Poste Italiane spa - spedizione in a.p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1, comma 1, DCB Trento
Rivista per amministratori e dipendenti della Cooperazione trentina www.cooperazionetrentina.it
carta ecologica
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n°3 - marzo 2008
Quale cooperazione?
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Quale cooperazione?
Poste Italiane spa - spedizione in a.p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1, comma 1, DCB Trento
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In copertina: xxxx
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COOPERAZIONE
TRENTINA
n° 3 - marzo 2008
COOPERAZIONE
TRENTINA
n° 3 - marzo 2008 - Anno 95
Periodico della Federazione
Trentina della Cooperazione
Trento, Via Segantini, 10 - Tel. 0461.898111
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EDITORIALE
03 La sfida continua
DI
Due domande alla cooperazione
06
28
DIEGO SCHELFI
IN PRIMO PIANO
04
Pari opportunità
Formazione dei cittadini e bisogni
emergenti: le risposte del movimento
Quella virtù che si chiama
diversità
Viaggio di studio
31
Coordinatore
CULTURA COOPERATIVA
Non solo PIL
Corrado Corradini
09
Comitato di Redazione
Intervista
Walter Liber, Diego Nart, Sara Perugini, Dirce Pradella,
Corrado Corradini Franco de Battaglia, Cesare Dossi,
Michele Dorigatti, Paolo Tonelli, Cristina Galassi,
Silvia De Vogli, Sergio Ferrari, Umberto Folena
10
11
Hanno collaborato
Carlo Borzaga, Fabio Lucchi,
Annalisa Borghese, Egidio Formilan
Art director
Felicità vo cercando
Una realtà a dimensione planetaria
“Serve una scuola dell’economia
cooperativa”
32
Il Trentino a Locri con i sindaci
e la società civile
33
Mons. Bregantini: “Una triangolazione
tra Trentino, Calabria e Molise”
RUBRICHE
Educazione cooperativa
35
35
Sviluppo locale e mercato globale
Racconti di cooperazione
15
“Bepin, dame na man”
Il germoglio del confronto
Scuola e cooperazione si incontrano
Storia
36
Economia
12
Il treno della memoria
Solidarietà
Direttore responsabile
Walter Liber
Contratti di lavoro, più attenzione
alle donne
Levico Frutta, da cento anni
risultati fruttuosi
Viaggio nelle cooperative
39
Nuove Arti Grafiche: l’arte della stampa
Recensioni
40
La trasparenza di Luigi Senesi
Gabriele Dalla Costa - www.archimede.nu
Comunicazione
Progettazione grafica
Cooperativa ARCHIMEDE - www.archimede.nu
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19
Stampa tipografica
ATTUALITÀ
Fotocronaca
Cooperativa NUOVE ARTI GRAFICHE
Sociali
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Abbonamenti
21
OPINIONI
Costo singola copia: 3 euro
Abbonamento annuale (11 numeri): 30 euro
Abbonamento semestrale (5 numeri): 15 euro
Comunicare: un gioco di squadra!
Manuale di stile: istruzioni per l’uso
Alpi, l’impresa di comunità prende forma
Economia
41
Sconto speciale del 50% per chi sottoscrive più di 10
abbonamenti
Orizzonti
23
47
La salute e la bellezza del socio
24
Le cooperative non pagano le tasse?
Veramente ne pagano più degli altri
Progetti internazionali
Autorizzazione del Tribunale Civile e Penale di Trento n. 26
Registro stampa di data 09.10.1950
Foto e volti del mese
Convenzioni
Fisco
Promozione 2008
Cresce il bisogno di cultura cooperativa
DI CARLO BORZAGA
27
Curriculum europeo per il socio
C’è un dio in redazione
DI UMBERTO FOLENA
La porta aperta
48
Gli studenti fanno tre obiezioni.
I cooperatori sono considerati veri soci?
DI FRANCO DE BATTAGLIA
+ archimede.nu
Tassi massimi applicabili ai rapporti garantiti da Cooperfidi al 01/03/2008
CASSA CENTRALE E CASSE RURALI TRENTINE
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BANCA POPOLARE A/A
B.T.B.
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CREDITO IN
CONTO CORRENTE
SALVO
BUON FINE
ANTICIPO
CONTRATTI
ANTICIPO CREDITI
PUBBLICHE AMMIN.
ANTICIPO
SU FATTURE
MUTUO
CHIROGRAFARIO
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6,422% + 1/8
6,239%
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6,25%
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5,30%
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4,922%
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N° QUALITÀ 2000/14533
EDITORIALE di Diego Schelfi
La sfida continua
La manifestazione
nazionale a Locri ha
dimostrato la necessità di
continuare lungo un
cammino di sostegno alla
lotta all’illegalità in
Calabria. La sfida
continua insieme agli
amici calabresi, al
vescovo Bregantini e
a nuovi alleati:
gli amici del Molise
Il 1° marzo si è svolta a Locri la manifestazione nazionale per
“segnare” la continuità dell’impegno civile contro la ‘ndrangheta e le massonerie deviate, per l’affermazione di uno sviluppo economico “onesto”, nel solco segnato dall’opera ultradecennale del vescovo Giancarlo Bregantini.
La risposta dei trentini è stata straordinaria. Un aereo con
tutti i 164 passeggeri presenti. Ad oltre 70 persone si è dovuto dire di no per mancanza di posto. Un clima di impegno e di
voglia di capire veramente encomiabili.
La nostra delegazione si è caratterizzata come rappresentanza
di tutte le entità trentine che in vario modo e da varie angolature hanno collaborato e collaborano con la Locride. Oltre a
molti rappresentanti del movimento cooperativo erano presenti: l’Arcidiocesi, le associazioni riunite nel comitato di solidarietà fra le quali Cittadinanza Attiva e Trentino Solidale, il
Consorzio dei Comuni, molti comuni e 16 sindaci, in particolare dalla Valle di Non, il comprensorio della Valle dell’Adige,
consiglieri provinciali e la Presidenza del Consiglio regionale,
tantissimi giovani cooperatori.
Va ricordato che elemento importante della presenza delle
delegazioni da tutta Italia era quello di “dire” alle persone, che
con grandi difficoltà lavorano nella realtà della Locride, NON
SIETE SOLI! AVETE LA NOSTRA SOLIDARIETA’.
Sotto questo profilo la manifestazione è stata importante e ha
raggiunto pienamente il suo obiettivo. Insieme a questo dobbiamo anche dire che si sono potute toccare con mano le spaventose difficoltà dell’agire in quei luoghi. La solitudine di chi
manifesta coraggio ma anche e purtroppo i personalismi che
dividono, le culture che frenano e portano a ripetere continuamente gli stessi errori. Tutto ciò non può che convincerci
ad insistere. Siamo tornati sì un poco storditi, ma ci siamo
subito determinati a continuare.
Il messaggio che poche ore dopo ci ha dato sia in incontri
pubblici sia privati il vescovo Bregantini è stato quello di far
vedere di che pasta sono fatti i montanari. Gli rispondiamo e
lo diciamo forte agli amici calabresi! Il nostro lavoro non verrà
meno e persisterà ad avere come base lo scambio. Ciò vuol
dire formulare la richiesta che essi rinnovino il loro impegno
anche in termini di unità (per avere un unico interlocutore
credibile) e di trasparenza.
Per ragionare intorno al rilancio della nostra attività abbiamo
concordato una iniziativa che terremo il 21 aprile con
Bregantini, con i rappresentanti della Locride e con i nuovi
amici di Campobasso. Eh sì! Abbiamo un nuovo fronte di
lavoro che si apre. Ma sappiamo bene che esso, come nel caso
di Locri, è anche nuova cultura, nuove scoperte, nuove relaCOOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
zioni. È insegnamento e crescita reciproca.
3
IN PRIMO PIANO il dibattito
Quale cooperazione?
Esaurito il clamore per la visita del presidente Napolitano, don Ivan Maffeis ha
rivolto al presidente Schelfi dalle colonne di “Vita Trentina” qualche interrogativo
“che ci aiuti a non fermarci alle celebrazioni”. Ne è scaturito un interessante
dibattito sul futuro della cooperazione e sui nuovi bisogni che riportiamo sul
nostro giornale allargandolo ad altre voci
La visita-evento del presidente Giorgio Napolitano a
Trento, l’11 febbraio, è stata oggettivamente un successo per la Cooperazione Trentina. Il Capo dello Stato
ha riconosciuto con parole forti il ruolo della cooperazione definita “una delle forme più alte di organizzazione della società e dell’economia”.
All’indomani della manifestazione è apparso sul settimanale diocesano “Vita Trentina” un editoriale del direttore intitolato “Due domande a Schelfi”. Sottolineata la
portata storica della visita e delle dichiarazioni di
Napolitano, don Ivan Maffeis ha voluto formulare
qualche interrogativo “che ci aiuti a non fermarci alle
celebrazioni”.
Due, in particolare, le questioni sollevate dal direttore
del settimanale. La prima riguarda la formazione della
classe dirigente, di oggi e di domani. Si chiede don
Maffeis: “Cosa stiamo facendo per garantire che chi
entra in Cassa Rurale – piuttosto che nel Consiglio
comunale o in quello dell’Azienda di Promozione
Turistica – abbia maturato una formazione non soltanto “tecnica” ma umana, profondamente umana, orientata al bene comune, attenta a favorire processi di
decisione condivisi, a cercare sintesi che riescano ad
includere, a costruire comunità coese?
Politicamente il Paese va polarizzandosi attorno a due
partiti politici, rispetto ai quali il Trentino ha una sua
peculiarità da rivendicare per continuare ad essere un
laboratorio di valori che non si riconoscono semplicemente né nella tradizione comunista né in quella liberi-
4
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
sta. La questione riguarda la possibilità stessa di continuare ad interpretare una storia e un’esperienza di
Autonomia nella quale il pensiero cristiano – in sintonia
con le forze più vive della comunità – ha saputo offrire
un contributo imprescindibile. Cosa stiamo facendo
per contribuire alla formazione dei cittadini di domani e
quindi della futura classe dirigente?”
Non meno rilevante la seconda domanda che pone il
direttore del settimanale diocesano: “La Cooperazione
di ieri è nata come risposta alle necessità che si imponevano, dal credito alla spesa alimentare. Oggi, davanti ai bisogni emergenti delle famiglie, quale vicinanza
riusciamo ad esprimere evitando di appiattirci su logiche dell’ognuno per sé?”.
L’editoriale di “Vita Trentina” ha sollevato il dibattito tra
i lettori, che si è trasferito con un intervento anche sul
quotidiano “L’Adige”. Il presidente Diego Schelfi,
chiamato in causa in prima persona, ha risposto agli
interrogativi di don Maffeis soffermandosi sul riconoscimento della funzione sociale della cooperazione.
“Penso che non ci sia contrapposizione tra economia
e funzione sociale – ha detto Schelfi – senza l’una non
può esserci l’altra”.
“Per quanto riguarda la formazione dei gruppi dirigenti di domani – ha aggiunto il presidente – cerchiamo di
fare la nostra parte. Abbiamo un impegno ormai trentennale di educazione cooperativa nelle scuole, negli
ultimi anni abbiamo ridato forte impulso alla formazione cooperativa per i soci e gli amministratori. Ci ponia-
mo come obiettivo primario quello di essere coeducatori per la formazione di “cittadini”. Non di cooperatori. Siamo sicuri che buoni cittadini sapranno essere
buoni cooperatori e anche buoni politici ed amministratori”.
Fornendo il suo contributo al dibattito, l’ex parlamentare Renzo Gubert individua oggi il collante della cooperazione non più tanto nella sensibilità verso i bisognosi,
quanto nella vantaggiosità di operare insieme e propone la sua analisi: “Giusto andare orgogliosi per il cammino fatto, giusto rivendicare un grado di socialità del
proprio ruolo che non sempre l’impresa privata possiede, ma non si possono chiudere gli occhi di fronte ai
problemi di identità e di motivazione, alla contraddizione fra scelte che massimizzano l’efficienza e quelle che
salvaguardano la partecipazione [...] Sarebbe interessante fare una ricerca sui valori e la condizione sociale
degli amministratori e dei dirigenti delle cooperative
trentine e delle loro associazioni di secondo e terzo
grado; sarebbe interessante fare una ricerca sui processi decisionali; sarebbe interessante rilevare il grado
di partecipazione dei soci non tanto al voto in assemblea su una proposta pre-confezionata, quanto al processo di elaborazione delle proposte; sarebbe interessante capire quanto ai fini istituzionali originari si siano
sovrapposti fini di conservazione della struttura”.
In un altro intervento presentato come “lettera firmata” il settimanale da spazio ad un lettore che invita a
“ritornare alle regole di ieri” e conclude la sua riflessione sostenendo che “oggi, purtroppo, l’opinione pubblica trentina ha la netta sensazione che la Cooperazione
trentina non operi più alla luce delle indicazioni del fondatore. Fortunatamente sembra che si stiano distinguendo, per un almeno apparente ritorno alle origini, le
Cooperative sociali; ma anche qui occorre stare molto
attenti, specie a livello del “personale” da assumere,
per sapere distinguere fra chi intende operare (pur col
giusto salario) “a servizio” degli utenti dei singoli comparti sociali (in “difficoltà” e nel “bisogno”), e fra chi,
invece, vuole soltanto trarre profitto a propria soddisfazione personale.
Occorre saper lavorare sul “personale”, il quale deve
essere preparato a tener presente la “funzione sociale” del proprio agire. Un “valore” che deve essere
patrimonio specifico della mentalità e dei comportamenti di ciascuna persona che senta e che voglia “il
bene” dell’altro ancor prima del proprio: la personalità
del “cooperatore” come l’aveva intuita e voluta don
Guetti”.
Si richiama all’editoriale di “Vita Trentina” anche
Gianpaolo Andreatta che interviene nel dibattito dalle
colonne del giornale “l’Adige”. Andreatta rivolge direttamente al presidente Diego Schelfi la proposta di
“rifondare la cooperazione trentina, distinguendo in
modo istituzionalmente visibile e netto fra la cooperazione che potremmo definire della domanda storica di
solidarietà, credito, consumo e lavoro e la cooperazione della non ancora ben definita domanda emergente
dai singoli e dalle famiglie, stabilendo un nesso finanziario solidale fra la consolidata cooperazione dei bisogni storici e la nascente cooperazione dei bisogni
emergenti.
La domanda è di fare una federazione autonoma delle
cooperative della novità o, se si vuole, una nuova
generazione di cooperative con un proprio statuto
federale, una propria autonomia gestionale, e propri
dirigenti giovani ed entusiasti, testimonianza visibile di
una tensione verso la attualità sempre nuova del solidarismo cristiano.
Una cooperazione dei bisogni emergenti dentro una
cooperazione dei bisogni storici, quando anche volesse affrontare i problemi nuovi, ben difficilmente potrebbe sottrarsi alla tentazione di usare strumenti vecchi;
sono le inedite cooperative dei genitori, le cooperative
dei fidanzati che vogliono sposarsi; sono le cooperative del pagamento differito – che non è credito – per i
giovani sposi in attesa di figli o che hanno figli da far
studiare; sono le cooperative di rione, di quartiere, di
caseggiato, di parrocchia, per interventi non addossabili solo e sempre al pubblico, le nuove sfide alla vicinanza cooperativistica nella sua essenza di mutualità
diffusa e vicina alla gente”.
> Da sinistra: Renzo Gubert, don Ivan Maffeis, Diego Schelfi
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
5
IN PRIMO PIANO il dibattito
Quella virtù che si chiama
di Walter Liber
Tre cooperatori portano il loro contributo al dibattito sul futuro della cooperazione.
Opinioni diverse, ma con un denominatore comune: rendiamo visibile la diversità cooperativa e pratichiamola con l’esercizio della partecipazione, della democrazia, della trasparenza. Solo così potremo continuare ad essere innovativi.
RIPARTIRE DALLA BASE
Erman Bona, presidente della Cassa Rurale di Mori Val
di Gresta e dell’assicurazione del movimento Ascot, ha
pochi dubbi. “Se vogliamo dare un futuro alla cooperazione dobbiamo parlare di partecipazione. Un socio
deve sentirla dentro, la propria cooperativa, e non pensare che ci sia sempre qualcuno dall’alto che ne disegna
il profilo. Deve partecipare in prima persona, farsi sentire
con la certezza che ci sia sempre qualcuno disposto ad
ascoltarlo. In un mondo come quello attuale dove sono
sempre in pochi quelli che si occupano di gestire il bene
comune (e la legge elettorale nazionale ce ne dà in questi giorni una evidente dimostrazione), la cooperazione è
già di per sé in controtendenza. Ma non è sufficiente
essere socio e basta. Serve identità e partecipazione
attiva”.
Parole magiche, ma in che modo si realizzano?
“Intanto dovremmo cercare forme di comunicazione
nuove e diverse, e costruire linee di azione corrispondenti ai bisogni delle persone. Noi parliamo di cooperazione ma in realtà credo che in pochi la conoscano a
fondo. Occorre sapere bene le regole, gli obiettivi e gli
scopi. Bisogna adottare linguaggi, sistemi e azioni che
nel rispetto di tutti riescano a rispondere alle esigenze di
ognuno”.
Come riconoscerle queste esigenze?
