CAPITOLO II Campagna per la repressione del brigantaggio Fenomeno certamente non nuovo per il Sud d’Italia - basti ricordare il sanfedismo del 1799 - il brigantaggio assunse rilevanza preoccupante nel 1860, dopo la conquista del Regno di Napoli, a causa della reazione dei contadini alle spoliazioni operate dai liberali che, col favore governativo, si impadronivano di proprietà e diritti. Così ai già numerosi banditi ed agli sbandati del disciolto esercito borbonico, si unirono fuorilegge d’ogni genere e fautori di un ritorno dei Borboni. Dapprima le bande armate obbedivano ai gentiluomini che combattevano per gli ideali della restaurazione, poi - col passare del tempo - ad essi subentrarono avventurieri senza bandiera, fino a giungere ai più biechi ed efferati banditi comuni che nulla più avevano da spartire con i Borboni e la Santa Sede che li aveva in un primo momento sostenuti. Carlo Bartolini, ufficiale papalino prima e del Regio Esercito poi, è autore di un libretto il “Cenno Storico aneddotico dal 1860 al 1870“ nel quale, pur riferendosi a quelli che operavano nello Stato Pontificio, descrive abitudini, usi e costumi dei briganti, soffermandosi sulle armi a loro in dotazione. I briganti, riferisce il Bartolini, vestivano perlopiù con Col. Carlo Vicario di S. Agabio pantaloni pesanti, giubba e panciotto, cioce o stivali, un (Archivio G.L. Parpani - Lodi) corto mantello di panno azzurro. Sul capo indossavano un cappellaccio di foggia calabra ornato di nastri e spille d’ottone, cui spesso si aggiungevano piume o penne multicolori e portavano dappertutto immagini sacre, corone del rosario ed altri oggetti di devozione. Armati di doppiette e di “eccellenti carabine - revolver”, tenevano alla cintura coltellacci d’ogni sorta, non difettavano mai le munizioni. e spesso lo stivale destro nascondeva un pugnale. I covi, ben protetti in località inaccessibili, erano costituiti da grotte e rifugi fornitissimi di viveri e munizioni. Vivevano di pane e cipolle, erbe selvatiche e formaggio; se inseguiti si spostavano con rapidità da un nascondiglio all’altro, senza lasciare tracce del loro passaggio. Le loro incursioni, di contro, erano contraddistinte da massacri, torture, ruberie, saccheggi, violenze, stupri, orge smodate, incendi e gigantesche carneficine di bestiame. Perfino “non sdegnavano - ricorda il Bartolini - di tagliare ai prigionieri brani di carne cospargendoli di sale e pepe e, dopo averli rosolati leggergente sul fuoco, ancora stillanti sangue, mangerseli innanzi alle stesse vittime col più gran gusto”. Fra di essi girava un manuale di “guerriglia” nel quale si raccomandava di “sparare solo a colpo sicuro per risparmiare le munizioni; mirare basso perché spaventano di più le schegge impazzite di terra e sassi, che non le pallottole che fischiano alte; non accordare quartiere ai feriti ed ai prigionieri; nei combattimenti corpo a corpo, pugnalare nella pancia rigirandovi dentro il ferro; massacrare i cadaveri in modo da impressionare i soldati quando li ritroveranno. Sciabola da truppa Mod. 1860 Kepy da truppa Mod. 1860 Con fodera in tela cerata o caotchou giallo per la tenuta da campagna Fregio del Kepy da Ufficiale Piastra del cinturino da Ufficiale Speroni Cavalleggeri in tenuta di marcia durante la campagna nel Mezzogiorno 1863 Moschetto Mod. 1864 Tavola Uniformologica N. 2 : 8 "Lodi 1864 " Sostenuti, quindi con armi e denaro borbonico e papalino, organizzati dallo spagnolo Borges, i briganti formarono un vero e proprio esercito che diede principio ad una sanguinosa guerriglia fronteggiata spietatamente dai governanti italiani. La campagna di repressione iniziata con energia già nell’ottobre del 1860 dal generale Cialdini non raggiunse subito gli scopi prefissatisi a causa, soprattutto, dell’omertà delle diffidenti popolazioni locali, per cui alla luce dei risultati d’una commissione d’inchiesta parlamentare, nel 1863, fu votata la “legge speciale Pica” che sancì come regola la repressione totale più rigorosa. Allo scopo fu inviato nel Meridione il generale Pallavicini