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IL CULTO
DELL’EUCARISTIA
Arnaldo Pigna
L’
Eucaristia è memoriale di un evento (la Pasqua) ma è
anche presenza di una Persona. «Ecco, io sono con voi
tutti i giorni…» (Mt 28,20); «Non vi lascerò orfani: verrò
da voi» (Gv 14,18). La presenza eucaristica nel tabernacolo è il
modo più pieno in cui Gesù rende vera e mantiene questa sua
promessa. È il tabernacolo che, per eccellenza, costituisce «la tenda
di Dio con gli uomini» (Ap 21,3). E dunque è soprattutto in questo
caso che vanno riascoltate le seguenti parole del Signore: «La regina del sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li
condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per
ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande
di Salomone. Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi
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alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno
più grande di Giona» (Lc 11,31-32).
«L’Eucaristia, difatti, è un Sacrificio ed è anche un Sacramento; e differisce dagli altri Sacramenti in quanto non solo
produce la grazia, ma anche contiene in modo permanente l’Autore stesso della grazia»1.
A livello ufficiale «la santa riserva (tabernacolo) era inizialmente destinata a custodire in modo degno l’Eucaristia perché
potesse essere portata agli infermi e agli assenti, al di fuori della
Messa. Approfondendo la fede nella presenza reale di Cristo
nell’Eucaristia, la Chiesa ha preso coscienza del significato
dell’adorazione silenziosa del Signore presente sotto le specie
eucaristiche» (CCC 1379). «La Chiesa cattolica professa questo
culto latreutico al sacramento eucaristico non solo durante la
Messa, ma anche fuori della sua celebrazione, conservando
con la massima diligenza le ostie consacrate, presentandole alla
solenne venerazione dei fedeli cristiani, portandole in processione con gaudio della folla cristiana» (CCC 1378).
La pratica dell’adorazione di Gesù sacramentato presente nel tabernacolo inizia con il diffondersi della vita cenobitica e monastica. La vita in clausura prevede infatti lunghi tempi
di meditazione e contemplazione alla presenza dell’Eucaristia.
Così nelle varie forme di monachesimo, occidentale e orientale,
si comincia a istituire un tempo fisso nella vita quotidiana del
monaco dedicato proprio all’adorazione eucaristica.
La prima testimonianza di tale pratica si registra in una
biografia di san Basilio Magno, dove si dice che il pane consacrato che restava dopo la consumazione da parte dell’assemblea
1
Pio XII, Mediator Dei, n. 109.
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veniva posto in un ostensorio sopra l’altare, per l’adorazione da
parte della comunità.
La pratica si diffuse seguendo lo sviluppo del monachesimo
e dei vari ordini religiosi, e cominciò a registrarsi con il tempo
anche presso chiese e cattedrali, come manifestazione pubblica
di affidamento dei fedeli al Signore.
Questa pratica dell’adorazione silenziosa davanti al Santissimo ha avuto uno sviluppo particolare a partire dall’XI secolo, come reazione all’eresia di Berengario di Tours che negava
la “presenza reale”. In seguito, per celebrare e solennizzare la
presenza di Gesù sacramentato, la Chiesa ha istituito anche una
festa particolare, quella detta del “Corpus Domini”. Tale festa è
nata in Belgio, all’inizio del secolo XIII; i monasteri benedettini
furono i primi a adottarla; Urbano IV la estese a tutta la Chiesa nel 1264, pare anche per influsso del miracolo eucaristico di
Bolsena, quando un sacerdote, nello spezzare l’Ostia consacrata
se la ritrovò tra le mani come carne da cui stillava sangue abbondante. Il corporale miracolosamente intriso del sangue di Cristo
è conservato e venerato nel duomo di Orvieto, che si è iniziato a
costruire proprio a questo scopo. La splendida liturgia del giorno
ci è stata donata dal genio e dalla devozione eucaristica di san
Tommaso.
La fede ci dice che Gesù è sull’altare ogni giorno per rinnovare il sacrificio della croce e fare di esso il sacrificio vivente della
sua sposa, e, insieme, per darsi a noi e farci figli e fratelli. Ma non
solo. Gesù rimane nell’Ostia consacrata per essere il Dio con noi,
per mostrarsi e continuare ad essere nostro compagno di viaggio,
l’amico che ci attende, a cui possiamo ricorrere in ogni momento
della nostra giornata.
La chiesa dove si celebra la Messa non è solo uno spazio
dove a una certa ora succede qualcosa, mentre per il resto del
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giorno resta vuoto e “privo di funzioni”. In essa continua ad
esserci una Presenza che sollecita e attrae altre “presenze”.
L’allora arcivescovo di Monaco, Joseph Ratzinger, scriveva
ai suoi fedeli:
Noi tutti sappiamo quale differenza c’è tra una chiesa in cui
si prega e una ridotta a museo. Oggi corriamo il rischio che
le nostre chiese divengano dei musei e che finiscano come dei
musei: se non sono chiusi, vengono derubati. Non vivono più.
La misura della vitalità della Chiesa, la misura della sua apertura interiore, si mostrerà dal fatto che le sue porte possono
rimanere aperte, proprio perché è una chiesa in cui si prega in
continuazione. Vi prego, quindi, di tutto cuore che questo ci
sia di sprone. Torniamo a essere consapevoli che la Chiesa vive
sempre, che in essa il Signore continua a venirci incontro. L’Eucaristia, e la comunità che la celebra, sarà allora tanto più piena,
quanto più noi ci prepareremo nella preghiera silenziosa davanti alla presenza del Signore e diventeremo persone che si vogliono comunicare con verità. Una tale adorazione è, anzi, sempre
più un parlare con Dio in generale. Contro di essa si potrebbe,
anche a ragione, sollevare quell’obiezione che spesso capita di
ascoltare: posso pregare anche nel bosco, immerso nella natura. Certo che lo si può fare. Ma se ci fosse solo questo, allora
l’iniziativa della preghiera resterebbe tutta presso di noi; allora
Dio sarebbe un postulato del nostro pensiero: che Egli risponda, possa e voglia rispondere, resterebbe una questione aperta.
