ISSN 2283-5873
Scienze e Ricerche
SR
SUPPLEMENTO AL N. 8 - GIUGNO 2015
M. Margius & F. Tagj
VITA E OPERE DI
TADDEUS
SIERPINSKIJ
(1769 - 2015)
Una biografia critica
SUPPL. 1 - N. 8 - GIUGNO 2015
ISSN 2283-5873
Scienze e Ricerche
suppl. 1 - n. 8, giugno 2015
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Vita e Opere di Taddeus
Sierpinskij (1769-2015)
Una biografia critica
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Indice
Prefazione Pubbliche scuse Avvertenze per l’uso 1. Un certo giorno, in quel di Bvdgoszcz... 2. Un cattivo insegnante 3. Sierpinskij poeta 4. Il seminario di Cracovia 5. Sierpinskij e la musica 6. Sierpinskij critico musicale 7. L’Università di Parigi 8. L’incontro con Napoleone Bonaparte 9. Fate la guerra, non l’amore! 10. La battaglia di Waterloo 11. Sierpinskij e il gioco degli scacchi 12. Periodo Zen - L’incontro con Lio-kan Tzu 13. Periodo Zen - La poesia del Maestro Lio-kan
14. Periodo Zen - Il macellaio 15. Periodo Zen - Il rumore di una sola mano 16. Una strana amicizia 17. Maria Proietti 18. Il Calvario del Sierpinskij 19. Un’occasione perduta 20. Sierpinskij precettore 21. Sierpinskij e il Pittore 22. Sierpinskij e la Bibbia 23. Sierpinskij e il Mago 24. Sierpinskij e la Burocrazia 25. Noam Enzensberger 26. L’Enzensberger alla prova 27. Le lacune dell’Enzensberger 28. L’Enzensberger alla riscossa 29. La lezione di Noam Enzensberger 30. Fatti non spiegati 5
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31. Sierpinskij e le donne 32. Siergeij Markov 33. Janik Fiondiskij 34. Un problema di... porte 35. La “probabilità estetica” di Siergeij Markov 36. Un curioso pranzetto 37. Un tragico pokerino 38. Fiondiskij e il test diagnostico 39. Il Bersaglio Meraviglioso 40. Sierpinskij e la Storia Zen 41. Sierpinskij e Sierpinski 42. Cambridge, o cara... (I): Liz, ovvero la Jones Moralty 43. Cambridge, o cara... (II): l’amico Bertrand 44. Cambridge, o cara... (III): la resa dei conti 45. Un inquietante problema 46. La quantizzazione delle orbite 47. Un ingegno... infinito 48. Evoluzione o Creazionismo? 49. L’Inesistenza dell’Etere 50. Pauli e Fiondiskij: attenti a quei due 51. Sierpinskij e il pazzo 52. Il cieco in una stanza 53. Kolmogorov e Smirnov 53
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Appendice I
Personaggi, Luoghi, Approfondimenti, Pettegolezzi 101
Appendice II
Aforismi scelti (e commentati) di Taddeus Sierpinskij 110
Appendice III
Indicazioni operative per un Primo Soccorso 119
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Prefazione
“Tutti i bambini nascono intelligenti;
poi, vanno a scuola”
(Taddeus Sierpinskij)
A
ll’età di 246 anni, Taddeus Sierpinskij
ci ha lasciati. Un’età ragguardevole, certamente; ma, ciononostante, una grave
perdita per la Scienza e la Cultura. Non
ci si può non chiedere, infatti, quante altre gemme di pensiero avrebbe potuto regalare all’umanità
il Nostro, se solo avesse potuto stare con noi ancora qualche tempo. Sulla sua
età Egli soleva spesso
scherzare: «Non è mio
merito - amava ripetere - si tratta soltanto
di buona salute». E
spesso soggiungeva:
«Buona salute che mi
deriva probabilmente dall’aver imparato
sin da bambino a dire:
‘No!’». Come ebbe a
rimarcare una volta,
durante una sua conferenza all’università di
Cambridge: «Di fronte
ad una persona di oggi
sono senza dubbio un
fenomeno da baraccone; di fronte ad un profeta pre-diluvio sono invece soltanto
un giovanotto di belle speranze». Ma ora, purtroppo, se n’è
andato per sempre.
Parlare di un uomo come lui non è facile: si rischia in ogni
momento di cadere nell’esaltazione del personaggio o nel
commento più banale. Certo è che Taddeus Sierpinskij è stato un precursore in numerosi campi dello scibile, dalla Matematica alla Sofrologia, dalla Fisica alla Contabilità Generale
dello Stato. Elencare tutti i Suoi contributi, noti e meno noti,
a quello che potremmo in modo riduttivo definire ‘Progresso Scientifico, Tecnico, Creativo ed Etico’ dell’H. sapiens
sapiens, appare impresa destinata in partenza all’insuccesso; tuttavia, uno sforzo in questo senso sembra opportuno
e quanto mai attuale in un mondo proteso verso un futuro
incerto; in un mondo che dimentica sovente messaggi ed insegnamenti preziosi del passato, quali quelli del Sierpinskij,
i soli che possano fornire indicazioni razionali per la soluzione di nuovi e vecchi problemi. A questa impresa, ardua
e delicata ma, come detto, dovuta ed opportuna, decidemmo
trent’anni or sono di dedicarci, con costanza, testardaggine,
rigore ed entusiasmo.
Quest’opera che oggi presentiamo, basata inizialmente su
un poderoso lavoro di ricerca di uno di noi1 e su uno sforzo collettivo che ha coinvolto studiosi di tutto il mondo2,
è il distillato di 124.648 pagine3, in cui abbiamo riportato
tutte le informazioni e le analisi critiche
delle fonti che possono attualmente essere
considerate affidabili
storicamente per una
conoscenza puntuale e
una valutazione globale
della vita e dell’attività
del Nostro. Siamo ben
coscienti dei limiti di
uno sforzo di questo
tipo, in quanto ognuno
di noi è specialista soltanto di alcuni aspetti
dell’opera e del pensiero del Sierpinskij. A
nostra scusante possiamo solo dire di condividere totalmente le ragioni esposte da Bertrand Russell nella
prefazione del suo libro più famoso, “Storia della Filosofia
Occidentale”4. Ed è con questo spirito che abbiamo svolto il
1 M. Margius, “Vita di Taddeus Sierpinskij: una sintesi critica”, pp.
6.547, Persichelli & Persichelli, Milano, 1997.
2 AA.VV., “Tutto su Sierpinskij”, 15 volumi, Frescobaldi Editore,
Firenze, 2001.
3 F. Tagj & M. Margius, “Alcune osservazioni sulla vita e le opere di
Taddeus Sierpinskij”, pp. 124.648, non pubblicato (nel senso che nessuno
ha accettato di editare il manoscritto, fatto che vogliamo denunciare in
questa sede all’opinione pubblica).
4 Dice al proposito il Russell: «Se però si debbono scrivere libri ad
ampio respiro, è inevitabile, dal momento che non siamo immortali, che
l’autore dedichi meno tempo a ciascuna parte di quanto ne dedica chi si
5
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
nostro lavoro.
Duole che tutto questo esca in contemporanea con la
scomparsa del Nostro, avvenuta il mese scorso nell’isola di
Ceylon (oggi Sri Lanka). La coincidenza ha dell’incredibile, ma non è nuova. Lo stesso avvenne nel 1955 con “Cinquant’anni di Relatività”, volume celebrativo del lavoro
di Albert Einstein. “Questa pagina è scritta oggi, diciotto
aprile, con profonda mestizia!” si legge nella nota iniziale di
Mario Pantaleo. “Triste e fulminea è giunta da Princeton la
notizia della morte di Albert Einstein mentre si terminava la
stampa degli ultimi fogli di questa opera, ideata da oltre cinque anni per celebrare il cinquantenario della relatività”.5
Casi di questo genere ce ne sono a bizzeffe. Ad esempio,
tanto per far riferimento ad un altro grande fisico, proprio in
quegli anni un noto editore scientifico italiano decise di tradurre un’importante opera giovanile di Wolfgang Pauli.6 Il
padre del Principio di Esclusione, l’ideatore del neutrino, ne
fu assai compiaciuto e si mise al lavoro per stendere un’apposita prefazione. Il libro uscì nel 1958; e Pauli, quell’anno
stesso, si trovò a lasciare questa valle di lacrime.
specializza su un singolo autore o su un breve periodo. Qualcuno, di rigida
impostazione accademica, concluderà che non si debbono scrivere libri di
ampio respiro, o che, caso mai, essi dovrebbero consistere in monografie
scritte da vari autori. Qualcosa, però, si perde quando si è in molti a
collaborare» (in: prefazione alla “Storia della Filosofia Occidentale”,
Longanesi, 1983).
5 M. Pantaleo (a cura di), “Cinquant’anni di Relatività”, pp. 634,
Coedizione Giunti & Sansoni, Firenze 1955.
6 W. Pauli, “Teoria della Relatività”, Boringhieri, 1958.
Le opere celebrative sono dunque intrinsecamente jettatorie? È probabile. In fondo, presi dal celebrare, ci si distrae
un poco. E di questo abbassare la guardia verosimilmente
approfitta il Fato, cinico e baro, come ebbe a dire una volta
un importante uomo politico italiano.7
Ma, tornando al presente volume, non sappiamo onestamente se questo nostro tentativo sarà coronato da successo,
nel senso che sovente coloro che studiano un particolare personaggio si fanno prender la mano da una sorta di confidenza che si crea proprio tra loro e il personaggio stesso, e che
talora porta a trascurare aspetti di rilievo, dati per scontati, e
ad approfondire fatti minori che, per una strana deformazione della prospettiva storica, appaiono ai biografi di grande
importanza. Tuttavia, anche se successo non sarà, anche se
il nostro libro non risulterà particolarmente riuscito, saremo
lo stesso appagati: era importante scriverlo, noi lo abbiamo
scritto.
E poi, come soleva ripetere Taddeus Sierpinskij a chi gli
chiedeva un parere in merito a decisioni prese o ad opere già
realizzate: «Chi la fa, l’aspetti» (per la verità, alcune volte
diceva anche «Roma caput mundi» oppure «In cauda venenum»; ma questo non cambia nulla della sostanza di quanto
il Nostro intendeva mettere in luce).
Gli Autori
Roma, 15 maggio 2015
7 Trattasi di Giuseppe Saragat, che in verità usò il termine ‘Destino’.
Pubbliche scuse
G
li A.A. sentono la necessità di un chiarimento, onde evitare che quanto contenuto in questo volumetto possa ingenerare
equivoci od offendere la sensibilità di alcuni; o, al limite, far danni. Procediamo,
quindi.
Lo Zen, oltre ad essere una cosa molto seria, è anche una
disciplina spirituale che se maggiormente diffusa e praticata
farebbe molto bene al mondo attuale e lo aiuterebbe – almeno in parte – a risolvere i suoi problemi.
Lo stesso può dirsi della Scienza, della Matematica, della
Musica, della Poesia e di quant’altro abbiamo qui trattato1. E
ancor più ammirazione e rispetto meritano tutti quegli Spiriti
Eletti che hanno contribuito, assai spesso in silenzio e con
grandi sacrifici personali, a far avanzare le nostre conoscenze.
Tuttavia, ogni tanto bisogna pur riposarsi; e questo riesce
assai bene se si celia su se stessi e sulle cose che gli umani
hanno prodotto, buone e cattive. Così facendo, la gente si di1 Financo dell’Estetica, se vogliamo (nota di F.T.).
6
verte (almeno, per quel che ci riguarda, lo speriamo); alcuni
hanno occasione di conoscere idee e fatti mai prima incontrati nella vita (e magari poi viene loro anche la voglia di approfondirli); qualche problema sollevato si presta a riflessione.
Non è che noi si voglia con questo far l’elogio della facezia; certamente, però, se questa suscita qualche sorriso e
curiosità, di certo fa anche bene alla salute, fisica e mentale.
E poi, per dirla tutta, meglio scherzare in allegria piuttosto
che assumere atteggiamenti dogmatici, autoritari, sottendenti
un profondo disprezzo per quanto prodotto da altri, disprezzo
non moralmente giustificato e quasi sempre accompagnato
da crassa ignoranza dell’argomento trattato.
Sicché, mentre chiediamo scusa se in qualche passo o in
qualche nota siamo andati al di là di quello che di solito viene indicato genericamente come buon gusto, diciamo anche
che le nostre intenzioni non erano malevoli, né tantomeno si
voleva essere irrispettosi.
D’altra parte, ormai non c’è più rimedio. Come direbbe il
Sierpinskij: «Cosa fatta, capo ha!».
M. Margius & F. Tagj
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Avvertenze per l’uso
“
In questo libro c’è almeno un errore” avvertiva
uno scrupoloso autore nell’introduzione della
sua opera. Per quanto a prima vista questa frase
appaia normalissima, inoffensiva, essa è paradossale in quanto... è sempre vera. Infatti, se nel
libro c’è almeno un errore, essa è vera; ma se errori non ce
ne sono, allora è la frase stessa ad essere erronea; e quindi
l’errore nel libro c’è comunque.1 Detto questo, il problema
nel nostro caso non si pone: il libro è pieno di fesserie, alternate a cose molto serie; anzi, detto con maggiore precisione,
intrecciate con cose molto serie. In fondo, il divertimento per
il lettore nasce (dovrebbe nascere...) proprio da questo gioco
1 Questo paradosso è noto come ‘Paradosso dell’Introduzione’. Fu
formulato dal logico australiano David Clement Makinson (di cui il
lettore accorto potrà con profitto leggere l’agile volumetto “Bridges from
Classical to Nonmonotonic Logic”, Texts in Computing, vol. 5, 2005).
Poiché qualche paradosso compare anche in questi nostri demenziali
raccontini, chi fosse interessato potrà approfondire questo affascinante
argomento tramite i molti piacevoli libri disponibili, tra i quali citiamo:
Tano Parmeggiani & Carlo Eugenio Santelia, “Il Grande Libro degli
Enigmi”, Biblioteca Universale Rizzoli, 1992; Nicholas Falletta, “Il
libro dei Paradossi”, TEA, 2001; Piergiorgio Odifreddi, “C’era una
volta un paradosso”, Einaudi, 2001.
di notizie vere e false. Da tutto ciò discende un’importante
avvertenza per l’uso corretto del presente prodotto: leggete, divertitevi (se vi riesce), dimenticate. Non sottovalutate
quello che vi è stato appena detto. Come soleva ripetere il
Sierpinskij: «Una panzana raccontata pubblicamente quattro volte diviene presto notoria verità». Nel presente caso
l’avvertenza può sembrare quasi superflua; ma il problema
da essa sotteso, quello della validità delle ‘fonti’ di informazione, è attuale, pur essendo vecchio come il mondo. E a
nostro parere, con tutta l’informazione oggi disponibile, esso
si è anche aggravato. Nei fatti, le fonti da cui possiamo trarre
notizie si sono estremamente diversificate ed arricchite nel
tempo; e di fronte ad esse la gran parte di noi ha sempre
(come sempre è stato) un atteggiamento ‘passivo’, di fede
aprioristica. E questo è male. Ripercorrendo il cammino
dell’uomo, possiamo immaginarci nel tempo una catena di
risposte ‘tipiche’ ad una stessa domanda. «Quale domanda?» chiederete. Quella che ognuno di noi fa spesso a chi gli
sta raccontando qualcosa: «Ma sei sicuro?».
Prima dell’invenzione della scrittura, le risposte standard
erano probabilmente del tipo: «Me lo ha detto il saggio del
7
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
villaggio» (che fa pure rima...); «L’ho sentito da un cantore»... Con la scrittura, le scelte si sono arricchite, in numero
e qualità: «Era inciso su un tavoletta della biblioteca reale»; «Lo riportava un papiro del tempio»; «Sta sul rotolo che
Marius recò dalla Siria». In tempi a noi più vicini, la stampa
ha incrementato notevolmente le possibilità: «L’ho letto in
un libro» (qualcuno); «Era sulla Gazzetta» (la gran parte).
Ma la vera rivoluzione l’hanno determinata i moderni mezzi
di comunicazione: «L’ho sentito alla Radio»; «L’ha detto la
Televisione»; e, più recentemente: «Stava su Internet».
In questo caos di informazione rampante e dilagante, in
genere di scarsa qualità (anche i libri scolastici, almeno stando ad indagini svolte, sono zeppi di errori), bisogna tutelarsi
onde evitare di registrare nel nostro cervello solenni stupidaggini. Ma come può farsi questo? Con l’esercizio, ovvero
studiando opere i cui autori abbiano fama di serietà, ricorrendo ad enciclopedie congegnate con cura e, soprattutto,
confrontando tra loro diverse fonti che trattano lo stesso argomento, privilegiando quelle originali. Già, le fonti originali, il modo migliore per costruirsi una conoscenza accurata,
di qualità. E sì, perché se voglio sapere quello che pensava
Mario Rossi, altro è leggere ciò che Mario Rossi ha scritto,
altro è farselo raccontare da Gino Bianchi che, nella migliore
delle ipotesi, ha letto le opere di Mario Rossi e nella peggiore
quelle di Arturo Verdi che ha letto gli scritti di Aldo Bruni
che, è sperabile, ha effettivamente studiato le opere di Mario
Rossi (la catena può essere anche molto più lunga...). Chiaramente, abbeverarsi alla fonte non è sempre facile, talvolta
anche per via della lingua (per fortuna ci sono i traduttoritraditori...); ma, quando possibile, vale la pena farlo.
Sicché, se qualche argomento da noi discusso vi intriga,
approfonditelo su basi sicure, ad esempio – in modo da non
rimetterci quattrini – andando in una biblioteca pubblica
dove, piccola che essa sia, troverete tutto quello che vi occorre. E anche qualcuno a consigliarvi nella scelta: la lettura
di qualche buon testo semi-divulgativo scritto da validi insegnanti (non ne mancano), o da professori universitari in
grado di farsi capire (stranamente, ce n’è ancora in giro), o
da persone di chiara fama e cultura (e queste vanno selezionate con attenzione), potrà saziare di certo – e nel modo più
corretto - il vostro desiderio di conoscere. A parte gli scherzi,
8
vale davvero la pena di approfittare delle occasioni di divertimento (e non solo...2) che una divulgazione di buon livello
può offrire, in ogni campo dello scibile.
In definitiva, per quanto riguarda il presente volumetto,
utilizzatelo strettamente nei modi suggeriti. Altrimenti, e non
dimenticatelo mai, potrebbe avere... effetti collaterali anche
gravi (in questo disgraziato caso si faccia comunque riferimento all’appendice riportata alla fine del volume: “Indicazioni operative per un Primo Soccorso”).
2 Il senso di fascino che un buon divulgatore riesce a suscitare non
è solo una sensazione piacevole per il lettore: esso può avere talora
anche importanti ricadute pratiche. Facciamo al proposito un esempio
concreto: molti di noi hanno letto da ragazzi “I Grandi Matematici”
di Eric Temple Bell (‘Men of Mathematics’, Simon and Schuster, New
York, 1937; trad. italiana: Sansoni, Firenze 1950. Bell, matematico egli
stesso, è l’ideatore dei ‘numeri di Bell’). In questo libro viene riportata
una famosa congettura di Pierre de Fermat (impropriamente chiamata
“Ultimo teorema di Fermat”). In sostanza, leggendo un’opera di Diofanto
di Alessandria (“Arithmetica”, libro II, questione 8), Fermat nota che ha
trovato un modo “veramente mirabile” per dimostrare che l’equazione
x n + y n = z n non ha soluzioni intere per n>2 (per n=2 le soluzioni
sono infinite. Una, nota agli egizi, è quella del triangolo rettangolo di
lati 3, 4 e 5. Quadrando si ha: 9 + 16 = 25). Purtroppo, egli aggiunge,
il margine del libro di Diofanto, dove vorrebbe trascriverla, “è troppo
ristretto” (“Observationes Domini Petri de Fermat”, 1670. Fermat,
magistrato per professione e matematico per passione, è stato tra l’altro –
insieme a Blaise Pascal – uno dei fondatori del Calcolo delle Probabilità).
Tra i tanti lettori del libro di Bell c’è stato anche un ragazzino di nome
Paul Wiles che, come moltissimi altri, è rimasto profondamente colpito
da questa congettura e si messo in testa di dimostrarla. E c’è riuscito, nel
1995. Crescendo, infatti, ha dedicato caparbiamente parte del suo lavoro
di matematico alla questione, fino a risolvere un problema che aveva
tenuto testa a generazioni di matematici (professionisti e dilettanti) per
più di tre secoli e mezzo! Per inciso, la dimostrazione di Wiles occupa
centinaia di pagine, con buona pace del ‘margine’ cui faceva riferimento
Fermat (esisterà davvero la dimostrazione più sintetica cui questi faceva
cenno?). L’ondata emozionale trasmessa da Bell a Wiles ricorda un
poco la parabola del seminatore: se il seme incontrerà un buon terreno,
i frutti non tarderanno a venire. In fondo, quando il fascino suscitato
è quello giusto e i lettori sono molti, si tratta quasi di una certezza in
termini probabilistici. Qualcosa di tal genere deve essere successo anche
ad Albert Einstein, che ricorda nella sua autobiografia di essere stato
affascinato, ancora adolescente, dalla lettura dei ‘Libri popolari di
scienza naturale’ di Bernstein, «che lessi con grandissima attenzione»
(citato da A. Einstein nelle sue ‘Note autobiografiche’, in “Albert
Einstein: Philosopher-Scientist”, a cura di Paul A. Schilpp, Evanston,
Illinois, 1949; trad. italiana: “Albert Einstein scienziato e filosofo”,
Boringhieri, Torino 1958).
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
1. Un certo giorno, in quel di
Bvdgoszcz...
I
n Polonia, a Bvdgoszcz, un ridente paesino a nordovest di Varsavia, durante il regno di Stanislao II
Augusto Poniatowski, accadde un fatto davvero
singolare: a Cornelius Sierpinskij e Maria Sonja
Kolkolowska, il 20 di giugno del 1769 alle cinque
precise del mattino, nacque un figlio, Taddeus Sierpinskij. Il
primo nome, Taddeus, gli fu messo in onore di un amico del
padre, tal Tadeusz Cosciuszko, che poi si distinse nel 1794
guidando un’insurrezione patriottica contro l’oppressore russo (nel 1772 la Polonia era stata spartita tra Russia, Austria
e Prussia). A questo seguivano invero altri nomi, molti, che
grazie alla ricerca di alcuni studiosi svolta presso gli archivi della parrocchia di Bvdgoszcz si è riusciti a recuperare:
Morfeo (come il nonno paterno), Karl (dal nonno materno),
Augustus (in onore del Poniatowski), Gilberto, Francesco,
Adalberto Maria, Pierferdinando, Bachisiu (in ricordo del
viaggio di nozze dei suoi genitori in Sardegna), Alicio, Alfredo, Giorgio, Giovanni, Vercingetorige. Va detto sin d’ora
che nella Sua vita Sierpinskij usò sempre e soltanto il primo
nome, non sappiamo se per modestia o per un sano principio
di economicità di cui fu sempre testimone l’operare dei suoi
lunghi anni.
Come frequentemente avviene in occasione della nascita
di Grandi Uomini, anche nel caso del Nostro accaddero fatti
memorabili. Ne citeremo nel seguito uno soltanto.
La mattina di quel giorno si presentarono a casa dei Sierpinskij tre astronomi dell’Accademia delle Scienze di Varsavia1, i quali, avendo trovato occupati tutti gli alberghi di
Bvdgoszcz (che in realtà consistevano di due sole locande...)
stavano cercando ospitalità presso qualche privato. Essi erano venuti nella cittadina per studiare al meglio una cometa (si
pensa alla cometa di Halley, ma nessuno si è mai premurato
ancora di verificarlo con dei calcoli2). Il padre di Sierpinskij
si disse subito disponibile alla cosa. E lo fece per due ragioni:
la prima era dovuta al fatto che in effetti in casa c’era una
1 Trattavasi di Gaspare Visturoff (direttore della specula governativa
di Varsavia), di Baldassarre Litanov (titolare della cattedra di Meccanica
Celeste dell’università di Cracovia) e di Melchiorre Cacace, astronomo e
vulcanologo napoletano, allora in visita in Polonia per motivi di studio.
2 In verità, si cimentò in questo un allievo del Sierpinskij, tal Noam
Enzensberger, il quale non identificò l’oggetto, ma ne stabilì il periodo,
pari a suo dire a 4.536.832 anni. Su questi calcoli, tuttavia, permane ad
oggi il più totale scetticismo del mondo scientifico. Vedi anche la specifica
nota in: AA.VV., “Tutto su Sierpinskij”, vol. VI, 153-245, Frescobaldi
Editore, Firenze, 2001.
stanza libera, occupata soltanto dal pianoforte della moglie3;
la seconda gli veniva invece calorosamente consigliata dalle
sue non floride finanze del momento4, rese peraltro ancor più
precarie dalle spese sostenute per l’arrivo del frugolo.
«Pagando, s’intende» disse il più anziano dei tre al Cornelius, stringendogli la mano per il concluso accordo. «S’intende - replicò questi - naturalmente, voi comprendete che,
dato il particolare momento che sto attraversando, vorrei
che si tenesse in questo ben presente anche quanto sarà per
me impegnativo l’ospitarvi». «Non v’è dubbio» gli rispose
l’anziano scienziato, soggiungendo: «E allora, oltre a pagarvi la camera, ci pregieremo di lasciarvi anche dei doni
augurali per il vostro figliuolo». E quindi si rivolse agli altri
due: «Io ho un bel medaglione d’oro da regalare al bambino5. E voi?». Uno dei due, frugandosi nelle tasche della
giacca, estrasse con cura un oggetto: «Da parte mia avrei
questa piccola icona d’argento, da me acquistata anni fa a
San Pietroburgo: è molto antica e preziosa»6. «Francamente
- intervenne il terzo - io non ho nulla con me che valga qualcosa.7 Se voi due siete d’accordo, regalerei al bambino quel
barilotto di birra che ci siamo portati dietro da Varsavia. Di
certo, se lo godrà il signor Cornelius: ma sarà sempre meglio di niente». E con questo, si appropinquarono alla culla,
dove Taddeus dormiva saporitamente, e rimasero gran tempo
a contemplarlo.
«Oro, argento e birra...» rifletteva intanto il Cornelius:
«Non so perché, ma mi ricorda qualcosa». Ma nulla gli sovvenne. Sicché, piuttosto soddisfatto per la provvidenziale
occasione andata in porto, si avviò a dare indicazioni alla
fantesca riguardo al pranzo e alla cena del giorno.
3 Maria Sonja Kolkolowska era infatti un’eccellente concertista. Sembra
che anche Chopin abbia fruito di alcune sue lezioni, sia di tecnica pianistica
sia di composizione.
4 Il Cornelius, patito della briscola scoperta, aveva perso in quel periodo
delle ingenti somme al gioco.
5 Trattavasi di un caro ricordo del Visturoff, ricevuto in dono da una zia
materna in occasione della prima comunione.
6 Questo fatto (l’acquisto dell’icona a San Pietroburgo da parte del
Litanov) è stato recentemente confermato da specifiche ricerche storiche
(v. AA.VV., “Tutto su Sierpinskij”, vol. XIV, 281-295, Frescobaldi
Editore, Firenze, 2001).
7 La cosa non deve sorprendere: in fondo, Melchiorre Cacace era in
viaggio; e all’epoca, per via dei tanti briganti che infestavano le strade, non
si era usi portare seco oggetti di valore. Ciononostante, come riferito da
diversi testimoni, questo non impedì in privato al Cornelius di commentare
acidamente: «Come al solito, da Napoli non esce mai nulla di buono!».
9
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
2. Un cattivo insegnante
L
’infanzia di Sierpinskij si svolse quasi interamente a Bvdgoszcz, il tranquillo paesino a
nord-ovest di Varsavia dove era nato.
Nel complesso fu un’infanzia felice e tranquilla, turbata tuttavia dalla presenza di un
maestro elementare, severo e sfaccendato, che in cuor suo
detestava i bambini.
Questo signore, tale Alexius Zipidijz1, era temutissimo dai
suoi alunni, anche perché soleva dar loro dei compiti in classe faticosissimi e noiosi. Tenendoli così impegnati, egli poteva dedicarsi tranquillamente alle proprie faccende private,
quali il curare l’amministrazione di certi condominii. Questa
attività, una delle tante che svolgeva sottobanco, gli rendeva
molto danaro in quanto – essendo d’accordo con alcuni artigiani – riusciva a far approvare agli ingenui condòmini un
lavoro di ristrutturazione dopo l’altro. Una rinfrescatina alle
scale, il rifacimento dell’androne («... col nuovo pavimento
sarà certo ben più luminoso!»), la messa in sicurezza della
legnaia comune, e altre cose del genere, si concretizzavano
poi in un fiume di corone che partendo dalle tasche dei condòmini finiva nelle sue (70%) e in quelle dei titolari delle
ditte che eseguivano i lavori (30%). Uno dei suoi cavalli di
battaglia per starsene tranquillo durante le ore di lezione era
di far scrivere ai poveri bimbi, sui loro quadernetti, 300 volte
il nome del paese: «Bvdgoszcz, mi raccomando: B-V-D-GO-S-Z-C-Z. Scrivetelo bene, non fate come ieri!».
E detto questo, mentre i frugoli sospirando principiavano
a svolgere per l’ennesima volta il triviale compito, si beava
esaminando preventivi, scrivendo lettere di convocazione di
assemblee condominiali o appuntando pensieri e riflessioni
che gli venivano al momento2.
1 Si trattava di Alexius Zipidijz, personaggio molto noto negli ambienti
scolastici dell’epoca. Di origini greche, era emigrato in Polonia dall’Attica.
Dopo circa dieci anni di insegnamento, divenne un alto funzionario
amministrativo del Ministero dell’Istruzione polacco. Al culmine della
carriera, col grado di ‘Direttore Generale’, fu coinvolto nel noto scandalo
legato ai prezzi gonfiati dei libri scolastici, che fece scalpore in tutta
l’Europa. Fu poi, con altri, assolto per insufficienza di prove. A seguito
di questo, la sua scalata ai vertici del Ministero fu stroncata, come pure
lo furono sue malcelate ambizioni politiche. Tuttavia, essendo mancata la
condanna penale, lo Zipidijz citò per danni morali e materiali il Governo
di allora e riuscì, incredibilmente, ad ottenere un risarcimento di 500.000
corone. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò a scrivere libri per ragazzi,
nonché a pubblicare i suoi diari di insegnante.
2 Si legga al riguardo il gustoso e toccante volumetto: A. Zipidijz, “Il
Condominio”, poesie, Ed. Tarskij, Varsavia 1836.
10
La cosa, tuttavia, non poteva andare avanti all’infinito. E
questo per due ragioni: la prima, perché ormai i bambini riuscivano a scrivere Bvdgoszcz ad occhi chiusi, e lo facevano
sempre più velocemente; la seconda, perché il Direttore della
scuola, certo Gaetano Inzakoski3, durante una sua ispezione
si era insospettito alla vista di pile di quaderni dove poteva
essere letta una sola parola: Bvdgoszcz.
«Mi compiaccio con lei, prof. Zipidijz - gli disse un bel
giorno - per il suo modo originale di inculcare nei ragazzi
l’amore per la città in cui vivono. Però, io credo che lo abbiano ben appreso ormai. È tempo di cambiare, di passare
ad altro. Penso che un po’ di matematica non farebbe loro
male. La pregherei quindi di adeguarsi a questa mia direttiva».
La cosa non piacque allo Zipidijz in quanto non era semplice servirsi della matematica onde pervenire senza fatica
agli eccellenti risultati che il metodo “Bvdgoszcz” gli aveva
garantito per anni. Tuttavia, egli non era uno stupido: sicché,
aguzzò l’ingegno.
«Cari bambini - disse loro il giorno seguente - ormai avete
imparato bene a scrivere il nome della nostra bella cittadina. Perciò non sarà più necessario ripetere questo esercizio
che tanto vi piaceva. Diciamo che esso ha già svolto la sua
funzione».
In classe non si sentiva volare una mosca. Erano altri tempi, è vero, c’era più disciplina e le punizioni erano anche di
natura corporale; ma quell’agghiacciante silenzio derivava
soprattutto da timore, timore di cosa potesse aver escogitato
la perfida mente dell’insegnante.
Erano 32 bambini, tutti assai intelligenti e sensibili: e non
avevano torto ad essere preoccupati.
«Quindi, allievi diletti - proseguì implacabile lo Zipidijz
- da questo momento il compito giornaliero riguarderà la
matematica, in particolare le somme. Il problema di oggi è
il seguente: fate la somma dei primi 700 numeri interi. Dunque: 1+2+3+4... e così via. Facile, no? Presto, tirate fuori i
vostri quaderni e datevi da fare!».
E detto questo si immerse nello studio di un progetto di
rifacimento della facciata di uno degli stabili da lui amministrati, il cui preventivo gli sembrava invero troppo contenuto.
3 Gaetano Insakowski, rigido didatta polacco del tempo, morì suicida
quando divenne di dominio pubblico la sua relazione con una delle più
avvenenti ballerine dell’Opera di Varsavia, certa Elena Popposkwa.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Qualche bambino cominciò a piangere (ovviamente, senza far rumore); qualcun altro si mise invece all’opera; e tra
questi, il Nostro.
Erano passati poco più di 10 minuti e già il Sierpinskij si
alzava dal banco per portare all’insegnante il proprio quaderno con la soluzione.
«Taddeus - disse questi, sommamente irritato - sai che non
amo gli scherzi! Tòrnatene al banco e fai il compito!».
«Ma io ho finito per davvero, signor maestro!» protestò
il Sierpinskij. «La somma dei primi 700 numeri interi è
245.350».
«Stai inventandotelo?» proruppe spazientito lo Zipidijz.
«No, signor maestro. La somma è proprio quella. C’è un
trucco!» spiegò Taddeus. «Se si scrivono i numeri da 1 a 700
e, poi, accanto a questi quelli da 700 a 1, la somma di ogni
coppia è sempre 701. Sicché, due volte la somma dei primi
700 numeri interi vale 700 volte 701; e quindi la metà di
questa cifra è la somma dei primi 700 numeri interi. E viene
245.350. Ho controllato».
Zipidijz rimase di stucco. Prese un foglio di carta, fece
qualche conto e poi, guardando intensamente Sierpinskij gli
disse gelido: «Bravo. Molto astuto. Ma io ti avevo detto di
fare le somme, non di arrivare direttamente al risultato. È
una specie di frode la tua, birbante. Vai al tuo posto e mettiti
a lavorare!».
Sierpinskij riprese mestamente il suo quaderno e tornò al
banco. Trovava molto ingiusto l’atteggiamento del maestro.
E due lacrime spuntarono a testimoniare quanto questa sua
convinzione fosse profonda.
Da quel giorno fu il bersaglio preferito dello Zipidijz, il
quale non mancò occasione per umiliarlo davanti alla classe.
Vale la pena osservare come questo episodio sia il primo
di tanti che nel corso degli anni afflissero il Sierpinskij. In
effetti, Egli dovette lottare tutta la vita contro l’invidia.4
E che fosse anche in questo caso davvero invidia è testimoniato da quanto contenuto nei diari dello Zipidijz.5 6
4 Va detto comunque che il Sierpinskij la prese sempre con filosofia.
Celebre al proposito la Sua esilarante battuta: «Tra l’invidia e l’indivia,
preferisco l’indivia».
5 Dal diario di Alexius Zipidijz: «Oggi ho avuto una grande
soddisfazione, che mi conferma l’eccezionalità del mio metodo didattico.
Ho infatti assegnato alla classe un compito di matematica assai laborioso,
che è stato svolto rapidamente – e senza errori – da tutti. Anche il piccolo
Taddeus, di scarso ingegno in verità, è riuscito a venirne a capo. Se i
primi riescono, non c’è nulla di cui sorprendersi; ma se anche gli ultimi si
fanno avanti, allora il merito è dell’insegnante. Caro Taddeus, grazie per
la soddisfazione che mi hai dato!». (ripreso da: A. Zipidijz, “Una vita per
la scuola: diario di un insegnante”, Kurt & Lagen, Berlino, 1845).
6 Data la stridente discordanza da noi verificata tra quanto scritto dal
maestro e quel che il Sierpinskij racconta nel Suo primo diario, con una
specifica ricerca nella biblioteca di Bvdgoszcz siamo riusciti a recuperare
il diario originale di Alexius Zipidijz. Come può rilevarsi dalla trascrizione
nel seguito riportata, il suo contenuto è ben diverso da quello dato alle
stampe: «Oggi, il Direttore è venuto a rompermi le uova nel paniere. Mi
ha praticamente proibito di usare la tecnica “Bvdgoszcz”, ordinandomi di
far svolgere ai ragazzi compiti di matematica.
Non avendo tempo da perdere con questi mocciosi, ho pensato a come
trarmi d’impaccio; e ho avuto un’idea davvero geniale: far loro sommare
numeri interi. Compito lungo, laborioso, facilmente ripetibile: basta
assegnare ogni volta un intero massimo diverso, naturalmente molto
Carl Friedrich Gauss (1777-1855)
Si rimane stupiti di fronte a queste precoci capacità matematiche del Sierpinskij, allora settenne; capacità che avranno poi modo di manifestarsi a ben altri livelli. Nello stesso
tempo, lo storico non può non essere scandalizzato dall’enfasi data ad un analogo episodio, attribuito a Gauss bambino
(decenne) in relazione ad un problema molto più semplice: la
somma dei primi 100 numeri interi.7
E oggi si ricorda al proposito Gauss, e non il Sierpinskij.
D’altra parte, la cosa non sorprende, vista l’estrema modestia
del Nostro.8
grande.
Ebbene, quel saccente di Taddeus Sierpinskij ha trovato un modo per fare
tutto in fretta, quasi all’istante. Dio, come detesto questo bambino! Non è
intelligente: è solo un furbastro».
7 Vedi, ad esempio, Eric Temple Bell “Men of Mathematics”, Simon
and Schuster, New York, 1937 (Trad. italiana: “I Grandi Matematici”,
Sansoni, 1950).
8 Dal primo diario di Taddeus Sierpinskij: «Il maestro ci ha dato oggi
un compito molto noioso: sommare i primi 700 numeri interi. Io ho
cominciato a scriverli in colonna per poi fare la somma: 1, 2, 3, 4... .
Dopo però ho pensato che forse era meglio cominciare dai più grandi,
così mi toglievo subito di torno le somme più complicate. Per vedere come
veniva, prima di scriverli tutti ho cominciato a fare un po’ di conti. Però
mi sono sbagliato perché invece di sommarli per colonna, li ho sommati
per riga. Non riuscivo a capire: veniva sempre 701! Ci ho pensato un poco
su e mi sono reso conto che arrivare alla soluzione era davvero facile. Ho
portato il quaderno con il risultato al maestro che, invece di lodarmi, si è
molto arrabbiato. Diceva che lo volevo imbrogliare. Credo di non essergli
simpatico. È un maestro cattivo, che non ci vuole bene».
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
3. Sierpinskij poeta
I
l Sierpinskij è stato anche un grande poeta, uno dei
più sommi. È difficile, d’altronde, parlare di questa
Sua attività in quanto la lettura delle Sue poesie,
ancorché fatta per scopi di studio, è sempre assai
struggente; e la commozione interferisce non poco
con la lucidità necessaria per un commento distaccato. Per
questo riteniamo che la cosa migliore sia quella di proporvi
due delle Sue poesie migliori, una diretta alla madre, Maria
Sonja Kolkolowska, scritta a Varsavia quando Egli aveva appena dieci anni; l’altra composta, non ancora diciottenne, per
il Suo primo amore, certa Helena Buraskowskij di Cracovia.
1) ALLA MAMMA
Mamma, mammetta mia,
tu sei la più buona, la più pia,
e di tutte le donne di Varsavia,
sei certo la più bella e la più savia.1
Molte volte mi dai lo scapaccione,2
specie se faccio troppe marachelle;
però dopo mi compri un aquilone,
un gelato e tante caramelle.
Per questo il tuo figlietto
ti vuole tanto bene
e nel suo cuoricino
ripone tanta speme,3
speme di grande affetto,
speme che ahimé mi invasa:4
ti amo, mammolina,
angolo della casa.5
1 Invero, più di un commentatore si è chiesto cosa avrebbe mai scritto il
Sierpinskij se la sua famiglia avesse al tempo soggiornato in altro luogo,
ad esempio in quel di Codignotta.
2 Si osservi, anche in questo verso, quale rigida educazione polacca ha
contribuito a formare nel Nostro il Suo celeberrimo autocontrollo.
3 È sorprendente come, già a dieci anni, il Sierpinskij dominasse a tal
modo la lingua, con grande ricchezza di vocaboli.
4 Questo verso appare assai forzato, scritto chiaramente in preparazione
dei successivi. Ciò non toglie certo nulla alla bellezza complessiva della
poesia, ma Oderzio Brunozjievicz, il massimo commentatore dell’opera
poetica del Nostro, lo definisce, con toni forse un poco troppo forti, «...
non certo licenza poetica, ma uno dei peggiori momenti espressivi del
Sierpinskij, una vera cagata!».
5 Sino a qualche anno fa si pensava trattarsi di un errore di stampa. L’esame
da noi esperito sullo scritto originale rivela invece che il Sierpinskij scrisse
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2) IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI...6
Il primo amore non si scorda mai...
... dunque, a maggior ragione,
dovrebbero ricordarsi assai bene
il secondo, il terzo, il quarto, ecc. ecc. .7
Ma io, di certo, non voglio altri amori:
tu, mia diletta, devi essere
il primo, il secondo,
il terzo, il quarto,
il quinto, il sesto...
... l’undecimo... il centesimo...
... il millesimo ... il miliardesimo
amore della mia vita.8
Il primo amore non si scorda mai...
... un antico ritornello me lo ha detto.
E tu dimenticare non potrai
la prima volta che ti strinsi al petto.
Sono il tuo primo amooooreeee,
torno a cantare
la canzone da te preferita:
dammi i tuoi baci, io ti darò la vita!
Cantiamo insiemehehehehehe...
... il primo amore non si scorda maiiiiiiiii.9
proprio “angolo” e non “angelo”. Viene, quindi, da pensare che in questo
verso il giovanissimo Taddeus abbia voluto manifestare alla madre la Sua
solidarietà per lo scarso conto in cui ella era tenuta dal marito.
6 Scritta dal Sierpinskij per Helena Buraskowskij, giovinetta di Cracovia
di cui, ancora adolescente, Egli fu profondamente innamorato.
7 Si osservi come, anche se travolto dalla passione, il Sierpinskij riesca a
mantenere quella razionalità che lo ha fatto entrare nella Leggenda.
8 Stupefacente appare, invero, la padronanza della matematica che il
Nostro già allora possedeva e che esercitava anche nei momenti più intimi.
9 Duole doverlo riferire, ma su questa seconda parte è ancora in corso
una causa per plagio. Infatti, virgola più virgola meno, essa parte coincide
praticamente con le parole di una nota canzone italiana, intitolata appunto
“Il primo amore”. Il Sierpinskij si è sempre difeso dall’accusa di plagio,
sottolineando che tale canzone non era ancora stata scritta quando Egli
compose la poesia. D’altra parte, la dimostrata capacità del Sierpinskij di
viaggiare nel tempo getta una luce sinistra , o comunque spiacevole, su
questo fatto.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
4. Il seminario di Cracovia
G
razie alla raccomandazione di monsignor
Tony Casanova,1 cui la madre del Sierpinskij era particolarmente devota, il Nostro fu ammesso a studiare nel seminario
di Cracovia.
Era tal seminario assai bene organizzato, anche per la severa direzione dell’abate Igor Ferocinov.2 Gli insegnanti ivi
operanti apparivano di primissimo ordine, scelti tra i prelati
più colti e di vedute più ampie, come pure tra laici, ma solo
se di indubbia fama e capacità. Tra tutti, comunque, spiccava
un sacerdote, certo Padre Ilarius Nebuloski,3 russo d’origine, il quale curava l’insegnamento della logica. Si trattava di
logica aristotelica, dati i tempi; ma tra i suoi contemporanei
il Nebuloski rappresentava certo una prima scelta sia come
docente, sia come cultore della materia.
Quasi superfluo a dirsi, il Sierpinskij risultò poi tra i migliori del corso. Ciononostante, per via di un suo atteggiamento talora poco rispettoso, tra il Nostro e il Nebuloski non
corse all’inizio buon sangue.
Il problema era sostanzialmente dato dal fatto che molto spesso il Sierpinskij non riusciva a dominare la propria
intelligenza, apparendo il più delle volte, anche agli occhi
della classe, come un fastidioso bambino saputello; d’altra
parte, il Nebuloski, ancora provato da una terribile delusione
d’amore,4 non era in animo di tollerare che qualcuno perturbasse il corso delle sue lezioni, tantomeno – caso del Nostro
- con argomenti che definire sofistici o capziosi sarebbe un
eufemismo.
Quello che va rimarcato (peraltro confermato da specifiche
ricerche da noi svolte recentemente) è che non era tanto il
Sierpinskij ad essere stato preso in antipatia dal Nebuloski,
quanto egli dal Sierpinskij, il quale non mancava occasione
1 Don Antonio Casanova, influente prelato polacco dell’epoca. Si diceva
fosse figlio di Giacomo Casanova e Anna Binetti, la ballerina veneziana
a causa della quale il Casanova sfidò a duello nel 1766 il conte Branicki,
riducendolo in fin di vita. L’amicizia tra Maria Sonja Kolkolowska, madre
del Sierpinskij, e il religioso fu all’epoca assai chiacchierata.
2 Igor Ferocinov fu certamente un sant’uomo, ma nel contempo un
abate di gran polso. Poiché allora in Polonia il russo era lingua corrente,
lo avevano ribattezzato ‘Igor Stalin’ (Stalin in russo vuol dire d’acciaio).
Scrisse un noto trattato sulla gestione dei beni ecclesiastici, utilizzato da
Santa Romana Chiesa fin verso il 1940.
3 Ilarius Nebuloski, religioso di origine ucraina (era nato a Kiev).
Abbandonati gli ordini, divenne successivamente professore di Logica
presso l’università di Lvov.
4 Trattavasi di Madre Filippina delle Grazie Ripetute (v. nota specifica).
Eraclito (535-475)
per metterlo in difficoltà.
Il primo scontro, se così vogliamo chiamarlo, avvenne
durante una lezione tenuta dal Nebuloski sui principi della
logica. L’episodio è ben accertato storicamente in quanto riportato in dettaglio in un quaderno di appunti presi da un
compagno del Nostro, tal Enos Riscriposkij. Vediamo cosa
in effetti accadde, basandoci su questa fonte.
«E quindi - concludeva l’insegnante - il principio che ora
ho esposto, il Principio di Identità, potremmo riassumerlo
con la scrittura A=A».
Fu allora che il Sierpinskij alzò la mano. «Prego, Taddeus,
ditemi pure» gli fece con cortesia il Nebuloski.
«Padre - cominciò il Nostro - non è per polemica, ma il
principio ora discusso a me sembra assai debole, anzi discutibile. A mio parere si tratta di una scelta, tra le diverse che
possono farsi. In primo luogo, per stabilire un’identità deve
esserci anche la possibilità che questa identità possa realizzarsi. Ad esempio, io penso che Eraclito, con il suo ‘Panta
rei’, non sarebbe stato per nulla d’accordo. Né tantomeno
vale invocare, come da voi fatto durante la lezione, quanto diceva il Maestro di Elea [Parmenide, ndr]: l’Essere è e
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
non può non essere; il non-Essere non è e non può
essere. Questa è una scelta, una definizione. Volendola compendiare, si tratta di una tabellina 2x2, con
l’unità sulla diagonale principale e zero altrove. Peraltro - proseguì - ben diversi credo siano i problemi
dell’enunciato A=A rispetto all’enunciato A=B, che
voi avete messo sullo stesso piano nello svolgimento della vostra argomentazione. Il problema sotteso
da A=A è duplice: essere in grado di definire cosa
sia A, di circoscriverlo, per capirci, e considerare i
mutamenti nel tempo di A. In A=B ne sorge un altro: definire in che modo, anche tenendo conto dello
scorrere del tempo, si possa dire, dopo averli ben
definiti, che essi sono uguali. E poi, mi perdoni, che
vuol dire ‘uguale’? Io credo che tutto sia determinato dal contesto: se voglio mangiare un uovo, un
uovo è uguale ad un altro, anche se sappiamo che
essi sono diversi. Ma ai fini della frittata, che ce ne
importa? In questo caso, le differenze che contano
sono di tipo quantitativo, non già qualitativo. Se un
uovo pesa il doppio dell’altro, allora sono diversi;
ma se il peso più o meno è quello allora sono uguali. Ma, ancora: se le due uova hanno lo stesso peso
e uno è vecchio, l’altro fresco, allora sono diversi.
Insomma, Padre, quello che intendo è che solo in
base alle specifiche situazioni si può dire se dei concetti sono applicabili o meno. Non è il concetto che
determina la realtà, ma è la realtà che dà corpo al
Guglielmo di Ockham (1285-1347)
concetto» concluse.
A mano a mano che il Sierpinskij esponeva le sue
ragioni, vomitando una fesseria dietro l’altra, Padre
Nebuloski si trovò a passare da uno stato estatico in cui era chiarsi, uscì velocemente dall’aula, mentre la classe in coro
totalmente preso dal pensiero di Madre Filippina delle Gra- stava rispondendo: «Sempre sia lodato».
zie Ripetute,5 la Superiora di un convento di Cracovia che,
«Questo lo devo tenere d’occhio» disse tra sé e sé il Nebuper repentini rimorsi, aveva voluto di colpo interrompere la loski mentre entrava nella sala dei professori per depositarvi
relazione che li legava da sette anni, ad uno stato semi-con- il registro. «È il tipico saputello rompicoglioni. Sì, lo debbo
fusionale in quanto non avendo ben seguito dall’inizio il de- proprio tenere d’occhio» concluse.
lirante discorso del Sierpinskij si trovava nell’imbarazzante
Inutile dire che nel prosieguo del corso di logica il Siersituazione di non sapere cosa obiettare. Sicché decise di non pinskij non mancò occasione di esibirsi, facendo ogni volta
rispondergli.
andar fuori dei gangheri il suo insegnante.
«Le tue osservazioni, Taddeus - disse al giovane - sono
Lo fece col Principio di non Contraddizione: un enunciato
davvero interessanti. Purtroppo esaminarle nel dettaglio non può essere nel contempo vero e falso. «E perché?» sorichiederebbe troppo tempo. E la lezione sta quasi per fini- steneva il Sierpinskij. «Anche questa è una scelta. Io tante
re. Perciò, ne parleremo la prossima volta. Sia lodato Gesù volte mi sono sentito dentro nel contempo buono e cattivo».
Si esibì poi alla grande col Principio del Terzo Escluso.
Cristo»6. E segnatosi, accennando nel contempo ad inginoc«Concludendo - spiegava il Nebuloski - possiamo dire che
un enunciato o è vero o è falso: tertium non datur. È que5 Al secolo Filippa Polya. Avviata giovanissima alla prostituzione
sto uno dei principi fondamentali della logica aristotelica,
dallo zio materno, fu poi tolta dalla strada da certo don Gerolamo
la cui luce guida molti dei nostri ragionamenti». «Chiedo
Fornikoski, pio religioso di Cracovia, di cui divenne la perpetua. Fu
sistemata successivamente in un convento dallo stesso don Gerolamo, che
scusa - intervenne il Sierpinskij - ma questo equivale a dire
non riusciva più a resistere alle tentazioni che la fanciulla gli suscitava
che esistono solo enunciati o veri o falsi! E se ce ne fossero
essendo invero ella assai avvenente. La Polya, decisa a redimersi, prese
anche di altro tipo? Mi perdoni professore, ma l’enunciato
qui a studiare di buzzo buono e fu alfine consacrata suora. Intelligente ed
ambiziosa, divenne presto superiora di un convento di Cracovia, di cui
‘Io sto mentendo’, di cui lei ci ha parlato la volta scorsa, mi
padre Ilarius Nebuloski era allora confessore. Il resto è storia.
sembra proprio uno di questi».
6 Si sta ancora discutendo se per il ‘Sia lodato Gesù Cristo’ padre
Onestamente, bisogna spezzare una lancia a favore del
Nebuloski usasse il latino, il polacco o il russo. Lo stesso dicasi per la
risposta corale dei ragazzi.
Nebuloski che era insegnante di grande dottrina. Egli, come
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
ampiamente dimostrato da quanto riportò nei suoi diari, non
era infastidito dalle domande o dai controesempi del Sierpinskij, che trovava talora interessanti, quanto dall’atteggiamento del Nostro, che gli sembrava teso più a screditare la
sua materia e il suo insegnamento, che non a voler chiarire
le questioni. Che le cose stessero effettivamente così lo si
può evincere anche dal contenuto di diverse pagine dei diari
tenuti all’epoca dal Sierpinskij.
L’episodio più fastidioso avvenne comunque il giorno in
cui il Nebuloski illustrò il Principio di Economia delle Ipotesi, più noto come ‘Rasoio di Ockham’, in onore del filosofo
inglese che lo aveva formulato nel modo più chiaro.
«Nello stabilire la natura delle cause, a fronte di diverse alternative - concludeva il Nebuloski - è da privilegiarsi
la possibilità che sottende il minor numero di ipotesi. Questo principio, ben noto nel medioevo, è stato ripreso e ben
chiarito infine da Guglielmo di Ockham, che era tra l’altro
un frate francescano: ‘Entia non sunt multiplicanda praeter
necessitatem’. Ed esso è oggi uno dei principi guida della
scienza moderna» concluse.
Sierpinskij chiese di parlare, cosa che Nebuloski gli consentì subito di fare.
«A me questo principio sembra proprio fuorviante» esordì
con tono beffardo. «Un bargello che volesse seguirlo non riuscirebbe più a far condannare alcuno, né un grassatore né
un assassino. Essi, infatti, si dichiarerebbero sin dall’inizio
certamente innocenti; e secondo tal principio questo sarebbe
ciò in cui dover credere, non già in una loro possibile menzogna, che risulterebbe assai più complicata a considerarsi.
Quello che voglio dire, professore - proseguì - è che questo principio può forse valere per fatti semplici. Se ci sono
in ballo processi mentali (la coscienza, tanto per capirci),
a mio parere le spiegazioni utili nascono da schemi ove le
ipotesi sono ben numerose, non da schemi semplici come il
credere supinamente a quanto affermato da qualcuno».
Nebuloski restò a lungo in silenzio. Poi, volto al Sierpinskij gli disse: «Lei ha ragione, caro Taddeus, completamente ragione. La sua osservazione è centrata. Grazie a
lei oggi scopriamo che il rasoio di Ockham necessita di un
uso critico. Ma a suo parere, cosa conviene fare?» proseguì.
«Dobbiamo gettare alle ortiche questo principio o cercare di
trarne, sia pur entro certi limiti, profitto?».
E fu allora che il Sierpinskij si rese conto della fortuna
di avere un insegnante onesto e sincero come il Nebuloski.
«Sono proprio uno stronzo» disse tra sé e sé. «Io lo metto in
difficoltà e lui mi dà ragione. Io cerco di smontargli tutti i
ragionamenti e lui magnifica alcune mie idee che lo colpiscono. Decisamente, quest’uomo è migliore di me».
«Gettarlo alle ortiche, Padre - prese lentamente a rispondergli il Sierpinskij - mi appare irragionevole. Se posso usare una frase che lei ci ha insegnato, sarebbe come buttare il
bambino insieme all’acqua sporca. Credo che la sua indicazione di fruirne entro particolari limiti sia quanto di più
razionale da farsi. Sarei felice, come credo anche gli altri, se
lei ci facesse da guida per identificare questi limiti». E detto
questo, tacque.
«Molto bene» riprese il Nebuloski. «Invito quindi ognuno
a riflettere sull’osservazione di Taddeus. Io credo che essa
sia davvero importante. Nella prossima lezione esamineremo a fondo la questione. Per oggi abbiamo finito» concluse.
«Sia lodato Gesù Cristo». E detto questo usci dall’aula, seguito dal consueto: «Sempre sia lodato».
Da quel giorno, l’antagonismo tra Sierpinskij e il Nebuloski divenne collaborazione, con grande vantaggio di tutti.
Il Sierpinskij rimase sempre legato a questo suo insegnante, che qualche anno più tardi abbandonò l’abito talare per
congiungersi in matrimonio con la sua adorata suor Filippina
delle Grazie Ripetute, tornata anch’ella allo stato laico, e da
cui ebbe poi ben undici figli.7
7 Particolare curioso: Igor e Filippa, avendo deciso di generare molti
figli, decisero per i nomi di usare i numeri ordinali. Una sorta di principio
di economia, largamente utilizzato dalle popolazioni contadine. I bambini
furono perciò, nell’ordine di ‘arrivo’, chiamati: Primo, Secondo, Terzo,
Quarto, Quinto, Sesto, Settimio, Ottavio, Nono, Decimo. Fece eccezione
l’undecimo, cui fu assegnato inspiegabilmente il nome ‘Pasquale’. Le
cronache dell’epoca riportano che al battesimo di quest’ultimo la Filippa
Polya gridò al marito: “Però, adesso basta!”.
15
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
5. Sierpinskij e la musica
L
’impegno, la maestria, la fantasia, la creatività, la disponibilità, l’esultanza, il rigore, la
ricerca, l’ironia, il virtuosismo, il puro stile
monodico che a tratti il Sierpinskij utilizzò
nelle Sue Opere, nonché la purezza della lettura musicale con cui Egli riusciva a comunicare emozioni e
stati d’animo, non sono ancora stati sufficientemente sottolineati dai pochi Autori che si sono ad oggi occupati di questo
aspetto della vita del Nostro.1 2 3 4 5 6 7 8 9
Questa carenza si spiega con l’ovvio: troppe cose, e di ben
altro spessore, sono state generate dal genio del Sierpinskij;
e questo, purtroppo fa dimenticare il Suo decisivo contributo
ad una delle attività più nobili della mente umana: la musica.
Fatto è che il Sierpinskij nacque tra la musica, con la musica. Sua madre, Maria Sonja Kolkolowska era infatti una
eccellente pianista e, compreso subito l’eccezionale talento
del figliolo, sin dall’età di due anni cominciò, aiutata in questo anche da suoi valenti amici musici, ad addestrarlo in tale
splendida arte.
Conseguenza di tale precoce sensibilizzazione, fu una immediata padronanza da parte del Sierpinskij del linguaggio
e della fattualità musicale: già a cinque anni componeva e
suonava perfettamente il pianoforte, l’organo, la celeste, il
clavicembalo, l’arpa, la chitarra, il liuto, il violino, la tromba, il contrabbasso, il fagotto, il controfagotto, il basso tuba,
il flauto traverso, il flauto a becco e il corno (invero, Egli
ebbe sempre una certa ritrosia nell’utilizzo di questi ultimi
due strumenti).
È difficile per noi tracciare un quadro sintetico di quanto
1 M. Ricossi, “Sierpinskij e la musica: tragedia o farsa?”, Newton
Compton, 1965.
2 P. Caputo, “La canzone napoletana nell’esegesi del Sierpinskij”, Ed.
Vuotto, Napoli 1933.
3 T. Consolini, “Il difficile rapporto tra Sierpinskij e Giuseppe Verdi”,
Kopf Ed., Berlino, 1912.
4 R. Shapiro, “Sierpinskij and the Modern Music”, Cambridge University
Press, 1942.
5 M. Farlantini, “Taddeus Sierpinskij e l’origine della musica
dodecafonica”, Ed. Triossi, Modena, 1944.
6 T. Consolini, “Opere e libretti di T. Sierpinskij”, Ed. Ricordi, 1922.
7 R. Asciutti, “Membrafoni, idiofoni, aerofoni, elettrofoni: il contributo
di Taddeus Sierpinskij alla moderna espressione musicale”, La Nuova
Cooperativa Culturale, Abbiategrasso, 1921.
8 J.P.M. Kline, “Il basso continuo nelle opere del Sierpinskij”, Ed.
Karmoskyi, Varsavia, 1931.
9 F. Tagj, “La nascita del Jazz”, Ed. Comanducci, Firenze, 1944.
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il Sierpinskij ci ha lasciato in questa materia. Sarebbe semplice, certo, ricordare in campo operistico la Sua eptalogia
ispirata alla tragedia greca (Edipo Re, Edipo Mi, Edipo Fa,
Edipo Sol, Edipo La, Edipo Si, Edipo Do), come pure citare ammesso ce ne sia bisogno - pezzi splendidi, come “Il chiaro
di lana” (scritta da Lui per gli operai degli opifici di Anversa) o “La Traviata” (ispirata, sembra, da Paolina Bonaparte),
copiata poi, nota su nota, e anche nel titolo!, da Giuseppe
Verdi. Sarebbe facile, dicevamo, ma non faremo nulla di tutto questo. Parleremo, invece, del Sierpinskij come uomo che
amava la musica, che scrisse musica e che conobbe durante
la Sua lunga esistenza altre persone che della musica avevano fatto lo scopo della loro vita.
Il personaggio di maggior spicco che Egli ebbe ventura
di incontrare fu Wolfgang Amadeus Mozart. Sierpinskij era
giovanissimo (siamo a Vienna, intorno al 1787), e anche
Mozart lo era. Fraternizzarono subito, e subito Sierpinskij
capì di trovarsi di fronte ad un genio. Wolfgang non suonava
con padronanza tutti gli strumenti che il Nostro dominava,
ma questo rappresentava un particolare privo di importanza. Mozart non faceva musica: era la musica! Egli, invero,
fu incantato da una sonatina del Sierpinskij («Ne scrissi una
simile quando avevo quattro anni!», disse sorridendo dopo
averla eseguita). Di altro non è dato a sapere, se non che il
grande Maestro e il Nostro furono compagni assidui di bevute e feste memorabili. «Se mai la musica ha preso corpo
in un umano, con tutta la sua tristezza e la sua gioia per la
vita, questo è stato con Mozart», soleva dire il Sierpinskij.
Una volta confessò di essere rimasto sconvolto dalla capacità di improvvisare del Mozart. Certamente, almeno stando a
quanto scrisse poi nei Suoi diari, il commento mozartiano a
proposito della Sua sonatina non gli piacque punto. Ciò non
toglie che quando Sierpinskij seppe della prematura morte
del Maestro, ne fu grandemente afflitto: «Oggi tutti abbiamo
perso qualcosa, tutti abbiamo perso un amico che sapeva
esprimere per noi sentimenti e pulsioni, come mai nessuno fu
capace di fare» disse ai suoi intimi. E quando poté leggere la
prima parte del Requiem (opera che fu poi completata da un
allievo del Mozart), commosso alle lacrime, esclamò: «Credevo di aver conosciuto il più grande musico mai esistito:
oggi io so che Egli era ancora più grande».
Rimase, certo, nel Sierpinskij un poco d’amarezza per
il giudizio mozartiano non lusinghiero sulla Sua composizione, ma questo non gli impedì di affermare a più riprese:
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
«Mozart ha permesso a tanti di godere di tutta la musica che
prima di Lui era stata prodotta. Ha semplificato, abbellito,
volgarizzato, distribuito, magnificato per la gente quanto
altri aveva scritto, inventando, rinnovando e modernizzando. Col Requiem, poi, Mozart ha aperto una nuova strada
all’avventura musicale, la Sua strada, come solo un genio, di
fronte alla propria morte, nella profonda solitudine e sincerità del momento, può tracciare”.
Sembra che negli ultimi istanti della Sua vita il Sierpinskij,
ancora lucido, accennò al Kyrie.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
6. Sierpinskij critico musicale
P
ochi, invero, conoscono il Sierpinskij nelle
vesti di critico musicale. Le ragioni di questo stato di cose sono molteplici, in gran parte
determinate dal fatto che i fondamentali contributi del Nostro allo scibile umano lasciano,
per così dire, in ombra contributi altrettanto apprezzabili ma,
chiaramente, di carattere minore.
Allo scopo di pervenire ad una maggiore conoscenza
dell’opera del Sierpinskij in campo musicale, riportiamo nel
seguito quanto Egli scrisse, a commento di un noto brano
tradizionale, nella Sua monumentale opera ‘E canzune ‘e
Napule1:
«(omissis)... Un esempio di quanto stiamo considerando
è certo fornito da un’antica canzone popolare napoletana,
dove la tristezza di una gente il cui dialetto non contempla il
futuro dei verbi, emerge nella sua elementare immediatezza
e semplicità. Ne riporto nel seguito il testo, ponendo in nota
i miei commenti».
FENESTA CHE LUCIVE2
Fenesta che lucive e mò3 non luci,
sign’è ca Nenna mia stace ammalata.4
S’affaccia la sorella e me lo dice:
Nennella toja è morta e sotterrata.5 6
1 T. Sierpinskij, “’E Canzune ‘e Napule”, 12 voll., Edizioni Musicali G.
Ricordi & C., Milano, 1884-1892.
2 Finestra che un tempo lasciavi trasparire la luce dalla stanza.
3 Adesso (dal latino mox).
4 Si riscontra già in questi primi versi un pessimismo cosmico di fronte al
quale quello di Schopenhauer è una sorta di allegria campagnola. Si osservi,
peraltro, l’audace generalizzazione induttiva, del tutto ingiustificata,
che l’autore propone. Perché mai l’assenza di luce nella stanza della
fanciulla avrebbe dovuto essere patognomonica (sign’è...) di una sua
indisposizione? Nenna, infatti, avrebbe potuto essersi già addormentata, o
dimenticato di comperare l’olio per la lampada, o preferito restare al buio
per evitare di attirare zanzare. Moltissime altre tranquille ipotesi avrebbero
potuto spiegare razionalmente perché la “...fenesta che lucive mò non
luci”. Nemmeno un uso estremo del rasoio di Ockham può giustificare una
simile conclusione.
5 A nostro parere, induzioni negative attirano la jella. Infatti, nel
caso presente, non appena formulata e data per certa una terribile, ma
improbabile ipotesi, la sorella della detta Nenna si affaccia alla finestra e
con un certo gusto sadico comunica bruscamente al meschino la dipartita
dell’amata («...Nennella toja è morta e sotterrata...». «Tiè!», sembra di
sentirla soggiungere poi a bassa voce).
6 Il ragazzo, per quanto se ne sa, si chiamava Antonio Esposito; le
ragazze, invece, erano Nenna e Giovanna Troja, figlie di Pasquale Troja
18
Chiagneva sempe ca durmeva, sola ah!
Mò duorme co’ li muorte accompagnata!
Mò duorme co’ li muorte accompagnata!7
Va nella chiesa e scuopre lo tavuto
vide Nennella toja com’è tornata.8
Da chella vocca che nasceano sciure,9
mò n’esceno li vierme10, o che piatate!11
Zì Parrocchiano mio, abbice cura,12
‘na lampa sempe tienece allumata,
‘na lampa sempe tienece allumata.13
di Capodimonte, detto ‘O Malamiente e di Maria Cacace da Procida, nota
contrabbandiera (non è chiaro nel testo, tramandato per anni oralmente
e più volte poi trascritto, se la sorella dica “Nennella toja” o “Nennella
Troja”; d’altra parte, poiché la Giovanna Troja era follemente innamorata
di Antonio, è altamente probabile che avendolo riconosciuto abbia
acidamente gridato “Nennella toja”; e, se vogliamo, anche con un certo
gusto, godendo lei - sempre rifiutata dall’Antonio - di una salute di ferro a
fronte di quella malferma della sorella).
7 È questo un verso in cui si compendia magistralmente quella che
potrebbe chiamarsi ‘la tipica allegria partenopea’.
8 Trattasi di un chiaro caso di incitamento a profanazione di cadavere.
9 Non si capisce come facessero delle scuri a nascere dalla bocca della
fanciulla. Forse, si tratta di un accenno alla nota propensione della Nenna
per la maldicenza. Tuttavia, questa interpretazione appare in netto contrasto
col carattere complessivo del testo, volto a ricordare con nostalgia la
Nenna stessa. Qualche commentatore ha suggerito che il termine “sciure”
possa significare “fiori”, non già “scure”. A nostro avviso, comunque,
anche questa interpretazione, come quella delle scuri, non regge alla luce
di tutte le attuali conoscenze mediche e biologiche.
10 L’immagine è invero un poco forte (magari potrebbe essere suggestiva
per qualche pescatore...).
11 Non si vede che diavolo c’entrino le patate: se il cadavere fosse stato
messo in terra, l’immagine di certo reggerebbe: terra grassa, con i vermi,
figuriamoci! Invece, dato il contesto, il verso appare indecifrabile.
12 Giovanna Troja fa di certo riferimento ad un suo zio, Don Mariano
Cutolo, parroco di S. Maria Addolorata delle Grazie Mantenute, chiesa sita
alla periferia di Napoli.
13 Si ripropongono in questo verso, che apparentemente sembra una
raccomandazione, il Buio e la Luce, lo Yang e lo Jung, il Tao e il Tuo,
il Manch e il Minch, il Cik e il Ciak: tra questi due estremi si svolgeva,
d’altra parte, l’esistenza del popolino napoletano di allora. Già qualche
secolo prima, vale la pena ricordarlo, uno scrittore inglese di origine
napoletana, addivenuto poi a discreta fama, faceva esclamare ad un suo
non completamente riuscito personaggio: «Essere o non essere... questo
è il dilemma!».