“Le esigenze di venti o trent’anni fa sono diverse da
quelle di oggi. Recuperare la partecipazione vuol dire
anche stimolare idee, mettere a confronto generazioni,
conoscere i bisogni. Se noi pensiamo che tutto questo
possa essere calato dall’alto, non possiamo lamentarci
se poi la gente si tiene lontana dalla vita cooperativa.
Recuperare il senso di appartenenza e la progettualità
condivisa diventa quindi una questione vitale per il
nostro futuro.
6
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
Sono certo che la cooperazione intesa come sistema di
regole e attività possa dire ancora tantissimo a livello
locale e non solo. I nostri principi difficilmente si trovano
in altri sistemi, si pensi solo a quello di ‘una testa, un
voto’. Ma dobbiamo anche sapere che vanno coltivati,
perché senza nutrimento muoiono”.
PIÙ FIDUCIA IN NOI STESSI
“Ma insomma! – sbotta Lino Melchiorre Orler, direttore del Cla (consorzio lavoro ambiente) - quando si parla
di cooperazione si fa sempre riferimento a quella delle
origini che ha sfamato i poveri e consentito al Trentino di
uscire dalla miseria. Giusto e sacrosanto. Ma perché
quando la cooperazione alza la testa e diventa sistema
di riferimento per una intera economia, tutti le sparano
contro?”.
Vecchia storia, quella della marginalità della cooperazione. Buona per risolvere le emergenze, ma la si vorrebbe sempre pronta a farsi da parte quanto il gioco si
fa duro. Per competere sul mercato servono altre
forme di impresa. “In realtà – afferma Orler – è sbagliato l’approccio. La cooperazione è prima di tutto una
impresa e come tale deve comportarsi se vuole
sopravvivere. Ma è una impresa diversa dalle altre, perché mette al centro l’uomo e considera il capitale soltanto come fattore produttivo. Per carità, chiediamo
che i nostri investimenti vengano remunerati il giusto, ci
mancherebbe, ma non è quello il nostro fine, semplicemente un mezzo per dare lavoro alle persone, far crescere la comunità”.
Rispetto all’impresa tradizionale, in che misura è differente la cooperativa?
“Diciamo che per il novanta per cento siamo impresa
come le altre, ma per il dieci per cento siamo diversi.
IN PRIMO PIANO il dibattito
diversità
Molto diversi dall’impresa di capitale. Quel mettere al
centro l’uomo ci chiama a diverse responsabilità, ad un
approccio culturale diverso, partecipativo. E se mettiamo al centro l’uomo, c’è più equità e giustizia”.
Ma quanto conta il mercato per una cooperativa?
“Personalmente sono sempre più convinto che quello in
cui lavoro sia il modello economico ed imprenditoriale
che può garantire equità, giustizia, democrazia partecipata e quindi un mondo migliore. Per far questo ci vuole
un forte spirito imprenditoriale, coniugato con un altrettanto forte aggettivazione ‘cooperativa’. Dovremmo
semmai avere più coraggio di dire quello che siamo, non
aver paura degli attacchi e credere di più a noi stessi.
Siamo purtroppo abituati a considerare la forma cooperativa come figlia di un dio minore. Eppure fra le
prime trenta imprese edilizie nazionali, la metà sono
cooperative”.
Non crede che le dimensioni dell’impresa possano
frenare questa carica cooperativa?
“Affatto. Serve formazione e informazione dei soci che
devono essere partecipi nel capitale e nei ristorni, conoscere l’andamento della società in maniera trasparente.
Bisogna avere il coraggio di fare assemblee di zona, o di
settore. Noi la democrazia della partecipazione ce l’abbiamo nel dna e spesso non la pratichiamo”.
UN NUOVO MODELLO DI GESTIONE
Per Sergio Vigliotti, direttore di Risto3, colosso cooperativo della ristorazione con 850 dipendenti (di cui 300
soci), non è più procrastinabile un piano strategico che
definisca un nuovo modello di gestione cooperativa.
“Dobbiamo ripensarlo profondamente – afferma – se
non vogliamo continuare a reiterare modelli vecchi. Tutte
le cooperative devono essere coinvolte perché la strategia non può essere fatta solo di numeri, ma deve avere
una visione a largo raggio. Quindi serve formazione a
carattere permanente, per creare il senso di appartenenza e sviluppare un progresso collettivo.
La trasmissione del sentimento cooperativo deve portare ad uno sviluppo professionale, competitivo, per tutto
il movimento. Magari accompagnato da una pratica
della solidarietà e dell’equità retributiva all’interno delle
cooperative.
Tutto questo non può essere disgiunto da una organizzazione democratica che provochi lo sviluppo dell’organizzazione cooperativa attraverso metodi di consultazione e una collaborazione continua da parte della base
con gli organismi direttivi, nelle cooperative, nei consorzi, nella federazione.
Cosa occorre fare per favorire la partecipazione?
“Un politica di massima trasparenza può stimolare la
relazione interpersonale e far emergere potenzialità e
ideali dalla base, in modo che tutti quelli che gravitano
attorno non siano attori secondari.
Dobbiamo tendere verso l’impresa eccellente e verso
l’intercooperazione, questo è il punto. Quindi raggiungere lo sviluppo generale attraverso l’accrescimento delle
responsabilità individuali”.
L’inter-cooperazione è spesso più invocata che praticata…
“Per inter-cooperazione intendo non solo quella con gli
organismi locali e nazionali, ma anche coinvolgimento
virtuoso con clienti e fornitori con i quali ci confrontiamo
ogni giorno. Se la cooperazione si trasforma in un orticello chiuso, siamo perdenti. Ma dico anche un’altra
cosa. Nelle nostre scelte non possono esserci valori
contro la comunità di cui facciamo parte e contro l’ambiente in cui viviamo”.
Ovvero?
“Molto semplicemente, bisogna vedere il cooperatore
come fonte di innovazione e miglioramento, non come
parte di un gregge di pecore da governare. Avere sempre presente l’innovazione, e su questa concretizzare le
azioni di sviluppo.
In questa maniera si diventa movimento vivo, legato alla
realtà e al mercato, con rapporti stretti con altre realtà
economiche e sociali della nostra comunità. Quindi elemento cardine della società, della quale non si può fare
a meno”.
Il dibattito è aperto. Invitiamo i nostri lettori
ad esprimere la propria opinione scrivendo a
[email protected]
> Da sinistra a destra:
Erman Bona, Lino Melchiorre Orler, Sergio Vigliotti
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
7
CULTURA COOPERATIVA non solo pil
Felicità vo cercando
Si moltiplicano ricerche, saggi e interventi, anche di premi Nobel, sul benessere effettivo.
Il Pil come unico parametro rivela la sua insufficienza e c’è perfino chi ne denuncia la dittatura.
Chi sarà il primo, nel Trentino, a tentare di “misurare” il benessere della propria comunità?
di Umberto Folena
Forse abbiamo contribuito pure noi
a inflazionarla. Ma quando abbiamo
cominciato, circa un anno fa, eravamo discretamente soli. Adesso
titoli e articoli sulla felicità, e sull’impresa (impossibile?) di misurarla, si
sprecano. La cosa non riguarda
soltanto i ricercatori. Ad esempio
Mauro Luglio, un lettore di Monfalcone, scrive al Corriere della sera
della felicità divenuta materia scolastica in un liceo di Heidelberg: «Il
corso biennale sulla gioia si prefigge l’obiettivo di infondere negli
alunni maggiore autostima, sicurezza di sé e responsabilità sociale. E
non si pensi alla classica materia
tappabuchi: sono previste interrogazioni, anche durante l’esame di
maturità».
I titoli in libreria si sprecano senza,
a dire il vero, far compiere al dibattito grossi passi avanti. Gilles Lipovetsky muove dal solito punto di
partenza, quello che deve stare a
cuore anche ai cooperatori, preoccupati della crescita complessiva
della comunità nella quale la loro
impresa cooperativa è inserita: perché al miglioramento della vita
materiale non corrisponde una crescita della felicità percepita? Il viaggio di Lipovetsky è comunque intrigante, cominciando da Dioniso e
finendo con Superman. Un giornalista italiano, Luca De Biase, cita
l’arcinoto paradosso della colf: se
la sposi sei più felice, ma non dandole più lo stipendio fai deperire il
Pil. E spiega: «A lungo si è creduto
che ci si dovesse occupare solo dei
mezzi, le risorse, e non dei fini, le
persone. La contaminazione con la
psicologia ha fatto capire invece
che la felicità percepita ha poco a
che fare con la crescita economica
e molto con i cosiddetti “beni relazionali”, oggetti economici che
derivano dalle relazioni tra le persone».
Anche l’economista Pierangelo
Dacrema punta l’indice contro il Pil, o
meglio – il Pil è un numero di per sé
innocente – contro il potere che gli
abbiamo attribuito, facendolo diventare sinonimo di benessere generale,
«mito e ossessione della nostra
economia». Identica copertina di
quello di De Biase ha il libro del premio Nobel per l’economia Daniel
Kahneman, che intitola un capitolo:
«Verso una contabilità nazionale
della felicità». Contabilità? Ritorniamo alla proposta avanzata nei
mesi scorsi, quella di una “contabilità
provinciale”, o più modestamente
“comunale” della felicità. Siamo dei
pionieri, quindi non turbiamoci se
procediamo per tentativi. Proviamo a
“misurare” il benessere della nostra
comunità attraverso alcuni parametri
tra loro disomogenei: i depositi bancari, e va bene; lo stato di salute
delle imprese locali, d’accordo; ma
anche interviste alla gente per scoprire quanto sta da sola e quanto in
compagnia, la quantità di tempo
libero e il suo uso, il consumo di psicofarmaci (negativo) e nascite e
matrimoni (positivo), gli spazi verdi
(aumentano o calano?), quanto sono
frequentati i luoghi di ritrovo, gli aderenti alle associazioni… Lo scopo?
Adottare le politiche conseguenti,
ridimensionando – non abbattendo –
il mito del Pil e rimettendo al centro le
persone. Il primo sindaco che ci
prova, batta un colpo.
PICCOLA BIBLIOGRAFIA SULLA FELICITÀ
> Daniel Kahneman, Economia della felicità, Edizioni Sole 24 Ore
> Luca De Biase, Economia della felicità, Feltrinelli
> Gilles Lipovetsky, Una felicità paradossale, Cortina
> Pierangelo Dacrema, La dittatura del Pil, Marsilio
> Darrin McMahon, Storia della felicità, Garzanti
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
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CULTURA COOPERATIVA intervista
Una realtà a dimensione planetaria
C’era anche il professor Giulio Sapelli tra il pubblico di cooperatori e autorità che ha accolto
il presidente Giorgio Napolitano in visita a Trento l’11 febbraio. Il docente è stato consulente
per la “carta dei valori” della Cooperazione Trentina. Lo abbiamo intervistato
Anche lei a Trento per l’inaugurazione dell’Istituto
europeo per lo studio dell’impresa cooperativa e
sociale (Eurisec)?
Non potevo mancare all’appuntamento. Ho seguito il
progetto fin dai suoi esordi. Bene hanno fatto la
Federazione Trentina della Cooperazione e l’Università
di Trento a farsi promotori di un centro di studi cooperativi di respiro internazionale. In Italia l’Eurisec è destinato a colmare un vuoto pesante, per certi versi imbarazzante. Un soggetto economico così rilevante, come
la cooperazione italiana, non può pensare solo ai
numeri, e dimenticare i valori. Non può adagiarsi sulle
abilità commerciali e organizzative e non produrre pensiero. Così si muore!
Perché è così importante occuparsi di teoria cooperativa?
Dobbiamo ritornare alla teoria dell’impresa cooperativa, fuoriuscire da quella condizione di subalternità, di
minorità culturale e gestionale in cui siamo caduti, nel
tentativo ridicolo di scimmiottare l’impresa di capitale.
Ci si lasci alle spalle lo sterile dibattito sulla cosiddetta
massimizzazione del reddito da parte dei soci, frutto
del riduzionismo economicistico e ci si concentri piuttosto sulla teoria dell’allocazione dei diritti di proprietà,
che mi pare meglio in grado di rilevare la natura distintiva dell’impresa cooperativa.
Da quale fronte provengono i pericoli per il mondo
cooperativo?
Non è un problema di destra o sinistra. Di cooperazione la classe politica italiana capisce poco e, quando
legifera, combina autentici pastrocchi. L’ignoranza è il
pericolo principale.
Anche l’Unione europea sembra non comprendere
appieno la specificità cooperativa.
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COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
Non aspettiamoci nulla di buono dalla tecnocrazia. Per
molti dei funzionari della Comunità la cooperazione è
un corpo estraneo, un soggetto anomalo, un fenomeno marginale. Come spiegare loro che la cooperazione
è invece una delle colonne del riformismo?
Quali ritiene siano i temi caldi su cui concentrare
l’attenzione?
Un tema di assoluto rilievo riguarda la governance dell’impresa cooperativa e l’educazione – prima ancora
della formazione – dei manager cooperativi irreprensibili e colti. Nessuno che educhi più al segno dei tempi,
allo Zeitgeist. Non possiamo permetterci una classe
dirigente improvvisata: gli amministratori cooperativi
debbono essere consapevoli del ruolo che occupano e
ben attrezzati ad affrontare il mondo globalizzato. Così
pure i dirigenti che, digiuni di cultura cooperativa, spesso formano oligarchie autoreferenziali, completamente
staccate dalla base sociale. In questo senso mi aspetto molto dal vostro centro studi.
Nell’ultimo suo libro, sottolinea con forza la dimensione mondiale della cooperazione.
Il Centro studi avrà, mi auguro, fra le sue finalità quella di mettere in luce proprio questa dimensione planetaria. Ho apprezzato molto la presenza di Ivano
Barberini, presidente dell’Alleanza cooperativa internazionale, che raccoglie 800 milioni di soci cooperatori.
Aggiungerei che non solo le cooperative sono presenti in ogni parte del mondo, ma le loro imprese sono in
assoluto le più longeve, perché il profitto cooperativo è
intergenerazionale. I soci di queste imprese massimizzano non il profitto bensì la continuità dell’impresa.
Built to last (create per durare), imprese che durano nel
tempo. In direzione ostinata e contraria, rispetto al
pensiero unico del neoliberismo.
Ci sono buoni motivi per essere fiduciosi?
La cooperazione è sulla buona strada. Uscita indenne dalla stagione di tangentopoli, come torre che
non crolla, a differenza dell’impresa capitalistica o
pubblica essa gode ancora di una grandissima reputazione. Perché la cooperazione intercetta valori
profondi, perché soddisfa un bisogno di senso e di
autorealizzazione. Si tenga presente che la coopera-
zione è ormai una delle ultime istituzioni che si fonda
sul primato della persona anziché sulla prepotenza
del capitale.
Un augurio che si sente di rivolgere?
Che si torni a studiare per davvero l’impresa cooperativa. Con orgoglio, con serietà, senza complessi di inferiorità.
“SERVE UNA SCUOLA
DELL’ECONOMIA COOPERATIVA”
Già sessant’anni prima della nascita dell’Eurisec Emanuele Lanzerotti, fondatore del Sait,
sosteneva la necessità della ricerca e degli studi cooperativi.
Riportiamo una sua riflessione del dicembre 1948 pubblicata su “La Cooperazione trentina,
Bollettino della Federazione dei Consorzi Cooperativi”
I cooperatori delle altre nazioni hanno le loro scuole
elementari, le loro scuole medie e anche le loro cattedre universitarie della cooperazione. Non mi tocca
andare lontano per citare l’esempio dei cooperatori
Svizzeri qui vicini e confinanti con le loro 13.000,
dico, tredicimila cooperative che per quattro milioni
di Svizzeri rappresentano una cifra tale da impressionare in bene noi Italiani che in 45.000.000 che siamo
forse non ne contiamo neppure altrettante, i cooperatori Svizzeri hanno creato vere e proprie istituzioni scolastiche della cooperazione, istallate in corrispondenti fabbricati, collegi, dotati di mezzi e di persone e di attrezzature moderne per la cultura cooperativa. Poi hanno all’Università di Zurigo la loro cattedra universitaria per la cooperazione, perché essi
cooperativisti sono coscienti volonterosi, formati e
sono convinti che la cooperazione e le cooperative
sono una cosa seria e non già una cosa da lasciare in
mano al primo venuto che se ne occupa perché ha un
interesse privato, individuale, momentaneo da far
prevalere.
Come so e posso quindi insisto ancora presso tutti i
colleghi e amici, perché essi si decidano a dedicare a
questo sempre più interessante settore di attività cristiano sociale e cooperativo tempo e fatica, come
fanno i cooperatori delle nazioni civili, studiandone
bene la dottrina, la storia, poi la pratica applicazione
alle aziende cooperative, non lasciandosi andare del
tutto a vecchie e superate dottrine di economia politica individualista ed egoista di cento e più anni or
sono, che hanno fatto il loro tempo e non servono
più in questa epoca dei kwh e dell’energia atomica,
dei sulfamidici e della penicillina, come non servono
più oggi per gli ammalati le dottrine e i testi dell’epoca medica triaca.
Insisto nella cosa perché è purtroppo da notarsi che la
bibliografia italiana in materia cooperativa è in genere
assai scarsa e deficiente. Cosicché occorre rettificare
ed ordinare perfino le nozioni basilari sulle cooperative. Questo compito che è di capitale importanza,
che mi pare sarebbe direttamente da studiarsi e da
svolgersi dai professori e dai laureati e dai dirigenti
centrali per promuovere e costituire una scuola dell’economia sociale cooperativa che ci manca affatto.
