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PRIMO MAZZOLARI
SCRITTI POLITICI
Edizione critica a cura di Matteo Truffelli
Prefazione di Giorgio Campanini
S
ebbene estraneo alla politica militante,
Mazzolari era preoccupato per il bene
comune, impegnato per una società più
giusta, amante della libertà, tanto che lo si
può ritenere una delle voci più significative
dell’Italia cattolica del Novecento. Con
una cospicua raccolta di testi, distribuiti
su un arco di tempo di oltre 40 anni, il
volume ricostruisce l’apporto di don
Primo nel confronto politico-culturale del
proprio tempo.
2010
quindicinale di attualità e documenti
19
Documenti
591 A Palermo e a Reggio Calabria
I testi della visita pastorale di Benedetto XVI a Palermo e quelli
della Settimana sociale dei cattolici italiani a Reggio Calabria
(mons. Miglio, card. Bagnasco).
601 Educare alla vita buona del Vangelo
«Primo Mazzolari»
pp. 832 - € 58,00
L’episcopato italiano pubblica gli Orientamenti pastorali per
il prossimo decennio, che pongono al centro dell’attenzione
ecclesiale la «sfida educativa».
DELLO STESSO AUTORE:
Preti così
626 Comunione e testimonianza
A Roma si è svolta in ottobre l’Assemblea speciale per il Medio Oriente
del Sinodo dei vescovi: relazione d’apertura del patriarca copto Naguib,
Messaggio al popolo di Dio, Proposizioni affidate al papa.
Edizione critica a cura di Bruno Bignami
pp. 200 - € 15,50
Via Nosadella 6 - 40123 Bologna
Tel. 051/4290011 - Fax 051/4290099
Cyan Magenta Giallo Nero
EDIZIONI
DEHONIANE
BOLOGNA
http://www.dehoniane.it
e-mail: [email protected]
Anno LV - N. 1088 - 1 novembre 2010 - IL REGNO - Via Nosadella 6 - 40100 Bologna - Tel. 051/3392611 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione
e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna”
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PRIMO MAZZOLARI
SCRITTI POLITICI
Edizione critica a cura di Matteo Truffelli
Prefazione di Giorgio Campanini
S
ebbene estraneo alla politica militante,
Mazzolari era preoccupato per il bene
comune, impegnato per una società più
giusta, amante della libertà, tanto che lo si
può ritenere una delle voci più significative
dell’Italia cattolica del Novecento. Con
una cospicua raccolta di testi, distribuiti
su un arco di tempo di oltre 40 anni, il
volume ricostruisce l’apporto di don
Primo nel confronto politico-culturale del
proprio tempo.
2010
quindicinale di attualità e documenti
19
Documenti
591 A Palermo e a Reggio Calabria
I testi della visita pastorale di Benedetto XVI a Palermo e quelli
della Settimana sociale dei cattolici italiani a Reggio Calabria
(mons. Miglio, card. Bagnasco).
601 Educare alla vita buona del Vangelo
«Primo Mazzolari»
pp. 832 - € 58,00
L’episcopato italiano pubblica gli Orientamenti pastorali per
il prossimo decennio, che pongono al centro dell’attenzione
ecclesiale la «sfida educativa».
DELLO STESSO AUTORE:
Preti così
626 Comunione e testimonianza
A Roma si è svolta in ottobre l’Assemblea speciale per il Medio Oriente
del Sinodo dei vescovi: relazione d’apertura del patriarca copto Naguib,
Messaggio al popolo di Dio, Proposizioni affidate al papa.
Edizione critica a cura di Bruno Bignami
pp. 200 - € 15,50
Via Nosadella 6 - 40123 Bologna
Tel. 051/4290011 - Fax 051/4290099
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Anno LV - N. 1088 - 1 novembre 2010 - IL REGNO - Via Nosadella 6 - 40100 Bologna - Tel. 051/3392611 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione
e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna”
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quindicinale di attualità e documenti
D
ocumenti
MANLIO SIMONETTI - EMANUELA PRINZIVALLI
1.11.2010 - n. 19 (1088)
Caro lettore,
di certo non le sarà sfuggita la
notizia dell’incremento dei costi di
postalizzazione che ha colpito le
riviste, legato al decreto
interministeriale varato il 31 marzo
2010, il quale sopprime le tariffe
postali agevolate per la spedizione di
tutti gli organi di stampa. Anche il
Centro editoriale dehoniano è stato
quindi costretto, suo malgrado, a
rivedere in maniera significativa, e
proporzionata al numero delle uscite
delle varie testate, le quote di
abbonamento per il 2011.
Come sempre in questi anni, e anche
grazie all’accordo raggiunto tra le
associazioni di categoria degli editori e
Poste italiane e finalmente recepito dal
governo con decreto del 21 ottobre,
abbiamo cercato di contenere tale
aumento, per gravare il meno possibile
sul bilancio degli abbonati, che sono il
nostro patrimonio più prezioso.
R
Benedetto XVI
585
Avete fatto bene
{ Lettera ai seminaristi }
588
Sempre e dovunque
{ Motu proprio che istituisce
il dicastero per la nuova
evangelizzazione }
591
Terra di santi, abbi speranza!
{ Visita pastorale a Palermo,
3 ottobre 2010 }
L’augurio di pace a Palermo
(Omelia alla messa al Foro italico
Umberto I)
Le radici e i rami (Ai giovani e
alle famiglie in piazza Politeama)
Chiesa in Italia
595
Agenda per il bene comune
{ Introduzione di mons. Miglio
alla XLVI Settimana sociale
dei cattolici italiani }
Nuova generazione in politica
(A. Bagnasco)
STORIA
DELLA LETTERATURA
CRISTIANA ANTICA
601
Educare alla vita buona
del Vangelo
{ Orientamenti pastorali
dell’episcopato italiano per
il decennio 2010-2020 }
Santa Sede
626
La Chiesa nel Medio Oriente
{ Assemblea speciale
per il Medio Oriente
del Sinodo dei vescovi - Roma,
10-24 ottobre 2010 }
Più fede, comunione e amore
(Relatio ante disceptationem)
I cattolici in Medio Oriente (D. S.)
Un cammino di conversione
(Messaggio al popolo di Dio)
Comunione e testimonianza
(Proposizioni - Elenco finale)
A
firma di due tra i maggiori esperti
italiani della materia, uno strumento
agile e denso per introdurre allo studio
della letteratura cristiana antica. La
seconda edizione, rivista e ampiamente
aggiornata, coniuga la chiarezza espositiva
con un’accurata informazione sullo stato
degli studi italiani e stranieri, in risposta
al crescente interesse per gli scrittori cristiani dei primi secoli, dei quali oggi si
colgono meglio la ricchezza espressiva e la
capacità di rielaborare i molteplici influssi culturali dell’epoca.
«Primi secoli»
pp. 648 - € 48,60
Via Nosadella 6 - 40123 Bologna
Tel. 051/4290011 - Fax 051/4290099
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B
enedetto XVI
Avete
fatto bene
C
Lettera ai seminaristi
A pochi mesi dalla conclusione dell’anno sacerdotale (19 giugno 2009 –
11 giugno 2010) Benedetto XVI ha
scritto questa Lettera ai seminaristi, firmata e diffusa il 18 ottobre,
che sostituisce un ventilato documento sui seminari della Congregazione per l’educazione cattolica.
Riassume in pochi punti gli elementi maggiori dell’esperienza formativa: la comunità, essere uomini di
Dio, l’eucaristia, la penitenza, la
pietà popolare, lo studio teologico,
la maturità umana, una spiritualità
inclusiva ed ecclesiale. Il tono è familiare e diretto: così, ad esempio,
il papa racconta la reazione del sottotenente a cui aveva detto la sua
decisione di farsi prete nel 1944:
«Nella nuova Germania non c’è più
bisogno di preti», per poi aggiungere: «anche oggi molti (lo) pensano».
Sulla pietà popolare afferma: «Tende all’irrazionalità, talvolta forse
anche all’esteriorità» e «dev’essere
sempre purificata, riferita al centro,
ma merita il nostro amore, ed essa
rende noi stessi in modo pienamente reale “popolo di Dio”».
Stampa (27.10.2010) da sito web www.vatican.va. Sottotitoli redazionali.
IL REGNO -
DOCUMENTI
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ari seminaristi,
nel dicembre 1944, quando fui chiamato al
servizio militare, il comandante di compagnia
domandò a ciascuno di noi a quale professione
aspirasse per il futuro. Risposi di voler diventare sacerdote cattolico. Il sottotenente replicò: «Allora lei deve
cercarsi qualcos’altro. Nella nuova Germania non c’è più
bisogno di preti». Sapevo che questa «nuova Germania» era
già alla fine, e che dopo le enormi devastazioni portate da
quella follia sul paese, ci sarebbe stato bisogno più che mai di
sacerdoti. Oggi, la situazione è completamente diversa. In
vari modi, però, anche oggi molti pensano che il sacerdozio
cattolico non sia una «professione» per il futuro, ma che
appartenga piuttosto al passato. Voi, cari amici, vi siete decisi a entrare in seminario, e vi siete, quindi, messi in cammino
verso il ministero sacerdotale nella Chiesa cattolica, contro
tali obiezioni e opinioni. Avete fatto bene a farlo. Perché gli
uomini avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del
dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio
che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella
Chiesa universale, per imparare con lui e per mezzo di lui la
vera vita e per tenere presenti e rendere efficaci i criteri della
vera umanità. Dove l’uomo non percepisce più Dio, la vita
diventa vuota; tutto è insufficiente. L’uomo cerca poi rifugio
nell’ebbrezza o nella violenza, dalla quale proprio la gioventù viene sempre più minacciata. Dio vive. Ha creato ognuno
di noi e conosce, quindi, tutti. È così grande che ha tempo
per le nostre piccole cose: «I capelli del vostro capo sono tutti
contati» (Lc 12,7). Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per lui e che lo portano agli altri. Sì, ha senso diventare sacerdote: il mondo ha bisogno di sacerdoti, di pastori,
oggi, domani e sempre, fino a quando esisterà.
Comunità e preghiera
Il seminario è una comunità in cammino verso il servizio
sacerdotale. Con ciò, ho già detto qualcosa di molto importante: sacerdoti non si diventa da soli. Occorre la «comunità dei discepoli», l’insieme di coloro che vogliono servire la
comune Chiesa. Con questa lettera vorrei evidenziare –
anche guardando indietro al mio tempo in seminario – qualche elemento importante per questi anni del vostro essere in
cammino.
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B
enedetto XVI
1. Chi vuole diventare sacerdote, dev’essere soprattutto
un «uomo di Dio», come lo descrive san Paolo (1Tm 6,11).
Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il Big bang. Dio si è mostrato in Gesù
Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio.
Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi. Perciò
la cosa più importante nel cammino verso il sacerdozio e
durante tutta la vita sacerdotale è il rapporto personale con
Dio in Gesù Cristo. Il sacerdote non è l’amministratore di
una qualsiasi associazione, di cui cerca di mantenere e
aumentare il numero dei membri. È il messaggero di Dio tra
gli uomini. Vuole condurre a Dio e così far crescere anche la
vera comunione degli uomini tra di loro. Per questo, cari
amici, è tanto importante che impariate a vivere in contatto
costante con Dio. Quando il Signore dice: «Vegliate in ogni
momento pregando» (Lc 21,36), naturalmente non ci chiede di dire continuamente parole di preghiera, ma di non
perdere mai il contatto interiore con Dio. Esercitarsi in questo contatto è il senso della nostra preghiera. Perciò è importante che il giorno incominci e si concluda con la preghiera.
Che ascoltiamo Dio nella lettura della Scrittura. Che gli
diciamo i nostri desideri e le nostre speranze, le nostre gioie
e sofferenze, i nostri errori e il nostro ringraziamento per
ogni cosa bella e buona, e che in questo modo lo abbiamo
sempre davanti ai nostri occhi come punto di riferimento
della nostra vita. Così diventiamo sensibili ai nostri errori e
impariamo a lavorare per migliorarci; ma diventiamo sensibili anche a tutto il bello e il bene che riceviamo ogni giorno
come cosa ovvia, e così cresce la gratitudine. Con la gratitudine cresce la gioia per il fatto che Dio ci è vicino e possiamo servirlo.
Dio plasma la vita
2. Dio non è solo una parola per noi. Nei sacramenti egli
si dona a noi in persona, attraverso cose corporali. Il centro
del nostro rapporto con Dio e della configurazione della
nostra vita è l’eucaristia. Celebrarla con partecipazione interiore e incontrare così Cristo in persona, dev’essere il centro
di tutte le nostre giornate. San Cipriano ha interpretato la
domanda del Vangelo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Mt 6,11), dicendo, tra l’altro, che «nostro» pane, il pane
che possiamo ricevere da cristiani nella Chiesa, è il Signore
eucaristico stesso. Nella domanda del Padre nostro preghiamo quindi che egli ci doni ogni giorno questo «nostro» pane;
che esso sia sempre il cibo della nostra vita. Che il Cristo
risorto, che si dona a noi nell’eucaristia, plasmi davvero tutta
la nostra vita con lo splendore del suo amore divino. Per la
retta celebrazione eucaristica è necessario anche che impariamo a conoscere, capire e amare la liturgia della Chiesa
nella sua forma concreta. Nella liturgia preghiamo con i
fedeli di tutti i secoli: passato, presente e futuro si congiungono in un unico grande coro di preghiera. Come posso
affermare per il mio cammino personale, è una cosa entusiasmante imparare a capire man mano come tutto ciò sia
cresciuto, quanta esperienza di fede ci sia nella struttura
della liturgia della messa, quante generazioni l’abbiano formata pregando.
3. Anche il sacramento della penitenza è importante. Mi
insegna a guardarmi dal punto di vista di Dio, e mi costrin-
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IL REGNO -
DOCUMENTI
19/2010
ge a essere onesto nei confronti di me stesso. Mi conduce
all’umiltà. Il Curato d’Ars ha detto una volta: voi pensate
che non abbia senso ottenere l’assoluzione oggi, pur sapendo che domani farete di nuovo gli stessi peccati. Ma – così
dice – Dio stesso dimentica al momento i vostri peccati di
domani, per donarvi la sua grazia oggi. Benché abbiamo da
combattere continuamente con gli stessi errori, è importante opporsi all’abbrutimento dell’anima, all’indifferenza che
si rassegna al fatto di essere fatti così. È importante restare in
cammino, pur senza pedanteria, nella consapevolezza riconoscente che Dio mi perdona sempre di nuovo. Ma anche
senza indifferenza, che non farebbe più lottare per la santità
e per il miglioramento. E, nel lasciarmi perdonare, imparo
anche a perdonare gli altri. Riconoscendo la mia miseria,
divento anche più tollerante e comprensivo nei confronti
delle debolezze del prossimo.
4. Mantenete pure in voi la sensibilità per la pietà popolare, che è diversa in tutte le culture, ma che è pur sempre
molto simile, perché il cuore dell’uomo alla fine è lo stesso.
Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse
anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato.
Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è
diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del
loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un
grande patrimonio della Chiesa. La fede si è fatta carne e sangue. Certamente la pietà popolare dev’essere sempre purificata, riferita al centro, ma merita il nostro amore, ed essa
rende noi stessi in modo pienamente reale «popolo di Dio».
Un tempo per lo studio
5. Il tempo in seminario è anche e soprattutto tempo di
studio. La fede cristiana ha una dimensione razionale e intellettuale che le è essenziale. Senza di essa la fede non sarebbe
se stessa. Paolo parla di una «forma di insegnamento», alla
quale siamo stati affidati nel battesimo (Rm 6,17). Voi tutti
conoscete la parola di san Pietro, considerata dai teologi
medievali la giustificazione per una teologia razionale e
scientificamente elaborata: «Pronti sempre a rispondere a
chiunque vi domandi ragione (logos) della speranza che è in
voi» (1Pt 3,15). Imparare la capacità di dare tali risposte, è
uno dei principali compiti degli anni di seminario. Posso solo
pregarvi insistentemente: studiate con impegno! Sfruttate gli
anni dello studio! Non ve ne pentirete. Certo, spesso le materie di studio sembrano molto lontane dalla pratica della vita
cristiana e dal servizio pastorale. Tuttavia è completamente
sbagliato porre sempre subito la domanda pragmatica: mi
potrà servire questo in futuro? Sarà di utilità pratica, pastorale? Non si tratta appunto soltanto di imparare le cose evidentemente utili, ma di conoscere e comprendere la struttura interna della fede nella sua totalità, così che essa diventi
risposta alle domande degli uomini, i quali cambiano, dal
punto di vista esteriore, di generazione in generazione, e tuttavia restano in fondo gli stessi. Perciò è importante andare
oltre le mutevoli domande del momento per comprendere le
domande vere e proprie e capire così anche le risposte come
vere risposte. È importante conoscere a fondo la Sacra
Scrittura interamente, nella sua unità di Antico e Nuovo
Testamento: la formazione dei testi, la loro peculiarità letteraria, la graduale composizione di essi fino a formare il
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canone dei libri sacri, l’interiore unità dinamica che non si
trova in superficie, ma che sola dà a tutti i singoli testi il loro
significato pieno. È importante conoscere i padri e i grandi
concili, nei quali la Chiesa ha assimilato, riflettendo e credendo, le affermazioni essenziali della Scrittura. Potrei continuare in questo modo: ciò che chiamiamo dogmatica è il
comprendere i singoli contenuti della fede nella loro unità,
anzi, nella loro ultima semplicità: ogni singolo particolare è
alla fine solo dispiegamento della fede nell’unico Dio, che si
è manifestato e si manifesta a noi. Che sia importante conoscere le questioni essenziali della teologia morale e della dottrina sociale cattolica, non ho bisogno di dirlo espressamente. Quanto importante sia oggi la teologia ecumenica, il
conoscere le varie comunità cristiane, è evidente; parimenti
la necessità di un orientamento fondamentale sulle grandi
religioni, e non da ultima la filosofia: la comprensione del
cercare e domandare umano, al quale la fede vuol dare
risposta. Ma imparate anche a comprendere e – oso dire –
ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e
nelle forme della sua applicazione pratica: una società senza
diritto sarebbe una società priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore. Ora non voglio continuare ad elencare,
ma solo dire ancora una volta: amate lo studio della teologia
e seguitelo con attenta sensibilità per ancorare la teologia
alla comunità viva della Chiesa, la quale, con la sua autorità, non è un polo opposto alla scienza teologica, ma il suo
presupposto. Senza la Chiesa che crede, la teologia smette di
essere se stessa e diventa un insieme di diverse discipline
senza unità interiore.
Un tempo per la maturazione personale
6. Gli anni nel seminario devono essere anche un tempo
di maturazione umana. Per il sacerdote, il quale dovrà
accompagnare altri lungo il cammino della vita e fino alla
porta della morte, è importante che egli stesso abbia messo in
giusto equilibrio cuore e intelletto, ragione e sentimento,
corpo e anima, e che sia umanamente «integro». La tradizione cristiana, pertanto, ha sempre collegato con le «virtù
teologali» anche le «virtù cardinali», derivate dall’esperienza
umana e dalla filosofia, e in genere la sana tradizione etica
dell’umanità. Paolo lo dice ai Filippesi in modo molto chiaro:
«In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode,
questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8). Di questo contesto fa parte anche l’integrazione della sessualità nell’insieme della personalità. La sessualità è un dono del Creatore,
ma anche un compito che riguarda lo sviluppo del proprio
essere umano. Quando non è integrata nella persona, la sessualità diventa banale e distruttiva allo stesso tempo.
Oggi vediamo questo in molti esempi nella nostra società. Di recente abbiamo dovuto constatare con grande dispiacere che sacerdoti hanno sfigurato il loro ministero con
l’abuso sessuale di bambini e giovani. Anziché portare le
persone a un’umanità matura ed esserne l’esempio, hanno
provocato, con i loro abusi, distruzioni di cui proviamo profondo dolore e rincrescimento. A causa di tutto ciò può sorgere la domanda in molti, forse anche in voi stessi, se sia
bene farsi prete; se la via del celibato sia sensata come vita
umana. L’abuso, però, che è da riprovare profondamente,
non può screditare la missione sacerdotale, la quale rimane
grande e pura. Grazie a Dio, tutti conosciamo sacerdoti convincenti, plasmati dalla loro fede, i quali testimoniano che in
questo stato, e proprio nella vita celibataria, si può giungere
a un’umanità autentica, pura e matura. Ciò che è accaduto,
però, deve renderci più vigilanti e attenti, proprio per interrogare accuratamente noi stessi, davanti a Dio, nel cammino verso il sacerdozio, per capire se ciò sia la sua volontà per
me. È compito dei padri confessori e dei vostri superiori
accompagnarvi e aiutarvi in questo percorso di discernimento. È un elemento essenziale del vostro cammino praticare le virtù umane fondamentali, con lo sguardo rivolto al
Dio manifestato in Cristo, e lasciarsi, sempre di nuovo, purificare da lui.
Una scuola di tolleranza
7. Oggi gli inizi della vocazione sacerdotale sono più
vari e diversi che in anni passati. La decisione per il sacerdozio si forma oggi spesso nelle esperienze di una professione secolare già appresa. Cresce spesso nelle comunità,
specialmente nei movimenti, che favoriscono un incontro
comunitario con Cristo e la sua Chiesa, un’esperienza spirituale e la gioia nel servizio della fede. La decisione matura anche in incontri del tutto personali con la grandezza e
la miseria dell’essere umano. Così i candidati al sacerdozio
vivono spesso in continenti spirituali completamente diversi. Potrà essere difficile riconoscere gli elementi comuni del
futuro mandato e del suo itinerario spirituale. Proprio per
questo il seminario è importante come comunità in cammino al di sopra delle varie forme di spiritualità. I movimenti sono una cosa magnifica. Voi sapete quanto li apprezzo e amo come dono dello Spirito Santo alla Chiesa.
Devono essere valutati, però, secondo il modo in cui tutti
sono aperti alla comune realtà cattolica, alla vita dell’unica
e comune Chiesa di Cristo che in tutta la sua varietà è
comunque solo una. Il seminario è il periodo nel quale
imparate l’uno con l’altro e l’uno dall’altro. Nella convivenza, forse talvolta difficile, dovete imparare la generosità
e la tolleranza non solo nel sopportarvi a vicenda, ma nell’arricchirvi l’un l’altro, in modo che ciascuno possa apportare le sue peculiari doti all’insieme, mentre tutti servono la
stessa Chiesa, lo stesso Signore. Questa scuola della tolleranza, anzi, dell’accettarsi e del comprendersi nell’unità del
corpo di Cristo, fa parte degli elementi importanti degli
anni di seminario.
Cari seminaristi! Con queste righe ho voluto mostrarvi
quanto penso a voi proprio in questi tempi difficili e quanto
vi sono vicino nella preghiera. E pregate anche per me, perché io possa svolgere bene il mio servizio, finché il Signore lo
vuole. Affido il vostro cammino di preparazione al sacerdozio alla materna protezione di Maria santissima, la cui casa
fu scuola di bene e di grazia. Tutti vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo.
Vostro nel Signore,
BENEDETTO XVI
Dal Vaticano, 18 ottobre 2010, festa di san Luca, evangelista.
IL REGNO -
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enedetto XVI
Sempre
e dovunque
Motu proprio che istituisce
il dicastero per la nuova
evangelizzazione
«Ritengo opportuno offrire delle risposte adeguate perché la Chiesa intera (…) si presenti al mondo contemporaneo con uno slancio missionario
in grado di promuovere una nuova
evangelizzazione»: così Benedetto XVI
motiva, nella lettera apostolica in
forma di motu proprio datata 21 settembre, l’istituzione del Pontificio
consiglio per la promozione della
nuova evangelizzazione, a presiedere
il quale è stato chiamato, sin dal 30
giugno scorso, mons. Rino Fisichella.
«Sempre e dovunque» – è l’incipit latino del documento – è anche lo slogan
che mons. Fisichella ha dichiarato di
far proprio, mentre ha smentito il
timore, sollevato dai giornalisti durante la conferenza stampa di presentazione il 12 ottobre, che il nuovo
organismo sia una sorta di grande
sovrastruttura. «Non credo che papa
Benedetto XVI sia l’uomo della burocrazia. Egli è l’uomo dell’annuncio»
ha risposto l’arcivescovo, indicando
poi tre grandi direttrici di lavoro: la
sistematizzazione del magistero relativo all’evangelizzazione; la promozione del Catechismo – di cui nel 2012
ricorre il 20o della pubblicazione –; e
l’uso di vecchi e nuovi media per finalità apostoliche.
L
Stampa (27.10.2010) da sito web www.vatican.va. Sottotitoli redazionali.
IL REGNO -
DOCUMENTI
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a Chiesa ha il dovere di annunciare sempre e
dovunque il Vangelo di Gesù Cristo. Egli, il
primo e supremo evangelizzatore, nel giorno
della sua ascensione al Padre comandò agli
apostoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli,
battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello
Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che
vi ho comandato» (Mt 28,19-20).
Fedele a questo comando la Chiesa, popolo che Dio
si è acquistato affinché proclami le sue ammirevoli
opere (cf. 1Pt 2,9), dal giorno di Pentecoste in cui ha
ricevuto in dono lo Spirito Santo (cf. At 2,1-4), non si è
mai stancata di far conoscere al mondo intero la bellezza del Vangelo, annunciando Gesù Cristo, vero Dio
e vero uomo, lo stesso «ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8),
che con la sua morte e risurrezione ha attuato la salvezza, portando a compimento la promessa antica.
Pertanto, la missione evangelizzatrice, continuazione
dell’opera voluta dal Signore Gesù, è per la Chiesa
necessaria e insostituibile, espressione della sua stessa
natura.
Tale missione ha assunto nella storia forme e modalità sempre nuove a seconda dei luoghi, delle situazioni
e dei momenti storici. Nel nostro tempo, uno dei suoi
tratti singolari è stato il misurarsi con il fenomeno del
distacco dalla fede, che si è progressivamente manifestato presso società e culture che da secoli apparivano
impregnate dal Vangelo.
Le trasformazioni sociali alle quali abbiamo assistito
negli ultimi decenni hanno cause complesse, che affondano le loro radici lontano nel tempo e hanno profondamente modificato la percezione del nostro mondo. Si
pensi ai giganteschi progressi della scienza e della tecnica, all’ampliarsi delle possibilità di vita e degli spazi di
libertà individuale, ai profondi cambiamenti in campo
economico, al processo di mescolamento di etnie e culture causato da massicci fenomeni migratori, alla crescente interdipendenza tra i popoli.
Tutto ciò non è stato senza conseguenze anche per la
dimensione religiosa della vita dell’uomo. E se da un lato
l’umanità ha conosciuto innegabili benefici da tali trasformazioni e la Chiesa ha ricevuto ulteriori stimoli per
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rendere ragione della speranza che porta (cf. 1Pt 3,15),
dall’altro si è verificata una preoccupante perdita del
senso del sacro, giungendo persino a porre in questione
quei fondamenti che apparivano indiscutibili, come la
fede in un Dio creatore e provvidente, la rivelazione di
Gesù Cristo unico salvatore, e la comune comprensione
delle esperienze fondamentali dell’uomo quali il nascere,
il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento a una
legge morale naturale.
Se tutto ciò è stato salutato da alcuni come una liberazione, ben presto ci si è resi conto del deserto interiore che nasce là dove l’uomo, volendosi unico artefice
della propria natura e del proprio destino, si trova privo
di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose.
Concilio, Paolo VI e Giovanni Paolo II
Già il concilio ecumenico Vaticano II assunse tra le
tematiche centrali la questione della relazione tra la
Chiesa e questo mondo contemporaneo. Sulla scia dell’insegnamento conciliare, i miei predecessori hanno poi
ulteriormente riflettuto sulla necessità di trovare adeguate forme per consentire ai nostri contemporanei di udire
ancora la Parola viva ed eterna del Signore.
Con lungimiranza il servo di Dio Paolo VI osservava
che l’impegno dell’evangelizzazione «si dimostra ugualmente sempre più necessario, a causa delle situazioni di
scristianizzazione frequenti ai nostri giorni, per moltitudini di persone che hanno ricevuto il battesimo ma vivono completamente al di fuori della vita cristiana, per
gente semplice che ha una certa fede ma ne conosce
male i fondamenti, per intellettuali che sentono il bisogno di conoscere Gesù Cristo in una luce diversa dall’insegnamento ricevuto nella loro infanzia, e per molti
altri» (esort. ap. Evangelii nuntiandi, n. 52; EV 5/1649).
E, con il pensiero rivolto ai lontani dalla fede, aggiungeva che l’azione evangelizzatrice della Chiesa «deve cercare costantemente i mezzi e il linguaggio adeguati per
proporre o riproporre loro la rivelazione di Dio e la fede
in Gesù Cristo» (ivi, n. 56; EV 5/1660).
Il venerabile servo di Dio Giovanni Paolo II fece di
questo impegnativo compito uno dei cardini del suo
vasto magistero, sintetizzando nel concetto di «nuova
evangelizzazione», che egli approfondì sistematicamente in numerosi interventi, il compito che attende la
Chiesa oggi, in particolare nelle regioni di antica cristianizzazione.
Un compito che, se riguarda direttamente il suo
modo di relazionarsi verso l’esterno, presuppone però,
prima di tutto, un costante rinnovamento al suo interno,
un continuo passare, per così dire, da evangelizzata a
evangelizzatrice. Basti ricordare ciò che si affermava
nell’esortazione postsinodale Christifideles laici: «Interi
paesi e nazioni, dove la religione e la vita cristiana erano
un tempo quanto mai fiorenti e capaci di dar origine a
comunità di fede viva e operosa, sono ora messi a dura
prova, e talvolta sono persino radicalmente trasformati,
dal continuo diffondersi dell’indifferentismo, del secolarismo e dell’ateismo.
Si tratta, in particolare, dei paesi e delle nazioni del
cosiddetto primo mondo, nel quale il benessere economico e il consumismo, anche se frammisti a paurose
situazioni di povertà e di miseria, ispirano e sostengono
una vita vissuta “come se Dio non esistesse”.
Ora l’indifferenza religiosa e la totale insignificanza
pratica di Dio per i problemi anche gravi della vita non
sono meno preoccupanti ed eversive rispetto all’ateismo
dichiarato. E anche la fede cristiana, se pure sopravvive
in alcune sue manifestazioni tradizionali e ritualistiche,
tende a essere sradicata dai momenti più significativi
dell’esistenza, quali sono i momenti del nascere, del soffrire e del morire. (...)
In altre regioni o nazioni, invece, si conservano tuttora molto vive tradizioni di pietà e di religiosità popolare cristiana; ma questo patrimonio morale e spirituale
rischia oggi d’essere disperso sotto l’impatto di molteplici processi, tra i quali emergono la secolarizzazione e la
diffusione delle sette. Solo una nuova evangelizzazione
può assicurare la crescita di una fede limpida e profonda, capace di fare di queste tradizioni una forza di
autentica libertà.
Certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano
della società umana. Ma la condizione è che si rifaccia il
tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali che vivono
in questi paesi e in queste nazioni» (n. 34; EV
11/1747.1748).
Per uno slancio rinnovato
Facendomi dunque carico della preoccupazione dei
miei venerati predecessori, ritengo opportuno offrire
delle risposte adeguate perché la Chiesa intera, lasciandosi rigenerare dalla forza dello Spirito Santo, si presenti al mondo contemporaneo con uno slancio missionario
in grado di promuovere una nuova evangelizzazione.
Essa fa riferimento soprattutto alle Chiese di antica
fondazione, che pure vivono realtà assai differenziate, a
cui corrispondono bisogni diversi, che attendono impulsi d’evangelizzazione diversi: in alcuni territori, infatti,
pur nel progredire del fenomeno della secolarizzazione,
la pratica cristiana manifesta ancora una buona vitalità
e un profondo radicamento nell’animo di intere popolazioni; in altre regioni, invece, si nota una più chiara
presa di distanza della società nel suo insieme dalla fede,
con un tessuto ecclesiale più debole, anche se non privo
di elementi di vivacità, che lo Spirito Santo non manca
di suscitare; conosciamo poi, purtroppo, delle zone che
appaiono pressoché completamente scristianizzate, in
cui la luce della fede è affidata alla testimonianza di piccole comunità: queste terre, che avrebbero bisogno di un
rinnovato primo annuncio del Vangelo, appaiono essere
particolarmente refrattarie a molti aspetti del messaggio
cristiano.
La diversità delle situazioni esige un attento discernimento; parlare di «nuova evangelizzazione» non
significa, infatti, dover elaborare un’unica formula
uguale per tutte le circostanze. E, tuttavia, non è difficile scorgere come ciò di cui hanno bisogno tutte le
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Chiese che vivono in territori tradizionalmente cristiani sia un rinnovato slancio missionario, espressione di
una nuova generosa apertura al dono della grazia.
Infatti, non possiamo dimenticare che il primo compito sarà sempre quello di rendersi docili all’opera gratuita dello Spirito del Risorto, che accompagna quanti
sono portatori del Vangelo e apre il cuore di coloro che
ascoltano. Per proclamare in modo fecondo la parola
del Vangelo, è richiesto anzitutto che si faccia profonda esperienza di Dio.
Come ho avuto modo di affermare nella mia prima
enciclica Deus caritas est: «All’inizio dell’essere cristiano
non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona, che dà
alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n. 1; EV 23/1539). Similmente, alla radice di ogni
evangelizzazione non vi è un progetto umano di espansione, bensì il desiderio di condividere l’inestimabile
dono che Dio ha voluto farci, partecipandoci la sua stessa vita.
Pertanto, alla luce di queste riflessioni, dopo avere
esaminato con cura ogni cosa e aver richiesto il parere di
persone esperte, stabilisco e decreto quanto segue:
Art.1.
§ 1. È costituito il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, quale dicastero
della curia romana, ai sensi della costituzione apostolica
Pastor bonus.
Massimo Grilli
Alla ricerca del Volto
Commento alle letture domenicali e festive
Anno A
Art. 2.
L’azione del consiglio, che si svolge in collaborazione con gli altri dicasteri e organismi della curia romana,
nel rispetto delle relative competenze, è al servizio delle
Chiese particolari, specialmente in quei territori di tradizione cristiana dove con maggiore evidenza si manifesta il fenomeno della secolarizzazione.
Art. 3.
Tra i compiti specifici del consiglio si segnalano:
1. approfondire il significato teologico e pastorale
della nuova evangelizzazione;
2. promuovere e favorire, in stretta collaborazione
con le conferenze episcopali interessate, che potranno
avere un organismo ad hoc, lo studio, la diffusione e
l’attuazione del magistero pontificio relativo alle
tematiche connesse con la nuova evangelizzazione;
3. far conoscere e sostenere iniziative legate alla
nuova evangelizzazione già in atto nelle diverse
Chiese particolari e promuoverne la realizzazione di
nuove, coinvolgendo attivamente anche le risorse presenti negli istituti di vita consacrata e nelle società di
vita apostolica, come pure nelle aggregazioni di fedeli e nelle nuove comunità;
4. studiare e favorire l’utilizzo delle moderne
forme di comunicazione, come strumenti per la nuova
evangelizzazione;
5. promuovere l’uso del Catechismo della Chiesa
cattolica, quale formulazione essenziale e completa
del contenuto della fede per gli uomini del nostro
tempo.
Art. 4.
§ 1. Il consiglio è retto da un arcivescovo presidente,
coadiuvato da un segretario, da un sottosegretario e da
un congruo numero di officiali, secondo le norme stabilite dalla costituzione apostolica Pastor bonus e dal
Regolamento generale della curia romana.
§ 2. Il consiglio ha propri membri e può disporre di
propri consultori.
C
on linguaggio semplice e scorrevole,
i commenti festivi di don Grilli accompagnano il lettore passo passo
dentro il messaggio che la Parola di Dio
offre quel giorno: una lettura sapienziale
e spirituale dei testi, che utilizza l’esegesi
per veicolarne i contenuti. Partendo da
una sintesi iniziale, che anticipa i temi
principali, sono indicate ulteriori piste
d’approfondimento.
Tutto ciò che è stato deliberato con il presente motu
proprio ordino che abbia pieno e stabile valore, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, e stabilisco che venga promulgato mediante la pubblicazione nel quotidiano L’Osservatore
romano e che entri in vigore il giorno della promulgazione.
«Predicare la Parola»
pp. 272 - € 19,00
Dello stesso autore:
Il Vangelo di Matteo,
scriba dell’Antico e del Nuovo
Dato a Castel Gandolfo, il giorno 21 settembre 2010,
festa di san Matteo, apostolo ed evangelista, anno sesto di
pontificato.
Parola Spirito e Vita - Convegno di Camaldoli 2009
EDB
§ 2. Il consiglio persegue la propria finalità, sia stimolando la riflessione sui temi della nuova evangelizzazione sia individuando e promuovendo le forme e gli
strumenti atti a realizzarla.
CD/MP3 - € 19,20
Edizioni
Dehoniane
Bologna
BENEDETTO XVI
Via Nosadella 6 - 40123 Bologna
Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099
www.dehoniane.it
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Terra di santi,
abbi speranza!
Visita pastorale a Palermo,
3 ottobre 2010
L’augurio di pace
a Palermo
Domenica 3 ottobre Benedetto XVI si
è recato in visita a Palermo, in occasione dell’incontro regionale delle
famiglie e dei giovani organizzato
dalla Conferenza episcopale siciliana. Nei tre appuntamenti della giornata – di cui qui riportiamo l’omelia
alla concelebrazione eucaristica e la
meditazione rivolta ai giovani e alle
famiglie – il papa ha espresso il desiderio di «condividere gioie e speranze, fatiche e impegni, ideali e aspirazioni di questa comunità diocesana»,
dove accanto alla «fede fervida» e agli
esempi luminosi «di santi e sante»,
convivono «precarietà,… mancanza
di lavoro,… criminalità organizzata».
Ha menzionato sempre la figura di
don Pino Puglisi, il cui «cuore ardeva
di autentica carità pastorale» (discorso al clero e ai religiosi); e, in particolare, ai giovani ha chiesto di non
cedere «alle suggestioni della mafia,
che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo» e alle famiglie,
«piccole Chiese», di «vivere ben inserite nella “grande Chiesa”, cioè nella
famiglia di Dio che Cristo è venuto a
formare». Ritornando verso l’aeroporto di Punta Raisi, il papa ha poi
deposto una corona di fiori sul luogo
della strage di Capaci (23.5.1992).
Stampa (25.10.2010) da sito web www.vatican.va; titoli e sottotitoli redazionali.
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Omelia alla messa al Foro italico Umberto I
Cari fratelli e sorelle!
È grande la mia gioia nel poter spezzare con voi il
pane della parola di Dio e dell’eucaristia. Vi saluto tutti
con affetto e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza! Saluto in particolare il vostro pastore, l’arcivescovo mons. Paolo Romeo; lo ringrazio per le espressioni di benvenuto che ha voluto rivolgermi a nome di tutti,
e anche per il significativo dono che mi ha offerto. Saluto anche gli arcivescovi e i vescovi presenti, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i rappresentanti delle associazioni e dei movimenti ecclesiali.
Rivolgo un deferente pensiero al sindaco, on. Diego
Cammarata, grato per il cortese indirizzo di saluto, al
rappresentante del governo e alle autorità civili e militari, che con la loro presenza hanno voluto onorare questo
nostro incontro. Un ringraziamento speciale a quanti
hanno generosamente offerto la loro collaborazione per
l’organizzazione e preparazione di questa giornata.
Cari amici! La mia visita avviene in occasione di un
importante raduno ecclesiale regionale dei giovani e delle
famiglie, che incontrerò nel pomeriggio. Ma sono venuto
anche per condividere con voi gioie e speranze, fatiche e
impegni, ideali e aspirazioni di questa comunità diocesana.
Quando gli antichi greci approdarono in questa zona,
come ha anche ricordato il sindaco nel suo saluto, la chiamarono «panormo», cioè «tutto porto»: un nome che
voleva indicare sicurezza, pace e serenità. Venendo per la
prima volta fra di voi, il mio augurio è che veramente
questa città, ispirandosi ai valori più autentici della sua
storia e della sua tradizione, sappia sempre realizzare per
i suoi abitanti, come pure per l’intera nazione, l’auspicio
di serenità e di pace sintetizzato nel suo nome.
So che a Palermo, come anche in tutta la Sicilia, non
mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni: penso,
in particolare, a quanti vivono concretamente la loro esi-
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stenza in condizioni di precarietà, a causa della mancanza del lavoro, dell’incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e morale e, come ha ricordato l’arcivescovo,
a causa della criminalità organizzata.
Oggi sono in mezzo a voi per testimoniare la mia
vicinanza e il mio ricordo nella preghiera. Sono qui per
darvi un forte incoraggiamento a non aver paura di testimoniare con chiarezza i valori umani e cristiani, così
profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione.
Cari fratelli e sorelle, ogni assemblea liturgica è spazio della presenza di Dio. Riuniti per la santa eucaristia,
i discepoli del Signore sono immersi nel sacrificio redentore di Cristo, proclamano che egli è risorto, è vivo e
datore di vita, e testimoniano che la sua presenza è grazia, forza e gioia. Apriamo il cuore alla sua parola e
accogliamo il dono della sua presenza!
Tutti i testi della liturgia di questa domenica ci parlano
della fede, che è il fondamento di tutta la vita cristiana.
Gesù ha educato i suoi discepoli a crescere nella fede, a credere e ad affidarsi sempre di più a lui, per costruire sulla
roccia la propria vita. Per questo essi gli chiedono: «Accresci
in noi la fede» (Lc 17,6). È una bella domanda che rivolgono al Signore, è la domanda fondamentale: i discepoli non
chiedono doni materiali, non chiedono privilegi, ma chiedono la grazia della fede, che orienti e illumini tutta la vita;
chiedono la grazia di riconoscere Dio e di poter stare in
relazione intima con lui, ricevendo da lui tutti i suoi doni,
anche quelli del coraggio, dell’amore e della speranza.
Senza rispondere direttamente alla loro preghiera,
Gesù ricorre a un’immagine paradossale per esprimere
l’incredibile vitalità della fede. Come una leva muove
molto più del proprio peso, così la fede, anche un pizzico
di fede, è in grado di compiere cose impensabili, straordinarie, come sradicare un grande albero e trapiantarlo nel
mare (ivi). La fede – fidarci di Cristo, accoglierlo, lasciare
che ci trasformi, seguirlo sino in fondo – rende possibili le
cose umanamente impossibili, in ogni realtà.
Ne dà testimonianza anche il profeta Abacuc nella
prima lettura. Egli implora il Signore a partire da una
situazione tremenda di violenza, d’iniquità e di oppressione; e proprio in questa situazione difficile e d’insicurezza, il profeta introduce una visione che offre uno
spaccato del progetto che Dio sta tracciando e sta
attuando nella storia: «Soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (Ab
2,4). L’empio, colui che non agisce secondo Dio, confida
nel proprio potere, ma si appoggia su una realtà fragile
e inconsistente, perciò si piegherà, è destinato a cadere;
il giusto, invece, confida in una realtà nascosta ma solida, confida in Dio e per questo avrà la vita.
Nei secoli passati la Chiesa che è in Palermo è stata
arricchita e animata da una fede fervida, che ha trovato
la sua più alta e riuscita espressione nei santi e nelle
sante. Penso a santa Rosalia, che voi venerate e onorate
e che, dal monte Pellegrino, veglia sulla vostra città, di
cui è patrona.
Un prezioso tesoro di fede
E penso ad altre due grandi sante della Sicilia, Agata
e Lucia. Né va dimenticato come il vostro senso religioso abbia sempre ispirato e orientato la vita familiare, alimentando valori, quali la capacità di donazione e di solidarietà verso gli altri, specialmente i sofferenti, e l’innato rispetto per la vita, che costituiscono una preziosa eredità da custodire gelosamente e da rilanciare ancor più
ai nostri giorni.
Cari amici, conservate questo prezioso tesoro di fede
della vostra Chiesa; siano sempre i valori cristiani a guidare le vostre scelte e le vostre azioni!
La seconda parte del Vangelo odierno presenta un altro
insegnamento, un insegnamento di umiltà, che tuttavia è
strettamente legato alla fede. Gesù ci invita a essere umili e
porta l’esempio di un servo che ha lavorato nei campi.
Quando torna a casa, il padrone gli chiede ancora di lavorare. Secondo la mentalità del tempo di Gesù, il padrone
aveva tutto il diritto di farlo. Il servo doveva al padrone una
disponibilità completa; e il padrone non si riteneva obbligato verso di lui perché aveva eseguito gli ordini ricevuti.
Gesù ci fa prendere coscienza che, di fronte a Dio, ci
troviamo in una situazione simile: siamo servi di Dio;
non siamo creditori nei suoi confronti, ma siamo sempre
debitori, perché dobbiamo a lui tutto, perché tutto è suo
dono. Accettare e fare la sua volontà è l’atteggiamento
da avere ogni giorno, in ogni momento della nostra vita.
Davanti a Dio non dobbiamo mai presentarci come chi
crede di aver reso un servizio e di meritare una grande
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ricompensa. Questa è un’illusione che può nascere in
tutti, anche nelle persone che lavorano molto al servizio
del Signore, nella Chiesa.