Eucaristia significa: Dio ha risposto. L’Eucaristia è Dio come
risposta, come presenza che risponde. Ora, l’iniziativa della
relazione divino-umana non sta più in noi, ma in Lui e solo così
essa diventa davvero seria. Per questo la preghiera nell’ambito
dell’adorazione eucaristica raggiunge un livello del tutto nuovo;
solo ora investe davvero i due lati e solo ora è davvero il caso
serio. Anzi, essa non solo investe i due lati, ma è pienamente
universale; quando preghiamo nella presenza eucaristica, non
siamo mai soli. Allora a pregare con noi è tutta la Chiesa che
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celebra l’Eucaristia. Allora preghiamo nello spazio dell’ascolto, poiché preghiamo nello spazio della morte e risurrezione,
là dove, cioè, trova ascolto la vera preghiera in mezzo a tutte le
nostre preghiere: la preghiera per il superamento della morte;
la preghiera per l’amore, che è più forte della morte. In questa
preghiera noi non siamo più di fronte a un Dio pensato, ma al
Dio che si è veramente donato a noi; davanti al Dio che è divenuto comunione per noi2.
Con ben più ragione di Israele noi possiamo gioiosamente
proclamare: «Quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé,
come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?» (Dt 4,7), perché
queste parole hanno avuto nella Chiesa di Gesù Cristo un
approfondimento che non poteva nemmeno essere immaginato: Dio è venuto davvero ad abitare con noi nell’Eucaristia.
È divenuto carne, per poter diventare pane. Si è consegnato
nel «frutto della terra e nel lavoro delle nostre mani»; si mette
Lui stesso nelle nostre mani e nel nostro cuore. Dio non è il
grande sconosciuto, che possiamo solo intuire nell’oscurità.
Non dobbiamo temere, come i pagani, che Egli sia lunatico e
crudele o troppo lontano e troppo grande per ascoltare l’uomo.
Egli è qui e noi sappiamo sempre dove possiamo trovarlo, dove
Lui si fa trovare e ci aspetta. (…) Dio è vicino. Dio ci conosce. Dio ci aspetta in Gesù Cristo, nel Santissimo Sacramento.
Non facciamolo aspettare invano! Non passiamo accanto a
quanto di più importante e di più grande è offerto alla nostra
vita, senza neppure accorgercene, a causa della nostra distrazione e della nostra indolenza. (…) Durante il giorno le nostre
chiese non dovrebbero essere delle case morte, che restano lì,
vuote e apparentemente prive di senso. Sempre proviene da
loro l’invito di Gesù Cristo. Sempre vive in esse questa santa
2
J. Ratzinger, Il Dio vicino.
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vicinanza. Sempre essa ci chiama e ci invita. È questo il bello
delle chiese cattoliche, che in esse la liturgia è in qualche modo
sempre celebrata, dato che in esse permane la presenza eucaristica del Signore3.
Se non vogliamo essere degli insensati che chiudono gli occhi,
non dovremmo avere alcun dubbio. Non si tratta già di un lavoro di fantasia, come allora che ci immaginiamo il Signore sulla
croce o in qualunque altro mistero della passione, dove siamo
noi che ci rappresentiamo il fatto come avvenuto; qui si tratta di
una presenza reale, ed è verità indiscutibile. Non c’è da andar
molto lontano per cercare il Signore4.
Qui è tutta la gioia degli angeli, qui è la letizia dei Santi, qui è
tutta la felicità. In questo momento il Figlio di Dio, nella sua
umanità e divinità, si trova sull’altare ed è in compagnia di una
immensa moltitudine di angeli (Angela da Foligno).
La presenza di Gesù nel tabernacolo è la logica conseguenza della transustanziazione avvenuta nella Messa, e l’adorazione
da parte nostra di Gesù presente nel tabernacolo è conseguenza altrettanto logica del fatto che crediamo davvero che nella
Messa Egli si fa realmente presente nel pane e nel vino consacrati. «Quando perciò la Chiesa ci comanda di adorare Cristo
nascosto sotto i veli eucaristici, e di chiedere a Lui i doni soprannaturali e terreni di cui abbiamo sempre bisogno, manifesta la
fede viva con la quale crede presente sotto quei veli il suo Sposo
divino, gli manifesta la sua riconoscenza e gode della sua intima
familiarità»5.
Le due cose (presenza reale e adorazione) sono strettamente connesse. «L’adorazione eucaristica, dice Papa Bene-
Ibid.
Teresa d’Avila, Cammino di perfezione, 34,8.
5
Pio Xii, Mediator Dei, n. 109.
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detto, non è che l’ovvio sviluppo della celebrazione eucaristica,
la quale è, in se stessa, il più grande atto di adorazione nella
Chiesa. Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di
adorazione verso Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto
così diventiamo una cosa sola con Lui e pregustiamo in anticipo, in qualche modo, la bellezza della liturgia celeste. L’atto di
adorazione al di fuori della Messa prolunga e intensifica quanto
si è fatto nella celebrazione liturgica stessa. Infatti soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera» (SaC
66). È l’adorazione l’espressione suprema della nostra fede nella
presenza reale: «Mio Signore e mio Dio!». Adorare vuol dire
indugiare con il cuore, con il pensiero, con il tempo, in questo
atteggiamento davanti a Gesù: «Signore, tu sei il mio Dio! Tu sei
il mio tutto!». E in Lui, abbandonarsi e perdersi.
Ecco perché, come afferma Giovanni Paolo II, «il culto
reso all’Eucaristia fuori della Messa è di un valore inestimabile
nella vita della Chiesa» (EdE 25). Una verità, questa, su cui bisognerebbe seriamente riflettere.
Nell’Eucaristia, infatti, Cristo è presente non soltanto in
modo spirituale, ma anche in modo corporale,
con tutta la sua divinità e con tutta la sua umanità. Anche l’umanità, benché sia presente a modo di sostanza e non corporalmente estesa, è tutta intera nell’Ostia consacrata: corpo e anima
e, quest’ultima con le sue facoltà, intelligenza e volontà. Perciò
Gesù nell’Eucaristia conosce e ama come Dio e come Uomo;
Egli non è un oggetto passivo dell’adorazione dei fedeli, ma è
vivente: li vede, li ascolta, risponde alle loro preghiere con le sue
grazie, cosicché possono avere con il dolce Maestro di cui parla
il Vangelo rapporti vivi, concreti e, per quanto non sensibili,
simili a quelli che avevano con Lui i suoi contemporanei. (…)
Come un giorno Gesù, nascosto sotto le sembianze di pellegrino, istruiva e infervorava il cuore dei discepoli di Emmaus, così
oggi, nascosto sotto i veli eucaristici, illumina i fedeli che ricor-
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rono a Lui, li infiamma col suo amore, li inclina efficacemente
verso il bene…6.
Il Figlio di Dio si fa e rimane presente nell’Eucaristia per
essere nostro compagno nel pellegrinaggio terreno, viatico nel
nostro cammino. Nel tabernacolo, ricorda Paolo VI, «Cristo è
veramente l’Emmanuele, cioè “Dio con noi”. Poiché giorno e
notte è in mezzo a noi, abita con noi pieno di grazia e di verità». È dal tabernacolo soprattutto che Gesù continua a rivolgerci
quelle consolanti parole: «Venite a me voi tutti che siete affaticati
e oppressi e io vi ristorerò». «Anima mia, esclama santa Teresa,
troverai sempre nel SS.mo Sacramento, sotto qualsiasi aspetto lo
consideri, grandi consolazioni e delizie; e dopo aver cominciato
a gustare il Salvatore, non vi saranno prove, persecuzioni e travagli che non sopporterai facilmente»7.
Gesù presente nell’Eucaristia è la più grande responsabilità e il più grande tesoro della Chiesa. Ora, dove è il tuo tesoro,
ivi è anche il tuo cuore! E non solo il cuore, ma anche il corpo,
perché noi abbiamo bisogno dei gesti del corpo per suscitare ed
esprimere i sentimenti del cuore.
Nel Rito della Comunione fuori della Messa e Culto Eucaristico
(nn. 88-89), leggiamo:
I fedeli, quando venerano Cristo presente nel Sacramento,
ricordino che questa presenza deriva dal Sacrificio e tende
alla comunione, sacramentale e spirituale. La pietà, dunque,
che spinge i fedeli a prostrarsi in adorazione dinanzi alla santa
Eucaristia, li attrae a partecipare più profondamente al mistero
6
Gabriele di S. Maria Maddalena, Intimità divina. Meditazioni sulla vita
interiore per tutti i giorni dell’anno, Monastero S. Giuseppe – Carmelitane Scalze,
Roma 200920, 805-806.
7
Teresa d’Avila, Cammino di perfezione, 34,2.
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pasquale e a rispondere con gratitudine al dono di Colui che
con la sua umanità infonde incessantemente la vita divina nelle
membra del suo Corpo. Trattenendosi presso Cristo Signore,
essi godono della sua intima familiarità e dinanzi a Lui aprono
il loro cuore per se stessi e per tutti i loro cari e pregano per la
pace e la salvezza del mondo. Offrendo tutta la loro vita con
Cristo al Padre nello Spirito Santo, attingono da questo mirabile scambio un aumento di fede, di speranza e di carità. Essi
intensificano così le disposizioni necessarie per celebrare con la
debita devozione il memoriale del Signore e ricevere frequentemente quel pane che ci è dato dal Padre. Cerchino, dunque, i
fedeli, secondo il loro particolare stato di vita, di prestar il debito
culto a Cristo Signore nel Sacramento. I pastori li guidino con
l’esempio e li stimolino con le loro esortazioni. Ricordino inoltre
i fedeli che con questa orazione dinanzi a Cristo Signore presente nel Sacramento, essi prolungano l’intima unione raggiunta
con Lui nella comunione e rinnovano quell’alleanza che li spinge a esprimere nella vita ciò che nella celebrazione dell’Eucaristia hanno ricevuto con la fede e il sacramento.
La prima condizione per la contemplazione di Gesù sacramentato è la serietà e la venerazione con cui ci si accosta a questo
mistero. Dal modo come ci si comporta in Chiesa si ha talvolta
l’impressione che questo sublime sacramento sia ridotto a cosa
“ordinaria”, e quasi banalizzato. Sembrerebbe impossibile non
avere premura, delicatezza, rispetto e commozione, trattandosi
della ricchezza più grande della Chiesa, riassunta e offerta nella
presenza e nel dono del suo stesso Signore e Dio. L’esperienza
dimostra che, purtroppo, è possibile, e allora bisognerebbe chiedersi il perché. «Se quando era nel mondo guariva gli infermi
col semplice tocco delle vesti, come dubitare che, stando in noi
personalmente, non abbia a far miracoli se abbiamo fede?»8. La
ragione, in fondo, è sempre la stessa: debolezza di vera fede.
8
Ibid., 34,8.
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Molti credono nell’Eucaristia (…) ma la loro fede è languida.
L’abitudine attutisce le impressioni e così avviene che anche
le cose più sante lasciano indifferenti chi le considera in modo
superficiale. Pur frequentando la Chiesa e abitando forse sotto
lo stesso tetto di Gesù sacramentato, non è difficile rimanere un
po’ freddi, insensibili. Si crede nella presenza reale di Gesù, ma
non si avverte la grandezza di questa ineffabile realtà, manca
quella fede viva, concreta che avevano i Santi i quali cadevano
in adorazione davanti al Sacramento. A giudicare dal contegno
della maggioranza dei cristiani di fronte all’Eucaristia si dovrebbe dire che sono «uomini di poca fede» (Mt 8,26). Forse meritiamo un po’ tutti questo rimprovero di Gesù. Occorre chiedere
una fede più viva; occorre ripetere con umiltà e confidenza la
bella preghiera degli Apostoli: «Signore, aumentaci la fede» (Lc
17,5)9.
