso Giuseppe Taddei. Trascorsi molti anni, ho incontrato nuovamente Taddei a Genova negli anni '90. In programma aveva un recital e chiese espressamente di avermi quale accompagnatore. Difficilmente avrei accettato l'offerta da altri, ma questa preferenza espressa da Giuseppe Taddei fu per me un grande onore. Lo considero un mito vivente, per la storia dell'opera e per Genova. Prima di conoscerlo di persona, il suo nome mi era familiare fin da bambino, grazie ai miei genitori appassionati di lirica. Mi raccontavano del Falstaff più importante della loro vita, quello applaudito dai palchetti del vecchio Carlo Felice, proprio con in scena Taddei. Grazie alla sua debordante energia, alla sua inesausta verve, è anche uomo simpaticissimo, conversatore brillante capace di intrattenere con aneddoti gustosi, riguardanti molti grandi personaggi con cui ha lavorato (da Karajan a Di Stefano, alla Callas). Una vera miniera, che starei ad ascoltare per giornate intere. Taddei è un "cantante musicista". Oltre alla capacità di approfondire i personaggi in modo straordinario, le sue interpretazioni continuano ad essere una lezione di stile, di fraseggio, dell'arte di costruire le frasi. Una lezione, come pochi altri cantanti nel '900 hanno potuto regalare a tutti noi". gdm La serata, aperta dalle parole del presidente della "Promotrice delle Belle Arti della Liguria" Mario Moneta, è proseguita con un concerto che ha visto protagonista lo straordinario baritono genovese (classe 1916) festeggiato, accanto al pianista Massimiliano Damerini, al violinista Morian Taddei ed alle voci di Linda Campanella, Inna Savcenko e Mauro Pagano (sostenuti al pianoforte da Massimo De Stefano). Il ricavato della serata è devoluto all'Ospedale ed all'Orfanotrofio di Grand Bassam in Costa D'Avorio. Queste le motivazioni del premio: Giuseppe Taddei, nella sua luminosa carriera, ha percorso tutti i più importanti avvenimenti della lirica dal 1939 ad oggi. Le sue interpretazioni hanno incantato platee di tutto il mondo ed ottenuto l'apprezzamento entusiastico dei critici e dei maggiori direttori d'orchestra fra cui Gavazzeni, Abbado, Serafini, Von Karajan. Con questo riconoscimento noi vogliamo non solo rendere omaggio all'illustre artista ma anche ad una vita spesa nel promuovere l'amore per la lirica e nell'insegnamento. Cartoline dalla Genova musicale: 100 anni fa Mascagni al Politeama Genovese Il 4 maggio 1907 Mascagni si presentò al Politeama Genovese nella duplice veste di compositore e direttore. Propose Amica, (due settimane dopo realizzata anche al Carlo Felice) rappresentata due anni prima al Teatro di Montecarlo. Legato a questo spettacolo, un episodio narrato dallo stesso Mascagni nelle sue memorie: "...in un certo momento della rappresentazione e mentre ero tutto assorto nel mio lavoro, sentii che qualcuno frugava lievemente nella tasca posteriore del mio frac. Alla fine dell'atto volli rendermi conto di ciò e trovai nella tasca una grossa medaglia d'oro portante sul recto la figura del S. Giorgio che uccide il drago e sul verso una dedica abbastanza lunga che ricordava la mia direzione orchestrale operettistica della mia prima giovinezza in quello stesso teatro, raffrontandola simpaticamente con la direzione di quel momento per la rappresentazione davvero fortunata dell'Amica. La bella medaglia mi era stata posta furtivamente in tasca dallo stesso Chiarella che aveva voluto, in quel modo, dare alla cosa un carattere meno pubblicitario e poco clamoroso ma quanto più cordiale e simpatico!". Sul medesimo palcoscenico in dicembre debuttò un'artista destinata ad interpretare molti ruoli mascagnani: in Pagliacci cantò Juanita Caracciolo, moglie del direttore d'orchestra Giacomo Armani. Pochi anni prima, nel, 1900, aveva saggiato il pubblico genovese esibendosi al Giardino d'Italia in un'operetta. La serata al Genovese si risolse in un trionfo: "Un tesoro di voce simpatica" sentenziò il "Secolo XIX" "estesa, di un bel timbro argentino... ". (tratto da "I Palcoscenici della Lirica" di R. Iovino e I. Aliprandi, Sagep 1992) 5 Franco Fussi ospite del Festival “Canti di Terra e Mare”: il 24 febbraio al teatro della Gioventù Seminario sul canto tra fisiologia e didattica Sabato 24 febbraio al teatro della Gioventù nell'ambito dell'undicesima edizione del Festival "Canti di Terra e Mare" organizzato dall'Associazione culturale La Rionda in collaborazione con Provincia di Genova e Fondazione Carige, sarà tenuto dal foniatra Prof. Franco Fussi di Ravenna il seminario sulla voce "Popolare o no usiamola bene: il canto tra fisiologia e didattica". Il seminario è ad ingresso gratuito ma con prenotazione obbligatoria da effettuarsi a mezzo e-mail: [email protected]. Scrive Franco Fussi nel suo libro "La voce del cantante" (Edizioni Omega - Torino 2003): "In foniatria, si ritiene giustamente che il costante mantenimento di una corretta funzionalità d'organo garantisca una buona qualità vocale. E su questo penso siano certamente d'accordo sia i maestri che i cantanti lirici. Dobbiamo però ammettere che se l'espressione canora venisse prodotta ed esercitata solo secondo criteri funzionali fisiologici non avremmo più le possibilità espressive e varie che la vocalità ha invece da sempre saputo creare, né avremmo assistito alla sua libera evoluzione. Tra l'altro, chissà perché, ci capita a volte, e perfino nella lirica, di emozionarci maggiormente all'ascolto di voci qualitativamente "imperfette", o dalle emissioni non sempre ortodosse, rispetto a esecutori tecnicamente ineccepibili ma, per così dire, "freddini". Il livello segmentale della comunicazione musicale e della vocalità artistica, quello legato al codice dello specifico linguaggio, e dunque al "raziocinio", sembra dunque non essere sufficiente alla verità dell'ascolto: il tecnicismo fa sicuramente la bravura dell'esecutore, e presuppone una coscienza fisiologica dell'emissione, quindi ha decisamente una azione preventiva ragionando in termini foniatrici, ma l'arte e l'interprete sono un'altra cosa e prevedono sempre e comunque la presenza del livello soprasegmentale, l'istinto interpretativo, in questo caso musicale e vocale. Ritroveremo sempre la compresenza di entrambe questi elementi di fronte ad una grande voce, sia pure in diversa misura." A volte giungono in ambulatorio giovani allievi di canto che mi chiedono: "Ho avuto due maestri di canto e per quanto riguarda la respirazione sono alquanto in imbarazzo perché il primo mi dice che quando canto devo spingere la pancia in basso e in fuori e il secondo in dentro e in alto. Cosa devo fare?" In teatro, se osserviamo respirare i cantanti, possiamo effettivamente riscontrare alcune visibili differenze (...)". E ci dice a proposito della respirazione: "La corretta respirazione nel canto, come anche l'uso della voce, è il risultato di un equilibrio fisiologico dell'azione di muscolature antagoniste. Come tutto l'equilibrio in natura è il gioco degli opposti, anche la gestione della respirazione nel canto si basa sul rapporto tra le esigenze di controllo della pressione dell'aria che attraversa (e mette in vibrazione) le corde vocali, che va calibrata in modo da "economizzare" il fiato in base alle necessità della frase musicale, e le esigenze del mantenimento della colonna d'aria sufficiente a tali necessità. In altre parole è il rapporto tra quelle che nella didattica si definirebbero le componenti di "appoggio" del fiato e quelle di "sostegno". L'appoggio è quella condizione che permette il controllo del diaframma nel suo mantenimento verso il basso e nel suo "allargamento" tramite l'azione di muscoli intercostali esterni che mantengono ampio il suo perimetro (come la pelle di un tamburo ben tirata), quindi ne controllano la spontanea tendenza a risalire, facendo sì che non sia intempestiva ma legata alle esigenze dinamiche dell'emissione (piani, forti, acuti, gravi, ecc); è la componente esaltata nei dettami dello "spingi in basso e in fuori" o del "sedersi sul fiato"(...)". Laura Parodi, cantante, ricercatrice di musica tradizionale e Presidente dell'Associazione La Rionda: "abbiamo inserito nel Festival, intitolato per questa edizione "Il Popolo dei Canti" questo appuntamento che potrebbe sembrare un po' insolito trattandosi di musica tradizionale ma non lo è affatto; io stessa, anni fa, ho dovuto intraprendere un percorso che mi ha permesso di esplorare un mondo a me sconosciuto. Molte persone pensano che per cantare sia sufficiente essere intonati ed avere una bella voce ma la voce umana prima di essere bella deve essere portatrice di emozioni e per riuscire a farlo bisogna affrontare un lavoro di approfondimento, conoscenza e preparazione senza i quali non si potrà giungere ad un risultato soddisfacente. Il seminario è stato voluto per permettere una maggiore diffusione di argomenti che spesso sono solo patrimonio degli addetti ai lavori. Per noi è stata importante la consulenza e collaborazione della dott.sa Emma Garzoglio. L'alto numero di iscritti ad oggi riteniamo che sia un significativo segnale sull'utilità di iniziative di questo genere". Borse di studio Lions per gli studenti del Paganini Il Lions Club Genova I Dogi ha istituito nel corso dell'anno 2006 alcune Borse di Studio destinate a premiare giovani studenti del Conservatorio iscritti anche presso la Scuola Media Statale BarriliPaganini. A seguito di audizioni sono stati individuati quattro vincitori, che si sono esibiti il 20 gennaio presso il Salone del Conservatorio, nel corso del concerto/premiazione. 