Dobbiamo, invece, essere consapevoli che, in realtà,
non facciamo mai abbastanza per Dio. Dobbiamo dire,
come ci suggerisce Gesù: «Siamo servi inutili. Abbiamo
fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10). Questo è un
atteggiamento di umiltà che ci mette veramente al
nostro posto e permette al Signore di essere molto generoso con noi. Infatti, in un altro brano del Vangelo egli
ci promette che «si cingerà le sue vesti, ci farà mettere a
tavola e passerà a servirci» (cf. Lc 12,37).
Cari amici, se faremo ogni giorno la volontà di Dio,
con umiltà, senza pretendere nulla da lui, sarà Gesù stesso a servirci, ad aiutarci, a incoraggiarci, a donarci forza
e serenità.
Anche l’apostolo Paolo, nella seconda lettura odierna,
parla della fede. Timoteo è invitato ad avere fede e, per
mezzo di essa, a esercitare la carità. Il discepolo viene
esortato a ravvivare nella fede anche il dono di Dio che è
in lui per l’imposizione delle mani di Paolo, cioè il dono
dell’ordinazione, ricevuto per svolgere il ministero apostolico come collaboratore di Paolo (cf. 2Tm 1,6). Egli
non deve lasciar spegnere questo dono, ma deve renderlo sempre più vivo per mezzo della fede. E l’Apostolo
aggiunge: «Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (v. 7).
Cari palermitani e cari siciliani! La vostra bella isola
è stata tra le prime regioni d’Italia ad accogliere la fede
degli apostoli, a ricevere l’annunzio della parola di Dio,
ad aderire alla fede in modo così generoso che, anche in
mezzo a difficoltà e persecuzioni, è sempre germogliato
in essa il fiore della santità.
La Sicilia è stata ed è terra di santi, appartenenti a
ogni condizione di vita, che hanno vissuto il Vangelo con
semplicità e integralità. A voi, fedeli laici, ripeto: non
abbiate timore di vivere e testimoniare la fede nei vari
ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell’esistenza umana, soprattutto in quelle difficili!
La fede vi dona la forza di Dio per essere sempre
fiduciosi e coraggiosi, per andare avanti con nuova decisione, per prendere le iniziative necessarie a dare un
volto sempre più bello alla vostra terra. E quando incontrate l’opposizione del mondo, sentite le parole
dell’Apostolo: «Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro» (v. 8).
Ci si deve vergognare del male, di ciò che offende
Dio, di ciò che offende l’uomo; ci si deve vergognare del
male che si arreca alla comunità civile e religiosa con
azioni che non amano venire alla luce!
La tentazione dello scoraggiamento, della rassegnazione, viene a chi è debole nella fede, a chi confonde il
male con il bene, a chi pensa che davanti al male, spesso profondo, non ci sia nulla da fare. Invece, chi è saldamente fondato sulla fede, chi ha piena fiducia in Dio e
vive nella Chiesa, è capace di portare la forza dirompente del Vangelo.
Così si sono comportati i santi e le sante, fioriti, nel
corso dei secoli, a Palermo e in tutta la Sicilia, come pure
laici e sacerdoti di oggi a voi ben noti, come, ad esempio,
don Pino Puglisi. Siano essi a custodirvi sempre uniti e ad
alimentare in ciascuno il desiderio di proclamare, con le
parole e con le opere, la presenza e l’amore di Cristo.
Popolo di Sicilia, guarda con speranza al tuo futuro!
Fa’ emergere in tutta la sua luce il bene che vuoi, che
cerchi e che hai!
Vivi con coraggio i valori del Vangelo per far risplendere la luce del bene!
Con la forza di Dio tutto è possibile! La madre di
Cristo, la Vergine Odigitria da voi tanto venerata, vi
assista e vi conduca alla profonda conoscenza del suo
Figlio. Amen!
Foro italico Umberto I, 3 ottobre 2010.
BENEDETTO XVI
Le radici e i rami
Ai giovani e alle famiglie
in piazza Politeama
Cari giovani e care famiglie della Sicilia!
Vi saluto con tanto affetto e tanta gioia! Grazie per la
vostra gioia e la vostra fede! Questo incontro con voi è
l’ultimo della mia visita di oggi a Palermo, ma in un
certo senso è quello centrale; in effetti, è l’occasione che
ha dato il motivo per invitarmi: il vostro incontro regionale di giovani e famiglie.
Allora oggi devo iniziare da qui, da questo avvenimento; e lo faccio prima di tutto ringraziando mons.
Mario Russotto, vescovo di Caltanissetta, che è delegato
per la pastorale giovanile e familiare a livello regionale,
e poi i due giovani Giorgia e David. Il vostro, cari amici,
è stato più di un saluto: è stata una condivisione di fede
e di speranza. Vi ringrazio di cuore. Il vescovo di Roma
va dovunque per confermare i cristiani nella fede, ma
torna a casa sua confermato dalla vostra fede, dalla
vostra gioia, dalla vostra speranza!
Dunque, giovani e famiglie. Dobbiamo prendere sul
serio questo accostamento, questo trovarsi insieme, che
non può essere solamente occasionale, o funzionale. Ha
un senso, un valore umano, cristiano, ecclesiale. E voglio
partire non da un ragionamento, ma da una testimonianza, una storia vissuta e attualissima.
Penso che tutti voi sappiate che sabato 25 settembre
scorso, a Roma, è stata proclamata beata una ragazza
italiana di nome Chiara, Chiara Badano. Vi invito a
conoscerla: la sua vita è stata breve, ma è un messaggio
stupendo. Chiara è nata nel 1971 ed è morta nel 1990,
a causa di una malattia inguaribile. Diciannove anni
pieni di vita, di amore, di fede. Due anni, gli ultimi, pieni
anche di dolore, ma sempre nell’amore e nella luce, una
luce che irradiava intorno a sé e che veniva da dentro:
dal suo cuore pieno di Dio!
Com’è possibile questo? Come può una ragazza di 17,
18 anni vivere una sofferenza così, umanamente senza
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speranza, diffondendo amore, serenità, pace, fede?
Evidentemente si tratta di una grazia di Dio, ma questa
grazia è stata anche preparata e accompagnata dalla collaborazione umana: la collaborazione di Chiara stessa,
certamente, ma anche dei suoi genitori e dei suoi amici.
Prima di tutto i genitori, la famiglia. Oggi voglio sottolinearlo in modo particolare. I genitori della beata
Chiara Badano sono vivi, erano a Roma per la beatificazione – io stesso li ho incontrati personalmente – e
sono testimoni del fatto fondamentale, che spiega tutto:
la loro figlia era ricolma della luce di Dio!
Pass are il testimone della fede
E questa luce, che viene dalla fede e dall’amore, l’hanno accesa loro per primi: il papà e la mamma hanno acceso nell’anima della figlia la fiammella della fede, e hanno
aiutato Chiara a tenerla accesa sempre, anche nei momenti difficili della crescita e soprattutto nella grande e lunga
prova della sofferenza, come fu anche per la venerabile
Maria Carmelina Leone, morta a 17 anni.
Questo, cari amici, è il primo messaggio che vorrei
lasciarvi: il rapporto tra i genitori e i figli – lo sapete – è fondamentale; ma non solo per una giusta tradizione – so che
questa è molto sentita dai siciliani. È qualcosa di più, che
Gesù stesso ci ha insegnato: è la fiaccola della fede che si
trasmette di generazione in generazione; quella fiamma
che è presente anche nel rito del battesimo, quando il
sacerdote dice: «Ricevete la luce di Cristo… segno pasquale … fiamma che sempre dovete alimentare».
La famiglia è fondamentale perché lì germoglia nell’anima umana la prima percezione del senso della vita.
Germoglia nella relazione con la madre e con il padre, i
quali non sono padroni della vita dei figli, ma sono i primi
collaboratori di Dio per la trasmissione della vita e della
fede. Questo è avvenuto in modo esemplare e straordinario nella famiglia della beata Chiara Badano; ma questo
avviene in tante famiglie.
Anche in Sicilia ci sono splendide testimonianze di giovani cresciuti come piante belle, rigogliose, dopo essere germogliate nella famiglia, con la grazia del Signore e la collaborazione umana. Penso alla beata Pina Suriano, alle
venerabili Maria Carmelina Leone e Maria Magro, grande educatrice; ai servi di Dio Rosario Livatino, Mario
Giuseppe Restivo, e a tanti giovani che voi conoscete!
Spesso la loro azione non fa notizia, perché il male fa
più rumore, ma sono la forza, il futuro della Sicilia!
L’immagine dell’albero è molto significativa per rappresentare l’uomo. La Bibbia la usa, ad esempio, nei salmi. Il
Salmo 1 dice: Beato l’uomo che medita la legge del
Signore, «è come albero piantato lungo corsi d’acqua, che
dà frutto a suo tempo» (v. 3). Questi «corsi d’acqua» possono essere il «fiume» della tradizione, il «fiume» della fede
da cui si attinge la linfa vitale.
Cari giovani di Sicilia, siate alberi che affondano le loro
radici nel «fiume» del bene! Non abbiate paura di contrastare il male! Insieme, sarete come una foresta che cresce,
forse silenziosa, ma capace di dare frutto, di portare vita e
di rinnovare in modo profondo la vostra terra! Non cedete
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alle suggestioni della mafia, che è una strada di morte,
incompatibile con il Vangelo, come tante volte i nostri
vescovi hanno detto e dicono!
L’apostolo Paolo riprende questa immagine nella
Lettera ai Colossesi, dove esorta i cristiani ad essere «radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede» (cf. Col 2,7). Voi
giovani sapete che queste parole sono il tema del mio messaggio per la Giornata mondiale della gioventù dell’anno
prossimo a Madrid. L’immagine dell’albero dice che ognuno di noi ha bisogno di un terreno fertile in cui affondare
le proprie radici, un terreno ricco di sostanze nutritive che
fanno crescere la persona: sono i valori, ma sono soprattutto l’amore e la fede, la conoscenza del vero volto di Dio,
la consapevolezza che lui ci ama infinitamente, fedelmente, pazientemente, fino a dare la vita per noi.
In questo senso la famiglia è «piccola Chiesa», perché
trasmette Dio, trasmette l’amore di Cristo, in forza del
sacramento del matrimonio. L’amore divino che ha unito
l’uomo e la donna, e che li ha resi genitori, è capace di
suscitare nel cuore dei figli il germoglio della fede, cioè la
luce del senso profondo della vita.
Ed eccoci all’altro passaggio importante, che posso solo
accennare: la famiglia, per essere «piccola Chiesa», deve
vivere ben inserita nella «grande Chiesa», cioè nella famiglia di Dio che Cristo è venuto a formare. Anche di questo
ci dà testimonianza la beata Chiara Badano, come tutti i
giovani santi e beati: insieme con la famiglia di origine, è
fondamentale la grande famiglia della Chiesa, incontrata e
sperimentata nella comunità parrocchiale, nella diocesi;
per la beata Pina Suriano è stata l’Azione cattolica –
ampiamente presente in questa terra –, per la beata Chiara
Badano il Movimento dei focolari; infatti, anche i movimenti e le associazioni ecclesiali non servono sé stessi, ma
Cristo e la Chiesa.
Cari amici! Conosco le vostre difficoltà nell’attuale contesto sociale, che sono le difficoltà dei giovani e delle famiglie di oggi, in particolare nel Sud d’Italia. E conosco anche
l’impegno con cui voi cercate di reagire e di affrontare questi problemi, affiancati dai vostri sacerdoti, che sono per voi
autentici padri e fratelli nella fede, come è stato don Pino
Puglisi.
Ringrazio Dio di avervi incontrato, perché dove ci sono
giovani e famiglie che scelgono la via del Vangelo, c’è speranza. E voi siete segno di speranza non solo per la Sicilia,
ma per tutta l’Italia. Io vi ho portato una testimonianza di
santità, e voi mi offrite la vostra: i volti dei tanti giovani di
questa terra che hanno amato Cristo con radicalità evangelica; i vostri stessi volti, come un mosaico!
Ecco il dono più grande che abbiamo ricevuto: essere
Chiesa, essere in Cristo segno e strumento di unità, di pace,
di vera libertà. Nessuno può toglierci questa gioia! Nessuno
può toglierci questa forza!
Coraggio, cari giovani e famiglie di Sicilia! Siate santi!
Alla scuola di Maria, nostra Madre, mettetevi a piena disposizione di Dio, lasciatevi plasmare dalla sua Parola e dal
suo Spirito, e sarete ancora, e sempre più, sale e luce di
questa vostra amata terra. Grazie!
Piazza Politeama, 3 ottobre 2010.
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Agenda
per il bene comune
Introduzione di mons. Miglio
alla XLVI Settimana sociale
dei cattolici italiani
Saluti
«Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del paese»
recitava il tema della XLVI Settimana
sociale, che ha richiamato a Reggio
Calabria, dal 14 al 17 ottobre 2010,
1.200 delegati, provenienti da 184 diocesi e impegnati su un programma di
cui mons. Miglio, presidente del Comitato scientifico e organizzatore, ha
sottolineato, nel discorso introduttivo,
tre aspetti: «Il ruolo forte affidato, attraverso la prolusione (del card. Bagnasco: cf. riquadro a p. 599), all’ascolto delle parole del magistero, che
restano orientamento saldo e imprescindibile nell’operazione di declinazione del bene comune»; «la costante
presenza di momenti di preghiera e di
celebrazione eucaristica, che stanno a
significare che questa stessa operazione di declinazione del bene comune
mantiene il suo fondamento e il suo
culmine nell’ascolto della Parola e
nella celebrazione dell’eucaristia»; infine «lo spazio in proporzione rilevante lasciato al confronto e all’ascolto reciproco», che hanno realmente fatto
«di questa Settimana, come del cammino che l’ha preparata, un laboratorio per la crescita dei credenti e della
loro responsabilità per il bene comune».
Stampa (25.10.2010) da sito web www.settimanesociali.it. Sottotitoli redazionali.
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[Rivolgo un saluto] al santo padre Benedetto XVI, con
profonda gratitudine per il suo messaggio stimolante e
incoraggiante, e all’ecc.mo nunzio apostolico mons.
Giuseppe Bertello che ce lo ha comunicato e che con la
sua persona e il suo ministero ci rende ancor più vicina la
presenza amabile del vescovo di Roma; a sua eminenza il
card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI), che ha
accettato di offrirci la prolusione a questa Settimana sociale (cf. riquadro a p. 599) e ha seguito con grande attenzione la preparazione di questo evento; a s.e. rev.ma mons.
Vittorio Mondello, arcivescovo metropolita di Reggio
Calabria, che ha accettato e caldeggiato con entusiasmo la
proposta di tenere qui a Reggio la XLVI Settimana sociale dei cattolici italiani, a cinquant’anni esatti dalla XXXIII
Settimana che qui si era svolta nel 1960; agli em.mi ed
ecc.mi arcivescovi e vescovi qui presenti, e a tutti gli altri
che non hanno potuto venire: grazie per la loro presenza
e per l’attenzione e la vicinanza dimostrate nel cammino
di preparazione di questa Settimana sociale. Il Comitato
preparatorio ha sentito attraverso di loro la partecipazione e l’impegno di tutte le chiese particolari che sono in
Italia per il bene comune del paese.
[Rivolgo inoltre un saluto] al presidente della Repubblica on. Giorgio Napolitano, per il suo messaggio non
formale ma ricco di attenzione e di apprezzamento per il
contributo del cattolici al bene comune dell’Italia; a tutte
le autorità civili, politiche, militari, accademiche, rappresentati della società civile, in particolare alle autorità locali di questa città, della provincia e della regione, che hanno
reso possibile questo evento con la loro cordiale collaborazione e con tutto il calore della proverbiale ospitalità di
questa terra; ai rappresentanti del Parlamento, del governo, della magistratura, che con la loro presenza confermano una lunga tradizione di collaborazione e di amore
comune per il bene della nostra patria, al di sopra di ogni
differenza o difficoltà contingente.
[Un saluto infine] a tutti i presenti – last but not least,
come usa dire – con gratitudine per l’impegno non indifferente che questa partecipazione comporta; e a tutti
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coloro che non hanno potuto intervenire personalmente,
o che non siamo più riusciti ad accogliere: sono i veri protagonisti della Settimana sociale, nella sua preparazione,
nel suo svolgimento e, mi auguro, nel suo prosieguo presso tutte le nostre diocesi. Tra tutti voglio ricordare e salutare in modo speciale i giovani, che hanno lavorato intensamente nella preparazione della Settimana e che sono
qui con una larga e vivace rappresentanza.
1960-2010: da Reggio a Reggio
Tre anni fa le Settimane sociali dei cattolici italiani
compivano il loro primo centenario di vita con la celebrazione della XLV Settimana sociale a Pistoia e Pisa, sul
tema: «Il bene comune oggi. Un impegno che viene da
lontano». Il cammino ora prosegue con la XLVI Settimana sociale, splendidamente accolti da questa città e da questa arcidiocesi, chiamati a riflettere su un tema non meno
impegnativo di quello di tre anni fa: «Cattolici nell’Italia di
oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del paese».
Il pensiero va ancora una volta al venerabile
Giuseppe Toniolo, ad Armida Barelli e agli altri promotori delle prime Settimane sociali, con una gratitudine
che aumenta man mano che si scorrono temi, date e
luoghi delle quarantacinque Settimane finora realizzate.
Ricordare il cammino delle Settimane sociali significa
anche coglierne il respiro europeo: infatti la Settimana
sociale italiana del 1907 era stata già preceduta nel 1904
da quella francese e nel 1906 da quella spagnola. Una
dimensione europea che non solo non si è persa ma che
sta crescendo: lo scorso anno di questi giorni si svolgeva
a Danzica la prima edizione delle Giornate sociali europee, organizzate dalla Commissione degli episcopati
dell’Unione Europea (COMECE). La presenza qui in
mezzo a noi delle delegazioni che rappresentano le
Settimane sociali di vari paesi europei è dunque particolarmente gradita e importante.
L’attuale Comitato scientifico e organizzatore delle
Settimane sociali, costituito nella primavera del 2008 dal
Consiglio permanente della CEI, ha iniziato da subito a
progettare questa Settimana sociale, incoraggiato dal
buon successo della precedente e dal grande interesse riscontrato per il tema del bene comune, ma anche per la
storia delle Settimane, per i temi affrontati, i luoghi dove
si sono svolte, i momenti storici che il nostro paese ha
attraversato lungo tutto il XX secolo, comprese le interruzioni che si incontrano nella storia delle Settimane sociali, interruzioni talora anche lunghe che lasciano indovinare i problemi e le difficoltà del momento.
Proprio qui a Reggio Calabria si teneva cinquant’anni
fa, dal 25 settembre al 1° ottobre, la XXXIII Settimana
sociale sul tema: «Le migrazioni interne e internazionali nel
mondo contemporaneo». Il papa, il beato Giovanni XXIII,
tramite il card. Tardini, segretario di stato, inviava un messaggio ricco di indicazioni del magistero pontificio ma anche
di ricordi personali. Il Comitato era presieduto dall’arcivescovo di Genova card. Siri, che nella sua prolusione
(«L’equilibrio fra uomini e risorse come esigenza di giustizia
sociale») non mancava di ricordare che «i diritti sgorgano
dalla considerazione generale e ontologica dell’uomo, non
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da particolari pur dolorosi della sua umana esperienza».
Relatore principale fu il prof. Francesco Vito, rettore magnifico dell’Università cattolica del Sacro Cuore e vice presidente del Comitato per le Settimane sociali: sua la prima
relazione e sua la relazione conclusiva, dove ha un posto di
rilievo la dimensione europea del tema, affrontato in parte
dal Comitato intergovernativo per le migrazioni europee
(CIME), e dove viene sottolineata la necessaria relazione tra
la legislazione italiana che si stava elaborando e l’ambito del
Mercato europeo comune (MEC), alla luce del Trattato istitutivo della Comunità economica europea (CEE). Tale
Settimana sociale si svolse nel XIX centenario del passaggio
di san Paolo a Reggio e alla vigilia del primo centenario dell’unità d’Italia: due circostanze vicine in modo diverso anche
alla nostra Settimana, ricordando l’anno paolino dello scorso anno e il 150° dell’unità d’Italia dell’anno prossimo.
Anche il tema di quella XXXIII Settimana ci tocca da vicino, in un contesto assai mutato ma con problemi sempre
attuali e gravi: pensiamo all’emigrazione di tanti giovani dal
Mezzogiorno e alle immigrazioni che continuano, problemi
di cui per qualche aspetto si occupa la nostra agenda.
L’attuale impostazione
Da allora le Settimane sociali hanno conosciuto qualche trasformazione, specialmente dopo la lunga interruzione tra il 1970 e l’inizio degli anni Novanta. È importante tenere presente la Nota CEI del 1988, che segna la
ripresa delle Settimane sociali italiane, non più sotto la
diretta responsabilità della Santa Sede ma sotto quella
della Conferenza episcopale e del Comitato da questa
nominato. Nella Nota e nel Regolamento che l’accompagna vengono ben delineati finalità, obiettivi e metodo che
devono guidare le Settimane, alla luce del Vaticano II e
del magistero pontificio, specialmente di Giovanni Paolo
II. Si vogliono delle Settimane sociali «culturalmente
autorevoli, (…) espressione della diaconia della Chiesa
italiana al paese, (…) una diaconia culturale che si eserciterà con un costruttivo senso del dialogo e del confronto,
nel pieno rispetto della verità e della carità cristiana»
(Presentazione; ECEI 4/1307). La documentazione e gli
orientamenti che ne scaturiranno, «per la loro natura,
oggetto e finalità, non hanno carattere magisteriale ma
vengono proposti sulla base del valore delle loro motivazioni» (n. 9; ECEI 4/1318). «Le Settimane sociali intendono essere un’iniziativa culturale ed ecclesiale di alto
profilo, capace di affrontare e se possibile anticipare gli
interrogativi e le sfide, talvolta radicali, posti dall’attuale
evoluzione della società»; essere «strumento di ascolto e
di ricerca», offrire «occasioni di confronto e di approfondimento su quel che sta avvenendo e su quel che si deve
fare per la crescita globale della società» (n. 5; ECEI
4/1314). Avere «obiettivi e finalità coerenti con il servizio
dei cattolici italiani al bene del paese, (…) consentire, sollecitare e garantire approfondimenti di alto profilo culturale e dottrinale (basati cioè sia sulla conoscenza scientifica sia sull’insegnamento della Chiesa in relazione ai vari
argomenti) (…) fornire un valido supporto e orientamento alla presenza, molto articolata e capillare, dei cattolici
nella società italiana e alimentare in modo autorevole le
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connesse attività formative» (n. 6; ECEI 4/1315). «Su
queste basi – continua la Nota – riteniamo possa avviarsi
una grande opera comunitaria di formazione permanente, (...) utile a superare l’attuale frammentazione della vita
sociale e anche ecclesiale. Le Settimane Sociali (…)
potranno rappresentare così l’espressione qualificata e
unitaria di una rinnovata attenzione alla dottrina sociale
della Chiesa. Diversi eventi degli ultimi anni attestano un
crescente interesse verso di essa (ne fanno fede i dibattiti
sul rapporto etica-economia, sulla pace e la solidarietà
internazionale, sui diritti umani, sulla famiglia, sulla scuola, sulle questioni di bioetica...) ed è verosimile e altamente auspicabile che in futuro la domanda esplicita o implicita di grandi orientamenti etici dei fatti sociali non sia
destinata a diminuire» (n. 7; ECEI 4/1316).
A distanza di oltre vent’anni possiamo riconoscere
l’attualità di questa impostazione e quindi anche dello
strumento Settimana sociale, che nel suo Messaggio per
la Settimana di Pistoia-Pisa il santo padre Benedetto
XVI chiamò «provvida iniziativa che potrà anche in
futuro offrire un contributo decisivo per la formazione e
l’animazione dei cittadini cristianamente ispirati»
(12.10.2007; Regno-doc. 19,2007,603).
Nei due anni di cammino che ci hanno portati a
Reggio Calabria il Comitato ha potuto constatare ancora
una volta la bontà di questa impostazione e la calorosa
accoglienza data dalle diverse realtà ecclesiali incontrate,
diocesi, aggregazioni ecclesiali, gruppi di esperti disponibili a vivere questo confronto interdisciplinare in vista del
documento preparatorio che loro hanno in mano.
Discernimento ecclesiale
Siamo partiti anzitutto dalle consegne ricevute dalla
Settimana del centenario, che è stato l’occasione per
riprendere in mano il tema che unisce i molteplici temi
affrontati nelle precedenti settimane sociali: il bene
comune. La settimana del centenario si proponeva tre
obiettivi: risensibilizzare al bene comune i cattolici italiani
e soprattutto i giovani; rinfocolare il senso e la responsabilità della cittadinanza, sottolineando che i cattolici italiani, come hanno fatto nel corso di oltre un secolo, sono
chiamati pure oggi a dare un contributo alla crescita
materiale, culturale, etica, politica del paese. Infine, dare
l’opportunità ai cattolici di confrontarsi per discernere
dove passi, nel contesto della nostra società contemporanea, il bene comune e per proporre prospettive concrete nei singoli ambiti presi in considerazione.
La proposta di preparare Reggio con un grande
discernimento ecclesiale aperto a tutte le realtà diocesane,
associative, istituzionali, è stato il modo attraverso il quale
abbiamo cercato di accogliere questi inviti. Ci siamo sentiti in continuità con il convegno ecclesiale di Verona –
portare e praticare nell’oggi lo sperare cristiano – e con
tutto il cammino della Chiesa italiana nel passaggio dal
decennio dedicato a «Comunicare il Vangelo in un
mondo che cambia» al decennio che stiamo iniziando,
che ci mette di fronte alla sfida educativa: vivere il discernimento ecclesiale come una grande occasione educativa.
All’inizio non sapevamo se la proposta del Comitato
sarebbe stata effettivamente raccolta, e da quanti e da
chi; oggi possiamo dire che il gran numero di incontri
diocesani, associativi o promossi da organizzazioni,
seminari e audizioni hanno costituito una risposta che
per quantità e qualità è andata al di là delle previsioni.
Risposte positive sono venute anche da soggetti e istituzioni posti al di là dell’abituale perimetro ecclesiale. Il
lavoro svolto dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile, il capillare coinvolgimento dell’Azione cattolica e
il grande impegno profuso dalla Università cattolica del
Sacro Cuore rappresentano la punta più evidente di un
processo davvero vasto e confortante.
Come testimoniano il nostro sito web e la documentazione a disposizione, i contributi offerti nel corso di
questo cammino hanno avuto un elevato livello di qualità intellettuale e di tensione ecclesiale. Il Comitato non
sarebbe certo stato in grado da solo di organizzare quanto si è effettivamente prodotto.
In dialogo col magistero
In questo periodo siamo stati fortemente incoraggiati e aiutati dall’enciclica Caritas in veritate, senza la
quale il nostro cammino e lo stesso documento preparatorio sarebbero stati sicuramente diversi. Dall’enciclica
abbiamo ricevuto una forte spinta a crescere nella speranza, e a concretizzarla nell’impegno di pensare e progettare in modo nuovo (cf. n. 21), di vivere la grande
crisi come nuova opportunità (cf. n. 33), una sfida da
affrontare per avanzare sulla via di un vero rinnovamento, nella fede (cf. n. 42), del pensiero e dell’azione
(cf. n. 78). Abbiamo avuto inoltre un forte incoraggiamento dal documento Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, pubblicato nel febbraio scorso. Di
ambedue abbiamo tenuto conto nella stesura del documento preparatorio: dell’enciclica per gli orientamenti
fondamentali e del documento CEI per alcuni punti dell’agenda proposta. Abbiamo cercato di tenere presente
anche la preparazione del prossimo Congresso eucaristico nazionale di Ancona, ben convinti del legame profondo che esiste tra il mistero eucaristico e l’impegno
sociale dei cristiani.
Nel corso di questo processo, scandito prima che
dalla pubblicazione del Documento preparatorio da quella del Biglietto d’invito e dalla Lettera di aggiornamento,
abbiamo potuto condividere una esperienza davvero
straordinaria, quasi un dialogo ravvicinato e costante
con i diversi interventi del santo padre: dagli inviti rivolti al nostro paese nelle visite pastorali a Cagliari, a
Viterbo, a Carpineto Romano, fino agli ultimi splendidi
del recente viaggio apostolico in Scozia e Inghilterra
che, con lo studio della Caritas in veritate, ci aiutano ad
approfondire ulteriormente la visione cristiana di bene
comune e le condizioni per la sua realizzazione. Il
Comitato si è sentito sostenuto e orientato anche dalle
indicazioni provenienti dai vescovi italiani: il già citato
documento su Chiesa e Mezzogiorno; le prolusioni del
presidente della Conferenza episcopale italiana all’As-
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semblea dei vescovi e alle sessioni del Consiglio permanente (in particolare quella dello scorso novembre ad
Assisi). Ricordiamo specialmente il ricorrente accento
sulla necessità per il paese di «riprendere a crescere» e di
porre al centro della nostra responsabilità per il bene
comune dell’intero paese uno spirito «di fedeltà e di
riforma» (Genova, 5.5.2010).
Forti della consistenza quantitativa, qualitativa e spirituale del cammino di preparazione che andavamo
svolgendo, siamo riusciti a vivere con un positivo sentimento di fiducia la crescente attenzione alla prossima
Settimana maturata negli ambienti più vari e testimoniata dai media.
I tanti contributi
Molte sono state le iniziative specifiche promosse da
diocesi, associazioni e movimenti, iniziative in gran
parte sostenute dagli uffici diocesani per la pastorale
sociale, che quasi sempre hanno unito la presentazione
della Caritas in veritate a quella della Settimana di
Reggio Calabria.
Sono almeno un’ottantina le diocesi che hanno dato
notizia di loro iniziative e hanno coinvolto in qualche
modo il Comitato; molto interessante il fatto che varie
diocesi, nel momento in cui riflettevano sulla proposta
della Settimana sociale nazionale, abbiano sentito il
bisogno di affrontare a livello locale la formulazione di
un’agenda di speranza per il loro territorio.
Una quindicina sono stati i seminari di approfondimento organizzati in collaborazione tra Comitato e realtà locali (conferenze regionali, istituzioni accademiche,
associazioni di ambito specifico): da giugno 2009 con un
seminario su «Le forme dello spazio pubblico» in collaborazione con l’Università cattolica del Sacro Cuore, a
Milano, fino al 3 maggio scorso con il seminario dedicato a «L’unità nazionale: memoria condivisa, futuro da
condividere», organizzato in collaborazione con l’arcidiocesi di Genova e con la partecipazione del card.
Bagnasco, che ha portato il contributo di una sua prolusione, molto apprezzata e citata, insieme a un bel messaggio ricevuto dal presidente della Repubblica
Napolitano. In collaborazione con le Banche di credito
cooperativo (BCC) si sono tenuti due seminari – il 5 giugno a Verona e il 10 settembre a Bari – su «Credito e
agenda di speranza», con presenze molto qualificate del
mondo imprenditoriale e finanziario.
Nello stesso periodo il Comitato per le Settimane
sociali ha ricevuto almeno una trentina di inviti dalle
diverse aggregazioni ecclesiali per presentare la
Settimana e per ricevere contributi finalizzati alla stesura dell’agenda; alcune «audizioni» sono state promosse
dal Comitato stesso, con un bel gruppo di teologi delle
facoltà teologiche, con gruppi di esperti del mondo economico e politico. Di particolare rilievo sono stati gli
incontri fatti con il sindacato e la riflessione scritta che
ne è venuta.
Un contributo particolarmente significativo è giunto
al Comitato grazie al Servizio nazionale CEI per la
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pastorale giovanile, che ha promosso una serie di forum
regionali con i responsabili locali della pastorale giovanile e ha concluso questo lungo itinerario con un forum
nazionale il 10-11 aprile scorso a Roma.
Analogamente l’Azione cattolica italiana si è impegnata per la Settimana sociale con i forum regionali e con una
serie di seminari di approfondimento a livello nazionale.
Tanti altri contributi qualificati sarebbero da ricordare, e
mi scuso per le lacune che non siamo riusciti a colmare nel
nostro lavoro di coinvolgimento delle diverse realtà ecclesiali. Posso assicurare che non sono state volute, in nessun
caso, e che saremo ben lieti di rimediare dopo la Settimana
sociale, in fase di presentazione e di valutazione delle conclusioni che scaturiranno da questa Settimana. Per il
Comitato è stato assai impegnativo seguire tutte queste iniziative e raccoglierne i contributi; sicuramente non siamo
riusciti a tenere conto di tutto nel documento preparatorio,
ma i contributi pervenuti sono consultabili sul sito
www.settimanesociali.it e costituiscono di per sé stessi un
arricchimento, oltre a una riserva di riflessioni che potranno essere molto utili nello svolgimento della Settimana
sociale.
Il Documento preparatorio
Il 1° maggio scorso veniva pubblicato il Documento
preparatorio. Si articola in cinque capitoli. Dopo una
breve introduzione dedicata al contesto storico ecclesiale in cui si colloca la prossima Settimana sociale, il c. I
dedica anzitutto due paragrafi al fenomeno della globalizzazione, invitando, alla luce della Caritas in veritate, a
una valutazione del fenomeno nei suoi vari aspetti, compresi quelli positivi. La globalizzazione condiziona
ormai ogni ricerca del bene comune, ed è occasione
favorevole per sviluppare un nuovo pensiero alla ricerca
di soluzioni nuove, ci ricorda in più passi la Caritas in
veritate. È un fenomeno che interpella in modo serio
anche il nostro paese, chiamato oggi, come avvenne nel
dopoguerra e nei decenni seguenti, a portare un contributo decisivo e qualificato, a livello europeo anzitutto,
cosa possibile solo a un paese unito, impegnato a superare divari e ritardi, capace di valorizzare le proprie
risorse per riprendere a crescere.
Il c. II richiama le condizioni fondamentali che permettono di orientarsi realmente nella ricerca del bene
comune: la visione antropologica cristiana, la libertà
vera e responsabile, l’impegno di tutta la comunità
ecclesiale, il carattere multiforme della socialità umana
per far crescere solidarietà e sussidiarietà, il ruolo pienamente pubblico e sociale della famiglia, fondata sul
matrimonio di un uomo con una donna, come presidio
e fattore di bene comune.
Il c. III richiama le caratteristiche del discernimento
che siamo chiamati a compiere per declinare il concetto
di bene comune sui problemi concreti e contingenti del
momento. Presenta quindi le caratteristiche dell’agenda
considerata, cosa si intende per problema, i soggetti reali
dotati delle risorse necessarie per affrontare i problemi
in agenda; la convergenza con la sfida educativa.
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Nuova generazione in politica
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ella prolusione che il presidente della CEI, card. Bagnasco,
ha pronunciato il 14 ottobre scorso, in apertura della XLVI
Settimana sociale, offerta come «quadro di riferimento…
nel quale affrontare gli argomenti posti in programma», riportiamo il c. 4: «La questione antropologica e l’unità dei cattolici
in politica» (www.settimanesociali.it).
È in questa cornice dialogica [tra fede e ragione; ndr] che si
pone la questione antropologica che è il cuore della società, dell’agire politico di tutti, a cominciare dai cattolici. Ed è il centro della
Dottrina Sociale della Chiesa: «La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica» (BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, n. 75; Regno-doc. 15,2009,489).
Scopo della politica, infatti, è la giustizia che è un valore morale, un valore religioso. Ma anche la fede, nella sua missione salvifica ha a cuore la giustizia, quella giustizia che scende da Dio in
Cristo e che rende l’uomo nuovo, capace di creare rapporti giusti
e strutture eque nel mondo. La giustizia, nella riflessione di San
Tommaso, significa la «ferma e costante volontà di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto», «habitus secundum quem aliquis,
constanti et perpetua voluntate, jus suum unicuique tradit»
(Summa theologiae, II-II, q. 58, a.1). Ma cosa è dovuto a ciascuno,
così che una società inadempiente possa essere considerata ingiusta e viceversa?
Emerge, a questo punto, la necessità e l’urgenza di rispondere
alla domanda che il secolo appena concluso ci ha lasciato: chi è
l’uomo? Cos’è l’umano? Ci sono dei riferimenti plausibili e concreti
così che l’uomo si distingua dal resto del creato non in termini di
sviluppo quantitativo, ma di differenza qualitativa? Potrebbe sembrare una questione oziosa, puramente accademica, in realtà la cronaca ci documenta e spesso ci sgomenta circa l’eclisse del senso
comune, la confusione che pare regnare al riguardo e che ispira decisioni e comportamenti. Una visione dell’uomo che non sia aperta
alla trascendenza, ma che cerchi di fondare se stessa, si rivela subito
debole e fragile: può l’immanenza fondare se stessa? Può garantirsi
di fronte alla violenza codificata? Solamente l’Assoluto, solo l’Incondizionato può fondare e garantire ciò che è limitato e contingente. Senza voler qui affrontare la questione, mi limito a ricordare
quelli che il Santo Padre ha voluto chiamare «valori non negoziabili»
in quanto stanno nel DNA della natura umana e sono il ceppo vivo
e vitale di ogni altro germoglio valoriale. Il Santo Padre, dopo aver
ricordato che «la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità» (Caritas in veritate, n. 18; Regno-doc. 15,2009,463), afferma che
il vero sviluppo ha un centro vitale e propulsore, e questo è «l’apertura alla vita»: infatti, «quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le
motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del
vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale
verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono» (Caritas in veritate, n.
28; Regno-doc. 15,2009,468). Insieme alla vita, da accogliere dal concepimento fino al tramonto naturale, Benedetto XVI indica la famiglia come cellula fondamentale e ineguagliabile della società,
formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, e pone
anche la libertà religiosa e educativa.
Non è un elenco casuale, ma fondativo della persona e di ogni
altro diritto e valore: senza un reale e non nominalistico rispetto e
promozione di questi principi primi che costituiscono l’«etica della»
vita è illusorio pensare a un’«etica sociale» che vuole promuovere
l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti della maggiore fragilità. Ogni forma di fragilità chiede alla società intera di essere
presa in carico per sostenere in ogni modo il debole e l’incapace:
e questo «prendersi cura» nel segno della buona organizzazione, di
efficienti strutture e della tenerezza relazionale, rivela il grado uma-
nistico e civile della compagine sociale. Ogni altro valore, necessario per il bene della persona e della società – come il lavoro, la casa,
la salute, l’inclusione sociale, la sicurezza, le diverse provvidenze,
la pace e l’ambiente…– germoglia e prende linfa da questi. Separati
dall’accoglienza radicale della vita, questi valori si inaridiscono e
possono essere distorti da logiche e interessi di parte. Di grande
significato è anche la recente Dichiarazione del Consiglio delle
Conferenze Episcopali Europee (CCEE) – composto dai Presidenti
delle Conferenze di tutti i Paesi del Continente – a conclusione
dell’Assemblea Plenaria a Zagabria all’inizio di ottobre: «Siamo convinti che la coscienza umana è capace di aprirsi ai valori presenti
nella natura creata e redenta da Dio per mezzo di Gesù Cristo. La
Chiesa, consapevole della sua missione di servire l’uomo e la società con l’annuncio di Cristo Salvatore, ricorda le implicazioni antropologiche e sociali che da Lui derivano. Per questa ragione non
cessa di affermare i valori fondamentali della vita, del matrimonio
fra un uomo e una donna, della famiglia, della libertà religiosa ed
educativa: valori sui quali si impianta ed è garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico» (CCEE, Assemblea Plenaria, Zagabria, 3.10.2010).
Questi valori non sono divisivi, ma unitivi ed è precisamente
questo il terreno dell’unità politica dei cattolici. È questa la loro
peculiarità e l’apporto specifico di cui sono debitori per essere sale
e lievito, ma anche luce e città posta sul monte, là dove sono. Su
questa linea, infatti, si gioca il confine dell’umano. Su molte cose e
questioni ci sono mediazioni e buoni compromessi, ma ci sono valori che non sono soggetti a mediazioni perché non sono parcellizzabili, non sono quantificabili, pena essere negati.
Ed è anche questa la ragione per cui la Chiesa non cerca l’interesse di una parte della società – quella cattolica o che in essa comunque si riconosce – ma è attenta all’interesse generale. Proprio
perché i valori fondamentali non sono solamente oggetto della Rivelazione, ma sono scritti nell’essere stesso della persona e sono
leggibili dalla ragione libera da ideologie, condizionamenti e interessi particolari, la Chiesa ha a cuore il bene di tutti. Essa deve rispondere al suo Signore, non ad altre logiche, nella fedeltà esigente
al mandato ricevuto. Inoltre, come Pastori, non possiamo tenere
solo per noi l’incomparabile ricchezza che ci proviene dalla vicinanza concreta e quotidiana alla gente, cattolici o no, e che, direttamente e tramite i nostri sacerdoti, i consacrati, gli operatori laici,
abbiamo la grazia di vivere. Le 25.000 parrocchie sparse per l’Italia,
vero dono della bimillenaria storia cristiana, rappresentano la prossimità continua dell’amore di Dio per gli uomini là dove vivono, la
condivisione della loro vita, la conoscenza diretta e discreta di angustie e speranze.
È stato detto e ripetuto non in modo retorico né casuale che
è auspicabile una nuova generazione di cattolici impegnati in politica. Ciò non vuol suonare come una parola di disistima, o peggio,
per tutti coloro, e non sono pochi, che si dedicano con serietà,
competenza e sacrificio alla politica diretta, forma alta e necessaria di servire il prossimo. A loro rinnoviamo con rispetto l’invito a
trovarsi come cristiani nella grazia della preghiera, a non scoraggiarsi mai, a non aver timore di apparire voci isolate. Nessuna parola
vera resta senza frutto. Ma, nello stesso tempo, auspichiamo anche
che generazioni nuove e giovani si preparino con una vita spirituale
forte e una prassi coerente, con una conoscenza intelligente e organica della Dottrina sociale della Chiesa e del Magistero del Papa,
con il confronto e il sostegno della comunità cristiana, con un paziente e tenace approccio alle diverse articolazioni amministrative.
Tutto s’impara quando c’è convinzione e impegno.
ANGELO Card. BAGNASCO,
Arcivescovo Metropolita di Genova,
presidente della CEI
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Nel c. IV viene presentata l’agenda vera e propria,
comprendente dodici problemi specifici raggruppati in
cinque aree, viste anche come cinque risorse principali,
capaci di affrontare la sfida di riprendere a crescere
secondo il bene comune: intraprendere; educare; includere le nuove presenze; slegare la mobilità sociale; completare la transizione istituzionale. Dopo l’elencazione
dei problemi messi in agenda, il n. 33 suggerisce un confronto tra l’agenda e alcuni grandi temi fondamentali,
come quello della famiglia, dell’accoglienza della vita,
del Mezzogiorno, della donna, della salvaguardia del
creato, della legalità, per verificare come la soluzione dei
problemi in agenda possa contribuire a far compiere
passi in avanti per questi ambiti prioritari per uno sviluppo autentico.
Il c. V, come già accennato, richiama il rapporto tra
eucaristia e città e guarda verso il prossimo Congresso
eucaristico nazionale di Ancona.
Nel cammino della Chiesa
Del programma di questa 46a Settimana sociale desidero mettere in luce tre aspetti. Il primo è il ruolo forte
affidato, attraverso la prolusione, all’ascolto delle parole
del magistero che restano orientamento saldo e imprescindibile nell’operazione di declinazione del bene
comune. Il secondo è la costante presenza di momenti di
preghiera e di celebrazione eucaristica, che stanno a
significare che questa stessa operazione di declinazione
del bene comune mantiene il suo fondamento e il suo
culmine nell’ascolto della Parola e nella celebrazione
dell’eucaristia. Infine, lo spazio in proporzione rilevante
lasciato al confronto e all’ascolto reciproco fanno di questa Settimana, come del cammino che l’ha preparata, un
laboratorio per la crescita dei credenti e della loro
responsabilità per il bene comune.
Tante ragioni e tanti segni manifestano il profondo
inserimento di questo appuntamento nel cammino ordinario e straordinario della Chiesa italiana e della Chiesa
universale. Mi permetto di richiamare due di questi segni.
Il primo è costituito dall’attenzione alla questione educativa. Non solo, come era sembrato inevitabile sin dall’inizio, essa è finita tra le imprescindibili priorità dell’agenda, ma lo stesso stile seguito dalla preparazione e strutturante la celebrazione della Settimana sociale, quello del
discernimento ecclesiale, è stato pensato e si è rivelato
come un modo attraverso cui riconoscere e già da subito
positivamente affrontare la sfida educativa. La Settimana
del centenario nelle sue conclusioni faceva notare che
«l’emergenza della questione educativa (…) ha sollecitato
a considerare come, in una sana antropologia che vede
l’uomo in relazione, il bene comune non sia uno dei contenuti possibili dell’opera educativa, ma è l’obiettivo primario e proprio. Le potenzialità che ogni essere umano
ha in sé vanno tirate fuori per consentirgli di partecipare
responsabilmente e positivamente alla vita della comunità umana. Ma il tema dell’educazione al bene comune,
poiché anche l’educazione è bene comune, ha posto pure
in evidenza la necessità di coltivare e di approfondire una
sana e condivisa nozione di questo bene, contro ogni ten-
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tazione verso forme apparentemente analoghe, in realtà
diverse e con esso contrastanti, come quelle espresse nel
“bene totale”» (Documento conclusivo, aprile 2008, n. 10;
Regno-doc. 13,2008,125-126).
Il secondo segnale di questo legame tra 46ª Settimana sociale e cammino ordinario e straordinario della
Chiesa è costituito dal richiamo al nesso profondo esistente tra eucaristia e città, non solo tra eucaristia e
responsabilità per il bene comune, ma ancora più alla
radice e direttamente tra eucaristia e bene comune.