Se avessimo fede come un granellino di senapa!... Non si
può credere veramente che Gesù, nella Messa, si rende presente nel pane e nel vino, e poi dimenticarselo appena si chiude il
tabernacolo!
Questa trascuratezza e mancanza di sensibilità per la
degnazione infinita di Gesù che viene in casa nostra spiega
perché le tante comunioni fatte non producano la trasformazione della vita e continuino a lasciare il cuore freddo come prima.
Gesù non costringe nessuno e non può farsi “sentire” se non
a chi lo desidera davvero. Egli, come ricorda santa Teresa, fa
sentire la sua amicizia a coloro che se ne dimostrano veramente
desiderosi: «questi sono i suoi amici, ma chiunque non gli è tale,
e non cerca di divenirlo neanche quando lo riceve nella comunione, faccia pure a meno di importunarlo, ché non si manifesterà. Costui pago di aver soddisfatto il precetto della Chiesa, non
9
Gabriele di S. Maria Maddalena, Intimità divina, cit., 808.
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vede l’ora di uscire dal tempio e di cacciarsi il Signore dall’anima. Si ingolfa negli affari, nelle occupazioni e nelle brighe del
mondo, quasi faccia il possibile per indurre il Signore a sgombrargli presto la casa»10.
Questo comportamento acquista una gravità ancora
maggiore quando si cerca di giustificarlo con motivi spirituali,
primo fra tutti quello dell’apostolato. A riguardo così si esprimeva il Cardinal Ballestrero: «Questa è diventata una vera mania,
che si scambia per zelo, per interesse del regno di Dio, per preoccupazione delle sorti della santa Chiesa: le si danno tutti i nomi
più santi. Leviamoci queste illusioni, leviamocele. Il Signore ci
domanda di vivere il momento presente in intimità con Lui.
Punto e basta»11. Ma noi gli rispondiamo che… abbiamo altro
da fare!
«Sostava a lungo in preghiera»: questo sostare a lungo di
Gesù deve metterci in guardia dalla facile superficialità che a
volte ci autorizza a fare, anche delle cose più sante, oggetto di
uso e consumo; non possiamo dare a Dio ritagli di tempo, a Lui
si devono le primizie della nostra preghiera non solo nell’ordine
della qualità, ma anche del tempo stesso. “Oggi ho tanto da fare.
Bisogna che preghi di più!”. Così la pensava Teresa di Calcutta,
e si comportava di conseguenza.
Gesù ha rivelato a santa Margherita M. Alacoque il suo
dolore per l’ingratitudine con cui Egli è ricambiato nel sacramento dell’Eucaristia: «Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli
uomini, che non ha nulla risparmiato fino ad esaurirsi e consumarsi per testimoniare ad essi il suo amore, e per ricompensa
Teresa d’Avila, Cammino di perfezione, 34,13.
A. Ballestrero, L’eterno progetto. Figli nel Figlio, Edizioni OCD, Roma
2005, 203.
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non riceve dalla maggior parte di essi che ingratitudine, per
le irriverenze e i sacrilegi, le freddezze e le dimenticanze che
essi hanno per me in questo Sacramento di amore. Ma ciò che
mi rattrista di più è che vi sono anche dei cuori consacrati che
agiscono in questo modo».
Padre Cantalamessa racconta così una sua esperienza:
Avevo dato da leggere un mio libretto sull’Eucaristia a una
donna con un lungo passato nel campo della scienza e della
politica, vedendola interessata al problema religioso. Dopo una
settimana, mi restituisce il libro dicendomi: «Lei non mi ha
messo in mano un libro, ma una bomba... Ma si rende conto
dell’enormità delle cose che ha scritto? Secondo lei basterebbe aprire gli occhi per scoprire che c’è tutto un altro mondo
intorno a noi; che il sangue di un uomo morto duemila anni
fa ci salva tutti. Lo sa che nel leggerlo – cosa mai successa – mi
tremavano le gambe e che dovevo ogni tanto smettere e alzarmi? Se questo è vero, cambia tutto...». Ma più che le parole
era il suo sguardo e il tono della voce a comunicarmi un senso
di stupore quasi soprannaturale. Nell’ascoltarla, insieme con la
gioia di vedere che il seme non era caduto sulla strada, provavo
un grande senso di umiliazione e di vergogna. Io avevo ricevuto la comunione poco prima, ma non mi tremavano le gambe.
Capivo quanto siamo esposti, noi cristiani, al rischio di prendere
alla leggera le cose enormi in cui crediamo, di darle per scontate
e quindi di banalizzarle. Ecco, mi dicevo, cosa dovrebbe provare
uno che prendesse l’Eucaristia sul serio. Mi tornava in mente
quello che un ateo disse un giorno a un amico credente: «Se io
potessi credere che in quell’ostia c’è veramente il Figlio di Dio,
come dite voi, credo che cadrei in ginocchio e non mi alzerei
più»12.
R. Cantalamessa, Gettate le reti. Riflessioni sui Vangeli, Anno B, Piemme,
Casale Monferrato 2001, 161-162.
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Fa’, o Signore – prega san Giovanni Crisostomo –, che mi renda
conto di quale onore sono stato onorato, a quale mensa prendo
parte… O Signore, che io non resti indifferente e pigro, avendo ricevuto così grande onore e amore! Con quanto desiderio
i piccoli si attaccano al petto della madre, e con quale slancio
accostano le loro labbra al suo seno! Fa’ che anche noi ci avviciniamo a questa mensa e a questo calice spirituale con lo stesso
ardore; anzi, con desiderio e ardore ancora più grande13.