con un forte contingente di truppe regolari. * * * Il 30 gennaio 1863 anche il Reggimento “Cavalleggeri di Lodi” riceve l’ordine di partire per il Sud destinato ad Aversa dove giunge, per via ordinaria, solo il 10 marzo. E’ la prima missione del Reggimento, ma gli entusiasmi sono smorzati dalla natura stessa dell’impegno. Quella della “repressione del brigantaggio” è un’ attività certamente non gradita ai militari abituati come sono in genere a Il generale spagnolo Borges (Archivio G.L. Parpani - Lodi) pensare ad un nemico in uniforme che obbedisce a regole canoniche e, magari, parla una lingua diversa. Sono scesi, inoltre, in queste contrade privati delle spalline d’argento, neanche fossero dei volgari campieri e - come se non bastasse - è entrato a far parte dell’uniforme un inutile nuovo capo di vestiario, “la franciosa”, una veletta apposta al coepy ricadente sulla nuca, scimmiottata dalle truppe coloniali francesi e che lungi dal tener freschi, ottiene il solo scopo di urtare la suscettibilità dei meridionali. E’, oltretutto, implicito in questo particolare impiego uno stressante ritmo di avvicendamenti nelle varie e spesso improvvisate sedi di servizio allo scopo, non ultimo, di prevenire la familiarizzazione con i locali, dimostratisi nei fatti inaffidabili. Con questi sentimenti i nostri entrano in campagna, dando prova di salda disciplina e di equilibrio nelle azioni. Mentre, pertanto, il 1° e 2° squadrone vengono distaccati a Napoli, il 3° è inviato a Campobasso il 27 aprile col compito di contrastare le bande attive in quel territorio. L’opera svolta in questo primo periodo è caratterizzata da missioni di sorveglianza degli agri e sicurezza dei civili, non disdegnando neppure umili compiti quali la ricerca ed il recupero del bestiame razziato. Gli scontri sono modesti ed incruenti per i nostri cavalleggeri che più spesso si muovono per falsi allarmi o giungono sul posto quando le bande si sono già dileguate. Nel giugno gli squadroni 4° e 5° avvicendano nel distaccamento il 1° ed il 2° che, a loro volta, vengono inviati nel beneventano, provincia da anni insanguinata da feroci malandrini che colpiscono indistintamente civili e militari, svanendo poi nel nulla. La regione è tra le più impervie della Campania, occupata dai monti dell’antiappennino vulcanico, completamente coperti da fitti boschi di querce, nocciole e castagni, nonchè quasi totalmente priva di vie di comunicazione. Fiumi vorticosi a regime torrentizio, il più importante dei quali è il Calore, l’attraversano compartimentando un territorio già per sua natura ostile. Qui la temperatura è meno mite che nel resto della Campania con piogge abbondanti e nebbie persistenti. Comunque il 5 ottobre l’intero 1° squadrone è sulle tracce della banda Caruso. Li guida 9 Giuseppe Cianciulli, un brigante “pentito”, che per avere salva la vita, si é messo a disposizione delle truppe. Il capitano Ludovico Re, comandante dello squadrone, é un uomo tutto d’un pezzo e diffida della sua guida che preferirebbe fucilare piuttosto che affidargli la vita dei suoi cavalleggeri e la propria. Ma questa volta ha torto: traditore o patriota, il Cianciulli l’ha imbroccata, poiché giunti nell’abitato di Pietramelara, si ha la conferma che una trentina di briganti sono nella zona. Così, senza frapporre indugi, nella notte circondano la Masseria Francavilla, data quale covo dei ricercati, e all’alba svegliano i malviventi con una scarica di fucileria. Costoro, lungi dall’arrendersi, rispondono prontamente al fuoco ingaggiando un combattimento violento e dall’esito incerto. Il capitano ordina allora che sia appiccato l’incendio alla costruzione e tiene pronti i moschetti, non sospettando che dalla cantina si possa fuoriuscire senza danno sul retro della costruzionea qualche metro dalla masseria. Di ciò si accorge il sottotenente Pietro Coda che, con ammirabile prontezza di spirito, ordina “a cavallo!” e carica col suo plotone, sciabolando i fuggitivi. Maggiore Ludovico Re Solo la pronta dedizione del sellaio Giuseppe Bertazzi vale in