I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Storia di due persone speciali e della loro opera Raccolta di racconti e testimonianze a cura di Ettore Guarnaccia I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Indice Introduzione ................................................................................................. 3 Suor Giuliana Galli ....................................................................................... 4 Parole di Suor Giuliana ............................................................................... 7 La storia dell’Escola Irmã Giuliana Galli.................................................. 8 Maria Auremir Medeiros ...........................................................................11 Morire di fame ............................................................................................13 Come ho imparato a vincere la paura....................................................14 Bambini a rischio........................................................................................16 Violentato prima di nascere.....................................................................18 Amore in una piccola busta di latte .......................................................20 Ho scoperto Dio in Zeca ...........................................................................22 Il sorriso di Dona Suzana .........................................................................24 E il topo rose… ...........................................................................................26 L’aggressione...............................................................................................28 Notte di fraternità ......................................................................................30 Storia di una vita piccolina ......................................................................32 E’ nata Sandy ...............................................................................................34 Un bagno speciale ......................................................................................36 Una grande perdita ....................................................................................38 Violenza domestica o sociale?.................................................................40 L’Associazione Andrea Pescia .................................................................43 Pagina 2 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Introduzione Ho accolto con entusiasmo la nascita dell’Associazione Andrea Pescia, ma quando ho scelto di abbracciare questa iniziativa impegnandomi in prima persona non avevo la minima idea di quanti problemi e difficoltà avrei dovuto affrontare, né di quante gioie, emozioni e soddisfazioni avrei avuto la fortuna di provare. Per mezzo dell’associazione ho potuto conoscere l’Escola Irmã Giuliana Galli, la sua storia e tutti i suoi protagonisti. Di questi ultimi, due figure sono rimaste indelebilmente impresse nella mia mente: Suor Giuliana Galli e Maria Auremir Medeiros. Due persone speciali che, mettendo in secondo piano la propria vita, l’hanno dedicata a coloro che soffrono, che vivono in condizioni pietose, che non hanno più nulla, nemmeno la speranza. Da queste due persone ho imparato moltissimo. Posso dire, anzi, con assoluta certezza, che il loro esempio ha cambiato il mio modo di pensare e il mio approccio alla vita. Mi hanno reso, credo, una persona migliore. Ho voluto creare questa piccola raccolta di testimonianze con un unico obiettivo: condividere. Ogni volta che ho letto e riletto le parole di Suor Giuliana e i racconti di Auremir durante la lavorazione di questa raccolta sono stato preso da una fortissima commozione. Personalmente provo una profonda ammirazione verso queste due persone. Per questo sono convinto che l’opera di Suor Giuliana e le testimonianze di Auremir debbano essere condivise con più persone possibile. Nella speranza che chi legga comprenda e sia portato a fare qualcosa, secondo le proprie possibilità e attitudini, per poter rispondere domani a Dio alla domanda “Cosa hai fatto per i tuoi fratelli?”, “Signore, ho fatto poco, quasi niente, ma ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità”. Ettore Guarnaccia Membro del consiglio direttivo Associazione Andrea Pescia – Per i Bimbi del Brasile ONLUS Padova (Italia) Pagina 3 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Suor Giuliana Galli Suor Giuliana Galli nasce a Cesano Maderno nel 1937, ultima di cinque fratelli. All'età di 6 anni assiste alla morte del fratello diciottenne Cesare, studente presso i Padri Salesiani con il deciso proposito di diventare missionario in Brasile. Da subito quindi il Brasile, aspirazione irrealizzata del fratello, entra, anche se inconsapevolmente, nel cuore di suor Giuliana. Così lei stessa racconta nel 1990 la nascita della sua vocazione; le si chiedevano i motivi che l'avevano spinta alla missione e così rispondeva: “Il perché è molto lontano nel tempo: all'età di 6 anni ho assistito alla morte di mio fratello Cesare che, mentre stava per morire, diceva:«Io non muoio, vedo già il Brasile davanti». Da allora la parola Brasile, benché io non sapessi cosa voleva significare, la parola 'missione', la parola 'consacrazione', il darsi agli altri, sono rimaste dentro di me. Fattami suora, a 25 anni, ho chiesto di poter esser missionaria, ma non mi hanno accettata; poi, al 25° anno di vita religiosa, mi hanno fatto il dono di questa vocazione. Cosa mi ha spinto? Il desiderio di essere totalitaria, di dare tutto”. Consegue il diploma magistrale presso l'Istituto Magistrale Salesiano di Via Bonvesin de la Riva a Milano, quindi la laurea in Lettere e filosofia presso l'Università Cattolica di Milano. Continuerà sempre con grande gioia a studiare fino alla sua partenza per il Brasile, conseguendo anche una seconda laurea in Teologia con le relative abilitazioni. Nel 1959 entra a far parte della congregazione Salesiana Figlie di Maria Ausiliatrice dove esplica la sua missione di educatrice fino al 1987 anno in cui parte missionaria per il Brasile. Il suo sogno si avverò solo l'11 settembre 1987, all'età di 50 anni quando giunse presso la casa del Noviziato di Recife dove visse le prime esperienze missionarie. Dalle sue parole scopriamo che: “La casa si trovava in una periferia della città, proprio 'in mezzo alle favelas': la superiore del posto hanno pensato opportuno tentare una simile esperienza e vi assicuro che è molto bello vedere queste giovani impegnate a vivere in un ambiente che è al di sotto della miseria. E' una miseria però serena, piena di dignità: la gente ha voglia di uscirne. Questa mattina, quando ho incominciato ad uscire da sola nelle favelas, la gente mi fermava e parlava con molto piacere”. Pagina 4 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Dopo aver partecipato a Brasilia ad un corso di ‘inculturazione brasiliana’, iniziò il suo pieno servizio missionario a Petrolina, presso l'opera Salesiana Petrape che accoglie ed assiste i ‘meninhos da rua, cioè i bambini di strada. S’impegnò con grande coraggio a ristrutturare ed ampliare il vecchio Petrape perché potesse ospitare, anche durante la notte, questi bambini, affinché avessero una vita più dignitosa. Al termine dei lavori poteva ospitare 180 bambini di strada. Dall’inizio della sua missione, Suor Giuliana ha sempre contato sull’appoggio morale e pratico dei suoi cari, parenti, amici e conoscenti, in Italia, mantenendo con loro una fitta corrispondenza epistolare che le permetteva di dire “perché io sono qui con voi, come una di voi” e ad una sostenitrice “questa missione, per fortuna, coinvolge anche noi!”. Sempre in una sua lettera leggiamo: “Porto l’Italia, la mia casa e ciascuno di voi ‘dentro di me’: quindi mi siete ‘personalmente’ vicini”. Mentre erano in corso i lavori a Petrolina, un male incurabile annunciò a Suor Giuliana i primi sintomi. Ella chiese di poter essere operata e curata in Brasile, per poter stare vicina ai suoi bambini. La malattia la costrinse a una lunga degenza nell’ospedale di Fortaleza, ma ancora una volta suor Giuliana riuscì a leggere la situazione come segno della Provvidenza e dichiarava felicemente che “la malattia sta suscitando una grande ondata di simpatia, che si sta traducendo in una forma attiva e concreta di partecipazione nelle forme più belle”. Superata la fase acuta del male, suor Giuliana tornò dai suoi cari bambini di Petrolina, ma la sua vita non fu più come prima: frequentemente doveva ritornare a Fortaleza per cure e visite di controllo. Confidava però nel Signore: “Vado sempre più convincendomi, attraverso le esperienze preziose che il Signore mi permette di fare, come la vita si fa serena quando è piena di Dio. E’ bello stare in mezzo ai poveri perché essi ci fanno toccare con mano la verità del Vangelo”. Intanto, forse anche per maggior presa di coscienza della propria fragilità fisica, si accentuava in lei la consapevolezza del legame che la univa ai proprio amici e benefattori: “La missione che io vivo, la viviamo veramente insieme”. Nel 1992 le si prospetta una missione in Mozambico, ma il progetto è destinato a non avere seguito per motivi di salute e la sua Superiore la costringerà a stabilirsi a Fortaleza. “Non pensate però che la mia missione sia finita anzi! Sta entrando nel momento culminante e più vivo. Io direi: più bello ed entusiasmante” così scrive nel maggio del 1993, dicendo anche che a Fortaleza ha trovato “l’estrema miseria, le favelas viste da vicino straziano l’anima”. Comincia così, sempre col supporto degli amici italiani, a costruire un capannone e un pozzo artesiano ed in un’occasione fortuita conosce una coppia di brasiliani, Auremir Medeiros e Gilcelio Almeida, che le esprimono il desiderio di aiutarla nella sua opera di promozione umana a favore dei più poveri. Pagina 5 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Scelsero di lavorare nella favela Garibaldi: qui con l’aiuto di Auremir, laureata in Economia e Gilcelio, ingegnere, cominciano a ristrutturare la Escola S. Onofre, una piccola scuola fatiscente che esisteva già nella favela. La malattia, intanto, avanzava inesorabile, debilitando sempre di più il corpo di suor Giuliana, che però sembrava trovare costantemente sempre nuova carica per il suo lavoro e per i suoi bambini. Perciò molte delle sue attenzioni in quel periodo erano dedicate ad individuare e a proporre agli amici italiani forme di partecipazione concreta all’attività missionaria, in particolare l’adozione a distanza e le esperienze di volontariato in favela. Nel febbraio del 1994 riuscì a far cominciare il primo anno scolastico per 80 bambini. Purtroppo la scuola ancora non era sufficiente per le esigenze della favela e suor Giuliana, così, si dedicò alla costruzione di una nuova scuola più grande. Nell’anno scolastico 1995 (in Brasile inizia a gennaio, ma quell'anno iniziò in ritardo a causa dei lavori), la nuova scuola poté ospitare 280 bambini. Purtroppo suor Giuliana non riuscì ad inaugurare la sua scuola poiché, dopo aver ricevuto l’ultima visita del fratello Abramo il 21, il 22 febbraio 1995 volò in