Calendario d’avvento 2014 Una stella ci preparerà la strada In cammino con gli amici di Gesù Ufficio Diocesano di Pastorale Familiare Preparazione al Natale - 22 Novembre 2014 - Casa Bovelli ISTRUZIONI PER L’USO L’intento del Calendario dell’Avvento di quest’anno è quello di scoprire la vita di alcuni santi e di alcune figure carismatiche della nostra diocesi perché ci aiutino nel nostro cammino di riflessione e di crescita in preparazione al Natale attraverso atteggiamenti, riflessioni, rinunce, miglioramenti che porteremo nella nostra vita. Ma cosa ci aiuterà della vita di queste persone? Gli spunti sono tanti e gli stili adoperati per descrivere la vita di queste personaggi è diverso: questo calendario dell’avvento infatti nasce dalla collaborazione di molte persone che con le loro diverse sensibilità lo hanno reso unico. Troverete in questo libretto i passaggi principali della vita di ciascun amico di Gesù (santi e non) e la caratteristica che di quella persona si è voluto mettere in risalto. Avrete poi un foglio a parte con gli impegni/attività da inserire nei pioli della scala che abbiamo costruito e che aiuteranno i bambini e gli adulti a concretizzare la caratteristica di ciascun personaggio. Questi biglietti vanno presi dopo aver letto la vita del personaggio di quel giorno. Abbiamo voluto poi allegare un foglio con i simpatici ritratti di ciascun personaggio. Questo per due motivi: uno per aiutare i bambini a dare un volto a ciascuno di loro e due perché questi ritratti saranno i pezzi di un puzzle. Ogni giorno incollerete il ritratto di ciascun personaggio sul cartoncino blu che vi abbiamo dato e alla fine, giorno dopo giorno, avremo costruito la stella cometa che ci guiderà alla capanna di Gesù la notte di Natale. I bambini non dovranno sapere (almeno per un po’) che il puzzle sarà la stella cometa. Questo lo schema della stella. Lo sappiamo bene che i tempi della famiglia sono sempre caratterizzati dal fare le cose “di corsa”. Quindi nessun avvilimento se non riusciamo a fare tutto quello che viene proposto!!! Sono solo degli spunti che ogni famiglia può prendere come meglio ritiene opportuno. Capiterà a volte, in certe giornate, che sarà difficile riuscire a fare tutto, ma quello che suggeriamo in questo periodo è di prendere sul serio questo cammino, soprattutto noi adulti. I bambini imparano da noi e quanto più entusiasmo e convinzione mettiamo tanto più si accorgeranno che è un momento magico e speciale per tutta la famiglia. Quindi sappiamo già che sarà faticoso (è sicuramente più facile mangiare un cioccolatino!) ma sappiamo anche che sarà ricco di momenti speciali per ciascuno di noi e sarà ripagato anche solo dal tempo che ci prendiamo per noi come famiglia. Scegliamo un luogo centrale della vita famigliare dove posizionare il calendario e dove ci si può riunire tutti insieme. Questa scelta è migliore rispetto a quella di una cameretta dei bambini: sembra che la preghiera sia cosa da piccoli e che da grandi se ne possa fare a meno! Decidiamo un momento durante la giornata, possibilmente sempre quello, in cui ritrovarci tutti insieme. Questo crea un rito e quindi tutti lo attendono il giorno dopo. Accendiamo le candele dell’avvento, facciamoci il segno di croce e leggiamo la storia dell’amico di Gesù di quel giorno. Riflettiamo poi tutti insieme aiutandoci con le attività/impegni. Cerchiamo il volto dell’amico di Gesù di quel giorno e attacchiamolo al cartoncino blu. Infine concludiamo questo momento con una preghiera libera (“Grazie Gesù per…” oppure “Scusa Gesù per…”) con un’Ave Maria, un Padre Nostro o con la proposta di preghiera per quel giorno. Il suggerimento è quello di iniziare la sera di sabato 29 novembre, leggendo la finestrelle del 30 novembre e così via in modo tale da sapere la sera prima quale sarà l’impegno e l’attività del giorno successivo, arrivando così alla sera del 24 a leggere la finestrella del giorno di Natale. Ma è solo un suggerimento. Vedete voi come fare in base alle abitudini della vostra famiglia, l’importante è che tutta la famiglia partecipi e che siano cinque minuti tranquilli per tutti. BUON AVVENTO A TUTTI!!! DOMENICA 30 NOVEMBRE Accendiamo la prima candela dell’avvento SAN MARTINO La condivisione Martino nasce nel 316 in Pannonia, oggi l’attuale Ungheria. Suo padre, che era un importante ufficiale dell’esercito dell’Impero Romano, gli dà il nome di Martino, in onore di Marte, il dio della guerra. A 15 anni deve entrare anche lui nell’esercito. Viene quindi mandato in Gallia (la Francia di oggi); qui si converte al cristianesimo, decide di abbandonare l’esercito e di farsi monaco. Comincia a viaggiare predicando, specialmente nelle campagne della Francia, perché la gente potesse conoscere Gesù e il suo vangelo. Per la sua grande bontà, gli abitanti di Tours lo acclamano vescovo, nel 371. Ma Martino continua i suoi pellegrinaggi a dorso di un asino nelle campagne francesi, parlando di Gesù, guarendo e aiutando i poveri. Muore nel novembre del 397. Si racconta …. E’ l’11 novembre: il cielo è coperto, pioviggina e tira un ventaccio che penetra nelle ossa; per questo Martino è avvolto nel suo mantello di cavaliere guerriero. Ma ecco che, alle porte della città di Amiens, un povero vecchio coperto di stracci è spinto dal vento, barcollante e tremante di freddo. “Poveretto pensa Martino – morirà per il gelo!”. Si toglie il mantello, lo taglia in due con la spada e ne dà metà al povero. San Martino, contento di aver fatto la carità, sprona il cavallo e se ne va sotto la pioggia, che comincia a cadere più forte, mentre un ventaccio rabbioso pare che voglia portargli via anche la parte di mantello che gli è rimasto. Ma ecco che smette di piovere, il vento si calma. Le nubi se ne vanno. Il cielo diventa sereno, l’aria si fa mite. Il sole comincia a riscaldare la terra. E’ l’estate di San Martino, che si rinnova ogni anno per festeggiare quell’atto e per ricordarci che la carità verso i poveri è il dono più gradito a Dio. Durante la notte, poi, Martino sogna Gesù che lo ringrazia mostrandogli la metà del mantello, quasi per fargli capire che il povero incontrato era lui in persona. LUNEDÌ 1 DICEMBRE BEATO PADRE PINO PUGLISI Il perdono Padre Pino Puglisi si firma "3P", come lo chiamano i suoi studenti al liceo. Ha grandi orecchie a sventola, grandi mani e grandi piedi. È un tipo allegro, sa scherzare sui propri difetti; come il lupo di Cappuccetto Rosso dice che le orecchie grandi gli servono per ascoltare meglio, le mani grandi per accarezzare con più tenerezza, e i piedi grandi per camminare veloce verso chi chiede aiuto. E la testa pelata?!? Si passa una mano sulla calvizie e risponde: "per riflettere meglio la luce divina!!!". Prima di lui arriva il suo sorriso. Ha scelto di assomigliare il più possibile al suo modello: Gesù. Perciò vuole essere povero e dona tutte le sue risorse e tutto il suo tempo agli altri. Perciò sceglie i poveri e gli ultimi. Per questo è mite e sa perdonare, e non esita a mettere a rischio la propria vita, perché sa che donandola per amore la ritroverà. Così è molto contento di diventare parroco al Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, dove è nato e cresciuto con due fratelli, il papà calzolaio e la mamma sarta. Al Brancaccio ci sono case popolari, senza luce, né strade asfaltate, né fognature, e i bambini giocano tra pozzanghere e topi. Padre Pino è al fianco della sua gente nell'impegno per ottenere diritti civili, una scuola media, e per recuperare adulti analfabeti e bambini già assoldati dalla mafia. La mafia è un'organizzazione criminale che per denaro e per il potere, ha il disprezzo più assoluto della vita umana, e per la sue tante attività illecite trova collaboratori nei quartieri più poveri: lì è più facile affascinare i ragazzi con il miraggio di guadagni rapidi, di potere e di rispetto sociale. Padre Pino apre il centro di accoglienza Padre Nostro, con l'aiuto della sua comunità: qui la gente riconquista la propria dignità, la speranza di non dover vivere per sempre sotto il potere della mafia. Qualcuno comincia a preferire il perdono alla vendetta, la legalità alla forza, la testimonianza al silenzio. I capi della mafia cominciano a vedere minacciato il loro potere sulla gente da un piccolo prete, e dopo vari "avvertimenti", come telefonate di minaccia, danni alla sua auto e alle strutture della parrocchia, decidono di ucciderlo. La sera del 15 settembre 1993, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, un ragazzo che conosceva bene perché aveva inutilmente cercato di sottrarlo all'influenza della mafia, gli punta la pistola alla nuca, davanti a casa. Prima di cadere, colpito a morte, Padre Pino gli sorride, dicendo "me l'aspettavo". Ha imitato Gesù fino al sorriso e al perdono del suo assassino. Quest'ultimo sorriso fa breccia nel cuore del ragazzo, che confessa il delitto e collabora con la giustizia rivelando i mandanti. 