EMANUELE LANZEROTTI
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
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CULTURA COOPERATIVA economia
SVILUPPO LOCALE
E MERCATO GLOBALE
Il professor Silvio Goglio, docente di Economia politica alla facoltà di giurisprudenza
dell’Università di Trento, è stato ospite degli “Incontri in cooperazione”.
“La produzione deriva principalmente dalla conoscenza ed è caratterizzata
territorialmente in misura significativa”
Nell’economia globale contemporanea la produzione
di conoscenza diviene il fattore strategico di maggiore
rilievo e l’apprendimento il processo più importante.
Questo il nocciolo del ragionamento che ha sviluppato
il professor Silvio Goglio dell’Università di Trento invitato, nell’ambito del ciclo “Incontri di cooperazione”, a
trattare il tema dello sviluppo locale.
Negli ultimi anni – ha evidenziato il docente – si è assistito ad un importante cambiamento d’ottica negli
studi economici sullo sviluppo. L’approccio tradizionale privilegiava spiegazioni e politiche di intervento basate sulla quantità disponibile di capitale e lavoro, ignorando o sottovalutando il ruolo di altri fattori.
Solo recentemente è iniziato un lavoro di revisione che
ha portato ad individuare lo sviluppo come un fenomeno frutto di interdipendenze locali fra imprese, famiglie
e istituzioni. Al centro viene posto il territorio, inteso
quale referente di risorse umane e sociali oltre che
materiali. I processi produttivi non sono più ricondotti
alla sola impresa, ma anche all’ambiente locale del
quale l’impresa fa parte.
Non è più sufficiente indagare, come insegnava la teoria economica tradizionale, sulla disponibilità di capitale, di manodopera, di infrastrutture, sull’andamento
dell’economia mondiale, sull’apertura dei mercati.
Occorre invece anche saper valutare le caratteristiche
di fondo dei sistemi locali che compongono l’economia
nazionale.
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COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
Capacità di adattamento al mercato
La tipologia dei sistemi locali è molto differenziata, ha
affermato il docente. Possiamo individuare sistemi
locali principalmente manifatturieri, agricoli o terziari;
sistemi locali di piccola, piccolo-media o grande
impresa; sistemi locali metropolitani o rurali: diverse
saranno le strutture di relazioni interne, diverse le soluzioni di azione collettiva e di cultura civica, diverse le
forme organizzative predominanti. Tuttavia saranno
sempre caratterizzati dall’essere realtà relativamente
omogenee dove si integrano, attraverso relazioni non
solo di mercato, capacità e conoscenze tecnologiche
generali (di base e del prodotto specifico) con capacità e conoscenze organizzative che si formano localmente.
Le conoscenze tecnologiche, sia di base che specifiche sul prodotto, e le conoscenze e capacità organizzative che si formano localmente si propagano tra le
imprese in quanto parti della comunità locale. Accanto
alle relazioni economiche di produzione divengono
essenziali le relazioni sociali di cooperazione e l’inserimento delle imprese in un sistema locale. Questo spiega perché il successo di un’impresa non è riconducibile solo alla dinamicità del settore di appartenenza e ad
una superiore capacità di inventare nuove soluzioni.
Nell’adattarsi per rispondere alle richieste del mercato
l’azienda si avvale del patrimonio d’esperienza e di
relazioni del sistema locale di cui è parte.
La competitività territoriale
Che cosa fa sì che alcuni sistemi locali siano più innovativi, più competitivi, più dinamici? si è chiesto il professor Goglio. La risposta sta nelle caratteristiche del
capitale locale – umano, sociale e, in misura minore,
fisico – e nella loro capacità di rapportarsi e reagire alle
sollecitazioni del contesto esterno, cioè di inserirsi nel
processo innovativo. Ci deve cioè essere recettività e
compatibilità dinamiche tra l’evoluzione dell’economia
mondiale e le forme di conoscenza accumulata su un
dato territorio.
I nuovi input conoscitivi, sia originati localmente sia di
importazione, devono venire tradotti in procedure operative e adattati eventualmente all’ambiente in cui sono
trapiantati. Alla base della capacità di adattamento tra
conoscenza ed ambiente stanno principalmente due
fattori che compongono il capitale sociale: la capacità
delle istituzioni di offrire incentivi adeguati agli individui
ed alle organizzazioni che si muovono in una certa direzione; la capacità di tutte le organizzazioni del sistema
sociale – dalle imprese alle famiglie, dal sistema educativo all’operatore pubblico – di modificarsi in sintonia.
Pensare in chiave mondiale
La crescente globalizzazione estende i sistemi di relazione e le linee di divisione del lavoro a scala mondiale. In questo contesto la competitività di lungo periodo
si fonda sempre più su quelle competenze che sono in
grado di realizzare miglioramenti dinamici e meno sul
raggiungimento di una efficienza statica. Nell’economia
globale contemporanea la produzione di conoscenza
diviene quindi il fattore strategico più importante e l’apprendimento il processo più importante.
Il funzionamento di un’economia fondata in misura crescente sulla produzione e la distribuzione della conoscenza esalta, piuttosto che comprimere, come spes-
so si sostiene, la centralità della conoscenza che si sviluppa in specifici contesti sociali. Diviene quindi sempre più vitale per essere competitivi riconoscere il territorio come luogo in cui si sedimenta l’apprendimento e
avere chiare le dinamiche che governano questo processo.
Rendere appetibile l’ambiente locale
Le forze locali devono puntare a rendere più appetibile
il territorio in modo da attrarre investimenti e imprese
dall’esterno. Questo non può più tuttavia essere fatto
basandosi principalmente sulle tradizionali politiche di
incentivazione. Occorre invece rendere l’ambiente
locale ricco di conoscenze contestuali e di economie di
sistema, puntando sulla formazione di capitale sociale
e umano reattivo agli stimoli.
Questa strategia comporta alcune decisioni che rappresentano una rottura con la tradizione. Innanzi tutto
bisogna specializzarsi, scegliendo le filiere che più si
addicono alle risorse specifiche locali. In altre parole,
quando mancano in loco i vantaggi competitivi di sistema per una data filiera produttiva, bisogna saper rinunciare a trattenerne le imprese impiegando quegli incentivi diversamente.
In secondo luogo è necessario un rinnovamento delle
strutture istituzionali pubbliche che sia in grado di
risolvere le difficoltà funzionali, cioè di efficienza, e
quelle di identificazione, cioè di irrobustimento della
società civile.
Infine – ha spiegato il professor Goglio – il compito di
rendere appetibile il territorio non può essere demandato alle sole istituzioni pubbliche: le forze produttive
radicate nel territorio devono acquisire un’effettiva
capacità di autogoverno sulle condizioni che determinano loro competitività, decidendo così la propria possibilità di sopravvivere o meno sul mercato (c.c.).
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CULTURA COOPERATIVA racconti di cooperazione
«Bepin,
dame na man»
di Giuseppe Demattè
Se mi chiedete che cosa sia la cooperazione per
me, e per i trentini come me, dovrei parlarvi
della vacca del David. Povero David, la sua
vacca era precipitata in un dirupo ed era morta.
La sua unica vacca. Siamo a Cogatti, vicino a
Seregnano, vicino a Civezzano. Non ricordate
l’episodio? Per forza, non è recente. Siamo
verso la fine degli anni Trenta, quando la stradina che saliva da noi dalla provinciale era un
acciottolato buono solo per carri tirati da buoi o
vacche, appunto. Il David ha un problema?
Nessun problema. Al sabato, grande asta dei
pezzi di carne della vacca morta. Il ricavato va al
David che, con qualche offerta, può ricomprarsi
una vacca nuova. Io ero un bambino, classe
1931, e me lo ricordo benissimo. È così che i
trentini come me hanno imparato che cos’è la
mutualità e su quale spirito si fonda la cooperazione.
A dire il vero, per sapere che cosa fosse la cooperazione non dovevo andare troppo lontano. Mi
bastava mio padre Mario. Dal 1927 dirigeva la
> Illustrazione di Pierluigi Negriolli
Famiglia cooperativa di Seregnano, e allora la
Famiglia era quasi tutto. Gestiva caseificio,
mulino, magazzino delle scorte agrarie, macchine agricole… plurale d’ottimismo, non credo
fossero più d’un paio. Eravamo davvero poveri,
allora, e fortunato poteva dirsi chi aveva lo stipendio a fine mese: il casaro, il muratore, l’operaio dell’Aass, l’Azienda autonoma strade statali, quella che oggi si chiama Anas. In casa eravamo in tanti: Maria, la mamma; Alfonso ed
Elvio, i fratelli; Ada, Irma, Maria e Silvia, le
sorelle. La cooperazione l’avevamo in casa e
ogni tanto mi toccava aiutare. Facevo il ginnasio
e quindi capitava che mi assegnassero la contabilità. Eravamo tutti sempre disponibili e la
gente lo sapeva. Orari? Quali orari? Ricordo il
signor Umberto. Scendeva da noi ogni domenica mattina, bussava e chiedeva di acquistare
una lametta da barba. Una sola. Ogni domenica
mattina. Alla fine mio padre gliene diede un
mazzetto: prendi, gli disse, me le pagherai con
comodo, ma la domenica mattina basta.
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CULTURA COOPERATIVA racconti di cooperazione
Ma non era soltanto cooperazione. Aiutarsi era uno stile
di vita che nessuno metteva in discussione. Ricordo con
affetto, ad esempio, il senatore Luigi Carbonari.
Antifascista irriducibile, era caduto in miseria. Lo sentivamo arrivare da noi a Cogatti al venerdì, verso l’ora di
pranzo. Arrancava con la sua bicicletta a cui legava un
gran borsone con una cinghia di cuoio. Si fermava da noi
a pranzo e ripartiva. Uno spirito nobile, un uomo degno.
Doveva aver notato con quali occhi fissassi quella sua
bella cinghia e un giorno me la regalò. Un regalo fantastico: non a caso me lo ricordo ancora. Carbonari sarebbe stato un padre della Costituente e presidente
dell’Unione contadini.
Studiavo al Regio Ginnasio di Ala, istituto donato dal re
d’Italia alla città nel 1915, all’annessione. Il Ministero
aveva messo a disposizione 30 borse di studio, io l’avevo vinta e così ero stato ammesso al Convitto comunale
“Silvio Pellico”. Ma erano anni disgraziati. Prima ginnasio nel 1942. Nel 1943 il Convitto è occupato dai tedeschi,
così sono ospite da amici. Ancora non si respirava il
clima di violenza. Anzi, quei tedeschi là erano brava
gente, quante partite di calcio al campetto. Il più simpatico era Herbert. Un giorno andiamo al campetto e scopriamo che un contadino lo stava arando, aveva tirato già
due solchi da porta a porta. Chiamiamo Herbert: il campetto non si tocca, un accidenti agli orti di guerra. E i solchi? Nessun problema, ci pensa un cingolato a spianare
tutto.
Quanti ricordi al Convitto di Ala. Ci resterò anche in
seguito, dopo la maturità, come istitutore. Io diciannovenne alle prese con i sedicenni… Una grossa responsabilità. Non erano più soltanto vincitori di borse di studio. C’erano anche tanti orfani. Li mandavano da noi da
Ferrara, Modena e Reggio Emilia. Dal triangolo rosso di
cui si sapeva ma non si parlava. Ad alcuni di quei ragazzi avevano ammazzato i genitori davanti agli occhi, a
guerra ormai finita.
Si studia e si dà una mano dove serve. Aiuto mio padre,
accompagnandolo all’ingrosso del Sait di via Segantini,
a incontrare i rappresentanti. E aiuto il parroco di
Seregnano, don Domenico Girardi – è ancora vivo, ha 98
anni: indimenticabile – con la sua idea di risistemare un
edificio fatiscente per farne la casa parrocchiale, un
luogo d’incontro che mancava del tutto. Si va perfino a
raccogliere porfidi, e senza guanti… Intanto, nel 1955,
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COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
mi laureo in giurisprudenza a Bologna. Nel 1957 parto
per il corso allievi ufficiali negli alpini: prima Ascoli e
Cesano, in provincia di Roma, poi il Comando della
Brigata Orobica a Merano. Al comando, già: i laureati in
giurisprudenza erano rari e li volevano lì. Rispondo a un
primo richiamo nel 1960 e a un secondo di due mesi nel
1963, quando sono promosso a capitano. E il lavoro? Mio
fratello mi aveva dissuaso con argomenti ineccepibili:
Giuseppe, mi aveva detto, tu non sei adatto al commercio; dici sempre e tutta la verità, invece un commerciante è bene che la dica solo quando serve. Mi convinco e
faccio il concorso per entrare in Comune a Trento. Beh,
non ci sono più uscito, salendo di grado fino a divenire
segretario generale, incarico ricoperto fino alla pensione, nel 1994.
Ma sto correndo troppo. Con lo spirito mutualistico e
cooperativo nel sangue, è abbastanza logico che negli
anni Cinquanta credessi nell’Europa. Nel 1956 sono
segretario della Gioventù federalista europea. Eravamo
dei tipi “eversivi”. Ogni estate c’incontravamo al confine,
nella terra di nessuno, con i nostri omologhi austriaci e
bruciavamo simbolicamente le sbarre di confine… non
quelle vere ma delle copie. Via, non sapevamo che cosa
farcene. E intanto la banda di Colle Isarco – Gossensass
– suonava per noi. Bello! Poi, una livida mattina di
novembre, stiamo per partire per un raduno a Berlino.
Ma arrivano terribili notizie da Budapest. Molti rinunciano. Saliamo sul treno appena in dodici. Berlino, ancora
senza il muro della vergogna, una ferita per noi federalisti. Ricordo le parole profetiche di Henri Spaak: «O facciamo adesso l’Europa, mentre i generali francesi e gli
industriali tedeschi hanno il capo nella polvere, o ci vorranno altri 40 anni». Aveva ragione.
Gli anni Sessanta sono gli anni in cui mi sposo con
Mirella, nel 1966. Sono anche gli anni in cui comincio ad
assentarmi periodicamente accampando scuse non sempre plausibili. Ero al vertice trentino di Stay Beyond, l’organizzazione nota anche come Gladio, nome che a me,
allora, non avrebbe detto niente. Lo so bene, ci hanno criminalizzati. Non ci si ricorda più com’erano gli anni della
guerra fredda, ci si è dimenticati che l’invasione da parte
del Patto di Varsavia non era un’ipotesi remota ma una
minaccia reale, con cui fare i conti responsabilmente.
Eravamo quattro ufficiali degli alpini. Dovevamo sapere
tutto del nostro territorio e saperci muovere con disinvol-
tura. Ad esempio, avevamo pronte diverse vie di fuga per
persone in pericolo in caso di occupazione militare da
parte del nemico. Ogni tanto c’era il richiamo ed era il
punto debole del sistema. Dovevamo inventarci improbabili convegni o aggiornamenti professionali. Eppure eravamo riusciti a mantenere il segreto. Per me, era un
modo per dare una mano.
Gli anni Sessanta sono anche gli anni del Villaggio SOS,
di cui oggi sono presidente. Se il Villaggio è sorto, il
merito è di tanti di noi che ci abbiamo creduto. Merito
anche di Caldonazzo e del suo campeggio. Dove andava
in vacanza con moglie e figli Hermann Gmeiner. Era
stato lui ad aprire il primo Villaggio SOS nel 1949 a Imst,
in Austria, per accogliere bambini orfani di guerra e
abbandonati. Nel 1960 i Villaggi erano già dieci, con centinaia di famiglie. Un’esperienza vincente e contagiosa,
se è vero che alla sua morte, nel 1986, i Villaggi saranno
233 in 86 paesi di tutto il mondo. A Trento le cose funzionano perché – lo so, mi ripeto – entra in azione lo spirito mutualistico. Oggi si dice: le sinergie. Comune,
Provincia, Regione, Cassa di Risparmio, Bim, altri enti…
si attivano in tanti. Individuiamo l’area, nei pressi del
Parco Gocciadoro. Nel 1962 nasce il Comitato e nel 1963
sorgono le prime case. Gli iniziatori sono l’allora sindaco di Trento, Nilo Piccoli, e l’assessore provinciale alla
sanità e all’assistenza sociale, Zita Lorenzi. La cooperativa appare presto la formula più congeniale al progetto.
Alcuni sono soci volontari, come me. Altri sono dipendenti. Una cooperativa si mette in piedi per ricavarne un
beneficio. A questo punto tutti pensano: un beneficio
economico, un profitto. Ma dal Villaggio quale beneficio
economico potevamo trarre? Qui sta l’errore. Esistono
benefici, e gratificazioni, non strettamente economici,
ma di cui abbiamo bisogno in identica misura. Allora
c’erano degli orfani e noi davamo loro una famiglia,
secondo il modello stabilito da Gmeiner. Egli stesso era
rimasto orfano di padre ed erano nove fratelli, e diceva:
in caso di necessità, una mamma può bastare. Le
mamme, donne brave e generose, ciascuna nella propria casa con i propri ragazzi, ogni famiglia dotata di un
budget che gestisce da sé. Con il tempo – la legge sull’affidamento è del 1983 – alle mamme si affiancano le
zie. Non ci sono più orfani e bambini abbandonati, ma
figli di genitori in difficoltà di vario genere, bisognosi di
accoglienza.