cielo. Nelle sue parole del 9 gennaio 1995 individuiamo il suo testamento spirituale: “Mi è arrivato un “segno del Cielo” e io lo voglio prendere come tale. Le ossa, dato il livello altissimo del cancro, sembra che non vogliano più stare insieme. Si sta facendo ora un tentativo, che non so fino a quando durerà. Le mie ossa però siete voi e questo mi dà tanta speranza. L’opera così bella che Dio ha iniziato con la vostra collaborazione deve continuare per la Sua Gloria”. Desiderò essere sepolta a Fortaleza per diventare ‘terra brasiliana’. E' l'inizio di un'opera che, sopravvissuta alla sua fondatrice, si è sviluppata ed ingrandita negli anni successivi, diventando un centro educativo assistenziale d'avanguardia, sotto la guida di Auremir, e con il sostegno dei numerosi gruppi di amici italiani e della famiglia di suor Giuliana. Suor Maria Carvalho, l’infermiera che l’ha assistita fino alla fine, scrive così a Pinuccia Galli, cognata di suor Giuliana: “una volta mi disse: «Chiedo a Dio che mi risparmi la testa e la mente». Dio ha ascoltato la sua richiesta”. …le mie ossa però siete voi e questo mi dà tanta speranza. L’opera così bella che Dio ha iniziato con la vostra collaborazione deve continuare per la Sua Gloria. Suor Giuliana Galli Pagina 6 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Parole di Suor Giuliana Sui bambini di strada: “Sono 3 anni che mi trovo con i bambini di strada e prima di tutto bisogna capire che cosa vuol dire “bambini di strada”. In Brasile ce ne sono moltissimi, circa 43 milioni. Il bambino fino a 5 o 6 anni rimane con la mamma, con i genitori, perché se una mamma ha in braccio un bambino e vicino a lei una fila di altri bambini, ha un diritto maggiore ad avere l’elemosina, quindi i bambini ‘servono’. Quando il bimbo arriva a tale età, è letteralmente buttato sulla strada; il bambino non può più tornare dalla mamma o dal papà. Cosa fanno? Diventano ladri, assalitori, drogati, viziati; e cosa possono fare di più? Ecco la nuova Chiesa del Brasile, quella che è sorta dai 2 Sinodi, ha fatto un profondo esame di coscienza e si è chiesta: «Cosa può fare la Chiesa, cosa deve fare?». La Chiesa può farsi nuova, lasciare le vecchie strutture, o meglio lasciare i collegi, lasciare le scuole e andare nelle “favelas” a prendere questi bambini di strada. Io ho la fortuna di essere con i bambini della strada”. Sulla preghiera: “Una persona che prega, abbraccia le difficoltà con la forza di DIO”. Sul sostegno italiano: “Voi non potete preparare delle feste, delle lotterie, show e tutto ciò che la vostra carità e bontà sanno inventare, per realizzare questa opera? Interessate amici, parenti; (…) Di tutto, poi, il Buon Dio se ne renderà debitore”. Sulla conoscenza della favela: “Io dico ai ragazzi una semplice cosa: prendete il Vangelo, a un certo punto nel Vangelo c’è scritta questa frase che può sembrare quasi banale; gli apostoli hanno incontrato Gesù, a loro volta incontrano altre persone e dicono loro solo questo: «Venite e vedete». Vorrei dire: avete le ferie, avete un mese di vacanza, venite e vedete, non si possono dire certe realtà, bisogna viverle. Se voi verrete, le vedrete, ritornerete con valori ben diversi e capirete che la vita vale la pena viverla e darla per gli altri”. Sull’adozione a distanza: “A questo punto, qualcuno di voi può chiedersi: “Ma come? I soldi (delle adozioni a distanza) non vanno direttamente ai bimbi e alle loro famiglie?” Nelle missioni, tutte le istituzioni, che hanno questo rapporto di filiazione, non consegnano alle famiglie la somma corrispondente, ma danno al bimbo ciò di cui lui ha bisogno: vitto, vestiti, scuola, materiale scolastico e tutto il necessario”. Sul significato della sua missione: “Finora la mia presenza è stata come un anello di congiunzione tra Brasile e Italia, che ha cercato di animare, sostenere, incoraggiare. (…) Ma a questo punto si fa indispensabile una vostra visita. Venite durante le ferie, anche solo due o tre settimane o anche di più se potete. E' necessario vedere per essere poi quell’anello di congiunzione che deve garantire il futuro dell’opera”. Pagina 7 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano La storia dell’Escola Irmã Giuliana Galli Un giorno, Gilcelio, mio marito, mi raccontò che era stato invitato a partecipare alla benedizione di un pozzo profondo che la nostra ditta aveva perforato nella Casa Salesiana Maria Teresa. Mi invitò ad accompagnarlo e così in una mattinata di sole del novembre 1993, conoscemmo Suor Giuliana Galli. Durante la cerimonia di benedizione del pozzo, c'era una piccola processione intorno al convento e in alcuni punti, le Suore si fermavano per pregare. Capii dall'accento che Suor Giuliana era straniera e che aveva una grande intimità con Dio perché le sue preghiere erano bellissime e toccanti. Quando ebbe fine la cerimonia, ci informarono che era portatrice di un tumore in fase terminale, che non lavorava più e che era una missionaria venuta dall'Italia per lavorare per i poveri. Rimanemmo sbalorditi, io non volevo credere che una persona così bella, così piena di Dio, sarebbe morta così presto. Ci avvicinammo a lei ed io le dissi con il cuore: “Suor Giuliana, lei potrebbe aiutarci a lavorare con i poveri?”. Lei mi guardò fissa negli occhi, silenziosamente, come se volesse leggere nella mia anima. Dopo mi chiese con la voce più dolce che mai ebbi sentito prima: “Cosa vuoi fare?” Non sapevo cosa rispondere, ma le dissi: “Non so ancora, so soltanto che Dio ci chiama a donare un po' di tempo a Lui, può essere lavorando per i poveri, per i bambini. Non lo so ancora”. Allora mi disse: “Scegli una favela e chiamami, così andiamo insieme a visitarla”. Così feci, trovai la Favela Garibaldi e insieme andammo a visitarla. Lì trovammo molta povertà, miseria, fame, bambini per le strade infangate e sporche, donne che cercavano di sopravvivere lavando i panni ai margini della strada. Rimanemmo talmente colpiti per quello che avevamo visto che non riuscimmo nemmeno a piangere. Suor Giuliana, invece, era serena, il suo viso risplendeva di pace ed il suo sorriso illuminava tutto in quel luogo triste. Lì, lei non era una straniera, noi si. Nella favela c'era una piccola scuola costruita con la collaborazione gratuita degli abitanti, fatiscente e ormai abbandonata. Suor Giuliana chiese a mio marito, ingegnere civile, se era possibile eseguire una ristrutturazione per poter aprire la scuola l'anno seguente. Gilcelio rispose: “Potremmo tentare, Suor Giuliana, ma… e i soldi? Come facciamo a trovare i fondi per questo lavoro?” Lei, ancora una volta ci guardò profondamente, in silenzio e disse con molta sicurezza: “Insieme al mio Pagina 8 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano popolo, riusciremo ad avere i soldi per quest'opera. I miei amici, i miei familiari, andrò in Italia se necessario, ma sono certa che il mio popolo non lascerà morire quest'opera”. Mi parlò per la prima volta di adozione a distanza, dicendomi che potevamo inviare fotografie dei bambini della favela e i suoi amici in Italia avrebbero potuto adottarli simbolicamente e con la somma raccolta saremmo riusciti a ristrutturare la scuola, arredarla, farla crescere. Ascoltai con sorpresa e con ammirazione per la gran conoscenza che lei aveva in questo campo. Con lei ho imparato ad avvicinare le persone della favela: Suor Giuliana parlava tranquillamente con loro, senza quella pietà che umilia e che ferisce. Iniziammo a lavorare, scattavamo fotografie, identificavamo i bambini e inviavamo le foto in Italia. Cominciarono ad arrivare gli aiuti, così iniziammo la ristrutturazione della scuola. Furono alzati i muri, costruita una cucina, due bagni, una segreteria e un'altra aula aggiunta alle due già esistenti. Posati i pavimenti, imbiancati i muri, nell'aprile 1994 iniziammo le lezioni con circa 80 bambini, divisi in tre aule. Poiché ai bambini veniva servito un pasto sostanzioso, questi sorgevano come funghi. Era bello osservare i loro visi sorridenti, studiare con maestri scelti e preparati da Suor Giuliana, anche lei pedagoga. E così ebbe inizio l'Opera di Suor Giuliana. Le difficoltà furono tante, ma la difficoltà più grande fu mettere la speranza nel cuore di queste persone, perché la loro è una mentalità fatalista. Continuano ad avere fede in Dio, ma credono di soffrire così perché questa è la volontà di Dio. Fu ed è tuttora difficile dare a queste persone una nuova visione di Dio. Suor Giuliana spiegava loro che non è Dio a volere la loro sofferenza in una favela miserabile, ma è l'uomo stesso che nel suo immenso egoismo, sfrutta il suo simile. La causa è l'esistenza dei troppo ricchi a danno dei tanti poveri. Difficoltà enorme era riscattare la loro dignità persa in anni di miseria e di fame. La società non valorizza le persone che abitano in una favela, anzi le discrimina, le umilia e le convince di non valere niente. Fu molto difficile rimuovere questa barriera e far nascere l'autostima in questa comunità sofferente. Difficile far credere loro che il futuro di questi bambini potrà essere diverso da quello dei loro genitori e dei nonni. I genitori lasciavano andare i figli a scuola con l'unico obiettivo di farli mangiare. Non credevano che i loro figli, studiando, avrebbero potuto avere un avvenire migliore. L'Opera cominciò a crescere a metà del 1994. Suor Giuliana ci parlò della possibilità di ampliare la costruzione per poter accogliere altri bambini. Pagina 9 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Mi spaventai di questa possibilità perché mi sembrava una cosa troppo grande, le spese troppo alte e anche se avevamo ricevuto aiuti per quest'opera molto piccola, questa nuova proposta era un'impresa assai impegnativa. Iniziarono i lavori per l'ampliamento della scuola, furono eseguiti lavori di fognature e di ripristino di un pozzo per l'acqua potabile. Alla fine del 1994 la scuola era quasi ultimata con sette aule, i servizi sanitari, una mensa, un ambulatorio medico ed un cortile per i bambini. Abbiamo iniziato l'anno 1995 con 165 bambini e subito, all'inizio, un grande dolore. Il giorno 22 febbraio Suor Giuliana ci lasciò ed andò in Paradiso. Ogni anno arrivano sempre più bambini. Continuiamo ad offrire loro pasti sostanziosi e con tutti questi corsi supplementari, i bambini crescono sani, amano profondamente la scuola e soprattutto non vengono a scuola solo per mangiare, ma sono desiderosi di imparare. Sognano di poter, in futuro, trovare un lavoro e cominciano ad avere speranze in una vita migliore e più serena. La Scuola è completamente gratuita per dare la possibilità a tutti di frequentarla, e prevede anche l'insegnamento religioso. Il personale è tutto diplomato e assicurato. Alcuni aspiranti e postulanti del Noviziato “Maria Ausiliatrice” di Fortaleza preparano le bambine e i bambini a ricevere i Sacramenti del Battesimo, Prima Comunione e Cresima. La storia più recente vede la costituzione ufficiale nel 1999 in Italia dell'Associazione e l'acquisto di un lotto di circa 4000 mq per la costruzione della scuola media che inizia a marzo 2000. A gennaio 2001 le nuove aule sono pronte ed accolgono gli alunni del secondo ciclo. Nel 2003, gli alunni iscritti al complesso scolastico sono 814, e a Dicembre circa 70 di loro hanno conseguito la licenza media . Per la prima volta inoltre, grazie alla collaborazione con le strutture pubbliche locali, si sono avviati progetti ausiliari per combattere la denutrizione, per il sostegno delle ragazze madri, per l'educazione alla maternità responsabile. Nel 2004, è stata ampliata la nuova scuola e gli alunni hanno raggiunto il numero di circa 1000 iscritti. Oggi i bambini ospitati sono ben 1049. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 10 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Maria Auremir Medeiros Maria Auremir Medeiros, moglie di Gilcelio Almeida e madre di ben 4 figli è una persona speciale. Speciale perché il suo cuore è grande e colmo di amore per il prossimo. Perché ha scelto di dedicare la propria esistenza ad aiutare i numerosissimi bambini poveri di Fortaleza. Perché ha avuto il coraggio e la forza di guardare in faccia il dramma quotidiano della povertà delle favelas, scegliendo di combatterlo e fare tutto quanto è nelle sue possibilità per sconfiggerlo. Abitante della regione più povera del Brasile, nata da una famiglia povera, con il padre operaio e la madre, un’adorabile donna di casa, che faceva mille sacrifici per riuscire a dar da mangiare ed accudire i suoi dodici figli. Ha studiato con difficoltà, si nutriva con difficoltà, viveva sempre con molta difficoltà, ma niente, niente di tutto questo le ha impedito di sognare l’eguaglianza e la giustizia. Non solo per sé stessa e i propri cari, ma per tutti. Quando fu chiamata, dalle circostanze, a mettersi in prima linea e continuare l’importante opera di Suor Giuliana Galli, seppure fra mille incertezze e paure, ha risposto di si. Nel tempo la sua opera ha raggiunto risultati incredibili: più di mille bambini poveri hanno oggi la possibilità di vivere dignitosamente, mangiare, curarsi, studiare e prepararsi un futuro. Non è facile comprendere con immediatezza la portata dell’opera di Auremir, perché non è facile comprendere in quali situazioni ella opera quotidianamente. La povertà, la fame, la violenza, la droga, la prostituzione, l’ignoranza, la disperazione, la rassegnazione, sono solo alcuni dei terribili aspetti della vita nelle favelas. I bambini sono i primi a subirne le tragiche conseguenze vedendo letteralmente annullata la loro infanzia e portandosi dietro un bagaglio fatto solo di sofferenza. Auremir ha presenziato a diversi incontri internazionali a carattere umanitario, fra cui la Quarta Assemblea dell’ONU dei Popoli (Perugia 2001) in cui pronunciò, fra le altre, le seguenti parole: “Il mio nome è Maria Auremir, sono brasiliana, lavoro in una Favela nel Nordest del Brasile. Aiuto bambini e giovani adolescenti ad evitare di cadere nella prostituzione, nella droga e nella delinquenza. Questo è il mio contributo per la pace. Nel mio paese esiste una guerra, immensa e più disumana di quella che si sta combattendo in Afghanistan, perché è una guerra Pagina 11 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano silenziosa nella quale non ci sono forze straniere a lottare con noi. La stampa non ne parla. Il mondo non la conosce, ma fa altrettante vittime di questa guerra conosciuta e divulgata. E’ la guerra dell’ingiustizia sociale, della cattiva distribuzione del reddito che non permette ad un gran numero di bambini di raggiungere il primo anno di vita. Sono qui perché credo che la pace sia possibile, ma che non potrà esistere senza giustizia sociale”. Maria Auremir Medeiros è la direttrice del complesso scolastico Escola Irmã Giuliana Galli. Per conoscere questa persona speciale, vi invito a leggere o, meglio, ad ascoltare con il cuore la testimonianza che segue e che, unita ai racconti di questa breve ma sentita raccolta, ci descrive un quadro di profonda disperazione. La mia speranza è che il vostro cuore e le vostre azioni siano portati a donare. Non importa cosa donerete: denaro, aiuto o semplicemente il vostro sostegno morale. Basta poco. Voglio citare Madre Teresa di Calcutta dicendovi che so molto bene che quello che ognuno di noi può fare è soltanto una goccia d’acqua nell’oceano, ma se non ci fosse quella goccia, all’oceano mancherebbe. Ettore Guarnaccia Membro del consiglio direttivo Associazione Andrea Pescia – Per i Bimbi del Brasile ONLUS Padova (Italia) Pagina 12 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Morire di fame Qualcuno di voi ha mai visto da vicino un bambino che muore (letteralmente) di fame? Qualcuno (oltre ai medici, ovviamente) sa come diventa il corpo di un bambino che sta morendo di fame? Io dico a voi, carissimi, io l’ho visto… purtroppo, io l’ho visto. In principio si pensa che i bambini abbiano qualche problema gastrico o intestinale perché presentano crisi di vomito e diarrea. Sudano freddo. I capelli sono radi e senza vitalità e lucentezza. La pancia è enorme, come se fosse piena di cibo, le braccia e le gambe sono sottili e storte. Gli occhi, amici miei, gli occhi… opachi, ma non senza vita. Essi ti guardano con un dolore tanto profondo, una tristezza infinita e una conformazione ributtante. Gli occhi sono la parte peggiore. E’ stato molto difficile per me capire che questo quadro tremendo non era manifestazione di una grave malattia… era fame. Semplicemente la fame. Ho visto donne giovani e anziane morire di fame. Il quadro è un po’ diverso. Non hanno diarrea o crisi di vomito, ma un’apatia immensa. Non sentono nessuna voglia di ingerire cibo. Si sviluppa un’inappetenza patologica e una tristezza infinita. Non piangono, non protestano e mai ho sentito dalla loro bocca una parola di ribellione. Sappiate, carissimi, leggo molto materiale sulla fame nei paesi del terzo mondo: in Africa, America del Sud e nei paesi in guerra. Leggo, rileggo e mi danno gioia le manifestazioni per combattere questo cancro sociale che umilia il nostro pianeta e tutti gli esseri umani. Ma mi sorge un’urgente consapevolezza che dobbiamo mettere emozione in questo lavoro. Dobbiamo guardare questi numeri e queste ricerche con lo stesso spavento e perplessità con cui si guarda un bambino affamato. L’urgenza degli interventi sociali e governativi deve essere la stessa che ci assale quando teniamo nelle nostre braccia un bambino che, per la tanta fame, non vuole più mangiare. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 13 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Come ho imparato a vincere la paura Ogni volta che ne ho l’opportunità, amo parlare delle difficoltà che ho vissuto subito dopo la morte di Suor Giuliana Galli. Furono infatti mesi cruciali durante i quali molte volte fui tentata di abbandonare il mio lavoro. Sentivo molta paura e solitudine. Non avevo più con me la mia maestra che, con poche parole, chiariva i miei dubbi e calmava rapidamente le mie paure. Il pensiero ricorrente era il timore di non saper prendere le decisioni giuste al momento opportuno. Ma grazie a Dio la paura e l’insicurezza, non furono forti abbastanza da farmi desistere dalla promessa fatta sul letto di morte di Suor Giuliana, di portare avanti la sua opera. Ora vorrei raccontare una delle innumerevoli esperienze vissute in questo periodo. Vicino alla scuola abitava un giovane che faceva uso di droghe, i suoi fratelli studiavano nella scuola. Avevamo molti contatti con questa famiglia, ma il giovane, il cui soprannome è “Serigò, era sempre drogato e arrecava fastidi e difficoltà alla scuola: prendeva a calci il portone, voleva invadere la scuola, gridava, disturbava le classi e la serenità degli scolari. Parlai con lui molte volte, prometteva di non farlo mai più, ma non appena riprendeva la droga, ripeteva il suo comportamento aggressivo. Un sabato stavamo facendo un mercatino, dove ad un prezzo simbolico, mettevamo in vendita dei vestiti che avevamo ricevuto in dono dall’Italia. Quel giorno Serigò fu particolarmente aggressivo. Insisteva nel voler entrare e fu inutile ogni mio sforzo per spiegargli che, drogato come era, non poteva entrare a scuola che in quel momento era piena di madri e di bambini. Lui gridava, dava calci al portone creando uno stato di panico fra tutti i presenti. Andai fino alla piazzetta vicino alla scuola dove c’era un piccolo posto di polizia. Dissi ai poliziotti ciò che stava accadendo e chiesi di essere accompagnata e di essere aiutata a risolvere questa situazione. Così fecero. Appena Serigò mi vide arrivare con due poliziotti, entrò in casa e si nascose. I poliziotti sulla porta della sua casa gli parlarono e gli dissero che la prossima volta che avesse disturbato la scuola lo avrebbero messo in prigione. Rimasero ancora un po’ fino a che la situazione tornò normale e andarono via. Il lunedì seguente, scendendo dalla mia macchina, davanti alla scuola, fui affrontata da Serigò, che molto nervoso e adirato per aver portato la polizia sino a casa sua, mi fece una serie di minacce. Disse che potevo salutare la mia famiglia perché alla prima occasione mi avrebbe sistemato con un colpo di rivoltella. Lo affrontai a viso duro dicendo che non avevo paura di lui e che nella mia famiglia avevo giudici, avvocati e poliziotti e che se lui avesse osato fare alcunché contro di me, la mia famiglia lo avrebbe scovato in capo al mondo e lui avrebbe avuto la punizione che meritava. Nonostante parlassi fermamente, sentivo le mie gambe tremare, Pagina 14 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano principalmente perché io stavo bleffando. Non avevo alcun parente giudice o poliziotto. Decisi di essere molto attenta, soprattutto quando arrivavo o lasciavo la scuola. Passarono alcune settimane quando un giorno venne da me Angela, sorella di Serigò, che mi chiese di andare a casa sua perché suo padre desiderava parlarmi. Il personale della scuola che sapeva delle minacce mi consigliava di non andare, perché questa poteva essere una trappola di Serigò per trovarmi da sola. E’ chiaro che anch’io consideravo questa possibilità e stavo morendo di paura, ma pensai: se io non vado sarà una dichiarazione che ho paura e questo mi farà ostaggio di Serigò e di qualche altro drogato. Chiusi gli occhi e con il pensiero mi rivolsi a Suor Giuliana. Pregai: “Suor Giuliana illuminami su ciò che devo fare in questa situazione. Se devo andare, proteggimi, ricordati che ho dei figli piccoli. Aiutami”. Aprii gli occhi e dissi: vado. Junia, mia nipote, che lavora come infermiera, mi chiese di non andare e di pensare alla famiglia. Junia, risposi, ho solo due opzioni o vado e verifico che non è niente di grave, o prendo la mia borsa e me ne torno a casa, abbandonando l’opera per sempre. Avevo già scelto la prima opzione. La casa di Serigò dista circa trenta metri dalla scuola, ma mi sembrò la più lunga strada mai percorsa. Arrivai e Serigò era sulla porta di casa. Dovevo passargli davanti. Mi avvicinai e dissi: “Buongiorno Serigò!”. Lui borbottò delle cose che non capii, si spostò e mi fece entrare. Suo padre, il signor Joao, che era sdraiato su di un lettino mi disse: “Oh, Dona Auremir, che bello che lei sia venuta. Vorrei chiederle un aiuto. Ho fatto un’operazione ai piedi e non posso camminare, potrebbe trovare una sedia a rotelle per me?”