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
7. L’Università di Parigi
A
nche se il momento che Parigi stava attraversando non era dei migliori, essendosi
nel pieno della Rivoluzione (che per combinazione sincronica era proprio quella
francese), Sierpinskij trasse grande vantaggio dalla frequentazione dei corsi universitari da lui scelti.
A dire il vero, non solo gli insegnanti apparivano di notevole
livello e capacità, ma anche i discenti erano di mente viva,
fortemente motivati dal loro desiderio di sapere. Un ambiente davvero stimolante, l’ideale per il Nostro, la cui sete di
conoscere sempre nuove cose era a dir poco famelica.
I corsi di chimica, fisica e matematica gli furono di grande
utilità per formarsi quella mentalità scientifica che supportò poi tutta la sua attività. Ma forse il massimo vantaggio
Egli lo trasse dalle lezioni di un logico-matematico, certo
Alan Backus, tra i più profondi e colti che mai la materia
abbia avuto modo di annoverare. Era il Backus un uomo assai scialbo all’apparenza. Con il suo vestito un poco bisunto,
una sorta di divisa, come si usava all’epoca tra i docenti, si
presentava puntualissimo alle lezioni. Ed ogni volta, dopo
aver introdotto e spiegato a fondo un concetto, sollecitava
l’intervento degli studenti, spronandoli a formulare critiche
e controesempi.
Per Sierpinskij questo era una vera manna. Tuttavia, come
ora riferiremo, i rapporti tra il nostro e il Backus erano destinati ineluttabilmente a guastarsi.
Duole dirlo, ma fin dall’inizio il Sierpinskij, entusiasmato
dalla materia, fu quasi incapace di contenere i propri interventi, pur sollecitati dal Backus. Il suo atteggiamento, almeno a quanto hanno lasciato scritto suoi colleghi di corso, era
quello del “saputello”, cosa che disturbava l’insegnante non
poco.
Sicché, mentre tra il Nostro e il Backus i duelli verbali
diventavano sempre più imbarazzanti, si giunse alla definitiva rottura, che avvenne in occasione di una lezione dedicata
all’induzione. Quello che successe allora è fedelmente riportato in una trascrizione di Igor Composki, uno dei migliori
allievi del corso, celebre per i chiarissimi appunti che era solito prendere a lezione. Ed è alla documentazione lasciataci
dal Composki che farà riferimento il seguito.
Quella mattina il Backus, puntuale come al solito, esordì
dicendo: «Oggi parleremo di Induzione, anzi del ‘Principio
di Induzione’ che è alla base non solo della gran parte dei
nostri ragionamenti, ma anche del nostro modo di affrontare
la vita. Consideriamo dunque i numeri interi - proseguì - e
una famiglia di proposizioni, diciamola {P (i )}, a questi
associata. Ora, se è vera la prima proposizione, quella in
riferimento al numero 1, e se supposta vera la n-esima proposizione si può dimostrare che anche la (n+1)-esima proposizione è vera, allora tutta la famiglia di proposizioni è
vera. In altre parole, quale che sia n, la P(n) è vera».
Sembrava un gioco di parole. Nell’aula non volava una
mosca.
Andando verso la lavagna, il Backus riprese: «Dimostriamo ora, usando il Principio di Induzione, che la formula
che dà la somma dei primi numeri interi, che ricordo essere
n(n + 1)
S (n) =
, è vera quale che sia l’intero n». L’atten2
zione del Sierpinskij era al massimo: egli ricordava bene la
formula, avendola empiricamente ricavata da bambino in occasione di un compito assegnato alla classe dal suo maestro
di allora, tal Alexius Zipidijz.
«In primo luogo - proseguì il Backus - vediamo se l’enunciato S(1) è vero. Avremo, ponendo nella formula n=1, che
1(1 + 1) 2
= = 1 . Dunque, per n=1 l’enunciato è
risulta S (1) =
2
2
vero. Ora immaginiamo che esso sia vero anche per n=k.
Andiamo quindi a studiarci la somma per n=k+1. Avremo
che la S(k+1) sarà ovviamente data dalla S(k), che è la somma dei primi k interi, aumentata del nuovo intero, ovvero di
(k+1).
k ( k + 1)
In altre parole, risulterà:
S ( k + 1) =
+ ( k + 1)
2
Con facili passaggi, si può poi osservare che
k (k + 1) + 2(k + 1) (k + 1)(k + 2) .
Ma quest’ultima
S (k + 1) =
=
2
2
espressione non è altro che la formula generale della somma, applicata all’intero (k+1).
Dunque, in base al Principio di Induzione possiamo concludere che l’espressione indagata è valida quale che sia il
valore di n. Ci sono commenti od osservazioni?» concluse.
Il silenzio regnava nell’aula: erano tutti sconcertati dalla
dimostrazione appena vista, ma soprattutto affascinati dalla sua eleganza. «Dunque, signori?» sollecitò nuovamente
l’insegnante.
Fu allora che il Sierpinskij alzò la mano per chiedere di
parlare. «Dica, dica pure, giovanotto» gli fece il professore,
evitando accuratamente di chiamarlo per nome.
«Grazie» esordì il Nostro. «Trovo che questo metodo di dimostrare la verità di famiglie di enunciati sia assai elegante
ed ingegnoso. Tuttavia, a mio parere c’è un baco».
A questo suo dire, si sentì provenire dal fondo dell’aula
19
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
qualche risatina sommessa.
Il Backus, che aveva già in passato avuto esperienza di
quel fastidioso (e ridicolizzante nei suoi confronti) modo di
esprimersi del Sierpinskij, scese dalla cattedra e si avvicinò
al Nostro. «E allora vediamo qual è questo ‘baco’!» gli alitò
in volto. Poi, lentamente, quasi assaporando ogni sua parola,
soggiunse: «Mi auguro per lei che il baco non sia nella sua
testa». Sierpinskij, per nulla intimorito, principiò ad esporre
le sue ragioni: «Supponiamo che l’enunciato generale sia:
‘Tutti i gatti hanno lo stesso colore’. Ora, seguendo il Principio da voi prima esposto, è chiaro che se il gatto è uno solo,
allora l’enunciato è necessariamente vero. Supponiamo a
questo punto, come nell’esempio svolto, che l’enunciato sia
vero anche per k gatti. Ora, se aggiungo il (k+1)-esimo gatto
che succede? Sono ancora tutti dello stesso colore? A me
sembra di sì, perché posso togliere dal gruppo di (k+1) gatti
un gatto che non sia quello aggiunto: e allora, siccome ora
restano solo k gatti, per l’ipotesi fatta quei gatti hanno tutti
lo stesso colore. Dunque, il nuovo gatto aggiunto ha necessariamente lo stesso colore degli altri. Sicché l’enunciato
‘Tutti i gatti hanno lo stesso colore’ risulta ben dimostrato,
quale che sia il numero di gatti. Detto ciò, anche se formalmente il ragionamento non fa una grinza, non posso dimenticare che basta farsi una passeggiata per Parigi e rendersi
conto che le cose non stanno per niente così. Se non è un
baco questo - concluse il Sierpinskij - allora evidentemente
non ho ben chiaro il concetto di ‘baco’».
Tutti rimasero senza parole. Il Backus prese a girare in
tondo per l’aula, con le mani intrecciate dietro la schiena.
«Maledetto polacco arrogante» pensò tra sé. «E adesso che
dico?».
Per sua fortuna (si fa per dire...) fu colto da un violento
attacco di tosse e approfittò così per sospendere la lezione.
Le cronache dell’epoca narrano che il Backus non si presentò più all’Università, e diede anzi le dimissioni. Fu sostituito poi da un certo George Boole1 2, un inglese fissato con
l’algebra, così pedante, così noioso nello svolgimento delle
sue lezioni, ma così noioso, che fece presto rimpiangere lo
sfortunato Backus. Di questo il Sierpinskij pagò lo scotto,
in quanto tutti gli tolsero il saluto, ritenendolo responsabile
dell’accaduto.
«Ma non potevi startene zitto, polacco saccente!» gli disse
l’ultimo dei colleghi che gli rivolse parola.
Molti anni dopo, il Sierpinskij annotò su un suo diario:
«Quella volta fui proprio scortese con il professor Backus.
Ma, nel contempo, proprio da quel fatto nacque la sua fortuna. Ho avuto infatti notizia che, dopo un tentativo di suicidio,
1 Qui siamo proprio fuori con l’accuso. È infatti il finire del XVIII secolo,
e Boole nascerà soltanto nel 1815. Ma come personaggio ci stava proprio
bene. Sicché, tappiamoci il naso e andiamo avanti.
2 George Boole fu un grande logico ed importante matematico inglese.
Era noto, oltre che per la sua pedanteria, anche per la modestia che lo
caratterizzava in ogni occasione. Basti a questo riguardo riportare qui il
semplice titolo che diede al suo libro più famoso: “An investigation of the
Laws of Thougth, on wich are founded the Mathematical Theories of Logic
and Probability”.
20
il Backus si riavvicinò alla campagna (egli era di origini
contadine). Oggi possiede vicino a Dresda un grosso podere, dove produce ortaggi e alleva pollame e maiali. Nel podere ha anche aperto un ristorante, ricavato da una vecchia
masseria. Lo ha chiamato ‘Il Paradiso dell’Induzione’ . Il
locale è molto ben frequentato, i ghiottoni fanno la fila per
sedersi ai suoi tavoli. Forse, campagna e ristorazione erano
le vere vocazioni del professore».3 4
3 La vita è comunque molto strana e talora riesce a vendicarsi nei modi
più sottili. Per far comprendere al lettore cosa vogliamo intendere con
questo, riportiamo nel seguito la trascrizione di un brano di un diario del
Sierpinskij, quello che tenne l’anno in cui si recò a svolgere un giro di
conferenze nelle maggiori università degli Stati Uniti:
New York, 14 settembre 1957
Oggi ho tenuto un seminario presso il Centro di ricerca dell’IBM. È stato
un successo, come al solito d’altra parte. I ricercatori che ivi lavorano
hanno voluto poi presentare in mio onore una serie di relazioni. Confesso
che mi sono un poco annoiato, finché non ha preso a parlare un giovane.
Costui è davvero un genio, la mia lettura avrebbe dovuto tenerla lui. Per
farla breve, onde evitare di utilizzare il complicato linguaggio binario
dell’elaboratore, egli si è inventato un metalinguaggio che ha chiamato
FORTRAN (acronimo che sta per FORmula TRANslation). Questo
metalinguaggio è di tipo umano, e si concretizza in precisi ordini (tipo
WRITE..., READ..., GO TO...) ovvero in indicazioni sul da farsi sotto
certe condizioni o in processi ciclici (come IF..., DO...). Non entro qui nel
dettaglio: quello che è importante è che una volta preparato il programma
in questo linguaggio umanamente comprensibile, lo stesso calcolatore
provvede poi a tradurlo per i suoi usi. Un’idea davvero straordinaria,
epocale, di quelle che ti fanno dire (dopo che qualcuno ci ha pensato...): ‘È
ovvio!’. Finita l’esposizione, ho chiesto al direttore dell’IBM di chiamarmi
il giovanotto per fargli le mie congratulazioni. Quando egli si è presentato,
confesso, non ho ben compreso il suo nome; tuttavia il suo aspetto mi ha
richiamato alla mente qualcuno, senza però mi sovvenisse alcunché di più
preciso. Mi ha raccontato di essere di origine tedesca e che la sua famiglia
è da due generazioni negli USA. «Una famiglia di scienziati, immagino»
gli ho detto. «Macché, professore, di ristoratori» ha replicato ridendo. «Il
primo è stato un mio trisavolo che viveva a Parigi. Un bel giorno, ha
piantato baracca e burattini e si è trasferito a Dresda. Lì ha aperto un
ristorante...». E qui l’ho interrotto soggiungendo: «... che ha chiamato
‘Il Paradiso dell’Induzione’. Il nome del suo avo era Alan, Alan Backus:
sbaglio?».
A questo mio dire, egli è rimasto sbalordito. «Esattamente! Ma lei come
fa a saperlo, professore?» mi ha subito chiesto. «Un semplice effetto della
mia buona salute» gli ho risposto. «Ho avuto il privilegio di essere suo
allievo all’università di Parigi» ho poi precisato.
Al che John (questo il suo nome) si è visibilmente commosso e ha chiesto
di potermi abbracciare. «È un po’ come stringere tra le braccia il mio
antenato» mi ha sussurrato, mentre anch’io sentivo nascere in me una
profonda commozione. «Grazie, professore» ha aggiunto poi. «Grazie per
come ha apprezzato il mio lavoro. E grazie soprattutto per aver ricordato
il mio trisavolo. Lei è una persona davvero straordinaria!». «No - gli
ho risposto - Sono soltanto un imbecille». E con questo ho salutato tutti,
chiedendo al mio ospite di farmi riaccompagnare in albergo.
E adesso, eccomi qua a pensare a quante cose ho probabilmente impedito
di fare ad Alan Backus con il mio odioso comportamento di allora. O,
forse, ho davvero determinato la sua fortuna. Si sta egli ora esprimendo
nella scienza tramite questo suo nipote, grazie all’intervento di un Fato che
mette ordine nei pasticci provocati dagli umani? Chi può saperlo? Di certo,
sono stato ben punito (e con me tanti innocenti) perché sorbirsi il corso del
prof. Boole è stata una delle esperienze più agghiaccianti della mia vita.
4 Recentemente, all’età di 82 anni, è scomparso anche John W. Backus. I
linguaggi vanno e vengono, una marea di questi sono ormai morti e sepolti.
Il FORTRAN gode tuttora di buona salute. Forse perché ad utilizzarlo
sono soprattutto i fisici.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
8. L’incontro con Napoleone Bonaparte
F
u a casa della baronessa Adele Poliakoswa, nobile polacca
amica di suo padre, che Sierpinskij, allora giovane studente dell’università di Parigi,
ebbe modo di conoscere Napoleone Bonaparte. Era costui un brillante ufficiale dell’esercito francese, di bassa statura e modi bruschi, tipici d’altra parte dei còrsi. Egli, tuttavia, conversava in un modo a dir poco affascinante,
mostrando di saper ben coniugare erudizione
e piacevolezza. I suoi successi con le donne,
d’altra parte, erano lì a dimostrarlo. E proprio
per una sua relazione con la Poliakoswa egli
stava ora partecipando alla simpatica riunione che la baronessa aveva organizzato in
suo onore. Il Sierpinskij aveva fatto di tutto
per farsi invitare in quanto, da tempo, aveva
messo gli occhi sulla sorella del Bonaparte,
certa Maria Paolina, da cui si sentiva follemente attratto. Nel mezzo del ricevimento, la
baronessa lo presentò a Napoleone il quale,
saputo essere egli uno studente, cominciò ad
interrogarlo sui suoi studi. Il Sierpinskij rimase meravigliato dalla profonda erudizione Napoleone Bonaparte (1769-1821) nel ritratto di Andrea Appiani
dell’ufficiale, ed anche dalla solidità dei suoi
ragionamenti. Tuttavia, nonostante la razionalità che sembrava caratterizzare il pensiero dell’uomo, diocrità» concluse. «Ma ditemi, giovanotto - proseguì - noi
talora alcune battute del Napoleone non mancarono di sor- non ci siamo già visti prima d’ora?». «In realtà, eccellenza
prenderlo: «Siete davvero un bravo studente - gli disse nel - rispose un poco imbarazzato Sierpinskij - mi accadde per
mezzo della conversazione il futuro imperatore - ma siete caso, nel recarmi all’università, di trovarmi alcune volte dianche fortunato?».1 «Ahimé, che dire?» rispose il Nostro, nanzi alla vostra magione». «Ecco dove vi avevo notato!»
chiedendosi dove mai egli volesse andare a parare. «Vorrei esclamò il còrso. «Aveva attirato la mia attenzione su di voi
esserlo di più». «E lo sarete, se lo vorrete» sentenziò il Bo- la mia cara sorella Paolina» concluse. «A dire il vero - riprenaparte. «Ogni uomo è artefice della propria sorte. E questo se con un malcelato tono di rimprovero - Paolina mi fece nolo si fa costruendo con cura le basi della propria cultura ed tare che stavate guardandola con insistenza...». Sierpinskij
imparando a riconoscere la Fortuna. Essa prima o poi passa divenne tutto rosso in viso e, con un filo di voce rispose: «Se
a tutti dinanzi: chi se ne accorge, riesce a conquistarla; chi il mio sguardo allora si posò su vostra sorella, la colpa non
non sa riconoscerla è invece destinato a restare nella me- è mia ma della grazia che ella emana in ogni sua movenza,
grazia che imprigiona la vista e la mente di chi la osserva.
Non intendevo mancare di rispetto né a lei né a voi, credete1 Il Bonaparte considerò per tutta la vita che l’aver fortuna costituisse
mi. Se ho dato questa impressione, tuttavia, me ne scuso con
un importante tratto distintivo delle persone. Si narra che un giorno un
profondo rammarico».
suo consigliere gli stesse magnificando preparazione e capacità di un certo
«Per carità - fece ridendo Napoleone - nessuna scusa. Pagenerale. «Molto bene - osservò il Bonaparte - ma è anche fortunato?».
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
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olina è usa provocare, poi fa la santarellina. Certe volte mi
trovo in imbarazzo nel mio ruolo di fratello. Magari frequentasse un giovane come voi, invece degli imbecilli di cui si
circonda! Ma, ditemi - continuò - voi sapevate che Paolina
avesse un fratello?». «Francamente, no» rispose il Nostro.
«L’unico Napoleone che io conosca è quello del teorema».
«Il Teorema di Napoleone?» osservò il còrso. «Sì, proprio
quello» rispose Sierpinskij. «E, allora, ragazzo mio, in qualche modo ci conoscevamo già... perché quel teorema l’ho
dimostrato io, e per questo porta il mio nome» precisò con
malcelato orgoglio il Bonaparte.2 3 Al Nostro sembrò quasi
di svenire. «Quale onore, quale onore...» prese a dire. E così
dicendo principiò a baciare le mani del soldataccio, il quale
dopo essersi inizialmente divertito, cercò con fastidio di allontanarlo. «Chetatevi, perbacco!» gli disse. «Mi fate sentire
una sorta di cariatide: in fondo si tratta di una piccola cosa,
di un modesto contributo alla geometria. E poi, questi baci!
Riservateli alle mani delle fanciulle, non a quelle di un militare!». Sierpinskij si ritrasse e restò in silenzio, un poco
mortificato. «Animo!» gli disse il Bonaparte. «Per farmi
perdonare di questo rimprovero, vi presenterò mia sorella,
che è giunta or ora al nostro convivio». E, presolo per un
braccio, lo guidò verso un’avvenente fanciulla, che il Nostro
riconobbe immediatamente.
«Paolina, mia cara - esordì Napoleone quando furono
vicini a quell’essere divino - ho il piacere di presentarti il
signor Taddeus Sierpinskij, che è venuto nella nostra Parigi
dalla sua Polonia per frequentare i corsi dell’Università».
«Incantata» miagolò al Nostro la Paolina, porgendogli la
mano. Dopo un istante di smarrimento, Taddeus prese a baciare il piccolo gioiello che la ragazza gli tendeva, con una
foga via via crescente, a tal punto che ella esclamò: «Dio,
come siete audace!». Il Sierpinskij si rese conto solo allora
di essere andato troppo oltre; ma guardandosi intorno constatò che tutto era tranquillo: Paolina era lì a sorridergli,
decisamente divertita; di Napoleone nessuna traccia: si era
diplomaticamente dileguato. Sicché, ricompostosi, ma con il
cuore che continuava a martellare, Taddeus poté liberamente
conversare con l’oggetto dei suoi desideri. E fu una tragedia.
«Sei figlio unico? Ti piace ballare? Quanto guadagni? Sei
ricco di famiglia? Hai terreni in Polonia? Tuo padre che
lavoro fa? Che prospettive di carriera hai?»: questi alcuni
degli spunti offertigli dalla giovane per approfondire la reciproca conoscenza.
Dopo un paio d’ore, il Sierpinskij riuscì a sganciarsi e prese congedo dalla baronessa Poliakoswa, spiegandole che doveva andarsene anzitempo per via di un esame da sostenere
l’indomani.
Mentre stava per uscire dal lussuoso appartamento, venne
raggiunto dal Bonaparte. «Stavate filandovela all’inglese,
birbante di un polacco!» ridacchiò. «Piuttosto: com’è andata?» soggiunse con sguardo complice. «Volete la verità,
signore, o una risposta di convenienza?» gli rispose Taddeus. «La verità, ovviamente» osservò il còrso. «E allora prosegui il Nostro - la verità è questa: vostra sorella è una
ragazza bellissima, e me ne sento profondamente attratto e
innamorato; ma vede la vita in un modo diverso da come la
vedo io, profondamente diverso. Senza offesa, è una borghese. Borghese è e borghese resterà».4
Napoleone guardò allora negli occhi Sierpinskij e gli disse:
«Vi ringrazio di questa vostra franchezza. D’altra parte...
me lo aspettavo. Siete un bravo giovine: spero di incontrarvi
in futuro» concluse. A quelle parole Sierpinskij si avvicinò a
lui e lo abbracciò strettamente: «Vi auguro le migliori fortune, capitano» sussurrò al Bonaparte. «Grazie - rispose questi
- ma ora finiamola con questi abbracci, altrimenti la gente
penserà che invece di fidanzarvi con mia sorella vi siate fidanzato con me!». Al che Sierpinskij scoppiò in una fragorosa risata. E ricompostosi, varcò l’uscio dicendogli: «È stato
un vero piacere conoscervi. A presto, Maestà».
Napoleone restò di stucco, incapace di replicare. Rimase
poi a lungo a pensare se quel ragazzo avesse voluto prenderlo
in giro o intendesse invece fargli un augurio.
Alla fine, riflettendo sulla lucida analisi che egli aveva
fatto del carattere di sua sorella, concluse: «Era certamente un augurio. Ed è anche di buon auspicio, perché questo
Taddeus è davvero acuto. Vedi Paolina: ha ragione lui. Borghese è e borghese sarà sempre. In pochi minuti è riuscito a
classificarla».
E formulato quest’ultimo pensiero, si avviò verso il salone
cercando di individuare dove fosse andata a finire la Poliakoswa.
2 Questo teorema, che sembra doversi attribuire proprio al Bonaparte,
così recita: “Costruendo esternamente sui lati di un triangolo qualsiasi dei
triangoli equilateri, i baricentri di questi nuovi triangoli risultano essere i
vertici di un triangolo equilatero”.
3 Napoleone non peccava certo di modestia. Al contrario, il Principe
Louis De Broglie, lo scopritore della dualità onda-corpuscolo, parlando in
una conferenza della sua celebre relazione, ebbe a dire: «Questa equazione,
di cui mi onoro di portare il nome...».
4 Nonostante queste nobili dichiarazioni, tra il Nostro e la Paolina vi
fu poi una intensa e tormentata relazione (tormentata per Sierpinskij,
ovviamente). La gelosia del Sierpinskij raggiunse in questo rapporto
livelli di natura patologica; d’altra parte la Paolina non mancava di dargli
occasione per sentirsi geloso. Era ella infatti donna assai incostante,
desiderosa di fare nuove esperienze, sempre alla ricerca di conferme.
Il Sierpinskij dovette mandare giù molti rospi; e lo fece perché da lei
follemente attratto.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
9. Fate la guerra, non l’amore!
D
urante la campagna di Russia, Sierpinskij
era al seguito dell’esercito napoleonico.
Entrato in una villa apparentemente abbandonata, il Nostro si trovò di fronte a
cinque soldati francesi che stavano violentando un’avvenente fanciulla.
Valutata rapidamente la situazione, senza perdersi d’animo, Sierpinskij gridò con voce stentorea ai soldatacci: «Fate
la guerra, non l’amore!».
I cinque, scusandosi confusi, si rivestirono prontamente e
tornarono al fronte.
Sierpinskij, rimasto solo con la fanciulla piangente, le accarezzò i capelli, chiedendole: «Come ti chiami, bambina?».
«Natascia...» rispose lei, abbracciandolo. «Incredibile - replicò prontamente il Sierpinskij - anche mia sorella si chiama Natascia!».
In un diario da Lui tenuto all’epoca del fatto, il Sierpinskij
parla di cinque notti d’amore con la fanciulla in questione.1
Il fatto strano, almeno per il biografo, è che nessuna fonte
segnala l’esistenza di una sorella del Sierpinskij.
Negli anni ’60 del XX secolo, il detto del Sierpinskij fu
stravolto, né mai vi fu alcuna citazione che ne ricordasse l’origine.
1 F. Tagj, “Taddeus Sierpinskij: un uomo, un poeta, un romantico”, pp.
2, Il Mulino, Bologna, 1986.
Napoleone a Mosca (Adam Albrecht)
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
10. La battaglia di Waterloo
N
arrasi che durante la battaglia di Waterloo, Taddeus Sierpinskij incontrò per
caso un soldato francese, certo Andreas
Coberty, cui un deciso colpo di sciabola
aveva causato la completa ablazione degli
organi riproduttivi. «Sono un povero disgraziato!» gli confidò piangendo il francese. «La mia vita non ha più senso!».
«Coraggio! - lo rincuorò, abbracciandolo, il Sierpinskij - sii
uomo!».1
Alcune cronache dell’epoca riferiscono che il soldato prese allora a picchiare violentemente con un bastone la testa
del Sierpinskij, tanto che questi fu poi ricoverato per due
settimane nell’ospedale da campo di Boulogne per ematoma
subdurale (fu in tale periodo che Sierpinskij scrisse le Sue
famose Note dal Fronte e sulla fronte).
A Boulogne ancor oggi tutti ricordano la profonda riflessione che Sierpinskij fece in seguito all’accaduto: «Cos’è un
amore senza pene?».
1 M. Margius, “Vita di Taddeus Sierpinskij: una sintesi critica”, pp.
6.547, Persichelli & Persichelli, Milano, 1997.
La Battaglia di Waterloo (William Sadler II)
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
11. Sierpinskij e il gioco degli scacchi
S
in da quando il Sierpinskij fu fatto prigioniero
in Russia e fu internato nel campo di concentramento di Dniepropetrovsk, si accese fervida in lui la passione degli scacchi. Si trattava,
invero, di un gioco particolarmente adatto
alle capacità logico-deduttive del Nostro, il quale vinse per
quattro anni consecutivi il campionato inter-gulag riservato
ai prigionieri di guerra. Di grande aiuto, all’epoca, gli furono gli insegnamenti del Deretany1 il quale era uno dei sette
uomini al mondo che potevano fregiarsi del titolo di Gran
Maestro dell’Ordine dello Scaccomatto. Sulla scorta di questa passione il Sierpinskij amava ripetere all’Enzensberger:
«Ricorda, potrai dire di aver buone probabilità di successo
solo quando ti sarai fatto la donna dell’avversario».
Un giorno, mentre si trovava dalle parti di Marsiglia, il
Nostro lesse su Le Sfigaro dell’imminente campionato mondiale di scacchi che proprio nella città Provenzale si sarebbe
disputato la settimana successiva. Trovandosi momentaneamente a corto di denaro pensò che partecipare al torneo,
visto l’ammontare dei premi in palio, poteva rappresentare
una buona soluzione per sbarcare il lunario.
Iscrittosi al campionato, il Nostro passò brillantemente i
primi turni, tanto che assurto improvvisamente agli onori della cronaca, cominciò a frequentare i salotti più esclusivi della
città, fra i quali una menzione speciale merita quello del barone Maurice Constance. Giunto in semifinale2 si scontrò con
il tedesco Hans Peter Schleiermacher, più volte vice-campione mondiale, personaggio alquanto discutibile per certe sue
inquietanti abitudini3. Fu questo uno scontro che passò alla
storia4. Dopo le prime due ore di gioco il Sierpinskij mosse il
1 Al Deretany dobbiamo una delle tattiche di gioco più audaci. Trattasi di
una variante dell’apertura ungherese, passata alla storia, appunto, col nome
di apertura del Deretany.
2 Aveva nel frattempo eliminato un concorrente italiano ai rigori.
3 Pare bruciasse i pedoni sottratti all’avversario.
4 L’intero incontro è descritto negli allegati A, B, C, D, E, F, G, H, I,
L, M, N e O del Bollettino della federazione scacchistica internazionale,
n° 312 (numero speciale). Un resoconto dettagliato lo si trova anche in
pedone in B4. Il giorno successivo lo Schleiermacher rispose con una mossa tanto brillante quanto inaspettata: pedone
in B4. Il primo pezzo a cadere fu una torre, inopinatamente
lasciata sguarnita dal Sierpinskij. Questo accadde esattamente il 34° giorno di gioco. Sopraggiunto l’inverno l’incontro
fu sospeso per le vacanze natalizie in una situazione leggermente favorevole allo Schleiermacher (un pedone e una torre
mangiate contro un alfiere che il Sierpinskij era riuscito a
soffiare il 17 novembre, giorno dell’anniversario di fidanzamento del suo avversario che, distratto da romantici pensieri
per la sua ragazza, fece un errore madornale5). L’incontro
durò 49 mesi per poi concludersi con una clamorosa patta.
In finale andò, poi, per sorteggio lo Schleiermacher il quale, provato da tanto sforzo, fu sconfitto per la settima volta
dall’imbattibile campione russo Boris Spasstjk.
Deluso da questa esperienza il Sierpinskij annotava nei
suoi diari: «La mia mente di scienziato, e di statistico in particolare, non può che piegarsi alle ferree leggi del caso. Tuttavia non mi rassegno all’idea di aver perso per una moneta
caduta dalla parte sbagliata. Ci sarà al mondo consolazione
per siffatto dolore?».
Le cronache dell’epoca narrano che un uomo rispondente alla fisionomia del Nostro fu visto furtivamente entrare
nella camera da letto della fidanzata dello Schleiermacher,
improvvidamente lasciata sola in casa, ed uscirne la mattina
successiva quando il sole era ormai alto sull’orizzonte.
F. Tagj, “Sierpinskij vs. Schleiermacher: perchè?”, voll. 1-234, Laterza,
Forlimpopoli, 1997. Di questa monumentale monografia esiste anche una
versione su 49 CD-ROM a cura della Mondadori Informatica.
5 F. Tagj, Cappelle, ed. Paoline, Roma, 1987
25
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
12. Periodo Zen - L’incontro con
Lio-kan Tzu
D
opo aver terminato gli studi all’università
di Parigi, Sierpinskij si recò in Cina per
quindici anni, e ivi approfondì il Buddismo Zen sotto la guida del Grande Maestro Lio-kan1. L’impatto con la civiltà
orientale fu per il Nostro inizialmente difficile; e particolarmente disastroso fu il primo contatto che Egli ebbe col
Maestro; tuttavia, come per tutte le cose che intraprendeva,
Sierpinskij riuscì molto bene anche nello Zen e tornò poi in
Europa “Illuminato”.
Il primo incontro con Lio-kan, dicevamo, non fu dei migliori, anche a causa di una fastidiosa ipoacusia che affliggeva il Nostro sin da bambino.
Quel che avvenne è ben annotato nei Suoi diari, cui faremo
stretto riferimento nel seguito.
Dopo le lunghe e laboriose presentazioni, tipiche degli
orientali, il Maestro volle interrogare Sierpinskij su diversi
argomenti; ed invero rimase assai colpito dalla competenza e
dalla maturità del giovane.
Visibilmente commosso, anche per la profonda devozione manifestata dal Nostro, lo abbracciò alfine e lo condusse
verso una lunga tavola, dove presto ebbe luogo un simpatico
convivio, accompagnato da un frugale pasto di riso bollito,
cui parteciparono tutti i monaci.
Invero, la conversazione, se così si può chiamarla, appariva al giovane Taddeus molto particolare, fatta soprattutto
di sguardi e di sorrisi (abitudine tipicamente orientale, d’altronde), di qualche preghiera recitata a mezza voce, di cenni
di capo.
1 Maestro e poeta zen. Lio-kan (Lio-kan Tzu, 1755-1833) fu uno dei
maggiori commentatori di Lao-Tzu. È ricordato principalmente come
autore del fondamentale trattato “Il Tao, ovvero l’Indefinibile”, pp. 5.550,
Cin-Chau ed., Pechino, 1812. Il Nostro chiese spesso al maestro Lio-kan
cosa c’entrasse mai il Tao con il buddismo Zen. Ma non ebbe mai risposta
da lui.
26
«Questo è lo Zen!» pensava Sierpinskij, sentendo a poco
a poco scendere nel Suo animo una pace profonda. Tuttavia, dopo sette ore di cenni, ammiccamenti e borbottii vari, il
generoso e caldo animo polacco del Nostro prese il sopravvento: tra la sorpresa generale, alzando una tazza di fine porcellana Ming in cui era contenuto uno speciale té alla menta,
prodotto tipico del monastero, Egli gridò con tutta la voce
che aveva in gola: «Viva il Maestro Diokan!!!». E bevuto il
té, gettò per terra la tazza, ispirato in questo gesto dal ricordo
del Granduca Decio Vanoskii, da Lui frequentato per qualche tempo a Varsavia, il quale soleva frantumare il bicchiere
dopo aver bevuto la vodka.
Improvvisamente, nella sala scese un’ondata di gelo ed
alcuni monaci, estraendo dalle tuniche inquietanti e nodosi
bastoni, fecero per alzarsi.
Un cenno del Maestro, tuttavia, li fermò. Lio-kan fissò a
lungo Sierpinskij (si parla di una quarantina di minuti) e poi
gli disse: «Cominciamo male, giovanotto, proprio male!».
Dal diario di Taddeus Sierpinskij: «Oggi ho conosciuto il
Maestro Lio-kan. È un uomo eccezionale e, certamente, sotto
la Sua guida troverò la via dello Zen. Tuttavia, ho involontariamente combinato un pasticcio: durante le presentazioni
non ho compreso esattamente il Suo nome... sembrava veneto, a dire il vero2. Dopo un mio brindisi gioioso, i monaci
volevano addirittura bastonarmi.
Per fortuna, Lio-kan Tzu li ha fermati per tempo. Mah...
valli a capire ‘sti cinesi!».
2 Non dimentichiamo che il Sierpinskij aveva trascorso in precedenza
un periodo di studio a Venezia, dove tra l’altro conobbe e divenne amico
di tale Antonio Bortoli, decano dei gondolieri, suo grande compagno di
bevute.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
13. Periodo Zen - La poesia del Maestro
Lio-kan
U
n giorno il Maestro Lio-kan1, che era
anche un grande poeta, condusse con sé
Sierpinskij ai margini di un bosco; ed ivi
giunti, recitò dei versi:
«Senza più alcuna ambizione
lascio vagare la mia mente dove vuole.
La mia borsa contiene riso per dieci giorni
e, presso il focolare, c’è una fascina di legna.
Chi ciancia di illusione od abbandono?
Dimenticando insieme polvere del nome e della sorte,
ascoltando nella notte la pioggia sul tetto del mio ricovero,
siedo beatamente con le gambe allungate».2
Trascorso l’inevitabile attimo di commozione, il Maestro
si volse a Sierpinskij: «Che pensi dunque di questo mio poema?» gli chiese. Il Nostro, stranamente, esitava a rispondergli. Lio-kan Tzu tuttavia insistette, sollecitandolo.
«Coraggio, Maestro. Animo!» disse alfine il Sierpinskij,
dandogli persino una leggera pacca sulla spalla. «La vita non
1 Maestro e poeta zen (1755-1833).
2 Traduzione di T. Sierpinskij. Come il Nostro ebbe poi a scoprire, Liokan Tzu aveva il brutto vizio di attribuirsi opere non sue, modificandole
qua e là. La poesia in questione, in effetti, era stata scritta dall’insigne
Maestro giapponese Ryokan. A mò di approfondimento si confronti il testo
che qui compare con quello riportato in “Poesie Zen”, a cura di L. Stryk &
T. Ikemoto, Newton Compton 1983.
è poi così brutta: in fondo, dieci giorni di riso in dispensa e
starsene comodamente stravaccato davanti a un caminetto,
non sono poca cosa. A costo di sembrare irriverente, siamo
quasi al Nirvana!».
«Ke kazzo dici!!!»3 gli urlò alterato il Maestro. «Chiedo
scusa - replicò deciso il Sierpinskij - ma la Sua poesia è proprio tristolina: nella vita bisogna avere ambizione, non starsene lì a poltrire. E poi, il verso su chi ciancia di illusione
od abbandono non mi è piaciuto: io sono venuto qua per
apprendere lo Zen e dio solo sa quanto mi è costato!».
Le cronache narrano che a questo punto il Maestro Liokan, visibilmente congestionato, affermò, scandendo lentamente le parole: «Tu-Non-Sarai-Mai-Un-Illuminato!».
Sierpinskij, riferendo il fatto nel Suo diario, annota: «Oggi
sono andato a passeggio col Maestro. Dopo aver recitato
una sua incomprensibile (e peraltro noiosa) poesia, mi ha
interrogato al proposito ed ha avuto poi un comportamento
decisamente strano a fronte dei miei ponderati commenti. E
si è anche arrabbiato con me. Mah... valli a capire ‘sti cinesi!».
3 Caratteristica esclamazione zen, sottendente sorpresa, rabbia, gioia,
meraviglia.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
14. Periodo Zen - Il macellaio
U
n giorno il Maestro Lio-kan e Sierpinskij
passeggiavano insieme nel bosco prossimo al monastero. «Un tempo non troppo
lontano - esordì con voce solenne il maestro - mentre cercava di trovare la strada
dello Zen, il saggio Banzan andò a comperare della carne
dal suo macellaio. ‘Qual è buona?’ chiese a costui. ‘Tutto
quello che vedi qua dentro è buono. Nella mia bottega, tutto
è il migliore’ gli rispose il macellaio. E in quel preciso momento - concluse - il saggio Banzan fu Illuminato»1
Sierpinskij rimase in silenzio, meditabondo. «Vedo che sei
rimasto assai colpito da questo racconto» gli fece il Maestro, non nascondendo una certa soddisfazione per essere riuscito a scuotere il Nostro. «Hai, dunque, compreso il senso
profondo della storia?» lo incalzò ancora. Sierpinskij, anche
se così sollecitato, continuava tuttavia a rimanere taciturno.
«Insomma, cosa stai pensando, Taddeus?» proruppe spazientito Lio-kan Tzu. «Chiedo scusa, Maestro - parlò finalmente Sierpinskij - ma che altro poteva rispondere al saggio
Banzan quel macellaio?».
«Non riesco a comprendere cosa tu intenda, Taddeus...»
fece interdetto Lio-kan. Sierpinskij continuò: «Intendo dire
che i macellai sono capaci di rifilarti anche la carne più schifosa, spacciandola per fresca. D’altra parte, è abitudine di
tutti i bottegai. Mi perdoni, Maestro, ma provi a chiedere ad
un oste se è buono il vino che vende... scherziamo?!? Forse,
l’illuminazione del saggio Banzan fu null’altro che l’essersi
reso conto di aver fatto una domanda davvero cretina. Ho
compreso il senso della storia, Maestro?».
Lio-kan, visibilmente congestionato, fissò Sierpinskij negli occhi per un buon quarto d’ora; poi, improvvisamente, si
inginocchiò in preghiera. «Io, questo lo ammazzo! - cominciò
a salmodiare a bassa voce - io lo ammazzo!!!». Sierpinskij,
alla vista del maestro così misticamente assorto, fu preso da
grande desiderio di devozione; e, inginocchiatosi vicino a
lui, si mise anch’egli a pregare. «Io questo lo ammazzo! Io
lo ammazzo!!!» cominciò con fervore, ripetendo la preghiera
che Lio-kan stava da alcuni minuti recitando.
«A sòreta!!!!!»2 gridò allora Lio-kan, alzandosi. E si al1 Questa storia sul saggio Banzan è riportata in forma leggermente
diversa da Nyogen Senzaki & Paul Reps “101 Storie Zen”, pag. 46,
Adelphi Edizioni, 1994.
2 Intraducibile. Secondo alcuni commentatori si tratta di un’antica
invocazione Veda, che potrebbe essere approssimativamente resa in
28
lontanò dal Sierpinskij, continuando a mormorare «Io questo
lo ammazzo, io questo lo ammazzo, io questo lo ammazzooooooo!!!!!».
Dal diario di Taddeus Sierpinskij: «Oggi, il maestro Liokan, dopo avermi proposto una banale storiella, mi ha dato
occasione di profonda emozione, mostrandomi come ogni
momento sia propizio per la preghiera. Mentre stavo dicendogli cosa pensavo dell’episodio che mi aveva da poco narrato, come travolto da improvvisa estasi, egli si è inginocchiato ed ha principiato a recitare quella che credo essere
un’antica preghiera in cui si testimonia la propria volontà
di sconfiggere il male che è dentro di noi. ‘Io questo lo ammazzo! Io lo ammazzo!!!’: tali sono le toccanti parole da lui
più volte pronunciate, il senso delle quali è certamente ‘Se in
me c’è del male, io lo distruggerò!’. Avreste dovuto vederlo,
il Maestro: rosso in viso, tremante per il fervore della preghiera, sembrava non accorgersi di nulla intorno. Soltanto
quando anch’io ho iniziato a recitare il suo salmo egli si è
scosso, probabilmente travolto dall’emozione di essere riuscito a trasmettermi il suo fervore religioso. Ed è corso via,
continuando a pregare.
Non ho voluto disturbarlo rincorrendolo: sono così rimasto
in ginocchio per altre due ore, assorto nella semplice preghiera che egli aveva avuto la generosità di insegnarmi in
quel modo insolito; e alfine ho sentito nel mio animo un profondo senso di pace. Sono allora tornato al monastero, ringraziando dentro di me il Maestro per quanto aveva saputo
donarmi quel giorno.
La sera, poi, l’ho incontrato mentre tutti ci recavamo in
refettorio per la cena: era visibilmente ancora stravolto
dall’ondata di fervore religioso che lo aveva posseduto nel
pomeriggio. ‘Buonasera, Maestro!’ gli ho gridato con allegria (la pace del cuore porta naturalmente all’allegria...).
‘Buonasera!’ mi ha risposto secco. E, allontanandosi di colpo, è poi andato a mangiare tutto solo nella sua cella. Evidentemente, doveva ancora riflettere sulla profonda esperienza vissuta quel giorno.
I cinesi saranno pure strani: ma quante cose notevoli ci
possono insegnare!».
questo modo “Signore, io sono qua a pregarTi. Ascoltami e dammi la forza
di essere migliore affinché possa aiutare i miei simili prima di tornare a Te
(il più tardi possibile, comunque)”.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
15. Periodo Zen - Il suono di una sola
mano
U
n giorno Sierpinskij e il Maestro Lio-kan
passeggiavano assorti nel ridente giardino
del monastero. Il sole stava tramontando e
i peschi da poco fioriti irradiavano colori
morbidi, nitori pastellati che solo in Cina
è dato a cogliere. «Qual è, Maestro, l’essenza dello Zen?»
gli chiese ad un certo punto il Nostro. Dopo un lungo silenzio, durante il quale effettuarono 315 giri del giardino,
finalmente Lio-kan replicò: «Tu puoi sentire il suono di due
mani quando battono l’una contro l’altra. Ora mostrami il
suono di una sola mano».1 Sierpinskij rifletté non poco sulla
domanda. Non era certo questione semplice, pensò tra sé.
Improvvisamente, come ispirato da chissà quale intuizione,
mollò al Maestro un formidabile ceffone.
1 Sembra che il primo a porre tale questione ad un allievo, certo Toyo,
dodicenne, sia stato Mokurai, detto Tuono Silenzioso, maestro del tempio
Kennin (rif. Nyogen Senzaki & Paul Reps, “101 Storie Zen”, pagg. 36-38,
Adelphi Edizioni, 1994). Solo una mente acuta come quella del Sierpinskij
poteva risolvere in pochi minuti un problema che aveva resistito per secoli
all’analisi di tanti Spiriti Eletti.
«Malimor...»2 esclamò Lio-kan, sorpreso e dolorante.
«Perché non ci ho pensato anch’io, quando da bambino il
Maestro Miao Chian3 me lo chiedeva in continuazione?».
E volgendosi poi verso Sierpinskij, gli disse: «Ora-seianche-tu-un-Illuminato. Anzi, già da domani puoi tornare in
Europa!».
E ripresero a passeggiare, sino a tarda ora.
Nel Suo diario Sierpinskij annota: «Il Maestro mi dice che
ora sono anch’io un Illuminato. Finalmente ritorno a casa.
Meno male: non ne potevo più di mangiare solo riso. Però,
mi sento come prima. Mah... valli a capire ‘sti cinesi!».
2 Antica invocazione buddista.
3 Maestro e poeta zen (1685-1778). Come altri maestri dell’epoca, soleva
bastonare gli allievi per favorirne l’illuminazione. Molti di essi, purtroppo,
si spensero.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
16. Una strana amicizia
N
ella vita di ogni Grande ci sono pagine
oscure, comportamenti inspiegabili, relazioni improbabili. Il Sierpinskij non fa
certo eccezione; ed ancora oggi ci si chiede ragione della Sua grande amicizia con
certo Ercole Proietti1, comunanza maturata durante la seconda parte del soggiorno romano del Nostro.
Era il Proietti persona invero assai cordiale, ma piuttosto
volgare, sporco e trascurato nel fisico, di dubbia moralità,
più volte incarcerato per furto e violenza carnale. Illetterato e gradasso (specie dopo aver bevuto), gestiva una piccola osteria in Trastevere ed era meglio noto come “Ercole er
faciolaro” in quanto nel suo locale (si fa per dire... meglio
sarebbe chiamarlo ‘bettola’) tra i piatti più richiesti dai clienti figuravano i fagioli con le cotiche, invero magistralmente
cucinati dalla moglie Assunta.
«A Serpì, li mortacci tua e de tutti li polacchi!» gli gridava
Ercole appena scorgeva il Nostro sull’uscio dell’osteria; e
gli andava incontro gesticolando, asciugandosi via facendo
il sudore con un grembiule bisunto che soleva portare quando serviva i clienti. «Li mortacci tua, quanto sei bello!», gli
gridava ancora abbracciandolo e pizzicandogli le guance. E
il Sierpinskij rideva, rideva, fino alle lacrime, tanto che per
riprendersi cominciava a bestemmiare in polacco e a dare
forti pacche sulla schiena al Proietti. Questi, tuttavia, come
in un’analoga situazione in cui il Sierpinskij incorse quando
fu ospite a Praga del barone Haschleck, replicava con pacche
ancor più forti, addirittura devastanti, che in genere facevano
passare al Nostro la voglia di ridere.
«A Marì, daje da beve a ‘sto fracicone!» urlava il Proietti alla figlia ventenne, una splendida giovane romana di
cui il Nostro si era teneramente innamorato (e questa potrebbe forse essere la spiegazione della strana amicizia tra
il Sierpinskij e il Proietti...). Sierpinskij si sedeva allora ad
un tavolo e, giunta Maria, invariabilmente ordinava: «Maria,
portime mezo littro!». «Subito, sor Serpì» rispondeva Maria,
avviandosi. «Maria! - la richiamava Lui - ogi tu sei bela,
bela, bela... tu sei tanto bonna, Marì!». «A sor Serpì- rispondeva ridendo lei - ci avete sempre voja de scherzà. Eppoi che
d’è ‘sto ‘bela, bela’? E mica sò ‘na pecora! E se dice bona,
1 Trattasi di tal Ercole Proietti (1777-1822). Condannato per furto di
limòsine nella chiesa di S. Pietro in Montorio, morì decapitato ad opera
di Mastro Titta.
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no bonna». «E, alora, bona, bona...» esultava il Nostro. «E
metti giù le mani, brutto zozzone!» reagiva Maria, pizzicata
sul sedere per l’ennesima volta dal Sierpinskij. «A papà gridava poi Maria al Proietti - questo mò te lo servi tu, ché
me stà sempre a toccà!». «E a te che te ne frega? - replicava
ridendo il Proietti - mica te se consuma, er culo! Er polacco
ci ha li sordi, è cotto, nu’ lo vedi? Fatte sposà, Marì, che te
sistemi, e ce sistemamo puro io e tu’ madre!».
Al che Maria ogni volta, alterandosi, gridava in faccia al
padre: «Nun me piaceeee, perché è vecchioooo!!!. A mme
me piace Romolo mio, e tu ce lo sai!!!». «Romoletto, er ciriola?» urlava allora fuori di sé il Proietti. «Quer fijo de ‘na
mignotta che nun ci ha voja de fa ‘n cazzo: si te ce rivedo
‘nzieme, giuro che t’ammazzo, quant’è vero che me chiamo
Ercole!»
«Maria, ariva o no questo mezo littro?» sollecitava nel
frattempo il Sierpinskij. «Intanto t’ariva un ‘vammoriammazzato’ - gli gridava contro Maria - a te e a tutti quelli come
te. E se te riazzardi a pizzicamme dietro n’antra vorta, lo
dico a Romoletto mio, che si lo sa te dà ‘na cortellata che te
spacca er core!!!»
A questo punto, in genere, mentre tutti sghignazzavano, il
mezzo litro arrivava, ed arrivava anche, preparata amorosamente dalla sora Assunta, moglie del Proietti, una gigantesca
porzione di cotiche con i fagioli, piatto di cui il Sierpinskij
era ghiottissimo. Sul tardi, entrambi ubriachi, il Sierpinskij
e il Proietti solevano uscire dall’osteria e passeggiavano sul
lungotevere. Ogni tanto si fermavano, indotti a questo da una
naturale ed impellente necessità dovuta alla considerevole
quantità di vino consumata; e, come bambini, facevano a chi
arrivava più lontano. Una sera il Sierpinskij accompagnò il
getto liquido con poderosi rumori corporali. «Anvedi - fece
allegro il Proietti, anch’egli occupato nella stessa operazione
- ci avemo puro la musica!». «È musica per la mia salute»
ribatté serio Sierpinskij. «Ricordati sempre, Proietti, quello
che dice la Scuola Medica Salernitana: ‘Mingere cum bumbis res est saluberrima lumbis’»2. «Ma che cazzo stai a ddì»
gli gridò l’oste. «Ma che in Polonia ve l’inzegnano a scola
a piscià?».
2 Detto della Scuola Medica Salernitana, messo in nota da Johnathan
Swift al suo ‘Strefone e Cloe’ (1731). Citato in ‘Swift’, a cura di M.M.
Rossi (Collana ‘Il fiore delle varie letterature in traduzioni italiane’ di
Vincenzo Errante e Fernando Palazzi), pag. 145, Garzanti, 1942.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Mastro Titta il boia di Roma, memorie di un carnefice scritte da lui stesso, Milano 1981.
La cosa, a lungo andare, si riseppe e Sierpinskij fu chiamato in Curia da monsignor Locatoskji, un alto prelato polacco
dall’aspetto spettrale, un tipo a metà tra Dracula e Nosferatu,
cui a suo tempo, dopo il Suo rientro dalla Cina, il Nostro era
stato vivamente raccomandato affinché si trovasse per Lui
una possibilità di impiego presso la Santa Sede. «Mi giungono notizie disdicevoli sul vostro conto, Taddeus!» lo investì il
monsignore. «Siete diventato lo zimbello di Roma, e con voi
ogni polacco! E questo è male. La vostra consuetudine con
l’oste Proietti è, a dir poco, inquietante e non certo opportuna per un giovine dabbene quale voi siete! Si parla, peraltro,
in numerose missive a me giunte, di vostre particolari e inconfessabili attenzioni per la figliuola del Proietti, a nostra
notizia assidua e pia frequentatrice di Santa Maria in Trastevere. Tutto questo, oltre che inammissibile, è irragionevole, soprattutto per una vostra futura carriera in Vaticano. Vi
invito inoltre a pensare, Taddeus, che un giorno potremmo
anche avere un Papa polacco: non gli state di certo preparando il terreno, io credo!» concluse il monsignore, sbattendo sul tavolo un voluminoso incartamento di lettere anonime
che gli erano giunte al proposito del Nostro. «Chiedo scusa,
Eminenza» azzardò spudoratamente Sierpinskij. «Forse si
tratta soltanto di calunnie». «Fuoriiii!!!» gridò insolitamen-
te rosso in viso il prelato indicandogli la porta. «Calunnie un
par di palle...»3 aggiunse poi a bassa voce, ma non così bassa
che il Nostro non potesse sentire.
Tornato nel Suo modesto appartamento, Sierpinskij rimase
quattro giorni ad almanaccare sulle ‘palle’ cui aveva fatto
riferimento il monsignore, cercando senza successo di comprendere cosa mai egli intendesse dire.
Il senso della frase idiomatica usata dal Locatoskji gli fu
poi rivelato, non senza soverchia difficoltà, dal Proietti. Sierpinskij ci rimase molto male. Allo stato dei fatti, le possibilità di una Sua sistemazione impiegatizia presso il Locatoskji
sembravano sfumate. Tuttavia, memore del cadaverico pallore del prelato, si consolò ricordando quanto un giorno gli
aveva confidato l’Imperatore, mentre insieme ritornavano
dalla sfortunata campagna di Russia: «Dovunque i fiori appariscono eziolati, ivi non possono vivere gli uomini».4
3 Non dobbiamo dimenticare che all’epoca, monsignor Jgor Locatoskji
aveva già alle spalle un soggiorno romano più che ventennale.
4 Napoleone Bonaparte, “Aforismi, massime e pensieri”, pp. 93, NewtonCompton, 1993.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
17. Maria Proietti
N
onostante la reprimenda di monsignor
Locatoskji, che nel frattempo era divenuto cardinale, Sierpinskij continuò imperterrito a fare una corte serrata a Maria, la
giovane figlia di Ercole Proietti, l’oste romano che conduceva una nota bettola trasteverina.
Una sera accadde che Maria, recandosi a prestar servizio
nell’osteria del padre, scorse in vicolo della Luce certo Romolo Riccardi, detto “er ciriola”, abbracciato con tale Annunziata Ripa, in posizione tale da non lasciar dubbi sul tipo
di conversazione che essi stavano intrattenendo. La Proietti
rimase assai turbata dalla cosa in quanto, e a buon diritto, ella
si sentiva impegnata sentimentalmente col detto Riccardi.
Trattenendo a stento le lacrime, arrivò dunque al suo posto
di lavoro. E, componendosi come poté, principiò a servire i
clienti quasi che nulla fosse accaduto. Come ogni sera, Sierpinskij, senza alcuna speranza, cercò di farle dei complimenti; ma, diversamente da ogni altra volta, Maria sembrò non
disdegnare le attenzioni del polacco. Quando fu tempo di
andare, Sierpinskij, malfermo sulle gambe, cercò di avviarsi
all’uscita dell’osteria.
«A sor Serpì - osservò Maria - stasera ve ce vonno du’
carozze pé ariportavve a casa!». «È colpa del vinno di Marinno» rispose un poco alticcio il Nostro. «E chi ha sbajato a
portavvene troppo, paga!» fece di rimando Maria. «Da solo
a casa nun ve ce manno: nun ve reggete in piedi!». E detto
fatto, prese a sorreggerlo; e si avviò con Lui. Il padre, Ercole
Proietti, non disse nulla a fronte del comportamento inusuale
della figliuola; anzi, rimase assai sconcertato in quanto, pur
avendola più volte sollecitata ad avere interesse verso il Sierpinskij, da lui ritenuto danaroso, non era mai riuscito a smuoverla più di tanto. «Voi vedé, Assù - disse alla moglie - che
stasera ce scappa er polacchetto?». «Ercole mio - rispose la
sora Assunta - ma quello è vecchio pe’ Maria!». «È vecchio,
sì, ma c’ha li sordi!» ribatté il Proietti.
Intanto, Sierpinskij e Maria erano arrivati all’altezza di
ponte Sisto. «Vedi quante stelle ci sono in cielo, stasera?»
le disse con voce tremante il Nostro. «Vedo, vedo - rispose
triste Maria - però, dicono tutti così...» e scoppiò a piangere.
Sierpinskij la strinse forte a sé e cominciò ad accarezzarle
i capelli, fatto che sembrò calmarla un poco. «Vedi, Maria
- soggiunse poi Sierpinskij, sforzandosi di esprimersi in un
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italiano corretto per non sembrare ridicolo - se qui ci fosse stata un’altra donna, io non mi sarei nemmeno accorto
delle stelle». «Me state a pijà in giro, sor Serpì?» disse lei,
asciugandosi le lacrime. «No, Maria - proruppe il Nostro - io,
forse, sono solo un sognatore, un sognatore un pò vecchio
per te: ma il mio cuore è giovane, Maria, è un cuore che
cerca soltanto una donna che possa capirlo. E vorrei che
tu credessi in questo mio sentimento, un sentimento che mai
ho provato per alcuna. Quando ti dico ‘Guarda le stelle’,
te lo dico perché ora, senza uno specchio, non posso dirti
‘Guardati’: nessuna stella può brillare come tu brilli, nessuna stella può avere la tua luce. E tu sei la mia luce, Maria,
tu per me sei più di tutte le stelle del cielo. Ti amo profondamente, Maria, ti amo da morire, anche perché è con te che ho
capito cosa vuol dire amare». Maria rimase assai turbata da
queste parole che rivelavano un’insospettata profondità dei
sentimenti del polacco. Rimase così un poco in silenzio; poi,
guardandolo fissamente negli occhi, gli sussurrò: «Certo che
me dovete volé proprio un gran bene!». «Io ti amo, Maria…»
le rispose con un filo di voce il Sierpinskij «... solo adesso
capisco cosa significa amare». E si baciarono, si baciarono
a lungo, mentre il Tevere scorreva lento sotto la luce dei rari
lampioni che ne illuminavano le sponde. Sierpinskij poggiò
la mano sul seno di Maria: sentiva il suo cuore battere, e
sentiva anche la sua giovinezza. Con grande delicatezza le
fece scivolare il vestito giù dal petto; e alla luce delle stelle
e dell’avaro spicchio di luna che stava in cielo, la pelle di
Maria gli sembrò ancora più candida.
Rimasero distesi sul greto e qualche bacio appassionato
parlò per loro. Poi Sierpinskij disse a Maria: «Amore mio, ti
desidero, ti desidero tanto...». «Io sò vergine...» fece confusa
lei. «Anch’io sono vergine, Maria, vergine di cuore, vergine
di sentimento: e sto nascendo, stasera» rispose Sierpinskij.
«Maria, ti prego, non dirmi di no, fammi nascere con te».
«Come parlate bene, sor Serpì» fece Maria. Poi, accarezzandolo in viso, gli disse a bassa voce: «Fammi tua, adesso,
perché io so’ tua e sarò sempre tua!». Sierpinskij le diede un
piccolo bacio, sussurrandole: «Io sono tuo, io! E sarò sempre
tuo, Maria...». Scivolò così su di lei, prendendola dolcemente. Maria gridò solo un attimo. Il resto, lo sanno gli alberi e
i grilli che quella sera stavano a lungotevere, dalle parti di
ponte Sisto.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
18. Il Calvario del Sierpinskij
S
ierpinskij amava assai Roma. In questa
città soggiornò molto tempo, ivi si sposò, lì ebbe una figlia.
Guai a parlar male di Roma o dei
romani con Lui: il Nostro era capace di alterarsi a tal punto che principiava ad esprimersi in polacco,
intercalando le Sue argomentazioni
con numerose pesanti bestemmie.
Tuttavia, accadde una volta che anche Sierpinskij ebbe a prendersela
con Roma e con i romani. Quel
giorno, Egli stava ancora ridendo
perché il Proietti gli aveva appena
confidato che il popolino decrittava
il famoso acronimo SPQR1 come
‘Sono Porci Questi Romani’. Rideva il Sierpinskij, rideva di cuore; e sudava, perché si era
in agosto, mese in cui a Roma fa un caldo torrido. Stava
recandosi al mercato di Porta Portese, il Nostro, la curiosa
fiera romana dove si può trovare di tutto. E in effetti, c’era molto da vedere: vecchi mobili, vecchi quadri, vecchi
libri, vecchie stampe, vecchie cose, le più disparate. Passò ivi l’intera mattinata, godendosi sotto un sole cocente
lo spettacolo che gli si offriva. Infine, contrattò alla morte,
con un napoletano, sul prezzo di una piccola veduta del Vesuvio, quadretto che poi acquistò ad una cifra astronomica,
convinto di aver fatto un grosso affare. Avviandosi verso
casa (alloggiava allora in una pensioncina del Gianicolo,
colle che domina Porta Portese, come pure il Vaticano) il
Sierpinskij vide un banco che esponeva splendidi minerali: in particolare, la Sua attenzione fu attratta da un blocco
di pirite, cristallizzata in pentagonododecaedri2. Dopo una
breve discussione sul prezzo dell’oggetto, acquistò felice
anche quello.
Carico come un bestia da soma (la pirite da sola pesava
una trentina di chili...) si apprestò quindi a risalire il col-
le del Gianicolo. Dal punto del
mercato di Porta Portese in cui
si trovava, la via più breve, per
chi non lo sapesse, è costituita da
un’imponente e lunga gradinata,
finita la quale ci si trova dinanzi
ad una stretta scomoda rampa di
centosessanta gradini, quanti ce
ne vogliono ancora per arrivare in
cima al colle. Sierpinskij scelse,
incautamente, quella strada. Né le
cronache, né i Diari narrano le vicissitudini di quella risalita; certo
è che Sierpinskij dovette arrivare
in cima terribilmente disidratato.
Come Egli ha lasciato scritto nei
suoi diari, giunto al culmine del
percorso cercò disperatamente di
dissetarsi. E vedendo in lontananza una fontanella, si precipitò verso di essa per bere. Mentre
stava per assumere il prezioso liquido, tuttavia, l’occhio gli
cadde su una scritta incisa nel metallo del ‘nasone’3: ‘Acqua
Marcia’.4 «Accidenti, che jella!», si disse il Sierpinskij. E
riprese il Suo cammino, col cuore che batteva all’impazzata
e le labbra che cominciavano a screpolarsi per l’arsura. La
storia si ripeté con un altra fontanella, e poi con un’altra ancora. Prossimo al coma, stremato nelle forze e nello spirito,
soprattutto a causa del Suo amore per i minerali, Sierpinskij,
come Dio volle, riuscì a raggiungere la Sua abitazione. Salì
i tre piani di scale, pensando più volte a quanto doveva aver
sofferto Nostro Signore nel portare la croce sul Gòlgota; poi
entrò in casa e, deposti prontamente nell’ingresso quadretto
e pirite, poté alfine ripristinare il Suo equilibrio idrosalino.
Quando successivamente, canzonandolo, il Proietti gli
rivelò che l’Acqua Marcia era una delle società di distribuzione dell’acqua potabile di Roma, il Sierpinskij non fece
commenti. Tuttavia, come riportano alla lettera i Suoi Diari,
quella sera, tornando a casa un poco alticcio, tra sé e sé
osservò: «Certo, che questi romani sono proprio stronzi!».
1 ‘Senatus PopulusQue Romanus’, ovvero ‘Il Senato e il Popolo
Romano’.
2 Ricordiamo, per comodità del lettore, che trattasi di bisolfuro di ferro.
La pirite cristallizza in natura in due forme: una costituita da cubi smussati;
l’altra, la pentagonododecaedrica, formata appunto da facce pentagonali.
3 Così i romani sono soliti chiamare tali caratteristiche fontanelle per via
del tubo ricurvo, rivolto all’ingiù, da cui esce l’acqua.
4 Trattasi di acqua proveniente dal terzo acquedotto di Roma antica,
Aqua Marcia, così chiamata dal pretore Quinto Marcio Re, che lo costruì
nel 144 a.C.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
19. Un’occasione perduta
R
otti i ponti con il Lokatoskji, Sierpinskij si
trovò nella necessità di sbarcare il lunario:
le entrate derivanti da occasionali ripetizioni di matematica rendevano ben poco.
Quando ormai era sull’orlo della disperazione, accadde un evento inaspettato: una convocazione in
Vaticano! Fatto ancor più eclatante, nascosto dietro quel
neutro invito a presentarsi il giorno tale all’ora tale nella sala
delle udienze pontificie, era (come Egli scoprì poi) che il
Santo Padre in persona desiderava incontrarlo.
La faccenda (almeno stando a quanto riportato nel coevo
libbriccino dell’abate Morini1) era che il cardinal Lokatoskji
aveva a lungo parlato col Papa2 di questo giovane di talento,
un poco preso dal mondo, ma di sani principi e di intelletto invero singolare. E il Papa si era al proposito incuriosito.
D’altra parte, incontrando negli ultimi tempi non pochi problemi, specie in relazione alla svogliata devozione manifestatagli dal popolino romano, Sua Santità pensava anche che
il Sierpinskij – grazie alle sue frequentazioni plebee su cui
il Locatoskji lo aveva dettagliatamente informato - avrebbe
potuto essergli non poco d’aiuto nel consigliarlo sul da farsi.
Da qui l’inaspettato invito.
Puntualissimo, e impeccabilmente vestito, il Nostro si presentò quindi in Vaticano. Scortato da due guardie svizzere,
fu condotto presso lo studio papale, ove fu fatto attendere.
Ma l’attesa fu breve. Sicché, ancora incredulo, venne a trovarsi dinanzi ad una figura candidamente vestita che gli faceva gesti sollecitandolo ad avvicinarsi.
«Santità - implorò il Sierpinskij, gettandosi ai suoi piedi
- non merito questo onore! Sono solo un povero peccatore.
Padre Santo: non son degno di Te!». E così dicendo principiò a baciare le sante pantofole del pontefice con cotal foga
che ad un certo punto questi gli mollò un paio di pedate in
viso per allontanarlo.
«Caro figliolo - esordì il papa non appena ristabilite le giuste distanze - a parte il fatto che il “tu” dovreste usarlo solo
con vostra sorella o con gli amici dell’osteria, e non con il
Capo della Cristianità; come pure che ‘Non son degno di
te’ sarebbe bene lasciarlo a canterini del prossimo secolo3,
1 S. Morini, “Vita segreta in Vaticano”, pp. 449, Fieschi, Roma, 1839.
2 Pio VII, al secolo Giorgio Chiaramonti, nativo di Cesena, il cui
pontificato durò ben 23 anni (dal 1800 al 1823).
3 In effetti, negli anni ’60 del XX secolo circolò una canzonetta con
siffatto titolo, cantata in dialetto bolognese da certo Gianni Morandi.
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vi do il mio benvenuto. Avvicinatevi quindi rispettosamente
ed evitate di baciarmi ulteriormente le pantofole, anche perché - vi faccio notare - così facendo sporcate il raso. E sono
pantofole che costano un occhio, peraltro molto comode. Mi
spiego?».
«Come Sua Santità desidera!» rispose a testa bassa il Nostro. «Imploro l’indulgenza del Vicario di Cristo per questo
mio comportamento, dovuto sia all’emozione che alla giovane età!». «Perdonato, perdonato» gli rispose il papa, con un
sorriso da cui traspariva simpatia.
«Dunque, caro figliolo - riprese il Pontefice - vi ho fatto
chiamare in quanto il cardinale Locatoskji mi ha parlato a
lungo di voi, raccontandomi che siete un profondo conoscitore del popolo romano, di come esso vive, di cosa pensa».
Il Sierpinskij rimase un poco sorpreso da queste parole in
quanto riteneva, specie dopo il suo ultimo incontro con il
Locatoskji, di avere in questi un nemico, non già un mèntore
che addirittura parlasse di lui con il papa, per di più nei lusinghieri termini testè espressi dallo stesso.
«Che Dio abbia in gloria il cardinale...» disse il Nostro
con un fil di voce. «Senza dubbio» osservò il pontefice. «Comunque, vi informo che, nonostante il proverbiale colorito
cadaverico del suo viso, egli gode tuttora di ottima salute.
Non per nulla, ragazzo mio, la formula che avete testè usato
sarebbe bene riservarla per i soli trapassati».
«Chiedo scusa, Santità» rispose, un poco mortificato, il
Sierpinskij «Cercavo solo di manifestare il mio affetto e la
mia devozione per il cardinale».
«Bene» proseguì il papa. «Ora veniamo al sodo. Vi ho fatto
chiamare perché ho bisogno del vostro consiglio in quanto sono assai preoccupato per la svogliatezza, chiamiamola
così, che da tempo pervade i romani per le sacre funzioni. E
anche, se vogliamo, per le limòsine che essi con sempre maggiore parsimonia destinano alla Chiesa. Naturalmente, mio
caro giovine, non sto parlando della Nobiltà Romana, a me
sempre così divota, quanto del popolo di Roma, gli abbienti
e i meno abbienti. In particolare questi ultimi, il popolino,
che voi ben conoscete. Cosa pensate di tutto questo? Avete
qualche indicazione da darmi al riguardo?». E detto ciò, il
papa prese a fissare negli occhi il Sierpinskij, in attesa di una
risposta.
