CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI SANTA MARIA DELLA PROVVIDENZA CAPITOLO GENERALE XVII Roma, novembre 2010 UNA CONGREGAZIONE LEGGE SE STESSA Sr. Enrica ROSANNA, FMA “ … torna oggi impellente per ogni Istituto la necessità di un rinnovato riferimento alla Regola, perché in essa e nelle Costituzioni è racchiuso un itinerario di sequela, qualificato da uno specifico carisma autenticato dalla Chiesa” (GIOVANNI PAOLO II, Vita consacrata 37) Carissime sorelle, vi saluto, innanzitutto, con affetto e cuore grato. Non è la prima volta che mi invitate nel vostro Istituto e questo gesto fa bene al cuore e alla vita. Grazie. In preparazione al vostro prossimo Capitolo Generale XVII avete avviato un lavoro molto impegnativo, ma anche molto proficuo (come documenta il grosso volume che la Madre ha voluto gentilmente farmi pervenire) perché vi ha permesso di arrivare al cuore del carisma e di individuare e riattualizzare quei tratti carismatici che connotano la vostra identità e che vissuti con rinnovata fedeltà, per la rinnovata giovinezza che verrà da questa assise capitolare, vi porteranno a realizzare nel concreto dei giorni l’invito di Giovanni Paolo: “Non dovete solo ricordare e raccontare la vostra gloriosa storia, ma costruire una grande storia”. Avete lavorato molto e bene, e avete lavorato “insieme”; potete pertanto dire che il Capitolo è già giunto quasi al termine del suo cammino, siete cioè nella dirittura finale… Ma, proprio per questo, come capita nelle corse, non dovete mollare …, dovete mettercela tutta e accelerare il passo. Dicevo che ho letto la documentazione (valorizzando la mia competenza di sociologa della vita consacrata, rispolverando gli amori messi da parte…) e ho cercato di riflettere sulle risposte individuando il “filo rosso” che le percorre, un filo fatto di certezze, sogni, aspirazioni, ma anche di perplessità e paure. E tutto questo è normale, non solo per voi, ma per ogni Istituto e per ogni vita. Andate avanti con speranza! La speranza colora i giorni di gioia e conduce all’impegno, spinge a cercare il dialogo e la comunione. La speranza è una perseveranza che si nutre di responsabilità. Ma ricordate che solo la speranza che è legata alla comunione con le sorelle vi renderà capaci di accogliere l’imprevisto e l’inedito. Mi pare di poter dire innanzitutto che le risposte attingono all’esperienza di vita, più che a un approfondimento delle Costituzioni, si tratta cioè di risposte sapienziali più che scientifiche. E questo è confortante, anche se le due ottiche dovrebbero armonizzarsi. Non finiremo mai di scavare dentro la nostra Regola di vita, come non finiremo mai di scavare dentro il Vangelo, questo libro che ha più di 2000 anni di età e su possiamo con fiducia posare e riposare i piedi. Il Codice di diritto Canonico, promulgato nel 1983, considera le Costituzioni come espressione del modo particolare di seguire Cristo in ciascun Istituto religioso e – facendo tesoro delle indicazioni del Concilio Vaticano II –pur non usando la parola “carisma”, stabilisce gli elementi che necessariamente vi si dovranno trovare in modo esplicito: le intenzioni dei Fondatori circa la natura, il fine, lo spirito e l’indole dell’Istituto; le sane tradizioni; le norme fondamentali relative al governo, alla disciplina, all’incorporazione e alla formazione dei membri, l’oggetto proprio dei vincoli sacri.1 1 Cf Can. 578; 587, par. 1. Commenta Sr. Maria Esther Posada: le Costituzioni sono “il libro che racchiude la parola di Dio e le parole dei fondatori per la vitalità di una Famiglia religiosa nella Chiesa. In contesti diversi, con formulazioni varie il carisma è presente nei testi costituzionali lungo la storia dell’Istituto, ed esercita un influsso specifico sulla sua natura o identità e di conseguenza sull’intera vocazione delle persone e della istituzione. Le prospettive di futuro dell’Istituto dipendono evidentemente dalla saggia e fedele accoglienza del dono originario. Di conseguenza, una saggia e fedele revisione delle Costituzioni dovrà avere quale punto di riferimento sostanziale il dono originario consegnato alla storia nella sua purezza e