. Giuro che non capii subito bene quello che mi diceva, perché il rumore più forte che colpiva in quel momento le mie orecchie erano i battiti del mio cuore. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 15 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Bambini a rischio Sempre sul tema delle difficoltà che ho affrontato lavorando a questa “opera”, dopo la morte di Suor Giuliana, vorrei condividere con voi un momento molto difficile che tutto il personale ha vissuto nel 1996. Era un Lunedì. Poiché la macchina era in officina per dei lavori ed io non stavo molto bene, decisi di restare a casa la mattina. Avrei preso la macchina il pomeriggio e sarei andata a scuola. Stavo leggendo alcune carte quando ricevetti una telefonata da mia nipote Junia che già allora lavorava come infermiera ausiliaria. Mi meravigliai nel sentire la sua voce perché la scuola non aveva ancora il telefono. Quando avevamo necessità di parlare con qualcuno, andavamo al più vicino telefono pubblico. Junia mi raccontò nervosamente che c’era stata una rapina in una banca nelle vicinanze, che i rapinatori, inseguiti dalla polizia, si erano rifugiati nella favela e che la polizia con fucili e mitragliatrici stava tentando di entrare in scuola per effettuare una perquisizione. Mentre mi parlava, sentivo chiaramente il rumore di un elicottero e Junia mi disse che dentro l’elicottero c’erano i poliziotti con le armi puntate in direzione della scuola e delle case vicine. Ordinai a Junia di tornare nella scuola e di impedire a chiunque di uscire. Chiamai mio marito Gilcelio, gli dissi velocemente ciò che stava accadendo e gli chiesi di venirmi a prendere per portarmi a scuola. Lui fu tassativo: Non uscire di casa. Non ti porto in un posto dove la tua vita potrebbe essere in pericolo. Misi giù il telefono, chiamai un taxi e mi diressi verso la favela. Avvicinandomi chiesi al tassista di andare piano: sembrava tutto tranquillo. Senza polizia, senza elicotteri, senza bambini per la strada. Era tutto stranamente calmo. Entrai a scuola e mi trovai davanti ad una scena incredibile. Tutti i bambini erano sdraiati sul pavimento del refettorio, assieme alle insegnanti che con voce tremula cantavano delle ninne-nanne cercando di tenerli calmi. Poi arrivarono le madri, molto impaurite, per prendere le loro creature e ci dissero che i poliziotti avevano scovato i banditi nella laguna vicino alla scuola e che li avevano ammazzati a colpi di mitragliette e che i cadaveri erano già stati trasferiti nell’obitorio della zona. I bambini tornarono a casa, ed io, le insegnanti e tutto il personale ci abbracciammo, piangemmo e pregammo ringraziando Dio e Suor Giuliana per aver protetto i nostri bambini e il nostro personale. La sera tornando a casa trovai Gilcelio furioso. Disse che ero irresponsabile, che avevo rischiato inutilmente perché la mia presenza Pagina 16 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano non avrebbe potuto dare nessuna sicurezza alla scuola e alla fine litigammo di brutto. Fu allora che gli feci una domanda: “Gilcelio, se ti avessero chiamato nella tua ditta e ti avessero detto che il luogo in cui abitiamo era stato invaso dalla polizia armata che cercava dei rapinatori anch’essi armati e nella nostra casa c’erano i nostri figli, tu che avresti fatto? Saresti rimasto lì dov’eri perché la tua presenza non li avrebbe protetti, o saresti corso a casa senza pensare a niente, con l’unico obiettivo di stare vicino a loro?” Lui restò in silenzio e poi mi rispose: “Non so. Non ho mai vissuto questa esperienza”. Allora aggiunsi: ”Io si. Io ho vissuto questa esperienza stamattina”. Ci abbracciammo e piangemmo insieme. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 17 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Violentato prima di nascere Stavo lavorando nel mio studio quando un’ausiliaria venne correndo e mi chiese di andare da Nazarè, insegnante della quarta serie. Scesi le scale di corsa perché so per esperienza che queste chiamate sono sempre per bambini picchiati. Entrai in classe e mi trovai davanti un’alunna, Silvia, che piangeva molto, con i capelli arruffati, il viso rosso ed un bozzo sulla testa e diceva di aver preso un colpo lì. Nazarè l’abbracciava e cercava di calmarla mentre l’ausiliaria le metteva del ghiaccio sulla testa. Chiesi a Nazarè cosa era successo e mi disse che Robson aveva tirato i capelli di Silvia e battuto la testa contro la parete. Il motivo era che Silvia non gli aveva prestato la sua matita. Quando tornò la calma, chiesi a Nazarè di parlarmi di Robson. Mi disse che era molto violento. Quando lo si contrariava aggrediva i suoi compagni e li picchiava. Aveva problemi di apprendimento, di concentrazione e di socializzazione. Chiamai Robson nel mio ufficio e parlai molto con lui. Mi sorprese il suo ascoltarmi serenamente ed il suo sorriso dolce. Sembrava tranquillo. Rispondeva alle mie domande con chiarezza. Nella mia testa c’era solo un segnale d’allarme. C’era qualcosa di sbagliato. L’informazione sulla sua violenza e la sua apparente serenità, mi sembrò abbastanza contraddittoria. All’improvviso una luce si accese nella mia mente. “Tua madre ti picchia?”. “Poco”, rispose. “E tuo padre?”. “Lui è separato da mia madre, zia”. “Si, ma ti picchia?”. “Poco”, fu la risposta. “Tu vuoi bene a tua madre?”. “Si, zia”. “E a tuo padre?”. “Di lui ho paura”, mi rispose. “Perché?” domandai. Lui mi guardò diritto in faccia e con gli occhi molto aperti mi disse: “Zia tu sai che lui tagliò la pancia di mia madre con un coltello quando io stavo dentro di lei?” Inghiottii un nodo alla gola che non voleva scendere e chiesi: “Ma chi ti ha raccontato queste cose?” Rispose: “E’ stata mia madre. Lei stava quasi per morire ed anche io”. Silenzio. D’improvviso Robson cominciò a piangere. Piangeva e parlava contemporaneamente. Con un po’ di difficoltà capii cosa diceva: “Zia, ho paura di mio padre, tutte le volte che beve la “cachaça” cerca di ammazzare mia madre con un coltello. Lei corre via per salvarsi e allora mio padre picchia me ed i miei fratelli. A volte arriva a casa all’alba e mia madre deve fuggire. Noi restiamo soli e con molta paura”. Chiamai la madre di Robson. E’ una donna giovane, alta, quasi negra e molto bella. Parlava sottovoce, guardando a terra. Mi confermò tutto ciò che mi aveva raccontato Robson. Chiesi perché non denunciava il marito alla polizia, mi rispose che aveva minacciato di morte lei ed i suoi figli se lo avesse denunciato. Aveva paura di lui e se lo avessero imprigionato per poco tempo, una volta libero avrebbe portato a termine le minacce. Pagina 18 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Chiesi se lei fosse affettuosa con Robson. Mi rispose che non poteva essere affettuosa perché era aggressivo e creava problemi nella scuola. Allora parlai lentamente, come si parla ad una bambina: “tu capisci che Robson è stato vittima di una violenza, ancora prima di nascere?” Lei rispose: “Lo so”. “Tu capisci che lui usa questa violenza perché non sa risolvere in altro modo le sue difficoltà?”. Silenzio. D’improvviso iniziò a piangere. Un pianto di dolore che saliva dalle sue viscere. Il figlio vedendo la madre piangere, piangeva anche lui. Chiesi alla madre che abbracciasse suo figlio. Lei lo abbracciò, mi guardò e mi disse fra le lacrime: “Dona Auremir, io amo mio figlio”. Le dissi: “dì questo a tuo figlio”. Lei rispose: “Io lo sto dicendo”. Risposi: “No, tu lo stai dicendo a me. Dillo a lui”. Lei si strinse il figlio al petto e disse: “Io ti amo Robson, io ti amo”. Robson nel pianto rispondeva: “anch’io mamma, anch’io”. Mi piacerebbe chiudere questa esperienza dicendo che Robson non aggredì mai più un compagno, ma non è così. La ferita è molto profonda. Stiamo lavorando per riscattare la sua autostima ed insegnando che ci sono altri modi di dimostrare la nostra rabbia, le nostre contrarietà senza fare uso della violenza. Lui sta imparando. Alcuni giorni dopo Robson venne nel mio ufficio sorridendo con un pacchetto regalo da parte di sua madre. Era un contenitore di plastica per mettere le cose nel frigorifero. Da quella volta in poi ogni giorno, alla fine delle lezioni, Robson viene nel mio ufficio con quel bel sorriso, del quale mi sono innamorata, con una caramella in mano da offrirmi. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 19 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Amore in una piccola busta di latte Ci sono momenti della vita in cui qualcuno tocca il tuo cuore senza rendersi conto della profondità di questo tocco. Quando ho assistito al caso di cui sto per scrivere mi sono sentita spinta ad amare e agire con tutta l’intensità della mia anima. Stavo tornando a casa al termine di un caldo pomeriggio. Ero un po’ stanca per la grande quantità di lavoro che avevo espletato quel giorno. Mi dirigevo lentamente verso la macchina per i vicoli della Favela Garibaldi, quando vidi due bambini dall’aspetto affamato. Uno aveva circa cinque anni , l’altro dieci. Erano fratelli. Alle persone che passavano chiedevano danaro per comprare qualcosa da mangiare. Ricevevano risposte negative o aggressive: “Non disturbate, bambini! Non seccate e andate a casa!”. I bambini continuavano ad insistere. Io avevo una busta di latte in un sacchetto che stavo portando a casa. Li chiamai e offrii loro il latte. Lo accettarono con grande gioia e si misero a sedere sul marciapiede di fronte alla scuola. Rimasi ad osservare. Il piccolino disse al bambino di dieci anni: “Tu sei più grande, bevi prima tu”. Consegnò la busta e restò a guardarlo con gli occhi lucenti e la bocca aperta. Io, come un’allocca, contemplavo la scena. Vidi che il bambino più grande portò la busta alla bocca e, fingendo di bere, serrò le labbra per non fare entrare nella bocca nemmeno una goccia di latte. Poi, passò la busta al fratello e disse: “Ora tocca a te. Solo un poco”. Il fratellino bevve una grande sorsata ed esclamò: “Come è saporito!”. “Ora tocca a me”, disse il maggiore e portando la busta alla bocca di nuovo non bevve nulla. Ora a te. Ora a me. Ora a te. Ora a me… Dopo molte sorsate il piccolo, con i capelli ricci, il pancino gonfio e con la camicia strappata bevve tutto il latte… lui solo. Questo “ora a te”, “ora a me” mi riempirono gli occhi di lacrime. Allora accadde qualcosa che mi sembrò straordinario. Il più grande cominciò a cantare, danzare e giocare a pallone con la busta di latte vuota. Sembrava raggiante. Lo stomaco vuoto ed il cuore traboccante di allegria. Saltava con la naturalezza di chi non aveva fatto niente di straordinario, o meglio, Pagina 20 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano con la naturalezza di chi è abituato a fare cose straordinarie senza dar loro molto importanza. Da quel monello ho appreso una ulteriore lezione. E’ così che dobbiamo amare. Ci dobbiamo sacrificare con tale naturalezza, con tale eleganza e con tale discrezione che gli altri non devono nemmeno ringraziarci per il favore elargito. Mi avviai lentamente verso la macchina assaporando ancora una volta la lezione appresa dai bambini della Favela Garibaldi. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 21 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Ho scoperto Dio in Zeca Oggi ho visto Zeca… brutto, sporco, drogato, con un dente rotto e una ferita nel dito del piede. Mi ha guardato con gli occhi arrossati e vitrei. Pareva che guardasse oltre me. Mi ha chiesto con una voce tremante e ingarbugliata: “Zia, mi faresti una medicazione al dito del piede?”. L’ho guardato a lungo e il pensiero mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Era il 1994. Avevamo appena aperto la scuola. Suor Giuliana era ancora con noi e Zeca era un alunno della prima Serie. Tentammo, mio Dio, eccome, di tenerlo con noi. Allora egli aveva 13 anni. Non beveva né si drogava. Quando si scontrava, picchiava i compagni e voleva picchiare anche l’insegnante, io lo portavo in un’altra sala e gli dicevo quanto gli volessi bene. Lo abbracciavo e pregavo Iddio che mi aiutasse a salvare quel ragazzo. Non devo aver pregato bene. Non so dove ho sbagliato, ma il mio fallimento ancora oggi mi brucia, soprattutto quando vedo Zeca trasformato. “Eh, zia? Puoi medicarmi?”. La sua voce sonnolenta mi ha fatto tornare alla realtà e ho detto: “Ma si, Zeca”. Apro il portone. Ho chiamato Junia ed ella mi ha guardato impaurita. Come quasi tutti nella favela, ha molta paura di lui. E’ una paura giustificata. Zeca è stato già carcerato, gli hanno sparato, è drogato. Ruba, assalta e fa qualunque follia per procurarsi danaro per il suo vizio. E’ aggressivo e può diventare pericoloso. “Starò nell’ambulatorio con te mentre lo medichi” ho detto a Junia e allora, più tranquillizzata ha iniziato i procedimenti di prammatica: pulizia, disinfettante, medicinale… l’odore forte del disinfettante mi ha trascinato ancora una volta indietro nel tempo ed io vedevo uno Zeca bambino, ancora puro e non toccato dalla droga. Gli ho chiesto: “Zeca ti ricordi quando studiavi in questa scuola?”. “Mi ricordo, zia”. ”Lo sai che io ti voglio molto bene?”. “Ancora adesso mi vuoi bene, zia?”. “Si, ancora”. “Perché?”. “Non so. Credo perché mi sento responsabile di questa tua vita”. Mi ha guardato come se fossi una matta. “Ma che dici, zia? Responsabile per cosa?”. “Per non essere riuscita ad entrare nel tuo cuore, parlare la tua lingua, dimostrarti quanto sei speciale e, soprattutto, per non averti Pagina 22 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano dato in tempo giusto la grande notizia che tu sei un figlio amato, prescelto e unico per Dio”. “Che ti succede, zia. Ti senti bene?”. No, io non stavo assolutamente bene. Mi limitavo a guardare quella figura grottesca e drogata e cercavo, disperatamente, di trovare in quel ragazzo di 19 anni, dove era nascosta l’immagine a somiglianza di Dio. Oggi ho scoperto che questa somiglianza con Dio è molto più facile trovarla in Zeca che in me. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 23 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Il sorriso di Dona Suzana C’é qualcosa che mi attrae nel sorriso di Dona Suzana. Chissà perché. Ha una bellezza che trascende l’estetica, una tenerezza che mi seduce e mi incanta. Perché mi sento sedotta dal suo sorriso? Francamente non lo so. Certamente quella di Dona Suzana non è una bellezza come la intendiamo noi. Ha un viso pieno di rughe, la bocca con pochissimi denti e occhi piccoli che si chiudono quando sorride. Perché allora mi vedo uscire dal mio ufficio, andare verso la cucina, dove aiuta come volontaria, col pretesto di un bicchiere d’acqua, ma in realtà solo per vederla sorridere? Perché mi piace il suo sorriso se non riesco mai a distinguere immediatamente se in quel momento sta sorridendo o piangendo? Penso che sia proprio per questo. La sua espressione è esattamente la stessa quando ride e quando piange. Sorride come se chiedesse il permesso al dolore per farlo. E, per quanto mi sia difficile immaginarlo, penso che anche lei un giorno è stata una bambina con un bel sorriso. Si, un bel sorriso, perché un bambino quando nasce porta con sé un decreto del Cielo che gli permette di sorridere per diritto. I bambini si impossessano di questo diritto inalienabile e sorridono apertamente. Allora provo ad immaginare in quale momento della vita di Dona Suzana le è stato tolto questo diritto. E perché? Perché alcuni bambini trovano nella vita motivi per continuare a sorridere mentre ad altri questo sorriso viene spento così presto? Chi fa questa scelta? Sarà un problema sociale, politico, religioso o geografico? Se fosse nata in Svizzera, negli Stati Uniti o in Giappone, il suo sorriso si sarebbe guastato ugualmente? Penso a tutte queste cose quando vedo Dona Suzana aggirarsi per la cucina e parlare ininterrottamente. Parla sempre, anche quando piange o sorride. Parla rapidamente e quasi non si capisce. Parla del passato, del presente, del dolore e della sofferenza. Parla anche dei suoi sogni: vedere i nipoti cresciuti, con un lavoro ed una casa prospera ed abbondante. Io la guardo con un misto di ammirazione e compassione ed il mio cuore si riempie di tenerezza e rivolta. Sono sentimenti contrastanti che mi fanno venire le lacrime agli occhi. Cerco nel fondo del mio cuore la parola rassegnazione e non la trovo perché la parola ingiustizia grida più forte. Pagina 24 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Ed in questo groviglio di contraddizioni realizzo che la rassegnazione e il fatalismo che cerco sarebbero la mia fuga. A volte è duro e difficile affrontare di petto il dolore e la sofferenza. Meglio sarebbe nascondere questi sentimenti dietro una facciata di assistenzialismo. Ma il mio cuore è forte e mi permette di affrontare faccia a faccia la sofferenza di Dona Suzana e le dico quanto la ammiro e quanto mi piacerebbe avere la sua forza e il suo sorriso. Lei mi guarda spaventata, senza capire una parola e mi dice: ”Dona Auremir, lei si sente bene?”. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 25 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano E il topo rose… Ero nel mio ufficio che lavoravo quando Loudinha, la coordinatrice dell’Educazione Infantile entrò e visibilmente entusiasta mi disse: “Signora, sa chi ha imparato a leggere?”. Con curiosità risposi: “No, chi?”. “Francisco de Assis”. “Francisco de Assis? Il figlio di Conceicao? Non posso crederci!”. La mia meraviglia era totalmente giustificata. Francisco de Assis fa parte di una grandissima famiglia, composta di padre, madre e nove fratelli che vive in uno stato di miseria inimmaginabile. La sua casa è una baracca con due locali ed il cui tetto è quasi tutto fatto di plastica ed il pavimento è di sabbia umida e limacciosa. Non ha mobili e la sporcizia ed il caldo umido dominano nella casa. Tutti i suoi fratelli studiano o studieranno nella scuola. Tutti presentano difficoltà nel parlare e hanno carenza di apprendimento. Le sorelle più grandi sono già delle adolescenti e nessuna è mai riuscita ad imparare a leggere. Questo è al di sopra delle loro capacità intellettive, ma nonostante ciò, frequentano la scuola con allegria ed entusiasmo. Non riusciranno mai ad imparare a leggere, tanto meno a scrivere, perché cognitivamente incapaci, ma se socializzano, imparano che c’è un posto apposito dove mettere le immondizie, che occorre tenere pulito il proprio corpo, gli alimenti e la casa. Imparano che devono chiedere permesso entrando in un ufficio dove c’è la coordinatrice e che devono rispettare noi e gli altri, e soprattutto devono imparare a lasciarsi amare. Molte di queste ragazze sanno disegnare, dipingere, ritagliare e aiutano nella cura dei più piccoli. C’è una di loro, Ana Lucia, che fa parte del “Progetto educativo Mauro Calabresi”. Ma non riesce ad imparare a leggere. Questo è il motivo della mia meraviglia. Le sorelle più grandi non hanno mai imparato a leggere e Francisco de Assis ha appena sei anni! Chiesi a Loudinha, che stava lì ferma davanti a me con i suoi immensi occhi che brillavano: “Sei sicura che Francesco d’Assisi sa leggere?”. “Sono sicura”. Chiamai il bambino che stava lì vicino e con un libretto in mano gli chiesi di leggere. E lui lesse! Con una vocina timida leggeva a perfezione le piccole frasi del libro. Sentii un’emozione e pensai: questo è il frutto degli innumerevoli progetti che facciamo con i bambini, di una alimentazione più ricca e salutare e degli stimoli affettivi che ricevono, oltre al lavoro di Carolina, una logopedista che lavora come volontaria, due volte alla settimana. Fui veramente felice. Mesi dopo entrai nella classe di Francesco de Assis e vidi che due ditine della sua mano presentavano delle ferite e aveva difficoltà a scrivere. Pagina 26 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Chiesi: “Che è successo alle tue ditine?”. Mi rispose con gli occhi abbassati: “Fu un topo che le rosicchiò”. “Cosa? Un topo rosicchiò le tue dita? E com’è che tu hai lasciato che questo accadesse?”. “Io dormivo, zia”. Ero ancora più confusa e continuai il mio interrogatorio: “Come è possibile che un topo roda le tue dita mentre dormi. Come è successo?”. Il suo insegnamento ferì la mia umanità: “Zia, io dormo insieme a mio fratello in un divano vecchio che c’è a casa. Poiché il divano è stretto, devo appoggiare una mano sul pavimento per non cadere quando dormo. Il topo passò, vide la mia mano sul pavimento e rose le mie dita!”. Non riuscivo a credere a quello che sentivo. Cercai di immaginarmi la scena dantesca dei due fratellini, stretti sopra un divano vecchio e strappato e il piccolo costretto a dormire con la mano sul pavimento limaccioso, quale è il pavimento della sua casa, e un topo che rodeva la sua mano. E’ troppo. Pensai sino a che punto può arrivare l’ingiustizia e la disuguaglianza sociale. Mentre tante persone si lamentano per delle sciocchezze o piccole cose, sdraiate su letti caldi e morbidi, Francisco dorme appoggiando la mano sul pavimento per sostenere il suo corpicino magro e denutrito. E il topo rose… Asciugai le mie lacrime e con molta tristezza nel cuore mi avviai verso casa. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 27 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano L’aggressione Erano le otto e un quarto di mattina e stavo andando a prendere Ida per recarci poi ad un appuntamento che avevamo nel vice-consolato italiano. Percorrevo in macchina una strada già fatta mille volte. Ero tranquilla e un po’ distratta. E all’improvviso è successo! Un ragazzo, moro, ha cominciato a colpire il vetro del finestrino della mia macchina con un revolver, urlandomi concitatamente di aprire la porta. Da quel momento tutto si è svolto come al rallentatore. Gli ho consegnato la borsa, il cellulare, la macchina fotografica, tutto quello che avevo di valore. Il mio sguardo era fisso sul revolver sempre puntato sulla mia testa. Il ragazzo ha raccolto tutto molto rapidamente ed è corso via. Ho guidato per alcuni minuti senza sapere dove andavo. E’ stata un’esperienza difficile e dolorosa. Ho sentito terrore, impotenza, rabbia. Provavo sentimenti confusi e vorticosi. Non riuscivo a pensare con chiarezza. La tremenda scarica di adrenalina mi aveva precipitato in un mondo di sensazioni strane. Poi, mi sono calmata ed ho cominciato a realizzare il pericolo di morte che avevo corso. Inspiegabilmente mi sono sentita calma, la rabbia era sparita. E’ stata una notte difficile. Ho pensato e ripensato, vissuto e rivissuto mille volte tutto quello che mi era successo la mattina. Che conclusione trarre da un evento tanto forte ? Che lezione dovevo trarre da questo episodio? Al sorgere del sole tutto mi è diventato più chiaro. Vivo in Brasile: paese ricco del terzo mondo, nel quale la ricchezza e la miseria convivono in maniera ipocritamente pacifica. La globalizzazione che ha distrutto la nostra cultura, valori e radici, che ha modernizzato, informatizzato e portato il progresso alle classi alte, ha generato anche un desiderio sfrenato di consumismo. Il progresso ha innalzato agli altari il lucro e il capitale a detrimento del fattore umano e sociale. Questa idolatria del danaro ha toccato tutti i settori brasiliani, arrecando enorme danno a lavoro, salute e istruzione. Si è arrivati così ad esigere una mano d’opera sempre più qualificata ed un insegnamento mirato esclusivamente alla competizione. Ma la contemporanea dequalificazione e deterioramento dell’insegnamento pubblico ci porta verso il caos. Il neoliberismo ha dato il colpo di grazia al nostro popolo. In Brasile esiste una moltitudine di persone analfabete e semianalfabete, figli di contadini e agricoltori che, per mancanza di una politica agricola corretta migrano nelle grandi città in cerca di una possibilità di sopravvivenza. Logicamente non la trovano. Questa popolazione, non essendo in condizioni di procurarsi una educazione di qualità e tanto meno una qualificazione professionale, diventa la Spazzatura del Capitalismo Globalizzato. Pagina 28 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano In Brasile, come in qualunque altro paese industrializzato, si ‘fabbricano’ milioni e milioni di giovani per i quali non c’è spazio. Essi vivranno sempre ai margini di quella da noi conosciuta come “società”. Nascono come spazzatura e così vivono e muoiono presto, ma c’è poco da rallegrarsi perché la ‘fabbrica’ che produce questa popolazione è molto efficiente. Quando, Mio Dio, il mondo industrializzato comprenderà che il capitalismo, con i suoi annessi e connessi, è fallito? Miserevolmente fallito! Quando i personaggi pubblici, detentori del potere, comprenderanno che la barbarie si è installata fra noi mettendo le radici? Fino a quando, di fronte alla violenza degli oppressi, continueremo ad ergere mura intorno alle nostre case e a blindare le nostre macchine? Quando arriverà il momento in cui l’uomo sarà più importante del capitale e del guadagno? Quando impareremo che l’unica strada percorribile per vivere in pace è quella della solidarietà, della fratellanza e dell’amore? Dopo questa mia lunga e travagliata notte, mi sono alzata per iniziare un nuovo giorno. Non sono più la stessa. Insieme alla paura della barbarie, ho acquisito un nuovo progetto di vita: Cercare le risposte a tutte queste domande. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 29 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Notte di fraternità In questo ottavo anno di vita della nostra scuola, pensavo che ormai avevo vissuto tutte le esperienze possibili ed immaginabili. Ero sicura che non poteva accadere niente di nuovo ed invece mi ero sbagliata. La “Notte di Fraternità” fu una cosa nuova, inedita ed inimmaginabile…. Nacque da un mio pensiero: abbiamo passato tanti giorni con i nostri bambini, ma mai una notte. Come sarà vivere insieme una notte? Era un pensiero fisso. Volevo trascorrere una notte insieme ai ragazzi. Condivisi questo mio pensiero con le collaboratrici (Luciana, Arleide e Loudes). Loudes ci convinse che dovevamo scegliere i ragazzi più grandi, della quinta e sesta serie, perché stavano creando problemi di disciplina. Per un mese parlammo di questa iniziativa e dicemmo che le due classi più brave avrebbero partecipato alla “Notte di Fraternità”. Subito tutti gli alunni cercarono di comportarsi bene e di migliorare per conquistare il diritto alla notte. Delle quattro classi che attualmente formano le medie, due vinsero e le altre due come premio di consolazione assistettero ad un film ed ebbero altri piccoli premi. La grande notte si svolse così. Alle 18 i ragazzi arrivarono a scuola, nella mano portavano un sacco con dentro biancheria per dormire. Occhi ansiosi… Quasi sentivamo il battito accelerato di quei piccoli cuori. Erano 78 giovani, curiosi di questa esperienza che andavano a vivere. Ansietà per il nuovo. Cuori fiduciosi ed una domanda negli occhi : E ora? L’equipe che li assisteva era composta da dieci persone, sette donne e tre uomini: io, Arleide e Loudes, prof. Roberto (matematica), prof. Flavio ( Fisica), prof. Gomes ( religione), prof. Fatima (portoghese), prof. Gleice (geografia e storia) prof. Nasare (alfabetizzazione di scuola antica) e Eliene (bibliotecaria). Anche per noi tutto era nuovo: ci guardavamo l’un l’altro ed il cuore ci batteva forte. Che cosa accadrà d’ora in poi??? Avverrà l’affiatamento, avverrà l’unione tra i ragazzi? L’amore si fece sentire, si fece grande, salì dentro di noi, invase tutta la nuova scuola e si diffuse in tutte le parti. Pregammo, cantammo, facemmo molte gare tra gruppi, tifammo l’uno per l’altro, incentivammo tutti e verso la fine della serata facemmo un grande cerchio e ci abbracciammo strettamente. Arrivò l’ora di dormire: materassi sparsi, lenzuola pulite ed odorose ed una carezza speciale per la buona notte. Che notte indimenticabile. Alcuni si addormentarono subito. Quelli che durante il giorno vogliono sembrare adulti, dormendo assumevano la Pagina 30 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano posizione fetale e succhiavano il dito come bebè. Le carenze fondamentali si facevano sentire. Essi non pensavano che tutti noi avremmo vegliato il loro sonno. Vegliammo, sì. Piangemmo anche… Dopo questa notte, non saremo più gli stessi… Siamo parte gli uni degli altri…concretamente. Abbiamo sperimentato la fratellanza nel senso più profondo. Siamo complici. Si rafforza la relazione professore alunno, professore direzione e coordinatori. Alunni alunni, alunni professori. Abbiamo trovato una nuova strada. Seguiamo questo percorso perché ci condurrà all’incontro di noi stessi nella persona dell’altro. Invito voi tutti, carissimi amici, a vivere con noi una simile esperienza. Un forte abbraccio. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 31 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Storia di una vita piccolina Quella mattina arrivai a scuola e notai uno strano movimento nella mia stanza di lavoro. Mi avvicinai incuriosita e preoccupata e vidi Elcina con in braccio la sua neonata e Junia la nostra infermiera, che mi aspettavano. Elcina è un’adolescente di 15 anni. Ha studiato da noi fino alla quarta serie, quando ancora non avevamo la nuova scuola. Poi abbandonò gli studi. Si innamorò di Marcio, adolescente anch’egli, e rimase incinta. Aiutammo Elcina nel periodo della gravidanza. L’incoraggiammo a partecipare ad un corso preparatorio al parto in un ospedale pubblico che ha un reparto specifico per le adolescenti gravide. Tutto si svolse regolarmente. Nacque il bebè, era una bambina morettina, molto piccola e sotto peso. Junia raccomandò ad Elcina di allattarla abbondantemente per farle recuperare il peso in breve tempo. Quando pensavamo che la situazione fosse ormai sotto controllo, nacque quella riunione di emergenza. Mi avvicinai e domandai che stava succedendo. Non avevo ancora finito di parlare che Elcina si mise a gridare: “Zia Auremir, non voglio più questa bambina!”. Rimasi perplessa. Per alcuni istanti non riuscii a dire nulla. Mentre io cercavo le parole più opportune da dire, Elcina continuò singhiozzando: “Qualcuno si deve far carico di questa bambina. Piange sempre, non dorme la notte, non riesce a succhiare perché il mio petto mi fa male, voglio tornare ad essere come ero prima”. Mi fermai a pensare che cosa si poteva dire ad una adolescente quasi bambina, trasformata in madre, che desiderava riappropriarsi della sua infanzia passata. Come dire a quella ragazza che desiderava una cosa impossibile? Come spiegarle che il passo irresponsabile che aveva fatto aveva generato un frutto che non le permetteva di fare marcia indietro? Chiusi gli occhi per alcuni secondi in cerca di ispirazione nel più profondo del mio cuore. In quel lasso di tempo feci una breve e disperata orazione e chiesi a Dio che, per intercessione di Suor Giuliana, mi illuminasse e collocasse nella mia bocca le parole di cui Elcina aveva bisogno. Cominciai a parlare in uno stato di calma che ero ben lungi dal possedere: “Ma Elcina, questa creatura è tua figlia, è la creatura che hai aspettato per nove mesi. Adesso è qui ed ha bisogno di te. Lei ha bisogno di succhiare dal tuo petto per poter sopravvivere. Se tu l’abbandonassi ella potrebbe persino morire e non è questo che vuoi, non è vero?”. A questo punto cominciò a piangere convulsamente, mentre la figlioletta dormiva tranquilla nelle sue braccia, ignara del ripudio della madre, dei nonni e di Pagina 32 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano tutte le altre persone alle quali Elcina in precedenza l’aveva offerta. Piangeva e ripeteva infantilmente: “Io non voglio questa bambina, io non voglio questa bambina”. Davanti a quella fredda testardaggine che cominciava ad irritarmi, mi sforzai di conservare la calma e continuai: “Dimmi una cosa, Elcina, quando tu avevi rapporti col tuo innamorato, lo sapevi che potevi generare una vita. Ciò nonostante hai rischiato. Sei rimasta gravida, bene, che ti aspettavi? Una bambina non è una bambola, ha delle necessità che bisogna soddisfare. Lo so che sei giovane, normalmente le ragazze della tua età fanno un altro tipo di vita, studiano e si preparano per un futuro migliore, ma il passo che hai fatto tu non ammette ritorno. Non potrai più essere la ragazzina irresponsabile che eri, prima che tua figlia nascesse. Adesso non devi più guardare indietro, ma andare avanti. Nessuno si prenderà cura di tua figlia al posto tuo. Deve essere accudita da te, da sua madre. Noi ti daremo tutto l’appoggio che potremo. Ti aiuteremo per quanto ci è possibile. Junia e la pediatra ti aiuteranno a far crescere sana tua figlia. Il tempo passa presto e quando la pupetta comincerà a dormire bene, imparerà a sorridere, a riconoscere la tua voce e poi ti chiamerà ‘mamma’. Quello sarà il momento magico della tua vita”. Mentre io parlavo, Elcina si andava calmando e notai che aggiustava sempre meglio la figlia fra le braccia. Mi resi conto che avevo usato le parole adatte a risvegliare in lei l’istinto materno assopito per la stanchezza, la sofferenza, il dolore del parto e le notti insonni. Smise di piangere e con uno sguardo pieno di speranza mi chiese: “Quando la pupa sarà cresciuta, potrò tornare a studiare?”