«Il problema, Padre Santissimo, è che i tempi attuali sono
un poco difficili. Ad esempio, un mio conoscente, tal Ercole
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Proietti4 5, che ha un’osteria in Trastevere, vede da tempo
diminuire sempre più il numero di clienti. Danaro in giro
non ce n’è molto: e questo può spiegare il perché le limòsine
per la Chiesa siano meno generose che in passato. Tuttavia,
non nascondo che, almeno per quanto ho potuto ascoltare in
giro, c’è una certa animosità diffusa verso il clero». Il papa
sembrava molto interessato al discorso: «Verso il clero? In
che senso?» chiese al Nostro. «Nel senso - rispose pronto
Sierpinskij - che molti preti romani sono assai grassi, mangiano e bevono a più non posso, vivono in bellissime residenze e, nella gran parte, mantengono nel lusso cortigiane
a tutti note. Per non parlare poi di quelli che si circondano
di giovinetti...» aggiunse arrossendo: «Ma su quest’ultimo
aspetto vorrei non entrare in particolari».
Il papa rimase in silenzio pensoso. Poi, con fare grave,
guardò Sierpinskij e gli disse: «Caro figliolo, quello che mi
dite lo conoscevo da tempo; ma non credevo che questa caduta di costumi dei pastori del mio gregge fosse così profonda e generalizzata. Sono davvero addolorato, intensamente». A vederlo così accasciato il Sierpinskij fu preso da un
moto di pietà per il pontefice, e si diede da fare per tirargli su
il morale. «Santità - osservò - sono cose che càpitano, che in
genere poi vanno a posto da sole. E, diciamocelo pure, nemmeno nuove. Non dovreste angustiarVi così. Tutto passerà,
vedrete. Con una guida come la Vostra io credo che a poco
a poco il clero ritroverà la sua strada e la devozione dei
romani ritornerà quella di prima!».
«Grazie, figliolo - gli rispose mestamente il pontefice - ma
penso che questo non avverrà tanto presto. Le cose sono
messe proprio male; e io più di tanto non posso fare. Sento
che perderò la salute su questa faccenda!».
«Mai, Santità!» intervenne il Sierpinskij, con una foga de4 Trattasi di Ercole Proietti (1777-1822). Condannato per furto di
limòsine nella chiesa di S. Pietro in Montorio, morì decapitato ad opera
di Mastro Titta. Come alcuni commentatori hanno fatto notare, con molta
probabilità tale severa pena fu in parte determinata dal disastroso risultato
dell’incontro tra il Sierpinskij e papa Pio VII (in effetti, a fronte di ben altri
delitti compiuti in passato dal Proietti, la sua condanna a morte per quel
piccolo furto sembra davvero eccessiva).
Riporta infatti l’abate Morini, nell’opera citata, che il Proietti non appena
arrestato chiese, ed ottenne, di parlare col papa. «Sono il suocero del
signor Sierpinskij, Santità. Invoco clemenza!» disse. «Ne terrò conto di
certo, state tranquillo» gli rispose Pio VII. Sempre il Morini accenna
ad un colloquio tra il papa e il capo del tribunale giudicante il Proietti:
«Trattatemelo bene» fu l’indicazione data dal pontefice. Le stesse parole,
racconta ancora il Morini, le disse anche a Mastro Titta (al secolo Giovanni
Battista Bugatti, nativo di Senigallia, boia pontificio dal 1796 al 1864), in
un incontro svoltosi prima dell’esecuzione del Proietti, avvenuta il 4 marzo
del 1822 in piazza San Cosimato.
5 Molti hanno sottolineato il fatto che Sierpinskij parlò al papa del Proietti
indicandolo come ‘conoscente’. Evidentemente, il Nostro si vergognò di
ammettere essergli il Proietti suocero, avendone egli sposato la figliuola.
gna del Savonarola. «Mai! La vita va presa con filosofia: se
le cose volgono al bene, allora bene; se le cose vanno male,
allora bene lo stesso. Niente è indispensabile nella vita, se
non la fede in Nostro Signore. Tutto il resto conta quello che
conta. In altri termini, intendo che se una cosa c’è, allora
tutto è a posto; e se una cosa non c’è, se ne fa a meno, o
meglio, se ne trova un’altra. Tutto può essere sostituito: è
come con le donne, se Sua Santità mi consente tale audace
paragone. Il mio amico Ercole Proietti di solito condensa
tutto questo discorso in una battuta: ‘Morto un papa, se ne
fa un altro’».
E mentre proferiva quest’ultima frase, Sierpinskij si rese
conto di aver detto la più grossa corbelleria che gli potesse
venire in mente. Nel contempo, il pontefice si era alzato e il
suo colorito stava passando da un bianco pallido ad un carminio carico. «Non ho compreso il senso della battuta del
vostro amico» disse infine, scandendo lentamente le parole.
Il Sierpinskij, ormai preso dal panico, tentò di salvarsi in corner, ma riuscì solo a peggiorare la situazione. «Quello che
intende il Proietti, Santità - disse con un filo di voce - è che
nessuno è indispensabile. L’immagine è certo assai ardita;
tuttavia, è molto indovinata e rende assai l’idea. Se non è
indispensabile il papa, figuriamoci se altri possono essere
indisp...». «Fuoriiii, jettatore!!!» tuonò il pontefice. «L’udienza è finita. Andatevene, gaglioffo. Aveva ben ragione il
Locatoskji!!!».
E poi, tra sé e sé: «Ercole Proietti... devo tenere bene a
mente questo nome».
Richiamati dalle grida papali, irruppero nello studio le due
guardie svizzere. Queste, preso di peso il Sierpinskij, lo condussero sino all’uscita di Porta Angelica, scaraventandolo
poi per strada.
Piuttosto dolorante per le ammaccature così procurategli,
il Nostro a poco a poco si riebbe. Cercò, come possibile, di
togliersi dal vestito parte del sudiciume rimastovi adeso in
seguito alla caduta e si avviò quindi verso casa. Sulla via
del ritorno gli sovvenne una raccomandazione che più volte
gli era stata fatta dal maestro Lio-kan: «Sii pronto nell’ascoltare, lento nel rispondere». «Aveva proprio ragione,
il Maestro!» si disse sconsolato. Ma a mano a mano che si
avvicinava alla sua dimora, i pensieri divennero meno tetri:
«Morto un papa se ne fa un altro? È vero. Ed è vero anche
nel mio caso» rifletté. «Roma ormai ha ben poco da offrirmi.
È tempo di tornare in Polonia. Se qui le occasioni sono sfumate, là ne avrò certamente a iosa».
E, particolarmente soddisfatto di questo “a iosa”, sorta di
ciliegina sulla torta delle sue considerazioni, principiò a fischiettare.
35
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
20. Sierpinskij precettore
D
i ritorno dalla sfortunata campagna di
Russia il Sierpinskij trascorse un periodo
di studi a Roma ove fu il precettore di un
giovane ragazzo scozzese, il quale gli fu
affidato in quanto la sua famiglia era troppo povera per mantenere gli studi di economia e commercio
che il giovane intendeva frequentare. Questi era un brillante
diciottenne che al Sierpinskij garbava assai. L’unico rammarico del Nostro fu che non riuscì ad impartirgli un’educazione alimentare adeguata. «Sempre quelle schifezze: carne
trita e patate! Neanche i cani mangiano così. Non capirai
36
mai l’essenza dell’economia» lo apostrofava in continuazione il Sierpinskij. Purtroppo la recessione che colpì Roma nel
1825 costrinse la povera famiglia scozzese ad emigrare in
America, con la valigia colma di sogni e disperazione. «Maestro - chiese il giovane al Sierpinskij prima di accomiatarsi
- come potrò fare fortuna in un luogo così lontano?». «Non
farai mai fortuna» sentenziò duro ma sincero il Sierpinskij.
«Il buon senso negli affari si riconosce a tavola».
Quella sera stessa i signori Mac Donalds vennero a prendere il loro unico figlio e partirono per le Americhe.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
21. Sierpinskij e il Pittore
D
urante il suo soggiorno romano il
Sierpinskij ricevette la visita di Tamas
Deretany, il quale partecipava al convegno
“Edipo che tipo” organizzato dalla cattedra
di filosofia teoretica dell’università di
Budapest. La frequentazione del Deretany si era sempre
rivelata per il Sierpinskij fonte di continua acculturazione.
Ne è testimonianza
il seguente episodio.
Un giorno il Deretany
disse al Sierpinskij con
aria ieratica: «Dovresti
andare a vedere la
mostra del Greco».
«El Greco, il famoso
pittore
spagnolo,
vorrai dire» lo riprese
il Sierpinskij1. «No,
no. Er Greco, l’amico
der Cicoria, il famoso
madonnaro di Corso
Trieste». Il Nostro
lo guardò sbalordito.
Come poteva tanta
erudizione
albergare
in un uomo solo!
Comunque
quello
stesso
pomeriggio
il Sierpinskij si recò
con la sua cagnolina
Ljuba a spasso per le
strade ove Er Greco esponeva le sue opere. Ora, noi uomini
di mondo sappiamo come sovente gli animali, presi da
impellenti urgenze, rilascino in loco fragranze corporali con
grande disinvoltura. Va da sé che la tenera Ljuba espletò le
sue funzioni proprio sulla raffigurazione di Santa Sofia2,
atto che al Greco, ragazzo di spiccato animo religioso,
1 Cogliere un fallo nel Deretany era sempre, per il Sierpinskij, un motivo
di grande soddisfazione.
2 Gli agiografi raccontano che la cagnetta Ljuba costituì, poi, oggetto
di studi da parte di un’equipe di fisici diretti da Bohr e Planck, i quali,
notando che il simpatico mammifero produceva più feci di quanto non
mangiasse, cominciarono ad avere dei dubbi sul principio di conservazione
dell’energia, come pure sull’unidirezionalità dell’entropia.
dispiacque assai. «Chiedo scusa - sibilò er Greco al Nostro
- non mi permetterei mai di importunare una persona
famosa come lei, ma le faccio notare che la sua cagna ha
insozzato la mia opera preferita». «Mi dispiace - replicò
confuso il Sierpinskij - se lo ritiene le rifonderò il danno».
Alcuni passanti notarono una strana luce negli occhi der
Greco; molti si commossero anche per l’afflato religioso
che permeava tutta la scena. Er Greco, rispolverando gli
studi di economia che aveva fatto per corrispondenza,
stimò che la perdita poteva ammontare a circa 15.000
bajocchi; ma, dal momento che lui era un puro di cuore e
visto il sentimento di fratellanza che appariva esserci tra
due così nobili persone, si accontentò soltanto di 14.500
bajocchi. Le cronache narrano che da quel momento,
inspiegabilmente, il Sierpinskij perse la fede e divenne un
ateo convinto.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
22. Sierpinskij e la Bibbia
I
24 volumi che Sierpinskij pubblicò in relazione
ai Suoi studi biblici1 testimoniano un’attenzione
profonda del Nostro verso uno dei più antichi testi prodotti dal genere umano.2 Invero, il carattere
criptico della Bibbia molte volte lascia sorpreso ed
interdetto il lettore. Questo lo si può in parte attribuire alla
mancanza delle vocali nell’alfabeto ebraico; di certo, il testo
è in molti punti intrinsecamente oscuro. Possiamo senza dubbio affermare che gli studi critici del Sierpinskij hanno permesso di eliminare molte di queste zone d’ombra, inevitabili
date le caratteristiche originariamente esoteriche dello scritto. Potremmo dire con il Nostro: “Dall’esoterico all’essoterico”, frase che usava ripetere spesso, riferendola alla Sua
paziente e silenziosa opera di chiarimento, semplificazione e
divulgazione della cultura universale.
Come esempio di questo Suo impegno in campo biblico,
riportiamo un estratto del primo dei ventiquattro volumi,
specificamente dedicato al Genesi, dove Sierpinskij riesce a
fornire una precisa e convincente chiave di lettura del peccato originale3:
«Dirò soltanto questo: la faccenda dell’albero del sapere
non è convincente. Un melo, poi: ma scherziamo? Il Malus
communis, detto anche Pyrus malus (della famiglia delle Rosaceae), certamente all’epoca del Paradiso Terrestre non si
era evoluto al punto da fornire frutti commestibili4. Il melo,
la mela, dunque, rappresentano un messaggio criptato che
appare necessario decodificare5.
L’informazione in chiaro nel testo biblico è quindi “il sapere”, il rendersi conto delle cose. Ma di quali cose? Certamente il Signore non si sarebbe sentito offeso se Adamo
1 I volumi originali, del 1835, sono ormai introvabili. Può comunque
farsi riferimento ad una recente ristampa: T. Sierpinskij, “Note sparse sul
Libro Sacro”, 24 voll., inserti della rivista ‘Panorama’, 1992-1997.
2 Molte delle interpretazioni del Sierpinskij si trovano incorporate in:
“La Sacra Bibbia”, trad. a cura di P. Eusebio Tintori O.F.M., tre volumi,
Editrice S.A.I.E., Torino, 1957. In particolare, appare letteralmente
saccheggiato un saggio del Nostro (T. Sierpinskij, “Per una lettura
ermeneutica dell’Antico Testamento”, Ed. S. Paolo, 1878).
3 V. anche l’agevole sintesi del volume in questione, in: T. Sierpinskij,
“Note sul Genesi”, pp. 842, Kopf Ed., Berlino 1843.
4 Si osservi come queste considerazioni del Nostro sottendano percorsi
quali quelli poi seguiti dal Darwin, percorsi che portano necessariamente
ad un Teoria Generale dell’Evoluzione.
5 Sembra che Shannon si sia ispirato a questo passo del Sierpinskij
nell’impostare le idee di base della sua ‘Teoria dell’Informazione’.
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avesse trovato una dimostrazione del teorema di Pitagora o
se Eva avesse inventato l’uncinetto! Dunque, cosa può aver
urtato il Signore?
Riflettiamo: gli esseri umani di allora, Adamo ed Eva, erano “puri”, non portavano vestiti , né provavano vergogna per
le loro nudità. Questo fatto, che viene rimarcato nel Genesi,
a me sembra un’indicazione centrale per una corretta interpretazione del testo. Dio li vuole puri, e certamente, almeno
per il momento, non vuole riproduzioni inopportune (“Hai
visto mai che ci uscisse un Caino...”, potrebbe essersi detto).
D’altra parte, Adamo avrà presto scoperto se stesso, magari
in seguito a polluzioni notturne; e forse, in qualche notte non
particolarmente tiepida, Eva gli si sarà avvicinata chiedendogli di giacere al suo fianco per riscaldarsi un poco. Probabilmente, a quel tempo il povero Adamo aveva già associato a
certe sue segrete pratiche il sensibile calo di vista e di udito
che lo preoccupava non poco. Pensiamo, dunque, a come doveva sentirsi questo nostro povero progenitore, dalle mani
callose, vicino ad una femmina calda, e per di più priva di
alternative, se non di donarsi a lui.
Aveva coscienza Eva della sua sessualità? Decisamente,
il carattere digitale6 dell’autoerotismo femminile ci fa pensare di no: tale pratica appare, ad un’analisi critica attenta e
ponderata, di certo più recente che non quella maschile, di
natura analogica.
Eva doveva, dunque, essere prima sollecitata e poi convinta al congiungimento.
E allora, mettiamoci nei panni di Adamo: che le avreste
detto? Sembra di vederlo e di sentirlo implorare in queste
fredde notti, il padre di tutti noi: Eva, Evina, Evuccia mia...
tu sei la sola per me, te lo giuro: non amo nessun’altra”.
E lei di rimando “Amore mio, ti voglio tanto bene anch’io:
domani giochiamo a saltarello???”
Finché, proprio in una di queste notti, inevitabilmente,
Adamo deve averle sussurrato “Eva, Evina, Evuuuuuccia
mia... me la dai?”. “Ma che dici, Adamo?” avrà risposto lei.
“Quello che ho detto: me la dai o no?”.
Ecco la chiave di lettura che si cercava! È da questa disperata richiesta, fatta da un uomo fortemente preoccupato
per la propria salute, che esce l’immagine della ‘mela’ e il
6 Questo punto è particolarmente importante in quanto mostra come,
prima ancora di Babbage, di Alan Turing e di von Neuman, il Sierpinskij
avesse già concepito l’idea dei moderni calcolatori.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Lucas Cranach, Adamo ed Eva (1526)
conseguente peccato originale (così definito dall’Arcangelo
Gabriele: “Originale! Io non ci avrei mai pensato”). È certamente il congresso carnale svoltosi tra Adamo ed Eva che fa
infuriare il Signore; ed è ancora certamente il Signore stesso
che, ispirando l’estensore del Genesi, gli invia mentalmente
una visione completa dell’accaduto, visione da questi poi interpretata in modo sui generis».
to che scoperte archeologiche di antichi documenti, avvenute
nel XX secolo, hanno più volte confermato le interpretazioni
bibliche del Sierpinskij.
Coloro che volessero approfondire questo aspetto possono
oggi riferirsi a copiosa letteratura.7 8 9 10 11 12
Come ben si sa, diverse parti della Bibbia traggono ispirazione da testi precedenti, sumerici ed egizi (al punto che
talora vengono riproposti ‘pari pari’ brani ripresi da tali scritture).
Desideriamo perciò attirare l’attenzione del lettore sul fat-
7 E. Bresciani, “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, pp. 1.017,
Einaudi, 1969.
8 H. Uhlig, “I Sumeri”, pp. 286, Garzanti, 1997.
9 W. Keller, “La Bibbia aveva ragione”, pp. 455, Garzanti, 1981.
10 G. Pettinato, “Babilonia”, pp. 313, Rusconi, 1994.
11 G. Pettinato, “Ebla”, pp. 477, Rusconi, 1994.
12 S. Lipschutz, “Topologia”, pp. 234, McGraw-Hill, 1994 (questo
volume non c’entra niente, ma è una gran bella citazione).
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
23. Sierpinskij e il Mago
F
u a Praga, nel ‘27 (1827), che Sierpinskij
conobbe il Mago. Costui era un ometto assolutamente anonimo, una di quelle persone
che incontrate una volta o cento ti fanno dire:
«Questo l’ho già visto... ma dove?». E tal domanda, dinanzi a cotali persone, uno la formula spesso anche
se non le ha mai viste prima!
Sierpinskij, dunque, era a Praga. Si trovava presso il barone Jaroslav Haschleck, uomo di larghe vedute, amante della
pittura ma assolutamente negato per la musica, il quale nel
corso di un suo viaggio in Polonia aveva per caso conosciuto
e fatto amicizia col padre di Taddeus, Cornelius Sierpinskij.
Introdotto da lui in famiglia, attratto decisamente dalla moglie di questi, Maria Sonja Kolkolowska, donna assai avvenente e sensuale, aveva preso a benvolere il giovane Taddeus, il quale nonostante la tenera età già appariva un ragazzo garbato e molto dotato intellettualmente.
Sierpinskij si trovava bene a Praga. Il barone, oltre che generoso ospite, era anche di carattere gaio e gradiva molto i
giochi di parole che sin d’allora il Sierpinskij amava proporre. Uno di questi, forse il più riuscito, riguardava le opposte
propensioni verso la pittura e la musica del Sierpinskij e del
barone, l’uno amante dei suoni, ma negato per il tratto, l’altro che si estasiava davanti al più semplice disegno, ma che
Praga
40
non esitava a sbadigliare senza pudore durante un concerto.
Diceva il Sierpinskij: «Io sono cieco ai colori e slovacco per
le note». Il barone rideva, rideva, sino a sentirsi male; e per
riprendersi, con le lacrime agli occhi, bestemmiava pesantemente, dando nel contempo forti pacche sulle spalle ancora
non proprio solide del Nostro. Il Sierpinskij ricorda questi
episodi ricorrenti in un Suo noto libretto.1
E fu a Praga, un giorno qualunque, durante una solitaria
passeggiata nel ghetto della città, che Sierpinskij fu avvicinato dall’insignificante ometto, la cui incipiente calvizie faceva
a gara con l’unto del vestito nell’attirare l’attenzione dei rari
passanti. «Signore» gli disse lo sconosciuto «Io credo che
Voi abbiate bisogno di un talismano».
«Questo tale Smano non lo conosco» rispose con sufficienza il Sierpinskij, fraintendendo il senso del messaggio, forse
a causa della Sua fastidiosa ipoacusia. «Non un tale Smano:
un Talismano!» corresse irritato l’ometto. A dir la verità, in
seconda battuta, Sierpinskij intese Tamerlano (allora i turchi
andavano di moda da quelle parti...); ma, avendo sviluppato
già da tempo le astuzie che soccorrono gli ipoudenti (o coloro
che hanno comunque di cotali problemi) Egli decise di gio1 T. Sierpinskij, “Cosa mi ha colpito di più a Praga”, pp. 72, Sveich &
Hopfmann, Praga 1801.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
care di rimessa: «Lei crede?» rispose. «Io credo - fece l’altro - ma non solo lo credo: lo so. Come so che Voi, che ora
siete solo un ragazzo, state avviandovi verso nobili destini».
Sierpinskij restò affascinato da questo dire e, come ipnotizzato, seguì docilmente l’ometto. Questi, destreggiandosi tra
i vicoli del ghetto, lo condusse infine dinanzi ad una piccola
bottega di orologeria. All’interno, nella penombra, spiccava
una forte macchia di luce che illuminava un banco di lavoro.
Con una lente posta sull’occhio sinistro, quivi un Vecchio
dal viso grinzoso stava lavorando intorno ad un grosso orologio da tasca. I suoi capelli bianchi e fluenti gli conferivano
un aspetto solenne e inquietante insieme. «Iaouè... pardon...
Yhwh - disse l’ometto indicando il Sierpinskij - questo ho trovato...». «Questo?» rispose il Vecchio, perplesso. «Questo»
confermò l’ometto. «Di necessità, virtù» osservò il Vecchio.
Poi, rivolto al Sierpinskij, fissandolo intensamente negli occhi, gli fece: «Un uomo aveva tre figli e duecentocinquantadue pecore. Sentendosi prossimo alla morte, egli decise di
fare testamento. A tuo parere, come avrebbe dovuto ripartire
il gregge tra i suoi figlioli?». «Stava morendo? Stava molto
male?» gli chiese il Sierpinskij. «No. Egli aveva solo sentore
di una sua possibile dipartita» precisò questi. «Allora è un
problema facile!» trillò il Sierpinskij. «Al posto suo, avrei
venduto il gregge e mi sarei goduto la vita alla grande. Vivere aiuta a vivere»2 concluse. «È proprio lui!», esclamò il
Vecchio. «Dagli l’Amuleto e sarà Strumento». «Sei sicuro,
Padre?» fece l’ometto. «Stai bestemmiando!», rispose secco
l’altro. «Non ci avevo pensato, Padre. Ti chiedo perdono, io
non volevo, non avevo certo intenzione di...». «Mosé, e dagli
questo Amuleto!» proruppe il Vecchio. «Sì, Padre, come Tu
desideri» rispose l’ometto di cui, finalmente il Nostro aveva
appreso il nome.
E ciò detto, questi prese un anello che sembrava molto
antico e disse con fare solenne al Sierpinskij: «È l’Amuleto di cui ti ho parlato. L’anello è magico e ti permetterà di
viaggiare nel tempo: da oggi, per te, passato e futuro non
saranno che mere etichette. Potrai muoverti nel tempo e conversare con chi vuoi. Accumula sapere e fanne partecipi i
tuoi simili. Ora non sei più soltanto un uomo: sei anche uno
Strumento Prezioso del Signore!». Queste parole suscitarono
nel Nostro una profonda emozione, ma non intaccarono di
certo il Suo sangue freddo, né il Suo inveterato senso del
pratico. «Quanto costa?» chiese il Sierpinskij.
I due lo guardarono in silenzio per circa 45 minuti; poi, l’ometto disse al Vecchio: «Ma sei proprio sicuro?». «Stai bestemmiando ancora!» gridò il Vecchio, non poco alterato. E
rivolto a Sierpinskij, gli intimò: «Metti l’anello al dito medio
della mano sinistra e va. Torna dal barone, Taddeus Sier2 È questa, a nostro avviso, una delle massime più belle del Sierpinskij.
pinskij. E speriamo di non pentirci!». «Stai bestemmiando»
disse a sua volta l’ometto al Vecchio. «Taci, Mosè» rispose questi con voce stridula; e, quasi sussurrando, aggiunse:
«Dopo facciamo i conti...».
Taddeus, profondamente turbato, infilò l’anello nel dito
medio della mano sinistra (calzava a pennello!), quindi uscì.
«Come faceva il signor Iaouè a sapere del barone e a conoscere il mio nome?» prese a chiedersi. Decise così di fermarsi sull’uscio della bottega, cercando di origliare.
«Non ti permettere più!!!» stava gridando il Vecchio.
«Chiedo scusa, Padre: sai che, se è per questo, non mi
permetterei mai» gli rispose l’ometto. «Solo, mi è venuto
spontaneo... e poi, perdona, c’è sempre quella faccenda del
Diluvio Universale... allora ci hai ripensato!» aggiunse. «E
con questo? - replicò il Vecchio - perché, non posso anch’io
avere dei dubbi? L’hai visto, no? Tu me lo hai portato!». «Sì,
Padre. Però Voi mi avete detto di andare in quel luogo e a
quell’ora» osservò Mosè. «Va bene, va bene - fece il Vecchio, lisciandosi la barba - in fondo è andata più o meno così
anche con te. Ormai è fatta: e cosa fatta, capo ha».3 «Io però
il problema delle pecore l’ho risolto correttamente» disse
tra sé e sé l’altro. «Torniamo su, allora?» azzardò poi. «È
tempo. Anzi, era ora!», concluse il Vecchio.
Sierpinskij, che aveva colto assai bene il dialogo tra i due,
nonostante i suoi già ricordati problemi di udito, volle vederci chiaro e rientrò nella bottega.
«Signori» esordì con voce ferma: «Esigo una spiegazione!».
Dal diario di Taddeus Sierpinskij: «... e rientrato, per chiedere delucidazioni circa il loro strano comportamento, non
trovai alcuno nella bottega. Né il signor Iaouè, né il signor
Mosè. Uscii piuttosto inquieto e ad un tratto mi accorsi che
nella strada, oltre alle persone che vi transitavano, vedevo
come delle ombre. Se la mia attenzione si concentrava su
una di esse, l’ombra prendeva corpo, come se si mettesse a
fuoco, ed appariva poi chiaramente come persona viva. Mi
esercitai in questo nel tornare al palazzo del barone e con
mia grande sorpresa notai di volta in volta costumi diversi,
di foggia e colore vario, alcuni addirittura fatti di pelliccia
d’orso (così almeno mi sembrò allora). Era dunque vero
che, grazie al Talismano, potevo viaggiare nel tempo? Come
appurai successivamente, quanto il signor Iaouè e il signor
Mosè mi avevano detto corrispondeva a realtà.
Di questo dono feci poi, io credo, buon uso».
3 Sierpinskij rimase molto affascinato da quest’ultima frase e, nel corso
della Sua lunga vita, la ripeté spesso; e, duole dirlo, spacciandola per sua.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
24. Sierpinskij e la Burocrazia
Q
uando Sierpinskij vinse il concorso per
la cattedra universitaria di fisica teorica
dell’università di Berlino1, gli fu chiesto
di presentare, tra i vari documenti necessari a perfezionare la nomina, anche il Suo
certificato di nascita.
Non esistendo ancora agenzie per il disbrigo di dette pratiche, il Sierpinskij, di buon mattino, con far gioioso (come è
facile intuire...), si recò personalmente presso il municipio di
Berlino al fine di acquisire l’importante documento.
Salita una maestosa e imponente gradinata, che sembrava
non avere mai fine, una volta entrato nell’edificio si trovò di
fronte un immenso ed inquietante androne, dove numerose
persone, incerte e nervose nei movimenti, sembravano essere alla ricerca di qualcosa che stentavano a trovare. Dopo
circa due ore, Sierpinskij si rese conto del perché di tutto
ciò: era decisamente impossibile orientarsi nella ragnatela di
corridoi che si dipartiva dall’androne. Girò ancora a lungo,
chiese inutilmente lumi ai suoi compagni di sventura; finché,
per pura e sfacciata fortuna, osservò in una rientranza della sala una specie di gabbiotto su cui troneggiava la scritta
“INFORMAZIONI”. All’interno di detto gabbiotto, stava un
uomo piuttosto anziano, intento nella lettura di una gazzetta.
«Potreste dirmi, buon uomo - azzardò il Nostro - dove posso
trovare l’Anagrafe?». Nonostante avesse parlato con voce
gagliarda, Sierpinskij tuttavia non ricevette alcuna risposta.
L’uomo sembrava stregato, totalmente immerso nella sua
lettura, inaccessibile a qualsiasi stimolo esterno. Sierpinskij,
un poco contrariato, ripeté allora la domanda con voce ancor
più ferma. L’uomo alzò lentamente la testa, lo guardò fisso e,
in un tedesco in cui predominavano forti inflessioni berlinesi, gli rispose secco: «Non sa leggere i cartelli?». Fu a quel
punto che il Nostro si accorse della presenza di minuscole
striscie adese al gabbiotto, una delle quali riportava “ANAGRAFE: TERZO PIANO”. Biascicando parole di scusa, il
Sierpinskij si allontanò dall’ometto il quale, scuotendo la testa, riprese la lettura della gazzetta.
Giunto infine al terzo piano, il Nostro si trovò di fronte
ad una sala immensa, piena di persone che facevano la fila
1 In effetti Sierpinskij arrivò soltanto terzo, ché prima di Lui furono
posti in graduatoria un tale raccomandato dallo stesso Kaiser e un altro
aspirante al titolo, intimo amico del Rettore. Fato volle che i due, uscendo
dall’università allegri e soddisfatti dopo la prova, morirono insieme sul
colpo investiti da una carrozza.
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dinanzi ai numerosi sportelli, dietro ognuno dei quali si intravvedeva un impiegato dall’aria stanca ed annoiata. Gli
sportelli non recavano indicazioni di sorta, né d’altra parte
si vedeva in alcun luogo un cartello recante la magica scritta
“INFORMAZIONI”. Forte della Sua fede nei numeri naturali, Sierpinskij si recò allo sportello 1 dove, dopo una fila
di circa mezz’ora, poté trovarsi fronte a fronte, il momento
della verità!, con l’impiegata di turno, tale Greta Francioskii,
come apprese leggendolo da un cartellino che faceva bella
mostra di sé in alto a destra sul vetro che separava i funzionari dal pubblico. «Buongiorno» disse Sierpinskij. Nessuna
risposta. «Avrei bisogno di un documento che attesti la mia
nascita», continuò. La Francioskii sembrava non ascoltarlo;
e, quando da una grossa borsa tirò fuori quello che sembrava
un maglione non terminato e cominciò a sferruzzare, Sierpinskij sentì il sangue salirgli alla testa. «Signora! - gridò
- vuole ascoltarmi?». «È nato in Germania?» rispose lei
senza scomporsi, continuando a sferruzzare «No. Sono nato
in Polonia...» rispose il Nostro. «E allora perché viene qua
a farmi perdere tempo, invece di seguire le indicazioni dei
cartelli? Deve prima andare allo sportello 2!». Sierpinskij,
confuso ed irritato, farfugliò qualcosa, difficilmente scambiabile con una scusa, e si avviò verso lo sportello consigliato. Dall’impiegato dello sportello 2, distratto inizialmente
dai problemi che aveva con una canna da pesca, ma invero
assai gentile e simpatico, fu inviato allo sportello 3; poi, con
storia analoga, allo sportello 5; poi al 7; poi, all’undici; poi,
al tredici; infine, al 17. «Sono tutti numeri primi» diceva tra
sé e sé il Sierpinskij, per consolarsi; ma in verità era abbattuto, esausto. L’impiegato dello sportello 17, dopo l’ennesimo
picchiare del Sierpinskij sul vetro dello sportello, interruppe
un lavoro al tornio che tanto lo assorbiva; e, togliendosi gli
occhiali di protezione, chiese al Nostro cosa volesse.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Sierpinskij spiegò la faccenda, raccontando con ricchezza di particolari tutto il percorso svolto; e concluse dicendo:
«Posso avere, adesso, il mio certificato di nascita?».
Gli occhi del Sierpinskij brillavano di una luce strana. Era
convinto, era sicuro di farcela. C’era solo un altro sportello,
il 18: e 18 non è un numero primo!
«Ma la signora Francioskii non glielo ha detto?» esclamò
l’impiegato, sorridendo sadicamente. «Cosa doveva dirmi?»
fece allarmato Sierpinskij. «Che da ieri tutti i certificati di
nascita di cittadini tedeschi nati fuori di Germania, vanno richiesti al Municipio di origine». «No, non me lo ha detto...»
rispose Sierpinskij, mentre sentiva scendere dai Suoi occhi
lacrime di rabbia e di disperazione.
«E, peraltro - proseguì implacabile l’impiegato-tornitore anche se frau Francioskii le avesse rilasciato un documento,
io non avrei potuto vistarlo in quanto per vistare un documento dello sportello 1 è necessario prima che sia apposto
un visto dello sportello 14; ma per il visto dello sportello 14
è necessario avere prima un visto dello sportello 1: questo è
il Regolamento».
A questo punto, Sierpinskij sentì come se la testa gli esplodesse: tutto diventò nebbia e, come d’incanto, si ritrovò in
una stanza ove un uomo, con un paio di poderosi occhiali, era
intento a scrivere delle formule su una lavagna.
«Chiedo scusa...» gli disse Sierpinskij. L’uomo si girò,
lo guardò un attimo, e poi riprese ad immergersi nei suoi
calcoli. Fu allora che Sierpinskij si rese conto di essere nuovamente intrappolato in uno dei Suoi estemporanei viaggi
nel tempo. «Chiedo scusa - disse ancora all’uomo - dove mi
trovo?». «Dove mi trovo?» replicò l’uomo, fraintendendolo.
«Mi trovo a un punto morto: può un sistema formale consistente e sufficientemente ricco, dimostrare la propria consistenza? Non riesco a tirar fuori un ragno dal buco!».
«Decisamente - osservò Sierpinskij - sembra questione assai complessa, probabilmente non risolvibile con i soli mezzi
del sistema... ad esempio, poco prima di trovarmi qui da lei,
stavo affrontando un problema analogo per via di un certificato... bisognerebbe, io credo, uscire dal sistema: a me,
ad esempio, toccherà di certo andare in Polonia per quel
documento che mi occorre... poco fa, nell’ufficio in cui mi
trovavo, un certificato dello sportello 1 doveva essere vistato
dallo sportello 14, che però può farlo solo se ha prima il visto dello sportello 1... ». L’uomo lo guardò a lungo pensoso,
rendendosi finalmente conto della sua presenza. «Ma Lei è
vero o è un sogno?» lo interrogò. «Io non sono vero - confessò Sierpinskij - infatti, probabilmente non sono neanche qua.
Mi trovavo in quell’ufficio...». «Cosa ha detto?» lo interruppe l’uomo. «Io non sono vero... io non sono dimostrabile...
se in un sistema corretto fosse un enunciato vero a dirlo di se
stesso, a dire di non essere dimostrabile... allora...». D’improvviso i suoi occhi si illuminarono di una strana luce; e,
come colto da un raptus, afferrò Sierpinskij per le braccia,
scuotendolo: «Lei è un genio, assolutamente un genio! È
questa senza dubbio la strada che cercavo! Mi permetta di
presentarmi... io mi chiamo Kurt Gödel e sono onorato di
conoscerla, signor...».2 3
Di colpo, Sierpinskij si ritrovò di fronte allo sportello 17 e
riprese a percepire la voce cantilenante dell’impiegato che,
implacabile, continuava a precisare le regole del gioco: «... ed
infine deve poi essere vidimato dallo sportello 3 che, tuttavia,
non può mettere il visto definitivo se non ha prima quello
dello sportello 6, che però è chiuso a tempo indeterminato.
Non so se è chiaro». «Grazie» rispose Sierpinskij con un fil
di voce, ancora confuso da quanto gli era appena accaduto. E
ciò detto si avviò per andarsene dal Municipio, ostacolato da
una folla inquieta, da inferno dantesco, che ondeggiava tra
uno sportello e l’altro con strani movimenti, talora armoniosi,
talora assolutamente casuali e scoordinati. Prima di uscire,
l’occhio gli cadde sullo sportello 1: frau Francioskii stava
rispondendo alle domande di una ragazza, mondando nel
contempo un gagliardo monticello di cicoria, raccolta quella
stessa mattina nel parco antistante il Municipio. «Che donna
operosa» si disse Sierpinskij. «Fortunato chi se l’è presa!».
Incamminandosi poi verso l’università, gli venne da riflettere sull’accaduto: «Forse, i sistemi formali sono incompleti;
forse, anche il sistema dei numeri naturali è incompleto: la
congettura di Goldbach4 , d’altra parte, lo ha già fatto sospettare a molti. Chissà se il signor Gödel riuscirà a dimostrare tutto questo. Di certo, però, i sistemi della Burocrazia
sono ad un livello di complessità di gran lunga superiore:
frau Francioskii potrebbe forse mettere in grande imbarazzo
anche una mente eletta come quella di Eulero.5
E rasserenato da questa Sua riflessione, riuscì a godersi il
resto della giornata.
2 Volendo essere più precisi, si tratta del primo teorema di Gödel,
dove si risponde negativamente alla domanda: ‘Può un sistema formale
consistente, e sufficientemente ricco, dimostrare la propria consistenza?’.
In un secondo teorema, Gödel mostra invece che se esso è anche corretto,
allora risulta incompleto. Tutta la faccenda è indubbiamente complicata.
Un testo che può aiutare a capire meglio le cose è certamente quello di
E. Nagel e J. Newman, “La prova di Gödel”, Boringhieri, 1993. Lettori
curiosi, con forti tendenze suicidarie, possono provare a leggere l’articolo
originale di Kurt Gödel, “Sulle proposizioni formalmente indecidibili dei
Principia Mathematica e di sistemi affini I” (1931), che si trova tradotto
in italiano, dal testo tedesco, in: E. Agazzi, “Introduzione ai problemi
dell’assiomatica”, pagg. 203-228, Milano, 1961, oppure, dal testo inglese,
in: S.G. Shanker (a cura di), “Il teorema di Gödel”, pagg. 21-62, Franco
Muzzio Ed., Padova 1991. Come si renderà conto chi avrà modo di
approfondire l’argomento, il contenuto di questo racconto ha ben poco a
che vedere con Gödel e i suoi teoremi.
3 L’episodio non è riportato esplicitamente nelle memorie di Kurt Gödel,
ma lo si evince da quanto egli scrive, raccontando di come pervenne alla
soluzione del complesso problema che Hilbert aveva posto: «Mi stavo
arrovellando da anni intorno alla questione, quando un giorno, ad un
tratto, come se un’altra persona me lo avesse suggerito, la strada da
seguire divenne subito chiara» (in K. Gödel, “Memorie di un matematico”,
Ed. Verlag, Berlino, 1948).
4 La congettura di Goldbach così recita: ‘Ogni numero intero pari
maggiore di 4 è la somma di due numeri primi dispari, non necessariamente
diversi’ (in realtà, questa non è la congettura originale di Goldbach,
che parlava in una lettera ad Eulero della somma di tre numeri primi: la
formulazione riportata è di Eulero). A tutt’oggi, nonostante i numerosi
tentativi, nessuno è riuscito a dimostrare tale congettura.
5 Eulero conobbe bene la signora Francioskii, come riportato nei suoi
diari e, soprattutto, nella sua poderosa opera “Grundlagen der Bürokratie”
(7 voll., Steiner Editore, Lipsia, 1802-1807), che in apertura contiene una
dedica alla stessa.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
25. Noam Enzensberger
T
addeus Sierpinskij, nonostante numerose
e ripetute sollecitazioni, respinse per anni
l’idea di creare una Sua Scuola. Tuttavia,
le insistenze di un giovane e, soprattutto,
la formidabile raccomandazione da costui
presentata (una lettera olografa del Kaiser1), lo costrinsero
a ritornare sulle Sue decisioni.
Noam Enzensberger, questo il nome del giovane in questione, era invero molto brillante. Laureatosi all’università
di Berlino in fisica, chimica, biologia, medicina, filosofia,
antropologia, psicologia, geologia, ingegneria, economia,
lettere antiche e moderne, era un campione di sciabola, accanito giocatore di carte e noto dongiovanni. Si vociferava,
tuttavia – ma erano solo voci – che egli esercitasse anche
l’attività di usuraio, insieme a numerose altre, quale l’amministrazione di condominii, come pure la vendita porta a porta
di numerosi prodotti per la casa da lui direttamente importati dall’Inghilterra. Si diceva, peraltro – ma questo era certo
– che egli dedicasse gran parte delle sue giornate a gestire
immobili e fondi pervenutigli dalla famiglia. Nonostante
un consistente appannaggio garantitogli dal nonno materno, come pure dall’evidenza delle sue disponibilità, palesi a
tutti per carrozze, vestiti e monili preziosi, piangeva sempre
miseria. Da lunga pezza l’Enzensberger agognava avere un
contatto diretto col Maestro; e a questo scopo aveva messo
in moto amicizie importanti, cosa per lui non particolarmente
difficile in quanto principe di nascita e nipote di un cardinale.
Il Sierpinskij si affezionò col tempo all’Enzensberger, ma
i loro rapporti non furono sempre facili, come dimostra il
seguente aneddoto.
Un giorno, mentre Sierpinskij ed il Suo allievo passeggiavano per le strade di Dresda, il Maestro esclamò: «Dopo di
1 Gli AA. desiderano ringraziare il museo di Berlino per aver consentito
loro l’accesso alla sala “Kaiser” (quarto scaffale) e di aver permesso la
riproduzione fotostatica del documento in questione. Notiamo che il tono
della lettera è piuttosto duro sin dall’inizio: “Herr Sierpinskij...”. Questo
essere chiamato semplicemente ‘signore’ deve aver colpito profondamente
l’orgoglio del Nostro, abituato come Egli era a deferenza, rispetto e
considerazione.
L’esame linguistico dell’intero testo tedesco, effettuato da uno degli autori
(M. Margius), specialista in materia, rileva peraltro in tutto il documento
un tono particolarmente imperioso e mortificante.
Forse, per la prima volta, siamo in grado di affermare che accettare come
allievo l’Enzensberger fu per il Sierpinskij non un atto di scelta, ma di
dovuta obbedienza al Kaiser Guglielmo.
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me, il Diluvio!»2. «Chiedo scusa - osservò l’Enzensberger
- ma questo non l’ha già detto Luigi XV?». «Intendevo dire
che tutto passa, tutto scorre: ‘Panta rei’, si potrebbe dire in
greco»3 rispose pronto il Sierpinskij. «Sarà, Maestro - commentò l’Enzensberger memore dei suoi studi classici - ma
anche questo lo ha già detto Eraclito». «Può darsi - replicò
il Nostro irritato - tuttavia, quello che intendevo dire nella
sostanza è che solo l’atto del pensare ci dà la coscienza
dell’esistere. Penso, dunque sono». «Cogito, ergo sum?4
Ma è di Cartesio, Maestro!» proruppe sorpreso Noam.
A questo punto, le cronache dell’epoca narrano che il
Sierpinskij, rosso in viso, fissò per alcuni minuti negli occhi il Suo allievo (così come soleva fare con lui il Maestro
Lio-kan); e poi, scandendo in modo deciso le parole - il
che in tedesco riesce certamente meglio che in polacco - gli
disse: «Ciò che qui ho detto non pretende già essere nuovo,
nei particolari; né perciò cito fonti, poiché m’è indifferente se già altri, prima di me, abbia pensato ciò che io ho
pensato!»5.
«Chiedo ancora scusa - insisté l’Enzensberger - ma questo, Maestro, è pari pari quello che Ludwig Wittgenstein
scrive nella prefazione del suo ‘Tractatus logico-philosophicus’».
«Stikazzi!»6, gridò furibondo Sierpinskij. «Wittgenstein
2 Questa frase, tanto citata (a sproposito), fu una semplice constatazione
di Luigi XV. Il re, infatti, era appena giunto nel castello di La-mer-surla-mer del granduca Maurice de la Rocharde, che cominciò prima a
grandinare furiosamente, poi a piovere a dirotto (v. anche Jacques Leccon,
“Le Roy et moi”, pag. 242, Trescart, Paris, 1715, trad. italiana: “Ricordi di
un cortigiano”, Rusconi Ed., Milano, 1967).
3 La frase ‘Panta rei’ (‘Tutto scorre’), comunemente attribuita ad
Eraclito, è probabilmente apocrifa (si veda al proposito: B. Russell,
“Storia della Filosofia Occidentale”, pag. 93, Longanesi Ed., Milano,
1963). Maggiore consistenza riveste invece la congettura del Morelli
(v. T. Morelli, “Scienza e tecnica nella Grecia antica”, Workstreet Ed.,
London, 1897). Questo autore sostiene trattarsi della frase standard con
cui gli idraulici dell’epoca comunicavano al cliente la piena riuscita
della riparazione. Come il Morelli fa notare, inoltre, esistevano in questo
diversificazioni territoriali: il ‘Panta rei’ era principalmente in uso nella
Ionia; nella Magna Grecia, invece, era in voga: ‘Eureka!’.
4 In effetti, sembra che Cartesio disse, nel mezzo di un incontro con certa
Geraldine de la Roucelle: «Coito, ergo sum!».
5 Molti autori sostengono che questa dichiarazione del Wittgenstein
sia stata una brillante trovata per evitare di riportare nel ‘Tractatus’ una
lunga e noiosa bibliografia. Inserirla, d’altra parte, sarebbe stata assai
imbarazzante per lui: ne sarebbero uscite 60 pagine di testo ed altrettante
di citazioni.
6 Anche ‘Sti kazzi!’. Equivale, sostanzialmente, a ‘Perbacco!’, ‘Cribbio!’,
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Guglielmo I di Germania
deve ancora nascere!!!».
Stranamente, non c’è traccia di questo episodio nei Diari
‘Cospetto!’, e simili. Questa caratteristica esclamazione idiomatica, di
origine sconosciuta, fu appresa dal Sierpinskij durante il Suo soggiorno
romano. Ad insegnargliela fu un certo Ercole Proietti, oste di Trastevere,
divenuto poi suo suocero. Secondo alcuni Autori, si tratta di una tipica
espressione zen, che tradotta alla lettera recita ‘Stai dicendo quello che non
pensi e stai pensando quello che non dici’.
del Sierpinskij; tuttavia, da alcune lettere inviate dalla principessa Enzensberger al fratello cardinale7, sembra che poi
i due non si siano parlati per alcune settimane.
7 Gli AA. sentono di dover manifestare la loro gratitudine alla Santa
Sede ed ai principi Enzensberger di Brandeburgo per aver messo a loro
disposizione il carteggio citato (in parte conservato presso la Biblioteca
Vaticana, in parte presso la famiglia Enzensberger in Brandeburgo).
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
26. L’Enzensberger alla prova
S
ierpinskij, nonostante fosse stato costretto dal
Kaiser ad accettare come allievo l’Enzensberger, provava simpatia verso il ragazzo. In
fondo, Egli si diceva, è per sete di sapere che
questo giovine ha sfruttato ogni possibilità a
sua disposizione per stare meco.
Le cronache non lo riportano, ma noi in base ad un documento inedito, di cui siamo recentemente venuti in possesso,
siamo in grado oggi di affermare che più che il Kaiser poté
certa baronessina Cristiana Boroswskij1, avvenente fanciulla
di cui il Sierpinskij era segretamente infatuato, la quale al
tempo raccomandò anch’essa caldamente il giovine Noam:
«È unico» disse al Sierpinskij. E, come vedremo appresso,
di questa unicità il Nostro ebbe poi ben modo di rendersene
conto.
Un giorno, prima di un importante congresso, il Sierpinskij
affidò una Sua celebre formula (la formula del Sierpinskij,
una delle tante) all’Enzensberger, pregandolo di tracciare alcune note al riguardo. Di un lavoro compilativo si trattava,
dunque. Così non lo intese l’Enzensberger il quale, travolto
da un incontinente desiderio di comparire, manipolò la formula in modo da ricavarne una nuova di zecca, più semplice, peraltro. La tentazione nacque probabilmente nell’insano
cervello del giovine per il fatto che il Sierpinskij, nella Sua
infinita generosità, aveva già predisposto che l’Enzensberger figurasse come primo autore. Il lavoro quindi era ‘suo’,
deve aver probabilmente pensato il giovine; perciò, anche la
formula doveva essere ‘sua’. Fatto sta che, quali siano state
le pulsioni, il giovanotto, nella sua manipolazione matematica dell’accurato lavoro del Sierpinskij, sbagliò banalmente
alcuni passaggi, pervenendo così ad una formula risolvente
molto più semplice di quella originale, certo, ma assolutamente ingiustificata in base alle premesse. Detto in termini
crudi, la nuova formula conteneva un clamoroso errore di
algebra elementare.
Quando, dopo la pubblicazione dell’articolo, il Sierpinskij
1 Avventuriera prussiana, amante del visconte Offene Amseln Merloski,
conoscente e compagno di bevute del Sierpinskij.
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se ne accorse, andò giustamente su tutte le furie e volle metter alla prova l’Enzensberger, il quale sia pur laureato con
lode in matematica e fisica, lasciava assai a desiderare nei
calcoli, come d’altra parte ben testimoniava l’errore macroscopico commesso.
«Mi dica, Noam - fece il Nostro all’Enzensberger - se in
un rapporto il denominatore decresce, cosa succede?». «Veramente, Maestro, direi che... insomma... più o meno le cose
vanno come prima...» farfugliò Noam. «Come vanno come
prima!!!» esclamò furioso e scandalizzato il Sierpinskij. «Se
il denominatore decresce, il rapporto aumenta!». «Chiedo
scusa, Maestro - insisté l’Enzensberger, che aveva ben capito dove il Nostro volesse andare a parare - ma da alcuni
calcoli da me effettuati col nuovo modello risulta che i valori
ottenuti non sono poi così diversi da quelli che si ottengono
con l’altro... naturalmente, trattasi di una prova empirica...
l’errore non sembra così grande: più o meno, il risultato è
quello». E quindi tirò fuori dalle tasche dei fogli sgualciti
dove erano appuntati in modo disordinato dei conti, pieni peraltro di correzioni.
Sierpinskij rifiutò di esaminare il materiale e, congedatolo bruscamente, si chiuse in un silenzio gelido. In cuor suo
maledisse il giorno in cui pressato dalla lettera del Kaiser
ma, soprattutto, dai sorrisi invitanti della Boroswskij, aveva
accettato di occuparsi dell’Enzensberger.
«Tanto, prima o poi se ne accorgerà! - pensò - e saranno
guai per lui: il primo nome è suo e sua è la corrispondenza
con la rivista che lo ha pubblicato. Chi la fa, l’aspetti» concluse, fantasticando roghi e scomuniche di cui il giovanotto
sarebbe stato l’oggetto.
Ma Noam, come Tamas Deretany, aveva sette vite: la formula da lui derivata in modo errato dal modello del Sierpinskij si dimostrò molto feconda, a tal punto che ancora
oggi si parla del ‘Criterio dell’Enzensberger’ e non di quello
del Sierpinskij.
«Sic transit gloria mundi» commentò il Nostro al proposito. E si annotò subito la frase, perché gli sembrava proprio
buona.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
27. Le lacune dell’Enzensberger
P
er quanto primieramente Noam Enzensberger
gli fosse sembrato ragazzo di solida cultura,
il Sierpinskij dovette presto ricredersi. Aveva, l’Enzensberger profonda conoscenza delle materie che lo interessavano (l’economia in
particolare); ma sul resto, più volte il Nostro si trovò di fronte
a lacune sconvolgenti. Un giorno, ad esempio, mentre passeggiavano insieme nei giardini dell’università di Berlino,
Sierpinskij principiò a parlare della Sua esperienza in Cina,
ricordando con affetto, nostalgia e devozione il vecchio maestro Lio-kan. «Chiedo scusa - lo interruppe l’Enzensberger,
sempre preso dal desiderio di mostrarsi edotto in ogni cosa
- ma quanto le diceva al proposito Lio-kan Tzu, io in parte
l’ho letto nel ‘Libro della Nonna’ di Lao-Tse”. «Nel Libro
della Nonna?!?» fece raggelato il Sierpinskij, peraltro già urtato a causa dell’interruzione. «Sì... - buttò là con incoscienza
l’Enzensberger - nel Libro della Nonna e della sua Ziona».1
«E la Sorella? Il Padre? La Madre? Dove li mettiamo?????» gridò il Nostro in piena collera. Noam rimase un
attimo in silenzio; ma poi, confidando nella sua buona sorte,
azzardò: «Forse Lao-Tse ha scritto altri libri su di loro. Io,
però, so di certo, anche se ora non ricordo con precisione
dove l’abbia letto, che egli era assai affezionato alla nonna...». «Molto bene» fece Sierpinskij, assecondandolo. «E
di cosa tratta dunque questo ‘Libro della Nonna’?». L’Enzensberger cominciò a sudare visibilmente, rendendosi conto
di essersi spinto troppo oltre; ma, poiché la sua faccia era
di un bronzo genuino, non si perse d’animo. «Ecco... se vogliamo... - riprese - è un po’ il riassunto della vita di LaoTse!». Poi, interrompendosi, chiese al Nostro: «Maestro, nel
seguito vuole che usi Tse o Tzu?». «Usi pure Tse - gli fece
Sierpinskij - ma non lo usi due volte di seguito, altrimenti potremmo trovarci a discettare di mosche e malattie infettive.
Continui, perbacco, Noam!» lo sollecitò. L’Enzensberger,
asciugandosi la fronte con un fazzoletto bisunto, continuò:
«Lui era nato in Cina da genitori molto poveri, i quali, peraltro, non andavano d’accordo... il padre beveva! La madre...
una donna veramente brava, teneva i conti in una locanda
e... scriveva e leggeva lettere agli analfabeti, perché era
1 Per quanto a chi legge possa sembrare incredibile, l’Enzensberger
intendeva riferirsi a “Il libro della Norma e della sua Azione”, di Lao-Tse,
che aveva intravisto nella biblioteca del Sierpinskij ( rif. Lao-Tse “Il libro
della Norma e della sua Azione”, Rizzoli-BUR, 1962).
molto istruita; e quando si recava a lavorare, lo lasciava da
sua madre, la vecchia Li-ciao-cin. Stava bene, Lao-Tse, con
la nonna. Poteva giocare, poteva pensare: era un bambino
molto precoce... faceva molte domande, Lao-Tse, alla nonna; e lei gli rispondeva sempre in modo intelligente, forte
della sua saggezza contadina. Imparò molto dalla nonna,
Lao-Tse, ma ancor più dalla lettura dei libri dell’importante biblioteca che la nonna possedeva... perché la nonna era
una nobile decaduta... gli insegnò anche a scrivere! Con la
nonna viveva la sorella grande della madre... era una suora
buddista... molto grassa, mostruosamente grassa... così lui
la chiamava ‘ziona’. Ella era davvero legata al piccolo LaoTse, tanto che una volta...». «Va bene, va bene, ho capito» lo
interruppe Sierpinskij. «Peraltro - soggiunse - apprendo con
gioia che mentre Buddha stava ancora alla ricerca del fico
dell’illuminazione, il buddismo si era già diffuso in Cina».
L’Enzensberger sembrò visibilmente sollevato e principiò
velocemente un nuovo discorso: «Certo che è proprio una
gran bella giornata, quest’oggi! Se ne vedono poche di giornate così a Berlino. Non è vero, professore?». Il Sierpinskij
non rispose: batté invece leggermente, per due volte, la mano
sulla spalla sinistra dell’Enzensberger e poi, come se parlasse ad una terza persona, disse lentamente: «E questo, chi lo
ammazza?».
Tale domanda il Sierpinskij se la ripropose più volte durante gli anni in cui l’Enzensberger collaborò con Lui.
Dal diario del Sierpinskij: «Oggi ho scoperto che Lao-Tse
ha scritto il “Libro della Nonna e della sua Ziona”. A darmi tale sconvolgente notizia è stato quel gaglioffo dell’Enzensberger. Debbo essergli molto grato, dunque: per anni ho
creduto che il titolo fosse “Il Libro della Norma e della sua
Azione”. Non si finisce mai di imparare! Ma perché doveva
capitare proprio a me?»2.
2 A puro titolo scientifico, per compararne i caratteri con quello
dell’Enzensberger, Sierpinskij chiese poi notizie su Lao-Tse al Markov
e al Fiondiskij. Il primo rispose semplicemente «Mi duole Maestro, ma
non ho letto nulla di Lao-Tse»; il secondo, invece, descrisse minutamente
il contenuto del “Libro della Norma” ma, nonostante disperati sforzi
mnemonici, non riuscì a rammentarne il titolo.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
28. L’Enzensberger alla riscossa
D
opo la faccenda del ‘Libro della Nonna’,
Sierpinskij evitò per ben due mesi di aver
contatti con Noam Enzensberger. Poi, per
questioni di lavoro, i due si riavvicinarono. L’Enzensberger, eccitato dal fatto, appariva di una operosità inconsueta, a tal punto che Sierpinskij
si chiese se non stesse cambiando nel profondo.
Una sera, mentre erano a cena insieme con Siergeij Markov, quest’ultimo chiese al Sierpinskij: «È stato davvero così
affascinante per Voi, Maestro, approfondire lo Zen?». «Più
che affascinante, basilare, io credo» rispose il Nostro. E poi
con un tono di voce velato di nostalgia, soggiunse: «Lo Zen
mi ha aperto mente ed anima: io debbo molto al maestro
Lio-kan». «Chiedo scusa» intervenne vivace l’Enzensberger. «Avendo letto negli ultimi tempi molti testi di Zen, posso
sostenere che ritengo questa dottrina soprattutto utile, nel
senso che lo Zen suggerisce spesso ottime soluzioni pratiche e specifiche a molti problemi della vita. In verità, credo
di poter affermare che, senza saperlo, il mio approccio alla
vita è stato sempre tipicamente Zen». «Sono veramente lieto
e sorpreso da tutto questo - commentò compiaciuto il Sierpinskij - ma non riesco a comprendere cosa tu voglia dire:
puoi spiegarti meglio, Noam?». «Senza dubbio, professore
- fece pronto l’Enzensberger - anzi, lo farò con un esempio,
con una storia che è quella che mi ha colpito maggiormente
tra tutte le storie Zen che ho avuto occasione di leggere, e
che riassume con chiarezza il mio modo di intendere la vita
e rapportarmi con essa».
«Bene» replicò assai incuriosito il Nostro. «Siamo ad
ascoltarti».
«Dunque - riprese l’Enzensberger - la storia è quella del
generale giapponese Nobunaga1. Egli si trovò a dover affrontare un esercito nemico che contava dieci volte gli uomini di
cui lui poteva disporre. I suoi soldati, chiaramente, stando le
cose come stavano, non avevano alcuna intenzione di combattere. Allora Nobunaga li condusse nei pressi di un tempio
1 Nyogen Senzaki & Paul Reps, “101 Storie Zen”, pagg. 74-75, Adelphi
Edizioni, 1994.
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e disse loro ‘Ora vado a pregare. Dopo, getterò una moneta:
se verrà testa, vinceremo; se verrà croce, perderemo. Siamo
nelle mani del Destino; e nessuno può cambiare il Destino’».
Mentre l’Enzensberger narrava la storia, Sierpinskij sembrava insolitamente nervoso e un paio di volte fece anche l’atto
di alzarsi da tavola. «Uscito dal tempio, dopo aver a lungo
pregato - continuò incalzante l’Enzensberger - egli lanciò la
moneta: ed uscì testa. Al che i suoi uomini si entusiasmarono
e corsero con fervore verso la battaglia, che naturalmente
fu vinta. Ed ecco il messaggio: la forza della Fede può tutto,
anche indicarci il Destino!».
«Questo è molto bello» osservò il Markov. «È quindi con
la preghiera che si risolvono i problemi? È questo il tuo
modo di intendere la vita?» «Sì, è questo: con la Preghiera e
con la Fede!» precisò solennemente l’Enzensberger.
«Raccontagliela tutta la storia!!!» lo interruppe bruscamente il Sierpinskij, con una veemenza davvero insolita per
Lui. «Veramente, professore, la storia non la rammento fino
in fondo...» si schermì Noam. «Non-fa-nulla» scandì con cattiveria il Nostro. «La racconto io, per bene, nei particolari».
«Dunque - riprese rivolgendosi al Markov - dopo la battaglia
vittoriosa, un aiutante di Nobunaga gli gridò ‘Avevi ragione,
mio generale: nessuno può cambiare il Destino!’». «E lui
cosa rispose?» chiese Siergeij. «La sua risposta non mi sovviene - osservò Sierpinskij - ma ricordo bene che egli mostrò
all’aiutante una moneta con due teste».
Il Markov rimase in silenzio, ed altrettanto fece il Nostro.
E presero entrambi a fissare l’Enzensberger. Questi, dopo
una serie di mezzi sorrisi, intervallati da stizzosi colpi di
tosse, sollevò ad un tratto il bicchiere dicendo: «È davvero
buono questo vostro vino, professore: mi ricorda la barbera
che produce un mio zio nelle sue tenute del Monferrato». E
ciò detto, sereno col mondo, tracannò il calice interamente.
Sierpinskij guardò allora Siergeij e, sospirando, osservò:
«Stavolta, almeno, la storia l’aveva letta davvero...». Si
ignora a tutt’oggi quale fu al proposito il commento del Markov.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
29. La lezione di Noam Enzensberger
N
el periodo berlinese del Nostro, accadde
un giorno al Sierpinskij di ricevere un
inatteso invito a Corte1. La cosa lo rallegrò non poco, ma nel contempo lo mise
in un certo imbarazzo in quanto proprio
quel pomeriggio era prevista l’apertura solenne del corso di
“Geometria Analitica”, cui da poco era Egli divenuto titolare. Sierpinskij teneva molto alla didattica, ed in particolare ai
momenti più coinvolgenti, come possono esserlo l’apertura
o la chiusura di un corso annuale; tuttavia, andare a Corte lo
intrigava non poco, anche perché l’invito era stato sollecitato allo stesso Kaiser dalla baronessina Cristiana Boroswskij,
leggiadra fanciulla di cui da sempre il Sierpinskij era segretamente infatuato, e che sarebbe stata presente alla festa. Dopo
aver a lungo riflettuto, il Nostro convocò l’Enzensberger nel
Suo studio. «Carissimo - esordì con fare mellifluo il Sierpinskij - è un vero piacere vedervi!». «Chiedo scusa» replicò
Noam. «Il fatto è che ultimamente ho avuto molti problemi.
Come Ella ben saprà, in seguito ad un duello con il conte Pittoskij , mi sono fratturato un piede e poi, colmo della
sventura, la mia carrozza ha tagliato la strada a quella del
borgomastro, danneggiandogli una ruota e due lanterne...
anzi, col Suo permesso, adesso dovrei recarmi urgentemente da lui per risarcirlo...». «Il borgomastro può aspettare,
ragazzo mio!» tagliò corto Sierpinskij. «Sono settimane che
mancate dall’università, e senza una valida ragione! I vostri
guai sono serviti soltanto per favorirvi! So bene che, con la
scusa del piede fratturato, vi siete fatto spesso accompagnare da un’avvenente studentessa... da una mia studentessa! E,
come se non bastasse, avete impiegato il tempo che dovevate
dedicare alla mia cattedra per curare i vostri innumerevoli interessi!». «Ma Professore, non mi permetterei mai...»,
azzardò l’Enzensberger. «‘Sti kazzi!»2 gridò infuriato il Sierpinskij. «A parole non vi permettete mai e nei fatti vi permettete sempre tutto! State cercando forse di gabbarmi? Volete
prendervi gioco di me? Darmi la baja? O è il vostro soltanto
1 T. Sierpinskij, “Memorie di Berlino”, Springler & Verlag, Monaco,
1887.
2 Questa espressione, tipica dello zen, che tradotta alla lettera recita ‘Stai
dicendo quello che non pensi e stai pensando quello che non dici’, fu
dal Sierpinskij appresa in gioventù dal maestro Lio-kan. Secondo alcuni
commentatori, trattasi invece di un’antica esclamazione trasteverina, che il
Sierpinskij imparò dal Proietti durante il suo soggiorno romano.
un volgare biscazzo?»3. «Chiedo ancora scusa, Maestro...
ma... ebbene lo confesso... tra i problemi creatimi da certi
miei fittavoli, alcuni pagamenti che dovevo assolutamente
fare, certe pigioni da riscuotere, ed innumerevoli altri impegni, in questi ultimi tempi ho cercato di destreggiarmi...
forse un poco maldestramente...». Sierpinskij prese a fissare l’Enzensberger, come un tempo il maestro Lio-kan faceva con lui; poi, lentamente, scandì nel suo curioso tedesco:
«Voi, Noam, siete fondamentalmente una persona cinica:
sareste capace di passare sul cadavere di vostra madre se
questo vi fosse di una qualche convenienza! Comunque, non
ho difficoltà nel riconoscervi uno spiccato talento. Ed è per
questo che vi offro una possibilità di riabilitazione. Perché
di riabilitazione si tratta! Voi siete un mio assistente: quindi siete tenuto ad assistere!» continuò il Nostro alterandosi.
«Assistere alle mie lezioni, alle mie ricerche, ai miei problemi di tutti i giorni, infino alle mie orge, qualora avessi, in
una insana visione delle cose, desiderio di volervi come spettatore di quei momenti!!!». L’Enzensberger principiò allora
a manifestare turbamento e disagio; e fece per dire qualcosa,
ma Sierpinskij riuscì a precederlo di un attimo. «Riabilitazione, solo di riabilitazione si tratta! Ebbene, ragazzo mio,
oggi pomeriggio mi trovo ad avere un improvviso impegno
a Corte. Dovete quindi sostituirmi all’apertura del corso di
geometria analitica! Mi aspetto da voi una lezione eccellente, di quelle che mostrano quanto vale una Scuola, la MIA
SCUOLA! Andate, dunque, a prepararvi, ché la lezione è
prevista per le cinque».
A quel dire, l’Enzensberger assunse un’espressione che
qualche osservatore esterno avrebbe potuto definire “esterrefatta” e qualche altro “tragica”; poi, con un filo di voce disse:
«Herr professor, posso sedermi?». Sierpinskij fece un cenno
di assenso. Noam si accomodò lentamente su una gigantesca
poltrona dello studio del Nostro e cominciò a sudare vistosamente. Il suo viso era attraversato da colori diversi, che
mutavano rapidamente, e in maniera erratica, passando da
un bianco cadaverico ad un rosso acceso, tipo vampa da menopausa. «Di cosa dovrò parlare?» chiese alfine. «Parlare?
Ma scherziamo? Voi non dovrete parlare: dovrete introdurre! Introdurre i discenti nel mondo meraviglioso che Cartesio ci ha donato! E suscitare in loro curiosità, entusiasmo,
amore, passione per la materia! I villani parlano, quando
3 Termine desueto che sta per “scherzo di cattivo gusto”.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
René Descartes, Cartesio (1596-1650)
ne sono capaci! Noi spezziamo il pane della scienza!». E a
questo punto Sierpinskij si interruppe per registrare su un
certo suo calepino l’ultima frase appena formulata, ché gli
era sembrata particolarmente buona. «Professore - rantolò
l’Enzensberger - mi dia uno spunto... in fondo sono un giovane inesperto...». «È presto detto» sentenziò Sierpinskij. «Va
messo in rilievo, ma in termini generali, l’idea avuta da Cartesio di descrivere la geometria mediante rappresentazioni
analitiche e successivamente va concretizzato quanto detto
mostrando la genesi dell’equazione della retta. In fondo,
caro Noam, dovreste essere un esperto in questo senso, vista
la vostra repulsione a considerare ogni aspetto non lineare
50
della realtà, pur contorto come siete. Fate finta - proseguì
il Nostro, con un compiacimento perverso e malcelato - che
si tratti degli aumenti che ogni anno imponete ai vostri numerosi fittavoli». «Ma quegli aumenti non sono lineari...»
proruppe in un sospiro agonico l’Enzensberger, ormai rosso
mattone in viso.
«Coraggio, andate!» concluse brusco il Nostro. E lo congedò.
Mentre il Sierpinskij si avviava verso una vero e proprio
rituale di vestizione per l’invito a Corte (ginnastica, bagno,
prove abiti, ecc.), l’Enzensberger, chiuso nel suo studiolo,
prese a sfogliare convulsamente un trattato di geometria ana-
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
litica, cercando in qualche modo di richiamare alla memoria
concetti e formule utili per la lezione. Dopo circa mezz’ora, ormai depresso, fece chiamare un bidello suo amico, il
quale gestiva per suo conto tutto il giro dei panini e delle
bevande che gli studenti acquistavano durante gli intervalli
delle lezioni. Questi, opportunamente istruito, gli portò due
bottiglie di vino ed un gigantesco sandwich, farcito di arista
e crauti. L’estemporanea merenda dovette di certo ridargli
fiducia, a tal punto che, accendendosi un sigaro, prese anche
a canticchiare.
Alle cinque precise, ignorando il quarto d’ora accademico,
Noam era già in aula.
Diritto come un fuso, accanto alla lavagna, guardava entrare e salutava con un leggero cenno di capo gli studenti che a
mano a mano sciamavano tra i banchi.
Alle cinque e un quarto precise, davanti a quattrocento giovani attenti e curiosi, esordì dicendo: «Bene, cominciamo».