3P è stato ucciso, ma continua a parlare al cuore di tanti, che trovano il coraggio di scegliere la legalità, ciò che è giusto, anche a costo di grandi sacrifici. Il 25 maggio 2013 viene proclamato beato nella sua Palermo. MARTEDÌ 2 DICEMBRE DON DIOLI La missione Sacerdote ferrarese, nasce e cresce in una famiglia molto povera; la loro casa, isolata nella periferia di Ferrara, era fredda, non c'era acqua corrente; il papà voleva che Alberto lavorasse nei campi come lui, essendo il solo figlio maschio con sette sorelle femmine. Ma lui a 12 anni entra in seminario; un edificio alto e freddo; d'inverno i ragazzi andavano a letto con le calze e al mattino per lavarsi dovevano rompere prima il ghiaccio. La vita in seminario era impegnativa: molto studio, disciplina, rarissimi permessi per uscire, salvo camminate quotidiane in gruppo, poche le visite dei parenti, poche vacanze estive in famiglia (in cui Alberto doveva aiutare nel lavoro dei campi). Ma proprio in seminario Alberto inizia a conoscere le missioni, i mondi lontani e i loro problemi. Il 6 aprile del 1946 diventa sacerdote, insegnante in seminario e responsabile dell'ufficio missionario; fonda a Ferrara anche la GIOC, cioè l'associazione dei giovani lavoratori cattolici ed infine diventa parroco a Mizzana e poi al Barco, zone popolate da persone povere, senza lavoro o sfruttate sul lavoro. Seguendo l'insegnamento del Vangelo che non possiamo amare Dio se non amiamo ed aiutiamo l'uomo che ha fame, sete, che è senza casa, senza cultura, senza speranza, nel 1969 don Alberto diventa Missionario in Congo; lì si occupa della pastorale della parrocchie a lui affidate, ma anche di molte realizzazioni per il bene della popolazione: costruzione di scuole per alfabetizzazione, il centro per i bimbi handicappati, la falegnameria, la cooperativa di consumo, la scuola professionale. Il tutto tra mille difficoltà, contrasti, minacce. Molti si lamentano che le costruzioni procedono a rilento a Kamituga; ma don Alberto vuole che le scuole, i pozzi, le maternità le chiese ecc… siano opere della comunità con l'appoggio dei missionari, e non un dono dei missionari; ripeteva: “Ci metteranno vent'anni a costruire la chiesetta del villaggio, ma debbono farsela da soli, solo così sarà la “loro” chiesetta e non la nostra...”. L'opera più importante realizzata da don Alberto a Kamituga è il Centro Handicappati, dove i malati di poliomielite, soprattutto bambini, vengono riconosciuti come ammalati (e non vittime di stregonerie), curati, vaccinati; a loro viene fatta fisioterapia perché riprendano a stare in piedi e non più a strisciare per terra (con le gravi conseguenze...), poi vengono dati loro apparecchi di facile manutenzione, per continuare a camminare da soli. Scrive di loro: “Quando un paio di piedini storti esce dal gesso, il piccolo o la piccola diventano per settimane dei protagonisti ammirati. Camminava strisciando o sulle caviglie, ora poggia le piante dei piedi...è una nuova vita! Rapportato alle necessità, è una goccia nel mare, ma una goccia importante, di quelle che danno senso ad un'esistenza, che aprono speranze”. MERCOLEDÌ 3 DICEMBRE SAN GIUSEPPE L’impegno nella normalità Matteo, nel suo Vangelo, descrive Giuseppe come un uomo giusto. E lo era veramente. Quando seppe che Maria era incinta avrebbe potuto allontanarla. Saputo poi da lei che quel bambino era un dono di Dio, avrebbe voluto ritirarsi per non impedire a Dio di eseguire il suo piano. Ma un angelo gli apparve e gli disse di non temere di prendere Maria come sua sposa, perché quel bambino che lei portava era il Figlio di Dio e Dio aveva proprio bisogno di lui per portare a termine il suo progetto di amore verso l'umanità. Da quel momento, Giuseppe fece ogni cosa per proteggere Maria e il bambino. Andò a Betlemme a farsi registrare, come l'imperatore aveva comandato, ma poi scappo in Egitto per mettere al sicuro Gesù dalla furia dei soldati di Erode. Tornato dall'Egitto si stabilì a Nazareth dove insegnò a Gesù il suo mestiere di falegname. Quando Gesù ebbe dodici anni, si fermò per tre giorni al Tempio di Gerusalemme. Maria però era molto preoccupata perché non trovava più il bambino. Giuseppe l'aiutò a cercarlo finché lo trovarono che discuteva con i saggi del Tempio sulla Bibbia. Secondo un'antica tradizione, Giuseppe sarebbe morto prima che Gesù iniziasse a parlare a tutti del Regno di Dio. Giuseppe avrebbe così terminato la sua vita terrena circondato da tutta la famiglia. GIOVEDÌ 4 DICEMBRE SANTA GIUSEPPINA BAKHITA La dolcezza Giuseppina Bakhita nacque nel Sudan nel 1869, nel tempo in cui le donne venivano vendute come schiave. Anche lei, venduta e rivenduta più volte sui mercati africani, conobbe le umiliazioni e le sofferenze della schiavitù. Fu picchiata a sangue, frustata: le rimasero per sempre 144 cicatrici. La terribile esperienza le fece dimenticare anche il suo nome: Bakhita, che significa “fortunata”, è il nome datole dai suoi rapitori. Un giorno venne comperata da un console italiano. Situazioni politiche costrinsero poi il console a partire per l’Italia. Bakhita chiese di partire con lui e il suo amico, Augusto Michieli. Giunti a Genova, il console Legnani, su insistente richiesta della moglie di Michieli, accettò che Bakhita rimanesse con loro. Ella seguì la “nuova famiglia” nell’abitazione di Zianigo (frazione di Mirano Veneto) e, quando nacque la figlia Mimmina, Bakhita ne divenne la bambinaia e l’amica. Nella nuova famiglia Bakhita conobbe la serenità, l’affetto e molti momenti di gioia. Sentì che finalmente qualcuno le voleva bene. Però l’acquisto e la gestione di un grande hotel a Suakin, sul Mar Rosso, costrinsero la signora Michieli a trasferirsi in quella località per aiutare il marito. Mimmina e Bakhita vennero affidate alle suore canossiane di Venezia. E’ qui che Bakhita chiese e ottenne di conoscere quel Dio che fin da bambina “sentiva nel suo cuore senza sapere chi fosse”. Bakhita ricevette il battesimo e le venne dato il nuovo nome di Giuseppina. Era il 9 gennaio 1890. Sei anni dopo Giuseppina Bakhita divenne suora. Si trasferì nel convento di Schio dove lavorò come cuciniera, sagrestana, portiania, infermiera durante la prima guerra mondiale, quando parte del convento diventò ospedale militare. Sempre sorridente, con tenerezza e generosità voleva bene a tutti e tutti le volevano bene. Nel 1930 venne intervistata da una laica canossiana e maestra elementare, Ida Zanolini. Dopo questa intervista Ida scrisse un libro: Storia Meravigliosa, che ebbe un grande successo e fu letto da moltissime persone che, incantate dalla bellezza della vita di Bakhita, organizzavano gite e comitive per andare a conoscerla. Pochi anni dopo Giuseppina Bakhita, insieme a un’altra suora, iniziò a girare l’Italia per tenere conferenze sulla missione e, nonostante la sua timidezza non le consentisse di essere una grande oratrice, solo la sua presenza attirava l’interesse di moltissime persone. Bakhita morì l’8 febbraio 1947, dopo una lunga e dolorosa malattia. Papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata santa il 1° ottobre 2000. Si racconta …. Poco prima di morire Bakhita rivive i terribili giorni della schiavitù e più volte supplica l’infermiera che l’assiste: “Mi allarghi le catene…pesano!”. Ma poi muore sorridente, dicendo di vedere la Madonna. VENERDÌ 5 DICEMBRE VESCOVO MONS. RUGGERO BOVELLI Amore per la città Mons Bovelli nasce a Todi nel 1875 e diventa Vescovo di Ferrara dal 1930 al 1954. Uomo buono, generoso, affabile, pacato, conciliante; un piccolo, simpaticissimo uomo che sorrideva sempre; ma anche con grandi doti di intuizione, signorilità, perspicacia e saggezza; non uomo del comando, ma uomo che cerca e concede amicizia sincera e fiducia. Negli anni a Ferrara vuole avvicinare più volte tutti: clero, bambini, giovani, adulti, religiosi; recandosi in giro per la Diocesi, ovunque vi è qualche realtà pastorale, qualche problema, prima e dopo la guerra. Nel 1951 si succedono 2 alluvioni, prima per la rotta del Reno e poi per la rotta del Po; in quelle occasioni il Vescovo Bovelli in persona coordina in Episcopio, gli aiuti alle persone rimaste senza casa e senza tutto e si reca spesso in zattera o in barca a visitare persone isolate o ammalate, a portare solidarietà e consolazione; non solo, ma gira di casa in casa per chiedere aiuti per gli alluvionati. Un giorno Mons. Bovelli guardando dalla finestra del suo studio la piazza della Cattedrale, vede un uomo scalzo e con le scarpe rotte che gira sulla neve al freddo; lo chiama, lo tiene a pranzo, gli mette vestiti caldi, lo conforta. Ma proprio durante la guerra si prodiga instancabilmente per la sua città; se Ferrara non viene rasa al suolo lo si deve a lui; per la sua mediazione i tedeschi lasciano la città senza devastarla, molti politici e molti ebrei si salvano dalla morte, vengono evitate spietate vendette. Da solo affronta il Comando Militare e in ginocchio li supplica di non fare errori che porterebbero la città alla distruzione; affronta tedeschi, fascisti, alleati, anche ricevendo minacce di morte, implorandoli di rispettare la legge umana più che quella militare. Riesce a far dichiarare Ferrara “città ospedaliera” e quindi ad evitare dentro le mura il passaggio devastante delle incursioni dei tedeschi. Dopo la guerra cerca di invitare tutti alla calma , alla pace, alla ricostruzione. SABATO 6 DICEMBRE SAN NICOLA I doni Circa 1700 anni fa in Licia, in Medio Oriente, vicino alle coste dell’attuale Turchia, un giovane di nome Nicola, orfano di una famiglia molto ricca, venne portato in un monastero dove diventò prete. Il giovane vi trascorse la giovinezza e quando vi uscì divenne vescovo di Mira. Donò tutte le sue ricchezze ai poveri e da allora dedicò la sua vita ad aiutare il prossimo. Si diceva che fosse in grado di compiere miracoli e che portasse sempre in salvo le imbarcazioni