uniforme di "Caserta" la vita del giovane ufficiale che, nella foga del combattimento, (Archivio G.L. Parpani - Lodi) preso fra tre briganti si batte all’arma bianca. Compreso in quali frangenti versi il superiore, il graduato si slancia in suo soccorso e, travolto un malandrino col petto del cavallo, ne abbatte un altro con un sol fendente; l’ufficiale, benché ferito all’avambraccio sinistro da una palla di pistola, ha ragione del terzo assalitore. Alla fine i briganti, ridotti a mal partito e decimati nel numero, gettano le armi e chiedono mercede; quattro sono feriti, fra di essi una donna, e vengono ricondotti prigionieri insieme con altri tre. Sul terreno ne giacciono undici che, raccolti e caricati su una carretta, saranno “esposti” in paese per le formalità del riconoscimento ed a monito per manutengoli e fiancheggiatori. I militari medicano sette dei loro e danno sepoltura ad un cavallo. L’episodio è molto importante perchè oltre ad infliggere un grave colpo alla banda Caruso, ne incrina il prestigio presso le popolazioni locali che cominciano così a guardare alle truppe con speranza e con maggiore rispetto. Parimenti, questo primo fatto d’arme porta nel Reggimento un’aria nuova, restituendogli fiducia nelle proprie possibilità duramente frustrate dalla inafferrabilità di un nemico che si batte con metodi poco ortodossi e dalla ostilità di una popolazione che tornerebbe più utile rendersi amica. Ben meritate appaiono, quindi, le medaglie d’argento al valor militare per il capitano comandante dello squadrone e per i menzionati sottotenente Pietro Coda e sellaio Giuseppe Bertazzi. Il 4 gennaio del 1864, mentre il 6° squadrone rimane ad Aversa, il Reggimento é trasferito a Foggia da dove, tenuto alla sede il 4° squadrone, distacca il 1° ed il 3° a Cerignola, il 2° ad Ortanova ed il 5° a Lucera. Un mese dopo - il 1° febbraio - la Sede è portata a Lucera. In quei giorni l’esigenza d’inquadrare i soldati delle province meridionali provenienti dal disciolto esercito borbonico, determina la necessità di formare altri reparti di cavalleria. Nascono così, il 16 febbraio, i “Cavalleggeri di Caserta” di cui “Lodi” va a costituire l’intero 10 Particolare di briglia e filetto Ufficiali 1864 Rosone del Pettorale Ufficiali 1864 11 Groppiera Ufficiali 1864 Gualdrappa da Ufficiale 1864 Sopracapo Ufficiali 1864 Museruola Ufficiali 1864 Frontale Ufficiali 1864 Fonde con corregge portamantello Ufficiali 1864 Placchette Passante Fibbia Sella da parata da Ufficiale 1864 Kepy con "franciosa" Ufficiali 1864 Sciabola Ufficiali 1864 Fregio berretto da fatica.Ufficiali 1864 Staffa da parata. Ufficiali 1864 Granchio per cinturino Ufficiali 1864 Occhiello cinturino Ufficiali 1864 Tracolla bandoliera da truppa con giberna 1860 Berretto da fatica Ufficiali 1864 Tromba con cordoni e nappe Cavalleggero in tenuta da campagna durante la repressione del brigantaggio (1863 - 1866) Tavola Uniformologica N. 4 : 12 "Lodi 1864 " 6° squadrone cedendo 5 Ufficiali, 159 uomini e 104 cavalli. Ma la guerra civile continua senza soste, con lunghe ed estenuanti battute alle quali si alternano scaramucce, arresti ed esecuzioni. Il quadro geografico è però cambiato poichè il campo d’azione è quello della Capitanata la cui fascia interna, prevalentemente collinare, abbraccia il fianco orientale dell’Appennino campano ed i monti della Daunia, lungo un territorio, allora, quasi completamente coperto da pascoli, interrotti solo da boschi di castagni, faggi e pini della foresta umbra. Il 21 febbraio, ancora il 1° squadrone, condotto dal capitano Antonio Trotti Bentivoglio, sostiene un cruento scontro con una numerosa banda di briganti a Torre Oppido in provincia di Bari. Di questo episodio si sono persi i particolari, ma deve essere stato di una certa rilevanza se ne seguirono la Menzione Onorevole al citato capitano, al sergente Paolo Filippini ed all’appuntato Vincenzo Marro, già decorato per il ricordato combattimento del 5 ottobre. In seguito, il 6 aprile, gli squadroni si avvicendano nelle varie sedi, per cui il 