La sua figura, generalmente sciatta e sbilenca, dominava ora
l’aula: sguardo freddo e penetrante, voce ferma, movimenti
misurati. Prese quindi a fissare negli occhi alcuni studenti, i
quali manifestarono un palese disagio. «Questo - esordì infine - è un corso importante, importante e difficile. Ma quanto
qui apprenderete vi sarà utile in ogni momento della vostra
vita. Questo corso nasce dalle riflessioni, e dall’opera successiva, di Renato Cartesio, colui che è riuscito a ridurre
la geometria ai numeri. Qual è stata, secondo voi, l’idea di
Cartesio?». Dopo qualche secondo, dal fondo della sala si
alzò una timida mano. «Prego!» disse freddamente l’Enzensberger. «Cartesio - cominciò, con palese emozione, lo
studente che aveva accettato la sfida - ebbe l’idea di rapportare le forme geometriche ad un sistema di riferimento
costituito da due assi ortogonali quotati, che da lui prendono
nome di assi cartesiani». «Molto bene» commentò asciutto
Noam. «E cosa avviene una volta che si è fatta questa scelta?». «Avviene - continuò guardingo lo studente - che ogni
punto viene definito da una coppia di numeri, coppia che
Cartesio chiamò ‘coordinate’». L’Enzensberger guardò a
lungo il ragazzo e poi, muovendo lentamente il capo, come
per assentire svogliatamente, gli disse: «Si accomodi». «Abbiamo, quindi - proseguì - una chiara relazione numerica tra
singoli punti e coppie di numeri. Ma come possiamo tradurre
questa relazione per insiemi di punti: in altre parole, banalizzando, come descrivere forme geometriche che ci interessano, quali la retta?».
Nell’aula scese il silenzio. Poi, un ragazzo della prima fila,
con fare incerto, si alzò per proporsi. «Dica!» lo sollecitò
l’Enzensberger. «La tecnica è quella di creare tabelline di
corrispondenza tra le due coordinate» principiò il giovane
facendosi coraggio. «Nel caso della retta si vede in questo
modo che la relazione tra le due coordinate è mutuata da un
fattore moltiplicativo per l’ascissa e da un termine costante
che viene addizionato. La formula che così nasce - proseguì
il ragazzo avviandosi verso la lavagna - è sintetizzata dalla
nota equazione y=a+bx, che al variare di a e di b è in grado
di descrivere la doppia infinità di rette esistenti nel piano».
L’Enzensberger fissò freddo lo studente per alcuni minuti:
questi, ancora col gesso in mano, cominciò a manifestare un
acceso nervosismo, che si tramutò in sollievo quando Noam
gli disse: «Si accomodi».
«E qual è, secondo voi - proseguì implacabile l’Enzensberger - il significato di a e di b nell’equazione della retta?». A
questo punto si alzarono ben sei mani e la lezione proseguì
nello stesso modo in cui era cominciata.
Sul finire dell’ora, L’Enzensberger si rivolse agli studenti
dicendo: «Bene, come primo approccio può bastare. Non so
se avrò l’onore ed il piacere di svolgere io le prossime lezioni. Ma sin da ora pongo alla vostra attenzione la seguente
questione: se la relazione lineare è espressa, come visto, da
una funzione tipo y=a+bx, in quale modo potrà esprimersi
una forma quadratica, come ad esempio una parabola? Meditate, dunque, su questo problema. Grazie». E così dicendo,
si avviò verso l’uscita dell’aula.
Anche gli studenti, a poco a poco, presero a sfollare a piccoli gruppi. E, mentre uscivano, si udirono commenti estremamente positivi. «Accidenti, questo sì che sa insegnare!»
osservò qualcuno con evidente entusiasmo. «Speriamo che
la prossima volta ci sia ancora lui e non quel vecchio barbogio!» disse impietosamente un altro di rimando.
Quella sera, mentre il Sierpinskij conversava amabilmente
a Corte, e con grande successo personale, l’Enzensberger si
recò a cena con il Markov e il Fiondiskij.
«Brindiamo» continuava a gridare rivolto ai due amici.
«Alziamo i calici pieni e deponiamoli vuoti, per poi riempirli
ancora! La vita è questa: godiamocela».
«Non ti sembra strano?» sussurrò ad un certo punto Markov al Fiondiskij. «Cosa?» rispose questi. «Che stasera offra
lui!» precisò il Markov. «A pensarci bene - rifletté Janick - è
assai strano. Forse, avrà qualcosa da farsi perdonare. In
fondo, a ben pensarci, anche lui può essere ricattabile».
Le cronache non riportano altri dettagli di quella serata, né
i vari commentatori sono stati mai in grado di spiegare cosa
il Fiondiskij intendesse dire. Fatto è che l’Enzensberger pagò
un conto astronomico senza battere ciglio, e si accomiatò dai
suoi amici con una frase che rimase impressa nella loro memoria in maniera indelebile: «E anche questa è fatta!».
51
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
30. Fatti non spiegati
L
a vita del Sierpinskij è piena
di fatti non spiegati. Alcuni Suoi
comportamenti
risultano davvero incomprensibili, a tal punto che ci si chiede
se mai si riuscirà ad interpretarli
in futuro. Certamente, dietro certi
Suoi modi di fare c’era un preciso
messaggio: duole non averlo ancora colto.
Ad esempio, un giorno Sierpinskij si recò con l’Enzensberger nella Biblioteca della Curia
di Berlino, con l’intenzione di
consultare un raro manoscritto di
letteratura basca ivi conservato.
Dopo alcuni tentativi infruttuosi,
Sierpinskij ebbe una delle Sue
idee geniali: chiedere indicazioni al bibliotecario (non possiamo esimerci dal notare come sia
sorprendente ogni volta verificare, anche su accadimenti minori,
questa Sua spiccata propensione
a risolvere qualunque problema).
Questi (il bibliotecario) aveva l’aspetto di un solido prete di
campagna: alto circa due metri,
era assai muscoloso e di carnagione particolarmente scura. Interrogato dal Sierpinskij a proposito del manoscritto, rispose con
fare assai amabile: «Per consultare il testo, caro professore, dovete recarvi nella Sala degli
Incunaboli».
Si narra al proposito che il Sierpinskij divenne improvvisamente rosso in viso e disse a bassa voce all’Enzensberger
«Andiamocene...». «Maestro - questi replicò - ma se è nella
sala degli Incunaboli...». «Andiamocene subito, dammi retta, ché qua le cose si mettono male!», insisté Sierpinskij.
E così uscirono frettolosamente dalla Biblioteca della Curia.
52
Questo comportamento del Sierpinskij, ad oggi, non ha
trovato alcuna spiegazione. Anche l’Enzensberger, annotando il fatto nel suo diario, lo trova incomprensibile1 2.
1 N. Enzensberger, “Diari”, vol. 48, pagg. 432-769 (1899).
2 Il fatto in questione si trova descritto, oltre che nei citati “Diari”
dell’Enzensberger, anche negli “Annali della Curia di Berlino”,
vol. CXXXIII, pagg. 607-728 (1891) e in: Anonimo, “Ricordi di un
Bibliotecario”, Ed. Vaticane, 1895.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
31. Sierpinskij e le donne
U
n giorno, mentre Sierpinskij e l’Enzensberger passeggiavano nelle strade di
Berlino, Noam chiese al Nostro: «Maestro, che ne pensate delle donne?».
«Noam - rispose Egli - se tu mi avessi
dimandato cosa penso della Realtà, della struttura ultima
del Mondo, dell’essenzialità della Morale, della necessità o
dell’occasione dell’Essere, ebbene io credo che dianzi avrei
avuto questione più semplice che non quella che ora hai posto». L’Enzensberger rimase assai sorpreso da quanto il Maestro gli aveva appena detto. «Pensate questo perché siete
stato ferito da qualche fanciulla?» soggiunse ingenuamente
Noam. «A parte il fatto che questi sono cazzi miei - rispose
Sierpinskij, memore del Suo soggiorno romano - quello che
voglio dire è che se l’Universo è complesso, la donna è ancor
più complessa dell’Universo stesso, in quanto Questi segue
le leggi della logica che comunemente conosciamo ed accettiamo, mentre la donna se ne astiene. Ella ha una sua logica,
che nulla ha a che fare con la logica così come noi comunemente la intendiamo. Quello che voglio dire, insomma, è che
gli uomini sono logici, nel senso ‘classico’; le donne, invece,
si sono rese conto da tempo dei problemi che l’uso stretto
della logica può sollevare. Ed essendo più astute di noi, se
ne tengono a debita distanza». «Le donne, dunque, sono esseri privi di logica?» osservò l’Enzensberger. «Tutt’altro»
precisò spazientito il Sierpinskij. «Sono esse invece profondamente logiche, ma secondo una loro propria logica che
non è quella che noi abbiamo dedotto dalle relazioni tra i
fatti del Mondo». «E qual è questa logica, Maestro?» chiese
incuriosito Noam. «E ti pare che se io fossi in grado di capire cosa passa in ogni momento nella testa di una femmina,
sarei qua a passeggiare con te, a perdere il mio tempo, i miei
anni, a sacrificare stupidamente la mia gioia di vivere?»,1
rispose quasi gridando il Sierpinskij. E ciò detto, si allontanò
dal giovane, perdendosi nelle strade di Berlino.
Questa reazione del Sierpinskij colpì profondamente l’Enzensberger e lo riempì di tristezza: «Probabilmente, il Maestro deve aver avuto delle esperienze molto dolorose» scrisse
poi nel suo diario. «Di certo, per quanto mi ha detto, con le
1 Per chi volesse approfondire l’argomento, ricordiamo che la
problematicità dei rapporti sentimentali tra i due sessi si trova
magistralmente analizzata in un libro autobiografico dell’artista colombiano
Fernando Botero (F. Botero, “Casa di bombola”, Mariagiovanna Ed. ,
Bogotà, 1956).
donne è meglio andarci con i piedi di piombo».
Dal diario del Sierpinskij: «Oggi Noam mi ha chiesto che
ne penso delle donne e io ho avuto una reazione eccessiva,
da vero maleducato. Ma come posso far capire a questo giovane, che nulla conosce della vita, come una donna sia in
grado di spezzare il cuore dell’uomo più forte? Vorrei essere capace di parlarne, ma so che non riuscirei. Sto ancora
cercando di ritrovarmi... figuriamoci se posso dar consigli
ad un altro!».
Donna in rosso, Pasquale Massacra
53
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
32. Siergeij Markov
S
e l’Enzensberger fu imposto al Sierpinskij dal Kaiser, dallo zio di questi, il
cardinale Enzensberger e,
soprattutto, dagli irresistibili sorrisi della baronessina Cristiana
Boroswskij, Siergeij Markov fu allievo
scelto da Lui, per sintonia di Visione della
Realtà, per Fantasia, per Amore della Conoscenza. Tanto l’Enzensberger era preso
dalle cose del mondo, in particolare, duole dirlo, da spicciole questioni finanziarie
che costituivano per lui motivo di profondo godimento ed interesse, tanto il Markov riusciva a cogliere il senso riposto dei
problemi, indipendentemente dal vantaggio insito nella soluzione degli stessi.
Era il Markov giovine di delicate fattezze, asciutto, dal
viso aristocratico, il cui cranio, completamente rasato, metteva in risalto un aspetto pensoso. Aveva anch’egli, tuttavia, le
sue bizzarrie: talora, infatti, usava portare vistose bretelle che
facevano pensare a lui più come ad un giovane birraio che
non ad un precoce talento della matematica e della filosofia.
Amava poi, smodatamente invero, il ballo, cosa che preoccupava non poco il Sierpinskij. «Chi è troppo dedito al secolo,
poco potrà fare per il secolo», soleva ripetergli il Nostro.
Sierpinskij incontrò il Markov nella Biblioteca di Berlino.
Siergeij stava discutendo animatamente con un funzionario
a proposito di un volume che questi si rifiutava di concedergli in visione. «Il Trattato della Probabilità del professor
Laplace è troppo prezioso per metterlo nelle mani di uno
studente: ne abbiamo una copia soltanto!» stava dicendo al
Markov l’impiegato, cercando di essere coerente con le disposizioni ricevute. «Perché vi interessa così tanto la Probabilità, se la cosa non vi incomoda e se è lecito saperlo?»
intervenne Sierpinskij, anch’egli in attesa di visionare alcuni
rari volumi della biblioteca berlinese. «Perché il concetto di
Probabilità riassume tutte le difficoltà fattuali e platoniche
finora incontrate sulla nostra strada di uomini che si sono
appena affacciati al balcone che dà sull’Universo» rispose
prontamente il giovane. «Capire la probabilità, significa capire il Mondo».
«Questa è una buona risposta» sentenziò il Sierpinskij.
«Gli dia il libro: garantisco io per questo giovine» soggiun54
se poi all’impiegato.
La fiducia istintiva del Sierpinskij fu largamente ripagata
negli anni successivi dalle opere del Markov il quale produsse, anche collaborando col Nostro, lavori memorabili. Per
citarne solo alcuni, dopo la lettura de “Le mie prigioni” di
Silvio Pellico1, Siergeij scrisse un importante trattato (“Le
catene di Markov”) e, successivamente, interessandosi di
procedura penale, pubblicò un’altra opera fondamentale: “I
processi Markovviani”.
Dal diario del Sierpinskij: «Oggi, nella biblioteca di Berlino, ho conosciuto un giovine di nobile talento. Il suo potenziale intellettuale è almeno pari a quello dell’Enzensberger;
ma da lui differisce profondamente. Le sue mani, ad esempio, sono distese; quelle dell’Enzensberger appaiono invece
sempre un poco arcuate, quasi volessero carpire comunque
qualcosa. Questo giovane farà strada, molta; ma non danaro. Come me, d’altra parte. Quello, lo farà certamente l’Enzensberger».
1 Va ricordato che il volume fu prestato al Markov da Noam
Enzensberger, il quale lo aveva acquistato durante un suo viaggio in Italia.
In realtà, L’Enzensberger aveva letto erroneamente “Le mie pigioni” ed
acquistò il libro nella speranza di trovarvi qualche buona idea per fittare
al meglio certi suoi locali, pervenutigli in eredità dal nonno paterno, il
principe Guglielmo Ulrico Enzensberger di Brandeburgo. Curiosamente,
l’Enzensberger scrisse poi un libro intitolato proprio “Le mie pigioni”,
divenuto presto un manuale insostituibile per i proprietari di appartamenti.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
33. Janik Fiondiskij
I
l Sierpinskij scrisse più volte intorno ad una Sua
profonda convinzione, sintetizzabile nella magistrale frase che Egli riporta spesso nei Suoi Diari: «Se uno se la tira, allora va sicuramente male;
e, talvolta, anche peggio». Da un nostro studio
specifico, svolto nel corso di quindici lunghi anni su questo interessante aspetto della visione che il Sierpinskij aveva
dell’andamento delle cose del mondo, siamo oggi in grado
di affermare che questo convincimento, oltre ovviamente a
nascere da Sue profonde speculazioni teoriche, aveva preso
albergo nell’animo del Nostro in seguito alla conoscenza ed
alla successiva frequentazione con tal Janik Fiondiskij.
Era costui un bellissimo giovine: non eccessivamente alto,
di rada capigliatura, mostrava tratti regolari nel viso, peraltro
ben scolpito, ed una corporatura assai ben strutturata. Decisamente, era il Fiondiskij un uomo che di primo acchito poteva
suscitare nelle donne un sentimento di naturale simpatia, capacità che molti di noi rimpiangono di non possedere. D’altra
parte, il pessimismo del Fiondiskij era davvero universale,
nel senso che il suo atteggiamento negativo si manifestava
ad ogni pié sospinto, nelle piccole e nelle grandi cose. Non
era certo costui quello che volgarmente chiamasi “jettatore”;
e anzi nell’insieme, egli, grazie anche alla sua estrema disponibilità, appariva a coloro che lo frequentavano una sorta di
portafortuna, una persona amabile su cui contare. Soltanto,
con il suo modo di vedere le cose, sembrava richiamare su di
sé un Fato negativo.
Ricorda il Sierpinskij nei Suoi Diari:
«Ieri, alle corse, ho conosciuto un giovine valente, di intelligenza notevole, ma decisamente portato ad attirare sul suo
capo un Destino sfavorevole. Due fatti mi hanno portato a
questa conclusione.
Il primo accadde durante le scommesse. Cercavo un cavallo su cui puntare e, vedendo il giovane assorto nell’esame degli animali che sfilavano prima della corsa, mi presentai e gli
55
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
chiesi la cortesia di dirmi su quale di essi, dovendo rischiare,
avrebbe puntato. La sua risposta fu assai sorprendente, nel
senso che prima di fornirmi l’indicazione che desideravo,
fece un lungo discorso sulle distribuzioni statistiche, sulle
attese, sui ritardi, sulla fisiologia equina, sul comportamento
dei fantini, nonché su un possibile uso da parte degli stessi
o degli animali di alcol e sostanze varie. D’altronde, quando infine mi disse «Io punterei su Generale», non potei non
replicargli sorpreso (anche perché Generale era tra i meno
favoriti): «Punterebbe o punterà?». La
sua risposta fu davvero sibillina: «Se
decidessi di puntare,
non varrebbe la pena
puntare».
Fatto sta che scommisi
una
grossa
somma su Generale
vincente: e Generale
vinse puntualmente.
Quando proposi al
Fiondiskij di dividere
la consistente vincita,
egli replicò: «Non mi
sembra opportuno: è
stato un caso».
Non ci fu verso di
fargli accettare del
danaro. Cercai allora
di sdebitarmi con lui
invitandolo a pranzo.
E riferisco ora il secondo fatto.
Sedemmo ad un
tavolo del ristorante
dell’ippodromo, locale assai elegante invero, e notammo subito
accanto a noi due
bellissime fanciulle.
Il Fiondiskij, mentre
parlava con me del
più e del meno, sorrise ad una di loro: e
il suo sorriso fu prontamente ricambiato
dalla ragazza. C’è da
dire che il sorriso di Giovane donna, Edouard Manet
quest’uomo è davvero seducente, sa
di buono, di simpatico. Decisamente, questo suo fare rese
bene, perché poco dopo la stessa giovine disse qualcosa al
Fiondiskij e ne nacque così una strana conversazione, quasi
sussurrata, conversazione che io non percepii più di tanto,
in parte a causa di una mia grave ipoacusia, in parte perché
56
assorbito dall’esame che l’amica della ridente fanciulla stava
facendo della mia persona. «Promosso o bocciato?» pensavo
preoccupato tra me e me.
Ad un tratto, come spesso mi accade, mi sentii dire «Non
vorremmo sembrarvi impertinenti, ma di certo saremmo davvero lieti se voi decideste di fare colazione insieme a noi».
Le due ragazze prima parlottarono un poco tra loro e poi, con
mia grande sorpresa, vennero prontamente a sedersi al nostro
tavolo. Justine e Paula, questi erano i loro nomi, da vicino
apparivano ancora
più incantevoli e seducenti. Justine manifestava chiaramente propensione per il
Fiondiskij (dopotutto
era stata lei a creare
l’occasione!); Paula sembrava avermi
promosso.
Le settimane che
seguirono
furono
sconvolgenti.
Del
mio amore con Paula
ho scritto tutto e più
di tutto; e fu un’esperienza totale ma
non felice, che finì
con una vera disfatta per entrambi. Di
quel che avvenne tra
Justine e Fiondiskij,
non saprei cosa riferire. «È fidanzata»
mi disse egli all’inizio; «Dice di volermi bene come ad un
fratello», mi confidò
più avanti; «Tanto a
me mi va male: sai
come sono le donne...» si sfogò in
un’altra occasione.
«Buttati» replicai io
tutte le volte. «Potrei
turbarla» mi rispose
lui. «E poi, io ho i
miei tempi», concluse deciso.
Sono passati venticinque anni da allora: tra me e Paula è
da tempo tutto dimenticato, Fiondiskij esce ancora con Justine. Io tifo per lui, altri amici tifano per lui; ma le speranze
sono minime.
Anche perché Justine nel frattempo si è sposata. E ha quattro figli».
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
34. Un problema di... porte
C
ontro tutte le leggi del calcolo delle probabilità, Fiondiskij fu scelto tra 1.285.699
aspiranti per partecipare al programma televisivo “Cambi la porta o la tieni?”.1 Si
trattava di una trasmissione di grande successo, anche perché la posta in palio era davvero ragguardevole: 50.000 marchi a disposizione del vincitore. E la dote
necessaria per vincere la sfida sembrava essere la sola pura
fortuna.
In sostanza, all’inizio del gioco il concorrente veniva messo dinanzi a tre porte chiuse, dietro ognuna delle quali c’erano dei premi. Uno di questi era molto serio (i detti 50.000
marchi, per giunta contenuti in un cofanetto di oro zecchino
del valore di 4.000 marchi); gli altri due premi... una vera
presa in giro: due pettini, nemmeno d’osso, ma di vile plastica.
Il concorrente iniziava il gioco scegliendo una porta, che
al momento rimaneva chiusa (una sorta di prelazione sul premio che essa nascondeva). Fatta questa scelta, il conduttore
apriva una delle due porte restanti, dietro la quale inevitabilmente compariva un pettine.
A questo punto al concorrente veniva chiesto se volesse
mantenere la porta inizialmente scelta (e quindi entrare in
possesso del corrispondente premio) o volesse cambiarla con
l’altra porta rimasta chiusa, e dunque accedere al premio da
quest’ultima celato.
Fatta la scelta definitiva, la porta designata veniva aperta
e il concorrente vinceva il malloppo o, ahimé, il vile pettine
di plastica. Insomma, tapino o fortunello che fosse, vinceva
quello, e solo quello, che stava dietro la porta a cui aveva
infine affidato le sue speranze.
Smaltita l’ebbrezza derivante dall’inconsueto fatto di essere stato scelto tra tanti a partecipare, Fiondiskij cominciò ad
1 Questo gioco fu lanciato da Monty Hall nella trasmissione televisiva
‘Let’s make a deal’ (ovvero, ‘Facciamo un affare’). Marilyn vos Savants,
donna assai brillante, detentrice del più elevato Q.I. mai registrato (228...)
spiegò sulla rivista ‘Parade’, dove teneva una rubrica, perché convenisse
cambiare la porta scelta. A seguito di ciò fu sommersa da una serie di lettere
di austeri professori di matematica indignati, come pure di altri personaggi
del mestiere, i quali – come Noam Enzensberger - sostenevano che tenere
o cambiare la porta scelta fosse indifferente. Il peccato fatto da costoro è
stato certamente mortale (anche in termini morali); tuttavia, non è così
immediato rendersi conto che conviene cambiare la porta. Come racconta
Paul Hoffman in un suo libro (“L’uomo che amava solo i numeri”, pp. 276,
Mondadori, 1999) anche Paul Erdös, uno dei più grandi matematici del
‘900, di cui il libro racconta la vita, cadde nell’errore.
arrovellarsi su una precisa questione: una volta fatta la prima
scelta, avrebbe dovuto tenersi quella porta, oppure avrebbe
dovuto successivamente cambiarla? Cosa era meglio fare?
Quale era la decisione più conveniente?
Avendo limitata dimestichezza con il calcolo delle probabilità, Fiondiskij chiese lumi a Noam Enzensberger e a
Siergeij Markov. Il primo gli disse che la cosa era del tutto
indifferente: il cambiare o il mantenere la porta sottendevano
un’identica chance. E per supportare questa sua opinione lo
inchiodò un intero pomeriggio davanti ad una lavagna, facendo scorrere punto per punto una chilometrica dimostrazione all’uopo da lui prodotta per mostrare l’assoluta equivalenza tra il decidere di tenere la porta scelta inizialmente o
il decidere successivamente di cambiarla. Meno tecnico, ma
più intrigante, fu invece il Markov. «Dipende dal colore»,
gli disse. «In che senso?», chiese sorpreso Fiondiskij. «Te
lo spiego con un esempio: immagina di aver scelto all’inizio
una porta azzurra. Supponi ora che ne resti una marrone.
Che fai? Ovviamente, tieni l’azzurra. Ma se l’altra porta è
fucsia? In questo caso la cambi. Il fucsia è un colore ben più
intrigante dell’azzurro!».
«Ho capito - gli rispose Fiondiskij - ma che c’entra questo
con il calcolo delle probabilità?».
«C’entra, c’entra», replicò Markov. «Si tratta di probabilità soggettive... sai... Ramsey, De Finetti, Savage... anzi, per
essere più precisi, di un nuovo ramo della probabilità che
sto sviluppando da tempo: la Probabilità Estetica». «Sarà...
- borbottò Fiondiskij - ma non sono per nulla convinto, né di
te, né di Noam. Non resta che chiedere al Professore».
E detto fatto si avviò verso l’aula dove Sierpinskij stava
concludendo una lezione. Colà giunto, la porta si aprì e ne
uscì il Sierpinskij accompagnato da un’allieva, certa Olga
Sukolova2, avvenente giovinetta del secondo corso, un poco
chiacchierata, che stava chiedendogli delle spiegazioni su
quanto si era appena discusso a lezione. «Mia cara signorina:
la faccenda è piuttosto complicata. Sarei felice di potergliela
illustrare con calma dopo cena nel mio studio. Il suo interesse per la materia è commendevole, e vale qualche speciale
attenzione da parte mia», fece alla Sukolova Sierpinskij, con
2 Laureatasi, la Sukolova divenne famosa per aver posato in certi
calendari che la Krupp regalava ai propri clienti. Dopo alcuni anni
avventurosi, durante i quali girò negli USA numerosi film hard-core, vinse
un concorso all’università di Los Angeles. Da quel momento in poi si
dedicò esclusivamente alla ricerca matematica.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
un sorriso che gli arrivava sino alle orecchie. «Ne sarò davvero lieta, professore, perché vorrei comprendere meglio...».
«Professore, ha un minuto?» li interruppe Fiondiskij. «Mio
caro Janik - inveì Sierpinskij - Lei ha il dono di comparire
nei momenti meno opportuni! Non vede che sto parlando con
un’allieva?». «Certo... vedo... me ne scuso... ma è urgente...
perché stasera debbo partecipare ad una trasmissione televisiva e ho bisogno di un suo consiglio». «Una trasmissione
televisiva?» proruppe la torbida Olga, sgranando gli occhi.
«Posso venirci anch’io?», soggiunse subito dopo. «Ma, cara
Olga - protestò Sierpinskij - stasera dobbiamo approfondire la questione di cui prima si parlava!». Alcuni presenti
riferirono poi che lo sguardo della Sukolova volse sul rassegnato, e che le usci un fievole: «Ha ragione, professore...».
Senonché, mentre sul viso di Sierpinskij rifioriva il sorriso,
Fiondiskij incalzò: «Certo che può venire! Posso farmi accompagnare da quattro persone: una è il professore, se mi
concede l’onore; gli altri due sono Enzensberger e Markov;
la quarta potrebbe essere proprio lei. Sento che mi porterà
fortuna: ci sono in ballo 50.000 marchi!». «Oh, che bello,
che bello!» esplose la Sukolova. «Professore, La prego...»
implorò a Sierpinskij.
Sempre in base a quanto successivamente riferito da testimoni oculari, il volto del Nostro divenne prima paonazzo, poi terribilmente pallido. Ad un certo momento sembrò
quasi volesse gettarsi sul Fiondiskij. Tuttavia, pian piano si
riprese e, rivolto alla procace Sukolova, concluse: «D’accordo, Olga: stasera andiamo pure in televisione. Ma domani
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sera dovremo assolutamente approfondire questo stramaledetto teorema ergodico, ché non le è poi tanto chiaro!».
«Grazie, professore, lei è un angelo!» cinguettò la ragazza,
abbracciandolo con trasporto. Un poco rinfrancato dal contatto fisico con la Sukolova, Sierpinskij ritrovò la calma, a tal
punto da chiedere a Fiondiskij: «Di cosa si tratta?». Questi
spiegò brevemente la questione, riassumendo l’argomentazione di Enzensberger, come pure le valutazioni esteticoprobabilistiche del Markov. «Non capisco queste complesse
elucubrazioni di Noam, né tantomeno l’uso metafisico del
calcolo delle probabilità fatto da Siergeij» sentenziò Sierpinskij. «Il problema mi sembra incredibilmente semplice.
E ora te lo dimostro. Dimmi, Fiondiskij: se ti chiedessero di
scegliere una porta o due porte, ne sceglieresti una o due?».
«Ne sceglierei due, naturalmente», rispose con un fil di voce
Janik. «Avrei così 2 possibilità su 3 di vincere!». «Bravo. E
proprio questo è quello che succede se cambi la porta» osservò il Nostro. «Rifletti: il presentatore scopre sempre una
porta dietro la quale c’è un pettine; per cui cambiando poi
la porta è come se tu avessi avuto inizialmente due porte
a disposizione invece di una». «Professore, mi perdoni, ma
non ci ho capito nulla...», gemé Fiondiskij. «Non hai capito nulla perché non c’è granché da capire» lo rimproverò
Sierpinskij. «Se inizialmente scegli due porte, dietro una di
queste ci sarà sempre un pettine. Se la apri e scopri il pettine, che ti cambia? Dietro l’altra ci sarà comunque il premio
o il secondo pettine. Ma tu di porte ne hai prese due inizialmente, e quindi hai sempre una probabilità di 2/3 di vincere.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Quello che ti confonde è che immagini che il presentatore
apra a caso la porta con il pettine: se aprisse a caso la porta, oltre al pettine potrebbe esserci anche il premio. Con la
scelta casuale, se dietro la porta ci fosse il premio il gioco
ovviamente finirebbe lì; ma se ci fosse il pettine, tenere o
cambiare la porta sarebbe indifferente. Ma il presentatore
non sceglie a caso: apre sempre una porta che nasconde un
pettine. Elementare, non credi?».
«Non ho capito nemmeno adesso, professore - sospirò
Fiondiskij - ma dove non arriva la Ragione, perviene la
Fede. E io ho Fede in Lei. Ci credo e deciderò in questo
modo!».
La sala dove si registrava la trasmissione era gremita di
gente. Sierpinskij, la Olga, Markov ed Enzensberger presero
posto in prima fila. Fiondiskij andò ad accomodarsi in una
speciale sezione con gli altri concorrenti. Finalmente, dopo
qualche tempo, il presentatore proruppe con un: «E adesso,
il prossimo concorrente: Janik Fiondiskij!».
Barcollando, Janik salì sul palcoscenico, grondante di sudore.
«Si sente bene?» lo schernì il presentatore, certo Klaus
Minkosky, noto per la sua crudeltà verso i concorrenti. «Non
mi muoia prima di aver risposto! Che porta sceglie, la 1, la
2 o la 3?». Fiondiskij ebbe un tremito che quasi lo paralizzò, perché si rese conto di non aver considerato questo problema: quale porta scegliere inizialmente? Comunque, pian
piano si riprese e riuscì a dire con un fil di voce: «La 3...».
«Molto bene» fece il presentatore. «E adesso vediamo cosa
c’è dietro la 2!». E detto questo, aprì la porta numero 2, dove
in terra si poteva vedere, come d’altra parte ci si attendeva,
uno dei pettini. «Ora, caro Herr Fiondiskij, tenuto conto che
vincere l’altro pettine non le servirebbe molto vista la sua
capigliatura non troppo folta, tiene la porta numero 3 o la
cambia con la 1?». Fiondiskij fece per rispondere, ma con
suo grande sgomento si rese conto di non ricordare più cosa
dovesse fare. L’emozione aveva completamente cancellato il
ricordo di quanto Sierpinskij gli aveva raccomandato. «Cambio, non cambio...», pensava agitato. «Forza, Herr Fiondiskij - lo sollecitò impaziente il Minkoski - non possiamo
aspettare la sua decisione tutta la serata. Che fa?».
«Tengo la 3...» disse Fiondiskij con voce strozzata. «E
io vado ad aprire la 3, come lei ha deciso... vediamo... ed
ecco un bel pettine!, caro il mio Herr Fiondiskij... ora la
1 per controllo... ed ecco il forziere con i marchi! Peccato, Fiondiskij, le andrà bene la prossima volta!». E mentre
Fiondiskij principiava a darsi dei poderosi pugni sulla testa,
il buon Klaus proseguì impietoso: «Ed ora l’ultimo concorrente: Werner Einberg!».
«Herr Einberg si è sentito male per l’emozione e lo hanno
portato in ospedale» gridò al presentatore uno dei suoi collaboratori.
«Accidenti, mi dispiace. Tanti auguri, caro Werner - proruppe il Minkosky - ma lo spettacolo deve continuare. C’è
qualcuno tra il pubblico che vuole partecipare?». «Io!!!»
gridò un giovane, agitando le braccia a mò di mulino a vento.
«Come si chiama?» chiese Minkosky. «Il mio nome - rispose
questi - è Noam Enzensberger. Lavoro all’università di Berlino con il prof. Sierpin...». «Presto, ché il tempo vola!» lo
interruppe il presentatore. «La 1, la 2, la 3?». «La porta 2!».
«Bene. Scopro la porta 1, dove c’è il pettine, come ovvio.
Tiene la 2 o la cambia con la 3?». «Tengo! E tengo convinto,
perché l’ho ben dimostrato!» osservò deciso l’Enzensberger.
«E fa bene, perché dietro la 2 c’è il forziere!!!» gridò il Minkosky, aprendola. «Lo sapevo!!!» esultò Noam. «Il Calcolo
delle Probabilità non tradisce mai!».
«Quello che non tradisce è il culo, il tuo!!!», commentò
Sierpinskij a voce bassa, bassa ma non troppo, almeno stando alla testimonianza del portiere del teatro che affermò poi,
sotto giuramento, di averlo sentito distintamente dalla sua
guardiola all’ingresso.
Il ritorno all’Università fu piuttosto triste per via di quel
che era accaduto a Fiondiskij.
Con Siergeij alla guida, l’auto procedeva ad andatura moderata. Nessuno parlava.
«Nonostante tutto - ruppe alfine il silenzio Markov - questo
pettine che hai vinto è un gran bel pezzo di modernariato: la
plastica, poi, quest’anno tira. E ha anche un bel colore, perché quel bianco sporco, vagamente perlaceo, sullo stanco,
è proprio indovinato! Comunque - proseguì serio - la porta
dovevi cambiarla: la 3 era rossa, un colore sostanzialmente
volgare, mentre la 1 era verde pisello, che è un altro paio di
maniche». «Ma che dici?» intervenne Noam. «Cambiare o
non cambiare era la stessa cosa: c’è la mia dimostrazione.
Ho vinto seguendola. Magari la pubblico pure» osservò. «E
allora, perché Janik ha perso?» lo incalzò Markov. «Che
dirti?» fece di rimando Noam, con la faccia di bronzo dei
giorni di festa. «Anche il Calcolo delle Probabilità ha le sue
vittime». La Sukolova, che era seduta dietro tra Sierpinskij
e Fiondiskij, si intromise nel discorso: «Peccato che ti sia
andata male, Janik: sei così simpatico! Però, ora che ci penso - miagolò - anche lei, dott. Enzensberger, è proprio simpatico!».
Sierpinskij tacque per tutto il viaggio di ritorno. Ma dentro di sé, ad alta voce, formulò più volte semplici e chiari
pensieri: «Dio esiste. Dio è giusto. Ti sta bene! Così impari
a rompermi le uova nel paniere e a non studiare il Calcolo
delle Probabilità! Dio ti ha punito, Janik: e adesso soffri!!!».
E mentre l’auto giungeva in prossimità dell’Università, guardando Noam che, girato, stava mostrando alla Sukolova un
mazzo di fogli contenenti la sua “dimostrazione”, concluse
amaramente: «Ma questo Enzensberger, riuscirò mai a togliermelo dalle palle?».
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
35. La “probabilità estetica” di Siergeij
Markov
I
l concetto di “probabilità estetica”, introdotto dal
Markov per illustrare a Janik Fiondiskij la strategia
ottimale da seguire nel gioco televisivo “Cambi
la porta o la tieni?”, aveva non poco inquietato il
Sierpinskij. Riflettendoci sopra, tuttavia, Egli si era
tranquillizzato. «Non può che trattarsi di uno scherzo che
Siergeij ha voluto fare a Janik», si era detto. Ed era logico
che così fosse. L’inquietudine, però, tornò a farsi sentire, ed
in forma ben più concreta, quando il Markov gli sottopose
una sua memoria per avere l’autorizzazione a presentarla per
la pubblicazione. «Un approccio estetico alla teoria della
probabilità»: questo era il titolo del lavoro che ora il Sierpinskij stava esaminando incredulo. Indubbiamente, lo scritto era assai ben impostato: esame storico del concetto di probabilità, importanza dell’estetica nella vita dell’uomo, algebra delle scelte estetiche, e così via dicendo, il tutto condito
con esempi. Tra questi ultimi figurava anche l’analisi critica
della scelta di mantenere la porta rossa, fatta dal Fiondiskij
al gioco televisivo, scelta rivelatasi poi clamorosamente sbagliata. A questo proposito, il Markov sottolineava come se
Fiondiskij avesse cambiato la sua porta rossa con l’altra, di
colore verde pisello, avrebbe necessariamente vinto. E, fatto
ancor più allarmante per il Sierpinskij, ne dava anche una
dimostrazione servendosi dell’algebra delle scelte estetiche,
riportata nello stesso articolo.
Per il Sierpinskij questo era davvero troppo. Sicché decise
di convocare Markov per chiarire la faccenda.
«Caro Siergeij - esordì il Nostro - mi compiaccio per questo vostro lavoro, invero singolare e ben articolato. Tuttavia,
non posso trattenermi dal dirvi che l’idea di fondo, come
pure i presupposti della teoria stessa, appaiono assai bizzarri, decisamente poco convincenti. Non nego che l’algebra da
voi immaginata [l’algebra delle scelte estetiche, ndr] soddisfi tutti i requisiti previsti dal Kolmogorov nella sua teoria
astratta della probabilità1; tuttavia, qui il problema non è
quello della sintassi, ma della semantica. Come si può pensare che un qualcosa di sommamente indefinito, soggettivo
per giunta, quale la ‘bellezza’ possa, se considerato, aumentare in qualche modo la probabilità di effettuare scelte giu1 Andrei Nicolaevic Kolmogorov. “Teoria delle Probabilità”, pp. 144,
a cura di Luigi Accardi, Edizioni Teknos, 1995. Questo pregevole testo
riporta, inoltre, un insieme di assiomi sviluppato dall’Accardi, che unifica
il modello kolmorogovviano e quello quantistico.
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ste, financo in contesti completamente casuali, dove termini
come ‘necessariamente’ non possono trovare posto?».
«E qui sta il punto, professore» replicò Markov. «Non ci
ha forse insegnato Lei che molti matematici e fisici famosi
sono stati guidati nelle loro scelte vincenti dalla bellezza di
alcune teorie rispetto ad altre?». «Beh... - rispose un poco
imbarazzato il Sierpinskij - non lo nego. Però si trattava di
ben altro». Markov restò un attimo in silenzio; poi, con una
certa aggressività, per lui invero inconsueta, replicò: «Con
tutto il rispetto, professore, io credo invece che il problema
sia lo stesso. Le ricordo che quando chiesero a Dirac perché
avesse individuato per la sua teoria proprio quella equazione tra le diverse da lui trovate, Egli rispose: ‘Perché era la
più bella!’2. Ora, se Dirac ne avesse scelta un’altra, avrebbe
messo in luce l’esistenza dell’antimateria?».
Sierpinskij rimase non poco interdetto; ma si riprese ben
presto. «Una certa relazione tra quel che è vero e quel che è
bello è sospettata da tempo» precisò. «Io contesto che scelte di carattere squisitamente estetico possano migliorare le
nostre capacità di fare previsioni, per giunta su eventi completamente casuali. Come si dice: “È bello quel che piace”.
Il vostro concetto di probabilità, mio caro Markov, è totalmente soggettivo, e quindi di natura non generale, cioè nonscientifico».
L’aggressività verbale del Markov crebbe allora enormemente: «Mio caro professore - lo aggredì - le scelte di carattere estetico sono quelle vincenti, sono l’unica guida sicura.
Se compito della scienza è quello di migliorare la qualità
di vita dell’uomo, allora il bello è scienza a pieno titolo!
Dovendo scegliere tra due ragazze, sceglierà la bella o la
brutta? E poi, mi perdoni: la mia teoria ha certo carattere
soggettivo; ma non è su un simile carattere che Bruno de
Finetti ha basato la sua Teoria della Probabilità che, guarda caso, è detta proprio ‘soggettiva’?3 Volendo, si potrebbe
dire che la probabilità estetica è una probabilità soggettiva
specializzata».
Sierpinskij, assai colpito dalla foga con cui il Markov ave2 In effetti, la bellezza di un’equazione aveva grande valore per Dirac.
Egli ebbe a dire una volta: “E più importante avere nelle proprie equazioni
la bellezza che non l’accordo con l’esperimento”.
3 L’impostazione soggettiva del Calcolo delle Probabilità fu proposta
da Bruno De Finetti intorno alla fine degli anni ’20. Sia pur con qualche
difficoltà all’inizio, il ‘soggettivismo’ ha avuto poi notevoli sviluppi e
riconoscimenti.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
va esposto le sue ragioni, rimase a lungo in silenzio. Certamente, non era riuscito a farsi comprendere dal giovane.
Tuttavia, era anche in parte perplesso dalle argomentazioni
del Markov in quanto sentiva che in esse c’era qualcosa di
vero; solo, non riusciva a mettere bene a fuoco quale fosse
questo ‘qualcosa’.
Sicché, alla fine, decise di far parlare la Natura, proponendo al Markov un esperimento. «Mio caro Siergeij - principiò
- sarebbe facile per me replicare a queste sottili argomentazioni. Il vero problema, tuttavia, è che la nostra discussione
sembra giunta ad una fase di stallo. Quindi, mettendo da
parte vieti esercizi di dialettica, vi propongo di fare un gioco,
nel corso del quale applicherete i vostri concetti e le vostre
modalità di scelta. Alla fine di questo gioco e, soprattutto,
alla luce dei suoi risultati, riprenderemo in esame la questione. Che ne dite?». «Ne sarò ben lieto - replicò Markov - ma
di che gioco si tratta?». «Di un gioco di sorte, invero semplicissimo» precisò Sierpinskij. «Si fa con due mazzi uguali,
di sole figure: jack, regine e re. All’inizio, si mischiano bene
i due mazzi di carte. Poi dal primo si scopre una carta. Il
concorrente deve decidere se tenerla o meno. Deciso questo,
si scopre una carta dall’altro mazzo. Se le carte sono perfettamente uguali, allora vince il banco. Se escono due re, o
due donne, o due jack non identici, si decide in base ai semi,
con il criterio circolare legato alla sequenza come-quandofuori-piove. In altre parole, cuori batte quadri, quadri batte
fiori, fiori batte picche che, tuttavia, a sua volta batte cuori.
Più o meno, come si fa per le scale reali. In questo modo non
si ha mai in mano una carta sicuramente vincente. Ora, se
la carta più alta è quella del primo mazzo e uno l’ha tenuta,
allora ha vinto; se non l’ha tenuta, ha perso. Vincere o perdere, dunque, non dipende solo dalla sorte (come avverrebbe
scoprendo banalmente una carta dal primo e una dal secondo mazzo) bensì anche da ciò che decide ogni volta il giocatore. Per come io intendo la probabilità, col re conviene
tenere, col jack è meglio cambiare. Tenere o meno la carta
se si ha in mano una donna non ha invece alcuna influenza
sulla riuscita del gioco. Al contrario, stando a quanto voi asserite, seguendo i dettami della vostra ‘probabilità estetica’,
questa influenza dovrebbe esserci. Insomma, caro Markov,
se la vostra teoria ha un minimo di fondamento voi dovreste
riuscire a vincere più di quanto non sia previsto dalle regole
del gioco». «Non vedo l’ora di cominciare, professore!» fece
Markov con soverchio entusiasmo. «E per convincerVi maggiormente della bontà della mia teoria, ogni volta Vi esporrò
in dettaglio le ragioni della scelta di tenere o meno la carta
assegnatami».
«Bene, molto bene» rispose Sierpinskij, che stava già mescolando i due mazzi. E finita l’operazione, ne mise uno a
destra, dalla parte di Markov, e uno a sinistra.
Fatto questo, scoprì la prima carta: una donna di quadri.
«Ed ecco un esempio - commentò il Nostro - in cui tenere o
lasciare è assolutamente indifferente». «Decisamente - osservò Markov - si tratta di una gran bella carta. Guardi il
viso di questa regina: enigmatico e dolce. E poi... l’eleganza
del suo vestito. La tengo!». Sierpinskij scoprì allora la car-
ta dal secondo mazzo: uscì un jack di picche. «Ho vinto!»
esclamò Markov, contento come un bambino. «Un caso»
fece Sierpinskij, rimischiando. «E ora, la nuova carta», disse
pescando dal primo mazzo un re di cuori. «Questa è facile»
commentò. «È ovviamente da tenere». «Non direi, professore» osservò Markov. «Certamente, secondo l’impostazione
laplaciana della probabilità sarebbe da tenere; ma secondo
la mia probabilità estetica è da scartare. Osservi attentamente questo re, professore. In primo luogo, è in sovrappeso; in secondo luogo, con quella faccia da bamboccione fa
cadere le braccia; infine, guardi le mani: che orrore! È un
perdente. Decisamente, non tengo la carta». A questo dire,
il Sierpinskij sogghignò e con tutta la cattiveria di cui era
capace scoprì la carta del secondo mazzo. Ma con sua grande
sorpresa, uscì un re di picche. «Ho vinto ancora!» gridò festante Markov. «La probabilità estetica non tradisce!». Sierpinskij non fece commenti, e con fare vistosamente sgarbato
rimescolò i mazzi e scoprì la nuova carta: un jack di picche.
«Lo scartate, no? - chiese al Markov - è un jack...». «Macché, professore: lo tengo» replicò Markov. «Guardi che bel
giovine, che bel profilo, che bei baffettini. Per non parlare
poi dei capelli, così deliziosamente arricciati nel fondo. Lo
tengo, lo tengo!». Sierpinskij scoprì allora la carta dell’altro mazzo, che risultò essere un jack di cuori. «Picche batte
cuori! Ho vinto, ho vinto ancora!!!» esultò come un bambino il Markov. «E basta!» esplose il Sierpinskij. «Vogliamo
giocare o no?».
La partita riprese. Ma dopo altre 14 mani, vinte tutte da
Markov con scelte basate sui disegnini del vestito, l’espressione del viso, la forma fisica e altre qualità di questo tipo, da
lui attribuite di volta in volta alla figura rappresentata sulla
carta estratta, il Sierpinskij si sentì esclamare: «Mi arrendo!».
Markov non fece commenti. E rimasero entrambi in silenzio per diversi minuti, che il Sierpinskij occupò in parte
nel riporre i due mazzi in un certo canterano ove teneva una
cospicua attrezzatura (carte, dadi, monete) atta ad esplorare
sperimentalmente le leggi del caso.
Fu lo stesso Sierpinskij a rompere poi il silenzio, chiedendo al Markov: «A quale rivista intendete presentare il vostro
lavoro, Siergeij? Grundlagen der Wahrscheinlichkeit, Theoretical Statistics, Biometrika?».
«Veramente, professore - rispose con un po’ di imbarazzo
il Markov - avevo pensato a... ‘Sorrisi e Canzoni’, una rivista molto ben fatta e molto letta».
Il Nostro restò esterrefatto, ma lentamente si riprese.
«A parte che ‘Sorrisi e Canzoni’ inizierà le sue pubblicazioni più o meno tra novant’anni - commentò acidamente - quali sono le ragioni di questa vostra scelta? Derivano
anch’esse dalla probabilità estetica?». «In un certo senso,
sì» rispose Markov. «È vero che ci vorrà molto tempo per la
pubblicazione, ma la rivista avrà grande diffusione, milioni
di lettori, e quindi un notevole Impact Factor.4 Poi, non le
4 L’Impact Factor (IF) è oggi considerato da molti un indice di qualità di
una rivista scientifica. Sorprendentemente, questa ‘qualità’ viene nell’uso
61
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
nascondo che, almeno da quanto
assicuratomi dai
futuri editori, che
ho già contattato,
l’articolo verrebbe inserito nella
sezione ‘Moda ed
Arte’. Professore, la scongiuro:
per me sarebbe il
massimo!».
«E sia!» concluse rassegnato
il Sierpinskij, firmando l’autorizzazione. «Onoro
con questo atto
la mia ferma convinzione nella libertà di espressione di ogni ricercatore.
Comunque, sia ben chiaro Markov, e ricordàtelo bene: lo
faccio solo per la correttezza formale dell’algebra da voi
presentata».
«Grazie, professore, grazie! Ma posso farle una domanda?» chiese Siergeij, prendendo con manifesta gratitudine il
foglio appena firmato che il Nostro gli stava porgendo. «Prego» rispose questi. «Qual è la probabilità di vincita del gioco
che abbiamo appena fatto?» domandò Markov. «Calcolàtela, a mò d’esercizio, con la vostra teoria estetica della probabilità» fece asciutto il Sierpinskij. «Anzi, calcolate anche
quella relativa ad una variante del gioco, questa totalmente
casuale, dove il re batte la regina, la regina il jack, e il jack
batte il re. E già che ci siete - proseguì - scrivete pure qualcosa sulla probabilità estetica delle altre carte del mazzo:
sarei curioso - concluse con palese ironia - di conoscere le
vostre valutazioni su un sei di fiori o un sette di quadri». «Su
questo tema, invero - gli confessò con malcelato orgoglio il
Markov - sto terminando un’ulteriore memoria, professore.
Come ivi dimostro, gli assi sono stupendi; le carte pari, con
la loro banale simmetria, un poco fiacche; quelle dispari,
decisamente intriganti. Tra queste la mia preferenza va al
sette di picche, per la sua assoluta eleganza!» finì trionfante.
«Ne sono lieto - osservò rassegnato il Sierpinskij -lieto soprattutto nel vedere come voi stiate mettendo a frutto i miei
attribuita anche ai singoli lavori in essa pubblicati. Come spiega il prof.
Alessandro Figà-Talamanca in un suo acuto saggio “L’Impact Factor
nella valutazione della ricerca e nello sviluppo dell’editoria scientifica”,
reperibile su Internet: “Lo IF della rivista X nell’anno N, è il rapporto tra
numero di citazioni rilevate nell’anno N sulle riviste incluse nella banca
dati, di articoli pubblicati negli anni N-1 e N-2 sulla rivista X, diviso per
il numero totale degli articoli pubblicati negli anni N-1 e N-2 sulla rivista
X”. Il crescere di importanza nel mondo accademico di questo indice ha
dato luogo a vere e proprie cordate di reciproche citazioni tra i diversi
gruppi di lavoro impegnati nelle stesse problematiche. Quel che sorprende
assai non è tanto il fatto che il Markov parlasse di IF tantissimi anni prima
che questo fosse concepito dal suo inventore, tal Eugene Garfield, quanto
che esso sia così tanto preso sul serio dal mondo scientifico, in particolare
sul versante biomedico.
62
insegnamenti».
E con questo lo
congedò, restando
poi nel Suo studio
a meditare per tutta la restante parte
della giornata.
Bisogna dire a
questo punto che
il Sierpinskij non
fu mai convinto
da questa sconcertante teoria di
Siergeij; tuttavia,
almeno per quanto si riscontra nei
Suoi diari, Egli ne
fece spesso uso, e
con successo.
Questo Suo atteggiamento, dispiace dirlo, è una pagina
nera nella vita scientifica del Nostro, contraddittoria, in particolare alla luce del sempre crescente successo che la teoria
della probabilità estetica del Markov ha poi avuto nel corso
degli anni. Come è ben dato a vedere a tutti, oggi la quasi
totalità delle decisioni in campo politico, economico, medico, amministrativo, e in altri settori ancora, vengono prese
seguendo criteri estetici markovviani, non già su basi frequentistiche o più generalmente soggettive (nel senso inteso
da Ramsey, de Finetti e Savage). A Suo favore, tuttavia, gli
va dato atto non solo di aver concesso l’autorizzazione alla
pubblicazione dell’articolo, ma di averne anche difeso la validità, sia pur per i soli aspetti formali, dinanzi alla Commissione di inchiesta che al proposito fu istituita dall’Università
di Berlino.
Dal diario del Sierpinskij: «Alcune settimane or sono,
Markov mi ha sottoposto un suo lavoro di teoria della probabilità basato, pensate un po’!, sull’estetica. Ho trovato
l’idea demenziale e ho cercato, senza successo, di farglielo
capire. Questa teoria è certo bizzarra, ma debbo ammettere
a malincuore che funziona. L’ho applicata alle corse dei cavalli e, lo confesso, così facendo ho vinto, e continuo a vincere, notevoli somme. Può il carattere “estetico” che percepiamo dall’osservare l’animale prima della gara farci correttamente prevedere se arriverà primo o risulterà piazzato?
Intendiamoci bene: non parlo di un’impressione di prestanza fisica dell’animale; parlo delle sfumature di colore del
pelo, della piacevolezza dei suoi movimenti, del nitrire più
o meno intonato. In coscienza, io dico di no. Ciononostante,
applicando questi deliranti principi nelle mie sempre più fitte frequentazioni dell’ippodromo di Berlino, sto diventando
praticamente ricco».
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
36. Un curioso pranzetto
D
opo 127 anni di precariato, finalmente
Janik Fiondiskij riuscì a passare a tempo
indeterminato presso l’Università di Berlino. E non riuscì solo a lui, ma anche ad
altri 70 precari che avevano sulle spalle in
media quei 5-7 mesi di permanenza a contratto in Facoltà.
Si era dovuti arrivare quasi alla fine del XX secolo per una
sistemazione definitiva del giovanotto; comunque, per Janik
il tutto era lo stesso epocale, come pure per il Sierpinskij che
finalmente poteva tirare un sospiro di sollievo sul futuro del
suo pupillo.
Ipotecando tre mesi di stipendio, Fiondiskij decise – al fine
di festeggiare degnamente l’evento - di invitare ad un pranzo
i suoi amici di Facoltà.
Sierpinskij, ricordando una gustosa espressione appresa
dal Proietti durante la sua permanenza a Roma, lo mise in
guardia: «Stà in campana, Janik, ché poi te tocca sbatte la
panza ar bancone!»1 2. Nonostante questo vernacolare avvertimento, peraltro portogli dal Sierpinskij in perfetto dialetto
trasteverino, Janik non cambiò idea.
Dopo un’accurata indagine di mercato, durata qualche
settimana, la scelta cadde su “Franco ar vicoletto”, caratteristico locale della periferia di Berlino, gestito da un certo
Franco, ex studente di medicina datosi alla ristorazione.
Le trattative tra Franco ed il Fiondiskij furono lunghe e laboriose. Trovarono alla fine un accordo («80 marchi a persona è regalato!»), fissando data ed orario: le 13.30 del venerdì
successivo.
Giunto il giorno fatale, i nostri eroi partirono alle 13.00
dall’Università, convinti da Janik a farsela a piedi («È una
splendida giornata... e poi è vicino»). Neanche a dirlo, incontrarono sul loro cammino, per un brusco cambiamento
di tempo, un violento acquazzone, come poche volte si era
verificato nella zona. «Che vuoi che siano due gocce d’acqua?», osservò Fiondiskij, mentre tutti stavano praticamente
nuotando. Nessuno, cosa strana, fece commenti.
Entrati nel locale, bagnati come sorci, furono accolti da un
cameriere assai scortese, visibilmente di nazionalità romena,
1 ‘Stare in campana’: come dire ‘proteggersi con somma attenzione’,
‘prendere tutte le precauzioni possibili’. Sembra che l’uso di questa
espressione risalga al Gauss.
2 ‘Sbattere la panza ar bancone’: volgarotta espressione riferentesi
all’urto contro la cassa del locale della pancia piena di colui che paga il
pranzo.
che li apostrofò: «Attenti a non bagnare per terra! Avete prenotato?». «Certo», rispose Fiondiskij.
«Il nome?», insisté il romeno. «Janik!», replicò con malcelato senso di orgoglio e soddisfazione il Fiondiskij.
«Janik?», fece di rimando il tanghero, scorrendo un foglietto sudicio di unto. «Qui non risulta nessun Janik!».
«Come?» proruppe Fiondiskij. «Mi sono messo d’accordo direttamente con Franco... e ho già pagato in anticipo il
pranzo!».
«Dicono tutti così», ridacchiò il romeno. E poi con malgarbo: «Qui non c’è nessun Janik, né risultano pagamenti
anticipati».
«Mi chiami Franco!», osservò glaciale Fiondiskij, volendo
evitare discussioni davanti ai suoi ospiti.
«Franco è partito ieri per l’Australia».
«Lo chiami sul cellulare, allora».
«Mi scusi - sogghignò il romeno - Lei che titolo di studio
possiede?».
«Io... sono... sono... oddio... sì, sììì... diplomato perito nucleare!» balbettò Janik.
«Allora - replicò con fare crudele il cameriere - siamo
quasi parenti: io sono ingegnere nucleare. Ora però non c’è
bisogno di essere perito od ingegnere nucleare per capire
che a quest’ora Franco è ancora in viaggio sull’aereo: ho
detto Australia, non Austria. E se è sull’aereo, e questo lo
capisce anche un bambino, Franco non è raggiungibile col
cellulare».
Janik Fiondiskij rimase senza parole. Poi prese una grossa
decisione: «Non fa nulla: prepari un tavolo per nove. Ripago tutto». «Anticipato?». «Certo, anticipato, tanto poi me la
vedo con Franco». «Credo non sarà facile - osservò l’ingegnere nucleare contando i marchi nuovamente sborsati da Janik - perché Franco ritorna a Berlino tra due anni: è andato
ad aprire un nuovo ristorante a Melbourne».
«Ecchisenefrega!» urlò di rimando il Fiondiskij. «Si vive
una volta sola!». E mentre lo diceva, ringraziò in cuor suo
il Padreterno, perché una delle ragazze da lui invitate non
era potuto venire, sicché c’era stato un coperto in meno da
pagare.
Apparecchiata la tavola, sedettero, con l’Enzensberger che
si piazzò vicino al Fiondiskij. Atto di cortesia, direte voi.
Sarà pure. Ma quel giorno Noam aveva addosso una brutta
influenza; e come al solito tendeva in questa sua contagiosa situazione ad alitare e sputacchiare sul viso del vicino, in
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
particolare quando rideva scompostamente, ovvero sempre.
Finalmente il pranzo cominciò. Arrivò in apertura una fiamminga di cozze, praticamente crude. «Per primo serviamo
il festeggiato!» gridò festoso l’Enzensberger, applaudito dal
resto della truppa. «No!» gridò Janik. «Le cozze no, perché ho
il colesterolo alto». «Almeno una - disse serio l’Enzensberger - se no ci offendiamo!». «Beh, una... ma sì, che vuoi che
faccia?», rispose Fiondiskij porgendo il piatto.
«Te la scelgo io - si intromise Markov - visto che mi sto occupando di avvelenamenti» (in effetti, aveva da poco avviato
un’indagine epidemiologica sugli avvelenamenti, alimentari
e non, con i centri antiveleni tedeschi). E mentre tutti ridevano per la battuta, scelse una cozza che sembrava un pettine di
Venere, che il Fiondiskij trangugiò avidamente.
Orbene, bisogna dire che la scelta dei molluschi era fatta
da Franco con molta diligenza. Purtroppo per il Fiondiskij,
però, quella era l’unica cozza della partita acquistata il giorno
prima infestata dalla microalga Ostreopsis ovata. Ora, come
a tutti noto, detta alga è carica di palitossine che danno quasi
immediatamente diarrea, vomito, dolori agli arti, spasmi muscolari e difficoltà respiratorie. Nonostante la sua fibra, a dir
poco robusta, Janik Fiondiskij non fece eccezione e il resto
del pranzo lo passò tra tavolo e toilette; ma resisté indomito,
pur cominciando a sentirsi addosso anche un inizio di febbre influenzale. Il sopravvenuto colorito verdognolo del viso
di Janik, peraltro, allarmò uno degli amici, certo Josef Baldoskj, medico-ricercatore, conosciuto dal Sierpinskij a Roma
e aggregato poi alla cattedra berlinese. «Aho, nun è che ce
mòri mentre stamo ancora a magnà? Facce finì, armeno!»
gli disse serio Josef, in una stretta parlata romanesca. E tutti
giù a ridere impazziti.
Il pranzo proseguì alla grande, con una marea di ottime
portate, innaffiato da un vinello del Tirolo niente male.
Alla fine, il romeno portò dello spumante italiano per il
brindisi.
«Prosecco di Valdobbiadene?» fece scandalizzato l’Enzensberger. «L’evento è troppo solenne: ci porti dello champagne!!!». E mentre il romeno partiva alla velocità della
luce, non senza prima aver comunicato che lo champagne
costava 110 marchi a bottiglia, Janik Fiondiskij impallidì vistosamente. «Non ti preoccupare - gli fece l’Enzensberger
- le offro io. L’affetto che ti porto, e l’amicizia, valgono ben
oltre cinque bottiglie di champagne!!! Solo, ti pregherei di
anticipare perché, non ci crederai, ho lasciato nuovamente
il portafoglio a casa». «Nessun problema» rispose Janik con
un fil di voce. E poi si alzò per andare a vomitare al bagno,
non si sa se per l’iniziativa dell’Enzensberger o per l’effetto
della cozza gigante alle palitossine.
Più o meno ubriachi, alla fine del pranzo uscirono dal locale per fare ritorno all’Università. Fu una camminata salutare,
per digerire, per smaltire un poco la sbronza. Appena giunti
in Facoltà, Fiondiskij si precipitò al bagno.
64
Tornato, ritenne doveroso fare un discorso: «Vi ringrazio
della vostra partecipazione. Siete veri amici. E a questo proposito voglio assicurarvi che, nonostante il mio nuovo ruolo,
per me non cambierà nulla: resterò il Janik di sempre».
In quel momento sopraggiunse un’impiegata dell’Amministrazione. «Cerco Janik Fiondiskij». «Sono io» rispose lui.
«C’è una lettera per lei» gli fece l’impiegata, consegnandogli un plico. «Grazie» le fece eco Janik, firmando la ricevuta.
«Oggi è il giorno delle sorprese, un gran bel giorno! Probabilmente si tratta di certi arretrati che l’Amministrazione
vuole rapidamente pagarmi», soggiunse compiaciuto, più a
se stesso che agli altri.
«Leggi, leggi!» gridarono tutti, ancora un poco in preda ai
fumi dell’alcol.
Fiondiskij aprì la lettera e cominciò a darne lettura, man
mano sbiancando in viso: “Gentile Signor Janik Fiondiskij,
purtroppo nella Sua nomina si è incorsi in un errore che
la rende insanabile. Infatti, mentre nel Decreto Ella risulta tra i vincitori con 14,327 punti, un controllo a campione
svolto successivamente ha rilevato che per un titolo da Lei
presentato, segnatamente il n° 224, Le sono stati attribuiti 0,003 punti invece di 0,001, come sarebbe stato corretto. Per questa ragione il suo punteggio esatto risulta quindi
pari a 14,325 punti. Questo fatto comporta che il sig. Silos
Deretany3, primo escluso dalla stabilizzazione a tempo indeterminato, subentra in questa al Suo posto, avendo Egli
conseguito 14,326 punti. Di conseguenza, anche in base al
Codice di Treviri, L. 141, del 1847, comma IV, la Sua nomina va considerata nulla. Le chiediamo pertanto di restituire
la somma di marchi 4.250,29 erogataLe con bonifico presso
la Deutsche Bank, sportello Università di Berlino il 27 maggio scorso. Cordiali saluti. F.to Il Direttore del Personale,
dr. Otto Hahn”.
Tutti rimasero in silenzio, gelati. Janik Fiondiskij rigirò
varie volte la lettera nelle sue mani, e quindi principiò a farneticare: «Quello che è giusto è giusto: ‘Lex, dura Lex, sed
Lex!’. Sin d’ora la mia coscienza mi impedisce di pensare
a ricorsi o a cose del genere. L’Amministrazione ha fatto il
suo dovere! La matematica non è un’opinione! E poi, che
importa? Quello che conta è la salute!». E posata la lettera,
corse di nuovo al bagno per un improvviso riacutizzarsi della
diarrea palitossino-indotta.
Seduto su una squallida tazza del piano D della Facoltà,
si rese tuttavia conto che sì, la salute è importante, ma che
bisogna averla affinché essa possa esercitare le sue benefiche
funzioni.
E mentre un’ennesima scarica risuonava per tutto il corridoio, una piccola lacrima prese a scendere dal suo occhio
sinistro.
3 Trattavasi, cosa non sorprendente, di un nipote di Tamas Deretany, uno
strafortunato amico del Sierpinskij.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
37. Un tragico pokerino
U
n bel giorno accadde che due
vecchi amici
del Sierpinskij
decisero di andargli a fare una bella improvvisata all’università di Berlino. I due,
compagni di bagordi giovanili del
Nostro, erano anche accaniti giocatori di poker, un nuovo gioco
d’azzardo importato dagli Stati
Uniti d’America. L’uno, Oscar
Tato, era addirittura soprannominato ‘Faccia di Pietra’, in quanto
dall’espressione del suo volto non
traspariva mai nulla che potesse
essere utile per comprendere che
gioco avesse in mano; l’altro, Otto
Hahn, era spaventosamente fortunato. No che non fosse abile con
le carte; ma la frequenza con cui
chiudeva, financo scale ad incastro, era davvero contro ogni
previsione del calcolo delle probabilità.
I due intercettarono il Nostro all’uscita da una lezione.
«Quanto tempo!» esclamò Sierpinskij abbracciandoli. «Sei
sempre nei nostri cuori!» fecero i due di rimando. «Ti sei
sistemato proprio bene... sei diventato davvero un pezzo
grosso» osservò Otto. «Non mi lamento» confermò Taddeus. E così via dicendo. Una volta esauriti gli argomenti
standard della situazione1, i due vennero al sodo: «Senti
- cominciò con fare intrigante Oscar - ce la facciamo una
partitella, come ai vecchi tempi?». «Magari!» accettò subito
Sierpinskij. «È un anno che non gioco! Però, lo facciamo
con un tetto massimo di rovina, altrimenti può finire come
quella volta a Salisburgo, ché ancora mi sto leccando le
ferite!».2 «Facciamo 10.000 marchi?» propose Otto. «Vada
1 Diconsi ‘argomenti standard di una situazione’ le domande e
le osservazioni che la gente si sente in obbligo di fare in relazione
all’occasione. Questo concetto può essere meglio inteso pensando a quanto
accade ai bambini: ‘Vuoi bene alla mamma?’, ‘Vai bene a scuola?’, ‘Come
sei cresciuto!’, ‘Tutto suo padre!’. Stranamente, la cosa si verifica anche
tra adulti.
2 Il Nostro intendeva riferirsi ad una partita che fu per lui disastrosa, dove
perse ben 350.000 marchi.
per i 10.000» assentì Taddeus. «Quando e dove?» chiese poi.
«Si potrebbe fare stasera, nella sala da fumo del nostro albergo» propose Oscar. «Prima ceniamo e poi si gioca» concluse. «Al quarto ci pensi tu?» gli fece Otto. «Ci penso io,
non preoccupatevi» s’impegnò il Nostro. «Alle nove, allora.
E senza fallo!»3 salutarono ridacchiando i due. E quindi si
lasciarono. Il Sierpinskij, tornato nel suo studio, cominciò
a pensare a chi potesse essere il ‘quarto’ della partita. Scartò subito l’Enzensberger, non tanto perché questi non fosse
all’altezza, quanto per il fatto che a Berlino ormai giravano centinaia di ‘Pagherò’ a firma di Noam, a tal punto che
qualcuno aveva preso a collezionarli. Markov sarebbe andato
bene, ma... c’è sempre un ‘ma’. Più volte, infatti, era già accaduto che sedutosi al tavolo Siergeij si fosse poi rifiutato di
giocare perché le carte non erano di suo gusto. Intendiamoci,
non che pensasse ad un mazzo truccato: semplicemente, af3 Si trattava di un gioco di parole in uso tra i tre, nato su una facezia del
Nostro, piuttosto fiacca invero, ma che qui riportiamo per completezza.
«Un giovane molto timido - raccontava il Sierpinskij - era perdutamente
innamorato di una ragazza. Ma non osava. Sicché ella decise di prendere
l’iniziativa, combinando con lui un appuntamento. “Verrai, dunque,
stasera?” gli disse. “Verrò” rispose lui. “Verrò, senza fallo!”. E la
ragazza non andò all’appuntamento».
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
fermava di volta in volta, il disegno, il colore, financo il tipo
di cartoncino, erano ’esteticamente impossibili’. Mentre era
immerso in cotali pensieri, entrò nello studio il Fiondiskij
recando la posta.
«Posso chiederle una cosa, professore?» gli disse. «Prego» rispose il Nostro. «Uscendo con lei dall’aula, non ho
potuto fare a meno di cogliere quanto i suoi amici le dicevano: mi faccia fare il quarto, professore, la prego!» implorò.
Sierpinskij rimase di stucco: Janik che giocava a poker!