Dal 1979 le case sono nove, ma non ci fermiamo e abbiamo due nuovi progetti. Ci sono madri che devono lavorare tutto il giorno e hanno figli piccoli; vorremmo poter
accogliere entrambi. Così stiamo trasformando Casa
Gmeiner in nove appartamenti per loro. E stiamo sistemando un vecchio rudere concesso dal Comune, dove
installare i servizi e ricavare altri tre appartamenti per le
nostre mamme in pensione. Mamme che hanno dato
tutta la vita al Villaggio. Mamme come la povera
Cesarina, morta due anni fa scendendo dall’autobus.
Abbiamo anche sei appartamenti in città per i nostri studenti universitari, con regolare borsa di studio. Perché
sia regolare, devono farmi vedere due volte all’anno il
libretto con gli esami sostenuti, altrimenti fine della
borsa. I nostri ragazzi, da adulti, sono diventati cuochi,
barbieri e vigili urbani; ma anche professionisti. Uno è
Mauro Baroni, il primo bambino di mamma Cesarina,
che oggi tiene la contabilità.
Aiutiamo gli altri e ci aiutiamo anche tra di noi cooperatori. Tempo fa Francesca Paris, presidente della
Cooperativa Alpi (avviamento lavoro personalizzato), mi
dice: «Bepin, dame na man». La mano in realtà gliel’ha
data la provvidenza. Proprio allora mi arriva la lettera di
un notaio: un benefattore lascia il eredità al Villaggio una
sua proprietà. La vendiamo, acquistiamo un capannone
con condominio che fa proprio al caso della Cooperativa
Alpi e gliela concediamo in uso. Qualcuno mi ha detto,
sottovoce, che pare sia il primo esempio del genere, di
una cooperativa che ne aiuta un’altra. Non ci credo. Ma
comunque è la cosa più normale del mondo, del mondo
cooperativo intendo.
Com’è possibile non essere solidali tra solidali? Sarà
che sono alpino, e presiedo l’Associazione nazionale
alpini di Trento, e per gli alpini aiutarsi è una cosa naturale, se non aiutassimo senza storie non saremmo alpini. Noi siamo fatti così. Me la ricordo bene, fin dagli anni
Trenta. La vacca del David. E quella volta che il parroco,
a messa, ci ha detto: oggi è domenica, niente catechismo e niente riposo, il Mansueto è ammalato e al suo
raccolto pensiamo noi. E quell’altra volta, quando siamo
andati a fare il fieno nei prati di due fratelli, uno in sanatorio, l’altro a letto ammalato. Siamo fatti così: solidali e
cooperatori e alpini. Ce l’abbiamo nel sangue.
(Racconto raccolto da Umberto Folena)
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CULTURA COOPERATIVA comunicazione
Comunicare: un gioco di squadra!
Il “Manuale di stile” della Cooperazione Trentina è stato realizzato
da un gruppo di lavoro di 17 persone
di Fabio Lucchi
È bastata una breve recensione sul
numero di gennaio di COOPERAZIONE TRENTINA e subito sono
arrivate numerose le richieste di
informazione sul “Manuale di stile”.
Si tratta di uno strumento di lavoro
che, indicando alcune regole fondamentali e moltissimi esempi, può
aiutare il personale della Federazione a realizzare una comunicazione scritta (lettere e circolari, ma non
solo) energica, efficace e, soprattutto, rispettosa di un’identità.
L’iniziativa, dicevamo, sta destando
interesse ed il successo di questa
pubblicazione (un quaderno di una
novantina di pagine rilegate a spirale) sta probabilmente nel fatto che il
manuale è stato realizzato con
metodo cooperativo. “Sono state
valorizzate le diverse competenze
di un gruppo di colleghi – spiega
Sara Perugini dell’Ufficio Stampa
– rappresentativi di tutti i settori
della Federazione. Il nostro compito
era, prevalentemente, quello di
arricchire con una serie di esempi
calati nella nostra realtà, le indicazioni teoriche forniteci da Alessandro Lucchini, l’esperto in
comunicazione con il quale, in precedenza, avevamo avuto una serie
di incontri formativi”. La squadra
dei “ComuniCAttivi” (termine mutuato dal titolo di una fortunata tra-
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COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
smissione radiofonica), che ha
avuto nel direttore generale della
Federazione, Carlo Dellasega, un
sostenitore convinto, era formata
da diciassette persone ed è stata
suddivisa, per ragioni di utilità operativa, in vari sottogruppi. Mauro
Loss, dell’ufficio informatica, rivive
con piacere un’esperienza di lavoro
che ha consentito di superare, grazie al clima di collaborazione
instauratosi, anche qualche piccola
difficoltà: “Abbiamo dovuto fare
attenzione a non urtare la sensibilità
di qualche collega. Non dobbiamo
dimenticare, infatti, che alcuni
documenti proposti quale esempio
da non imitare erano pur stati scritti da qualcuno di noi. Lo spirito di
gruppo ci ha aiutato a superare
anche questo ostacolo e alla fine
del percorso la soddisfazione è
stata piena, soprattutto da parte di
chi mai avrebbe pensato di poter
contribuire un giorno, quale coautore, alla realizzazione di un vero
libro”. Completata la stesura dei
testi e data alle stampe la pubblicazione (eravamo alla fine dello scorso mese di ottobre) restava da programmare la presentazione dell’opera. “Ci rendevamo conto – racconta Sara Perugini – che era
necessario inventare qualcosa di
originale e coinvolgente: una sorta
di spot capace di destare interesse
nei colleghi. Abbiamo pensato che
l’occasione migliore fosse il tradizionale incontro augurale pre-natalizio.” “Anche su questo si è lavorato in forma cooperativa – puntualizza Mauro Loss – cercando di superare la naturale ritrosia di chi prima
di allora non aveva mai avuto occasione di parlare in pubblico”. La
breve performance, che è stata
accolta con simpatia dal pubblico
dei colleghi, è partita da un’intuizio-
I ComuniCAttivi
Roberta Baldessari
Monica Belloni
Renzo Bridi
Paola Calza
Federica Castelli
Rita Corazzola
Fabrizio Cuel
Roberta Girardini
Arianna Giuliani
Mauro Loss
Marco Paissan
Marina Pancheri
Sara Perugini
Andrea Porcelli
Irene Rosi
Francesca Tomasi
Elisa Zerlottin
MANUALE DI STILE: ISTRUZIONI PER L’USO
Il manuale, pratico nel formato e nella rilegatura a spirale, si divide in tre distinte sezioni.
IL METODO
Indica i principali requisiti della scrittura professionale e
utili criteri di miglioramento, anche attraverso numerosi
esempi che prevedono la comparazione tra un testo
efficace ed uno non efficace. Per raggiungere l’obiettivo di una scrittura chiara e comprensibile, il manuale
suggerisce l’uso di parole semplici e dal significato
concreto, all’interno di periodi brevi ed essenziali. Un
corretto utilizzo delle forme verbali (l’indicativo è il modo
migliore per farsi capire) ed un linguaggio positivo
(meglio affermare qualcosa che negare il suo contrario)
aiutano ad una maggior comprensione del nostro messaggio.
Ed evitiamo, nel limite del possibile, sigle comprensibili solo da pochi addetti ai lavori, maiuscole, parole straniere.
GLI STRUMENTI
Il manuale non si limita a prendere in considerazione le
forme più tradizionali della comunicazione aziendale,
lettere e circolari, ma fornisce indicazioni anche per la
scrittura di e-mail e la presentazione di slide.
“Scrivere per farsi leggere” è un titolo che, da solo, indica chiaramente quale deve essere il nostro principale
obiettivo nell’elaborazione di un testo. Chi scrive, infatti, è spesso preoccupato della propria immagine e trascura di mettersi in relazione con il lettore. Nelle lettere,
molto importanti sono i concetti, che devono essere
espressi in modo chiaro ed accattivante, ma non è da
trascurare nemmeno la disposizione grafica del testo
sulla pagina. Un aspetto ordinato, con caratteri leggibili, rientri di colonna e spazi bianchi, rende la lettura più
invitante. Ed attenzione all’indirizzo e al titolo, per non
correre il rischio di indisporre il destinatario del messaggio ancor prima che questi abbia intrapreso la lettura
del testo.
ne registica che ha saputo rendere
con efficacia il concetto di confusione linguistica. Poi la Babele iniziale è stata superata grazie all’applicazione delle regole di comunicazione che il Manuale di stile
suggerisce. “Ho saputo solo all’ultimo momento di dover interpretare
una parte – racconta divertita
Monica Belloni – in quanto per l’illustrazione dei temi di cui anch’io
Di notevole interesse è la sezione riservata alla e-mail,
strumento di comunicazione che solo da pochi anni è
entrato a far parte delle nostre abitudini giornaliere. Si
tratta di trasferire attraverso il computer “emozioni
digitali” e, perché la comunicazione sia mirata ed efficace, in uno spazio a volte
molto piccolo (pensiamo ad
INVECE DI COSÌ
esempio ai palmari), le regole
devono essere rigorose: oggetto sintetico ed invitante, paragrafi di non oltre 25 parole,
aspetto visivo in grado di favorire la comprensione.
In questa sezione del manuale è
presente anche un capitolo
dedicato alle slide, strumento di
comunicazione che combina
MEGLIO COSÌ
testo scritto e parola. L’attenzione, in questo caso, deve
essere massima in quanto il
nostro interlocutore è, al tempo
stesso, ascoltatore e lettore. Ma
attenzione a dosare con cura i
due strumenti a nostra disposizione per non ingenerare confusione o sovrapposizioni noiose.
I VALORI
Il manuale di stile si chiude con
un accenno ai valori della nostra
comunicazione, intesa come circolo virtuoso, come pratica coerente ai valori cooperativi. Dopo
aver individuato nella reciprocità
l’elemento etico comune all’attività cooperativa ed a
quella di comunicazione, sono suggeriti alcuni obiettivi
che fanno riferimento alla Carta dei Valori della
Cooperazione Trentina: trasparenza, onestà, rispetto,
responsabilità e fiducia.
mi ero occupata era stato individuato inizialmente un altro collega.
Poi, forse per garantire le “quote
rosa”, si è pensato di spezzare l’intervento in due e di coinvolgere la
sottoscritta. Ci ho provato e non è
andata male, tanto che alla fine i
commenti sono stati benevoli”.
Distribuito negli uffici all’inizio dell’anno, il “Manuale di stile” è ora su
tutte le scrivanie. Ma non finisce
qui. Per il futuro è prevista l’organizzazione di un percorso, da realizzare in collaborazione con “Formazione Lavoro”, teso a dare a
tutte le cooperative interessate gli
strumenti per comunicare in modo
più efficace e, se lo desiderano, a
realizzare il loro Manuale di stile. Ed
in questo contesto il “gruppo dei
diciassette” potrebbe essere ulteriormente coinvolto.
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
19
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ATTUALITÀ sociali
Alpi, prende forma
l’impresa di comunità
Inaugurato il mese scorso il nuovo capannone della cooperativa: spazi più
ampi per l’integrazione sociale attraverso il lavoro di persone svantaggiate.
All’investimento hanno partecipato soci, mondo cooperativo e imprenditori
L’impresa sociale di comunità esiste! La prova è un
capannone di più di mille metri quadri in via Ragazzi del
‘99 a Trento, ovvero la nuova sede della cooperativa
sociale A.L.P.I. (Avviamento al Lavoro su Progetti Individualizzati) acquistata con un investimento di 1,5 milioni
di euro a cui hanno partecipato soci, volontari, istituzioni, mondo cooperativo e altre aziende.
Alle imprese sociali di comunità è dedicato il progetto
Equal Restore, promosso tra gli altri dalla Federazione
Trentina della Cooperazione, che in questi anni ha offerto strumenti per individuare, sviluppare e valutare questo
tipo di organizzazioni. Non è comunque facile visualizzare cosa concretamente significhi perseguire imprenditorialmente una finalità sociale (il benessere e la coesione
delle comunità partendo dalle persone più deboli) coinvolgendo soggetti di natura diversa e valorizzando le
risorse del territorio.
L’esperienza di Alpi fuga ogni dubbio e il capannone è
solo l’ultima, anche se importante e visibile, conferma.
La cooperativa è nata nel 1990, racconta la presidente
Francesca Paris Kirchner, dall’idea che il lavoro sia
uno strumento di integrazione sociale per le persone in
difficoltà. Certo non l’unico, ma sicuramente uno tra più
efficaci. L’esperienza di questi 18 anni lo conferma: il
60% delle 270 persone che hanno fatto un percorso di
inserimento nella cooperativa oggi lavora in aziende private, mentre un altro 30% è inserito in strutture protette.
La cooperativa – spiega il direttore Silvano Deavi – nel
tempo aveva raggiunto buoni risultati, dimostrando
anche che si può fare integrazione operando in mercati
non residuali. Ciò nonostante quattro anni fa Alpi rischia-
va di chiudere: “La sede in cui eravamo, concessa in
comodato gratuito dalla cooperativa SOS Villaggio del
fanciullo, non permetteva per dimensioni di rispondere
alle richieste del mercato. O facevamo un salto di qualità in termini produttivi o avremmo perso clienti. I soci
hanno accettato il rischio (allora non si sapeva ancora
che ci sarebbe stato un contributo da parte della Pat),
sostenuti anche dal mondo cooperativo. La cosa bella
però è che lo hanno fatto anche alcune aziende clienti,
segno che nel tempo Alpi aveva mostrato il valore sociale aggiunto del proprio lavoro”.
L’investimento di 1,5 milioni di euro, compiuto nel 2004,
ha già cominciato a dare i suoi frutti: è cresciuto il numero di aziende clienti e il fatturato è passato in tre anni da
700.000 a 1.100.000 di euro, ma soprattutto sono
aumentate le persone svantaggiate inserite (+ 40%),
senza contare l’indotto sociale: altre 200 infatti sono
impiegate in organizzazioni (altre cooperative sociali,
associazioni) che ricevono commissioni da Alpi. Per ogni
persona in difficoltà viene costruito un percorso individuale che, oltre alla formazione al ruolo di lavoratore, dà
anche una preparazione di tipo professionale. “Sono
percorsi – spiega il direttore – da fare un tratto alla volta
perché così è più facile capire come muoversi, trarre
soddisfazione strada facendo e fissare i punti raggiunti”.
Sotto questo profilo le attività di assemblaggio di componenti elettriche, meccaniche e plastiche (ad esempio
per caldaie) che Alpi realizza per 34 aziende private (tra
cui Zobele industrie chimiche, Wurth, Watts Londra e
Casa Girelli) sono particolarmente adatte perché scomponibili, ripetitive e di complessità graduabili (s.d.v.).
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
21
ATTUALITÀ convenzioni
La salute e la bellezza del socio
Un’idea regalo, ma anche un servizio in più da offrire ai propri soci grazie alla
nuova convenzione della Carta In Cooperazione stipulata da Federazione e Terme di
Comano. Per le cooperative sconti fino al 40%
Un omaggio in occasione della prossima assemblea.
Oppure un regalo per il compleanno dei soci. Sono alcune idee per festeggiare, ma anche per prendersi cura
della bellezza e della salute dei soci grazie alla nuova
convenzione firmata dalla Federazione con le Terme di
Comano nell’ambito del progetto Carta In Cooperazione. Da quest’anno le cooperative trentine possono
ordinare uno stock di prodotti della linea “Salus per
Aquam”, che permettono di usufruire anche a casa delle
proprietà curative dell’acqua termale di Comano con
uno sconto che può arrivare fino al 40%. Unico vincolo,
i prodotti non possono essere destinati alla vendita.
Regalo o servizio
Le cooperative non interessate a questa proposta possono comunque mettersi a disposizione dei soci garantendo loro un’offerta molto conveniente. L’accordo fatto
con le Terme di Comano consente infatti di estendere la
stessa agevolazione riservata alle associate alla
Federazione anche a gruppi di almeno tre soci, che
hanno la possibilità quindi di ordinare i prodotti della linea
dermocosmetica tramite la propria cooperativa a condi-
zioni vantaggiose. In alternativa, i soci possono fare i loro
acquisti singolarmente al negozio delle Terme o per corrispondenza usufruendo di uno sconto del 10%.
Qualità e quantità
Sulla qualità non ci sono dubbi. Si tratta di prodotti realizzati con un’acqua termale dalle proprietà esclusive, in
grado di ridurre gli eventuali effetti collaterali delle terapie
estetiche. Si completa cosi l’offerta per i soci della cooperazione trentina che hanno diritto inoltre al 10% di
sconto sui servizi proposti nelle strutture termali e nel
nuovo Centro di dermatologia estetica e correttiva, dove
è possibile correggere le alterazioni cutanee di interesse
estetico, come, ad esempio, rughe, arrossamenti, piccole vene o macchie scure.
L’offerta riservata alle cooperative e ai loro soci coniuga
qualità e quantità. Questo significa, in breve, che più
prodotti si ordinano e maggiore è lo sconto. Acquistando 100 pezzi, infatti, si ha diritto a una riduzione del
30%. Uno sconto vantaggioso che può salire al 35%
ordinando 500 pezzi e arrivare fino al 40% per ordini di
mille pezzi (s.p.).
VANTAGGI PER I SOCI
LA CONVENZIONE CON LE TERME DI COMANO GARANTISCE VANTAGGI A TUTTI I SOCI
POSSESSORI DI CARTA IN COOPERAZIONE
L’offerta speciale riservata ai soci
cooperatori trentini prevede, inoltre, lo sconto del 20% sulle singole cure termali effettuate in
aggiunta a quelle fornite in convenzione con il Servizio Sanitario
Nazionale.