nella sua fecondità. Possiamo dire adoperando un’immagine di bellezza che il carisma è come una perla preziosa contenuta in una conchiglia altrettanto preziosa: le Costituzioni o Regola di vita.i2 Mi piace concludere questa premessa con una poesia di Sr. Maria Pia Giudici, che ho messo a introduzione del mio libro La riqueza de ser mujer, Salamanca, Editrice Siguème 2004. E’ una poesia semplice e profonda che richiama sia l’identità di noi donne consacrate sia l’esempio della conchiglia. “Conchiglia di misterioso mare” Ora che sulla spiaggia derelitta il vento di tramontana sferza dune provvisorie, una conchiglia s’apre, perlacea, a chiarità lunari. Se l’accosti, presago, all’orecchio, ti dirà, in murmure vivo, il respiro calmo e profondo 2 POSADA Maria Esther, Costituzioni. Attenzioni carismatiche, in Sequela Christi 32(2006) 2, 201-202. del mare. Un cuore di donna che molto abbia amato, pregato e sofferto, tu non l’accosti invano. All’orecchio dell’anima, conchiglia di misterioso mare, sempre te ne sussurra il canto, te ne versa, insonne, anche a sua insaputa, l’eco d’infinito. L’esigenza di coltivare la vita interiore “Non conduce una vita umana chi non si interroga su di sé”. Sono parole di Platone, che hanno valore anche oggi, che ci dovrebbero accompagnare per tutte le età della vita, soprattutto negli snodi cruciali. Ebbene, la preparazione a un Capitolo generale, la riflessione sulla vostra Regola di vita, che è un momento privilegiato nella vita del vostro Istituto, non poteva non volgere lo sguardo alla vita interiore, alla luce della ricerca del volto di Dio (Il tuo volto, Signore, io cerco …), per riscoprire e assumere più consapevolmente l’identità, il volto e il nome dell’Istituto come occasione per ringraziare e compito da realizzare.ii Ogni sorella della Congregazione si è interrogata, e anche nelle risposte ha dato il meglio di sé, mettendo chiaramente in evidenza il desiderio di riprodurre il modello di Figlia della Divina Provvidenza presentato dalle Costituzioni e il cammino percorso e da percorrere per perfezionare i tratti di questo volto. Si tratta di un cammino in profondità, di un viaggio dentro il cuore per “ … essere, come Maria, donna di speranza e di pace, per diffondere una benefica influenza sul mondo credente e miscredente ed animarlo alla fede in Dio, Padre provvidente e alla carità verso il prossimo” (Cost. IX). Per essere donna che la Misericordia di Dio ha scelto “ad intendere le finezze del divino amore” (Cost. 31), che trovano nel Padre l’unico amore, l’esclusiva ricchezza, il solo criterio di ogni scelta ed azione (cf. Cost. 32). Donna aperta ad intendere le finezze del divino amore. E’ bellissimo! Donna che guarda avanti, che cammina e non ha paura; si sente guidata dallo Spirito, sostenuta dalle sorelle, figlia della Chiesa. Donna in cammino Lo sguardo al sole. Il passo sollecito. Le mani operose. Il cuore innamorato. Donna in cammino che percorre festosa il sentiero del giorno. Costruisce l’eterno nel silenzio dell’ascolto, nella meraviglia dell’accoglienza, nella preghiera della vita. Donna in cammino che percorre vigile le strade di tutti. Traspare l’eterno nel coraggio della verità, nella gioia della donazione, nella nobiltà del tratto. Contemplativa della strada. Donna sollecita che cammina con coraggio, cammina con gioia, cammina in fedeltà. Donna in cammino, Figlia della Provvidenza per il dono di questi giorni, per la forza di questo convenire insieme, da ogni parte della terra, renditi segno dell’amore - come Maria la Vergine contemplativa, la Madre sollecita, perché chi ti incontra possa gridare di gioia come Elisabetta: “A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?”