Quindi, anche questo massimo censore dei costumi, sempre
pronto a fustigare chi manifestasse comportamenti (a suo
dire) disdicevoli, aveva uno scheletro nell’armadio. «Allora,
è umano!» pensò tra sé e sé. «E dove avete imparato a giocare a poker, di grazia?» lo interrogò. «Ho seguito un corso
per corrispondenza» confessò arrossendo il Fiondiskij. «Poi,
ho studiato le dispense del maestro Bignotto, “Il poker in 24
lezioni”; ma sono arrivato sino alla n° 8...» soggiunse. «Ho
fatto un poco di esperienza in famiglia - continuò - ma mi
manca un vero battesimo di fuoco. Mi aiuti, professore!».
Il Sierpinskij ci pensò su, poi decise: «Va bene, Janik, ma si
gioca forte: si può perdere fino a 10.000 marchi, il che non è
poco» lo avvertì. «Li ho, professore, non c’è problema. Però,
come lei mi ha insegnato, bisogna anche considerare l’intero contesto, avere un approccio olistico, come dice lei. E
quindi, visto che siamo in 4, potrei anche vincerne 30.000 di
marchi, non trova?» osservò sorridendo. «Con Oscar Tato,
Otto Hahn e me?» rispose il Nostro, ricambiandogli il sorriso. «Glielo auguro di cuore, Janik».
La sera arrivarono puntuali in albergo, mangiarono con i
due amici e poi si trasferirono nella sala da fumo dove era
stato preparato un tavolo con carte, fiches e posaceneri vari.
Dal sorteggio dei posti risultarono in senso orario: Sierpinskij, Tato, Hahn e Fiondiskij.
«Due ore secche: va bene?» chiese Otto, cominciando a
mescolare le carte. «Va benissimo» assentirono gli altri. E la
partita prese l’avvio.
Il tempo passò rapidamente, senza particolari emozioni.
Come in certi casi avviene, la partita stava dipanandosi in
modo stanco: i giochi chiusi erano insignificanti; peraltro,
non c’erano mai scontri di sorta. «La saga delle coppie!»
osservò scoraggiato il Sierpinskij. «Tanto avevamo davanti
all’inizio, tanto abbiamo adesso davanti: da non credere!»
gli fece eco Oscar Tato.
«Il piatto piange!» li esortò Otto Hahn, distribuendo nuovamente le carte.
Il Fiondiskij, di mano, guardò le sue e aprì: «50 marchi
per giocare».
«I tuoi 50, più altri 100» gli fece eco il Nostro.
«Fino a 500» rilanciò Oscar Tato.
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«Mille per giocare» disse ridacchiando Otto Hahn. E mise
una manciata di fiches nel piatto. Giocarono tutti, biascicando il solito: «Piatto ricco, mi ci ficco».
«Quante carte?» chiese Otto a Janik. «Una» rispose questi. Anche Taddeus, Oscar e Otto presero una carta.
«La parola a chi ha aperto» sollecitò Hahn.
«1000 marchi» fece il Fiondiskij.
«Vedo» rispose il Sierpinskij.
«Più tremila» dichiarò Oscar Tato.
«Vedo» fece Hahn.
«Vedo anch’io» soggiunse Fiondiskij.
«I tuoi 3000, più altri 3000» rilanciò il Nostro.
«Vedo» rispose Oscar.
«Più altri 2.000» disse Otto.
«State tutti bluffando: e io vedo» sentenziò Fiondiskij.
«Vedo anch’io» aggiunse Sierpinskij.
«Più altri 2.000» rincarò Oscar.
Otto andò a vedere.
«Me ne vado» disse con un gran sospiro Janik, gettando
le carte.
«Io vedo» concluse Taddeus. «Che hai?» chiese ad Oscar.
«Ho un full di nove!» rispose questi. «Io ho un full di re»
disse Otto, scoprendo sadicamente con studiata lentezza le
sue carte. «Buono per un full di donne» ammise a malincuore
Sierpinskij.
E in quel momento, con tale epico (e caro...) scontro, terminò il tempo, e con esso la partita.
«Quel dannato Otto Hahn ha una fortuna davvero sfacciata!» si ritrovò ad esclamare con rabbia Sierpinskij, mentre
con Janik facevano ritorno. «Ha ragione, professore» assentì
il Fiondiskij. «E gli è andata proprio bene: mi fosse entrato il quinto asso, avrei avuto il full più alto, e avrei vinto
io!» precisò con rammarico. «Il quinto asso? Come il quinto
asso?» chiese sorpreso il Nostro. «Sì, perché avevo doppia
coppia, due assi e due assi» spiegò Fiondiskij. «Se entrava il
quinto asso facevo full anch’io. Purtroppo è venuto un maledetto sette di fiori!».
«Ah... capisco... un sette di fiori...» commentò asciutto il
Nostro. «Scusa - gli disse poi - ma fino a quale dispensa del
Bignotto eri arrivato?». «Fino all’ottava professore - rispose pronto Janik - però, il corso per corrispondenza l’ho fatto
tutto. Ma imparare non basta; applicarsi, nemmeno: ci vuole
anche fortuna» concluse sconsolato.
«È vero» assentì Sierpinskij. «Senza fortuna c’è poco da
fare».
E proseguendo per le strade di una Berlino notturna piuttosto umida, il Nostro borbottò tra sé e sé: «Almeno, non
piove».
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
38. Fiondiskij e il test diagnostico
Mentre di prima mattina stava lavorando nel suo studio,
il Sierpinskij sentì bussare alla porta. «Avanti!» gridò un
poco irritato, poiché era nel pieno svolgimento di un calcolo
invero assai complesso. «Sono io, professore, sono Janik»
fece il Fiondiskij facendo capolino. «Ah, Janik, carissimo. Si
accomodi» rispose il nostro indicandogli la sedia antistante
la sua scrivania. «Qual buon vento?» soggiunse. «Tempesta,
professore» rispose il Fiondiskij con tono accorato. «Cosa
è successo, mio caro? Forse l’Enzensberger le ha chiesto
un nuovo prestito?» buttò là Sierpinskij, tentando di sdrammatizzare la situazione. «Non scherzi, professore, la prego»
gemè Fiondiskij. «Si tratta di una cosa molto seria: della
mia salute!». Inutile dire che a questo suo dire il Nostro si
allarmò. Certo il Fiondiskij era non poco ipocondriaco, sempre tra medici ed esami clinici, costantemente con il polso in
mano per controllarsi la frequenza cardiaca e da questa dedurne (con un suo speciale metodo, almeno così sosteneva)
i propri valori pressori; ma il Sierpinskij così tanto agitato
non lo aveva mai visto. Sembrava stesse per piangere. «Raccontami tutto» lo incoraggiò paternamente, passando dal lei
al tu.
E Janik non si fece pregare: «Mi hanno trovato positivo il
valore della fosfatasi acida prostatica. Si rende conto?!?»
proruppe, torcendosi le mani. «E gli altri parametri?» chiese
subito il Nostro. «Tutto normale. Ma la fosfatasi, no!» rispose questi. «Le analisi le hai fatte perché non ti sentivi bene?»
continuò ad interrogarlo il Sierpinskij. «No. Era solo... il
controllino che faccio mensilmente...» rispose con un po’ di
imbarazzo Fiondiskij. «Come si dice... meglio prevenire che
curare... non si sa mai». Il Nostro rimase a meditare in silenzio. Poi, accesosi un sigaro, principiò a girellare per la stanza. «È grave professore?» proruppe ad un certo punto il giovane. «È certo grave... me lo dica!». «Quello che è grave,
caro il mio Janik - gli rispose Sierpinskij - è questa tua ossessiva attenzione alla salute. La fosfatasi acida prostatica è
positiva? E che vuol dire? Prima di tutto - proseguì - dovresti
ripetere l’analisi per confermare il risultato; poi, mai questo
fosse ancora positivo, sentire che ti dice il medico. Al posto
tuo non mi preoccuperei più di tanto». «Non preoccuparmi?» sbottò lui. «Ma allora non mi sono ben spiegato! La
riconferma dell’analisi l’ho già fatta; e la risposta è sempre
positiva. E non le dico poi cosa ho trovato sulla mia preziosa
‘Enciclopedia Medica Universale per la Famiglia’: c’è da
rabbrividire. L’alterazione del valore della fosfatasi acida
prostatica è associata con tante brutte malattie, tra cui anche il carcinoma prostatico. Ecco, io temo di avere un carcinoma prostatico. Anzi, ne sono certo! Mi aiuti, professore:
che debbo fare?». A questo suo dire, il Sierpinskij spense il
sigaro e tornò a sedersi alla scrivania. «Vedi, Janik - disse poi
rivolto al Fiondiskij con quel tono di voce che spesso si usa
parlando ad un bambino - tu fai la cosa molto semplice. Ma
il tutto è invece un po’ complicato. Tanto per dire - continuò
- hai mai sentito parlare del teorema di Bayes?».1 «Ho assistito ad alcune sue lezioni su questo tema, professore - gli
rispose Janik - ma onestamente non ci ho capito nulla».
«Male - osservò Sierpinskij - perché se fossi stato più attento
forse ora non ti porresti tutti questi problemi. La questione
infatti - proseguì - non sta nel risultato positivo che ti hanno
trovato, bensì nel valore predittivo ad esso associato. E questo valore predittivo lo si stabilisce in base al teorema di
Bayes». Fiondiskij rimase a lungo in silenzio. Poi, con un filo
di voce, chiese: «Può farmi capire meglio la cosa, professore?». «Certo - rispose il Nostro - anche se non è semplice.
Ma per tranquillizzarti vale la pena fare un tentativo». E detto questo, si accese un nuovo sigaro. Tirate due profonde
boccate, riprese il discorso. «Se il risultato di un’analisi principiò - è sotto una certa soglia, diciamo che il risultato è
negativo; se la supera, diciamo che è positivo. Tuttavia continuò - non è che un risultato positivo indichi con certezza la presenza della malattia; come pure un risultato negativo non assicura l’assenza della stessa». Janik non perdeva
una parola. «Un test diagnostico, ovvero un’analisi come
quella che hai eseguito, non sempre risulta positivo sui ma1 Riteniamo di recar gioia alla maggioranza dei lettori riportando qui nel
seguito il teorema di Bayes, su cui sono basati i ragionamenti sviluppati.
Dato uno spazio probabilistico S e una sua partizione, data dagli eventi
{M i }i =1, k , se B è un certo evento di S, allora risulta
Pr( M i / B ) =
Pr( M i ) Pr( B / M i )
k
∑ Pr( M
i
.
) Pr( B / M i )
i =1
In termini pratici, se le {M i }i =1, k sono k malattie che si escludono a
vicenda, e B è un segno (o un sintomo) comune a tali malattie, una volta
constatata la presenza di B, la probabilità che la malattia sottostante a B sia
la i-esima è data dalla probabilità della malattia stessa, moltiplicata per la
probabilità che il segno B sia presente nella malattia M i , il tutto diviso
la somma del detto prodotto calcolato per tutte le malattie della partizione.
Sicché, in questo modo siamo in grado di valutare la probabilità che una
certa malattia sia all’origine del segno da noi osservato. È in questo senso
che il teorema di Bayes viene anche detto ‘della probabilità delle cause’.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
lati, e non sempre risulta negativo su chi la malattia non
l’ha. La capacità di un test di risultare positivo quando l’individuo è effettivamente malato si chiama ‘sensibilità del
test’; la sua capacità di negativizzarsi (cioè dare risultato
negativo) se l’individuo non è malato si chiama invece ‘specificità del test’. Ora - seguitò il Sierpinskij, tirando l’ennesima boccata dal sigaro - il test della fosfatasi, in relazione a
ciò che ti preoccupa, ovvero di essere affetto da carcinoma
prostatico, è dotato di una sensibilità del 70% e di una specificità del 90%». Janik cominciò a sudare copiosamente.
«Se non ho capito male, professore - disse con un tremante
filo di voce - allora ho 7 probabilità su 10 di essere ammalato...». «Macché - replicò Sierpinskij - è il test che ha una
probabilità pari a 7/10 di fornire risultato positivo se uno è
malato. Il valore della sensibilità del test è la risposta alla
domanda: ‘Se sono malato, qual è la probabilità che il test
risulti positivo’. Per capire quanto devi preoccuparti, prova
invece a rispondere a quest’altra domanda: ‘Se il test è risultato positivo, qual è la probabilità che io sia malato?’. E qui
le cose diventano più complicate, poiché bisogna introdurre
il concetto di ‘prevalenza della malattia’, ovvero di quale sia
la percentuale di persone che ha la malattia». «Non la seguo, professore» disse con tono preagonico Janik. «E allora
- fece il Sierpinskij - adesso te lo spiego, così avrai una buona ragione per non essere in ansia». E si diresse quindi alla
lavagna. «Ascoltami bene, Fiondiskij - iniziò a dire - stando
agli studi epidemiologici svolti, in una popolazione ogni
100.000 persone ce ne sono più o meno 35 che hanno la disgrazia di essere portatori di carcinoma prostatico. Sicché i
restanti 99.965 il carcinoma non ce l’hanno. Ora, immaginiamo di fare il test a 100.000 persone: avremo certo risultati sia positivi che negativi. Quanti saranno in media, a tuo
parere, i risultati positivi che otterremo dai test sui 35 malati?». Janik respirò profondamente, si deterse il sudore dalla
fronte, e azzardò: «Visto che il test diventa positivo 7 volte su
10 se il soggetto è malato... dovrebbero uscire 24.5 test positivi...». «Bravo!» esclamò compiaciuto il Sierpinskij. «Arrotondiamo e diciamo 25. Per cui, sui 35 malati avremo 25 risultati positivi e 10 risultati negativi. Adesso, passiamo ai
non malati: quali risultati fornirà il test su questi?». Sempre
sudando, Janik prese carta e penna e si mise a fare dei conti.
«Sui non malati, lei mi diceva che 9 volte su 10 il test dà risultato negativo... e allora... moltiplico per 0.9... riporto di
uno... 89.972 test saranno negativi...». «Corretto - sentenziò
il Nostro - ma questo vuol dire anche che 9.993 test risulteranno positivi». «E che significa?» chiese Fiondiskij. «Significa questo» rispose Sierpinskij attirando la sua attenzione
sul grafico che aveva tracciato alla lavagna. «A giochi fatti,
dai 100.000 test effettuati abbiamo 10.018 risultati positivi e
89.982 risultati negativi. E allora, se un risultato è positivo,
qual è la probabilità che il soggetto sia malato?». «Francamente, non lo so» rispose con molta onestà il Fiondiskij.
«Apprezzo la tua sincerità, Janik - osservò il Sierpinskij - ma
non è difficile calcolarla questa probabilità. Quanti test positivi corrispondono a soggetti malati? Venticinque, abbiamo visto. Quanti sono i test risultati positivi? Sono 10.018. E
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allora, se ti fai i conti, vedi che a 25/10.018 corrisponde una
probabilità pari allo 0.25%, cioè niente o quasi. Quindi, in
questo caso un test positivo non ha alcun significato diagnostico. Tecnicamente, si suol dire che in quel contesto il suo
‘valore predittivo’ è inadeguato. O, come nel nostro caso,
irrilevante. Tutto qua». Fiondiskij era a bocca aperta. Prese
di nuovo carta e penna, e ripeté i conti che il Sierpinskij aveva svolto a mente. «È vero!» proruppe poi. «Se il test risulta
positivo, la probabilità che uno sia malato è insignificante!
Ma allora - proseguì serio, con quella serietà propria dell’ipocondriaco deluso - queste analisi non servono a niente!».
«Dipende» precisò il Nostro. «Ad esempio, se considero dei
soggetti su cui un urologo ha accertato la presenza di un
nodulo prostatico sospetto, allora il test funziona. Infatti - e
qui il nostro disegnò un nuovo grafico - l’esperienza mostra
che tra questi soggetti, la metà risulta portatore di carcinoma prostatico. Quindi, se ne vedo 100.000, sui 50.000 malati avrò 35.000 test positivi e 15.000 test negativi; sui 50.000
non malati di test negativi ne avrò 45.000, più 5.000 che risulteranno positivi. Se fai di nuovo i conti, la probabilità che
in questo caso ad un test positivo corrisponda davvero la
malattia è pari a 35.000/40.000, cioè all’87.5%. Una probabilità inquietante, tale da doversi concretamente preoccupare. Sei più tranquillo adesso?» concluse il Nostro.2
Janik rimase a lungo pensoso. «Mi permette una domanda, professore?» disse infine. «Certo, Janik» rispose il Sierpinskij. «Dove posso farmi fare l’esame alla prostata, cui
lei accennava prima? Magari ho un nodulo... chi può saperlo?».
Sierpinskij si scostò dalla lavagna e andò lentamente a sedersi alla scrivania. «Ho scatenato un mostro!» pensò tra sé
e sé. «Basta andare da un qualsiasi urologo» disse infine. «È
un esame doloroso?» chiese ansioso il Fiondiskij. «Diciamo... fastidioso. Magari, a qualcuno può anche piacere...»
tagliò corto il Nostro. «Ma ci sono effetti collaterali?» incalzò Janik. «Sì, ce n’è uno» rispose spazientito il Sierpinskij.
«Talora succede di diventare un poco più fortunati!». «Non
capisco, professore» osservò il Fiondiskij. «Beh... me ne dispiace - concluse Sierpinskij - perché questo non te lo posso spiegare meglio. E ora, ti prego, lasciami finire i miei
calcoli!». «Grazie, professore» disse Janik accomiatandosi.
«Come farei senza di lei?». «Faresti a meno!» sibilò di rimando il Nostro, seccato più che mai. «Chiudi la porta, grazie!». E uscito il giovane, si immerse nuovamente nei suoi
calcoli; ma combinò ben poco.
Quello che avvenne in seguito è la dimostrazione che gli
ipocondriaci sono vittime predestinate. Infatti, il Fiondiskij
si recò tosto da un urologo di grido, certo prof. Pederaski, per
farsi dare (come raccontò poi) “un’occhiatina alla prostata”. Questi, noto macellaio, assai venale, capito il soggetto,
lo consigliò di operarsi. «Ma lei mi ha appena detto che la
2 I masochisti che volessero approfondire la materia trattata potranno
trarre grande giovamento dalla lettura del seguente testo, da cui
l’esempio riportato è tratto: R.H. Fletcher, S.W. Fletcher, E.H. Wagner,
“Epidemiologia Clinica”, Edizioni Luigi Pozzi, 1987
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
mia prostata è normalissima!» provò a protestare il Fiondiskij. «E lo confermo!» replicò il Pederaski. «Ma con una
fosfatasi acida prostatica positiva... se la sente di correre
il rischio? Non è meglio togliersi il pensiero finché si è in
tempo?». «Però, se la prostata è a posto, il valore predittivo
della fosfatasi acida prostatica è minimo...» tentò di ribattere il povero Janik, memore della lezione del Sierpinskij.
«Giovanotto - lo interruppe rudemente il Pederaski - lei parla di cose che non conosce. Io le sto offrendo l’occasione
di prevenire dei guai, brutti guai, che lei nemmeno immagina. Faccia come crede, comunque!». E ciò detto lo congedò
bruscamente con un: «Passi pure dalla mia segretaria per
l’onorario».
Dopo quattro notti insonni, alla fine il Fiondiskij decise per
l’intervento.
Alla notizia, il Pederaski tornò ad essere con lui tutto gentile. «Non se ne pentirà, caro giovanotto, mi creda» lo incoraggiò con fare allegro, dandogli financo una pacca sulle
spalle. «È una cosa da nulla, vedrà. Ma, se anche così non
fosse... la tranquillità non ha prezzo». «Parole sante, professore» mormorò il Fiondiskij. «Sono nelle sue mani...» gemé
poi.
Quando Sierpinskij andò a trovarlo in ospedale, dove da
tempo il Janik si trovava per un travagliato decorso postoperatorio, rimase assai dispiaciuto nel vederlo ancora pieno
di cannule di drenaggio.
«Come va?» gli chiese. «Bene, bene» rispose con un filo di
voce Janik. «In fondo, mi sono levato un pensiero».
«E non solo quello...» ebbe ad osservare il Nostro.
Primo schema tracciato sulla lavagna dal Sierpinskij
Secondo schema tracciato sulla lavagna dal Sierpinskij
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
39. Il Bersaglio Meraviglioso
T
ornata la buona stagione, Berlino prese vita
e numerose furono le occasioni per divertirsi, specie la sera. In particolare, alla periferia
della città era da poco giunta una compagnia
di artisti, i più diversi. Costoro avevano impiantato, su un terreno comunale, un teatro all’aperto, un circo e un Luna Park. E siccome, affiancata al detto terreno,
insisteva una vecchia birreria, molto nota a giovani e meno
giovani, detti artisti si erano anche messi d’accordo con il suo
proprietario in modo che la gente potesse mangiare e bere a
volontà prima, dopo o durante gli intervalli degli spettacoli.
Insomma, la cosa tirava parecchio: la gente si divertiva e i
marchi giravano.
Non appena l’Enzensberger ne venne a conoscenza, prese
a morire dalla voglia di recarvisi. Tuttavia, avendo già speso
la gran parte del suo appannaggio mensile, si ingegnò per
rendere l’avventura il più possibile indolore.
Sicché, cominciando a parlarne vagamente, e poi rincarando la dose, approfittando nel modo più bieco della curiosità
suscitata, convinse alfine Markov e Fiondiskij a farci un salto
insieme.
«Voi penserete alle spese, peraltro assai contenute» precisò Noam. «Io, dato il difficile momento che sto attraversando, mi occuperò di trovare delle ragazze, in modo da passare la serata in piacevole compagnia. Patti chiari, amicizia
lunga».
Sulle prime, al Markov e al Fiondiskij la cosa non piacque
molto, in quanto detestavano nel profondo la gretta avarizia dell’Enzensberger; ma intrigati dalle sue descrizioni del
posto e degli spettacoli (totalmente fantasiose), come pure
dalla possibilità di conoscere le ragazze di cui Noam aveva
descritto in toni lirici la bellezza, decisero di accettare.
Si diedero appuntamento per la sera stessa, in una piccola
piazza adiacente l’università.
Dopo aver atteso una mezz’ora, finalmente Markov e Fiondiskij videro arrivare una carrozza dalla quale l’Enzensberger stava sbracciandosi per attirare la loro attenzione. Fermatasi che fu, salirono, accomodandosi davanti a tre invero
assai graziose fanciulle, subito presentate loro da Noam. «Lei
è mia cugina Filippa; lei è Clara, un’amica di mia cugina; e
lei è Alessandra, amica di questa amica di mia cugina» disse
trionfante. Come al solito, aveva fatto tutto in casa. «Loro
sono due miei colleghi» soggiunse poi alle ragazze. «Lavoriamo tutti all’università con il prof. Sierpinskij».
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«Mai sentito nominare» osservò candidamente Clara.
«Come no?» replicò Alessandra. «È un professore famoso,
uno dei più bravi. Pensa che stavo per scegliere fisica invece
di veterinaria, e solo per poter seguire le sue lezioni!» precisò. «Sarà pure, ma io non lo conosco» insisté Clara.
Su indicazione dell’Enzensberger intanto il cocchiere li
stava portando a destinazione. Giunti che furono, il Fiondiskij pagò il vetturale e presero a passeggiare tra tantissima
gente che aveva avuto la loro stessa idea. «Andiamo al circo?» propose il Markov. «Ma no, andiamo a bere qualcosa» suggerì Fiondiskij, che stava mangiandosi con gli occhi
la Clara. «Il circo, il circo!!!» gridarono in coro le ragazze.
«No, no» osservò con fare solenne l’Enzensberger. «Ci vuole
metodo: prima il Luna Park, così ci ambientiamo divertendoci; poi il circo; dopo, una buona e ricca cenetta; e infine
il teatro. E se mai restasse ancora tempo, una fresca birra
della staffa prima di tornare. Metodo, ragazzi: e non facciamoci mancare nulla!» concluse trionfante. Markov e Fiondiskij si scambiarono un’occhiata preoccupata, pensando a
quanti marchi sarebbe loro costata l’avventura. Ma ormai
era troppo tardi per tornare indietro: l’Enzensberger li aveva come al solito ben incastrati. Principiarono così dal Luna
Park, girellando curiosi tra giostre e imbonitori vari. Mentre
così vagavano, l’attenzione dell’Enzensberger fu attratta da
un’insegna che recitava “Il Bersaglio Meraviglioso”. Si trattava di un tiro a segno, di un banale tiro a segno. Stranamente, però, erano molte le persone in fila ad attendere il loro
turno. L’Enzensberger, con qualche spinta e qualche: «Chiedo scusa... mi perdoni...» buttato qua e là, si fece avanti per
meglio rendersi conto di cosa ci fosse di tanto interessante.
Dopo poco tornò dagli amici, dicendo loro con aria complice: «Fermiamoci qui a giocare: forse c’è da fare un sacco di
quattrini!». Quando toccò a loro, l’ometto che gestiva l’attività spiegò in cosa consistesse il gioco. «Come lor signori
possono vedere, il bersaglio è diviso in 24 settori, come le
ore del giorno. Con questa leva lo si fa ruotare velocemente.
Mentre il bersaglio ruota, voi dovete sparagli contro otto
colpi. Se i colpi finiscono tutti in settori diversi, avete vinto;
se colpite due volte, o più, uno stesso settore, allora vinco io.
Per evitare che ci siano colpi dubbi, come è a loro agevole
constatare, c’è questa griglia metallica che ripete i 24 settori, e che viene messa davanti al bersaglio: essa assicura che
i colpi cadano sempre dentro un preciso settore, senza possibilità di equivoci. La puntata minima è un marco, quella
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
massima venti marchi. Giocate?»1 concluse mostrando loro
un fucile ad aria compressa già pronto all’uso. «Che ti avevo
detto» sussurrò l’Enzensberger a Markov. «Statisticamente
la sorte è dalla nostra: 8 colpi e 24 settori, 2/3 per noi 1/3
per lui! Gioco, gioco!» gridò poi rivolto all’ometto. «Comincio con un marco» soggiunse poi imbracciando il fucile. Il
bersaglio fu messo in moto, e l’Enzensberger gli sparò contro
uno dietro l’altro gli otto colpi. L’ometto fermò quindi il bersaglio e prese ad esaminare il cartone su cui erano disegnati
i 24 settori. «Peccato, giovanotto - fece porgendolo all’Enzensberger - ha colpito due volte il settore numero quindici.
1 Solo per addottrinati: questo gioco, partorito in gioventù dalla mente
contorta di F. Tagj, è nei fatti equivalente al ‘Problema del compleanno’.
Quando il Tagj se ne rese conto, ebbe un grave trauma psichico dal
quale non si è ancora ripreso. Il ‘Problema del compleanno’, detto anche
‘Paradosso del compleanno’ fu ideato da Richard von Mises nel 1939. In
questo si mostra come, a dispetto di quel che suggerisce l’intuizione, con
sole 23 persone la probabilità che almeno due di queste siano nate lo stesso
giorno dell’anno è superiore al 50%. Addirittura, se le persone sono 50,
l’evento è quasi certo (97%).
Ha perso». Noam abbozzò una smorfia e chiese di continuare
a giocare. E perse altre due volte. «Vuol fare un nuovo giro?»
lo sollecitò ancora l’ometto. L’Enzensberger, pagando i tre
marchi perduti, rispose: «Aspetto un poco: debbo solo farmi alcuni conti». «Faccia pure, faccia con comodo, tanto io
rimango qua, non me ne vado certo» rispose questi ridacchiando. Avvicinandosi al Markov, l’Enzensberger tirò fuori
dalle tasche uno sgualcito quadernetto e una matita. «Ragioniamo» cominciò ad almanaccare. «Se i settori sono 24 e i
colpi 8, i colpi sono un terzo dei settori. E questa è la densità
della probabilità. Sicché, se non ragiono male, dovrebbe esserci una possibilità su tre di mandare due colpi nello stesso
settore. È giusto, Siergeij?». «Non so che dirti - replicò il
Markov - ma secondo i miei criteri di probabilità estetica,
eviterei di giocare: hai visto che colore indecente ha il cartone del bersaglio? Un grigio stanco, da orrore. E poi quel
tale!» soggiunse indicando l’ometto. «Guarda che zampe di
gallina!». «Ma che c’entrano il colore del cartone o la faccia
del tizio?» esplose l’Enzensberger, ancora dolorante per la
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
perdita subita. «Qui stiamo parlando di probabilità, non di
estetica! Ho fatto bene i conti o no?» ringhiò. «Quali che siano i tuoi conti - proseguì imperterrito Siergeij - io li faccio a
modo mio, con la mia teoria della probabilità estetica. Come
sai, ho scritto anche un articolo al proposito che, ti faccio
notare, è stato anche approvato dal professor Sierpinskij.
Vuoi continuare a giocare? E allora gioca: poi vedremo chi
ha ragione!» concluse.
L’Enzensberger, rosso in viso, mise allora alcune monete sul banco dell’ometto e, imbracciato il fucile, gli disse:
«Questa ce la facciamo da 5 marchi!!!».
E rimase poi lì a sparare tutta la sera.
Nel frattempo, Markov, Fiondiskij e le tre ragazze andarono al circo, cenarono, godettero di una buona rappresentazione teatrale: insomma si divertirono
moltissimo.
Tornati sul posto, trovarono l’Enzensberger
impegnato a firmare certe
carte che l’ometto
gli porgeva. «Stia
tranquillo - gli diceva Noam - pagherò.
Però, che sfortuna!»
concluse con tono lamentoso. «Non era la
sua serata, ragazzo
mio» lo rincuorò l’altro. Ma potrà rifarsi,
non ne dubiti. Venga
ancora a trovarmi
domani: sento che sarà il suo giorno fortunato, mio caro signore». «Sì, sì... domani sera verrò a rifarmi... grazie, grazie» gli rispose con voce tremante l’Enzensberger.
«Ma che è successo?» gli chiese subito Markov, prendendolo sottobraccio. «È successo che... ho perso tremiladuecentoventitré marchi! Mille glieli ho dati in contanti; per gli
altri, ho firmato delle cambiali» gemé l’Enzensberger. «Ma
domani mi rifaccio!!!».
«Mille marchi in contanti! E poi stava a piangere miseria
con noi!» non poté fare a meno di pensare Siergeij. «Al posto
tuo - disse a Noam il Janik - prima di cercare di rifarti chiederei al professore: sicuramente c’è sotto un trucco». «Forse
hai ragione» sospirò l’Enzensberger. E, fatto straordinario,
ancor più straordinario di quel che avviene rarissimamente
a certe statue di culto, due lacrime presero a rigargli il volto.
L’indomani, alle sette di mattina, l’Enzensberger era già
all’università ad attendere l’arrivo del Sierpinskij, proprio
dinanzi alla porta dello studio di questi. Il professore giunse
alle sette e trenta e, scorgendolo, non nascose sorpresa e preoccupazione. «È scoppiata nuovamente la guerra?» chiese
allarmato all’Enzensberger. «Magari fosse» replicò questi.
«È successo di peggio: ho perso al gioco tremiladuecentoventitré marchi!» concluse affranto. «Il gioco, il gioco...» lo
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rimproverò Sierpinskij. «Le carte, e non le donne, saranno
la vostra rovina, Noam!».
«Non si tratta di carte, professore - gli spiegò l’Enzensberger - bensì di un maledetto tiro al bersaglio». E prese a raccontargli tutto per filo e per segno. «Ma stasera, professore,
vado a rifarmi!» finì col dirgli trionfante il giovane. «Solo
che... anche su consiglio di Fiondiskij... vorrei da lei un parere: c’è sotto un trucco?».
Sierpinskij restò in silenzio, fissandolo con studiata serietà (alcuni testimoni dell’epoca parlano di mezz’ora; altri di
novanta minuti). Poi, preso un foglio, si mise a fare un po’
di conti.
Alla fine, sentenziò: «Sì, il trucco c’è. E il trucco è studiarsi bene il Calcolo delle Probabilità, cosa che l’ometto
del tiro al bersaglio
ha evidentemente fatto con diligenza, al
contrario di voi, Enzensberger!». «Non
capisco, professore»
disse con un filo di
voce Noam. «Sono
molte le cose che voi
non capite, ragazzo
mio» riprese il Sierpinskij. «E non le
capite perché non vi
applicate! Ma come
si fa a dire che in
un gioco di tal fatta
avete due probabilità su tre di vincere?»
lo investì il Nostro.
«Ma professore - si schermì l’Enzensberger - otto sono i
colpi, ventiquattro le possibilità... è una questione di densità
di probabilità... due più due fa quattro!» concluse. «A parte
il fatto che uno di questi giorni, con calma, mi pregierò di
illustrarvi nel dettaglio in quale posto mettere questo vostro
distorto concetto di densità di probabilità - puntualizzò acidamente il Sierpinskij - nel caso presente due più due non fa
quattro. E ora vengo a spiegarvelo, ammesso che la vostra
zucca sia in grado di seguirmi. In primo luogo, visto che
avete giocato a lungo e avete perso molto, la Natura vi sta
dicendo in termini frequentistici che il gioco non è equo. Ma
voi vi rifiutate di ascoltarla. In secondo luogo... imparate
una buona volta a fare bene i conti! Dunque... il primo colpo va dove va, ovvero su uno qualsiasi dei 24 settori. Ora,
col secondo colpo avete 23 settori favorevoli, 23 dei 24, che
ancora sono intonsi; col terzo colpo i settori validi, quelli non ancora colpiti, saranno 22; e così via dicendo, sino
all’ottavo colpo.
Se facciamo bene i calcoli, noi che sappiamo farli bene,
possiamo osservare che così stando le cose la probabilità
che tutti i colpi cadano in settori diversi è pari al 26.9%. Di
conseguenza, l’ometto ha una probabilità del 73.1% di vincere, naturalmente se riesce ad incontrare il gonzo di turno»
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
concluse il Sierpinskij lapidario.
A queste parole l’Enzensberger, incredulo, tirò fuori il suo
bisunto quadernetto e prese a rifarsi i calcoli velocemente.
Alla fine, rosso in viso e con palese affanno, guardò negli occhi il Sierpinskij e disse: «Mi inchino, professore, alla vostra
Scienza. Sono stato davvero sventato. Sembrava così bello!»
concluse sospirando. «Ma è proprio quando i giochi sembrano troppo favorevoli che bisogna diffidare, ragazzo mio.
Questa esperienza vi serva di lezione: fatene tesoro. E ora
andate - concluse - ché debbo concentrarmi su quanto dovrò
raccontare tra poco agli studenti».
L’episodio si riseppe e fu anche oggetto in Facoltà di accese discussioni; ma come sempre avviene dopo qualche settimana nessuno parlò più dell’accaduto, la cui traccia rimaneva soltanto nell’accresciuta parsimonia dell’Enzensberger,
arrivato al punto da farsi offrire ogni mattina la colazione dal
Fiondiskij. «È diventata una tassa...» diceva ridendo il Markov a Janick. «Poveretto, mi fa pena. Che vuoi che faccia: si
è indebitato sino ai capelli. Mi ha confessato che ha a stento
il necessario per sopravvivere» rispondeva il Fiondiskij.
Tuttavia col passare del tempo, l’Enzensberger, nonostante continuasse a piangere miseria con tutti, dava chiari segni
di ritrovata disponibilità: il fatto che venisse ogni mattina in
carrozza, i vestiti all’ultima moda da lui indossati e, soprattutto, uno splendido orologio d’oro che egli non mancava di
mostrare in ogni occasione con la scusa di controllare l’ora,
insospettirono non poco il Sierpinskij. Sicché, Egli decise di
vederci chiaro, facendo fare al proposito, da una persona di
sua fiducia, una piccola indagine.
I risultati di questa, accuratamente riportati nei Suoi diari, giustificano ampiamente la fondatezza di una frase che
il Sierpinskij soleva ripetere spesso al proposito dell’Enzensberger: «Ma a questo, chi lo ammazza?».
Dal diario del Sierpinskij: «Da qualche tempo, dopo un
tracollo economico per debiti di gioco, c’è uno stridente contrasto tra quanto continuamente l’Enzensberger lamenta e
quel che è dato a vedersi, in particolare il possesso di uno
splendido orologio d’oro che egli ama mostrare a tutti continuamente. Avendomi la cosa insospettito, ho chiesto un poco
in giro e sono venuto a conoscenza di fatti inquietanti, che mi
pongono anche problemi di carattere morale. Per farla breve,
come Otto Ponzi2 mi ha accuratamente documentato, financo
con numerosi dagherròtipi, dopo aver io dimostrato all’Enzensberger l’assoluta inequità del gioco del bersaglio, dove
aveva perso una grossa somma, egli si è recato dal gestore
di detto gioco e si è accordato con lui. Si tratta invero di un
accordo spregevole. L’Enzensberger si è impegnato a portargli ogni sera clienti nuovi, vuoi studenti dell’università, vuoi
conoscenti, amici, parenti o persone da lui occasionalmente
incontrate. L’accordo prevede una spartizione (stavolta equa,
50 e 50) di tutte le somme perse da costoro. La cosa più disgustosa è che l’Enzensberger accompagna personalmente al
2 Si tratta di Otto Kranz Ponzi, noto investigatore privato della Berlino
dell’epoca.
baracchino le vittime e quando i tapini cominciano a perdere
somme importanti li spinge a rifarsi, fornendo a supporto di
questo suo consiglio una serie di calcoli probabilistici completamente scorretti, del tipo di quelli da lui fatti all’epoca.
Per comprendere la freddezza e la pericolosità di codesto
individuo, basti dire che il Ponzi mi ha riferito che egli ha
condotto dal Bernoulli (così si chiama l’ometto del bersaglio,
ora suo socio) financo la propria madre e lo zio cardinale.
Ho parlato del tutto con il borgomastro di Berlino, al fine
di poter prendere qualche provvedimento; ma costui mi ha
informato che, consultato il bargello, non sembra emergere
dai fatti alcuna ipotesi di reato a carico dell’Enzensberger.
Detto gioco, mi ha detto, è stato autorizzato, insieme ad altri
giochi, proprio da lui stesso; e sui guadagni viene peraltro
pagata al comune di Berlino una salata tassa, pari al 20%
dell’importo delle giocate. D’altra parte, egli mi ha anche
fatto notare che situazioni di questo tipo sono all’ordine del
giorno: «Pensi al gioco del lotto3, professore» ha osservato.
«Che facciamo? Chiudiamo i botteghini e arrestiamo tutti
coloro che vendono ambi e terni ‘sicuri’? Lo Stato è in buona parte finanziato da imbecilli che vogliono arricchirsi rapidamente» ha soggiunto. «E grazie a dio, di persone avide e
stupide ce ne sono a bizzeffe».
Un ragionamento decisamente convincente, non c’è che
dire.
Tuttavia, una cosa mi dà ancora da pensare: Bernoulli.
Dove ho già sentito questo nome?»4
3 Forse non tutti sanno che... il gioco del lotto, nella sua versione
moderna, fu introdotto in Francia da Giacomo Casanova, come riportato
dettagliatamente nelle sue memorie (rif. Giacomo Casanova de Seingalt,
“Storia della mia vita”, 12 voll., Newton, 1999 ).
4 In effetti, Sierpinskij aveva letto da giovane diversi lavori di Jakob
Bernoulli, uno dei massimi matematici del XVII secolo, studioso di calcolo
delle probabilità, autore del testo sacro “Ars Conjectandi”. A lui si deve la
distribuzione di Bernoulli, da cui discende la distribuzione binomiale. Di
quest’ultima, per comodità del lettore, riportiamo qui la formula:
⎛ n⎞
Pr(k / n) = ⎜⎜ ⎟⎟p k (1 − p ) n− k
⎝k⎠
(k = 0,1,2,..., n)
,
dove k è il numero di successi ottenuti nelle prove indipendenti effettuate,
n il numero di prove e p la probabilità di successo (costante) nella
singola prova.
Otto Ponzi, su incarico del Nostro, riuscì a scoprire che l’ometto del
bersaglio (che si chiamava Salvatore) altri non era che il figlio di Isaia
Bernoulli, figlio di Samuele Bernoulli, figlio di Baruch Bernoulli, a sua
volta figlio dello Jacob. Il Bernoulli Salvatore aveva ricevuto in eredità
dal padre Isaia (in realtà lo aveva acquistato da questi sul letto di morte)
un quaderno contenente un appunto olografo dello Jakob, dove veniva
descritto dettagliatamente il gioco del bersaglio e in che modo trarne
vantaggio. Peraltro, veniva in esso riportato anche un gioco equivalente,
consistente in una roulette speciale di 24 settori. Lanciando otto palline,
se queste finivano in settori diversi, il banco perdeva; altrimenti, anche
se solo due palline cadevano in uno stesso settore, era il banco a vincere.
73
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
40. Sierpinskij e la Storia Zen
U
n giorno Sierpinskij, volendo valutare i
frutti del Suo insegnamento, convocò i
tre allievi prediletti per interrogarli sullo
zen. Fiondiskij e Markov si presentarono
puntuali nel Suo studio; l’Enzensberger si
affacciò invece con tre ore di ritardo, salutando allegramente
tutti e profondendosi in scuse pietose, la principale delle quali, descritta da lui in modo minutato ed ossessivo, consisteva in un problema sopravvenuto alla ruota anteriore sinistra
della sua carrozza, ruota che, a suo dire, aveva dovuto far
cambiare con urgenza.
Il ritardo dell’Enzensberger irritò non poco il Sierpinskij,
ma non lo distolse dallo scopo della riunione. «Vi ho qui convocati - esordì - per capire quanto stiate mettendo a frutto
i miei insegnamenti sullo zen. Chi di voi sa dirmi cos’è lo
zen?».
L’Enzensberger rispose prontamente «Lo zen è un sentire la vita, invece di sentire qualcosa circa la vita». «Non
male - replicò Sierpinskij - anche se questo l’ho già letto da
qualche parte».1 «Lo zen, Maestro - azzardò il Markov - è
una dottrina indefinibile. Anzi, è La Dottrina Indefinibile».
«Ma anche questa è una definizione» osservò il Nostro. «E
tu cosa mi dici?» fece poi al Fiondiskij. Questi restò un momento in silenzio; poi, lentamente, si alzò e si diresse verso
un sacco poggiato a terra in un angolo della stanza. E giunto
dinanzi ad esso, memore di una storia zen2 che aveva letto
poco tempo prima, gli sferrò un poderoso calcio. Disgraziatamente per lui, il sacco conteneva dei pesi che il Sierpinskij
aveva di recente acquistato, avendo deciso di riprendere a far
della ginnastica.
Il contraccolpo tolse quasi il respiro al Fiondiskij, il quale
incapace di gridare per il terribile dolore che sentiva salirgli
dal piede, cominciò a lacrimare lentamente.
«Bravo - gli disse Sierpinskij - ma non basta questo per
comprendere l’essenza dello zen. È tempo che io vi induca a
riflettere ancor più profondamente sulla natura budda delle
cose: solo in questo modo raggiungerete un giorno l’Illuminazione!»
«E per far questo - proseguì - mi servirò, come gli Antichi Saggi, di una vecchia storia». L’attenzione dei tre era al
massimo.
1 Alan W.Watts, “Lo Zen”, pag. 14, Bompiani, 1988.
2 Riferimento perso, ahimé.
74
«Dunque - prosegui Sierpinskij - un tempo il Maestro Hui
Neng ed il suo discepolo Sikku dovettero ripararsi in una
capanna abbandonata e qui presero a parlare di zen. A notte
fonda, nel buio più completo, mentre stavano ancora discutendo, Hui Neng accese la sua lanterna: e fu in quel preciso
momento che furono entrambi illuminati!».3
«E poi?» azzardò l’Enzensberger. «E poi, niente: la storia
è finita» tagliò corto Sierpinskij.
«Maestro - fece con tono sommesso il Fiondiskij, quasi a
scusarsi - io questa storia non l’ho proprio capita». Il Sierpinskij lo fissò lungamente negli occhi e gli rispose pensoso:
«A dirti il vero, neanch’io l’ho mai capita. Anzi, mi spiego
meglio: l’ho capita; ma se è giusto quello che ho capito, allora non l’ho capita».
Le cronache narrano che i quattro rimasero ancora molte
ore a parlare di zen.
Nei diari del Markov è riportata al proposito un’interessante e cinica osservazione che l’Enzensberger fece poi uscendo con gli altri dallo studio del Sierpinskij: «Che vuoi... è
l’età!»4.
3 Anche per questo episodio non troviamo più il riferimento!
4 M. Margius, “Vita di Taddeus Sierpinskij: una sintesi critica”, pp.
6.547, Persichelli & Persichelli, Milano, 1997.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
41. Sierpinskij e Sierpinski
P
er un certo periodo all’università di Berlino
si trovò ad insegnare un giovane matematico
polacco, tal Waclaw Sierpinski.1 Il fatto che il
suo nome fosse praticamente coincidente con
quello del Nostro creò subito non pochi problemi, all’uno e all’altro, in genere assai spiacevoli. E questo
per molteplici ragioni.
In primo luogo, il Waclaw era nativo di Varsavia e quindi
considerava Taddeus un povero campagnolo di Bvdgoszcz
(«Come diavolo si chiama quel posto?» soleva ripetere); in
secondo luogo, una delle prime pubblicazioni del Waclaw,
quella che lo aveva portato all’attenzione del mondo accademico, era nei fatti una stroncatura di un precedente lavoro
del Sierpinskij; in ultimo, e questo faceva salire il sangue
agli occhi del Nostro, qualunque nuovo concetto il Waclaw
presentasse, esso veniva subito citato negli articoli di altri ricercatori con il suo nome: la curva di Sierpinski, il triangolo
di Sierpinski, il tappeto di Sierpinski, il numero di Sierpinski
e, cosa davvero per il Nostro insopportabile, ‘Il problema di
Sierpinski sul numero di Sierpinski’, ovvero ‘Qual è il più
piccolo numero di Sierpinski?’. A proposito di quest’ultima
questione, Egli soleva ripetere tra sé e sé: «Ma chissenefrega
del più piccolo numero di Sierpinski!».
Ma il boccone era amaro.
Quando al Sierpinskij qualcuno chiedeva chiarimenti su
alcuni di questi temi, egli si trovava nella sgradevole situazione di dover spiegare che non si trattava di propri lavori,
ma di lavori dell’altro. E siccome mentre diceva ‘ALTRO’
era uno spettacolo davvero degno di nota (il tono della sua
voce, le smorfie del viso, i movimenti delle mani, ecc.) era
1 Waclaw Sierpinski, polacco di Varsavia: un colosso della matematica
del XX secolo. Egli ha lasciato tracce indelebili in tanti settori, quali la
teoria degli insiemi e la teoria dei numeri. La sua produzione scientifica
è stata copiosa e di grande qualità: decine e decine di libri e quasi 800
articoli scientifici testimoniano il suo costante impegno nella ricerca e
nella didattica. E questo nonostante la sua vita sia stata segnata da guerre,
dove morirono tanti suoi brillanti allievi, e da soprusi odiosi (come accadde
ad altri scienziati polacchi, la sua biblioteca e tanti suoi scritti originali
furono dati alle fiamme). Tra i diversi incarichi da lui svolti, fu anche
membro del comitato editoriale della gloriosa rivista italiana ‘Rendiconti
del Circolo Matematico di Palermo’. Ebbe in vita importanti e numerosi
riconoscimenti da parte di università, accademie, società scientifiche.
Sierpinski è morto a Varsavia nel 1969.
sorto il vezzo tra gli studenti di interrogarlo al proposito continuamente.
Di contro, quando un’analoga situazione capitava al Waclaw (anche il Sierpinskij qualche articolo lo aveva pubblicato!), egli soleva sfoggiare un sorrisetto beffardo, dicendo
invariabilmente all’interlocutore di turno che lui si occupava
di ben altri problemi e che, comunque, i lavori di cui chiedeva notizia erano largamente superati, in genere da sue ricerche, sulle quali si premurava anche di fornire dettagliata
bibliografia.
Insomma, le cose andavano proprio male tra i due, al punto
che dopo poco tempo il loro interagire si limitò esclusivamente ad un breve saluto quando capitava di incontrarsi.
Ma il Nostro era perfido, ed aveva trovato un modo per
far andare su tutte le furie il Waclaw. Nell’incrociarsi, infatti, era sempre il Sierpinskij a salutare per primo, con un
(apparentemente) cortese: “Buongiorno, prof. Sierpinskij”. E
glielo diceva rimarcando all’inverosimile la j finale del nome
storpiato (la cosa riesce soltanto tra polacchi). «Buongiorno»
rispondeva a denti stretti il Waclaw. «Sierpinski, senza la j!»
mormorava poi a bassa voce, guardandolo con odio.
Anche la faccenda di questa ‘j’ divenne di pubblico dominio, a tal punto che quando capitava loro di incrociarsi
erano in genere presenti sul posto diversi studenti i quali,
dopo averli pazientemente seguiti (gli orari più o meno erano
quelli), si godevano con tutto comodo la scena.
Avvenne in seguito che il Waclaw vinse una cattedra all’università di Lvov; e quindi se ne andò via da Berlino, risolvendo così ogni problema. I titoli che aveva presentato al
concorso erano certo eccezionali; ma in Commissione fu determinante il voto del Sierpinskij che, come membro esterno,
non fece che tessere le lodi del Waclaw.
A chi gli manifestò poi meraviglia per questa sua inattesa
generosità (che tra i due ci fosse cattivo sangue era a conoscenza di ognuno) il Sierpinskij fece sempre notare che i
giovani debbono essere incoraggiati, specie quelli che hanno
dei problemi. «Poverino - osservava inevitabilmente - deve
essere imbarazzante per lui portare il nome che porta. È un
confronto impari. E poi - concludeva - non ha nemmeno la
‘j’!».
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
42. Cambridge, o cara... (I): Liz, ovvero
la Jones Moralty
P
rima di accettare l’invito dell’università di
Cambridge, Sierpinskij tentennò non poco.
In verità, non gli andava molto di viaggiare. Berlino era per lui un posto assai comodo,
dove viveva tranquillo, operava con soddisfazione e si divertiva alla grande.
«In fondo, ho viaggiato già abbastanza» soleva ripetersi.
Tuttavia, quando Elizabeth Jones Moralty gli scrisse una
lettera personale, sollecitandolo ad accettare l’invito, il Nostro cedette. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio, verrebbe da
dire con una frase nuova. Di certo, la Moralty era femmina
di gran fascino, longilinea, di pelle bianchissima e viso delicato. E Sierpinskij sapeva – anche per alcune confidenze fattegli dalla donna – che ella era da sempre innamorata di lui.
Stranamente, le cose tra loro non erano mai andate a buon
fine in quanto le occasioni che si erano presentate per l’instaurarsi di una relazione si erano sempre trovate sovrapposte a tormentate passioni del Sierpinskij per altre donne.
Inoltre, un ulteriore freno – ignorato da Elizabeth - era stato certamente il fatto che molti, molti anni prima, il Nostro
aveva avuto una breve ma intensa storia con la madre della
Moralty, certa Johanna.
E così, dopo tanto tentennare, il Nostro si ritrovò a Cambridge, servito e riverito, con accanto la Jones Moralty che
era stata incaricata della funzione di suo ‘accompagnatore
ufficiale’.
Com’è facile immaginare, la gran parte del tempo il Sierpinskij la passava con Elizabeth: era finalmente scattata la
scintilla tra i due. La gran parte del tempo, si diceva poc’anzi... a tal punto che un bel giorno il Rettore di Cambridge gli
disse: «Non per incomodarla, Professore, ma non sarebbe
tempo di svolgere qualche seminario dei tanti che abbiamo
programmato?». «In effetti - gli rispose il Nostro - sto ancora ambientandomi». «Non lo metto in dubbio - replicò acido
il Rettore - tuttavia le faccio notare che Ella è a Cambridge
da quattro mesi: non vorrà per caso offrire tutte le gemme
del suo scibile alla sola professoressa Moralty, visto che siete insieme ogni giorno?».
A questo suo dire, il Nostro non poté non manifestare imbarazzo. Ma reagì egregiamente. «Tanto per mettere le cose
in chiaro, signor Rettore - precisò - io e la professoressa
Moralty siamo soltanto amici. Per giunta, è grazie a questa
nostra frequentazione che ho potuto già mettere a punto una
nutrita lista di seminari adatti alla tipologia di studi e ricer76
che che si svolgono nella Sua università» e così dicendo tirò
fuori di tasca un foglio sul quale erano appuntati numerosi
titoli. «Non ho difficoltà a cominciare, anche domani. Quello che intendevo con ‘ambientarmi’ era riferito soprattutto
alle persone che frequentano Cambridge, docenti e studenti,
i cui caratteri non sono ancora ben riuscito ad inquadrare»
concluse trionfante.
A questo punto fu il Rettore a sentirsi in imbarazzo, anche
perché la lettura dei titoli dei seminari previsti dal Nostro lo
aveva messo letteralmente sull’attenti. C’era lo scibile umano su quel foglio; anzi, la parte nobile, e più complessa, dello
scibile umano.
«Le chiedo venia, professore, se mi sono prima espresso in
modo equivoco» si scusò riconsegnandogli l’appunto. «Non
intendevo insinuare nulla, mi creda! Era solo un modo, evidentemente assai maldestro, per manifestarle l’impazienza
con cui tutti noi qui a Cambridge siamo in attesa di ascoltarLa» concluse, accennando un leggero inchino.
«Bene. Molto bene» rispose secco Sierpinskij. «Stabilisca
pure lei stesso il calendario dei seminari. Vorrà dire che il
loro svolgimento sarà anche occasione per completare l’ambientazione di cui le parlavo». E così detto lo congedò un
poco frettolosamente in quanto era già in ritardo per l’escursione (e relativa merenda) programmata il giorno prima con
la Moralty. E doveva ancora comperare il vino!
I seminari furono un trionfo. La notizia si diffuse a tal punto che vennero ad ascoltarlo anche da altre università. A Eton
erano letteralmente lividi; ma anche loro non perdevano occasione per essere presenti.
Vale la pena riferire qui di un fatto assai divertente che
avvenne in uno dei primi di questi incontri, e che fu ripreso
anche da diversi giornali.
Si era appena conclusa una lettura assai dotta del Nostro
sul tema “Dove va la filosofia?”. E ora le domande fioccavano. Le risposte del Sierpinskij erano incredibilmente lucide
e complete. E questo faceva sì che gli interventi del pubblico
venissero a moltiplicarsi invece che scemare. Il Sierpinskij
era soddisfattissimo, anche perché dalla prima fila la Moralty
non smetteva un istante di sorridergli.
«Professore - gli chiese ad un certo punto uno dei presenti
- le posso fare due domande personali e, mi perdoni in anticipo, anche un poco irriverenti?». «Certo» rispose il Nostro.
«Peraltro, poiché io non sono particolarmente suscettibile,
saranno anche occasione per vivacizzare il nostro incontro,
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
rendendolo meno accademico».
«Grazie, professore» riprese costui. «La prima domanda è
questa: come fa, alla sua età, ad avere una testa così lucida?
La seconda è invece: come fa ad avere questa sua età?».
A tal dire, la sala prese a mormorare, trovando tali richieste
sconvenienti. Ma il Sierpinskij fu presto a replicare: «Alla
prima domanda le rispondo dicendole ‘Ella è un pessimo
osservatore’. Infatti, se avesse ben guardato la mia testa
si sarebbe reso conto che la lucidità che da essa traspare
è dovuta ad una rilevante quantità di brillantina. Per sua
conoscenza, anche a costo di far pubblicità, la informo che
trattasi di un prodotto italiano, assai ricercato: la brillantina Linetti». La sala fu percorsa da sonore risate. «In quanto alla seconda domanda - riprese - la risposta è ovvia. Il
vostro Sherlock Holmes direbbe al proposito: ‘Elementare,
Watson: basta invecchiare in buona salute’». Stavolta, oltre
alle risate ci furono anche applausi. «Tuttavia, a parte queste
celie, non posso esimermi da darle una risposta seria alla
seconda domanda. E la risposta è: non lo so». Nella sala
non si sentiva volare una mosca: l’attenzione era totale. «Mi
piace pensare - continuò il Nostro - che questa salute di ferro
che ho sempre avuto, come pure questo persistere in buon
aspetto nonostante il passare degli anni, siano da attribuirsi
a dei doni che tre astronomi di passaggio vollero regalarmi
il giorno in cui nacqui in quel di Bvdgoszcz: una medaglietta
d’oro, un’icona russa e un barilotto di birra, di cui mio padre mi fece bere un sorso quello stesso giorno. Capisco che
è un’ipotesi molto debole, ma non ne ho altre. Di certo, l’età
che porto mi avvantaggia assai nelle conferenze, in quanto
avendo conosciuto così da vicino tanta gente, tra cui tanti
studiosi celebri, mi è facile tirar fuori aneddoti che indubbiamente rendono più gradevoli i miei discorsi. Comunque,
tutto è relativo» concluse. «Riflettiamo su questa mia età: di
fronte ad una persona odierna sono senza dubbio un fenomeno da baraccone; di fronte ad un profeta pre-diluvio sono
invece soltanto un giovanotto di belle speranze». Gli applausi non si fecero aspettare; e furono davvero tanti. E così si
concluse quel seminario, alla fine del quale il Sierpinskij si
avviò a far merenda con la Moralty.
St John College Cambridge University
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
43. Cambridge, o cara... (II): l’amico
Bertrand
G
iorni dopo, mentre erano distesi su un
prato a far merenda, il Nostro chiese alla
Moralty: «Mia cara Liz: cosa ne è stato di
Bertrand?1 Trovo strano non averlo ancora incontrato dopo tutto questo tempo».
«Taddeus, amore mio - cinguettò lei di rimando - egli è qui
a Cambridge, ma non osa presentarsi al tuo cospetto dopo
il duro rimprovero di cui lo facesti oggetto anni or sono.
Anzi - proseguì - debbo farti una confessione: non che non
desiderassi rivederti, ma la lettera che ti ho scritto per sollecitarti ad accettare l’invito dell’università di Cambridge mi
è stata ispirata proprio da lui. Bertrand non ha perso alcuna
delle tue conferenze: solo, è rimasto sempre in fondo alla
sala, evitando di farsi vedere da te. Dovresti parlargli, un
giorno o l’altro».
Sierpinskij rimase in silenzio e la sua mente riandò al passato, al giorno in cui Bertrand Russell era andato a trovarlo
a Berlino, quando accadde lo spiacevole episodio cui aveva
accennato la Moralty. Forse vale la pena riferirne in dettaglio
qui appresso.
Il tutto avvenne nello studio del Nostro, dove l’inglese era
andato a visitarlo per avere un parere sul terzo volume di un
libro che si accingeva a dare alle stampe2, e di cui gli aveva
inviato alcuni mesi prima le bozze.
«Bertrand - stava dicendo Sierpinskij a Russell - questi
suoi ‘Principia Mathematica’ dimostrano una sola cosa: che
lei ha messo ordine nella teoria degli insiemi. Se mi permette la battuta, solo un bel ‘tipo’ come lei poteva concepire questa ‘teoria dei tipi’. Complimenti, amico mio, la sua
mente è davvero notevole. Peccato non possa dire la stessa
cosa per le sue caratteristiche morali» soggiunse scuotendo la testa. «Cosa intendete dire, professore?» si inalberò
il Russell. «Spiegatevi, perbacco!». «C’è poco da spiegare,
mio caro Bertrand» proseguì calmo il Nostro. «E sapete anche bene a cosa intendo riferirmi: la vostra lettera al prof.
Frege fu un fatto spregevole, non certo per i suoi contenuti,
dinanzi ai quali mi inchino, quanto per i tempi.3 Non pote1 Il Sierpinskij intendeva riferirsi a Bertrand Russell, filosofo, logico,
matematico e pacifista inglese.
2 Si trattava del terzo volume dei “Principia Mathematica”, una
monumentale opera di rifondazione logicistica della matematica, dove
compare la ‘teoria dei Tipi’ quale soluzione dei problemi derivanti dall’uso
non opportunamente controllato del concetto di ‘Classe’.
3 Trattasi della famosa lettera scritta da Russell a Gottlob Frege, dove
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vate aspettare un anno e fargli pubblicare serenamente il
suo libro?» concluse guardandolo intensamente negli occhi.
L’inglese appariva ora decisamente a disagio; ma provò a
replicare: «L’ho sentito come una necessità: la teoria degli
insiemi, così formulata, aveva in sé una grave contraddizione. Era mio preciso dovere comunicarlo al prof. Frege, il
prima possibile». Mentre parlava, aveva preso a tormentarsi
le mani e a dimenarsi sulla sedia, inchiodato dagli occhi del
Sierpinskij che non cessavano di fissarlo. «Balle, Russell» gli
disse il Nostro, abbandonando l’uso più familiare del ‘Bertrand’. «Voi non avete mancato l’occasione di fare il primo
della classe, infischiandovene di ciò che questo vostro comportamento avrebbe significato per il povero Frege. Era qui
a piangere nel mio studio, mostrandomi la vostra lettera e
quella da lui scritta, quella che ha poi inserito nel suo libro!
Un uomo finito. Per non parlare poi di Cantor: Georg è quasi impazzito apprendendo l’esistenza del paradosso che porta il vostro nome. E la sua salute non fa ora che peggiorare.4
Ma mentre Cantor è una inevitabile vittima dell’avanzare
delle conoscenze, Frege è una vostra vittima, vittima di un
infantile e cinico modo di fare, da bambino saputello. Dico
questo senza tema di sbagliare, perché anch’io, purtroppo,
mi sono comportato più volte in cotal guisa. E me ne resta
memoria e rimorso. La Scienza - proseguì - ha bisogno di
Spiriti Eletti: i tenori e le ballerine lasciamoli all’Opera»
concluse amaramente.
«E per dire come stanno esattamente le cose, caro Russell
- riprese - ma a voi, prima di quella lettera, portata a conoscenza di tutti proprio da Frege, chi vi conosceva?».
E detto questo si accese un sigaro, cominciando a girellare
veniva messa in evidenza una contraddizione presente nei ‘Principi di
Aritmetica’. Infatti, l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono se
stessi come elemento risulta contenere e nel contempo non contenere
se stesso come elemento (nella lettera originale Russell scrive: ‘Sia w il
predicato: essere un predicato che non può essere predicato di se stesso.
Si può predicare w di se stesso? Da ogni risposta segue l’opposto’). Frege,
galantuomo come pochi, ne diede notizia nel volume (il secondo dei
‘Principi’!), scrivendo al termine di esso: “Non c’è nulla di più spiacevole
per uno scienziato che il vedere i fondamenti della sua opera crollare al
momento stesso in cui l’opera viene terminata. Io sono stato messo in
questa situazione da una lettera del sig. Bertrand Russell, ricevuta nel
momento in cui il mio lavoro era quasi sotto stampa”.
4 Sembra che la notizia dell’esistenza di una contraddizione all’interno
della formulazione della teoria degli insiemi (segnalata dal paradosso di
Russell) abbia inferto un colpo decisivo alla già malferma salute mentale
del Cantor.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
per la stanza. Nel contempo anche Russell
si era messo a trafficare col fornelletto della
sua pipa.
E stettero a fumare,
meditando, sin quando l’inglese non ruppe il silenzio: «Forse
è vero che quella lettera mi diede un poco
di notorietà. D’altra
parte, chi conosceva
Frege prima che io
ponessi i suoi lavori
all’attenzione di tutti?» osservò. «Tuttavia, avete ragione Voi,
professor Sierpinskij.
A mia discolpa posso
solo congetturare che
il non aver ben ponderato le conseguenze
di quella mia azione
è di certo derivato
dal fatto che nulla mi
rende più felice che
Bertrand Russell
enunciare delle verità». A questo suo dire
il Nostro si produsse in una franca risata che, invero, disorientò non poco l’inglese. «Enunciare verità produce in voi
una felicità massima?» gli fece ironico. «Questo inseritelo
nella vostra autobiografia o suggeritelo a qualche biografo
in vena di celebrarvi. Come avete financo scritto, felicità è
per voi andare regolarmente al bagno due volte al giorno!».5
Russell cercò di replicare, ma Sierpinskij, sorridendo, lo fermò con un cenno di mano: «Ho qui nel mio studio una lettera
del vostro editore: me l’ha fatta recapitare a suo tempo chiedendomi contestualmente un parere sulla vostra salute mentale. L’ho liquidato con una battuta: ‘A molti filosofi capita
talora, inavvertitamente, di passare dall’escatologico allo
scatologico’. Così gli ho risposto, garantendo nel contempo sulla vostra affidabilità scientifica e morale». E a questo
punto il Nostro ritornò serio. «Caro Russell - proseguì - ma
vi rendete conto che anche i vostri ‘Principia’ hanno dei
punti deboli, alcuni dei quali di carattere fatale per la teoria che avete così pazientemente elaborato con il buon Whitehead?». «Quali punti deboli?» protestò il Russell. «Non ne
esistono! Siamo in una botte di ferro!» concluse con decisione. «Questa immagine non mi è nuova» osservò Sierpinskij.
5 In effetti, in una lettera al suo editore Warder W. Norton, il Russell
scrisse: “Io non credo che la scienza per sé sia fonte adeguata di felicità,
né credo che la mia mentalità scientifica abbia contribuito gran che alla
mia propria felicità, che io attribuisco al fatto che vado di corpo due volte
al giorno, con immancabile regolarità”.
«Se non ricordo male
fu usata per la prima
volta da un certo Attilio Regolo nel rispondere ad alcuni che lo
sconsigliavano di ritornare a Cartagine.
Il resto è storia. I punti deboli ci sono, caro
il mio Russell» proseguì implacabile il
Nostro. «Voi vi valete,
ad esempio, del Principio del Terzo escluso; dimostrare per assurdo non vi dispiace.
Peraltro, la vostra fiducia, di sapore quasi
metafisico, nell’Assioma di Riducibilità mi
appare del tutto ingiustificata. Ora, se io al
proposito vi scrivessi
una lettera, di tono e
contenuti analoghi a
quelli che usaste con
Frege, voi la pubblichereste in appendice
al volume conclusivo
che state per mandare alle stampe?». Russell esitò un poco
a rispondere; poi, farfugliò a voce bassa: «No, professore, in
tutta onestà non la inserirei». E, lentamente, caricò nuovamente la pipa. «Ma spiegatemi - continuò poi - perché queste
cose non me le avete dette prima? Per i ‘Principia’ avevate
avuto finora solo parole di lode». «Perché - osservò il Nostro
- sono più vecchio di voi, caro Russell, ed ho avuto quindi
più tempo per riflettere sui miei errori. Naturalmente, una
lettera al proposito, ben circostanziata, ve l’avrei mandata,
anzi ve la manderò, tra un anno o due. Ma perché guastarvi
la festa? Siate uomo di mondo, perbacco!» proseguì. «Ma a
chi volete gliene importi della Teoria degli Insiemi? Ci saranno 8-10 persone in grado di leggere il vostro libro, di cui
solo la metà deciderà di farlo. E costoro ci impiegheranno
almeno un paio d’anni, maledicendo voi e il buon Whitehead
per i ripetuti mal di testa di cui saranno oggetto. Che fretta
c’è dunque, caro Russell? E che fretta c’era di inviare quella
dannata lettera a Frege?» concluse dando un vigoroso pugno sul pianale della scrivania.
E così terminò l’incontro berlinese tra i due.
«Dovresti parlargli, un giorno o l’altro» stava ripetendo al
Sierpinskij la Moralty. «Sì, Liz» rispose questi. «Gli parlerò
senz’altro».
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
44. Cambridge, o cara... (III): la resa dei
conti
Passarono così altre due settimane. E tra pranzi, visite, seminari, conferenze, il Nostro fu assai indaffarato; non così
indaffarato comunque da trascurare le colazioni sull’erba
con la Jones Moralty.
Giunse infine il giorno dell’ultima conferenza, dedicata ai
‘Principia Mathematica’1. La sala era strapiena. Oltre che da
tutto il Regno Unito, erano venuti ad ascoltare il Sierpinskij
famosi scienziati dell’Europa continentale, della Russia e degli Stati Uniti.
Dopo una breve presentazione del Rettore, il Nostro prese
la parola: «Mi è stato chiesto di dedicare questa conferenza
ai ‘Principia Mathematica’. Ho accettato di farlo con grande
gioia, ma l’impresa, lo confesso, mi spaventa e mi imbarazza
non poco. Mi spaventa, data la profondità e la complessità
dell’argomento; mi imbarazza in quanto, a differenza di altre occasioni, il contributo da me dato alla teoria degli insiemi è rappresentato... dall’insieme vuoto». Dopo quest’ultima
precisazione, di humor tipicamente britannico, si udì qualche
risata soffocata tra il pubblico. «Sicché, per farmi coraggio proseguì - ho chiesto ai due autori del trattato di sostenermi.
Invito perciò i professori Bertrand Russell e Alfred Whitehead2 3 ad avvicinarsi al palco». Accompagnati da un lungo
applauso, i due, che con regìa studiata attendevano in fondo,
percorsero tutta la sala e si accomodarono in prima fila, pro1 “Principia Mathematica”: monumentale opera in tre volumi di
rifondazione della matematica pura, dove compare la ‘teoria dei Tipi’
quale soluzione ai paradossi logici derivanti dall’uso non controllato
del concetto di ‘Classe’. Essa fu realizzata da Bertrand Russell e
Alfred Whitehead. In realtà, bisognerebbe dire ‘realizzata da Russell’,
in quanto, come egli stesso riporta, il Whitehead era assai assorbito
dall’insegnamento. Questo sforzo finì con lo sfibrare il povero Bertrand
(che racconta di averci lavorato dal 1907 al 1910, per otto mesi all’anno,
dieci-dodici ore al giorno!). Al proposito, da qualche parte, c’è una lettera
scritta da Russell alla diletta Lady Ottoline Morrell dove le dice che agli
sviluppi del tutto - ormai non più possibile per lui - penserà probabilmente
un suo brillante ed amato allievo (si trattava di Ludwig Wittgenstein).