che si perdevano nelle tempeste. Dopo la sua morte nel 326, l’incredibile fama di Nicola si diffuse presto per terre e per mari tanto che alcuni cavalieri italiani, travestiti da mercanti, nel 1087 presero il suo corpo per portarlo a Bari. Così la città da allora ebbe il suo patrono: gli fu costruita una stupenda basilica che divenne poi luogo di pellegrinaggio per i cristiani. Si racconta …. La leggenda più famosa sulla vita di San Nicola racconta di un uomo che si disperava per la sorte delle sue tre giovani figlie, perché era tanto povero da non avere i soldi per aiutarle. Nicola volle aiutare la famiglia e, per tre notti consecutive, gettò dentro la finestra della loro casa tre sacchi pieni di monete d’oro. La terza notte, trovando chiuse tutte le finestre, Nicola si arrampicò sul tetto per calare le monete giù dal comignolo. L’oro, cadendo, si infilò nelle calze delle fanciulle appese ad asciugare vicino al camino e, da allora, è rimasta la tradizione di appendere calze la notte di Natale per ritrovarle, la mattina dopo, piene di doni!!! DOMENICA 7 DICEMBRE Accendiamo la seconda candela dell’avvento SAN FRANCESCO Il presepe Sono in molti a Natale a fare il presepio in casa. Questa tradizione venne iniziata da San Francesco che per primo ricostruì la scena della nascita di Gesù, nella chiesa del villaggio di Greccio. Per quel primo presepio, Francesco usò animali veri mentre la gente del luogo faceva la parte di Maria, Giuseppe e i pastori. Si dice che nella greppia, in quella notte, comparve all'improvviso un bambino appena nato. Francesco aveva fatto questo per dire a tutti che Gesù era venuto nel mondo come una persona semplice, umile, povera, proprio come molti di loro. Francesco era figlio di un ricco mercante e aveva ricevuto una buona istruzione. Era stato soldato e voleva divertirsi. Ma presto si accorse che non era questo quello che Dio gli chiedeva. Iniziò a usare i suoi soldi per ricostruire una cappellina tutta rovinata, poco fuori la sua città, a San Damiano. Poi diede i suoi vestiti a suo padre, dicendogli che lui, Francesco, si sarebbe sposato con Madonna Povertà. Francesco passava molto tempo in preghiera, in mezzo alla natura e presto gli animali del bosco divennero suoi amici. Anche un pericolosissimo lupo che azzannava le pecore e incuteva terrore agli abitanti, avvicinato da lui, divenne suo mite compagno. Furono in tanti che vollero seguire Francesco, lo imitarono nella preghiera e nel vestito semplice. Nacquero così i Francescani. LUNEDI 8 DICEMBRE MARIA Ascolto Maria seguì la chiamata di Dio quando lui la chiamò per diventare la mamma di Gesù. Fra tutti i Santi, lei è la più grande, essendo piena di grazia e immacolata. Maria si fidava così tanto di Dio che all'angelo che le propose di diventare la mamma di Gesù disse: "Io sono la serva del Signore. Avvenga di me quello che tu hai detto" Maria si recò poi da sua cugina Elisabetta che era molto anziana, per aiutarla negli ultimi mesi della sua gravidanza. Quando le due donne si incontrarono, Maria intonò un bellissimo canto. Le prime parole dicono: "L'anima mia magnifica il Signore, è il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore". Quando i pastori vennero alla grotta di Betlemme e di lì a poco giunsero anche i Magi dall'Oriente con i loro doni, Maria continuò a pensare a ciò che le stava capitando come ad un grande e preziosissimo dono che il Signore le stava facendo. Sapeva che suo figlio aveva una grandissima missione da compiere e gli fu sempre vicino. MARTEDI’ 9 DICEMBRE SANTA CHIARA La povertà Ha appena 12 anni, Chiara, nata nel 1194 ad Assisi dalla nobile famiglia degli Offreducci, quando Francesco d’Assisi compie il gesto di spogliarsi di tutti i vestiti per restituirli al padre Bernardone e sceglie una vita povera e consacrata a Dio. Conquistata dall’esempio di Francesco, la giovane Chiara, 7 anni dopo, fugge da casa per raggiungere la Porziuncola, la piccola cappella dove la aspettano Francesco e alcuni suoi frati. Francesco le taglia i capelli e le fa indossare il saio francescano, per poi condurla al monastero benedettino di S. Paolo, a Bastia Umbra. Si rifugia poi nella chiesa di San Damiano. Qui Chiara è raggiunta dalle due sorelle Agnese e Beatrice e dalla mamma Ortolana, poi da altre giovani donne, e presto sono una cinquantina. Nasce così una nuova comunità religiosa, composta da sorelle che donano la loro vita in povertà e preghiera per Dio e per tutta l’umanità. Chiara sostava spesso in adorazione dell’Eucaristia e le sorelle dicevano che poi “dal suo volto si irradiava una certa dolcezza e la sua faccia pareva più luminosa del solito”. A San Damiano trascorre 42 anni, di cui 29 segnati dalla malattia. Nel 1251 papa Innocenzo IV va a visitare Chiara, da tempo ormai gravemente malata. Chiara gli chiede l’assoluzione di tutti i peccati e il papa dice tra sé: “Avessi io bisogno di altrettanto perdono!”. Quell’incontro è molto importante , tant’è che in seguito il papa fa pervenire a Chiara, due giorni prima che muoia, l’approvazione della Regola che lei stessa ha scritto, fondandola sulla povertà. Chiara può dunque morire serena, l’11 agosto del 1253, stringendo tra le mani quel documento prezioso: da quel momento le Povere Dame di San Damiano (così erano chiamate le suore del monastero di Chiara) prendono il nome di Clarisse. A soli due anni dalla morte, papa Alessandro IV la proclama santa. Si racconta …. I saraceni erano alle porte di Assisi, e stavano assediando San Damiano. Chiara, allora, prese l’ostensorio col Santissimo Sacramento, esponendolo alla finestra. Una luce accecante spaventò i saraceni facendoli fuggire dal convento e da Assisi. La sua grande fede in Gesù Eucarestia era stata premiata. Un giorno papa Gregorio IX le fece visita al convento e le chiese di benedire il pane. Quando Chiara lo benedì, vi comparse sopra una croce. Secondo una tradizione il giorno di Natale, nella messa servita da Francesco, non c'era Chiara, poiché costretta a letto a causa della sua infermità. Volendo ella partecipare comunque alla celebrazione, le cronache raccontano che le apparve una visione della messa e al momento della comunione le si presentò innanzi un angelo che le diede la possibilità di comunicarsi all'ostia consacrata. Divenne così la protettrice delle telecomunicazioni. MERCOLEDI’ 10 DICEMBRE CARLO URBANI La cura Il figlio Tommaso racconta… Alla base dell’avventura di vita di mio padre c’erano i principi di difesa dei diritti umani e di diritto alla salute, coltivati sin da bambino, a Castelplanio. Spesso è stato ricordato il suo impegno con Mani Tese, da ragazzo, o ancora la creazione, assieme ad altri, del Gruppo Solidarietà che si occupava e si occupa tuttora del sostegno a persone disabili. Iniziarono poi i primi viaggi all’estero. Insieme ad alcuni amici raccoglieva medicinali per poi portarli in paesi africani, dove l’accesso alla salute, alle cure sanitarie di base è un miraggio. Iniziò a collaborare con Medici Senza Frontiere prima, e con l’Oms, Organizzazione mondiale della sanità poi. Mio padre ha sempre avuto la grande capacità di portare avanti lavoro e vita. E non superficialmente. Ogni minima cosa era fatta con passione. Era appassionato del suo lavoro, della sua esistenza. Nei primi anni della mia vita, almeno da quando ricordo, lavorava a Macerata, collaborava con l’Oms e ogni tanto partiva in missione. Una volta prima di una sua partenza ero arrabbiato, non volevo lasciarlo andare. Lui mi preparò una caccia al tesoro, lasciando indizi sparsi in tutta la casa, che dovevo completare con mia mamma una volta partito. Io non stavo più nella pelle, aspettavo quindi con ansia la sua partenza. Una volta trovato il premio però la nostalgia ricominciava, e con mia madre mettevamo le crocette sul calendario ogni giorno, aspettando il suo ritorno. Inutile dire la nostra gioia al suo rientro: ci raccontava dettagliatamente il suo viaggio, con foto, aneddoti, e regalini. Ricordo con gioia un ultimo giorno di scuola. Ognuno doveva portare un dolce fatto in casa, una crostata, un ciambellone. Io chiesi a mia mamma di farne uno, ma si offrì mio padre. Il pomeriggio del giorno prima, ancora nulla… Iniziavo a preoccuparmi. Lui era in ospedale a Macerata. La mattina, scendendo in cucina, trovai una casa fatta di biscotti e marzapane, completamente decorata. Sembrava vera. Lui mi guardò e chiese: «Ti piace?». Questo era mio padre. In un modo o in un altro riusciva sempre a non far pesare la sua mancanza, e devo riconoscere che ci riusciva davvero bene! Quando - era il 1996 - arrivò la chiamata di MSF per una missione in Cambogia, mio fratello Luca aveva appena un anno. Mio padre ci propose questa «avventura». Io ero entusiasta, mia madre di meno. Ma ci fidavamo di lui. Quello che faceva mi coinvolgeva in qualche modo, anche se non lo sapevo ancora. Allora lo vedevo come un viaggio in un nuovo posto, una vacanza prolungata. D’altronde avevo solo 9 anni. Iniziai a seguire dei corsi di lingua, là avrei frequentato la scuola francese. Il primo impatto non fu affatto facile: caldo torrido, zanzare, scarafaggi, strade dissestate, spazzatura ovunque, tanta povertà… Ma posso dire, dopo diversi anni, che la mia vita quell’anno cambiò. Mio padre mi fece scoprire la povertà, quella vera, le condizioni nelle quali vivono troppi bambini. Sembrano cose scontate, risapute, ma credo che non possano essere capite