lucro habito in ditta societate totaliter et finaliter ac generaliter et generalissime et per aquilianam stipulationem etc. et insuper prefatus Ioseph declaravit sibi fuisse integre satisfactus a ditto Bernardo presente etc. de omni salario eidem debito per dictum Bernardum a toto tempore preterito usque in dies dictae societatis come suo lavorante in ditta sua libraria totaliter et finaliter ac generaliter et generalissime et per aquilianam stipulationem etc. quem quidem presentem contractum ac omnia et singula etc. predictae partes ad invicem et vicissim sibi ipsis pro quanto etc. sponte presentavit etc. ratum gratum etc. ac rata grata etc. habere tenere etc.. Pro quibus omnibus observandis etc. prefatae ambae partes ipse ad invicem et vicissim sibi ipsis pro quanto etc. sponte obligaverunt se ipsas heredes successores et bona omnia etc. ad penam untiarum auri viginti quinque curiae et parti etc. cum constitutione precarii etc. potestate capiendi etc.. (Omesse le ultime formule del doc.). Stantes intus librariam dicti Bernardi sitam Litii in portaggio Sancti Blasii iuxta suos confines. (Archivio, di Stato di Lecce, Sezione notarile, 46/29, a. 1640, foll. 42-3). 2. — Questa è la soave etichetta che il baccelliere domenicano padre Tommaso Angiulli da Noci scelse per intitolare il panegirico che il 7 di maggio del 1656 pronunciò nella sessione di chiusura del capitolo provinciale che nella materna mia città aveva raccolto i confratelli suoi. Quello stesso profumato aggettivo che, proprio di una guancia da carezzare, è quanto meno singolare per qualificare una città di pietra, e sia pure dell'ambrata, gentile pietra leccese, ho scelto per dire in questa chiosa dell'Angiulli e del suo panegirico che Pietro Micheli il 1656 mise a stampa in Lecce e non in Bari, come, invece, indicò Raffaele D'Addosio in un imprecisabile numero idi esemplari, un de' quali, mutilo del frontespizio e adorno di una vignetta che, incisa in legno, figura Sant'Oronzo in cotta che, appoggiato alla croce astile, benedice due barbuti inginocchiati, è conservato nella biblioteca naziocomodo di consultarlo. nale di Bari, dove ho avuto il modo e Quel che dell'Angiulli scrivo ho ricavato dalle notizie ch'egli stesso con fratesca vanità si compiacque di registrare nella sua predica: che il 1656, essendo baccelliere e priore del convento di S. Pietro Imperiale di Taranto, il provinciale di Puglia lo aveva incaricato di tenere un'allocuzione panegirica in occasione della festività liturgica dell'incoronazione di spine che quel 7 di maggio cadeva di domenica e in coincidenza della chiusura del capitolo provinciale tenuto in Lecce dai confratelli e che, per restare nel tema affidatogli desunto dal versetto della Sapienza: Coronemus nos rosis, antequam marcescant (2, v. 8), s'era ricordato, oltre che del rosario, delle rose del mese ma- i R. D'A pposi°, Trecento quaranta illustri letterati e artisti della Provincia di Bari, s. 1. 1894, ad nomen. 40 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce riano, di quelle della corona di spine di Cristo e delle altre del martirio di Sant'Oronzo, per esaltare con mirabolante enfasi lo spirito religioso di Lecce. L'Angiulli ci informa che quello stesso 1656 passò dal tarentino S. Pietro Imperiale a Lecce dove assunse il priorato del convento suburbano dell'Annunziata, e ricopriva appunto quella carica quando quel 1656 compose due lettere erudite, entrambe su Sant'Oronzo, indirizzate una a Leonzio de accademico volubile, l'altra a Cesare Salice, accademico ozioso, che furono poste a stampa in Venezia ,ad istanza del padre Tommaso Acquaviva e ripubblicate dal Micheli in appendice alla Lecce Rosata. In fondo alla quale, ch'è un libretto in sedicesimo, contesto di trentasei pagine numerate e di