Però, soggiunge esasperato il buon Bertrand (citiamo a memoria) «Costui
non può presentarsi da me tutte le sere, tardissimo, e poi per ore voler
discutere di filosofia: io la mattina presto ho lezione!».
2 Bertrand Arthur William Russell, conte inglese, premio Nobel per
la letteratura, matematico, logico, filosofo. Anche i suoi scritti di logica
matematica (incredibile...) sono piacevolissimi a leggersi. Pacifista
convinto (ed anche un poco ridicolizzato dai media nei suoi tardi anni
(N.B.: impressione personale di F.T.), Russell è uno dei pochi filosofi che
ha il dono (e la volontà) di farsi capire. L’altro è Popper (sempre a parere
di F.T.).
3 Alfred North Whitehead, filosofo e matematico inglese. Firmò con
Russell i ‘Principia’.
80
prio davanti al Sierpinskij. «Per essere ancor più sicuro di
non fare con voi una brutta figura - proseguì il Nostro - magari dimenticando durante il discorso qualche concetto fondamentale o qualche notizia storica sullo sviluppo della teoria degli insiemi, mi sono poi permesso di invitare anche due
miei amici, i quali pur di sostenermi si sono sobbarcati un
viaggio davvero lungo e faticoso». A questo suo dire, l’attenzione del pubblico raggiunse l’acme. Chi erano questi amici
del Sierpinskij non previsti nel programma?4 Inutile dirlo, il
Rettore di Cambridge era in piena fibrillazione. «Ho quindi
il piacere e l’onore di invitare i professori Georg Cantor e
Gottlob Frege5 6 a prendere posto» concluse.
Nella sala scese un silenzio assoluto. Intanto, dal lato del
palco la Jones Moralty stava accompagnando due anziani distinti signori verso i posti loro riservati.
Come se tutto fosse già stato provato più volte, un gigantesco applauso risuonò all’istante in tutta la sala, proprio nel
momento in cui Russell e Whitehead si alzavano per andare
incontro agli illustri ospiti.
Ma quando i due vecchietti si accorsero della presenza del
Russell, la situazione precipitò all’istante. Frege, lanciando
a gran voce bestemmie e improperi in tedesco7, cominciò a
picchiare con il suo bastone il povero Bertrand. «Questo per
la lettera!»8 gli gridò con voce strozzata. «E questo per l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono se stessi come
elemento!»9. E giù botte. Al Frege, con altrettanto nodoso
4 Come può facilmente immaginarsi, in quelle occasioni a Cambridge
erano tutti estremamente formali, più del solito.
5 Georg Ferdinand Ludwig Philipp Cantor. Colosso della matematica
del XIX secolo. Fondamentali i suoi contributi alla teoria degli insiemi, al
concetto di continuità e a quello di infinito matematico. Ebbe, purtroppo,
vita tormentata, con gravi problemi di salute e rovesci finanziari.
6 Friedrich Ludwig Gottlob Frege. Considerato, insieme a Giuseppe
Peano, fondatore della moderna logica matematica. Espresse parte delle
sue idee nei “Principi dell’Aritmetica”, due volumi, il primo del 1893,
l’altro del 1902. Fu mentre questo secondo volume stava per andare alle
stampe che gli giunse la lettera di Bertrand Russell, contenente la famosa
antinomia che mostrava esservi una contraddizione nella teoria esposta nei
‘Principi’. Invece di far finta di nulla, Frege inserì il tutto nel volume.
Galantuomini di questo tipo oggi non se ne trovano più: purtroppo, lo
stampo è andato perduto.
7 Nessuno del pubblico comprese alcunché; ma il Russell conosceva
benissimo la lingua tedesca.
8 Trattasi della detta lettera scritta dal Russell al Frege, dove veniva
descritto il paradosso che mostrava esserci contraddizione nella teoria
degli insiemi formulata da Cantor, su cui erano basati i ‘Principi’.
9 È proprio ragionando su questo insieme, che risulta appartenere e non
appartenere a se stesso, che Russell costruì il suo paradosso.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Alfred Whitehead (1861-1947)
bastone, si unì quasi subito il Cantor. Picchiava sodo, il padre
della teoria degli insiemi. Volendo fare una battuta, picchiava con continuità. E, nel mentre, gridava al Russell: «Teoria
ingenua? Ingenua, dillo a tua sorella!10 Non bastavano i preti, ché mi hanno costretto a chiamare transfiniti gli infiniti11:
ci mancava anche questo pregiudicato!».12 E giù altre basto10 Al di là della sottile contraddizione contenuta nella formulazione
cantoriana della teoria degli insiemi, quello che fece andare fuori della
grazia di dio sia il Cantor che il Frege fu che qualcuno principiò ad
utilizzare la dizione ‘Teoria ingenua degli insiemi’. Oggi, mostrando
maggiore educazione, si preferisce indicarla come ‘Teoria intuitiva degli
insiemi’.
11 Quando Cantor riuscì a stabilire una precisa gerarchia tra insiemi
infiniti, ebbe al proposito molti scrupoli su un possibile uso improprio in
campo religioso di questi suoi nuovi concetti. A tal punto che si recò in
Vaticano per sottoporre ‘alli superiori’ le sue idee. Il tutto, trattandosi di
‘infinito attuale’, venne messo in mano ai Domenicani, i quali col consueto
zelo, dopo tre anni di studi diedero parere positivo (sicché, niente rogo).
Fu comunque caldamente sconsigliato al Cantor di utilizzare il termine
‘infinito’. Così, il Nostro ripiegò su ‘transfinito’.
12 In effetti il Russell in galera c’era stato (ben quattro anni e mezzo) per
propaganda pacifista. Durante la sua prigionia, ebbe la bella idea di scrivere
un corposo volume (trattasi di: “Introduzione alla filosofia matematica”,
ed. italiana di Longanesi Editore, Milano, 1962). E poiché era considerato
un pericoloso intellettuale, tutti i suoi scritti dovevano essere attentamente
visionati per vedere se mai contenessero qualcosa di sovversivo. Questo
ingrato compito fu assegnato a un povero funzionario del carcere. Di lui,
poi, nulla si è più saputo. Probabilmente, il meschino sarà morto suicida.
Nota medica: la lettura serale della “Introduzione alla filosofia matematica”
del Russell è terapia infallibile per l’insonnia (provare per credere). Dopo
nate, accompagnate in questo caso da pesanti bestemmie e parolacce non solo in
tedesco, ma anche in russo
(il Cantor era nativo di San
Pietroburgo). Ma il Russell
era un osso duro, durissimo,
come pochi. Cercando di ripararsi dai colpi come poteva, trovava nonostante tutto
la forza di replicare: «Però,
professor Cantor - gli gridò in faccia - lei si è poi
vendicato dell’inquisizione
con i suoi ‘numeri cardinali’!»13. E rivolgendosi a
Frege: «L’ho fatto per dovere, per colmare una sua
manchevolezza. Il paradosso avrebbe dovuto trovarlo
lei per primo, matematico
della domenica!». E poi,
ancora a Cantor: «Pregiudicato?!? Dov’era lei, professore, quando io mi battevo
contro la guerra? A produrre tavole balistiche per
l’artiglieria?».14
E mentre tutto questo accadeva, Sierpinskij e Whitehead, com’è destino di tutti i pacieri, nel cercare di separarli si prendevano a loro volta delle mazzate micidiali.
Finalmente, anche per le limitate risorse fisiche dei due anziani matematici, le acque si calmarono; e, dopo una rapida
medicazione dei contusi, egregiamente praticata dagli operatori del Servizio Emergenza-Urgenza del Municipio, tutti
presero posto.
Il Sierpinskij tenne la migliore conferenza della sua vita.
E sfidò anche il Destino: dietro sua richiesta Frege, Cantor,
Russell e Whitehead intervennero su diversi punti. Nel farlo
ci furono scontri durissimi tra di loro; ma per fortuna stavolta
soltanto verbali.
Fatto che dispiacque assai al Nostro fu che Frege e Cantor, come pure Russell e Whitehead, se ne andarono senza
salutarlo.
«I Vecchi sono partiti» riferì la Moralty. «Apparivano invero anche piuttosto contenti».
«Lo credo bene: erano anni che aspettavano l’occasione»15
una, due pagine, inevitabilmente ci si addormenta di colpo, anche si fossero
prima presi quattro caffè doppi. Tuttavia, questa terapia non va protratta
per molto tempo. Infatti, a lungo andare ha effetto opposto: l’attenzione
diventa così viva che si rischia di far mattina. Questa scoperta fu fatta da
uno degli A.A. (F.T.) durante la sua adolescenza.
13 Numeri che quantificano la potenza di un insieme.
14 In effetti, in tanti paesi, furono molti i matematici che in guerra (o in
pace) svolsero questo compito.
15 Tale commento del Nostro ha fatto pensare a molti che il Sierpinskij
81
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Georg Cantor (1845-1918)
Gottlob Frege (1848-1925)
commentò il Nostro. «Ma Bertrand e Alfred?» le chiese.
«Furibondi, letteralmente furibondi» rispose lei. «Li ho
sentiti dire che ti toglieranno il saluto per non averli avvisati
della presenza di Cantor e Frege. Ma stai attento - soggiunse
un poco preoccupata - perché hanno anche giurato di renderti tutte le bastonate che si sono presi».
«E sia» sospirò il Sierpinskij. «Vorrà dire che diventerò
un martire del libero pensiero. Ma tu che dici?» la interrogò.
«Ho proprio fatto male ad invitare quei vecchi amici?».
«»In confidenza, caro il mio Taddeus - cinguettò lei - non
lo so. Ma è per questo che sono innamorata di te: sei un
inguaribile romantico!». E ciò detto, lo baciò appassionatamente. E il Nostro, mentre stringeva a sé quell’essere divino, soavemente profumato, non poté fare a meno di pensare:
«Ma a me, in fondo, che me ne frega della teoria degli insiemi?».
farò senza di te?» sospirò languida. «Farai a meno»17 rispose
secco il Sierpinskij. Ma poi soggiunse: «Comunque, avrai
tempo di prepararti spiritualmente: ho chiesto ed ottenuto
da Berlino di passare un anno sabbatico qui a Cambridge.
Sempre se l’università e il Rettore saranno d’accordo. Mai
non lo fossero - concluse ridendo - mi pregierò di cornificarli
con Eton, che mi ha già fatto tale proposta».
La Moralty scoppiò improvvisamente a piangere; poi prese a sbaciucchiarlo ripetutamente. «Sei proprio matto, Cicci» gli sussurrò all’orecchio. «È vero - rispose lui - ma non
farlo sapere troppo in giro».18
Fu nel corso del suo soggiorno a Cambridge che il Sierpinskij produsse i suoi maggiori contributi al Calcolo delle
Variazioni e il suo memorabile lavoro sulla dimensione ottimale dei ferri da stiro. Sempre in questo periodo, frequentando un noto pub, ebbe peraltro modo di conoscere un chimico
che si occupava del controllo di qualità della birra, certo Bill
Gossett e, suo tramite, un giovane matematico, tale Ronnie
Fisher, fissato con l’applicazione della statistica all’agraria.
Ma questa è un’altra storia.
Dopo alcuni giorni, durante l’ennesima merenda, il Sierpinskij notò che Liz era molto più affettuosa del solito. «Peccato, Cicci16, che tu debba tornare a Berlino la prossima
settimana» disse la Moralty dopo l’ennesimo bacio. «Come
fosse d’accordo con il Cantor e il Frege. Non esistono, tuttavia, prove
documentali in merito.
16 È un nostro ‘scoop’, basato su quanto abbiamo avuto modo di
verificare nei memoriali della Jones Moralty, recentemente ritrovati, Ella
soleva chiamare il Sierpinskij con tale nomignolo. Il Nostro non ne fa mai
alcun cenno nei suoi diari (rif. M. Margius, F. Tagj, “Ciccio bello! Il crollo
di un mito”, Ubaldini Ed., Roma, 2005).
82
17 Sembra che questa sia stata la risposta di Paolina Borghese al Nostro,
quando Egli la implorò di non lasciarlo.
18 Purtroppo, la Jones Moralty ne parlò poi con tutta Cambridge.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
45. Un inquietante problema
D
urante la sua permanenza a Cambridge,
Sierpinskij ebbe modo di fare amicizia
con un chimico, certo Bill Gossett1, il
quale si occupava del controllo di qualità
della birra in
una nota fabbrica del posto. Inutile dire che il Nostro, vuoi per
naturale generosità, vuoi per interesse, non mancò di supportare il Gossett nel suo lavoro, sia
aiutandolo nei calcoli statistici,
sia assaggiando con lui le birre
che quotidianamente erano sottoposte al controllo. «Ma qual
è la necessità di tutto questo»
non poté fare a meno di osservare una volta il Sierpinskij.
«Ogni partita di birra che esce
da questa fabbrica è migliore
della precedente!». «Caro Maestro - replicò il Gossett - le
ragioni sono diverse: in primo
luogo, se questo non fosse fatto
ogni giorno, potremmo rischiare di immettere in commercio
decine di barilotti di birra non
all’altezza del nome della Casa.
E lei capisce che in termini di Ronald Fisher (1890-1962)
immagine sarebbe decisamente
sgradevole; in secondo luogo - proseguì - in assenza di questo controllo di qualità, io come mi guadagnerei da vivere?».
Il Nostro non poté non essere d’accordo col Gossett. Sicché, tra conticini ed assaggi, per i due le giornate trascorrevano alla grande.
Dopo qualche tempo si aggregò a loro un giovane amico
del Gossett, tal Ronnie Fisher2, laureato in matematica, che si
1 William Sealey Gossett. Laureatosi in matematica e in chimica, fu
assunto alla Arthur Guinness Son and Company nel 1899. Al di là delle
fesserie che qui compaiono, operò prima a Dublino, successivamente a
Londra. Pubblicò il suo lavoro più famoso sotto lo pseudonimo di ‘Student’.
Ed ecco perché oggi si parla della distribuzione t di Student o del test t di
Student. In un certo senso, il Gossett è il padre del trattamento statistico
dei piccoli campioni. Per gli amanti del genere, nel 1934 fu vittima di un
grave incidente stradale, dal quale comunque si riprese. È morto nel 1937.
2 Ronald Aylmer Fisher. Nato nel 1890 a Londra, si laureò brillantemente
interessava con grande passione dell’applicazione della statistica al miglioramento della produttività agricola. «I fattori
in ballo sono tanti» ebbe modo di spiegare al Sierpinskij.
«Terreno, esposizione, variabilità delle sementi, trattamenti, concimi, e quant’altro: c’è
da impazzire. Tuttavia, con una
serie di tecniche che mi sono inventato, ne sono almeno in parte
venuto a capo». Il Nostro chiese
di approfondire l’argomento e il
Fisher si prestò volentieri.
In effetti, il giovane aveva davvero talento e fantasia.
Sierpinskij restò letteralmente
a bocca aperta vedendo quali
progressi egli avesse compiuto;
in particolare apprezzò la ‘randomizzazione’, ovvero l’introduzione controllata del caso nelle sperimentazioni. «Non sono
io che son bravo» precisò con
modestia il ragazzo. «È che di
fronte ad un problema così complicato anche teste dure come la
mia sono costrette ad impegnarsi a fondo; e magari, con un po’
di fortuna, riescono alla fine a
trovare qualcosa di buono».
Decisamente, vuoi per i discorsi interessanti che si facevano, vuoi per i continui assaggi
di birra (un boccale alla volta Sierpinskij e il Gossett, appena
un bagnarsi le labbra da parte del sobrio Ronald), i tre se la
spassavano.
Tutto andava benissimo, finché accadde che il Fisher venne a presentarsi ai due in uno stato da far spavento: occhi
arrossati, capelli spettinati (lui che ci teneva...), vestito spiegazzato, aria decisamente afflitta. «Che ti è successo?» lo
in matematica a Cambridge. Entrò più tardi a far parte come statistico
della gloriosa Rothamsted Agricultural Experiment Station, costituita nel
Regno Unito sin dal 1837. Cosa ha prodotto in campo statistico Fisher?
Una marea di cose. La gran parte delle idee fondamentali della statistica
moderna (test statistici, analisi della varianza, randomizzazione, design
degli esperimenti, verosimiglianza, ecc.) sono sue. Non a caso per questa
attività fu poi fatto ‘Sir’ dalla Corona. Fisher è morto ad Adelaide nel 1962.
83
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
interrogò Gossett. «Forse un maiale selvatico si è mangiato
tutte le piante di cavolo del tuo ultimo esperimento?».
«Non scherzare» rispose il Fisher con un fil di voce. «Sono
in un mare di guai. Ho commesso un grosso errore nei calcoli che ho riportato in una relazione. Me ne sono accorto
solo ieri sera. Ho lavorato inutilmente tutta la notte, senza
venirne a capo: l’errore c’è, ma non si trova. Il guaio - continuò - è che ho già trasmesso ai miei superiori il rapporto
ufficiale, dando in esso un parere che comporta la scelta tra
due prodotti. Sono rovinato, irrimediabilmente rovinato!».
E, detto ciò, si prese la faccia tra le mani e incominciò a
piangere.
A questo punto, sia Sierpinskij che Gossett si preoccuparono seriamente, temendo che il Fisher potesse mettere in atto
qualche sproposito.
«Caro Ronald - gli fece il Nostro, chiamandolo per la prima volta col nome di battesimo - perché abbattersi così: a
tutto c’è rimedio. Se di errore si tratta, sarà bene trovarlo
subito. Prima lei segnalerà la presenza di questo errore, minori saranno di certo le conseguenze. Capita a tutti di sbagliare. Sapesse quante volte è successo anche a me» concluse, scuotendolo amichevolmente. Al che il Fisher sembrò un
poco riprendersi. «Lei è una persona molto buona e gentile,
professore» disse al Sierpinskij. «Ma a lei non sarebbe mai
successo» soggiunse depresso. A questo dire, il Nostro si inquietò. «Balle!» gli rispose duro. «Può succedere a tutti. Mi
ascolti, caro Ronald: quello che al massimo le potrà capitare
sarà di essere preso un poco in giro. A qualcuno verrà infatti
in mente, come ora sta venendo in mente a me, di commentare l’accaduto con una battuta del tipo: ‘Il pescatore ha
preso un granchio!’.3 Tutto qua. Ma adesso - proseguì deciso - staniamo il nemico!». E ciò detto, prese carta e penna.
«Forza, Ronald» lo sollecitò. «Fuori questi dati, ché di certo
li ricorderà perfettamente a memoria!».
«È vero, professore, ma come si ricorda un incubo!». E
così rispondendo, prese a buttar giù delle tabelle. Intanto il
Gossett si era avvicinato al tavolo dove Sierpinskij e Fisher
stavano lavorando, portando tre boccali di birra spumeggiante. «Posso partecipare anch’io?» chiese ai due, sedendosi.
«Certo che puoi. Anzi, devi!» precisò il Nostro. Poi rivolto a
Ronald: «Coraggio, cominciamo. E come suol dirsi, dall’inizio».
Il Fisher, che appariva ora decisamente più calmo, entrò
subito nel merito.
«Dunque... questa ricerca è stata commissionata dal Governo di Sua Maestà al mio Istituto, che mi ha nominato
responsabile della faccenda. Negli ultimi anni, le piante di
tabacco vengono infestate da un virus; e questo, come è facile comprendere, produce immensi danni economici. Ora,
si tratta di stabilire quale tra due trattamenti è il migliore
da impiegare per guarire le piante malate. Per far questo,
ho scelto due diverse piantagioni, una in zona temperata,
l’altra in area tropicale. Ho fatto identificare in ognuna le
3 Il Sierpinskij, brillantemente come al solito, gioca sul nome del Ronald
e sul presunto errore da lui fatto.
84
piante malate, le quali sono poi state irrorate con la sostanza prodotta dalla Ditta A o con quella della Ditta B, scegliendo a caso tra le due. Trascorsi due mesi, dette piante
sono state controllate: se la malattia era scomparsa, questo
risultato veniva considerato come un successo; altrimenti,
no. È chiaro che maggiore sarà la percentuale di successi, migliore sarà l’efficacia del prodotto. Come può vedersi
dalla tab. I - e qui mostrò una tabellina (in realtà erano due)
che aveva rapidamente riportato su un foglio - entrambi i
preparati guariscono significativamente le piante malate.
Queste guarigioni risultano più frequenti nella piantagione
posta in zona temperata, più contenute in quella a clima tropicale. Ma in entrambe le situazioni, l’impatto è notevole:
più del 50% di guarigioni in un caso, più del 30% nell’altro.
In zona a clima temperato il preparato B guarisce il 65.7%
delle piante malate; il preparato A soltanto il 56.5; in zona
tropicale la percentuale di guarigioni scende, ma è sempre
il preparato B che ne guarisce di più: 37.2% contro 33.9%
del preparato A. Tra i due preparati, quindi, quello prodotto
dalla ditta B appare il più efficace in entrambe le situazioni.
E questa è stata la conclusione della mia relazione».
TAB. I
Piantagione 1
(Clima temperato)
Preparato A Preparato B
Piante malate
2115
936
Guarigioni
1194
615
% guarigioni
56.5
65.7
Piantagione 2
(clima tropicale)
Preparato A Preparato B
Piante malate
2348
4356
Guarigioni
796
1620
%guarigioni
33.9
37.2
Sierpinskij si fece rapidamente un poco di conti. «Non
vedo problemi, caro Ronald. Tutto torna», disse alla fine.
«Confesso di non riuscire a capire i motivi del suo turbamento. Se lo desidera, sono pronto a controfirmare la sua
relazione».
«La ringrazio, professore - gli rispose il Fisher - ma aspetti a sbilanciarsi».
«Ieri sera - proseguì - mi è venuta un’idea: anche se le
piantagioni erano in partenza diverse per via del clima,
mettendo insieme le due sperimentazioni avrei potuto forse
migliorare la stima dell’efficacia derivante dal trattamento
delle piante malate».
«Mi sembra molto ragionevole, Ronald» interloquì Sierpinskij. «Aumentando il numero di dati i risultati dovrebbero essere ancor più significativi. E così facendo, cosa è
venuto fuori?».
«Un assurdo, professore. Non riesco ancora a convincer-
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
mene» fece sconsolato il Fisher. «Se sommiamo i risultati
delle due sperimentazioni - proseguì - viene fuori questa tabella, chiamiamola tabella II» e porse quindi un foglio al
Nostro, dove l’aveva riportata.
TAB. II
Piantagione 1 + Piantagione 2
Preparato A Preparato B
Piante malate
4463
5292
Guarigioni
1990
2235
% guarigioni
44.6
42.2
«Come può osservare, professore - continuò il Fisher ora, dati alla mano, il trattamento che funziona meglio è
quello della Ditta A».
Sierpinskij rimase qualche minuto a fissare la nuova tabella; quindi prese la precedente e cominciò a fare dei controlli.
Alla fine, guardò il Gossett e gli disse: «Per cortesia, Bill, rifai tu i conti perché, evidentemente, sto reiterando un errore.
Tutta colpa della birra...».
Il Gossett si mise subito all’opera; ma dopo un quarto d’ora sentenziò: «Vedo e non credo: ma i calcoli sono tutti a
posto». «Cazzo!» esclamò il Sierpinskij, memore dei suoi
trascorsi romani.
Rimasero tutti e tre assorti per lungo tempo.
Fu il Fisher a rompere il silenzio: «E adesso che faccio?»
chiese rivolgendosi e all’uno e all’altro. «Nulla» rispose il
Nostro. «Questo risultato è davvero paradossale e, verosimilmente, credo dipenda dalla struttura intrinseca delle proporzioni. Dovremmo dedicare un po’ di tempo alla questione, caro Ronald: magari ne esce anche una buona pubblicazione.4 Ma, per quel che riguarda il suo presente problema,
4 Come sempre, il Nostro trascurò successivamente di occuparsene. Il
paradosso fu poi descritto nel 1951 da E.H. Simpson, e col suo nome viene
oggi indicato (sembra, tuttavia, che fosse già stato presentato nel 1903 da
G.U. Yule). Recentemente, M. Margius ha scoperto un manoscritto del
Sierpinskij dove compare una dimostrazione del paradosso. Certi di fare
cosa gradita al lettore, lo riportiamo integralmente qui nel seguito:
“Il problema messo in evidenza da Ronald è davvero intrigante. Avevo
però ben intuito che esso è dovuto alla natura intrinseca delle proporzioni.
Infatti:
siano 4 proporzioni tali che:
a1
a3
a2
a4
+
>
+
a1 + b1 a 3 + b3 a 2 + b2 a 4 + b4
a1 + b1 + a 3 + b3
(a1 + a 3)(a 2 + b2 + x4 + (n − x4))
>1
(a1 + b1 + a 3 + b3)(a 2 + x4)
c1(c 2 + n)
c5
=
>1
c3(c 4 + x4) c6 + c3 x4
Considerando per colonna le proporzioni complessive, può accadere che
la disuguaglianza si inverta. In realtà, il risultato sembra paradossale in
quanto, con tale somma, si pensa di aver a che fare con
p1 + p3 > p2 + p4 , relazione in cui la disuguaglianza non può
che rimanere inalterata. Il fatto è che non si ha a che fare con
a1 + a 3
a1 + a 3
a 2 + x4
>
a1 + b1 + a 3 + b3 a 2 + b2 + x4 + (n − x4)
.
Indicando con un c indicizzato le diverse costanti, avremo poi:
a3
a4
> p4 =
a 3 + b3
a 4 + b4
bensì con
Per vedere come effettivamente vadano le cose, facciamo variare a4 e
b4, ponendo b4=n-a4, con n costante, ed indicando per comodità a4=x4,
ipotizzando che il senso della disuguaglianza sia quello visto.
Avremo:
, ovvero
a1
a2
p1 =
> p2 =
a1 + b1
a 2 + b2
p3 =
le ricordo solo una cosa: ‘Il silenzio è d’oro’. In fondo, ne
siamo a conoscenza solo Gossett ed io» concluse, porgendogli i due fogli dove egli aveva riportato le tabelle.
«Ma professore… - protestò Fisher - è un fatto di onestà
scientifica. Noi abbiamo il dovere...». Con un cenno di mano
il Sierpinskij lo interruppe: «Ronald, come mi ha insegnato il
maestro Lio-kan, bisogna essere pronti nell’ascoltare e lenti
nel rispondere. Che fretta c’è? E poi - soggiunse - a parte
l’esibire le due tabelle contrastanti, cosa potrebbe dire al
momento di ‘scientifico’?».
«Allora, che faccio?» chiese Ronald al Gossett. «Che fai?»
rispose questi. «Fai quello che ti ha detto il professore. Di
martiri la scienza ne ha già avuti abbastanza. E poi, se ti
metti a fare l’eroe, cosa che ti costerà l’impiego, come sistemerai le tue faccende con Guendalina?».5
Al sentire il nome della ragazza che aveva in mente di
sposare quanto prima, Ronald sospirò. Poi si alzò, andò a
riempire tre boccali di birra, presa dal barilotto che era loro
sembrato il migliore, e disse ai due: «Propongo un brindisi
al maestro Lio-kan che, tramite il prof. Sierpinskij, ci ha oggi
insegnato una grande verità: ‘Siate lenti nel rispondere’».
«Prosit!» gli fece eco il Nostro, scolandosi d’un fiato il
suo boccale.
e con
,
a2 + a4
.
a 2 + b2 + a 4 + b4
La quantità
c5
c 6 + c3 x 4
Sicché, se x 4 <
c5 − c 6
c3
conferma; se invece è
x4 >
c5 − c 6
c3
.
vale 1 quando è x4 =
c5 − c 6
.
c3
il verso della disuguaglianza di partenza si
essa si inverte”.
5 Trattasi di Guendalina McEvoy, giovane e procace insegnante di
inglese, con la quale il Fisher era fidanzato da ben 11 anni.
85
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
46. La quantizzazione delle orbite
A
nche se talora costituiva un diversivo nelle monotone giornate che passava in genere all’Università di Berlino, Sierpinskij
era da tempo letteralmente braccato da
un giovane ricercatore che si occupava
di fisica atomica.1 2 Niels Henrik David Bohr era il nome di
questo essere assetato di conoscenza. Danese di nascita, laureato in fisica all’università di Copenhagen, valente sportivo,
era anche appassionato cultore delle dottrine orientali. Intrigato dalla personalità scientifica del Sierpinskij, come pure
dei suoi trascorsi in Cina, aveva costui ormai l’abitudine di
coglierlo al varco nelle situazioni più diverse per chiedergli
lumi. E, vuoi anche per l’esperienza zen del Nostro, soleva
rivolgersi a lui chiamandolo spesso ‘Maestro’: «Maestro, ho
bisogno di un Suo consiglio... che dice, Maestro, di questa
mia idea?... un suo parere, Maestro, sarebbe per me di grande aiuto...» e così via dicendo. Intendiamoci, non è che al
Sierpinskij tutto questo dispiacesse, in particolare quando i
discorsi vertevano sulla fisica o sullo zen; tuttavia, la cosa
stava diventando un poco fastidiosa, per frequenza ed intensità. La goccia che, come suol dirsi, fece traboccare il vaso
ha, come ora vedremo, del paradossale. Tutto avvenne in un
giorno di maggio, un poco prima che cominciassero le sessioni di esame.
La sera precedente il Sierpinskij si era dilettato a cucinare
un piatto non proprio dietetico, la cui realizzazione gli era
1 Niels Henrik David Bohr, uno dei padri della Meccanica Quantistica.
2 Sembra che il Bohr avesse spiccata tendenza a ‘braccare’ le persone: ad
esempio, George Gamow (un grande fisico) narra che una notte svegliò lui
e Leon Rosenfeld (un altro fisico) per comunicare loro di essere riuscito
a trovare il nome di una città che compariva nelle parole crociate con cui
si erano dilettati quella sera. Una situazione analoga a quella qui descritta
si verificò anche tra Bertrand Russell e Ludwig Wittgenstein. Scrive il
Russell: “Veniva di solito a trovarmi nella mia stanza a mezzanotte e
per ore e ore passeggiava avanti e indietro come una tigre in gabbia”.
Peraltro, non è che si parlasse solo di filosofia: Wittgenstein teneva anche
ai consigli del Russell. Ad esempio, un giorno gli chiese: «Potete dirmi per
piacere se sono un perfetto idiota o no?». «Mio caro - rispose il Bertrand non lo so. Perché me lo chiedete?». «Perché - spiegò Ludwig - se sono un
perfetto idiota farò l’aviatore; se non lo sono farò il filosofo» (B. Russell
“Ritratti a memoria”, pag. 26, Longanesi, 1969).
In relazione a questa dichiarazione del Wittgenstein, è doveroso ricordare
che l’Ufficio Studi della RAF sostiene da tempo che egli riferì invece:
«Perché se sono un perfetto idiota farò il filosofo; se non lo sono farò
l’aviatore». Pur essendo questa interpretazione molto più plausibile di
quella riportata dal Russell (visti anche i precedenti studi del Wittgenstein,
laureato in ingegneria meccanica e specializzato in aeronautica), non ci
sono tuttavia in merito convincenti prove documentali.
86
stata pazientemente insegnata durante il suo lungo soggiorno
romano dalla sora Assunta, moglie del suo amico (poi suocero) Ercole Proietti: i ‘Fagioli con le Cotiche’.
Bisogna dire che il Nostro riusciva a preparare questo manicaretto proprio a puntino, scegliendo personalmente le migliori cotiche del mercato ed usando dei fagioli di notevole
pezzatura, che si faceva inviare espressamente dal Messico;
ma poche persone avevano poi il piacere di gustare con lui
tale leccornia in quanto egli, smessi gli abiti del cuoco, era
solito “spazzolare” il tutto da solo, innaffiandolo con enormi
boccali di birra ben gelata.
Sicché, quel giorno, non appena finito di tenere lezione fu
percorso – come sempre dopo accadeva - da borborigmi vari,
messaggeri inconfondibili di impellenti necessità corporali.
Non era una sensazione spiacevole, anzi; ma egli, anche per
esperienze passate, ritenne opportuno recarsi lesto al bagno
del piano onde evitare di trovarsi in imbarazzanti situazioni,
magari in presenza di suoi colleghi o, peggio, di studenti.
Era ancora ferito, il Sierpinskij, da un nomignolo che gli
avevano affibbiato anni prima: “Basso continuo”. Da qui la
cautela del Nostro.
E così, stando comodamente seduto a leggere la Gazzetta
di Berlino, si stava ora liberando del gonfiore e di quant’altro.
Ad un tratto sentì insistentemente bussare alla porta del
bagno. «Occupato!!!» gridò con voce strozzata. «Faccia
con comodo, Professore» sentì rispondersi. «Sono Niels».
«Bohr... e cosa vuole da me?... adesso?!?» esplose. «Volevo
esporle una mia idea, sempre se ha un minuto di tempo» precisò implacabile questi. Sierpinskij sentì il sangue andargli
alla testa. «Mio caro ragazzo - proruppe - Lei ha battuto ogni
record: è riuscito a superare per fastidiosità anche l’Enzensberger!». «Mi perdoni, professore, ma sarebbe urgente...» ribatté Niels. «Ho anch’io in questo momento un’urgenza cui fare fronte!» gli gridò il Nostro con ira. «Mi lasci
in pace, almeno qua, vivaddio!!!» protestò. «Me ne scuso,
professore, ma mi permetto di insistere» continuò imperterrito il Bohr. «Niels, vada al diavolo!» rispose inviperito il
Sierpinskij. «Ci stia almeno un paio d’ore, raccontandogli
tutti i suoi peccati. Poi, ammesso che non venga da questi
precipitato per sempre all’Inferno, come sarebbe giusto, si
presenti nel mio studio. Una volta le dissi: ‘Venga pure a
trovarmi quando vuole nel mio gabinetto’; ma non intendevo
questo gabinetto, intendevo il mio ufficio. Sono stato chiaro?!?» concluse poi con voce alterata. «Ho capito, profes-
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
sore... grazie... sarò puntualissimo». Sierpinskij, sentendo
l’altro allontanarsi, cercò di ritrovare calma e concentrazione,
onde concludere nel migliore
dei modi la ‘seduta’ ancora in
corso. Ma il momento magico
era ormai passato. E così, non
proprio liberato del tutto, decise
di desistere.
Tornato nel suo studio prese
in esame certe carte, ma non riuscì a combinare nulla di buono
in quanto la sua mente era occupata dall’evento che incombeva
sul suo futuro immediato: la
prossima venuta del Bohr.
Questi non tardò a farsi aspettare. Riconoscendolo dai caratteristici colpetti secchi dati
alla porta, il Sierpinskij gli gridò: «Avanti, Niels!». «Grazie,
professore - disse lui entrando Niels Bohr (1885-1962)
- spero di non disturbarla...».
«Lei disturba sempre, Bohr, e
in questo è davvero un artista» gli fece di rimando il Nostro.
«Insomma, e non mi faccia perdere tempo: cosa c’è di tanto
urgente?». «Un’idea, professore, un’idea che vorrei discutere con lei» rispose Niels. «Bene, sentiamola» lo sollecitò
Sierpinskij, desideroso di finirla quanto prima.
«Dunque, professore - principiò ad esporre il Bohr - come
ella ben sa, si era proposto un modello dell’atomo consistente in un melange di cariche positive circondato da cariche
negative. In altre parole, il volume dell’atomo è supposto
riempito da un mare di tali cariche in quantità tale che il
risultato del tutto sia uno stato neutro, come poi è dato a vedere. Il professor Rutherford ha eseguito un esperimento per
verificare la bontà di questo modello. Egli ha bombardato,
con particelle alfa emesse da un materiale radioattivo, una
lamina d’oro, ottenendo risultati sorprendenti. Infatti, se il
predetto modello rispondesse a realtà, quando una di queste particelle incontrasse un atomo, questa dovrebbe essere
deflessa non più di tanto dalla sua traiettoria. Invece, come
il professor Rutherford ha registrato, le deflessioni sono ben
più consistenti. E questo fa pensare che le cariche positive
siano concentrate al centro dell’atomo in un piccolissimo
volume di spazio».
«Ne sono a conoscenza, ovviamente» osservò acido Sierpinskij, infastidito da un incipiente mal di pancia, conseguenza dello svolgimento parziale delle sue funzioni così
brutalmente interrotte da colui che ora stava parlandogli.
«Comunque - proseguì - a parte questo, e a parte il fatto che
io dubito ancora dell’esistenza di atomi e di molecole, dov’è
il problema?».
«Il problema - proseguì Bohr - è che, se così fosse, per
aversi uno stato di stabilità le cariche negative, gli elettroni,
dovrebbero ruotare intorno al
nucleo; ma se esse girassero
intorno al nucleo, inevitabilmente irraggerebbero energia. Di conseguenza, perdendo
energia, precipiterebbero verso il nucleo stesso. E al proposito, mi sono fatto un po’ di
conti: sembrerebbe questo un
processo quasi istantaneo. Ma
la materia è stabile. E allora
come la mettiamo?». E ciò detto, il Bohr prese a guardarlo fisso, aspettando una sua risposta.
Sierpinskij, intanto, anche a
causa del persistente fastidio
viscerale, come pure per un
certo sudorino freddo che gli
stava imperlando la fronte, sentì crescere esponenzialmente
il suo odio per il Bohr. Decise
così che quello era il momento
propizio per togliersi di torno
una volta per tutte il maleducato seccatore che stava lì dinanzi
a vampirizzarlo, a complicargli la vita.
Era davvero furibondo il Sierpinskij, come poche volte
gli era capitato. L’urgenza, dunque, riguardava un modello
dell’atomo! E non poteva aspettare a parlargliene? No, figuriamoci! Se la mattina non fosse venuto subito a cercarlo nel
bagno, magari sarebbe andata in fiamme Berlino!!!
«Mio caro Bohr - cominciò lentamente, trasudando ostilità
nel tono e nella cadenza della voce - Lei non è solo un essere
spregevole, disgustoso ed invadente: è anche un cattivo fisico, perché non riesce a vedere le cose nella loro interezza.
E questo è tanto più grave in uno che si picca di essere un
conoscitore delle dottrine orientali. Gli elettroni non cadono
nel nucleo per un semplice fatto: ché continuano a girare,
a girare. E sa perché? Perché dei rompiscatole insistono a
seccare l’atomo, bombardandolo con le particelle più diverse, lui che se ne sta tranquillo per i fatti suoi! E all’atomo
girano gli elettroni, caspita se gli girano!». A questo suo
dire, il volto di Niels cominciò a sbiancare.
Resosi conto del fatto, l’ira del Sierpinskij invece di placarsi crebbe. «Questo fenomeno avviene anche nel mio caso»
proseguì. «Io sto in pace con me stesso e lei si industria a
turbare questa pace. E questo mi irrita, sommamente. E irritandomi - continuò alzando il tono della voce - le mie palle
si mettono a girare... girano, girano, girano; e questo giramento non si arresta mai: continua, continua sempre. Mi
capita anche con altre persone, certo; ma mai come con lei!
Ecco - disse tracciando ripetutamente col braccio un circolo
nell’aria - questo è il caratteristico ‘giramento’ che mi deriva dal Fiondiskij. E questo - continuò, girando il braccio
più velocemente - è l’effetto che mi provoca la sola presenza
dell’Enzensberger. Ma questo qua supera tutti: ecco l’effetto
87
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
che lei mi provoca, Bohr!». E prese a roteare vorticosamente
il braccio, quasi fosse stato colpito da un attacco. «Ad ognuno di voi corrisponde un ‘giramento’. E il suo, è il massimo!
Scompaia dalla mia vita, Niels, scompaia per sempre!!!»
concluse gridando. E ciò detto, si alzò rapidamente, avviandosi con passo spedito (quasi di corsa) verso i bagni del piano. Colà giunto, riuscì finalmente a liberarsi di quanto ancora
gli era rimasto in corpo. Nel mentre, seduto nel ‘pensatoio’,
il Sierpinskij – ora più calmo - non poté non riandare con
la mente a quanto era appena accaduto: «Certo, ho davvero
esagerato» rifletté. «Povero, Niels: l’ho trattato assai duramente, anche con modi volgari. E che termini ho usato, mio
dio! Sono stato davvero ingiusto. In fondo, egli è un giovane
entusiasta, che vuole apprendere, che sta facendosi strada
nella vita. Prima o poi dovrò scusarmi con lui». E sentendosi
ormai ben rinfrancato, uscì dal gabinetto per procedere nel
rituale igienico che segue l’espletamento di certe funzioni.
Datasi infine una rinfrescatina al viso, ritornò tranquillo nel
suo studio. Con sua grande sorpresa, vi trovò ancora il Bohr
che stava tracciando su un foglio una serie di circoli, accompagnati accanto da alcune formule. «Girano, girano... qua...
e qua…» diceva tra sé e sé. E scòrtolo, esclamò: «Lei è un
genio, professore, un genio!!! E il suo metodo didattico... proseguì - ... la sua capacità di reificare i concetti... è quanto
di più efficace io abbia mai avuto modo di incontrare. Lei
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ha assolutamente ragione» proseguì guardandolo con occhi
in cui gioia ed esaltazione si alternavano «Gli elettroni girano, girano, girano... ognuno sulla sua orbita... le orbite
sono quantizzate!!!».3 E detto questo, raccolte le sue carte,
uscì trafelato dallo studio del Sierpinskij, senza nemmeno
salutarlo.
Il nostro rimase a lungo in silenzio. «Cosa mai avrà trovato di così interessante Bohr nella mia sfuriata di prima?» si
chiese. «E che idea crede io gli abbia dato?». «Certo - rifletté ancora - non so proprio immaginare come egli possa aver
risolto il suo problema. Tuttavia, una cosa è sicura: la prossima volta con cotiche e fagioli dovrò andarci più piano!».
3 All’epoca si era visto, tramite una tecnica detta ‘spettroscopia’, che
gli atomi emettono (o assorbono) solo luce di certi colori. Addirittura,
ogni tipo di atomo risultava avere un suo caratteristico insieme di colori; e
quelli emessi coincidevano con quelli assorbiti. Tramite queste ‘impronte
digitali’ degli atomi fu possibile rispondere alla domanda: “Di cosa sono
fatte le stelle?”. Ipotizzando che gli elettroni potessero ruotare intorno al
nucleo dell’atomo solo su certe orbite (da qui la ‘quantizzazione’), Bohr
mostrò che i detti colori corrispondevano alle differenze energetiche tra
due qualsiasi di queste orbite.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
47. Un ingegno... infinito
*
* IMPORTANTE!!! Prima di leggere questo raccontino
è necessario procedere ad una potente ‘vaccinazione’, onde
evitare tragici effetti collaterali. A tal uopo si legga con attenzione: A.A. Fraenkel, “Teoria degli Insiemi e Logica”,
Ubaldini Editore, 1970.
P
resso l’Università di Berlino si addottorò nel
1867 un ragazzo russo di ingegno invero assai
brillante. Si chiamava costui Georg Ferdinand
Ludwig Philipp Cantor. Nato a San Pietroburgo, si era poi trasferito con la famiglia, ancor giovinetto, in Germania. Sierpinskij aveva avuto modo
di conoscerlo in quanto egli era figlio della musicista russa
Maria Anna Bohm, cara amica di sua madre, Maria Sonja
Kolkolowska, anch’ella valente concertista.
Era solito il Cantor, come molti altri, chiedere consigli al
Sierpinskij sulle ricerche che stava portando avanti; e il Nostro non mancava di seguire l’attività del giovane con grande simpatia ed ammirazione, dandogli talora anche spunti di
interesse.
Un certo giorno egli si presentò nello studio del Nostro
chiedendogli disponibilità per un colloquio. «Sarebbe per me
della massima importanza, professore» gli disse. «Ho tutta
la mattinata libera, carissimo» rispose Sierpinskij, invitandolo ad accomodarsi. «Discutere con lei, ragazzo mio, è per
me sempre un grande piacere. Si tratta di quelle sue straordinarie idee sulla continuità?» lo interrogò. «Veramente, no,
professore: volevo parlarle dell’Infinito»1 chiarì con malce1 Il concetto di ‘infinito’ ha sempre creato seri problemi, almeno fino
a quando Cantor non lo ha un poco addomesticato. ‘La Parte è minore
del Tutto’ sentenziava Aristotele. Parole sante, ma se questo ‘tutto’ è
finito. Un ‘tutto’ infinito appare comportarsi invece in modo strano. Al
proposito, già i geometri greci avevano mostrato come si potessero mettere
in corrispondenza biunivoca i punti di due segmenti di diversa lunghezza.
Dunque, i due segmenti, contro ogni evidenza e logica, avevano lo stesso
numero di punti! Galileo Galilei (sì, proprio lui) mostrò successivamente
come i numeri interi potessero essere messi in corrispondenza biunivoca
con una loro parte (ad es. possiamo far corrispondere ad ogni numero
intero il suo quadrato, o il suo cubo, o il suo doppio, ecc.). Ora, se
consideriamo i doppi, da una parte si ha l’insieme dei numeri interi, cioè
1, 2, 3,..., dall’altra i loro doppi, 2, 4, 6, ..., ovvero i numeri pari. Sicché,
gli interi (che possiamo immaginare come formati dai numeri pari e dai
numeri dispari) appaiono tanti quanto una loro parte (i soli pari). Si era
così dinanzi al paradosso che negli insiemi infiniti il ‘tutto’ e la ‘parte’
potevano presentare la stessa numerosità. Cantor, riflettendo, ritenne
essere la cosa non già un’assurdità, quanto una precisa proprietà degli
insiemi infiniti. Sicché egli pervenne alla definizione di insieme infinito
lato imbarazzo Cantor. «Georg, Georg - lo redarguì il Nostro
- queste sue elucubrazioni sull’infinito attuale mi sanno tanto
di metafisica!». «No, no, professore - protestò questi - è pura
matematica, glielo assicuro. Ieri sera poi ho avuto un’intuizione che mi sembra straordinaria: proprio di questa volevo
parlarle». «E sentiamola» acconsentì il Nostro. «Coraggio,
Georg» lo sollecitò.
«Dunque... la scorsa volta le ho mostrato come fosse possibile mettere in corrispondenza biunivoca i numeri razionali con i numeri interi. I razionali hanno quindi la stessa
potenza di questi ultimi» cominciò. «Lo ricordo» assentì il
Sierpinskij. «Una dimostrazione davvero ingegnosa» sottolineò. «Sì, certo... - proseguì Cantor - ma questo è niente...
insomma, ieri sera, mentre stavo cenando, mi è venuto in
mente di fare la stessa cosa con i numeri reali. Sicché, dopo
aver bevuto un buon bicchiere di porto, mi sono messo comodo a pensare su come affrontare il problema. Decisamente - proseguì - qui le cose sono un poco più complicate. Mi
sono concentrato su un sottoinsieme dei numeri reali, quelli
compresi tra 0 e 1, il che non è certo limitativo. Ebbene, ho
formulato l’ipotesi che essi in tale intervallo fossero in corrispondenza biunivoca con gli interi. Ora, e questa è l’idea
- disse poi, prendendo un foglio di carta su cui scrisse prestamente una serie di numeri - ho immaginato di costruire,
operando su questa tabella di tutti i numeri reali compresi
tra 0 ed 1, un particolare numero. Ho usato nel farlo il seguente procedimento: a parte lo zero iniziale, la prima cifra
decimale di tale numero è data dalla prima cifra decimale
del primo numero reale della tabella; la seconda cifra, dalla
seconda cifra del secondo reale; e così via. Questo numero è
quindi dato dalle cifre che compaiono sulla diagonale della
tabella stessa, come si può vedere dallo schema» continuò,
mostrando al Nostro l’appunto che aveva preparato. L’attenzione del Sierpinskij era al massimo. «La sto seguendo, Georg. Continui, la prego». «Ebbene - riprese questi - tale numero è certamente da qualche parte nella tabella. Ora però,
se io cambio in questo numero la prima cifra decimale, la
seconda, la terza, e così via, detto numero differisce da tutti
come: “un insieme che può essere messo in corrispondenza biunivoca con
una sua parte”.
Successivamente, grazie al concetto di ‘insieme potenza’ di un insieme,
egli scoprì che dato un certo insieme infinito si poteva, partendo da esso,
costruire un insieme... ancora più infinito. Insomma, di insiemi infiniti ce
ne sono... infiniti, di potenza via via crescente.
89
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
gli altri in quanto differisce da ognuno di questi almeno per
la cifra cambiatane in corrispondenza. In conclusione, il numero così definito è un numero reale compreso tra 0 ed 1, ma
non è in tabella. Ma questo è assurdo perché per costruzione
la tabella in questione deve necessariamente comprendere
tutti i numeri reali compresi tra 0 ed 1! Ne consegue, almeno
a mio parere, che la premessa risulta falsa, e quindi che non
è possibile creare una corrispondenza biunivoca tra numeri
reali e numeri interi. Gli interi evidentemente non bastano,
cioè l’infinità dei reali, la loro potenza, è superiore a quella
degli interi. Ho chiamato questa tecnica ‘Procedimento diagonale’» concluse.
La tabella mostrata da Cantor al Sierpinskij, dove compare il
‘procedimento diagonale’.
Sierpinskij non disse nulla, ma si alzò dalla sua poltrona e
prese a girare per la stanza con fare assorto. «Caro Georg disse ad un tratto - sono davvero ammirato dal suo acume.
Anche apprezzandola molto, credo di averla sottovalutata.
Ingegnoso, davvero ingegnoso. Tuttavia... ragioniamo... una
cosa mi lascia perplesso: se invece che da numeri reali mi
immagino la stessa tabella formata da numeri razionali (che
so già con una dimostrazione costruttiva, la sua, essere in
corrispondenza biunivoca con i numeri interi) ed applico il
suo procedimento, spunta fuori un razionale non compreso
nella tabella. Addirittura, se immagino una tabella di interi,
tipo questa - e la disegnò prontamente sulla lavagna - applicando il metodo diagonale viene fuori un intero che non è in
tabella...» concluse pensoso.
90
La tabella, disegnata alla lavagna dal Sierpinskij, dove il procedimento
diagonale di Cantor è applicato ai numeri interi, scritti dal Nostro in
una forma particolare onde mostrare chiaramente l’applicazione del
procedimento.
«Mi sta dando buoni motivi per riflettere, professore...»
gli fece Cantor un poco mesto. «Mi sembrava troppo bello!» soggiunse. «È bello, bellissimo, Georg» lo rincuorò
Sierpinskij. «E insista. Io, che l’ho sempre scoraggiata ad
occuparsi dell’infinito, sono ora a spronarla. Tenga duro:
non è che l’inizio. Come lei ben sa, le strade importanti sono
tutte in salita. Se lei si fida del mio ‘naso’, io credo che da
questa sua intuizione verranno fuori risultati epocali. Solo,
se mi permette la battuta, stia attento a non scontrarsi con
Santa Madre Chiesa, che non ha mai visto di buon occhio
queste speculazioni sull’infinito attuale. E adesso, data l’ora, se lei non ha impegni sarei felice di invitarla a pranzo»
gli propose.
«Ne sarò onorato... sempre se non disturbo» fece timidamente Cantor, un poco rincuorato.
E, continuando a discutere sulla nuova idea di Georg, si
avviarono verso il ristorante “Vecchia Varsavia”, gestito da
un amico d’infanzia del Sierpinskij che, per gli strani casi
della vita, era venuto anche lui a stabilirsi a Berlino.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
48. Evoluzione o Creazionismo?
D
opo un fitto scambio di lettere, finalmente
Charles Darwin riuscì a farsi ricevere dal
Sierpinskij. Era costui uno studioso piuttosto chiacchierato nel mondo accademico per via della sua teoria dell’Evoluzione
delle Specie.
Egli sosteneva infatti che la natura premia gli organismi
che meglio si adattano all’ambiente e punisce gli altri, facendo sì che i primi si riproducano in numero maggiore dei
restanti. In questo modo, col tempo, i meno favoriti scompaiono. Questo processo, supposto omnipresente, seleziona tra
le specie quelle più adatte a sopravvivere.
Morale della favola, sempre secondo Darwin, il mondo
animale e vegetale che ci troviamo intorno, vivo o fossile
che sia, viene (o è stato) determinato da questo meccanismo.
Insomma, una sorta di precetto evangelico: «Chi ha molto riceverà ancor di più; ma a chi ha poco sarà portato via anche
quel poco che ha».1
Il problema che affliggeva il Darwin non era costituito tanto dalla teoria in sé, peraltro da lui supportata con innumerevoli osservazioni e copioso materiale raccolto durante i suoi
viaggi,2 quanto dalle conseguenze della teoria stessa. Una
delle più imbarazzanti era che in questa visione dell’evolversi del mondo l’uomo risultava necessariamente discendere dalle scimmie. E questa era la pietra dello scandalo non
solo per gli accademici e i benpensanti, ma soprattutto per i
‘creazionisti’ che trovavano la cosa in contrasto con le Sacre
Scritture, principalmente con quanto descritto nel libro biblico della Genesi.
Ora, essendosi il Sierpinskij dichiarato nel corso di un
importante simposio ‘possibilista’ sulla teoria del Darwin,
ma avendola nel contempo aspramente criticata a favore del
creazionismo, il buon Charles era partito da Londra per incontrarlo e comprendere meglio cosa egli davvero avesse in
mente.
«Anche se lei resterà sommamente sorpreso, amico mio gli disse scherzosamente il Sierpinskij accogliendolo nel suo
studio - io sono un fautore della sua teoria: lei caro Darwin
è la prova vivente che l’Uomo discende dalle scimmie!».3
1 Vangelo secondo S. Luca, 19, 26.
2 In particolare nel suo viaggio intorno al mondo sulla nave HMS Beagle,
all’inizio degli anni ’30 del XIX secolo.
3 In effetti, il Darwin fu spesso oggetto di feroci vignette satiriche che lo
ritraevano (senza soverchie difficoltà) con aspetto scimmiesco.
E così detto, prese a dargli amichevoli pacche sulle spalle,
indicandogli nel contempo una poltrona su cui accomodarsi.
Bisogna dire che, nonostante la sua flemma tipicamente
inglese, il Darwin ci restò molto male in quanto era stato
spesso fatto oggetto di pungenti vignette satiriche che mettevano in risalto il suo viso decisamente scimmiesco. Peraltro, le ‘amichevoli’ pacche del Nostro, di Haschleckiana
memoria,4 gli avevano quasi slogato la spalla. Comunque,
non fece commenti. Dopo essersi seduto sulla comoda poltrona, principiò a parlare con voce ferma e profonda: «Caro
professore, ho sollecitato questo colloquio per capire se lei
vede qualche possibilità nella mia teoria, oppure se l’avversa. Cosa ella veramente pensi non mi è ancora chiaro. So di
suoi giudizi favorevoli, come pure di sue dure critiche. Non
avendo potuto partecipare all’incontro dove ella ha esternato queste sue convinzioni, e non essendo riuscito ad avere da
persone presenti chiari resoconti, eccomi qua per ascoltare
da lei direttamente le sue idee in proposito. E le sono sin
d’ora infinitamente grato per il tempo che ha deciso di dedicarmi» concluse.
«Caro Darwin - prese a dire il Sierpinskij, cui non era sfuggito il moto di dispetto dell’uomo alla sua iniziale battuta spero non si sia offeso per la mia innocente facezia di prima.
Le sia questa, anzi, una misura della mia benevolenza nei
suoi confronti. Ma veniamo alla sua teoria. Cosa ne penso?
Difficile dirlo. Sto ancora meditandoci su. Ragion per cui, al
massimo, le potrò esporre alcune mie riflessioni, lasciando a
lei, poi, di trarne conseguenze. Sempre, naturalmente, se le
può far piacere e tornare utile» concluse.
«Mi sarà certo utilissimo, professore» rispose premuroso
il Darwin. «La sua onestà intellettuale è fuor di dubbio, come
pure è proverbiale la sua capacità di analisi. Ogni cosa che
mi dirà sarà sicuramente preziosa» soggiunse.
«Bene, molto bene» riprese Sierpinskij. “Intanto, sono
io a ringraziarla di essere venuto a trovarmi a Berlino. La
sua visita mi onora in quanto lei gode della mia stima, che
io sia o meno a favore della sua teoria. Detto questo, caro
Charles, mi permetta di chiamarla amichevolmente così, io
mi trovo di fronte a questa sua idea dell’evoluzione un poco
come l’asino di Buridano5: essa mi sembra da un lato un’i4 A tale inquietante consuetudine il Sierpinskij era stato avviato dal
barone Jaroslav Haschleck, durante il suo soggiorno praghese.
5 Le ingiustizie della vita! Giovanni Buridano, illustre filosofo del XIV
91
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Charles Darwin (1809-1882)
potesi che chiarisce una miriade di fatti, ma nel contempo mi
appare anche in contrasto con il Calcolo delle Probabilità.
Vengo meglio a spiegarmi» precisò. «Con il calcolo delle
probabilità?!?» lo interruppe sorpreso il Darwin. «Dopo»
fece Sierpinskij. «Questo lo vediamo dopo. Partiamo invece
dall’inizio. Dunque, nei suoi trattati ‘Origine delle Specie’
e ‘Origine dell’Uomo’, io trovo che vi siano solide basi per
poter definire questa sua teoria come ‘scientifica’, e quindi
degna della massima considerazione in campo accademico.
E queste basi sono date soprattutto dal materiale da lei raccolto nei suoi viaggi, come pure dai ragionamenti assai razionali e convincenti con cui ella supporta i collegamenti da
trarsi tra quanto testimoniato dai materiali stessi. Peraltro,
con la mia fedele pascalina mi sono anche fatto un po’ di
conti, ipotizzando due specie presenti in uno stesso territorio, l’una con chance riproduttiva del 51%, l’altra con una
chance simile, ma leggerissimamente minore, del 49%. Orbene, pur non tenendo conto delle quantità necessariamente
limitate di cibo disponibile, come messo in luce dal Malthus6,
sec., è conosciuto oggi da tutti... per via dell’asino.
6 Thomas Robert Malthus sosteneva infatti che mentre la popolazione
cresce in progressione geometrica, la disponibilità di alimenti aumenta
92
si vede facilmente che anche solo dopo 20-30
generazioni questo piccolissimo vantaggio
basta a far sì che la popolazione totale sia in
prevalenza costituita da individui della prima
specie. È certo un modello matematico assai
rozzo; ma la dice lunga. In conclusione, per
questa parte della medaglia io credo si possa
dire che né satira né tradizione possano autorizzare alcuno a rigettare a priori la sua teoria.
Ma come in ogni medaglia - proseguì il Nostro - c’è anche l’altra faccia, che poi è quella
del calcolo delle probabilità, cui le accennavo
all’inizio. Quali sono, mio caro Charles, le sue
conoscenze in merito?» gli chiese a bruciapelo.
«Poco o niente, professore...» gemé il Darwin.
«Bene... cioè male» osservò severo Sierpinskij.
«Comunque... nulla di irreparabile: cercherò
di spiegarle i concetti del Calcolo a mano a
mano che svolgerò le mie considerazioni» lo
rinfrancò. «Cominciamo quindi a preparare
il terreno con un esempio: un nostro amico un
certo giorno ci dice: ‘Mi è successo un fatto
incredibile: ho lanciato trenta volte una moneta ed è uscita sempre testa! Ho pensato che
la moneta avesse testa sui due lati o che fosse massimamente sbilanciata. Ho controllato:
la moneta aveva una testa e una croce; ed era
regolare. È davvero incredibile!’. Orbene, lei,
Darwin, crederebbe a questo amico?» lo interrogò il Nostro. «Beh... se fosse uomo dabbene,
di provata probità... - cominciò questi - sì, gli
crederei. Il fatto, comunque, resterebbe sempre
straordinario» concluse.
«Anche se posso in parte essere d’accordo con lei, vista l’ipotizzata onestà dell’amico - osservò il Nostro - io
ritengo farebbe molto male a credergli. Ragioniamo: se
la moneta fosse effettivamente equilibrata, la probabilità
che su un lancio esca testa sarebbe pari a 0.5. Che escano due teste in due lanci allora questa sarà, per l’indipendenza dei lanci, pari a 0.5 ⋅ 0.5 = 0.5 2 = 0.25 . E così via.
Quindi, la probabilità di ottenere N teste in N lanci sarà:
Pr( N testesu N lanci ) = 0.5 ⋅ 0.5 ⋅ 0.5 ⋅ 0.5 ⋅ 0.5... = 0.5 N . Sicché, la probabilità che escano 30 teste in 30 lanci varrà
0.5 30 = 9.313225746 ⋅ 10 −10 , ovvero qualcosa come una su
mille miliardi.
Decisamente, l’amico o sta mentendo o crede (erroneamente) che siano uscite di fila 30 teste. Diciamo che se lo è
sognato» tagliò corto.
Darwin non perdeva una parola di quello che Sierpinskij
stava dicendo.
invece in progressione aritmetica. Al proposito, Johnathan Swift suggerì
nel suo ‘A modest proposal’ di destinare alle macellerie i bambini paffuti e
grassottelli. In questo modo, sosteneva, si otterrebbero due effetti virtuosi:
da una parte diminuire le bocche da sfamare; dall’altra aumentare la
disponibilità di cibo. Per motivi difficili da spiegare, l’idea di Swift non
ha mai trovato applicazione. Poi, non lamentiamoci se le cose vanno male.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Michelangelo, particolare della Creazione di Adamo
«Applichiamo ora il ragionamento visto alla sua teoria
- proseguì con calma il Nostro - e prendiamo un volontario della sua Londra, mister George Brown. George Brown,
come noi tutti, ha avuto un padre, un nonno, un bisnonno, un
trisavolo, e tutta la serie di arcavoli che lo hanno preceduto.
Egli, poi, è di sesso maschile, come si deduce dal nome di
battesimo.
Orbene, quando suo padre e sua madre lo generarono, qual
era la probabilità che egli risultasse poi di sesso maschile?
Stando alle statistiche, un poco più del 50%.
Ora, ponendo per semplicità questa probabilità pari al 50%
(0.50), lo stesso ragionamento possiamo farlo per il padre di
George Brown. Ma anche per il nonno... per il bisnonno... e
così via.
Abbiamo quindi una catena tipo quella prima vista per i
lanci della moneta:
0.5 (George Brown) x 0.5 (padre) x 0.5 (nonno) x 0.5 (bisnonno) x ... 0.5 (arcavolo i-esimo)... x ecc. ecc. , sino al
primo Brown che, peccando dietro una siepe con la sua compagna, ha dato origine alla ‘catena’.
Facendo partire l’apparizione di questo progenitore a
100.000 anni da oggi, e ipotizzando tre generazioni a secolo,
fanno tremila generazioni, ovvero tremila mister Brown che
si sono passati nel tempo il testimone.
Andando a fare i conti, e tenendo bene a mente il calcolo prima fatto per i lanci della moneta, la probabilità della
catena di tremila maschi il cui ultimo discendente è George
3000
, ovvero in pratica a zero.
Brown è quindi pari a 0 .5
In definitiva, l’evento appare non solo improbabile, ma assolutamente impossibile. È quindi razionale concludere che
George Brown... non esiste.
Questo stesso discorso, evidentemente, possiamo farlo per
ciascuno di noi, maschio o femmina che si sia. Morale della favola: alla domanda “Esistiamo?” possiamo rispondere
con un bel “No!”, granitico ed incontrovertibile.
Tuttavia, siamo ben coscienti di esistere. E allora, come
mai questa esistenza, da noi inequivocabilmente percepita,
si trova a venir negata da un puro ragionamento deduttivo,
di verità incontrovertibile? Evidentemente perché l’ipotesi
di partenza è sbagliata: N è troppo grande».
«Di conseguenza - concluse Sierpinskij - il Creazionismo,
ponendo temporalmente più vicina a noi la data di comparsa dell’uomo sulla terra, e quindi sottendendo un N minore,
appare più plausibile della sua teoria dell’Evoluzione; e tra i
diversi creazionismi, quello che afferma che il mondo è stato
creato un’ora fa, noi compresi con tutti i nostri ricordi, è
quello che – razionalmente – appare il più convincente di
tutti».7
Detto questo, il Nostro si accese un sigaro, aspettando domande dal Darwin.
Purtroppo, non è dato a sapere cosa questi obiettò, e nemmeno se obiezioni vi furono.
Quello che registrano le cronache è che l’inglese fu visto
ripartire il pomeriggio dalla stazione di Berlino, né ebbe più
la ventura di incontrarsi ancora con Sierpinskij.
7 “Supponiamo che il mondo sia stato creato un’ora fa. Tutti i ricordi
e le altre tracce degli eventi ‘precedenti’ della nostra vita sono stati
ugualmente creati un’ora fa per uno scherzo personale del Creatore.
Come fate a dimostrare che non è vero?”. Questo problema fu proposto
da Bertrand Russell nel 1921 (Nota: riteniamo utile raccomandare a tutti
coloro che protesteranno per l’incongruenza delle date, magari sulla base
del trascurabile fatto che nel 1921 Darwin era già morto, di evitare di
rompere le scatole, ora e nel seguito).
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
49. L’Inesistenza dell’Etere
T
ra i tanti giovani che chiedevano talora di
incontrarlo, uno era particolarmente caro al
Sierpinskij. Si trattava di un ragazzo di Ulm,
certo Albert Einstein,1 laureatosi in fisica e
da qualche tempo impiegato all’ufficio brevetti di Berna. Il loro primo incontro non fu dei migliori (per
l’Einstein, intendiamo). Il giovane Albert, avendo elaborato
una complessa teoria per il trattamento statistico dei sistemi,
dopo uno scambio di lettere si era recato a Berlino per esporla al Sierpinskij ed avere da lui un parere.
Terminati i consueti convenevoli, l’Einstein, usando l’ampia lavagna dello studio del Nostro, espose a questi la sua
teoria. E alla fine, deposto il gessetto accanto alla cimosa, si
sedette aspettandone i commenti. Il Sierpinskij rimase molto
colpito dalla “lezione” di Albert. Il giovane era stato chiaro,
1 Albert Einstein, nato ad Ulm il 1879 e morto a Princeton il 1955.
Difficile parlarne. Quest’uomo è stato davvero un punto singolare nella
storia della nostra specie, sia per quel che riguarda la scienza, sia per
quel che concerne la filosofia. “Albert Einstein, scienziato e filosofo” si
intitola appunto una raccolta di lavori in suo onore, dove compare anche
una sua autobiografia scientifica. Difficile parlarne, si diceva. E questo
perché il suo contributo alla conoscenza è stato così ampio e determinante
che, letteralmente, non si sa da dove cominciare volendolo descrivere.
Ma non possiamo esimerci dal farlo, sia pur sommariamente. Sicché,
partiamo dall’inizio. Ancor giovinetto, fresco di studi (si laureò nel 1900),
ritrovò da sé, non avendone avuto notizia, i risultati ottenuti da Boltzmann
e da Gibbs nella teoria cinetico-molecolare della termodinamica e nella
meccanica statistica. Concepire tali ardui concetti, sistematizzandoli per
giunta, non poteva non testimoniare che il cervello del giovane era davvero
fuori dell’ordinario. Anche se la produzione scientifica di Einstein si fosse
limitata solo a questo, il suo nome avrebbe dovuto essere inciso comunque
a lettere d’oro negli annali della scienza.
Tutti i suoi lavori hanno lasciato profonda traccia. Per citarne solo alcuni
tra i più importanti, a lui dobbiamo: la prova dell’esistenza delle molecole
(lavoro sul moto browniano); la dimostrazione della natura quantistica dei
fenomeni (lavoro sull’effetto fotoelettrico); un nuovo concetto di tempo
e di spazio (Relatività ristretta); l’equivalenza massa-energia (la sua nota
formula: E=mc2); la rappresentazione geometrica della gravità (Relatività
generale); il principio del laser (lavoro sull’emissione stimolata); la
statistica dei bosoni (statistica di Bose-Einstein).
Pur essendone nei fatti il padre, Einstein considerò sempre la meccanica
quantistica come una descrizione provvisoria dei fenomeni (tuttavia,
questo suo punto di vista, che lo vide spesso in polemica con Bohr e la sua
scuola, non sembra oggi corretto alla luce dei risultati di esperimenti basati
sul teorema di John Bell).
Negli ultimi anni della sua vita tentò di realizzare una Teoria Unificata delle
forze della natura. Queste sue ricerche non ebbero successo (il problema
non facile, che è ancora alla base dell’unificazione, è mettere d’accordo la
meccanica quantistica, intrinsecamente discreta, con la relatività generale,
di per sé continua). Questo campo di ricerca, dopo essere stato un poco
trascurato, è ritornato da qualche decennio all’attenzione dei fisici.
94
sintetico, financo un poco ironico in certi punti. Dimostrava
una maturità inconsueta per i suoi anni. E questa sua teoria,
peraltro, era assai complessa e ben articolata. Purtroppo (c’è
spesso un ”purtroppo”) essa non costituiva una novità.