se non vissute. Superato l’impatto iniziale fu tutta un’altra cosa. Dopo alcuni giorni di preparativi era arrivato il momento del colloquio con il preside della scuola francese. Mi ero preparato minuziosamente il discorso con mio padre, quindi ero pronto. Entrammo nella scuola: palazzone giallo in stile coloniale, campi da calcetto in terra, palme… poi l’ufficio. Il cuore mi batteva a mille, mio padre cercava di tranquillizzarmi senza successo (mica poteva far tutto!). Una volta dentro, il preside mi salutò e chiese come mi chiamassi. Silenzio. Quanti anni hai? Silenzio. Al terzo silenzio intervenne mio padre. Fu una tragedia. Una vergogna. Uscimmo entrambi sconvolti dalla mia debacle. Eravamo increduli. Ma fu solo un episodio, poi mi integrai alla perfezione e dopo un mese parlavo francese meglio del mio babbo! Tutto andava bene, la scuola, mi ero fatto i primi amici stranieri, mia mamma faceva volontariato in un orfanatrofio che ogni tanto visitavamo, mio fratello imparava il khmer, e babbo era felice. Perché era riuscito a coinvolgerci nella sua avventura. Ogni due settimane andavamo a messa nella comunità cattolica francese, ed è lì che feci la mia prima comunione. Poi venne il Colpo di Stato. Ci rifugiammo tutti in un’abitazione vicina, insieme ai suoi colleghi che oramai erano diventati una grande famiglia, la grande famiglia di Medici senza frontiere. I primi giorni di attacchi e bombardamenti sembravano infiniti, le mura tremavano, si sentivano le urla di paura e disperazione della popolazione Una volta in Italia si tornò alla normalità. Io a scuola a Castelplanio, mio babbo a Macerata, mio fratello all’asilo, mia mamma al lavoro. Tutto normale, forse troppo. Un giorno il mio babbo mi chiamò nel suo studio. Aveva un libro in mano. C’era la foto di un lago con degli alberi intorno e al centro un’isoletta con un tempio. «Tommy, questo è il lago di Hoan Kiem. Si trova ad Hanoi, la capitale del Vietnam. La leggenda narra che al suo interno viva una tartaruga gigante, che durante l’invasione cinese consegnò la spada all’imperatore vietnamita che liberò il suo popolo dagli oppressori cinesi. Se ti dicessi che c’è la possibilità di andarci a vivere?». Esplosi in un misto di gioia ed emozione, non riuscivo a parlare, era tutto troppo bello per essere vero, mi sembrava di vivere un sogno. La frase successiva fu: «Però devi aiutarmi a convincere mamma». Nemmeno a farlo apposta, mia mamma era incinta di Maddalena. Tempismo perfetto! Non fu semplice, ma mio padre con il suo carisma (e il mio appoggio) riuscì nell’intento. Sei mesi dopo partimmo tutti insieme, con un passeggero in più, Maddalena, nata da due mesi. La partenza fu diversa rispetto alla Cambogia. Ad Hanoi mio padre aveva trovato una casa, e la situazione era completamente diversa. Noi eravamo diversi. Eravamo pronti per questo nuovo cambiamento, che sarebbe stato definitivo. Mio padre infatti, accettando l’incarico dell’Oms, si era licenziato dall’ospedale rifiutando l’incarico di primario. L’arrivo in Vietnam fu magico. Odori, rumori, immagini che ho stampate in mente e nel cuore. Ogni volta che rimetto piede in quel paese mi sento a casa. E questo grazie a mio padre. Credo che in Vietnam raggiunse l’apice della sua carriera. Era molto impegnato, come sempre, anzi forse più del solito. Ma di nuovo faceva di tutto pur di farci essere felici. Non sto parlando di benessere materiale, ma interiore. Per noi era una gioia girare con lui. Non erano dei banali giri turistici. Tutt’altro. Scoprivamo la cultura, le usanze, i difetti di quel popolo, ci mescolavamo tra loro, condividevamo tutto con loro. Io e mio fratello frequentavamo la scuola francese, mentre mia sorella era stata iscritta all’asilo vietnamita. Bellissimo, anche se a casa avevamo bisogno dell’interprete, dato che Maddalena parlava solo vietnamita. Mio padre era fiero di tutto ciò. Era riuscito in qualcosa di straordinario. E non sto parlando del lavoro. Ma della famiglia. Era riuscito, attraverso il suo impegno nell’aiutare gli altri, a farci capire cosa sia la vera felicità, il vero amore, la vera gratitudine. Muore il 29 marzo del 2003 a Bangkok, vittima della SARS, dopo essere stato uno dei primi medici al mondo ad individuare il virus di questa malattia e aver avviato misure di contenimento del contagio che in Vietnam si sono rivelate molto efficaci. GIOVEDI’ 11 DICEMBRE SANTA MARTA Il servizio S. Marta, perfetta padrona di casa. Per lei l'ospitalità è sacra. Accoglie nella sua casa con sollecitudine affettuosa gli amici e non solo. La sua porta è sempre aperta e chi la oltrepassa, a qualunque condizione sociale appartenga, si sente circondato da attenzione, cura e rispetto, si sente a suo agio. Marta ama rendere accogliente la casa, è instancabile nelle incombenze domestiche e cucina con amore per i suoi ospiti. Specie per Gesù che è il più caro amico suo e dei suoi fratelli Lazzaro e Maria. È così presa da queste incombenze che Gesù una volta la rimprovera affettuosamente per ricordarle che l'ascolto della sua Parola vale trascurare un po' le faccende domestiche. Ma per Marta l'umile lavoro domestico è il suo modo di esprimere l'amore per i suoi cari, per farli stare bene. Anche nell'episodio della resurrezione di Lazzaro, Marta si lascia conoscere un po' meglio; il Vangelo ci racconta: "Marta, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro. Maria invece stava in casa". Marta in quell'occasione rimprovera affettuosamente Gesù, e questo ci dice la confidenza tra di loro: "...se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto, ma anche ora so che Dio ti concederà tutto ciò che gli chiederai...". Che grande fede!!! Gesù ha bisogno di quella fede per compiere quello straordinario miracolo, e le chiede una chiara conferma. È allora che Marta risponde: "Credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio". Poi va dalla sorella Maria e le dice: "il Maestro ti chiama": in realtà Gesù non ha detto quelle parole, ma Marta, che non è per niente gelosa della sorella, non può tenere per se il privilegio dell'amicizia con Gesù e vuole subito condividerlo con la sorella. Quante belle cose ci insegna Marta. VENERDI’ 12 DICEMBRE LAURA VINCENZI La disponibilità Laura, nata e cresciuta a Tresigallo, vicino a Ferrara, è una ragazza brava, studiosa, servizievole, allegra e disponibile. Una delle sue caratteristiche fin dall'infanzia, è la cordiale apertura verso gli altri; da piccola va a trovare spesso la nonna e le tiene compagnia; le diceva: “Con i soldi che metterò da parte, ti comprerò la televisione”; d'estate trascorre con lei periodi lunghi. A casa gioca volentieri con i suoi tre fratelli, superando in fretta i normali contrasti e le delusioni, sdrammatizzando i problemi e creando sempre nuove iniziative da fare insieme. A scuola Laura è vivace ma diligente e generosa con gli amici in difficoltà; anche alle superiori è un punto di riferimento, non solo per la serietà nello studio, ma anche per la sua serenità e disponibilità all'ascolto dei suoi compagni. Spesso va in parrocchia per incontri con i ragazzi della sua età e per occuparsi dei più piccoli; l'ACR è un momento importante della sua vita. Partecipa a vari Campi Scuola, anche come educatrice allegra e dinamica o come catechista. Cerca poi di promuovere iniziative per i giovani della sua parrocchia, per condividere e coinvolgerli nell'esperienza di riflessione di preghiera vissuta a Spello; lì incontra e conosce anche il suo fidanzato Guido. Laura non trascura nemmeno le persone più sole; ricordiamo fra tutte l'amicizia con Maria, una signora anziana, povera e sola: la va spesso a trovare, coinvolgendo anche i suoi amici a farlo; durante l'ultimo anno di vita, immobile a letto, Maria, per merito di Laura, ha il conforto e l'affetto di tanti giovani, che la vanno a trovare , l'assistono e la ascoltano. A 20 anni Laura si ammala di una grave malattia, deve fare lunghe e pesanti cure ed operazioni. I giorni trascorsi in ospedale, sono occasione di incontro con vari ragazzi, a cui Laura infonde serenità e sicurezza, coraggio e volontà di vivere normalmente ed attivamente, sino alla fine, il 4 aprile 1987 a soli ventiquattro anni. Lettera di Laura ad un'amica, (dopo varie chemioterapie e l'amputazione della gamba) “....a settembre, terminate tutte le cure spero di poter riprendere il consueto ritmo di studio e di attività....Un po' per carattere e un po' perché sono giovane, ho una gran voglia di vivere, ma l'esperienza di questi due anni di malattia mi ha insegnato che ciò che conta è vivere ciascun giorno cercando il più possibile di spenderlo bene, cercando cioè di mettere Amore in ciò che siamo chiamati a fare, nei nostri impegni quotidiani e cercando di trovare un posto per gli altri....” SABATO 13 DICEMBRE SAN GIOVANNI BOSCO Il gioco e l’allegria Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 in una piccola frazione di Castelnuovo d’Asti. La madre Margherita fu per lui un grande esempio di vita oltre ad un prezioso aiuto nelle opere cui in futuro si sarebbe dedicato. Dopo un sogno profetico che gli fece capire come donare la sua vita, Giovanni volle imparare a fare il saltimbanco, il prestigiatore, il cantore, il giocoliere, per poter attirare a sé i suoi amici e tenerli lontani dal peccato: “Se stanno con me – diceva alla mamma – non parlano male”. Torino era a quel tempo una città che si stava ingrandendo: molta gente arrivava dalle campagne piemontesi. C’erano gravi problemi: pochissimi bambini andavano a scuola, molte persone non sapevano né leggere né scrivere, molti non avevano un lavoro, e la povertà spingeva anche a rubare, a uccidere. Per questi motivi don Bosco, diventato sacerdote a 26 anni, continuò a vivere in mezzo ai ragazzi. Con loro fondò “la società dell’allegria”, incominciò a radunarli la domenica, ora in una chiesa, ora in un prato, ora in una piazza per farli giocare e fare catechismo, finché riuscì a stabilirsi nel rione periferico di Valdocco e ad aprire il suo primo oratorio. Qui i ragazzi trovavano da mangiare e da dormire, studiavano o imparavano un mestiere, soprattutto imparavano a volersi bene e ascoltavano il Vangelo di Gesù. Don Bosco era amato dai suoi “birichini” e “monelli”. Per loro sacrificò il poco denaro che possedeva, il suo tempo, il suo ingegno, la sua salute. Con loro si fece santo. Per il bene dei ragazzi aprì tante scuole e fondò, insieme ad altri preti e giovani cristiani, la Famiglia Salesiana, come lui volle chiamarla dal nome di san Francesco di Sales, che egli scelse come modello di vita, perché nei suoi insegnamenti propone un modello di santità adatto a tutti. Don Giovanni Bosco morì a Torino il 31 gennaio 1888. Tanti uomini e donne seguirono il suo esempio e così la Famiglia Salesiana si è diffusa in tutto il mondo, al servizio dei giovani e dei poveri, con scuole di ogni ordine e grado, istituti tecnici professionali, ospedali, oratori e parrocchie. Si racconta …. A 9 anni Giovanni fece un sogno profetico: gli parve di essere in mezzo ad un gruppo di bambini intenti a giocare; alcuni, però, bestemmiavano. Subito si gettò sui bestemmiatori con pugni e calci per farli tacere; ma ecco farsi avanti un personaggio che gli disse: “Non con le botte, ma con la bontà e l’amore dovrai guadagnare questi tuoi amici. Io ti darò la Maestra sotto la cui guida puoi diventare saggio”. Il personaggio era Gesù e la Maestra era Maria, alla cui guida Giovanni Bosco si affidò per tutta la vita. DOMENICA 14 DICEMBRE Accendiamo la terza candela dell’avvento BEATA MADRE TERESA DI CALCUTTA Gli ammalati Agnese Gonxha Bojaxhiu nacque il 26 agosto 1910 a Skopje (ex-Jugoslavia, oggi Macedonia), da una famiglia cattolica albanese. Affascinata dalla vita dei missionari si unì alle Sorelle di Loreto quando aveva solo 18 anni. Pensando a Teresa di Lisieux, patrona della missioni, prese il nome di Teresa e nel 1929 partì per l'India. All'inizio faceva scuola in una delle case della sua comunità, ma dopo un po', durante un viaggio in treno, Teresa sentì che Dio la stava chiamando a lavorare per i poveri. Lasciò la scuola e indossò l'abito delle donne indiane: un semplice sari bianco bordato da tre linee azzurre. Da sola iniziò a frequentare i quartieri più poveri di Calcutta. Ai bambini fece le prime lezioni scrivendo col dito sulla terra. Visitava le famiglie più povere portando loro qualche sollievo. Presto si unirono a lei altre ragazze che volevano fare la sua stessa vita. Le Missionarie della Carità si occupavano di tutti quelli che nessuno voleva, dei più abbandonati, dei reietti della società, dei più poveri fra i poveri. Nel 1979 le venne concesso il Nobel per la Pace. Ma lei chiese che il denaro speso per imbandire il consueto banchetto venisse dato ai poveri dell'India. Nel corso degli anni ottanta nasce l'amicizia fra papa Giovanni Paolo II e Madre Teresa i quali si ricambiano visite reciproche. Grazie all'appoggio di papa Wojtyla, Madre Teresa riuscì ad aprire ben tre case a Roma, fra cui una mensa nella Città del Vaticano dedicata a Santa Marta, patrona dell'ospitalità. Negli anni novanta, le Missionarie della Carità superarono le quattromila unità con cinquanta case sparse in tutti i continenti. Intanto però le sue condizioni peggiorarono: nel 1989 in seguito ad un infarto le fu applicato un pacemaker, nel 1991 si ammalò di polmonite, nel 1992 ebbe nuovi problemi cardiaci. Si dimise da superiora della Congregazione ma in seguito ad un ballottaggio fu rieletta praticamente all'unanimità, contando solo qualche voto astenuto. Accettò il risultato e rimase alla guida della congregazione. Nell'aprile del 1996 Madre Teresa cadde e si ruppe la clavicola. Il 13 marzo 1997 lasciò definitivamente la guida delle Missionarie della Carità. A marzo incontrò papa Giovanni Paolo II per l'ultima volta, prima di rientrare a Calcutta dove morì il 5 settembre, all'età di ottantasette anni. La sua scomparsa suscitò grande commozione nel mondo intero: l'India le riservò solenni funerali di stato che videro un'enorme partecipazione popolare e la presenza di importanti autorità del mondo intero. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar arrivò persino a dichiarare: "Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo." Nawaz Sharif, il Primo Ministro del Pakistan disse, inoltre, che Madre Teresa era "un raro e unico individuo che ha vissuto a lungo per più alti scopi. La sua lunga vita di devozione alla cura dei poveri, dei malati e degli svantaggiati è stata uno dei più grandi esempi di servizio alla nostra umanità." Di se stessa affermava: "Io sono solo una piccola matita nelle mani di Dio". A soli due anni dalla sua morte, Giovanni Paolo II fece aprire con una deroga speciale, il processo di beatificazione che si concluse nell'estate del 2003 e fu quindi beatificata il 19 ottobre dello stesso anno. Il 19 ottobre 2003 è stata proclamata beata da papa Giovanni Paolo II. LUNEDI’ 15 DICEMBRE SANT’ANTONIO DA PADOVA Il viaggio Fernando (questo il suo nome di battesimo) nasce nel 1195 a Lisbona da una nobile e ricca famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione. Contro il desiderio dei suoi genitori che lo volevano cavaliere, a quindici anni decide di farsi monaco secondo l’esempio di Sant’Agostino. Studia scienze e teologia, prega, però non è contento perché ritiene che in quel convento si faccia una vita troppo comoda. Decide allora di cambiare Ordine, così chiede ed ottiene di diventare francescano, e gli viene assegnato il nome di Antonio. S’imbarca subito, diretto in Africa, ma durante il viaggio si ammala gravemente di malaria. Inoltre la nave viene spinta da una tempesta verso la Sicilia. Così sbarca a Messina. Curato dai francescani della città, in due mesi guarisce. Invitato poi ad una riunione di francescani ad Assisi, può ascoltare Francesco di Assisi, che lo manda al piccolo eremo di Montepaolo, presso Forlì in Romagna. Per circa un anno e mezzo vive pregando molto e accontentandosi di un sacco per vestito e paglia per letto, svolgendo lavori molto semplici, anche in cucina. Un giorno deve scendere con gli altri frati in città per assistere nella chiesa di S. Mercuriale all’ordinazione di nuovi sacerdoti; e per la prima volta predica alla presenza di tanta gente. Da quel giorno si scopre che Antonio sa tante cose di Dio, conosce e spiega molto bene il Vangelo, le sue parole arrivano al cuore di chi lo ascolta. Per tre anni viaggia senza risparmio: predica specialmente in Emilia Romagna, in Toscana, in Francia. Nel frattempo muore Francesco d’Assisi e il nuovo responsabile dei francescani sceglie Antonio come guida di tutti i fratelli di mezza Italia. Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, va a Firenze, poi si stabilisce definitivamente a Padova, dove rimane fino alla morte avvenuta il 13 giugno 1231. La sua tomba è ora dentro la grande basilica a lui dedicata, meta di continui pellegrinaggi. Il 30 maggio 1232 papa Gregorio IX lo proclama santo. Sono tanti i miracoli attribuiti ad Antonio, sia in vita, sia dopo la sua morte; ancora oggi, infatti, è uno dei santi più pregati per chiedere aiuto e guarigioni. Si racconta …. Antonio passò gran parte della sua vita a predicare e moltissimi apprezzavano le sue parole. talvolta, però, persone anche intelligenti e capaci disprezzavano i suoi insegnamenti, ma Dio lo rassicurava sempre sulla preziosità e sull’importanza di quel che faceva. Un giorno, alcuni uomini nei pressi di Rimini derisero le sue prediche. Antonio, allora, andò sulla riva del mare e disse: “Dal momento che voi dimostrate di essere indegni della Parola di Dio, ecco, mi rivolgo ai pesci, per confondere apertamente la vostra incredulità”. E così iniziò a predicare ai pesci, raccontando loro come Dio li aveva creati, messi liberi nell’acqua e nutriti senza lavoro…man mano i pesci si avvicinarono a lui e rimasero ad ascoltarlo a bocca aperta per tutto il tempo in cui Antonio parlò loro. MARTEDI’ 16 DICEMBRE ROSARIO LIVATINO La giustizia e l’onestà Il 21 settembre 1990, memoria di S. Matteo apostolo, è una giornata calda ma non afosa, tipica del mite autunno siciliano. Sono le otto, il giudice Rosario Livatino riordina i fascicoli processuali. Gesti preparatori, gli stessi di ogni mattina. Mancano appena due settimane al suo trentottesimo compleanno. Alle 8.30 sta percorrendo, come fa tutti i giorni, la statale 640 per recarsi al lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Sullo scorrimento veloce Agrigento-Caltanissetta viene raggiunto da un commando e barbaramente trucidato. Nato a Canicattì (Agrigento) il 3 ottobre 1952, figlio unico di Vincenzo e Rosalia (il padre è avvocato, figlio a sua volta di avvocati), il piccolo Rosario è un bambino mite, silenzioso, dolcissimo, dai grandi occhi scuri e vellutati. I suoi giochi preferiti: macchinine e soldatini; e poi c’è, a riempirgli assai presto le giornate, la passione precoce per la lettura. Negli anni del liceo Livatino è il ragazzo che scendeva di rado a fare ricreazione per restare in classe ad aiutare qualche compagno in difficoltà. Aperto ai bisogni degli altri, ma riservato su di sé, studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione Cattolica. Che cosa farà da grande? non ha alcun dubbio: farà il giudice. Nel ‘78, a ventisei anni, può coronare il suo sogno. Livatino avverte infatti in maniera molto forte il problema della giustizia e lo assume ben presto come una vera missione. Il dramma del giudicare un altro essere umano, di dover decidere della sua sorte, non è cosa da poco. Il 29 settembre 1979 Livatino entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come Pubblico Ministero. Dopo l’iniziale apprendistato, le prime inchieste importanti. E’ abile, intelligente, professionale; comincia a diventare un punto di riferimento per i colleghi della Procura. Da Canicattì tutte le mattine raggiunge la sede del Tribunale, ad Agrigento. Prima di entrare in ufficio, la visita puntuale alla chiesa di S. Giuseppe, vicino al Palazzo di Giustizia, dove si ferma a pregare; quindi, il lavoro al Tribunale fino a sera inoltrata. Ma Rosario non era un eroe: faceva semplicemente il suo dovere. E lo faceva coniugando la giustizia con una incrollabile e profondissima fede cristiana. Di Rosario molte cose si sono conosciute solo dopo la sua morte. Della sua carità, del suo amore per gli ultimi, per i poveri. Il custode dell’obitorio ricordava allora con le lacrime agli occhi tutte le volte che lo aveva visto pregare accanto al cadavere di individui di cui egli ben conosceva la fedina penale, pregiudicati in cui si era imbattuto svolgendo il suo lavoro e ai quali aveva pure applicato la legge, ma che non per questo cessavano di essere suoi fratelli in Cristo nella sventura. “Un martire della giustizia e, indirettamente, anche della fede…”, ha detto di lui Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993, in occasione della sua visita pastorale in Sicilia. A dieci anni dalla sua morte, la lezione morale che ci trasmette è quella di un testimone radicale della Giustizia, nella quale credeva profondamente, come progetto di fede e come esercizio di carità. Un giorno aveva scritto: “al termine della vita non vi sarà chiesto se siete stati credenti ma se siete stati credibili”. E sulla sua “credibilità” di magistrato e di cristiano sta indagando la Chiesa, che nel 2011 ha ufficialmente aperto il processo per la sua beatificazione, per proporlo alla venerazione di tutti. MERCOLEDI’ 17 DICEMBRE SANTA CATERINA DA SIENA La pace "Basta bambini, state un po' buoni, non litigate, non gridate, lasciatemi badare alle faccende, che ho tanto da fare!". Siamo a Siena, nel 1353; queste sono le parole che non è difficile immaginare sulla bocca di Lapa Piagenti Benincasa, dato che si trovava circondata da 23 figli (e sarebbero stati 25 se non fossero già andati in cielo i piccoli Niccolò e Giovanna, gemella di Caterina, la penultima). Caterina ha sei anni, e ha già scelto la sua strada: sposa di Gesù. Ha un carattere forte e determinato, anche se è sempre dolce, sottomessa e rispettosa. Il padre Giacomo è tintore, è umile e buono; addirittura finisce in carcere per debiti, perché non avendo preteso la ricevuta di un avvenuto pagamento, i creditori lo hanno truffato, esigendo di nuovo il pagamento. E Giacomo non protesta, non giudica, dice che sarà il tribunale di Dio a farlo. Da lui Caterina eredita la bontà e la pazienza. Crescendo non cambia idea, a dodici anni la madre la vorrebbe fidanzare, ma lei rende definitiva la sua scelta tagliandosi i capelli, e chiudendosi in preghiera in una "cella casalinga", dato che le suore domenicane ancora la rifiutano, perché troppo giovane. Passano gli anni e Caterina è instancabile nel pregare e nell'assistere poveri e malati. A volte la miseria e la malattia fanno incattivire le persone, e a Caterina capita di essere ricambiata della sua carità con offese e maldicenze, ma lei non se ne cura, e continua ad assistere con amore tutti i bisognosi. Presto la circondano dei discepoli, che divengono testimoni di straordinari miracoli e guarigioni, che il Signore opera attraverso di lei. Come molti a quel tempo, Caterina non sa né leggere né scrivere, ma si informa e conosce le vicende politiche e la situazione della Chiesa anche dalla sua cella: sono tempi duri, e tante città sono sconvolte da rivolte e repressioni. Anche la Chiesa è turbata da divisioni interne. Il Papa ha trasferito la sede ad Avignone, in Francia, abbandonando Roma, centro della cristianità. Caterina detta lettere appassionate e spesso si reca personalmente nelle città più turbolente. Riesce a pacificare Siena, Firenze e Roma. Politici e cardinali le chiedono consigli spirituali e su importanti questioni pubbliche. Caterina consiglia, ma anche rimprovera e richiama con forza ciascun responsabile al proprio dovere. Diviene tanto autorevole che anche il Papa le da ascolto, e per le sue esortazioni si convince a tornare a Roma, dove lei lo aiuta a mantenere la pace. La sua vita è stata breve, solo 33 anni, ma ha inciso profondamente nella vita della Chiesa, ma anche d'Italia e d'Europa, di cui è patrona: questo ha fatto con l'amore e la fede una piccola donna senza cultura, in un mondo dominato da soli uomini. GIOVEDI’ 18 DICEMBRE DON FRANCESCO FORINI La parrocchia Don Francesco nasce a Ferrara il 23 luglio 1947. Da piccolo, è molto vivace e birichino; quando, a 9 anni, entra in Seminario per diventare sacerdote, gioca sempre volentieri a calcio, anche se a scuola è sempre il più bravo. Infatti, alla fine del liceo, gli chiedono di andare a studiare a Roma, in un'università prestigiosa, la Gregoriana. Lì inizia a studiare la Bibbia, a conoscerne ogni segreto. Lì, da studente, inizia anche ad aiutare in qualche parrocchia, o con gli Scout, o con i più poveri delle baraccopoli romane. Diventato sacerdote, studia ed insegna la Bibbia, rendendola “pane quotidiano”, semplice e nutriente, per ogni persona, ma soprattutto centro e vita di ogni parrocchia. Per lui, la vera vita della Chiesa è quella semplice e viva di ogni parrocchia: i momenti comuni di celebrazione e di preghiera, preparati con cura; l'attenzione alla catechesi; la cura dei malati e di coloro che abitano nel territorio; l'importanza delle relazioni quotidiane semplici fra le persone; l'affetto e il dialogo con ogni persona, valorizzata per quello che ha nel cuore. Anche in Congo, in Africa, dove va per 10 anni, insegna la Bibbia, ma partecipa anche attivamente alla vita dei villaggi, alle gioie e alle sofferenze di quel popolo, soprattutto durante la sanguinosa guerra del 1996. Lì promuove anche la Giornata della Gioventù come una festa dei giovani; ricorda che, in quell'occasione, tra i giochi del pomeriggio, c'è anche un gara che si chiama “corsa Nido”: una corsa a piedi nudi , con degli ostacoli da superare senza far cadere il barattolo messo sulla testa; e siccome questi giochi si fanno col materiale povero a disposizione della Missione, il barattolo è quello del latte in polvere degli aiuti umanitari; il latte si chiama Nido, perciò la gara diventa la “corsa Nido”. Don Francesco muore il 28/9/2014,in un incidente in bicicletta. Ricordiamo di lui la fedeltà, l'amore e la passione per la Parola di Dio, studiata con cura, ma presente e viva nella vita di ogni giorno, e soprattutto incarnata nelle molteplici attività della parrocchia. VENERDI’ 19 DICEMBRE SAN FILIPPO NERI La gioia Filippo Romolo Neri nacque il 21 luglio 1515 a Firenze. Si trasferì ancora molto giovane a Roma, a quel tempo città corrotta e pericolosa, dove decise di parlare del messaggio di Gesù. Cominciò a vivere come eremita tra le strade di Roma, dormendo sotto i portici delle chiese o in ripari di fortuna. Incontrava spesso giovani che lo prendevano in giro, ma Filippo non si faceva sfuggire l’occasione, unendosi alla comitiva, li conquistava con la sua simpatia. Iniziava con una barzelletta e con qualche gioco, poi si improvvisava predicatore, dicendo: “Fratelli, state allegri, ridete pure, scherzate finché volete, ma non fate peccato!!”