Noi che abbiamo tanta “familiarità” col Signore siamo
più esposti al rischio della superficialità. Anche l’ateo sa che, se
Dio c’è, merita rispetto, adorazione, lode. Ciò che scandalizza
i non credenti o i semplici cristiani è il modo come tanti sacerdoti e frequentatori di chiese (o sacrestie) trattano il tesoro più
grande, dando l’impressione che per loro non lo è affatto. Spesso
tutto si riduce ad assicurarsi che il tabernacolo sia ben chiuso,
che la lampada sia accesa, e magari che ci siano dei fiori. Per il
resto “arrivederci” alla prossima Messa. Il tradizionale tempo di
“ringraziamento” è sparito, così la “visita” durante la giornata,
perché… c’è da fare. «Guardiamo che il non potere non sia il
non volere, ammonisce san Pio da Pietrelcina, il ringraziamento
lo devi fare sempre». «I minuti che seguono la Comunione sono
i più preziosi che noi abbiamo nella vita; i più adatti da parte
nostra per trattare con Dio, e da parte di Dio per comunicarci il
suo amore» (M. Maddalena de’ Pazzi). Eppure pare che neppure
ci si pensi. È triste constatare che la riforma liturgica per molti
sia servita solo ad accorciare il tempo della preghiera, per utilizzarlo in altro modo, considerato più… utile!
Solo Gesù pare che non abbia niente da fare; ma Egli
resta nel tabernacolo perché non ha niente da fare oppure per
qualcosa? E che cosa? La ovvia risposta è che nella sua presenza
13
Commento al Vangelo di Matteo, 82,5.
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eucaristica Gesù rimane misteriosamente in mezzo a noi come
Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi, e vi rimane
sotto i segni che esprimono e comunicano il suo amore, proprio
perché ci lasciamo da esso prendere e permeare, e perché a
nostra volta lo esprimiamo e ricambiamo. «Non è per restare
nel ciborio d’oro che Egli discende ogni giorno dal cielo; ma
è per trovare un altro cielo che gli è infinitamente più caro del
primo: il cielo dell’anima nostra, fatta a immagine sua, il tempio
vivo dell’adorabile Trinità» (Teresa di Gesù Bambino). «Gesù ci
aspetta in questo Sacramento dell’amore, dice Giovanni Paolo
II, non risparmiamo il nostro tempo per andare a incontrarlo
nell’adorazione, nella contemplazione piena di fede e pronta a
riparare le grandi colpe e i delitti del mondo. Non cessi mai la
nostra adorazione»14.
Il culto eucaristico è una ricchezza della Chiesa. Bisogna
coltivarlo per non ridurre l’Eucaristia al solo aspetto conviviale e
orizzontale. Gesù è rimasto per stare con noi. Abbiamo tutti bisogno, nel disordine e dispersione attuale, di imparare di nuovo a
stare, come Maria di Betania, ai piedi del maestro (cf Lc 10,39).
Di guardarlo, di ascoltarlo, di contemplarlo. Contemplare vuol
dire stabilire un contatto di cuore a cuore con Gesù presente
nell’Ostia e con Lui incontrare il Padre nell’Amore.
Scrive Giovanni Paolo II:
È bello intrattenersi con Lui e, chinati sul suo petto come il discepolo prediletto (Gv 13,25), essere toccati dall’amore infinito del
suo cuore. Se il cristianesimo deve distinguersi nel nostro tempo
soprattutto nell’arte della preghiera (NMI 32), come non sentire
un rinnovato bisogno di trattenersi a lungo, in spirituale conversazione, in adorazione silenziosa davanti a Cristo presente nel
14
Dominicae Coenae 3, in CCC 1380.
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Carlo Carretto confessa che per lui è stata una grande
grazia l’aver finalmente capito
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SS.mo Sacramento? Quante volte, miei cari fratelli e sorelle,
ho fatto questa esperienza, e ne ho tratto forza, consolazione e
sostegno (EdE 25).
che quel segno del pane nascondeva e indicava Lui presente non
solo durante il divino sacrificio ma sempre, perché l’Eucaristia
non era un punto della mia giornata ma una linea che durava
ventiquattro ore: era Dio con noi, era la realizzazione di ciò
che aveva preconizzato la nube sul popolo di Dio in marcia nel
deserto e la tenebra che riempiva il tabernacolo del tempio di
Gerusalemme. Debbo dire che la presa di coscienza vitale che il
segno del pane mi nascondeva e mi indicava la presenza perenne di Gesù vicino a me fu una grazia unica nella mia vita. Da
allora Gesù mi condusse sulla strada della sua intimità e della
sua amicizia. Capii perché aveva voluto essere presente così
accanto a ciascuno di noi. Gesù non era solo pane, era anche
amicizia. Una casa senza pane non è casa, ma una casa senza
amicizia non è nulla. È per questo che Gesù diventò amicizia
nascosto sotto il segno del pane. Imparai a restare con Lui ore
e ore per ascoltare le misteriose voci che vengono dagli abissi
dell’Essere e accettare i raggi di una luce che giunge dalla luce
increata di Dio. Oh quanta dolcezza ho sentito nella presenza
di Gesù Eucaristia!
Oh come ho compreso il perché dei Santi di restare in contemplazione davanti a questo pane per implorare, adorare, amare!
E come vorrei che ognuno se la portasse a casa l’Eucaristia e che
fattosi un piccolo oratorio in luogo appartato trovasse la gioia di
raccogliersi15.
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C. Carretto, Al di là delle cose, Cittadella, Assisi.
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Però, solo la fede può raggiungere la sublime realtà dell’Eucaristia, una fede superiore a quella di Pietro il quale almeno
vedeva l’umanità, mentre nell’Eucaristia anche questa è nascosta. «In cruce latebat sola deitas, at hic latet simul et humanitas». Allora bisogna rinnovare e approfondire la fede. Questa è la prima
cosa da fare. Una fede adorante che comporta la sottomissione
dell’intelletto, del cuore, della vita, dell’esistenza. Un’adorazione
nella quale ci lasciamo guardare da Lui e conquistare dal suo
amore. Un’adorazione nella quale ci chiniamo sul suo petto
e gli diciamo tutta la nostra gratitudine e la nostra dedizione.
Una fede che non è mai perfetta; per questo la prima cosa che
dovremmo fare entrando in Chiesa è guardare il tabernacolo e
dire: «Signore, io credo che sei qui, presente, ma tu aumenta la
mia fede!».