«Caro Einstein - prese a dire il Sierpinskij - sono davvero
colpito da quanto ella mi ha testé presentato. Lei ha un nome
singolare: traducendolo letteralmente, significa ‘Una pietra’. Ebbene, parafrasando il Vangelo, se mi è concesso, non
sarei stupito se un giorno questa pietra fosse una di quelle
alla base della fisica. È un augurio che le rivolgo, naturalmente. E lo faccio perché il suo cervello, ragazzo mio, mostra di essere di prim’ordine. La sua teoria è davvero seducente, e assai complessa: tuttavia, già altri l’hanno esposta.
In particolare, intendo riferirmi al prof. Gibbs.2 Mi duole
doverle dire che la meccanica statistica è già stata da lui
compiutamente formulata anni or sono. L’ha pubblicata su
una rivista americana; e questo probabilmente spiega come
mai lei non ne abbia avuto notizia». Einstein restò allibito.
«Mi sembrava troppo bello...»3 disse con un fil di voce. «Coraggio, ragazzo mio - lo rincuorò il Nostro - capita a tutti, è
successo anche a me, tante volte. L’importante, però, è che
succeda. In fondo, pensare indipendentemente da altri cose
notevoli ci fornisce una misura del nostro valore: che altri le
abbiano già pensate, mi creda, è marginale».
«Grazie, Maestro» rispose mestamente Albert. «Lei è molto generoso ed anche, se posso permettermi, affettuoso nei
miei confronti. Comprendo quanto sia vero ciò che lei mi
dice. Solo che ora, non lo nascondo, il mio morale è proprio
a terra». «Diamine!» esclamò il Sierpinskij. «Questo è un
successo, non certo un fallimento: lo ricordi sempre. Ma,
tornando ai suoi studi, mi parli delle altre idee che senza
dubbio sta sviluppando».
«Non vorrei approfittare, professore, incomodandola ulteriormente» osservò il giovane. «Incomodarmi? Sta scherzando?» replicò il Nostro, sorridendogli. «Lei per me, Albert,
è una boccata d’aria. Mi racconti, mi racconti».
2 Si tratta di Josiah Willard Gibbs. Una sua gustosa frase è ricordata da
J.D. Barrow: ‘Un matematico può dire quello che gli pare, ma un fisico
dev’essere almeno parzialmente sano di mente’ (citato da J.D. Barrow in:
“Da zero a infinito, la grande storia del nulla”, Mondadori, 2001).
3 “Non conoscendo le precedenti ricerche di Boltzmann e Gibbs, che
avevano già esaurito l’argomento, sviluppai la meccanica statistica e la
teoria cinetico-molecolare della termodinamica che si basava su di essa”
(A. Einstein, ‘Note autobiografiche’, in “Albert Einstein, scienziato e
filosofo” a cura di Paul A. Schilpp, pag. 25, ed. Boringhieri, Torino, 1958).
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
«Invero, sto da tempo meditando sul moto browniano: se si
riuscisse a descrivere bene il fenomeno io credo si potrebbe
mettere in evidenza l’esistenza delle molecole. Il movimento
delle particelle in sospensione è una sorta di moto perpetuo. A mio parere, esso non può che riflettere il movimento delle molecole del liquido che, urtando continuamente le
particelle, così lo determinano». «Francamente - gli disse il
Sierpinskij - io non credo molto all’esistenza delle molecole;
tuttavia, se mai lei riuscisse a descrivere il moto browniano,
sarei pronto a convertirmi». «Ma quale approccio seguire,
professore?» lo interrogò Einstein. «E lei me lo chiede? Mi
meraviglio!» rispose con studiata enfasi il Sierpinskij. «Applichi al moto browniano la Meccanica Statistica di cui mi
ha appena parlato e poi vedremo».
«In effetti, ha ragione professore: non ci avevo pensato»
assentì Einstein.
«Ora, mi racconti di altri suoi interessi» lo incoraggiò il
Nostro. «È un piacere conversare con lei, ragazzo mio».
«E per me è un privilegio, professore» precisò Einstein.
«Un altro fatto che mi ha colpito - proseguì - è che non si
riesca a mettere in evidenza la presenza dell’Etere. L’esperimento di Michelson, ormai ultraverificato, mi ha lasciato
assai interdetto: dell’Etere nessuna traccia. Eppure, i livelli
di precisione delle misure raggiunti sono tra i più elevati. Se
l’Etere non esiste, io credo bisognerà rivisitare molti concetti, quello di ‘tempo’ ad esempio. Secondo lei, l’Etere c’è
o no?» concluse.
«Ho riflettuto molto sulla cosa, perché di certo i risultati
di Michelson appaiono ben strani» prese a dire il Sierpinskij.
«Vuole una risposta rigorosa, il che implicherebbe almeno
un paio d’ore, o una risposta spiritosa che comunque giunge
alle stesse conclusioni?».
«Vada per la risposta spiritosa, professore» sorrise divertito l’Einstein. «Per come mi sento adesso servirà anche da
terapia».
«Molto bene» riprese Sierpinskij. «Se l’Etere permeasse
tutto il mondo esistente, cosa avverrebbe, Albert?» gli domandò. «Non so dirle, professore...» fece titubante Einstein.
«Nei fatti, sono qua a chiederglielo». «Eppure, ragazzo mio,
è semplice» gli disse di rimando Sierpinskij. «Se l’Etere fosse in ogni dove, noi saremmo tutti... perennemente anestetizzati, completamente incoscienti. Ma siccome siamo coscienti, e siamo anche coscienti di questo nostro essere coscienti,
ciò significa che l’Etere non permea ogni cosa. E poiché
basta pochissimo etere per dare gli effetti che sappiamo, con
grande probabilità l’Etere non esiste. Esso è quindi un’ipotesi non necessaria, di cui bisogna fare a meno. Ogni teoria
includente l’Etere è quindi verosimilmente fallace» concluse
trionfante. A questo suo dire, l’Einstein prese a ridere di gusto. «Me lo ricorderò, professore» gli disse continuando a
ridacchiare. «Questa è la più bella lezione di fisica che mi sia
mai capitato di ascoltare». «Comunque - proseguì il Sierpinskij - parlando ora seriamente: visto che l’Etere non c’è,
altrimenti Michelson l’avrebbe messo in evidenza, quali conseguenze se ne debbono trarre? Lei mi parlava di rivisitare il
concetto di tempo: per quale ragione?» gli chiese. «Ha a che
fare con le equazioni di Maxwell. Ma sarebbe un po’ lungo a
spiegarsi, professore. E purtroppo, tra poco debbo prendere
il treno per tornare a Berna. Sa com’è... il servizio...» rispose
spiaciuto il giovane. «Bene - fece il Nostro, apprestandosi a
congedarlo - ci sarà altra occasione. Insista, Einstein. Farsi
strada non è facile. Ma lei ha delle buone idee e un cervello
idoneo per svilupparle. Solo, non si faccia scoraggiare dagli
insuccessi e dalle inevitabili difficoltà: sono un banale rumore di fondo della vita».
E mentre si stringevano la mano, Einstein lo guardò fisso
negli occhi e gli disse «Grazie, professore, grazie per il suo
incoraggiamento: non mi capita spesso».4
Molti anni dopo, Albert Einstein scrisse da Princeton una
lunga lettera al Sierpinskij, inviandogli anche alcuni estratti
di suoi lavori, con dedica. «Come vede, professore, i suoi
consigli mi sono stati molto utili» gli diceva. «Non è che ne
ha altri per un ricercatore ormai non più tanto giovane?».
Sierpinskij gli rispose con una cartolina, che fu poi religiosamente conservata per il resto della vita dal destinatario. In
essa il Nostro diceva soltanto: «Caro Einstein, in effetti un
consiglio da darle l’avrei. E basta! Lasci trovare qualcosa
anche ad altri!».
In serata, solo nello studio, il Sierpinskij prese a riflettere
sull’incontro avuto con l’Einstein: «Che bravo giovane» si
disse. «Averlo con me a Berlino...». Poi, ad un certo punto,
cominciò a sghignazzare: «Forse avrei dovuto raccontarglielo... ma come avrei potuto?». E mentre la risarella continuava a scuoterlo, ripensò a quando aveva dovuto gettare
nel cestino della carta straccia una sua ponderosa memoria
di circa 300 pagine, intitolata “Principi di Meccanica Statistica”, dopo aver letto in una rivista canadese una lunga
monografia a firma di un certo Gibbs, che illustrava in forma
più chiara e più completa gli stessi concetti contenuti nel suo
lavoro.
4 In effetti, non sembra che egli fosse molto considerato all’Ufficio
Brevetti di Berna. Si narra che quando nel 1909 informò il suo capo che
avrebbe rinunciato all’impiego poiché l’università di Zurigo lo aveva
chiamato a ricoprire la cattedra di Fisica Teorica, questi gli gridò: «Herr
Einstein, non fate scherzi stupidi; nessuno potrebbe credere ad una simile
assurdità». D’altra parte, per ogni incredulo c’è sempre qualcuno che
ha fede. Quando si presentò anni prima ad un colloquio con il direttore
dell’Ufficio Brevetti di Berna (grazie ad una segnalazione del suo amico
Grossman), questi gli chiese: «Herr Einstein, che cosa sa lei dei brevetti?».
«Niente» rispose candidamente il Nostro. Ora, invece di congedarlo –
come sarebbe stato ragionevole – quel tal direttore prese con lui a discutere
di argomenti scientifici e tecnici. E alla fine del colloquio lo assunse come
capufficio, con uno stipendio di 3.000 franchi all’anno che, per l’epoca,
era davvero una ‘bella sommetta’, come direbbe il nostro grande Mike
Bongiorno (rif. A. Bertin, “Einstein: la vita, il pensiero, i testi esemplari”,
Sansoni, 1971).
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
50. Pauli e Fiondiskij: attenti a quei due
S
u suggerimento del Bohr, come pure di altri
eminenti fisici dell’epoca, si recò a Berlino
per passarvi un periodo di studio con il Sierpinskij un certo Wolfgang Pauli.1 Costui era
stato caldamente raccomandato al Nostro anche da un suo grande amico, Arnold Sommerfeld, che seguiva il giovane praticamente da sempre.2
Era il Pauli un ragazzo assai simpatico, leggermente
grassottello come spesso lo sono alcuni austriaci. Ma, decisamente, egli non era una persona normale. Dopo averci
parlato un paio d’ore, il Sierpinskij gli disse: «Caro Wolfgang, poche volte mi sono trovato in imbarazzo, come ora
mi trovo con lei». «Non sono all’altezza, professore?» chiese
preoccupato lui. «No, per carità!» gli rispose sorridendo il
Sierpinskij. «Lei va benissimo: sono io che non sono alla
sua altezza». «Mi sta prendendo in giro, forse?» fece il Pauli
un poco confuso. «Mai stato più serio di adesso» precisò il
Nostro. «Lei è un distillato di eccellenza, mio caro. Prevedo
che la fisica le dovrà molto in futuro. La sua giovane età contrasta con la maturità che lei ha raggiunto. Io sono ben felice
di averla qui con me, anzi ne sono onorato. Solo, mi chiedo,
in quale modo potrò giovarle. Dovrò pensarci attentamente,
caro Wolfgang, e non sarà compito semplice». Pauli rimase in silenzio, decisamente preso alla sprovvista. «Non sta
scherzando, allora?» disse con un fil di voce. «Amico mio
- gli rispose in tono deciso il Sierpinskij - su queste cose io
non scherzo mai. E poi, non prendiamoci in giro: lei è ben
cosciente di essere una persona eccezionale. Quello che io
le sto dicendo, e di questo può anche ringraziarmi in quanto
le sto dando una mia precisa valutazione, è che lei è un genio. Ammetterà - soggiunse poi - che non è facile prendersi
cura di un genio e sollecitarlo ad esprimere le sue qualità.
1 Si tratta di Wolfgang Ernst Pauli (Vienna, 1900; Zurigo, 1958), un
gigante della fisica, premio Nobel nel 1945. Pauli è stato uno dei padri
fondatori della meccanica quantistica. A lui si debbono tra l’altro il
Principio di Esclusione e l’ipotesi dell’esistenza del neutrino.
2 Genio davvero assai precoce, nel 1921 scrisse un trattato sulla
teoria della relatività, ancora oggi attuale. Nella prefazione dell’opera,
Sommerfeld, che ne era l’editore, sentì la necessità di garantire per lui,
data la sua giovane età: Sommerfeld... “come editore di questo volume
dell’Enciclopedia si assumeva la responsabilità della mia opera”,
scriverà Pauli nella prefazione all’edizione italiana del libro, “Teoria
della Relatività”, Boringhieri, 1958). Si osservi, incidentalmente, che si
è in presenza di un ulteriore fatto corroborante il carattere iettatorio dei
‘giubilei’: come avvenne per Einstein, Pauli morì proprio nell’anno in cui
scrisse la detta prefazione.
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Di geni ne ho conosciuti molti; però un genio in casa non
mi era mai capitato. Ma, ricordi sempre Wolfgang quello
che le dico: non è tutto rose e fiori. Lei ha anche una grandissima responsabilità morale verso la comunità scientifica:
quella di manifestare concretamente questo suo essere genio». Wolfgang, che non aveva perso una parola, si avvicinò
lentamente al Sierpinskij e gli chiese: «Posso abbracciarla,
professore?». «Perché no» gli rispose il Nostro. «Visto che
non c’è niente di meglio, se lei si accontenta...». Al che al
Pauli sfuggì una risata; e abbracciandolo gli sussurrò: «Grazie per le sue parole: cercherò di non deluderla». «Se vorrà
deludermi, caro Wolfgang, dovrà mettercela tutta» osservò
il Nostro. «Ma ora basta con gli abbracci, altrimenti sembrerà, come mi disse in una certa occasione Napoleone Bonaparte, che ci si voglia fidanzare. Mettiamoci al lavoro».
E detto questo cominciarono a parlare di fisica, in special
modo di alcune recenti idee che il Pauli stava cercando di
sviluppare. Mentre discutevano su un aspetto tecnico legato
ai livelli energetici dell’atomo di idrogeno, Wolfgang disse
al Sierpinskij: «Il professor Bohr mi ha detto che è stato lei
a suggerirgli di quantizzare le orbite elettroniche». «Macché - osservò il Nostro - io intendevo ben altro: è Niels che
è convinto della cosa, a tal punto che voleva farmi firmare
con lui l’articolo».3 «Eppure - proseguì Wolfgang - in molti
mi hanno raccontato di aver avuto da lei spunti importanti».
«Ha inteso male, ragazzo mio» ridacchiò il Sierpinskij. «Intendevano ‘spuntini’ in quanto, come avrà modo di rendersi
conto, la mia conoscenza dei ristoranti berlinesi è davvero
eccezionale. Sicché, affinché anche lei ne possa in futuro
parlare con qualche giovanotto di talento, mi pregio di invitarla a cena, ché s’è fatto un poco tardi». Pauli rise di gusto e
accettò volentieri. «Ma come fa alla sua età ad avere questo
spirito e questa energia, professore?» gli domandò. «Buona
salute, caro Wolfgang, solo buona salute, fisica e mentale»
rispose, come suo solito il Nostro. «Ha ragione, professore»
fece serio il Pauli. «E se la tenga stretta questa sua buona
salute, ché non si può mai sapere. Mi ricordo mio nonno:
mai avuto un raffreddore in vita sua. Poi, in una settimana
se n’è andato!». A questo dire, il Sierpinskij si sentì profondamente inquieto; e per calmarsi non esitò a mettere in atto
un rituale scaramantico piuttosto volgarotto, appreso a Roma
3 Si veda l’episodio ‘La quantizzazione delle orbite’, in questo stesso
volume.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
da un certo Ercole Proietti, il quale soleva praticarlo tutte le
volte che nella sua osteria entrava tal Aristide Zanotti, che
in Trastevere godeva fama di menagramo. «Andiamo, andiamo, altrimenti rischiamo di non trovare posto nel locale
dove voglio portarla» tagliò corto Sierpinskij, alzandosi. E
mentre si avviavano verso il ristorante “Vecchia Varsavia”,
pensò tra sé e sé: «Ma portasse jella?».4 Che in effetti questa
ipotesi fosse plausibile fu poi confermato da una forte febbre,
insortagli improvvisamente dopo qualche ora, che lo tenne a
letto per due settimane.
Quando si fu rimesso, il Nostro si riaffacciò in Facoltà.
Mentre stava entrando nella sua stanza, lo raggiunse l’Enzensberger. «Come sta, professore?» gli chiese premuroso.
«Un poco meglio, grazie. Ci sono novità?» domandò il Sierpinskij. «Molte, e non buone» rispose Noam. «Ha saputo
della biblioteca?» aggiunse. «No. Che è successo?» fece
allarmato il Nostro. «Nulla... nel senso che non è rimasto
nulla» riferì l’Enzensberger. «Un incendio, rapido e devastante» precisò poi. «Madonna santa!» esclamò il Nostro. «E
adesso come si fa? Poveri nostri libri! E che altro è successo?». «C’è stata un’esplosione nel laboratorio di chimica:
due ustionati gravi» principiò ad elencare il Noam. «Una
lavagna è caduta addosso ad uno studente del corso di algebra: trauma cranico. Un bidello della facoltà di filosofia è
ruzzolato per le scale; ed è ancora ricoverato. L’insegnante
di letteratura slava è stata travolta da una carrozza mentre stava venendo...». «Stop, stop» lo interruppe Sierpinskij.
«Ma che sta succedendo, Noam? Una sequenza come questa
è assolutamente improbabile!». «Veramente - rispose a voce
bassa l’Enzensberger - io un’ipotesi ce l’avrei». «E quale?»
chiese curioso il Nostro. «Vede, professore - riprese Noam,
sempre mantenendo lo stesso tono di voce - mentre lei era
ammalato, quel nuovo ricercatore... ». «Pauli?» interloquì
Sierpinskij. «Non lo nomini, professore!» implorò l’Enzensberger. «Dunque... egli... ha fatto amicizia con il Fiondiskij: praticamente stanno sempre insieme a discutere della
probabilità di eventi... improbabili, a carattere disastroso.
Mi capitò di sentirli parlare di incendi e, zac!, è successo il
fatto della biblioteca. Poi di incidenti, e sono accadute tutte le altre cose. Sono combinazioni, certamente, ma c’è da
inquietarsi. Non per allarmarla - proseguì - ma sono molto
contento di vederla in buona salute perché li ho sentiti parlare anche di lei durante la sua malattia...». A quel dire il
4 In effetti, Pauli qualcosa di strano addosso ce l’aveva. A tal punto che,
dai e dai, tra i fisici cominciò a circolare l’espressione ‘Effetto Pauli’. Con
questo si indicava l’irragionevole malfunzionamento di apparecchiature,
elettriche o meccaniche che fossero, che inevitabilmente si verificava
quando Wolfgang Pauli si trovava nel raggio di una ventina di chilometri.
Scrive al proposito Victor Weisskopf, che fu a lungo suo assistente: «C’è
poi il famoso ‘effetto Pauli’ che seguiva Pauli dovunque egli andasse. O
almeno così si dice. Si diceva che persino la sua presenza nella stessa città
poteva far fallire degli esperimenti. Una volta in cui Pauli era atteso in
un laboratorio a Milano, i fisici decisero di fargli una burla. Collegarono
una porta a dei fili elettrici così che, quando Pauli l’avesse aperta, si
udisse nel laboratorio una fragorosa esplosione. Essi fecero varie prove
per essere sicuri che funzionasse. Ma quando Pauli arrivò e aprì la porta,
non accadde nulla» (V. Weisskopf, “Le gioie della scoperta”, pag. 100,
Garzanti, 1992).
Sierpinskij non poté fare a meno di praticare il rituale del
Proietti, in dose doppia. «Permette che lo faccia anch’io,
professore?» gli chiese Noam, avendolo scorto intento
nell’operazione. «Faccia pure: è altamente consigliabile in
certe situazioni». E mentre praticava il rituale di scongiuro, l’Enzensberger proseguì: «L’uno diceva: ‘Ce la farà?’;
e l’altro replicava: ‘Certo che a quell’età può succedere di
tutto. Io glielo avevo detto!’. Mi creda, ho temuto per lei,
professore!».
Anche al Sierpinskij capitò un giorno, non visto, di ascoltare un dialogo tra il Pauli e il Fiondiskij. «La vedo assai
preoccupato, Janik» gli diceva Wolfgang. «In effetti così è,
professore» rispose lui. «Da tre settimane tutto mi sta andando incredibilmente bene. Sono sulle spine: che scherzo
starà preparandomi il Destino?». «Ha ragione, Maestro,
non ci avevo mai pensato!» osservò il Pauli. «Se tutto va
bene, è certo che prima o poi andrà male; e stando le cose
come stanno, sarà più prima che poi» concluse. «Non solo
- aggiunse Janik - ma sarà anche a caro prezzo, perché il
Destino presenterà un conto particolarmente oneroso onde
pareggiare la faccenda. Tutto si paga; e non c’è rimedio».
Inutile dire che il Nostro decise subito di allontanarsi a buon
passo; e mentre così faceva non poté fare a meno di riflettere
sul fatto che il Pauli avesse chiamato ‘Maestro’ il Fiondiskij.
«Siamo proprio ai massimi livelli» pensò. «Speriamo che
non facciano massa critica...».
Come dio volle, Wolfgang rientrò a Copenhagen.5 E d’incanto tutto tornò come prima: gli esperimenti andavano a
buon fine, i matracci non esplodevano più, la gente non inciampava rovinosamente, le carrozze non travolgevano gli
insegnanti, le lavagne non schiacciavano inoffensivi studenti: financo i bidelli smisero di ruzzolare per le scale.
«Evidentemente - disse Sierpinskij all’Enzensberger - da
solo Janik non ha abbastanza potenza». «Speriamolo» fece
Noam. «Io, comunque, con il suo permesso, vorrei procedere
ancora a praticare il rituale che le insegnò quel tal Ercole
Proietti, di cui ella mi parlò più volte». «È un’ottima idea»
osservò il Nostro. Si narra che quella volta, nel corso del rito
propiziatorio, l’Enzensberger fu udito mormorare «Terque,
quaterque...».
Comunque, in tutte le cose che avvengono c’è sempre del
buono. E in questo caso va detto che proprio per via della
catena dei nefasti eventi che accaddero in quel periodo all’università di Berlino, il Ministero degli Interni diede avvio al
primo nucleo di quello che poi divenne il Servizio di Protezione Civile di Germania.
5 Certamente, col tempo Pauli deve essersi reso conto di qualcosa. Non
a caso, infatti, poi collaborò per decenni con C.G. Jung allo studio del
problema della ‘sincronicità’, ovvero del contemporaneo presentarsi
di eventi, tra loro strettamente collegati, ma non in modo causale. Le
‘coincidenze’, per intenderci, tipo parlare di una persona che non si vede
da tempo e poi trovarsela lì a breve davanti. Comunque, a nostro parere,
appare arduo ridurre l’ampio materiale sperimentale raccolto sull’effetto
Pauli ad una mera serie di coincidenze.
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
51. Sierpinskij e il pazzo
D
urante la calda estate romana il Sierpinskij
amava recarsi tutti i mercoledì al mare, in
particolar modo sul litorale prospicente la
Città Eterna, un luogo che, narra la leggenda, fu scoperto da un gruppo di turisti
veneti che, estasiati di fronte a tanta beltà esclamarono stupiti
«Ostia!!». Lungo i ventuno chilometri che separano Roma
dalla città balneare il Nostro fece una sosta prandiale, stimolato in questo dalla calura di agosto. Assiso su un sasso il
Sierpinskij stava baloccandosi nella sua lettura preferita, “Il
lustro enigmistico”, un’agile pubblicazione quinquennale in
55 tomi riguardante sciarade, rebus, cruciverba e tutto quanto
necessiti la nostra pulsione a mortificarsi di fronte all’umana ignoranza, ed ecco apparire all’orizzonte un uomo vestito
assai stranamente, con una lunga tunica e una corona di alloro in testa. «Miserere di me - disse al Sierpinskij lo strano
tipo - qual che tu sia, od omo od omo certo». Ritenendo che
fosse scappato dal vicino manicomio circondariale di Casal
de’ Pazzi, non gli diede tanto credito; però, notando il suo
aspetto emaciato, il Nostro gli offrì della lonza che gli aveva
regalato il Proietti.
Sfamatosi alquanto, lo strano tipo chiese al Sierpinskij se
per caso non avesse visto la sua cagna Beatrice, una lupa
“agile e presta molto”, alla quale si professava particolarmente affezionato. «No, non mi sembra di aver visto alcuna
cagna; però lungo il tragitto ho scorto alcune meretrici; magari puoi chiedere a loro, forse sanno dirti qualcosa». «Ahi
serva Italia, di dolore ostello - inveì in uno strano accento
toscano il viandante solitario - nave sanza nocchiero in gran
tempesta, non donna di provincia ma bordello!!!».
A questo punto il Sierpinskij ebbe un fremito di inquietudine, un misto di paura e pena per lo strano interlocutore che
aveva incontrato. Pensando che fosse un agente delle tasse
camuffato1 il Nostro ritenne cosa saggia simulare un’altra
identità, cosa che del resto gli riusciva assai bene. Cominciò,
quindi, a biascicare qualcosa in un dialetto dell’oltrepò pavese, che imparò a suo tempo da un bucolico contadino di Portogruaro, tale Virgilio d’Enea, noto frequentatore di postriboli e necrofilo praticante. «Mi son un gran fio de troia, ghe
1 Ricordiamo che il Sierpinskij ha avuto in corso una causa per evasione
fiscale che si è protratta per anni, fino a cadere in prescrizione in seguito
alla recente sanatoria del governo Prodi che, cercando fondi per una
manovrina fiscale decise di fare, citando - ironia della sorte - proprio il
Sierpinskij, pari e patta.
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penso che ti debba andar all’Inferno», disse il Sierpinskij per
intimorire lo strano tipo, scimmiottando penosamente un dialetto lombardo, retaggio di frequentazioni intrise di fumo ed
esalazioni di alcol che affioravano dalla Taverna Ugolina. 2
«Grazie amico mio, e non de la Ventura»3 sentenziò sibillino quello strano personaggio. «Mi hai dato una traccia che
avrò agio di seguire molto volentieri. Questo era proprio ciò
di cui abbisognavo». Detto questo sparì in una selva oscura.
Le cronache attuali, in sorprendente analogia con quelle
dell’epoca, narrano che in località Infernetto, per l’appunto
nei pressi ove questo episodio ebbe luogo, sovente si vede
vagare uno strano personaggio, di corporatura robusta, che,
chino sotto il peso della scienza, va biascicando frasi sconnesse, citando Wittgenstein, Popper e il Gòlgota nella vana
speranza di trovare anch’egli una traccia buona.
2 Squallido locale ove il Sierpinskij amava recarsi con il d’Enea a
gozzovigliare e fare pantagruelici bagordi. In seguito ad un violento
alterco con un malavitoso del posto, tale Filippo Argenti, gli fu recapitata
un’ordinanza del sindaco di Portogruaro ove si ingiungeva di allontanarsi.
Di questo fuggevole periodo rimangono solo brevi tracce nei suoi diari, ma
in uno scritto apocrifo, a lui successivamente attribuito, il “De fellationis
natura iuxta propria principia” si legge: “Con il Virgilio ci davamo ai
baccanali più sfrenati, tracimando vizio in tutti i suoi appalesamenti. In
vero era abilissima complice, musa aspiratrice dei nostri peccati, la giovane
proprietaria dell’osteria Ada Succhia la Ceppa le cui evidenti nobili origini
si riflettevano nella nobile arte di cui ella era magistrale interprete”.
3 Chiara allusione alla soubrette Simona Ventura che di lì a 170 anni farà
molto successo in televisione, apparecchio che, comunque, doveva ancora
essere inventato (vedi “Il Sierpinskij e la realtà catodica”, vol. XXVII, pp.
12.305-57.000, ed. Bignami, Firenze 1849.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
52. Il cieco in una stanza
Da poco entrati i bersaglieri a Porta Pia, Taddeus Sierpinskij, divenuto in seguito alle accese ramanzine del vescovo Vladimir Locatoskji1 fervente sostenitore della curia
papale, fu costretto a scappare dalla città per evitare le persecuzioni sabaude. Tramite la conoscenza del segretario della sezione ligure del Totany Club, tale Antonio De Fecato2,
riuscì a farsi ospitare presso la casa di cura Beata Vergine
del Carmelo di Rapallo, gestita, sin da quei tempi dai signori
Paoli. Fu questo per il Nostro un periodo breve ma amaro,
pregno di profonde riflessioni sulle caducità umane poiché in
breve tempo gli si parò incontro un autentico campionario di
miserie. Fra tutti gli ospiti della casa di cura il Sierpinskij rimase colpito da un anziano tenore, Luciano Panzerotti, cieco
dalla nascita. Con il Panzerotti il Sierpinskij amava dilettarsi
in profonde disquisizioni sull’etica del canto; e da questi il
nostro mutuò la sua passione per la musica lirica.
Il vecchio tenore soffriva assai per i suoi problemi vescicali; e non avendo grande capacità di sopportazione dei
malanni fisici si abbatteva facilmente. Ma bastava un niente
per farlo riprendere d’animo. Il Sierpinskij si commosse sino
alle lacrime quando egli, dopo aver avuto giovamento da una
tisana rinfrescante preparatagli dalla signora Paoli, improvvisò un canto struggente: “Malva, solo per te la mia canzone
vola...”: queste le gioiose parole che il Panzerotti quasi gridava su una melodia in tonalità maggiore, davvero toccante.
Un giorno il Sierpinskij accompagnò il suo anziano amico
da un famoso dottore a Genova in quanto l’enuresi notturna
di cui soffriva il Panzerotti era sempre più fonte di innumerevoli disagi, tanto che una sera, in un momento di sconforto fu
sentito cantare «... all’alba piscerò, piscerò, piiisceerooooò».
Il dottore era un tipo molto schivo, di poche parole, tanto
che dopo una visita sommaria lo liquidò scrivendo la seguente ricetta medica: in caso di perdite importanti, inserire del
siero, altrimenti peggio per lui. Usciti dallo studio del dottore il Sierpinskij notò alcuni giovani che prendevano a calci
una palla di pezza e chiese all’amico di quale strano gioco si
trattasse. «Mode del momento» glissò il Panzerotti. «Quando
Nipote del cardinal Lokatoskji, mentore del Nostro
regnante Pio VII.
1 2 Architetto romano. Di lui si ricordano pregevoli studi quali: “Il ponte
sullo stretto di Messina: un’opera imminente”, Bulzoni, Pampeago,
1855; “Opere sicure: il Vajont”, Il Mulino, Poggibonsi, 1861; “Il Belice e
l’Irpinia: due esempi di pianificazione antisismica”, Sansoni, Portogruaro,
1847.
mai prendere a calci una palla nel Regno d’Italia avrà successo? Vedrai, credi a me figliolo, tra vent’anni giocheranno
tutti alla pallacorda o a ruzzola. Questi si che sono sport
maschi!!!».
Sarà, ma al nostro quel gioco strano affascinava assai.
Guardando fisso un ragazzo che palleggiava, ebbe come una
sensazione di vertigine, vide l’immagine del giovane sfumarsi prima, e poi ricostruirsi con delle sembianze differenti. Di
questo episodio non vi è traccia nei suoi diari né nelle sue
opere; tuttavia annotiamo un curioso episodio che è stato riportato dalla Gazzetta dello Sport. Durante i recenti mondiali
di calcio, il commissario tecnico della nazionale Cesare Maldini, assediato dai giornalisti bramosi di sapere quale fosse la
formazione che avrebbe schierato, venne alle mani con uno
di loro. Accorsero molte persone per dividerli e, quando le
acque si calmarono, Aldo Biscardi, presente al deprecabile
episodio, raccattò per terra un bigliettino sgualcito, appena
leggibile. Gettato uno sguardo distratto sul pezzo di carta, il
Biscardi trasecolò. Solo lui avrebbe avuto la soluzione del
rebus che in quei giorni angosciava milioni di Italiani: sul
foglio lesse In caso di partite importanti inserire Del Piero,
altrimenti Baggio per lui. Sappiamo tutti come andò a finire
quel mondiale e ciò getta una luce sinistra sulle capacità di
certi giornalisti e sull’attendibilità degli organi di stampa in
generale.
Gli ultimi giorni del suo soggiorno a Rapallo furono molto
tristi per il Sierpinskij in quanto si spense, alla veneranda
età di 132 anni, il Panzerotti. Il Nostro, per omaggiarne la
memoria, volle scrivere un requiem in onore del suo illustre
amico (che, cieco e morente, trascorse le ultime settimane di
vita chiuso nella sua camera). Di questo brano non è rimasta copia; tuttavia, annota il Sierpinskij nei suoi diari: «Era,
invero una canzone assai banale che, per verecondia, non
ebbi il coraggio di concludere. Già il titolo, ‘Il cieco in una
stanza’, era triste di per sé; e poi... le parole: come avrebbe
mai potuto credere la gente che a Rapallo esistessero stanze
senza pareti! Feci omaggio del manoscritto ai signori Paoli
che mi avevano tanto amorevolmente ospitato presso la loro
struttura di ricovero, pregandoli di usarlo come combustibile per il prossimo inverno. Fiducioso che tale richiesta sarebbe stata gioiosamente accolta, mi accomiatai da loro e mi
diressi in Francia».
99
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
53. Kolmogorov e Smirnov
T
addeus Sierpinskij, giovane ufficiale dell’esercito di Napoleone, avendo paura dei
pericoli ai quali sarebbe andato incontro,
decise di disertare, scappando nella steppa
russa dove possedeva una modesta isba sulle sponde della Beresina. In quel posto dimenticato da Dio,
pensava, avrebbe trascorso in tranquillità gli anni della guerra. Sfortunatamente, Dio aveva la memoria lunga e fu così
che proprio in quel punto, ove la Beresina era più stretta, Napoleone decise di attraversare il fiume durante la sua tragica
ritirata. Il Sierpinskij fu così catturato dal sopraggiungente
esercito russo e internato nel campo di prigionia di Dniepropetrovsk. Qui fece la conoscenza di colui che poi passò alla
storia come il grande teorico dei flussi di fortuna, l’ungherese Tamas Deretany, con il quale scrisse l’opera, ormai famosissima, “La legge di Coulomb”. In questa fase della sua
vita, tuttavia, particolare importanza rivestirono due caporali
dell’esercito russo addetti alla distribuzione delle vettovaglie, Vassilj Kolmogorov e Igor Smirnov,1 i quali, dovendo
passare di grado, avevano la necessità di sostenere un esame
di balistica che prevedeva, chiaramente, una solida base di
1 Per uno strano caso del destino, i due erano il nonno di Andrei Nicolaevic
Kolmogorov e il bisnonno di Vladimir Ivanovic Smirnov. Come i loro
avi, questi rampolli ebbero modo di lavorare insieme e inventarono un
test statistico epocale, oggi noto con il nome di: ’Test di Kolmogorov &
Smirnov’.
100
matematica. Il caso volle che l’unico esperto presente fosse
proprio il detenuto Taddeus Sierpinskij il quale cominciò a
dare loro ripetizioni di analisi e geometria. Kolmogorov e
Smirnov impararono in fretta, e bene; tuttavia, al concorso
non entrarono neanche in graduatoria perché la commissione
all’ultimo momento decise che titolo irrinunciabile sarebbe
stata la conoscenza, scritta e parlata, della lingua ungherese.
Indovinate chi vinse quel concorso? È quasi inutile farne il
nome. Il nostro amico Deretany (di lui stiamo ovviamente
parlando), finita la guerra si trasferì a Budapest, dove gli fu
affidata – grazie anche a velate pressioni dello zar - la cattedra di filosofia teoretica. Ebbe anche un consistente vitalizio
per i servigi prestati nell’artiglieria russa, pare di 150.000
fiorini all’anno; ma su queste futili banalità amiamo sorvolare per non ammorbare ulteriormente i nostri lettori. Kolmogorov e Smirnov, rimasti scottati da questa esperienza, decisero che essere addetti alla distribuzione delle vettovaglie
per tutta la vita non sarebbe stato un compito adatto alle loro
potenzialità: d’ora in avanti avrebbero fatto in modo di lavorare solo con gli alti ufficiali. Gli storiografi raccontano che
fu in questa occasione che Kolmogorov pronunciò l’ormai
storica frase: «Me ne frego delle distribuzioni, tanto lavoro
con i ranghi».2
2 M. Margius, “Vita di Taddeus Sierpinskij: una sintesi critica”, pp.
6.547, Persichelli & Persichelli, Milano, 1997.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Appendice I.
Personaggi, Luoghi, Approfondimenti,
Pettegolezzi
Backus Alan: logico-matematico, professore del Sierpinskij all’università di Parigi. In polemica col Nostro, abbandonò l’insegnamento dandosi all’agricoltura e alla ristorazione. Celebre il suo locale enogastronomico ‘Il Paradiso
dell’Induzione’, sito nella sua fattoria di Dresda. Sembra sia
stato uno dei primi a sviluppare colture rigorosamente biologiche. In questo fu assai facilitato dal fatto che i pesticidi non
erano stati ancora inventati.
Backus John W.: ricercatore presso l’IBM. Discendente
(nella nostra sceneggiata) di Alan Backus. Inventore del linguaggio di programmazione FORTRAN (acronimo di FORmula TRANslator). L’avvento di questo linguaggio artificiale, simil-umano, ha permesso a molti ricercatori di scrivere
direttamente i programmi di calcolo dei propri algoritmi,
senza particolari difficoltà (prima bisognava stenderli in linguaggio comprensibile dalla macchina, compito assai laborioso e noioso in quanto totalmente distante dal nostro modo
più sintetico di formulare pensieri). In sostanza, il ‘trucco’
sta nell’insegnare al calcolatore (mediante apposita procedura, che si realizza una volta per tutte) a leggere i programmi
stesi in un linguaggio a noi più congeniale e a tradurselo poi
in quello più ostico (per noi) proprio del calcolatore stesso. Il
lavoro di Backus e del suo gruppo ha prodotto davvero una
profonda rivoluzione. Di linguaggi ne sono poi stati inventati
una marea. La gran parte di questi è ad oggi gloriosamente
defunta. Il FORTRAN, invece, nonostante la sua veneranda
età, gode ancora di ottima salute e continua ad essere assai
usato in ambito scientifico. E con grande profitto, soprattutto
dai fisici.
Bell John Steward: fisico del CERN. Con un suo importante teorema gettò le basi per effettuare un esperimento cruciale atto a valutare se la meccanica quantistica fosse o meno
completa. Nei fatti, dai risultati ottenuti, contrariamente a
quanto Albert Einstein, Boris Podolsky e Nathan Rosen avevano sottilmente argomentato con un gedankenexperiment
(esperimento concettuale) in “Can Quantum-Mechanical
description of phisical reality be considered complete?”,
Phys. Rev. 47, 777-780 (1935), la descrizione della natura
fornita dalla meccanica quantistica sembra essere completa.
Vale la pena segnalare che una formulazione sostanziale, ma
non completamente corretta, dell’EPR (così viene in gergo
indicato il ragionamento sotteso dal gedankenexperiment,
dalle iniziali dei nomi dei suoi autori) fu pubblicata da Karl
Popper anni prima. Popper ebbe anche occasione di discu-
terne direttamente con Einstein. Piace ricordare che il buon
Karl dichiarò che Einstein era pervenuto alle sue stesse considerazioni, indipendentemente dal lavoro da lui prodotto, in
quanto non aveva avuto modo di conoscerlo. Pensando alle
tante squallide polemiche sulla priorità delle idee (basti per
tutte quella tra Newton e Leibniz a proposito del calcolo infinitesimale) questa posizione di Karl Popper non può che
fare piacere.
Bernoulli Jakob: matematico svizzero del XVII secolo.
Fondamentali i risultati da lui ottenuti in molti campi, in special modo nel Calcolo delle Probabilità. Ebbe rapporti assai
difficili con suo figlio Daniel, che lo accusò di essersi appropriato di una sua fondamentale equazione di idrodinamica.
Vero o falso che sia, fatto sta che il Jakob, come pure il Daniel sono dei giganti della matematica. Peraltro, altri membri
della famiglia si distinsero a tal punto nel campo che oggi in
matematica si parla dei ‘Bernoulli’.
Bernoulli Salvatore: figlio di Isaia Bernoulli, pronipote
di Jacob Bernoulli. Acquistò dal padre morente un quaderno
dello Jakob, dove veniva descritto dettagliatamente un gioco assai favorevole per il banco. Ne trasse grande vantaggio
trasformandolo in un’attrazione da Luna Park. Entrato in società con Noam Enzensberger, divenne uno degli uomini più
ricchi dell’epoca.
Bohr Niels Henrik David: è stato uno dei padri della fisica quantistica. Lavorò con Rutherford. Fondò poi a Copenhagen un Istituto di Fisica Teorica, all’interno del quale
crebbe una sua scuola (la scuola di Copenhagen, di cui fece
parte tra gli altri anche Werner Heisemberg, premio Nobel
per il principio di indeterminazione). George Gamow racconta nella sua ‘Biografia della Fisica’ che Bohr era straordinariamente lento nel comprendere le cose. Sarà pure: ma
una volta che Einstein, durante un congresso, gli pose una
difficilissima questione, lavorandoci sopra tutta la notte riuscì a confutare la sua sottile argomentazione con altrettanto
sottile ragionamento. Un poco strano doveva però esserlo:
a parte il suo patologico amore per il cinema, congiunto ad
una totale incapacità di seguire la trama dei film, sempre il
Gamow narra che una notte svegliò lui e Leon Rosenfeld (un
altro fisico) per comunicare loro di essere riuscito a trovare
il nome di una città che compariva nelle parole crociate con
cui si erano dilettati quella sera. Gli fu assegnato nel 1922 il
premio Nobel per la Fisica per il suo modello dell’atomo ad
orbite quantizzate. Sull’interpretazione da dare alla mecca101
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
nica quantistica, tra Bohr e Einstein ci fu sempre polemica.
Einstein la considerava, infatti, una rappresentazione provvisoria della natura, per via del suo carattere probabilistico. Al
proposito, nel 1926 gli scrisse una lettera in cui diceva: «Dio
non gioca a dadi!». Bohr gli rispose: «Non solo Dio gioca
a dadi, ma bara pure». Le recenti acquisizioni sperimentali
portano, come visto, a dare ragione a Bohr. Non è stato tuttavia ancora chiarito se Dio effettivamente bari (il Sant’Uffizio
sta ancora indagando al proposito, naturalmente sul Bohr).
Bonaparte Napoleone: militare di origini còrse (era nato
ad Ajaccio). Ebbe vita assai movimentata; e la movimentò
anche a molti altri. Più noto come fratello di Maria Paolina
Bonaparte, morì nell’isola di Sant’Elena, pare in seguito ad
un incidente stradale.
Bonaparte Maria Paolina: avvenente e procace sorella
del Napoleone. Ebbe con il Sierpinskij una lunga e complicata relazione. Sembra che a lei si riferisca l’aforisma del
Nostro: “Nell’amore non c’è niente di buono, tranne la carne” (Kurt Giravoltoski ha comunque mostrato che trattasi di
un ennesimo volgare plagio, essendo tale pensiero già stato
formulato da Buffon). Quando conobbe la Paolina, Sierpinskij la definì ‘una borghese’. E fu facile profeta. Infatti,
dopo aver sposato, su insistenza del fratello, il generale Victor Emanuel Leclerc, rimase presto vedova (Victor, affetto
da un vizio cardiaco, non resse all’impatto). Convolò allora
a nuove nozze con il principe romano Camillo Filippo Ludovico Borghese, di tempra ben più robusta del Leclerc, e
piuttosto vivace come lei.
Boole George: grande logico ed importante matematico
inglese. Autore del noto “An investigation of the Laws of
Thougth, on wich are founded the Mathematical Theories
of Logic and Probability”. L’algebra booleana è attualmente
utilizzata in moltissimi settori teorici ed applicativi. La sua
opera fu poi ampliata da August De Morgan, quello delle
‘Leggi di De Morgan’, che qui brevemente ricordiamo per
comodità del lettore:
I) ‘La negazione di un’unione coincide con l’intersezione
delle negazioni’;
II) ‘La negazione di una intersezione coincide con l’unione delle negazioni’.
In verità ci sono anche le leggi di De Morgan inverse, che
qui non riportiamo, pur sapendo che la cosa dispiacerà ai più
attenti. Vale la pena osservare che il ‘Principio di dualità degli aforismi del Sierpinskij’ ha molto a che vedere con questi
concetti.
Per gli amanti del genere: Boole morì a soli 49 anni, in seguito alle complicazioni derivategli da un banale raffreddore.
Boroswskij Cristiana: baronessa prussiana. Avvenente fanciulla di cui il Sierpinskij era segretamente infatuato.
Al tempo gli raccomandò caldamente il giovine Noam Enzensberger, fatto mai perdonatole dal Nostro.
Bortoli Antonio: decano dei gondolieri, grande compagno
di bevute del Sierpinskij durante il suo soggiorno veneziano.
Usava apostrofare il Nostro con il termine ‘Benedéto’. Morì,
ancora nel fiore degli anni, per cirrosi alcolica.
Brunozjievicz Oderzio: ordinario di letteratura polacca
102
all’università di Cracovia. È stato il maggior commentatore
dell’opera poetica del Sierpinskij, a tratti assai critico.
Buraskowskij Helena: giovinetta di Cracovia di cui fu
innamorato il Sierpinskij ancora adolescente. Tenne molto
sulla corda il Nostro (che le scrisse ardenti poesie) senza mai
prendere una decisione. La loro storia finì quando Sierpinskij
si trasferì a Parigi. La Buraskowskij sposò poi il barone Mattia Kafonscii, uomo squattrinato e volgare, da cui ebbe 14
figli.
Buddha (‘Il Risvegliato’): (si tratta di Siddhartha Gotama,
nato intorno al 565 a.C., figlio di un raja indiano, asceta, fondatore della dottrina buddista). Abbandonata la famiglia, si
diede alla meditazione. Fu illuminato a 35 anni mentre stava
sotto un fico (da quel che si racconta, pare cosa analoga sia
successa a Newton, però stando sotto un melo). Lo zen (buddismo zen) è un’espressione della sua dottrina. Della vita di
Buddha si sa più o meno tutto. Un fatto poco noto, scoperto
dal Sierpinskij, è che a lui si devono le tabelline 2x2. Si tratta
delle tabelle utilizzate in statistica (descrittiva e induttiva)
con cui si studia la relazione tra due caratteristiche dicotomiche, in genere nominali. Dice infatti il Buddha ai suoi discepoli (Sutta Pitaka, Majjhima Nikaya, 46): «Quattro specie
di modi di vivere vi sono: il modo di vivere che porta male
presente così come male futuro; il modo di vivere che porta bene presente e male futuro; il modo di vivere che porta
male presente e bene futuro; il modo di vivere che porta bene
presente così come bene futuro».
Il Buddha parla ai suoi bhikkhu in termini non quantitativi, perché non li informa sulla prevalenza di queste quattro
possibilità; ma tratteggia una situazione generale dove tutti
e quattro gli stati possono presentarsi, riassumibile con una
tabellina 2x2 di questo tipo:
Presente\Futuro
Male
Bene
Male
a
c
Bene
b
d
Va tuttavia ricordato che, più o meno negli stessi anni, anche Parmenide, quando diceva che «L’Essere è e non può
non essere; il non-Essere non è e non può essere» tratteggiava una tabellina 2x2, in cui però due box sono proibiti:
Stato/Possibilità
Essere
non-Essere
Essere
a
0
non-Essere
0
d
Buddha è morto in età avanzata per aver mangiato carne
guasta. Questo, se da una parte spiega l’inclinazione dei suoi
seguaci per una dieta vegetariana, getta luce sinistra sul reale insegnamento contenuto nel racconto zen in cui il saggio
Banzan interroga un macellaio (v. in questo stesso libro).
Bvdgoszcz: ridente paesino a nord-ovest di Varsavia (Polonia), ove durante il regno di Stanislao II Augusto Poniatowski ebbe i natali il Sierpinskij.
Cacace Melchiorre: astronomo napoletano. Andò come
professore in visita a Varsavia ed ebbe l’avventura di trovar-
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
si a Bvdgoszcz il giorno della nascita del Sierpinskij. Tornato in Italia sposò, non senza qualche esitazione, Carmela Lo
Castro, un’avvenente giovane di Catania da cui ebbe quattro
figli. In tarda età, grazie alla liquidazione, si trasferì a Procida dove, insieme a moglie e figli, aprì un piccolo albergo, il
noto ‘Cacace Lo Castro & Figli’, ancor oggi attivo.
Cantor Georg Ferdinand Ludwig Philipp: gigante della
matematica del XIX secolo. A lui si debbono contributi fondamentali sulla continuità, la teoria degli insiemi, l’infinito
attuale. I suoi interessi per gli Infiniti (che chiamò ‘Transfiniti’ su consiglio del Santo Uffizio) lo portarono a interpretazioni mistiche, che acuirono le sue continue crisi depressive.
Non tutti riuscirono all’epoca a comprendere la sua grandezza. Ad esempio, Leopold Kronecker (il grande matematico
che affermava: «Dio ha creato i numeri interi: tutto il resto
è opera dell’uomo») definì questi suoi lavori ‘privi di senso’. La cosa non deve sorprendere, data l’epoca. In fisica, ad
esempio, c’era molta gente che ancora rifiutava di credere
negli atomi e nelle molecole o che riteneva che tutto fosse ormai stato scoperto e restasse solo da mettere a punto
i particolari (in verità, ogni tanto, anche oggi, c’è qualche
buontempone che se ne esce con la ‘fine della fisica’). Questo grande e sfortunato genio finì sul lastrico per un rovescio
finanziario e, aggravatesi le sue condizioni mentali, morì in
un istituto psichiatrico nel 1918.
Cartesio Renato (René Descartes): filosofo e matematico
francese. Ridusse la geometria all’aritmetica, dimostrandone
l’equivalenza tramite uno schema di corrispondenza ottenuto con un sistema di assi, chiamati oggi (per straordinaria
coincidenza) assi cartesiani. Amava starsene a poltrire nel
proprio letto sino a mezzogiorno. E proprio in quelle ore di
totale tranquillità concepì le sue idee migliori, matematiche
e filosofiche. Purtroppo, alla regina Cristina di Svezia, donna
per altri versi gradevolissima, venne l’idea di studiare ‘metafisica’ sotto la sua direzione. Lo invitò perciò a raggiungerla
a Stoccolma, cosa che il Cartesio fece senza esitare («Signorsì, Maestà», le avrà probabilmente risposto, data l’epoca).
Orbene, questa deliziosa fanciulla coronata, presa da innumerevoli impegni, fissò l’orario delle lezioni nell’unico spazio libero rimastole, ovvero alle quattro di mattina. Vuoi per
il cambiamento di abitudini, vuoi per il freddo della madonna che a quell’ora c’è a Stoccolma, il Cartesio si ammalò di
broncopolmonite e passò a mondo migliore. Aveva appena
53 anni, non tanti nemmeno per l’epoca (naturalmente, standardizzando per sesso e ceto sociale). Duole che il Cartesio
non abbia dato ascolto ad un suo amico, certo Pasquale Esposito, matematico napoletano all’epoca suo ospite, il quale
appena seppe della decisione da lui presa gli disse: «Renà,
quanto si fesso!».
Casanova Antonio: influente prelato polacco, figlio naturale di Giacomo Casanova e della ballerina veneziana Anna
Binetti. L’abate Casanova fu protagonista di un’amicizia
con Maria Sonja Kolkolowska, madre del Sierpinskij, assai
chiacchierata all’epoca. Tornato allo stato secolare, andò a
vivere in Brasile. Di lui più nulla si seppe.
Casanova Giacomo: avventuriero veneziano del XVIII se-
colo, sedicente cavaliere de Seingalt. Ebbe una vita intensa
e movimentata, ben descritta nelle sue memorie. Inventore
del Lotto moderno, è passato alla storia principalmente come
‘sciupafemmine’. Si tratta di una calunnia infame, di una
fesseria totale: basta leggere le sue ‘Memorie’ per rendersi
conto dell’affetto, simpatia e rispetto che egli aveva per le
donne (tra l’altro, si premurò di accasare, e bene, quasi tutte le sue amanti). Le ‘Memorie’ di Casanova sono davvero
splendide, un vero viaggio nel tempo. Leggendole infatti si
vive, letteralmente, nel settecento, in compagnia del Casanova e di importanti personaggi (re, regine, intellettuali, quali
Voltaire) che egli ebbe occasione di conoscere e frequentare.
Coberty Andreas: militare francese, evirato per una grave
ferita nel corso della battaglia di Waterloo. Noto per aver
procurato al Sierpinskij, per futili motivi, un grave trauma
cranico. Ritornato alla vita civile, ebbe un discreto successo interpretando ruoli femminili in una compagnia teatrale
dell’epoca.
Composki Igor: compagno di corso del Sierpinskij all’università di Parigi. Uno dei migliori allievi del Backus, celebre
per i chiarissimi appunti che era solito prendere a lezione.
Alle sue accurate note si deve la puntuale conoscenza delle
polemiche che sorsero tra il Backus e il Nostro. Laureato a
pieni voti, accumulò una discreta fortuna inventando e mettendo in commercio un’eccellente gomma per cancellare.
Darwin Charles: padre della teoria dell’evoluzione basata
sulla selezione delle specie. Nonostante le prove documentali che la supportano, ancor oggi tale teoria viene combattuta
da tradizionalisti che ad essa contrappongono il creazionismo. Recentemente, si è persino giunti a formulare... un ‘creazionismo scientifico’. Il Sierpinskij trovò una ingegnosa dimostrazione probabilistica a favore di quest’ultima dottrina,
che tuttavia in seguito sconfessò. A suo dire, questa marcia
indietro fu dovuta al fatto che le prove sperimentali raccolte
a favore dell’evoluzione gli apparivano più convincenti del
ragionamento deduttivo da lui proposto in appoggio al creazionismo. In realtà, nella detta dimostrazione compare l’errore concettuale più macroscopico mai commesso dal Nostro
in tutta la sua carriera.
De Broglie Louis: fisico e principe francese. A lui si deve
la dualità onda-corpuscolo, esposta nella sua tesi di laurea.
De Fecato Antonio: Architetto romano, precursore della
programmazione urbanistica e della messa in sicurezza delle
Grandi Opere. Fondamentali i suoi contributi, tra i quali vale
la pena ricordare i trattati (ancor oggi attuali): ‘Il Belice e
l’Irpinia: due esempi di pianificazione antisismica’, Sansoni,
Portogruaro, 1847; ‘Il ponte sullo stretto di Messina: un’opera imminente’, Bulzoni, Pampeago, 1855; ‘Opere sicure:
il Vajont’, Il Mulino, Poggibonsi, 1861.
De Finetti Bruno: matematico ed attuario. Fu il fondatore
del punto di vista soggettivo della teoria delle probabilità. Un
gigante del pensiero e della scienza.
Deretany Tamas: barone ungherese, Gran Maestro
dell’Ordine dello Scacco Matto, titolare della cattedra di filosofia teoretica dell’università di Budapest, autore (col Sierpinskij) del noto trattato ‘La legge di Coulomb’. Fu amico
103
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
devoto del Nostro.
Dirac Paul Maurice: padre della meccanica
quantistica
relativistica. Premio
Nobel per la Fisica
nel 1933. Di carattere
assai chiuso, ragionava in termini logici
esasperati. A questo
proposito,
George
Gamow
racconta
nella sua ‘Biografia
della Fisica’ che al
termine di una conferenza il Dirac chiese
ai presenti se ci fossero delle domande.
Al che, un tapino
gli disse di non aver
capito come avesse
ricavato una certa
formula. Egli rispose secco: «Questa
non è una domanda,
ma un’affermazio- Albert Einstein
ne». E poi rivolto al
pubblico: «Prego, la
prossima domanda» (a voler fare i precisini, il Dirac avrebbe
dovuto ripetere: «Ci sono domande?», in quanto ‘prossima’
implica che ce ne sia stata già una prima).
Aveva uno spiccato senso estetico della matematica. Arrivò ad affermare che è più importante avere nelle proprie
equazioni la bellezza che non l’accordo con l’esperimento
(no, non era matto da legare: semplicemente, intendeva che
una formula ‘bella’ aveva un’elevata probabilità di essere anche ‘vera’. Sicché se qualche conto non tornava al momento,
sarebbe verosimilmente tornato poi, ad esempio in base ai
risultati di nuovi esperimenti).
Consigli per gli acquisti Approfittiamo di questa occasione
per segnalare ai molti sprovveduti che ci stanno leggendo
che il noto libro del Dirac ‘I principi della Meccanica Quantistica’ non è un racconto ‘fantasy’. Di ‘Princìpi’ si tratta,
non di ‘Prìncipi’. Fate quindi attenzione in quanto, una volta
acquistatolo, nessun libraio lo riprenderà indietro, nemmeno
per una permuta.
Einstein Albert: nato ad Ulm il 1879 e morto a Princeton
il 1955. Difficile parlarne. Quest’uomo è stato davvero un
punto singolare nella storia della nostra specie, sia per quel
che riguarda la scienza, sia per quel che concerne la filosofia. “Albert Einstein, scienziato e filosofo” si intitola appunto
una raccolta di lavori in suo onore, dove compare anche una
sua autobiografia scientifica. Difficile parlarne, si diceva. E
questo perché il suo contributo alla conoscenza è stato così
ampio, profondo e determinante che, letteralmente, non si
sa da dove cominciare volendolo descrivere. Ma non pos104
siamo esimerci dal
farlo, sia pur sommariamente. Sicché,
partiamo dall’inizio.
Cominciò a parlare
tardissimo, a setteotto anni, tanto da far
pensare fosse mentalmente ritardato.
Evidentemente, sino
a quel momento, non
aveva nulla di intelligente da dire. Da
bambino ebbe rapporti non buoni con
la scuola dell’epoca,
insegnanti e metodi didattici. Per sua
fortuna, a seguirlo ed
instradarlo con buone letture ci fu uno
zio ingegnere, fratello del padre. Ancor
giovinetto, fresco di
studi (si laureò nel
1900), ritrovò da sé,
non avendone notizia, i risultati ottenuti da Boltzmann e da Gibbs nella teoria cinetico-molecolare
della termodinamica e nella meccanica statistica. Concepire
tali ardui concetti, sistematizzandoli per giunta, non poteva
non testimoniare come il cervello del giovane fosse davvero fuori dell’ordinario. Anche se la produzione scientifica di
Einstein si fosse limitata solo a questo, il suo nome avrebbe
dovuto essere inciso a lettere d’oro negli annali della scienza. Tutti i lavori di Einstein hanno lasciato traccia. Per citarne solo alcuni tra i più importanti, a lui dobbiamo: la prova
dell’esistenza delle molecole (lavoro sul moto browniano);
la dimostrazione della natura quantistica dei fenomeni (lavoro sull’effetto fotoelettrico); un nuovo concetto di tempo e di
spazio (Relatività ristretta); l’equivalenza massa-energia (la
sua nota formula: E=mc2); l’interpretazione geometrica della gravità (Relatività generale); il principio del laser (lavoro
sull’emissione stimolata); la statistica dei bosoni (statistica
di Bose-Einstein).
Pur essendone nei fatti uno dei padri, Einstein considerò
sempre la meccanica quantistica come una descrizione provvisoria dei fenomeni (tuttavia, questo suo punto di vista, che
lo vide spesso in polemica con Bohr e la sua scuola, non
sembra oggi corretto alla luce dei risultati di esperimenti basati sul teorema di John Bell).
Negli ultimi anni della sua vita tentò di realizzare una Teoria Unificata delle forze della natura. Queste sue ricerche non
ebbero successo (il problema non facile, attualmente ancora
irrisolto, che è alla base dell’unificazione, è mettere d’accordo la meccanica quantistica, intrinsecamente discreta, con
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
la relatività generale, di per sé continua). Questo campo di
ricerca, dopo essere stato un poco trascurato, è ritornato da
qualche decennio all’attenzione dei fisici.
Possiamo dire, come egli stesso affermò, che Einstein ebbe
sempre buon fiuto per individuare i problemi cruciali della
fisica. Pur essendo un buon matematico (anche se più volte
affermò il contrario) diffidava assai di un uso eccessivo del
formalismo. Al proposito coniò il termine specifico “Ixismi’
(in tedesco Ixerei), che utilizzava spesso parlando di lavori
che contenevano troppe complicazioni matematiche ma poca
fisica (rif. George Gamow in “Trent’anni che sconvolsero la
fisica”, nota al testo n° 11).
Fu sempre molto attento ai problemi dell’insegnamento,
in particolare a quelli degli insegnanti, nel bene e nel male:
«Numerose sono le cattedre universitarie, ma rari gli insegnanti saggi e nobili» (rif. ‘Come io vedo il Mondo’, pag.
22); «L’insegnante non può usare la soddisfazione personale
per riempire lo stomaco dei suoi figli» (rif. “Come io vedo il
Mondo”, pag. 86).
La sua visione dello Stato era decisamente a favore dell’individuo («Lo Stato è fatto per l’uomo e non l’uomo per lo
Stato», rif. “Come io vedo il Mondo”, pag. 124). Fu sempre
nemico giurato delle regole inutili o improduttive («La burocrazia è la tomba di ogni iniziativa», rif. “Come io vedo il
Mondo”, pag. 100).
Essendo un convinto pacifista non ebbe mai in simpatia i
militari; e ci andò giù pesante («Che un uomo trovi piacere
nel marciare per quattro al suono di una banda, è quanto
basta per meritargli il mio disprezzo. Costui solo per errore ha ricevuto un cervello; un midollo spinale è tutto ciò di
cui avrebbe bisogno», rif. “Come io vedo il Mondo”, pag.
15). Da tutto questo può comprendersi come, a parte l’antisemitismo, tra Einstein e il nazismo non potesse correre buon
sangue. Sicché, appena gli fu possibile espatriò negli Stati
Uniti. Quando dichiarò che sarebbe ivi rimasto, in Germania
furono assai contenti: “Buone notizie da Einstein: non ritorna più”, titolò un giornale di Berlino.
Fu sempre sprezzante verso i valori prevalenti delle nostre
società («Io non ho mai guardato all’agiatezza e alla felicità come a fini assoluti (un ideale etico, questo, peculiare ai
porci)», rif. “Come io vedo il Mondo”, pag. 13). Alla fine
della sua vita, informato del grave stato di salute in cui si
trovava, rifiutò le cure eroiche che i medici gli proponevano;
e si spense serenamente. Era il 18 aprile 1955. In quel mentre, in Italia, stava andando in stampa, curato da Mario Pantaleo, uno splendido volume celebrativo “Cinquant’anni di
Relatività”, che gli amici italiani avevano voluto dedicargli.
Fatto importante ed amaro insieme, questo volume contiene
l’ultimo scritto scientifico di Albert Einstein, che egli aveva
voluto inviare agli amici come riconoscimento e contributo
all’iniziativa.
Erdös Paul: una persona straordinaria, seria, strana, adorabile, infaticabile. Erdös è stato uno dei più grandi matematici di ogni tempo, primieramente nella teoria dei numeri.
Ungherese di nascita, sempre in giro per il mondo, cercava
di carpire conoscenza dal ‘libro del Vecchio’, come soleva
ripetere riferendosi a un Dio che su un proprio calepino ha
appuntati tutti i teoremi matematici. Amava alla follia i bambini, che soleva chiamare ‘epsilon’. Il matematico, diceva
Erdös, è un tale che trasforma caffè in teoremi. Paul Hoffman
ha scritto un affascinante libro sulla sua vita (‘L’uomo che
amava solo i numeri’, pp. 276, Mondadori, 1999).
Enzensberger Noam: uno degli allevi prediletti del Sierpinskij. Principe di nascita, degli Enzensberger di Brandeburgo, si laureò all’università di Berlino in fisica, chimica,
biologia, medicina, filosofia, antropologia, psicologia, geologia, ingegneria, economia, lettere antiche e moderne. Fu un
campione di sciabola, accanito giocatore di carte e noto dongiovanni. Attento gestore delle fortune pervenutegli dalla sua
famiglia, amava a tempo perso gestire condominii. Scrisse
innumerevoli libri e trattati, tra cui vale la pena ricordare: ‘Le
mie pigioni’, ‘Lo sconto, un moderno flagello’, ‘Mille trucchi
per una proficua gestione del condominio’, ‘Il matrimonio:
un continuo sperpero’, ‘Il vino: dall’impianto del vigneto
alla commercializzazione del prodotto’, ‘La funzione sociale
dell’usura’, ‘Come vincere (sempre) a poker’, ‘I miei duelli’,
‘Applicazione delle finzioni analitiche all’econometria’ (non
è un refuso: si tratta proprio di ‘finzioni’, non di ‘funzioni’).
Particolarmente toccante, tra i suoi scritti non tecnici, è poi il
libro di poesie ‘Io ho quel che ha Donato’, composto di getto
appena seppe che lo zio Donato Filippo Gustavo Ermanno
dei principi Enzensberger di Brandeburgo, lo aveva nominato suo erede universale.
Eulero (Leonhard Euler): svizzero, nato a Basilea nel
1707. Fu uno dei più grandi matematici di tutti i tempi. Riformò le notazioni matematiche, e scrisse, scrisse, su tutto.
Insomma, un gigante della scienza e della cultura del XVIII
secolo. Autore di oltre 800 pubblicazioni, morì nel 1783 a
San Pietroburgo.
Ferocinov Igor: abate ed educatore. Fu ribattezzato ‘Igor
Stalin’ (Stalin in russo vuol dire d’acciaio) per la sua severità. Autore di un noto trattato sulla gestione dei beni ecclesiastici, che fu utilizzato da Santa Romana Chiesa fin verso
il 1940.
Fiondiskij Janik: altro allievo prediletto del Sierpinskij.
Fu un precursore di Murphy e della sua legge. In realtà il
Fiondiskij andò molto al di là del pensiero del Murphy, che
egli definiva ‘di cauto ottimismo’.
Fisher Ronald Aylmer: gigante della statistica moderna.
Nato nel 1890 a Londra, si laureò brillantemente in matematica a Cambridge. Entrò più tardi a far parte come statistico
della gloriosa Rothamsted Agricultural Experiment Station,
costituita nel Regno Unito sin dal 1837. La gran parte delle idee fondamentali della statistica moderna (test statistici,
analisi della varianza, randomizzazione, design degli esperimenti, verosimiglianza, ecc.) sono sue. Non a caso per questa attività fu poi fatto ‘Sir’ dalla Corona. Fisher è morto ad
Adelaide nel 1962.
Fornikoski Gerolamo: pio religioso di Cracovia. Tolse
dalla strada Filippa Polya, avviandola alla vita monastica
(ella prese poi il nome di Madre Filippina delle Grazie Ripetute). Morì di crepacuore quando seppe che la Polya aveva
105
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
deciso di tornare allo stato laico per sposare padre Ilarius Nebuloski, suo confessore.
Francioskii Greta: funzionario del comune di Berlino.
Sembra sia stata amante del matematico Leonard Euler, durante il periodo in cui questi insegnò a Berlino. La Francioskii
introdusse l’Eulero ai misteri della burocrazia (come suggerisce la dedica alla stessa di una importante opera dell’esimio
personaggio). Greta Francioskii è nota soprattutto per il suo
pregevole trattatello di ricerca operativa: ‘L’influenza della
dislocazione degli uffici su piani diversi nella durata dell’iter
di una pratica’, 2.582 pp., Kupper, Berlino, 1832. Nota per
i meno smaliziati: sono tutte balle, perché il racconto contenuto in questo nostro libro, dove i due personaggi figurano, è
ambientato nella prima metà dell’ottocento; e, ahimé, Eulero
è morto nel 1783.
Frege Friedrich Ludwig Gottlob: è considerato, insieme
a Giuseppe Peano, il fondatore della moderna logica matematica. Espresse parte delle sue idee nei ‘Principi dell’Aritmetica’, due volumi, il primo del 1893, l’altro del 1902. Fu
mentre questo secondo volume stava per andare alle stampe
che gli giunse la lettera di Bertrand Russell, contenente la
famosa antinomia che mostrava esservi una contraddizione
nella teoria esposta nei ‘Principi’.
Galilei Galileo: sommo fisico italiano, iniziatore del moderno metodo scientifico. Ebbe diversi problemi con Santa
Madre Chiesa per via delle sue ardite teorie, ardite perché
non in accordo con le Scritture. Fu addirittura processato e
costretto ad aggiustare il tiro («con cuore sincero e fede non
finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et heresie
[…] e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò,
in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa haver di me
simil sospitione, ma se conoscerò alcun heretico o che sia
sospetto d’heresia, lo denuntiarò a questo S. Offizio», in: P.
Rossi ‘La nascita della scienza moderna in Europa’). Nel XX
secolo, durante il ‘ventennio’, fu oggetto di nuova ingiuria
da parte del fascismo che ne mutò il nome in Galileo Galivoi. Per il principio della media, una sessantina di anni dopo,
fu riabilitato dal Papa, che ebbe modo di spiegare come la
faccenda ‘Galileo’ fosse nata da un ‘intervento indebito’ da
parte della Chiesa. D’altronde, questa riabilitazione (sia pur
postuma e piuttosto differita) era da attendersi in quanto,
come ha scritto qualcuno: ‘è nel seno della Chiesa di Cristo
che ha avuto origine la Scienza’.