. Radunava attorno a sé i ragazzi che vivevano per la strada, facendoli divertire, cantando e giocando con loro, insegnando loro qualche preghiera. Adottò quello che poi diventerà il suo metodo educativo, cioè accompagnare i ragazzi a crescere attraverso la gioia: passeggiare, cantare, suonare, giocare, visitare opere d’arte… Memorabili i suoi detti umoristici e giocosi, quali ad esempio: “State buoni se potete”, o “Ma va’ a morì ammazzato…per la fede!”, che gli meritarono il soprannome di “santo della gioia” o “buffone di Dio”. Il 23 maggio 1551 diventò prete, e molti giovani che andavano da lui a chiedere il perdono diventarono preti a loro volta e vollero rimanere con lui. Nacque così il primo gruppo di quelli che si chiameranno poi “padri filippini”. Molti altri, invece, volevano impegnarsi nella vita spirituale e nella carità, senza però entrare in un Ordine religioso. Per queste persone Filippo ebbe un’idea straordinaria: fondare un oratorio secolare. Qui potevano venire tutti: preti, laici, nobili, poveri, anziani, giovani, e tutti si sentivano a loro agio. Morì, quasi sorridendo, il 26 maggio 1595. Si racconta …. Filippo amava vivere all’aperto per sentirsi così in maggior contatto con Dio e le sue creature. Teneva con sé una gatta e un cane di nome Capriccio e inoltre aveva alcuni uccellini che, durante la giornata, stavano in giro per la città, ma alla sera tornavano da lui, che li accudiva e dava loro da mangiare, e al mattino lo svegliavano con il loro canto. SABATO 20 DICEMBRE SUOR MARIA VERONICA DEL SANTISSIMO SACRAMENTO La speranza Suor Veronica nasce a Ferrara il 16 novembre 1896 nell'Ospizio degli Esposti, in via Savonarola. La madre si chiamava Cesira Comini; il padre, Francesco Pazzafini, pittore decoratore era già stato sposato ed era addirittura nonno. Costui, dopo la morte della moglie, da Bologna torna a Ferrara, in via delle Vecchie, dove vive solo, poco più che cinquantenne e con una salute precaria; la figlia Giuseppina infatti nel 1891 si era sposata e aveva avuto anche una figlia, Clara. Dev’essere stato da allora che la Cesarina (o Ceserina) Comini cominciò a prestare servizio presso di lui. La Ceserina dunque era di Mizzana, e viveva in città in v. Borgo di Sotto 29, non sappiamo se sola o con i genitori; com’era usuale a quei tempi, viveva facendo la domestica. Il giorno dopo la nascita, la bambina fu portata al fonte della Cattedrale, dove fu battezzata con il nome di Maria Cesira. Essendo nata fuori dal matrimonio non portava il cognome del padre che le venne però dato qualche anno dopo quando i due genitori si sposarono. Il padre non godeva di ottima salute: a causa del suo lavoro di pittore decoratore aveva utilizzato senza nessuna cautela molte vernici che gli provocarono gravi danni di salute. Il 3 ottobre 1904 Francesco Pazzafini si spegneva all’Ospedale, dopo una degenza lunga e dolorosa. Nelle sue memorie autobiografiche dunque, Suor Veronica scrive: “Nell’età di otto anni mi morì il babbo, che io godei poco, perché lo vidi quasi sempre malaticcio e per più di un anno fermo a letto”. A 8 anni la bimba venne affidata al Conservatorio della Provvidenza, dove visse dieci anni difficili per la sua grande timidezza. Era una bambina buona, ma non aveva quelle qualità che potevano attirarle le attenzioni delle suore, sicché erano frequenti piuttosto i rimproveri che non le lodi. E poi non brillava per un’intelligenza vivace, benché fosse capace di acuta osservazione. Leggendo i ricordi di Suor Veronica relativi al periodo trascorso in educandato, veniamo a sapere di incomprensioni che le provocarono gravi disagi: ritenuta responsabile delle cose più futili, veniva duramente castigata, soprattutto con l’isolamento: si proibiva alle compagne di rivolgerle la parola. A 18 anni entrò nel monastero delle clarisse cappuccine di Ferrara dove ricoprì diversi incarichi che esercitò con grande umiltà, ubbidienza ai superiori, osservanza alla regola, offrendo a Dio le sue sofferenze che terminarono l’8 luglio 1964. La sua vita si svolse in un momento ricco di eventi gravi come le due guerre mondiali, che incisero profondamente sulla storia del nostro paese ed anche sulla sua modesta esistenza, subito riconosciuta dalla gente come qualcosa di particolare per cui già da viva fu amata e ricercata con grande assiduità alla ruota del Convento, da dove consigliava, consolava e infondeva speranza. La sua tomba si trova in Corso Giovecca, 179 presso la chiesa di S. Chiara attigua all’ex Monastero delle Clarisse Cappuccine. Qui la ricordano una lapide corredata da una sua bella immagine e da fiori sempre freschi. In chiesa c’è anche un libro dove i fedeli scrivono ogni giorno per invocare una grazia da suor Veronica o ringraziare per averla ricevuta. E’ continuamente visitata dai fedeli, specie dalle donne che desiderano avere un bambino. Numerose sono le grazie di casi di maternità difficili, risolti grazie alla sua intercessione come pure i casi di bambini - da lei tanto amati - affidati alla sua protezione. Ogni 8 del mese nella chiesa di S. Chiara viene celebrata una messa in suo suffragio. Si racconta…. Ecco alcune testimonianze di grazie ricevute: “Cara suor Veronica, sono qui per ringraziarti: a luglio nascerà la mia bambina”; “Ritorniamo dopo due anni per ringraziarti dello splendido dono che abbiamo ricevuto: il 22/10/2010 è nata Irene Veronica. Vengo ora a pregarti per una mia amica che ancora non ha avuto questo splendido miracoloso regalo”. “Siamo venuti in aprile del 2010 per chiederti il dono della maternità e paternità. Il mese stesso abbiamo scoperto che ci avevi risposto ed è nata Matilde. Adesso aspettiamo in giugno la nascita di Michele. Ti chiediamo protezione e pace”. DOMENICA 21 DICEMBRE Accendiamo la quarta candela dell’avvento MONS ELIOS GIUSEPPE MORI La Bibbia Due nonni ricordano…. Per tutti semplicemente Don Mori, nato a Ferrara il 18/3/1921 e morto il 3/7/1994; è stato un sacerdote amato e stimato da tante persone che lo hanno conosciuto. Era un innamorato della Parola di Gesù: la ascoltava, la studiava, la meditava profondamente e cercava di viverla, perciò sapeva comunicarla con grande passione. Per noi era come un padre, un nonno affettuoso per le nostre figlie. Era una festa quando con una telefonata ci annunciava che sarebbe venuto a cena. Godeva dell’atmosfera che si respira in una famiglia, dove poteva rilassarsi, ascoltare, confrontarsi e anche ridere. Famose erano le sue battute che non si stancava di ripetere tra lo scherzoso ed il sornione. Ad esempio, quando qualcuno si lamentava per cose andate storte, ripeteva sempre le parole di San Francesco “qui è perfetta letizia” oppure invitava a ringraziare Dio “con salmi, inni e cantici spirituali“ per qualunque evento della nostra vita. Spesso ricordava a grandi e piccoli che un cristiano ama i poveri, come aveva fatto Gesù, condividendo ciò che ha. Diceva “Se in famiglia siete in quattro, fate sempre cinque parti di tutto, una è di Gesù, cioè di un povero che busserà alla porta della vostra casa e del vostro cuore”. E tanto insisteva che una sera il figlio di nostri amici, stanco di sentire ripetere queste parole, ha preso il suo salvadanaio e glielo ha dato dicendo: “ti do tutto quello che ho, ma adesso basta parlare di poveri”. Non aveva una parrocchia, celebrava la S.Messa nella chiesa di S.Chiara e riceveva tante persone che a lui si rivolgevano per confessarsi e per avere conforto e luce per la loro vita. Amava molto la Madonna e le aveva dedicato due libri, dove la descriveva come una vera donna e una mamma ricca di gioie e dolori che aveva accolto il dono di Dio. Quando è morto molte persone a Ferrara e in tante altre città sono rimaste orfane ed hanno sentito fortemente la sua mancanza anche se la fede ci ha insegnato a pensarlo vicino a Gesù. Ora ci guarda dal cielo e continua a darci luce ed a proteggerci come fanno gli angeli custodi. LUNEDI’ 22 DICEMBRE SAN CRISTOFORO Protezione dei piccoli Della sua vita non si sa molto. È certo che morì martire nel terzo secolo. Il suo nome, che significa "portatore di Cristo", ha dato origine ad una leggenda. La storia di Cristoforo vogliamo raccontar, che il più grande del mondo cercò per terra e mar. Diceva: "Son soldato, il più forte che c'è, la fede mia ho giurato al più potente re. Andò a trovare i Duca di Bretagna, che triste ed infelice era perché l'aveva minacciato il re di Spagna con cento armate e navi mille e tre. Ma pure il re di Spagna aveva crucci assai che il sire d'Alemagna gli procurava guai. Cristoforo dal sire dell'Alemagna andò "Da te son per servire la fede mia ti do" "Purtroppo sulla terra un gran signore c'è sovrano d'Inghilterra più ricco assai di me" Andò per mare e disse a quel sovrano: "Con braccio forte io ti servirei e ti difenderò con la mia mano se sulla terra il più potente sei" "Io sono ricco e forte ma è più potente assai a chi è toccato in sorte l'impero del Catai" Da lui volò Cristoforo ma il grande imperator con mille e più castelli e casse piene d'or vide passare il diavolo e si terrorizzò tanto che sotto un tavolo tremando si cacciò Cristoforo pensò che più potente del diavolo nessuno mai incontrò ma mentre lo serviva fedelmente vide una croce e il diavolo scappò Ma Cristoforo era un gigante alto due metri...e un po' lo insegue e all'istante al collo lo afferrò "Dimmi perché la Croce è più forte di te!" Lui con un fil di voce rispose: "ormai per me non ci sarà vittoria da quando questo segno viene a cambiar la storia, annuncia un nuovo Regno" Queste parole oscure e questa vista riempirono il gigante di stupor; andò cercando finché un catechista gli parlò dell'amore del Signor Cristoforo, ormai stanco del suo peregrinar, in riva a un fiume bianco si mise a traghettar. Un piccolo bambino gli apparve proprio là: "Ti prego, son piccino, trasportami di là: sei forte, sei cortese, sei buon traghettator..." Cristoforo lo prese sulle sue spalle allor Ma sulle spalle fu così pesante che quasi lo faceva sprofondar: lottò con le sue forze tutte quante perché aveva un bambino da salvar Cristoforo credeva di non farcela più ma il bimbo gli diceva: "Coraggio, son Gesù!" Non cercò più Cristoforo né re né imperator: capi che in cielo e in terra si vince con l'amor. "Tu sei il mio Signore, che su di sé portò tutto il peso del mondo: Te solo servirò! Perché il Tuo Regno è proprio il più bello, per terra e mare uguale non ce n'è; nella Tua legge ognuno è mio fratello, io riconosco in Te il Re dei re. Finisce qui la storia del buon traghettator che è santo nella gloria