6 Gli studenti che si sono aggiudicati la borsa di studio sono: Valeria Saturnino (Classe di Violino del Prof. Riccardo Capanni), Giulia Serra (Classe di Flauto del Prof. Sandro Dominutti), Francesco Bagnasco (Classe di Violino del Prof. Riccardo Capanni), Federica Astengo (Classe di Pianoforte del Prof. Gianfranco Carlascio). ilCM La critica musicale, oggi Nell'ambito dei corsi di secondo livello è stato avviato quest'anno per la prima volta in Conservatorio un laboratorio di critica musicale. Vi partecipano studenti di provenienza differente: pianisti, violinisti, jazzisti. "Mamma io vorrei imparare a suonare il violoncello". "Dio te ne guardi, figlio mio, si sa dove si comincia e non si sa dove si finisce: potresti diventare un critico musicale". La battuta è pubblicata sul foglio umoristico genovese "Il Sacripante di Circassia" (aprile 1893). Una garbata presa in giro della figura del critico, molto spesso considerato un "musicista fallito", costretto a ripiegare sulle parole dopo essersi arreso alle note. In realtà, lo si sa bene, la storia della critica non è stata scritta da "falliti", ma da musicisti (anche letterati illuminati) che hanno saputo andare oltre i meri aspetti tecnici di una esecuzione, per segnalare talenti, scoprire la bellezza di certe opere, porre problemi di estetica. Un tempo la critica impegnava nomi come Berlioz, Schumann, Hanslick, Wagner. Nell'Ottocento un debutto importante occupava le prime pagine dei giornali. Nel gennaio 1901 la malattia e la morte di Verdi trovò per giorni Pubblicato il primo numero di una collana dedicata al patrimonio organologico del Paganini Gli strumenti storici del Conservatorio Con la pubblicazione del primo numero di un'agile collana dedicata al patrimonio organo logico del Conservatorio, è intenzione dell'Istituto contribuire alla valorizzazione degli strumenti storici e di pregio di proprietà, ma anche sollecitare una prima ricognizione a livello nazionale dei fondi organo logici di tutti i Conservatori di musica italiani. In essi, è infatti custodito un grande patrimonio storico di cui è nota, al pubblico degli specialisti, solo la punta dell'iceberg, vale a dire solo quelle collezioni di grandissimo valore che sono state costituite, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, all'interno dei Conservatori di alcune grandi città: Firenze, Bologna, Milano, Venezia. Di fatto, risulta di tutta evidenza che in ogni scuola di musica la presenza di una tradizione musicale antica abbia favorito e favorisca tuttora, grazie alle donazioni la formazione di collezioni più o meno ingenti. Negli ultimi anni alcune iniziative N°4 2007 spazio sulla prima pagina di tutti i quotidiani (con rimandi alla seconda e alla terza pagina), in coabitazione con la contemporanea malattia e morte della Regina Vittoria. Oggi la critica musicale gode di un'attenzione assai minore da parte dei media, risultato, anche, di una minor considerazione in cui è tenuta la musica "seria" in rapporto ad altre forme di arte o di divertimento. Le pagine di spettacolo privilegiano la televisione, poi la musica leggera, il cinema e, in ultima battuta la prosa e la musica. A meno che non ci sia qualche scandalo. I fischi alla Scala fanno sempre notizia, ma l'incaricato a parlarne in più colonne è il cronista, mentre al critico viene lasciato un colonnino per uno stringato commento. Con tali premesse, l'apertura di un laboratorio di critica può parere anacronistico e inutile. Non la penso così, naturalmente, perché, a mio parere, la critica non ha perso nessuno dei suoi valori e delle sue funzioni. A maggior ragione in una società che tende a perdere sempre più il senso della critica e a digerire qualsiasi cosa senza alcun processo valutativo, con una tendenza ad appiattire tutto verso il basso. Limitandoci agli aspetti musicali, l'esercizio della critica è, in realtà, estremamente utile per chi lo fa, in quanto induce a riflettere e a ragionare su quel che sente; e dovrebbe essere utile anche per chi legge la critica, non perché l'articolo sia un pezzo di Vangelo dai giudizi infallibili, ma perché, se scritto con onestà intellettuale, può comunque aiutare a dibattere e a ragionare sui problemi della cultura. In questo senso per un giovane musicista appropriarsi degli arnesi del mestiere del critico è estremamente interessante e stimolante. Ha sostenuto Paul Griffiths che il critico è un esecutore che percorre un itinerario opposto: ovvero mentre l'esecutore tradizionale converte in suoni materiali non acustici (i segni della partitura), il critico traduce in parole l'esperienza dell'ascolto. Accettando questa impostazione, la responsabilità di un critico è notevole e l'esercizio di questa professione deve essere sostenuto da una preparazione completa: conoscenze musicali tecniche approfondite, capacità di scrittura (chiara, leggibile, piacevole), onestà intellettuale e forte personalità. Il laboratorio è attualmente in pieno svolgimento. A una prima fase teorica nella quale si sono affrontati alcuni principi giornalistici, approfondendo "trucchi del mestiere" e regole imprescindibili, sta ora seguendo una fase più pratica, di avvicinamento alla scrittura che sarà abbinata ad una parte di storia della critica. L'obbiettivo naturalmente non è quello di crescere nuovi critici (se qualcuno poi vorrà dedicarsi alla professione, ne sarò ovviamente lieto) quanto dare degli strumenti di lavoro che possano essere utili anche al musicista impegnato a livello esecutivo o a livello Roberto Iovino didattico. danno motivo di sperare in una più attenta opera di valorizzazione e tutela del nostro patrimonio organo logico: da un recente censimento risulta che in Italia vi sarebbero attualmente ben oltre 250 collezioni di strumenti musicali censite, sparse tra musei statali, comunali, privati e di ordini religiosi, e a queste si attende proprio di aggiungere il patrimonio strumentale dei Conservatori. Il nostro primo contributo riguarda alcuni strumenti ad arco di notevole pregio, tutti generosamente donati, che hanno subìto ove necessario interventi di restauro e ripristino funzionale da parte dei liutai genovesi Alberto Giordano e Pio Montanari. 2 CD per un anno di musica Patrizia Conti Il Conservatorio Paganini ha prodotto un doppio CD che documenta (per estratti) la propria produzione concertistica 2005 - 2006. In scaletta, la "Pulcinella Suite" di Stravinskij e "Le Tombeau de Couperin" di Ravel, con l'Orchestra del Conservatorio diretta da Marco Zambelli; la Sonata per flauto e pianoforte di Prokofiev nell'interpretazione di Mattia Desana e Massimiliano Damerini, la Sonata per oboe e clavicembalo BWV 1030-B di Bach (Mirko Foschi, oboe Tiziana Canfori, clavicembalo), Pièces pour le hautbois nn. 1-2 di Dorati (Mirko Foschi, oboe), oltre a pagine di Chopin, Brahms e Debussy restituite dalla pianista Valentina Messa. 7 A Genova per interpretare "Don Pasquale", abbiamo incontrato il tenore cresciuto al "Paganini", protagonista di una travolgente carriera Francesco Meli: una voce per il nuovo millennio Classe 1980, genovese, Francesco Meli è considerato fra i più importanti giovani tenori sulla scena mondiale. Inizia gli studi di canto a diciassette anni, ammesso al Conservatorio Paganini presso la classe di Norma Palacios. Si perfeziona con Vittorio Terranova, suo attuale insegnante. Folgorante la sua carriera: nel 2002 debutta al Festival dei due Mondi di Spoleto. È poi a Lisbona ("Manon Lescaut"), Bologna ("L'elisir d'amore" e "La sonnambula"), nel Circuito Lombardo, alla Fenice, al Comunale di Firenze. Al Carlo Felice di Genova canta nel "Fidelio", tornando poi per "L'elisir d'amore", "Don Giovanni" e in questi giorni per "Don Pasquale". Alla Scala è nel cast del "Dialogues des Carmelites" diretto da Riccardo Muti. Torna in Scala per "Otello". Nel 2005 apre le Stagioni del Rossini Opera Festival, del Carlo Felice e della Scala. Tra gli impegni recenti "Don Giovanni" alla Scala e a Valencia, "Falstaff" e "Così fan tutte" al Théatre des Champs-Elysées. Ha anche inciso per la EMI/Virgin "Sonnambula" e un'opera di Vivaldi con Fabio Biondi. Farà il debutto quest'anno a Madrid in "Tancredi" e al Covent Garden in "Rigoletto" nel 2009. Il tuo percorso, dagli studi ad una carriera consolidata, sembra non essere inceppato neppure in un errore. È proprio così? Fortunatamente errori veri non ce ne sono stati... Insieme alla coscienza con cui ho gestito il percorso che mi ha portato alla professione, si è unita una buona dose di fortuna. Avrai anche saputo vagliare tra suggerimenti eterogenei... Dicono che i teatri o i maestri o il manager spingono ad affrontare ruoli sempre più impegnativi... Io ho incontrato invece sia da parte dei teatri che dai miei due collaboratori (il mio maestro e il mio agente) una posizione "al risparmio" tesa a indirizzarmi ad un repertorio più leggero, dunque alla cautela. Nei tre o quattro teatri italiani importanti dove ho cantato (forse anche nella volontà di ottenere il merito d'avermi scoperto) c'è nei miei confronti un atteggiamento di attenzione e prudenza, quasi di protezione. Non vogliono che bruci le tappe: piuttosto cercano di portarmi avanti inserendomi in contesti più grandi, come nel caso della "Sonnambula" bolognese. Già all'epoca del conservatorio le tue potenzialità erano eclatanti... Sono stato fortunato ad avere un maestro come Norma Palacios. Tutti sanno che i conservatori non hanno esattamente una buona fama, nella scuola di canto. Invece la mia insegnante, se da un lato mi ha "lasciato fare" per quanto riguarda il repertorio (e quello che ti affascina di più, all'inizio, è il repertorio drammatico: Verdi, Puccini...), mi ha però dato un'impostazione sana e salda. Uscito dal conservatorio ho partecipato al Festival di Spoleto: era la prima volta che mi scontravo con il teatro vero, con gli agenti, coi colleghi. Segretario artistico era l'attuale direttore artistico del Carlo Felice Alberto Triola (che è sempre stato un mio grande amico, oltre che mio mentore...). Fu lui a volermi a Spoleto, dove conobbi Ernesto Palacio, che mi consigliò di farmi sen- 8 tire da Vittorio Terranova. Mi disse che era la persona giusta, lo stesso che aveva sistemato vocalmente Florez. Da Terranova sono arrivato con un bagaglio tecnico già buono: dovevo solo scremare un po' di vizi. Ma la prima fortuna è stata incontrare Norma Palacios, che mi ha dato base saldissima su respirazione, maschera, squillo, intonazione. Con Terranova è uscito il pezzettino che mancava: la leggerezza, la brillantezza e parte dell'ottava acuta che prima non c'era. Lui era un tenore famoso per la sua estensione, è molto bravo a far capire cosa succede in gola. Per studiare utilizzi anche i dischi? Ascolto tantissimo, per osservare come un artista risolve uno scoglio, o delle variazioni, o un fiato... Ma non costruisco mai un ruolo fotocopia. Uso lo strumento discografico, e mi accorgo che mi fa bene ascoltare tenori di un repertorio lirico e che mi fa male, proprio a livello inconscio, ascoltare il Verismo. Un CD con un tenore che fa sovracuti di testa, che ha una bella posizione immascherata, è una medicina. Se sento Del Monaco in "Chenier", il giorno dopo canto peggio! Eppure la tua tempra è, in prospettiva, quella da grandi ruoli, verdiani ed oltre... Comincio a darmi dei tempi, a pensarci. Sicuramente "là" andrò a finire, anche se finché posso resto in questo repertorio. Certo una evoluzione è già in atto, ad esempio "Don Ottavio" non lo farò più. Ho in calendario anche delle produzioni di "Così fan tutte". Non posso dire di no, perché sono importanti (sarò a Vienna con Muti), ma tendenzialmente Mozart lo dovrò lasciare. Quando eri studente speravi di arrivare così in alto (e così velocemente)? Ci credevo molto, ho lasciato tutto per il canto. Mi sono buttato anima e corpo e da sempre ho pensato di coltivare il canto come il mio lavoro, la mia vita. In scena esprimi molta sicurezza, molta tranquillità. Apparenza? No, più canto e meno sono agitato. Certo c'è un po' di fermento di pancia in camerino ed anche venti secondi prima di entrare in scena. Bisogna anche distinguere cosa canto e dove sono. Ad esempio per "Sonnambula" a Bologna tremavo, mentre se canto "Elisir" sono molto tranquillo. Ruoli nuovi: riesci a fermarti per studiarli? Non sempre è possibile. Dipende anche dalla difficoltà: ad esempio "Don Pasquale" l'ho studiato nei ritagli di tempo a Valencia (dove cantavo "Don Giovanni"). Di solito cerco di avere dai quindici giorni al mese prima della produzione. Ad esempio dovrò fare "Anna Bolena" a Verona e quasi tutto febbraio l'ho tenuto libero per studiarlo. Se in calendario ho "Falstaff" (lo farò a Torino in ottobre), una settimana potrebbe bastarmi. Ritmi di un cantante in carriera. Ci si abitua? Non io. Patisco molto il fatto di non essere mai a casa, di ilCM dover viaggiare tanto passando da aeroporto all'altro. Ad esempio sono stato di recente due mesi interi a Parigi: quando ci sono le prove lavori tutto il giorno, e quando hai tempo non hai certo voglia di andare in giro, perché o devi studiare o vuoi riposare per recuperare. Certo ho visitato Parigi, ma in due mesi ho visto meno di quello che vede un villeggiante in due giorni. Intendiamoci: c'è anche il lato positivo, quello di non vivere le città come turista ma come lavoratore. Però è una vita abbastanza dura, anche nei tempi morti fra una recita e l'altra: il giorno prima devi stare attento, ma se stai chiuso in albergo o in casa pensi alle cose peggiori... Ai dolorini, a un torcicollo... E se esci magari prendi freddo. Sono tempi morti, ma non puoi o non sai mai bene cosa fare per riempirli. Come vivi il riconoscimento da parte del pubblico? Il pubblico che incontro dopo una recita in camerino o all'uscita del teatro, ne dice di tutti i colori, dai grandi complimenti a "si sente che deve ancora studiare"... Oppure ti insegnano quali opere cantare... Allo stesso modo la critica, o i forum in internet. Senti dire cose, nel bene e nel male, che se prendi sul serio sei rovinato. Un esempio: in "Sonnambula" a Bologna proponevo la seconda aria di Elvino in modo molto sciolto, con molti falsettoni. Ho ricevuto anche critiche negative (del tipo: "canta da tenore d'altri tempi, come Valletti, con nuance che non si usano più"). Se avessi cantato più schiettamente avrebbero detto " le mezze voci e i colori di Valletti lui non li sa usare". Insomma è una guerra persa. Bisogna essere determinati, cercare di convincere la gente che quello che stai facendo funziona "per te". Continuo a usare i falsettoni, finché il repertorio me lo permetterà. E vedo che a forza di non farmi intimidire, questo mio approccio sta venendo accettato ed apprezzato. Ti interessa l'insegnamento? Mi piacerebbe tantissimo. Persino quando ero in conservatorio qualche piccola mano l'ho data, non solo ai compagni della mia classe. Per quello che ho potuto verificare in quelle piccole occasioni, mi sembra anche mi riesca abbastanza bene. Credo di arrivare a capire quello che sta succedendo in una gola. Mi capita anche ascoltando i dischi: non percepisco solo la punteggiatura o la dinamica o le idee, ma il fattore tecnico, il meccanismo tecnico in atto in quel momento. Il tuo camerino è a pochi metri da quello di Bocelli, a Genova per un concerto benefico. Come vedi la sua strada? Diversa dalla mia. Io sono un cantante d'opera. Anche se di recente ho collaborato ad un progetto d'una opera pop, insieme a mia moglie, il soprano Serena Gamberoni. Mi ha divertito il clima più rilassato in cui si lavora, e la sala d'incisione dove sbraitavo con la base dell'orchestra! In agenda ci sono impegni che ti preoccupano? Nei prossimi anni canterò opere sempre alla mia portata. Certo, "Anna Bolena" è un ruolo difficile, concepito per Rubini ma ugualmente molto lirico... A parte due o tre flash dove c'è da fare coloratura, do, progressioni allucinanti, puntature di bravura. Nel 2009 sarò al Covent Garden con "Rigoletto": ma mi preoccupa meno, non perché sia meno difficile ma perché è più nelle mie corde. Ruoli nei tuoi sogni "proibiti"? Molte opere sono ancora un sogno e lo saranno per tanto tempo: sono i ruoli più impegnativi dal punto di vista del peso vocale, quelli dove non puoi mai imbrogliare, dove devi N°4 2007 cantare tutto. Nelle opere di Rossini o Donizetti saltiamo come molle, facciamo i saltimbanchi. Per "Nabucco" bisogna piazzare i piedi per terra e cantare. Nel mio attuale repertorio devo fare mille colori, e gli acuti, le coloriture. Ma l'apporto energetico per un "Ballo in Maschera" non è mai quello di "Elvino". Infine: come vedi la tua voce? Ne seguo l'evoluzione naturale. Si è ispessita e sta diventando la voce d'un uomo e non di un ragazzo. Noto una sicurezza dell'ottava alta che va di pari passo all'evoluzione dell'ampiezza, ad una copertura maggiore che non è stata una volontà esclusivamente cosciente, ma anche una strada "natuGiorgio De Martino rale" della sua natura. L’allestimento del Conservatorio applaudito al Teatro della Tosse Scatti da “L’Impresario Teatrale” 9 Tiziana Canfori incontra Renzo Mantero Sulla punta delle dita ... Professor Mantero, siamo felici che siano state stabilite le date per i suoi primi incontri. Se ne parlava da molto tempo. E’ vero. Stranamente non mi era ancora capitato di venire ospite al Conservatorio di Genova, mentre ho tenuto numerosi incontri sul tema della mano presso altri Conservatori italiani, sia al nord che al sud... E’ l’ennesima dimostrazione del nemo propheta in patria!.. Come pensa di organizzare gli argomenti negli incontri del 14 marzo e 11 aprile? E’ importante che sappia chi avrò davanti, in modo da rispondere alle esigenze del pubblico. Comunque affronterò la presentazione della mano per gradi. Nel primo incontro, soprattutto, darò gli elementi di base sull’anatomia: mi sono accorto che generalmente i musicisti la ignorano. E’ un fenomeno tipicamente italiano, perché all’estero, in Germania, Stati Uniti, Francia, Spagna... gli istituti musicali comprendono fra i loro corsi anche quello di anatomia della mano, che in fondo serve a tutti, tranne i cantanti. In genere i cantanti sono piuttosto ben informati sulla fisiologia dell’organo vocale. Infatti, in genere sono più preparati degli strumentisti, che si occupano del loro strumento-mano solo quando ha dei problemi di affaticamento o delle patologie. Allora spesso scopro che parlano di muscoli, di tendini e di nervi con una superficialità sorprendente: conosco esimi musicisti che erano convinti di avere muscoli... dove non ce n’è nemmeno uno. Ritengo invece che conoscere il dispositivo che permette di suonare e di esprimersi sia essenziale; non con un corso da specialisti o da chirurghi, ma con un approccio che offra una buona conoscenza della struttura della mano. Si tratta di un organo complesso, che spesso siamo portati a immaginare come onnipotente, mentre non lo è; fa molto, ma non fa tutto. Inoltre consuma una grandissima quantità di energia, benché i muscoli siano corti e quindi capaci di concentrarla al meglio. Si tratta in realtà di un insieme di infiniti meccanismi semplici, che fanno un organo complesso. Un po’ come la meccanica di una tastiera? Infatti. Il rapporto mano-tastiera è forse il più interessante, perché è quello che forza di più la natura della mano, che è fatta per abbracciare l’oggetto, non per percuoterlo. E’ il rapporto che ha bisogno di più mediazione, di più astrattezza, di più immaginazione. A volte vengono utili le suggestioni dei grandi: per esempio Liszt parlava di “polso mollemente gettato”, e con questo riportava il discorso sulla naturalezza del gesto e sull’ergonomia della posizione. Oppure basta osservare bene l’atteggiamento di alcuni grandi musicisti; non dico tutti, perché ce ne sono che ascolto molto volentieri, ma che trovo Un progetto pilota: piccoli quartetti crescono È operativo a partire da gennaio il progetto pilota inerente l'esperienza di musica d'insieme proposta in anticipo rispetto "alla norma", fin dai primi di studio: a partire dal 2°e 3° anno, invece che dal 6° o addirittura (per gli archi) dal 9° corso. L'attività si inserisce nel contesto del corso di Musica d'insieme (Quartetto d'archi e Musica d'insieme per fiati) ed è portata avanti con entusiasmo dai docenti M.R. Fantini e M. Conte. Due primi gruppi (un quartetto archi e un quintetto di fiati) composti da strumentisti bambini sono stati costituiti, e già lavorano con continuità. Sono Francesco Bagnasco e Roberto Tonon (violino), Ruben Franceschi (viola), Masis Shahbazians (violoncello), Giulia Serra (flauto), Matteo Rossi (oboe), Alessandro Ranalli (clarinetto), Maria Rocca (corno). 10 Incontriamo nel suo studio il Prof. Renzo Mantero, in vista dei due appuntamenti programmati in primavera al Paganini. Il Prof. Mantero, oltre ad essere uno dei più grandi specialisti e chirurghi della mano, è autore di pubblicazioni che fondono le sue conoscenze scientifiche con argomenti di arti figurative e di musica. Ha curato alcune delle mani più celebri di tutto il panorama musicale. Egli stesso pianista, parla della mano con conoscenza dei problemi strumentali e con un ampio respiro culturale, tanto da offrire ai musicisti suggestioni preziose quanto quelle dei propri maestri. inguardabili dal punto di vista della posizione. Prendiamo come buon esempio Benedetti Michelangeli: una mano che è un equilibrio di forze. In realtà il gioco dei muscoli è sempre un continuo bilanciamento di forze opposte, una tonicità che tiene insieme il fisico umano e ha fine solo con la morte. Non per niente, osservando Michelangeli era meraviglioso notare come anche il respiro facesse parte del lavoro della mano. Lo sa che Michelangeli avrebbe voluto studiare medicina? Musica e medicina spesso sembrano correre parallele... Perché il medico è alla radice un umanista. In realtà lavora all’interno di un rapporto fra uomini, con lo scopo di stimolare la conoscenza di sé. La filosofia passa per il corpo e la medicina porta le sue conoscenze a un punto comune, dove la crescita è insieme scientifica e umana. Così diceva Aristotele, e anche Anassagora, che sosteneva anche un’altra tesi che ci interessa: la mano è ciò che fa l’uomo superiore a tutti gli altri animali. A volte noi siamo limitati nei nostri ragionamenti e ci sembra che la mano finisca al polso. Secondo lei, dove finisce? A me piace piuttosto dire dove comincia: dal cervello. La mano è l’espressione esterna del cervello. Mendelssohn diceva che le dita hanno “una cerebrosità digitale” e, malgrado il suono sgradevole della parola, è perfettamente azzeccato. La mano è in grado di toccare, ma anche di essere toccata dall’oggetto, cioè di registrare con grandissima velocità una grande serie di dati che vengono dall’oggetto. E’ molto importante per i musicisti, naturalmente, perché con le mani elaborano una quantità molto maggiore di dati rispetto per esempio all’orecchio, che essendo assai più lento ha funzione di giudice dell’insieme, del prodotto già elaborato. Tutti gli uomini hanno un’immagine interna della propria mano, che dipende anche dall’uso che sono abituati a farne; è quella che chiamo mano-immagine. Direi che i musicisti hanno piuttosto una mano immaginifica. E’ molto interessante analizzare la musica scritta dai grandi autori: la loro spinta creativa si è fusa con la realtà della loro mano e il calco di quella mano (più o meno “buona” che fosse) è rimasto sui passaggi che hanno scritto. Così succede che i grandi virtuosi scrivono musica insuonabile per la maggior parte degli altri... A proposito, cosa pensa del metodo Paganini-Sfilio? Penso che Paganini avesse una mano che gli permetteva cose straordinarie perché era capace di una flessione del polso amplissima, e credo che la sua tecnica fosse essenzialmente adatta per lui. Gli altri devono forse trovare soluzioni diverse. Lei parla della mano con una sensibilità molto allargata. E’ quello che si augura di trovare qualsiasi musicista che abbia un problema fisico da risolvere. Ma questo approccio così sottile, così “a tutto tondo” è comune anche ai suoi colleghi, magari suggerito da un organo tanto interessante? Temo di no. I chirurghi si dividono sempre in due categorie: chi sa eseguire perfettamente l’intervento che deve fare, e chi sa eseguirlo e si preoccupa anche di capire “su chi” lo esegue. Quando opero una mano mi devo sempre chiedere che tipo di risultato devo raggiungere, che lavoro dovrà fare quella mano. A volte è meglio rinunciare a un po’ di forza in favore di una maggiore sensibilità, oppure favorire soprattutto l’estensione (per esempio per raggiungere tutte le corde del violino); altre volte va favorita la resistenza e la forza. Non parlo solo dei musicisti, naturalmente. Mi sono occupato molto delle mani di chi, ferito agli arti dallo scoppio di ordigni o petardi, ha perso anche la vista, come purtroppo succede spesso: per queste persone l’amputazione diventa doppia, se non salviamo il meglio possibile quella sensibilità della mano che servirà per “leggere” il mondo esterno. Allora, su cosa dobbiamo lavorare di più: la forza o la sensibilità? Per i musicisti, entrambe. Ma soprattutto è importante saper portare il cervello sulla Tiziana Canfori punta delle dita. ilCM Il 27 gennaio 1967 a Sanremo si chiudeva drammaticamente l'esistenza di Luigi Tenco. Per ricordare la forza e l'originalità del poeta, la raffinatezza del musicista, il dirompente profilo artistico ed umano, proponiamo un acutissimo commento a caldo, pubblicato su "Il Secolo XIX" del 28 gennaio 1967, a firma di un grande critico genovese, Mauro Manciotti, che purtroppo si è spento il 22 dicembre scorso e che vogliamo qui ricordare con affetto. Luigi Tenco: giovane poeta stroncato da un mondo frenetico Il colpo di pistola di ieri notte non ha soltanto troncato tragicamente la vita di Luigi Tenco. Ha ridimensionato il Festival della canzone avvolgendolo della luce di una grottesca carnevalata fuori stagione. Gli squallidi isterismi dei divi ufficiali, le napoleoniche strategie degli editori e delle case discografiche, le ansie patetiche dei giovanetti in cerca d'una sistemazione, la colossale macchina organizzativa messa in movimento per un'occasione il cui contenuto è assolutamente insufficiente a giustificare tanti sprechi di energia e di buon senso; tutto viene a far parte di un assurdo, mostruoso delirio in cui van persi i confini del bene e del male e i termini della realtà quotidiana... Non importa se il mercato brucia in fretta uomini e talenti, se in pochi mesi un astro si distrugge e un altro se ne crea, ugualmente fasullo. Questo è un campo in cui si cercano inutilmente la umanità e la pietà... Non che Luigi Tenco avesse bisogno di pietà. Tutt'altro. E smettiamo di chiamarlo 'ragazzo', di alludere con compunzione ad un suo eventuale esaurimento nervoso, di tirare in ballo la stravaganza del suo carattere, di legare lo sciagurato colpo di pistole dell'Hotel Savoy ala bocciatura inflitta alla sua canzone. Tenco era un uomo scontroso, timido, irritabile, portato ad assumere atteggiamenti clamorosi per difendere il pudore dei propri sentimenti. Ma un uomo. E a ucciderlo, prima della rivoltellata, è stata la mancanza di umanità nel mondo che lo circondava. Intendendo per umanità tutto ciò che gli uomini dovrebbero custodire: il gusto e l'orgoglio delle proprie persuasioni, delle proprie scelte, la difesa dei propri pensieri e dei propri sentimenti, il diritto ad esprimere il proprio mondo, anche quello poetico, anche quando in esso si agitano il senso doloroso della solitudine e l'ideale di una non effimera solidarietà. La propria sincerità, le difficoltà e gli slanci del proprio io. Invece il mondo della canzone è, nel migliore dei casi, popolato di professionisti. Di gente del mestiere la cui preoccupazione principale è quella di mimetizzare se stessa per andar dietro alle continue N°4 2007 novità e alle mode che incalzano affannosamente... La sincerità, nella società odierna, è consentita soltanto ai poeti, le cui composizioni non devono essere vendute a centinaia di migliaia di copie come i dischi. Altro che bocciatura al Festival. Tenco era, di tendenza, un poeta. Non c'è nemmeno bisogno di sostenere, con benevolo giudizio postumo, che fosse un buon poeta. Leopardi non c'entra e nemmeno Montale. [...] È un fatto che il Festival sia diventato con gli anni una formidabile macchina di pressione sull'opinione pubblica. Un altro fatto è che le scelte delle fantomatiche giurie popolari (non si conosce il nome dei componenti e quello dei notai è tenuto segreto) si sono spesso mostrate molto differenti da quelle che poi il pubblico ha effettuato indirizzando le vendite del mercato discografico. Terzo fatto è che la giuria di esperti (formata come abbiamo già visto da Bertolini, Ravera, Zatterin, Procacci, Bersani) ha ripescato una delle più brutte canzoni ascoltate e anche una delle meno applaudite dal pubblico in sala. Sarebbe forse il momento che il Festival della canzone diventasse una manifestazione più aperta, più aperta dalla partecipazione popolare nei giudizi, meno caratterizzata dai limiti della kermesse. [...] L'errore di Tenco - se errore ci fu - è stato quello di aver creduto importante una kermesse, una sorta di baldoria pubblicitaria, fino all'avervi affidato motivi personali ben superiori all'occasionale portata della manifestazione. Ma per chi crede veramente in quello che fa, diventa difficile ridurre le cose al livello del gioco, dell'azzardo, dell'avventuretta senza importanza da affrontarsi con furbesca disinvoltura. Non è esatto dire che Tenco si è sparato perché "Ciao amore ciao" non è entrata in finale a Sanremo. Si è ucciso per la convinzione di non avere canali di comunicazione con quello che avrebbe desiderato fosse il suo pubblico. [...] Mauro Manciotti Nuovo CD per l’Ensemble “Il Falcone” Nuova uscita discografica per l'Ensemble "Il Falcone". Il gruppo, il cui nome si ispira al primo teatro pubblico genovese sorto nel 1652, è diretto da Fabrizio Cipriani e coinvolge artisti quali Guido De Vecchi (viola) e Paola Cialdella (clavicembalo). L'ensemble propone, nel nuovo cd edito da Dynamic, una serie di sette Concerti a quattro - composti intorno al 1740 - di Baldassarre Galuppi. 11 Patologia della musica moderna (dialogo possibile tra Schönberg e Stravinskij) SCHÖNBERG Caro Igor, ha visto come ci siamo ridotti, io e Lei, alla lunga? Lo avrebbe mai detto, Lei, che sarebbe andata a finire così? STRAVINSKIJ Ma cosa dice, caro Arnold! Siamo davvero ridotti così male? A me non pare assolutamente! Entrambi siamo piuttosto eseguiti, ci incidono un po' tutti, tutti e due, dappertutto, e siamo una coppia, tutto sommato, democraticamente celebrata nelle Storie della Musica e nelle Garzantine di tutti i paesi. Mi pare, invece, che meglio di così non potesse andare! SCHÖNBERG Questo è vero, certo, ma io mi riferivo al fatto che STRAVINSKIJ E poi, le nostre opere complete, caro Arnold! Sono io, piuttosto, a chiedere a Lei se si sarebbe mai sognato che, un giorno, chiunque avrebbe potuto acquistarci in toto così facilmente! E a prezzi tanto economici, poi, se uno ha la pazienza di sbattersi un po' a cercare tra le offerte e i CD a basso costo. Recentemente, per esempio, per soli 5 Euro ho acquistato il mio Pulcinella (che mi diede una gran soddisfazione, all'epoca!), e, pensi, persino in coppia con le mie Danses Concertantes, che scrissi nella Hollywood delle stars. Troppa grazia! A dire il vero, a me sembra che ce la passiamo meravigliosamente. STRAVINSKIJ Mi scusi, caro Igor, ma così Lei si tira dietro l'ennesima cattiveria sulla Sua proverbiale sensibilità per il mercato, e, soprattutto, per le royalties. Insomma, non mi faccia citare ancora Adorno! Giuro, mi ero ripromesso di non caderci, questa volta, ma Lei, non c'è niente da fare, mi obbliga sempre a dargli ragione. SCHÖNBERG Lo sapevo. Ci avrei giurato che sarebbe risaltato fuori il nome di Adorno! Gira che ti rigira, finiamo sempre lì, alla Filosofia della musica moderna. A Lei farà anche piacere aggrapparsi a quella filosofia, ogni volta che ci incontriamo. E lo credo! Ne esce alla grande, Lei, alla grandissima, un eroe del nostro tempo, quasi! Ma io, mi spiega come dovrei fare io a rimanere calmo e impassibile nel momento in cui Lei mi ritira fuori a tradimento quel nome? Da lui - se non se lo ricorda, glielo ricordo io - mi sono preso del: "semplificatore", "ingannatore","dissociato", "catatonico", "ebefrenico". E, anche se queste due ultime definizioni, ad essere sincero, non ho mai capito bene che diavolo significhino, riferite a me (se ha letto le Cronache della mia vita, si sarà certamente accorto che io scrivo in modo semplice e diretto, senza troppi paroloni), intuisco lo stesso che non si tratta di complimenti. SCHÖNBERG Caro Igor, Lei mi fraintende; io, glielo assicuro, prima di ogni nostro incontro mi piazzo davanti allo specchio e mi dico e mi ridico: non devi più citare Adorno, basta! Ma è Lei, ripeto, che mi costringe, con 12 questo suo elogio della nostra gloria mercantile e culturale! Ma crede davvero, Lei, che il discorso si chiuda con il nostro incensamento generale? E con la nostra diffusione globale a prezzi modici? Io la vedo un po' più complessa, la cosa, sa… STRAVINSKIJ Caro Arnold: adesso sono io che devo scusarmi anticipatamente, perché ora è Lei che porta me a dire una cattiveria. Ma scusi: io le ho lette le Sue lettere, i Suoi diari, la Sua "lettura del cielo". E adesso non avrà mica il coraggio di negare che, in quei Suoi scritti privati, Lei si lamenta, praticamente ad ogni pagina, di non essere abbastanza eseguito, di non essere abbastanza compreso, di essere sempre stato ferocemente maltrattato dai critici (Lei, ottimo pittore, fece anche un paio di ritratti del 'critico', ricorda? Lo dipingeva, letteralmente, come un mostro bitorzoluto…). E lì si lamenta anche, mi pare, di non avere mai abbastanza soldi. E giustamente, dico io! A stomaco vuoto e in un appartamento ghiacciato non si può mica comporre! Anzi, di più: non si può nemmeno vivere, è chiaro. "Sono dunque costretto a pregarLa vivamente di prestarmi la somma di 300-400 fiorini". Così Lei scriveva a Mahler, intorno al 1910, se non ricordo male… SCHÖNBERG Igor, La prego, mi risparmi questa umiliazione: Lei non sa quanto mi costò quella richiesta; e rivolta a un uomo, per di più, che ho sempre venerato come un dio. La prego, non sia crudele. STRAVINSKIJ Costò di più a Mahler, direi, visto che poi le inviò ben 800 corone. SCHÖNBERG La prego, la prego! cambiamo argomento. Non l'ho invitata qui per contrapporre i suoi noti lussi alle mie altrettanto note miserie. STRAVINSKIJ Adesso è Lei che fraintende me, caro Arnold: non volevo offenderla, tutt'altro, ma, anzi, rincuorarla, facendoLe notare che ormai sono finiti, per Lei, i tempi dell'elemosina: ora Lei è venerato non meno di Mahler, e il fatto che qualcuno, a un certo punto, abbia scritto che "Schönberg è morto", non conta, mi creda, purtroppo sono cose che capitano. SCHÖNBERG Già, Schönberg morto, e il mio caro Webern vivissimo… STRAVINSKIJ Ma se può consolarla, Pierre Boulez non ha mai molto amato neanche me (anche se ora mi dirige volentieri!). Si legga quel suo sarcastico poemetto sul sottoscritto intitolato interrogativamente "Un bilancio?", che una casa editrice italiana, tra l'altro, ha avuto la sfacciataggine di pubblicare in calce alle mie Cronache. Se sapessi chi è il direttore editoriale, guardi… SCHÖNBERG Caro Igor, alla fine abbiamo litigato di nuovo, nostro malgrado. STRAVINSKIJ Ha ragione, caro Arnold, mi scusi. Ma è tutta colpa di Adorno! Lui ci ha messo uno difronte all'altro come due pistoleri che duellano nel mezzogiorno di fuoco. E noi, stupidi, ci cadiamo ogni volta, tutti presi a recitare, belli convinti, i ruoli che Adorno ha scritto per noi. Arnold, me lo lasci dire: saremo anche due grandi compositori, ma siamo due fessi. SCHÖNBERG Ecco, ora che ci siamo calmati, Le ripeto che l'avevo invitata solo per farLe capire che siamo sulla stessa barca, ormai, io e Lei. STRAVINSKIJ E io Le ripeto: se con questo Lei vuol dire che tutti e due ci siamo guadagnati, con il nostro duro lavoro, un capitolo nelle Storie della Musica, un capitolo sacrosanto dove riposiamo tranquilli senza prenderci a gomitate, allora sono pienamente d'accordo con Lei. Guardi, io sono felicissimo che, alla fine, abbiano trovato un posto, ampio e comodo, per tutti e due. Era giusto, doveroso. SCHÖNBERG Non intendevo riferirmi a questo. STRAVINSKIJ No? SCHÖNBERG No, per niente. STRAVINSKIJ E a cosa, allora? SCHÖNBERG Caro Igor, mi dica: Lei va mai al cinema? E, soprattutto, guarda mai la TV? STRAVINSKIJ Naturale, come tutti. Non si può mica comporre ventiquattrore su ventiquattro! SCHÖNBERG E non ha notato niente? STRAVINSKIJ Mmm, beh, sì: in genere non vedo cose che stiano al livello del libretto che Auden ha scritto per me. Ma, al di là di questo, che posso dire… SCHÖNBERG Io non sto parlando delle storie, parlo delle musiche che le accompagnano. STRAVINSKIJ Le colonne sonore? SCHÖNBERG Esatto. Che ne pensa? Lei è un musicista, e, come tale, immagino, guarderà anche con le orecchie, no? Per deformazione professionale, se non altro… STRAVINSKIJ Mah, si tratta di cose che non passeranno alla storia della musica, certo, ma scritte con mestiere, tutto sommato. Funzionano per quello a cui servono; tutto qui. SCHÖNBERG Ma non ha notato proprio niente? Non s'è ilCM del mondo, e, al limite, del vicino di poltrona, ma non del finto psicopatico di turno. Questo è uno spavento molto rassicurante, alla fine, se ci pensa. STRAVINSKIJ D'accordo, ammettiamolo pure; ma io dove salto fuori, scusi? SCHÖNBERG Ah, beh: Lei nella situazione esattamente opposta, naturalmente! STRAVINSKIJ Mi usano per far ridere, cioè, vuol dire, a me? SCHÖNBERG Temo che, sotto sotto, sia proprio così, caro Igor. Si guardi un po' una fiction italiana in due o tre puntate, per esempio: quei fagotti che saltellano di qua e di là se c'è il nonnetto che fa la battuta, quelle trombette che strombettano nascoste dietro la sordina se la scena buffa è un po' concitata. La metta pure come vuole, si arrabbi pure se glielo dico, ma si possono facilmente far risalire fino a Lei. Sotto-Petrouschka per famiglie che con un occhio guardano il video e con l'altro la tavola da sparecchiare. Io sono usato per dire: attenti, accelerate i battiti del cuore, tendete tutti i nervi, tra poco arriva una morte violenta; e Lei per dire: state tranquilli, mettetevi comodi, slacciatevi le cinture, ora vi farete due risate con la pancia piena. STRAVINSKIJ Ma se ci disperdiamo lì, ci ricomponiamo pur sempre nelle sale da concerto, noi, i veri, i complessi, gli originali… SCHÖNBERG Non si illuda, caro Igor: la cultura, oggidì, non si fa nelle sale da concerto, che è roba per piccole 2007 élite che possono permettersi il biglietto, la cultura vera, quella che segna nel profondo l'inconscio dei più, si fa davanti alla TV. La cultura veramente formativa, quella che ci influenza e ci condiziona sul serio, è quella che si apprende senza saperlo, che ci entra nelle orecchie di soppiatto. E, mi creda, chi ci assorbe così, per cliché disgregati, metabolizzandoci in pelle d'oca e in sorrisi, non arriverebbe mai fino in fondo a Erwartung o a Petrouschka. Se ne scappa da teatro prima, glielo assicuro! STRAVINSKIJ Dice, caro Arnold? SCHÖNBERG Dico dico, caro Igor: li ho visti con i miei occhi ancora che non è tanto. STRAVINSKIJ Allora siamo davvero sulla stessa barca. SCHÖNBERG Appunto su questo volevo portarLa a riflettere. STRAVINSKIJ Ma allora qui bisogna fare qualcosa, correre ai ripari. SCHÖNBERG Io, per quanto mi riguarda, sono pronto a un'alleanza, se servirà a risollevarci un po'. STRAVINSKIJ Nonostante Adorno? SCHÖNBERG Nonostante Adorno, caro il mio Igor. STRAVINSKIJ Allora venga, ne dobbiamo continuare a parlare. Su, che si mette a punto una nuova strategia compositiva camminando. Massimo Pastorelli (Si allontanano a braccetto) “L’amour des trois oranges” al Teatro Carlo Felice Il figlio del Re di Fiori è malato e potrà guarire solo se riuscirà a ridere. In più c'è qualcuno che trama nell'ombra: Leandro, il primo ministro, e la principessa Clarissa sperano, appoggiati dalla Fata Morgana, che egli muoia per usurparne l'eredità. Il Mago Celio protegge il principe con l'aiuto di Truffaldino, incaricato di organizzare feste e divertimenti. Malinconico e annoiato, l'erede al trono scoppia finalmente a ridere solo dopo aver visto la Fata Morgana inciampare e cadere a gambe all'aria; ciò gli procura una terribile maledizione: egli si innamorerà delle tre melarance, che racchiudono tre bellissime principesse Photo Monika Ritterhaus - Komische Opera Berlin accorto che, io e Lei, spuntiamo fuori a ogni battuta composta da queste penne di mestiere? Non può non averci fatto caso, su! STRAVINSKIJ Vuol dire che ci hanno plagiati? Allora non abbiamo visto gli stessi film, mi sa. SCHÖNBERG Non è proprio plagio… Non so come spiegarLe… Siamo diventati due cliché, ecco. È detto un po' brutalmente, mi rendo conto, ma è così. STRAVINSKIJ Due cliché? Faccia degli esempi, scusi: ancora non La seguo. SCHÖNBERG Se nel film c'è un po' di suspense, se siamo dalle parti del thriller, dell'horror, ecco lì che faccio capolino io. Se bisogna far correre brividi di piacere pauroso lungo la schiena dello spettatore, farlo un po' godere di spavento o tremare con gusto, ecco che salta fuori l'accordo atonale o un principio di serietta dodecafonica, buttata lì e lì subito abbandonata: espressionismo da due lire, angoscia musicale d'accatto, usata come una formula sicura di tensione, un marchio bello e pronto di terrore. Non c'è da andarne molto fieri, per me: Lei sa quanto mi costò allontanarmi da mamma tonalità, e quanto sudai e riflettei prima di lasciamela alle spalle e camminare con le mie gambe. Non c'è da stare molto allegri vedendo il tutto scialacquato, banalizzato così. Io, forse, volevo anche far saltare lo spettatore dalla poltrona, ma non certo perché sta per arrivare l'assassino col coltello in mano che fa fuori la bionda che si fa la doccia. Volevo che uno si spaventasse di sé, N°4 prigioniere della maga Creonta, e non avrà pace finché non le avrà liberate… Un capolavoro del '900, fiaba ironica, commedia fantasiosa, opera tumultuosa e beffarda: è L'amour des trois oranges (1921), opera in un prologo e quattro atti di S. Prokofiev, su libretto del compositore, tratto da L'amore delle tre melarance di Carlo Gozzi, in scena al teatro Carlo Felice di Genova a partire dal 2 febbraio, sotto la direzione di Michail Jurowski. Scene di Frank Philipp Schlössmann, regia di Andreas Homoki. 13 Un intervento dello studioso Armando Orlandi Beethoven: la nuova vita del Trio Anhang 3 "Considero una cattiva abitudine annotare ogni singola idea musicale su quaderni". Sbalorditiva, formidabile annotazione autografa di Ludwig van Beethoven per chi, come me, collaboratore del Centro di Ricerche Beethoveniane "Unheardbeethoven", dedica la propria esistenza a ridare volto alla più immediata e profonda essenza stessa dell'ispirazione: l'abbozzo. Attivo nel WEB dalla fine del 1997, creato dal musicologo statunitense Mark Zimmer e dal compositore olandese Albert Willem Holsbergen, il Centro di Ricerche, aborrendo ogni rozzo atteggiamento speculativo, si ripropone di rendere universalmente accessibile agli studiosi, ai musicisti ed al grande pubblico tutta l'immensa produzione del Genio di Bonn rimasta incompiuta ed inedita sino ai giorni nostri. Il numero delle composizioni rese quindi di pubblico dominio è di circa 350 opere, delle quali almeno la metà eseguibili a concerto. Nessun autore è stato tanto minuziosamente analizzato quanto Ludwig van Beethoven. La sordità, che cominciò a tormentarlo attorno al 1800 e finì per divenire progressivamente totale alla fine della sua vita, lo costrinse ad utilizzare quaderni di conversazione a partire dal 1819. Su questi quaderni i suoi interlocutori (ma sempre più spesso lui stesso) scrissero domande e risposte di una faticosa e dolorosissima conversazione. Inoltre, il fattore combinato fra la sordità e quella che il Maestro considerava "cattiva abitudine" farà affiancare a detti quaderni un numero sterminato di taccuini musicali, che lo accompagneranno dalla gioventù sino al letto di morte (le ultime note scritte sono del 16 marzo 1827). Quella che per il compositore fu ineluttabile necessità diviene per noi inestimabile tesoro e mezzo straordinario di conoscenza del suo più intimo processo creativo. Eccellenti ed illuminati mentori ci hanno preceduto in questa stimolante avventura: da Gustav Nottebohm, (1817 - 1882), compositore e saggista tedesco, a Willy Hess, (1906-1997) musicologo svizzero cui dobbiamo la monumentale edizione dei Supplemente zur Gesamtausgabe, a Giovanni Biamonti, il cui catalogo, edito dalla ILTE di Torino nel 1968 e dedicato a tutte le opere del Nostro, comprese le opere inedite e gli abbozzi non utilizzati, è tuttora insuperato e non solo nel nostro paese. Studiosi sommi, ineguagliati, ma che non possedettero lo straordinario mezzo di comunicazione che la tecnologia ci ha fornito, ovvero quell' Internet che tanto accorcia le distanze, che regala visibilità internazionale, e che dona possibilità a noi studiosi, provenienti dalle più disparate parti del pianeta e di diversa formazione culturale, di potere confrontare in modo collegiale ed in tempo reale progetti intrapresi singolarmente. In questi fecondi anni, il Centro di Ricerche ha avuto il meri- 14 to di portare a compimento, di dare alle stampe ed infine di fare eseguire alcune importanti ricostruzioni, tutte improntate al massimo rigore filologico. Come nelle opere che ebbero ventura di esser completate, così gli abbozzi spaziano in ogni ambito del genere musicale esplorato dal compositore: dall'orchestra, come ad esempio l'ouverture Macbeth, Biamonti 454, eseguita nel settembre 2001 dalla Washington Symphony Orchestra sotto la direzione del Maestro Leonard Slatkin, o il secondo movimento del concerto per oboe ed orchestra, eseguito in prima mondiale nel novembre 2002 a Rennes, con direzione di Stefen Sanderling, al pianoforte, come La "Fantasia per pianoforte" Biamonti 213, eseguita per la prima volta a Torino nell'aprile 2006 dal Maestro Massimo Anfossi, nonché cameristica, come il trio il trio per pianoforte, violino e violoncello Hess 47 o il piccolo gioiello in re maggiore Anhang 3, che sarà trattato in quest'articolo. Iniziato nel 2003, il sodalizio con il trio di musicisti genovesi del "Frank Bridge Trio" è stato foriero di reciproca soddisfazione e grazie all'interessamento dell'Associazione "Felice Romani", il violoncellista Giulio Glavina, il violinista Roberto Mazzola e la pianista Mariangela Marcone hanno potuto eseguire in esclusiva molta della musica cameristica inedita pubblicata dal Centro di Ricerche. In particolar modo spicca fra gli altri il trio Anhang 3, il cui manoscritto è collocato a Londra, British Museum, con la referenza "Add. Mss. 31.748". Questo piccolo trio giovanile in due movimenti, probabilmente concepito alla fine del 1798 - inizio 1799 ha una storia di attribuzione assai controversa. Fu accorpato al catalogo di Mozart dopo una perizia nel 1910, col numero di catalogo Köchel Anhang 52a, senza che però ne fossero resi noti gli estremi di quest'attribuzione. Nel 1926 l'intero gruppo di manoscritti subì un'altra perizia da parte dei famosi musicologi Theodor Wyzewa e George de Saint-Foix i quali lo attribuirono senz'altro a Beethoven, assieme ad altri quattro pezzi: il rondò per pianoforte Anhang 6, ed i tre pezzi per pianoforte a quattro mani Anhang 8. Venne infine inserito nel catalogo Kinsky-Halm nel 1956, ma come "Anhang" ovvero "appendice" assieme ad altre 17 opere dubbie. Alla metà degli anni 70 del secolo passato fu condotto su questo gruppo di manoscritti un studio calligrafico con estremo rigore scientifico, e fu attribuita la scrittura a Caspar Carl Van Beethoven, fratello di Ludwig. Da questo studio emerse anche che il medesimo tipo di scrittura si poteva attribuire ai minuetti per orchestra WoO 12. In effetti Caspar Carl collaborò saltuariamente col fratello proprio negli anni 1795 - 1805 per la stesura in bella copia di opere da pubblicarsi. Allo stato attuale delle ricerche, non si può stabilire se questo trio sia una copia effettuata da Carl di un trio del fratello Ludwig oppure se sia un'opera originale; in questo caso ci troveremo davanti ad un compositore capace, se non altro, di rimanere al livello del Ludwig dei tempi di Bonn. Depone a favore di Ludwig una questione di stile, una certa affinità formale ad altre opere coeve, come ad esempio il piccolo trio WoO 38. Si può notare una certa ampiezza del costrutto sonoro, dove al dualismo tematico del primo tempo viene aggiunta un'idea accessoria, con un tipico incedere che ilCM diventerà prassi nelle opere immediatamente future, come ad esempio nel trittico di sonate per pianoforte che compongo l'opus 2. Il primo movimento è un Allegro, forgiato su un arpeggio di gusto Mozartiano. Questo è seguito da un umoristico Rondò Allegretto, ricco di charme, divertimento e di chiassoso buon umore, punteggiato da una moltitudine di grandi pause. Sfortunatamente al manoscritto del trio mancano due pagine, che corrispondono a trentatrè misure del primo movimento (da battuta da 63 a battuta 96). Perdita ancora più grave se si pensa che, basandoci sulla lunghezza relativa dei movimenti, ci si aspetta che sia andata perduta assieme a queste due pagine la ripetizione della prima sezione. Nell'edizione incisa dall'etichetta discografica "Inedita" il trio è stato corredato delle trentatrè battute mancanti da Albert Willem Holbergen, compositore olandese che ha dedicato la sua stessa carriera alle ricostruzioni beethoveniane, condotte con assoluto rigore intellettuale. La prima esecuzione pubblica del trio è avvenuta a Moneglia (Genova- Italia) il 10 agosto 2005, eseguita dallo stesso "Frank Bridge Trio", e la presente incisione è il frutto di questa fruttuosa collaborazione. Le prospettive future non mancano; altre opere aspettano di essere analizzate con cura e rigore: la riscoperta non si fa senza la capacità di comprendere che la grandezza di un compositore si può capire solamente assimilando e rispettando deferenti la sua peculiare sensibilità, i suoi modi espressivi che concorrono a renderlo unico nella storia della Cultura e dell'Arte. Armando Orlandi In occasione del 50° anniversario della morte di Arturo Toscanini (avvenuta negli Stati Uniti il 16 gennaio 1957), ricordiamo il grande direttore d'orchestra attraverso le riflessioni che Eugenio Montale fissò, per il Corriere d'Informazione n. 1658 del 15/16 gennaio 1958, nel primo anniversario della scomparsa. Toscanini, 50 anni senza [...] Toscanini è stato l'uomo che più d'ogni altro, sul finire del secolo scorso e nei primi decenni del nostro secolo, ha contribuito a elevare il livello del teatro musicale italiano, mutando e trasformando radicalmente una situazione di fatto che sembrava ormai inguaribile e immodificabile. Toscanini è entrato nella vita teatrale italiana quando le più viete convenzioni e i più ridicoli arbitrii offuscavano le esecuzioni dei nostri capo lavori ottocenteschi, quando lo stesso Verdi pareva ormai rassegnato a non riconoscer più i N°4 2007 Bibliografia Prima edizione (1926): G. de Saint-Foix, "Oeuvres inedites de Beethoven" ("Publications de la Societe francaise de Musicologie", tome II), Paris 1926 (E. Droz) Th. Wyzewa et G. Saint-Foix in "Guide musical" (Brüssel) v. 25. Dezember 1910 und l. Januar 1911. J. G. Prod'homme im "Temps" (Paris) v. 22. April 1919 G. de Saint-Foix, "Mozart et le jeune Beethoven" in der "Rivista musicale italiana" XXVII, 85-111 (Januar 1920) Ad. Sandberger: "Über einige neu aufgefundene Jugendkompositionen Beethovens (BeethovenAlmanach der Deutschen Musikbücherei), Regensburg 1927 Catalogazione Prod'homme ("Jeunesse"): Numero 77. Hess2: Numero 41.