Uno o due giorni alle terme per
una pausa all’insegna del benessere e del relax con il 15% di
sconto. Chi invece non ha molto
tempo a disposizione può prenotare singoli trattamenti usufruendo di uno sconto del 10%.
E i vantaggi continuano al
Grand Hotel Terme, dove presentando la carta di identità del
socio è possibile avere una riduzione del 10% sulle tariffe dei
servizi di pernottamento e ristorazione.
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
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ATTUALITÀ fisco
Le cooperative non pagano le tasse?
Veramente ne pagano più degli altri
II regime fiscale delle cooperative non rappresenta un reale vantaggio
competitivo, soprattutto in presenza dei maggiori costi, oltre che dei vincoli,
che la gestione mutualistica comporta
di Ivano Barberini*
È diffusa l’idea che le cooperative non paghino le
tasse. Rilanciata a ondate ricorrenti dal dibattito politico secondo precisi calcoli di convenienza, questa
affermazione ha un’indubbia efficacia comunicativa
perché semplifica e riassume fatti complessi con la
forza di uno slogan. Ma è proprio vero che “le cooperative non pagano le tasse”? La loro imponente crescita negli ultimi sessanta anni è il prodotto di un trattamento fiscale di favore? La risposta è no. Lo stesso
onorevole Giulio Tremonti affermò alcuni anni or sono
che il trattamento fiscale riservato alle cooperative altro
non era che la compensazione degli svantaggi che
esse avevano nei confronti delle altre forme di impresa.
Le cooperative hanno progressivamente visto erodere
ogni vantaggio fiscale in varie occasioni, come, ad
esempio, con l’introduzione dell’Irap. Inoltre è sorprendente che si continui ad affermare, da parte degli stessi esponenti di Governo, che «le cooperative non
pagano le tasse» a poco più di due anni di distanza
dalla entrata in vigore della normativa fiscale riguardante le cooperative, predisposta dallo stesso ministro
Tremonti.
Dovrebbe ormai essere riconosciuto che la cooperazione è cresciuta in virtù di altri fattori: il senso di
appartenenza e la volontà dei soci, un’elevata capa-
24
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
cità imprenditoriale, la stabilità finanziaria assicurata
dall’accumulazione indivisibile degli utili. Le cooperative hanno beneficiato poco o niente delle politiche
assistenzialistiche che hanno caratterizzato per un
lungo periodo la vicenda economica e sociale del
nostro Paese. I guasti di quella politica pesano ancora gravemente sulla competitività del nostro sistema
economico.
Le cooperative hanno lungamente dimostrato di agire
nell’interesse del Paese e di meritare il riconoscimento
contenuto nell’articolo 45 della Costituzione. Esse si
sono rivelate capaci di risolvere autonomamente le
proprie crisi e di rivitalizzare imprese ordinarie, come
testimonia l’attività della Compagnia Finanziaria
Industriale, gestita dalle Centrali cooperative insieme al
Ministero delle Attività produttive.
Per questa via si sono salvati migliaia di posti di lavoro;
si sono trasformati dipendenti in imprenditori di se
stessi; si sono utilizzati in modo produttivo gli ammortizzatori sociali.
Il riconoscimento costituzionale ha indubbiamente gettato le basi per un ambiente favorevole allo sviluppo
della cooperazione «a base mutualistica e senza finalità
di speculazione privata». Il patto sancito originariamente con la legge Basevi del 1947 si è realizzato, nei
“
Le cooperative hanno
lungamente dimostrato
di agire nell’interesse del
Paese e di meritare il
riconoscimento contenuto
nell’articolo 45 della
Costituzione
”
decenni successivi, attraverso il «sacrificio» congiunto
del socio della cooperativa e dello Stato: il primo ha
assunto un insieme di vincoli, il principale dei quali è la
rinuncia, per sempre, al beneficio personale degli utili
conseguiti dalla cooperativa; il secondo ha moderato la
pressione fiscale esonerando gli utili destinati a riserva
indivisibile. In caso di scioglimento o di trasformazione
in società ordinaria, la cooperativa ha l’obbligo di
devolvere l’intero patrimonio sociale al fondo mutualistico nazionale per la promozione di nuove imprese
cooperative.
La mutualità cooperativa presenta caratteri multiformi
ed evolutivi. In Italia essa si è affermata come mutualità
interna (servizio ai soci, tutela del potere di acquisto o
tutela del lavoro ecc.) e mutualità esterna, vale a dire
l’estensione ai non soci del vantaggio mutualistico
accennato. Una variante della mutualità esterna è la
mutualità di sistema che ha dato origine appunto al
fondo per la promozione cooperativa.
La riforma del diritto societario, approvata nel 2003, ha
introdotto cambiamenti profondi, con la modifica dei
parametri di valutazione dei requisiti mutualistici. La
riforma ha disegnato un tronco normativo unico con
due ramificazioni, differenziando le cooperative sulla
base della «mutualità prevalente e non prevalente». La
cooperativa è a mutualità prevalente quando la sua
attività è prevalentemente costituita: dal servizio ai soci
nel caso della cooperazione di consumatori; dal lavoro
dei soci nel caso delle cooperative di produzione lavoro; dall’utilizzo degli apporti di beni e servizi, nel caso di
cooperative di conferimento. Le cooperative che sviluppano meno del 50 per cento della loro attività con i
soci o verso i soci sono considerate «a mutualità non
prevalente».
Il nuovo regime fiscale, connesso alla riforma, riduce
significativamente ogni residuo beneficio rispetto alle
altre forme di impresa, soprattutto per le cooperative a
mutuaIità non prevalente. I calcoli presentati da due
professioniste della società di certificazione contabile
Uniaudit – Linda Fagioli e Silvia Fiesoli – in una recente
giornata di studio promossa dall’Associazione Italiana
“
Il trattamento fiscale
riservato alle cooperative
è la compensazione degli
svantaggi che esse hanno
nei confronti delle altre
forme di impresa
”
Revisori Contabili dell’Economia Sociale (Airces), forniscono un quadro chiaro della nuova situazione.
Le cooperative a mutualità prevalente mantengono
inalterati i criteri di distribuzione degli utili, destinati in
larghissima misura a riserve indivisibili. In ogni caso
esse devono assoggettare a tassazione una quota
almeno pari al 30 per cento degli utili, anche se le componenti oggettivamente deducibili superano il 70 per
cento. Fanno eccezione a questa norma le cooperative agricole e le banche di credito cooperativo alle quali
si applica una tassazione più ridotta, e le cooperative
sociali che beneficiano interamente dell’esenzione
dalle imposte sugli utili conseguiti, destinati a riserva
indivisibile.
Nel caso della cooperativa a mutualità non prevalente si possono avere due differenti situazioni. Un primo
caso riguarda una cooperativa il cui statuto prevede
l’indivisibiIità della riserva legale costituita con il 30
per cento degli utili. Il residuo 70, detratto il 3 per
cento destinato a fondo mutualistico, è assoggettato
a tassazione. Il secondo caso riguarda una cooperativa a mutualità non prevalente, il cui statuto non preveda l’indivisibilità della riserva legale. In questo caso
la quota tassata diviene pari al 97 per cento (detratto
soltanto il 3 per cento a fondo mutualistico) con un’incidenza fiscale pressoché analoga a quella delle
imprese ordinarie.
Se alla tassazione si aggiunge l’erogazione del 3 per
cento degli utili al fondo mutualistico, che per la singola cooperativa equivale a una sorta di imposta aggiuntiva, essa supera di due punti quella dovuta dalle
imprese non cooperative. II regime fiscale delle cooperative è, perciò, lungi dal rappresentare un reale vantaggio competitivo, soprattutto in presenza dei maggiori costi, oltre che dei vincoli, che la gestione mutualistica comporta. Una discussione seria e documentata su questi problemi può concorrere a sfatare luoghi
comuni e a individuare le condizioni realmente efficaci
per lo sviluppo della cooperazione.
* Presidente dell’Ica (Alleanza Cooperativa Internazionale)
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
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ATTUALITÀ progetti internazionali
Curriculum europeo per il socio
Ventiquattro mesi di tempo, a partire da gennaio 2008, per sviluppare una metodologia
innovativa a sostegno delle attività di formazione cooperativa per i soci. Previsto un utilizzo
diffuso delle tecnologie informatiche, con la creazione di una “scatola degli attrezzi” multimediale
È l’obiettivo del progetto Skills – Skills Knoweldge within
Innovation Lifelong Learning System, presentato dalla
Federazione, come project leader, sul programma a
finanziamento europeo Lifelong Learning Programme –
Leonardo da Vinci. Il progetto è stato scelto dalla
Education, Audiovisual & Culture Executive Agency –
Unit P3 come una delle migliori proposte pervenute ed è
stato finanziato al 75%.
Gli obiettivi
Sono cinque: sviluppare, valorizzando le specificità, il
ruolo nella formazione cooperativa nei rispettivi territori; supportare le attività di formazione cooperativa con
materiale didattico interattivo e una formazione dinamica sperimentale e non formale, centrata sul discente;
sviluppare un sistema di validazione del sistema di
apprendimento sperimentato, che permetta di riconoscere e formalizzare le competenze necessarie per
poter essere soci attivi della propria cooperativa o promotori e gestori di imprese cooperative; adattare il
sistema di formazione cooperativa alle specificità culturali dei diversi Paesi coinvolti; sviluppare attività comuni di formazione per formatori.
I prodotti
Sono tre: moduli per interventi formativi specifici gestiti
con metodologia di “apprendimento cooperativo” (cooperative learning); proposte di formazione residenziale,
con training presso cooperative e modalità di apprendimento on-the-job; catalogo proposte per workshop itineranti, con possibilità di condividere conoscenze e
competenze in diversi contesti europei. Le proposte
saranno compendiate da un utilizzo diffuso delle tecnologie dell’informazione, con la creazione di una “scatola
degli attrezzi” multimediale.
Tempistica
Il piano di lavoro prevede: analisi e condivisione dei fabbisogni formativi cooperativi non formali e delle relative
iniziative già sperimentate nei rispettivi contesti; definizione di un bilancio condiviso delle competenze (curriculum
del socio cooperatore); condivisione di un pacchetto di
proposte per la formazione cooperativa non formale dei
soci, predisposto nelle diverse lingue; fase locale di
testing del pacchetto proposto, con formazione dei formatori; ridefinizione del pacchetto formativo post testing
e creazione di un catalogo di proposte formative non
formali per i soci cooperatori. Le varie fasi del progetto
saranno accompagnate da un piano di valutazione e
monitoraggio.
I partner di progetto
La partnership internazionale creata dall’Ufficio progetti
europei della Federazione, che coordina il progetto,
comprende istituti di ricerca e agenzie di sviluppo di
quattro Paesi: Lanki, Instituto de estudios cooperativos
– Spagna (Istituto di studi dell’Università del sistema cooperativo basco di Mondragon); Coompanion Kooperativ
Utveckling Skaraborg – Svezia (Agenzia svedese di sviluppo cooperativo, membro dell’ICA – Alleanza Cooperativa Internazionale); Swedish TelePedagogic Knowledge Center (Stpkc) – Svezia (Centro Svedese di Sperimentazione pedagogica. Collabora anche con l’ONU e
la Banca Mondiale); Anadolu Bil Meslek Yuksek Okulu –
Turchia (Istituto di formazione tecnologia e informatica di
Istanbul, per quadri intermedi del settore pubblico, privato e cooperativo); Kemi-Tornion ammattikorkeakoulu –
Finlandia (vi lavorano 200 persone. È il centro studi
dell’Università finlandese di Kemi - Tomio, nato nel 1999
e specializzato in e-learning) (e.f.).
PER INFORMAZIONI:
FEDERAZIONE TRENTINA DELLA
COOPERAZIONE - UFFICIO PROGETTI
EUROPEI ([email protected])
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
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ATTUALITÀ pari opportunità
Contratti di lavoro
più attenzione alle donne
Flessibilità, valutazione e maternità. Sono queste le aree di criticità dei contratti
collettivi dei lavoratori. In Trentino bisogna puntare su conciliazione e
valorizzazione delle risorse. La soluzione ideale: una contrattazione individuale
di Sara Perugini
L’orario di lavoro, la valorizzazione
delle competenze e la gestione della
maternità sono le aree normative dei
contratti collettivi di lavoro da cui
emerge maggiormente la discriminazione di genere. “Il contratto è un elemento fondamentale nel regolare i
rapporti di lavoro, quindi inserendo
l’ottica di genere, cioè una lettura critica delle clausole contrattuali, è possibile trovare misure e pratiche organizzative concrete a sostegno delle
pari opportunità effettive” ha spiegato Simonetta Fedrizzi in occasione
del seminario “Che genere di contrattazione” organizzato dall’Associazione Donne in Cooperazione per
presentare il progetto ANCCORA,
ovvero un’analisi ragionata del contratto di lavoro in un’ottica antidiscriminatoria, di cui la Fedrizzi è responsabile.
“Analizzare i contratti in un’ottica di
genere – ha aggiunto la sociologa
Sigrid Marchiori – è un processo di
rinnovamento normativo e un fattore
di cambiamento culturale. È un
28
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
approccio che si contrappone al
pensiero che i contratti di lavoro
siano neutri e cerca di scardinare i
meccanismi che generano, non solo
in ambito lavorativo, l’attribuzione di
ruoli maschili e femminili”.
Le pari opportunità e la lotta alle
discriminazioni di genere devono
interessare tutta la società trentina,
ha sottolineato l’assessore alla cooperazione Franco Panizza nel suo
intervento di saluto. “Spero si trovino
presto strumenti efficaci per consentire alle donne di avere un ruolo attivo corrispondente alle loro effettive
capacità – ha detto – In questo
ambito la cooperazione ha una grande responsabilità perché tra i suoi
scopi c’è anche la valorizzazione
della persona, di ogni genere”.
La situazione
“In Italia il sistema delle organizzazioni è ancora molto disegnato sul
maschio senza problemi di conciliazione – ha affermato Paola Villa,
docente dell’Università di Trento. –
Manca ancora la giusta attenzione
alle esigenze di chi ha la responsabilità del lavoro di cura, che nella maggior parte dei casi è una donna”.
La cura della famiglia, intesa come
educazione dei bambini ma anche
come assistenza ad esempio ai
genitori anziani, viene ancora lasciata spesso totalmente nelle mani delle
donne, con forti ripercussioni sulle
loro reali possibilità di avere una vita
professionale che rispetti le loro
capacità e ambizioni.
“In Trentino le donne che lavorano
sono una componente importante,
ma non hanno ancora il ruolo che
spetta loro – ha precisato Isabella
Speziali, direttrice dell’Osservatorio
Agenzia del Lavoro. – I posti ci sono,
ma sono ancora poche le donne, in
termini relativi, che decidono di
entrare nel mondo del lavoro”.
Secondo la Speziali le cause sono
da ricercare proprio nell’importante
ruolo assegnato alle donne nella
cura della famiglia. Anche se le cose
pare stiano cambiando. “Le donne
> Da sinistra: Sandra Dodi, presidente Associazione Donne in
cooperazione, Franco Panizza, assessore provinciale alla
cooperazione, Mariangela Franch, docente dell’Università di
Trento e moderatrice dell’incontro, e Carlo Dellasega, direttore
generale della Cooperazione Trentina
oggi studiano di più e quindi più che
in passato entrano nel mondo del
lavoro chiedendo la giusta valorizzazione – ha raccontato la direttrice. –
Dobbiamo iniziare a ragionare sulla
conciliazione e, allo stesso tempo,
sulla valorizzazione della componente femminile”.
Donne, non solo mamme
Diversi gli strumenti a disposizione
delle aziende: dall’attivazione del
part-time al sostegno delle donne in
maternità alla valorizzazione delle
competenze. In questo modo le
aziende non rischiano di perdere
l’investimento fatto assumendo la
lavoratrice. “Se un’azienda ha
assunto donne capaci deve poi utilizzare queste risorse al meglio – ha
esortato la Villa. – Penso sia importante andare nella direzione di una
contrattazione per certi aspetti quasi
individuale. Non dobbiamo dimenticare che le donne non sono tutte
uguali”.
Un’esortazione raccolta anche dall’assessore alle pari opportunità Iva
Berasi. Pur sottolineando la necessità di pensare alle donne con famiglia, ha aggiunto: “Bisogna cominciare a considerare anche le
necessità delle donne che vivono da
sole, anche loro troppo spesso vittime di discriminazione di genere”.
La Berasi ha poi affrontato l’argomento del divario retributivo tra
uomini e donne: in questo settore la
situazione è talmente iniqua che se
ne sta occupando perfino la Commissione Europea.
Gli strumenti
Rimangono da individuare gli stru-
menti più adatti per garantire le pari
opportunità. Per farlo, il progetto
ANCCORA parte dall’analisi del contratto di lavoro in essere nella Federazione Trentina della Cooperazione.
“Sono state individuate le aree su cui
è possibile lavorare – ha detto ancora Simonetta Fedrizzi. – Spetta ora
alle parti sociali confrontarsi sull’applicabilità e praticabilità delle ipotesi
individuate e decidere eventuali
modifiche da inserire”.
E a livello di contrattazione, le parti
coinvolte hanno già acquisito la consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo. “Il sindacato ha il compito
fondamentale di recepire le esigenze
dei lavoratori” ha spiegato Domenico Mazzucchi, sindacalista Fabi.