Stare in adorazione davanti a Gesù sacramentato, in un
atto di amore in cui uno riassume tutto il proprio essere e lo
mette nelle mani del Signore, significa far tacere ogni preoccupazione, ansia, ricerca personale per lasciare che lo sguardo di
Gesù penetri nel proprio cuore, vi faccia abitare il suo amore e vi
imprima i suoi sentimenti di misericordia, di perdono, di umiltà,
di pazienza; la sua passione per l’uomo da redimere e salvare.
Ma bisogna iniziare sempre con il «credo, Signore!»,
rinnovando e impegnando tutta la fede di cui ciascuno è capace. Trovandosi davanti allo stesso Signore che ha vissuto con gli
uomini, si è intrattenuto con loro, ha sofferto, è morto ed è risuscitato
chiunque può ripensare al suo sguardo, al timbro della sua voce,
all’amabile maestà dei suoi gesti, ai sublimi momenti d’intimità
vissuti con sua Madre, i discepoli, gli amici... E possiamo anche
spiarlo mentre di notte si sprofonda nell’adorazione del Padre,
nel più assorto e solenne silenzio della natura. Penso che Egli si
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compiaccia di sentirsi rievocare – da chi lo ama – i suoi discorsi,
i prodigi, le controversie coi farisei, le ore di angoscia, la suprema desolazione della croce, come la sua vittoria sul peccato e la
morte... Comunicare con Lui significa pure narrargli con libertà
le nostre disavventure, i problemi, gli errori, le paure, le speranze..., come avremmo fatto se avessimo avuto il privilegio d’incontrarlo su questa terra, accoglierlo in casa. Forse però, con la
nostra fede di oggi, saremmo rimasti muti, col cuore gonfio di
emozione, assorti nel contemplarne il volto, fissarne lo sguardo,
per poi scoppiare a piangere e protestargli la nostra immensa
tenerezza di povere creature, bisognose soltanto della sua infinita misericordia. Ma, con più ragione, dimenticando noi stessi con quanto ci riguarda e tutto il creato, stupiti di possedere
l’Immenso e l’Eterno, astraendo da tutte le ombre e le immagini, preferiamo perderci nel «seno del Padre», contemplare il
mistero della sua vita, sprofondarci nell’abisso delle ragioni per
le quali crea il mondo e ne dirige la storia. Nell’ineffabile intimità con Lui, nel Verbo fatto carne e pane, preferiamo adorare,
tacere, godere16.
Dalla consapevolezza della presenza del Signore può
nascere anche il timore, ma, più spesso, la riverenza, l’amore,
la tenerezza. «Ecco, qui vi è uno più grande di Salomone» (Lc
11,31). In questi momenti, ora e qui, sento che queste parole
sono perfettamente vere anche per me.
Un primo aiuto a comprendere e contemplare l’Eucaristia
lo troviamo nella stessa liturgia della Parola che abbiamo nella
Messa. Essa richiama sempre alla mente un aspetto della storia
della salvezza e un tratto della vita di Gesù. Fu proprio la spiegazione della Scrittura che preparò i discepoli di Emmaus a riconoscere il Signore nello spezzare il pane. Più spesso l’adorazione
si ridurrà semplicemente a fare compagnia a Gesù, a guardare
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E. Zoffoli, Eucaristia o nulla, Edizioni Segno, Udine 1994, 61-63.
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«a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). Tenendo ben presente
che la contemplazione cristiana non è a senso unico (come l’introspezione buddista!): sono sempre due sguardi che si incontrano. “Io lo guardo, Lui mi guarda”. Dunque sentirsi guardati,
incrociare lo sguardo (triste, benevolo, severo…) del Signore.
Nemmeno l’aridità deve impedire la contemplazione;
basta dargli un senso offrendola al Signore, insieme al tempo che
gli dedichiamo. Ben sapendo che, anche se noi non riusciamo a
tenere lo sguardo fisso su di Lui, abbiamo sempre la certezza che
Lui sta guardando noi e che è contento che noi siamo andati lì
per farci da Lui guardare. Il nostro star lì, davanti al Santissimo,
nella fede, è dimostrazione che il nostro desiderio di rispondere
al suo amore è sincero. La fede stessa allora viene purificata e
cresce insieme alla speranza e alla carità. Il cristiano si irrobustisce dinanzi a quell’Ostia, diventa paradossalmente più uomo,
perché in lui aumenta la capacità di amare in modo disinteressato, cioè di amare davvero.
Del resto possiamo sempre pregare con il corpo (appunto, stando lì, composti e raccolti), e la prolungata invocazione
del nome di Gesù. L’“esperienza” della sua presenza non ce
la possiamo dare, essa si ha solo quando Lui decide, attraverso
parole o eventi, di farsi “riconoscere”. Maria Maddalena lo riconosce quando Gesù la chiama per nome. Giovanni lo riconosce
sulla riva quando una scintilla gli si accende nel cuore. I discepoli
di Emmaus nello “spezzare il pane”. Ma Gesù stava con loro
anche prima! Dunque: io lo so che sta con me, anche se non lo
sento.
La contemplazione ci unisce in un unico coro con la Chiesa di lassù che lo vede già senza veli, ci prepara alla vita del
cielo e ce la fa anticipare: «Noi tutti a viso scoperto, riflettendo
come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati
in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18). Così, pur essendo noi
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ancora stranieri e pellegrini in questo mondo (cf 1Pt 2,11), nella
contemplazione oscura della fede già partecipiamo alla pienezza
della vita risorta. «Questa è la vita eterna, dice Gesù: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo»
(Gv 17,3).
Qui, evidentemente, non si tratta della conoscenza di
Dio che la ragione raggiunge attraverso la creazione. Non c’era
bisogno che venisse Gesù per darci questa scienza. Si tratta di
una conoscenza diversa, immensamente superiore, che deriva
dal contatto con Dio stesso, contatto che noi abbiamo con e in
Cristo Gesù. Gesù ci si offre nel sacramento, ma noi lo facciamo nostro nella contemplazione, per essa noi sentiamo nostro
Gesù che ci si dà, lo accogliamo, lo facciamo penetrare nei nostri
pensieri, sentimenti, affetti: lo conosciamo! Non sapremo mai
dire a parole cosa significhi questo “conoscere Gesù”. Riusciamo, però, a intuire che questa conoscenza è già anticipazione
in terra della vita eterna. E capiremo perché la conoscenza di
Gesù, che è insieme amore e sequela, costituisca l’aspirazione e
la regola suprema della vita di ogni autentico cristiano. L’Apostolo Paolo ne è la dimostrazione (Fil 3,8ss.).