altrettante innumerate, l'Angiulli pubblicò due altre sue fatiche letterarie entrambe in latino, l'inno composto in onore dei santi Oronzo, Giusto e Fortunato e il testo epigrafico, che fu inciso sulla porta di Rusce, quando, il 25 agosto 1656, il vescovo Luigi Pappacoda ribattezzò quell'arco al nome ,del :protomartire e protovescovo, al quale la città attribuiva la prodigiosa esenzione dal contagio di peste che altrove da Lecce desolò città e paesi del Viceregno. Il panegirico dovette riscuotere consensi e applausi e meritare successo presso gli uditori dell'Angiulli se, per dilatarne l'eco ed assicurarne la fortuna, si volle attribuirgli l'onore della stampa che venticinque anni prima il Micheli aveva introdotto in città. La lode, che i contemporanei del religioso domenicano, come l'accademico trasformato Francesco Tri 'deci, che all'autore della Lecce Rosata dedicò un apologetico heroicon latino, riconobbero alla sua allocuzione, non resiste al giudizio di noi posteri che, se siamo disposti a far credito all'Angiulli dei difetti della prosa del suo tempo, accettiamo come farina del diavolo le artificiosità di bizzarri concetti e gli oscuri e attorti simbolismi che alla penna d'oca del predicatore di Noci e alle orecchie degli uditori suoi dovettero apparire ingegnose eleganze e sono, invece, autentiche elucubrazioni, come l'ermetico esordio del panegirico: L' abbondanza de' nobili sogetti da' scielti Ortentij, a divedere presasi ; se ben con 1 ' argutie di purgato stile si agevola ; è per altro delle vicissitudini Episodiche, parto di Tantalo arseggiato, e famelico, buono a far chiudere il (libretto e a , dannarlo senza appello al rogo. Tuttavia, anche se, a leggerlo da cima in fondo, non è remoto il pericolo di guastarsi lo stile e di buscarsi un'indocile emicrania e la nausea d'infrenabill sbadigli, quello slombato panegirico non è del tutto inutile per l'erudito locale che la ricorrente consultazione del41 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce l'Apologia Paradossica del Ferrari, autentico non plus ultra quanto a disordine e a farragine, ha fatto tetragono alle astruserie di un impossibile modo di scrivere. I floscula, che si colgono tra le intemperanze prosaiche del nostro predicatore, che fa sfoggio di lussureggianti citazioni di autori pagani e cristiani e di scrittori di storia locale, primo tra tutti il Galateo, riguardano diretti riferimenti ad uomini e a cose del suo tempo e a dati dei quali egli aveva immediate e sicure conoscenze. Utile, ad esempio, è la registrazione della notizia, dall'Angiulli attinta dall'archivio monastico di S. Giovanni Battista, che, disperso, è un deperditum di cui non so darmi pace, reilativa all'epoca dello stabilimento, fissata al tempo della vita dell'Aquinate, della comunità domenicana di Lecce che abitava il convento originariamente dedicato al santo fondatore, e trascegliere dalle troppe ampollosità qualche pagliuzza d'oro, come le scarne, ma non insignificanti briciole su una terziaria domenicana dotata di spirito profetico e tumulata nel convento dell'Annunziata, suor Lucia Gonzales, di cui il domenicano leccese Giovanni Palombo avrebbe composto la biografia, per il minorita Francesco Caracciolo, il celestino Giacomo Maronessa, il carmelitano Francesco Ardito e il confratello dell'Angiulli, Tommaso Torrisi, che, con Dionisio Leone, docente nello studio di S. Giovanni e fecondo scrittore, fu un' illustrazione della famiglia dei Predicatori leccesi. Anche di laici e di religiose d'impeccabile vita cristiana indica il padre Angiulli soltanto i nomi che, con l'ausilio dell'Infantino, l'opera del quale il nostro baccelliere conobbe, possono riferirsi a Tommaso Perrone e Gio. Pietro Verardi, figli spirituali dei Teatini, lodati come « santificatori