Gauss Karl Friedrich: gigante della matematica del
XVIII-XIX secolo. In particolare, nei suoi studi determinò la
curva degli errori, la cosiddetta curva ‘a campana’, oggi nota
come distribuzione normale ovvero, in suo onore, distribuzione gaussiana. A lui si deve la nota frase gergale, molto in
uso a Roma, ‘stare in campana’.
Gibbs Josiah Willard: fondatore della meccanica statistica. Per sua, e nostra, fortuna evitò di suicidarsi come altri
cultori della materia (vedi Ludwig Boltzmann e Paul Ehrenfest). Decisamente, aveva i piedi per terra, come fa presumere una sua acuta frase: «Un matematico può dire quello
che gli pare, ma un fisico deve essere almeno parzialmente
sano di mente» (citata da John D. Barrow in “The book of
106
Nothing”, Jonathan Cape 2000; trad. italiana: “Da zero a
infinito: la grande storia del nulla”, Mondadori, Milano
2001).
Giravoltoski Kurt: massimo commentatore degli aforismi
e degli adentrismi del Sierpinskij. È stato proposto ben 14
volte al premio Nobel per la letteratura, senza mai vincerlo.
In questo sembra ci sia (spiace dirlo) lo zampino del Nostro,
il quale non gli perdonò mai l’acida battuta «A quando ‘Cave
canem’?» che il Giravoltoski gli gridò in faccia dopo aver
scoperto che un aforisma in latino che il Sierpinskij spacciava per suo (‘Ab amico riconciliato cave’) era invece di
dominio pubblico.
Gödel Kurt: sommo logico austriaco. Mostrò, tra l’altro,
che un sistema formale consistente, e sufficientemente ricco, non può dimostrare la propria consistenza. Fu amico di
Albert Einstein, con il quale passò molti anni a Princeton.
Sposò una bellissima ragazza, Adele Porkert, una ballerina
di cui si era innamorato da giovane, che ebbe sempre nei
suoi confronti un grande affetto. Una coppia improbabile,
certamente; ma quanto fosse importante per Gödel l’amore
di Adele lo dimostra il fatto che alla morte di lei egli si lasciò
andare; e, fissatosi sull’idea che qualcuno volesse avvelenarlo, morì di denutrizione.
Gossett William Sealey: laureatosi in matematica e in chimica, fu assunto alla Arthur Guinness Son and Company nel
1899, dove si occupò, tra l’altro, del controllo di qualità della
birra ivi prodotta. Operò prima a Dublino, successivamente a
Londra. Pubblicò il suo lavoro più famoso sotto lo pseudonimo di ‘Student’. Ecco perché oggi si parla della distribuzione
t di Student o del test t di Student. In un certo senso, il Gossett è il padre del trattamento statistico dei piccoli campioni.
Per gli amanti del genere, nel 1934 fu vittima di un grave
incidente stradale, dal quale comunque si riprese. È morto
nel 1937.
Haschleck Jaroslav: barone praghese di cui il Sierpinskij
fu ospite in gioventù. Soleva dare delle formidabili pacche
sulle spalle dei tapini che gli giungevano a tiro. Il Nostro
fu purtroppo contagiato da questa deprecabile abitudine del
barone, che non riuscì a togliersi se non in tarda età. L’Haschleck morì inspiegabilmente per traumatismo diffuso nel
periodo in cui fu suo ospite Primo Carnera.
Insakowski Gaetano: direttore didattico della scuola elementare di Bvdgoszcz in cui studiò il Sierpinskij. Fu l’amante della famosa ballerina dell’Opera di Varsavia, Elena Popposkwa. Morì suicida.
Iaouè: protagonista di un’opera collettiva, nota col titolo
‘La Bibbia’, trasposta anche in numerose versioni cinematografiche. Si tratta del massimo successo editoriale di tutti
i tempi (ancor oggi ne vengono vendute ogni anno milioni
di copie). Non è noto chi si sia inventato il nome Iaouè: probabilmente si tratta di un gioco linguistico poiché l’alfabeto
della lingua originale utilizzata dai diversi coautori (l’ebraico) non possiede le vocali. La cosa non è banale, in quanto
viene così lasciata al lettore, sulla base del contesto, l’interpretazione di molte parole. Insomma, in presenza di una ‘L’
(ammesso che in ebraico ci sia... sarà la lamed?), uno po-
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
trebbe leggerci ‘aLa’
come pure ‘aiuoLe’.
Essendo il detto
nome (Iaouè) interamente composto da
vocali, inizialmente
gli autori utilizzarono uno spazio bianco
per indicarlo. Dopo
le numerose proteste
di lettori che in certi
punti non riuscivano
più a seguire il filo
del discorso, uno dei
primi editori del testo
introdusse la scrittura ‘Yhwh’, che più o
meno suona in ebraico come ‘Iaouè’. Si
veda al proposito il
Van Gogh, Natura morta con Bibbia
gustosissimo articolo
di Piergiorgio Odifreddi ‘Antropitechi
e Teopitechi’, disponibile su Internet, su cui è basato questo
nostro commento.
Jones Moralty Elizabeth: logica inglese. Compagna di
merende e amante del Sierpinskij durante il suo soggiorno a
Cambridge. Soleva chiamare il Nostro col nomignolo ‘Cicci’, fatto che il Nostro si guardò bene dal segnalare nei suoi
‘Diari’.
Kolkolowska Maria Sonja: madre del Sierpinskij. Eccellente concertista dell’epoca, valente insegnante di tecnica
pianistica e di composizione. Iniziò all’arte della musica il
figlio Taddeus. Pur essendo donna assai avvenente, fu molto trascurata dal marito Cornelius Sierpinskij. Si dice abbia
avuto una storia con l’abate Antonio Casanova.
Kolmogorov Andrei Nicolaevic: illustre matematico russo
del XX secolo. Fu il primo a chiarire in modo convincente
il concetto di ‘casualità’. A lui si deve la Teoria Assiomatica della Probabilità. Insieme a Vladimir Ivanovic Smirnov
costruì il noto test statistico che porta il nome dei due. A
quest’ultimo proposito, giova ricordare che, a differenza del
test χ2 il test di Kolmogorov & Smirnov è ben protetto da
valori attesi prossimi a zero. Infatti esso lavora sulle differenze tra le distribuzioni cumulative (dell’atteso e dell’osservato, nel caso di un campione; dei due osservati, nel caso di
due campioni). Nei fatti, essi hanno determinato, nell’ipotesi
nulla, la distribuzione della massima differenza tra le cumulative. Ed è a questo test che si fa spesso riferimento al fine
di poter scrivere sui propri lavori il sospirato p< di qualcosa
(purché questo qualcosa sia inferiore a 0.05).
Lao-tzu: (Lao-tse, maestro Lao, 570-490 a.C.). Fondatore
del taoismo, i cui principi sono contenuti nella sua (unica)
opera: “Il libro della Norma e della sua Azione” (Tao-teking). Sembra che il maestro Lao sia stato sollecitato a scrivere (dipingere?) i propri pensieri da una guardia di confine, da
lui incontrata mentre
stava espatriando.
Secondo Lao-tzu, la
saggezza sta nell’inazione, nella contemplazione del Tao,
l’indefinibile.
A proposito di
Lao-tzu e del Tao,
c’è una gustosa poesia poesia di Po
(772-846
Chu-i
d.C.), intitolata ‘I
Filosofi: Lao-tzu’.
«Quelli che parlano
non sanno niente.
/ Quelli che sanno son silenziosi. /
Queste parole, così
mi dicono, / furono
scritte da Lao-tzu. /
Se dobbiam credere
che Lao-tzu / fosse
egli stesso ‘uno che sa’, / come sarà che scrisse un libro /
che conta cinquemila parole?» (v. ‘Liriche cinesi’, pag. 223,
a cura di Giorgia Valensin, con prefazione di Eugenio Montale, Einaudi, 1962). A proposito del fatto che chi parla non
sa niente e chi sa tutto tace, proprio in quegli anni in cui Laotzu manifestava cotal convinzione, Buddha osservava: «È un
detto antico, non uno nuovo: criticano chi sta in silenzio,
criticano chi parla troppo e criticano anche chi parla con
moderazione. Non c’è nessuno al mondo che non sia criticato» (Buddha, Dhammapada).
Lio-kan: maestro e poeta zen. Autore del fondamentale
trattato “Il Tao, ovvero l’Indefinibile”. Fu proprio sotto la
guida di Lio-kan Tzu che il Sierpinskij studiò lo zen durante
il suo soggiorno in Cina. Il Nostro chiese spesso al maestro
Lio-kan cosa c’entrasse mai il Tao con il buddismo Zen. Ma
non ebbe mai risposta da lui.
Litanov Baldassarre: titolare della cattedra di Meccanica
Celeste dell’università di Cracovia. Con Gaspare Visturoff
e Melchiorre Cacace era a Bvdgoszcz il giorno della nascita
del Sierpinskij. Uomo assai pio, morì travolto da un cavallo.
Locatoskji Jgor: monsignore polacco, assai influente in
Vaticano, di cui il Sierpinskij fu dipendente durante il suo
soggiorno a Roma. Il Locatoskji fu poi fatto vescovo e indi
cardinale. Non ebbe rapporti facili con il Nostro, anche a
causa di certe sue frequentazioni egli riteneva non opportune.
Malthus Thomas Robert: fu il primo a notare che mentre
la popolazione cresce in progressione geometrica, la disponibilità di alimenti aumenta invece in progressione aritmetica.
Una soluzione pratica a questo scottante problema fu trovata
da Johnathan Swift, il quale la pubblicò nel suo noto saggio
di economia ‘A modest proposal’ (‘Una modesta proposta
per prevenire che i bambini della povera gente divengano un
peso per i loro genitori o per il paese e per far sì che essi sia107
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
no di pubblico beneficio’, S. Harding Ed., Dublino, 1729). In
sostanza, Swift propone di vendere all’incanto bambini paffuti e grassottelli onde, dopo opportuna preparazione, farne
uso alimentare. Come egli mostra nel suo scritto, tutto questo sarebbe di grande giovamento per le famiglie più povere,
farebbe aumentare la ricchezza nazionale, stimolerebbe il
commercio e, non ultimo, rinsalderebbe i rapporti coniugali,
vedendo i mariti nelle mogli fonte di sicuro reddito. Inspiegabilmente, questa geniale idea di Swift non ha mai trovato
applicazione.
Markov Siergeij: allievo prediletto del Sierpinskij. A lui
si deve la ‘Teoria della Probabilità Estetica’. Amante della
fotografia, della ginnastica, del ballo, dei vini del Trentino e
delle belle donne, alternò sistematicamente le attività mondane con quelle scientifiche. Fondamentale il suo: ‘Trattato
sui colori: dal verde pisello al fucsia spinto’, ad oggi insuperato.
Maxwell James Clerk: poeta della fisica; e non c’è altro
modo di definirlo. Le sue celebri equazioni, che per estrema
combinazione sincronica sono state chiamate ‘Equazioni di
Maxwell’, sono un vero e proprio poema della Natura.
Miao Chian: maestro e poeta zen. Con lui studiò da giovane il maestro Lio-kan. Miao Chian era, purtroppo, della vecchia scuola. Ai fini di una sua corretta educazione, Lio-kan si
prese da lui, per anni, un’interminabile sequela di bastonate.
Fortunatamente, a differenza di altri allievi, sopravvisse.
Mosè: ingegnere idraulico dell’antico Egitto. Progettò e
costruì un’imponente opera per l’attraversamento del Mar
Rosso, collaudandola felicemente con i suoi operai. Purtroppo, dopo solo qualche ora dall’inaugurazione l’opera cedette,
e i numerosi carri ivi transitanti furono travolti dalle acque.
Ricercato dai funzionari del Faraone per disastro doloso, il
Mosè, con le sue maestranze, riparò in Palestina e non fece
più ritorno in Egitto. Unendo ingegneria e diritto realizzò poi
le famose ‘Tavole della Legge’, per le quali viene ancor oggi
ricordato.
Mozart Wolfgang Amadeus: musicista sommo e compagno di bagordi del Sierpinskij a Vienna. Il Nostro lo amò fraternamente e lo ammirò moltissimo. Un giudizio di Wolfy su
una sua sonatina giovanile, tuttavia, lo ferì profondamente.
Nebuloski Ilarius: religioso di origine ucraina, insegnante
di logica nel seminario di Cracovia e successivamente professore di Logica presso l’università di Lvov. Abbandonati
gli ordini, sposò poi Madre Filippina delle Grazie Ripetute,
al secolo Filippa Polya, da cui ebbe 11 figli.
Panzerotti Luciano: tenore del XIX secolo, cieco dalla nascita, di cui il Sierpinskij fu amico durante il suo soggiorno
a Rapallo. Per lui il Nostro scrisse una struggente canzone:
‘Il cieco in una stanza’, che poi donò ai signori Paoli, gestori
della casa di cura ‘Beata Vergine del Carmelo’, ove Egli e il
Panzerotti erano ospiti.
Peano Giuseppe: uno dei padri della moderna logica matematica, insieme a Gottlob Frege. Bertrand Russell, dopo
averlo ascoltato durante un congresso, fu particolarmente influenzato dalle sue idee.
Poliakoswa Adele: baronessa polacca, amante del padre
108
del Sierpinskij, di Napoleone Bonaparte, e di altri che non
è qui possibile ricordare per motivi di spazio. Si narra che,
dopo averle somministrato l’estrema unzione, il suo confessore ebbe a dire: ‘Quanto bene ha fatto questa donna nella
sua vita!’.
Proietti Assunta: moglie di Ercole Proietti, oste di Trastevere. Insegnò al Sierpinskij a preparare in modo eccezionale
i fagioli con le cotiche.
Proietti Ercole: oste di Trastevere, detto ‘er faciolaro’,
compagno di bevute (e suocero) del Nostro. Condannato per
furto di limòsine nella chiesa di S. Pietro in Montorio, morì
decapitato ad opera di Mastro Titta. Sembra che un diverbio
tra Pio VII e il Sierpinskij non sia stato estraneo a tale severa
condanna.
Proietti Maria: figlia di Ercole Proietti. Già fidanzata con
certo Romolo Riccardi, sposò poi il Sierpinskij.
Riccardi Romolo: trasteverino puro sangue, detto ‘er ciriola’ per le sue spettacolose capacità natatorie (salvò dal
Tevere più di 40 persone che stavano annegando). Fu per
qualche tempo fidanzato con Maria Proietti, amore osteggiato dal padre di questa, che lo riteneva un fannullone e ‘un
morto de fame’. Scoperto dalla Proietti ad amoreggiare in
strada con tale Annunziata Ripa, fu da lei abbandonato. In
seguito, sposata l’Annunziata, il Riccardi riuscì con la sua
dote ad attrezzare un vecchio barcone a ristorante, dove lui
serviva e lei cucinava. L’impresa andò benissimo e ancora
oggi qualcuno con nostalgia ricorda: ‘Quanto se magnava
bene dar ciriola!’.
Riscriposkij Enos: compagno di studi del Sierpinskij al
seminario di Cracovia. Noto per gli eccellenti appunti che
soleva prendere a lezione. Divenne socio di Igor Composki
nella produzione e vendita di note gomme per cancellare.
Russell Bertrand Arthur William: conte inglese, premio
Nobel per la letteratura, matematico, logico, filosofo, ardente
pacifista (si fece al proposito quattro anni e mezzo di galera).
Ebbe quattro mogli e una musa ispiratrice (la diletta Lady
Ottoline Morrell).
Schleiermacher Hans Peter: campione di scacchi, della
cui fidanzata il Sierpinskij fu occasionale amante.
Sierpinski Waclaw: colosso della matematica del XX secolo. A causa del suo nome (sempre nella nostra sceneggiata) ebbe da giovane acuti contrasti con il Sierpinskij.
Sierpinskij Cornelius: padre del Taddeus. Appassionato
di briscola scoperta, come pure delle belle donne, trascurò
non poco la moglie (la quale, persa la pazienza, in molte occasioni, gli rese la pariglia).
Sierpinskij Taddeus: (Nome completo: Taddeus Morfeo Karl Augustus Gilberto, Francesco, Adalberto Maria,
Pierferdinando, Bachisiu Alicio, Alfredo, Giorgio, Giovanni, Vercingetorige Sierpinskij). Il protagonista della nostra
Opera.
Smirnov Vladimir Ivanovic: insigne matematico russo.
Con Kolmogorov mise a punto un test statistico di carattere
assai generale, il test di Kolmogorov-Smirnov.
Sukolova Olga: seguì i corsi del Sierpinskij a Berlino,
laureandosi poi in matematica. Divenne famosa posando di-
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
scinta per i calendari della Krupp (i primi del genere). Girò
negli USA numerosi film hard-core, pervenendo a discreta
fama (nell’ambiente era nota come ‘Olga Profonda’). Vinse
infine un concorso all’università di Los Angeles. Da allora si
dedica esclusivamente alla ricerca matematica.
Swift Johnathan: scrittore irlandese autore di numerosi
saggi e, soprattutto, di un libro, ‘I viaggi di Gulliver’, assai
profondo per molteplici aspetti. Ironia della sorte, nell’immaginario collettivo esso è considerato ancor oggi un libro
per bambini. In un altro saggio, Swift fornì una risposta operativa ai problemi sollevati da Malthus (si veda il suo ‘Una
modesta proposta’).
Per appassionati di ufologia: diciamocelo pure, di balle ufologiche ne circolano tante. Tuttavia, alcuni fatti sono
davvero sorprendenti. Uno di questi è contenuto proprio nei
‘Viaggi di Gulliver’ dove Swift afferma che Marte ha due
satelliti e ne descrive masse e periodi. Siamo nel 1727 e Deimos e Fobos (così sono stati chiamati questi due corpi catturati, sembra, dall’attrazione gravitazionale di quel pianeta)
all’epoca non erano stati ancora scoperti: lo farà Asaph Hall
solo nel 1877. Scrive Swift (parlando degli astronomi laputiani): «Hanno pure scoperto due stelle minori, o satelliti,
che girano intorno a Marte, dei quali il più vicino dista dal
centro del pianeta principale esattamente tre volte il suo diametro, e il più lontano cinque; il primo compie il suo giro in
dieci ore, il secondo in ventuno e mezzo» (J. Swift ‘I viaggi
di Gulliver’, pag. 180, Biblioteca Universale Rizzoli, 1952).
I dati di Swift non sono proprio così esatti, ma ci si può anche
accontentare: le 3 volte sono in realtà 1.37 volte; le 5 volte,
sono 3.4; le 10 ore, 7.4; le 21.5, 30.3. Si è trattato dunque
di un contatto con gli alieni o siamo solo in presenza di una
straordinaria combinazione sincronica? Al lettore l’ardua
sentenza.
Vanoskii Decio: granduca polacco. Amante delle donne
e dei cavalli, insegnò al Sierpinskij a frantumare il bicchiere dopo aver bevuto. A causa di questa sua abitudine, come
pure del suo uso smodato di superalcolici, andò in rovina.
Morì in un duello con tal Kurd Gross, che gli aveva gettato
ai piedi, con disprezzo, un tallero per pagarsi da bere. È da
questo episodio che fu tratto poi il film ‘Un dollaro d’onore’.
Visturoff Gaspare: direttore della specula governativa di
Varsavia. Uomo assai pio, si recò – sembra ispirato da un sogno - a Bvdgoszcz il giorno della nascita del Sierpinskij per
osservare una cometa. È stato fatto ‘Beato’ nel 1932.
Whitehead Alfred North: eminente filosofo inglese. Autore, con Russell, dei ‘Principia Mathematica’.
Wittgenstein Ludwig: filosofo austriaco. Laureato in ingegneria, specializzato in aeronautica. Interessatosi ai fondamenti della matematica, andò a Cambridge e divenne allievo
(prediletto) di Bertrand Russell. Wittgenstein è stato un punto di riferimento per molti scienziati e pensatori della prima metà del XX secolo (e anche dopo). Caso più unico che
raro, propose due diverse teorie filosofiche, una esposta nel
‘Tractatus logico-philosophicus’, l’altra nelle ‘Osservazioni
Filosofiche’. Di intelligenza davvero eccezionale, fu uomo
assai coerente con le sue idee (ad esempio, rinunciò all’in-
gente, davvero ingente, eredità paterna). La lettura delle sue
opere è piuttosto difficile, ma vale la pena sforzarsi. Non si
può non provare simpatia ed ammirazione per lui. Basti al
proposito citare alcune sue riflessioni, contenute in ‘Pensieri
diversi’ (‘Vermischte Bemerkugen’, traduzione italiana della
RCS, Milano, 2001):
“Gli animali si avvicinano se sono chiamati per nome.
Esattamente come gli uomini” (questo pensiero fu completato dal Sierpinskij che fece notare come anche gli uomini
si avvicinano se sono chiamati per nome. Esattamente come
gli animali);
“Non temere mai di dir cose insensate! Ma ascoltale bene,
quando le dici” (il Sierpinskij soleva osservare: «Non faccio
altro che ascoltarmi dalla nascita»);
“Ciò che è grazioso non può essere bello” (Siergeij Markov pose questo aforisma del Wittgenstein come sottotitolo
al suo celebre ‘Trattato sui colori: dal verde pisello al fucsia
spinto’);
“L’ambizione è la morte del pensiero” (Il Sierpinskij lo
rielaborò come: ‘La morte del pensiero apre la porta all’ambizione’);
“Freud, con le sue fantasiose pseudo-spiegazioni (e proprio perché sono ingegnose), ha reso un pessimo servizio.
(Ogni asino ha ora a disposizione queste immagini per ‘spiegare’ con il loro aiuto manifestazioni patologiche)”;
“I nostri bambini imparano già a scuola che l’acqua è
composta dai gas idrogeno e ossigeno, o lo zucchero di carbonio, idrogeno e ossigeno. Chi non capisce queste cose è
uno stupido. Le questioni più importanti vengono occultate”;
“Mi aspettavo una sorpresa, tornando a casa, ma non c’era alcuna sorpresa per me. Così, naturalmente, fui sorpreso”;
“Quasi tutti i miei pensieri sono un po’ spiegazzati”;
“Destino e legge naturale sono in contrasto. La legge naturale vogliamo conoscerla a fondo e applicarla, il destino
no” (il Sierpinskij fu sempre in disaccordo con questa dichiarazione del Wittgenstein; e scrisse al proposito un saggio
in cui mostrava come la gente abbia più predisposizione ad
interrogare chiromanti che non ad applicarsi alle scienze);
“Discendi sempre dalle nude alture dell’intelligenza nelle
valli verdeggianti della stupidità” (Sierpinskij osservò che
però è bene non prenderci gusto).
Zipidijz Alexius: insegnante del Sierpinskij nella scuola
elementare di Bvdgoszcz, noto amministratore di condominii della zona. Divenne alto funzionario del Ministero
dell’Educazione polacco. Fu poi travolto da uno scandalo,
in relazione al prezzo gonfiato dei libri scolastici, da cui però
uscì senza danni. Detestava il Sierpinskij, che definiva un
‘furbastro arrogante’.
109
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Appendice II.
Aforismi scelti (e commentati) di
Taddeus Sierpinskij
SELEZIONE E CHIOSE A CURA DI M. MARGIUS E F. TAGJ
“Tutti i bambini nascono intelligenti;
poi, vanno a scuola”
la sua nota relazione con Ambra Cicchitelli, cantante e ballerina italiana.
(Taddeus Sierpinskij)
Nota dei Curatori
Abbiamo qui nel seguito riportato un’accurata selezione
degli aforismi del Sierpinskij, che lui soleva chiamare “Pillole quotidiane di saggezza per cominciare bene la giornata”.
Nel far questo, va detto che si è dovuto procedere ad una
drastica scelta – spesso dolorosa – tra le 127.482 gemme di
pensiero che Egli ha voluto regalarci durante il Suo fecondo
operare.
Tuttavia, poiché la nostra trattazione non ha intenti agiografici, ma critici, si troveranno anche alcuni aforismi che
il Sierpinskij spacciò per suoi, fatto che lascia ancora interdetti moltissimi studiosi, ma non increduli grazie anche alla
schiacciante mole di prove documentali raccolte in questo
senso da K. Giravoltoski in oltre trentadue anni di ricerche.
Come il lettore accorto non tarderà a scoprire, abbiano
tralasciato del tutto gli adentrismi del Sierpinskij: e questo,
desideriamo rimarcarlo, esclusivamente per via dei limiti
concessi al presente volume dall’Editore.
110
“Lo sciupafemmine non ha mai problemi con le donne. È
questo un fatto ben dimostrato”.
Il Sierpinskij scrisse l’aforisma dopo un sofferto confronto
tra le sue esperienze giovanili e quelle degli anni della maturità.
“Alcune donne non sanno ben distinguere l’amore
dall’erezione”.
Questo pensiero, invero assai duro, nasce verosimilmente
da amare esperienze del Nostro (si pensa in particolare alla
sua tormentata relazione con Paolina Bonaparte). Di diversa
opinione si mostra K. Giravoltoski il quale, invocando un
refuso, ha sempre sostenuto trattarsi di ‘elezione’ non già di
‘erezione’. Egli è infatti convinto che il Sierpinskij abbia voluto qui mettere in luce la scarsa propensione delle donne per
la politica. Questo punto di vista del Giravoltoski, comunque, non è condiviso da alcuno.
LE DONNE & L’AMORE
“Se una donna vuole annientarti, basta che ti dica: Per
me sei come un fratello”.
Il pensiero fu ispirato da ripetuti eventi in cui incorse il
Fiondiskij, a cominciare dalla sua sfortunata storia con Justine.
“Di due meretrici, di eguali fattezze, stessa età e simile
perizia, è da preferire quella che costa meno”.
T. Sierpinskij, “Il rasoio di Onan”, Sperling & Kupfer,
Bangkok, 1969.
“Non ho mai capito le donne. E ho perso, da tempo, la
speranza di capirle”.
T. Sierpinskij, “Dio, Wittgenstein, le donne e quant’altro
non ho compreso nella vita”, Springer, Berlino, 1952.
“Non è che le donne siano tutte leggiere; però, una certa tendenza ce l’hanno”.
Sierpinskij non ha mai chiarito cosa intendesse per “leggiere”. Certamente, non trattasi del peso corporeo, in quanto
le donne hanno spiccata tendenza ad ingrassare con l’età.
“Le donne si dividono in due classi: una metà che crede di
avere il seno troppo piccolo, l’altra metà che crede di averlo
troppo grande”.
T. Sierpinskij, “Le funzioni trigonometriche”, Sin Kos
Ed., Pechino, 1869.
“Quando si ama una donna oltre se stessi, allora diventa
altamente probabile divenire oggetto di dileggio da parte sua.
Ogni femmina, infatti, quando è totalmente sicura dell’amore di un uomo, tende a farne uno zimbello”.
Questo pensiero, almeno in base a quanto riportato nei
“Diari”, sintetizza una dolorosa esperienza del Sierpinskij,
“Ogni seno ha una sua poesia”.
Questo delicato aforisma del Sierpinskij è contestato da
K. Giravoltoski che, come in altri casi, lo attribuisce ad un
refuso. Questo autore sostiene infatti che di ‘senno’ si tratta,
non di ‘seno’. Pur non essendo in completo disaccordo con
lui, non possiamo però non rilevare che se davvero di ‘senno’
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
si trattasse, ci troveremmo di fronte ad una frase scialba e,
diciamolo pure, di scarsa concettualità.
“L’amante è come un trattamento d’emergenza: il cuore continua a battere, ma la prognosi è sempre riservata”.
T. Sierpinskij, “Manuale di Primo Soccorso”, Masson Ed.,
Milano, 1933.
“Nei fatti, quello che distingue nel far sesso l’uomo dagli altri animali è soltanto la fellatio. Di certo, tale pratica
implica un atto di fiducia che solo un’attività corticale di
livello superiore può sostenere”.
T. Sierpinskij, “Trattato di antropologia culturale”, Masson Ed., Milano, 1933.
“Più le donne si spogliano, meno esse attraggono. Tanto più una donna si mostra, tanto meno resta all’uomo
spazio per la fantasia”.
Tra il dire e il fare... come notano numerosi commentatori
questo concetto, così efficacemente espresso dal Sierpinskij,
fa a pugni con il comportamento tenuto dal Nostro in molte
delle sue relazioni con donne che amavano mostrarsi sino
all’eccesso. Per tutte valga Paolina Bonaparte che, addirittura, posò nuda per il Canova (vedi la famosa statua conservata
in Roma presso il museo Borghese).
“A ben pensarci, in fondo, l’uomo fa l’amore con il proprio
cervello”.
Aforisma assai oscuro, che si presta a molteplici interpretazioni, talora imbarazzanti. Voleva il Sierpinskij parlare
dell’idealizzazione della donna o riferirsi alla masturbazione?
“È cosa assai strana come la vita sia a volte avara con
i più meritevoli e prodiga con chi, invece, è stato baciato
già dalla fama. Dei miei compagni di giochi, due ne ricordo in particolare: Cantor e un certo Luigi Orgamski, che
di tutti noi era certamente il più dotato. Del primo sappiamo tutto, ma dell’opera dell’altro, medico di un paesino vicino Poznan, nulla si sa. Eppure, almeno la metà
dell’umanità gli deve essere grata”.
T. Sierpinskij, “Il punto Gigi”, Il Saggiatore, Varsavia,
1912.
“L’angoscia di ogni uomo non sposato è pensare di dover,
poi, riaccompagnare a casa la propria diletta. Quella di un
uomo sposato è, invece, la certezza di non poterla riaccompagnare, dopo, da nessuna parte”.
Plagio, essendo da sempre di dominio pubblico. Lo riportiamo in quanto il Nostro lo utilizzò in moltissime occasioni.
“Un tempo avevo paura che le donne mi dicessero di no;
ora, temo che mi dicano di sì”.
T. Sierpinskij, “Trattato sull’invecchiamento”, Borland
Ed., Magonza, 1873.
“Vorrei poter comprendere le donne; ma, forse, non c’è
assolutamente nulla da comprendere”.
T. Sierpinskij, “Dio, Wittgenstein, le donne e quant’altro
non ho compreso nella vita”, Springer, Berlino, 1952.
“Ogni donna è, in fondo, una bambina. Peccato che il
più delle volte si trovi dinanzi un cretino, con una stramaledetta paura di essere se stesso”.
Da alcuni commentatori fu a suo tempo fatto notare al Nostro che, letteralmente, l’aforisma parla di un cretino che ha
paura di essere un cretino. Sierpinskij non ha mai risposto a
queste critiche.
“Perdere capelli è per l’uomo fonte di profonda disperazione. Da quello che ho potuto osservare nel corso della
mia vita, tuttavia, mi sembra che le donne giudichino ben
poco l’uomo dalla fluenza della sua capigliatura”.
T. Sierpinskij, “100 consigli per Janik Fiondiskij”, Del
Prado Ed., Milano 1896. Il Nostro era solito indicare questa
sua operetta come “Il libro inutile”.
“Una donna mi ha fatto soffrire alla morte. Non riesco
ad odiarla; ma non riesco più nemmeno ad amarla come
una volta: anche alla stupidità c’è un limite”.
Non è noto chi sia l’ispiratrice di questa confessione del
Sierpinskij. Peraltro, come più volte fatto notare da K. Giravoltoski, critico ed esegeta del Nostro, non è nemmeno chiaro a chi vada attribuita la ‘stupidità’ cui fa cenno il pensiero,
se alla donna o se al Sierpinskij stesso.
“Il primo amore non si scorda mai. E, forse, determina
tutto il resto”.
T. Sierpinskij, “Non per far lo piacer mio...”, poesie e pensieri, Rossignoli Ed., Varsavia, 1842.
“Se una donna si concede a tutti, allora diciamo che è
una ‘puttana’; se si concede a tutti, ma non a noi, allora la cataloghiamo come ‘figlia di puttana’; se promette
di concedersi, ma poi non lo fa mai, diciamo che è una
‘stronza’; se decide di concedersi... a te, solo a te, sempre
a te... allora è una ‘rompipalle’. Pur non essendo in senso
stretto una partizione, il tutto appare come un buon criterio classificatorio delle femmine che si incontrano nella
vita”.
Ancora un plagio del Sierpinskij. Si tratta infatti della nota
classificazione tetracorica del Baccini. Per comodità del lettore, richiamiamo qui appresso il concetto di “partizione”.
Siano dati, in uno spazio S, n eventi {E i }. Se detti eventi
sono tali che:
- risultano a due a due incompatibili, cioè E I ∩ E j = ∅
per ogni i ≠ j ;
- la loro unione è l’evento certo, ovvero
E 1 ∪ E 2 ∪ ... ∪ E n = S ;
allora diremo che detti eventi formano una partizione di S.
111
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
GENITORI & FIGLI
“Non si comprende mai a fondo l’importanza di un padre,
se non dopo averlo perduto”.
T. Sierpinskij, “Riflessioni sulla mia vita”, Kruger & Praxis, Vienna, 1863.
“Puoi sentirti immortale, combattere da solo contro il
Mondo, sfidare il Destino: ma un figlio ti ammazza con una
parola”.
T. Sierpinskij, “Ulteriori riflessioni sulla mia vita”, Kruger
& Praxis, Vienna, 1953.
“Lo zio è il padre dei vizi”.
K. Giravoltoski, stavolta però sbagliandosi, lo attribuisce a
Bertrand Russell, e cita al proposito un libro di quest’ultimo:
“Elogio dell’ozio” (Ed. TEA, 1997). Per suffragare la sua
tesi, invoca il solito refuso, ora nel titolo del libro del Russell. Dopo questo ‘infortunio’, riconosciuto poi da lui stesso,
la credibilità del Giravoltoski è sensibilmente scemata tra gli
addetti ai lavori.
un dopo, tra l’essere in atto e l’essere in potenza, tra un
interno e un esterno”.
T. Sierpinskij (a cura di), “Petone l’Aerofagita: de flatulenza”, Il Mulino, Correggio (RE), 1933.
“Le strade importanti sono tutte in salita”.
T. Sierpinskij “Vita: istruzioni per l’uso”, Rusconi Ed.,
Milano, 1946.
“Cos’è un genetliaco se non un altro punto della curva che giace sul piano della vita? Derivala, e scoprirai se
puoi guardare con sguardo fiero il passato e con ottimismo il futuro”.
T. Sierpinskij “Tractatus logicus mathaematicus”, Einaudi, Torino, 1901.
“Le parole vere non piacciono mai; e le parole belle ingannano sempre”.
Questo aforisma, duole dirlo, è spudoratamente ripreso
dal “Libro della Norma” di Lao-Tse, dove è scritto “Le parole vere non sono belle, e le belle parole non sono vere”
(Lao-Tse “Il libro della Norma e della sua Azione”, pag. 59,
Rizzoli-BUR, 1962).
LA VITA E LA GENTE
“Vivere aiuta a vivere”.
È questo uno dei pensieri più profondi del Sierpinskij. K.
Giravoltoski si riferisce ad esso chiamandolo “L’Imo”.
“Adoro Roma, e adoro i romani: nulla può stupirli. In
un certo senso, l’Impero è rimasto”.
T. Sierpinskij, “Ricordo di Ercole Proietti”, Ed. ‘I Romanisti’, Roma, 1843.
“Detesto la gente; forse, perché detesto me stesso”.
T. Sierpinskij, “Introspezioni”, Rocco Ed., Roma, 1986.
“A volte, essere soltanto un galantuomo non basta”.
T. Sierpinskij, “Avanti, Popolo”, Volkoff Ed., Mosca,
1887.
“La gente in genere non pensa; e quando pensa, pensa
male”.
T. Sierpinskij, “Sociologia di massa”, MIT Ed., New
York, 1929.
“È cosa mirabile come nel passaggio dalla potenza
all’atto vi sia un quid del quale non ancora possiamo
avere contezza. Pur tuttavia, un certo carattere ricorsivo insito in natura, che dal più grande si riverbera nel
più piccolo procedendo come tra sistole e diastole, fa sì
che, come nella fisiologia umana abbiamo un prima e un
dopo, un interno e un esterno, solidi, liquidi e gas in mirabile commistione, in tal modo l’universo, così come noi lo
conosciamo, essendo ontologicamente simile a noi, deve
essere frutto di una trasposizione di stato, tra un prima e
112
“La pésca è una scuola di vita, perché ci rende coscienti.
Può andar bene, può andar male; ma qualcosa, nel bene e nel
male, dipende sempre da noi stessi. La medesima cosa non
può dirsi della pèsca, che al massimo fa bene alla salute per
via delle vitamine”.
T. Sierpinskij, “L’arte della pésca e della sua azione”, Zanichelli, Bologna 1907.
“La vita, indubbiamente, spaventa. Vivere, di certo, è il
mestiere più difficile che ci sia al mondo”.
T. Sierpinskij, “Arti e mestieri della bassa Val Padana”,
Bossi Ed., Brescia, 1927.
“Farsi buone domande, non è difficile; il vero dramma è
darsi risposte adeguate”.
Dopo una lunga discussione con l’Enzensberger, il quale
con argomenti capziosi continuava ad attaccare il concetto
sotteso dall’aforisma, il Sierpinskij risolse la questione coniandone un altro: “Darsi buone risposte, non è difficile; il
vero dramma è farsi domande adeguate”. È da questo episodio che nacque poi il “Principio di dualità degli aforismi
del Sierpinskij”, ripreso successivamente anche dalla Teoria
degli Insiemi e dall’Algebra Moderna.
“Qualche uomo, talora, riflette sui propri errori; e chiama
questo ‘esperienza’. La maggior parte di noi, tuttavia, non
indulge in cotale sgradevole esercizio, rimanendo fedele al
comportamento di sempre”.
Citato in: K. Giravoltoski, “Aforismi e Adentrismi di T.
Sierpinskij”, pag. 23, Sperler & Drugs, Bonn, 1942.
“Si fa presto a chiamare ‘importanti’ le cose che ci in-
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
teressano”.
T. Sierpinskij, “Diari”, Pelliconi Ed., Bolzano 1898 (anche in F. Tagj, A. Pitidix “Valutazione epidemiologica dei
costi sociali quale strumento predittivo”, Atti del convegno
“I costi sociali degli incidenti stradali “ , Roma, 26 giugno
1998.
“Conosco un tale a cui se chiedi Cos’è la memoria?, ci
pensa un poco su e poi ti risponde: Mi dispiace, ma non
me lo ricordo”.
Questa riflessione fu ispirata al Nostro dal Fiondiskij un
giorno in cui questi dimenticò il suo nome (il suo, non quello
di Sierpinskij).
L’AMICIZIA
“L’amicizia è quella cosa che, prima o poi, un certo
giorno ti sorprende; e ti fa dire Come mai non me ne sono
accorto prima?.
T. Sierpinskij, “Dagli amici mi salvi Iddio: riflessioni su
Cicerone”, Ricottoswiji Eds., Varsavia, 1988.
“Poche situazioni mi fanno sorridere come quella di un
uomo e una donna che ti dicono: No, no: siamo soltanto
amici!”.
T. Sierpinskij, “Le relazioni pericolose”, Dupont, Paris,
1911.
“Una donna con troppi amici, o fa becco il marito, o ha
un gran desiderio di farlo becco, ma non osa”.
T. Sierpinskij, “Le relazioni pericolose: seconda fase”,
Dupont, Paris, 1917.
“Noi siamo una coppia aperta: a risentire certe cretinate degli anni ’60-’70 si resta quasi increduli”.
T. Sierpinskij, “Amare il prossimo”, Duart, Lione, 1999.
“La vera amicizia non chiede nulla. Tutto quello che
chiede qualcosa, questo non è mai amicizia”.
Secondo alcuni commentatori, l’aforisma sembra doversi
attribuire all’Enzensberger. K. Giravoltoski ha prodotto a favore di tale tesi una circostanziata documentazione.
“I nostri peggiori nemici sono, in fondo, i nostri migliori amici: nessuno come loro, quando essi ci attaccano, è
infatti in grado di segnalarci così chiaramente i nostri
punti deboli”.
T. Sierpinskij, “Perché non sono solipsista”, Darmount,
Lione, 1921. Recentemente, K. Giravoltoski ha trovato di
questo aforisma un’ulteriore versione, autografa del Nostro:
“Molto spesso i nemici divengono preziosi amici, perché
sono i soli ad indicarci impietosamente i nostri lati deboli”.
“Non c’è cosa peggiore che sentire un amico lodare la bellezza di una donna che ci ha infranto il cuore”.
T. Sierpinskij, “Dagli amici mi salvi Iddio: riflessioni su
Cicerone”, Ricottoswiji Eds., Varsavia, 1988.
“Ab amico riconciliato cave”.
Come dire ‘Attento all’amico con cui hai fatto pace’. Il
Sierpinskij si gloriò sempre di questo ‘suo’ aforisma. Ne
andava orgoglioso: diceva che era pieno di saggezza ed
esperienza. È imbarazzante riferirlo, ma K. Giravoltoski ha
prodotto incontrovertibili prove documentali che trattasi di
un plagio. Plagio, peraltro, assai maldestro, in quanto questa sentenza si trova anche in raccolte largamente diffuse di
proverbi, motti e detti latini (si veda ad esempio, F. Fava, C.
Mischiatti “In labore fructus”, pag. 14, Libreria Meravigli
Editrice, Vimercate, 1987). Ci fu al proposito una cruda polemica tra il Giravoltoski e il Sierpinskij: il Nostro gli mandò
a dire, giurando e spergiurando, che di una coincidenza si
trattava; Giravoltoski rispose secco: “A quando ‘Cave canem’?”.
Pur essendosi riconciliati, i due - forse memori dell’avvertimento segnalato dal motto della discordia - hanno sempre
poi evitato di incontrarsi.
LA MUSICA
“Alcuni affermano essere la musica una sintassi senza semantica. Questo è profondamente falso. Costoro, infatti, dovrebbero allora spiegare perché un accordo maggiore induce
buonumore, mentre un accordo minore suscita tristezza”.
T. Sierpinskij, “Trattato di Estetica Musicale”, Edizioni
Ricordi, Milano, 1888.
“Alcuni virtuosi sono talmente bravi che riescono a
produrre esecuzioni perfette senza vi sia traccia di musica”.
Sembra che il Sierpinskij abbia formulato questo pensiero
dopo aver assistito ad un concerto di F. Liszt.
“Nessuna situazione è tanto tragica come quella di ritrovarsi ‘secondo violino’ “.
T. Sierpinskij, “L’Arte di essere Primo”, Ed. Passaperdiqua, Novara, 1878.
“L’ipoacusia di cui soffro mi ruba molto del gusto di ascoltare buona musica. Di fronte a certe esecuzioni, tuttavia, non
posso che rallegrarmi con me stesso del malanno che m’è
capitato”.
T. Sierpinskij, “Fischi per fiaschi: ricordi di un ipoudente”, Ed. Mediche Salisburghesi, Salisburgo, 1863.
“Clarinetto: strumento di tortura maneggiato da una o più
persone con tappi nelle orecchie. Solo due strumenti sono
peggio di un clarinetto: due clarinetti”.
K. Giravoltoski ha purtroppo dimostrato che questo gustoso aforisma è stato letteralmente copiato dal Nostro. Esso
compare infatti a pag. 58 del libro di Ambrose Bierce, “Il
113
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
dizionario del Diavolo”, La Spiga Ed., 1995. Egli ha anche
mostrato che la stessa cosa è avvenuta col noto “Aforisma
della fisarmonica”, da sempre attribuito al Sierpinskij, ma
anch’esso del Bierce (‘Fisarmonica: strumento che spesso
stimola l’istinto omicida latente in noi’, Ambrose Bierce, “Il
dizionario del Diavolo”, pag. 105, La Spiga Ed., 1995).
SESSO E DINTORNI
“Essere coltivatore diretto, non implica necessariamente
omosessualità”.
T. Sierpinskij “Non sempre il ‘diverso’ è diverso”, in
“Trappole del linguaggio”, J. K. Moore ed., Kroster, Varsavia, 1873.
“Era timido, ma così timido, che quando si masturbava
nel bagno copriva con un asciugamano lo specchio”.
Secondo il Giravoltoski più che di un pensiero si tratta di
un fatto reale, confessato al Sierpinskij da certo Lapo Fiorelli, suo allievo a Berlino.
lag Eds., Vienna, 1932
“Più conosco gli uomini, più amo le donne”.
È questa, forse, la massima più profonda del Sierpinskij.
Non a caso il Giravoltoski la indica come “L’Imo Assoluto”.
“Per quanto la cosa preoccupi non pochi, è facile fare
sesso la prima volta. Il difficile è smettere poi”.
T. Sierpinskij, “Vecchie e nuove Dipendenze”, Maria Giovanna Ed., Bogotà, 1993.
“A Roma si dice: Fatte er nome, e frégatene!. Ma il detto vale anche in senso negativo. Ne sanno qualcosa Onan
e Casanova, l’uno passato alla storia come segaiolo, l’altro come sciupafemmine”.
Questo modo di dire, tipico dei trasteverini, fu appreso dal
Sierpinskij direttamente da Ercole Proietti un giorno in cui
gli chiese come mai il vino della sua locanda non fosse più
quello di una volta.
IL MATRIMONIO
“La prima, la si fa per bisogno; la seconda, per piacere; la
terza, per raccontarla”.
Citazione che il Sierpinskij si attribuì spudoratamente (è
da millenni di pubblico dominio). Egli smise di utilizzarla
dopo che gli fu chiesto ingenuamente dal Fiondiskij: “E la
quarta?”.
“Paura è non riuscire per la prima volta a fare la seconda.
Terrore, invece, è non riuscire a fare la prima per la seconda
volta”.
Anche questo aforisma risulta di pubblico dominio. Ciononostante, il Sierpinskij lo spacciò a lungo come suo, citandolo in qualunque occasione gli fosse possibile farlo. Fatto
assai strano, su cui si sta ancora indagando, è che Egli smise
poi, improvvisamente, di farne uso.
“Cos’è un amore senza pene?”.
T. Sierpinskij, “Note dal Fronte e sulla fronte”, DuPont &
TrePont, Paris, 1824
“Lo scorrere del tempo è inesorabile: da superdotato ti
ritrovi superdatato”.
T. Sierpinskij, “Introduzione allo studio dello spazio quadridimensionale di Minkowski”, Warner Eds., New York,
1919.
“Un tempo sognavo femmine discinte con le quali, inevitabilmente, mi congiungevo. Ora sogno epiche battaglie, dove combatto sempre in prima linea, ricoprendomi
di gloria. Il mio psicoanalista mi ha spiegato che si tratta
della ‘sindrome da caduta della t’. Infatti, egli afferma,
da giovane facevo sogni erotici; adesso faccio solo sogni
eroici”.
T. Sierpinskij, “Che cos’è la psicanalisi”, Kumper & Ver114
“Il matrimonio è un passo avventato, che nasce dal desiderio di possesso dell’altro. La tendenza a possedere, non a
donarsi, forse spiega i problemi che, inevitabilmente, succedono al matrimonio stesso”.
T. Sierpinskij, “Matrimonio e convivenza”, Ed. Paoline,
Roma, 1944,
“Non esito a definire ‘salto quantico’ il cambiamento di
una donna dopo il matrimonio”.
T. Sierpinskij, “Trattato di Meccanica Quantistica”, Guarnieri, Vercelli, 1937,
LA RELIGIONE
“Un prete, col tempo e con la fede, può forse diventare
un sacerdote; più difficilmente, io credo, che un sacerdote
possa un giorno ritrovarsi prete”.
T. Sierpinskij, “La crasi delle vocazioni”, Ed. Paoline,
Roma, 1943. K. Giravoltoski sostiene da tempo esserci un
refuso nel titolo di questo libro.
“Signore, io sono qua a pregarTi. Ascoltami e dammi
la forza di essere migliore, affinché possa aiutare i miei
simili prima di tornare a Te (il più tardi possibile, comunque)”.
Antica invocazione Veda che il Sierpinskij apprese dal
maestro Liu-kan durante il suo soggiorno di studio in Cina.
“Probabilmente, Dio ignora la nostra esistenza. Ma se così
non fosse... allora è un vecchio sadico” .
T. Sierpinskij, “Io e Dio”, Ed. Paoline, Roma, 1983.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
MEDICINA & SALUTE
“Vita: tipica malattia cronicodegenerativa, ad esito invariabilmente mortale”.
T. Sierpinskij, “Trattato di Medicina Generale”, Unimed Ed.,
Pescasseroli, 1997
“Ho conosciuto un medico che
di fronte ad ogni malanno diceva inevitabilmente al meschino
di turno: Dormici sopra!. E lo
diceva anche a chi soffriva di insonnia”.
T. Sierpinskij, “Ricordi sanitari”, Rocco Ed., Forlimpopoli,
1973.
“Un altro medico da me conosciuto era assai contrario all’uso di farmaci. Il suo cavallo di battaglia era infatti: Non prendere niente: tanto poi
ti passa!. Probabilmente, tra quanti incontrati nella mia
vita, è quello che ha fatto meno danni”.
T. Sierpinskij, “Nuovi ricordi sanitari”, Rocco Ed., Forlimpopoli, 1975.
“Un medico condotto con cui ebbi ventura di familiarizzare, soleva rincuorare i suoi pazienti, anche gravi, dicendo loro Non abbatterti: pensa alla salute!”.
T. Sierpinskij, “Ancor più nuovi ricordi sanitari”, Rocco
Ed., Forlimpopoli, 1977.
“Si è timidi finché si dà importanza agli altri”.
T. Sierpinskij, “Se stessi in 118 lezioni”, Unimed Ed., Pescasseroli, 1963.
“Il problema dell’ingrassare? Alimentare, Watson”.
T. Sierpinskij, “Sherlock Holmes e il dietologo assassino”,
Pinguin Press, Oxford, 1865.
SCUOLA, STUDIO & CULTURA
“Tutti i bambini nascono intelligenti; poi, vanno a scuola”.
È questo l’aforisma più famoso di Taddeus Sierpinskij. Il
più vero, il più amaro.
mistica’ (in particolare delle rubriche ‘Strano, ma vero’
e ‘L’edipeo enciclopedico’) può fare di ognuno di noi il
dominatore di qualunque conversazione”.
T. Sierpinskij, “Inchiodare il salotto”, Annabella Edizioni,
Milano, 1998.
“Non è importante leggere, ma rileggere, avendo buon
naso nel capire quel che va attentamente riletto”.
T. Sierpinskij, “Leggere per imparare, imparare a leggere”, Edizioni Ricordi, Milano, 1998.
“Apparire uomo di grande cultura, non è difficile: basta
mandare a mente una ventina di citazioni e intervallare ogni
tanto con queste le proprie argomentazioni. Ovviamente, i
riferimenti dovranno essere relativi a scrittori o poeti sconosciuti ai più”.
T. Sierpinskij, “Corso avanzato di Strategie Culturali”,
Orakoff ed., Mosca, 1998.
“La Censura è sempre riprovevole: è inaccettabile che
qualcuno stabilisca quello che un altro debba leggere o
vedere o raccontare”.
Scritto dal Nostro dopo la messa all’indice del Suo agile
volumetto: T. Sierpinskij, “Ateismo fai-da-te”, Ed. Paoline,
Roma 1845.
SOLDI E LAVORO
“Mi raccontava, sconsolato, il mio libraio che prima di
me era passata una signora ad ordinargli Un metro e mezzo di libri rilegati in rosso”.
L’episodio, come si apprende nei Diari, fu riferito al Sierpinskij da tal Nicola, proprietario della libreria “La Scaletta”,
sita a Roma in viale Ippocrate.
“Una costante e attenta lettura de ‘La Settimana Enig-
“Se incontro quel tale che ha messo in giro la voce che i
soldi non fanno la felicità, giuro che gli spacco la faccia!”.
T. Sierpinskij, “Cattivi Maestri”, Milton & Guest Eds.,
Chicago, 1922.
“Il lavoro debilita l’uomo”.
T. Sierpinskij, “Effetti collaterali nella produzione di
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VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
beni”, Oxford Press., UK, 1922.
LA MORTE
“Il danaro non fa la felicità? È vero: contribuisce, infatti,
solo al 90%”.
T. Sierpinskij, “Trattato di Econometria”, Milton & Guest
Eds., Chicago, 1926.
“È vero, tutti dobbiamo morire: ma non spingete, per favore!”.
Sembra che questa frase sia stata detta per la prima volta
da Sierpinskij nel corso della battaglia di Waterloo.
“Conosco non poche persone che riprovano con disgusto il
comportamento di Giuda, soprattutto per essersi accontentato di soli 30 danari”.
T. Sierpinskij, “Modelli deterministici, stocastici e stocastico-deterministici nella teoria dei giochi e delle decisioni”,
Milton & Guest Eds., Chicago, 1936.
“Tre firme ispirano sempre fiducia, perfino allo strozzino” .
Di questo indovinato aforisma del Sierpinskij si appropriò spudoratamente Oscar Wilde, spacciandolo per suo (v.,
per es., O. Wilde “Sebastian Melmoth Aphorisms”, pag. 57,
Newton Ed., 1997). Quando il Sierpinskij lo seppe, avviò
una causa per plagio contro il Wilde. Il processo andò avanti
per diversi anni, finché il Nostro non ritirò la denuncia, impietosito dalla drammatica situazione in cui Wilde era venuto
a trovarsi in seguito all’accusa di omosessualità mossagli dal
marchese Queensberry.
Noam Enzensberger scrisse un saggio su questo aforisma
del Nostro. Sembra, peraltro, che lo abbia più volte messo in
pratica per certi suoi affari.
“Il modo migliore per uccidere un’amicizia è chiedere
un prestito all’amico”.
Riflessione suggerita al Sierpinskij dall’Enzensberger,
come si evince dai “Diari”. K. Giravoltoski sostiene, anche
in questo caso, esserne l’autore lo stesso Enzensberger.
“È vero che il danaro non fa la felicità; ma riesce a tenere lontano da noi una serie infinita di rotture di scatole”.
T. Sierpinskij, “Secondo Trattato di Econometria”, Milton
& Guest Eds., Chicago, 1957.
LA GUERRA
“In tema di Guerre Mondiali, io penso che l’uomo possa contare soltanto fino a tre”.
T. Sierpinskij, “Strategie e Decisioni”, Milton & Guest
Eds., Chicago, 1946
“Quando sono gli altri a morire, non è difficile mostrar
coraggio in guerra”.
T. Sierpinskij, “Armiamoci e partite!”, Fiaccola Ed.,
Roma, 1936
“Detesto i Fondamentalisti: li ammazzerei tutti!”.
T. Sierpinskij, “La forza della ragione e la ragione della
forza”, Farulli Ed., Roma, 1996
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ANIMALI
“Gli animali hanno un’anima?. Ecco un tipo di domanda che può farsi soltanto chi non ha mai posseduto un
cane o un gatto”.
T. Sierpinskij, “Etologia pratica”, Ed. Wrstzi, Varsavia,
1859
“Panda rei…: Eraclito, il primo ecologista della Storia”.
T. Sierpinskij, “Verso un disequilibrio globale”, Ed. MIT,
New York, 1860
FAME
“Viviamo in un mondo di affamati: i quattro quinti,
perché non hanno abbastanza cibo da mangiare; il quinto
restante, perché deve abbassare il proprio colesterolo”.
T. Sierpinskij, “Così va il mondo”, Ed. FAO, Roma, 1959.
“Un giorno di digiuno a settimana, per mantenerci in linea e per comprendere meglio coloro che non digiunano per
scelta”.
T. Sierpinskij, “Più sani, più belli, più buoni”, Ed. ERI,
Roma, 1979.
SORTE, PROBABILITÀ E STATISTICA
“Se mi dicono Quanto stai bene!, mi viene da fare pesanti scongiuri. È questa, a mio parere, una misura di
come temiamo il futuro”.
T. Sierpinskij, “La jella esiste?”, Ed. Cuomo, Napoli,
1899.
“Quando su cento persone, gli imbecilli sono venti, l’effetto complessivo è in fondo positivo, poiché essi allertano gli altri ottanta, tenendoli ben svegli. Se, invece, gli
imbecilli sono ottanta su cento, allora tutto è perduto, in
particolare per i restanti venti”.
T. Sierpinskij, “Statistica per la Sociologia”, Ed. Veschi,
Roma, 1941.
“Ero seriamente preoccupato, come capita a chi vuole
stipulare un’assicurazione sulla propria vita e l’assicuratore si fa sistematicamente negare”.
T. Sierpinskij, “Lezioni di Matematica Attuariale”, Ed.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Esiste quindi una precisa relazione tra le conoscenze matematiche e la comprensione
della statistica”.
Ripreso da: T. Sierpinskij,
“Relazione riservata per il Ministro della Pubblica Istruzione
della Repubblica Italiana sui
risultati degli esami di maturità dell’anno scolastico 20072008”. Si tratta in assoluto, lo
si noti bene, dell’ultimo documento prodotto dal Sierpinskij
prima di passare a miglior vita.
“La differenza tra un eterosessuale ed un omosessuale è
che l’uno prende la vita a priori, l’altro a posteriori”.
T. Sierpinskij, “Probabilità
soggettiva versus probabilità
frequentistica”, Ed. Veschi,
Roma, 1939
SCIENZA E TECNICA
Veschi, Roma, 1940.
“La probabilità è essenzialmente una misura di speranza. Tenendo conto, però, di come in genere le nostre
speranze trovino poi rispondenza nei fatti, viene da pensare che questa grandezza sia piuttosto una quantificazione perversa del nostro futuro grado di delusione”.
T. Sierpinskij, “Probabilità soggettiva versus probabilità
frequentistica”, Ed. Veschi, Roma, 1939.
“Approccio bayesiano: tecnica per rimorchiare alle feste, se gli invitati sono pochi e conoscete bene il giro”.
T. Sierpinskij, “Concrete applicazioni della statistica”,
Ed. Kargoff, Leningrado, 1951.
“Un ottimista è colui che crede di vivere nel migliore
dei mondi; il pessimista, invece, sa che è vero. Che è vero,
lo sa anche lo psicotico, solo che ci si incazza da morire”.
Non particolarmente originale. La chiusa, tuttavia, è certamente del Sierpinskij.
“Ora et elabora”.
T. Sierpinskij, “Trattato di Analisi Numerica”, Ed. Verlag,
Berlino, 1954.
“Cinque studenti su quattro zoppicano matematica. Il
125% degli studenti, poi, non capisce nulla di statistica.
“Il tecnico risolve i problemi;
il genio, li crea”.
T. Sierpinskij, dopo un suo tentativo di riparare il videoregistratore.
“Se crea problemi subito, è Tecnica; se li crea dopo,
allora è Scienza”.
Anche questo aforisma fu attaccato duramente dall’Enzensberger, il quale si profuse in argomentazioni le più diverse, ma tutte decisamente irragionevoli. Sierpinskij riuscì
brillantemente a tacitarlo producendo con il suo ‘principio
di dualità’ l’aforisma parallelo: “Se crea problemi subito, è
Scienza; se li crea dopo, allora è Tecnica”.
MASSIMI SISTEMI
“La verità sta nel mezzo; ed è per questo che viene sempre
schiacciata”.
T. Sierpinskij, “Trattato di logica modale”, Ed. Paoline,
Roma, 1917. Vedi anche T. Sierpinskij, “Le leggi della Logica e la logica delle Leggi”, Giuffrè, 1942.
“Prima o poi, ogni pettine incontra il nodo”.
T. Sierpinskij, “Riflessioni filosofiche”, Water & Winter,
Cambridge, 1911.
“A chi non ha dubbi restano, purtroppo, soltanto certezze”.
T. Sierpinskij, “Nuovi orizzonti della Ricerca Operativa”,
Open House ed., Los Angeles, 1937.
117
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Papavero da oppio
“Una panzana raccontata pubblicamente quattro volte
diviene presto notoria verità”.
T. Sierpinskij, “La nascita delle Leggende Metropolitane”, One & Two eds., Washington, 1947. Anche in: T. Sierpinskij, “L’arte della Comunicazione”, Muller Ed., Vienna,
1958.
sterdam, 1921.
“Il problema non sta nel volere, ma nel voler volere e
nel poter volere”.
T. Sierpinskij, “Vittorio Alfieri: chi era costui?”, Chiovelli, Cuneo, 1845. Si osservi che Ludwig Wittgenstein riteneva, in base a sue considerazioni sul linguaggio, che non si
potesse ‘voler volere’.
“L’intelligenza… dovrebbe essere usata con moderazione. Per sé, per gli altri”.
T. Sierpinskij, “Comportamenti razionali”, Crescitelli ed.,
Roma, 1899.
“Ancora oggi mi stupisco del fatto che, pur essendo in
genere abbastanza intelligente, a volte insisto con grande
tenacia nella stupidità”.
È questa una delle maggiori autocritiche del Sierpinskij.
“Non c’è niente di meglio per distendersi, che sentirsi
ogni tanto un po’ imbecilli. L’importante è non prenderci
troppo gusto”.
Sembra che a questo aforisma del Sierpinskij si sia ispirato
Wittgenstein: “Discendi sempre dalle nude alture dell’intelligenza nelle valli verdeggianti della stupidità” (L. Wittgenstein, ‘Pensieri diversi’ (Vermischte Bemerkugen), RCS,
Milano, 2001).
“Ognuno è una storia. E la storia è sempre unica”.
T. Sierpinskij, “Che cos’è la Vita?”, Kummer, Berlino,
1933.
“Assioma: luogo comune fatto Papa”.
T. Sierpinskij, “Sistemi formali e dintorni”, Mardeen, Am118
“Quando l’Universo si è stancato del rasoio di Ockham,
ha creato la coscienza”.
T. Sierpinskij, “Oltre il lambda calcolo”, University Press,
Miami, 1963.
“L’importante non è partecipare: è vincere”.
T. Sierpinskij, “Se stessi in 24 ore”, Unimed Ed., Pescasseroli, 1953.
“Dovrebbe esserci, in genere, più rispetto per i problemi”.
T. Sierpinskij, “Dalla logica alla metalogica”, Tuminelli,
Roma, 1922.
ALCOL & DROGHE
“Se Marx fosse qui oggi, direbbe che è l’oppio la religione dei popoli”.
T. Sierpinskij, “Da Marx a Xram”, Grather & Ingrather
Eds., Newcastle, 1985.
“Alcol, droghe, sigarette, sesso e cioccolata: facile cominciare, difficile smettere”.
T. Sierpinskij, “Vecchie e nuove Dipendenze”, Maria Giovanna Ed., Bogotà, 1993.
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
Appendice III.
Indicazioni operative per un Primo
Soccorso
I testi sottoriportati sono da utilizzare prontamente in caso
di intossicazione culturale acuta. Come si è potuto constatare, effettuando uno studio epidemiologico longitudinale, sia
su soggetti che si sono offerti di leggere le bozze, sia su altri
soggetti che non lo hanno fatto, si possono manifestare talora
non solo forme di intossicazione lieve o moderata (Rischio
Relativo pari a 4), ma anche forme di intossicazione maggiore (R.R.: 34), sino allo shock anafilattico (R.R.: 342), dove
bisogna procedere senza esitare un istante.
Per ognuna di queste eventualità (lo ripetiamo: non appena ci si renda conto della sopravvenuta situazione critica
bisogna intervenire immediatamente!!!) va somministrato al
soggetto il contenuto del corrispondente volume, specifico
per eziologia e gravità della sindrome, come da tabella sottoriportata.
In caso di incoscienza del paziente, o mentre si effettuano manovre di rianimazione cardio-polmonare (CPR), sarà
bene che qualcuno legga ad alta voce alcuni passi del volume così individuato, possibilmente scelti a caso. L’efficacia di quest’ultimo intervento terapeutico non è stata ancora
validata dal Cochrane Network; ma, chissenefrega, fatelo lo
stesso.
Qualora, purtroppo, il soggetto dovesse considerarsi perduto, abbiamo inserito anche alcune letture da tenersi in sua
memoria. La speranza che sta dietro questa scelta, invero un
poco macabra, è che queste possano essere utili a chi resta.
INTOSSICAZIONE LIEVE
Filosofia: L. De Crescenzo, “Storia della Filosofia” (vari
volumi), Mondadori, vari anni.
Logica: L. Carroll, “Il gioco della Logica”, Astrolabio,
1969 (anche: E. Carruccio “Mondi della Logica”, Zanichelli,
1974).
Matematica: R. Courant, H. Robbins, “Che cos’è la Matematica?”, Boringhieri, 1950 (anche: E. Stabler, “Il pensiero
Matematico”, Boringhieri, 1970).
Probabilità e Statistica: S. Lipschutz, “Calcolo delle Probabilità”, ETAS, 1975 (anche: M.R. Spiegel, “Probabilità e
Statistica”, ETAS, 1979).
Fisica: I. Asimov, “Il libro di Fisica”, Mondadori, 1986.
Biologia: H.J. Bogen, “La Biologia moderna illustrata”,
Rizzoli, 1968.
Religioni: A. Watts, “Lo Zen”, Bompiani, 1959 (anche: E.
Schuré, “I Grandi Iniziati”, Laterza, 1952).
INTOSSICAZIONE MODERATA
Filosofia: E. Severino, “Antologia Filosofica”, Rizzoli,
1997.
Logica: P. Odifreddi, “Il Diavolo in Cattedra”, Einaudi,
2003.
Matematica: D. Hilbert, S. Cohn-Vossen, “Geometria intuitiva”, Boringhieri, 1960.
Probabilità e Statistica: I. Hacking, “L’emergenza della Probabilità”, Il Saggiatore, 1987 (anche: D. Costantini,
M.A. Penco, U. Garibaldi, “Introduzione alla Statistica”,
Muzzio Ed., 1992).
Fisica: A. Einstein, L. Infeld, “L’Evoluzione della Fisica”,
Boringhieri, 1965.
Biologia: W.D. Stansfield, “Genetica”, ETAS, 1976.
Religioni: K. Armstrong, “Storia di Dio”, Marsilio, 1998.
INTOSSICAZIONE GRAVE
Filosofia: B. Russell, “I problemi della Filosofia”, Feltrinelli, 1969.
Logica: E.J. Lemmon, “Elementi di Logica”, Laterza,
1986.
Matematica: P. Odifreddi, “La Matematica del Novecento”, Einaudi, 2000.
Probabilità e Statistica: I. Hacking, “Introduzione alla
Probabilità e alla Logica Induttiva”, Il Saggiatore, 2005.
Fisica: B. Russell, “L’ABC della Relatività”, Longanesi,
1960.
Biologia: W.F. Bodmer, L.L. Cavalli-Sforza, “Genetica,
Evoluzione, Uomo”, 3 volumi, Mondadori, 1977.
Religioni: H. Kung, “Teologia in cammino”, Mondadori,
1987 (anche: P. Odifreddi, “Il Vangelo secondo la Scienza”,
Einaudi, 1999).
SHOCK ANAFILATTICO
Filosofia: K.R. Popper, “Il mondo di Parmenide”, Edizioni PIEMME, 1998.
Logica: R. Carnap, “Introduzione alla Logica simbolica”,
La Nuova Italia, 1978.
Matematica: B.R. Gelbaum, “Controesempi in analisi
119
VITA E OPERE DI TADDEUS SIERPINSKIJ (1769-2015) - UNA BIOGRAFIA CRITICA
matematica”, Mursia, 1979.
Probabilità e Statistica: A. Paupolis, “Probabilità, variabili aleatorie e processi stocastici”, Boringhieri, 1973.
Fisica: R. Penrose, “La strada che porta alla Realtà”,
1.114 pp., Rizzoli, 2006.
Biologia: G.G. Simpson, “Evoluzione: una visione del
mondo”, Sansoni, 1972.
Religioni: H. Kung, “Dio esiste?”, Mondadori, 1979.
IN MEMORIA
Filosofia: H. von Arnim, “Stoici antichi: tutti i frammenti”, 1.666 pp., con testo greco a fronte, Rusconi, 1998.
Logica: W.V.O. Quine, “Manuale di Logica”, Feltrinelli,
1960 (anche: A. Tarski “Introduzione alla Logica”, Bompiani, 1969).
Matematica: V.I. Smirnov, “Corso di Matematica Superiore”, 6 volumi, Editori Riuniti, 2000.
120
Probabilità e Statistica: B. De Finetti, “Teorie della Probabilità”, 2 volumi, Einaudi, 1970 (anche: D.F. Morrison,
“Metodi di analisi statistica multivariata”, Casa Editrice
Ambrosiana, 1976).
Fisica: W. Pauli, “Teoria della Relatività”, Boringhieri,
1958.
Biologia: E. Ungerer, “Fondamenti teorici delle scienze
biologiche”, Feltrinelli, 1972.
Religioni: M. Verret, “L’Ateismo moderno”, Editori Riuniti, 1963.
Per una profilassi generale, ed un sicuro investimento per
la propria biblioteca, si consiglia inoltre l’acquisto di:
P. Rossi (a cura di), “Storia della Scienza”, 8 volumi,
UTET, 1988.
L. Geymonat (a cura di), “Storia del pensiero Filosofico
e Scientifico”, 9 volumi, Garzanti, 1970.
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giugno 2015 - Scienze e Ricerche