Infatti, è già nella celebrazione dell’eucaristia che si
serve e si comincia a realizzare il bene comune vero e
pieno dell’intera umanità, quello che sarà completo alla
seconda venuta del Salvatore. È questa realtà che fa dell’eucaristia la fonte della visione e dell’ispirazione della
Chiesa che è pellegrina nella città terrena ed è posta
come segno e strumento dell’intima unione con Dio e
allo stesso tempo dell’unità del genere umano. La
Settimana di Reggio Calabria è così proiettata verso il
prossimo Congresso eucaristico nazionale di Ancona.
Contando sulla preghiera
Il santo padre Benedetto XVI, nella conclusione
della Caritas in veritate, ci ricorda che «lo sviluppo ha
bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel
gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui
procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma
ci viene donato» (n. 79; Regno-doc. 15,2009,490).
Il Comitato per le Settimane sociali è perciò molto
grato all’arcidiocesi di Reggio Calabria che ha previsto
una grande veglia di preghiera alla vigilia dell’inizio della
XLVI Settimana sociale, seguita dall’adorazione eucaristica continuata che accompagnerà queste giornate.
La dimensione della preghiera non è estranea alla tradizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani. I suoi
iniziatori sono avviati alla gloria degli altari; costante è il
nostro collegamento con i monasteri contemplativi che
accompagnano questo evento. Contiamo sulla preghiera di
tanti monasteri e di tanti gruppi oranti, preghiera indispensabile «per trasformare i cuori di pietra in cuori di
carne, così da rendere divina e perciò più degna dell’uomo
la vita sulla terra» (n. 79; Regno-doc. 15,2009,490) e per
ottenere dal Signore una generazione di uomini e di donne
veramente «nuovi» a servizio del bene comune della nostra
patria, che possano continuare la generazione dei Toniolo,
Tovini, Barelli, don Sturzo, La Pira, e tanti altri, sacerdoti
e laici, che con la loro santità vissuta in vocazioni e percorsi assai diversi testimoniano la comune chiamata di ogni
cristiano e di tutta la comunità ecclesiale al servizio del
bene comune, come ci ricordava il santo padre Benedetto
XVI nel suo intervento rivolto all’Assemblea generale della
CEI nello scorso mese di maggio.
Reggio Calabria, 14 ottobre 2010.
✠ ARRIGO MIGLIO,
presidente del Comitato scientifico e organizzatore
delle Settimane sociali dei cattolici italiani
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Educare
alla vita buona
del Vangelo
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Orientamenti pastorali
dell’Episcopato italiano
per il decennio 2010-2020
resentazione
La scelta di «dedicare un’attenzione
specifica al campo educativo» si radica nella volontà di farsi «discepoli
del Signore Gesù, il Maestro che non
cessa di educare a un’umanità nuova
e piena». È così che il card. Angelo
Bagnasco, presidente della CEI, presenta gli Orientamenti pastorali per
il decennio 2010-2020, pubblicati il 28
ottobre, dal titolo Educare alla vita
buona del Vangelo. Cinque sono i capitoli in cui si snoda il testo: le finalità specifiche dell’educazione cristiana (c. 1); la grande tradizione spirituale a cui la Chiesa attinge per «formare alla vita secondo lo Spirito» (c.
2); le condizioni di una relazione educativa efficace (c. 3); il tema dell’alleanza educativa, che ha come soggetto portante la comunità cristiana,
d’intesa con il primato educativo
della famiglia e con la responsabilità
specifica di scuola, università e media (c. 4); infine, alcune indicazioni di
una possibile progettazione pastorale, che faccia forza sulla formazione
permanente degli adulti e delle famiglie e sul rilancio della vocazione educativa di religiosi, associazioni e movimenti ecclesiali (c. 5). Cf. Regnoatt. 12,2010,378ss.
Stampa da file in nostro possesso. Per l’Appendice: titoli redazionali.
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Gli Orientamenti pastorali per il decennio 20102020 intendono offrire alcune linee di fondo per una
crescita concorde delle Chiese in Italia nell’arte delicata
e sublime dell’educazione. In essa noi Vescovi riconosciamo una sfida culturale e un segno dei tempi, ma prima ancora una dimensione costitutiva e permanente
della nostra missione di rendere Dio presente in questo
mondo e di far sì che ogni uomo possa incontrarlo, scoprendo la forza trasformante del suo amore e della sua
verità, in una vita nuova caratterizzata da tutto ciò che
è bello, buono e vero. È questo un tema a cui più volte
ci ha richiamato Papa Benedetto XVI, il cui magistero
costituisce il riferimento sicuro per il nostro cammino
ecclesiale e una fonte d’ispirazione per la nostra proposta pastorale.
La scelta di dedicare un’attenzione specifica al campo educativo affonda le radici nel IV Convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Verona nell’ottobre 2006,
con il suo messaggio di speranza fondato sul «sì» di Dio
all’uomo attraverso suo Figlio, morto e risorto perché
noi avessimo la vita. Educare alla vita buona del Vangelo
significa, infatti, in primo luogo farci discepoli del Signore Gesù, il Maestro che non cessa di educare a un’umanità nuova e piena. Egli parla sempre all’intelligenza
e scalda il cuore di coloro che si aprono a lui e accolgono la compagnia dei fratelli per fare esperienza della bellezza del Vangelo. La Chiesa continua nel tempo la sua
opera: la sua storia bimillenaria è un intreccio fecondo
di evangelizzazione e di educazione. Annunciare Cristo,
vero Dio e vero uomo, significa portare a pienezza l’umanità e quindi seminare cultura e civiltà. Non c’è
nulla, nella nostra azione, che non abbia una significativa valenza educativa.
La scelta dell’Episcopato italiano per questo decennio è segno di una premura che nasce dalla paternità
spirituale di cui siamo rivestiti per grazia e che condividiamo in primo luogo con i sacerdoti. Siamo ben consapevoli, inoltre, delle energie profuse con tanta generosità nel campo dell’educazione da consacrati e laici, che
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testimoniano la passione educativa di Dio in ogni campo
dell’esistenza umana. A ciascuno consegniamo con fiducia questi orientamenti, con l’auspicio che le nostre
comunità, parte viva del tessuto sociale del Paese, divengano sempre più luoghi fecondi di educazione integrale.
Maria, che accompagnò la crescita di Gesù in
sapienza, età e grazia, ci aiuti a testimoniare la vicinanza amorosa della Chiesa a ogni persona, grazie al
Vangelo, fermento di crescita e seme di felicità vera.
Roma, 4 ottobre 2010,
Festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia.
ANGELO Card. BAGNASCO,
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
I
ntroduzione
Alla scuola di Cristo, maestro e pedagogo
1. Nel corso dei secoli Dio ha educato il suo popolo,
trasformando l’avvicendarsi delle stagioni dell’uomo in
una storia di salvezza: «Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò,
lo custodì come la pupilla del suo occhio. Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati,
egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il
Signore, lui solo lo ha guidato, non c’era con lui alcun
dio straniero» (Dt 32,10-12).
Di questa storia noi ci sentiamo partecipi.
La guida di Dio, in tutta la sua forza e tenerezza, si è
fatta pienamente e definitivamente visibile in Gesù di
Nazaret. Clemente Alessandrino, un autore del II secolo, gli attribuì il titolo di «pedagogo»: è Lui il maestro e
il redentore dell’umanità, il pastore le cui orme guidano
al cielo.
Clemente individua nella Chiesa, sposa e madre del
maestro, la “scuola” dove Gesù insegna, e conclude con
questa esortazione: «O allievi della divina pedagogia!
Orsù, completiamo la bellezza del volto della Chiesa e
corriamo, noi piccoli, verso la Madre buona; diventando ascoltatori del Logos, glorifichiamo il divino piano
provvidenziale, grazie al quale l’uomo viene sia educato
dalla pedagogia divina che santificato in quanto bambino di Dio: è cittadino dei cieli, mentre viene educato
sulla terra; riceve lassù per Padre colui che in terra
impara a conoscere».1
Mentre risuonano in noi le parole del Vangelo –
«uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt
23,8) – vorremmo poter dire con Sant’Agostino:
«Parliamo a voi come a condiscepoli alla stessa scuola
del Signore… Sotto questo Maestro, la cui cattedra è il
cielo – è per mezzo delle sue Scritture che dobbiamo
essere formati – fate dunque attenzione a quelle poche
cose che vi dirò».2
All’educazione, dunque, intendiamo dedicare questo
decennio.
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Un rinnovato impegno ecclesiale
2. Da sempre la Chiesa riserva peculiare attenzione
all’educazione. La nostra scelta intende, in particolare,
riproporre e approfondire l’insegnamento del Concilio
Vaticano II: «La santa madre Chiesa, nell’adempimento
del mandato ricevuto dal suo divin Fondatore, che è quello di annunziare il mistero della salvezza a tutti gli uomini
e di edificare tutto in Cristo, ha il dovere di occuparsi dell’intera vita dell’uomo, anche di quella terrena, in quanto
connessa con la vocazione soprannaturale; essa perciò ha
un suo compito specifico in ordine al progresso e allo sviluppo dell’educazione».3
Molti passi del recente cammino della Chiesa in Italia
hanno trovato convergenza sul tema educativo. Il decennio appena concluso è stato illuminato dall’esperienza spirituale del Grande Giubileo del 2000, che incoraggiava a
«prendere il largo», come fecero un giorno gli Apostoli,
rispondendo all’invito del Signore (cf. Lc 5,4). La coincidenza del Giubileo con l’inizio del nuovo millennio ha aiutato a collocare con ancora maggiore chiarezza il mistero
di Cristo nel grande orizzonte della storia della salvezza. Il
cristianesimo, infatti, è religione calata nella storia. Lo scriveva Giovanni Paolo II, spiegando che l’incarnazione del
Figlio nel grembo di Maria, culminata nella Pasqua e nel
dono dello Spirito, «costituisce il cuore pulsante del tempo,
l’ora misteriosa in cui il Regno di Dio si è fatto vicino (cf.
Mc 1,15), anzi ha messo radici, come seme destinato a
diventare un grande albero (cf. Mc 4,30-32), nella nostra
storia».4
Frutto di questa consapevolezza sono stati gli
Orientamenti pastorali pubblicati nel 2001, Comunicare il
Vangelo in un mondo che cambia.5 A essi seguì nel 2004 la
Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un
mondo che cambia,6 dove l’attenzione si rivolgeva in modo
speciale a queste comunità, perché in esse trova concretezza la vocazione della Chiesa a essere segno della fecondità
del Vangelo nel territorio.
Al centro del decennio, si è situato il IV Convegno
ecclesiale nazionale, tenuto a Verona nell’ottobre 2006. In
esso si è manifestato il volto di «un popolo in cammino
nella storia, posto a servizio della speranza dell’umanità
intera, con la multiforme vivacità di una comunità ecclesiale animata da una sempre più robusta coscienza missionaria».7 A Verona siamo stati sostenuti dalla parola di
Benedetto XVI, il quale ci ha riproposto il grande sì che in
Gesù Cristo «Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza».8
3. Alla luce di questa esperienza, sono state focalizzate
alcune scelte di fondo: il primato di Dio nella vita e nell’azione delle nostre Chiese, la testimonianza quale forma
dell’esistenza cristiana e l’impegno in una pastorale che,
convergendo sull’unità della persona, sia in grado di «rinnovarsi nel segno della speranza integrale, dell’attenzione
alla vita, dell’unità tra le diverse vocazioni, le molteplici
soggettività ecclesiali, le dimensioni fondamentali dell’esperienza cristiana».9 Al tempo stesso ha incontrato un consenso crescente l’opzione di declinare la testimonianza nel
mondo secondo gli ambiti fondamentali dell’esistenza
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umana, cercando nelle esperienze quotidiane l’alfabeto per
comporre le parole con le quali ripresentare al mondo l’amore infinito di Dio.10
In tal modo si è fatta strada la consapevolezza che è
proprio l’educazione la sfida che ci attende nei prossimi
anni: «ci è chiesto un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al
tempo presente e significativi per la vita delle persone, con
una nuova attenzione per gli adulti».11
Il Santo Padre ci incoraggia in questa direzione, mettendo in evidenza l’urgenza di dedicarsi alla formazione
delle nuove generazioni. Egli riconosce che l’educare, se
mai è stato facile, oggi assume caratteristiche più ardue;
siamo di fronte a «una grande “emergenza educativa”,
confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno
incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci
di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria
vita».12
4. Queste ragioni inducono a impegnarci nel decennio
pastorale 2010-2020 in un’approfondita verifica dell’azione educativa della Chiesa in Italia, così da promuovere con
rinnovato slancio questo servizio al bene della società. In
piena docilità allo Spirito, vogliamo operare con disponibilità all’ascolto e al dialogo, mettendo a disposizione di tutti
la buona notizia dell’amore paterno di Dio per ogni uomo.
In qualità di pastori, posti a servizio delle comunità che
ci sono affidate, proponiamo le nostre riflessioni sull’educazione a partire dall’incontro con Gesù Cristo e il suo
Vangelo, del quale quotidianamente sperimentiamo la
forza sanante e liberante.
A noi sta a cuore la proposta esplicita e integrale della
fede, posta al centro della missione che la Chiesa ha ricevuto dal Signore. Questa fede vogliamo annunciare, senza
alcuna imposizione, testimoniando con gioia la bellezza del
dono ricevuto, consapevoli che porta frutto solo quando è
accolto nella libertà.
Il Vangelo fa emergere in ognuno le domande più
urgenti e profonde, permette di comprenderne l’importanza, di dare un ordine ai problemi e di collocarli nell’orizzonte della vita sociale.
Una speranza affidabile, anima dell’educazione
5. Tra i compiti affidati dal Maestro alla Chiesa c’è
la cura del bene delle persone, nella prospettiva di un
1
2
3
CLEMENTE ALESSANDRINO, Pedagogo III, 99, 1.
AGOSTINO, Discorso 270, 1.
CONCILIO VATICANO II, Dich. Gravissimum educationis sull’educazione cristiana, proemio; EV 1/821.
4 GIOVANNI PAOLO II, Lett. apost. Novo millennio ineunte al termine del grande giubileo del 2000, 6.1.2001, n. 5; EV 20/18.
5 EPISCOPATO ITALIANO, Comunicare il Vangelo in un mondo che
cambia. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo
decennio del 2000, 29.6.2001; ECEI 7/139ss.
6 EPISCOPATO ITALIANO, Il volto missionario delle parrocchie in
un mondo che cambia. Nota pastorale, 30.5.2004; ECEI 7/1404ss.
7 EPISCOPATO ITALIANO, «Rigenerati per una speranza viva» (1Pt
1,3): testimoni del grande «sì» di Dio all’uomo. Nota pastorale dopo il IV
Convegno ecclesiale nazionale, 29.6.2007, n. 1; Regno-doc. 13,2007,431.
8 BENEDETTO XVI, Discorso al IV Convegno nazionale della
Chiesa italiana, Verona, 19.10.2006; EV 23/2355.
umanesimo integrale e trascendente.13 Ciò comporta la
specifica responsabilità di educare al gusto dell’autentica
bellezza della vita, sia nell’orizzonte proprio della fede,
che matura nel dono pasquale della vita nuova, sia come
prospettiva pedagogica e culturale, aperta alle donne e
agli uomini di qualsiasi religione e cultura, ai non credenti, agli agnostici e a quanti cercano Dio. Chi educa è
sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con
amore e premura costante, perché sboccino, nella libertà, tutte le sue potenzialità. Educare comporta la preoccupazione che siano formate in ciascuno l’intelligenza,
la volontà e la capacità di amare, perché ogni individuo
abbia il coraggio di decisioni definitive.14 Riecheggia in
queste parole l’insegnamento del Concilio Vaticano II:
«Ogni uomo ha il dovere di tener fermo il concetto della
persona umana integrale, in cui eccellono i valori della
intelligenza, della volontà, della coscienza e della fraternità, che sono fondati tutti in Dio Creatore e sono stati
mirabilmente sanati ed elevati in Cristo».15
Non ignoriamo, certo, le difficoltà che l’educazione
si trova oggi a fronteggiare. Fra queste, spicca lo scetticismo riguardo la sua stessa possibilità, sicché i progetti
educativi diventano programmi a breve termine, mentre
una corrente fredda scuote gli spazi classici della famiglia e della scuola. Noi stessi ne siamo turbati e sentiamo
l’esigenza impellente di ribadire il valore dell’educazione proprio a partire da questi suoi luoghi fondamentali.
Come pastori della Chiesa il nostro pensiero va pure
a tutte le altre resistenze, provocate dal peccato che distoglie e indebolisce la volontà dell’uomo e lo induce ad
azioni malvagie.16 Cogliamo in tutta la loro gravità le
parole del Papa, quando avverte che «oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini “senza
speranza e senza Dio in questo mondo”, come scriveva
l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio da
qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera
opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione
c’è infatti una crisi di fiducia nella vita».17
«Anima dell’educazione, come dell’intera vita, può
essere solo una speranza affidabile».18 La sua sorgente è
Cristo risuscitato da morte. Dalla fede in lui nasce una
grande speranza per l’uomo, per la sua vita, per la sua
capacità di amare. In questo noi individuiamo il contributo specifico che dalla visione cristiana giunge all’educazione, perché «dall’essere “di” Gesù deriva il profilo di
9 EPISCOPATO ITALIANO, «Rigenerati per una speranza viva» (1Pt
1,3), n. 4; Regno-doc. 13,2007,432.
10 Cf. ivi, n. 12; Regno-doc. 13,2007,434ss.
11 Ivi, n. 17; Regno-doc. 13,2007,437.
12 BENEDETTO XVI, Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul
compito urgente dell’educazione, 21.1.2008; Regno-doc. 7,2008,193.
13 Cf. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Caritas in veritate sulla carità
nella verità, 29.6.2009, n. 18; Regno-doc. 15,2009,457ss.
14 Cf. BENEDETTO XVI, Discorso al IV Convegno nazionale della
Chiesa italiana, Verona, 19.10.2006; EV 23/2348ss.
15 CONCILIO VATICANO II, Cost. past. Gaudium et spes sulla
Chiesa nel mondo contemporaneo, n. 61; EV 1/1522.
16 Cf. ivi, n. 13; EV 1/1360ss.
17 BENEDETTO XVI, Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul
compito urgente dell’educazione, 21.1.2008; Regno-doc. 7,2008,196.
18 Ivi.
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un cristiano capace di offrire speranza, teso a dare un di
più di umanità alla storia e pronto a mettere con umiltà
se stesso e i propri progetti sotto il giudizio di una verità
e di una promessa che supera ogni attesa umana».19
Mentre, dunque, avvertiamo le difficoltà nel processo
di trasmissione dei valori alle giovani generazioni e di formazione permanente degli adulti, conserviamo la speranza, sapendo di essere chiamati a sostenere un compito
arduo ed entusiasmante: riconoscere nei segni dei tempi
le tracce dell’azione dello Spirito, che apre orizzonti
impensati, suggerisce e mette a disposizione strumenti
nuovi per rilanciare con coraggio il servizio educativo.
6. Ci rivolgiamo anzitutto alle nostre comunità, cui
intendiamo offrire le linee pastorali che emergono dalla
scelta dell’educazione come attenzione portante di questo decennio e che s’intrecciano con tutto l’agire della
Chiesa. Confidiamo in tal modo di offrire una proposta
significativa per ogni persona a cui sta a cuore il futuro
dell’umanità e delle nuove generazioni.
A partire dalle linee guida contenute in questo documento, negli anni a venire saranno indicati ulteriori
approfondimenti e sviluppi su aspetti specifici, connessi
con il tema dell’educazione. Fin da ora chiediamo alle
comunità cristiane di procedere alla verifica degli itinerari formativi esistenti e al consolidamento delle buone
pratiche educative in atto.
Invitiamo specialmente i presbiteri e quanti condividono con loro il servizio e la responsabilità educativa ad
accogliere con cuore aperto questi orientamenti: essi
non intendono aggiungere cosa a cosa, ma stimolano a
esplicitare le potenzialità educative già presenti, aprendosi con coraggio alla fantasia dello Spirito e al soffio
della missione. Solo un’educazione che aiuti a penetrare
il senso della realtà, valorizzandone tutte le dimensioni,
consente di immettervi germi di risurrezione capaci di
rendere buona la vita, di superare il ripiegamento su di
sé, la frammentazione e il vuoto di senso che affliggono
la nostra società.
Con umiltà e con vivo senso dei nostri limiti, ma
pure con evangelica parresia e confidenza nel tesoro che
il Signore ha posto nelle nostre mani, ci esortiamo a
vicenda a metterci a servizio del Vangelo per l’educazione integrale di quanti vorranno accogliere il dono che
abbiamo ricevuto e che offriamo a tutti.
1.
Educare in un mondo che cambia
È tempo di discernimento
7. L’opera educativa della Chiesa è strettamente
legata al momento e al contesto in cui essa si trova a
vivere, alle dinamiche culturali di cui è parte e che vuole
contribuire a orientare. Il «mondo che cambia» è ben
più di uno scenario in cui la comunità cristiana si
muove: con le sue urgenze e le sue opportunità, provoca la fede e la responsabilità dei credenti. È il Signore
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che, domandandoci di valutare il tempo, ci chiede d’interpretare ciò che avviene in profondità nel mondo
d’oggi, di cogliere le domande e i desideri dell’uomo:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito
dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia
lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti!
Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come
mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non
giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,54-57).
«Bisogna, infatti, conoscere e comprendere il mondo
in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo
carattere spesso drammatico», ci ha ricordato il Concilio
Vaticano II, indicando pure il metodo: «Per svolgere
questo compito, è dovere permanente della Chiesa di
scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del
Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli
uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro
relazioni reciproche».20 Tutto il popolo di Dio, dunque,
con l’aiuto dello Spirito, ha il compito di esaminare ogni
cosa e di tenere ciò che è buono (cf. 1Ts 5,21), riconoscendo i segni e i tempi dell’azione creatrice dello
Spirito. Compiendo tale discernimento, la Chiesa si
pone accanto a ogni uomo, condividendone gioie e speranze, tristezze e angosce e diventando così solidale con
la storia del genere umano.
Mentre sperimentiamo le difficoltà in cui si dibatte
l’opera educativa in una società spesso incapace di assicurare riferimenti affidabili, nutriamo una grande fiducia, sapendo che il tempo dell’educazione non è finito.
Perciò vogliamo metterci alla ricerca di risposte adeguate e non ci scoraggiamo, sapendo di poter contare su
una «riserva escatologica» alla quale quotidianamente
attingere: la speranza che non delude (cf. Rm 5,5).
Così sostenuti, vogliamo prendere coscienza, insieme
a tutti gli educatori, di alcuni aspetti problematici della
cultura contemporanea – come la tendenza a ridurre il
bene all’utile, la verità a razionalità empirica, la bellezza a godimento effimero – cercando di riconoscere
anche le domande inespresse e le potenzialità nascoste,
e di far leva sulle risorse offerte dalla cultura stessa.
8. Un segno dei tempi è senza dubbio costituito dall’accresciuta sensibilità per la libertà in tutti gli ambiti
dell’esistenza: il desiderio di libertà rappresenta un terreno d’incontro tra l’anelito dell’uomo e il messaggio cristiano. Nell’educazione, la libertà è il presupposto indispensabile per la crescita della persona. Essa, infatti, non
è un semplice punto di partenza, ma un processo continuo verso il fine ultimo dell’uomo, cioè la sua pienezza
nella verità dell’amore. «L’uomo può volgersi al bene
soltanto nella libertà. I nostri contemporanei stimano
grandemente e perseguono con ardore tale libertà, e a
ragione (…). La dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere (…). L’uomo perviene a tale dignità quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine mediante la scelta libera
del bene».21 Questa ricerca diffusa di libertà e di amore
rimanda a valori a partire dai quali è possibile proporre
un percorso educativo, capace di offrire un’esperienza
integrale della fede e della vita cristiana.
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Un’autentica educazione deve essere in grado di parlare al bisogno di significato e di felicità delle persone. Il
messaggio cristiano pone l’accento sulla forza e sulla pienezza di gioia (cf. Gv 17,13) donate dalla fede, che sono
infinitamente più grandi di ogni desiderio e attesa
umani. Il compito dell’educatore cristiano è diffondere
la buona notizia che il Vangelo può trasformare il cuore
dell’uomo, restituendogli ragioni di vita e di speranza.
Siamo nel mondo con la consapevolezza di essere portatori di una visione della persona che, esaltandone la
verità, la bontà e la bellezza, è davvero alternativa al
sentire comune.
9. Considerando le trasformazioni avvenute nella
società, alcuni aspetti, rilevanti dal punto di vista antropologico, influiscono in modo particolare sul processo
educativo: l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della
dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato,
le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione
tra intelligenza e affettività. Si tratta di nodi critici che
vanno compresi e affrontati senza paura, accettando la
sfida di trasformarli in altrettante opportunità educative.
Le persone fanno sempre più fatica a dare un senso
profondo all’esistenza. Ne sono sintomi il disorientamento, il ripiegamento su sé stessi e il narcisismo, il desiderio insaziabile di possesso e di consumo, la ricerca del
sesso slegato dall’affettività e dall’impegno di vita, l’ansia
e la paura, l’incapacità di sperare, il diffondersi dell’infelicità e della depressione. Ciò si riflette anche nello smarrimento del significato autentico dell’educare e della sua
insopprimibile necessità. Il mito dell’uomo «che si fa da
sé» finisce con il separare la persona dalle proprie radici
e dagli altri, rendendola alla fine poco amante anche di
se stessa e della vita.
Le cause di questo disagio sono molteplici – culturali, sociali ed economiche –, ma al fondo di tutto si può
scorgere la negazione della vocazione trascendente dell’uomo e di quella relazione fondante che dà senso a
tutte le altre: «Senza Dio l’uomo non sa dove andare e
non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia».22
Siamo così condotti alle radici dell’«emergenza educativa», il cui punto cruciale sta nel superamento di
quella falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un «io» completo in se stesso, laddove,
invece, egli diventa «io» nella relazione con il «tu» e con
il «noi». Tale distorsione è stata magistralmente illustrata dal Santo Padre: «Una radice essenziale consiste – mi
sembra – in un falso concetto di autonomia dell’uomo:
l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere il
suo autosviluppo, ma non entrare in questo sviluppo. In
realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che
diventa se stessa solo dall’altro, l’“io” diventa se stesso
solo dal “tu” e dal “noi”, è creato per il dialogo, per la
comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro
con il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a se stesso. Perciò la
cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione,
ma rinuncia all’educazione: così non viene dato quanto
noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo “tu” e
“noi” nel quale si apre l’“io” a se stesso».23
10. Oggi la formazione dell’identità personale avviene
in un contesto plurale, caratterizzato da diversi soggetti
di riferimento: non solo la famiglia, la scuola, il lavoro,
la comunità ecclesiale, ma anche ambienti meno definiti e tuttavia influenti, quali la comunicazione multimediale e le occasioni del tempo libero.
La molteplicità dei riferimenti valoriali, la globalizzazione delle proposte e degli stili di vita, la mobilità dei
popoli, gli scenari resi possibili dallo sviluppo tecnologico costituiscono elementi nuovi e rilevanti, che segnano
il venir meno di un modo quasi automatico di prospettare modelli d’identità e inaugurano dinamiche inedite.
La cultura globale, mentre sembra annullare le distanze,
finisce con il polarizzare le differenze, producendo
nuove solitudini e nuove forme di esclusione sociale.
Anche i rapporti con culture ed esperienze religiose
diverse, resi più intensi dall’aumento dei flussi migratori
e dalla facilità delle comunicazioni, possono costituire
una risorsa feconda, da valorizzare senza indulgere a
irenismi e semplificazioni o cedere a eccessivi timori e
diffidenze.
Queste condizioni, in cui si colloca oggi il percorso
formativo, se comportano maggiore fatica e rischi inediti rispetto al passato, accrescono lo spazio di libertà della
persona nelle proprie decisioni e fanno appello alla sua
responsabilità. Ciò è di fondamentale importanza anche
per la scelta religiosa, perché al centro della relazione
dell’uomo con Dio c’è la libertà.
In una società caratterizzata dalla molteplicità di
messaggi e dalla grande offerta di beni di consumo, il
compito più urgente diventa, dunque, educare a scelte
responsabili. Per questo, sin dai primi anni di vita, l’educazione non può pensare di essere neutrale, illudendosi di non condizionare la libertà del soggetto. Il proprio comportamento e stile di vita – lo si voglia o meno
– rappresentano di fatto una proposta di valori o disvalori. È ingiusto non trasmettere agli altri ciò che costituisce il senso profondo della propria esistenza. Un simile travisamento restringerebbe l’educazione nei confini
angusti del sentire individuale e distruggerebbe ogni
possibile profilo pedagogico.
Di fronte agli educatori cristiani, come pure a tutti gli
uomini di buona volontà, si presenta, pertanto, la sfida
di contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l’inconsistenza, promuovendo la capacità di pensare e l’esercizio critico della
ragione.
11. In tale contesto è importante individuare un’al-
19 EPISCOPATO ITALIANO, «Rigenerati per una speranza viva»
(1Pt 1,3), n. 7; Regno-doc. 13,2007,433.
20 Gaudium et spes, n. 4; EV 1/1324.
21 Ivi, n. 17; EV 1/1370.
22 BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, n. 78; Regno-doc.
15,2009,490.
23 BENEDETTO XVI, Discorso alla LXI Assemblea Generale della
CEI, 27.5.2010. Cf. Appendice; qui a p. 623.
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tra radice dell’emergenza educativa nello scetticismo e
nel relativismo, che Benedetto XVI interpreta come
esclusione delle «due fonti che orientano il cammino
umano», cioè la natura e la Rivelazione: «La natura
viene considerata oggi come una cosa puramente meccanica, quindi che non contiene in sé alcun imperativo
morale, alcun orientamento valoriale: è una cosa puramente meccanica, e quindi non viene alcun orientamento dall’essere stesso. La Rivelazione viene considerata o come un momento dello sviluppo storico, quindi
relativo come tutto lo sviluppo storico e culturale, o – si
dice – forse c’è rivelazione, ma non comprende contenuti, solo motivazioni. E se tacciono queste due fonti, la
natura e la Rivelazione, anche la terza fonte, la storia,
non parla più, perché anche la storia diventa solo un
agglomerato di decisioni culturali, occasionali, arbitrarie, che non valgono per il presente e per il futuro».24
Per questo, prosegue il Santo Padre, «fondamentale
è quindi ritrovare un concetto vero della natura come
creazione di Dio che parla a noi; il Creatore, tramite il
libro della creazione, parla a noi e ci mostra i valori veri.
E poi così anche ritrovare la Rivelazione: riconoscere
che il libro della creazione, nel quale Dio ci dà gli orientamenti fondamentali, è decifrato nella Rivelazione, è
applicato e fatto proprio nella storia culturale e religiosa, non senza errori, ma in una maniera sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da purificare.
Così, in questo “concerto” – per così dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione, concretizzata nella storia
culturale che sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche
le indicazioni per un’educazione che non è imposizione,
ma realmente apertura dell’“io” al “tu”, al “noi” e al
“Tu” di Dio».25
12. L’educazione è strutturalmente legata ai rapporti tra le generazioni, anzitutto all’interno della famiglia,
quindi nelle relazioni sociali. Molte delle difficoltà sperimentate oggi nell’ambito educativo sono riconducibili al
fatto che le diverse generazioni vivono spesso in mondi
separati ed estranei. Il dialogo richiede invece una significativa presenza reciproca e la disponibilità di tempo.
All’impoverimento e alla frammentazione delle relazioni, si aggiunge il modo con cui avviene la trasmissione da una generazione all’altra. I giovani si trovano
spesso a confronto con figure adulte demotivate e poco
autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che
suscitino amore e dedizione. A soffrirne di più è la famiglia, primo luogo dell’educazione, lasciata sola a fronteggiare compiti enormi nella formazione della persona,
senza un contesto favorevole e adeguati sostegni culturali, sociali ed economici. Lo sforzo grava soprattutto
sulle donne, alle quali la cura della vita è affidata in
modo del tutto speciale. La famiglia, tuttavia, resta la
comunità in cui si colloca la radice più intima e più
potente della generazione alla vita, alla fede e all’amore.
13. La formazione integrale è resa particolarmente
difficile dalla separazione tra le dimensioni costitutive
della persona, in special modo la razionalità e l’affettività, la corporeità e la spiritualità. La mentalità odierna,
segnata dalla dissociazione fra il mondo della conoscen-
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za e quello delle emozioni, tende a relegare gli affetti e le
relazioni in un orizzonte privo di riferimenti significativi
e dominato dall’impulso momentaneo. Si avverte,
amplificato dai processi della comunicazione, il peso
eccessivo dato alla dimensione emozionale, la sollecitazione continua dei sensi, il prevalere dell’eccitazione sull’esigenza della riflessione e della comprensione.
Questa separazione tra le dimensioni della persona
ha inevitabili ripercussioni anche sui modelli educativi,
per cui educare equivale a fornire informazioni funzionali, abilità tecniche, competenze professionali. Non
raramente, si arriva a ridurre l’educazione a un processo di socializzazione che induce a conformarsi agli stereotipi culturali dominanti.26
Il modello della spontaneità porta ad assolutizzare
emozioni e pulsioni: tutto ciò che «piace» e si può ottenere diventa buono. Chi educa rinuncia così a trasmettere valori e a promuovere l’apprendimento delle virtù;
ogni proposta direttiva viene considerata autoritaria.
Già Paolo VI, indicando alcune linee fondamentali
di quella che egli chiamava «l’arte sovrana di educare»,
osservava: «Se l’educatore fermasse la sua fatica soltanto a un paziente, meticoloso, e, se volete, scientifico rilievo dell’ambiente, in cui oggi il ragazzo svolge la sua vita,
fa la sua esperienza e plasma la sua personalità, non
farebbe opera completa (...). L’educatore non è un osservatore passivo dei fenomeni della vita giovanile; deve
essere un amico, un maestro, un allenatore, un medico,
un padre, a cui non tanto interessa notare il comportamento del suo pupillo in determinate circostanze, quanto preservarlo da inutili offese e allenarlo a capire, a
volere, a godere, a sublimare la sua esperienza».27
Benedetto XVI, a sua volta, spiega che l’educazione non
può risolversi in una didattica, in un insieme di tecniche
e nemmeno nella trasmissione di principi; il suo scopo è,
piuttosto, quello di «formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di
una memoria significativa che non è solo occasionale,
ma accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella
natura e nella Rivelazione, di un patrimonio interiore
condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il
fine trascendente della vita, orienta il pensiero, gli affetti e il giudizio».28
Una vera relazione educativa richiede l’armonia e la
reciproca fecondazione tra sfera razionale e mondo
affettivo, intelligenza e sensibilità, mente, cuore e spirito. La persona viene così orientata verso il senso globale
di se stessa e della realtà, nonché verso l’esperienza liberante della continua ricerca della verità, dell’adesione al
bene e della contemplazione della bellezza.
Dall’accoglienza all’integrazione
14. In questo tempo di grande mobilità dei popoli, la
Chiesa è sollecitata a promuovere l’incontro e l’accoglienza tra gli uomini: «i vari popoli costituiscono infatti
una sola comunità. Essi hanno una sola origine».29
In tale prospettiva, la nostra attenzione si rivolge in
modo particolare al fenomeno delle migrazioni di per-
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sone e famiglie, provenienti da culture e religioni diverse. Esso fa emergere opportunità e problemi d’integrazione, nella scuola come nel mondo del lavoro e nella
società. Per la Chiesa e per il Paese si tratta senza dubbio di una delle più grandi sfide educative.
Come sottolinea Benedetto XVI, «l’avvenire delle
nostre società poggia sull’incontro tra i popoli, sul dialogo tra le culture nel rispetto delle identità e delle legittime differenze».30 I diritti fondamentali della persona
devono costituire il punto focale dell’impegno di corresponsabilità delle istituzioni pubbliche nazionali e internazionali, che riusciranno a offrire prospettive di convivenza tra i popoli solo «tramite linee oculate e concertate per l’accoglienza e l’integrazione, consentendo occasioni di ingresso nella legalità, favorendo il giusto diritto
al ricongiungimento familiare, all’asilo e al rifugio, compensando le necessarie misure restrittive e contrastando
il deprecabile traffico di persone».31
All’accoglienza deve seguire la capacità di gestire la
compresenza di culture, credenze ed espressioni religiose diverse. Purtroppo si registrano forme d’intolleranza
e di conflitto, che talora sfociano anche in manifestazioni violente. L’opera educativa deve tener conto di questa situazione e aiutare a superare paure, pregiudizi e
diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione. Particolare attenzione va riservata al numero crescente di minori, nati in Italia, figli di
stranieri.
L’acquisizione di uno spirito critico e l’apertura al
dialogo, accompagnati da una maggiore consapevolezza
e testimonianza della propria identità storica, culturale e
religiosa, contribuiscono a far crescere personalità solide, allo stesso tempo disponibili all’accoglienza e capaci
di favorire processi d’integrazione.
La comunità cristiana educa a riconoscere in ogni
straniero una persona dotata di dignità inviolabile, portatrice di una propria spiritualità e di un’umanità fatta di
sogni, speranze e progetti. Molti di coloro che giungono
da lontano sono fratelli nella stessa fede: come tali la
Chiesa li accoglie, condividendo con loro anche l’annuncio e la testimonianza del Vangelo.
L’approccio educativo al fenomeno dell’immigrazione può essere la chiave che spalanca la porta a un futuro ricco di risorse e spiritualmente fecondo.
Per la crescita integrale della persona
15. In questo quadro s’inserisce a pieno titolo la proposta educativa della comunità cristiana, il cui obiettivo
fondamentale è promuovere lo sviluppo della persona
24
25
26
Ivi; qui a p. 624.
Ivi; qui a p. 624.
Cf. COMITATO PER IL PROGETTO CULTURALE, La sfida educativa. Rapporto-proposta sull’educazione, Laterza, Bari-Roma 2009, 810.
27 PAOLO VI, Discorso per il 40° anniversario del Movimento
Aspiranti della GIAC, 21.3.1964.
28 BENEDETTO XVI, Discorso alla LXI Assemblea Generale della
CEI, 27.5.2010. Cf Appendice; qui a p. 624.
29 CONCILIO VATICANO II, Dich. Nostra aetate sulle relazioni
nella sua totalità, in quanto soggetto in relazione, secondo la grandezza della vocazione dell’uomo e la presenza
in lui di un germe divino. «La vera formazione consiste
nello sviluppo armonioso di tutte le capacità dell’uomo
e della sua vocazione personale, in accordo ai principi
fondamentali del Vangelo e in considerazione del suo
fine ultimo, nonché del bene della collettività umana di
cui l’uomo è membro e nella quale è chiamato a dare il
suo apporto con cristiana responsabilità».32 Così la persona diventa capace di cooperare al bene comune e di
vivere quella fraternità universale che corrisponde alla
sua vocazione.33
Per tali ragioni la Chiesa non smette di credere nella
persona umana: «il primo contributo che possiamo offrire è quello di testimoniare la nostra fiducia nella vita e
nell’uomo, nella sua ragione e nella sua capacità di
amare. Essa non è frutto di un ingenuo ottimismo, ma ci
proviene da quella “speranza affidabile” (BENEDETTO
XVI, lett. enc. Spe salvi sulla speranza cristiana,
30.11.2007, n. 1; Regno-doc. 21,2007,649) che ci è donata mediante la fede nella redenzione operata da Gesù
Cristo».34
Impegnandosi nell’educazione, la Chiesa si pone in
fecondo rapporto con la cultura e le scienze, suscitando
responsabilità e passione e valorizzando tutto ciò che
incontra di buono e di vero. La fede, infatti, è radice di
pienezza umana, amica della libertà, dell’intelligenza e
dell’amore. Caratterizzata dalla fiducia nella ragione,
l’educazione cristiana contribuisce alla crescita del
corpo sociale e si offre come patrimonio per tutti, finalizzato al perseguimento del bene comune.
Le virtù umane e quelle cristiane, infatti, non appartengono ad ambiti separati. Gli atteggiamenti virtuosi
della vita crescono insieme, contribuiscono a far maturare la persona e a svilupparne la libertà, determinano la
sua capacità di abitare la terra, di lavorare, gioire e
amare, ne assecondano l’anelito a raggiungere la somiglianza con il sommo bene, che è Dio Amore.
2.
Gesù, il Maestro
16. Di fronte ai nodi che oggi caratterizzano la sfida
educativa, ci mettiamo ancora una volta alla scuola di
Gesù. Lo facciamo con grande fiducia, sapendo che egli
è il «Maestro buono» (Mc 10,17), che ha parlato e ha
agito, mostrando nella vita il suo insegnamento. Nel
gesto della lavanda dei piedi dei suoi discepoli, nell’ora
della Chiesa con le religioni non cristiane, n. 1; EV 1/854.
30 BENEDETTO XVI, Discorso all’Assemblea Plenaria del Pontificio
Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, 28.5.2010.
31 Ivi.
32 PAOLO VI, Discorso alla Federazione Europea per l’educazione
cattolica degli adulti, 3.5.1971.
33 Cf. Gaudium et spes, n. 3; EV 1/1322s; BENEDETTO XVI,
Caritas in veritate, n. 11; Regno-doc. 15,2009,460s.
34 BENEDETTO XVI, Discorso alla LIX Assemblea Generale della
CEI, 28.5.2009; Regno-doc. 13,2009,413.
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in cui li amò sino alla fine, egli si presenta ancora come
colui che ci educa con la sua stessa vita (cf. Gv 13,14).
Gesù è per noi non «un» maestro, ma «il» Maestro.
La sua autorità, grazie alla presenza dinamica dello
Spirito, raggiunge il cuore e ci forma interiormente, aiutandoci a gestire, nei modi e nelle forme più idonee,
anche i problemi educativi.
«Si mise a insegnare loro molte cose»
17. «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla,
ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che
non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose
(…). E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba
verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese
i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la
benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro» (Mc 6,34.39-41). Questa pagina del Vangelo secondo Marco è un testo ricco di risonanze anticotestamentarie:35 ci mostra Gesù nell’atteggiamento del pastore che raccoglie le sue pecore e se ne
prende cura mediante l’insegnamento e, con una prodigiosa frazione del pane, sfama cinquemila persone.
La folla segue Gesù mossa dalla speranza di ricevere
qualcosa di decisivo. Pur provenendo da città e situazioni diverse, appare animata da un desiderio comune.
Gesù stesso si fa interprete delle attese profonde dei presenti. Lo sguardo che rivolge loro non è distaccato, ma
partecipe, perché non scorge una folla anonima, bensì
persone, di cui coglie il bisogno inespresso. Gesù vede in
loro «pecore che non hanno pastore»: è una metafora
che rivela la situazione di un popolo che soffre per la
mancanza di una guida autorevole o è disorientato da
maestri inaffidabili.
Lo smarrimento della folla suscita in Gesù una
«compassione», che non è un’emozione superficiale, ma
è lo stesso sentire con cui Dio, nella vicenda dell’esodo,
ha ascoltato il gemito del suo popolo e se ne è preso cura
con vigore e tenerezza. Il bisogno delle persone interpella costantemente Gesù, che risponde ogni volta
manifestando l’amore compassionevole del Padre.
18. La prima azione di Gesù è l’insegnamento: «si
mise a insegnare loro molte cose». Potrebbe sorgere
spontanea la domanda se non sarebbe stato più opportuno provvedere subito al nutrimento di tanta gente.
Gesù, però, è cosciente di essere anzitutto il Maestro:
per questo, con l’autorevolezza che viene dal Padre,
comincia con l’indicare le vie della vita autentica. Egli
rivela il mondo nuovo voluto da Dio e chiama a esserne
parte, sollecitando ciascuno a cooperare alla sua edificazione nella pace. Il popolo che egli pasce è invitato ad
ascoltare la sua parola, che conduce e fa riposare su
pascoli erbosi (cf. Sal 22,2). Gesù non smetterà d’insegnare, parlando al cuore, neppure di fronte all’incomprensione della folla e dei suoi stessi discepoli.
Il dono della parola si completa in quello del pane:
«spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero». L’ascolto della parola costituisce la premessa
indispensabile della condivisione. Si vede già, in filigrana, la prassi eucaristica della comunità cristiana. Nello
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stesso tempo, Gesù si prende cura dei bisogni concreti
delle persone, preoccupandosi che tutti abbiano da
mangiare.
Nel gesto della moltiplicazione dei pani e dei pesci è
condensata la vita intera di Gesù che si dona per amore,
per dare pienezza di vita. Neppure il suo corpo ha tenuto per sé: «prendete», «mangiate». L’insegnamento del
Maestro trova compimento nel dono della sua esistenza:
Gesù è la parola che illumina e il pane che nutre, è l’amore che educa e forma al dono della propria vita: «Voi
stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37).
Dio educa il suo popolo
19. Non mancano, certo, nel Vangelo altri episodi in
cui Gesù mostra il suo volto di educatore. Anche nel racconto dei due discepoli di Emmaus, ad esempio, Gesù è
il Maestro che apre la mente dei discepoli e scalda loro
il cuore spiegando «in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27). Nella prima moltiplicazione dei
pani, però, Gesù è presentato come il pastore del tempo
ultimo, il depositario della premura di Dio per il suo
popolo. Alla luce di Cristo, compimento di tutta la rivelazione, possiamo leggere nella storia della salvezza il
progetto di Dio che educa il suo popolo. Ripercorriamone le tappe fondamentali.