. Un cammino da percorrere anche nei giorni bui, sofferti, faticosi (il tempo che manca sempre, le difficoltà che si frappongono alla formazione spirituale, il lavoro assillante che fa perdere il gusto dell’essenziale, la complessità della gestione delle opere, i limiti caratteriali, la difficoltà ad accettare le proprie carenze, la sopraffazione del fare sull’essere …), perché la sete di Dio che abita il cuore è inestinguibile. Ha ben scritto il grande Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te”. Nel cammino – lo sappiamo per esperienza - si affrontano fatiche e disfatte (sia personali, sia istituzionali), perché siamo deboli e fragili e perché figlie del nostro tempo che predilige i viaggi esteriori, dispersivi, evasivi (lasciarsi sedurre dal “mondo”: relativismo, consumismo, secolarizzazione …) a quelli che hanno come meta il profondo dell’anima. La fatica, la prova, è espressa nelle risposte, a volte velatamente, a volte in modo esplicito. Dentro la prova si percepisce però la certezza: Lui mi ha cercato, Lui mi ha chiamato, suscitando in me il desiderio di seguirlo e di amarlo sopra ogni cosa, nonostante la mia deb olezza. E questo è conquista. Conquista che mentre mi arricchisce, arricchisce le mie sorelle, perché noi siamo un Corpo, una Famiglia riunita nel nome di Gesù (cf Cost. 84). Le prove. Oltre a quelle già evidenziate, ne vengono elencate altre, a partire dalla fatica nel vivere i voti professati, da quelle riguardanti la difficoltà e il tedio nella preghiera, il rapporto con le sorelle, con le strutture, con l’autorità. Io credo che è proprio nei rapporti con gli altri (siano essi persone o situazioni) che la tentazione ci tocca, facendo leva – come dice Enzo Bianchi – “su tre dominanti che giacciono silenti nel nostro cuore, pronte a scatenarsi alla minima occasione: la dominante dell’eros, quella del possesso, quella dell’affermazione di sé. Questi sono tre spazi nei quali l’uomo si costruisce e arriva a vivere in pienezza, spazi che determinano le relazioni e che ricevono valenze positive o negative a seconda di come noi ci muoviamo in essi”. Al riguardo, il Card. Danneels, nella Lettera Pastorale che ha inviato alla sua Diocesi (Natale 2003), scrive: «L’uomo è un albero che ha tre radici nella terra. Queste tre radici sono le pulsioni fondamentali che lo fanno agire: il desiderio di possedere (possesso), quello di gioire (sessualità) e quello di comandare (potere). Tutte e tre gli sono state date dal creatore conformemente alla sua natura. Ugualmente a loro proposito è scritto: “Dio vide che questo era buono” (cf Gen 1). L'albero è benedetto e la sua crescita irresistibile. Ma che cosa accadrà se si omette di tagliarlo, o se è mal tagliato? Ora c'è un piccolo verme ad ogni radice, come a quello del ricino di Giona vicino a Ninive. Questo verme si chiama eccesso o dismisura. È buono possedere, gioire, comandare: sono doni di Dio. Ma facilmente essi pretendono di diventare dei. Allora non ci serviremo più docilmente del denaro, del sesso e del potere, ma noi li serviremo come dei, come idoli. E pagheremo caro questo, perché l'eccesso, il troppo, si trasforma presto in “mai abbastanza”». Sono parole che fanno pensare e invitano alla riflessione e alla verifica. Voi, Figlie di S. Maria della Provvidenza, quale cammino avete fatto e vi preparate a fare per vivere i voti professati con fede e generosità nel quotidiano, a partire dalle più piccole esigenze (nulla è piccolo davanti a Dio!)? Leggo dalle vostre costituzioni: “Il Signore è il tutto dell’anima mia” (Cost. 38); “La grazia di Dio deve essere il tesoro del cuor nostro” (Cost. 44); “Godimento alto è poter dire: faccio in tutto il volere del Padre (Cost. 50): sono splendide sintesi dei voti! Ecco la bellissima descrizione dei voti che fa Padre David Maria Turoldo, e che mi pare offra – pur nella sua sinteticità - materiale abbondante per il viaggio interiore iniziato. Beati voi, o poveri, o primi eredi che avete il cuore già oltre le cose, principi siete di stirpe divina. Beati voi, o mondi di cuore, in voi come in un lago si specchia Iddio e voi ovunque vedrete il Signore. Beati voi, o miti, o obbedienti, o inermi, voi siete la invincibile forza di Dio, voi soli avrete in possesso la terra. La vita vissuta secondo i consigli evangelici possiede una enorme potenzialità, quella di essere un ponte verso l’eternità, verso il Creatore. La passione per la Chiesa e per l’umanità, detta con una vita consacrata autentica, ravviva la consapevolezza del potere che Gesù ha affidato a ciascuno nel seguirlo: «Guarite gli