“Va detto che a livello locale, ad
esempio nelle Casse Rurali, siamo
riusciti a ottenere risultati migliori
rispetto al nazionale. E la situazione è
ancora in evoluzione” ha specificato
Mariano Perotti , sindacalista FibaCisl. “Non solo è stata ampliata la
possibilità di part-time e concessa
l’aspettativa sia alle madri che ai
padri – gli ha fatto eco Mazzucchi –
ma stiamo puntando alla ricostituzione di una Commissione pari opportunità in un’ottica di conciliazione”.
Il punto di vista della Federazione
è stato presentato da Adriano
Orsi, delegato sindacale alla contrattazione: “è corretto che il movimento cooperativo si occupi delle
pari opportunità, ma non intese
solo come uguaglianza di genere.
Al giorno d’oggi la questione è
molto più complessa per varie
ragioni, dalla crescita del numero
di immigrati con abitudini ed esigenze diverse all’aumento di fami-
glie ‘non tradizionali’. Finora nelle
contrattazioni locali siamo riusciti a
migliorare gli istituti contrattuali
previsti a livello nazionale anche
per favorire la parità tra uomo e
donna. Ora è importante trovare il
modo per garantire pari opportunità a tutti e favorire la conciliazione dei tempi di vita e lavoro”.
In Federazione sono già stati avviati
strumenti utili a garantire l’equità di
trattamento tra uomo e donna.
“Abbiamo sperimentato il telelavoro,
attivato molti part-time personalizzati e aderito al progetto Tempo, per
favorire la conciliazione dei tempi
casa-lavoro, – ha raccontato il direttore generale Carlo Dellasega – e
ora stiamo promuovendo queste
opportunità anche presso le nostre
cooperative. Speriamo di ottenere
presto risultati importanti”.
La parità coinvolge
anche gli uomini
La parità di genere non è una questione femminile, ma un obiettivo che
interessa tutti. Quanti uomini, ad
esempio, vorrebbero poter passare
più tempo con il proprio bambino
appena nato? “La nascita di un figlio
riguarda sia le madri che i padri – ha
sottolineato Andrea Bontempelli,
responsabile marketing della Cassa
Rurale di Aldeno e Cadine. – Le problematiche della conciliazione non
riguardano solo le donne. Partendo
da questa considerazione la nostra
banca di credito cooperativo ha attivato, nell’ambito del progetto Gelso,
il congedo di paternità, grazie al
quale al momento della nascita del
figlio il padre ha tre giorni di congedo
dal lavoro”.
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
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ATTUALITÀ viaggio di studio
IL TRENO DELLA MEMORIA
Grazie al contributo garantito dalle Casse Rurali di Fiemme, una decina
di giovani della valle ha potuto visitare i campi di sterminio di
Auschwitz e Birkenau in Polonia e prendere coscienza in prima persona
della tragedia che travolse milioni di persone
Dare valore alla memoria. Mantenendo vivo il monito
forte degli eventi legati all’Olocausto. Impegnandosi
quotidianamente per un mondo più pacifico, solidale
e partecipato. Sono questi gli obbiettivi di fondo del
“Treno della memoria”, iniziativa promossa dall’associazione “Terra del fuoco” di Torino (vicina al Gruppo
Abele di don Ciotti), che ha portato oltre duemila giovani italiani a visitare i campi di sterminio di Auschwitz
e Birkenau in Polonia. Al terzo dei tre treni diretti in
Polonia, la prima settimana di febbraio, ha partecipato anche un gruppo di dieci giovani della Valle di
Fiemme. La partecipazione dei ragazzi fiemmesi a
quest’importante progetto che lega passato e futuro
è stata resa possibile dalla collaborazione delle Casse
Rurali della Val di Fiemme che hanno accolto la proposta e sostenuto per la gran parte le spese del viaggio e del soggiorno in Polonia. Donata Bonelli di
Castello di Fiemme, Anna Delvai di Carano, Luiz Henrique Leitao de Oliveira di Cavalese, Andrea Sonato,
Filippo Deflorian e Stefano Zeni di Panchià, Greta Giacomuzzi e Serena Partel di Ziano di Fiemme, Angelica Dellasega e Giorgio Delugan di Predazzo, accompagnati da Michele Malfer e Sergio Finato, sono stati
i protagonisti di quest’esperienza durata cinque giorni. Tanti i momenti toccanti. Come l’incontro sul treno
con Wilma Braini, ex partigiana goriziana, deportata
al campo di Bergen Belsen che ha raccontato con
dolore ma anche con grande fermezza quei dramma-
tici mesi a cavallo tra il 1944 ed il 1945. Oppure la
visita ai campi di Auschwitz e Birkenau, vedendo e
percependo in prima persona il dramma tremendo
vissuto da milioni e milioni di persone. Poi a Birkenau
la cerimonia del ricordo: i settecento ragazzi del terzo
“Treno della memoria” hanno scelto un nome ed uno
sguardo nella galleria di fotografie dei prigionieri di
Auschwitz ed al mausoleo hanno ricordato questi
nomi e questi sguardi, rendendo così in modo semplice ma significativo giustizia ad alcune di queste vite
sacrificate nel nome di un credo politico aberrante ed
assolutamente inaccettabile. L’esperienza del “Treno
della memoria” ha poi visto i ragazzi impegnati anche
in momenti di approfondimento e riflessione del tema
della memoria sia legato al dramma dell’Olocausto
sia a drammi dei giorni nostri ed in particolare a quello dell’immigrazione clandestina con le sue degenerazioni come lo sfruttamento di questi disperati in situazioni di lavoro vergognose e nella prostituzione.
Realtà che non vanno dimenticate ma, al contrario,
vanno affrontate con impegno e convinzione puntando con forza ad un’inversione di tendenza. L’esperienza del “Treno della memoria” è stata importante
poi anche come occasione di conoscenza e di amicizia tra giovani di varie regioni italiane e questo ha
completato il cerchio di un’esperienza decisamente
positiva e che sicuramente avrà un seguito negli anni
a venire (c.c.).
> Il gruppo fiemmese all’ingresso del campo di Auschwitz
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
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ATTUALITÀ il viaggio
TRENTO-LOCRI
ANDATA E RITORNO
Tanta gente comune ha partecipato alla manifestazione di Locri in Calabria per
dimostrare l’affetto dei trentini al popolo calabrese. Il messaggio delle istituzioni con
sedici sindaci in prima fila, ed uno slogan “Reciprocamente solidali”. La Calabria ha
sempre bisogno di solidarietà, per battere la cultura dell’illegalità. Soprattutto adesso,
dopo la partenza del vescovo Bregantini
di Walter Liber
Il sindaco di Locri Francesco Macrì non usa mezze
misure. Guardando le duemila persone provenienti da
tutta Italia che sfilano nel corteo per le strade semideserte di Locri, nota l’assenza dei calabresi e commenta: “C’è ancora molto lavoro da fare”. In effetti il primo
marzo a Locri, giornata consacrata alla solidarietà degli
italiani per il popolo calabrese, è mancata soprattutto
la comunità locale.
L’eredità di monsignor Giancarlo Bregantini, vescovo di
Locri-Gerace per tredici anni, è importante: una rete di
solidarietà partita dalle cooperative agricole messe in
piedi da giovani anche con il contributo del Trentino, e
sviluppatasi poi nel campo del sociale con la costituzione del consorzio Goel, 13 cooperative sociali che danno
occupazione a mezzo migliaio di addetti. Oggi la produzione di piccoli frutti è una risorsa economica consolidata per la zona (circa 2,6 milioni di euro l’anno il valore del
conferimento a Sant’Orsola), e rappresenta la speranza
di un avvenire migliore per centinaia di giovani.
Ma il futuro è incerto. La “rimozione” di mons. Bregantini, per dirla con padre Alex Zanotelli, presente a
Locri, potrebbe creare di nuovo il vuoto e lasciare
mano libera alla ‘ndrangheta e la cultura dell’illegalità.
Da qui la manifestazione del primo marzo, che vorrebbe ripetersi ogni anno.
La testimonianza più bella di solidarietà dal Trentino è
venuta dalla massiccia presenza di 164 cittadini, arriva-
32
ti in Calabria con un aereo charter, rappresentanti del
mondo della cooperazione, delle parrocchie, del volontariato sociale. E su tutti ha spiccato la presenza, in
prima fila dietro uno striscione con la scritta “TrentinoLocride reciprocamente solidali”, di una quindicina di
sindaci con la fascia tricolore. Soprattutto della Valle di
Non, terra natale di monsignor Bregantini, ma anche
dalle altre zone del Trentino, come Pergine, Brentonico,
Bieno e Spera in Valsugana, Nave San Rocco, Lasino
e San Michele.
Con loro molti esponenti della cooperazione, i presidenti del Sait Giorgio Fiorini, di Consolida Michele Odorizzi,
del Cla Renzo Cescato e molti altri, di Casse Rurali,
Famiglie Cooperative, sociali e produzione lavoro.
C’era anche la delegazione ufficiale del gruppo giovani
soci della Cassa Rurale di Trento guidati da Elena Gabrielli, “perché è importante oggi dare un segno di presenza in una realtà così difficile soprattutto per i giovani”.
Sul palco della manifestazione in piazza Martiri, al termine del lungo corteo per il centro storico, anche il presidente del Consorzio dei Comuni Trentini Renzo
Anderle. Egli ha confermato la vicinanza del Trentino
alla Calabria, a dispetto della lontananza geografica:
“La presenza di oggi di 16 sindaci e tanti cittadini lo sta
a dimostrare”.
Michele Odorizzi, che ha parlato in rappresentanza
di Diego Schelfi costretto a casa con l’influenza, ha
> Da sinistra: monsignor Giancarlo Bregantini
A destra: padre Alex Zanotelli
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
affermato che “c’è un modo certo per pensare al futuro, quello di riferirsi al passato. Il Trentino è nella
Locride da tredici anni, e proseguirà la sua testimonianza anche in futuro. Non è solo solidarietà, ma
qualcosa di più”.
Vincenzo Linarello, portavoce di Comunità Libere e
presidente del Consorzio Goel, principale candidato a
portare avanti il lavoro di monsignor Bregantini, chiede
alleanza alle altre regioni, ribadisce che il modo più efficace di combattere la ‘ndrangheta è quello di lottare
per un’autentica libertà di mercato. “La cooperazione
ritorni alle comunità – ha affermato – ne sia indissolubilmente ancorata, per esserne volano di democrazia
economica e dunque anche di democrazia politica”.
Il viaggio
Non ci è voluto molto a riempire un aereo di 164
posti. È bastato il tam tam tra le associazioni, un passaparola nelle cooperative e nelle parrocchie. Alla fine
sono rimaste a terra più di settanta persone. Chi ha
avuto la fortuna di prenotare in tempo (ad una tariffa
ragionevole anche per l’aiuto dei Consigli provinciale
e regionale), ha fatto comunque una piccola “impresa”. Sveglia all’alba, anzi prima. C’è chi da Vermiglio
si è messo in macchina alle tre del mattino. Alle cinque partenza in pullman da Trento, poi il decollo dall’aeroporto di Brescia Montichiari. Arrivo a Lamezia
Terme sul mar Tirreno, e di nuovo trasferimento in
pullman attraverso l’Appennino, fino a Locri, affacciata sullo Ionio. Arrivo in piazza giusti per mezzogiorno
e puntuali con l’avvio del corteo, sette ore dopo la
partenza da Trento.
Alle 16.30 la comitiva era già sulla via del ritorno. Alla
fine, almeno tredici ore di viaggio e nemmeno cinque
ore di permanenza a Locri. “Non fa niente, abbiamo
fisico”, mi dice sorridendo una coppia non giovanissima che alle undici di sera riprende la panda per tornare a Cavalese. Quando si dice motivazione.
IL VESCOVO
UNA TRIANGOLAZIONE TRA
TRENTINO, CALABRIA E MOLISE
Non è persona che si rassegna,
Giancarlo Bregantini. Vede il
bicchiere sempre mezzo pieno,
anche quando in Calabria la gente
di Locri ostenta indifferenza davanti all’“invasione” di solidarietà
proveniente da mezza Italia. E
rilancia, padre Giancarlo. “A Locri
avete dato un bel segnale di vicinanza alle tante associazioni che
lavorano in quella terra”, afferma
convinto qualche giorno dopo a
Trento, tornato nella sua terra per
una breve visita a raccogliere altri
segnali, stavolta dei giovani studenti che gli hanno dedicato una
bella serata all’auditorium, e del
Comitato diocesano che ha organizzato con il Consiglio provinciale
una mostra di icone realizzate
dalle suore dell’eremo di Crochi di
Paulonia, nell’entroterra di Locri.
“Un passo alla volta – prosegue accontentiamoci dei piccoli successi, senza pretendere tutto e
subito. Non abbandoniamo la
speranza, l’importante è continuare a sostenere la rete sociale
che è stata costruita”.
Ma monsignor Bregantini, ora
arcivescovo di CampobassoBoiano, non è nemmeno persona che si accontenta.
Sogna (e sappiamo quale capacità abbia di realizzarli, i suoi
sogni) di portare la solidarietà
trentina, fatta di associazionismo, di cooperazione, anche a
Campobasso. “Il Molise apparentemente è una terra serena,
senza problemi evidenti di illegalità o di coesione sociale – dice
padre Giancarlo – eppure cominciano a manifestarsi problemi in
ambito lavorativo. La filiera del
grano e della pasta ha mostrato
segni di sofferenza, ed è l’ossatura di questa terra, disposta su
colline dolci coltivate quasi interamente a frumento. Insomma,
non si può dire che non ci sia
bisogno. Il Trentino e la Calabria
potrebbero portare la loro testimonianza, l’esperienza che
abbiamo realizzato in questi
anni”. E lancia un appello: facciamo la triangolazione, pensiamo
anche al Molise.
Se a qualcuno è già venuta qualche idea, ha già una data da fissare in agenda: lunedì 21 aprile, sala della Cooperazione. Ci
sarà monsignor Bregantini, e tutti
quelli che hanno buona volontà.
Si parlerà di Molise. La nuova
sfida del vescovo trentino.
33
RUBRICHE
educazione cooperativa
IL GERMOGLIO DEL CONFRONTO
Si è concluso il progetto cooperativo fra l’Istituto “Tambosi” di Trento e il “Bhak” di
Imst in Tirolo. L’esperienza raccontata in un dossier di duecento pagine
Un dossier di duecento pagine, ricerche, relazioni e
interviste fra Trento, Venezia, Innsbruck e Imst. Un
lavoro lungo e articolato che ha permesso a due classi parallele di due istituti tecnici, rispettivamente il
“Tambosi” di Trento e il “Bhak” di Imst, di conoscere e
approfondire la variegata realtà della cooperazione in
Europa, in particolar modo in Trentino e in Tirolo,
creando le occasioni per uno scambio culturale e un
confronto.
A fine febbraio le tredici ragazze della V A del Tambosi
lo hanno presentato alla dirigente del loro istituto,
alcuni insegnanti e studenti. In prima fila Carlo
Dellasega, direttore della Federazione Trentina della
Cooperazione, e Fausto Zeni dell’Assessorato
all’Artigianato e Cooperazione.
Una ricerca sulla cultura cooperativa, l’acquisizione di
un metodo, un breve tirocinio per verificare sul campo
le conoscenze acquisite. In altre parole imparare facendo, come le ragazze hanno dimostrato tramite un
video realizzato insieme alla loro insegnante di tedesco, Monica Acler. Sua l’idea di sviluppare il progetto, avviato dai colleghi Gianfranco Pedrinolli e
Silvano Pedrini, esperti di educazione cooperativa, e
sostenuto da Flavio Beozzo, responsabile dell’Ufficio
educazione cooperativa. E ancora lei ha accompagnato le sue studentesse alla scoperta di cooperative
sociali e di credito in Trentino e in Tirolo, di realtà lavorative, familiari e scolastiche in cui mettere a frutto abilità linguistiche apprese sui banchi e comportamenti
sociali cooperativi.
“Aprendovi alla dimensione europea avete portato a
compimento un’esperienza esemplare, un’esperienza
innovativa di cui essere orgogliose – ha commentato
Carlo Dellasega –. La Cooperazione trentina si sta
aprendo al mondo, tante sono le relazioni internazionali
allacciate in questi anni e voi avete sottolineato questo
aspetto imparando a relazionarvi con persone di un’altra cultura, che parlano un’altra lingua. È dal confronto
che germogliano le nuove idee”.
Il progetto, avviato nel corso dell’anno scolastico
2005 - 2006 e concluso nell’autunno 2007, è valso alla
classe il primo premio per la categoria “ricerche” al concorso “Idee e progetti di nuove imprese cooperative”.
“Fra gli obiettivi che avete elencato mi ha colpito in
particolare la crescita personale – ha sottolineato
Fausto Zeni –. Imparare ad ascoltare e a prendere
delle decisioni insieme lavorando in modo cooperativo
significa raggiungere dei risultati anche a livello personale. Quando poi contemporaneamente si mettono in
pratica le conoscenze scolastiche l’obiettivo è centrato in pieno” (a.b.).
SCUOLA E COOPERAZIONE
SI INCONTRANO
Che cosa chiedono gli studenti alla cooperazione? E che
cosa possono dare le cooperative alla scuola?