L’esodo dall’Egitto è il tempo della formazione
d’Israele, perché, accogliendo e mettendo in pratica i
comandamenti di Dio, diventi il popolo dell’alleanza (cf.
Dt 8,1). Il cammino nel deserto ha un carattere esemplare: le crisi, la fame e la sete, sono descritte come atti
educativi, «per sapere quello che avevi nel cuore (…) per
farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma
che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore»
(Dt 8,2-3). L’esortazione divina crea la consapevolezza
interiore: «Riconosci dunque in cuor tuo che, come un
uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te» (Dt 8,5).
Anche nell’annuncio dei profeti la storia è intesa
come un cammino educativo, segnato da conflitti e
riconciliazioni, perdite e ritrovamenti, tensioni e incontri. Come negli scritti sapienziali, Dio è presentato attraverso le figure del padre, della madre e del maestro.
L’immagine paterna è proposta dal profeta Osea. Il
Signore ama e perciò chiama il suo figlio, Israele: gli
insegna a camminare, lo prende in braccio e lo cura, lo
attrae a sé con legami di bontà e vincoli d’amore, lo solleva alla guancia e si china per nutrirlo, mettendo in
conto anche i fallimenti (cf. Os 11,3-4).
Isaia, a sua volta, propone un’immagine materna di
toccante tenerezza: «Voi sarete allattati e portati in
braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una
madre consola un figlio, così io vi consolerò; a
Gerusalemme sarete consolati» (Is 66,12-13).
Nel libro del Siracide, infine, Dio appare come educatore attraverso la mediazione degli uomini, specialmente nella relazione fra maestro e discepolo. Il maestro
si sente padre del discepolo, che chiama «figlio mio»; gli
si presenta anzitutto come innamorato della sapienza e
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gli si propone come modello (cf. Sir 24,30-34), esortandolo a seguirlo con zelo e a frequentarlo ogni giorno,
fino a consumare la soglia della sua casa (cf. Sir 51,2327). Nell’opera d’insegnamento egli genera il giovane
discepolo, aiutandolo a diventare adulto, capace di giudicare e di scegliere.
Nella storia della salvezza, dunque, si manifestano la
guida provvidenziale di Dio e la sua pedagogia misericordiosa, che raggiungono la pienezza in Gesù Cristo; in lui
trovano compimento e risplendono la legge e i profeti (cf.
Mc 9,2-10). «È Lui il Maestro alla cui scuola riscoprire il
compito educativo come un’altissima vocazione alla
quale ogni fedele, con diverse modalità, è chiamato».36
Gesù Cristo è la via, che conduce ciascuno alla piena
realizzazione di sé secondo il disegno di Dio. È la verità,
che rivela l’uomo a se stesso e ne guida il cammino di
crescita nella libertà. È la vita, perché in lui ogni uomo
trova il senso ultimo del suo esistere e del suo operare: la
piena comunione di amore con Dio nell’eternità.
Prima di ritornare al Padre, Gesù promette ai suoi
discepoli il dono dello Spirito Santo, attraverso il quale
continuerà la sua opera educativa. Lo Spirito di verità è
mandato per aiutare coloro che lo riceveranno a comprendere e interiorizzare tutto quello che Gesù ha detto
e insegnato e per parlare delle cose future (cf. Gv 16,13).
si mostra quale «esigenza costitutiva e permanente della
vita della Chiesa».38
21. La Chiesa educa in quanto madre, grembo accogliente, comunità di credenti in cui si è generati come
figli di Dio e si fa l’esperienza del suo amore. A lei si
rivolgeva Sant’Agostino: «Oh Chiesa cattolica, oh
madre dei cristiani nel senso più vero (…) tu educhi e
ammaestri tutti: i fanciulli con tenerezza infantile, i giovani con forza, i vecchi con serenità, ciascuno secondo
l’età, secondo le sue capacità non solo corporee ma
anche psichiche. Chi debba essere educato, ammonito o
condannato, tu lo insegni a tutti con solerzia, mostrando
che non si deve dare tutto a tutti, ma a tutti amore e a
nessuno ingiustizia».39
Avendo il compito di servire la ricerca della verità, la
Chiesa è anche maestra. Essa «per obbedire al divino
mandato: “Istruite tutte le genti” (Mt 28,19), è tenuta a
operare instancabilmente “affinché la parola di Dio
corra e sia glorificata” (2Ts 3,1). (...) Per volontà di
Cristo la Chiesa cattolica è maestra di verità e sua missione è di annunziare e di insegnare autenticamente la
verità che è Cristo, e nello stesso tempo di dichiarare e
di confermare autoritativamente i principi dell’ordine
morale che scaturiscono dalla stessa natura umana».40
Formare alla vita secondo lo Spirito
La Chiesa discepola, madre e maestra
20. La Chiesa è luogo e segno della permanenza di
Gesù Cristo nella storia. Anche nel suo compito educativo, come in tutto ciò che essa è e opera, attinge da
Cristo e ne diventa discepola, seguendone le orme, grazie al dono dello Spirito Santo.37
Gli Atti degli Apostoli descrivono in forma tipica la
vita della Chiesa appena nata e la sua crescita nella fede:
«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e
nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa
in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le
dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e,
spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (At 2,42-47).
Ascolto assiduo della parola di Dio, celebrazione
liturgica e comunione nella carità sono, dunque, le
dimensioni costitutive della vita ecclesiale; esse hanno
un’intrinseca forza educativa, poiché mediante il loro
continuo esercizio il credente è progressivamente conformato a Cristo. Mentre testimonia la fede in letizia e
semplicità, la comunità diviene capace di condividere i
beni materiali e spirituali. Già così il compito educativo
35
36
Cf. Nm 27,17; 1Re 22,17; Gdt 11,19; Ez 34,8; Zc 10,2.
BENEDETTO XVI, Discorso alla LIX Assemblea Generale della
CEI, 28.5.2009; Regno-doc. 13,2009,413.
37 Cf. CONCILIO VATICANO II, Cost. dogm. Dei Verbum sulla
divina Rivelazione, n. 8; EV 1/882ss.
38 BENEDETTO XVI, Discorso alla LIX Assemblea Generale della
CEI, 28.5.2009; Regno-doc. 13,2009,413.
22. La Chiesa promuove nei suoi figli anzitutto
un’autentica vita spirituale, cioè un’esistenza secondo lo
Spirito (cf. Gal 5,25). Essa non è frutto di uno sforzo
volontaristico, ma è un cammino attraverso il quale il
Maestro interiore apre la mente e il cuore alla comprensione del mistero di Dio e dell’uomo: lo Spirito che «il
Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa
e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).
Lo Spirito forma il cristiano secondo i sentimenti di
Cristo, guida alla verità tutta intera, illumina le menti,
infonde l’amore nei cuori, fortifica i corpi deboli, apre
alla conoscenza del Padre e del Figlio, e dà «a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità».41
La formazione spirituale tende a farci assimilare
quanto ci è stato rivelato in Cristo, affinché la nostra esistenza possa corrispondere ogni giorno di più al suo
dono: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare,
per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono,
a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).
L’azione dello Spirito plasma la vita in questa prospettiva: «Il culto gradito a Dio diviene così un nuovo
modo di vivere tutte le circostanze dell’esistenza in cui
ogni particolare viene esaltato, in quanto vissuto dentro
il rapporto con Cristo e come offerta a Dio».42
39 AGOSTINO, I costumi della Chiesa cattolica e i costumi dei
Manichei, I, 30, 62-63.
40 CONCILIO VATICANO II, Dich. Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, n. 14; EV 1/1078.1080.
41 Dei Verbum, n. 5; EV 1/877.
42 BENEDETTO XVI, Esort. apost. Sacramentum caritatis sull’eucaristia, 22.2.2007, n. 71; Regno-doc. 7,2007,216.
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Rinati nel battesimo per mezzo dello Spirito Santo,
possiamo camminare in una vita nuova, liberi dalla
schiavitù del peccato e resi capaci di amare Dio e i fratelli con lo stesso amore di Cristo: «camminate secondo
lo Spirito – ci esorta San Paolo – e non sarete portati a
soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha
desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste» (Gal 5,16-17).
I santi rivelano con la loro vita l’azione potente dello
Spirito che li ha rivestiti dei suoi doni e li ha resi forti
nella fede e nell’amore. Ogni cristiano è chiamato a
seguirne l’esempio, cogliendo il frutto dello Spirito, che
è «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza,
bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22).
Promuovere un’autentica vita spirituale risponde alla
richiesta, oggi diffusa, di accompagnamento personale.
Si tratta di un compito delicato e importante, che richiede profonda esperienza di Dio e intensa vita interiore. In
questa luce, devono essere attentamente vagliati i segni
di risveglio religioso presenti nella società: essi possono
rivelare l’azione dello Spirito e la ricerca di un senso che
dia unità all’esistenza.
23. L’accoglienza del dono dello Spirito porta ad
abbracciare tutta la vita come vocazione. Nel nostro
tempo, è facile all’uomo ritenersi l’unico artefice del proprio destino e pertanto concepirsi «senza vocazione».43
Per questo è importante che nelle nostre comunità ciascuno impari a riconoscere la vita come dono di Dio e
ad accoglierla secondo il suo disegno d’amore.
Come ha affermato il Concilio Vaticano II, Gesù
Cristo, manifestandoci il mistero del Padre e del suo
amore, ha rivelato anche l’uomo a se stesso, rendendogli nota la sua altissima vocazione,44 che è essenzialmente chiamata alla santità, ossia alla perfezione dell’amore.45
La nostra azione educativa deve «riproporre a tutti
con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana
ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle
famiglie cristiane deve portare in questa direzione».46
La Chiesa attinge alla sua grande tradizione spirituale,
proponendo ai fedeli cammini di santità, con un’adeguata direzione spirituale, necessaria al discernimento
della chiamata.
24. Lo Spirito del Signore Gesù suscita e alimenta le
molteplici dimensioni dell’azione educativa. Ne richiamiamo alcune in dettaglio.
La dimensione missionaria. «Riceverete la forza dallo
Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e
fino ai confini della terra» (At 1,8). È lo Spirito a formare la Chiesa per la missione, la testimonianza e l’annuncio. Grazie alla sua forza, la Chiesa diventa segno e strumento della comunione di tutti gli uomini tra loro e con
Dio, manifesta l’amore fraterno da cui ciascuno può
riconoscere i discepoli del Signore (cf. Gv 13,35) e proclama in ogni lingua le grandi opere di Dio tra i popoli
(cf. At 2,9-11).
La dimensione ecumenica e dialogica. Lo Spirito è
principio di unità: «un solo corpo e un solo Spirito,
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come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione» (Ef 4,4). Egli unisce
intimamente in Cristo tutti i battezzati, suscitando in
loro il desiderio della comunione visibile; ispira l’incontro tra le diverse confessioni cristiane, perché convergano verso l’unità voluta dal Signore; incoraggia il dialogo
con i credenti di altre religioni e con ogni uomo di
buona volontà.
La dimensione caritativa e sociale. Il punto culminante della formazione secondo lo Spirito è l’amore: «Se
parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non
avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o
come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» (1Cor
13,1-2). Con la sua opera educativa la Chiesa intende
essere testimone dell’amore di Dio nell’offerta di se stessa; nell’accoglienza del povero e del bisognoso; nell’impegno per un mondo più giusto, pacifico e solidale; nella
difesa coraggiosa e profetica della vita e dei diritti di ogni
donna e di ogni uomo, in particolare di chi è straniero,
immigrato ed emarginato; nella custodia di tutte le creature e nella salvaguardia del creato.
La dimensione escatologica. L’educazione cristiana
orienta la persona verso la pienezza della vita eterna. È
lo Spirito che «attesta che siamo figli di Dio. E se siamo
figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo,
se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,16-17). Ciò non
allontana dall’impegno nelle realtà terrene, ma preserva
dal cadere nell’idolatria di sé stessi, delle cose e del
mondo.47 La persona umana, infatti, «è un’“unità di
anima e corpo”, nata dall’amore creatore di Dio e destinata a vivere eternamente. L’essere umano si sviluppa
quando cresce nello spirito, quando la sua anima conosce se stessa e le verità che Dio vi ha germinalmente
impresso, quando dialoga con se stesso e con il suo
Creatore».48
3.
Educare, cammino di relazione
e di fiducia
Un desiderio che trova risposta
25. In Gesù, maestro di verità e di vita che ci raggiunge nella forza dello Spirito, noi siamo coinvolti nell’opera educatrice del Padre e siamo generati come
uomini nuovi, capaci di stabilire relazioni vere con ogni
persona. È questo il punto di partenza e il cuore di ogni
azione educativa.
Una delle prime pagine del Vangelo secondo
Giovanni ci aiuta a ritrovare alcuni tratti essenziali della
relazione educativa tra Gesù e i suoi discepoli, fondata
sull’atteggiamento di amore di Gesù e vissuta nella fedel-
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tà di chi accetta di stare con lui (cf. Mc 3,14) e di mettersi alla sua sequela.
Giovanni Battista posa il suo sguardo su Gesù che
passa e lo indica ai suoi discepoli. Due di loro, avendo
udito la testimonianza del Battista, si mettono alla
sequela di Gesù. A questo punto, è lui a volgersi indietro
e a prendere l’iniziativa del dialogo con una domanda,
che è la prima parola che l’evangelista pone sulle labbra
del Signore.
«Che cosa cercate?» (Gv 1,38): suscitare e riconoscere
un desiderio. La domanda di Gesù è una prima chiamata che incoraggia a interrogarsi sul significato autentico
della propria ricerca. È la domanda che Gesù rivolge a
chiunque desideri stabilire un rapporto con lui: è una
«pro-vocazione» a chiarire a sé stessi cosa si stia cercando davvero nella vita, a discernere ciò di cui si sente la
mancanza, a scoprire cosa stia realmente a cuore. Dalla
domanda traspare l’atteggiamento educativo di Gesù:
egli è il Maestro che fa appello alla libertà e a ciò che di
più autentico abita nel cuore, facendone emergere il
desiderio inespresso. In risposta, i due discepoli gli
domandano a loro volta: «Maestro, dove dimori?».
Mostrano di essere affascinati dalla persona di Gesù,
interessati a lui e alla bellezza della sua proposta di vita.
Prende avvio, così, una relazione profonda e stabile con
Gesù, racchiusa nel verbo «dimorare».
«Venite e vedrete» (Gv 1,39): il coraggio della proposta.
Dopo una successione di domande, giunge la proposta.
Gesù rivolge un invito esplicito («venite»), a cui associa
una promessa («vedrete»). Ci mostra, così, che per stabilire un rapporto educativo occorre un incontro che
susciti una relazione personale: non si tratta di trasmettere nozioni astratte, ma di offrire un’esperienza da condividere. I due discepoli si rivolgono a Gesù chiamandolo Rabbì, cioè maestro: è un chiaro segnale della loro
intenzione di entrare in relazione con qualcuno che
possa guidarli e faccia fiorire la vita.
«Rimasero con lui» (Gv 1,39): accettare la sfida.
Accettando l’invito di Gesù, i discepoli si mettono in
gioco decidendo d’investire tutto sé stessi nella sua proposta. Dall’esempio di Gesù apprendiamo che la relazione educativa esige pazienza, gradualità, reciprocità
distesa nel tempo. Non è fatta di esperienze occasionali
e di gratificazioni istantanee. Ha bisogno di stabilità,
progettualità coraggiosa, impegno duraturo.
«Signore, da chi andremo?» (Gv 6,68): perseverare nell’impresa. L’itinerario educativo dei discepoli di Gesù ci
conduce a Cafarnao (cf. Gv 6,1-71). Dopo aver ascoltato le sue parole esigenti, molti si erano scoraggiati e non
erano più disposti a seguirlo. Il loro abbandono suscita
la reazione di Gesù, che pone ai Dodici una domanda
sferzante: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). I
discepoli misurano così il prezzo della scelta. La relazione con Gesù non può continuare per inerzia. Ha, invece, bisogno di una rinnovata decisione, come dichiara
43 PONTIFICIA OPERA PER LE VOCAZIONI ECCLESIASTICHE, Nuove
vocazioni per una nuova Europa, 8.12.1997, n. 11c; EV 16/1549s.
44 Cf. Gaudium et spes, n. 22; EV 1/1385ss.
45 Cf. Lumen gentium, cap. V; EV 1/387ss.
46 GIOVANNI PAOLO II, Novo millennio ineunte, n. 31; EV 20/64.
pubblicamente Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu
hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). Egli solo
ha parole che rendono la vita degna di essere vissuta.
«Signore, tu lavi i piedi a me?» (Gv 13,6): accettare di
essere amato. Nel Cenacolo, prima della festa di Pasqua,
la relazione di Gesù con i discepoli vive un nuovo e decisivo passaggio quando questi apre il suo animo compiendo il gesto della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,2-20).
L’evangelista prepara il lettore al sorprendente racconto
con un’espressione che ricapitola tutta la vita di Gesù:
«Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino
alla fine» (Gv 13,1). La lavanda dei piedi è un gesto rivoluzionario che rovescia i rapporti abituali tra maestro e
discepoli, tra padrone e servi. Il rifiuto di Pietro di farsi
lavare i piedi lascia intuire l’incomprensione del discepolo davanti a un’iniziativa così sconvolgente e lontana
dalle sue aspettative. Pietro fa fatica ad accettare di essere in debito: è arduo lasciarsi amare, credere in un Dio
che si propone non come padrone, ma come servitore
della vita. È difficile ricevere un dono con animo libero:
nell’atto di essere «lavato» da Cristo, Pietro intuisce di
dovergli tutto.
«Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni
gli altri» (Gv 13,34): vivere la relazione nell’amore. Prima
di congedarsi dai suoi, Gesù consegna loro il suo testamento. Tra le sue parole spicca il comandamento dell’amore fraterno (cf. Gv 13,34-35; 15,9-11). L’amore è il
compimento della relazione, il fine di tutto il cammino.
Il rapporto tra maestro e discepolo non ha niente a che
vedere con la dipendenza servile: si esprime nella libertà del dono. Tre sono le sue caratteristiche: l’estrema
dedizione («Nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la sua vita per i propri amici»: Gv 15,13); la familiarità confidente («tutto ciò che ho udito dal Padre mio
l’ho fatto conoscere a voi»: Gv 15,15); la scelta libera e
gratuita («Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi»:
Gv 15,16). Il frutto di questa esperienza è la missione
che Gesù affida ai suoi discepoli: «Da questo tutti
sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni
per gli altri» (Gv 13,35; cf. 15,12-17).
Un incontro che genera un cammino
26. «Cristiani si diventa, non si nasce».49 Questo
notissimo detto di Tertulliano sottolinea la necessità
della dimensione propriamente educativa nella vita cristiana. Si tratta di un itinerario condiviso, in cui educatori ed educandi intrecciano un’esperienza umana e spirituale profonda e coinvolgente.
Educare richiede un impegno nel tempo, che non
può ridursi a interventi puramente funzionali e frammentari; esige un rapporto personale di fedeltà tra soggetti attivi, che sono protagonisti della relazione educa47
48
Cf. Gaudium et spes, nn. 33-39; EV 1/1423s-1439ss.
BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, n. 76; Regno-doc.
15,2009,489.
49 TERTULLIANO, Apologetico, 18, 4.
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tiva, prendono posizione e mettono in gioco la propria
libertà. Essa si forma, cresce e matura solo nell’incontro
con un’altra libertà; si verifica solo nelle relazioni personali e trova il suo fine adeguato nella loro maturazione.
27. Esiste un nesso stretto tra educare e generare: la
relazione educativa s’innesta nell’atto generativo e nell’esperienza di essere figli.50 L’uomo non si dà la vita,
ma la riceve. Allo stesso modo, il bambino impara a
vivere guardando ai genitori e agli adulti. Si inizia da
una relazione accogliente, in cui si è generati alla vita
affettiva, relazionale e intellettuale.
Il legame che s’instaura all’interno della famiglia sin
dalla nascita lascia un’impronta indelebile. L’apporto di
padre e madre, nella loro complementarità, ha un
influsso decisivo nella vita dei figli. Spetta ai genitori
assicurare loro la cura e l’affetto, l’orizzonte di senso e
l’orientamento nel mondo. Oggi viene enfatizzata la
dimensione materna, mentre appare più debole e marginale la figura paterna. In realtà, è determinante la
responsabilità educativa di entrambi. È proprio la differenza e la reciprocità tra il padre e la madre a creare lo
spazio fecondo per la crescita piena del figlio. Ciò è vero
perfino quando i genitori vivono situazioni di crisi e di
separazione.
Il ruolo dei genitori e della famiglia incide anche
sulla rappresentazione e sull’esperienza di Dio. Il loro
compito di educare alla fede s’inserisce nella capacità
generativa della comunità cristiana, volto concreto della
Chiesa madre. Pure in questo ambito, si tratta di avviare un processo che dal battesimo si sviluppi in un percorso d’iniziazione che accompagni, nutra e porti a
maturazione.
28. La risposta al dono della vita si attua nel corso
dell’esistenza. L’immagine del cammino ci fa comprendere che l’educazione è un processo di crescita che
richiede pazienza. Progredire verso la maturità impegna
la persona in una formazione permanente, caratterizzata da alcuni elementi chiave: il tempo, il coraggio, la
meta.
L’educazione, costruita essenzialmente sul rapporto
educatore ed educando, non è priva di rischi e può sperimentare crisi e fallimenti: richiede quindi il coraggio
della perseveranza. Entrambi sono chiamati a mettersi
in gioco, a correggere e a lasciarsi correggere, a modificare e a rivedere le proprie scelte, a vincere la tentazione di dominare l’altro.
Il processo educativo è efficace quando due persone
s’incontrano e si coinvolgono profondamente, quando il
rapporto è instaurato e mantenuto in un clima di gratuità oltre la logica della funzionalità, rifuggendo dall’autoritarismo che soffoca la libertà e dal permissivismo
che rende insignificante la relazione. È importante sottolineare che ogni itinerario educativo richiede che sia
sempre condivisa la meta verso cui procedere.
Al centro dell’esperienza cristiana c’è l’incontro tra
la libertà di Dio e quella dell’uomo, che non si annullano a vicenda. La libertà dell’uomo, infatti, viene continuamente educata dall’incontro con Dio, che pone la
vita dei suoi figli in un orizzonte nuovo: «Abbiamo creduto all’amore di Dio – così il cristiano può esprimere la
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scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere
cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea,
bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona,
che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».51
La meta del cammino consiste nella perfezione dell’amore. Il Maestro ci esorta: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Nell’itinerario
verso la vita piena, Gesù ci invita a seguirlo sulla via
delle beatitudini, strada di gioiosa pienezza, e sul sentiero della croce, supremo atto d’amore consumato sino
alla fine (cf. Gv 19,30; 13,1).
Con la credibilità del testimone
29. Ogni adulto è chiamato a prendersi cura delle
nuove generazioni, e diventa educatore quando ne assume i compiti relativi con la dovuta preparazione e con
senso di responsabilità.
L’educatore è un testimone della verità, della bellezza e del bene, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite. Ciò lo rende umile e in continua
ricerca. Educa chi è capace di dare ragione della speranza che lo anima ed è sospinto dal desiderio di trasmetterla. La passione educativa è una vocazione, che si
manifesta come un’arte sapienziale acquisita nel tempo
attraverso un’esperienza maturata alla scuola di altri
maestri. Nessun testo e nessuna teoria, per quanto illuminanti, potranno sostituire l’apprendistato sul campo.
L’educatore compie il suo mandato anzitutto attraverso l’autorevolezza della sua persona. Essa rende efficace l’esercizio dell’autorità; è frutto di esperienza e di
competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza
della vita e con il coinvolgimento personale. Educare è
un lavoro complesso e delicato, che non può essere
improvvisato o affidato solo alla buona volontà.
Il senso di responsabilità si esplica nella serietà con
cui si svolge il proprio servizio. Senza regole di comportamento, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, e senza educazione della libertà non si forma
la coscienza, non si allena ad affrontare le prove della
vita, non si irrobustisce il carattere.
Infine, l’educatore s’impegna a servire nella gratuità,
ricordando che «Dio ama chi dona con gioia» (2Cor
9,7). Nessuno è padrone di ciò che ha ricevuto, ma ne è
custode e amministratore, chiamato a edificare un
mondo migliore, più umano e più ospitale. Ciò vale pure
per i genitori, chiamati non soltanto a dare la vita, ma
anche ad aiutare i figli a intraprendere la loro personale
avventura.
Passione per l’educazione
30. Quanti accettano la scommessa dell’educazione
possono talvolta sentirsi disorientati. Viviamo, infatti, in
un contesto problematico, che induce a dubitare del
valore della persona umana, del significato stesso della
verità e del bene e, in ultima analisi, della bontà della
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vita. Ciò indebolisce l’impegno a «trasmettere da una
generazione all’altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali
costruire la propria vita».52 Tali difficoltà, però, non
sono insuperabili; «sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è
la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente
l’accompagna».53
Illuminati dalla fede nel nostro Maestro e incoraggiati dal suo esempio, noi abbiamo invece buone ragioni per
ritenere di essere alle soglie di un tempo opportuno per
nuovi inizi. Occorre, però, ravvivare il coraggio, anzi la
passione per l’educare. È necessario formare gli educatori, motivandoli a livello personale e sociale, e riscoprire il
significato e le condizioni dell’impegno educativo. Infatti,
«a differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a
quelli del passato, nell’ambito della formazione e della
crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è
sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono
semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale».54
Una relazione che si trasforma nel tempo
31. La credibilità dell’educatore è sottoposta alla
sfida del tempo, viene costantemente messa alla prova e
deve essere continuamente riconquistata. La relazione
educativa si sviluppa lungo tutto il corso dell’esistenza
umana e subisce trasformazioni specifiche nelle diverse
fasi.
Le età della vita sono profondamente mutate: oggi è
venuto meno quel clima di relazioni che agevolava, con
gradualità e rispetto del mondo interiore, il passaggio
alle età successive. Si parla di «infanzia rubata», cioè di
una società che rovescia sui bambini messaggi e stimoli
pensati per i grandi.
La sete di conoscenza e di relazioni amicali caratterizza i ragazzi, che accolgono l’azione educativa quando
essa è volta non solo al sapere, ma anche al fare e alla
valorizzazione delle loro capacità. L’esperienza cattura
il loro interesse e li rende protagonisti: è riscontrabile
quando sono coinvolti come gruppo in servizi verso gli
altri. Il processo educativo è fortemente legato alla sfera
affettiva, per cui è rilevante la qualità del rapporto che
l’educatore riesce a stabilire con ciascuno. Per crescere
serenamente, il ragazzo ha bisogno di ambienti ricchi di
umanità e positività.
Gli adolescenti percorrono le tappe della crescita con
stati d’animo che oscillano tra l’entusiasmo e lo scorag50 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie Gratissimam
sane, 2.2.1994, n. 16; EV 14/259ss.
51 BENEDETTO XVI, Lett. enc. Deus caritas est sull’amore cristiano, 25.12.2005, n. 1; EV 23/1539.
52 BENEDETTO XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul
compito urgente dell’educazione, 21.1.2008; Regno-doc. 7,2008,194.
giamento. Soffrono per l’insicurezza che accompagna la
loro età, cercano l’amicizia, godono nello stare insieme
ai coetanei e avvertono il desiderio di rendersi autonomi
dagli adulti e in specie dalla famiglia di origine. In questa fase, hanno bisogno di educatori pazienti e disponibili, che li aiutino a riordinare il loro mondo interiore e
gli insegnamenti ricevuti, secondo una progressiva scelta di libertà e responsabilità. Nella vita di relazione e
nell’azione maturano la loro coscienza morale e il senso
della vita come dono. Un tratto centrale della crescita,
che oggi per vari aspetti assume caratteri problematici, è
quello dello sviluppo affettivo e sessuale: va affrontato
serenamente, ma anche con la massima cura, perché
incide profondamente sull’armonia della persona.
32. Ai giovani vogliamo dedicare un’attenzione particolare. Molti di loro manifestano un profondo disagio
di fronte a una vita priva di valori e di ideali. Tutto
diventa provvisorio e sempre revocabile. Ciò causa sofferenza interiore, solitudine, chiusura narcisistica oppure omologazione al gruppo, paura del futuro e può condurre a un esercizio sfrenato della libertà. A fronte di tali
situazioni, è presente nei giovani una grande sete di
significato, di verità e di amore. Da questa domanda,
che talvolta rimane inespressa, può muovere il processo
educativo. Nei modi e nei tempi opportuni, diversi e
misteriosi per ciascuno, essi possono scoprire che solo
Dio placa fino in fondo questa sete.
Benedetto XVI, dopo aver riconosciuto quanto nell’odierno contesto culturale sia difficile per un giovane
vivere da cristiano, aggiunge: «Mi sembra che questo sia
il punto fondamentale nella nostra cura pastorale per i
giovani: attirare l’attenzione sulla scelta di Dio, che è la
vita. Sul fatto che Dio c’è. E c’è in modo molto concreto. E insegnare l’amicizia con Gesù Cristo».55
Questo cammino, con le sue esigenze radicali, deve
tendere all’incontro con Gesù mediante il riconoscimento della sua identità di Figlio di Dio e Salvatore; l’appartenenza consapevole alla Chiesa; la conoscenza amorevole e orante della Sacra Scrittura; la partecipazione attiva all’Eucaristia; l’accoglienza delle esigenze morali della
sequela; l’impegno di fraternità verso tutti gli uomini; la
testimonianza della fede sino al dono sincero di sé.
Particolarmente importanti risultano per i giovani le
esperienze di condivisione nei gruppi parrocchiali, nelle
associazioni e nei movimenti, nel volontariato, nel servizio in ambito sociale e nei territori di missione. In esse
imparano a stimarsi non solo per quello che fanno, ma
soprattutto per quello che sono. Spesso tali esperienze si
rivelano decisive per l’elaborazione del proprio orientamento vocazionale, così da poter rispondere con coraggio
e fiducia alle chiamate esigenti dell’esistenza cristiana: il
matrimonio e la famiglia, il sacerdozio ministeriale, le
varie forme di consacrazione, la missione ad gentes, l’impegno nella professione, nella cultura e nella politica.56
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Ivi.
Ivi.
BENEDETTO XVI, Incontro quaresimale con il clero romano,
7.2.2008.
56 Cf. EPISCOPATO ITALIANO, Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 21.2.2010, n. 17; Regno-doc. 5,2010,163s.
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Occorre tenere presenti, poi, alcuni nodi esistenziali
propri dell’età giovanile: pensiamo ai problemi connessi
a una visione corretta della relazione tra i sessi, alla precarietà negli affetti, alla devianza, alle difficoltà legate al
corso degli studi, all’ingresso nel mondo del lavoro e al
ricambio generazionale.
La comunità cristiana si rivolge ai giovani con speranza: li cerca, li conosce e li stima; propone loro un
cammino di crescita significativo. I loro educatori devono essere ricchi di umanità, maestri, testimoni e compagni di strada, disposti a incontrarli là dove sono, ad
ascoltarli, a ridestare le domande sul senso della vita e
sul loro futuro, a sfidarli nel prendere sul serio la proposta cristiana, facendone esperienza nella comunità.
I giovani sono una risorsa preziosa per il rinnovamento della Chiesa e della società. Resi protagonisti del
proprio cammino, orientati e guidati a un esercizio corresponsabile della libertà, possono davvero sospingere la
storia verso un futuro di speranza.
Negli ambiti della vita quotidiana
33. L’opera educativa si gioca sempre all’interno
delle relazioni fondamentali dell’esistenza; è efficace
nella misura in cui incontra la persona, nell’insieme
delle sue esperienze. Come è emerso dal Convegno
ecclesiale di Verona, gli ambiti della vita affettiva, del
lavoro e della festa, della fragilità umana, della tradizione e della cittadinanza rappresentano un’articolazione
molto utile per rileggere l’impegno educativo, al quale
offrono stimoli e obiettivi.
Si mostra così la rilevanza antropologica dell’educazione cristiana e si favorisce una considerazione unitaria
della persona nell’azione pastorale. Attraverso questa
multiforme attenzione educativa, potrà «emergere
soprattutto quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha
detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla
nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto,
la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel
mondo».57 In questo modo, la comunità dei credenti
testimonia l’amore profondo della Chiesa per l’uomo e
per il suo futuro e l’atteggiamento di servizio che la
anima.
Una storia di santità
34. Nell’opera educativa della Chiesa emerge con
evidenza il ruolo primario della testimonianza, perché
l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni
che i maestri, e se ascolta i maestri lo fa perché sono
anche testimoni credibili e coerenti della Parola che
annunciano e vivono.58 Nella storia della Chiesa in
Italia sono presenti e documentate innumerevoli opere e
istituzioni formative – scuole, università, centri di formazione professionale, oratori – promosse da diocesi,
parrocchie, istituti di vita consacrata e aggregazioni laicali. Molte sono le figure esemplari – tra cui non pochi
santi – che hanno fatto dell’impegno educativo la loro
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missione e hanno dato vita a iniziative singolari, parecchie delle quali mantengono ancora oggi la loro validità
e sono un prezioso contributo al bene della società.
L’azione di questi grandi educatori si fonda sulla
convinzione che occorra «illuminare la mente per irrobustire il cuore» e sull’intima percezione che «l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e
noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne
insegna l’arte e non ce ne mette in mano la chiave».59
Nell’opera dei grandi testimoni dell’educazione cristiana, secondo la genialità e la creatività di ciascuno, troviamo i tratti fondamentali dell’azione educativa: l’autorevolezza dell’educatore, la centralità della relazione
personale, l’educazione come atto di amore, una visione
di fede che dà fondamento e orizzonte alla ricerca di
senso dei giovani, la formazione integrale della persona,
la corresponsabilità per la costruzione del bene comune.
Insieme a tali figure, dobbiamo ricordare il segno
lasciato da tanti educatori che, in ogni stato di vita, con
la loro testimonianza umile e quotidiana, hanno inciso
in modo profondo sulla nostra maturazione. Mentre va
riconosciuto e apprezzato il lavoro straordinario di
numerosi insegnanti, animatori e catechisti, si avverte il
bisogno di suscitare e sostenere una nuova generazione
di cristiani che si dedichi all’opera educativa, capace di
assumere come scelta di vita la passione per i ragazzi e
per i giovani, disposta ad ascoltarli, accoglierli e accompagnarli, a far loro proposte esigenti anche in contrasto
con la mentalità corrente.
Particolare importanza assume la formazione dei
seminaristi, dei diaconi e dei presbiteri al ruolo di educatori. La vicinanza quotidiana dei sacerdoti alle famiglie li rende per eccellenza i formatori dei formatori e le
guide spirituali che, nella comunità, sostengono il cammino della fede di ogni battezzato.
4.
La Chiesa, comunità educante
«Un solo corpo e un solo spirito»
35. Nell’unico corpo di Cristo, che è la Chiesa, ogni
battezzato ha ricevuto da Dio una personale chiamata
per l’edificazione e la crescita della comunità: «Un solo
corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla
quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione
(...). Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri
di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad
altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a
compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di
Cristo» (Ef 4,4.11-12).
Nella Chiesa unità non significa uniformità, ma
comunione di ricchezze personali. Proprio esprimendo
nella loro diversità l’abbondanza dei doni di Gesù risorto, i vari carismi concorrono alla vita e alla crescita del
corpo ecclesiale e convergono nel riconoscimento della
signoria di Cristo: «finché arriviamo tutti all’unità della
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fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo
perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di
Cristo (…) agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa, tendendo a lui, che è il capo,
Cristo» (Ef 4,13.15).
Dall’unità in Cristo scaturisce l’impegno a vivere
questo dono nei diversi ambiti della vita, a cominciare
dalla famiglia: tra coniugi (cf. Ef 5,21-33) e tra genitori e
figli: «Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto (…). E voi, padri, non esasperate i
vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore» (Ef 6,1.4). Anche nella vita sociale i cristiani sono chiamati a manifestare questo spirito di
comunione e di unità (cf. Ef 6,5-9).
La complessità dell’azione educativa sollecita i cristiani ad adoperarsi in ogni modo affinché si realizzi
«un’alleanza educativa tra tutti coloro che hanno
responsabilità in questo delicato ambito della vita sociale ed ecclesiale».60 Fede, cultura ed educazione interagiscono, ponendo in rapporto dinamico e costruttivo le
varie dimensioni della vita. La separazione e la reciproca estraneità dei cammini formativi, sia all’interno della
comunità cristiana sia in rapporto alle istituzioni civili,
indebolisce l’efficacia dell’azione educativa fino a renderla sterile. Se si vuole che essa ottenga il suo scopo, è
necessario che tutti i soggetti coinvolti operino armonicamente verso lo stesso fine. Per questo occorre elaborare e condividere un progetto educativo che definisca
obiettivi, contenuti e metodi su cui lavorare.
36. Nell’orizzonte della comunità cristiana, la famiglia resta la prima e indispensabile comunità educante.
Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti;
insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato.61
Educare in famiglia è oggi un’arte davvero difficile.
Molti genitori soffrono, infatti, un senso di solitudine,
d’inadeguatezza e, addirittura, d’impotenza. Si tratta di
un isolamento anzitutto sociale, perché la società privilegia gli individui e non considera la famiglia come sua
cellula fondamentale.
Padri e madri faticano a proporre con passione
ragioni profonde per vivere e, soprattutto, a dire dei
«no» con l’autorevolezza necessaria. Il legame con i figli
rischia di oscillare tra la scarsa cura e atteggiamenti possessivi che tendono a soffocarne la creatività e a perpetuarne la dipendenza.62 Occorre ritrovare la virtù della
fortezza nell’assumere e sostenere decisioni fondamentali, pur nella consapevolezza che altri soggetti dispongo-
no di mezzi potenti, in grado di esercitare un’influenza
penetrante.
La famiglia, a un tempo, è forte e fragile. La sua
debolezza non deriva solo da motivi interni alla vita
della coppia e al rapporto tra genitori e figli. Molto più
pesanti sono i condizionamenti esterni: il sostegno inadeguato al desiderio di maternità e paternità, pur a fronte del grave problema demografico; la difficoltà a conciliare l’impegno lavorativo con la vita familiare, a prendersi cura dei soggetti più deboli, a costruire rapporti
sereni in condizioni abitative e urbanistiche sfavorevoli.
A ciò si aggiunga il numero crescente delle convivenze
di fatto, delle separazioni coniugali e dei divorzi, come
pure gli ostacoli di un quadro economico, fiscale e sociale che disincentiva la procreazione. Non si possono trascurare, tra i fattori destabilizzanti, il diffondersi di stili
di vita che rifuggono dalla creazione di legami affettivi
stabili e i tentativi di equiparare alla famiglia forme di
convivenza tra persone dello stesso sesso.
Nonostante questi aspetti, l’istituzione familiare
mantiene la sua missione e la responsabilità primaria per
la trasmissione dei valori e della fede. Se è vero che la
famiglia non è la sola agenzia educatrice, soprattutto nei
confronti dei figli adolescenti, dobbiamo ribadire con
chiarezza che c’è un’impronta che essa sola può dare e
che rimane nel tempo. La Chiesa, pertanto, s’impegna a
sostenere i genitori nel loro ruolo di educatori, promuovendone la competenza mediante corsi di formazione,
incontri, gruppi di confronto e di mutuo sostegno.
37. L’educazione alla fede avviene nel contesto di
un’esperienza concreta e condivisa. Il figlio vive all’interno di una rete di relazioni educanti che fin dall’inizio
ne segna la personalità futura. Anche l’immagine di Dio,
che egli porterà dentro di sé, sarà caratterizzata dall’esperienza religiosa vissuta nei primi anni di vita. Di qui
l’importanza che i genitori s’interroghino sul loro compito educativo in ordine alla fede: «come viviamo la fede
in famiglia?»; «quale esperienza cristiana sperimentano
i nostri figli?»; «come li educhiamo alla preghiera?».
Esemplare punto di riferimento resta la famiglia di
Nazaret, dove Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia
davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).
Ogni famiglia è soggetto di educazione e di testimonianza umana e cristiana e come tale va valorizzata,
all’interno della capacità di generare alla fede propria
della Chiesa. A essa sacerdoti, catechisti e animatori
devono riferirsi, per una stretta collaborazione e in spirito di servizio. L’impegno della comunità, in particolare nell’itinerario dell’iniziazione cristiana, è fondamentale per offrire alle famiglie il necessario supporto.
Spetta ai genitori, insieme agli altri educatori, promuovere il cammino vocazionale dei figli, anche attraverso
esperienze condivise, nelle quali i ragazzi possano
affrontare i temi della crescita fisica, affettiva, relaziona-
57 BENEDETTO XVI, Discorso al IV Convegno nazionale della
Chiesa italiana, Verona, 19.10.2006; EV 23/2355.
58 Cf. PAOLO VI, Esort. apost. Evangelii nuntiandi sull’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, 8.12.1975, n. 41; EV 5/1634.
59 E. CERIA, Memorie biografiche di san Giovanni Bosco, vol.
XVI, SEI, Torino 1935, 447.
60 BENEDETTO XVI, Discorso alla LIX Assemblea Generale della
CEI, 28.5.2009; Regno-doc. 13,2009,413.
61 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Esort. apost. Familiaris consortio sui
compiti della famiglia cristiana, 22.11.1981, n. 36; EV 7/1638ss.
62 Cf. COMITATO PER IL PROGETTO CULTURALE, La sfida educativa, 25-48.
Il primato educativo della famiglia
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le per una positiva educazione all’amore casto e responsabile.63 Una particolare attenzione dovrà essere offerta,
inoltre, ai genitori rimasti soli, per sostenerli nel loro
compito.
La preparazione al matrimonio deve assumere i tratti di un itinerario di riscoperta della fede e d’inserimento nella vita della comunità ecclesiale.64 Il tempo del
fidanzamento può essere valorizzato come un’occasione
unica per introdurli alla bellezza del Vangelo, che essi
possono percepire in modo più profondo perché la sperimentano nella ricerca di una relazione d’amore. È
quindi auspicabile che nelle comunità parrocchiali
incontrino coppie mature da cui essere incoraggiate e
sostenute nel passo decisivo. La cura delle giovani coppie è altrettanto importante: si tratta di custodire le fasi
iniziali della vita coniugale, di farsi loro compagni e di
porre le basi di un cammino di formazione che duri per
tutta la vita.
38. La famiglia va dunque amata, sostenuta e resa
protagonista attiva dell’educazione non solo per i figli,
ma per l’intera comunità. Deve crescere la consapevolezza di una ministerialità che scaturisce dal sacramento
del matrimonio e chiama l’uomo e la donna a essere
segno dell’amore di Dio che si prende cura di ogni suo
figlio.65
Corroborate da specifici itinerari di spiritualità, le
famiglie devono a loro volta aiutare la parrocchia a
diventare «famiglia di famiglie».66 Gruppi di sposi possono costituire modelli di riferimento anche per le coppie in difficoltà, oltre che aprirsi al servizio verso i fidanzati e i genitori che chiedono il battesimo per i figli,
verso le famiglie segnate da gravi difficoltà, disabilità e
sofferenze. Si sente il bisogno di coppie cristiane che
affrontino i temi sociali e politici che toccano l’istituto
familiare, i figli e gli anziani. Sostenere adeguatamente
la famiglia, con scelte politiche ed economiche appropriate, attente in particolare ai nuclei numerosi, diventa
un servizio all’intera collettività.
Nel cantiere dell’educazione cristiana
39. Ogni Chiesa particolare dispone di un potenziale educativo straordinario, grazie alla sua capillare
presenza nel territorio. In quanto luogo d’incontro con
il Signore Gesù e di comunione tra fratelli, la comunità cristiana alimenta un’autentica relazione con Dio;
favorisce la formazione della coscienza adulta; propone esperienze di libera e cordiale appartenenza, di servizio e di promozione sociale, di aggregazione e di
festa.
La parrocchia, in particolare, vicina al vissuto delle
persone e agli ambienti di vita, rappresenta la comunità educante più completa in ordine alla fede. Mediante
l’evangelizzazione e la catechesi, la liturgia e la preghiera, la vita di comunione nella carità, essa offre gli
elementi essenziali del cammino del credente verso la
pienezza della vita in Cristo.
La catechesi, primo atto educativo della Chiesa nell’ambito della sua missione evangelizzatrice, accompa-
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gna la crescita del cristiano dall’infanzia all’età adulta e
ha come sua specifica finalità «non solo di trasmettere
i contenuti della fede, ma di educare la “mentalità di
fede”, di iniziare alla vita ecclesiale, di integrare fede e
vita».67 Per questo la catechesi sostiene in modo continuativo la vita dei cristiani e in particolare gli adulti,
perché siano educatori e testimoni per le nuove generazioni.
La liturgia è scuola permanente di formazione
attorno al Signore risorto, «luogo educativo e rivelativo»68 in cui la fede prende forma e viene trasmessa.
Nella celebrazione liturgica il cristiano impara a
«gustare com’è buono il Signore» (Sal 33,9; cf. 1Pt 2,3),
passando dal nutrimento del latte al cibo solido (cf. Eb
5,12-14), «fino a raggiungere la misura della pienezza
di Cristo» (Ef 4,13). Tra le numerose azioni svolte dalla
parrocchia, «nessuna è tanto vitale o formativa della
comunità quanto la celebrazione domenicale del giorno del Signore e della sua Eucaristia».69
La carità educa il cuore dei fedeli e svela agli occhi
di tutti il volto di una comunità che testimonia la
comunione, si apre al servizio, si mette alla scuola dei
poveri e degli ultimi, impara a riconoscere la presenza
di Dio nell’affamato e nell’assetato, nello straniero e nel
carcerato, nell’ammalato e in ogni bisognoso. La
comunità cristiana è pronta ad accogliere e valorizzare
ogni persona, anche quelle che vivono in stato di disabilità o svantaggio. Per questo vanno incentivate proposte educative e percorsi di volontariato adeguati
all’età e alla condizione delle persone, mediante l’azione della Caritas e delle altre realtà ecclesiali che operano in questo ambito, anche a fianco dei missionari.
40. Esperienza fondamentale dell’educazione alla
vita di fede è l’iniziazione cristiana, che «non è quindi
una delle tante attività della comunità cristiana, ma
l’attività che qualifica l’esprimersi proprio della Chiesa
nel suo essere inviata a generare alla fede e realizzare
se stessa come madre».70 Essa ha gradualmente assunto un’ispirazione catecumenale, che conduce le persone a una progressiva consapevolezza della fede,
mediante itinerari differenziati di catechesi e di esperienza di vita cristiana. La celebrazione dei sacramenti
dell’iniziazione cristiana, seguita da un’adeguata mistagogia, rappresenta il compimento di questo cammino
verso la piena maturità cristiana.
In un ambiente spesso indifferente se non addirittura ostile al messaggio del Vangelo, la Chiesa riscopre il
linguaggio originario dell’annuncio, che ha in sé due
caratteristiche educative straordinarie: la dimensione
del dono e l’appello alla conversione continua. Il primo
annuncio della fede rappresenta l’anima di ogni azione
pastorale. Anche l’iniziazione cristiana deve basarsi su
questa evangelizzazione iniziale, da mantenere viva
negli itinerari di catechesi, proponendo relazioni capaci di coinvolgere le famiglie e integrate nell’esperienza
dell’anno liturgico. Il primo annuncio è rivolto in
modo privilegiato agli adulti e ai giovani, soprattutto in
particolari momenti di vita come la preparazione al
matrimonio, l’attesa dei figli, il catecumenato per gli
adulti.71
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41. Solo una comunità accogliente e dialogante può
trovare le vie per instaurare rapporti di amicizia e offrire risposte alla sete di Dio che è presente nel cuore di
ogni uomo.72 Oggi s’impone la ricerca di nuovi linguaggi, non autoreferenziali e arricchiti dalle acquisizioni di
quanti operano nell’ambito della comunicazione, della
cultura e dell’arte.73 Per questo è necessario educare a
una fede più motivata, capace di dialogare anche con
chi si avvicina alla Chiesa solo occasionalmente, con i
credenti di altre religioni e con i non credenti. In tale
prospettiva, il progetto culturale orientato in senso cristiano stimola in ciascun battezzato e in ogni comunità
l’approfondimento di una fede consapevole, che abbia
piena cittadinanza nel nostro tempo, così da contribuire
anche alla crescita della società.74
La parrocchia – Chiesa che vive tra le case degli uomini – continua a essere il luogo fondamentale per la comunicazione del Vangelo e la formazione della coscienza
credente; rappresenta nel territorio il riferimento immediato per l’educazione e la vita cristiana a un livello accessibile a tutti; favorisce lo scambio e il confronto tra le
diverse generazioni; dialoga con le istituzioni locali e
costruisce alleanze educative per servire l’uomo.
Essa è animata dal contributo di educatori, animatori e catechisti, autentici testimoni di gratuità, accoglienza e servizio. La formazione di tali figure costituisce un
impegno prioritario per la comunità parrocchiale, attenta a curarne, insieme alla crescita umana e spirituale, la
competenza teologica, culturale e pedagogica.
Questo obiettivo resterà disatteso se non si riuscirà a
dar vita a una «pastorale integrata» secondo modalità
adatte ai territori e alle circostanze, come già avviene in
talune sperimentazioni avviate a livello diocesano.75
42. Un ambito in cui tale approccio ha permesso di
compiere passi significativi è quello dei giovani e dei
ragazzi. La necessità di rispondere alle loro esigenze porta
a superare i confini parrocchiali e ad allacciare alleanze
con le altre agenzie educative. Tale dinamica incide
anche su quell’espressione, tipica dell’impegno educativo
di tante parrocchie, che è l’oratorio. Esso accompagna
nella crescita umana e spirituale le nuove generazioni e
rende i laici protagonisti, affidando loro responsabilità
educative. Adattandosi ai diversi contesti, l’oratorio espri-
me il volto e la passione educativa della comunità, che
impegna animatori, catechisti e genitori in un progetto
volto a condurre il ragazzo a una sintesi armoniosa tra
fede e vita. I suoi strumenti e il suo linguaggio sono quelli dell’esperienza quotidiana dei più giovani: aggregazione, sport, musica, teatro, gioco, studio.
43. Nelle diocesi e nelle parrocchie sono attive tante
aggregazioni ecclesiali: associazioni e movimenti, gruppi
e confraternite. Si tratta di esperienze significative per
l’azione educativa, che richiedono di essere sostenute e
coordinate. In esse i fedeli di ogni età e condizione sperimentano la ricchezza di autentiche relazioni fraterne;
si formano all’ascolto della Parola e al discernimento
comunitario; maturano la capacità di testimoniare con
efficacia il Vangelo nella società.
Tra queste realtà, occupa un posto specifico e singolare l’Azione Cattolica, che da sempre coltiva uno stretto legame con i pastori della Chiesa, assumendo come
proprio il programma pastorale della Chiesa locale e
costituendo per i soci una scuola di formazione cristiana.
Le figure di grandi laici che ne hanno segnato la storia
sono un richiamo alla vocazione alla santità, meta di
ogni battezzato.
44. La pietà popolare costituisce anche ai giorni
nostri una dimensione rilevante della vita ecclesiale e
può diventare veicolo educativo di valori della tradizione cristiana, riscoperti nel loro significato più autentico.
Purificata da eventuali eccessi e da elementi estranei e
rinnovata nei contenuti e nelle forme, permette di raggiungere con l’annuncio tante persone che altrimenti
resterebbero ai margini della vita ecclesiale. In essa
devono risaltare la parola di Dio, la predicazione e la
catechesi, la preghiera e i sacramenti dell’Eucaristia e
della riconciliazione e, non ultimo, l’impegno per la
carità verso i poveri.
45. Un ruolo educativo particolare è riservato nella
Chiesa alla vita consacrata. Prima ancora che per attività specifiche, essa rappresenta una risorsa educativa
all’interno del popolo di Dio per la sua indole escatologica.76 In quanto caratterizzata da una speciale configurazione a Cristo casto, povero e obbediente, costituisce
una testimonianza fondamentale per tutte le altre forme
di vita cristiana, indicando la meta ultima della storia in
quella speranza che sola può animare ogni autentico
processo educativo.
Gli istituti di vita consacrata, poiché hanno per lo più
63 Cf. EPISCOPATO ITALIANO, Il volto missionario delle parrocchie
in un mondo che cambia, n. 7; ECEI 7/1448ss.
64 Cf. EPISCOPATO ITALIANO, Direttorio di pastorale familiare per
la Chiesa in Italia. Annunciare, celebrare, servire il «Vangelo della
famiglia», 12.7.1993, c. 3.
65 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Familiaris consortio, n. 39; EV
7/1650ss.
66 EPISCOPATO ITALIANO, Comunione e comunità nella Chiesa
domestica, 1.10.1981, n. 24; ECEI 3/732.
67 COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE,
L’ANNUNCIO E LA CATECHESI, Annuncio e catechesi per la vita cristiana, 4.4.2010, n. 2; Regno-doc. 9,2010,268. Cf. CONCILIO VATICANO
II, Gravissimum educationis, n. 4; 1/829.
68 EPISCOPATO ITALIANO, Comunicare il Vangelo in un mondo che
cambia, n. 49; ECEI 7/215.
69 GIOVANNI PAOLO II, Lett. apost. Dies Domini sulla santificazione della domenica, 31.5.1998, n. 35; 17/946.
70 UFFICIO CATECHISTICO NAZIONALE, La formazione dei catechisti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, 4.6.2006, n.
6.
71 Cf. COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE,
L’ANNUNCIO E LA CATECHESI, «Questa è la nostra fede». Nota pastorale sul primo annuncio del Vangelo, 15.5.2005; ECEI 7/2338ss.
72 Cf. COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE,
L’ANNUNCIO E LA CATECHESI, Lettera ai cercatori di Dio, 12.4.2009;
Regno-doc. 11,2009,344ss.
73 Cf. BENEDETTO XVI, Incontro con gli artisti nella Cappella
Sistina, 21.11.2009.
74 Cf. EPISCOPATO ITALIANO, «Rigenerati per una speranza viva»
(1Pt 1,3), n. 13; Regno-doc. 13,2007,436.
75 Cf. EPISCOPATO ITALIANO, Il volto missionario delle parrocchie
in un mondo che cambia, n. 11; ECEI 7/1483.
76 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Esort. apost. postsinodale Vita consacrata sulla vita consacrata, 25.3.1996, n. 26; EV 15/512ss.
La parrocchia, crocevia delle istanze educative
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una presenza che va oltre la singola diocesi e spesso sono
composti anche da membri provenienti da altri Paesi,
possono favorire la comunione tra le diverse Chiese particolari e la loro apertura alla mondialità.
Una particolare attenzione va riservata a quegli istituti che per carisma specifico si dedicano espressamente
a compiti educativi: «questo è uno dei doni più preziosi
che le persone consacrate possono offrire anche oggi alla
gioventù, facendola oggetto di un servizio pedagogico
ricco di amore».77 È importante, al fine di valorizzarne
la presenza sul territorio, percorrere vie di più stretta
collaborazione e intesa con le Chiese locali.
Anche quando difficoltà vocazionali impongono agli
istituti la scelta sofferta di concentrare attività e servizi, è
bene che ogni decisione in merito tenga conto di un dialogo previo e di una valutazione comune con la Chiesa
locale interessata.
La scuola e l’università
46. La scuola si trova oggi ad affrontare una sfida
molto complessa, che riguarda la sua stessa identità e i
suoi obiettivi. Essa, infatti, ha il compito di trasmettere il
patrimonio culturale elaborato nel passato, aiutare a leggere il presente, far acquisire le competenze per costruire il futuro, concorrere, mediante lo studio e la formazione di una coscienza critica, alla formazione del cittadino e alla crescita del senso del bene comune. La forte
domanda di conoscenze e di capacità professionali e i
rapidi cambiamenti economici e produttivi inducono
spesso a promuovere un sistema efficiente più nel dare
istruzioni sul «come fare» che sul senso delle scelte di
vita e sul «chi essere». Di conseguenza, anche il docente
tende a essere considerato non tanto un maestro di cultura e di vita, quanto un trasmettitore di nozioni e di
competenze e un facilitatore dell’apprendimento; tutt’al
più, un divulgatore di comportamenti socialmente
accettabili.78
Consapevole di ciò, la comunità cristiana vuole
intensificare la collaborazione permanente con le istituzioni scolastiche attraverso i cristiani che vi operano, le
associazioni di genitori, studenti e docenti, i movimenti
ecclesiali, i collegi e i convitti, mettendo in atto un’adeguata ed efficace pastorale della scuola e dell’educazione.
Occorre investire, con l’apporto delle diverse componenti del mondo scolastico, ecclesiale e civile, in una
scuola che promuova, anzitutto, una cultura umanistica
e sapienziale, abilitando gli studenti ad affrontare le sfide
del nostro tempo. In particolare, essa deve abilitare
all’ingresso competente nel mondo del lavoro e delle
professioni, all’uso sapiente dei nuovi linguaggi, alla cittadinanza e ai valori che la sorreggono: la solidarietà, la
gratuità, la legalità e il rispetto delle diversità. Così la
scuola mantiene aperto il dialogo con gli altri soggetti
educativi – in primo luogo la famiglia – con i quali è
chiamata a perseguire obiettivi convergenti. Il carattere
pubblico non ne pregiudica l’apertura alla trascendenza
e non impone una neutralità rispetto a quei valori mora-
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li che sono alla base di ogni autentica formazione della
persona e della realizzazione del bene comune.
In questa prospettiva, è determinante la formazione
degli insegnanti, dei dirigenti scolastici e del personale
amministrativo e ausiliario, chiamati a essere capaci di
ascolto delle esperienze che ogni alunno porta con sé,
accostandosi a lui con umiltà, rispetto e disponibilità.
47. Al raggiungimento di questi obiettivi può dare
un qualificato contributo il docente di religione cattolica,
che insegna una disciplina curriculare inserita a pieno
titolo nelle finalità della scuola e promuove un proficuo
dialogo con i colleghi, rappresentando – in quanto figura competente e qualificata – una forma di servizio della
comunità ecclesiale all’istituzione scolastica.
L’insegnamento della religione cattolica permette
agli alunni di affrontare le questioni inerenti il senso
della vita e il valore della persona, alla luce della Bibbia
e della tradizione cristiana. Lo studio delle fonti e delle
forme storiche del cattolicesimo è parte integrante della
conoscenza del patrimonio storico, culturale e sociale
del popolo italiano e delle radici cristiane della cultura
europea. Infatti, «la dimensione religiosa (...) è intrinseca al fatto culturale, concorre alla formazione globale
della persona e permette di trasformare la conoscenza in
sapienza di vita».79 Per questo motivo «la scuola e la
società si arricchiscono di veri laboratori di cultura e di
umanità, nei quali, decifrando l’apporto significativo del
cristianesimo, si abilita la persona a scoprire il bene e a
crescere nella responsabilità, a ricercare il confronto e a
raffinare il senso critico, ad attingere dai doni del passato per meglio comprendere il presente e proiettarsi consapevolmente verso il futuro».80
48. La scuola cattolica e i centri di formazione professionale d’ispirazione cristiana fanno parte a pieno titolo
del sistema nazionale d’istruzione e formazione. Nel
rispetto delle norme comuni a tutte le scuole, essi hanno
il compito di sviluppare una proposta pedagogica e culturale di qualità, radicata nei valori educativi ispirati al
Vangelo.
Il principio dell’uguaglianza tra le famiglie di fronte
alla scuola impone non solo interventi di sostegno alla
scuola cattolica, ma il pieno riconoscimento, anche sotto
il profilo economico, dell’opportunità di scelta tra la scuola statale e quella paritaria. La scuola cattolica potrà essere così sempre più accessibile a tutti, in particolare a
quanti versano in situazioni difficili e disagiate. Il confronto e la collaborazione a pari titolo tra istituti pubblici,
statali e non statali, possono contribuire efficacemente a
rendere più agile e dinamico l’intero sistema scolastico,
per rispondere meglio all’attuale domanda formativa.
La scuola cattolica costituisce una grande risorsa per
il Paese. In quanto parte integrante della missione ecclesiale, essa va promossa e sostenuta nelle diocesi e nelle
parrocchie, superando forme di estraneità o d’indifferenza e contribuendo a costruire e valorizzare il suo progetto educativo. In quanto scuola paritaria, e perciò
riconosciuta nel suo carattere di servizio pubblico, essa
rende effettivamente possibile la scelta educativa delle
famiglie, offrendo un ricco patrimonio culturale a servizio delle nuove generazioni.
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49. L’università svolge un ruolo determinante per la
formazione delle nuove generazioni, garantendo una
preparazione che consente di orientarsi nella complessità culturale odierna.
Il mondo universitario ha il compito di promuovere
competenze che abbraccino l’ampiezza dei problemi,
attente alle esigenze di senso e alle implicazioni etiche
degli studi e delle ricerche nei diversi campi del sapere.
«Tale capacità – scriveva il Beato John H. Newman – è
il risultato di una formazione scientifica della mente; è
una facoltà acquisita di giudizio, chiarezza di visione,
sagacia, sapienza, ampiezza filosofica della mente e
auto-controllo e serenità intellettuali».81
«Che cos’è l’università? Qual è il suo compito? (…)
Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuole sapere che cosa sia tutto ciò che lo
circonda. Vuole verità».82 L’università rappresenta pertanto un luogo di incontro e di dialogo tra studenti,
docenti e personale tecnico e amministrativo, che condividono un ambiente ricco di risorse per l’intera società.
Il raccordo tra l’università e la Chiesa locale è promosso
attraverso la pastorale universitaria, pienamente inserita
nell’impegno di evangelizzazione della cultura e di formazione dei giovani. Va valorizzato il particolare contributo reso dai cristiani: con il «servizio del pensiero,
essi tramandano alle giovani generazioni i valori di un
patrimonio culturale arricchito da due millenni di esperienza umanistica e cristiana».83
In dialogo con le istituzioni universitarie statali, un
ruolo peculiare spetta alle Facoltà teologiche e agli Istituti
superiori di scienze religiose presenti su tutto il territorio
nazionale, all’Università Cattolica del Sacro Cuore e alla
LUMSA. Essi mirano alla formazione integrale della
persona, suscitando la ricerca del bello, del buono, del
vero e dell’uno; a far maturare competenze per una
comprensione viva del messaggio cristiano e a renderne
ragione nel contesto culturale odierno; «a promuovere
una nuova sintesi umanistica, un sapere che sia sapienza capace di orientare l’uomo alla luce dei principi primi
e dei suoi fini ultimi, un sapere illuminato dalla fede».84
La responsabilità educativa della società
50. La comunità cristiana offre il suo contributo e
sollecita quello di tutti perché la società diventi sempre
più terreno favorevole all’educazione. Favorendo condizioni e stili di vita sani e rispettosi dei valori, è possibile
promuovere lo sviluppo integrale della persona, educare
all’accoglienza dell’altro e al discernimento della verità,
alla solidarietà e al senso della festa, alla sobrietà e alla
77
78
Ivi, n. 96; EV 15/727.
Cf. COMITATO PER IL PROGETTO CULTURALE, La sfida educativa, 49-71.
79 BENEDETTO XVI, Discorso agli insegnanti di religione cattolica, 25.4.2009.
80 Ivi.
81 J.H. NEWMAN, «L’idea di università», VII, 1, in J.H.
NEWMAN, Scritti sull’università, Bompiani, Milano 2008, 313.
82 BENEDETTO XVI, Allocuzione per l’incontro con l’Univer-
custodia del creato, alla mondialità e alla pace, alla legalità, alla responsabilità etica nell’economia e all’uso saggio delle tecnologie.85
Ciò richiede il coinvolgimento non solo dei genitori
e degli insegnanti, ma anche degli uomini politici, degli
imprenditori, degli artisti, degli sportivi, degli esperti
della comunicazione e dello spettacolo. La società nella
sua globalità, infatti, costituisce un ambiente vitale dal
forte impatto educativo; essa veicola una serie di riferimenti fondamentali che condizionano in bene o in male
la formazione dell’identità, incidendo profondamente
sulla mentalità e sulle scelte di ciascuno.
Inoltre, i vari ambienti di vita e di relazione – non
ultimi quelli del divertimento, del tempo libero e del
turismo – esercitano un’influenza talvolta maggiore di
quella dei luoghi tradizionali, come la famiglia e la scuola. Essi offrono perciò preziose opportunità perché non
manchi, in tutti gli spazi sociali, una proposta educativa
integrale.
La comunicazione nella cultura digitale
51. La comunità cristiana guarda con particolare
attenzione al mondo della comunicazione come a una
dimensione dotata di una rilevanza imponente per l’educazione. La tecnologia digitale, superando la distanza
spaziale, moltiplica a dismisura la rete dei contatti e la
possibilità d’informarsi, di partecipare e di condividere,
anche se rischia di far perdere il senso di prossimità e di
rendere più superficiali i rapporti.
La crescita vorticosa e la diffusione planetaria di questi mezzi, favorite dal rapido sviluppo delle tecnologie
digitali, in molti casi acuiscono il divario tra le persone,
i gruppi sociali e i popoli. Soprattutto, non cresce di pari
passo la consapevolezza delle implicazioni sociali, etiche
e culturali che accompagnano il diffondersi di questo
nuovo contesto esistenziale.
Agendo sul mondo vitale, i processi mediatici arrivano a dare forma alla realtà stessa. Essi intervengono in
modo incisivo sull’esperienza delle persone e permettono un ampliamento delle potenzialità umane.
Dall’influsso più o meno consapevole che esercitano,
dipende in buona misura la percezione di noi stessi,
degli altri e del mondo. Essi vanno considerati positivamente, senza pregiudizi, come delle risorse, pur richiedendo uno sguardo critico e un uso sapiente e responsabile.
Il loro ruolo nei processi educativi è sempre più
rilevante: le tradizionali agenzie educative sono state
in gran parte soppiantate dal flusso mediatico. Un
obiettivo da raggiungere, dunque, sarà anzitutto quelsità degli studi di Roma «La Sapienza», 17.1.2008; Regno-doc.
3,2008,78.
83 GIOVANNI PAOLO II, Esort. apost. Ecclesia in Europa sulla
Chiesa in Europa, 28.6.2003, n. 59; EV 22/499.
84 BENEDETTO XVI, Discorso ai docenti dei Pontifici atenei
romani e ai partecipanti all’Assemblea generale della federazione
internazionale delle università cattoliche, 19.11.2009.
85 Cf. BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, n. 36; Regno-doc.
15,2009,472.
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lo di educare alla conoscenza di questi mezzi e dei loro
linguaggi e a una più diffusa competenza quanto al
loro uso.
Il modo di usarli è il fattore che decide quale valenza morale possano avere. Su questo punto, pertanto,
deve concentrarsi l’attenzione educativa, al fine di sviluppare la capacità di valutarne il messaggio e gli influssi, nella consapevolezza della considerevole forza di
attrazione e di coinvolgimento di cui essi dispongono.
Un particolare impegno deve essere posto nel tutelare
l’infanzia, anche con concreti ed efficaci interventi legislativi.
Pure in questo campo, l’impresa educativa richiede
un’alleanza fra i diversi soggetti. Perciò sarà importante
aiutare le famiglie a interagire con i media in modo corretto e costruttivo, e mostrare alle giovani generazioni la
bellezza di relazioni umane dirette. Inoltre, si rivela indispensabile l’apporto dei mezzi della comunicazione promossi dalla comunità cristiana (tv, radio, giornali, siti
internet, sale della comunità) e l’impegno educativo
negli itinerari di formazione proposti dalle realtà ecclesiali. Un ruolo importante potrà essere svolto dagli animatori della comunicazione e della cultura, che si stanno diffondendo nelle nostre comunità, secondo le indicazioni contenute nel Direttorio sulle comunicazioni
sociali.86
L’impegno educativo sul versante della nuova cultura mediatica dovrà costituire negli anni a venire un
ambito privilegiato per la missione della Chiesa.
Marco Pratesi
Stabile come il cielo
Commento all’Antico Testamento della liturgia festiva
Anni A B C
L’
autore commenta i brani dell’Antico
Testamento, che costituiscono la
prima lettura del ciclo triennale delle
domeniche e delle feste. Spesso trascurati nelle omelie, sono invece i testi più
significativi per comprendere il cammino
della promessa di Dio, in lotta per liberare l’uomo dagli idoli e stringere finalmente un’alleanza piena, nonché per
cogliere la portata della Pasqua di Gesù.
«Predicare la Parola»
pp. 264 - € 18,40
Dello stesso autore:
La via del cuore
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EDB
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Dehoniane
Bologna
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www.dehoniane.it
620
5.
Indicazioni per la progettazione
pastorale
52. Le indicazioni che seguono intendono suggerire
alcune linee di fondo, perché ogni Chiesa particolare
possa progettare il proprio cammino pastorale in sintonia con gli orientamenti nazionali. La condivisione di
queste prospettive, accolte e sviluppate a livello locale,
favorirà l’azione concorde delle comunità ecclesiali,
chiamate ad assumere consapevolmente la responsabilità educativa nell’orizzonte culturale e sociale.
Esigenze fondamentali
53. Alla base del nostro cammino sta la necessità di
prendere coscienza delle caratteristiche e dell’urgenza
della questione educativa. L’educazione, infatti, se è compito di sempre, si presenta ogni volta con aspetti di novità. Per questo non può risolversi in semplici ripetizioni,
ma deve anzitutto prestare la giusta attenzione alla qualità e alle dinamiche della vita sociale.
Oggi è necessario curare in particolare relazioni aperte all’ascolto, al riconoscimento, alla stabilità dei legami e
alla gratuità. Ciò significa:
– cogliere il desiderio di relazioni profonde che abita
il cuore di ogni uomo, orientandole alla ricerca della verità e alla testimonianza della carità;
– porre al centro della proposta educativa il dono
come compimento della maturazione della persona;
– far emergere la forza educativa della fede verso la
pienezza della relazione con Cristo nella comunione
ecclesiale.
L’intera vita ecclesiale ha una forte valenza educativa.
La comunità cristiana, a partire dalle parrocchie, deve
avvertire l’urgenza di stare accanto ai genitori per offrire
loro con disponibilità e competenza proposte educative
valide. In particolare, l’azione pastorale andrà accompagnata da una costante opera di discernimento, realisticamente calibrato sull’esistente, ma volto a mettere in luce
le risorse e le esperienze positive su cui far leva.
Nell’ottica della corresponsabilità educativa della
comunità ecclesiale, andrà condotta un’attenta verifica
delle scelte pastorali sinora compiute.
– A livello nazionale, sarà opportuno valutare gli effetti dei progetti educativi e gli strumenti elaborati dalla
Conferenza Episcopale nei vari ambiti pastorali. Avendo
particolare attenzione all’impostazione emersa dal
Convegno ecclesiale di Verona, occorrerà considerare
quanto essa abbia favorito lo sviluppo di una pastorale
integrata e missionaria. A tale verifica potranno offrire un
valido contributo anche le Conferenze Episcopali
Regionali.
– A livello locale, si tratta di considerare con realismo
i punti di debolezza e di sofferenza presenti nei diversi
contesti educativi, come pure le esperienze positive in
atto. In particolare, si suggerisce un esame attento sia dei
cammini di formazione dei catechisti, degli operatori
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pastorali e degli insegnanti di religione cattolica, sia dei
percorsi educativi delle associazioni e dei movimenti.
È evidente che la valutazione dell’impegno educativo
per un suo rilancio progettuale può essere attuata solo in
riferimento all’integralità e alla centralità del soggetto
umano. Alla base della progettazione pastorale vi è la
visione cristiana della persona: l’idea di educazione che
da essa proviene possiede una sua specifica originalità,
anche se è aperta a diversi apporti e si pone in dialogo con
tutti, in particolare con le scienze umane. Appare urgente valorizzare la dimensione trascendente dell’educazione, per la formazione di persone aperte a Dio e capaci di
dedicarsi al bene della comunità.
Obiettivi e scelte prioritarie
54. La lettura della prassi educativa, alla luce dei
cambiamenti culturali, stimola nuove scelte di progettazione, riferite ad alcuni ambiti privilegiati.
a. L’iniziazione cristiana
L’iniziazione cristiana mette in luce la forza formatrice dei sacramenti per la vita cristiana, realizza l’unità e
l’integrazione fra annuncio, celebrazione e carità, e favorisce alleanze educative. Occorre confrontare le esperienze d’iniziazione cristiana di bambini e adulti nelle Chiese
locali, al fine di promuovere la responsabilità primaria
della comunità cristiana, le forme del primo annuncio, gli
itinerari di preparazione al battesimo e la conseguente
mistagogia per i fanciulli, i ragazzi e i giovani, il coinvolgimento della famiglia, la centralità del giorno del
Signore e dell’Eucaristia, l’attenzione alle persone disabili, la catechesi degli adulti quale impegno di formazione
permanente.87
In questo decennio sarà opportuno discernere, valutare e promuovere una serie di criteri che dalle sperimentazioni in atto possano delineare il processo di rinnovamento della catechesi, soprattutto nell’ambito dell’iniziazione
cristiana. È necessario, inoltre, un aggiornamento degli
strumenti catechistici, tenendo conto del mutato contesto
culturale e dei nuovi linguaggi della comunicazione.88
b. Percorsi di vita buona
Ogni ambito del vissuto umano è interpellato dalla
sfida educativa. Dobbiamo domandarci come le indicazioni maturate nel Convegno ecclesiale di Verona siano state
recepite e attuate in ordine al rinnovamento dell’azione
86 Cf. EPISCOPATO ITALIANO, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa,
18.6.2004, c. VI; ECEI 7/1641ss. Cf. anche BENEDETTO XVI,
Discorso ai partecipanti al Convegno nazionale «Testimoni digitali»,
24.4.2010.
87 Oltre ai documenti dell’Episcopato italiano già citati, cf. le tre
Note pastorali del Consiglio Episcopale Permanente sull’iniziazione
cristiana: L’iniziazione cristiana 1. Orientamenti per il catecumenato
degli adulti, 30.3.1997; ECEI 6/613ss; L’iniziazione cristiana 2.
Orientamenti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi dai 7
ai 14 anni, 23.5.1999; ECEI 6/2040ss; L’iniziazione cristiana 3.
Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione in età adulta, 8.6.2003; ECEI 7/956ss.
88 Cf. COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE,
ecclesiale e alla formazione dei laici, chiamati a coniugare
una matura spiritualità e il senso di appartenenza ecclesiale con un amore appassionato per la città degli uomini e la
capacità di rendere ragione della propria speranza nelle
vicende del nostro tempo.
– Tra i processi di accompagnamento alla costruzione
dell’identità personale, merita particolare rilievo l’educazione alla vita affettiva, a partire dai più piccoli. È importante che a loro in modo speciale sia annunciato «il
Vangelo della vita buona, bella e beata che i cristiani possono vivere sulle tracce del Signore Gesù».89 È urgente
accompagnare i giovani nella scoperta della loro vocazione con una proposta che sappia presentare e motivare la
bellezza dell’insegnamento evangelico sull’amore e sulla
sessualità umana, contrastando il diffuso analfabetismo
affettivo.90 Particolare cura richiede la formazione al
matrimonio cristiano e alla vita familiare. Il rinnovamento
di tali itinerari è necessario per renderli cammini efficaci di
fede e di esperienza spirituale.91 Questo percorso dovrà
continuare anche mediante gruppi di sposi e di spiritualità
familiare, animati da coppie preparate e testimoni di unità
e fedeltà nell’amore.
– La capacità di vivere il lavoro e la festa come compimento della vocazione personale appartiene agli obiettivi
dell’educazione cristiana. È importante impegnarsi perché
ogni persona possa vivere «un lavoro che lasci uno spazio
sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale»,92 prendendosi cura degli altri
nella fatica del lavoro e nella gioia della festa, rendendo
possibile la condivisione solidale con chi soffre, è solo o nel
bisogno. Oltre a promuovere una visione autentica e umanizzante di questi ambiti fondamentali dell’esistenza, la
comunità cristiana è chiamata a valorizzare le potenzialità
educative dell’associazionismo legato alle professioni, al
tempo libero, allo sport e al turismo.
– L’esperienza della fragilità umana si manifesta in
tanti modi e in tutte le età, ed è essa stessa, in certo modo,
una «scuola» da cui imparare, in quanto mette a nudo i
limiti di ciascuno. Per queste ragioni il tema della fragilità
entra a pieno titolo nella dinamica del rapporto educativo,
nella formazione e nella ricerca del senso, nelle relazioni di
aiuto e di accompagnamento. Pur nella particolarità di tali
situazioni, che non si lasciano rinchiudere in schemi e programmi, non possono mancare nelle proposte formative la
contemplazione della croce di Gesù, il confronto con le
domande suscitate dalla sofferenza e dal dolore, l’esperienza dell’accompagnamento delle persone nei passaggi più
difficili, la testimonianza della prossimità, così da costruire
L’ANNUNCIO E LA CATECHESI,
Annuncio e catechesi per la vita cristiana, n. 17; Regno-doc. 9,2010,272.
89 EPISCOPATO ITALIANO, Comunicare il Vangelo in un mondo che
cambia, n. 57; ECEI 7/237.
90 Cf. EPISCOPATO ITALIANO, «Rigenerati per una speranza viva»
(1Pt 1,3), n. 12; Regno-doc. 13,2007,434ss.
91 Cf. UFFICIO LITURGICO NAZIONALE – UFFICIO CATECHISTICO
NAZIONALE – UFFICIO NAZIONALE PER LA PASTORALE DELLA FAMIGLIA – SERVIZIO NAZIONALE PER LA PASTORALE GIOVANILE, Celebrare il «mistero grande» dell’amore. Indicazioni per la valorizzazione
pastorale del nuovo Rito del matrimonio, 14.2.2006; Regno-doc.
5,2006,167ss.
92 BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, n. 63; Regno-doc. 15,
2009,485.
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un vero e proprio cammino di educazione alla speranza.
– La Chiesa esiste per comunicare: è essa stessa tradizione vivente, trasmissione incessante del Vangelo ricevuto,
nei modi culturalmente più fecondi e rilevanti, affinché
ogni uomo possa incontrare il Risorto, che è via, verità e
vita. Nel suo nucleo essenziale, la tradizione è trasmissione
di una cultura – fatta di atteggiamenti, comportamenti,
costumi di vita, idee, conoscenze, espressioni artistiche,
religiose e politiche – e di un patrimonio spirituale all’interno del quale crescono e si formano le persone nel volgere delle generazioni. Nell’ampio ventaglio di forme in cui
la Chiesa attua questa responsabilità, un aspetto particolarmente importante è l’educazione alla comunicazione,
mediante la conoscenza, la fruizione critica e la gestione
dei media. Anche questa nuova frontiera passa attraverso
le vie ordinarie della pastorale delle parrocchie, delle associazioni e delle comunità religiose, avvalendosi di apposite
iniziative di formazione. Mentre resta necessario investire
risorse adeguate – di persone e mezzi – in questo ambito,
occorre sostenere l’impegno di quanti operano da cristiani
nell’universo della comunicazione.
– Avvertiamo infine la necessità di educare alla cittadinanza responsabile. L’attuale dinamica sociale appare
segnata da una forte tendenza individualistica che svaluta
la dimensione sociale, fino a ridurla a una costrizione
necessaria e a un prezzo da pagare per ottenere un risultato vantaggioso per il proprio interesse. Nella visione cristiana l’uomo non si realizza da solo, ma grazie alla collaborazione con gli altri e ricercando il bene comune. Per
questo appare necessaria una seria educazione alla socialità e alla cittadinanza, mediante un’ampia diffusione dei
principi della dottrina sociale della Chiesa, anche rilanciando le scuole di formazione all’impegno sociale e politico. Una cura particolare andrà riservata al servizio civile e
alle esperienze di volontariato in Italia e all’estero. Si dovrà
sostenere la crescita di una nuova generazione di laici cristiani, capaci d’impegnarsi a livello politico con competenza e rigore morale.93
c. Alcuni luoghi significativi
Nell’ottica di una decisa scommessa per l’educazione e
della ricerca di sinergie e alleanze educative, un’attenzione
specifica andrà rivolta ad alcune esperienze peculiari.
– La reciprocità tra famiglia, comunità ecclesiale e società. Questi luoghi emblematici dell’educazione devono stabilire una feconda alleanza per valorizzare gli organismi
deputati alla partecipazione; promuovere il dialogo, l’incontro e la collaborazione tra i diversi educatori; attivare e
sostenere iniziative di formazione su progetti condivisi. In
questa alleanza va riconosciuto e sostenuto il primato educativo della famiglia. Nell’ambito parrocchiale, inoltre, è
necessario attivare la conoscenza e la collaborazione tra
catechisti, insegnanti – in particolare di religione cattolica
– e animatori di oratori, associazioni e gruppi. La scuola e
il territorio, con le sue molteplici esperienze e forme aggregative (palestre, scuole di calcio e di danza, laboratori musicali, associazioni di volontariato…), rappresentano luoghi
decisivi per realizzare queste concrete modalità di alleanza
educativa.
– La promozione di nuove figure educative. Occorre pro-
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muovere una diffusa responsabilità del laicato, perché germini la sensibilità ad assumere compiti educativi nella
Chiesa e nella società. In relazione ad ambiti pastorali specifici dovranno svilupparsi figure quali laici missionari che
portino il primo annuncio del Vangelo nelle case e tra gli
immigrati; accompagnatori dei genitori che chiedono per i
figli il battesimo o i sacramenti dell’iniziazione; catechisti per
il catecumenato dei giovani e degli adulti; formatori degli
educatori e dei docenti; evangelizzatori di strada, nel mondo
della devianza, del carcere e delle varie forme di povertà.
– La formazione teologica. Per questi obiettivi, un particolare contributo è richiesto alle Facoltà teologiche, ai
Seminari, agli Istituti superiori di scienze religiose, alle scuole di formazione teologica. Si potrà così contare su educatori e operatori pastorali qualificati per un’educazione attenta alle persone, rispondente alle domande poste alla fede
dalla cultura e in grado di rendere ragione della speranza
in Cristo nei diversi ambienti di vita.
55. Consideriamo urgente puntare nel corso del decennio su alcune priorità, al fine di dare impulso e forza al
compito educativo delle nostre comunità.
– La cura della formazione permanente degli adulti e
delle famiglie. Questa scelta qualificante, già presente negli
orientamenti pastorali dei decenni passati, merita ulteriore
sviluppo, accoglienza e diffusione nelle parrocchie e nelle
altre realtà ecclesiali. Un’attenzione particolare andrà
riservata alla prima fase dell’età adulta, quando si assumono nuove responsabilità nel campo del lavoro, della famiglia e della società.
– Il rilancio della vocazione educativa degli istituti di
vita consacrata, delle associazioni e dei movimenti ecclesiali.
Si tratta di riproporre la tradizione educativa di realtà che
hanno dato molto alla formazione di sacerdoti, religiosi e
laici. Bisogna perciò che le parrocchie e gli altri soggetti
ecclesiali sviluppino una pastorale integrata e missionaria,
in particolare negli ambiti di frontiera dell’educazione.
– La promozione di un ampio dibattito e di un proficuo
confronto sulla questione educativa anche nella società civile, al fine di favorire convergenze e un rinnovato impegno
da parte di tutte le istituzioni e i soggetti interessati.
A
ffidati alla guida materna di Maria
56. Il volto di un popolo si plasma in famiglia. È qui
che «i suoi membri acquisiscono gli insegnamenti fondamentali. Essi imparano ad amare in quanto sono
amati gratuitamente, imparano il rispetto di ogni altra
persona in quanto sono rispettati, imparano a conoscere
il volto di Dio in quanto ne ricevono la prima rivelazione da un padre e da una madre pieni di attenzione».94
Soprattutto grazie alla donna è possibile riscoprire i
valori che rendono umana la società: ella «conserva l’intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di
attività orientate al risveglio dell’altro, alla sua crescita,
alla sua protezione».95
Maria, donna esemplare, porge alla Chiesa lo spec-
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Pagina 623
chio in cui essa è invitata a riconoscere la propria identità, gli affetti del cuore, gli atteggiamenti e i gesti che
Dio attende da lei.
Con questa disponibilità, ci poniamo sotto lo sguardo della Madre di Dio, perché ci guidi nel cammino dell’educazione.
nel Vangelo proclamato domenica scorsa, Solennità
di Pentecoste, Gesù ci ha promesso: «Il Paraclito, lo
Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi
insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho
detto» (Gv 14,26). Lo Spirito Santo guida la Chiesa nel
mondo e nella storia. Grazie a questo dono del Risorto,
il Signore resta presente nello scorrere degli eventi; è
nello Spirito che possiamo riconoscere in Cristo il senso
delle vicende umane. Lo Spirito Santo ci fa Chiesa,
comunione e comunità incessantemente convocata, rinnovata e rilanciata verso il compimento del Regno di
Dio. È nella comunione ecclesiale la radice e la ragione
fondamentale del vostro convenire e del mio essere
ancora una volta con voi, con gioia, in occasione di questo appuntamento annuale; è la prospettiva con la quale
vi esorto ad affrontare i temi del vostro lavoro, nel quale
siete chiamati a riflettere sulla vita e sul rinnovamento
dell’azione pastorale della Chiesa in Italia. Sono grato al
Cardinale Angelo Bagnasco per le cortesi e intense parole che mi ha rivolto, facendosi interprete dei vostri sentimenti: il Papa sa di poter contare sempre sui Vescovi
italiani. In voi saluto le comunità diocesane affidate alle
vostre cure, mentre estendo il mio pensiero e la mia vicinanza spirituale all’intero popolo italiano.
Corroborati dallo Spirito, in continuità con il cammino indicato dal Concilio Vaticano II, e in particolare
con gli orientamenti pastorali del decennio appena concluso, avete scelto di assumere l’educazione quale tema
portante per i prossimi dieci anni. Tale orizzonte temporale è proporzionato alla radicalità e all’ampiezza
della domanda educativa. E mi sembra necessario andare fino alle radici profonde di questa emergenza per trovare anche le risposte adeguate a questa sfida. Io ne
vedo soprattutto due. Una radice essenziale consiste –
mi sembra – in un falso concetto di autonomia dell’uomo: l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza
imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere
al suo autosviluppo, ma non entrare in questo sviluppo.
In realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che
diventa se stessa solo dall’altro, l’«io» diventa se stesso
solo dal «tu» e dal «noi», è creato per il dialogo, per la
comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro
con il «tu» e con il «noi» apre l’«io» a se stesso. Perciò la
cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione,
ma rinuncia all’educazione: così non viene dato quanto
noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo «tu» e
«noi» nel quale si apre l’«io» a se stesso. Quindi un
primo punto mi sembra questo: superare questa falsa
idea di autonomia dell’uomo, come un «io» completo in
se stesso, mentre diventa «io» anche nell’incontro collettivo con il «tu» e con il «noi».
L’altra radice dell’emergenza educativa io la vedo
nello scetticismo e nel relativismo o, con parole più semplici e chiare, nell’esclusione delle due fonti che orientano il cammino umano. La prima fonte dovrebbe essere
la natura secondo la Rivelazione. Ma la natura viene
considerata oggi come una cosa puramente meccanica,
quindi che non contiene in sé alcun imperativo morale,
alcun orientamento valoriale: è una cosa puramente
93 Cf. BENEDETTO XVI, Omelia nella Celebrazione eucaristica sul
sagrato del Santuario di Nostra Signora di Bonaria, Cagliari, 7.9.2008.
94 CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai
Vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della
donna nella Chiesa e nel mondo, 31.5.2004, n. 13; EV 22/2820.
95 Ivi; EV 22/2817.
Maria, Vergine del silenzio,
non permettere che davanti alle sfide di questo tempo
la nostra esistenza sia soffocata dalla rassegnazione o
dall’impotenza.
Aiutaci a custodire l’attitudine all’ascolto,
grembo nel quale la parola diventa feconda
e ci fa comprendere che nulla è impossibile a Dio.
Maria, Donna premurosa,
destaci dall’indifferenza che ci rende stranieri a noi
stessi.
Donaci la passione che ci educa a cogliere il mistero dell’altro
e ci pone a servizio della sua crescita.
Liberaci dall’attivismo sterile,
perché il nostro agire scaturisca da Cristo, unico
Maestro.
Maria, Madre dolorosa,
che dopo aver conosciuto l’infinita umiltà di Dio nel
Bambino di Betlemme,
hai provato il dolore straziante di stringerne tra le braccia il corpo martoriato,
insegnaci a non disertare i luoghi del dolore;
rendici capaci di attendere con speranza quell’aurora
pasquale
che asciuga le lacrime di chi è nella prova.
Maria, Amante della vita,
preserva le nuove generazioni
dalla tristezza e dal disimpegno.
Rendile per tutti noi sentinelle
di quella vita che inizia il giorno in cui ci si apre,
ci si fida e ci si dona.
A
ppendice
Discorso di Benedetto XVI
alla LXI Assemblea Generale della CEI
Venerati e cari Fratelli,
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C
hiesa in Italia
meccanica, e quindi non viene alcun orientamento dall’essere stesso. La Rivelazione viene considerata o come
un momento dello sviluppo storico, quindi relativo come
tutto lo sviluppo storico e culturale, o – si dice – forse c’è
rivelazione, ma non comprende contenuti, solo motivazioni. E se tacciono queste due fonti, la natura e la
Rivelazione, anche la terza fonte, la storia, non parla
più, perché anche la storia diventa solo un agglomerato
di decisioni culturali, occasionali, arbitrarie, che non
valgono per il presente e per il futuro. Fondamentale è
quindi ritrovare un concetto vero della natura come
creazione di Dio che parla a noi; il Creatore, tramite il
libro della creazione, parla a noi e ci mostra i valori veri.
E poi così anche ritrovare la Rivelazione: riconoscere
che il libro della creazione, nel quale Dio ci dà gli orientamenti fondamentali, è decifrato nella Rivelazione, è
applicato e fatto proprio nella storia culturale e religiosa, non senza errori, ma in una maniera sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da purificare.
Così, in questo «concerto» – per così dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione, concretizzata nella storia
culturale che sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche
le indicazioni per un’educazione che non è imposizione,
ma realmente apertura dell’«io» al «tu», al «noi» e al
«Tu» di Dio.
a cura di Sandra Isetta
Il volto
e gli sguardi
Bibbia letteratura cinema
Atti del Convegno
Imperia Porto Maurizio, 17-18 ottobre 2008
Risvegliare la passione educativa
Quindi le difficoltà sono grandi: ritrovare le fonti, il
linguaggio delle fonti, ma, pur consapevoli del peso di
queste difficoltà, non possiamo cedere alla sfiducia e alla
rassegnazione. Educare non è mai stato facile, ma non
dobbiamo arrenderci: verremmo meno al mandato che
il Signore stesso ci ha affidato, chiamandoci a pascere
con amore il suo gregge. Risvegliamo piuttosto nelle
nostre comunità quella passione educativa, che è una
passione dell’«io» per il «tu», per il «noi», per Dio, e che
non si risolve in una didattica, in un insieme di tecniche
e nemmeno nella trasmissione di principi aridi. Educare
è formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa che non è solo occasionale, ma accresciuta dal
linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella
Rivelazione, di un patrimonio interiore condiviso, della
vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente
della vita, orienta il pensiero, gli affetti e il giudizio.
I giovani portano una sete nel loro cuore, e questa
sete è una domanda di significato e di rapporti umani
autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide
della vita. È desiderio di un futuro, reso meno incerto da
una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi
a partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma raggiungibili. La nostra risposta è l’annuncio del Dio amico
dell’uomo, che in Gesù si è fatto prossimo a ciascuno. La
trasmissione della fede è parte irrinunciabile della formazione integrale della persona, perché in Gesù Cristo
si realizza il progetto di una vita riuscita: come insegna
I
l film cristologico è stato comune denominatore
di saperi differenti nel convegno «… E la “Parola” si fece film», che ha riconosciuto nel cinema
il punto di arrivo delle fonti antiche attraverso varie ‘traduzioni’ culturali, in un tandem costituito
da teologia e arti. Anche il grande schermo ricorre
alla Parola, fatta immagine: essa resta al centro
dell’ascolto e della contemplazione dell’uomo di
ogni tempo.
«Letture patristiche»
pp. 456 - € 38,00
Della stessa curatrice:
Letteratura cristiana e letterature europee
Atti del Convegno – Genova, 9 -11 dicembre 2004
Presentazione del card. Tarcisio Bertone
pp. 576 - € 49,50
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Edizioni
Dehoniane
Bologna
Via Nosadella 6 - 40123 Bologna
Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099
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il Concilio Vaticano II, «chiunque segue Cristo, l’uomo
perfetto, diventa anch’egli più uomo» (CONCILIO
VATICANO II, cost. past. Gaudium et spes, n. 41; EV
1/1446). L’incontro personale con Gesù è la chiave per
intuire la rilevanza di Dio nell’esistenza quotidiana, il
segreto per spenderla nella carità fraterna, la condizione
per rialzarsi sempre dalle cadute e muoversi a costante
conversione.
Il compito educativo, che avete assunto come prioritario, valorizza segni e tradizioni, di cui l’Italia è così
ricca. Necessita di luoghi credibili: anzitutto la famiglia,
con il suo ruolo peculiare e irrinunciabile; la scuola, orizzonte comune al di là delle opzioni ideologiche; la parrocchia, «fontana del villaggio», luogo ed esperienza che
inizia alla fede nel tessuto delle relazioni quotidiane. In
ognuno di questi ambiti resta decisiva la qualità della
testimonianza, via privilegiata della missione ecclesiale.
L’accoglienza della proposta cristiana passa, infatti,
attraverso relazioni di vicinanza, lealtà e fiducia. In un
tempo nel quale la grande tradizione del passato rischia
di rimanere lettera morta, siamo chiamati ad affiancarci a ciascuno con disponibilità sempre nuova, accompagnandolo nel cammino di scoperta e assimilazione personale della verità. E facendo questo anche noi possiamo riscoprire in modo nuovo le realtà fondamentali.
La volontà di promuovere una rinnovata stagione di
evangelizzazione non nasconde le ferite da cui la comunità ecclesiale è segnata, per la debolezza e il peccato di
alcuni suoi membri. Questa umile e dolorosa ammissione non deve, però, far dimenticare il servizio gratuito e
appassionato di tanti credenti, a partire dai sacerdoti.
L’anno speciale a loro dedicato ha voluto costituire
un’opportunità per promuoverne il rinnovamento interiore, quale condizione per un più incisivo impegno
evangelico e ministeriale. Nel contempo, ci aiuta anche
a riconoscere la testimonianza di santità di quanti – sull’esempio del Curato d’Ars – si spendono senza riserve
per educare alla speranza, alla fede e alla carità. In questa luce, ciò che è motivo di scandalo, deve tradursi per
noi in richiamo a un «profondo bisogno di ri-imparare
la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare
da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia» (BENEDETTO XVI, Intervista ai giornalisti durante il volo verso il Portogallo, 11.5.2010; Regno-doc.
11,2010,322).
La formazione delle nuove generazioni
Cari Fratelli, vi incoraggio a percorrere senza esitazioni la strada dell’impegno educativo. Lo Spirito Santo
vi aiuti a non perdere mai la fiducia nei giovani, vi spinga ad andare loro incontro, vi porti a frequentarne gli
ambienti di vita, compreso quello costituito dalle nuove
tecnologie di comunicazione, che ormai permeano la
cultura in ogni sua espressione. Non si tratta di adeguare il Vangelo al mondo, ma di attingere dal Vangelo
quella perenne novità, che consente in ogni tempo di
trovare le forme adatte per annunciare la Parola che
non passa, fecondando e servendo l’umana esistenza.
Torniamo, dunque, a proporre ai giovani la misura alta
e trascendente della vita, intesa come vocazione: chiamati alla vita consacrata, al sacerdozio, al matrimonio,
sappiano rispondere con generosità all’appello del
Signore, perché solo così potranno cogliere ciò che è
essenziale per ciascuno. La frontiera educativa costituisce il luogo per un’ampia convergenza di intenti: la formazione delle nuove generazioni non può, infatti, che
stare a cuore a tutti gli uomini di buona volontà, interpellando la capacità della società intera di assicurare
riferimenti affidabili per lo sviluppo armonico delle persone.
Anche in Italia la presente stagione è marcata da
un’incertezza sui valori, evidente nella fatica di tanti
adulti a tener fede agli impegni assunti: ciò è indice di
una crisi culturale e spirituale, altrettanto seria di quella economica. Sarebbe illusorio – questo vorrei sottolinearlo – pensare di contrastare l’una, ignorando l’altra.
Per questa ragione, mentre rinnovo l’appello ai responsabili della cosa pubblica e agli imprenditori a fare
quanto è nelle loro possibilità per attutire gli effetti della
crisi occupazionale, esorto tutti a riflettere sui presupposti di una vita buona e significativa, che fondano
quell’autorevolezza che sola educa e ritorna alle vere
fonti dei valori. Alla Chiesa, infatti, sta a cuore il bene
comune, che ci impegna a condividere risorse economiche e intellettuali, morali e spirituali, imparando ad
affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i problemi e le sfide del Paese.
Questa prospettiva, ampiamente sviluppata nel
vostro recente documento su «Chiesa e Mezzogiorno»,
troverà ulteriore approfondimento nella prossima
Settimana Sociale dei cattolici italiani, prevista in ottobre
a Reggio Calabria, dove, insieme alle forze migliori del
laicato cattolico, vi impegnerete a declinare un’agenda
di speranza per l’Italia, perché «le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili»
(BENEDETTO XVI, lett. enc. Deus caritas est, n. 28; EV
23/1582). Il vostro ministero, cari Confratelli, e la vivacità delle comunità diocesane alla cui guida siete posti,
sono la migliore assicurazione che la Chiesa continuerà
responsabilmente a offrire il suo contributo alla crescita
sociale e morale dell’Italia.
Chiamato per grazia a essere Pastore della Chiesa
universale e della splendida Città di Roma, porto
costantemente con me le vostre preoccupazioni e le
vostre attese, che nei giorni scorsi ho deposto – con quelle dell’intera umanità – ai piedi della Madonna di
Fatima. A Lei va la nostra preghiera: «Vergine Madre di
Dio e nostra Madre carissima, la tua presenza faccia
rifiorire il deserto delle nostre solitudini e brillare il sole
sulle nostre oscurità, faccia tornare la calma dopo la
tempesta, affinché ogni uomo veda la salvezza del
Signore, che ha il nome e il volto di Gesù, riflesso nei
nostri cuori, per sempre uniti al tuo! Così sia!» (Fatima,
12.5.2010). Di cuore vi ringrazio e vi benedico.
Città del Vaticano, 27 maggio 2010.
BENEDETTO XVI
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S
anta Sede
La Chiesa
nel Medio Oriente
Assemblea speciale per il Medio
Oriente del Sinodo dei vescovi
Roma, 10-24 ottobre 2010
Più fede,
comunione e amore
Relatio ante disceptationem
Per la prima volta i patriarchi e vescovi dei paesi mediorientali si sono
riuniti a Roma dal 10 al 24 ottobre
nell’Assemblea speciale per il Medio
Oriente del Sinodo dei vescovi, sul
tema «La Chiesa cattolica nel Medio
Oriente: comunione e testimonianza. “La moltitudine di coloro che
erano diventati credenti aveva un
cuore solo e un’anima sola” (At
4,32)», per confrontarsi su come
dare ai loro fedeli «le ragioni della
loro presenza» (A. Naguib, Relatio
ante disceptationem). Una presenza
in costante diminuzione numerica
(cf. riquadro alle pp. 628-629), con
problemi di scarsa comunione interconfessionale quando non di conflitto, in un contesto di altissima instabilità politica e di difficile convivenza con la maggioranza islamica,
spesso di pesante discriminazione o
anche persecuzione. Con l’invito «a
una conversione personale e collettiva» (Messaggio) e dopo aver consegnato al papa 44 «proposte», i pastori delle Chiese mediorientali ritornano alle loro travagliate comunità,
attendendo il documento con il quale
fra qualche mese Benedetto XVI
concluderà il processo sinodale.
Sala stampa della Santa Sede, Synodus episcoporum bollettino, n. 4, 11.10.2010; n.
23, 23.10.2010; n. 25, 23.10.2010.
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Santo padre, eminenze, beatitudini, eccellenze, delegati fraterni delle Chiese sorelle e delle comunità ecclesiali, care
sorelle e fratelli, invitati ed esperti,
ringrazio innanzitutto sua santità il papa per avermi
nominato relatore generale dell’Assemblea. È la prima
volta che assumo un incarico così imponente. Cercherò
di portarlo a termine facendo del mio meglio, contando
sull’aiuto del Signore e sulla vostra indulgenza.
P
refazione
San Luca, negli Atti, ci dice che Gesù, al momento di
lasciare i suoi, diede loro questa consegna: «Riceverete
la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di
me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea
e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8).
Gli apostoli realizzarono questa missione appena
ebbero ricevuto lo Spirito Santo e si misero ad annunciare senza paura la buona novella della vita, della morte e
della risurrezione del Signore (cf. At 2,32). Il frutto del
primo annuncio di Pietro fu la conversione e il battesimo
di circa tremila persone, cui seguirono molti altri. La loro
vita si trasformò radicalmente. «La moltitudine di coloro
che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che
gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (At 4,32).
Sono questi eventi fondanti che hanno ispirato il
tema e gli obiettivi della nostra Assemblea speciale per il
Medio Oriente del Sinodo dei vescovi: comunione e
testimonianza, testimonianza comunitaria e personale,
derivante da una vita ancorata in Cristo e vivificata dallo
Spirito Santo. Questo esempio della Chiesa degli apostoli è sempre stato il modello della Chiesa nei secoli. La
nostra Assemblea sinodale vorrebbe aiutarci a ritornare
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a quell’ideale, per una revisione della vita che ci dia un
nuovo slancio e una nuova vitalità, che ci purifichino, ci
rinnovino e ci fortifichino.
È dalle mani del santo padre personalmente che
abbiamo ricevuto l’Instrumentum laboris di questa
Assemblea speciale, nel corso della sua visita apostolica
a Cipro, volendo, con questo, esprimere la sua particolare sollecitudine per le nostre Chiese. La solenne concelebrazione eucaristica presieduta da sua santità ieri
mattina è la prova migliore della benedizione divina su
questa Assemblea. Certi di questo sostegno e contando
sull’aiuto e sull’accompagnamento della Madonna,
intraprendiamo i nostri lavori con fiducia.
I
ntroduzione
Tutti abbiamo accolto l’annuncio di questa Assemblea
speciale del Sinodo dei vescovi con grande gioia, entusiasmo, gratitudine e fervore. Vi abbiamo visto, da parte del
santo padre, l’accoglienza paterna e comprensiva di un
desiderio che ci era molto caro e la particolare sollecitudine del vescovo di Roma verso le nostre Chiese, in quanto
pastore supremo della Chiesa cattolica. Avevamo già sentito questa speciale attenzione in molte occasioni e con frequenza nei discorsi e nelle omelie di sua santità.
L’abbiamo toccata in modo particolare nei suoi viaggi
apostolici in Turchia (2006), poi in Giordania, Israele e
Palestina (2009) e di recente a Cipro (2010). Ma la presenza odierna del santo padre in mezzo a noi viene a portarci l’amore, la solidarietà, la preghiera e il sostegno del
successore di Pietro, della Santa Sede e di tutta la Chiesa.
Subito dopo che il santo padre aveva annunciato l’evento, il 19 settembre 2009, la Segreteria generale del
Sinodo dei vescovi ha preparato, con il Consiglio presinodale per il Medio Oriente, innanzitutto il testo dei
Lineamenta e poi quello dell’Instrumentum laboris.
Quest’ultimo si basa in primo luogo sulla sacra Scrittura
e fa riferimento principalmente ai documenti del concilio
ecumenico Vaticano II, al Codice dei canoni delle Chiese
orientali e al Codice di diritto canonico. Una particolare
attenzione è data anche alle dieci lettere pastorali del
Consiglio dei patriarchi cattolici d’Oriente. Credo che il
lavoro sia stato portato a buon fine, nonostante la fretta
dovuta al pochissimo tempo a disposizione.
Vorrei indicare i seguenti punti che possono essere
approfonditi nel corso dei nostri lavori, con riferimento
all’Instrumentum laboris.
A. Obiettivo del Sinodo
Il duplice obiettivo del Sinodo è stato ben recepito e
apprezzato dalle nostre Chiese:
1) confermare e rafforzare i cristiani nella loro identità, grazie alla parola di Dio e ai sacramenti.
2) Rinnovare la comunione ecclesiale fra le Chiese sui
iuris, affinché possano offrire una testimonianza di vita
autentica ed efficace. Nel contesto in cui viviamo, la di-
mensione ecumenica, il dialogo interreligioso e l’aspetto
missionario sono parte integrante di questa testimonianza.
Il documento insiste sulla necessità e sull’importanza
che i padri sinodali diano ai cristiani dei nostri paesi le
ragioni della loro presenza, ciò per confermarli nella loro
missione di essere e rimanere dei testimoni autentici di
Cristo risorto in ciascuno dei loro paesi. In condizioni di
vita a volte molto difficili, ma anche promettenti, essi sono
l’icona di Cristo, l’incarnazione viva della sua Chiesa e il
canale tangibile dell’azione dello Spirito Santo.
B. Riflessione guidata dalle sacre Scritture
Ci sentiamo fieri di appartenere a terre dove uomini
ispirati dallo Spirito Santo hanno scritto i Libri sacri in
alcune delle nostre lingue. Ma questo fa sì che abbiamo
anche degli obblighi esigenti. La sacra Scrittura deve essere l’anima della nostra vita religiosa e della nostra testimonianza, e questo sia comunitariamente sia individualmente. La sacra liturgia costituisce il centro e il punto culminante della nostra vita ecclesiale. In essa celebriamo e
ascoltiamo regolarmente la parola di Dio. Alla luce della
sacra Bibbia, letta, pregata e meditata in Chiesa, in piccoli gruppi o personalmente, dobbiamo cercare e trovare
le risposte al senso della nostra presenza, della nostra
comunione e della nostra testimonianza, adeguate al contesto e alle sfide di sempre nuove circostanze.
Il documento richiama l’attenzione sull’insufficienza
della risposta alla grande sete che i nostri fedeli hanno
della parola di Dio, di comprenderla e radicarla nel loro
cuore e nella loro vita. Si dovrebbero pensare, lanciare,
incoraggiare e sostenere iniziative adeguate e proporzionate al bisogno, utilizzando anche i moderni media. Le
persone che, in virtù della loro vocazione, sono più
direttamente a contatto con la parola di Dio, sono tenute a un impegno di testimonianza e d’intercessione per il
popolo di Dio. Sempre efficace e fruttuosa è la memorizzazione di testi.
Nell’esegesi e nella presentazione del senso delle
Scritture deve essere messa in evidenza la «storia della
salvezza». Essa rivela l’unico piano divino che si realizza nel tempo, in uno stretto legame fra l’Antico e il
Nuovo Testamento, avente il suo centro e culmine in
Cristo. Essendo il Libro della comunità cristiana, solo in
essa il testo biblico può essere interpretato correttamente. La Tradizione e l’insegnamento della Chiesa, soprattutto nei nostri paesi d’Oriente, sono dunque un riferimento insostituibile per la comprensione e l’interpretazione della Bibbia.
La parola di Dio è la fonte della teologia, della spiritualità e della vitalità apostolica e missionaria. Essa illumina la vita, la trasforma, la guida e la rende solida.
Qualche persona ignorante o malintenzionata usa la
Bibbia come un libro di ricette o di pratiche superstiziose. Spetta a noi educare i nostri fedeli e non dare credito a queste cose. La parola di Dio illumina anche le scelte comunitarie e personali, per rispondere alle sfide della
vita, ispirare il dialogo ecumenico e interreligioso e
riorientare l’impegno politico. Dovrebbe dunque essere
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anta Sede
il punto di riferimento dei cristiani nell’educazione e
nella testimonianza. Essa aiuterà così gli uomini di
buona volontà a trovare esito alla loro ricerca di Dio.
I.
La Chiesa cattolica in Medio Oriente
A. Situazione dei cristiani in Medio Oriente
1. Breve excursus storico: unità nella molteplicità
La conoscenza della storia del cristianesimo in
Medio Oriente è importante sia per noi sia per tutto il
mondo cristiano. Su queste terre Dio ha scelto e guidato i patriarchi, Mosè e il popolo dell’antica alleanza. Ha
parlato attraverso i profeti, i giudici, i re e le donne di
fede. Nella pienezza dei tempi, Gesù Cristo, il Salvatore,
vi si è incarnato, vi ha vissuto, vi ha scelto e formato i
suoi discepoli e vi ha compiuto la sua opera di salvezza.
La Chiesa di Gerusalemme, nata il giorno di Pentecoste,
è stata l’origine di tutte le Chiese particolari, che hanno
continuato e continuano attraverso il tempo l’azione di
Cristo, per opera dello Spirito Santo, sotto la guida del
papa, successore di Pietro.
Dopo piccoli contrasti all’inizio del suo cammino, la
Chiesa ha conosciuto successive divisioni nei concili di
Efeso (431) e di Calcedonia (451). Così sono nate la
«Chiesa apostolica assira d’Oriente» e le «Chiese ortodosse orientali»: copta, siriaca e armena. Nel secolo XI,
vi fu una grande scissione fra Costantinopoli e Roma.
Queste divisioni sono avvenute su questioni teologiche,
ma i motivi politico-culturali hanno giocato il ruolo
principale. Gli studi storici e teologici hanno il compito
di illustrare meglio questi periodi e avvenimenti drammatici, per contribuire al dialogo ecumenico.
Frutto amaro del passato, tutte queste divisioni esistono ancora oggi nei nostri paesi. Grazie a Dio, lo
Spirito opera nelle Chiese perché si realizzi la preghiera
I cattolici in Medio Oriente
D
urante la prima Congregazione generale dell’Assemblea
speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi, tenutasi l’11 ottobre, il segretario generale del Sinodo mons. Nikola Eterovic ha tenuto la propria relazione, nella quale tra
l’altro ha fornito alcuni dati statistici riguardo alla presenza dei
cristiani cattolici nelle Chiese mediorientali. Oltre Gerusalemme e i territori palestinesi, il Sinodo ha compreso nell’espressione «Medio Oriente» i seguenti paesi: Arabia Saudita,
Bahrein, Cipro, Egitto, Emirati arabi uniti, Giordania, Israele, Iran,
Iraq, Kuwait, Libano, Oman, Qatar, Siria, Turchia e Yemen.
La regione così compresa s’estende su 7.180.912 km2 e
ospita (dati del 2008) 356.174.000 persone, di cui 5.707.000 cattolici, che rappresentano l’1,6% della popolazione. Complessivamente si stima che tutti i cristiani siano circa 20 milioni,
cioè il 5,9% della popolazione. In Israele però gli ebrei sarebbero il 75,6%, i musulmani il 16,7%, i cristiani il 2,1%, i drusi l’1,6%,
altri 4%.
Osserva mons. Eterovic: «Nella mappa si distinguono due
regioni del Medio Oriente. La prima ove i cristiani sono tradi-
Antiche e nuove presenze (%)
4
3
2
1
0
1980
1997
Paesi di più antica
presenza
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2006
2008
zionalmente presenti e che, purtroppo, nell’insieme mostra una
forte flessione, anche in paragone ai dati dell’anno 1980, e ciò non
tanto nel numero dei cattolici quanto in percentuale nei rispettivi
paesi. Il numero dei cattolici non ha seguito la crescita demografica degli abitanti. Il secondo gruppo rappresenta i paesi ove la
presenza cristiana è notevolmente aumentata negli ultimi decenni,
grazie a tanti fedeli che in cerca di lavoro e di migliori condizioni
di vita sono venuti ad abitarvi per un certo periodo di tempo. Grazie a Dio, in tali paesi la tendenza è contraria, visto che i cattolici
aumentano sia in numero sia in percentuale.
È uno dei segni dei tempi che la Chiesa nell’insieme e i pastori
del Medio Oriente devono adeguatamente valutare, rendendo
grazie a Dio che può scrivere anche con modi e tempi inattesi la
storia della salvezza del mondo» (cf. grafico).
Quali sono le tracce della presenza della Chiesa cattolica? «Nel
Medio Oriente la Chiesa cattolica gestisce 686 scuole materne con
92.661 alunni, 869 scuole primarie con 343.705 alunni, 548 scuole
medie con 183.995 alunni. Vi sono poi 13 istituti di studi superiori,
tra cui 4 università. Quanto al numero degli alunni, 2.443 frequentano gli istituti superiori, 1.654 gli studi ecclesiastici e 34.506 altri
studi universitari.
È utile ricordare che tali scuole non sono frequentate solo dai
cattolici o dai cristiani, ma sono aperte ad appartenenti ad altre religioni, in particolare ai musulmani. È un modo pratico ed efficace
con cui la Chiesa contribuisce all’educazione dei giovani, speranza
per la Chiesa e per la società. La Chiesa cattolica è inoltre in prima
linea nell’apostolato della carità nei riguardi dei malati, anziani,
portatori di handicap, poveri. Nel Medio Oriente la Chiesa ha 544
strutture sanitarie cattoliche: 76 ospedali e case di cura, 113 strutture sanitarie per gli anziani, 331 ambulatori e dispensari, 24 strutture sanitarie per i portatori di handicap, centri di riabilitazione
gestiti da diversi istituti di vita consacrata. Anche queste istituzioni sono aperte agli altri cristiani, ai musulmani e a tutte le persone in necessità».
Emirati arabi
D. S.
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di Cristo: «Tutti siano una sola cosa; (…) perché il
mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).
Le nostre Chiese, benedette dalla presenza di Cristo e
degli apostoli, sono state la culla del cristianesimo e delle
prime generazioni cristiane. Proprio per questo hanno la
vocazione di mantenere viva in loro la memoria delle origini, di consolidare la fede dei propri fedeli e di vivificare
in essi lo spirito del Vangelo affinché guidi la loro vita e i
loro rapporti con gli altri, cristiani e non cristiani.
Essendo di origine apostolica, le nostre Chiese
hanno, a loro volta, la particolare missione di cooperare
all’annuncio del Vangelo. Lo studio della storia missionaria delle nostre Chiese aiuterebbe a spronare quello
slancio evangelico che aveva caratterizzato le nostre origini. «L’essere missionari» è un dovere gratuito che s’im-
pone a tutti, in quanto Chiese radicate nelle origini, e in
virtù del nostro patrimonio, tanto ricco e differenziato.
Di ciò che abbiamo ricevuto, dobbiamo far beneficiare
quanti ne sono privati. Le nostre Chiese devono impegnarsi a vivificare al loro interno lo slancio evangelico
missionario.
Questa apertura all’azione dello Spirito ci aiuterà a
condividere con i nostri numerosi connazionali la ricchezza dell’amore e la luce della speranza che sono in
noi (cf. Rm 5,5). Infatti: «Siamo, al centro della società
in cui viviamo, un segno della presenza di Dio nel
mondo; questo ci porta a essere con, dentro, per (…) la
società in cui viviamo. È un’istanza essenziale della
nostra fede, della nostra vocazione e della nostra missione».1 «La Chiesa non si misura in cifre. Essa non si serve
di statistiche, ma della coscienza che i suoi figli hanno
della propria vocazione e missione».2
1 CONSIGLIO DEI PATRIARCHI CATTOLICI D’ORIENTE, Presenza cristiana in Oriente, Pasqua 1992; Regno-doc. 15,1992,474.
2 CONSIGLIO DEI PATRIARCHI CATTOLICI D’ORIENTE, Chiese
arabe, Chiese unite, 24.8.1991; Regno-doc. 19,1991,591.
2. Apostolicità e vocazione missionaria
STATISTICHE RELATIVE AGLI ANNI 1980 E 1997
Paesi
Cipro
Egitto
Giordania
Iran
Iraq
Israele
Libano
Siria
Turchia
Totale
Arabia Saudita
Bahrein
Emirati arabi uniti
Kuwait
Oman
Qatar
Yemen
Totale
Totale generale
Superficie (km2)
9.251
1.001.449
89.324
1.648.195
438.317
20.770
10.400
185.180
774.815
4.177.701
2.149.690
678
83.600
17.818
212.457
11.000
527.968
3.003.211
7.180.912
Popolazione
630.000
41.990.000
3.190.000
37.450.000
13.080.000
3.870.000
3.160.000
8.980.000
44.920.000
157.270.000
8.370.000
350.000
800.000
1.360.000
890.000
220.000
7.900.000
19.890.000
177.160.000
1980
Cattolici
8.000
158.000
76.000
19.000
378.000
147.000
1.215.000
227.000
17.000
2.245.000
135.000
6.000
25.000
49.000
4.000
5.000
2.500
226.500
2.471.500
%
1,27
0,38
2,38
0,05
2,89
3,80
38,45
2,53
0,04
1,43
1,61
1,71
3,13
3,60
0,45
2,27
0,03
1,14
1,40
Popolazione
770.000
62.010.000
5.770.000
60.690.000
21.180.000
5.830.000
3.140.000
14.950.000
63.750.000
238.090.000
19.490.000
620.000
2.580.000
1.810.000
2.400.000
570.000
16.480.000
43.950.000
282.040.000
1997
Cattolici
17.000
218.000
71.000
12.000
275.000
106.000
1.967.000
309.000
32.000
3.007.000
641.000
30.000
155.000
156.000
52.000
60.000
3.000
1.097.000
4.104.000
%
2,21
0,35
1,23
0,02
1,30
1,82
62,64
2,07
0,05
1,26
3,29
4,84
6,01
8,62
2,17
10,53
0,02
2,50
1,46
Popolazione
791.000
75.510.000
5.600.000
70.600.000
28.810.000
7.050.000
3.817.000
18.870.000
72.970.000
284.018.000
23.680.000
757.000
4.006.000
2.532.000
2.580.000
679.000
22.282.000
56.516.000
340.534.000
2006
Cattolici
17.000
197.000
79.000
17.000
304.000
128.000
1.836.000
401.000
32.000
3.011.000
900.000
41.000
459.000
300.000
72.000
64.000
6.000
1.842.000
4.853.000
%
2,15
0,26
1,41
0,02
1,06
1,82
48,10
2,13
0,04
1,06
3,80
5,42
11,46
11,85
2,79
9,43
0,03
3,26
1,43
Popolazione
794.000
79.100.000
5.850.000
72.580.000
32.150.000
7.300.000
3.921.000
19.640.000
74.840.000
296.175.000
24.810.000
1.201.000
4.770.000
2.682.000
2.795.000
1.541.000
22.200.000
59.999.000
356.174.000
2008
Cattolici
25.000
196.000
109.000
19.000
301.000
133.000
2.030.000
428.000
37.000
3.278.000
1.250.000
65.000
580.000
300.000
120.000
110.000
4.000
2.429.000
5.707.000
%
3,15
0,25
1,86
0,03
0,94
1,82
51,77
2,18
0,05
1,11
5,04
5,41
12,16
11,19
4,29
7,14
0,02
4,05
1,60
Fonte: Annuarium statisticum Ecclesiae
STATISTICHE RELATIVE AGLI ANNI 2006 E 2008
Paesi
Cipro
Egitto
Giordania
Iran
Iraq
Israele
Libano
Siria
Turchia
Totale
Arabia Saudita
Bahrein
Emirati arabi uniti
Kuwait
Oman
Qatar
Yemen
Totale
Totale generale
Superficie (km2)
9.251
1.001.449
89.324
1.648.195
438.317
20.770
10.400
185.180
774.815
4.177.701
2.149.690
678
83.600
17.818
212.457
11.000
527.968
3.003.211
7.180.912
Fonte: Annuarium statisticum Ecclesiae
IL REGNO -
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S
anta Sede
Per garantire il futuro delle nostre comunità, i pastori devono accordare una speciale attenzione alla pastorale delle vocazioni, attraverso strumenti adeguati ed
efficaci, soprattutto fra i giovani e le famiglie. Grazie a
Dio, le nostre Chiese hanno vocazioni ma alcune diocesi ed eparchie ne sono gravemente carenti. Forse, dobbiamo cominciare a vivere «l’essere missionari» fra le
nostre eparchie/diocesi e fra le nostre Chiese della
regione. L’esempio di sacerdoti, di religiosi e religiose
fedeli, felici, aperti e uniti è il mezzo migliore per attirare i giovani alla consacrazione totale a Dio. Questo
Sinodo potrebbe essere l’occasione per rivedere lo stile,
i metodi e i programmi nei seminari e nelle case di formazione.
Il coordinamento e l’aiuto reciproco fra le congregazioni, gli ordini religiosi e i vescovi, contribuiscono a
suscitare vocazioni. Sarà necessario anche trovare metodi appropriati per sostenere e rafforzare le congregazioni e gli istituti di vita consacrata. La vita contemplativa
deve essere incoraggiata laddove essa c’è. Con la preghiera possiamo preparare il terreno all’azione dello
Spirito per suscitarla laddove essa non c’è. Gli ordini
religiosi presenti nei nostri paesi potrebbero prendere l’iniziativa di aprire delle comunità in altri luoghi o paesi
della regione.
3. Ruolo dei cristiani nella società,
nonostante il loro numero esiguo
Le nostre società, nonostante le differenze, hanno
caratteristiche comuni: l’attaccamento alla tradizione, il
modo tradizionale di vivere, il confessionalismo e la differenziazione in base alla religione. Questi fattori possono avvicinare e unire, ma anche allontanare e dividere.
I cristiani sono, nei loro paesi, dei «cittadini nativi»,
membri a pieno diritto della loro comunità civile. Sono
a casa loro, e spesso da molto tempo. La loro presenza e
partecipazione alla vita del paese sono una ricchezza
preziosa, da proteggere e da mantenere. Una laicità
positiva permetterebbe alla Chiesa di dare un contributo efficace e fruttuoso e aiuterebbe a rafforzare lo status
di cittadino di tutti i membri del paese, sulla base dell’uguaglianza e della democrazia.
Nella sua azione pastorale, culturale e sociale, la
Chiesa ha bisogno di utilizzare maggiormente e meglio
la tecnologia e i moderni mezzi di comunicazione. È
necessario formare, a tale scopo, quadri specializzati. I
cristiani orientali devono impegnarsi per il bene comune, in tutti i suoi aspetti, come hanno sempre fatto.
Possono aiutare a creare condizioni sociali che favoriscano lo sviluppo della personalità e della società, in
sinergia con gli sforzi delle autorità politiche. Benché
siano delle piccole minoranze, il loro dinamismo è illuminante e apprezzato. Hanno bisogno di essere sostenuti e incoraggiati a mantenere questo atteggiamento,
anche in circostanze difficili. Il consolidamento della
loro vita di fede, come pure del legame sociale e della
solidarietà fra loro, li aiuterebbe molto, evitando i ripiegamenti su sé stessi in un atteggiamento di chiusura.
Con la presentazione della dottrina sociale della
Chiesa, le nostre comunità offrono un valido contributo
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IL REGNO -
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19/2010
alla costruzione della società. La promozione della famiglia e la difesa della vita dovrebbero avere un posto primario nell’insegnamento e nella missione delle nostre
Chiese. L’educazione è un campo privilegiato della
nostra azione e un investimento essenziale. Nella misura
del possibile, le nostre scuole potrebbero aiutare maggiormente i meno favoriti. Con le sue attività sociali,
sanitarie e caritative, accessibili a tutti i membri della
società, esse collaborano visibilmente al bene comune.
Questo è possibile grazie alla generosità delle Chiese
locali e alla carità della Chiesa universale. Per assicurare la sua credibilità evangelica, la Chiesa deve trovare i
modi per garantire la trasparenza nella gestione del
denaro, distinguendo chiaramente ciò che le appartiene
da ciò che appartiene al personale della Chiesa. A questo scopo, sono necessarie strutture adeguate.
B. Le sfide che i cristiani devono affrontare
1. I conflitti politici nella regione
Le situazioni politico-sociali dei nostri paesi hanno
una ripercussione diretta sui cristiani, che risentono più
fortemente delle conseguenze negative. Nei Territori
palestinesi la vita è molto difficile e, spesso, insostenibile.
La posizione dei cristiani arabi è molto delicata. Pur
condannando la violenza da dovunque provenga, e
invocando una soluzione giusta e durevole del conflitto
israelo-palestinese, esprimiamo la nostra solidarietà con
il popolo palestinese, la cui situazione attuale favorisce il
fondamentalismo. Ascoltare la voce dei cristiani del
luogo potrà aiutare a capire meglio la situazione. Lo statuto di Gerusalemme dovrebbe tener conto della sua
importanza per le tre religioni: cristiana, musulmana ed
ebrea.
È triste che la politica mondiale non tenga sufficientemente conto della drammatica situazione dei cristiani
in Iraq, che sono la vittima principale della guerra e
delle sue conseguenze. In Libano, una maggiore unità
fra i cristiani contribuirebbe ad assicurare una maggiore
stabilità nel paese. In Egitto le Chiese avrebbero molto
da guadagnare se coordinassero i loro sforzi allo scopo
di confermare nella fede i loro fedeli e realizzare opere
comuni per il bene del paese.
In base alle possibilità presenti in ogni paese, i cristiani devono favorire la democrazia, la giustizia e la
pace, la laicità positiva nella distinzione fra religione e
stato e il rispetto di ogni religione. Un atteggiamento di
impegno positivo nella società è la risposta costruttiva sia
per la società sia per la Chiesa.
2. Libertà di religione e di coscienza
I diritti umani sono la base che garantisce il bene
della persona umana integrale, criterio di ogni sistema
politico. Questo deriva dall’ordine stesso della creazione. Colui che non rispetta la creatura di Dio secondo
l’ordine da lui stabilito, non rispetta il Creatore. La promozione dei diritti umani ha bisogno di pace, giustizia e
stabilità.
La libertà religiosa è una componente essenziale dei
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diritti dell’uomo. La libertà di culto non è che un aspetto della libertà religiosa. Nella maggior parte dei nostri
paesi, essa è garantita dalle costituzioni. Ma anche qui,
in alcuni paesi, certe leggi o pratiche ne limitano l’applicazione. L’altro aspetto è la libertà di coscienza, basata
sulla libera scelta della persona. La mancanza di questa
ostacola la libera scelta di quanti avrebbero voluto aderire al Vangelo, che temono anche misure vessatorie nei
loro confronti e nei confronti delle loro famiglie. Essa
può esistere e svilupparsi solo in misura della crescita del
rispetto dei diritti dell’uomo nella loro totalità e nella
loro integralità.
L’educazione, in questo senso, è un apporto prezioso
al progresso culturale del paese, per una maggiore giustizia e uguaglianza davanti al diritto. La Chiesa cattolica condanna fermamente ogni tipo di proselitismo.
Sarebbe bene discutere serenamente tali questioni nelle
istituzioni e istanze di dialogo, in primo luogo all’interno di ogni paese. I numerosi istituti d’istruzione di cui le
nostre Chiese dispongono sono uno strumento privilegiato per favorire questa educazione. I centri ospedalieri e di servizi sociali costituiscono anch’essi una testimonianza eloquente dell’amore per il prossimo, senza alcuna distinzione né discriminazione. La valorizzazione di
giornate, eventi e celebrazioni locali e internazionali
dedicati a questi temi aiutano a diffondere e a rafforzare questa cultura. I mass media devono essere utilizzati
per diffondere questo spirito.
3. I cristiani e l’evoluzione
dell’islam contemporaneo
A partire dagli anni Settanta, constatiamo nella
regione l’avanzata dell’islam politico, che comprende
diverse correnti religiose. Esso colpisce la situazione dei
cristiani, soprattutto nel mondo arabo. Vuole imporre
un modello di vita islamico a tutti i cittadini, a volte con
la violenza. Costituisce dunque una minaccia per tutti, e
noi dobbiamo, insieme, affrontare queste correnti estremiste.
cidente potrebbero avere la loro influenza benefica ed
efficace in questa azione. I pastori dovrebbero rendere i
fedeli più consapevoli del loro ruolo storico: essi sono
portatori del messaggio di Cristo nel loro paese, anche
nelle difficoltà e persecuzioni. La loro assenza inciderebbe gravemente sul futuro. È importante evitare qualsiasi discorso disfattista o incoraggiare l’emigrazione
come opzione preferenziale.
D’altra parte, l’emigrazione rappresenta un sostegno
notevole ai paesi e alle Chiese. La Chiesa del paese d’origine deve trovare i mezzi per mantenere stretti legami
con i suoi fedeli emigrati e assicurare loro l’assistenza spirituale. È indispensabile assicurare la liturgia, nel loro
rito, ai fedeli delle Chiese orientali che si trovano in un
territorio latino. Non è auspicabile una liquidazione delle
proprietà in patria. La conservazione o l’acquisizione di
beni fondiari li incoraggerebbe a ritornare. Le comunità
della diaspora hanno il ruolo d’incoraggiare e consolidare la presenza cristiana in Oriente in vista di renderne
più forte la testimonianza e sostenerne le cause, per il
bene del paese. Una pastorale adeguata deve prendersi
cura dell’emigrazione all’interno del paese.
5. L’immigrazione cristiana internazionale
in Medio Oriente
I paesi del Medio Oriente conoscono un nuovo
importante fenomeno: l’accoglienza di molti lavoratori
africani e asiatici, in maggioranza donne. Spesso si trovano a dover affrontare situazioni d’ingiustizia e d’abusi, d’infrazioni alle leggi e alle convenzioni internazionali. Le nostre Chiese devono fare uno sforzo maggiore per
aiutarli, con l’accoglienza e con l’accompagnamento
religioso e sociale. Hanno bisogno di una pastorale adeguata, in un’azione coordinata fra i vescovi, le congregazioni religiose e le organizzazioni sociali e di beneficenza.
C. Risposte dei cristiani
nella loro vita quotidiana
4. L’emigrazione
L’emigrazione in Medio Oriente ha avuto inizio
verso la fine del XIX secolo, per cause politiche ed economiche. I conflitti religiosi sono stati determinanti in
alcuni periodi drammatici. Attualmente, nei nostri
paesi, l’emigrazione si è accentuata. Le cause principali
sono il conflitto israelo-palestinese, la guerra in Iraq, le
situazioni politiche ed economiche, l’avanzata del fondamentalismo musulmano, la restrizione delle libertà e
dell’uguaglianza. A partire sono soprattutto i giovani, le
persone istruite e le persone agiate, privando la Chiesa e
il paese delle risorse più valide.
Spetta ai responsabili politici consolidare la pace, la
democrazia e lo sviluppo, per favorire un clima di stabilità e di fiducia. I cristiani, con tutte le persone di buona
volontà, sono chiamati a impegnarsi positivamente nella
realizzazione di questo obiettivo. Sarebbe di grande
aiuto in questa direzione una maggiore sensibilizzazione
delle istanze internazionali al dovere di contribuire allo
sviluppo dei nostri paesi. Le Chiese particolari d’Oc-
La testimonianza cristiana a tutti i livelli è la risposta
principale nelle circostanze in cui vivono. Fin dalle origini, la vita monastica vi occupa un posto importante.
La vita contemplativa orante ha anche come missione
l’intercessione per la Chiesa e la società.
Il perfezionamento della testimonianza cristiana, col
seguire sempre di più Gesù Cristo, è un’esigenza necessaria a tutti i livelli: clero, ordini, congregazioni, istituti e
società di vita apostolica; e anche laici, secondo la vocazione propria di ciascuno. La formazione del clero e dei
fedeli, le omelie e la catechesi devono approfondire e
rendere più forte il senso della fede e la coscienza del
ruolo e della missione nella società, come traduzione e
testimonianza di questa fede. Bisogna realizzare un rinnovamento ecclesiale: conversione e purificazione,
approfondimento spirituale, determinazione della priorità della vita e della missione.
Uno sforzo particolare deve essere fatto per individuare e formare i «quadri» necessari a tutti i livelli.
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S
anta Sede
Questi devono essere un modello di testimonianza, per
sostenere e incoraggiare i loro fratelli e sorelle soprattutto in tempi difficili. È opportuno anche formare quadri
per presentare il cristianesimo sia ai cristiani poco in
contatto con la Chiesa o lontani da essa, sia ai non cristiani. La qualità dei quadri è più importante del numero. È indispensabile la formazione permanente. Una
particolare attenzione deve essere data ai giovani, forza
del presente e speranza del futuro. I cristiani devono
essere incoraggiati a impegnarsi nelle istituzioni pubbliche per la costruzione della città comune.
II.
La comunione ecclesiale
La diversità nella Chiesa cattolica, lungi dal nuocere
alla sua unità, anzi la valorizza. Il mistero della santa
Trinità è il fondamento della comunione cristiana. La
Chiesa è mistero e sacramento di comunione. L’amore
è al centro di questa realtà: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho
amati» (Gv 15,12). Messi continuamente a confronto
con le sfide del pluralismo, siamo chiamati a una conversione costante per passare dalla mentalità del confessionalismo a un senso autentico di Chiesa.
A. Comunione nella Chiesa cattolica
e tra le diverse Chiese
I segni principali che manifestano la comunione
nella Chiesa cattolica sono: il battesimo, l’eucaristia e la
comunione con il vescovo di Roma, corifeo degli apostoli (hâmat ar-Rusul). Il Codice dei canoni delle Chiese
orientali regola gli aspetti canonici di questa comunione,
accompagnata e assistita dalla Congregazione per le
Chiese orientali e dai diversi dicasteri romani.
Fra le Chiese cattoliche in Medio Oriente, la comunione è espressa dal Consiglio dei patriarchi cattolici
d’Oriente. Le loro lettere pastorali sono documenti di
grande valore e di grande attualità. In ogni paese, la comunione è rafforzata dall’Assemblea dei patriarchi e dei
vescovi o dalla Conferenza episcopale. In uno spirito di fraternità e di cooperazione, essa studia i problemi comuni,
dà delle direttive per sostenere la testimonianza cristiana e
coordina le attività pastorali. È auspicabile che un’Assemblea regionale riunisca l’episcopato del Medio Oriente,
secondo un ritmo periodico stabilito dal Consiglio dei
Patriarchi cattolici d’Oriente. Anche se le Chiese sui iuris
sono aperte a tutti i fedeli cattolici, bisogna accuratamente
evitare di allontanarle dalla loro Chiesa d’origine.
È opportuno sottolineare anche le relazioni fra le
nostre Chiese d’Oriente e la Chiesa della tradizione latina («Chiesa d’Occidente»). Abbiamo bisogno gli uni
degli altri. Abbiamo bisogno della loro preghiera, della
loro solidarietà e della loro lunga e ricca esperienza spirituale, teologica e culturale. Anche loro hanno bisogno
delle nostre preghiere, del nostro esempio di fedeltà al
nostro ricco e vario patrimonio delle origini e alla nostra
632
IL REGNO -
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19/2010
unità nella varietà e molteplicità. «L’antico tesoro vivente delle tradizioni delle Chiese orientali arricchisce la
Chiesa universale e non deve mai essere inteso semplicemente come oggetto da custodire passivamente».3 La
comunione fra Chiese non vuol dire affatto uniformità,
ma amore reciproco e scambio di doni.
B. Comunione tra i vescovi, il clero e i fedeli
In una stessa Chiesa, la comunione avviene sul modello della comunione con la Chiesa universale e con il
vescovo di Roma. Nella Chiesa patriarcale, essa si esprime mediante il Sinodo dei vescovi attorno al patriarca,
padre e capo della sua Chiesa. Nell’eparchia, si realizza
attorno al vescovo, che deve vigilare sull’armonia del
tutto. Strutture di lavoro d’insieme e di coordinamento
pastorale contribuiranno a consolidare la comunione.
Essa può essere realizzata solo sulla base di strumenti spirituali, in particolare la preghiera, l’eucaristia e la parola
di Dio. I pastori, le persone consacrate, gli animatori e i
responsabili diocesani e parrocchiali, hanno la grande
responsabilità di essere esempio e modello per gli altri.
Questo Sinodo ci offre l’occasione per una seria revisione
di vita, in vista di una conversione effettiva. Il suo tema è
illuminato dal modello della comunità cristiana primitiva:
«La moltitudine di coloro che erano diventati credenti
aveva un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32).
La partecipazione dei fedeli laici alla vita e alla missione della Chiesa è un postulato indispensabile della
comunione. Le strutture apparenti possono nascondere
una passività o un ruolo puramente esecutivo. I laici
dovrebbero partecipare effettivamente alla riflessione,
alla decisione e all’esecuzione. In unione con i pastori,
vanno incoraggiate le loro iniziative pastorali valide e
positive come pure il loro impegno nella società. Bisogna
valorizzare ampiamente il posto e il ruolo della donna,
religiosa o laica, nella Chiesa. I consigli pastorali, parrocchiali, diocesani e nazionali devono essere valorizzati. Le associazioni e movimenti internazionali devono
adattarsi maggiormente alla mentalità, alle tradizioni,
alla cultura e alla lingua della Chiesa e del paese che li
accoglie e operare in stretto coordinamento con il vescovo locale. È grandemente raccomandabile l’integrazione
nella tradizione orientale. Questo vale anche per le congregazioni religiose di origine occidentale.
III.
La testimonianza cristiana
A. Testimoniare nella Chiesa: la catechesi
1. Una catechesi per oggi, da parte di fedeli
ben preparati
Essere cristiani significa essere testimoni di Cristo,
vivificati e guidati dallo Spirito Santo. La Chiesa esiste
per rendere testimonianza al suo Signore. È il suo an-
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12:16
Pagina 633
nuncio principale. Questa testimonianza si trasmette
attraverso l’esempio, le opere e la catechesi, soprattutto
l’iniziazione alla fede e ai sacramenti. Essa deve rivolgersi a tutte le fasce d’età, bambini, giovani e adulti.
Dopo una buona preparazione, i giovani possono essere
dei buoni catechisti per altri giovani. Genitori ben preparati parteciperanno all’attività catechetica in famiglia
e in parrocchia. Le scuole cattoliche, le associazioni e i
movimenti apostolici sono luoghi privilegiati per l’insegnamento della fede.
La presenza e l’assistenza di un direttore spirituale
accanto ai giovani e alle altre fasce d’età sono un aiuto
prezioso alla formazione religiosa, in quanto favoriscono
l’applicazione della fede alla vita concreta. Nelle parrocchie, nelle istituzioni educative e culturali, la formazione
religiosa avrà un luogo adeguato e terrà conto dei reali
problemi e sfide attuali. Si dovrà assicurare una buona
formazione degli educatori della fede. Senza la testimonianza della loro vita, l’operato dei catechisti rimarrà
sterile. Essi sono innanzitutto dei testimoni del Vangelo.
La catechesi deve anche promuovere i valori morali e
sociali, il rispetto per l’altro, la cultura della pace e della
non violenza, come pure l’impegno per la giustizia e per
l’ambiente. La dottrina sociale della Chiesa, di solito
poco presente, costituisce parte integrante della formazione della fede.
B. Una liturgia rinnovata e fedele alla tradizione
La liturgia «è il culmine verso cui tende l’azione della
Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta
la sua energia».4 Nelle nostre Chiese orientali, la divina
liturgia è al centro della vita religiosa. Essa svolge un
ruolo importante nel conservare l’identità cristiana, rafforzare l’appartenenza alla Chiesa, vivificare la vita di
fede e suscitare l’attenzione di quanti sono lontani e
anche di coloro che non credono. Essa costituisce dunque un annuncio e una testimonianza importanti di una
Chiesa che prega e non soltanto che agisce.
Il rinnovamento della liturgia è ampiamente auspicato.
Pur continuando a essere radicato nella tradizione, terrà
conto della sensibilità moderna e dei bisogni spirituali e
pastorali attuali. Per un lavoro di riforma liturgica è necessaria una commissione di esperti. È necessario anche adattare i testi liturgici per le celebrazioni dei bambini e dei
giovani, sempre ispirandosi al proprio patrimonio. Per
questo lavoro, è necessario un gruppo interdisciplinare di
esperti. Il rinnovamento liturgico è auspicato anche per
quanto riguarda le preghiere devozionali. In tutto questo
lavoro di adattamento e di riforma, bisognerà tener conto
della dimensione ecumenica. Lo spinoso problema della
communicatio in sacris necessita di uno studio particolare.
2. Metodi di catechesi
L’attività catechetica non può limitarsi oggi alla sola
trasmissione orale. I metodi attivi sono indispensabili. I
bambini e i giovani amano le attività di gruppo: attività
liturgiche e sportive, cori, scout e altre. Laddove non ci
sono, dovrebbero essere organizzate, ma stando attenti
a non farle diventare delle semplici attività sociali, senza
lo spazio per la formazione della fede.
I nuovi media sono molto efficaci per annunciare il
Vangelo e testimoniarlo. Le nostre Chiese hanno bisogno di persone esperte in questo campo. Forse, potremmo aiutare i più dotati a formarsi in questi settori e, successivamente, inserirli in questo lavoro. In Libano, La
Voix de la charité (Sawt al-Mahabba) e soprattutto
TéléLumière/Noursat offrono un grande servizio ai cristiani della nostra regione e arrivano agli altri continenti. Altri paesi hanno intrapreso iniziative simili. Tutti
hanno bisogno di sostegno e d’incoraggiamento.
La catechesi deve prendere in considerazione il contesto conflittuale dei paesi della regione. Essa deve rafforzare i fedeli nella fede, formarli a vivere il comandamento dell’amore e a essere artefici di pace, di giustizia
e di perdono. L’impegno nella vita pubblica è un dovere che la testimonianza e la missione di edificare il regno
di Dio impongono. Tutto questo richiede una formazione volta a superare il confessionalismo, il settarismo e le
ostilità interne per vedere il volto di Dio in ogni persona
e collaborare assieme per costruire un futuro di pace, di
stabilità e di benessere.
3 BENEDETTO XVI, Celebrazione dei vespri con i sacerdoti, i religiosi e
le religiose, i seminaristi e i movimenti ecclesiali, Amman, 9.5.2009.
4 CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, cost. Sacrosanctum
Concilium sulla sacra liturgia, n. 10; EV 1/16.
C. L’ecumenismo
«Perché tutti siano una sola cosa... perché il mondo
creda» (Gv 17,21). Questa preghiera di Cristo deve essere continuata dai suoi discepoli in ogni tempo. La divisione dei cristiani è contraria alla volontà di Cristo,
costituisce uno scandalo e ostacola l’annuncio e la testimonianza. La missione e l’ecumenismo sono strettamente legati. Le Chiese cattoliche e ortodosse hanno
molto in comune, al punto che i pontefici Paolo VI,
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI parlano di «comunione quasi completa». Questo va messo in rilievo più
delle differenze. Il battesimo è il fondamento dei rapporti con le altre Chiese e comunità ecclesiali, rendendo
possibili e necessarie numerose azioni e iniziative comuni. L’insegnamento religioso deve includere necessariamente l’ecumenismo. Qualsiasi azione o pubblicazione
offensiva dovrebbe essere accuratamente evitata.
È necessario uno sforzo sincero per superare i pregiudizi, comprendersi meglio e mirare alla piena comunione
nella fede, nei sacramenti e nel servizio gerarchico. Questo
dialogo si svolge a vari livelli. A livello ufficiale, la Santa
Sede intraprende iniziative con tutte le Chiese d’Oriente.
Le Chiese orientali cattoliche vi sono rappresentate.
Bisogna individuare una nuova forma di esercizio del primato, senza rinunciare all’essenziale della missione del
vescovo di Roma.5 È auspicabile istituire commissioni
locali di dialogo ecumenico. Lo studio della storia delle
5 Cf. GIOVANNI PAOLO II, lett. enc. Ut unum sint, 20.5.1995, n.
95; EV 14/2867.
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Chiese orientali cattoliche, come pure di quella della Chiesa di tradizione latina, consentirebbe di chiarire il contesto,
la mentalità e le prospettive legate alla loro origine.
L’azione ecumenica necessita di comportamenti adeguati: la preghiera, la conversione, la santificazione e lo
scambio reciproco dei doni, in uno spirito di rispetto,
amicizia, carità reciproca, solidarietà e collaborazione.
Bisogna coltivare e incoraggiare tali atteggiamenti attraverso l’insegnamento e i vari media. Il dialogo è uno
strumento essenziale dell’ecumenismo. Esso richiede un
atteggiamento positivo di comprensione, di ascolto e di
apertura all’altro. Ciò aiuterà a superare le diffidenze e
a lavorare insieme per sviluppare i valori religiosi e collaborare ai progetti di utilità sociale. I problemi comuni
devono essere affrontati insieme.
Dobbiamo anche potenziare le istituzioni e le iniziative che esprimono e sostengono l’unità, come il
Consiglio delle Chiese del Medio Oriente e la Settimana
di preghiera per l’unità dei cristiani. La «purificazione
della memoria» è un passo importante nella ricerca della
piena unità. La collaborazione e la cooperazione negli
studi biblici, teologici, patristici e culturali, favoriscono
lo spirito di dialogo. Si potrebbe avviare un’azione
comune per la formazione di esperti dei mezzi di comunicazione nelle lingue locali. Nell’annuncio e nella missione, si eviterà accuratamente ogni tipo di proselitismo
e qualsiasi mezzo contrario al Vangelo. È necessario fare
uno sforzo per unificare le feste di Natale e di Pasqua.
D. Rapporti con l’ebraismo
1. Vaticano II: fondamento teologico
del legame con l’ebraismo
La dichiarazione Nostra aetate del concilio Vaticano
II tratta specificatamente del rapporto tra la Chiesa e le
religioni non cristiane. L’ebraismo vi occupa un posto di
rilievo. Questo documento rientra nel contesto di due
costituzioni dogmatiche: la Lumen gentium sulla Chiesa
e la Dei verbum sulla rivelazione. La prima afferma che
il popolo dell’Antico Testamento ha ricevuto le alleanze
e le promesse e che Cristo proviene, secondo la carne,
da questo popolo che continua in quello della nuova
Alleanza, ed enuncia le prefigurazioni veterotestamentarie della Chiesa. La seconda costituzione considera
l’Antico Testamento come una preparazione al Vangelo
e una parte integrante della storia della Salvezza.
2. Magistero attuale della Chiesa
Sulla base di questi principi teologici, si sono avute
delle iniziative di dialogo, a livello della Santa Sede e
delle Chiese locali. Il conflitto israelo-palestinese ha le
sue ripercussioni nei rapporti tra cristiani ed ebrei. A più
riprese, la Santa Sede ha chiaramente espresso la sua
posizione, soprattutto in occasione della visita di sua
santità il papa Benedetto XVI in Terra santa nel 2009.
Ai palestinesi ha affermato il loro diritto a una patria
sovrana, sicura e in pace con i propri vicini, all’interno
di frontiere riconosciute internazionalmente.6 A
Gerusalemme si è affermato che «la città è chiamata la
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madre di tutti gli uomini. Una madre può avere molti
figli, che essa deve riunire e non dividere…».7 Agli israeliani ha augurato ancora che i due popoli possano vivere in pace, ciascuno nella propria patria, con frontiere
sicure, internazionalmente riconosciute.8 Al capo dello
stato israeliano ha detto che « una sicurezza durevole è
questione di fiducia, alimentata nella giustizia e nell’integrità, suggellata dalla conversione dei cuori».9
3. Desiderio e difficoltà del dialogo con l’ebraismo
Le nostre Chiese rifiutano l’antisemitismo e l’antiebraismo. Le difficoltà dei rapporti fra i popoli arabi e il
popolo ebraico sono dovute piuttosto alla situazione
politica conflittuale. Noi distinguiamo tra realtà religiosa e realtà politica. I cristiani hanno la missione di essere artefici di riconciliazione e di pace, basate sulla giustizia per entrambe le parti. Vi sono delle iniziative
pastorali locali di dialogo con l’ebraismo, come ad esempio la preghiera in comune, principalmente a partire dai
salmi, e la lettura e meditazione dei testi biblici.
Questo crea buone disposizioni per invocare insieme
la pace, la riconciliazione, il perdono reciproco e i buoni
rapporti. Il problema sorge quando di alcuni versetti
della Bibbia si danno interpretazioni tendenziose, per
giustificare o favorire la violenza. La lettura dell’Antico
Testamento e l’approfondimento della tradizione dell’ebraismo aiutano a conoscere meglio la religione ebraica.
Offrono un terreno comune a studi seri e contribuiscono a conoscere meglio il Nuovo Testamento e le tradizioni orientali. Nella realtà attuale sono presenti altre
forme di collaborazione.
E. Rapporti con i musulmani
La dichiarazione Nostra aetate del concilio Vaticano
II stabilisce anche il fondamento dei rapporti della
Chiesa cattolica con i musulmani. Vi si legge: «La
Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e
onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini».10 Dopo il Concilio, fra i rappresentanti delle due religioni si sono avuti numerosi incontri.
All’inizio del suo pontificato, papa Benedetto XVI ha
affermato: «Il dialogo interreligioso e interculturale fra
cristiani e musulmani non può ridursi a una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro».11
Successivamente, il santo padre ha visitato la
Moschea blu di Istanbul, Turchia (30.05.2006) e quella di Al-Hussein Bin Talal ad Amman, Giordania
(11.05.2009). Il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso realizza incontri di dialogo d’importanza
essenziale. Si raccomanda la creazione di commissioni
locali di dialogo interreligioso. È necessario dare il
primo posto al dialogo di vita, che offre l’esempio di
una testimonianza silenziosa eloquente e che a volte è
l’unico mezzo per proclamare il regno di Dio. Solo i
cristiani che danno una testimonianza di fede autentica sono qualificati per un dialogo interreligioso credi-
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bile. Abbiamo bisogno di educare i nostri fedeli al dialogo.
Le ragioni per intrecciare rapporti tra cristiani e
musulmani sono molteplici. Tutti sono connazionali,
condividono la stessa lingua e la stessa cultura, come
pure le gioie e le sofferenze. Inoltre, i cristiani hanno la
missione di vivere come testimoni di Cristo nelle loro
società. Fin dalla sua nascita, l’islam ha trovato radici
comuni con il cristianesimo e l’ebraismo, come ha detto
il santo padre.12 Deve essere maggiormente valorizzata
la letteratura arabo-cristiana.
L’islam non è uniforme, esso presenta una diversità
confessionale, culturale e ideologica. Alcune difficoltà nei
rapporti tra cristiani e musulmani derivano dal fatto che
in generale i musulmani non fanno distinzione fra religione e politica. Deriva da qui il disagio dei cristiani, per cui
si sentono in una situazione di non-cittadini, benché siano
a casa loro nel proprio paese, molto tempo prima dell’islam. Abbiamo bisogno di un riconoscimento che passi
dalla tolleranza alla giustizia e all’uguaglianza, basate
sulla cittadinanza, la libertà religiosa e i diritti dell’uomo.
Questa è la base e la garanzia per una buona coesistenza.
I cristiani tenderanno a radicarsi sempre di più nelle
loro società e a non cedere alla tentazione di ripiegarsi su
sé stessi in quanto minoranza. Devono lavorare insieme
per promuovere la giustizia, la pace, la libertà, i diritti dell’uomo, l’ambiente, i valori della vita e della famiglia.
Bisogna affrontare le problematiche socio-politiche non
come diritti da reclamare per i cristiani, ma come diritti
universali, che cristiani e musulmani difendono insieme
per il bene di tutti. Dobbiamo abbandonare la logica
della difesa dei diritti dei cristiani e impegnarci per il bene
di tutti. I giovani avranno a cuore d’intraprendere azioni
comuni in queste prospettive.
È necessario purificare i libri scolastici da qualsiasi
pregiudizio sull’altro e da qualsiasi offesa o deformazione. Si cercherà piuttosto di comprendere il punto di
vista dell’altro, pur rispettando le diversità di fede e di
pratiche. Si valorizzeranno gli spazi comuni, soprattutto
a livello spirituale e morale. La santa vergine Maria è un
punto di incontro molto importante. La recente dichiarazione dell’Annunciazione come festa nazionale in
Libano costituisce un esempio incoraggiante. La religione è costruttrice di unità e di armonia, oltre che espressione di comunione fra le persone e con Dio.
L’Occidente viene identificato con il cristianesimo e le
scelte degli stati vengono attribuite alla Chiesa. Oggi,
invece, i governi occidentali sono laici e sempre più in
contrasto con i principi della fede cristiana. È importante spiegare questa realtà e il senso di una laicità positiva,
che distingue il politico dal religioso.
In questo contesto, il cristiano ha il dovere e la missione di presentare e vivere i valori evangelici. Deve
anche portare la parola di verità (qawl al-haqq) davanti
alle ingiustizie e alla violenza. Solo la pedagogia della
pace è realistica, dal momento che la violenza ha portato soltanto sconfitte e disastri. Essere artefici di pace
richiede molto coraggio. La preghiera per la pace è indispensabile, essendo, innanzitutto, un dono di Dio.
1. Ambiguità della modernità
Nelle nostre società l’influenza della modernizzazione, della globalizzazione e del laicismo si ripercuotono
sui nostri cristiani. Tutte le nostre società sono invase
dalla modernità, soprattutto dai canali televisivi mondiali e da Internet. Essa porta nuovi valori, ma ne fa perdere altri. È una realtà ambigua. Da una parte attira con
le sue promesse di benessere, di liberazione dalle tradizioni, di uguaglianza, di difesa dei diritti umani e di tutela dei deboli. Dall’altra, molti musulmani vedono in essa
un volto ateo e immorale, un’invasione di culture fuorvianti e minacciose, a tal punto che alcuni la combattono con tutte le loro forze.
Anche per i cristiani la modernità rappresenta un
rischio e porta con sé la minaccia del materialismo, dell’ateismo pratico, del relativismo e dell’indifferentismo,
minacciando le nostre famiglie, le nostre società e le
nostre Chiese. Nei nostri istituti educativi, come pure
attraverso i media, dobbiamo formare persone capaci di
discernere per scegliere solo il meglio. Dobbiamo ricordare il posto di Dio nella vita personale, familiare, ecclesiale e civile, e pregare maggiormente.
2. Musulmani e cristiani devono percorrere
insieme il cammino comune
Tutti i cittadini dei nostri paesi devono affrontare
insieme due sfide principali: la pace e la violenza. Le
situazioni di guerre e conflitti che viviamo generano la
violenza e vengono sfruttate dal terrorismo mondiale.
Da questo deriva che tutti, musulmani e cristiani, in
quanto cittadini, dobbiamo agire insieme per il bene
comune. Inoltre, i cristiani sono anche motivati dalla
loro missione, che è contribuire a edificare una società
più conforme ai valori del Vangelo, soprattutto la giustizia, la pace e l’amore. In questo seguiremo l’esempio
e le tracce delle generazioni di cristiani che hanno
avuto un ruolo essenziale nella costruzione delle loro
società. Molti sono stati dei pionieri della rinascita della
cultura e della nazione araba. Anche oggi, nonostante
l’esiguità del loro numero, il loro ruolo è riconosciuto e
apprezzato, soprattutto nel campo dell’educazione,
della cultura e della promozione sociale. Dovremo
6 Cf. BENEDETTO XVI, Cerimonia di benvenuto a Betlemme,
13.5.2009.
7 CUSTODIA DI TERRA SANTA, Commento della messa nella Valle di
Giosafat a Gerusalemme, 12.5.2009.
8 Cf. BENEDETTO XVI, Discorso all’aeroporto di Tel Aviv,
11.5.2009.
9 BENEDETTO XVI, Discorso al presidente d’Israele, 11.5.2009; Regnodoc. 11,2009,328.
10 VATICANO II, dich. Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa
con le religioni non cristiane, n. 3; EV 1/859.
11 BENEDETTO XVI, Incontro con i rappresentanti di alcune comunità musulmane, Colonia, 20.8.2005; Regno-doc. 15,2005,398.
12 Cf. BENEDETTO XVI, Incontro con i giornalisti durante il volo
in Terra santa, 8.5.2009.
13 Cf. BENEDETTO XVI, Discorso ai cristiani di Terra santa,
Gerusalemme, 12.5.2009; Regno-doc. 11,2009,332.
F. La testimonianza nella città
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incoraggiare i nostri laici a impegnarsi sempre di più
nella società.
Tutte le Costituzioni affermano l’uguaglianza dei
cittadini. Ma negli stati a maggioranza musulmana, a
parte qualche eccezione, l’islam è la religione di stato e
la sharia è la fonte principale della legislazione. In alcuni paesi, o parte di questi, viene applicata a tutti i cittadini. Per lo statuto personale, alcuni paesi concedono
ai non musulmani degli statuti particolari e ne riconoscono i tribunali in questo campo. Altri affidano ai tribunali ordinari l’applicazione degli statuti particolari
dei non musulmani. Viene riconosciuta la libertà di
culto, ma non la libertà di coscienza. Con l’avanzata
dell’integralismo, aumentano gli attacchi contro i cristiani.
G. Contributo specifico e insostituibile
del cristiano
Il contributo specifico del cristiano alla propria società è insostituibile. Con la sua testimonianza e la sua azione, la arricchisce dei valori che Cristo ha portato all’umanità. Molti di questi valori sono comuni a quelli dei
musulmani, per cui c’è la possibilità e l’interesse a promuoverli insieme. La catechesi deve formare credenti
che siano cittadini attivi. L’impegno sociale e politico
privo dei valori del Vangelo è una contro-testimonianza.
In mezzo al conflitto israelo-palestinese, il cristiano
può e deve portare il proprio contributo specifico per la
giustizia e la pace, denunciando ogni violenza, incoraggiando il dialogo e facendo appello alla riconciliazione
basata sul perdono reciproco per la forza dello Spirito
Santo. È l’unica via per creare una realtà nuova e l’apporto cristiano può incoraggiare i responsabili politici a
decidersi a crearla. Il cristiano ha anche la missione di
sostenere quanti soffrono a causa delle situazioni di conflitto e aiutarli ad aprire il loro cuore all’azione dello
Spirito.
L’applicazione di questi principi varia a seconda
della situazione di ogni paese. È di primaria importanza
educare i cristiani a contribuire al bene comune, come
un dovere sacro. Lavoreranno con gli altri per la pace,
lo sviluppo e l’armonia delle relazioni. Si sforzeranno di
promuovere la libertà, la responsabilità e la cittadinanza, affinché il soggetto sia rispettato per se stesso e non
in funzione della sua appartenenza confessionale o
sociale. Esigeranno anche, con mezzi pacifici, il riconoscimento e il rispetto dei loro diritti.
L’amore gratuito per l’uomo è la nostra testimonianza più importante nella società. La esprimiamo e
la viviamo nelle nostre strutture educative, sanitarie,
sociali e caritative, attraverso l’accoglienza e il servizio
dati a tutti, senza distinzioni. L’elemento che contraddistingue la nostra identità di cristiani è il servizio agli
altri e non l’appartenenza confessionale. Il nostro
primo compito è quello di vivere la fede, lasciar parlare le nostre azioni, vivere la verità e proclamarla nella
carità, con coraggio, e praticare la solidarietà nelle
nostre istituzioni. Dobbiamo vivere una fede adulta,
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non superficiale, sostenuta e vivificata dalla preghiera.
La nostra credibilità esige la concordia all’interno della
Chiesa, la promozione dell’unità fra i cristiani, una vita
religiosa convinta e tradotta nella vita. Questa testimonianza eloquente richiede un’educazione e un accompagnamento permanenti, con i bambini, i giovani e gli
adulti.
C
onclusione.
«Non temere, piccolo gregge!»
A. Quale futuro per i cristiani
del Medio Oriente?
I contesti attuali sono fonte di difficoltà e di preoccupazione. Animati dallo Spirito Santo e guidati dal
Vangelo, li affrontiamo nella speranza e nella fiducia
filiale nella divina provvidenza. Siamo oggi un «piccolo
resto», ma il nostro comportamento e la nostra testimonianza possono fare di noi una presenza che conta. I
conflitti e i problemi locali, come pure la politica internazionale, hanno generato nella regione lo squilibrio, la
violenza e la fuga verso altre terre. È un motivo in più
per assumere la nostra vocazione e la nostra missione di
testimonianza, al servizio della società.
Davanti alla tentazione dello scoraggiamento, dobbiamo ricordare che siamo discepoli del Cristo risorto,
vincitore del peccato e della morte. Ci ripete: «Non
temere, piccolo gregge» (Lc 12,32). Da lui, con lui e per
lui abbiamo un avvenire! Spetta a noi prenderlo in
mano, in collaborazione con uomini di buona volontà,
per la vitalità delle nostre Chiese e la crescita dei nostri
paesi, nella giustizia, nella pace e nell’uguaglianza. «Dio
infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di
forza, di carità e di prudenza» (2Tm 1,7). Siamo guidati dalla nostra fede nella vocazione che il Signore ci ha
affidato, sapendo che lui stesso è impegnato con noi, per
essere artefici di pace e creare una cultura di pace e di
amore.
B. La speranza
Cristo, nato in Terra santa, ha portato l’unica vera
speranza all’umanità. Da allora questa ha animato e
sostenuto le persone e i popoli sofferenti. Essa rimane
sorgente di fede, di carità e di gioia, anche in mezzo alle
difficoltà e alle sfide, per formare testimoni del Cristo
risorto, presente in mezzo a noi. Con lui e per lui, possiamo portare le nostre croci e le nostre sofferenze. Ci dà
anche la forza di essere «collaboratori di Dio» (1Cor
3,9), per contribuire alla costruzione del regno di Dio
sulla terra. Così prepareremo un avvenire migliore per
le generazioni future.
Questo richiede da parte nostra una fede maggiore,
una comunione maggiore e un amore maggiore. Le
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nostre Chiese hanno bisogno di credenti-testimoni, sia a
livello di pastori sia a livello di fedeli. L’annuncio della
buona novella può essere fruttuoso solo se i vescovi, i
sacerdoti, i religiosi, le religiose e i laici sono infiammati
dall’amore di Cristo e ardono dallo zelo di farlo conoscere e amare. Abbiamo fiducia che questo Sinodo non
sarà solo un avvenimento passeggero, ma permetterà
realmente allo Spirito di far muovere le nostre Chiese.
Ai cristiani di Terra santa, il santo padre Benedetto
XVI ha rivolto queste parole a Gerusalemme, il 12 maggio 2009: «Siete chiamati a servire non solo come un
faro di fede per la Chiesa universale, ma anche come lievito di armonia, saggezza ed equilibrio nella vita di una
società che tradizionalmente è stata, e continua a essere,
pluralistica, multietnica e multireligiosa… qui c’è posto
per tutti!».13
Imploriamo la santa vergine Maria, così onorata e così
amata nelle nostre Chiese, affinché formi i nostri cuori sull’esempio del cuore di suo Figlio Gesù. E accogliamo il suo
invito: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5).
✠ ANTONIOS NAGUIB,
patriarca di Alessandria dei copti
(Repubblica araba d’Egitto)
Un cammino
di conversione
Messaggio al popolo di Dio
«La moltitudine di coloro che erano diventati credenti
aveva un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32)
Ai nostri fratelli presbiteri, diaconi, religiosi, religiose, alle
persone consacrate e a tutti i nostri amatissimi fedeli laici
e a ogni persona di buona volontà.
Introduzione
1. La grazia di Gesù nostro Signore, l’amore di Dio
Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con voi.
Il Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente è stato per
noi una novella pentecoste. «La pentecoste è l’avvenimento originario, ma anche un dinamismo permanente.
Il Sinodo dei vescovi è un momento privilegiato nel
quale può rinnovarsi il cammino della Chiesa e la grazia
della pentecoste» (BENEDETTO XVI, Omelia della messa
d’apertura del Sinodo, 10.10.2010).
Siamo venuti a Roma, noi patriarchi e vescovi delle
Chiese cattoliche in Oriente con tutti i nostri patrimoni
spirituali, liturgici, culturali e canonici, portando nei
nostri cuori le preoccupazioni dei nostri popoli e le loro
attese.
Per la prima volta ci siamo riuniti in Sinodo intorno
a sua santità il papa Benedetto XVI con i cardinali e gli
arcivescovi responsabili dei dicasteri romani, i presidenti delle conferenze episcopali del mondo toccate dalle
questioni del Medio Oriente, e con rappresentanti delle
Chiese ortodosse e comunità evangeliche, e con invitati
ebrei e musulmani.
A sua santità Benedetto XVI esprimiamo la nostra
gratitudine per la sollecitudine e per gli insegnamenti
che illuminano il cammino della Chiesa in generale e
quello delle nostre Chiese orientali in particolare,
soprattutto per la questione della giustizia e della pace.
Ringraziamo le conferenze episcopali per la loro solidarietà, la presenza tra noi durante i pellegrinaggi ai
Luoghi santi e la loro visita alle nostre comunità. Li ringraziamo per l’accompagnamento delle nostre Chiese
nei differenti aspetti della nostra vita. Ringraziamo le
organizzazioni ecclesiali che ci sostengono con il loro
aiuto efficace.
Abbiamo riflettuto insieme, alla luce della sacra
Scrittura e della viva Tradizione, sul presente e l’avvenire dei cristiani e dei popoli del Medio Oriente. Abbiamo
meditato sulle questioni di questa parte del mondo che
Dio, nel mistero del suo amore, ha voluto fosse la culla
del suo piano universale di salvezza. Da là, di fatto, è
partita la vocazione di Abramo. Là, la parola di Dio si è
incarnata nella vergine Maria per l’azione dello Spirito
Santo. Là, Gesù ha proclamato il Vangelo della vita e
del Regno. Là egli è morto per riscattare il genere
umano e liberarlo dal peccato. Là è risuscitato dai morti
per donare la vita nuova a ogni uomo. Là è nata la
Chiesa, che da là è partita per proclamare il Vangelo
fino alle estremità della terra.
Il primo scopo del Sinodo è di ordine pastorale. È
per questo che abbiamo portato nei cuori la vita, le sofferenze e le speranze dei nostri popoli e le sfide che si
devono affrontare ogni giorno, convinti che «la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato
nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è
stato dato» (Rm 5,5). È per questo che vi rivolgiamo
questo messaggio, amatissimi fratelli e sorelle, e vogliamo che sia un appello alla fermezza della fede, fondata
sulla parola di Dio, alla collaborazione nell’unità e alla
comunione nella testimonianza dell’amore in tutti gli
ambiti della vita.
I. La Chiesa nel Medio Oriente: comunione
e testimonianza attraverso la storia
Cammino della fede in Oriente
2. In Oriente è nata la prima comunità cristiana.
Dall’Oriente partirono gli apostoli dopo la pentecoste
per evangelizzare il mondo intero. Là è vissuta la prima
comunità cristiana in mezzo a tensioni e persecuzioni,
perseverante «nell’insegnamento degli apostoli e nella
comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At
13 Cf. BENEDETTO XVI, Discorso ai cristiani di Terra santa,
Gerusalemme, 12.5.2009; Regno-doc. 11,2009,332.
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2,42). Là i primi martiri hanno irrorato con il loro sangue le fondamenta della Chiesa nascente. Alla loro
sequela gli anacoreti hanno riempito i deserti col profumo della loro santità e della loro fede. Là vissero i padri
della Chiesa orientale che continuano a nutrire con i
loro insegnamenti la Chiesa d’Oriente e d’Occidente.
Dalle nostre Chiese partirono, nei primi secoli e nei
secoli seguenti, i missionari verso l’estremo Oriente e
verso l’Occidente portando la luce di Cristo. Noi ne
siamo gli eredi e dobbiamo continuare a trasmettere il
loro messaggio alle generazioni future.
Le nostre Chiese non hanno smesso di donare santi,
preti, consacrati e di servire in maniera efficace in
numerose istituzioni che contribuiscono alla costruzione
delle nostre società e dei nostri paesi, sacrificandosi per
l’uomo creato all’immagine di Dio e portatore della sua
immagine. Alcune delle nostre Chiese non cessano
ancora oggi di mandare missionari, portatori della
Parola di Cristo nei differenti angoli del mondo. Il lavoro pastorale, apostolico e missionario ci domanda oggi
di pensare una pastorale per promuovere le vocazioni
sacerdotali e religiose e assicurare la Chiesa di domani.
Ci troviamo oggi davanti a una svolta storica: Dio,
che ci ha donato la fede nel nostro Oriente da 2.000
anni, ci chiama a perseverare con coraggio, assiduità e
forza, a portare il messaggio di Cristo e la testimonianza
al suo Vangelo che è un Vangelo di amore e di pace.
3.3. Nelle nostre riunioni e nelle nostre preghiere
abbiamo riflettuto sulle sofferenze cruente del popolo
iracheno. Abbiamo fatto memoria dei cristiani assassinati in Iraq, delle sofferenze permanenti della Chiesa in
Iraq, dei suoi figli espulsi e dispersi per il mondo, portando noi insieme con loro le preoccupazioni della loro
terra e della loro patria.
I padri sinodali hanno espresso la loro solidarietà con
il popolo e che Chiese in Iraq e hanno espresso il voto
che gli emigrati, forzati a lasciare i loro paesi, possano
trovare i soccorsi necessari là dove arrivano, affinché
possano tornare nei loro paesi e vivervi in sicurezza.
3.4. Abbiamo riflettuto sulle relazioni tra concittadini, cristiani e musulmani. Vorremmo qui affermare,
nella nostra visione cristiana delle cose, un principio primordiale che dovrebbe governare queste relazioni: Dio
vuole che noi siamo cristiani nelle e per le nostre società
del Medio Oriente. Il fatto di vivere insieme cristiani e
musulmani è il piano di Dio su di noi ed è la nostra missione e la nostra vocazione. In questo ambito ci comporteremo con la guida del comandamento dell’amore e
con la forza dello Spirito in noi.
Il secondo principio che governa queste relazioni è il
fatto che noi siamo parte integrale delle nostre società.
La nostra missione basata sulla nostra fede e il nostro
dovere verso le nostre patrie ci obbligano a contribuire
alla costruzione dei nostri paesi insieme con tutti i cittadini musulmani, ebrei e cristiani.
Sfide e attese
3.1. Oggi siamo di fronte a numerose sfide. La
prima viene da noi stessi e dalle nostre Chiese. Ciò che
Cristo ci domanda è di accettare la nostra fede e di
viverla in ogni ambito della vita. Ciò che egli domanda
alle nostre Chiese è di rafforzare la comunione all’interno di ciascuna Chiesa sui iuris e tra le Chiese cattoliche
di diversa tradizione, inoltre di fare tutto il possibile
nella preghiera e nella carità per raggiungere l’unità di
tutti i cristiani e realizzare così la preghiera di Cristo:
«Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in
me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo
creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).
3.2. La seconda sfida viene dall’esterno, dalle condizioni politiche e dalla sicurezza nei nostri paesi e dal pluralismo religioso.
Abbiamo analizzato quanto concerne la situazione
sociale e la sicurezza nei nostri paesi del Medio Oriente.
Abbiamo avuto coscienza dell’impatto del conflitto israelo-palestinese su tutta la regione, soprattutto sul popolo
palestinese che soffre le conseguenze dell’occupazione
israeliana: la mancanza di libertà di movimento, il muro
di separazione e le barriere militari, i prigionieri politici,
la demolizione delle case, la perturbazione della vita economica e sociale e le migliaia di rifugiati. Abbiamo riflettuto sulla sofferenza e l’insicurezza nelle quali vivono gli
israeliani. Abbiamo meditato sulla situazione di
Gerusalemme, la Città santa. Siamo preoccupati delle
iniziative unilaterali che rischiano di mutare la sua demografia e il suo statuto. Di fronte a tutto questo, vediamo
che una pace giusta e definitiva è l’unico mezzo di salvezza per tutti, per il bene della regione e dei suoi popoli.
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II. Comunione e testimonianza all’interno
delle Chiese cattoliche del Medio Oriente
Ai fedeli delle nostre Chiese
4.1. Gesù ci dice: «Voi siete il sale della terra, (…)
la luce del mondo» (Mt 5,13.14). La vostra missione,
amatissimi fedeli, è di essere per mezzo della fede, della
speranza e dell’amore nelle vostre società, come il
«sale» che dona sapore e senso alla vita, come la «luce»
che illumina le tenebre e come il «lievito» che trasforma i cuori e le intelligenze. I primi cristiani a
Gerusalemme erano poco numerosi. Nonostante ciò,
essi hanno potuto portare il Vangelo fino alle estremità della terra, con la grazia del «Signore che agiva
insieme con loro e confermava la Parola con i segni che
la accompagnavano» (Mc 16,20).
4.2. Vi salutiamo, cristiani del Medio Oriente, e vi
ringraziamo per tutto ciò che voi avete realizzato nelle
vostre famiglie e nelle vostre società, nelle vostre
Chiese e nelle vostre nazioni. Salutiamo la vostra perseveranza nelle difficoltà, pene e angosce.
4.3. Cari sacerdoti, nostri collaboratori nella missione catechetica, liturgica e pastorale, vi rinnoviamo
la nostra amicizia e la nostra fiducia. Continuate a trasmettere ai vostri fedeli con zelo e perseveranza il
Vangelo della vita e la Tradizione della Chiesa attraverso la predicazione, la catechesi, la direzione spirituale e il buon esempio. Consolidate la fede del popolo
di Dio perché essa si trasformi in una civiltà dell’amore. Dategli i sacramenti della Chiesa perché aspiri al
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rinnovamento della vita. Radunatelo nell’unità e nella
carità con il dono dello Spirito Santo.
Cari religiosi, religiose e consacrati nel mondo, vi
esprimiamo la nostra gratitudine e ringraziamo Dio
insieme con voi per il dono dei consigli evangelici –
della castità consacrata, della povertà e dell’obbedienza – con i quali avete fatto dono di voi stessi, al seguito
del Cristo cui desiderate testimoniare il vostro amore e
predilezione. Grazie alle vostre iniziative apostoliche
diversificate, siete il vero tesoro e la ricchezza delle
nostre Chiese e un’oasi spirituale nelle nostre parrocchie, diocesi e missioni.
Ci uniamo in spirito agli eremiti, ai monaci e alle
monache che hanno consacrato la loro vita alla preghiera nei monasteri contemplativi, santificando le ore
del giorno e della notte, portando nella loro preghiera
le preoccupazioni e i bisogni della Chiesa. Con la testimonianza della vostra vita voi offrite al mondo un
segno di speranza.
4.4. Fedeli laici, noi vi esprimiamo la nostra stima
e la nostra amicizia. Apprezziamo quanto fate per le
vostre famiglie e le vostre società, le vostre Chiese e le
vostre patrie. State saldi in mezzo alle prove e alle difficoltà. Siamo pieni di gratitudine verso il Signore per i
carismi e i talenti di cui vi ha colmato e con i quali voi
partecipate per la forza del battesimo e della cresima al
lavoro apostolico e alla missione della Chiesa, impregnando l’ambito delle cose temporali con lo spirito e i
valori del Vangelo. Vi invitiamo alla testimonianza di
una vita cristiana autentica, a una pratica religiosa
cosciente e ai buoni costumi. Abbiate il coraggio di dire
la verità con obbiettività.
Portiamo nelle nostre preghiere voi, sofferenti nel
corpo, nell’anima e nello spirito, voi oppressi, espatriati, perseguitati, prigionieri e detenuti. Unite le vostre
sofferenze a quelle di Cristo redentore e cercate nella
sua croce la pazienza e la forza. Con il merito delle
vostre sofferenze, voi ottenete per il mondo l’amore
misericordioso di Dio.
Salutiamo ciascuna delle nostre famiglie cristiane e
guardiamo con stima la vocazione e la missione della
famiglia, in quanto cellula viva della società, scuola
naturale delle virtù e dei valori etici e umani, e Chiesa
domestica che educa alla preghiera e alla fede di generazione in generazione. Ringraziamo i genitori e i
nonni per l’educazione dei loro figli e dei loro nipoti,
sull’esempio del fanciullo Gesù che «cresceva in
sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini » (Lc
2,52). Ci impegniamo a proteggere la famiglia con una
pastorale familiare grazie ai corsi di preparazione al
matrimonio e ai centri d’accoglienza e di consultazione
aperti a tutti e soprattutto alle coppie in difficoltà e con
le nostre rivendicazioni dei diritti fondamentali della
famiglia.
Ci rivolgiamo ora in modo speciale alle donne.
Esprimiamo la nostra stima per quanto voi siete nei
diversi stati di vita: come ragazze, educatrici, madri,
consacrate e operatrici nella vita pubblica. Vi elogiamo
perché proteggete la vita umana fin dall’inizio, offrendole cura e affetto. Dio vi ha donato una sensibilità par-
ticolare per tutto ciò che riguarda l’educazione, il lavoro umanitario e la vita apostolica. Rendiamo grazie a
Dio per le vostre attività e auspichiamo che voi esercitiate una più grande responsabilità nella vita pubblica.
Guardiamo a voi con amicizia, ragazzi e ragazze,
come ha fatto Cristo con il giovane del Vangelo (cf. Mc
10,21). Voi siete l’avvenire delle nostre Chiese, delle
nostre comunità, dei nostri paesi, il loro potenziale e la
loro forza rinnovatrice. Progettate la vostra vita sotto lo
sguardo amorevole di Cristo. Siate cittadini responsabili e credenti sinceri. La Chiesa si unisce a voi nelle
vostre preoccupazioni di trovare un lavoro in funzione
delle vostre competenze; ciò contribuirà a stimolare la
vostra creatività e ad assicurare l’avvenire e la formazione di una famiglia credente. Superate la tentazione
del materialismo e del consumismo. Siate saldi nei
vostri valori cristiani.
Salutiamo i capi delle istituzioni educative cattoliche. Nell’insegnamento e nell’educazione ricercate
l’eccellenza e lo spirito cristiano. Abbiate come scopo il
consolidamento della cultura della convivialità, la
preoccupazione dei poveri e dei portatori di handicap.
Malgrado le sfide e le difficoltà di cui soffrono le vostre
istituzioni, vi invitiamo a mantenerle vive per assicurare la missione educatrice della Chiesa e promuovere lo
sviluppo e il bene delle nostre società.
Ci rivolgiamo con grande stima a quanti lavorano
nel settore sociale. Nelle vostre istituzioni siate al servizio della carità. Noi vi incoraggiamo e sosteniamo in
questa missione di sviluppo, che è guidata dal ricco
insegnamento sociale della Chiesa. Attraverso il vostro
lavoro, voi rafforzate i legami di fraternità tra gli uomini, servendo senza discriminazione i poveri, gli emarginati, i malati, i rifugiati e i prigionieri. Voi siete guidati dalla parola del Signore Gesù: «Tutto quello che
avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,
l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Guardiamo con speranza i gruppi di preghiera e i
movimenti apostolici. Sono scuole di approfondimento
della fede per viverla nella famiglia e nella società.
Apprezziamo le loro attività nelle parrocchie e nelle
diocesi e il loro sostegno ai pastori in conformità con le
direttive della Chiesa. Ringraziamo Dio per questi
gruppi e questi movimenti, cellule attive della parrocchia e vivai per le vocazioni sacerdotali e religiose.
Apprezziamo il ruolo dei mezzi di comunicazione
scritta e audio-visiva. Ringraziamo voi, giornalisti, per
la vostra collaborazione con la Chiesa per la diffusione
dei suoi insegnamenti e delle sue attività, e in questi
giorni per aver diffuso le notizie dell’Assemblea del
Sinodo sul Medio Oriente in tutte le parti del mondo.
Ci felicitiamo del contributo dei media internazionali e cattolici. Per il Medio Oriente merita una menzione particolare il canale Télé Lumière-Noursat.
Speriamo che possa continuare il suo servizio di informazione e di formazione alla fede, il suo lavoro per l’unità dei cristiani, il consolidamento della presenza cristiana in Oriente, il rafforzamento del dialogo interreligioso e la comunione tra gli orientali sparsi in tutti i
continenti.
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Ai nostri fedeli nella diaspora
5. L’emigrazione è divenuta un fenomeno generale.
Il cristiano, il musulmano e l’ebreo emigrano e per le
stesse cause derivate dall’instabilità politica ed economica. Il cristiano, inoltre, comincia a sentirsi nell’insicurezza, benché a diversi gradi, nei paesi del Medio Oriente.
I cristiani abbiano fiducia nell’avvenire e continuino a
vivere nei loro cari paesi.
Vi salutiamo amatissimi fedeli nei vostri differenti
paesi della diaspora. Chiediamo a Dio di benedirvi. Noi
vi domandiamo di conservare vivo nei vostri cuori e
nelle vostre preoccupazioni il ricordo delle vostre patrie
e delle vostre Chiese. Voi potete contribuire alla loro
evoluzione e alla loro crescita con le vostre preghiere, i
vostri pensieri, le vostre visite e con diversi mezzi, anche
se ne siete lontani.
Conservate i beni e le terre che avete in patria; non
affrettatevi ad abbandonarli e a venderli. Custodite tali
proprietà come un patrimonio per voi e una porzione di
quella patria alla quale rimanete attaccati e che voi
amate e sostenete. La terra fa parte dell’identità della
persona e della sua missione; essa è uno spazio vitale per
quelli che vi restano e per quelli che, un giorno, vi ritorneranno. La terra è un bene pubblico, un bene della
comunità, un patrimonio comune. Non può essere
ridotta a interessi individuali da parte di chi la possiede
e che da solo decide a proprio piacimento di tenerla o di
abbandonarla.