ammalati, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date… Quando entrerete nella casa, salutate. Se quella casa ne è degna venga la vostra pace su di essa; se invece non ne è degna, la vostra pace torni a voi… Non preoccupatevi di come parlerete … Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (cf Mt 10, 820). Di questo potere di guarigione che Gesù ci ha affidato siamo testimoni profetici e annunciatori. Il Cristo che camminava annunciando il Regno e sanando molti, proclamando lo spirito delle Beatitudini come magna charta del vivere, era il Cristo povero, casto, obbediente. La passione per la santità Un altro elemento che sembra emergere da tutte le risposte è il desiderio della santità, una santità soprattutto feriale, non da altare, come evidenzia anche il bellissimo fascicolo “Siamo figli di santi. Profilo biografico di alcune suore FSMP, scritto da don Wladimiro Bodoni. La lettura attenta di questo libretto, mi ha fatto ricordare una semplice, fresca poesia di Martin Luther King. “Se non puoi essere un pino sul monte sii una canna nella valle, ma sii la miglior piccola canna sulla sponda del ruscello. Se non puoi essere un albero sii un cespuglio. Se non puoi essere autostrada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Ma sii sempre il meglio di ciò che puoi essere”. Queste parole si addicono bene alle vostre sante, umili grandi donne che fanno “bella, buona e beata” la vostra Congregazione e sono per ciascuna di voi un esempio luminoso. Non tutti possiamo essere sole, albero, autostrada. Sono preziosi e belli anche il cespuglio, la canna, il sentiero, le stelle. L’importante è scoprire il disegno che siamo chiamate a realizzare e mettersi con passione a viverlo. L’importante è compiere in modo nobile e appassionato il proprio compito, realizzando quel sogno che Dio ha pensato per noi fin dal seno materno. (Paolo VI, in una lettera inedita a un suo compagno di studi, in occasione del conseguimento del dottorato, gli aveva suggerito di rimanere studente e di coltivare l’aristocrazia del pensiero. Anche voi, Figlie di santa Maria della Provvidenza, anche noi Figlie di Maria Ausiliatrice, siamo chiamate a coltivare l’aristocrazia delle sequela). Così recita il Salmo 139: “ Tu mi hai plasmato il cuore, mi hai tessuto nel s eno di mia madre (…). Il mio corpo per te non aveva segreti quando mi formavi di nascosto e mi ricamavi nel seno della terra. Non ero ancora nato e già mi vedevi. Nel tuo libro erano scritti i miei giorni, fissati ancor prima di esistere”. Queste vostre sorelle, hanno scelto “irrevocabilmente” di servire il Signore con spirito disponibile e gioioso, con naturalezza e affabilità, raggiungendo un livello di santità dal “volto esigente e insieme affascinante”, vivendo quella misura alta della santità di cui ci ha parlato l’indimenticabile Giovanni Paolo II, la santità del quotidiano, che è la scelta di ogni FSMP vissuta là dove l’obbedienza la invia. Una volta fu chiesto al Card. Suenens: “Chi è il santo?”. Ed egli rispose: “Un uomo normale” (e noi potremmo dire: una donna normale). Il santo non è un cristiano sempre oltre il limite, un uomo che esagera, duro e puro, ma un cristiano da cui traspare il Signore, Lui che quando ha dettato le Beatitudini, parlava di se stesso, dipingeva il proprio autoritratto”. Guardando alla vita dei santi tocchiamo con mano che c’è una storia apparente, fatta dai forti, dai potenti, dagli astuti, e un’altra storia sotterranea, dimessa, nascosta, i cui protagonisti sono i poveri, i miti, gli integri, i giusti: gli uomini e le donne delle Beatitudini. Solo questi uomini e donne conoscono l’alfabeto e il segreto della felicità. Solo loro – e le vostre sante ne sono un esempio eloquente – tracciano le nuove strade, avanzano sulle uniche strade che assicurano un futuro a questa nostra terra. I santi sono i veri amici del genere umano, i nostri amici, gli amici di tutti, perché se c’è un’amicizia per chi è costretto alla guerra, è il costruttore di pace che la offre, gratuitamente; se c’è un’amicizia possibile per gli umiliati della terra, è negli affamati e assetati di giustizia che risiede; se c’è un’amicizia vera, perfino