de' Cuori erranti », alle benedettine Livia Calò e Olimpia Guarino, alla chiarista Virgilia Ammirato, alla terziaria francescana Porzia del Doge, alle domenicane Pellegrina Chetry e Chiara Fedele e alle paolotte Aurelia e Giovanna di Marco. Notizie, queste, certamente fievoli in sè, ma non inutili, ove si tenga conto del lavoro di estrazione che son costate, del riscatto dall'oblio nelle quali erano cadute insieme con le pagine che le contenevano e dell'importanza che ad esse può attribuirvi un musaicista buono ad adunar tasselli da fornire quali indispensabili materiali allo storico, che ancora manca, della vita e della civiltà di Lecce nel secolo decimosettimo. 3. — Circa ottanta, tra dipinti e sculture, sono state le opere re- staurate che la mostra loro ha esposto in Bari l'anno scorso nelle sale della Pinacoteca provinciale. Tra i dipinti, alcuni, di provenienza tarentina, sono importanti lavori di maestri, come gli Apostoli, rudi e crudi sì, ma spietata42 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce mente vivi, a Francesco Faracanzano assegnati dal D'Elia e tratti dal S. Pasquale, da cui derivano anche i due Luca Giordano, pure presentati alla mostra barese, e il Sogno di Giuseppe di Corrado Giaquinto, pertinente al S. Domenico, donde proviene la Trinità e la Vergine, autografa opera di Giuseppe Mastroleo, che la eseguì quattro anni prima ' della morte, il 1740. Del pittore napoletano, noto agli specialisti della pittura meridionale, non conviene tanto ripetere la biografia schizzata dal de Dominici, dall'Orlandi e dal Reviglione, e neppure citare la bibliografia raccolta dal Ceci, quanto analizzare, e per uno specifico fine, quell'inedita pala tarentina, tardo, ma non ultimo lavoro del Mastroleo, che, anche in quel dipinto, rivela quel che fu ed è comunemente giudicato, un virtuoso maestro 'del disegno e del colore tracciato e stemperato con quella vaporosa delicatezza e quella dolciastra grazia cromatica care a Paolo de Matteis, di cui il Mastroleo fu discepolo e fedele imitatore. Ma a me della pala del Mastroleo importa soltanto un particolare che ai critici d'arte può apparire insignificante e didascalico accenno, ma che, per un paziente collettore di briose molliche di erudizione pugliese, quale io credo di essere, è una deliziosa fortuna ed una sorridente scoperta che, segnalata da Vito 'Farle°, Gianni Jacovelli, nel dar conto della mostra barese, aveva rinfrescata. Sotto la gran nube a due piani, sulla quale la Trinità fa la sua apparizione luminosa e benedicente, s'allunga la veduta di Taranto, come la città bimare appariva a chi entrava per la porta Napoli e la città jonica, ritratta nella riviera lungo il Mar Piccolo, la Vergine patrona presenta, offre e consacra alla Trinità che, assisa in maestà, benedice in una gloria di angeli in estatica adorazione. Liquidata la celeste visione, puntiamo senz'altro il cannocchiale su quest'inedita veduta della Taranto avant Charles de Bourbon. Sull'estremo lato destro della tela corre il ponte di pietra che, con le sette sue arcate, scavalca i cerulei due mari. A dar l'accesso del ponte è la porta-torre di guardia, superata la quale s'incontrano i due fornici dell'arco della fontana che, impostati sul ponte, costituiscono la nota fisionomica più distintiva delle settecentesche vedute di Taranto prese dal Mar Piccolo, dal Pacichelli al Saint Non. Ed ecco l'altra particella eretta sul ponte che dà l'accesso a quel nucleo 'di opere militari ch'era, come il castello sito sull'opposto polo dell'isola, un altro luogo munito della città fortezza, il bastione a cavaliere d'ella porta Napoli o bastione AlarOn, così detto dal marchese che nel Cinquecento lo aveva fatto costruire in forma pentagonale, la merlata Cittadella, fondata dal principe Raimondello, ricinta di mura e fiancheggiata da due bassi torrioni, e, a sinistra, la porta Napoli custodita dalla coppia di garitte pei gabellieri. 