«Nel regno eucaristico comprende chi crede e chi ama.
L’amore diventa coefficiente di intelligenza, perché è finalmente
possesso. Nella conquista delle cose divine più serve l’amore, che
ogni altra nostra spirituale facoltà»17.
All’alba di questo terzo millennio, scrive Giovanni Paolo II, noi
tutti figli della Chiesa siamo sollecitati a camminare con rinnovato slancio nella vita cristiana. Come ho scritto nella lettera
apostolica Novo Millennio Ineunte, «non si tratta di inventare un
“nuovo programma”. Il programma c’è già, quello di sempre,
raccolto dal Vangelo e dalla viva tradizione. Esso si incentra,
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Paolo VI, giugno 1966.
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in ultima analisi, in Cristo stesso da conoscere, amare, imitare,
per vivere con Lui la vita trinitaria, e trasformare con Lui la
storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste» (n.
29). L’attuazione di questo programma di un rinnovato slancio
nella vita cristiana passa attraverso l’Eucaristia (EdE 60).
Tenere, dunque, “lo sguardo fisso” sul volto di Cristo
eucaristico. Già Paolo VI nell’enciclica Mysterium Fidei scriveva: «Durante il giorno i fedeli non omettano di fare la visita al
SS.mo Sacramento, che dev’essere custodito in luogo distintissimo, col massimo onore nelle chiese, secondo le leggi liturgiche,
perché la visita è prova di gratitudine, segno d’amore e debito di
riconoscenza a Cristo Signore là presente».
«Nell’umile segno del pane e del vino, transustanziati
nel suo corpo e nel suo sangue, Cristo cammina con noi, quale
nostra forza e nostro viatico, e ci rende per tutti testimoni di
speranza» (EdE 62).
Questi sono i motivi per cui Gesù resta in mezzo a noi,
anche con presenza sacramentale nel tabernacolo. Per coltivare
e approfondire la nostra familiarità con Lui dobbiamo fare del
pensiero di Gesù la nostra gioia e la nostra forza. Si tratta di un
ricordo affettuoso che prende il cuore, non solo la mente. Ma
questo coinvolgimento si realizza se si comincia a prendere piena
coscienza della sua presenza, e ciò si verifica stando di fronte a
Lui, guardandolo, contemplandolo, eliminando fretta, superficialità, intermittenza. Ci vuole silenzio, assiduità, perseveranza,
perché la mente e il cuore si riempiano di pensieri e di affetti
per il Signore. Il legno non si infiamma per contatto momentaneo con il fuoco. Solo con la convivenza si impara a pensare, ad
amare, a entrare in sintonia, a “conoscere” e, poi, a comportarsi
come Gesù.
Non c’è pericolo che in questa solitaria adorazione ci si
chiuda in un intimismo che isolerebbe dai fratelli. Al contrario.
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Stando in intimità con Lui la sua passione per l’uomo da salvare
diventa mia. E in Lui, che riversa su di me il suo amore redentivo che tutti abbraccia, posso raggiungere tutte le tragedie che
affliggono l’umanità e intercedere per tutti i fratelli.
«In questo atto personale di incontro con il Signore matura, poi, anche la missione sociale che nell’Eucaristia è racchiusa
e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma
anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri»
(SaC 66). Stando davanti al tabernacolo viene stimolata la nostra
fede e la nostra adesione alla parola di Gesù che dice: «Questo è
il mio corpo» e lo dimostriamo adorandolo; ma sentiamo anche
l’altra parola: «l’avete fatto a me», e cresce in noi il desiderio di
riconoscerlo servendolo nei fratelli. Non si può stare con Gesù
senza imparare a servire, e come Lui: nell’umiltà, nella gratuità,
nella dedizione piena. E, d’altra parte, non si può imparare a
servire in questo modo senza stare con Gesù, e cercare tutte le
occasioni che favoriscano l’incontro.
In questo incontro, dunque, crescerà anche lo spirito
missionario, perché non si può vivere l’amicizia con Gesù senza
desiderare di portargli altri amici. Soprattutto se si pensa che
due terzi dell’umanità per la quale è morto, ancora non lo conoscono. Gli Apostoli adunano i fedeli intorno alla “fractio panis”;
l’Eucaristia, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (LG 11), è
anche «fonte e culmine di ogni evangelizzazione» (PO 5).
Nella Evangelii Gaudium, parlando dell’impulso missionario,
Papa Francesco ricorda che
occorre sempre coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività. Senza momenti
prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola, di
dialogo sincero con il Signore, facilmente i compiti si svuotano
di significato, ci indeboliamo per la stanchezza e le difficoltà, e il
fervore si spegne (n. 262).
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La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che
abbiamo ricevuto (…). Se non proviamo l’intenso desiderio di
comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per
chiedere a Lui che torni ad affascinarci. (…) Posti dinanzi a Lui
con il cuore aperto, lasciando che Lui ci contempli (…). Che
dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al
Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi (n.
264).
In occasione dell’inaugurazione della Cappella dell’Adorazione Eucaristica perpetua nella basilica di San Pietro (2
dicembre 1981) Giovanni Paolo II ebbe a dire: «Il migliore,
più sicuro ed efficace modo di stabilire pace duratura sulla
faccia della terra è attraverso la grande potenza dell’adorazione perpetua del SS.mo Sacramento». La pace, infatti, è soprattutto effetto interiore dell’amore. Stando lì con fede, speranza
e carità, noi esprimiamo di fatto il nostro amore per Dio che
si è incarnato, ed Egli, a sua volta, può riversare liberamente, senza ostacoli, la sua pace nei nostri cuori e, attraverso di
noi, nel mondo intero. Noi stessi diventiamo canale dell’amore
pacificante di Cristo.