per chi è ricco, è nel povero che non vuole competere e che non intende avere solo per sé che va cercata; se c’è una amicizia per un medicante d’amore è nei puri di cuore che essa trova dimora… E tutto questo sono le vostre sorelle (e non solo quelle che hanno già gustato il paradiso, ma quelle che vivono oggi nell’Istituto, in ogni parte del mondo): donne di gratuità, di semplicità, di comunione e solidarietà, di giustizia, di perdono, e per questo amiche sempre; amiche dei malati, dei poveri, degli abbandonati, delle consorelle, di tanti di ogni ceto sociale, e a qualunque costo impegnate nel dovere quotidiano con il coraggio dell’umile amore. E’ tutto questo è grazia, è certezza di santità. In ascolto della Parola, lasciandosi trasformare dalla preghiera e dall’Eucaristia Dalle risposte delle sorelle e delle comunità emerge con una certa frequenza e sofferenza una domanda: oggi, per noi FSMP, è ancora possibile trovare parole e gesti che siano comprensibili agli uomini e alle donne di oggi? Che dicano il senso vero della nostra consacrazione e non solo quello del servizio che facciamo? Io credo che la risposta sia una sola: la conoscenza personale del Signore Gesù, l’adesione nella libertà e per amore alla sua vita prima ancora che al suo insegnamento, nonostante ogni sorta di infedeltà e difficoltà (quanta difficoltà, a volte, a pregare…), attraverso l’autenticità e l’intensità della nostra vita trascorsa giorno dopo giorno nel faticoso lavoro in adesione gioiosa alla volontà Dio , un Dio semper alter eppure riconosciuto e scelto come Sposo. Il più bello tra i figli dell’uomo! Il Santo Padre Benedetto XVI ha uno splendido capitolo nell’enciclica Deus Caritas est, il cap. 12, in cui indica in Gesù Cristo, l’amore incarnato di Dio, la risposta: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito». La “novità” di Cristo, la “novità” del suo realismo inaudito, è una “novità” da scoprire, perché se incontrata sul serio porta al cambiamento della vita: da una vita all’insegna dell’avere ad una sotto il segno dell’essere. Ma per scoprire e gustare questa novità dobbiamo essere donne credenti. E questo vuol dire che la prima virtù che dobbiamo coltivare è quella della fede nel Dio vivente (e non è né poco né facile), dell’adesione amorosa e concreta a Lui. Solo così le nostre vite diventeranno testimonianti e autenticamente “missionarie”. Ci aiuta in questo cammino di fede innanzitutto la frequentazione della Parola. La forza della Parola! Ecco come la canta David Maria Turoldo. A te, creatrice Parola, che stai fin dal principio dei mondi e sei. Anima e senso della nostre parole, a questo nostro infinito pensar.; A te, paurosa Parola, che solo a sussurrarti dovremmo morire: che tagli ogni giuntura, e del cuore l’impenetrabile abisso sconvolgi. Parola amata, cercata, fuggita, che tutto metti a nudo e denunci. Anche le macchie nel cuore degli angeli: ecco, salvezza e sapienza è arrendersi.3 Frequentare la Parola, innanzitutto, meditando la Scrittura (Dio parla agli uomini come ad amici, come ha splendidamente detto l’ultimo Sinodo dei Vescovi), ascoltando la voce del Magistero della Chiesa e dell’Istituto e confrontandosi con le Costituzioni. Così si è espresso Papa Benedetto XVI, nell’omelia di apertura del Sinodo: “Quando Dio parla, sollecita sempre una risposta; la sua azione di salvezza richiede l’umana cooperazione; il suo amore attende corrispondenza. Che non debba mai accadere, cari fratelli e sorelle, quanto narra il testo biblico a proposito della vigna: "Aspettò che producesse uva, produsse, invece, acini acerbi" (cfr Is 5,2). Solo la Parola di Dio può cambiare in profondità il cuore dell’uomo, ed è importante allora che con essa entrino in una intimità sempre crescente i singoli credenti e le comunità”. Quotidie la Chiesa ci dispensa la Parola: pensiamo all’Eucaristia, alla Liturgia delle Ore, alla lettura personale… La Chiesa nasce, si nutre e si trasforma attraverso l’esercizio quotidiano dell’ascolto e della celebrazione della Parola. Cito ancora l’Omelia di papa Benedetto: “Nutrirsi della Parola di Dio è per essa il compito primo e fondamentale. In effetti, se l’annuncio del Vangelo costituisce la sua ragione d’essere e la sua missione, è indispensabile che la Chiesa conosca e viva ciò che annuncia, perché la sua predicazione sia credibile, nonostante le debolezze e le povertà degli uomini che la compongono”. Noi siamo chiamate ad annunciare il Vangelo, abbiamo scelto di fare della nostra vita una testimonianza viva del Vangelo di Gesù, quel Gesù che accogliamo ogni giorno nell’Eucaristia. 