insieme al suo Signor. Anticamente la figura di San Cristoforo con il bambino sulle spalle e i piedi nel fiume era dappertutto: nelle chiese, nelle strade, negli incroci etc; in tempi più recenti si trovava anche sui cruscotti delle automobili, accanto alla scritta "Sii prudente, papà". Questo gigante buono che protegge un bimbo era sentito come nostro protettore, perché siamo tutti piccoli davanti a certe difficoltà o pericoli, piccoli come bimbi. Nello stesso tempo sono proprio i piccoli, i deboli, che hanno la forza di toccarci il cuore MARTEDI’ 23 DICEMBRE PADRE MARCELLO DELL’IMMACOLATA La guida In una strada del centro storico di Ferrara, via Savonarola, c'è una bella chiesa, la chiesa di San Girolamo, con annesso il convento dei Carmelitani Scalzi. In questa chiesa e in questo convento ha trascorso quasi tutta la sua vita di Carmelitano Scalzo Padre Marcello dell'Immacolata. Ed era proprio sempre scalzo, portava solo un paio di sandali aperti, e niente calze! Anche in pieno inverno! Si chiamava Carlo Zucchetti, ma come di consuetudine, al momento della consacrazione sacerdotale, ha cambiato nome ed ha scelto quello di Marcello, nome del sacerdote che nel novembre 1914 lo aveva battezzato. Nel 1938 diventa sacerdote e dopo una decina di anni trascorsi nei conventi di Parma e di Bologna, viene destinato nel 1948 al convento di San Girolamo di Ferrara, dove trascorrerà tutta la sua vita sacerdotale, fino alla sua morte avvenuta nel 1984. Sono stati 36 anni di vita religiosa a Ferrara che hanno lasciato un segno profondo in molte generazioni di giovani. La sua attività quotidiana andava dalle cose più semplici quali erano la pulizia della chiesa e dei banchi, la sistemazione dei ceri e dei fiori nei vari altari, sempre con l'aiuto di persone disponibili e di diversi chierichetti, che come ricompensa ricevevano gratuite lezioni di latino e correzione di compiti scolastici, oppure la realizzazione di una veste rossa per servire messa. Aveva poi compiti più importanti che ha svolto con dedizione assoluta per tanti anni, come l'insegnamento di religione nella scuola vicino alla chiesa di San Girolamo, l'assistenza religiosa nell'Ospedale dei Bambini (così era chiamato) che allora si trovava difronte alla stessa chiesa, e la sua dedizione ad ore trascorse in confessionale ad ascoltare i problemi di tutti, e a dedicare a tutti una parola di conforto nella quale non c'era mai un cenno di rimprovero, ma sempre e solo il senso del perdono che consola. Se un bambino rubava una caramella o rubava cento caramelle non dava mai penitenze diverse da recitare alla fine della confessione, ma sempre e solo la recita di una, e solo una, Ave Maria alla Madonna! Era sempre nella sua vita quotidiana un esempio di semplicità e umiltà. Un esempio? Era abitudine allora che gli adulti insegnassero ai bambini che per salutare un sacerdote si desse la mano, poi chinando il capo ci si abbassava a baciarne la mano stessa. Questa usanza a Padre Marcello non piaceva più e mentre se lo faceva un adulto si limitava a ritrarre la sua mano, se lo faceva un bambino stringeva con forza tale la sua manina che questo subito cercava di ritrarla per non sentire male. La generosa e affettuosa forza delle mani di Padre Marcello in questi casi la si ricordava bene, e la volta successiva qualunque bambino se ne guardava bene dal tentare di baciargli le mani! La sua vita in confessionale era frequentata da tantissima gente di Ferrara che ha imparato ad apprezzare le sue parole e i suoi consigli. Gli stessi Arcivescovi della città, quando lo ritenevano necessario, venivano al convento di San Girolamo a confessarsi da Padre Marcello. Tutto questo ha fatto si che molte persone che ancora oggi cercano una preghiera di intercessione si rivolgano col cuore a Padre Marcello. Questo ha certamente convinto le autorità religiose di Ferrara e l'attuale Arcivescovo ad aprire, proprio in questi tempi, una pratica per la sua beatificazione, che tutti sperano avvenga molto presto. MERCOLEDI’ 24 DICEMBRE SAN GIOVANNI PAOLO II La paura Occorrerebbe un libro grosso grosso per raccontare la lunga vita e le straordinarie opere di questo grande santo. Si chiamava Karol Wojtyla, era nato vicino a Cracovia, in Polonia, nel 1920. Perse molto presto i genitori e altri familiari e si ritrovò solo, mentre il suo paese subiva una feroce occupazione straniera prima, e una dittatura, altrettanto feroce dopo. Era un ragazzo forte e pieno di vita e di interessi, ma anche pieno di amore per Gesù e per la Mamma celeste, Maria. Recitò in teatro, scrisse poesie, imparò molte lingue, praticò vari sport, anche dopo che fu ordinato sacerdote, a 26 anni. Per molti anni insegnò filosofia all’università e aveva un bel rapporto con gli studenti. Divenne Arcivescovo di Cracovia, poi cardinale. Nel 1978 fu eletto papa con il nome di Giovanni Paolo II. Era ancora giovane ed energico. Cominciò subito a portare per il mondo, in una serie infinita di viaggi, il messaggio cristiano di amore per le persone, il rispetto per tutte le culture e le religioni. Incontrò folle e capi di stato, gli umili e i malati come i grandi della terra, con lo stesso spirito evangelico. Condannò con fermezza tutte le guerre invitando tutti alla pace. La più bella esortazione che ripeteva spesso era “Non abbiate paura, spalancate le porte a Cristo”: certo lui aveva spalancato veramente le porte del cuore a Gesù e non ebbe mai paura, neanche quando nel 1981, in piazza S. Pietro, in mezzo ad un mare di folla, fu vittima di un attentato e rischiò di morire. Una persona gli aveva sparato. Soffrì a lungo per le ferite, subì mesi di ospedale e vari interventi chirurgici. Una volta guarito andò a visitare il suo attentatore in carcere, e lo perdonò. Ma la salute cominciò a vacillare e apparvero i primi segni della malattia che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita, indebolendolo via via. Ma non si arrese. Proseguì i suoi viaggi-pellegrinaggi di pace e dialogo portando nella persona tremante i segni evidenti della fatica e della malattia. Non ebbe mai paura, neppure di mostrarsi nella debolezza. Fu proprio la grande dolcezza che scaturiva dalla sua figura affaticata di vecchio, entusiasta tuttavia di trovarsi tra i giovani come un nonno affettuoso, a richiamare milioni di ragazzi da tutto il mondo alle “sue” giornate della gioventù. E come un caro nonno è stato molto amato, particolarmente dai ragazzi che hanno accolto in tanti il suo incoraggiamento ad affrontare la vita, con le sue incertezze e difficoltà, senza paura, certi della vicinanza di Gesù e di Maria. Quando la malattia gli tolse anche la parola, volle ancora affacciarsi per rivolgere ai fedeli un muto saluto benedicente. Si spense serenamente il 2 aprile 2005. GIOVEDI’ 25 DICEMBRE Buon Natale Don Domenico Bedin racconta… Nel sottoscala della canonica avevo fatto mettere una poltrona da dentista grigia che mi era stata donata per portarla ad una missione. Ero contento della sistemazione perché per troppo tempo l’oggetto misterioso stazionava qua e là nelle stanze della parrocchia e i ragazzi la cavalcavano, vi navigavano o la pilotavano secondo i gusti e la fantasia. Un giorno facendo le pulizie nel sottoscala, ad occhio, avevo proprio notato che messa nel verso giusto, la poltrona vi sarebbe entrata come nella custodia il contrabbasso. Finalmente me l’ero tolta dai piedi, in attesa di imbarcarla sul piroscafo per l’Africa. Un giorno di novembre entrai nell’ufficio parrocchiale alle 8.30; già a quell’ora passando, notai nel cortile una famigliola con un bimbetto crespo e vispo, ma non mi fermai perché troppo preoccupato delle incombenze burocratiche che spesso mi opprimono. Più volte quella mattina qualcuno bussò e io distrattamente tuonavo “un attimo!” e continuavo tra telefono, telefonino, corrispondenza e fatture e ad assistere al via vai dei collaboratori che ormai non bussavano più. Alle 11 un grido: “E’ sparito il bimbo!”. La mamma e il babbo, macedoni, non smettevano di urlare; il piccolo Abram era qui un attimo fa ed ora non c’è più! Mobilitazione generale; tutti cercano dappertutto. Si chiama anche la Polizia perché si teme il rapimento da parte di qualche disgraziato. All’arrivo della Polizia, si ricomincia una ricerca condotta con metodo, si cerca anche dove si era guardato già più volte... Un poliziotto grande e grosso, assai burbero, si piega con la pila ispezionando il sottoscala e con tenerezza inaspettata si volta verso i genitori; zittisce tutti gli altri, poi ci chiama uno ad uno a guardare: Abram dormiva beato, con le manine sotto le guance, rannicchiato proprio su quella poltrona da dentista riposta nel sottoscala e ormai dimenticata da tutti. Lo lasciammo dormire fino alle 17 poiché i genitori ci raccontarono che non avevano la casa e che tentavano di dormire in macchina ma il bambino non ci riusciva a causa del freddo e della luce. Tutto si risolse così, con un respiro di sollievo e un aiuto a trovare una roulotte per la famiglia macedone che presto se ne andò come succede a tanti altri che passano dalla nostra parrocchia. Ma quando verrà Natale a mezzanotte, andrò piano piano a sbirciare; chissà che non mi succeda di scorgere questa volta il Bimbo che invece della mangiatoia di una stalla abbia preferito, quest’anno, la poltrona da dentista del mio sottoscala, visto che già aveva mandato un angioletto a cercargli un posto.