. A questa domanda, chi si mise a piangere fui io. Mille interrogativi mi si affollavano nella testa. Perché Dio permette a delle bambine di trasformarsi in madri? Queste ragazze sono biologicamente donne, ma psicologicamente rimangono bambine. Hanno voglia di dormire, giocare, studiare e innamorarsi, ma non possono sobbarcarsi la responsabilità di essere madri. Perché il sesso prematuro è così seducente quando esse sono ancora bambine? Come si può insegnare a una bambina a sviluppare il suo istinto materno? Quante domande senza risposta, mio Dio! Dopo questa conversazione, chiesi alla madre di Elcina di aiutarla ad accudire la bambina. Chiesi che alleviasse le fatiche di Elcina e stesse un po’ con lei per permetterle di riposare. Junia e la pediatra stanno seguendo la bambina che sta crescendo e guadagnando peso. Ieri Elcina ci è venuta a trovare con la figlia. Mi ha guardato negli occhi e timidamente mi ha detto: “Sono cambiata molto da quel giorno che volevo dare via mia figlia. Ho imparato ad amarla e le ho dato il nome di Vittoria, che ne pensa?”. Ho sorriso e ho pensato: non ne poteva esistere uno più azzeccato! Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 33 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano E’ nata Sandy Mi sono spaventata quando Damiana entrò all'improvviso nel mio ufficio piangendo. Mi alzai di scatto temendo che stesse accadendo qualcosa di grave perché era al nono mese di gravidanza. Domandai ansiosa: “Che c'è Damiana?”. Ella pianse con più forza e dolorosamente mormorò: “Penso che è venuta l'ora della nascita del mio bimbo”. Ebbi voglia di sorridere per il sollievo, ma il suo volto disperato frustrò la mia intenzione. Guardai quel bel visino ed in una frazione di secondo il mio sguardo percorse quel corpo che sembrava mutilato più che gravido. Dio mi perdoni, ma sembrava una aberrazione della natura. Qualcuno ha mai visto come diventa il corpo di una bambina di quattordici anni, al nono mese di gravidanza? Nella mia vita ho visto molte donne incinte, incluso me per quattro volte, ma non ancora avevo visto niente in confronto di quegli occhi spaventati, di quel corpo piccolo e magro, di quei piedi gonfi e di quella protuberanza al posto della pancia. Quella era Damiana che mi guardava con un volto disperato chiedendomi aiuto. Nell'abbracciarla notai che tremava tutta. Tentai di distrarla mentre chiamavo un taxi per portarla in ospedale. Le dissi che doveva scegliere un nome per il nascituro. Cercai di scherzare, ma niente attenuava quella maschera di paura che era diventato il suo viso. Desistetti di tentare di calmarla distraendola. Mi avvicinai, toccai la sua pancia irrigidita dalle contrazioni e sentii perfettamente il contorno del bebè sotto la pelle fina che lo nascondeva. Parlai il più dolcemente possibile: “Non avere paura Damiana. Nascerà presto. Tra poco già starai con la tua bimba in braccio. Avrai dolore, si, ma pensa che passerà presto. Affidiamoci nelle braccia di nostra Madre Maria. Anche lei ebbe un Figlio ed era giovane come te. Verrà con te in ospedale e stringerà forte la tua mano. Collabora con il medico, fai forza quando te lo dirà, respira e segui correttamente le sue istruzioni. Non farti dominare dal panico. Passerà”. Pagina 34 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Si annidò nelle mie braccia ed era tanto piccola che quasi la contenevano tutta. Lentamente la portai fino al taxi che era arrivato, baciai il suo viso e feci una preghiera in silenzio: “Proteggila, Signore. Calma e tranquillizza il suo cuore. Consolala e fai che tutto sia rapido e sereno. E' soltanto una bambina. Bada a lei, o Padre!”. Nacque una bambolina, perfetta ed in piena salute che Damiana volle chiamare Sandy. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 35 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Un bagno speciale Stavo arrivando a scuola quando vidi che si avvicinava Thiago. Era sporco, ma di più: era immondo. Un viso sporco mi sorrise. Fermai la macchina e lo chiamai. Mi si avvicinò impaurito, forse pensando che lo volevo sgridare perché aveva abbandonato la scuola insieme ai suoi quattro fratelli quattro mesi prima. Si mostrò sorpreso quando io dissi appena: vieni a scuola con i tuoi fratelli perché ho un regalo per voi. Avevo già dimenticato l'invito quando Glauco, il portiere della scuola, arrivò con un'aria spaventata e disse: Signora Auremir, Thiago ed i suoi fratelli sono fuori e chiedono di entrare perché lei li ha chiamati. L'aria spaventata di Glauco si giustificava perché Thiago con i suoi 12 anni mette paura. Probabilmente prende qualche droga, è molto trascurato e ruba per mangiare. Sua madre è alcolizzata e tradisce il marito con tutti gli uomini che le si avvicinano. Il marito è evangelico e la bastona senza pietà per toglierle il diavolo dal corpo. E' fuggita ed ha abbandonato i figli. Il padre sta via da casa fino a tardi per la rabbia di essere stato lasciato. Thiago 12 anni, Darlene 10 anni, Isaac 8 anni, Eveline 6 anni e Rebecca 4 anni rimangono soli. Per alcuni periodi la madre ed il padre si riappacificano e tornano a vivere insieme ed i bambini riprendono una vita familiare, ma presto ritorna tutto come prima ed i figli ritornano a vivere soli. Questo succede spesso. Bene, oggi sono arrivati tutti. Ci guardavano impauriti, erano quattro mesi che non si facevano vedere a scuola. Andai a prenderli sul portone. Erano così sporchi ed esalavano un odore così nauseabondo che quasi annullavano la mia volontà di accoglierli. Allora suggerii in tono allegro: Andiamo tutti a farci un bel bagno per essere puliti e profumati. Darlene ed i bimbi piccoli accettarono entusiasti. Thiago ed Isacco reagirono come se io li avessi minacciati di picchiarli. Thiago parlò per lui e per il fratello: “No, zia, siamo venuti per il regalo, dacci il nostro regalo e ce ne andiamo, io ed Isaac abbiamo già fatto il bagno”. Risposi: “Nessun regalo senza bagno. Andiamo a fare il bagno, prendiamo una buona zuppa e dopo vi darò i regali ed andrete via, d’accordo?”. A malavoglia accettarono la proposta. Io e Darlene entrammo nel bagno con i piccoli e demmo loro una bella strigliata. Shampoo, sapone e asciugacapelli: insomma una bella doccia. Era doloroso vedere un'espressione di paura su quei visini. Questo mi Pagina 36 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano faceva pensare che non avevano mai fatto un vero bagno con la doccia. Junia aveva procurato vestiti puliti e pantofole per tutti. Dopo fu la volta di Isaac. Lo lavai senza molta fatica nonostante la sua paura per l'acqua. All'inizio non voleva mettersi sotto la doccia, ma voleva prendere l'acqua con le mani e passarla sul corpo, ma dopo poco guadagnai la sua fiducia e si entusiasmò al buon profumo dello shampoo e del sapone ed in breve tempo si lavò. Arrivò il turno di Thiago. Siccome è grandicello mi sentii imbarazzata di entrare con lui nel bagno. Gli insegnai come aprire la doccia e come usarla. Entrò e gli chiesi di levarsi i vestiti sporchi e di consegnarmeli. Chiusi la porta per rispettare la sua privacy e rimasi spaventata quando sentii che Thiago prendeva a pugni la porta chiusa con una sbarretta. Sbalordita la aprii e mi trovai quel bambino quasi della mia dimensione nudo e piangente. “Ho paura. Non voglio fare il bagno. Ho paura di rimanere chiuso a chiave nel bagno”. Imbarazzata davanti alla sua nudità inaspettata, tentai di convincerlo a tornare nel bagno e che non avrei chiuso la porta. Tenni la porta con le mani e gli dissi che sarei rimasta lì fuori e che lui avrebbe potuto vedere il mio braccio. Niente. Continuava a chiedere che voleva uscire dal bagno. Allora, dimenticando vecchi preconcetti, entrai con lui nel bagno. Lavai i suoi capelli, il suo corpo ed a poco a poco abbandonò la paura, si lasciò bagnare e perfino collaborò. Lo asciugai, lo vestii e dopo andammo tutti, anche i fratelli, a mangiare una buona minestra ed i loro piatti furono ripetutamente riempiti. Mentre mangiavano allegramente ed apparentemente dimentichi della grande prova che era stato il bagno, mi avvicinai e con molta cautela iniziai ad indagare con Thiago perché lui aveva paura nel bagno pur stando io così vicina a lui. Darlene, sua sorella, mi disse: “Lui è così, zia, non può rimanere solo in nessun posto perché quando nostro padre arriva a casa ubriaco di notte ci picchia tutti e siccome Thiago reagisce lo chiude in una piccola stanzetta che abbiamo a casa!”. Continuo a fare il bagno a Thiago tutti i giorni! Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 37 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Una grande perdita Ho aperto il giornale e sono rimasta scioccata dalla foto di Flavio Fermon. L’articolo diceva che era stato catturato durante una rapina a mano armata. Ho provato in fondo al cuore un dolore indicibile. Mio Dio, e adesso? E’ accaduto il peggio! Non mi riferivo all’arresto ma al fatto che era stato capace di un’aggressione. Ho perduto Flavio per la droga. Che tristezza! Un senso di sconfitta mi soffoca e non riesco nemmeno a piangere. Flavio ha studiato nella nostra scuola da che era piccolo. Era dolce, affettuoso, introverso. Aveva un sorriso un po’ sornione che mi incantava. Gli è sempre piaciuto frequentare la nostra scuola. Per fargli vincere la timidezza, la maestra lo coinvolgeva spesso in spettacoli di danza. Nella capoeira era magistrale. Non era molto amante dello studio ma, poiché ci voleva bene, faceva un sacrificio e sopportava. Flavio ha dietro di sé una storia tremenda. Quando nacque fu ripudiato dalla madre, che non era sposata, e fu allevato da una vicina. Poi la madre si sposò ed ebbe un figlio che allevava con grande cura ed affetto. Il ragazzo ebbe tutto quello che era stato negato a Flavio. Flavio sapeva chi era la sua madre naturale, sapeva di suo fratello, sapeva del ripudio. Dorotea, la donna che ha cresciuto Flavio come un figlio, era molto povera ed aveva altri tre figli. Amava profondamente Flavio. Faceva grandissimi sacrifici per offrire al figlio l’indispensabile per la formazione. Il tempo passava e Flavio, nonostante la timidezza, faceva progressi nella vita scolastica. Brillava nella capoeira ed era molto affezionato a tutti noi della scuola. Il 10 agosto del 2003 era un giorno prefestivo. Dorotea stava nella scuola per far visitare la figlia più piccola dal pediatra. Abbiamo conversato a lungo. Verso le 18 sono andata a casa e il giorno 11 ho ricevuto una telefonata con la quale mi si informava che Dorotea era morta all’alba di un’emorragia cerebrale. Corsi subito alla favela pensando che l’informazione non fosse vera. Era stato solo uno scherzo di cattivo gusto! Quando arrivai mi si presentò una scena terribile. Dorotea morta in un lettino con intorno i suoi figli che, disperati, la chiamavano perché si “svegliasse”. Ma la cosa più scioccante fu vedere la figlia piccola di Pagina 38 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano diciotto mesi che apriva la blusa della madre e tentava di portare il seno alla bocca. Aveva fame. In quella situazione disperata avevano dimenticato di darle da mangiare. E’ una scena che rimarrà per sempre scolpita a fuoco nella mia mente. Quel giorno ho cominciato a perdere Flavio. I bambini piccoli andarono a vivere con la nonna paterna che però si rifiutò di accettare Flavio. La madre naturale, nel trasporto del momento, lo accettò in casa, ma dopo pochi mesi lo mise alla porta dandogli nome e indirizzo di un uomo che diceva essere suo padre. Ho visto Flavio dopo qualche mese. Sembrava un altro ragazzo. Era cinico, freddo e… drogato. Gli ho parlato per ore. Ho pianto molto. L’ho pregato di continuare a frequentare la scuola, gli avrei pagato io il trasporto. Mi ha sorriso e mi ha detto: ”Zia, tu non mi conosci più. Il Flavio che hai conosciuto è morto insieme a mia madre”. Ho tentato di fargli capire che si stava sbagliando, che stava affrontando un duro colpo infertogli dal destino, ma che, se continuava a lottare, lo avrebbe superato. Ma lui ha chiuso la conversazione dicendo: ”Io non sarei mai dovuto nascere. La mia vera madre non mi ha mai voluto. La donna che mi ha accettato come figlio è morta. Adesso vivo con un uomo che non conosco, che è sempre ubriaco, non porta cibo in casa, non si occupa né di me né degli altri suoi figli. Faccio uso di crack che non mi fa sentire la fame, mi lascia stordito per cui non so in che giorno e in che mese stiamo. Non distinguo la notte dal giorno. Penso solo alla prossima dose che fumerò”. E’ andato via. Le sorelle continuano a venire a scuola. Chiedo loro sempre sue notizie, ma la risposta è sempre la stessa. Non ne sanno niente, non le va mai a trovare. Ho sempre sentito tanta nostalgia di Flavio. Ho sperato tanto che il tempo passato con noi potesse fare la differenza fra la morte da lui cercata e la vita che avrebbe potuto costruirsi. Oggi, triste, col cuore a pezzi, guardo la sua foto. Occhi bassi, viso segnato e cicatrici a me sconosciute. Ho accarezzato ogni cicatrice, i suoi capelli. Ho parlato a lungo con la foto e… poi, ho pianto. Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 39 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Violenza domestica o sociale? La mattina presto, appena arrivata a scuola, Arleide mi ha chiamato e mi ha detto: “Oggi abbiamo un altro bambino che è stato picchiato!”. Ho sentito la solita vampata di rivolta mista a dolore salirmi per la gola e ho domandato: “Di chi si tratta questa volta?”. Arleide mi ha risposto: “di Vinicio”. Mi ha preso un colpo: “Vinicio, il figlio di Vera?” le ho domandato perplessa. “Si, proprio lui”, mi ha risposto Arleide. La mia sorpresa non era per il doloroso problema, ancora una volta, di un nostro bambino picchiato. Questo, purtroppo, accade con una frequenza insopportabile. Abbiamo fatto molto per rendere edotti i genitori e i parenti dei bambini del nostro totale rifiuto e intolleranza della violenza domestica. E anche se questa è diminuita, purtroppo si continua a verificare. La sorpresa era che, questa volta il bambino picchiato apparteneva ad una famiglia ben strutturata. La madre è attenta e istruita, rispetto alla maggior parte delle madri. Come può Vera aver picchiato il figlio di cui si prende cura con tanto affetto? Arleide mi ha informato che aveva già provveduto a chiamare la madre, le aveva spiegato che picchiare i bambini è un crimine e che noi non tolleriamo questi abusi, ecc. il discorso che conosciamo a memoria. Mi ha detto che si era messa a piangere e che aveva promesso che il fatto non si sarebbe ripetuto. Al pomeriggio sono stata sorpresa dalla visita di Vera. Ha detto che desiderava parlare con me in privato. L’ho condotta in una sala appartata e ho pensato: “Si giustificherà dell’accaduto e giurerà che non lo farà più”. Normalmente le madri incolpano il bambino, il marito, il vicino, dicono qualunque cosa per giustificare l’errore commesso. Con mio grande stupore ha cominciato a dirmi: “Mi dispiace molto di averle creato un problema. Mi dispiace molto di aver commesso una infrazione alle norme della scuola. Voglio che sappia che non succederà più. Non è giusto procurare dei problemi a voi che già ne dovete affrontare tanti”. Nessuna parola di pentimento per il dolore che aveva arrecato a suo figlio. Nessuna giustificazione per un comportamento così brutale. Nessuna Pagina 40 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano preoccupazione per i danni fisici e morali che avrebbero potuto segnare Vinicio. Questo fatto mi ha spaventato e mi sono ribellata non riuscendo a mascherare la mia indignazione. Ho parlato con voce fredda e tagliente: “Quanto a tuo figlio, non senti niente?”. Mi ha risposto con un filo di voce: “Lui dovrà crescere sapendo che non ha una buona madre. Non riesco ad essere una brava persona. Io non valgo niente. Sono malvagia. Ho provato ad essere una buona madre ma non ci riesco. Mi sono stancata di lottare contro la cattiveria che mi porto dentro.”. Mi sono sorpresa ancora di più. Sono abituata a sentire madri che si giustificano e accusano altre persone dei loro errori; ma non avevo mai visto una persona accusare se stessa e in maniera tanto forte. La rabbia è svanita dentro di me facendo posto a un immenso sentimento di pietà per quella giovane signora seduta di fronte a me, con gli occhi bassi e una espressione di infinita amarezza. Ho fatto un lungo sospiro, le ho toccato lievemente la mano che teneva posata sul ginocchio e le ho chiesto a bassa voce, usando lo stesso tono che usava lei: “Perché pensi di essere cattiva? Perché hai picchiato tanto forte Vinicio? Io so che tu lo ami. Sei attenta, porti i bambini dal medico, vieni con frequenza a scuola, segui la loro vita scolastica. Io non penso che tu sia cattiva, così come dici, ma non capisco come tu possa picchiare, ferire fisicamente e psicologicamente tuo figlio”. Vera, sempre ad occhi bassi e con un filo di voce mi ha risposto: “Io non volevo picchiarlo, ma mio marito è disoccupato. Io non posso cercare lavoro, a causa di mia figlia Vitória di un anno e mezzo. Ieri a casa mia non c’era niente da mangiare. Coi pochi spiccioli che avevo ho comprato il latte per la piccolina. Non avevo nulla da offrire a Vinicio e Veranice. Ho chiesto loro di andare a dormire così non avrebbero sentito la fame, e poi il giorno dopo avrebbero mangiato a scuola. Veranice mi ha obbedito in silenzio, ma Vinicio mi chiedeva con insistenza da mangiare. Io gli spiegavo che non ne avevo, ma egli continuava ad insistere. Allora ho perso le staffe e ho picchiato, picchiato, picchiato. Lui piangeva, io piangevo, ma non riuscivo a smettere di picchiare. Si è fatto tutto buio davanti ai miei occhi. Sono riuscita a fermarmi solo quando una vicina ha gridato che se non la smettevo avrebbe chiamato la Polizia. Ho avuto molta paura, ho provato disperazione. Vinicio si è messo a piangere e poi si è addormentato. Allora ho capito quanto sono malvagia. Lei dice che io amo mio figlio, lo so che lo amo, ma non riesco mai a manifestargli il mio affetto. Non riesco ad abbracciarlo, a baciarlo. Ho voglia solo di sparire per sempre”. A questo punto io piangevo. Sentivo un dolore profondo nel cuore. Piangevo per Vera, per Vinicio, per tutte le madri della Favela e per tutti i bambini che vivono questo stesso dramma. Ho stretto forte le mani di Pagina 41 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano Vera. Anche lei piangeva. Non sapevo cosa dirle per rendere meno amaro quel dolore, per interrompere quel clima di dramma. Le parole si sono formate piano piano nella mia testa, provenendo dal cuore, e le ho detto piangendo: “Tu non sei cattiva. L’egoismo umano, quello si. Tu non devi trasmettere a tuo figlio la ferita che hanno inferto alla tua anima. Non devi trasmettere la sofferenza con la quale la vita ti ha segnato. Sei tanto vittima tu quanto Vinicio. Credo che quando lui insisteva a chiedere da mangiare, metteva il dito nella tua ferita interiore. Non era tuo figlio che picchiavi, ma tutti i motivi che ti hanno portato a vivere questo dramma. Non è tua la colpa. Non è di Vinicio. E’ dell’uomo che ‘diventa lupo per l’uomo’. La colpa sta nella mancanza di giustizia sociale, nella mancanza di una giusta distribuzione del reddito, infine, in cose che tu non potrai comprendere facilmente. E’ importante che tu sappia che non sei cattiva. E’ importante che tu sappia che questa cosa non si deve ripetere. E’ importante che tu sappia che hai bisogno di aiuto, di un lavoro per tuo marito, di cibo per i tuoi figli…”. A questo punto Vera piangendo convulsamente mi ha interrotto e mi ha detto: “Grazie per queste belle parole, ma la cosa di cui ho più bisogno adesso è un abbraccio”. Abbiamo pianto abbracciate per lungo tempo. Dopo ho pianto da sola perché viviamo una guerra silenziosa, brutale e ingiusta e… quanti morti! Quanti feriti, mio Dio! Maria Auremir Medeiros Direttrice dell’Escola Irmã Giuliana Galli Favela Garibaldi – Fortaleza (Brasile) Pagina 42 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano L’Associazione Andrea Pescia La nostra associazione, denominata “Associazione Andrea Pescia – Per i Bimbi del Brasile”, nasce per iniziativa di cinque soci fondatori a un mese di distanza dalla morte di Andrea Pescia, il figlio trentunenne di Bruno e Daniela scomparso in circostanze tragiche a Fortaleza nel febbraio 2006. Nata con l’obiettivo di aiutare i bambini poveri brasiliani, fin da subito individua nell’Escola Irmã Giuliana Galli di Fortaleza l’opera migliore per mezzo della quale metterlo in pratica. Attualmente la nostra associazione destina la quasi totalità dei contributi umanitari al sostegno del complesso scolastico brasiliano e degli importanti progetti in esso avviati. Oggi l’associazione può contare sul sostegno di circa 50 soci. Mediante l’organizzazione di eventi a scopo benefico e l’avvio di alcune importanti iniziative, i contributi erogati all’Escola Galli hanno quasi raggiunto l’importante traguardo dei 20.000 euro. Ma non vogliamo fermarci qui: il nostro principale obiettivo, al momento, è finanziare l’ampliamento del complesso scolastico che è ormai giunto al limite massimo di capienza. Voi avete molti modi per aiutarci nel nostro intento: con le donazioni in denaro, con la destinazione del 5 per mille, con l’acquisto del libro “Urla nel silenzio – Il caso Pescia” di Bruno Pescia, i cui proventi vengono interamente destinati all’associazione, oppure semplicemente collaborando con noi nell’organizzazione di eventi a scopo benefico, serate di approfondimento e condivisione, o qualsiasi altra forma di collaborazione vorrete intraprendere nei nostri confronti. Se avete anche solo una mezza intenzione di fare qualcosa, qualsiasi cosa, ma non sapete da dove cominciare, visitate il nostro sito Internet e troverete tutte le risposte alle vostre domande. E se ancora avrete dubbi, non esitate a contattarci direttamente! Costruiremo insieme il futuro di migliaia di bambini che oggi un futuro non ce l’hanno. Ettore Guarnaccia Membro del consiglio direttivo Associazione Andrea Pescia – Per i Bimbi del Brasile ONLUS Padova (Italia) Pagina 43 di 44 I MIRACOLI DELLA SPERANZA …continuano ASSOCIAZIONE ONLUS SENZA SCOPO DI LUCRO L’associazione dove i Bimbi hanno la «B» maiuscola perché sono la cosa più importante del mondo! Sede legale: Via Nicolodi 3 – 35133 PADOVA Telefono e FAX +39 049 615544 e-mail [email protected] sito web: www.associazioneandreapescia.org Per le donazioni: conto corrente postale n. 73488090 Per la destinazione del 5 per mille indicare il codice fiscale 92184620281 Pagina 44 di 44