3 Tratto da RAVASI G., Opere e giorni del Signore, Torino, Ed. Paoline 1990, 914. La Chiesa pone a dimora i semina Verbi nelle culture di ogni tempo (anche a voi Dio ha fatto il dono di annunciare il carisma in tante paesi del mondo!). Nell’Anno Paolino abbiamo sentito risuonare con particolare urgenza il grido dell’Apostolo delle genti: "Guai a me se non predicassi il Vangelo" (1 Cor 9,16); grido che per ogni cristiano diventa invito insistente a porsi al servizio di Cristo. "La messe è molta" (Mt 9,37), ripete anche oggi il Divin Maestro: tanti non Lo hanno ancora incontrato e sono in attesa del primo annuncio del suo Vangelo; altri, pur avendo ricevuto una formazione cristiana, si sono affievoliti nell’entusiasmo e conservano con la Parola di Dio un contatto soltanto superficiale; altri ancora si sono allontanati dalla pratica della fede e necessitano di una nuova evangelizzazione. Non mancano poi persone di retto sentire che si pongono domande essenziali sul senso della vita e della morte, domande alle quali solo Cristo può fornire risposte appaganti. Diviene allora indispensabile per i cristiani di ogni continente essere pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro (cfr 1 Pt 3,15), annunciando con gioia la Parola di Dio e vivendo senza compromessi il Vangelo” (l.cit.). Annunciare il Vangelo in ogni terra: care sorelle, questa è la nostra missione. E poi l’Eucaristia, che per noi è dono quotidiano, fonte della nostra spiritualità e del nostro servizio. Care sorelle, gustare l’Eucaristia è gustare un pezzo di cielo L’Eucarestia è la meraviglia della nostra vita. Ci cibiamo ogni giorno del Corpo del Signore che ha sceltole mani di una creatura per cambiare il pane nel suo Corpo Santo. Nutrite di Lui viviamo ogni giornata come liturgia e ogni liturgia come ingresso nella santità di Dio. Conclusa la celebrazione eucaristica la continuiamo nella vita, quando ascoltiamo, quando parliamo,al capezzale di un malato, nella scuola, in cucina, rigovernando la casa, in aereo, in macchina, in metro, a piedi. Per la Sua grazia, a qualsiasi ora siamo pronte ad ascoltare e a dire a chi ci cerca: “Eccomi”. Per la Sua presenza sappiamo trovare la parola o il silenzio per chi non è in pace, per vivere povere tra gli uomini, per non smarrirci quando sperimentiamo la debolezza e aprirgli le braccia e il cuore per fare spazio alla Sua infinita misericordia. Per la Sua forza siamo disponibili ad aiutare chi ha perso la speranza, a insegnare tacendo che la sofferenza passa, ma l’aver sofferto resta. Per la sua umiltà impariamo a gustare la gioia di servire, a comprendere che solo il tempo, l’esperienza e tanta preghiera sono la strada per arrivare alla sapienza del cuore. Diciamo grazie, Gesù, per questi doni. Come vorremmo, che di ogni FSMP, che si nutre quotidie di te, la gente possa dire: “E’ un pezzo di cielo”.4 Guastare l’Eucaristia è gustare un pezzo di cielo, perché l’Eucaristia è «l’incontro sconvolgente con l’inconcepibile grandezza di un Dio che si è abbassato fino al punto … di darsi come cibo sull’altare». 1 Sono parole di papa Benedetto. Parole che ci dovrebbero spingere a fermarci e a pregare, a contemplare il mistero: ad adorarlo. Parole che dovrebbero portare alle nostre labbra un canto di ringraziamento; rendere il nostro cuore traboccante di gioia, di giubilo; i nostri pensieri miti e festosi, perché questa è la certezza nel giorno di Pasqua, la festa delle feste, perché Cristo è risorto, primizia di coloro che sono morti, primizia per tutti noi; perché la vita regna definitivamente e in ogni creatura è iniziato un processo segreto ma reale di redenzione, di trasfigurazione. L’Eucaristia, Sacramentum Caritatis, dunque, fa entrare