- Köchel-Verz.1 Anhang 52a Köchel-Verz.3: Anhang 284h - Bruers: Numero 307 . - Biamonti: appendice I, 115ff. KinskyHalm Anhang 3. Risorse Internet www.unheardbeethoven.org • www.lvbeethoven.com • [email protected] "tempi" delle sue opere, magari a due mesi di distanza da prime esecuzioni sorvegliate da lui; è entrato nella vita teatrale italiana quando non esistevano enti sovvenzionati ma solo società private e impresari che al direttore d'orchestra chiedevano solo di agitare la bacchetta, non già di ingerirsi nella scelta degli artisti o addirittura del repertorio e tanto meno in questioni di allestimento e scenografia: è entrato nella vita teatrale italiana quando ancora non si parlava di regia o di registi, quando gli spettacoli si svolgevano a sala illuminata e all'opera (magari all'opera di un genio) faceva obbligatoriamente seguito un ballo di qualità musicale spesso indecorosa; quando l'orchestra, non ancora sprofondata nella fossa, faceva siepe tra il palcoscenico e il pubblico; e quando i divi del canto si permettevano licenze di ogni genere e persino un Maurel, che era uno degli artisti più intelligenti, poteva bissare, alla Scala, e fin trissare il prologo dei Pagliacci. Toscanini si affacciò al podio della Scala quando gli intelligenti del tempo consideravano l'opera (italiana) come un genere musicale di bassa lega, sostanzialmente buono per la populace ma non per gli iniziati; e più tardi si affacciò al podio del Metropolitan - e fece trionfare il nostro repertorio - quando il gusto della musica tedesca imperava e quando i soli diret- tori d'orchestra che riscotessero credito dovevano venire dalla Germania. Ebbene: se oggi esistono giovani e giovanissimi (sono ancora pochi ma cresceranno di numero) che possono recarsi alla Scala o in altri grandi teatri nostri e ascoltare esecuzioni tenute a un buon livello artistico e rispettosamente fedeli ai testi, esecuzioni nelle quali lo scrupolo filologico si sforza di non andar disgiunto dall'estro inventivo, questo fatto porta, primo e più alto fra altri che poi seguirono, il nome di Toscanini. Fu una battaglia che durò dalla prima giovinezza del Maestro fino al suo definitivo addio alle scene; e una battaglia che resta quasi incredibile a chi conosca quanta è la forza passiva di certi ambienti e quanto sia difficile togliere di mezzo consuetudini e stratificazioni ormai inveterate. Perciò quando qualche giovane esteta supercilioso viene a direi che non conviene esagerare e che dopotutto Toscanini era un artista d'interpretazione e non di creazione, e che i suoi gusti musicali furono quelli del suo tempo e ch'egli non sentì crescere l'erba d'oggi, noi dobbiamo stringerei nelle spalle e ricordar loro che la rivoluzione compiuta da Toscanini è stata la maggiore che potesse compiersi negli anni più luminosi della sua esperienza teatrale. Da un punto di vista storico si può dire che Toscanini sia stato l'ultimo e probabilmente il più grande dei ➔ segue a pag.16 15 ➔ Toscanini, 50 anni senza segue da pag.15 Maestri che abbiano creduto nella musica "scritta". Toscanini credeva che le partiture, lette attentamente ed eseguite con piena fedeltà al testo originale, fossero già da sole sufficienti a esprimere tutti i loro segreti. Non fu perciò, in questo senso, un divo, anche se del divo ebbe l'intransigenza e il senso del proprio valore, perché in lui mancò del tutto la pretesa di sovrapporre all'opera d'arte la cosiddetta "personalità" dell'interprete. Il suo ideale fu quello di lasciar parlare la musica; non gli esecutori, non lui, Toscanini. Può darsi, anzi è certo, che a un certo punto si sia andati "a sentire Toscanini", non propriamente a sentire il Tristano o il Falstaff; ma ciò avvenne senza sua colpa o intenzione. Un artista non è mai responsabile della "personalità" che gli viene attribuita, gettata addosso come un mantello; a meno ch'egli non si presti all'equivoco e accetti di identificare se stesso con la maschera che gli viene attribuita. I direttori che ci propongono la loro personalità, che fin dal principio ci fanno sapere che intendono fare diversamente dagli altri, sono venuti dopo di lui, e oggi sono legione. Sono coloro (e non hanno tutti i torti) per i quali i segni del pentagramma non esauriscono il fenomeno musicale; oppure (ed è l'ipotesi peggiore) quelli che vogliono distinguersi dagli altri a ogni costo. Toscanini è stato presentato più volte come un demiurgo o un mago; e io ricordo che in un paese della riviera ligure, nei primi anni del nostro secolo, quella povera gente, che ignorava tutto di lui, lo chiamò subito "l'uomo dei giuochi", cioè il prestigiatore, tanta era la forza di suggestione che da lui, e dal suo modo di vestire, irradiava. Eppure non si spiega nulla di lui e di quel continuo bisogno di solitudine e di evasione che caratterizzarono (soprattutto quando egli fu al culmine della fama) la sua vita se non si riconosce ch'egli fu sostanzialmente un uomo semplice, sbigottito, anzi atterrito dal personaggio ch'egli era inconsapevolmente diventato. [...] Toscanini, interprete d'una sottigliezza capillare, tecnico a cui nulla sfuggiva della più difficile partitura, non si lasciò mai sedurre dalla tecnica e non pensò mai che il suono preso in sé come fatto acustico suscettibile di una teoria e di un'analisi quasi scientifiche potesse sostituire la mancanza di un fantasma musicale, di un vero e proprio sentimento tradotto in figurazioni musicali. Compagno di strada dei "veristi" dell'ultimo Ottocento (che in Italia, non bisogna dimenticarlo, erano, a modo loro, all'avanguardia), egli impose al pubblico italiano, che a tutta prima non mostrò di gradirle, opere come la Luisa e il Pelléas, ma non si spinse oltre. E d'altronde gli ultimi anni della sua carriera d'interprete non furono dedicati ad esecuzioni teatrali. Ai tempi della sua giovinezza la presenza di un uomo in un teatro, di un solo uomo della sua tempra, poteva esser tutto. Oggi la "macchina" delle esecuzioni (compresi gli interessi creati e l'infinito numero di persone che vivono di musica e per la musica) si è fatta così pesante che forse in nessun teatro del mondo la presenza di un uomo d'eccezione potrebbe aver l'importanza che Toscanini ebbe in gioventù a Torino, nella maturità alla Scala e a Nuova York, al Metropolitan e alla testa di due grandi orchestre. Non c'è dubbio che Toscanini, quando lasciò il teatro per l'auditorium, se ne rendesse conto. E gli ultimi suoi anni furono dedicati a servirsi dei nuovi mezzi tecnici (la radio, le incisioni) per trasmetterei molte (forse la maggior parte) delle sue esecuzioni sinfoniche, e qualcuna anche delle teatrali. Solo chi ascolterà quelle musiche conservate e direi quasi refrigerate, con l'ausilio di qualche biografia del Maestro, e con piena intelligenza storica dei tempi che furono i suoi, potrà meglio comprendere quale meravigliosa avventura umana, quale prodigio di sensibilità, di buona fede e anche di intelligenza potessero rendere possibile la "missione musicale" di questo grande amico e confortatore di uomini. Eugenio Montale Ascoltiamo il 900: dischi da conoscere Premessa Che a noi "vecchi" piaccia o no, studiare musica è diventato diverso da com'era. Una volta, in Conservatorio si rifiutava il biglietto d'ingresso all'extracolto. Era giusto? Beh, forse, finchè la musica accademica ha avuto un contatto con quella viva. Poi è successo dell'altro. Da un lato le sale da concerto dove si suona "nuova musica" si sono gradatamente svuotate, dall'altro molti compositori importanti hanno ricercato nuove idee nella contaminazione, nella commistione di più stilemi e culture. Oggi nessuno si rammarica più per la presenza, nei Conservatori, di corsi di jazz o di musica extracolta, e nemmeno per il numero crescente di studenti che lavorano in ambiti musicali non tradizionali. Il problema è che molti giovani ignorano un passato importante, saltano a piè pari un periodo della storia musicale collegando direttamente il confortante Ottocento all'attuale extracolto. Probabilmente dobbiamo al Novecento Storico, parecchi problemi comunicazionali, gli potremmo anche serbare rancore, ma è pieno di capolavori! Lo scopo di questo spazio, che forse diventerà periodico, è indirizzare quegli studenti che già non lo fanno (e sono parecchi), all'ascolto di brani del Novecento Storico. Cercheremo buone esecuzioni in CD facilmente reperibili e di costo accettabile e ne parleremo cercando di far capire quanto vale la musica che contengono. Il prossimo numero si parte. Se qualcuno ha suggerimenti, Luigi Giachino [[email protected]] basta una mail. Comitato Direttivo Presidente Direttore Responsabile Comitato di Redazione Grafico Giorgio De Martino Fabrizio Cécchet Davide Viziano [email protected] Tiziana Canfori Gian Enrico Cortese Luigi Giachino Roberto Iovino Alberto Macrì Direttore Patrizia Conti [email protected] Stampatore Algraphy snc Passo Ponte Carrega 62r 16141 Genova Conservatorio Niccolò Paganini Villa Bombrini via Albaro, 38 - 16145 Genova tel. 010.3620747 - fax 010.3620819 www.conservatoriopaganini.org [email protected] [email protected]