43 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce Giuseppe Mastroleo : La Trinità e la Vergine (1740). (Taranto. Chiesa di S. Domenico). (Foto : Sopr, Mon. Bari) 44 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce Indugiamo un momento a guardare questo perduto angolo della vecchia Taranto che la tela del Mastroleo ritrae tanto fedelmente da far sventolare sugli spalti della Cittadella, nella didascalia dell'incisione del Pacichelli chiamata il Cavaliere, l'asburgico vessillo. Giuseppe Mastroleo : Particolare de « La Trinità e la Vergine » figurante la città di Taranto (1740). (Foto : Sopr. Mon. Bari) Non c'è fremito di vela ne ansia di popolo e neppure urgenza di odori — il caratteristico, denso odore della vecchia città che profumava di salso e di fritto — in questa silenziosa ed afona veduta di Taranto, ma la città, come per una magica evocazione, è viva egualmente ed emerge con la luce dell'aurora dai muri sgrottati delle cortine lungo le quali oggi corre la popolare via Cariati e solleva nel cielo i profili delle case dai tetti a doppio spiovente, delle calotte delle cupole e io stelo del distrutto 'campanile del Duomo. Ancora lontano da quel 1740 era il secolo che avrebbe visto il crollo del ponte di pietra spazzato dall'alluvione e la rovina della Cittadella che nell'epicedio di Emilio Consiglio trovò l'ultimo sorriso di poesia. 45 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce Or che lotti, benché stanca, contro il ferro che ti sfianca, io per te trovo nel core un accento di dolore. E, fra poco, allor che tutto di te il ferro avrà distrutto, cercherà, ma invano, il sole la superba antica mole. Due altri monumenti, ch'erano cose vive nella topografia di Taranto antica, esibisce il buon Mastroleo, la marittima torre sulla punta della Rondinella, alla quale si arrivava superando in contrada « Croce » il romantico luogo dei Cappuccini, ch'era un angolo donde sorrideva il panorama della città, e la porta Napoli, alla quale era legata la benefica istituzione de « u' 'Catarone » ricordata dallo Speziale. Dietro la porta urbica era, nella piazza grande, la fontana di Carlo V, che il 1816 il Valente ritrasse insieme con il corso delle mura che !dalla Cittadella ' correvano fino a porta Napoli. Quella cortina di mura, !ch'eran cadenti al 'tempo del Viceregno austriaco, insieme con ill bastione di S. Nicola o ' della Pescheria e la Torre Nuova si vedono, a specchio del Mar Piccolo, nella !sentimentale veduta del Mastroleo che non trascura di esibire nell'estremo lato sinistro della tela i due ponti che scavalcavano il canale ora navigabile e le cilindriche, merlate torri del castello sul quale ecco sventolare 1' altro vessillo austriaco. Oltre le mura s'alza, nella tela del pittore napoletano, in dolce declivio, il corpo della città e !di esso sono riconoscibili le cupole delle chiese dei Domenicani e !dei Gesuiti, lo stelo del campanile e il grande monastero benedettino di S. Giovanni, il cui alto muro, punteggiato di finestre, si vede anche nell'ottocentesca incisione raccolta dallo Zuccagni Orlandini. Sulla costa antistante quella cinta !di mura, due estrinseci dati contribuiscono a rendere più importante il 'documento storico ed iconografico offertoci dal Mastroleo, la firma del 'pittore seguita dal millesimo, 1740, e, proprio nella zona del « entro », il coronato stemma dell'aristocratico committente 'della tela che, con le già note vedute di Taranto, del volto antico della città ionica offre un'originale, preziosa testimonianza ed una 'limpida immagine di bellezza. 46 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce