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• ANNO XXIX - MENSILE - N° 7 - LUG./AGO. 2008
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RIVISTA DEL SANTUARIO BASILICA DI MARIA AUSILIATRICE - TORINO
Per noi tu sei madre
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Editoriale
Le sirene
dell’edonismo
e della trasgressione
sembrano esercitare
un fascino fortissimo
su tantissimi giovani,
allontanandoli
dalla loro piena
realizzazione.
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Non siamo soliti né dare consigli né addentrarci nei meandri della vita politica del Paese, non per rifiuto della realtà, anzi, o spinti
da una visione negativa dell’impegno, piuttosto perché il nostro compito è altro rispetto non solo all’immediato, ma nei riguardi della
divisione in gruppi specifici della società. Questa volta, tuttavia, vogliamo fare anche noi un’analisi di ciò che è accaduto recentemente, proprio per le ragioni esposte. Infatti, non siamo dinanzi ad un
evento di parte – da cui il termine partito e partitico – di cui tanto
la politica si nutre, bensì siamo stati testimoni di una svolta epocale che è solo il tentativo di dominare i cambiamenti in corso non solo nella nostra società ma nel mondo intero. Per cui ben si comprende
la domanda iniziale: cosa sta capitando nel mondo e quindi anche
nella nostra società?
Sta avvenendo qualcosa che non si era mai registrato in precedenza: nel mondo, lentamente, si stanno spostando i centri decisionali e, quindi, di influenza.
Nonostante la crisi economica, con i suoi terribili scenari, forse
anche apocalittici, per quanto riguarda i generi di prima necessità
per molte aree del Pianeta, la ricchezza prodotta continua a crescere. Non nei luoghi soliti, Europa e Stati Uniti, ma in tutto il Sud
Est asiatico che sta letteralmente trascinando il mondo come una
vera locomotiva, esattamente come, fino a non molto tempo fa, lo
era il mondo occidentale nel suo complesso. Inoltre, altre zone, un
tempo depresse, stanno rinascendo vigorosamente e si presentano
con forza sulla scena mondiale, indebolendo ancor più le tradizionali aree di forza.
In particolare in questi ultimi due anni, per la prima volta nella storia dell’umanità, non solo la crescita della produzione di ricchezza è stata maggiore nelle zone non occidentali, ma, e questo è
il punto che farà sempre più la differenza nei prossimi anni, l’incremento degli investimenti in ricerca e in cultura è stato notevolmente maggiore nelle zone asiatiche rispetto all’Europa e agli Stati Uniti. Insomma, quei Paesi non solo crescono economicamente
meglio e più in fretta di noi, ma stanno investendo tantissimo e più
di noi nel settore della ricerca e nella cultura. Il tutto proprio in
questi ultimi due anni. Questo significa che i centri dove si pensa
e dove si produce novità sono e saranno sempre più altrove e non
più in Occidente.
Questo fatto pare essere irrevocabile. Insomma, pare proprio che
indietro non si possa tornare, a meno che una forte crisi non dise-
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Nei Paesi asiatici
la scuola è un valore
centrale
nella formazione
dei ragazzi.
La bassa natalità
e l’assenza dei genitori
dalla vita dei ragazzi,
rende le generazioni
occidentali meno
preparate ad affrontare
le sfide del futuro.
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quilibri ancora una volta l’asse mondiale. Ma il prezzo da pagare
potrebbe essere non solo altissimo ma dalle conseguenze nefaste.
Qual è la base di questo risveglio che non avviene in casa nostra?
Basta osservare la semplicità, la dedizione, l’interesse che i giovani di quei Paesi mostrano per la scuola, l’informazione, lo studio e
confrontarlo quello manifestato dai nostri. E questa è una delle ragioni che fanno la differenza. Credere che fare sacrifici per il futuro sia un investimento e non un fastidio, che il rispetto per gli insegnanti sia una virtù e non un’umiliazione, che tutti debbono dare
qualcosa alla comunità perché o si
cresce tutti insieme o si arretra tutti insieme, sono solo alcuni dei pilastri che hanno guidato la crescita di quelle Nazioni.
Ma alla base di queste convinzioni individuali e sociali vi è la famiglia e l’educazione che trasmettono il senso della responsabilità sociale, i valori e il legame
dei rapporti che uniscono l’individuo al nucleo familiare. Per questo, l’Occidente non solo non può,
ma non deve distruggere o irridere le sue tradizioni e la sua cultura perché queste sono le ragioni della sua forza. Negarle o, peggio,
il burlarsi della propria identità significa iniziare a scrivere la parola fine sulla nostra civiltà così come l’abbiamo finora conosciuta.
Questo stato di cose è fortemente avvertito da molti. Per queste
ragioni, il timore del futuro, la paura del presente, un senso di angoscia e di incertezza si sono impadroniti di larghi strati della società che sperimenta quotidianamente la fatica del vivere e troppo
volte assapora l’insicurezza riguardo anche alla propria persona fisica. Le notizie giornaliere che descrivono poi un vistoso incremento di violenza giovanile, di aggressività e di barbarie non fanno altro che alimentare il desiderio di certezza e di tranquillità come fondamento del vivere civile.
Solo un vigoroso impegno educativo può riportare la società verso la giusta rotta della crescita umana perché l’educazione è la chiave
del futuro. Un’educazione che abbia di mira la formazione integrale dell’uomo e avvii i giovani verso la responsabilità e non l’imbruttimento del loro spirito e lo
spegnimento delle loro intelligenze.
Don Giuseppe Pelizza
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Ci amò sino a l
Gesù racconta il Padre
P
to sulle umiliazioni del Servo di
Dio, Giovanni sulle parole che
descrivono l’esaltazione del Servo di Dio. Il suo Gesù, lo costateremo sin dalla prima scena, affronta la Passione non come vittima, ma come sovrano, non subisce gli eventi ma li domina.
L’intero racconto può essere
così suddiviso: Gesù si consegna
ai Giudei (18,1-27); Gesù è consegnato dai Giudei ai pagani
(18,28-19,22); Gesù consegnato
per essere crocifisso si consegna
al Padre (19,23-42).
andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie
fornite dai capi dei sacerdoti e
dai farisei con lanterne, fiaccole
e armi. Gesù sapendo ciò che stava per accadere, uscì...
Dopo una notizia simile a
quella dei Sinottici, Giovanni parla di un “giardino” che non ha
nulla a che fare con l’Eden della
Genesi. Si tratta di un luogo familiare in cui Gesù si ritirava con
i suoi discepoli. In compenso il
testo precisa che Gesù “entra” e
poi “esce” dal giardino. Questo
dunque viene presentato come un
luogo chiuso: la sua chiusura permette a Giovanni di mostrare il
movimento di Gesù che da sé
avanza fuori verso il gruppo che
lo cerca e quindi di mettere in
evidenza la sua iniziativa, elemento fondamentale del discorso. Gesù “liberamente” va verso
chi lo vuole arrestare. Giuda, che
conosceva il luogo dove Gesù poteva essere trovato in quella notte, fa da guida alla truppa incaricata di arrestarlo. Essa era composta da un gruppo di soldati e da
alcune guardie fornite dai capi
dei sacerdoti. Alcuni pensano che
le guardie erano dei romani perché c’era un “Tribuno” con loro.
Se questo è vero, dice Leòn-Dufour, “facendo intervenire i Romani nell’arresto di Gesù, l’evangelista vuole mostrare che tutti,
Giudei e pagani, hanno partecipato al dramma: il Figlio che Dio
ha dato al mondo è stato con-
Gesù si consegna ai Giudei
(18,1-27)
Detto questo Gesù uscì con i
suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché
Gesù spesso si era trovato là con
i suoi discepoli. Giuda dunque vi
© Elledici / Schnoor
enso sia questo il titolo più
bello per dare inizio al nostro studio sulla passione.
Ci avviciniamo alla Passione secondo Giovanni, ben diversa da
quella dei Sinottici. Ci piace iniziare la nostra meditazione richiamando le ultime parole della “Preghiera”: “ho fatto conoscere il tuo nome e lo farò conoscere ancora” (17,26). Il capitolo 18 inizia dicendo: Detto ciò
Gesù uscì, ma continua sulla linea della preghiera, a far conoscere il Padre, a rivelarlo come
“un amore che si dona” sino alla
fine. I discepoli presto capiranno, con l’aiuto dello Spirito, quanto sono stati amati e sperimenteranno in sé l’amore del Padre e la
presenza amorosa di Gesù.
I quattro evangelisti fondano
il racconto della Passione sugli
stessi eventi, ma l’angolazione
di lettura di Giovanni è ben diversa anche se tutti rileggono il
quarto canto del Servo di Dio (Is
53). I Sinottici mettono l’accen-
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쑸 Giovanni nel suo Vangelo, pur narrando la Passione di Gesù, mette in
risalto non tanto la sua sofferenza
quanto focalizza tutta la narrazione
verso il momento della sua glorificazione.
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dannato dagli uni e dagli altri allo stesso modo”. Di fronte alla
truppa, Gesù disse:
“Chi cercate?”. Risposero:
“Gesù il Nazareno”. Disse loro
Gesù: “Io sono”. Vi era con loro anche Giuda il traditore. Appena disse: “Io sono”, indietreggiarono e caddero a terra.
Domandò loro di nuovo: “Chi
cercate?”. Risposero: “Gesù, il
Nazareno”. Gesù replicò: “Vi ho
detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne
vadano”. Ciò avveniva affinché
si compisse la parola che aveva
detto: “Di quelli che mi hai dato non ne ho perduto nessuno”.
Con la sua domanda: “Chi cercate”, Gesù provoca i soldati a
nominarlo e perciò a prendere
posizione sulla sua identità. Ignorando il mistero di Gesù le guardie si accontentano dell’appellativo corrente che sottolinea la sua
origine galilaica, e perciò rispondono: “Gesù il Nazareno”.
Il Figlio venuto nel mondo riconosce questo nome come suo e
risponde: “Io sono”. Questa formula però ha un senso pregnante. Essa indica il mistero della
sua persona come quando disse
ai Giudei: “prima che Abramo
fosse, IO SONO” (8,58). Alla risposta di Gesù, i soldati indietreggiarono e caddero a terra.
Questo gesto visualizza nella
Bibbia l’impotenza dei malvagi
di fronte all’onnipotenza di Dio
o davanti al Giusto perseguitato
che si affida a Dio. Qui manifesta la potenza di Gesù che se volesse potrebbe chiamare dodici
legioni di angeli in sua difesa.
Nessuno senza il suo volere lo
può arrestare.
© Elledici / Schnoor
a lla fine
Al momento dell’arresto, Gesù non si lascia travolgere ma domina gli eventi,
ergendosi come regista degli accadimenti che lo condurranno alla gloria della
Risurrezione.
Non sappiamo se si sono rialzati. Gesù però ripete la domanda. “Chi cercate!” e alla stessa risposta dice: “sono io” e poi
aggiunge: “se cercate me, lasciate che questi se ne vadano”.
In Giovanni i discepoli non fuggono: è Gesù che li salva. Nell’istante cruciale in cui si consegna ai soldati, il Figlio si preoccupa di coloro che il Padre gli
ha dato, dando così compimento alla Scrittura: non ha perduto
nessuno dei suoi. Il testo della
Scrittura però non riguarda solo
la salvaguardia della vita fisica
dei propri discepoli. Gesù vuole anche evitare che siano tentati al di sopra delle loro forze.
Prima del suo passaggio al Padre, sarebbero incapaci di seguirlo sulla strada che attraverso la croce li conduce a Dio. “per
ora non potete seguirmi”.
Pietro però non ci sta e sguaina la spada colpendo il “servo
del sommo sacerdote”. Ma Gesù gli disse: “Rimetti la spada
nel suo fodero. Non berrò il calice che il Padre mi ha dato?”. È
chiaro che Gesù non accetta la
violenza; egli cerca solo di vivere in comunione con il Padre:
tale il senso del “calice” nell’uso
orientale. Il calice teso dal Padre assume per il Figlio il volto
del Padre invisibile. Alcuni autori
dicono qui che il Padre voleva la
morte del Figlio. Ma sia ben chiaro: Dio non vuole la morte ma la
vita e la salvezza di tutti gli uomini. Grazie alla sua solidarietà
con gli uomini peccatori, l’Inviato da Dio subisce la morte,
ma ciò facendo ottiene la morte
della morte.
Il racconto della cattura si
chiude con la frase: Allora la coorte con il tribuno e le guardie
si impadronirono di Gesù e lo
legarono.
Di fronte al sommo sacerdote
(18,12-27)
È una pagina composita: una
piccola introduzione (vv. 12-14);
primo rinnegamento di Pietro
(vv. 15-18); Gesù davanti al som5
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mo sacerdote (vv. 19-24); secondo e terzo rinnegamento di
Pietro (vv. 24-27). Questo fa capire, come anche nei Sinottici,
che mentre Gesù dava la sua bella testimonianza davanti al tribunale ebraico, Pietro giù nel
cortile dava la sua antitestimonianza rinnegando Gesù. È una
pagina che mette in meditazione ogni discepolo che vuole confrontarsi con Gesù.
Da Anna e Caifa
Allora i soldati con il Tribuno e le guardie dei Giudei catturarono Gesù, lo legarono e lo
condussero prima da Anna: Egli
infatti era suocero di Caifa che
era sommo sacerdote quell’anno.
Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: “È conveniente che un solo uomo muoia
per il popolo”.
Giovanni, a differenza degli
altri evangelisti, fa prima passare Gesù da Anna che fu sommo
sacerdote negli anni 6-15 del primo secolo. Egli era suocero di
Caifa e assai influente, anche se
destituito. È forse per questo motivo che Giovanni lo fa interlocutore di Gesù; però lo caratterizza soltanto per il suo legame di
parentela con Caifa al quale alla
fine manderà Gesù. Dicendo poi
che Caifa era quello che aveva
detto: “È meglio che un solo uomo muoia” ci ricorda che è già
stata pronunciata la condanna di
morte contro Gesù (11,50-52) e
questo lo dispensa dal raccontare, come fanno i Sinottici, la presentazione di Gesù di fronte al
Sinedrio. Si limita a dire: condussero Gesù dalla casa di Caifa
nel pretorio, cioè da Pilato.
Primo rinnegamento
di Pietro (vv. 15-18)
Dopo il fallimento del tentativo di difendere il Maestro che,
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Anche durante l’interrogatorio, Gesù non rinuncia ad essere maestro dell’umanità. Il suo atteggiamento è sempre quello di colui che trasmette la verità per la salvezza dell’uomo.
lasciandosi arrestare, ha accettato il calice che il Padre gli presentava, Simon Pietro si arrischia a seguire Gesù là dove viene condotto. Eppure Gesù gli
aveva detto: “La dove io vado tu
non puoi venire ora; mi seguirai più tardi” 13,36). Ebbene lui
va dove va Gesù. C’era con lui
un altro discepolo che era conosciuto nel palazzo del sommo Sacerdote. Questi disse alla
portinaia di lasciare entrare anche Pietro. La portinaia lo fissò
e gli disse: “Non sei anche tu
uno dei discepoli di quest’uomo? ”. Pietro rispose: “Non lo
sono” e se ne andò nel cortile
dove c’era un fuoco acceso e lì
con altri si scaldava.
A questo punto si parla di Gesù di fronte al Sommo Sacerdote (vv. 19-24). Ne parleremo dopo il secondo e terzo rinnegamento di Pietro. Mentre nel palazzo Gesù dava la sua bella testimonianza, nei vv. 25-27 si racconta:
Pietro stava lì a scaldarsi. Gli
dissero: “Non sei anche tu uno
dei suoi discepoli?”. Egli lo negò e disse: “Non lo sono”. Ma
uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: “Non ti ho forse visto nel
giardino?”. Pietro negò di nuovo e subito un gallo cantò.
A questo punto possiamo toccare con mano la delicatezza di
Giovanni che soavizza molto le
negazioni di Pietro secondo i Sinottici nei quali si dice che Pietro “negava di conoscere Gesù”
e “imprecava con giuramento”.
Secondo Giovanni, Pietro si limita a dire: “Non lo sono”. Forse all’evangelista premeva di annotare che “un gallo cantò”, compimento della parola di Gesù: “Il
gallo non canterà prima che tu
mi abbia rinnegato tre volte”.
Di fronte al sommo sacerdote
(vv. 19-24)
Il sommo sacerdote interrogò
Gesù riguardo ai suoi discepoli
e alla sua dottrina. Gesù gli ri-
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spose: “Io ho parlato al mondo
apertamente: ho sempre insegnato nelle sinagoghe e nel Tempio dove tutti i Giudei si riuniscono e non ho mai detto nulla
di nascosto. Perché interroghi
me? Interroga quelli che hanno
udito ciò che ho detto proprio a
loro, ecco essi sanno ciò che ho
detto. Aveva appena detto questo
quando una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù
dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?”. Gli rispose Gesù: “Se ho parlato male dimostrami dov’è il male. Ma se ho
parlato bene, perché mi percuoti?”. Allora Anna lo mandò, con
le mani legate, a Caifa, sommo
sacerdote.
Osserviamo Gesù: non si preoccupa di essere inquisito. Egli
non è uno che tradisce i suoi discepoli. Dopo averli salvati dalla cattura nel giardino; ora non
svela chi sono. Si realizza anche qui quello che ha detto al
Padre: “Di quelli che mi hai dato, nessuno di loro si è perduto”
(17,12). Per quanto riguarda la
sua dottrina, non c’è proprio bisogno di interrogarlo. La conoscono fin troppo bene perché ha
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sempre parlato apertamente nel
Tempio quando era a Gerusalemme (5,14; 7,14; 8,1.59) e nella sinagoga di Cafarnao, là in
Galilea (6,59). Persino i dirigenti
giudei e anche i gran sacerdoti
l’hanno udito, tanto che hanno
cercato di arrestarlo nel Tempio
(7,32; 10,39) e di lapidarlo (8,59).
Gesù non vuole perdere altro
tempo, vuole solo seguire il suo
cammino. Leòn Dufour farebbe
qui una nota: «La domanda sulla dottrina orienta il confronto
sull’attività di Gesù “docente” e
questo permette all’evangelista di
mettere in evidenza conformemente alla sua teologia, la missione di Rivelatore propria del
Figlio».
Nella tradizione sinottica Gesù mantiene il silenzio sotto gli
oltraggi come il Servo di Dio di
Isaia 53,7. Qui egli reagisce allo schiaffo subito. Propone
un’alternativa che mette la guardia dalla parte del torto: non è
lui, ma la guardia che ha agito
ingiustamente. Gesù non ripete
il termine “rispondere” usato
dalla guardia, ma usa il verbo
“parlare” che richiama l’affermazione da lui fatta al Sommo
Sacerdote (18,20), Gesù non ha
parlato male perché ha portato
una testimonianza sulla propria
precedente attività, invitando a
procedere ad un’inchiesta approfondita. Egli parla con bontà e dignità. La sua intenzione è
di mostrare che nella testimonianza, resa alla verità, è irrefutabile. La sua replica alla guardia ricorda al lettore quello che
egli diceva ai Giudei: “Chi di
voi può convincermi di peccato?”. Nel nostro contesto egli rimane sullo sfondo del canto isaiano del Servo: “Egli non ha
commesso peccato e non si è
trovato inganno sulla sua bocca”
(Is 53; cf 1 Pt 2,22). Il racconto non prolunga il colloquio: non
replicano né il Sommo Sacerdote, né la guardia. Gesù ha dunque l’ultima parola. Ma il silenzio di Anna e il fatto che egli
mandi a Caifa il prigioniero,
sempre legato, confermano la
sentenza ricordata all’inizio del
racconto. La violenza degli uomini sembra trionfare. Gesù entra nella passione dove Dio tace, in attesa della glorificazione
del Figlio.
Preghiamo
La descrizione dei luoghi della Passione fatta da Giovanni si discosta da quella fornita dagli altri evangelisti, ma le ricerche archeologiche hanno dato ragione
al quarto evangelista per la precisione con cui riporta la narrazione degli avvenimenti.
Quanta dignità e bontà traspare da questo lungo racconto. Signore hai salvato i tuoi discepoli. Nel dolore non li hai
dimenticati. Hai mantenuto il
silenzio di fronte a chi voleva
giudicarti e a chi ti ha schiaffeggiato. Hai rifiutato ogni violenza. Sei davvero un esempio
per tutti coloro che annunziano
la tua parola. Donaci di imitarti, Gesù, nel nostro ministero. Che nessuno di noi trascuri
qualche destinatario della sua
missione. Fa’ che la bontà e la
non violenza traspaia sempre
nel nostro agire. Donaci di essere pronti a sacrificarci per salvare le persone che ci sono affidate. Amen!
Mario Galizzi
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La Catechesi di Benedetto XVI
Pietro segue il Risorto
I Dodici
N
ella vita di San Pietro vi
sono due tappe decisive: la chiamata presso il
lago di Galilea e poi la confessione di fede: «Tu sei il Cristo,
il Messia». Una confessione ancora insufficiente, iniziale e tuttavia aperta. San Pietro si pone
in un cammino di sequela. E così questa confessione iniziale porta in sé, come in germe, già la futura fede della Chiesa.
Oggi vogliamo considerare altri due avvenimenti importanti
nella vita di San Pietro: la moltiplicazione dei pani – nel brano
del Vangelo c’è la domanda del
Signore e la risposta di Pietro –
e poi il Signore che chiama Pietro ad essere pastore della Chiesa universale.
San Pietro, Andrea Vanni, (1353-1413), Museum of Fine Arts, Boston.
Il nuovo modo di essere Re
Cominciamo con la vicenda
della moltiplicazione dei pani.
Voi sapete che il popolo aveva
ascoltato il Signore per ore. Alla
fine Gesù dice: Sono stanchi, hanno fame, dobbiamo dare da mangiare a questa gente. Gli Apostoli domandano: Ma come? E Andrea, il fratello di Pietro, attira
l’attenzione di Gesù su di un ragazzo che portava con sé cinque
pani e due pesci. Ma che sono, per
così tante persone?, si chiedono
gli Apostoli. Ma il Signore fa sedere la gente e distribuisce quei
cinque pani e due pesci. E tutti si
saziano. Anzi, il Signore incarica gli Apostoli, e tra loro Pietro,
di raccogliere gli abbondanti
avanzi: dodici canestri di pane
(cf Gv 6,12-13). Successivamente la gente, vedendo questo miracolo – che sembra essere il rinnovamento, così atteso, di una
nuova «manna», del dono del pane dal cielo – vuole farne il proprio re. Ma Gesù non accetta e si
쑸 La dichiarazione di Pietro sulla divinità di Gesù porta in sé, come in germe, già la futura fede della Chiesa.
ritira sulla montagna a pregare
tutto solo. Il giorno dopo, Gesù
sull’altra riva del lago, nella sinagoga di Cafarnao, interpretò il
miracolo – non nel senso di una
regalità su Israele con un potere
di questo mondo nel modo sperato dalla folla, ma nel senso del
dono di sé: «Il pane che io darò
è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Gesù annuncia la
croce e con la croce la vera moltiplicazione dei pani, il pane eucaristico – il suo modo assolutamente nuovo di essere re, un modo totalmente contrario alle aspettative della gente.
Tu solo
hai parole di vita eterna
Noi possiamo capire che queste parole del Maestro – che non
vuol compiere ogni giorno una
moltiplicazione dei pani, che non
vuol offrire ad Israele un potere
di questo mondo – risultassero
veramente difficili, anzi inaccettabili, per la gente. «Dà la sua
carne»: che cosa vuol dire questo? E anche per i discepoli appare inaccettabile quanto Gesù
dice in questo momento. Era ed
è per il nostro cuore, per la nostra mentalità, un discorso «duro» che mette alla prova la fede
(cf Gv 6,60). Molti dei discepoli si tirarono indietro. Volevano
uno che rinnovasse realmente lo
Stato di Israele, del suo popolo,
e non uno che dicesse: «Io do la
mia carne». Possiamo immaginare che le parole di Gesù fossero
difficili anche per Pietro, che a
Cesarea di Filippo si era opposto
alla profezia della croce. E tuttavia quando Gesù chiese ai Do-
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Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è
capace.
dici: «Volete andarvene anche
voi?», Pietro reagì con lo slancio
del suo cuore generoso, guidato
dallo Spirito Santo. A nome di
tutti rispose con parole immortali,
che sono anche le nostre parole:
«Signore, da chi andremo? Tu
hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che
tu sei il Santo di Dio» (cf Gv
6,66-69).
Ma tuttavia era già fede, aperta alla realtà più grande – aperta soprattutto perché non era fede in
qualcosa, era fede in Qualcuno:
in Lui, Cristo. Così anche la nostra fede è sempre una fede iniziale e dobbiamo compiere ancora un grande cammino. Ma è
essenziale che sia una fede aperta e che ci lasciamo guidare da
Gesù, perché Egli non soltanto
conosce la Via, ma è la Via.
Verso la pienezza della fede
Qui, come a Cesarea, con le
sue parole Pietro inizia la confessione della fede cristologica
della Chiesa e diventa la bocca anche degli altri Apostoli e di noi
credenti di tutti i tempi. Ciò non
vuol dire che avesse già capito il
mistero di Cristo in tutta la sua
profondità. La sua era ancora una
fede iniziale, una fede in cammino; sarebbe arrivato alla vera
pienezza solo mediante l’esperienza degli avvenimenti pasquali.
Oltre ogni maschera
La generosità irruente di Pietro non lo salvaguarda, tuttavia,
dai rischi connessi con l’umana
debolezza. È quanto, del resto,
anche noi possiamo riconoscere
sulla base della nostra vita. Pietro ha seguito Gesù con slancio,
ha superato la prova della fede,
abbandonandosi a Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui
cede alla paura e cade: tradisce
il Maestro (cf Mc 14,66-72). La
scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore,
di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva
promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare a
essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento.
Dopo questo pianto egli è ormai
pronto per la sua missione.
Dio si adegua all’uomo
In un mattino di primavera
questa missione gli sarà affidata
da Gesù risorto. L’incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. È l’evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù
e Pietro. Vi si rileva un gioco di
verbi molto significativo. In greco il verbo «filéo» esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo «agapáo» significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato.
Gesù domanda a Pietro la prima
volta: «Simone... mi ami tu (agapâs-me)» con questo amore totale e incondizionato (cf Gv 21,15)?
Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: «Ti amo (agapô-se)
incondizionatamente». Ora che
ha conosciuto l’amara tristezza
dell’infedeltà, il dramma della
propria debolezza, dice con umiltà: «Signore, ti voglio bene (filôse)», cioè «ti amo del mio povero amore umano». Il Cristo insiste: «Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?».
E Pietro ripete la risposta del suo
umile amore umano: «Kyrie, filôse», «Signore, ti voglio bene come so voler bene». Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto:
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Cesarea di Filippo, resti dell’acquedotto romano.
In basso, la stele rinvenuta nel 1961
a Cesarea Marittima dall’archeologo
italiano A. Frova, mentre stava scavando in un anfiteatro romano. Nella linea 3 sono leggibili le lettere: [praef]ectus Iuda[ea] e[...]. Questa è l’unica testimonianza archeologica scritta con il nome di Pilato. È conservata in Israele, presso l’Israel Museum
di Gerusalemme.
«Fileîs-me?», «mi vuoi bene?».
Simone comprende che a Gesù
basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è
rattristato che il Signore gli abbia
dovuto dire così. Gli risponde
perciò: «Signore, tu sai tutto, tu
sai che ti voglio bene (filô-se)».
Verrebbe da dire che Gesù si è
adeguato a Pietro, piuttosto che
Pietro a Gesù! È proprio questo
adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo
rende capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo
aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,19).
Seguire Gesù, sempre
Da quel giorno Pietro ha «seguito» il Maestro con la precisa
consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza
non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla
presenza accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del
rinnegamento ed il pianto della
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conversione, Pietro è giunto ad
affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità
d’amore. E mostra così anche a
noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la
nostra povera capacità di amore
e sappiamo che Gesù è buono e
ci accetta. È stato per Pietro un
lungo cammino che lo ha reso un
testimone affidabile, «pietra» della Chiesa, perché costantemente
aperto all’azione dello Spirito di
Gesù. Pietro stesso si qualificherà come «testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della
gloria che deve manifestarsi» (1
Pt 5,1). Quando scriverà queste
parole sarà ormai anziano, avviato verso la conclusione della
sua vita che sigillerà con il martirio. Sarà in grado, allora, di descrivere la gioia vera e di indicare dove essa può essere attinta: la
sorgente è Cristo creduto e amato con la nostra debole ma sincera
fede, nonostante la nostra fragilità. Perciò scriverà ai cristiani
della sua comunità, e lo dice anche a noi: «Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa,
mentre conseguite la meta della
vostra fede, cioè la salvezza delle anime» (1 Pt 1,8-9).
Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 25-05-2006
Meditazione
S
«
e uno viene a me e non odia
suo padre, sua madre, la
moglie, i figli, i fratelli, le
sorelle e persino la propria vita,
non può essere mio discepolo»
(Lc 14,25s). «Chiunque di voi
non rinunzia a tutti i suoi averi,
non può essere mio discepolo»
(Lc 14,33).
Qui il Signore ci parla di tre
aspetti fondamentali della nostra
vita: la nostra realizzazione personale (la nostra vita), gli affetti più cari (padre, madre...), i nostri beni terreni (averi). Ebbene,
Egli ce li vuol togliere, o invece
ce li offre in pienezza?
Noi tendiamo ad essi, a volte
spasmodicamente, e spesso così
li guastiamo; Egli invece c’insegna come possiamo ottenerli assai meglio, cercando Lui prima
di loro. E sarà Lui stesso a donarceli, serenamente.
La vita
«Se uno (...) non odia (...) la
propria vita, non può essere mio
discepolo». Odiare è un’espressione ebraica, che vuol farci capire che Gesù va preferito alla vita stessa, come appare dalle parole simili che si trovano in Matteo 10,37ss. Quando si presenta
a noi il dilemma tra qualcosa che
ci piace e la volontà di Dio, sceglieremo questa, persino a somiglianza dei martiri, che hanno rinunciato alla vita terrena
per Dio: essi hanno capito fino
in fondo le parole di Gesù, che
aveva detto al Padre: «non sia
fatta la mia, ma la tua volontà»
(Lc 22,42).
Ma questo non significa af-
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La strada
della realizzazione
fatto che al Signore non interessi la nostra vita, tant’è vero che
si è lasciato morire per noi! Ma
sa che soltanto con queste disposizioni potremo raggiungere
la nostra piena realizzazione: «chi
avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 11,39); e
la troverà con grande abbondanza! (cf Gv10,10).
Del resto, anche l’esperienza
umana insegna che la realizzazione di se stessi si ottiene solamente deviando l’attenzione da
se stessi, e quindi vivendo non
per sé, ma per gli altri!
Gli affetti
Qualcosa di simile avviene
per le persone più care di questa
vita: «Se uno (...) non odia suo
padre, sua madre (...), non può essere mio discepolo». Anche qui,
Gesù non vuole che odiamo i parenti e gli amici: anzi, secondo il
Comandamento ricordato da Lui
stesso, desidera che li amiamo
(cf Mc 10,19); ma ci fa capire
che, quando le richieste dei nostri cari contrastano le richieste
di Dio, l’unico modo di amarli
davvero consiste nello scegliere
il Signore! Preferire i nostri cari significherebbe allontanarsi da
Dio, e quindi non sarebbe amore: ci impedirebbe d’amare, perché «Dio è amore» (1 Gv 4,7). Invece, chi preferisce Gesù, ci porta ad amare i fratelli: «Da questo conosciamo di amare i figli di
Dio: se amiamo Dio!» (1Gv 5,2).
Scegliere Lui significa volere tutto quello che Lui vuole: e Dio è
innamorato dei suoi figli (e quindi anche dei nostri cari), con
l’amore più saggio e più forte
che si possa immaginare!
Le cose
«Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può
essere mio discepolo» (Lc 14,33).
Anche qui, il Signore ci chiede
di preferire Lui a qualunque possesso umano: ricordiamo la parabola riferita da Matteo in 13,44:
La realizzazione di se stessi si ottiene solo deviando l’attenzione da sé e vivendo per gli altri.
La libertà profonda a cui l’uomo aspira la si può ottenere solo nell’amore.
«Il regno dei cieli è simile a un
tesoro nascosto in un campo; un
uomo lo trova e lo nasconde di
nuovo, poi va, pieno di gioia, e
vende tutti i suoi averi e compra
quel campo». Ma non tutti sono
chiamati a vendere materialmente tutto! Dipende dalla vocazione che il Signore ci offre.
E tuttavia coloro che sono chiamati a mantenere i propri beni,
saranno generosi verso Dio e verso i fratelli, come ha fatto Zaccheo (cf Lc 19,8s)!
E quando lasciamo i nostri beni terreni per Gesù, spesso li ritroviamo in questa stessa vita:
«Chiunque avrà lasciato case (...)
o campi per il mio nome, riceverà
cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). I
Frati e le Suore lo sperimentano
quotidianamente!
In conclusione, ripenso a Papa Benedetto XVI, che il 24 aprile 2005 aveva detto: «Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto.
Chi si dona a Lui, riceve il
centuplo. Sì, aprite, spalancate
le porte a Cristo, e troverete la vera vita».
Antonio Rudoni
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I due pelle g
Anniversari
L
ourdes è il santuario mariano
più conosciuto e più frequentato al mondo, meta
di incessanti pellegrinaggi di persone che vanno a dissetare lo spirito: oltre 700 milioni di pellegrini in 150 anni, spinti dal desiderio di un incontro e un conforto, alla ricerca di una ricarica
spirituale, una consolazione, una
guarigione, un miracolo. Un variegato e dolorante popolo di malati, che si sobbarcano viaggi lunghi e faticosi per pregare davanti alla bianca statua dell’Immacolata e per immergersi nelle acque fatte sgorgare da Bernardette su indicazione della Vergine.
Fra i tanti, due pellegrini sin-
Lourdes: il 1° marzo 1858
avviene il primo
evento miracoloso.
Catherine Latapie
guarisce all’istante
al braccio.
Ritratto di Émile Zola, Manet, (1868), Paris, Musèe d’Orsay.
Émile Zola si recò a Lourdes nell’agosto del 1892. La vena letteraria
a cui si ispirava, il naturalismo, non
gli permise di comprendere appieno
gli avvenimenti di Lourdes. Tuttavia
i valori cristiani guidarono alcune delle sue ultime opere.
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golari e radicalmente antitetici:
uno profondamente religioso e
naturalmente devoto; l’altro agnostico e dichiaratamente ateo,
che non avrebbe creduto neppure se un miracolo fosse avvenuto sotto i suoi occhi.
Angelo Giuseppe Roncalli fu
un grande viaggiatore. Si recò la
prima volta a Lourdes con un
pellegrinaggio orobico dal 10 al
19 settembre 1908 – era prete dal
10 agosto 1904 – quando è segretario del vescovo di Bergamo
mons. Giacomo Maria Radini
Tedeschi ed è professore in Seminario. Più numerosi sono i pellegrinaggi negli 8 anni in cui, per
volontà esplicita di Pio XII, è
nunzio apostolico a Parigi, dal
22 dicembre 1944 al 28 dicembre 1952, quando Papa Pacelli lo
promuove patriarca di Venezia e
il 12 gennaio 1953 lo nomina cardinale.
Dopo la seconda guerra mon-
diale, dal 29 luglio al 3 agosto
1945 presenzia alla «Settimana
sociale dei cattolici francesi» a
Tolosa e va in pellegrinaggio a
Lourdes. L’anno dopo, il 23-25
agosto ’46, partecipa al pellegrinaggio nazionale francese mentre il 19-20 maggio 1949 presenzia a quello bergamasco. Da
patriarca di Venezia dall’8 al 15
luglio 1954 guida quello del Triveneto.
Prima di essere Papa
Ma l’evento più importante è
il pellegrinaggio del 24-26 marzo 1958, cinquant’anni fa. Il patriarca di Venezia, per la lunga
permanenza a Parigi e la profonda conoscenza della Francia,
è nominato da Pio XII «inviato
papale» alle celebrazioni del primo centenario delle apparizioni
(1858-1958): il 25 marzo, festa
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e grini
dell’Annunciazione, dedica al
culto la basilica sotterranea di
San Pio X. Data l’ampiezza della costruzione il Patriarca ne percorre in macchina l’interminabile perimetro. Sette mesi dopo,
il 9 ottobre 1958, Pio XII si spegne a Castelgandolfo e il 28 ottobre, a sorpresa, Roncalli è eletto Papa. Giovanni XXIII non dimenticherà mai i momenti di fervida preghiera e di intensa commozione alla Grotta di Massabielle.
Emile Zola visita Lourdes nell’agosto 1892, 34 anni dopo le
apparizioni. Lo scrittore si dichiara senza fede né crede nei
miracoli. Ci va come osservatore per scrivere un romanzo che
resta anche oggi – osserva «Libération» – «un grande réportage giornalistico». L’idea del libro
era nata un anno prima durante
un soggiorno a Lourdes insieme
alla moglie. «Che bel libro si può
fare su questa città straordinaria
e mistica in un secolo di scetticismo» aveva scritto all’amico
Henry Ceart dichiarandosi interessato e affascinato.
Terminato nel 1893 l’ultimo
dei 20 volumi de «Les RougonMacquart», a 52 anni apre il ciclo de «Le tre città» (Lourdes,
Roma, Parigi). A Lourdes trascorre due settimane: molti cronisti accorrono da Parigi per
scrutarne le reazioni. Osserva la
marea dei pellegrini e dei malati scendere dai treni e ammassarsi davanti alla Grotta. «Un
corteo spaventoso» annota. Anche lui beve l’acqua, che dichiara
«buona e chiara». Indaga con
sguardo critico la cittadina dei
Pirenei dove si è sviluppata una
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fiorente industria di oggetti e
souvenirs e dove dilaga la corruzione. Incontra il fratello di
Bernadette, commerciante di oggetti religiosi.
I cattolici vorrebbero che lo
scrittore si convertisse, ma egli
resta scettico. Nonostante le ore
trascorse nell’ufficio miracoli,
li definisce «allucinazioni», ma
si appassiona al «misticismo collettivo della credenza nei miracoli per poveri esseri alla ricerca di salute e di vita immensa».
Si lascia trasportare dalla «comédie humaine di cui Lourdes
è teatro». Il romanzo «Lourdes»,
pubblicato nel 1894, finisce all’Indice. Solo il celebre «J’accuse», quattro anni dopo, mette
a tacere le polemiche ma ne accende di nuove. Gli appunti,
conservati nella biblioteca di
Aix-en-Provence, sono pubblicati nel 1958 dall’editore Fasquelle, con il titolo «Mon voyage a Lourdes».
Giuseppe Roncalli durante il suo servizio militare come ausiliare sanitario
nella prima guerra mondiale da giovane prete.
Il Cardinal Angelo Giuseppe Roncalli
si recò ancora una volta a Lourdes
sette mesi prima di essere eletto al
soglio di Pietro.
Il primo riconoscimento ecclesiale delle apparizioni avviene dopo quattro anni: il 18 gennaio 1862 mons. Laurence, vescovo di Tarbes, dichiara: «Giudichiamo che Maria Immacolata, Madre di Dio, sia realmente
apparsa a Bernardette Soubirous
l’11 febbraio 1858 e per le successive 17 volte».
Il 1º marzo 1858 avviene il
primo evento miracoloso: Catherine Latapie immerge il braccio lussato nell’acqua e «guarisce all’istante». Seimila persone
in 150 anni hanno dichiarato di
essere guarite. Ma le autorità di
controllo – l’Ufficio medico
francese e il Comitato medico
internazionale, composti da sanitari indipendenti – giudicano
2 mila casi come «inspiegabili»
per la scienza, quindi «prodigiosi». Ma la Chiesa è più severa: riconosce solo 67 miracoli, l’ultimo il 9 novembre 2005
riguarda l’italiana Anna Santaniello, afflitta da malformazione
cardiaca incurabile e prodigiosamente guarita.
Pier Giuseppe Accornero
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Vita spirituale
I
Vangeli sinottici situano l’episodio della Trasfigurazione
su un monte di cui non menzionano il nome. Anche la seconda lettera di Pietro parla di un
“santo monte”(2 Pt 1,18) sul quale sarebbe avvenuta la vicenda
della Metamorfosi di Gesù. Una
tradizione antica, attestata già
nel IV secolo da San Cirillo di
Gerusalemme e da San Girolamo, identifica il sito nel monte
Tabor, in arabo Gebel at-Tur, «la
montagna». Un colle rotondeggiante ed isolato, alto circa 600
metri. È su questo colle che i bizantini costruiranno, poi, tre
chiese di cui parla l’Anonimo
Piacentino che le visiterà nel
570. Un secolo dopo Arculfo vi
troverà un gran numero di monaci, e il Commemoratorium de
Casis Dei (secolo IX) menzionerà il vescovado del Tabor con
diciotto monaci al servizio di
quattro chiese. Successivamente ci saranno i Benedettini che
costruiranno anche un’abbazia,
circondando gli edifici di una
cinta fortificata. Distrutto tutto
dal sultano Al-Malik (1211-12)
per costruirvi una fortezza, i cristiani vi torneranno nuovamente, costruendovi un santuario.
Anche questo sarà distrutto per
ordine del sultano Bibars (1263),
lasciando il monte desolatamente
abbandonato per oltre quattro
secoli. Solo nel 1631 i francescani potranno prendere il possesso del monte Tabor. Due secoli dopo, nel 1854, essi cominceranno a studiare le rovine del
passato, iniziando nuove costruzioni che culmineranno con
l’attuale Basilica a tre navate, su
disegno ed esecuzione dell’ar14
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Trasfigurazione:
la Pasqua estiva
chitetto Barluzzi, che sarà inaugurata nel 1924.
Mentre Gesù pregava
Sappiamo che Gesù dedica
molto tempo alla preghiera, specialmente nei momenti decisivi
della sua vita pubblica. Già Marco racconta che Gesù, dopo aver
congedato la folla “salì sul monte a pregare”(Mc 6,46; cf Mt
14,23). Luca attesta più volte, oltre all’episodio della trasfigurazione (Lc 9,28) che Gesù si ritira in luoghi solitari a pregare (Lc
5,16; 6,12; 9,18;11,1). Quindi quest’azione di pregare in luoghi solitari è fortemente attestata dai
redattori dei Vangeli Sinottici.
Non si può negare che Gesù sia
salito su un monte per pregare e
vivere con i suoi amici una straordinaria esperienza soprannaturale.
Lo scandalo della Passione
L’episodio della Trasfigurazione, presente in tutti e tre i Van-
geli Sinottici, è localizzato geograficamente nella regione della
Galilea, poco lontano dal territorio circostante il lago di Genezaret o di Tiberiade.
Sia Marco, che Matteo e Luca situano la vicenda nei giorni
immediatamente successivi alla
confessione di Pietro avvenuta a
Cesarea di Filippi. Si tratta, quindi, di un momento decisivo della vita di Gesù. Un momento segnato dal progressivo allontanamento delle folle di Galilea, il
cui incipit è causato, forse, da
una visione messianica contraddistinta dalla prospettiva della
“Passione”. Una visione illuminata non poco dalla figura biblica del “Servo di Jahvé”, profetizzata da un profeta anonimo
chiamato Deutero Isaia, o secondo Isaia.
Gli stessi discepoli, del resto,
non sembrano voler accettare
questa “logica” folle del Maestro, se è vero che dopo la Trasfigurazione, successivamente alla seconda profezia della passione, essi discuteranno, tra di
Il Monte Tabor in Galilea si eleva a circa 400 metri sulla pianura circostante;
l’altezza sul livello del mare è di circa 600 m. In epoca crociata, la cima
del monte venne spianata per costruirvi un monastero benedettino fortificato, che venne poi distrutto dal Saladino; di esso rimane il portale d’ingresso in pietra, chiamato Porta del vento.
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loro, per confrontarsi su chi
fosse “il più grande”. Appare quindi netta la forbice
tra la prospettiva dolorosa di
Gesù che intravede già davanti a sé, con il viaggio a
Gerusalemme, il proprio
cruento destino finale, e le
assurde dispute dei suoi
amici che aspirano ad essere grandi ed importanti
(Mc 7,24 ss.; cf Mt 18,1-5;
Lc 9,46-48).
Il testo più antico
Ma ascoltiamo il racconto della Trasfigurazione nella versione più arcaica che è quella di Marco.
«Dopo sei giorni, Gesù
prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò
sopra un monte alto, in un
luogo appartato, loro soli. Si
trasfigurò davanti a loro e le
sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano
con Gesù.
Prendendo allora la parola,
Pietro disse a Gesù: “Maestro, è
bello per noi stare qui; facciamo
tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!”. Non sapeva
infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi
si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce
dalla nube: “Questi è il Figlio
mio prediletto; ascoltatelo!”. E
subito guardandosi attorno, non
videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa
volesse dire risuscitare dai morti» (Mc 9,2-10; cf Mt 17,1-8; Lc
9,28-36).
Sulla vetta della montagna, Gesù
vuole educare nel silenzio e nella pace i suoi discepoli ad accettare le ore
difficili e tumultuose del Calvario.
La pedagogia di Gesù
Gesù conduce Pietro, Giacomo e Giovanni in un luogo in disparte. Li porta sopra un monte.
Secondo la tradizione, risalente
a Cirillo di Alessandria, si tratta
del Tabor, una collina alta 588
metri, di forma conica, che si staglia sulla verdeggiante pianura
di Esdrelon o Izreel. Da questo
monte lo sguardo spazia su un
ampio scenario di colli e di valli, offrendo uno sguardo panoramico suggestivo ed incantevole
della Galilea. E qui, sul Tabor,
Gesù conduce Pietro, Giacomo e
Giovanni. Essi tornano dal territorio di Cesarea di Filippo dove
il Maestro aveva esplicitamente
detto quale sarebbe stato il suo
destino, insegnando loro che il
Figlio dell’uomo doveva molto
soffrire, ed essere riprovato da-
gli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi; essere ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. E a Pietro
che non voleva accettare
questa “via della croce” a
cui Lui voleva prepararli,
Gesù aveva esclamato con
rimprovero: “lungi da me
Satana, perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini”, facendo, così, capire che il progetto di
salvezza dell’umanità doveva passare per la passione e morte del Figlio suo
prediletto.
Ora, dopo aver catechizzato i suoi amici sull’epilogo drammatico della
sua vita, che avrebbe poi
spianato la via alla Risurrezione, il Maestro conduce proprio Pietro insieme
ai due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, sul monte Tabor. Egli certamente
vuole prepararli per gradi alle
ore dolorose della passione e dello scandaloso smembramento del
“suo gregge”. È importante, quindi, che loro sappiano che, con la
sua sofferenza Gesù, conferisce
un “senso”, un valore incalcolabile, a tutte le sofferenze umane,
divenendo totalmente “solidale”
con esse, cioè condividendo, fino in fondo, fino alla morte più
ignominiosa, la debolezza e il
dolore che quest’umanità sperimenta fin dai suoi albori.
Il Servo sofferente
Del resto non bisogna dimenticare che Gesù identifica in sé
quel Servo di Dio, preconizzato
da Isaia, e la sua missione non riguarda solo Israele ma tutti i popoli; ad essa egli si dedica senza riserve, incontrando dure ostilità; quindi la sua vita è predestinata, in questa prospettiva biblica, a concludersi tragicamente. Ma egli sarà glorioso dopo la
morte e così salverà gli uomini,
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versando il suo sangue per loro.
È questa, finalmente, la Nuova Alleanza stretta da Dio con
l’umanità e fondata non più su
sangue di tori e di capri, ma sul
sangue verginale ed Immacolato del Cristo.
Ed è proprio qui, sulla vetta
Tabor, il Signore vuole educare,
nel silenzio e nella pace del luogo, questi suoi amici a saper accettare le ore difficili e tumultuose del Calvario. Egli conosce
le loro debolezze. Sa che il loro
cuore schietto e sincero è per lui.
Ma sa anche che ben altri erano
i loro progetti: regnare, a fianco
di Lui sulle dodici tribù di Israele. Egli stesso glielo aveva promesso, ma si trattava di ben altro: un Regno spirituale.
La gioia vera
E allora, squarciando per pochi attimi il velo che copre la sua
Divinità, Gesù si manifesta per
quello che è: Figlio di Dio Altissimo. In questo spettacolo di
luce Divina i tre apostoli lo contemplano in compagnia di Mosè
ed Elia, i due grandi personaggi
dell’Antico Testamento che raffigurano la Legge ed i Profeti.
Essi sono qui ad indicare che in
Lui si realizzano le antiche profezie della Bibbia, e a Lui converge e si indirizza tutta la Storia sacra.
È un momento di timore, ma
anche di grande gioia e consolazione per Pietro che nella sua
spontaneità esclama: «Maestro,
è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per
Mosè e una per Elia!. Non sapeva infatti che cosa dire, poiché
erano stati presi dallo spavento».
Poi la manifestazione della Divinità di Cristo assume una configurazione solenne. È il Padre
stesso che si manifesta nella voce che proviene dall’alto: «Questi è il Figlio mio prediletto;
ascoltatelo!».
Donato Calabrese
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1º luglio: Beato Antonio Rosmini, sacer do
Un mese un santo
È
rimasto famoso l’incipit
della Enciclica di Giovanni Paolo II del 1998
dal titolo Fides et Ratio. Scriveva il Papa: “La fede e la ragione
sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità, e in definitiva
di conoscere lui...”. È un documento che vuole affrontare il
multi secolare problema dei rapporti tra fede e ragione. Problema sentito lungo i secoli, ma, dopo l’Illuminismo ancora maggiormente e più urgentemente,
proprio perché questo ha proclamato la Ragione umana la ca-
Le sei Massime
del Rosmini
� - Desiderare unicamente e infinitamente di piacere a Dio, cioè
di essere giusto.
� - Orientare tutti i propri pensieri e le azioni all’incremento e
alla gloria della Chiesa di Gesù
Cristo.
� - Rimanere in perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene per disposizione di Dio riguardo alla Chiesa di Gesù Cristo, lavorando per esse secondo
la chiamata di Dio.
� - Abbandonare se stesso nella Provvidenza di Dio.
� - Riconoscere intimamente il
proprio nulla.
� - Disporre tutte le occupazioni
della propria vita con uno spirito
di intelligenza.
Andare a Dio
e con la fede
ratteristica vertice dell’uomo stesso (che lo ha affrancato da ogni
subalternità, anche da Dio) a scapito della Rivelazione.
In questo dibattito secolare un
posto di grande rilievo, nell’era
moderna, spetta proprio ad Antonio Rosmini.
È certamente una delle figure
più eminenti e significative (ancora oggi) dell’800 italiano. Nel
panorama della cultura italiana
di quel secolo si pone assieme
al Manzoni (di cui fu grande amico), al Leopardi e al Foscolo.
Egli infatti fu un gigante della
cultura: non solo filosofo, ma anche pedagogo, giurista, teorico
della politica. Ha lavorato anche
lui (non certo solo Cavour, Garibaldi, Mazzini...) per il Risorgimento e per l’unità dell’Italia.
Unità che lui (come anche Gioberti) aveva intuito sarebbe stato meglio di tipo federale (e aveva ragione). Fu anche un profeta, un apostolo della fede ed un
mistico. Certe sue intuizioni sulla Chiesa lui le ebbe cento anni
prima del Vaticano II.
Ma non solo il Rosmini è stato un uomo di grande cultura (secondo il teologo Urs von Balthasar è stato “uno degli ultimi
geni universali dell’umanità”),
ma è stato anche un santo nel
suo pensare e nel suo agire, nel
suo vivere e nel suo morire. Ed
è per questo che la Chiesa ha
sancito questa sua santità proclamandolo Beato il 18 novembre 2007. Il Card. Josè Martins
nell’occasione ha detto: “La sua
santità, certamente, aiuterà a recuperare l’amicizia tra ragione e
fede, fra religione comportamento etico e servizio pubblico
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er dote e filosofo (1797-1855)
io con la ragione
de
dei cristiani... L’abate Rosmini
visse una vita teologale, in cui
la fede implicava la speranza e la
carità, con un dialogo d’amore
confidente nella Provvidenza”.
È proprio vero che il tempo
guarisce tutto, anche se qualche
volta ci impiega molto... tempo.
Il Nostro infatti è stato beatificato il 18 novembre 2007, esattamente 175 anni da quel 18 novembre 1832 quando egli cominciò a scrivere il suo più famoso,
più discusso (e condannato) volume dal titolo: Delle cinque piaghe della Santa Chiesa. Libro
tanto profetico che non fu capito
subito. Ma molto tempo dopo.
La sua missione:
fare la carità intellettuale
Antonio Rosmini Serbati è nato a Rovereto il 27 marzo 1797,
da una ricca famiglia, di cui era
destinato a diventare l’erede universale. Era di ingegno e di intelligenza brillantissima. Si convinse ben presto che l’unica sa-
Antonio Rosmini in un ritratto giovanile. Qui accanto, un suo grande amico Alessandro Manzoni.
pienza e la vera grandezza dell’uomo stanno in Dio, cioè nel
conoscerlo e nel dedicare tutte
le proprie forze alla sua gloria
lavorando per la salvezza del
prossimo. Impostò la propria
vita come un esercizio ascetico
con l’obiettivo della costante
purificazione dell’anima dal
male e dell’acquisizione del bene, cioè dell’amore a Dio e agli
altri. Questo per lui si configurò principalmente come attività intellettuale: illuminare
razionalmente e istruire i cristiani (di ieri e di oggi).
Diventò sacerdote nel 1821 e
solamente due anni dopo fu lo
stesso Pio VII ad incoraggiarlo
nello studio della filosofia, per il
quale aveva una straordinaria capacità e inclinazione. E poco tempo dopo il successore Pio VIII
gli diede quasi una missione ufficiale: quella della “carità intellettuale”. Di che si trattava? Il
Rosmini, secondo il Papa, doveva continuare a studiare e a
scrivere con l’obiettivo dichiarato di “condurre gli uomini
alla religione mediante la ragione”. Ebbene egli prese sul se17
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Sette pensieri
del
Beato Rosmini
� - Tutti i cristiani, cioè i discepoli
di Gesù Cristo, in qualunque stato e condizione si trovino, sono
chiamati alla perfezione, perché
sono chiamati al Vangelo, che è
legge di perfezione. A tutti ugualmente il divino Maestro disse.
“Siate perfetti come è perfetto il
Padre vostro celeste (Mt 5,48).
� - So per ragione e per fede e
sento con l’intimo spirito, che tutto ciò che si fa, o voluto o permesso da Dio, è fatto da un eterno, da un infinito, da un essenziale amore”.
� - Mi trovo sospeso tra il mondo della vanità e il mondo della
verità.
� - Ciò che rende cari a Dio è la
giustizia. Dunque il cristiano deve domandare incessantemente
di diventare sempre più giusto,
sempre più buono.
� - Il discepolo di Cristo impara
poi che, quanto è ragionevole abbandonarsi interamente nelle mani amorose di Dio, altrettanto è
stolto confidare in se stesso. L’uomo è debolissimo, e neppure in
minima parte può alterare il corso che Dio ha stabilito per ciascuna cosa nell’universo...
� - Il cristiano ha un segno certo per conoscere se manca alla
piena fiducia comandata dal Vangelo nella provvidente cura del
Padre suo che è nei cieli. Esamini
se stesso e veda se prova in cuore qualche preoccupazione circa i beni e i mali del mondo: se
è sempre pienamente tranquillo,
pienamente riposato e disposto
a tutto in ogni avvenimento, o se
si sente crucciato e preoccupato di cose umane, per il successo delle quali soffre agitazione,
e se, come uomo di poca fede,
spera troppo e teme troppo, cioè
vacilla continuamente.
� - Il cristiano deve camminare
sempre nella luce, mai nelle tenebre.
18
La statua del filosofo roveretano nei
giardini di Porta Venezia a Milano.
rio questa missione affidatagli
dal vescovo di Roma, e possiamo dire che la portò avanti con
massimo impegno fino alla fine
della vita. Le opere che seguirono, frutto di questo impegno, ebbero l’approvazione entusiasta e
anche l’ammirazione di altri uomini di cultura che primeggiavano nel panorama
accademico del tempo, quali il Galluppi,
Tommaseo, Manzoni
e il Gioberti.
Grande amico
e benefattore
di Don Bosco
Il Rosmini non fu
soltanto un grande
studioso e autore di
ponderosi volumi di
filosofia, ma anche un
fondatore di ordini religiosi quali: l’Istituto della Carità (nel
1828), una nuova famiglia religiosa da
lui voluta grandemente, e in seguito
nel 1832 delle Suore della Provvidenza.
Due famiglie religiose, impegnate specialmente nel campo
scolastico, cioè della “carità intellettuale”, che ebbero un grande sviluppo.
Ma non solo trovava il tempo di studiare e di scrivere, ma
anche di coltivare le amicizie.
Molto importanti, tra le tante,
sono state quelle col Manzoni e
con Don Bosco. Il Rosmini e
Don Bosco non solo si conobbero, ma si apprezzarono vicendevolmente. Ci fu insomma
una sincera amicizia tra i due.
Venne a Torino-Valdocco a fare
visita a Don Bosco, e quest’ultimo ricambiò la cortesia recandosi a Stresa (1847 e 1850),
dove l’abate risiedeva preferibilmente. Ambedue lavoravano
per la “gloria di Dio”, l’uno principalmente con lo studio approfondito di tematiche filosofiche
e politiche, l’altro dando un mestiere ed un po’ di speranza a
tanti giovani sbandati della Torino dell’800 con la sua inciRitratto del Rosmini, di F. Hayez.
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piente industrializzazione. Strade diverse, metodologie differenti, unico obiettivo. Ambedue
“facevano” l’Italia aiutando la
società italiana a rigenerarsi, sia
intellettualmente sia professionalmente e socialmente.
Il Rosmini e i rosminiani furono generosi con Don Bosco:
senza il loro aiuto l’opera salesiana a Valdocco avrebbe avuto
uno sviluppo molto diverso e
probabilmente molto più lento.
Un esempio: la prima tipografia
che Don Bosco volle, che funziona ancora oggi e che stampa
la presente Rivista di Maria Ausiliatrice, fu messa su con l’aiuto diretto del Rosmini.
Ma dal 1841 cominciarono
per il Rosmini le difficoltà. Queste arrivarono con le aspre critiche ad alcune sue opere. Don
Bosco dal canto suo difese quando e quanto poté il suo amico anche davanti a forti pressioni. E
quando si trattava della ristampa della sua Storia d’Italia, qualcuno gli suggerì di correggere il
lusinghiero elogio che faceva
del Rosmini. Don Bosco si rifiutò confermando così la sua
stima verso l’amico. Di lui conservò sempre un ottimo ricordo
scrivendo: “A me non fece che
del bene, e materiale con le sue
elemosine, e morale con la edificazione che diede a me a ai
miei giovani”.
Tanta era la stima che godeva il Rosmini che il Papa Pio IX
(Beato anche lui) voleva addi-
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Il Sacro Monte Calvario di Domodossola, dove Rosmini salì nel febbraio del
1828 e fondò i suoi due istituti religiosi.
Qui sotto, la tomba di Rosmini e il collegio rosminiano a Stresa.
rittura farlo cardinale e Segretario di Stato. Non si fece niente. Anzi, subito dopo cominciarono i guai con la condanna del
celebre scritto Delle cinque piaghe della Santa Chiesa. Il libro
non fu capito: era infatti un pro-
Don Bosco sull’amico Rosmini
“In quanto all’ottimo sig. Rosmini pareva che la proibizione dovesse deteriorare la grande sua fama, e nol fu. L’abate Rosmini... si mostrò filosofo profondamente cattolico colla sommessione, mostrò essere coerente
a se stesso, e che il rispetto tuttora professato alla cattedra di Pietro son
fatti e non parole. Le quali cose non sappiamo dire di altri distinti personaggi che un tempo altresì primeggiavano... Per me ho sempre nutrito e nutro tuttora la più schietta e leale venerazione per l’Istituto della
Carità e pel veneratissimo suo fondatore” (così scriveva Don Bosco ad
un padre rosminiano, nel 1849, a pochi mesi dalla condanna pontificia
di due sue opere).
feta che vedeva più avanti degli
altri. Alcune sue intuizioni infatti verranno riscoperte e riprese nel Concilio Vaticano II,
cioè più di cento anni dopo.
Il Rosmini non protestò per la
condanna, ma si sottomise al
giudizio degli uomini di chiesa
di allora (meno intelligenti di
lui) e si ritirò a Stresa, dedicandosi interamente agli studi, alla
preghiera e a seguire le sue famiglie religiose. Al Manzoni,
che lo assisteva sul letto di morte, quasi come testamento spirituale raccomandò tre compiti:
“Adorare, tacere, godere”. Era
l’offerta totale della sua vita ai
disegni della Provvidenza. Morì il 1º luglio 1855.
Mario Scudu
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I Novissimi
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Celebrazione
In cammino verso le ultime realtà
IL PECCATO E LA MORTE
La morte è il prezzo del peccato
Perché la morte?
Per il peccato di Adamo è entrata nel mondo la
morte: Sei polvere e in polvere ritornerai! Ma, ciò
che è più grave, l’uomo perde l’amicizia con Dio.
Dunque tutti muoiono? Inesorabilmente la morte corporale colpisce tutti gli uomini. E se quando uno
muore si trova nel peccato mortale allora il suo spirito che sempre vive, entra in inimicizia con Dio, e
vivrà in eterno in quella stessa inimicizia. Proprio
come dice Dio per mezzo del profeta: Se osserverai i comandi di Dio tu vivrai e la morte eterna non
ti toccherà. Se invece farai quello che è male al cospetto dell’Altissimo tu sarai vittima della morte per
sempre. Per questo diciamo che il peccato ha prodotto la morte, quella fisica e quella eterna. Mentre quelli che operano il bene non saranno toccati
dalla morte eterna, perché la loro amicizia con Dio
sarà la loro vita.
Come possiamo salvarci? Se io compio il bene,
mi salvo? La mia salvezza eterna dipende da me stesso? Ma poiché tutti gli uomini sono soggetti, senza eccezioni, al peccato e alla morte, è volontà di
Dio che nessuno può salvarsi da se stesso, ma tutti vengono chiamati alla vita eterna in Cristo.
Infatti dice la Scrittura: «Per mezzo di un uomo
il peccato venne nel mondo e per mezzo del peccato la morte» (Romani 8,12). Esiste quindi un vincolo tra il peccato e la morte.
“
I
o pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la
morte e il male; ti comando di amare il Signore tuo Dio, di osservare i suoi comandamenti, perché tu viva. Ma se il tuo cuore si volge
indietro e se tu ti lasci trascinare a prostrarti davanti
ad altri dèi, io vi dichiaro oggi che certo perirete”
(Dt 30, 15-20).
La morte può venire dalle mani benefiche di
Dio? No, certamente. La morte è conseguenza del
peccato? Sì, secondo la Bibbia. Dice la Scrittura:
«La morte è il prezzo del peccato» (Rm 6,23). «Se
mangerai il frutto dell’albero della conoscenza del
bene e del male, morirai!» (Gn 2,17).
Se vuoi decidere da te stesso ciò che è bene e
ciò che è male per te, tu rinneghi il tuo stato di creatura e non solo ti ribelli a Dio, ma anche ti stacchi da lui; allora tu pecchi e peccando muori perché hai abbandonato la fonte della vita. Infatti chi
abbandona la radice della vita cade nella morte,
come il ramo di un albero quando viene tagliato
muore.
Il peccato, dunque, ha generato la morte fisica:
ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai. Ma
il peccato ci ha colpiti con una morte ancora peggiore, una morte senza soluzione: la morte eterna. Incombe sull’uomo questa terribile morte, questo distacco crudele dall’albero della vita che ha
fatto gridare San Paolo (e anche noi con lui alziamo
la voce): «Chi ci libererà da questo corpo votato
alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di
Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 7,24-25). L’uomo sente il bisogno di essere liberato tutto quanto e ciò avviene per mezzo di Gesù Cristo, il quale, morendo sulla croce, ha cancellato il peccato
e la morte.
Con San Paolo anche noi oggi possiamo e vogliamo vincere questo orribile pericolo della disfatta eterna rivolgendoci al nostro Salvatore, sia in
vita come in morte, dicendo di cuore: Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore!
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Preghiamo con il Salmo 49
Rit.: Mostraci, Signore, la via della salvezza.
Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici,
i tuoi olocausti mi stanno sempre dinanzi,
non prenderò giovenchi dalla tua casa,
capri dai tuoi recinti.
Rit.
Perché vai ripetendo i miei decreti
e hai sempre in bocca la mia alleanza,
perché detesti la disciplina
e le mie parole te le getti alle spalle?
Hai fatto questo e dovrei tacere?
Rit.
Forse credevi ch’io fossi come te!
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Ti rimprovero: ti pongo innanzi i tuoi peccati.
Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora,
a chi cammina per la retta via
mostrerò la salvezza di Dio.
Rit.
Il peccato distrugge l’uomo
Il peccato stravolge la propria vita perché chi
vive per se stesso, non vive per il Signore Dio che
è l’unica vera vita. Infatti se uno vive distaccato da
Dio, vuol dire che affonda le sue radici nel peccato, cioè nella morte. Chi vive nel peccato diventa
preda dell’affanno, dell’inquietudine e per questo
la sua vita diventa un assurdo.
La Scrittura dice: «Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano per se stessi ma
per lui» (2 Cor 5,15).
Si tratta di avere il coraggio di compiere un vero capovolgimento di valori. Tutto quello che il
peccatore (= vivere secondo gli insegnamenti del
mondo) riuscirà a fare e a inventare non potrà mai
metterlo in salvo nell’aldilà.
La paura della morte nasce quando uno crede di
realizzare felicemente la sua vita cercando solo di
avere, di possedere, di appropriarsi di beni e di godere e non di essere, di donare, di aprirsi agli altri.
Il vuoto che ci lascia il mondo diventa paura dell’aldilà. Hai paura della morte e la rigetti dai tuoi
pensieri; ti ribelli alla morte e, considerandola un
castigo, ti ribelli anche a Dio quale essere lontano
e crudele.
Adamo, per il suo peccato, è causa della morte.
Da quel momento il cammino dell’uomo sulla terra è segnato dal peccato e dalla morte, sorte comune di tutti gli uomini.
L’intervento di Dio Padre
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tere della morte e del peccato. Per questo la morte
non è propriamente «morte», una sconfitta, una maledizione, perché mi fa passare da questa vita terrena alla vita eterna nel cielo.
A me e a voi consiglio un atteggiamento, che può
diventare anche un esercizio e una vera esperienza
di morte sulla stessa nostra pelle. Si tratta dell’atteggiamento di Gesù, il quale dopo di aver sperimentato l’angoscia della morte a causa dei nostri
peccati, proprio prima di spirare disse: «Padre, nelle tue mani consegno la mia vita»!
Ascolto e fiducia in lui
Allora la morte nostra non sarà conseguenza del
peccato, ma sorella nostra morte corporale. La vita è sempre dono di Dio, compito da svolgere, servizio da prestare. Solo così la morte segnerà il luogo della speranza, la casa del Padre, la sala del banchetto, l’eterno giorno di festa. È dimostrato infatti che la morte non è la realtà ultima.
Preghiera
Caro Gesù, raccontaci qual gioia fu per te
prender carne
nel grembo immacolato e caldo d’amore
della Vergine,
sposa di Giuseppe della casa di Davide.
Quanto hai sofferto per tutti noi ingiusti e ingrati:
perdono, pietà!
Con te camminiamo nel mondo
per salvare tutti i peccatori che tu ami.
Don Timoteo Munari
Cercare l’infinito, seguire il desiderio di pace, affidarsi alla fiducia in Dio sono gli atteggiamenti che permettono all’uomo di elevarsi dai suoi istinti e vivere nella serenità.
Per fortuna che Dio Padre ha mandato il suo Figlio per districare questa brutta matassa di peccato e morte. Egli ha risolto il problema radicalmente addossandosi il peccato del mondo. Subendo liberamente e con grande amore la passione e la morte in croce e quindi risorgendo il terzo giorno, ha
riportato la grande vittoria sulla morte e sul peccato in nostro favore.
Nel suo stendardo egli ha scritto: Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la
propria vita per me, la salverà. Infatti che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se allontanandosi da Dio rovina se stesso?
Con il Battesimo il credente viene inserito in
Cristo e così partecipa della sua vittoria sul peccato e sulla morte. Solo così veniamo sottratti al po21
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Bibbia e spiritualità
C
ome interpretare la Bibbia? Questo compito non
è facile e ai giorni nostri
è diventato sempre più importante. Tanto che non ci si accontenta più di raccogliere e ordinare i modi di interpretare la Bibbia, ma si riflette su di essi per
studiare il fenomeno dell’interpretazione in se stesso, come incontro dell’uomo nel suo divenire
storico e vitale con la Parola vivente di Dio. Questa è l’ermeneutica che oggi è al centro delle discussioni teologiche.
Vediamo ora quali sono gli
elementi fondamentali che costituiscono le strutture portanti,
le nervature di questa intelligenza spirituale dei libri sacri.
Per rispondere a questa domanda prendiamo in considerazione le componenti ermeneutiLa morte e la Risurrezione di Gesù
sono la chiave interpretativa delle
Scritture.
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Il senso spiritu a
della scrittura
che del «senso spirituale» della
Bibbia che si staccano con maggiore evidenza nel quadro complessivo del messaggio del magistero moderno da Leone XIII
ai nostri giorni.
A questa visione sintetica premettiamo alcune riflessioni che ci
aiutano a ben inquadrarla.
Il Magistero
a) Nei documenti del Magistero
della Chiesa, in particolare dalla
«Providentissimus» di Leone XIII
(1893) alla «Dei Verbum» del Vaticano II (1965), risulta una continuità di fondo sui princìpi teoretici, mentre si riscontra un’esplicitazione successiva e più accurata nel campo dell’elaborazione critico-letteraria della Sacra
Scrittura. Il tono dei documenti e
la natura delle raccomandazioni
contenute presentano un’interessante evoluzione. Si va da un atteggiamento piuttosto difensivo,
desideroso di arginare pericoli incombenti, ad un tono sempre più
positivo, ad esortazioni più pressanti per la lettura e la meditazione della Bibbia da parte di tutto il popolo di Dio.
b) Quando diamo un colpo d’occhio alla storia dell’esegesi cristiana di questo nostro secolo,
spesso arenato sulle spiagge del
razionalismo, costatiamo che ciò
che frena sovente il cammino al
lavoro storico-critico, non è tanto un’interpretazione spirituale
della Scrittura, bensì una falsa
scienza, un cattivo letteralismo,
certe manie di concordismo e
concezioni erronee sulla inerranza biblica e sulla Tradizione.
c) È facile rilevare nei documenti magisteriali, come una
preoccupazione, in parte giusta
e doverosa di spiegare e difendere il senso letterale, abbia
condotto ad una certa trascuratezza della dottrina teologica e
cioè dell’intelligenza spirituale
della Scrittura. Solo dopo la prima guerra mondiale l’indirizzo
cambia con una giusta valutazione del contenuto spirituale
dei libri biblici e si fa strada
l’esegesi «pneumatica», «teologica», «soprastorica». Sarà
tuttavia il Vaticano II a ristabilire la necessità di un’esegesi
spirituale, mettendo in luce il
carattere carismatico di ogni
esegesi cristiana.
d) Il rilevamento dei dati relativi all’insegnamento ermeneutico del magistero moderno fino
alle soglie del Vaticano II, facilmente ci pone a contatto nella
prassi con l’esistenza di una
Chiesa nella cui vita ed esperienza di fede il discorso sulla
intelligenza spirituale della Scrittura, come l’hanno intesa i secoli cristiani, è stato abbandonato o tenuto poco presente; la lettura vitale della Bibbia è rimasta quasi assente nella vita della Chiesa e di fatto l’esegesi è
staccata dalla teologia, dalla spiritualità e dalla pastorale.
e) Il magistero, per lo scarso confronto con la Tradizione dei Padri, che nel campo dell’interpretazione della Scrittura è tanto ricca e per l’eccessiva preoccupazione della sua funzione magisteriale, ha dimenticato in pratica il confronto continuo su questo punto con il popolo di Dio,
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u ale
la sua funzione profetico-ecclesiale di fede e la capacità inventiva sempre nuova di fronte allo
Spirito.
f) Il Concilio Vaticano II, invece, con la «Dei Verbum» canonizza l’idea centrale che sta alla
base, fin dai tempi apostolici, di
tutta la dottrina del «senso spirituale» della Bibbia elaborata nel
corso dei secoli. Il Concilio ritorna al mistero della Chiesa, non
separando la missione dello Spirito Santo da quella del Verbo
Incarnato. Esso apre un orizzonte nuovo, vedendo ormai maturo un discorso ecclesiologico. Il
Concilio ha compreso bene cioè,
che al di là di tutte le scienze ausiliarie, che costituiscono il momento scientifico dell’indagine
al servizio della fede, lo scopo
dell’esegesi cristiana è l’intelligenza spirituale della Scrittura
alla luce del Cristo pasquale, e
che le generazioni di oggi sono
sensibili ad una «esegesi integrale» degna della Parola di Dio,
Sotto l’azione dello Spirito, gli Apostoli
sono stati i primi diffusori dell’annuncio evangelico. Così è solo con lo Spirito che si può comprendere ciò che
è stato composto sotto lo Spirito.
L’annuncio del Vangelo e la sua spiegazione sono i compiti fondamentali della gerarchia ecclesiastica.
l’unica capace di rispondere a
tutti i bisogni delle intelligenze
e delle anime.
La dimensione dello Spirito
Il problema dell’interpretazione della Scrittura è difficile e
complesso, data la complicata
origine e natura dei libri sacri.
Poiché Dio si esprime per mezzo di uomini e nella maniera in
cui questi usano esprimersi, è
importante fare ogni sforzo per
comprendere ciò che l’autore ha
voluto in realtà dirci. Tuttavia
questo non è sufficiente. Bisogna anche sforzarsi di comprendere ciò che l’autore primo, lo
Spirito Santo, ha voluto comunicarci (cf DV 12).
Questa esigenza a prima vista può stupirci, perché si è detto che Dio ci parla per mezzo
dell’autore sacro.
Ma il problema diventa ovvio, se si considera che Dio nella Bibbia non ha parlato per mezzo di un autore solo, bensì per
mezzo di molti autori dislocati
in un periodo di tempo che copre l’arco di un millennio.
Alla necessità di un’interpretazione immediata del pensiero
dei singoli autori, si aggiunge
così quella di comprendere il pensiero di Dio, il quale si esprime
mediante ognuno di essi e nel
complesso organico della rivelazione biblica nell’unico e vasto
disegno di Dio.
Come fare per cogliere in pieno quello che Dio ha voluto dirci nella Scrittura? La «Dei Verbum» ci viene in aiuto affermando che bisogna leggere e interpretare ogni libro e tutta la
Bibbia «con l’aiuto dello stesso
Spirito mediante il quale è stata
scritta» (cf EB 469; DV 12).
Questa espressione del Vaticano II costituisce il principio
fondamentale dell’ermeneutica
teologica, ristabilisce la necessità di una esegesi spirituale, riconferma l’esegesi tradizionale
dei Padri e apre l’orizzonte a molte considerazioni.
L’interpretazione della Parola di Dio suppone l’azione dello Spirito. Come lo Spirito ha
guidato gli agiografi, così deve
guidare gli interpreti della Scrittura. Come per mezzo dello Spirito furono scritti i libri sacri, così con il medesimo Spirito devono essere interpretati.
È solo nella luce dello Spirito che i discepoli possono intendere le Scritture (cf Lc 24). Quando lo Spirito apre loro gli occhi,
l’AT è compreso alla luce dell’avvenimento cristiano e tutto
prende un senso pieno. È qui che
si fonda un’interpretazione «carismatica», «spirituale» della
Scrittura.
Si tratta di porsi docilmente
sotto l’azione e la guida dello
Spirito. Non è l’uomo infatti che
può penetrare la Parola di Dio,
ma è solo questa Parola che nel
testo sacro conquista l’uomo e
lo converte facendogli scoprire i
suoi segreti.
Giorgio Zevini
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15 agosto - Assunzione di Maria
Vita liturgica
N
ella festa del 15 di agosto,
celebriamo Maria assunta in cielo in corpo e
anima. Il suo corpo è posto accanto a Dio, perché presso di Lui
c’è posto anche per il corpo. In
questo modo il Cielo non è più un
luogo lontano o sconosciuto. È
un luogo che in qualche modo
già conosciamo e che possiamo
anticipare sulla terra. Con l’Assunzione di Maria, la gioia prorompa sulla terra perché con il
corpo di Maria è la terra che è
entrata nel Cielo. Il suo corpo assunto è il segno che la vittoria di
Cristo iniziata con la Risurrezione si sta estendendo al Creato.
Con la sua Assunzione, Maria afferma che il progetto originario
della Creazione non è fallito, ma
si sta realizzando. Nonostante
l’uomo e il suo peccato, Dio è
più forte. Nonostante il potere
della morte, Dio vince, la vita
vince, l’amore vince.
La grandezza dell’uomo
Ora con Maria in Cielo, abbiamo là una Madre e se una Madre è in Cielo, allora il Cielo ha
un cuore e questo cuore è il cuore di una madre.
E una madre non può che desiderare il meglio per i suoi figli. Figli che saranno felici se
come Maria sapranno far posto
a Dio nella loro vita. Maria desidera che Dio sia grande nel
mondo, sia grande nella sua vita, sia presente tra tutti noi. Non
ha paura che Dio possa essere
un concorrente nella nostra vita,
che possa toglierci qualcosa della nostra libertà, del nostro spa24
Maria avvolta di g
zio vitale con la sua grandezza.
Ella sa che, se Dio è grande, anche noi siamo grandi. La nostra
vita non viene oppressa, ma viene elevata e allargata: proprio
allora diventa grande nello splendore di Dio.
Il fatto che i nostri progenitori pensassero il contrario fu il nucleo del peccato originale.
Temevano che, se Dio fosse
stato troppo grande, avrebbe tolto qualcosa alla loro vita. Pensavano di dover accantonare Dio
per avere spazio per loro stessi.
Questa è stata anche la grande tentazione dell’epoca moder-
na, degli ultimi tre-quattro secoli. Sempre più si è pensato ed anche si è detto: «Ma questo Dio
non ci lascia la nostra libertà,
rende stretto lo spazio della nostra vita. Dio deve dunque scomparire; vogliamo essere autonomi, indipendenti».
Chiamati alla vita eterna
Ma dove scompare Dio, l’uomo non diventa più grande; perde anzi la dignità divina, perde lo
splendore di Dio sul suo volto.
Alla fine risulta solo il pro-
Nella tradizione orientale che rappresenta la festa del transito di Maria, Gesù si trova accanto al letto di Maria e ha in braccio la raffigurazione della sua
anima.
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i gloria
dotto di un’evoluzione cieca e,
come tale, può essere usato e
abusato.
Solo se Dio è grande, anche
l’uomo è grande. Per Maria è stato così, e lei vuole che sia così
anche per noi suoi figli.
L’Assunzione della Vergine
esprime in modo mirabile quanto dicevano i Padri della Chiesa
a partire da Ireneo di Lione, nel
II secolo: “Dio si è fatto uomo
perché l’uomo possa diventare
Dio”. Diventare Dio: cioè un vivente la cui vita non ha limiti,
una vita liberata dal male e dalla morte.
Le due Assunzioni
Nell’Oriente cristiano vi sono
due icone che ci aiutano a comprendere questa festa. Nella prima è la madre a reggere e proteggere il bambino, e a volte, come nella “Vergine della tenerezza”, essa appoggia il proprio volto al volto minuto del Figlio. Maria, a nome di tutta l’umanità,
accoglie Dio. È la prima Assunzione: quella della divinità da
parte dell’umanità.
Nella seconda icona, avviene
esattamente il contrario: la madre è morta; le sue spoglie, nera
crisalide, sbarrano orizzontalmente la composizione; ma lo
spazio della morte si apre, appare Cristo, vittorioso, verticale di
luce che fa dell’icona una croce
di gloria. Egli prende tra le braccia l’anima non disincarnata di
sua madre, rappresentata come
una bambina che porta a compimento la sua nascita nel regno.
E in alcune icone, Gesù stringe
Maria assunta in cielo è il primo segno dell’efficacia della Risurrezione di Cristo che si estende alla creazione.
al proprio volto il volto di questa donna bambina: germe e anticipazione della trasfigurazione
di tutto il creato. Seconda Assunzione, questa volta dell’umano da parte del divino.
La Chiesa, infatti, maturò presto l’intuizione secondo cui il
corpo di Maria, prodigiosamente “consustanziale” a quello del
Risorto, non era possibile che
fosse rimasto prigioniero della
morte. Così, al Dio fatto uomo
corrisponde l’uomo deificato, e
il primo essere umano presente,
anima e corpo, nella gloria divina è la “Donna vestita di sole” di
cui parla l’Apocalisse.
Maria prega
per la nostra liberazione
Maria si trova ormai al di là
della morte e del giudizio, in
quella luce che le Scritture chiamano “Regno di Dio”; e tuttavia
umana, infinitamente materna,
ella rimane totalmente rivolta ver-
so gli uomini, verso le loro sofferenze, verso il pellegrinaggio
compiuto così spesso a tastoni
dalla chiesa, e prima ancora dalla chiesa mistica che ingloba l’intera umanità e tutto quanto il cosmo. Nella grande spiritualità della chiesa antica, come pure in
molte leggende popolari, Maria
è colei che pronuncia sull’inferno – anche sul nostro inferno interiore – la preghiera per la salvezza universale.
I testi delle omelie orientali
associano, a partire dal V secolo, la Dormizione di Maria – vale a dire una morte pacifica, in cui
l’anima entra nella pace – e la
sua Assunzione corporale – l’anima ricongiunta al corpo nell’unità
della persona (come avverrà a
ciascuno di noi), ormai elevata al
cielo, letteralmente sollevata dallo slancio “risurrezionale” del
Cristo –.
Parecchie leggende, ricche peraltro di significato, si sono sedimentate nelle più antiche liturgie. Mentre Maria viene av25
Assunzione di Maria, Hugo van der Goes, (1480), Groeninge Museum, Bruges.
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L’Assunzione di Maria è un segno
delle cose ultime. Nel suo corpo glorificato, Dio ci dà un’anticipazione
della salvezza offerta all’uomo.
visata della sua morte da un angelo, gli apostoli, dispersi lontano da lei, le sono miracolosamente trasportati accanto. Lei li
consola, li benedice, prega per
la pace del mondo, e muore. Essi la seppelliscono nel Getsemani. Dopo tre giorni, Maria appare loro mentre stanno celebrando l’eucarestia, e gli apostoli trovano la sua tomba vuota.
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macolata Madre di Dio, la sempre Vergine Maria, dopo aver
terminato il corso della sua vita terrena, è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste”.
La Chiesa ortodossa, che si prepara a questa festa con un digiuno di quindici giorni, non ha
avvertito la necessità di un simile
dogma; nessun ortodosso, infatti, contesta il mistero della
Dormizione-Assunzione proclamato dai testi liturgici dell’ortodossia: “Ella è la Madre
della vita, e colui che aveva abitato il suo seno verginale l’ha
trasferita alla vita... Ogni figlio
della terra trasalga nel suo spirito e celebri con gioia la venerabile Assunzione della Madre di
Dio”. Si aggiunga che in oriente la venerazione mariana è al
tempo stesso onnipresente e assai discreta, quasi iniziatica, poiché dipendente non tanto dall’annuncio della risurrezione di
Cristo, quanto dalla ricezione di
tale annuncio.
Il senso della festa
Sia per l’Oriente che per
l’Occidente, l’Assunzione è un
segno delle cose ultime. In Maria, “figlia del proprio Figlio”,
Le origini della festa
Celebrata originariamente in
ricordo di una “stazione” (così
si faceva la liturgia, di stazione
in stazione) ubicata nei pressi di
Betlemme e dove la Vergine si sarebbe riposata, l’Assunzione veniva festeggiata in Oriente come
in Occidente nel mese di gennaio. La festa estesa all’impero bizantino intorno all’anno 600,
giunse in Occidente quarant’anni più tardi, grazie a papa Teodoro I, il quale proveniva dal clero di Gerusalemme.
Nel 1950, Pio XII proclamò
con tutte le solennità che si addicono ad un dogma che l’“Im26
CRISTINA SICCARDI
PAOLO VI
Il papa della luce
Edizioni Paoline, pagg. 431, € 24,00
Paolo VI ha valicato l’orizzonte temporale con lo sguardo perennemente
rivolto verso i suoi grandi amori. Cristo e la sua Chiesa. Ha cercato di
comprendere l’uomo moderno annunziandogli la verità e la salvezza
di Cristo. Paolo VI, il papa dell’umiltà,
è l’interprete di un’esistenza di grande ricchezza. I suoi gridi d’allarme
e le sue illuminazioni profetiche lo
rendono un faro di luce per tutti.
dice Dante, ci è data un’anticipazione della glorificazione di
tutto l’universo che avverrà alla fine dei tempi, quando Dio
sarà “tutto in tutti”, “tutto in
ogni cosa”.
Innalzata al cielo – a differenza di Cristo che si innalza da
se stesso – Maria, dicono certi
testi liturgici, è la nostra “Terra
promessa”. La Dormizione-Assunzione anticipa la parusìa, e
non è affatto un caso che nei
grandi affreschi che impreziosiscono i muri esterni delle chiese
monastiche moldave, il tronco di
Iesse divenga un immenso, cosmico roveto ardente.
L’Assunzione anticipa e prepara il nostro comune destino.
Nel corpo della Vergine, sepolto
simbolicamente dagli apostoli
(richiamo della Pentecoste) nel
Getsemani (richiamo della Passione, unica fonte della nostra
salvezza), in quel corpo portato
verso la luce originaria e terminale, tutto il creato è assunto dall’Increato, tutta la carne della terra diventa Eucaristia. Come Giovanni Damasceno, allora, anche
noi possiamo dire: “Rallegrati,
germe divino della terra, giardino in cui fu posto l’Albero della vita!”.
Lorenzo Villar
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L’ADMA nel mondo
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INSERTO
Da mihi animas cetera tolle
(L’ADMA al XXVI Capitolo Generale dei Salesiani)
UNA PASSIONE
EDUCATIVA ED APOSTOLICA
PER TUTTA LA FAMIGLIA SALESIANA
Nel desiderio di offrire a tutti i membri e gruppi
della Famiglia Salesiana riflessioni e indicazioni di
cammino che possono aiutare a crescere nella condivisione e nella collaborazione per rispondere alla
chiamata di Dio sulla scia di Don Bosco, proponiamo, alla luce del Documento Capitolare, alcune suggestioni e linee operative maturate nel corso del Capitolo Generale 26 dei Salesiani di Don Bosco, celebrato dal 23 febbraio al 12 aprile del 2008.
Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro
sarebbe stato per i miei poveri giovani (Memorie Biografiche XVIII, 258).
La passione di Don Bosco per la salvezza della gioventù è la nostra eredità più preziosa. Il Capitolo generale 26° si è proposto di ravvivarla in ogni
salesiano ponendo al centro della riflessione delle
comunità e delle ispettorie il celebre motto del nostro Padre e Fondatore Da mihi animas cetera tolle.
Esso ci interroga sulla nostra capacità di essere Don
Bosco nel nostro tempo e ci invita ad essere entusiasti
del suo progetto di santità, testimoni gioiosi e credibili dello spirito salesiano, innamorati di Dio e dediti ai giovani “fino all’ultimo respiro”. Tutto questo
significa per noi ritornare a Don Bosco e ripartire con
lui per andare incontro ai giovani d’oggi.
La frontiera giovanile è oggi più che mai piena di sfide e di risorse; essa si presenta attraente e
difficile. È indispensabile per noi capire le attese e
i bisogni dei giovani, apprezzare i valori cui sono
più sensibili e riconoscere le potenzialità che sono
loro proprie. Dobbiamo renderci conto delle minacce e degli ostacoli che devono affrontare e superare nella ricerca di vita, sulla strada della libertà, nell’esperienza dell’amore. È nostra responsabilità vocazionale accettare la sfida di questa emergenza, non disertare questa frontiera che ci appartiene. Educazione ed evangelizzazione sono il contributo più grande che possiamo offrire ai giovani,
(2a parte)
alla Chiesa e alla società di oggi nello spirito, con
i metodi e i contenuti del sistema preventivo. In
questa avventura ci sono di stimolo e di incoraggiamento i confratelli, i giovani, i laici e i membri
della Famiglia salesiana, che hanno testimoniato
con la santità la bellezza del nostro progetto di vita, la fecondità dello spirito salesiano e la forza spirituale del Da mihi animas cetera tolle.
Abbiamo davanti a noi un tempo favorevole per
ritornare a Don Bosco e ripartire con lui e come lui,
appassionati di Dio e dei giovani, attenti e docili allo Spirito, fiduciosi nella presenza della Ausiliatrice. È un cammino e una grazia che vogliamo condividere con tutti i membri della Famiglia salesiana.
1. RIPARTIRE DA DON BOSCO
1.1 - Ritornare a Don Bosco
In ascolto dello Spirito ci sentiamo chiamati a ritornare a Don Bosco come guida sicura per camminare nella amicizia di Cristo con un’ardente pasTutti i membri della Famiglia salesiana sono chiamati a non
disertare la frontiera dell’educazione, poiché i giovani hanno bisogno dell’amore di Dio.
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Tutto ciò diventa per ogni membro della FS impegno
– a risvegliare nel cuore un rinnovato interesse per
una conoscenza più sistematica e approfondita di
Don Bosco attraverso la dedizione seria e perseverante allo studio della storia, spiritualità, pedagogia e pastorale salesiane e del sistema preventivo per una sua attualizzazione;
– a rinnovare la devozione a Don Bosco per condividerne la passione per Dio e per i giovani.
Ritornare a Don Bosco significa essere nel cortile, stare
con i giovani per scoprire in loro la presenza di Dio.
sione per Dio e per i giovani, soprattutto i più poveri. Ritornare a Don Bosco significa amarlo, studiarlo, imitarlo, invocarlo e farlo conoscere, applicandosi alla conoscenza della sua storia, in costante
ascolto delle attese dei giovani e delle provocazioni della cultura odierna. La ricchezza delle fonti e
degli studi salesiani che ora abbiamo disponibili ci
consente di approfondire le motivazioni che lo hanno condotto a determinate scelte, le mete e i progetti
che gradualmente si sono precisati nella sua azione, la sintesi originale di pedagogia e pastorale che
egli ha raggiunto ispirandosi a San Francesco di Sales. Queste opportunità ci interpellano in particolare a scoprire la ricca umanità, che lo rendeva immediatamente amico dei giovani, e la profonda spiritualità, che lo spingeva ogni giorno a dedicare la
sua vita alla maggior gloria di Dio e alla salvezza
delle anime.
Ritornare a Don Bosco significa anche approfondire le molteplici espressioni della trasmissione
del carisma nei contesti culturali dei diversi paesi e
valorizzare l’apporto dell’esperienza vitale di tante
generazioni di membri della FS, tra cui spiccano alcune luminose figure di santità.
La persona di Don Bosco è sempre attraente
ed attuale. Consacrati, giovani e laici rimangono
coinvolti in questo rinnovato interesse. In particolare si avverte l’esigenza di mettere meglio in luce l’esperienza mistica di Don Bosco e di approfondire la ricchezza spirituale e pedagogica della nostra tradizione, con particolare attenzione alla attualizzazione e inculturazione del sistema preventivo. Le impellenti domande di vita che tanti
giovani ci fanno pervenire suscitano in noi il bisogno di trovare adeguate risposte e ci convincono
dell’efficacia ed attualità del carisma salesiano nel
mondo d’oggi.
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Per i vari Gruppi della FS è impegno
– a programmare momenti specifici di formazione
e aggiornamento sulla salesianità;
– a promuovere corsi di esercizi spirituali con riferimento, oltre che alla Parola di Dio, alle fonti del
carisma;
– a proporre pellegrinaggi nei luoghi salesiani;
– a diffondere la conoscenza di Don Bosco attraverso
l’uso dei media;
– a studiare e approfondire la storia del carisma salesiano nel proprio contesto culturale ed ecclesiale.
1.2 - Ritornare ai giovani
Ritornare a Don Bosco significa “essere nel
cortile”, ossia stare con i giovani, specialmente i più
poveri, per scoprire in loro la presenza di Dio e invitarli ad aprirsi al suo mistero di amore. È sempre
Don Bosco a chiederci di affrontare con audacia le
sfide giovanili e di dare risposte coraggiose alla crisi di educazione del nostro tempo, coinvolgendo un
vasto movimento di forze a beneficio della gioventù. Nel sogno dei nove anni, Don Bosco ha ricevuto Maria come madre e maestra e si è lasciato da
lei guidare nella missione giovanile. Per questo anche noi la proponiamo ai giovani come modello spirituale ed aiuto alla loro crescita.
Questo ritorno ai giovani col cuore di Don Bosco
impegna ogni membro della FS
– ad incontrare Dio nei i giovani che avvicina, trovando il tempo di stare con loro come amico, educatore e testimone di Dio;
– a cooperare alla missione giovanile con la preghiera, l’interessamento, l’offerta della propria
vita, quando l’età, la salute o altri motivi gli impediscono un contatto diretto con i giovani.
Per i gruppi della FS è stimolo
– a coltivare un’attenzione costante e approfondita all’evolversi della realtà giovanile nel proprio
territorio, in dialogo con le istituzioni ecclesiali e civili.
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1.3 - Identità carismatica e passione apostolica
Approfondendo l’itinerario spirituale di Don Bosco e rivivendo oggi la sua passione apostolica, ci sentiamo chiamati a far risplendere il fascino del suo carisma, a mostrarne la bellezza, a comunicarne la forza di attrazione. Ogni membro della FS è chiamato a guardare al cuore di Cristo, buon pastore e
apostolo del Padre, sull’esempio di Don Bosco.
La riscoperta del significato del Da mihi animas
cetera tolle come programma di vita spirituale e
pastorale si traduce per ogni membro della FS
– in preghiera a Dio e impegno a vivere la passione apostolica ed educativa di Don Bosco;
– in condivisione del proprio cammino di fede, della ricchezza della spiritualità salesiana e dell’azione apostolica con tutti i membri della Famiglia salesiana e i giovani.
Per i gruppi della FS è incentivo
– a dare risalto alle feste salesiane come occasione
di formazione comunitaria e di comunicazione
del carisma salesiano.
L’A D M A nel mondo
L’ADMA di Istanbul (Turchia). I Salesiani sono i custodi della Cappella della Nostra Signora di
Lourdes a Istanbul. Questa è una sede distaccata della Cattedrale. Un gruppo di devoti di Maria sono
stati scelti e formati per alcuni mesi con conferenze settimanali aventi come tema l’Associazione e
il pensiero di Don Bosco, che ha fondato l’ADMA
nella Basilica di S. Maria Ausiliatrice dei Cristiani
di Torino. Alle conferenze settimanali, che si svolgono di mercoledì mattina dalle ore 10 alle 11, partecipano circa 20 membri. Tra loro 12 membri ben
preparati hanno deciso di fare la Promessa. Il Direttore e l’Animatore dell’ADMA, Don Benjamin
Puthota, li ha seguiti con molta cura e si è assicurato che loro comprendessero a fondo il significato dell’essere membri dell’ADMA.
La promessa emessa nel giorno di Don Bosco. Questo è
il primo gruppo ADMA in terra turca.
Il gruppo ADMA di Istanbul presso la Cappella di Nostra
Signora di Lourdes.
La Celebrazione della Promessa all’ADMA è
avvenuta il 31-01-2008, festa di Don Bosco. Tutti
i membri dell’ADMA erano presenti in uniforme e
avevano al collo una sciarpa blu. I nuovi canti sono stati composti da un membro dell’ADMA, il
dott. John, laureato al Conservatorio. I membri e gli
amici degli aspiranti hanno riempito la Chiesa. Tutti i Salesiani della Comunità erano presenti e questo ha rafforzato la solennità della cerimonia. Il celebrante è stato Don Joaquim D’Souza, Superiore
Regionale del Sud Asia. Tutte le canzoni sono state eseguite dai membri dell’ADMA e tutti hanno apprezzato il coro. Don Joaquim ha svolto un’omelia
dedicata a Maria e a Don Bosco spiegando quanto
Maria sia stata presente nella vita di Don Bosco
dal suo primo sogno all’età di 9 anni fino alla sua
morte. Ha ricordato come per gratitudine Don Bosco fondò un Istituto di Suore e nel 1869 un’Associazione di Maria Ausiliatrice dei Cristiani per i
devoti di Maria.
In seguito ha avuto luogo la Cerimonia Solenne
della Promessa. Il Direttore Don Benjamin ha affiancato il Presidente Don Joaquim durante il lento scorrere della funzione. Ognuno dei membri ha
ricevuto il regolamento dell’ADMA, un’onorificenza, una tessera ADMA, un distintivo da indossare al collo. I membri dell’ADMA hanno portato
i Doni in processione all’offertorio. È stata una processione piena di colore. Alla fine i membri hanno
formato un gruppo e hanno cantato il Magnificat.
Dopo la celebrazione tutti sono stati invitati al
cocktail e hanno partecipato ad una cena turca. Tutto si è concluso magnificamente bene. Questo è il
primo gruppo ADMA in tutta la Turchia e la Cappella è l’unica dedicata alla Nostra Signora di Lourdes. Tutti continuano a prendere parte all’incontro
settimanale. Le conferenze proseguiranno fino a
settembre. Da qui la gloria di Maria si diffonderà
in tutta la Turchia.
Don Pier Luigi Cameroni
Animatore spirituale ADMA Primaria
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Cinque artisti
Musica e Fede
Rimskij-Korsakov e i suoi compagni
L’uomo che non ha musica in se
stesso, né è commosso dall’armonia di dolci suoni, è capace di
tradimenti, insidie e ruberie.
Grande Pasqua russa e Shéhérazade (1888) e il celebre Volo
del calabrone (1900). La prima
è una composizione che celebra
la Pasqua ortodossa, e costituisce
un importante elemento del genere sacro. È uno spartito che induce a riflettere sul “Mistero”,
come bene scrisse Mons. L.
Giussani (1922-2005): se si soffoca il Mistero come dimensione del proprio rapporto con le
persone e le cose, tutta la realtà è fatta a pezzi. La drammaticità della vita è in questa alternativa. Lo si avverte bene ascoltando la bella musica di Rimskij-Korsakov nella Grande Pasqua Russa. Si può paragonare
ad una discoteca: un fiume di
provocazioni sensorie senza costruzione... L’alternativa cui siamo chiamati è quella di vivere
secondo il Mistero o secondo la
regola del “come pare e piace”.
Cristo è morto per richiamare il
mondo al Padre. Così noi siamo
chiamati a questo richiamare il
(William Shakespeare,
Il mercante di Venezia, a.V)
D
elle dodici opere circa di
Rimskij-Korsakov ne resta oggi in repertorio la
metà. La fama dell’illustre Maestro è troppo legata, come detto
la volta scorsa, alla sua abilità di
orchestratore, cioè di ingegnere
dell’organizzazione strumentale.
I suoi capolavori, come tecnico
della veste sonora, sono le due
grandiose opere di Musorgskij
Boris Godunov e Khovanscina e
il Principe Igor di Borodin. Altre sue più notevoli composizioni vengono ancora rappresentate, sia in Russia che nel mondo.
Egli sta in una posizione intermedia tra matrice russa e gusto
occidentale, e resta così un anello tra la cultura musicale francese e la nascente scuola russa,
rapporto che culminerà nell’eclettismo dello Stravinskij parigino, anch’egli allievo di Rimskij per l’orchestrazione. La tecnica del Maestro si evolve verso
il frazionamento della massa strumentale in timbri singoli, puri, e
alla valorizzazione del colore come elemento essenziale del discorso musicale.
La Pasqua russa
Nel campo sinfonico in particolare si avverte una vertiginosa capacità inventiva: tre sono le
sinfonie che hanno suggellato la
fama di Rimskij compositore: La
30
mondo, e non c’è via di mezzo tra
questo compito e il “pare e piace”. La musica di Rimskij ci pone pienamente di fronte a tale
alternativa.
Fiabe ispiratrici
Di tutt’altro genere è il poema sinfonico Shéhérazade, ispirato sullo sfondo di un Oriente
sensuale e crudele, tratto dalla
prima novella delle Mille e una
notte, l’anonima raccolta di novelle arabe; nel 1910 il coreografo russo Alexandre Benois
(1870-1960) ne trasse un dramma coreografico rappresentato
all’Opéra di Parigi nel 1910; è
forse l’unico esempio di trasposizione in teatro di una sinfonia.
Infine, il Volo del calabrone fa
parte di un’opera scritta nel 1899
e rappresentata a Mosca nel 1900.
È una delicata composizione tratta da una novella di Aleksandr
Puskin (1799-1837), l’insigne
La musica di Rimskij Korsakov è un immediato richiamo al senso del mistero
di Dio che redime il mondo.
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La Grande Pasqua Russa è un’opera di intenso valore spirituale e musicale
che ispirandosi a temi popolari e sacri consegna alla storia una delle opere di
maggiore pregio della cultura russa.
scrittore al quale si ispirarono altri musicisti. Rimskij traduce in
musica La favola di zar Saltan,
nella quale vi è il trionfo del bene grazie ad un buon sovrano e
al di lui figlio il quale, trasformato in calabrone, fa giustizia
dei nemici del padre pungendoli a morte. L’opera si presenta in
quattro quadri, di cui il celebre
Volo è il terzo; brano breve, ricco di inventiva melodica e capace di straordinaria evocazione
naturalistica. A parte il Volo, eseguito come brano a sé stante,
quest’opera conobbe un successo rimasto duraturo sulle scene
nazionali, pur mai superando i
confini della Russia.
Un’altra opera di rilievo, di
sfondo naturalistico in apparenza pagano ma ricco di spunti di
riflessione spirituale, è Snegurocka (La fanciulla di neve), rimasta cara al Maestro proprio
per la dolcezza sia del racconto
che, ben più, della melodia. Tratta dal poema del drammaturgo
Alexsandr Ostrovsij (1823-1886),
è avvolta in un clima fiabesco
nel quale la Fata della Primavera protegge la Fanciulla di neve,
sua figlia, che, protetta pure da
Nonno Gelo, vive in un sereno
paese governato da un saggio zar;
la Fanciulla si innamora del Dio
Sole, ma al primo raggio si scioglie mentre il coro innalza l’inno trionfale al Dio che ha messo in fuga il gelo. Dall’insieme
della trama e della musica pare
non esistano religioni o filosofie
più appaganti del sole; ma la bravura del Maestro sta nell’inter-
polare il mondo del mito con
quello della vita quotidiana, delineando la sventurata fanciulla
che non sopravvive al destino.
L’opera ebbe un vivo successo
di pubblico (San Pietroburgo, 29
gennaio 1882), ma incontrò numerose riserve dalla critica, anche da uno dei “Cinque” di cui
Rimskij faceva parte. Il “Gruppo dei Cinque”, infatti, (i musicisti Balakirev, Cui, Musorgskij,
il Nostro e Borodin) mirava a
svincolarsi dagli influssi occidentali attingendo dal folclore e
dal canto liturgico russo. Di essi, però, solo Musorgskij, e in
parte Borodin e il Nostro, riuscirono in tale intento, mentre
gli altri non andarono oltre un
esotismo di maniera. Il Gruppo
cominciò a scricchiolare quando i primi successi arrisero ai diversi componenti. Nell’animo dei
cinque cominciò ad insinuarsi
sottilmente la “meretrice” che
mai “torse gli occhi” (Inferno,
XIII, 64-65) non solo dalle corti principesche, ma purtroppo anche dalle comuni società umane; e Rimskij, mite e sensibile, fu
oggetto di commenti amari da
parte dei suoi compagni, Cui in
particolare, per i suoi successi. Il
“Gruppo dei Cinque” andò progressivamente sciogliendosi dopo la morte del maggiore tra essi, Musorgskij (1881).
Verso una cultura russa
Rimskij si dedicò alla revisione del Boris Godunov di Musorgskij, andato in scena a San
Pietroburgo nel 1874, nella forma e nell’orchestrazione affrettata dell’Autore, già annebbiato
dall’alcol; questa opera meravigliosa, contenente un messaggio
spirituale e popolare di vastissima portata, costituisce la pietra
miliare della scuola russa ed influenza larga parte del Novecento
musicale europeo. Il genio è Musorgskij, ma il suo è veramente
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il prototipo del moderno work
in progress, e sarebbe lungo tracciarne l’affascinante genesi. Il
lungo e complicato cammino del
Boris inizia nel 1868, in casa del
musicista Michail Glinka, morto nel 1857. La sorella Ljudmila raduna gli artisti e gli intellettuali della nuova generazione, impegnati a costruire una cultura autenticamente russa. Ed è
il giovane Musorgskij a lasciarsi affascinare dalla fosca vicenda dello zar Boris, dalla sua follia e dalla sua morte (avrebbe
fatto uccidere i fanciulli legittimi eredi al trono) magistralmente vergata dal sommo Puskin
(1825). Enorme lavoro di bellezza affascinante, nel quale si
trovano l’invidia, il tradimento,
la ragione di stato, la sensualità, la fede, l’innocenza, il dolore, l’amore per la sorte dell’amata e infelice Russia, Boris
venne ripreso da Rimskij nel
1895 nello stile brillante di fine
secolo, e successivamente dieci
anni dopo, apportando però molte modifiche anche a livello scenico. Oggi sta tornando alla luce il Boris autentico, con l’orchestrazione musorsghiana pur
rozza, ma di forte colore scuro
e di potente impatto sonoro, che
corrisponde pienamente al senso della tragedia. La riscoperta
di quest’opera, certo uno dei
maggiori capolavori dello spirito umano, inizia nel 1940 con
una nuova rielaborazione da parte di Dmitrij Sostakovic, che tuttavia sovrappone un po’ troppo
se stesso al testo. Il primo Boris,
comunque, sta conoscendo oggi,
nei teatri, una “risalita”, grazie
anche all’eccezionale allestimento diretto da Claudio Abbado alla Scala nel 1979. Prima del
Maestro italiano fu il grande H.
von Karajan (1908-1989) a consegnare alla storia una incisione
immortale dell’opera (1970) nella versione di Rimskij, da lui
prediletta.
Franco Careglio
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27 AGOSTO 1619 - APPARIZIONE DELL A
Calendario mariano
A
1321 metri di altezza, nel
comune di Ribordone,
Diocesi di Ivrea e Provincia di Torino, si trova il Santuario di Prascondù, dedicato alla Madonna di Loreto, la storia
del quale risale al 1600.
Le tante apparizioni della Madonna nelle località più disparate, ci mostrano la lunga catena
degli interventi strepitosi che,
con animo materno, la Madre di
Dio ha operato nel corso dei secoli nelle nostre contrade. Essi
possono essere sintetizzati in poche parole: Maria predilige i poveri ed i sofferenti. Il suo sguardo pieno di bontà e di misericordia si posa di preferenza sui
casi più pietosi, le carezze della
sua mano leniscono pene intense e sanano piaghe doloranti.
Nell’autunno del 1618, Giovanni Berardi, ragazzino vispo e
volenteroso, scende la sua valle,
Non vuo
gli occhi ancora imperlati di lacrime nell’ultimo abbraccio della mamma, per recarsi con il padre nella lontana pianura pavese,
per aiutarlo nell’arte dello stagnaio, e guadagnarsi l’amaro tozzo di pane. Sono poveri, ma buoni, ricchi di fede e di onestà.
Una fredda sera d’inverno, dopo la lunga e faticosa giornata di
lavoro, il padre invita Giovanni ad
unirsi a lui nella preghiera, come al solito. Ma quella sera, forse perché particolarmente stanco, Giovanni si rifiuta. Il padre
insiste nell’invito, ma il ragazzo
persiste nel suo rifiuto, ed esasperato sbotta in una risposta poco rispettosa. Il padre perde la
“santa pazienza” e con le sue mani poderose e pesanti assesta al figlio un sonoro ceffone, accompagnandolo con l’infelice imprecazione «Non vuoi pregare? Ebbene possa tu non parlare più!».
Il Santuario di Prascondù, dedicato alla Madonna di Loreto. La fondazione più
antica risale al 1600.
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LL A MADONNA A PRASCONDÙ (TO)
uoi pregare?
La Vergine Santa appare
a Giovannino Berardi
il 27 agosto 1619
promettendogli di riacquistare
l’uso della parola.
Il ragazzo scaraventato a terra, rimane privo di sensi ed ebetito per tutta la notte. Al mattino
seguente, il padre ha la sconcertante sorpresa: Giovannino non
parla più!
Immaginate lo sgomento di
quel padre che, pur con tutte le
buone intenzioni, si accorge di
aver esagerato nell’uso di metodi educativi!
La promessa ed il miracolo
Dopo aver tentato quanto la
medicina può offrire, padre e figlio lasciano la ricerca di lavoro
e fanno un doloroso viaggio di ritorno nella loro valle, con la promessa di recarsi in pellegrinaggio a Loreto per impetrare dalla
Madonna la sospirata grazia della guarigione.
La mamma che attendeva marito e figlio solo in primavera, si
meraviglia dell’anticipato ritorno, ma ben presto ne comprende il triste perché, e si unisce al
voto fatto, nella speranza che la
Madonna voglia accogliere le loro preghiere. Nel frattempo si
soffre e si prega intensamente.
Anche Giovannino si unisce alla preghiera di mamma e papà,
nella speranza che la Madonna
gli ottenga il miracolo.
Il mattino del 27 agosto, mentre è al pascolo, Giovannino sente il fruscio di una persona che
si avvicina, guarda e trasale: è
una bellissima Signora con riflesso sul volto uno squarcio di
cielo! Al collo porta il Rosario e
sul capo un grande fazzoletto
bianco. Subito lo rassicura: «Non
temere, sono la Madonna! Ti vo-
glio dire quello che devi fare per
ottenere la parola. Devi soddisfare il voto fatto e promuovere
in questo luogo l’erezione di una
Cappella in mio onore». Poi con
la piccola croce del Rosario segna la fronte del ragazzo, e scompare.
Giovannino, con il cuore traboccante di gioia, corre a casa, si
butta al collo della mamma, le
dice: «Mamma, ho visto la Madonna» e le confida le parole della Signora. La mamma piena di
gioia ed i vicini che ascoltano
ogni parola non dubitano; è vero, Giovannino parla e ripete a
tutti quanto la Madonna ha richiesto!
Ma dopo poche ore di gioia incontenibile, di colpo Giovannino
rimane nuovamente senza parola. È un momento doloroso! La
Madonna desidera che si mantengano le promesse. La decisione viene presa da tutta la famiglia: il pellegrinaggio si compirà al più presto.
Padre e figlio, a piedi, intraprendono il lungo viaggio e a
Loreto Giovannino si accosta ai
Sacramenti e prega con grande
fervore la Madonna, ma la grazia non è subito concessa. Con
sofferenza, ma con grande speranza riparte da Loreto, e poco distante dal Santuario, dinanzi ad
una croce eretta lungo la strada,
Giovannino, per impulso del cuore, sente il bisogno di prostrarsi
in preghiera ed improvvisamente riacquista la parola. La Madonna gli ha concesso la guarigione!
Giovannino ed il Padre, con
un’immensa gioia e riconoscenza nel cuore, ritornano alla loro
valle, accolti dall’entusiasmo dei
conoscenti. Subito si impegnano a realizzare i desideri della
Signora, e costruiscono la Cappella che ben presto diventerà il
Santuario che canta, nel tempo,
la bontà di Maria, la Madonna
dei poveri e dei sofferenti.
Don Mario Morra
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Storia illustrata dei Papi
Centro di
Documentazione
I Papi della prima met à
Sant’Evaristo (97-105)
Nella serie dei Papi, dopo San
Clemente, troviamo, ai tempi dell’Imperatore Traiano, San Evaristo nativo di Betlemme. A lui
spetta il merito di aver attuato la
prima organizzazione della Chiesa di Roma assegnando ai Presbiteri i rispettivi Titoli e di aver
ordinato sette Diaconi con il compito di coadiuvare il vescovo nella predicazione.
Muore martire ed è sepolto
in Vaticano presso il corpo di
San Pietro. La sua festa è fissata dal Martirologio romano il 29
ottobre.
Teodulo, ed è sepolto sulla via
Nomentana, al settimo milio, non
lontano dalla città.
Sant’Alessandro I (105-115)
Poche sono le notizie che lo
riguardano. È detto di nazionalità romana: «natione romana,
ex patre Alexandro, de regione
caput Tauri» che corrisponde alla V regione Augustea.
Muore martire, insieme al Presbitero Evenzio ed il Diacono
San Sisto I (115-125)
Romano di nascita, figlio di
un certo Pastore della regione di
via Lata. A lui sono attribuite alcune norme liturgiche: solo i
chierici possono toccare i vasi
sacri, il popolo si unisca al sa-
cerdote nel canto del Sanctus prima del Canone.
Il Martirologio Romano lo ricorda come martire il 6 aprile,
ma nell’edizione del 1922 il suo
nome è trasferito al 3 aprile. Recenti e accurati studi archeologici
suppongono il suo sepolcro nella cattedrale di Alatri.
San Telesforo (125-136)
Di origine greca, o quanto meno nativo della Magna Grecia,
succede a Papa Sisto nella cattedra di Roma per undici anni, tre
mesi e venti giorni. Muore martire.
A lui è attribuita l’istituzione
della Messa di mezzanotte di Natale, il digiuno della Quaresima,
il famoso canto Gloria in excel-
Le cartoline raffiguranti i Papi sono state stampate a Genova dalla ditta Saiga
Armanino. Il lavoro venne offerto a Pio
X perché lo benedicesse.
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t à del secondo secolo
gnostiche. Sostiene invece l’apologista e filosofo cristiano San
Giustino che in quegli anni insegna in Roma. Fissa la celebrazione della Risurrezione del
Signore, la Pasqua, in giorno di
Domenica. Nella casa delle matrone romane Prassede e Pu-
sis Deo ed altre norme liturgiche. La sua festa è ricordata il 5
gennaio.
Sant’Igino (136-140)
A causa del nome grecizzante, fu ritenuto di origine greca, figlio di un filosofo di Atene. Durante il suo pontificato si trasferirono a Roma dall’Oriente alcuni filosofi gnostici che suscitarono vivaci reazioni da parte
del clero romano, che li costrinse a lasciare la città.
Sembra che abbia istituito gli
Ordini minori, nella ordinazione dei Sacerdoti. Muore martire e la sua festa ricorre l’11 gennaio.
San Pio I (140-155)
Italiano originario di Aquileia, figlio di Ruffino, lotta e
condanna contro gli eretici Valentino e Marcione
che hanno scelto Roma,
come centro per la propaganda delle loro dottrine
denziana, erige un battistero assai frequentato dai romani.
È condannato a morte insieme
ad altri cristiani durante la persecuzione dell’imperatore Antonino. La sua festa è ricordata l’11
gennaio.
Don Mario Morra
ALDO GIRAUDO
SANTUARIO BASILICA DI
MARIA
AUSILIATRICE
IN TORINO
Elledici-Velar, pagg. 48,
€ 3,00
Un agile libretto che descrive la
storia, l’arte e la ricchezza di fede del Santuario cuore dell’opera e della spiritualità salesiana nel mondo.
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Santuari mariani
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Santuari
della Lombard i
ADRO (BS)
Santuario
Madonna della Neve
Frati Carmelitani Scalzi
Indirizzo: Via Nigoline, 2
Tel. 030.73.566.23
Diocesi: Brescia.
Calendario: Il 5 agosto si celebra la Madonna della Neve, in ricordo della dedicazione di Santa Maria Maggiore, in
Roma. In una delle prime domeniche di
giugno si benedicono e consacrano i
bambini alla Madonna.
Note: In settembre si tengono concerti
di musica sacra, eseguiti da note corali, anche straniere. È presente un museo
della seta, forse il più fornito della Lombardia. I Frati Carmelitani Scalzi di Santa Teresa tengono la scuola cattolica «La
Madonna della Neve» (medie inferiori
e liceo scientifico).
Il Santuario, isolato ed immerso nel verde, a qualche chilometro dal lago d’Iseo, è stato
eretto in seguito all’apparizione
Esterno del Santuario della Madonna della Neve, a pochi chilometri dal Lago
d’Iseo. Il nuovo Santuario è del tardo Settecento, realizzato su disegno dell’abate
Gaspare Turbini.
della Madonna ad un pastorello
sordomuto di Adro, verificatasi
l’8 luglio 1519 in località «La
Cava». La Madre di Nostro Signore concesse al piccolo pastore l’udito e la parola e lo incaricò di portare un messaggio alla
popolazione di Adro, nel quale,
tra l’altro, chiedeva l’erezione
del Santuario. Fu immediatamente costruito un modesto Santuario, visitato anche da San Carlo Borromeo nel 1581 e che durò fino al 1750 circa. Tanto il primo Santuario, quanto l’attuale
furono costruiti dalla comunità
di Adro, come manifestazione
della sua fede, e rimasero, quindi, di sua proprietà, fino all’inizio del XIX secolo, quando passò alla parrocchia. Dal 1911 è assistito dai Frati Carmelitani Scalzi di Santa Teresa.
L’otto luglio 1519 la Vergine appare a
un pastorello sordomuto e lo guarisce
all’istante.
36
Il nuovo Santuario, realizzato
su disegno dell’abate Gaspare
Turbini, è del tardo Settecento, a
pianta centrale, con cupola ottagonale. Sotto l’altare è stata posta la cripta, detta «scurolo», annoverata tra le più suggestive
d’Italia, con il gruppo in legno
dorato del Poisa (Brescia), rappresentante la Madonna che parla con il pastorello. Gli altari sono tre. Su quello di sinistra si
trova un gruppo ligneo del Fantoni ritraente San Francesco da
Paola ed altre due statue non meglio identificate. L’altare di destra
ha la pala del Teosa (Brescia),
rappresentante San Carlo, a ricordo della visita del 1591. Sui
pennacchi, che sorreggono la cupola (23 m), ci sono quattro grandi affreschi, pregevoli, ma di autore ignoto, che rappresentano i
quattro profeti mariani (Mosè,
David, Isaia e Salomone). L’affresco principale si trova sul lato sinistro dell’altare maggiore
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d ia
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/1
e rappresenta il miracolo dell’apparizione; è della metà del
Cinquecento ed era presente già
nel Santuario primitivo. Fuori del
Santuario c’è il porticato del Vantini (1825).
ANGERA (VA)
Santuario
Madonna della Riva
(Beata Vergine dei Miracoli)
Indirizzo: Piazza Garibaldi
Tel. 0331.930.243 (Parrocchia).
Diocesi: Milano.
Calendario: Il 27 giugno si commemora l’anniversario del miracolo. La prima
domenica di luglio si celebra la festa
del Santuario.
L’immagine venerata nel Santuario, che rappresenta la MaL’altar maggiore del Santaurio della
Madonna della Riva.
Il porto e il Santuario di Angera, dove si venera un’effigie della Madonna del
1443. Nel 1662 iniziarono i lavori di costruzione del Santaurio.
donna che allatta Gesù Bambino e risale al 1443, è nota per un
miracolo avvenuto il 27 giugno
1657: una donna, raccoltasi in
preghiera davanti all’immagine
sacra, si accorse che il volto della Vergine trasudava abbondantemente sangue. Il miracolo fu
riconosciuto dalla Chiesa. A seguito di ciò, il 10 agosto 1662,
iniziarono i lavori di costruzione del Santuario, con la cerimoniale posa della prima pietra. Il progetto iniziale prevedeva un edificio di ampie dimensioni, ma la mancanza di fondi
costrinse i realizzatori a limitarsi alla costruzione del coro e
del presbiterio.
L’interno della Chiesa, a pianta centrale, che è del 1662, con
la facciata del 1943, dall’ampia
spazialità proiettata in altezza, è
reso ancor più luminoso dai recenti restauri. Al centro si trova
l’elegante altare con la venerata
immagine della Madonna con il
Bambino, staccata dal muro originario, che data 1443, e trasportata su tela dal pittore Tino
Anselmi di Milano; attorno la
incornicia un grande dipinto su
tela, rappresentante la gloria degli Angeli, risalente al XVII se-
L’attuale immagine è stata staccata
dal muro originario e trasportata su
tela.
colo. Dietro l’altare c’è una tela con la Crocifissione e sulla
parete sinistra spicca maestoso il
dipinto della Visita di San Carlo alle Tre Valli, opera di Camillo Procaccini; sulla parete destra trovano posto quattro tele di
scuola seicentesca lombarda:
Ascensione ed Assunzione della Vergine del Morazzone e Natività e Adorazione dei Magi di
autore ignoto.
Cristina Siccardi
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Festa di Maria Ausili a
FOTOCRONACA
del 24 maggio 2008
쑸 Suor Manuela Robazza FMA ha
guidato la riflessione della novena
di Maria Ausiliatrice.
Il Rettor Maggiore dei Salesiani
Don Pascual Chávez mentre tiene la «Buona Notte» dopo i primi
Vespri dell’Ausiliatrice.
쑺
쑽 La tradizionale Veglia di preghiera ha visto confluire nella Basilica migliaia di fedeli.
Le celebrazioni sono state guidate da Don Stefano Martoglio (in
basso a sinistra), Direttore della
Comunità “San Francesco di Sales di Valdocco”.
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li atrice
쒀 Mons. Guido Fiandino, Vescovo
ausiliare di Torino, ha presieduto la
Santa Messa per le religiose.
쑽 Don Fabio Attard, il nuovo Consigliere della Pastorale Giovanile della Congregazione Salesiana.
sito
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pe
쒀 Il coro degli studenti di teologia dell’Istituto Salesiano “Don Bosco” di Torino-Crocetta, che ha animato
alcuni momenti di preghiera.
쑸 Don Gianfranco Perona ha guidato i canti della Veglia di preghiera.
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쒀 Il Card. Severino Poletto, Arcivescovo di Torino ha presieduto la solenne celebrazione delle
ore 10,00 in cui ha sottolineato l’urgenza di invocare Maria quale protettrice delle nostre famiglie e dei fidanzati.
쑽 Il coro della Basilica diretto dal maestro Andrea Barboni.
Mons. Flavio
Giovenale,
Vescovo di
Abaetetuba
(Brasile) ha
ricordato la
nescessità della solidarietà che
ci fa prossimi agli altri.
쑺
쑽 Al termine della commossa
celebrazione Mons. Giovenale
ha impartito la solenne benedizione.
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In alto, Il parroco Don Gianni Cattane ha guidato, nel pomeriggio, l’omaggio floreale e la
benedizione dei bambini.
쑸 I Vespri sono stati presieduti da Don Franco
Lotto, Direttore della Comunità di “Maria Ausiliatrice”.
Don Sergio Pellini, Rettore della Basilica, mentre rivolge il saluto a Mons. Giuseppe Bertello,
Nunzio Apostolico in Italia.
쑺
쑽 Mons. Bertello ha ricordato la speciale intenzione del Papa per la solennità di Maria Ausiliatrice che ha invitato tutti i fedeli a pregare
per la Chiesa in Cina.
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쑸 Il Rettor Maggiore
ha presieduto la solenne concelebrazione per il Movimento
Giovanile Salesiano.
I canti sono stati animati dalla corale dell’Oratorio salesiano di
Bra.
쑺
쑸 La Madre Generale delle FMA, Suor
Antonia Colombo, con
il suo Consiglio, è stata presente a vari momenti della festa di
Maria Ausiliatrice.
쑽 A causa delle incerte condizioni atmosferiche la processione è stata sostituita da una serata
di preghiera in Basilica, intensa e molto
partecipata.
쑸 L’ADMA Primaria, presente alla preghiera in Basilica
era guidata da Don Pier Luigi Cameroni, nuovo animatore spirituale.
쑽 Il coro dei Novizi di Monte Oliveto ha animato la serata di preghiera.
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쒀 I cristiani cinesi
sono stati ricordati in
tutte le celebrazioni
della festa.
쑸 Mons. Poletto benedice i fedeli al termine della bellissima
giornata.
쒀 Il Vice Sindaco della Città di Torino, l’Assessore
Marco Borgione e il Presidente della Provincia, il Dott.
Antonio Saitta hanno presenziato alla preghiera della
sera tenutasi nella Basilica.
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notizie
notizie e avvenimenti
A cura di Mario Scudu
La Carta dei giovani
Tesoretto comunista cinese
• Voglio trovare il senso per la mia vita, che è
unica ed irripetibile, per viverla senza guerra,
violenza, paura e sperare nel futuro.
• Mi impegno perché ogni uomo e donna
possa valorizzare le proprie potenzialità e
perché nessuno sia sfruttato.
• Voglio capire cosa è il bene e cosa è il
male, voglio vivere in un Mondo dove esiste il
perdono e dove la vendetta sia abolita.
• Mi impegno a cambiare vita se ho
sbagliato.
• Voglio lottare contro quelle schiavitù che ci
hanno proposto come libertà e che hanno
ucciso troppi ragazzi e ragazze.
• Mi impegno perché tutti abbiano accesso
agli strumenti per comunicare e che
l’informazione sia al servizio della persona.
• Voglio amare e capire, nella libertà, che
cosa è la verità.
• Mi impegno perché il lavoro possa essere
un bene per tutta l’umanità.
• Voglio avere la libertà di coscienza e di
professare la mia fede in ogni parte del
mondo.
• Mi impegno perché tutte le risorse e le
ricchezze siano usate ed equamente
distribuite per contribuire a costruire un
mondo migliore, e voglio che la terra sia
rispettata.
crive il giornalista Antonio Socci su Libero
SZedong
del 19 dicembre che il «rivoluzionario Mao
– quello che aveva abolito la
proprietà privata di un miliardo di cinesi
quando morì il 9 novembre 1976 aveva un
conticino in banca di circa 75 milioni di yuan,
che equivalgono a 55 milioni di euro e che
oggi sono lievitati a 100 milioni di euro. E –
ironia della storia – pare che abbia messo
insieme questo immenso patrimonio
soprattutto grazie ai diritti del suo “Libretto
rosso”, diffuso in un miliardo di copie in Cina
e in Occidente. Il genocidio di almeno 50
milioni di cinesi – grazie alla rivoluzione di
Mao – era allora ed è tuttora tranquillamente
snobbato».
Ottimo il commento finale: “Dal libretto
rosso al libretto degli assegni”.
Da Il Timone, 2008
Se muore nella campana
il vetro vivrà in eterno
ortare le bottiglie di vetro nella campana
Psacrificio
della raccolta differenziata è un piccolo
che regala a tutti un mondo più
Foto di Barbarina Scudu
Dal Sermig - Arsenale della Pace - Torino
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pulito. Il vetro è uno dei materiali che
vengono maggiormente riciclati nel nostro
Paese: il Coreve (Consorzio recupero vetro)
ha superato l’obiettivo che si era dato, e cioè
riciclare circa il 60% delle bottiglie gettate
nella spazzatura. Il che significa grosso modo
1.260.000 tonnellate sulle 2.130.000 messe in
commercio.
Questa enorme montagna di rottami di
vetro viene macinata e fusa per tornare a
diventare bottiglie e bicchieri. Senza perdere
nulla della qualità originale: Enzo Cavalli,
presidente del Coreve, ci dice che “il vetro è
come il mercurio; se rompiamo un
termometro vediamo che si suddivide in
palline, che possiamo riunire e ridividere
all’infinito. Così è il vetro: il rottame resta vetro,
chimicamente identico a se stesso, e può
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10% dei rifiuti domestici.
Sprechiamo meno energia e
mandiamo meno anidride
carbonica nell’aria”, conclude
Cavalli. Tutto ciò vale una
passeggiata fino alla
campana. Che garantisce di
recuperare il 96% del vetro
immesso: magari sarà anche
scomoda, ma almeno
impedisce fisicamente di
buttare altra spazzatura
insieme alle bottiglie.
Da Espansione, 2008
Si muore ancora,
sulle strisce
essere riutilizzato quante volte vogliamo”. Con
un grande beneficio per l’ambiente. Perché
è vero che il rottame di vetro, così come il
vetro nuovo che nasce dalla sabbia, dalla
soda, dal carbonato di calcio e dal sodio
deve essere fuso in forni a 1.550 gradi, la
temperatura più alta usata nell’industria. Ma
è anche vero che “con il riciclo abbiamo
bisogno di meno cave di sabbia, dinamite,
scavatrici, che inquinano e consumano
energia”, spiega Cavalli. “Inoltre, a differenza
del rottame di vetro, le materie prime devono
reagire chimicamente tra loro, un processo
che richiede calore, oltre a produrre scarti di
lavorazione”. Oggi il rottame di vetro può
arrivare a rappresentare fino al 90% del
materiale che entra nel forno.
Così “riduciamo il volume della spazzatura
da smaltire: gli imballi di vetro sono circa il
n Italia è emergenza pedoni:
I
nel 2005 ne sono deceduti
672, il livello più elevato, dopo la Spagna, tra
i Paesi esaminati in Europa. Nel nostro Paese il
12,4% delle vittime da incidente sono pedoni,
il 29,3% dei quali muore sulle strisce.
Impressionante, in particolare, il
coinvolgimento delle fasce di età più
anziane: il 55% dei pedoni vittime della strada
ha più di 70 anni. Il rischio attraversamento
pedonale risulta ancora più elevato per i
turisti stranieri.
Per fronteggiare l’emergenza, l’Aci – che
per il 2008 sarà capofila del progetto EuroTest
dedicato alla sicurezza dei pedoni – propone
di introdurre nel Codice della strada
l’obbligo, per i conducenti, di dare la
precedenza non solo ai pedoni che
attraversano, ma anche a quelli che si
accingono ad attraversare.
Sulle strisce, Norvegia, Svizzera e Italia
hanno i peggiori risultati. Tra le cause:
densità, tipo e configurazione degli
attraversamenti pedonali, le abitudini di
pedoni e automobilisti, lo scarso livello di
conoscenza delle norme.
Da Automobile Club d’Italia, 2008
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Salesiani Don Bosco (SDB) di Torino-Valdocco
www.donbosco-torino.it
Casa Madre SDB - Torino-Valdocco
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❯
❯
❯
❯
Italia no
English
Español
Fra nçais
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Deutsch
Polski
Santuario Basilica di Maria Ausiliatrice
Cappella Pinardi
Chiesa di San Francesco di Sales
Camerette di Don Bosco
(Vita di) San Giovanni Bosco
Storia - ADMA online - Notizie - ADMA
(Centro Salesiano di Documentazione Mariana) CSDM
(Storia della) Rivista «Maria Ausiliatrice»
– Info Valdocco –
.......... in italiano ............................................................................................................
Liturgia della
Domenica
Rivista
«Maria Ausiliatrice»
• Letture della domenica
• Meditazione sulla Parola di Dio
• Omelie di approfondimento spirituale
• Formazione cristiana
• Formazione mariana
Archivio virtuale dal 2000
........................................................................................................................................
•........................................................................................................................................
ADMA-ON-LINE e ADMA News • FOTO di gruppi
È stata completata la revisione del sito nelle 7 lingue: sono circa 100 pagine per ogni lingua, con 210 immagini di commento. Il capitolo delle Camerette di Don Bosco è stato rifatto completamente nel testo e nelle immagini.
È finita anche la Rubrica delle immagini del Restauro della Basilica di Maria Ausiliatrice: sono state presentate 450 immagini (per 260 MB).
Continua (3º anno) la rubrica Liturgia della Domenica con Letture, Meditazione e Omelie di commento. Ha avuto un’accoglienza molto buona.
Continua ADMA on Line in italiano, da marzo anche in spagnolo e francese.
L’Archivio Virtuale di “Maria Ausiliatrice” (dal 2000) mette a disposizione più di 2100 articoli. È come una “seconda vita” della Rivista (come diceva Don Gianni Sangalli) messo a
disposizione dei singoli e per la catechesi nei gruppi ecclesiali.
MARIO SCUDU
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MENSILE - ANNO XXIX - N° 7 - LUG./AGO. 2008
Abbonamento annuo: € 12,00
• Amico € 15,00
• Sostenitore € 20,00
• Europa € 13,00
• Extraeuropei € 17,00
• Un numero € 1,20
Spediz. in abbon. postale - Pubbl. inf. 45%
SOMMARIO ➡
➲
FOTO DI COPERTINA:
«Tu che in corpo e anima
hai innalzato
alla gloria del cielo
l’Immacolata Vergine Maria,
Madre del Cristo
tuo Figlio,
concedici di vivere
in questo mondo,
costantemente
rivolti ai beni eterni».
Dal Messale Romano
Altre foto:
Teofilo Molaro - Archivio Rivista - Archivio
«Dimensioni Nuove» - Centro di Documentazione Mariana - Redazione ADMA - Guerrino Pera - Andreas Lothar - Mario Notario ICP - Editrice Elledici.
Direttore: Giuseppe Pelizza – Vice Direttore: Mario Scudu (Archivio e Sito Internet)
Diffusione e amministrazione: Teofilo Molaro – Direttore responsabile: Sergio Giordani
Registrazione al Tribunale di Torino n. 2954 del 21-4-1980
Stampa: Scuola Grafica Salesiana - Torino – Grafica e impaginazione: S.G.S.-TO - Giuseppe Ricci
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Telefoni: centralino 011.52.24.222 - rivista 011.52.24.203 - Fax 011.52.24.677
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sta capitando?
2 Cosa
Editoriale - G
P
amò sino alla fine - Gesù rac4 Ciconta
il Padre - M
G
segue il Risorto
8 Pietro
I Dodici - B
XVI
La strada della realizzazione
10 Meditazione - A R
due pellegrini
12 IAnniversari
-P G
A
la Pasqua estiva
14 Trasfigurazione:
Vita spirituale - D
C
Antonio Rosmini
16 Beato
Un mese un santo - M
S
I novissimi/4
20 Celebrazione - T M
senso spirituale della Scrittura
22 IlBibbia
e Spiritualità - G
Z
di Maria
24 Assunzione
Vita liturgica - L
V
IUSEPPE
ELIZZA
ARIO
ALIZZI
ENEDETTO
NTONIO
IER
UDONI
IUSEPPE CCORNERO
ONATO
ALABRESE
ARIO
IMOTEO
CUDU
UNARI
IORGIO EVINI
ORENZO
mihi animas - L’Adma nel mon27 Da
do - D P L C
cinque artisti
30 IMusica
e Fede - F
C
vuoi pregare?
32 Non
Calendario mariano - M M
illustrata dei Papi - Centro
34 Storia
di Docum. Mariana - M
M
Santuari della Lombardia/1 - San36 tuari mariani/85 - C S
38 Fotocronaca
della Festa di Maria Ausiliatrice
ed avvenimenti
44 Notizie
M
S
47 Sommario
Tagliando saggio gratuito
Un prezioso aiuto dagli abbonati
48 Tagliando aggiornamento recapito
ON
IER UIGI
AMERONI
RANCO
AREGLIO
ARIO
ORRA
ARIO
ORRA
RISTINA
ARIO
ICCARDI
CUDU
ILLAR
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Ringrazio.
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