Il 25 febbraio alla Cantina Rotaliana di Mezzolombardo
gli studenti dello scientifico “Russell” e del “Pilati “ di
Cles, del “Martini” di Mezzolombardo e dell’Istituto agrario di San Michele, iscritti al concorso “Idee e progetti di
nuove imprese cooperative”, hanno incontrato alcuni
rappresentanti delle cooperative ai quali presentare le
proprie cooperative scolastiche e gli obiettivi. Ha coordinato l’evento il giornalista Franco De Battaglia.
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
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RUBRICHE storia
Levico Frutta,
un secolo di risultati fruttuosi
Ha raggiunto la tappa centenaria la “Cooperativa Contadini Alta
Valsugana”. Un cammino che ha percorso quasi interamente il Novecento
e prosegue nel nuovo millennio
di Beppino Dalsasso*
Pensa al futuro la Cooperativa Contadini Alta Valsugana. E lo fa dando uno sguardo al passato e ai cento
anni che hanno caratterizzato il suo percorso dal 1907
quando venne costituita da 600 soci.
L’avvio positivo, e il senso di appartenenza di una intera comunale locale, venne confermato dall’incremento
della base: in soli due anni salì a 1366 soci residenti nel
Levicense, ma anche a Ischia, Tenna, Novaledo, Marter e Strigno.
Tra i fondatori ebbe un ruolo determinante don Franco Bonetti, cappellano a Levico. Nella primavera del
1907 si mise alla testa di un comitato di 310 piccoli
contadini. Con l’appoggio del Podestà di Levico e dei
dirigenti della sezione di Trento del Consiglio provinciale dell’Agricoltura, chiese alla Luogotenenza di Innsbruck l’istituzione di un Consorzio agrario distrettuale.
Sostanzialmente vennero gettate le basi per quella che
sarebbe diventata la principale organizzazione cooperativa della località termale.
In questo periodo, Luigi Carbonari girava il territorio
per promuovere le organizzazioni contadine di tipo
cooperativo. Scopo: risolvere il problema dei piccoli
proprietari, incapaci singolarmente di una risposta
positiva alla diretta commercializzazione delle loro produzioni. Le “Leghe” proposte da Carbonari, attraverso
la vendita collettiva dei prodotti dei soci, avrebbero
offerto ai piccoli contadini vantaggi concreti.
Una delle prime attività della cooperativa fu la produ-
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COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
zione e l’esportazione di mosto graspato e vino in
Austria.
Per favorire il settore zootecnico, nel 1912 la Lega stipulò un contratto di affittanza pluriennale con il Comune per le malghe Marcai e Vezzena. L’iniziativa non
ebbe successo a causa dell’epidemia di afta epizootica che mise in ginocchio anche la volontà più granitica. Sempre quell’anno vennero messi in funzione i forni
essiccatoi per il granoturco e prese il via la bachicoltura con il conferimento dei bozzoli alla cooperativa.
Durante il primo conflitto mondiale le strutture della
società vennero colpite duramente. La sede fu quasi
distrutta da un incendio. Nelle riunioni del direttivo
ospitate nella canonica, stava per essere decisa l’alienazione dell’immobile: la cooperativa agricola riuscì ad
acquisire un finanziamento dal Ministero per le terre
liberate e questo si rivelò fondamentale per poter ricostruire l’edificio.
Nel 1919 vennero prodotti solamente 400 quintali di
graspato contro i 25/30 mila delle annate precedenti:
questi prodotti non si vendevano più in Austria. Ci si
orientò, così, alla coltivazione dei bachi da seta, della
barbabietola da foraggio e della coltura della patata.
Nel 1923 la “Cooperativa Contadini Alta Valsugana” iniziò la costruzione dell’edificio in Piazza Medici, per trasferirvi il forno essiccatoio. In quel periodo si iniziava a
coltivare il tabacco. La “Masera” divenne un’importante fonte di lavoro anche per le donne: vennero occupa-
te 50 “tabacchine” che raggiunsero il numero di 130 a
fine anni Trenta.
Nel 1932, in Valsugana, cominciò a radicarsi la frutticoltura. Due anni più tardi venne attivato a Levico un
primo ammasso collettivo di frutta presso il piano terra
della masera tabacchi.
Nel 1937 si decise di realizzare il magazzino frutticolo.
Il progetto venne bloccato a causa del conflitto bellico
che stava per scoppiare. L’idea venne ripresa e coronata nel 1953, in via Narorè, dove attualmente è collocato il negozio di scorte agrarie. I conferimenti di frutta
risultarono minori rispetto a quelli ipotizzati: per alcuni
decenni l’attività della cooperativa si ridimensionò considerevolmente concentrandosi sulla fornitura di scorte
agrarie e su altre attività minori.
Verso la fine degli anni Settanta, in Valsugana si sviluppò la frutticoltura. Furono realizzate diverse strutture di conservazione. La creazione di impianti di irrigazione e nuove tecniche di coltivazione garantirono un
contributo sostanziale per produrre frutta di qualità
molto apprezzata dal consumatore, non solo locale.
Nei primi anni Ottanta, il presidente Alessandro
Pacher e il consiglio di amministrazione, si attivarono
per realizzare una moderna struttura di conservazione.
Taglio del nastro nel 1985, costo di 2 miliardi e mezzo
di vecchie lire e una capacità di conservazione di 22
mila quintali di prodotto.
Il conferimento delle produzioni dei soci fu stazionario
per le prime annate, ma poi ebbe un incremento continuo che obbligò all’ampliamento della struttura.
Un passo in avanti di alcuni anni, al 1997, quando il
presidente Alfonso Martinelli, d’intesa con i colleghi
amministratori, decise di ristrutturare il magazzino in via
Narorè dove fu trasferita l’attività delle scorte agrarie.
Negli ultimi dieci anni l’attività di approvvigionamento
ha registrato una decisa impennata che ha spinto il
consiglio di amministrazione, presieduto da Silvano
Paoli, a chiedere all’amministrazione comunale una
variazione di destinazione urbanistica per poter trasferire l’attività commerciale del negozio da Via Narorè a
nord dell’attuale magazzino frutta e dare vita così a un
unico “Polo Verde” della “Levico Frutta”.
Il nuovo millennio, anno 2000, ha segnato il momento
di avvio del conferimento, lavorazione e commercializzazione dei piccoli frutti. Attività che si è consolidata.
Oggi supera per fatturato il comparto delle mele. La
presenza all’interno di Levico Frutta delle produzioni di
piccoli frutti rafforza l’attività della società in un periodo
stagionale di minor occupazione per le mele e ne contribuisce a dare maggiore continuità sia nel rapporto
commerciale con i clienti sia nella riduzione di costi sul
versante occupazionale.
Oggi la Cooperativa Contadini Alta Valsugana esprime
numeri interessanti: 1 milione di euro di fatturato per il
negozio scorte agrarie; per il settore frutta tra mele e
piccoli frutti si è arrivati a 5 milioni 400 mila euro. I
dipendenti tra fissi e stagionali sono 32.
*direttore Cooperativa Contadini Alta Valsugana
In occasione del centenario di fondazione sono
stati premiati i soci anziani (tra parentesi l’anno di
iscrizione al libro soci): Adolfo Frisanco (1946),
Severino Gabrielli (1958), Dario Cetto (1959),
Paolo Tullio Vettorazzi (1964), Giulio Perina
(1964), Italo Lucca (1968); gli ex presidenti
Alfonso Martinelli (dal 1992 al 1997) e Silvano
Paoli (1997-2006); l’ex amministratore Ferdinando Osler (dal 1979 al 2007); Roberto Paoli,
collaboratore dal 1975.
> Da sinistra: foto storica; il presidente Cenci e il direttore Dalsasso;
l’inaugurazione della cella frigorifera; foto storica
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37
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Modulistica Operativa
Trasparenza Bancaria allo Sportello
Promozionale
Campagne di comunicazione
Trasparenza Bancaria allo Sportello
Archiviazione ottica e cartacea
Campagne di comunicazione
Dato Variabile
Archiviazione ottica e cartacea
Print
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Dato
CentraleVariabile
di acquisto
Print on demand
Centrale di acquisto
Ciscra:
Ciscra:
il partner
il partner
al vostro
al
vostro
servizio
servizio
La nostra è un’evoluzione continua
nella fornitura di prodotti e servizi,
La nostra è un’evoluzione continua
che unisce ciò che abbiamo
nella fornitura di prodotti e servizi,
sempre fatto al meglio
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che abbiamo
a nuove
idee eciò
nuove
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sempre fatto al meglio
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nuovepartner,
idee e nuove soluzioni.
sempre al Vostro servizio,
in grado
di rispondere
Un unico
partner,
ad sempre
ogni Vostra
richiesta.
al Vostro
servizio,
in grado di rispondere
ad ogni Vostra richiesta.
RUBRICHE
viaggio nelle cooperative
Nuove Arti Grafiche
il gusto del dettaglio
La cooperativa, con sede in località Ghiaie a Spini di Gardolo, è un’azienda
grafica che prosegue la tradizione e l’esperienza della Tipografia Artigianelli
“In un’epoca dove tecnologia e virtualità hanno standardizzato anche la qualità, noi continuiamo a credere
nelle persone”.
La frase racchiude lo spirito che caratterizza l’azione
quotidiana della cooperativa “Nuove Arti Grafiche” di
Trento. Essa prosegue, nel nuovo millennio, la tradizione tracciata in decenni di attività dagli “Artigianelli”, azienda grafica della città capoluogo. Per quasi
un secolo è stata un punto di riferimento della stampa in Trentino. “La cooperativa è nata – spiegano i
responsabili – perché questa tradizione e questa storia potessero continuare a vivere e per mettere a
disposizione del mercato la nostra esperienza di
tipografi”.
L’aver adottato una nuova forma giuridica non ha cambiato lo stile di lavoro, apprezzato per gli elementi
distintivi conosciuti dai molti clienti che, da tempo, affidano a Nuove Arti Grafiche la realizzazione dei loro
prodotti.
Come immutato è il rapporto amichevole con il cliente:
è rispettoso dei ruoli ma favorisce il confronto, utile a
comprendere con immediatezza le esigenze del committente. “Vogliamo che la nostra azienda – aggiungono – sia costruita da persone, indipendentemente dalle
nuove strutture e attrezzature”.
La grafica non è una professione ma è un’arte: perché
venga espressa nel modo migliore, la leva motivazionale che punta all’eccellenza qualitativa ha i suoi interpreti nei soci e nei collaboratori di questa realtà. Come
dire: un felice mix tra entusiasmo e professionalità.
Per raggiungere livelli qualitativi ottimali, l’azienda è in
possesso di una dotazione tecnologica all’avanguardia, in grado di soddisfare ogni tipo di richiesta:
dalla progettazione, alla stampa, alla distribuzione.
“Informatica e stampa digitale hanno reso più veloce
il nostro lavoro – osserva chi guida la cooperativa –
Per noi la qualità non si lega esclusivamente alla macchina ma si affida anche all’inventiva del professionista. Anche in questa direzione ci siamo impegnati
molto per far comprendere che l’automazione è
importante, ma non servirebbe a nulla se slegata dall’intelligenza umana”.
In tutti i settori dell’azienda si respira quel clima di familiarità tipico di una squadra che fa cooperazione ogni
giorno. La risorsa di ciascuno contribuisce al risultato
del collettivo, come insegnavano don Lorenzo Guetti, il
padre della cooperazione trentina, e padre Lodovico
Pavoni, il fondatore degli Artigianelli. Anche in questo
c’è una continuazione tra passato e presente.
Non manca la cura dei dettagli. In questa professione
gli ultimi sono i primi. Al di là del riferimento evangelico,
il concetto si lega al lavoro nella legatoria, l’ultima tappa
prima di consegnare il prodotto al cliente. La pulizia
nella confezione, la precisione del taglio, la perfezione
della piega, ma anche l’imballaggio contribuiscono alla
perfezione e sono i primi aspetti ad essere osservati e
analizzati da chi ha espresso fiducia. Come avviene per
un vero e proprio lavoro su misura.
L’organico di Nuove Arti Grafiche conta 34 unità tra
soci e collaboratori. Il presidente è Giorgio Parzian. Il
direttore è Giorgio Milani.
La società cooperativa ha sede in località Ghiaie, a
Spini di Gardolo. Tra i molti lavori cura la stampa e la
distribuzione della “Cooperazione Trentina”, il mensile
della Federazione Trentina della Cooperazione.
Per mettersi in contatto: telefono 0461 968800.
Indirizzo di posta elettronica: [email protected]
(d.n.).
> Il direttore Giorgio Milani (a destra) e un collaboratore lavorano alla
stampa del mensile “Cooperazione Trentina”
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RUBRICHE recensioni
Nuovo appuntamento con la rubrica curata da Franco de
Battaglia in cui viene presentata un’opera d’arte. Due i requisiti: deve richiamare i valori fondanti del nostro movimento
ed essere di proprietà di una cooperativa.
La trasparenza di Luigi Senesi
La “trasparenza” è il più difficile fra i
valori cooperativi. Cosa significa veramente? Non che tutti debbano sapere
tutto di tutti in ogni momento. Non
che le assemblee debbano trasformarsi in sedute di autocoscienza, dove si
personalizzano i problemi. La cooperativa è un’ impresa, per affrontare la
concorrenza ha bisogno anche di una
certa riservatezza. Cos’è allora la “trasparenza”? È avere certezza di “dove”
la cooperativa (la Cooperazione) vuole
arrivare e di quali metodi usa. La
Cooperazione può anche avviare operazioni rischiose, impegnarsi in strategie immobiliari o societarie dove il
principio “un uomo un voto” non è più
così scontato, ma sempre il socio, in
ogni momento, deve sapere dove si
trova, dove sta andando. Trasparenza
diventa così un “valore aggiunto” alla
partecipazione dei soci. Trasparenza è
l’opposto di opacità, una parola che fa
rima con complicità. Amicizie, favoritismi…la trasparenza spazza via tutto
questo.
“Trasparenza” non è quindi un vetro
bianco attraverso il quale guardare (o
spiare) ma una serie di rifrazioni come
quelle che trasmette il prisma quando
la luce – bianca – lo attraversa, scomponendosi in una sequenza che, gradatamente, passa da un colore all’altro,
come in questo dipinto di Luigi
Senesi, il grande pittore di Pergine (“Trasparenza oggettiva-soggettiva”, 1976, Cassa rurale di Pergine) che
sembra astratto, ma non lo è. Individua, invece, le diverse rifrazioni di un’unica luce, le scompone, le restituisce nella loro chiarezza a chi le osserva, così che ognuno sappia di quale colore è la sua scelta.
“Trasparenza” indica una serie di orizzonti da raggiungere. Non a caso i colori di Luigi Senesi venivano paragonati da molti critici d’arte a quelli di Giotto: il blu oltremare dei cieli, il rosso dei mantelli, l’oro degli sfondi, trasparenze multiple che prolungano la vita, anche nel lavoro cooperativo, verso un infinito buono, che
la trascende (f.d.b.).
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COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
RUBRICHE economia
CRESCE IL BISOGNO
DI CULTURA COOPERATIVA
di Carlo Borzaga*
L’impegno del movimento cooperativo trentino a dar
vita ad un istituto di studi e ricerca sull’impresa cooperativa e sociale che ha come proprio principale obiettivo la promozione della ricerca sull’impresa cooperativa
rappresenta una risposta ad una esigenza sempre più
sentita di comprendere meglio cosa sia una cooperativa e quali ne siano gli elementi distintivi. L’origine di
questa esigenza va ricercata nella recente evoluzione
sia della cooperazione che, più in generale, del sistema
economico e sociale.
Fino a poco più di quindici anni fa la cooperativa era
considerata una forma di impresa sostanzialmente al
tramonto, il residuo di un passato glorioso e socialmente rilevante, ma non più in grado di tenere testa
al progressivo imporsi delle imprese di capitali, da
una parte, e delle istituzioni pubbliche, dall’altra.
Inaspettatamente invece, a partire dagli anno ’90 del
secolo scorso, la cooperazione ha ripreso a crescere
nei settori tradizionali e ad espandersi in nuovi settori.
I cooperatori si sono così trovati sempre più spesso al
centro dell’interesse della società civile e delle istituzioni e si sono progressivamente resi conto di portare
sulle spalle responsabilità sociali crescenti. È quindi
naturale che oggi essi si interroghino sulle ragioni di
questi cambiamenti e che incontrino qualche difficoltà
a darsi una risposta. Manca infatti una spiegazione
convincente del perché la forma cooperativa sia tornata ad essere dinamica e competitiva e senza questa
spiegazione è difficile elaborare strategie ed è impossibile proporre politiche.