Il sogno di un’umanità nuova e pacificata, l’utopia della
civiltà dell’amore trova proprio lì, ai piedi di quel pezzo di Pane
che chiamiamo “Santissimo Sacramento”, una concreta realizzazione. Lì, con Maria, tanti poveri credenti, consapevoli della
propria impotenza e assoluta indigenza, sgomberi da tanti fariseismi, attingono umilmente la pace vera al cuore trafitto di
Gesù. È la pace del cuore e nel cuore che produce, poi, la pace
con gli uomini e tra gli uomini.
Per stimolare i fedeli a coltivare l’amore verso Gesù Eucaristia e dedicare un po’ di tempo all’adorazione silenziosa davanti al tabernacolo, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI rimandano anche all’esempio dei Santi. Scrive Giovanni Paolo:
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Di questa pratica ripetutamente lodata e raccomandata dal
Magistero, numerosi Santi ci danno l’esempio. In modo particolare, si distinse in ciò sant’Alfonso Maria de’ Liguori che scriveva: «Fra tutte le devozioni, questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i Sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a
noi». L’Eucaristia è un tesoro inestimabile: non solo il celebrarla, ma anche il sostare davanti ad essa fuori della Messa consente di attingere alla sorgente stessa della grazia. Una comunità
cristiana che voglia essere più capace di contemplare il volto
di Cristo, nello spirito che ho suggerito nelle lettere apostoliche Novo Millennio Ineunte e Rosarium Virginis Mariae, non può non
sviluppare anche questo aspetto del culto eucaristico, nel quale
si prolungano e si moltiplicano i frutti della comunione al corpo
e al sangue del Signore (EdE 25).
Benedetto XVI a sua volta scrive:
Mettiamoci, miei cari fratelli e sorelle, alla scuola dei Santi,
grandi interpreti della vera pietà eucaristica. In loro la teologia
dell’Eucaristia acquista tutto lo splendore del vissuto, ci «contagia» e, per così dire, ci «riscalda». Mettiamoci soprattutto in
ascolto di Maria Santissima, nella quale il mistero eucaristico
appare, più che in ogni altro, come mistero di luce. Guardando
a lei conosciamo la forza trasformante che l’Eucaristia possiede.
In lei vediamo il mondo rinnovato nell’amore. Contemplandola
assunta in cielo in anima e corpo, vediamo uno squarcio dei
«cieli nuovi» e della «terra nuova» che si apriranno ai nostri
occhi con la seconda venuta di Cristo. Di essi l’Eucaristia costituisce qui in terra il pegno e, in qualche modo, l’anticipazione: «Veni, Domine Iesu!» (Ap 22,20). Nell’umile segno del pane e
del vino, transustanziati nel suo corpo e nel suo sangue, Cristo
cammina con noi, quale nostra forza e nostro viatico, e ci rende
per tutti testimoni di speranza. Se di fronte a questo mistero la
ragione sperimenta i suoi limiti, il cuore illuminato dalla grazia
dello Spirito Santo intuisce bene come atteggiarsi, inabissandosi
nell’adorazione e in un amore senza limiti. Facciamo nostri i
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sentimenti di san Tommaso d’Aquino, sommo teologo e insieme
appassionato cantore di Cristo eucaristico, e lasciamo che anche
il nostro animo si apra nella speranza alla contemplazione della
meta, verso la quale il cuore aspira, assetato com’è di gioia e di
pace: Bone pastor, panis vere,/ Iesu, nostri miserere…/ Buon pastore,
vero pane,/ o Gesù, pietà di noi:/ nutrici e difendici,/ portaci
ai beni eterni/ nella terra dei viventi./ Tu che tutto sai e puoi,
/ che ci nutri sulla terra,/ conduci i tuoi fratelli/ alla tavola del
cielo/ nella gioia dei tuoi Santi (EdE 62).
Dunque: «È per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell’Ostia santa che vedono i nostri occhi, il Verbo Incarnato,
che essi non possono vedere e che, senza lasciare il Cielo, si è reso
presente dinnanzi a noi» (Paolo VI, Professione di fede). Per questo,
confessa san Luigi Grignion di Monfort: «Non darei quest’ora
di ringraziamento (dopo la comunione) neppure per un’ora di
Paradiso», e Charles de Foucauld: «Che gioia poter restare solo
e pregare per otto ore di seguito! Oh Gesù, che felicità contemplarti nella tua Ostia, impetrarti, amarti».
Erano santi? Sì! Ma soprattutto credenti.
Concludiamo con la testimonianza di Papa Benedetto che
nella omelia tenuta a Lourdes durante la processione per il 150°
anniversario delle apparizioni (12-15 settembre 2008) ebbe a
dire:
Signore Gesù, tu sei qui!... E voi, miei fratelli, mie sorelle, miei
amici, voi accettate di lasciarvi afferrare da Lui. Noi lo contempliamo. Noi lo adoriamo. Noi lo amiamo. E cerchiamo di amarlo di più. Noi contempliamo Colui che durante la cena pasquale, ha donato il suo corpo e il suo sangue ai discepoli, per essere
con loro «tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,30).
Noi adoriamo Colui che è all’inizio e alla fine della nostra fede,
Colui senza il quale noi non saremmo qui stasera. Colui senza
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il quale noi non ci saremmo per nulla! Colui senza il quale non
vi sarebbe nulla, nulla, assolutamente nulla! Lui, per mezzo del
quale «tutto è stato fatto» (Gv 1,3), Lui nel quale noi siamo stati
creati, per l’eternità, Lui che ci ha donato il suo corpo e il suo
sangue; Lui è qui, questa sera, davanti a noi, offerto ai nostri
sguardi. Noi amiamo – e cerchiamo di amare di più – Colui che
è qui davanti a noi, offerto ai nostri sguardi, alle nostre domande forse, al nostro amore…
Queste parole, naturalmente, si possono, e si devono,
ugualmente ripetere davanti a ogni tabernacolo.
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