nel mistero dell’amore del Padre per il Figlio nello Spirito Santo, e del Figlio per ciascuno di noi. L’Eucaristia urla al nostro cuore che Dio è Amore, come ci ha ricordato Papa Benedetto con la sua prima enciclica. Dunque Dio ci ama. Dio ama ogni uomo e il mondo per il quale ha dato il Figlio. Vivere da cristiani, e da persone consacrate, è vivere eucaristicamente, come il Figlio dato per noi: lo stesso amore totale, che non fa preferenza di persone, che 4 Libera traduzione di una preghiera di Ernesto Olivero, in Sogno che fra cent’anni, Cantalupa (TO), Effatà Editrice 2008, 124-127. serve tutti senza distinzione; quell’amore che, giorno per giorno, diventa parola di fiducia, gesto di misericordia, atteggiamento di attenzione e di gratuità, impegno di condivisione dell’inquietudine e della ricerca di senso e di libertà di tanti fratelli di oggi; quell’amore che ci apre l’accesso alla vita definitiva oltre la morte. Leggiamo nell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6,51). Con queste parole il Signore rivela il vero significato del dono della propria vita per tutti gli uomini. Egli esprime … l'intenzione salvifica di Dio per ogni uomo, affinché raggiunga la vita vera. … Al tempo stesso, nell'Eucaristia Gesù fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo, che consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare gli altri – i fratelli e le sorelle - non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. In tal modo riconosco, nelle persone che avvicino, fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita amandoli “fino alla fine” (Gv 13, 1). Di conseguenza, le nostre comunità, quando celebrano l’Eucarestia, devono prendere sempre più coscienza che il sacrificio di Cristo è per tutti e pertanto l’Eucarestia spinge ogni credente in Lui a farsi “pane spezzato” per gli altri, e dunque ad impegnarsi per un mondo più giusto e fraterno».12 Nella preghiera eucaristica V diciamo queste parole: «Signore, donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli...». Chiediamo a lui “occhi nuovi”. Molte povertà sono “provocate” proprio dalla mancanza di occhi nuovi, occhi profetici colmi di speranza, che sappiano vedere, occhi che guardino il mondo e la storia come Lui. Gli occhi che abbiamo sono troppo miopi. Sofferenti. Appesantiti. Resi strabici dall'egoismo. Spesso sono ormai abituati a scorrere indifferenti sui problemi della gente, sui bisogni dei malati, dei poveri, degli abbandonati. Sono avvezzi a catturare più che a donare. Si sono abituati a non sentire il grido dei poveri: «Avevo fame e ho ancora fame. Avevo sete e resto assetato. Ero straniero e non trovo una terra amica. Ero carcerato e nessuno mi ha liberato. Ero nudo e continuo a vestirmi di freddo. Ero malato e muoio solo. Avevo dubbi e nessuno mi aiuta a capire. Ero angosciato e nessuno mi dà speranza. Ero bambino di strada e solo la strada con le sue violenze mi accoglie».5 Di qui, la necessità di implorare “occhi nuovi”, anche per la grazia e il dono del convenire di questi giorni, per entrare nel “roveto ardente” della carità di Dio. Ancora un motivo di preghiera e di riflessione. Prendo lo spunto da uno scritto di Jean Vanier dove racconta della visita di Giovanni Paolo II ad Haiti. «Il Papa disse: - scrive il fondatore dell’Arca - “Sapete, per capire l'Eucaristia bisogna capire la lavanda dei piedi”. C'è un legame intimo tra l'Eucaristia e la lavanda dei piedi. E il Papa ci chiamava tutti a lavare i piedi, a lavare i piedi dei poveri. Ed è vero. Ci ha fatto sentire il legame tra l'Eucaristia e il lavare i piedi. […] Come, mangiando il corpo di Gesù, siamo chiamati a diventare Gesù, a diventare il suo corpo, a costruire il suo corpo? Mangiare il corpo di Gesù per diventare Gesù. E che cosa vuol dire diventare Gesù? Annunciare una Buona Novella ai poveri. Questa è la nostra missione: con Gesù, dietro a Gesù: annunciare la Buona Novella ai poveri. E che cos'è questa Buona Novella? Sei amato. Non si tratta di fare discorsi. Le parole sono certamente importanti, ma è il gesto che è più importante. Gesù è il Dio dei gesti e con la parola interpreta il gesto. È per annunciare