Ma da dove deve partire la ricerca di una nuova cultura della cooperazione? Dall’analisi combinata dell’evoluzione dei sistemi economici e sociali e delle specificità dell’impresa cooperativa. È ormai chiaro che il
modello di società che ci ha lasciato in eredità il ’900
non è più in grado di governare i processi economici
e sociali. Come è noto, esso era basato su due pilastri: quello delle imprese di capitali che, operando in
mercati concorrenziali esclusivamente per fini di profitto avrebbero dovuto garantire la produzione di beni
privati al minimo costo, e quello delle pubbliche
amministrazioni che, interpretando i bisogni dei cittadini, avrebbero dovuto far fronte alla domanda di beni
pubblici e di interesse collettivo. È ormai riconosciuto
da tutti che questo modello non è più in grado di reggere i mutamenti indotti dalla globalizzazione, dallo
sviluppo di nuovi paesi, dall’orientamento della
domanda sempre più verso i servizi alla persona e alla
collettività e verso un attenzione crescente alla qualità. Di conseguenza, da una parte si vanno restringendo gli ambiti di azione in cui le imprese orientate al
profitto riescono a produrre a costi minimi e si ampliano le possibilità che esse adottino comportamenti che
penalizzano i consumatori e i risparmiatori e, dall’altra,
una nuova domanda di protezione e di servizi si scarica su pubbliche amministrazioni che non riescono a
reperire le risorse necessarie a farvi fronte. È in questa
evoluzione che si inserisce l’impresa cooperativa che,
non puntando al profitto e coinvolgendo nella gestione dell’impresa i vari portatori di interesse, può essere più efficiente e più rispettosa delle esigenze dei
consumatori e dei produttori e può sviluppare tra gli
stessi quei legami di solidarietà e di mutuo aiuto che
consentono di produrre in forma privata anche beni e
servizi di interesse collettivo. Individuare con chiarezza questi spazi e adattare di conseguenza le strategie
è la sfida che ha davanti la cooperazione per i prossimi anni.
* Professore alla Facoltà di Economia dell’Università di Trento e
profondo conoscitore della cooperazione trentina
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
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FOTOCRONACA a cura di Diego Nart
Ad Aldeno
Premi
di studio
Sono stati 101, 63 laureati e 38 diplomati, i giovani
premiati dalla Cassa Rurale di Aldeno e Cadine. Il
presidente Luigi Baldo ha consegnato a ciascun
giovane il riconoscimento. Apprezzato lo
spettacolo di Fabrizio Casalino di “Colorado Cafè
Live” (foto Remo Mosna).
A Tuenno
Cassa Rurale Tuenno-Val di Non prosegue
la collaborazione con Trentino School of
Management, finanziando due borse di
studio per Master post-laurea. Ad
aggiudicarsele sono stati Oscar de Bertoldi
e Simona Zanotelli.
A Canazei
Qui sono state consegnate le borse di
studio della Cassa Rurale Val di Fassa e
Agordino: 56 i premiati dal presidente
Carlo Vadagnini.
Ricorrenze
110 anni a Taio
Saranno i più giovani a raccontare i 110 anni della Cassa Rurale
D’Anaunia. La “carica dei 110” è un progetto di educazione
cooperativa rigorosamente under 14. Oltre 500 i ragazzi coinvolti delle
scuole elementari e medie di Taio, Tres, Coredo, Segno e Romeno.
Arrivi e partenze
Macellaio in Famiglia
Marco Gallo è il responsabile del reparto
macelleria della Famiglia Cooperativa di
Villalagarina. Dimestichezza con le carni e
inventiva nella preparazione di piatti freschi
sono due caratteristiche di questo
professionista del gusto.
Grazie Fulvio
Fulvio Giacomelli (nella foto il secondo da destra)
vicedirettore della Cassa Rurale di Caldonazzo,
ha ultimato il suo percorso professionale e ha
salutato i colleghi. Il suo testimone è stato
raccolto da Renzo Ciola.
Iniziative
TaioIdea
Posatori in formazione
Dopo aver presentato il progetto “TaioIdea” sono stati
costituti i tre gruppi di lavoro che svilupperanno idee e
proposte su: Ambiente e viabilità, Cultura e tempo
libero, Giovani e Nuove tecnologie.
Si è concluso il corso di formazione per posatori
di porfido che ha visto partecipe un considerevole
gruppo di operatori. L’iniziativa è stata organizzata
da Espo, Ente di sviluppo porfido, presieduto da
Renzo Odorizzi e diretto da Stefano Tomasi.
Giovani coop a Mori
Sono tre le cooperative scolastiche attive a Mori.
Dopo “Quadrifoglio” e “Biancospino” nate un anno
fa, è stata costituita “Uniti per un sorriso”. Tra i
partner la Cassa Rurale Mori-Val di Gresta.
Emozioni nel Lomaso
Per piacere i più
il finanziamento dei commercianti che investono per:
Rinnovare,abbellire,illuminarelevetrine.
Sorrisi a Rovereto
Formareilpersonaleadunamigliore
professionalitàerelazioneconilcliente.
“Per piacere di più”. L’iniziativa è della
Cassa Rurale di Rovereto ed è rivolta ai
commercianti del centro storico della città
della Quercia: finanziamento a tasso
agevolato per abbellire l’esterno del negozio
e formare i collaboratori.
d
Visite
Da Durango
Un’intera settimana dedicata allo studio del movimento
cooperativo trentino per una delegazione dello Stato messicano
di Durango. Obiettivo: consolidare la realtà cooperativa nel loro
territorio. Nella foto l’incontro in Federazione con il presidente e
il direttore della Cooperazione Trentina, Diego Schelfi e Carlo
Dellasega. Con loro anche l’assessore provinciale alla
cooperazione, Franco Panizza. Le altre tre immagini si
riferiscono ad altrettante visite a cooperative.
Un gruppo di insegnanti, grazie alla Cassa Rurale
d’Anaunia, ha visitato la “culla” della cooperazione.
L’itinerario ha portato loro nei luoghi dove, sul finire
del Milleottocento, don Lorenzo Guetti diede vita
alla Cooperazione Trentina. Nella foto i partecipanti
con Giorgio Melchiori, presidente dell’istituto di
credito cooperativo.
Nuova sede a Denno
L’albero e i suoi aspetti simbolici legati alla
memoria e alla tradizione locale. È il tema scelto
per il concorso promosso dalla Cassa Rurale
Bassa Anaunia. Obiettivo: abbellire gli interni
della nuova sede di Denno.
Lingue e Fondazione
La partnership fra Cassa Rurale di Trento e
Centro Lingue Moderne Bell, leader trentino nelle
attività di formazione linguistica, segna una
nuova via nelle politiche della banca della città
per lo sviluppo del territorio. Nella foto la firma
dell’accordo con il presidente della Cassa Giorgio
Fracalossi (a destra) e l’ad di CLM Eugen Joa.
Gellindo a Levico
Condomini sostenibili
L’iniziativa è promossa a Riva del Garda da Cet - Cooperativa
Ecologica Trentina. Collabora CoopRiva. L’esperienza ricalca quanto
sperimentato a Ferrara, ma con alcune peculiarità. È la prima in
Trentino e viene applicata alla popolazione di una intera frazione
(Pranzo nel Comune di Tenno). Propone incontri di sensibilizzazione
sui consumi e gli stili di vita, ma anche il monitoraggio dei
consumi e delle abitudini di vita, a fronte di cambiamenti che
vengono incoraggiati anche tramite la fornitura di un kit della
sostenibilità. Esso è offerto dalle amministrazioni comunali e
cofinanziato dalla Provincia Autonoma di Trento. Il kit contiene un
caricabatteria multiformato, un carrello spesa, uno
schiacciabottiglie e una tanica per la raccolta domestica dell’olio
alimentare usato.
La visita alla Federazione allevatori
con il dirigente Claudio Valorz
L’incontro alla Cooperativa Sant’Orsola
con il presidente Federico Oss
Gellindo, mascotte di Risparmiolandia, ha fatto
tappa a Levico Terne. Qui ha incontrato molti
bambini e ha distribuito loro regali. L’incontro è
stato promosso dalla locale Cassa Rurale. Un
modo simpatico per avvicinare i più giovani al
valore del risparmio.
Consorzio Vini
Assemblea del Consorzio Vini del Trentino. Il
presidente Roberto Giacomoni (nella foto con il
direttore Erman Bona): “il mercato del vino registra
una forbice ampia tra l’offerta e la domanda. Nel
2007 la produzione mondiale è stata di 266 milioni
di ettolitri a fronte di un consumo di 241 milioni”.
Alla Cocea di Melinda
con il direttore
Giuseppe Endrizzi
Slipegada 2008
Per il terzo anno consecutivo Cassa Rurale di Fiemme è salita sul
gradino più alto del podio della Slipegada, appuntamento che ha
visto in azione, sulle piste innevate di Passo Tonale e delle vicine
Vermiglio e Ponte di Legno, amministratori e collaboratori delle
Casse Rurali Trentine e degli enti collegati.
Da questa edizione la gara ricorda la figura di un collega e di uno
sportivo: Sergio Pincigher, scomparso recentemente a causa di un
incidente con gli sci. Per molte edizioni era stato protagonista della
Slipegada difendendo i colori della Cassa Rurale di Pergine di cui
era apprezzato collaboratore.
Il team della Cassa Rurale di Fiemme ha preceduto Cassa Centrale
Banca, tornata a respirare aria di primato dopo aver chiuso ai piedi
del podio l’esperienza di dodici mesi fa. I vincitori hanno messo in
saccoccia poco meno di 26 mila punti contro i 24.136 dei piazzati.
Terzo posto, a conferma della superiorità espressa dagli istituti di
credito che operano in zone a vocazione sciistica, per la Cassa
Rurale Val di Fassa e Agordino con 21.702 punti. Quarto posto per
la Cassa Rurale di Trento (con 20.519 punti) e quinta piazza per la
Federazione Trentina della Cooperazione (con 18.023 punti).
Penne nere
Alpini in Cooperazione
La sala della Cooperazione ha ospitato l’Assemblea della Sezione
provinciale di Trento dell’Ana. Aprendo la sua relazione, il
presidente, Giuseppe Demattè, ha ricordato le affinità che legano
gli Alpini con il mondo della cooperazione. “Mutualità, solidarietà
ed amicizia – ha affermato – sono valori che ci accomunano e
che, in passato, hanno consentito a molti di superare situazioni
di grande difficoltà senza abbandonare le loro comunità”.
OPINIONI orizzonti
C’è un dio in redazione
di Umberto Folena
La stampa è una bestia feroce.
Tony Blair
L’atto di accusa che nel giugno scorso Tony Blair
lancia nella sua conferenza al Reuters Building di
Londra non è contro la stampa indiscriminatamente, ma contro una sua deriva e certi suoi
eccessi. A renderla una «bestia feroce» è la «devozione all’impatto». Blair usa proprio il termine
devozione. I giornalisti in questione sarebbero
dunque dei devoti a un culto. Quale? «I media –
osserva Blair – contano sempre di più e sono
indotti ad agire dall’impatto che ha una notizia. A
contare è l’impatto. L’impatto è tutto ciò che può
fare la differenza, quello che fa sì che ci si levi al
di sopra dei clamori o si passi del tutto inosservati. Certo, l’accuratezza di una storia conta anch’essa, ma è secondaria rispetto all’impatto».
Il passare inosservati è la più terribile sciagura di
un giornalista, dall’inviato del grande quotidiano
nazionale al corrispondente del piccolo paese di
provincia. L’accuratezza della notizia è senz’altro
importante, ma sarà l’impatto – spesso – a deciderne la collocazione in pagina. L’impatto può
allora diventare una droga. O un idolo, meritevole – come suggerisce Blair – di autentici atti di
devozione.
Supponiamo – stiamo lavorando di fantasia,
senza riferimenti a fatti reali – che un consigliere
di minoranza di un Consiglio comunale, o del
Cda di una cooperativa, si ritrovi solo e sconfitto.
Nell’accettare democraticamente la sconfitta e
meditare la rivincita, è lecito che decida di passare subito al contrattacco, mettendosi in contatto
con il corrispondente del quotidiano locale per
raccontargli, a modo suo, le sue ottime ragioni e
i pessimi argomenti altrui. La cosa funziona
meglio se il consigliere lancia sospetti o insinuazioni. Il corrispondente, a quel punto, per essere
accurato dovrebbe raccogliere i pareri della mag-
gioranza e riferire entrambi. Così facendo, però,
addio impatto: la notizia sarebbe accurata, ma
non consentirebbe un titolo roboante, un atto
d’accusa dell’impavida stampa che sfida il potere
(la maggioranza) per svelarne i sotterfugi. Quindi
ha la tentazione di costruire il suo articolo solo
attorno alle rivelazioni del consigliere di minoranza. Sulle controdeduzioni della maggioranza
si potrà tornare il giorno dopo, con un secondo
titolo d’impatto.
Tony Blair, dopo questo suo intervento, fu accusato di essere stato lui a scatenare la belva, quando
gli faceva comodo. Egli stesso a dire il vero lo
ammette: «Nei primi tempi del New Labour noi
prestammo un’attenzione eccessiva corteggiando,
blandendo, persuadendo i media». E ai media
piace assai essere corteggiati e blanditi (di essere
stati «persuasi» da un politico non lo ammetteranno mai).
Poiché periodicamente anche la cooperazione
finisce immolata sul sacro altare del dio impatto,
occorre sapere che la difesa è quasi impossibile.
La protesta viene facilmente impugnata dai media
come tentativo di censura. E i censori sono sempre odiosi perché attentano alla libertà. Sentiamo
allora Blair: «La libertà di stampa è di importanza
fondamentale per una società libera (…), ma
libertà significa anche poter criticare i media. I
media hanno il diritto assoluto di essere liberi. Io,
al pari di chiunque altro, ho il diritto assoluto di
esprimermi in proposito». L’unica vera difesa, se
così possiamo definirla, è rivendicare la libertà di
poter criticare i giornali, senza che essi strepitino
alla censura. Nella speranza che il dio impatto,
smascherato, seduca sempre meno i giornalisti
più fragili.
(1. continua)
[email protected]
COOPERAZIONE TRENTINA n° 3 - marzo 2008
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OPINIONI la porta aperta
Gli studenti fanno tre obiezioni
I cooperatori sono considerati veri soci?
di Franco de Battaglia
“La Cooperazione non è solo tradizione, i giovani
devono saperlo. Cooperazione non sono solo i
valori della comunità, ma anche curiosità, voglia
di nuovo. La forza prima di una cooperativa è la
voglia di esserci, di essere soci, di sentirsi padroni del proprio destino, di non essere schiavi sul
lavoro, di non essere solo consumatori nei negozi”. Lo ha spiegato Andrea Grata, della Confcooperative di Bolzano, all’incontro fra dirigenza
della Cooperazione Trentina (era presente il direttore generale Carlo Dellasega) e gli insegnanti
capofila dei progetti che animeranno, di qui all’estate, i progetti di cooperazione a scuola. Un
secondo incontro si è tenuto, il 25 febbraio, presso la cantina sociale di Mezzolombardo, con gli
studenti della Rotaliana e della Val di Non.
“Essere soci”: la Cooperazione, nella sua pratica
reale, è fedele a questo principio? Riesce a promuovere i soci, a privilegiare gli onesti in un mercato di furbi?
Nel corso degli incontri i cooperatori che più
sono stati a contatto con la scuola e più hanno
seguito i progetti cooperativi degli studenti,
hanno riferito i dubbi e le obiezioni dei ragazzi,
un vero termometro per misurare i punti di debolezza del sistema, i passaggi non chiariti.
Prima obiezione. Va bene essere “soci”, ma spesso nelle cooperative i prodotti hanno un costo più
elevato che nei negozi gestiti da privati. Come la
mettiamo? Seconda obiezione. Le cooperative,
con tutti i loro discorsi di solidarietà, vanno poi a
formare società commerciali per azioni, che sul
mercato operano poi con gli stessi criteri di competizione che caratterizzano le imprese capitalistiche. Terza obiezione. A furia di razionalizzarsi per
ridurre i costi, continuando a “concentrarsi”, sia
le Casse Rurali che le Famiglie Cooperative perdono il contatto diretto con i “soci”, e quindi la
loro prima ragione di essere. Il fatto che queste
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COOPERAZIONE TRENTINA n° 32 - marzo
febbraio2008
2008
tre obiezioni siano emerse con tanta chiarezza
proprio dal mondo della scuola, basterebbe a
mostrare l’utilità del progetto, che con dedizione
e intelligenza, mira a calare l’esperienza cooperativa nelle classi, fra gli studenti e – non va dimenticato - fra gli insegnanti.
Come rispondere? Prendendo atto, innanzitutto,
di un clima, evidentemente diffuso. Forse non si
fa abbastanza per far sentire chi entra in cooperativa “socio”, invece che cliente, o per spiegare
(testimonianza di Andrea Grata), perché in una
città mercantile, non certo rurale, come Bolzano,
la nuova cooperativa di consumo ha raggiunto in
brevissimo tempo il numero di 4000 soci. Forse
allora le grandi catene non hanno prezzi più
bassi, ma mettono in vendita prodotti civetta più
suggestivi. E chi spiega che le cooperative di consumo non sono scalabili e non sono penetrabili
dalle mafie? Non merita una difesa, un appoggio,
questa dimensione trasparente e libera? Perché
poi (seconda obiezione) una cooperativa di produzione “filia” una struttura societaria? L’ha spiegato Roberto Giacomoni, presidente della cantina
La Vis: un conto è conferire per produrre, un
conto è vendere, e per stare sul mercato “occorre
allearsi con altri partner”. Sembra ovvio, ma va
spiegato, e non solo agli studenti. “L’importante è
che la partecipazione anche a queste nuove
imprese resti nelle mani dei soci”.
La terza obiezione è forse la più delicata. In alcuni settori le concentrazioni sono prossime al
punto di rottura. Se la Cassa Rurale viene sentita
una banca come tutte le altre le prospettive diventano critiche. Gli “sportelli di quartiere” aperti
dalla Cassa Rurale di Trento vanno nella direzione opposta. Ma basteranno?
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