Vi accompagniamo con le nostre preghiere, voi figli
delle nostre Chiese e dei nostri paesi, forzati a emigrare.
Portate con voi la vostra fede, la vostra cultura e il vostro
patrimonio per arricchire le vostre nuove patrie che vi
procurano pace, libertà e lavoro. Guardate all’avvenire
con fiducia e gioia, restate sempre attaccati ai vostri valori spirituali, alle vostre tradizioni culturali e al vostro patrimonio nazionale per offrire ai paesi che vi hanno accolto il meglio di voi stessi e il meglio di ciò che avete.
Ringraziamo le Chiese dei paesi della diaspora che hanno
accolto i nostri fedeli e che non cessano di collaborare con
noi per assicurare loro il servizio pastorale necessario.
Agli immigrati nei nostri paesi e nelle nostre Chiese
6. Salutiamo tutti gli immigrati delle diverse nazionalità, venuti nei nostri paesi per ragione di lavoro.
Noi vi accogliamo, amatissimi fedeli, e vediamo
nella vostra fede un arricchimento e un sostegno per la
fede dei nostri fedeli. È con gioia che vi forniremo ogni
aiuto spirituale di cui voi avete bisogno.
Noi domandiamo alle nostre Chiese di prestare
un’attenzione speciale a questi fratelli e sorelle e alle
loro difficoltà, qualunque sia la loro religione, soprattutto quando sono esposti ad attentati ai loro diritti e
alla loro dignità. Essi vengono da noi non soltanto per
trovare mezzi per vivere, ma per procurare dei servizi
di cui i nostri paesi hanno bisogno. Essi ricevono da
Dio la loro dignità e, come ogni persona umana, hanno
dei diritti che è necessario rispettare. Non è permesso a
nessuno di attentare a tale dignità e diritti. È per questo che invitiamo i governi dei paesi di accoglienza a
rispettare e difendere i loro diritti.
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III. Comunione e testimonianza
con le Chiese ortodosse e le comunità
evangeliche nel Medio Oriente
7. Salutiamo le Chiese ortodosse e le comunità evangeliche nei nostri paesi. Lavoriamo insieme per il bene
dei cristiani, perché essi restino, crescano e prosperino.
Siamo sulla stessa strada. Le nostre sfide sono le stesse e
il nostro avvenire è lo stesso. Vogliamo portare insieme
la testimonianza di discepoli di Cristo. Soltanto con la
nostra unità possiamo compiere la missione che Dio ha
affidato a tutti, malgrado la diversità delle nostre Chiese.
La preghiera di Cristo è il nostro sostegno, ed è il
comandamento dell’amore che ci unisce, anche se la
strada verso la piena comunione è ancora lunga davanti a noi.
Abbiamo camminato insieme nel Consiglio delle
Chiese del Medio Oriente e vogliamo continuare questo
cammino con la grazia di Dio e promuovere la sua azione, avendo come scopo ultimo la testimonianza comune
alla nostra fede, il servizio dei nostri fedeli e di tutti i
nostri paesi.
Salutiamo e incoraggiamo tutte le istanze di dialogo
ecumenico in ciascuno dei nostri paesi.
Esprimiamo la nostra gratitudine al Consiglio ecumenico delle Chiese e alle diverse organizzazioni ecumeniche, che lavorano per l’unità della Chiesa, per il
loro sostegno.
IV. Cooperazione e dialogo
con i nostri concittadini ebrei
8. La stessa Scrittura santa ci unisce, l’Antico
Testamento che è la parola di Dio per voi e per noi.
Noi crediamo in tutto quanto Dio ha rivelato, da
quando ha chiamato Abramo, nostro padre comune
nella fede, padre degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Crediamo nelle promesse e nell’alleanza che
Dio ha affidato a lui. Noi crediamo che la parola di
Dio è eterna.
Il concilio Vaticano II ha pubblicato il documento
Nostra aetate, riguardante il dialogo con le religioni,
con l’ebraismo, l’islam e le altre religioni. Altri documenti hanno precisato e sviluppato in seguito le relazioni con l’ebraismo. C’è inoltre un dialogo continuo
tra la Chiesa e i rappresentanti dell’ebraismo. Noi speriamo che questo dialogo possa condurci ad agire
presso i responsabili per mettere fine al conflitto politico che non cessa di separarci e di perturbare la vita
dei nostri paesi.
È tempo d’impegnarci insieme per una pace sincera, giusta e definitiva. Tutti noi siamo interpellati
dalla parola di Dio. Essa ci invita ad ascoltare la voce
di Dio «che parla di pace»: «ascolterò che cosa dice
Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con fiducia»
(Sal 85,9). Non è permesso di ricorrere a posizioni
teologiche bibliche per farne uno strumento a giusti-
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ficazione delle ingiustizie. Al contrario, il ricorso alla
religione deve portare ogni persona a vedere il volto
di Dio nell’altro e a trattarlo secondo gli attributi di
Dio e i suoi comandamenti, vale a dire secondo la
bontà di Dio, la sua giustizia, la sua misericordia e il
suo amore per noi.
V. Cooperazione e dialogo
con i nostri concittadini musulmani
9. Siamo uniti dalla fede in un Dio unico e dal
comandamento che dice: fa’ il bene ed evita il male. Le
parole del concilio Vaticano II sul rapporto con le religioni pongono le basi delle relazioni tra la Chiesa cattolica e i musulmani: «La Chiesa guarda con stima i
musulmani che adorano il Dio uno, vivente (…) misericordioso e onnipotente, che ha parlato agli uomini»
(Nostra aetate, n. 3; EV 1/859).
Diciamo ai nostri concittadini musulmani: siamo fratelli e Dio ci vuole insieme, uniti nella fede in Dio e nel
duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Insieme noi costruiremo le nostre società civili sulla
cittadinanza, sulla libertà religiosa e sulla libertà di
coscienza. Insieme noi lavoreremo per promuovere la
giustizia, la pace, i diritti dell’uomo, i valori della vita e
della famiglia. La nostra responsabilità è comune nella
costruzione delle nostre patrie. Noi vogliamo offrire
all’Oriente e all’Occidente un modello di convivenza tra
le differenti religioni e di collaborazione positiva tra
diverse civiltà, per il bene delle nostre patrie e quello di
tutta l’umanità.
Dalla comparsa dell’islam nel VII secolo fino a oggi,
abbiamo vissuto insieme e abbiamo collaborato alla
creazione della nostra civiltà comune. È capitato nel
passato, come capita ancor oggi, qualche squilibrio nei
nostri rapporti. Attraverso il dialogo noi dobbiamo eliminare ogni squilibrio o malinteso. Il papa Benedetto
XVI ci dice che il nostro dialogo non può essere una
realtà passeggera. È piuttosto una necessità vitale da cui
dipende il nostro avvenire (cf. Discorso ai rappresentanti
delle comunità musulmane a Colonia, 20.8.2005). È
nostro dovere, dunque, educare i credenti al dialogo
interreligioso, all’accettazione del pluralismo, al rispetto
e alla stima reciproca.
VI. La nostra partecipazione alla vita pubblica:
appelli ai governi
e ai responsabili pubblici dei nostri paesi
10. Apprezziamo gli sforzi che dispiegate per il bene
comune e il servizio delle nostre società. Vi accompagniamo con le nostre preghiere e domandiamo a Dio di
guidare i vostri passi. Ci rivolgiamo a voi a riguardo dell’importanza dell’uguaglianza tra i cittadini. I cristiani
sono cittadini originali e autentici, leali alla loro patria e
fedeli a tutti i loro doveri nazionali. È naturale che essi
possano godere di tutti i diritti di cittadinanza, di libertà
di coscienza e di culto, di libertà nel campo dell’insegnamento e dell’educazione e nell’uso dei mezzi di
comunicazione.
Vi chiediamo di raddoppiare gli sforzi che dispiegate
per stabilire una pace giusta e duratura in tutta la regione
e per arrestare la corsa agli armamenti. È questo che condurrà alla sicurezza e alla prosperità economica, arresterà l’emorragia dell’emigrazione che svuota i nostri paesi
delle loro forze vive. La pace è un dono prezioso che Dio
ha affidato agli uomini e sono gli «operatori di pace [che]
saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
VII. Appello alla comunità internazionale
11. I cittadini dei paesi del Medio Oriente interpellano la comunità internazionale, in particolare le
Nazioni Unite, perché essa lavori sinceramente a una
soluzione di pace giusta e definitiva nella regione, e questo attraverso l’applicazione delle risoluzioni del
Consiglio di sicurezza, e attraverso l’adozione delle
misure giuridiche necessarie per mettere fine all’occupazione dei differenti territori arabi.
Il popolo palestinese potrà così avere una patria indipendente e sovrana e vivervi nella dignità e nella stabilità. Lo Stato d’Israele potrà godere della pace e della
sicurezza all’interno delle frontiere internazionalmente
riconosciute. La Città santa di Gerusalemme potrà trovare lo statuto giusto che rispetterà il suo carattere particolare, la sua santità, il suo patrimonio religioso per
ciascuna delle tre religioni ebraica, cristiana e musulmana. Noi speriamo che la soluzione dei due stati diventi
realtà e non resti un semplice sogno.
L’Iraq potrà mettere fine alle conseguenze della
guerra assassina e ristabilire la sicurezza che proteggerà
tutti i suoi cittadini con tutte le loro componenti sociali,
religiose e nazionali.
Il Libano potrà godere della sua sovranità su tutto il
territorio, fortificare l’unità nazionale e continuare la
vocazione a essere il modello della convivenza tra cristiani e musulmani, attraverso il dialogo delle culture e
delle religioni e la promozione delle libertà pubbliche.
Noi condanniamo la violenza e il terrorismo, di qualunque origine, e qualsiasi estremismo religioso.
Condanniamo ogni forma di razzismo, l’antisemitismo,
l’anticristianesimo e l’islamofobia e chiamiamo le religioni ad assumere le loro responsabilità nella promozione del dialogo delle culture e delle civiltà nella nostra
regione e nel mondo intero.
Conclusione: continuare a testimoniare la vita
divina che ci è apparsa nella persona di Gesù
12. In conclusione, fratelli e sorelle, noi vi diciamo
con l’apostolo san Giovanni nella sua Prima lettera:
«Quello che era da principio, quello che noi abbiamo
udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi,
quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi
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l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi
annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che
si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito,
noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate
in comunione con noi. E la nostra comunione è con il
Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (1Gv 1,1-3).
Questa Vita divina che è apparsa agli apostoli 2.000
anni fa nella persona del nostro Signore e salvatore Gesù
Cristo, della quale la Chiesa è vissuta e alla quale essa ha
dato testimonianza in tutto il corso della sua storia,
rimarrà sempre la vita delle nostre Chiese nel Medio
Oriente e l’oggetto della nostra testimonianza.
Sostenuti dalla promessa del Signore: «Ecco, io sono
con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt
28,20), proseguiamo insieme il nostro cammino nella
speranza, e «la speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo
dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).
Confessiamo che non abbiamo fatto fino a ora tutto
ciò che era in nostra possibilità per vivere meglio la
comunione tra le nostre comunità. Non abbiamo operato a sufficienza per confermarvi nella fede e darvi il
nutrimento spirituale di cui avete bisogno nelle vostre
difficoltà. Il Signore ci invita a una conversione personale e collettiva.
Oggi torniamo a voi pieni di speranza, di forza e di
risolutezza, portando con noi il messaggio del Sinodo e
le sue raccomandazioni per studiarle insieme e metterci
ad applicarle nelle nostre Chiese, ciascuno secondo il
suo stato. Speriamo anche che questo sforzo nuovo sia
ecumenico.
Noi vi rivolgiamo questo umile e sincero appello perché insieme condividiamo un cammino di conversione
per lasciarci rinnovare dalla grazia dello Spirito Santo e
ritornare a Dio.
Alla santissima vergine Maria, madre della Chiesa e
regina della pace, sotto la cui protezione abbiamo messo
i lavori sinodali, affidiamo il nostro cammino verso
nuovi orizzonti cristiani e umani, nella fede in Cristo e
con la forza della sua parola: «Ecco, io faccio nuove
tutte le cose» (Ap 21,5).
Comunione
e testimonianza
Proposizioni – Elenco finale
I
ntroduzione
Propositio 1
Documenti che si presentano al sommo pontefice
I padri sinodali presentano alla considerazione del
sommo pontefice i documenti su «La Chiesa cattolica
nel Medio Oriente: comunione e testimonianza. “La
moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva
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un cuor solo e un’anima sola” (At 4,32)» relativi a questo Sinodo. Tale documentazione comprende: i
Lineamenta, l’Instrumentum laboris, le Relazioni «ante»
e post disceptationem, i testi degli interventi, sia quelli
pronunciati in aula sia quelli «in scriptis», e soprattutto
proposte concrete, che i padri hanno ritenuto di fondamentale importanza.
I padri medesimi chiedono umilmente al santo padre
che valuti l’opportunità di offrire un documento su
comunione e testimonianza nella Chiesa in Medio
Oriente.
Propositio 2
La parola di Dio
La parola di Dio è l’anima e il fondamento di tutta la
pastorale; si auspica che ogni famiglia abbia una Bibbia.
I padri sinodali incoraggiano la lettura e la meditazione quotidiana della parola di Dio, specialmente la lectio divina, la creazione di un sito Internet biblico con
spiegazioni e commenti cattolici alla portata dei fedeli,
la preparazione di un libretto d’introduzione alla Bibbia
(Antico e Nuovo Testamento) con un metodo facile di
leggere la Bibbia.
Incoraggiano inoltre le eparchie / diocesi (in seguito
si userà il termine «diocesi» equivalente a «eparchia»
proprio della terminologia orientale) e le parrocchie a
promuovere incontri biblici in cui si mediti e si spieghi la
parola di Dio per rispondere alle domande dei fedeli,
con lo scopo di creare in loro una familiarità con le
Scritture, un approfondimento della spiritualità e un
impegno all’apostolato e alla missione.
Propositio 3
Pastorale biblica
I padri sinodali raccomandano di operare per porre
la sacra Scrittura nei suoi due Testamenti al centro della
nostra vita cristiana. Ciò avverrà attraverso l’incoraggiamento ad annunciarla, leggerla, meditarla, interpretarla
in modo cristocentrico e celebrarla nella liturgia, secondo l’esempio della prima comunità cristiana.
Si propone di proclamare, dopo una preparazione
adeguata, un anno biblico, seguito da una settimana
annuale della Bibbia.
I.
La presenza cristiana in Medio Oriente
Propositio 4
Identità delle Chiese cattoliche in Oriente
In un mondo segnato da divisioni e da posizioni
estreme, noi siamo chiamati a vivere come Chiesa di
comunione, restando aperti a tutti, senza cadere nel
confessionalismo. Ne saremo capaci se resteremo
fedeli al nostro ricco patrimonio storico, liturgico,
patristico e spirituale, come pure agli insegnamenti
del concilio Vaticano II e alle norme e strutture del
Codice dei canoni delle Chiese orientali (CCEO) e al Codice di diritto canonico (CIC) e ai diritti particolari
delle Chiese.
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Propositio 5
Condivisione della croce
Pur denunciando come ogni uomo la persecuzione e
la violenza, il cristiano ricorda che essere cristiano comporta la condivisione della croce di Cristo. Il discepolo
non è più grande del Maestro (cf. Mt 10,24). Il cristiano
si ricorda la beatitudine dei perseguitati a causa della
giustizia che avranno in eredità il Regno (cf. Mt 5,10).
La persecuzione tuttavia deve destare la coscienza
dei cristiani nel mondo a una più grande solidarietà.
Essa deve suscitare parimenti l’impegno a reclamare e a
sostenere il diritto internazionale e il rispetto di tutte le
persone e di tutti i popoli.
Occorrerà attirare l’attenzione del mondo intero
sulla situazione drammatica di certe comunità cristiane
nel Medio Oriente, le quali soffrono ogni tipo di difficoltà, giungendo talvolta fino al martirio.
Occorre anche chiedere alle istanze nazionali e internazionali uno sforzo speciale per mettere fine a questa
situazione di tensione ristabilendo la giustizia e la pace.
Propositio 6
La terra
Visto che l’attaccamento alla terra natale è un elemento essenziale dell’identità delle persone e dei popoli
e che la terra è uno spazio di libertà, esortiamo i nostri
fedeli e le nostre comunità ecclesiali a non cedere alla
tentazione di vendere le loro proprietà immobiliari. Per
aiutare i cristiani a conservare le loro terre o ad acquisirne di nuove, in situazioni economiche difficili, proponiamo ad esempio la creazione di progetti che si facciano carico di farle fruttificare per permettere ai proprietari di restare dignitosamente nei loro paesi. Questo
sforzo deve accompagnarsi a una profonda riflessione
sul senso della presenza e della vocazione cristiana nel
Medio Oriente.
Propositio 7
Gestione dei beni
Allo scopo di assicurare la trasparenza, è necessario
applicare un sistema di rendicontazione contabile
(audit) negli affari finanziari della Chiesa, distinguendo
con chiarezza ciò che le appartiene e ciò che è proprietà del personale ecclesiastico. Al tempo stesso occorre
preservare le proprietà e i beni della Chiesa e delle sue
istituzioni.
Propositio 8
Incoraggiare il pellegrinaggio
L’Oriente fu la terra della rivelazione biblica. Ben
presto questa regione divenne meta di pellegrinaggio
sulle orme di Abramo in Iraq, sulle orme di Mosè in
Egitto e nel Sinai, sulle orme di Gesù in Terra santa
(Egitto, Israele, Palestina, Giordania, Libano), sulle
orme di san Paolo e delle Chiese degli Atti degli apostoli e dell’Apocalisse (Siria, Cipro, Turchia).
Il pellegrinaggio ai Luoghi santi è stato incoraggiato
dai sommi pontefici. È l’occasione di una catechesi
approfondita, attraverso un ritorno alle sorgenti.
Permette di scoprire la ricchezza delle Chiese d’Oriente,
d’incontrare e incoraggiare le comunità cristiane locali,
pietre vive della Chiesa.
Propositio 9
Pace
Le nostre Chiese s’impegnino a pregare e operare
per la giustizia e la pace in Medio Oriente e si dedichino alla purificazione della memoria e alla promozione
del linguaggio della pace e della speranza, invece di
quello della paura e della violenza. Si appelleranno alle
autorità civili responsabili perché applichino le risoluzioni delle Nazioni Unite relative alla religione, in particolare al ritorno dei rifugiati, allo statuto di
Gerusalemme e ai Luoghi santi.
Propositio 10
Consolidare la presenza dei cristiani
Le nostre Chiese devono creare un ufficio o una
commissione che si occupi dello studio del fenomeno
migratorio e delle sue motivazioni per trovare i mezzi di
contrastarlo. Esse faranno tutto il possibile e con tutti i
mezzi per consolidare la presenza dei cristiani nelle loro
patrie e questo attraverso progetti di sviluppo per limitare il fenomeno migratorio.
Propositio 11
La pastorale dell’emigrazione
La presenza di numerosi cristiani d’Oriente in tutti i
continenti interpella le Chiese ad adottare una pastorale specifica dell’emigrazione:
1. i vescovi dell’emigrazione visiteranno i seminari in
Medio Oriente per presentare la situazione e i bisogni
delle loro eparchie;
2. formazione dei seminaristi a uno spirito missionario, aprendoli alle differenti culture;
3. preparazione e accompagnamento dei sacerdoti
inviati in missione al di fuori del territorio patriarcale;
4. promozione di una pastorale vocazionale nelle
comunità al di fuori del territorio patriarcale;
5. invio di preti ed erezione di eparchie proprie, là
dove i bisogni pastorali lo richiedano, secondo le norme
canoniche.
Propositio 12
Emigrazione e solidarietà
1. Destare e rafforzare negli emigrati il senso di solidarietà e condivisione con i paesi d’origine, contribuendo ai progetti pastorali e allo sviluppo culturale, educativo, sociale ed economico.
2. Educare i cristiani dell’emigrazione a conservare
la fedeltà alla tradizione delle loro origini.
3. Rafforzare i legami di comunione tra gli emigrati
e la Chiesa di provenienza.
Propositio 13
Emigrazione – formazione
Si raccomanda che le Chiese d’accoglienza, nelle
loro norme e pratiche sacramentali e amministrative,
conoscano e rispettino la teologia, le tradizioni e i patrimoni orientali. Ciò favorirà la collaborazione con le
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Chiese orientali presenti nei paesi d’emigrazione nella
formazione e nella pastorale dei loro fedeli.
Propositio 14
Immigrazione
La situazione dei lavoratori immigrati in Medio
Oriente, cristiani e non cristiani, soprattutto le donne, ci
riguarda al più alto grado. Molti di loro si trovano in
situazioni difficili o lesive della loro dignità.
Sollecitiamo i sinodi patriarcali e le conferenze episcopali, le istituzioni caritative cattoliche, in particolare
la Caritas, i capi politici come pure tutti gli uomini di
buona volontà a fare tutto quanto rientra nelle loro
competenze perché i diritti fondamentali degli immigrati, riconosciuti dal diritto internazionale, siano rispettati,
a prescindere dalla nazionalità e dalla religione degli
immigrati, e per aiutarli sul piano giuridico e umanitario. Le nostre Chiese devono vegliare per assicurare loro
l’assistenza spirituale necessaria, come segno di ospitalità cristiana e di comunione ecclesiale.
Propositio 15
Chiese di accoglienza
Per una migliore accoglienza e accompagnamento
degli immigrati in Medio Oriente, le Chiese di provenienza sono chiamate a stabilire contatti regolari con le
Chiese d’accoglienza, le quali le aiuteranno a dotarsi
delle strutture necessarie: parrocchie, scuole, centri di
incontro e altro.
II.
La comunione ecclesiale
A. Comunione in seno alla Chiesa cattolica
(ad intra)
Propositio 16
Comunione in seno alla Chiesa cattolica
«La Chiesa santa e cattolica, che è il Corpo mistico di Cristo, si compone di fedeli che sono organicamente uniti nello Spirito Santo da una stessa fede,
dagli stessi sacramenti e da uno stesso governo, e che
unendosi in varie comunità stabili, congiunti dalla
gerarchia, costituiscono le Chiese particolari o riti.
Tra loro vige una mirabile comunione, di modo che
la varietà non solo non nuoce alla unità della Chiesa,
ma anzi la manifesta» (VATICANO II, decr.
Orientalium Ecclesiarum sulle Chiese orientali cattoliche, n. 2; EV 1/458). Per consolidare questa comunione noi raccomandiamo di:
1. creare una commissione di cooperazione tra le
gerarchie cattoliche del Medio Oriente, incaricata di
promuovere strategie pastorali comuni, una conoscenza
reciproca delle tradizioni, degli istituti interrituali, degli
organismi di carità comuni;
2. organizzare incontri periodici e regolari tra le
gerarchie cattoliche del Medio Oriente;
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3. praticare una solidarietà materiale tra le diocesi
ricche e meno ricche;
4. creare per i sacerdoti un’associazione sacerdotale
«Fidei donum» per favorire l’aiuto reciproco tra eparchie e Chiese.
Propositio 17
Nuovi movimenti ecclesiali
Molti padri riconoscono che i nuovi movimenti ecclesiali di tradizione occidentale, sempre più presenti nelle
Chiese del Medio Oriente, sono un dono dello Spirito alla
Chiesa intera. Affinché questi movimenti siano ricevuti
come un carisma per l’edificazione della Chiesa, i membri di questi movimenti sono tenuti a vivere il carisma
proprio tenendo conto della cultura, della storia, della
liturgia e della spiritualità della Chiesa locale.
Per raggiungere questo obiettivo, tali movimenti
sono vivamente pregati di operare in unione con il
vescovo locale e secondo le sue direttive pastorali.
Sarebbe auspicabile che la gerarchia cattolica in ogni
paese del Medio Oriente abbia una posizione pastorale
comune rispetto ai movimenti in questione, al loro inserimento e alla loro attività pastorale.
Propositio 18
La giurisdizione dei patriarchi
Al di fuori del territorio patriarcale, per mantenere la
comunione dei fedeli orientali con le loro Chiese patriarcali, e assicurare loro un servizio pastorale idoneo, è auspicabile che la questione dell’estensione della giurisdizione dei patriarchi orientali alle persone delle loro
Chiese in ogni parte del mondo sia oggetto di studio in
vista di misure appropriate.
Propositio 19
Situazione dei fedeli cattolici nei paesi del Golfo
In uno spirito di comunione e per il bene dei fedeli,
sarebbe auspicabile la formazione di una commissione che
raggruppi i rappresentanti dei dicasteri competenti, vicari
apostolici della regione e rappresentanti delle Chiese sui
iuris interessate. Essa sarebbe incaricata di studiare la
situazione dei fedeli cattolici nei paesi del Golfo, la giurisdizione ecclesiastica e di proporre alla Santa Sede le soluzioni che giudicherà utili per favorire l’azione pastorale.
Propositio 20
Pastorale delle vocazioni
La pastorale vocazionale suppone che:
– si preghi per le vocazioni in famiglia, in parrocchia
ecc.;
– si creino comitati per le vocazioni in ogni diocesi,
che comprendano preti, religiosi, religiose e laici. Questi
comitati organizzano riunioni per i giovani al fine di
esporre loro le diverse vocazioni nella Chiesa per illuminare il discernimento;
– si concepisca un progetto di formazione spirituale
approfondita presso i giovani coinvolti nei movimenti
ecclesiali;
– si sensibilizzino le parrocchie e le scuole alle dimensioni delle diverse vocazioni sacerdotali, religiose e
laiche;
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– si mantengano o istituiscano, dove possibile, seminari minori;
– s’invitino i preti, i religiosi e le religiose a dare una
testimonianza coerente tra vita e parole;
– s’intensifichi la comunione ecclesiale e sacerdotale,
che esige un’apertura ai diversi bisogni pastorali delle
diocesi per rispondere alla mancanza di preti;
– si attirino i giovani alla vita consacrata mediante
l’esempio di vita spirituale, profonda, luminosa e felice.
Propositio 21
La lingua araba
L’esperienza del Sinodo per il Medio Oriente ha
messo in luce l’importanza della lingua araba; soprattutto che essa ha contribuito allo sviluppo del pensiero teologico e spirituale della Chiesa universale, e più precisamente del patrimonio della letteratura araba cristiana.
Si propone d’intensificare l’uso della lingua araba nel
quadro delle istituzioni della Santa Sede e delle sue riunioni ufficiali, affinché i cristiani di cultura araba abbiamo accesso alle informazioni provenienti dalla Santa
Sede nella loro lingua materna.
B. Comunione tra vescovi, clero e fedeli
Propositio 22
Sussistenza del clero
Per assicurare al clero una vita decorosa e una sussistenza onorevole, in particolare per la terza e quarta età,
occorrerebbe:
1. Mettere a punto, in conformità alle norme canoniche, un sistema di solidarietà che assicuri la stessa
remunerazione per tutti i preti, sia quelli che esercitano
il ministero sia quelli non più in attività.
2. Appoggiandosi su quanto esiste in ogni paese, istituire un sistema di protezione sociale che dovrebbe essere esteso ai religiosi e alle religiose, come pure alle mogli
dei preti sposati e ai loro figli minorenni.
Propositio 23
Preti sposati
Il celibato ecclesiastico è stimato e apprezzato sempre e dovunque nella Chiesa cattolica, in Oriente come
in Occidente. Tuttavia, per assicurare un servizio pastorale in favore dei nostri fedeli, dovunque essi vadano, e
per rispettare le tradizioni orientali, sarebbe auspicabile
studiare la possibilità di avere preti sposati fuori dai territori patriarcali.
Propositio 24
I laici
Per il battesimo, i laici partecipano alla triplice funzione sacerdotale di Cristo, diventano profeti, re e sacerdoti. Il concilio ecumenico Vaticano II ha riconosciuto
il ruolo e la missione dei laici nel suo decreto sull’apostolato dei laici (Apostolicam actuositatem). Il papa
Giovanni Paolo II ha convocato un Sinodo sui laici e ha
pubblicato l’esortazione apostolica Christifideles laici,
nella quale egli esprime la stima per «l’apporto apostoli-
co dei fedeli laici, uomini e donne, in favore dell’evangelizzazione, della santificazione e dell’animazione cristiana delle realtà temporali» (n. 23; EV 9/1692).
I padri sinodali s’impegnano nella stessa linea, tanto più
che in Oriente i laici hanno da sempre svolto un ruolo nella
vita della Chiesa. Essi vogliono dare loro maggiore spazio
nella partecipazione alle responsabilità della Chiesa e incoraggiarli a essere apostoli nel proprio ambiente e a testimoniare Cristo nel mondo nel quale vivono.
Propositio 25
Formazione dei seminaristi
Al fine di approfondire l’unità nella diversità, i seminaristi dovranno essere formati ciascuno in un seminario della propria Chiesa, pur ricevendo la formazione
teologica in una facoltà cattolica comune. In certi luoghi
e per ragioni pastorali e amministrative è anche preferibile avere un solo seminario per le diverse Chiese.
Propositio 26
La vita consacrata
La vita consacrata, apostolica, monastica e contemplativa, è al cuore della Chiesa. I padri sinodali manifestano
una profonda gratitudine nei confronti delle persone consacrate per la loro testimonianza evangelica. Fanno
memoria in particolare dei martiri di ieri e di oggi.
Richiedono che la vita consacrata, adeguatamente rinnovata, sia accolta, incoraggiata e integrata sempre più nella
vita e nella missione della Chiesa del Medio Oriente.
Le nostre Chiese riconoscono l’importanza del posto
delle consacrate nella società, in ragione della loro testimonianza di fede, del loro servizio disinteressato e del
loro apporto prezioso al «dialogo di vita».
Propositio 27
Le donne e i bambini
Le nostre Chiese adotteranno i mezzi idonei per
incoraggiare e rafforzare il rispetto, la dignità, il ruolo e
i diritti della donna. La dedizione competente e generosa delle donne al servizio della vita, della famiglia, dell’educazione e della cura della salute deve essere molto
apprezzata. Le nostre Chiese favoriranno la loro integrazione e la loro partecipazione alla pastorale.
I figli sono il coronamento del matrimonio e un dono
speciale per il mondo. La Chiesa cattolica e i genitori
cattolici hanno sempre mostrato un interesse particolare
per la salute e l’educazione di tutti i loro figli. Si dovrà
fare ogni sforzo per salvaguardare e promuovere il
rispetto dei loro diritti umani naturali, a partire dal
momento del concepimento, per assicurare loro le cure
sanitarie e un’educazione cristiana.
C. Comunione con le Chiese
e le comunità ecclesiali (ad extra)
Propositio 28
Ecumenismo
L’unità tra tutti i discepoli di Cristo nel Medio
Oriente è anzitutto opera dello Spirito Santo. Essa va
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ricercata in uno spirito di preghiera, conversione del
cuore, rispetto, perseveranza e amore, lungi da ogni
diffidenza, timore o pregiudizio che sono d’ostacolo
all’unità. Auspichiamo di vedere le nostre Chiese rinnovare il loro impegno ecumenico attraverso iniziative pratiche:
– sostenere il Consiglio delle Chiese del Medio
Oriente;
– assicurare una formazione allo spirito ecumenico nelle parrocchie, nelle scuole e nei seminari, perché valorizzino le acquisizioni del movimento ecumenico;
– applicare gli accordi pastorali conclusi, là dove
esistono;
– organizzare incontri tra fedeli e pastori per la
preghiera, la meditazione della parola di Dio e la collaborazione in tutti gli ambiti;
– adottare una traduzione araba comune del Padre
nostro e del Simbolo niceno-costantinopolitano;
– operare per l’unificazione della data di Natale e
di Pasqua.
Le Chiese orientali cattoliche, vivendo la comunione con la Chiesa di Roma nella fedeltà alle loro
tradizioni orientali, hanno un importante ruolo ecumenico da giocare.
I padri sinodali incoraggiano queste Chiese a
instaurare un dialogo ecumenico a livello locale.
Raccomandano anche che le Chiese orientali cattoliche siano maggiormente implicate nelle commissioni
internazionali di dialogo, nella misura del possibile.
Propositio 29
Festa dei martiri
Istituire una festa comune annuale dei martiri per
le Chiese d’Oriente e domandare a ogni Chiesa orientale di stabilire una lista dei propri martiri, testimoni
della fede.
III.
La testimonianza cristiana.
Testimoni della risurrezione e dell’amore
Ogni battezzato deve essere pronto a rendere
ragione della sua fede in Gesù Cristo e avere la preoccupazione di proporre il Vangelo senza timidezza, ma
anche senza provocazione. La formazione riguarderà
la celebrazione dei misteri, il sapere, il vivere e l’agire. L’omelia deve essere ben preparata, basata sulla
parola di Dio e legata alla vita. È importante che la
formazione implichi l’addestramento alle tecniche
moderne e alla scienza delle comunicazioni. I laici
devono testimoniare fermamente Cristo nella società.
I fondamenti per essere testimoni di questo genere si
trovano nelle scuole cattoliche, che sono riconosciute
da sempre come i mezzi più importanti dell’educazione religiosa per i cattolici e della formazione sociale,
in vista della comprensione reciproca tra tutti i membri della società. A livello universitario incoraggiamo
la creazione di un’associazione di istituzioni di formazione superiore con un’attenzione particolare alla
dottrina sociale della Chiesa.
Propositio 31
Operatori pastorali
Per la formazione di quadri e operatori pastorali
nei diversi ambiti, si propone di fondare e di sviluppare centri di formazione interecclesiale in ogni
paese. Si raccomanda che tali centri utilizzino i nuovi
mezzi audiovisivi di comunicazione. Il materiale prodotto dovrebbe essere disponibile in Internet e in
DVD, per permettere la massima diffusione con la
minima spesa.
Propositio 32
Scuole e istituzioni educative cattoliche
I padri sinodali incoraggiano le scuole e le istituzioni educative cattoliche a continuare a essere fedeli
alla loro missione di educare le nuove generazioni allo
spirito di Cristo e ai valori umani ed evangelici, a consolidare la cultura dell’apertura e della convivialità, la
cura e l’accoglienza dei poveri e dei portatori di handicap. Nonostante le difficoltà, i padri invitano le
scuole a conservare la missione educatrice della Chiesa e a promuovere lo sviluppo dei giovani, che sono
l’avvenire delle nostre società. Si raccomanda ai
responsabili la necessità di sostenere queste istituzioni,
vista l’importanza del loro ruolo per il bene comune.
A. La formazione cristiana
Propositio 33
Media
Propositio 30
Formazione
Per rispondere ai bisogni di una formazione di
fede viva degli adulti, le nostre Chiese del Medio
Oriente propongono la creazione di centri di catechesi dove non esistenti. È necessario insistere sulla formazione permanente e sulla collaborazione tra le
diverse Chiese a livello di laici, seminari e università.
Tutti questi centri dovrebbero essere aperti a tutte le
Chiese. I catechisti in particolare devono essere ben
preparati con una formazione idonea che tenga conto
dei problemi e delle sfide attuali.
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I padri sinodali hanno rilevato l’importanza capitale dei nuovi mezzi di comunicazione per la formazione cristiana in Medio Oriente come pure per l’annuncio della fede. Sono reti di comunicazione privilegiate per propagare l’insegnamento della Chiesa.
Concretamente, i padri sinodali raccomandano
d’aiutare e sostenere con tutti i mezzi le strutture già
esistenti in questo ambito, quali Télé-lumière/Noursat, La Voix de la charité e altre, perché esse
realizzino nello spirito ecclesiale gli obiettivi per cui
sono state create. Alcuni hanno persino auspicato di
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sostenere la creazione di una città mediatica per
Noursat regionale e internazionale.
I padri raccomandano vivamente ai responsabili
delle strutture audiovisive nelle nostre Chiese:
– di formare un’équipe specializzata sui piani teologico e tecnico;
– di stabilire programmi di formazione biblica a
uso pastorale;
– di sottotitolare in turco e persiano i programmi,
a uso dei cristiani di Turchia e Iran.
Propositio 34
Missione
Eredi di uno slancio apostolico che ha portato la
buona novella in terre lontane, le nostre Chiese orientali cattoliche sono sollecitate a rinnovare lo spirito
missionario nella preghiera, con la formazione e con
l’invio in missione. Esse sono interpellate dall’urgenza
missionaria ad intra e ad extra.
Propositio 35
Famiglia
La famiglia, cellula di base e «Chiesa domestica»,
ha bisogno di essere accompagnata e sostenuta nei
suoi problemi e nelle sue difficoltà, soprattutto nei
contesti urbani. Per questo è opportuno rafforzare i
centri di preparazione al matrimonio, i centri d’ascolto e d’orientamento, l’accompagnamento spirituale e
umano delle giovani coppie, l’attenzione pastorale
alle famiglie, soprattutto quelle che devono affrontare
situazioni difficili (conflitti interni, handicap, droga
ecc.), e ravvivare la visita dei pastori alle famiglie, come pure l’incoraggiamento alla natalità e alla buona
educazione dei figli.
Propositio 37
La nuova evangelizzazione
Le nostre Chiese sono chiamate a entrare nella prospettiva della nuova evangelizzazione, prendendo in
considerazione il contesto culturale e sociale nel quale si
trova a vivere, lavorare e agire l’uomo d’oggi. Questo
esige una profonda conversione e un rinnovamento alla
luce della parola di Dio e dei sacramenti, particolarmente la riconciliazione e l’eucaristia.
Propositio 38
Dottrina sociale
I padri sinodali raccomandano la diffusione della dottrina sociale della Chiesa, in genere poco presente. Essa è
parte integrante della formazione della fede. Il Catechismo
della Chiesa cattolica e il Compendio della dottrina sociale
della Chiesa sono risorse importanti in questo ambito.
I padri sinodali raccomandano che l’assemblea dei
vescovi in ogni paese formi una commissione episcopale
per preparare e diffondere il discorso sociale della Chiesa,
basandosi sull’insegnamento della Chiesa, le posizioni
della Santa Sede circa i problemi attuali e le circostanze
reali di ogni paese.
I padri raccomandano che le Chiese orientali si occupino delle persone della terza età, degli immigrati e dei
rifugiati con i loro diversi bisogni sociali e che esse si prendano cura più particolarmente degli handicappati, creando le necessarie strutture adeguate a loro, e ne favoriscano
l’integrazione nella società.
Nella fedeltà a Dio creatore, i cristiani prenderanno a
cuore la protezione della natura e dell’ambiente. Essi
fanno appello ai governi e a tutti gli uomini di buona
volontà perché uniscano i loro sforzi in favore della salvaguardia del creato.
Propositio 36
Giovani
«I giovani sono il futuro della Chiesa», diceva
Giovanni Paolo II. Sua santità il papa Benedetto XVI
continua a incoraggiarli: «Nonostante le difficoltà, non
lasciatevi scoraggiare e non rinunciate ai vostri sogni!
Coltivate invece nel cuore desideri grandi di fraternità,
di giustizia e di pace. Il futuro è nelle mani di chi sa cercare e trovare ragioni forti di vita e di speranza»
(Messaggio per la XXV Giornata mondiale della gioventù, 28.3.2010, n. 7). Inoltre li chiama a essere missionari e testimoni nella loro società e nel loro ambiente
di vita. E li sprona ad approfondire la loro fede e la loro
conoscenza di Gesù Cristo, loro ideale e modello, per
partecipare con lui alla salvezza del mondo.
I padri sinodali s’impegnano:
– a porsi in loro ascolto per rispondere ai loro
interrogativi e bisogni;
– ad assicurare loro la formazione spirituale e teologica necessaria, atta ad aiutarli nel lavoro;
– a costruire con loro i ponti di dialogo per abbattere i muri di divisione e di separazione nelle società;
– a valorizzare la loro creatività e le loro abilità per
metterle a servizio di Cristo e degli altri giovani della
loro età e della loro società.
B. La liturgia
Propositio 39
Liturgia
La ricchezza biblica e teologica delle liturgie orientali è al servizio spirituale della Chiesa universale.
Ciononostante sarebbe importante e utile rinnovare i
testi e le celebrazioni liturgiche laddove ce n’è bisogno,
perché rispondano meglio ai bisogni e alle attese dei
fedeli sulla base di una conoscenza sempre più approfondita della tradizione e adattata al linguaggio di oggi e
alle diverse categorie d’età.
C. Dialogo interreligioso
Propositio 40
Dialogo interreligioso
I cristiani del Medio Oriente sono chiamati a continuare il dialogo con i loro concittadini di altre religioni,
dialogo che avvicina gli spiriti e i cuori. Per questo sono
invitati, con i loro interlocutori, al rafforzamento del
dialogo interreligioso, alla purificazione della memoria,
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al perdono reciproco del passato e alla ricerca di un
avvenire comune migliore.
Nella vita di ogni giorno cercheranno l’accettazione
mutua malgrado le differenze e opereranno per edificare una società nuova dove il pluralismo religioso è rispettato e dove il fanatismo e l’estremismo saranno esclusi.
I padri sinodali raccomandano l’elaborazione di un
piano di formazione al dialogo, sia negli istituti d’insegnamento sia nei seminari e noviziati, teso a favorire una cultura del dialogo basata sulla solidarietà umana e religiosa.
Propositio 41
Ebraismo
L’ebraismo occupa un posto di rilievo nella dichiarazione Nostra aetate del concilio Vaticano II. Le iniziative di dialogo e di cooperazione con gli ebrei sono da
incoraggiarsi per approfondire i valori umani e religiosi,
la libertà, la giustizia, la pace e la fraternità. La lettura
dell’Antico Testamento e l’approfondimento delle tradizioni dell’ebraismo aiutano a conoscere meglio la religione ebraica. Noi rifiutiamo l’antisemitismo e l’antigiudaismo, distinguendo tra religione e politica.
Propositio 42
Islam
La dichiarazione Nostra aetate del concilio Vaticano II, come le lettere pastorali di patriarchi cattoli-
DIRETTORE RESPONSABILE
p. Lorenzo Prezzi
VICEDIRETTORE
CAPOREDATTORE PER ATTUALITÀ
Gianfranco Brunelli
CAPOREDATTORE PER
DOCUMENTI
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p. Alfio Filippi (Direttore editoriale
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Editoriale Dehoniano.
Associato all’Unione Stampa
Periodica Italiana
Chiuso in tipografia il 3.11.2010.
Il n. 17 è stato spedito il 20.10.2010;
il n. 18 il 2.11.2010.
In copertina: RAFFAELLO SANZIO,
Scuola di Atene (part.), 1508-1511,
Città del Vaticano, Musei vaticani.
ci d’Oriente, pongono anche il fondamento dei rapporti della Chiesa cattolica con i musulmani. Il papa
Benedetto XVI ha dichiarato: «Il dialogo interreligioso
e interculturale tra cristiani e musulmani non può
ridursi a una scelta stagionale. Esso è, infatti, una
necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro
futuro» (Incontro con i rappresentanti di alcune comunità musulmane, Colonia, 20.8.2005; Regno-doc.
15,2005,398).
Nel Medio Oriente i cristiani condividono con i
musulmani la stessa vita e lo stesso destino. Edificano
insieme la società. È importante promuovere la nozione di cittadinanza, la dignità della persona umana, l’uguaglianza dei diritti e dei doveri e la libertà religiosa
comprensiva della libertà di culto e della libertà di
coscienza.
I cristiani del Medio Oriente sono chiamati a continuare il fecondo dialogo di vita con i musulmani. Essi
cureranno di avere a loro proposito uno sguardo di
stima e d’ amore, mettendo da parte ogni pregiudizio
negativo. Insieme sono invitati a scoprire i rispettivi
valori religiosi. Offriranno così al mondo l’immagine di
un incontro positivo e di una collaborazione fruttuosa
tra i credenti di queste religioni, opponendosi insieme
a ogni genere di fondamentalismo e di violenza in
nome della religione.
C
onclusione
Propositio 43
Il seguito del Sinodo
Le Chiese che hanno partecipato al Sinodo sono
chiamate a provvedersi di mezzi per assicurarne il seguito, in collaborazione con il Consiglio dei patriarchi
Cattolici d’Oriente e le strutture ufficiali delle Chiese
interessate, e a coinvolgere maggiormente i sacerdoti, i
laici esperti e i religiosi.
Propositio 44
La vergine Maria
Maria, la Vergine di Nazaret, è modello perfetto di
ascolto della parola di Dio e figlia benedetta della nostra
terra. Fin dall’inizio della storia cristiana la riflessione
teologica nelle nostre Chiese d’Oriente ha contribuito in
maniera decisiva a definire Maria con il nome stupendo
di Theotókos, Madre di Dio.
Nelle liturgie di tutte le nostre Chiese la vergine
Maria occupa un posto di eccellenza ed è circondata dal
singolare affetto di tutto il popolo di Dio.
Proprio questa figlia della nostra terra, che tutte le
genti chiamano beata, viene giustamente invocata quale
Madre della Chiesa, soprattutto a partire dal concilio
ecumenico Vaticano II.
Consapevoli degli speciali legami che per disegno di
Dio ci uniscono alla madre di Gesù, proponiamo che le
nostre Chiese, unite insieme e con atto comune, affidino
tutto il Medio Oriente alla protezione della vergine
Maria.
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