una Buona Novella. Per essere noi stessi mangiati, per toccare i piedi dei poveri e rivelare loro, nel loro cuore ferito, il cuore ferito di Gesù. […] Mangiate il corpo di questo Dio umile per diventare discepoli molto umili, per annunciare la Buona Novella ai poveri, per dire loro: “Sei amato”». Concludendo Quale conclusione? Tocca a ciascuna di noi riflettere, rimboccarsi le 5 Ivi 372-373. maniche e partire senza paura, come hanno fatto i Santi, anche le vostre Sante. Desidero citarne uno, si tratta di un martire dei nostri giorni, che ci ha lasciato un esempio incancellabile di sequela del Signore, quella sequela che è fonte di vita cristiana rinnovata, quella vita di cui il mondo ha oggi un estremo bisogno e che noi religiose, voi Figlie di Santa Maria della Provvidenza, possiamo contribuire a far crescere. Arrestato il 5 agosto 1975, il Card. Van Twan stette in carcere per molti anni celebrando ogni giorno l’Eucaristia con poche gocce di vino. Il Signor Van Twan, così lo si doveva chiamare, veniva spesso richiesto dai carcerieri (non cattolici) di dire il perché del suo arresto, le ragioni della sua serenità e speranza e rispondeva: ho abbandonato ogni cosa per seguire Gesù, perché amo i difetti di Gesù. Primo difetto: Gesù non ha buona memoria. Sulla croce, durante la sua agonia, Gesù udì la voce del ladrone alla sua destra … Avrebbe potuto ricordargli i suoi crimini e dargli la punizione… e invece gli disse: “ Oggi sarai con me nel paradiso”. Egli dimentica tutti i peccati di quell’uomo… Analoga cosa avviene con la peccatrice che gli ha cosparso di profumo i piedi e con la donna adultera e con il figlio prodigo...Gesù non ha una memoria come la mia; non solo perdona, e perdona ogni persona, ma dimentica pure che ha perdonato. Secondo difetto: Gesù non conosce la matematica Se Gesù avesse sostenuto un esame di matematica forse sarebbe stato bocciato. Lo dimostra la parabola della pecorella smarrita… Per Gesù 1 equivale a 99… Quando si tratta di salvare una pecora smarrita Gesù non si lascia scoraggiare da nessuna fatica…Come al pozzo con la samaritana e come con il pubblicano Zaccheo. Terzo difetto: Gesù non conosce la logica Una donna perde una dramma e quando la trova chiama le amiche, fa una festa … … e spende ben più di una dramma… E quando spiega la parabola svela la strana logica del suo cuore: “… C’è gioia davanti a Dio per un solo peccatore che si converte..”. Quarto difetto: Gesù e’ un avventuriero Chi cura la pubblicità di una compagnia o si presenta come candidato alle elezioni prepara un programma ben preciso, con molte promesse. Nulla di simile per Gesù. La sua propaganda, giudicata con l’occhio umano, è votata al fallimento. Egli promette, a chi lo segue, processi e persecuzioni…Agli apostoli, che hanno lasciato ogni cosa per lui, non assicura né vitto né alloggio. A uno scriba, desideroso di arruolarsi tra i suoi, dice: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Il brano evangelico delle beatitudini, vero autoritratto di Gesù, avventuriero dell’amore del Padre e dei fratelli, è dall’inizio alla fine un paradosso…Beati i poveri…, i perseguitati, … gli afflitti. Quinto difetto: Gesù non si intende ne’ di finanze ne’ di economia Ricordiamo la parabola degli operai della vigna… Gli ultimi arrivati al lavoro vengono retribuiti come i primi… Se Gesù fosse nominato direttore di un’impresa, questa fallirebbe e andrebbe in bancarotta… E dopo aver enumerato questi difetti si domanda: perché Gesù ha questi difetti? Perché è amore e l’amore non misura. Dalla Trinità ha portato un amore infinito che mette in crisi le nostre misure umane. I santi sono esperti di questo sconfinato amore… E Mons Van Twan, sacerdote santo, martire del XX secolo, ha testimoniato questo amore con tutta la sua vita. E’ un esempio da cui abbiamo molto da apprendere, da cui attingere coraggio. La vita religiosa è di Dio, non dobbiamo temere. Siamo nelle sue mani. Sono mani sicure. i POSADA Maria Esther, Costituzioni. Attenzioni carismatiche, in Sequela Christi 32 (2006) 2, 201-202. ii Cf BIANCHI Enzo, Lettere a un amico sulla vita spirituale, Comunità di Bose, Ed Qiqajon 2010, 12.