1° squadrone, sostituito dal 6°, lascia Cerignola e raggiunge la sede del Reggimento a Lucera, il 3° squadrone prende stanza a Spinazzola ed il 2° squadrone a Foggia, in sostituzione del 4° squadrone che raggiunge Capitano Antonio Trotti Bentivoglio invece Ortanova. (Archivio G.L. Parpani - Lodi) Alla fine di giugno notizie, rivelatesi poi propagate ad arte, segnalano un covo di briganti in un casolare in località Balli di Genzana. Si tratta ancora del brigante Caruso che da quando ha subìto lo scacco di Pietramelara medita vendetta. Un plotone del 3° squadrone, agli ordini del luogotenente David Balog, muove il 29 per sorprendere i briganti; ma per arrivare al casolare bisogna attraversare un fitto bosco ed é qui che Caruso ha teso l’agguato. Ai primi colpi cade, ferito a morte, il caporale Alessandro Galletto che, impigliato col piede in una staffa, viene trascinato via dal cavallo. Dopo il primo momento di disorientamento l’ufficiale, seguito dai suoi uomini, si getta a spron battuto giù per un declivio degradante nella sottostante valletta, quindi, riorganizzate le fila, fa smontare e parte al contrattacco. Il combattimento si protrae per una ventina di minuti e vede i Cavalleggeri battersi con la determinazione di chi sa di non dover cadere vivo nelle mani del nemico. Altri due cavalleggeri, Angelo Pellegrinetti e Giorgio Scaligi, trovano la morte nel disperato corpo a corpo che ne segue, finché i briganti sorpresi dalla reazione e forse timorosi del possibile sopraggiungere del grosso dello squadrone, si sganciano dileguandosi per le macchie circostanti lungo sentieri solo a loro noti. Il corpo del caporale Galletto verrà trovato più tardi, orrendamente mutilato, spogliato delle armi e delle calzature. Luogotenente Crivelli Visconti Il coraggio dimostrato in questo combattimento verrà (Archivio G.L. Parpani - Lodi) compensato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare al succitato luogotenente Balog ed al trombettiere di 1^cl. Carlo Caimotti, mentre il caporale 13 Francesco Badovich verrà insignito della Menzione Onorevole. Ai primi di luglio ancora avvicendamenti: il 1° squadrone a Cerignola e poi a Lavello; il 2° a Cerignola; il 3° a Foggia; il 4° a Venosa e quindi a Lucera; il 6° da Cerignola a Stornarello e quindi a Lucera sede del Reggimento. Pochi giorni dopo un altro fatto d’arme - quello del 9 luglio - in località Canestrelli Ofanto nel territorio di Candela, in provincia di Foggia. Qui il brigante lucano Carmine Donatelli detto Crocco, braccato da reparti di Bersaglieri, è riuscito a prendere le distanze lasciando allo sbaraglio il grosso della sua banda che così incappa in uno squadrone di “Lodi”. La tremenda scena di sangue venne tramandata per anni nei racconti attorno ai focolari dai contadini del posto, sicchè sia pure con deformazioni di date, numeri e nomi imposte dalla tradizione orale, che tuttavia non ne mutavano la sostanza, rimase argomento suscettibile d’essere tramandato dagli scrittori che, con intenti diversi, ebbero a narrare di quei briganti. Il più vecchio di questi racconti letterari si trova nel “Il Brigante Crocco e la sua biografia“, del Dott. Cav. Basilide Luotenente Pasquale Frega Del Zio, edito dalla Tipografia G. Grieco in Melfi nel 1903, (Archivio G. Parpani - Lodi) nel quale con cruda prosa di inizio secolo conferisce ai fatti i colori dell’inferno dantesco: “ ... un dispaccio del Comandante la sottozona di Lacedonia, avvertiva il generale Pallavicini che il brigante Schiavone si era diretto con i suoi a ponte Santa Venere, per unirsi alla comitiva Crocco, il quale aveva lasciato Toppo De Cillis ed i boschi di Bella. Correva già voce in Melfi che le comitive riunite ascendevano a circa 100 briganti a cavallo, ed immediatamente furono messe in moto una compagnia Bersaglieri, una del 35° ed uno squadrone Cavalleggeri Monferrato. ... e contemporaneamente usciva da Lacedonia una forte colonna dell’11° Fanteria e da Candela e Lacedonia istessa due squadroni Cavalleggeri Lodi. ... I briganti consci del forte numero di soldati che avevano di fronte ed alle spalle, pensarono, giunti ad un certo punto, di dividere la comitiva, una parte della quale doveva internarsi e guadagnare le Toppe di Ascoli, mentre l’altra avrebbe dovuto passare l’Ofanto o sotto Leonessa o sotto Canestrelli. Per questa seconda, scelsero i migliori cavalli e cavalieri, tra cui Crocco e Schiavone, mentre gli altri si avviarono sui piani di Ascoli e Candela. ... Le due masnade si erano perdute di vista ed ognuna seguiva il proprio destino. Quella di Crocco e Schiavone, per un certo tempo ancora, continuò ad avere di fronte i Bersaglieri del Putti, ma essendo questi a piedi, cominciarono a rallentare il passo e quindi davano la possibilità al Crocco di poter passare Capitano Pietro Zanardi Landi l’Ofanto sotto Canestrelli. Non é così per l’altra parte della (Archivio G.L. Parpani - Lodi) comitiva, la quale sperava raggiungere le Toppe di Ascoli ed il bosco dell’Incoronata di Puglia. Aveva di già percorso parecchi chilometri nei piani, e di non poco era distante dalle forze 14 15 Fiocco per Ufficiali Superiori Giberna Giberna Aquila di ornamento alla giberna Galloncino Alamaro con oliva per Spencer Mostre della tunica Cravatta Cordone doppio per Spencer Fermaglio del pastrano Mostrina della tunica Tunica Tavola Uniformologica N. 5 : "Lodi 1864 " Soprafascia 1860 Ornamenti della bandoliera Sottotenente con Spencer Bandoliera da ufficiale Sottotenente con pastrano Cordoni del maggiore Giusana, quando si accorse che alla sua volta, in direzione dell’Ofanto si avanzava una forte colonna di cavalleria. Erano i Cavalleggeri Lodi, che, giusta gli ordini ricevuti, erano partiti da Candela e scendevano nei piani dell’Ofanto per dare braccio forte a Giusana. I briganti si videro perduti: imprecazioni, grida, bestemmie, pianti ed un miscuglio di voci che inorridivano. In avanti galoppava a loro volta la cavalleria, indietro c’era il Giusana e l’Ofanto. “Si salvi chi può”, fu il grido di uno e di tutti, ed immediatamente quella compagine si scioglie, si sperpera, i buoni cavalli fuggono a dritta in direzione di Canestrelli, altri fuggono verso l’Ofanto, altri si nascondono dietro grossi covoni. Ed i Cavalleggeri avanzano, avanzano a tutta corsa in mezzo ad un mormorio d’armi e d’armati; già partono i primi colpi di moschetto, qualcuno cade, altri é ferito e bestemmia ed impreca contro Dio, altri é sbalzato di sella. All’infuori delle grida e delle imprecazioni dei masnadieri, parve che la cavalleria non avesse più di fronte quelle iene armate, ma che invece combattesse contro dei morti. Erano teste fracassate, erano braccia che restavano pendenti a qualche muscolo, erano occhi che schizzavano dalle orbite, era cervello che usciva dal cranio. E non più il moschetto, ma la sciabola e le zampe dei cavalli portarono lo sterminio tra quella masnada. E poi incominciarono ad inseguire i fuggenti. Di questi, parecchi precipitarono nell’Ofanto, che in quel punto ha la Maggiore Luigi Coardi corrente sottoposta di sei o sette metri al livello stradale, e di Bagnasco- Carpaneto venivano dall’acqua trasportati o sommersi; altri, paurosi di (Archivio G.L. Parpani - Lodi) gettarsi in essa erano tagliuzzati e finiti dai Cavalleggeri, e pochi potettero salvarsi, avendo buoni cavalli, verso Canestrelli. Un vecchio proprietario degli Abruzzi, a nome Polini, che aveva in quelle contrade grosse mandrie di pecore mi raccontò, molti anni orsono, questa tremenda scena di sangue, ed io gli prestai tutta la mia fede, perché quasi identicamente, mi era stata raccontata dal tenente Putti.” Il 22 maggio del 1865 il reggimento riporta la sede a Nola dove pochi giorni dopo gli si ricongiunge anche lo squadrone Deposito che, dal precedente settembre, aveva preso stanza a Foggia. La storia non ci tramanda altri fatti d’arme o episodi degni di menzione, anche perchè la campagna si conclude virtualmente nel 1865, anno in cui il Meridione può dirsi “pacificato”. All’intera vicenda, costata in caduti un numero superiore a tutte le guerre risorgimentali è, peraltro, negata la dignità di “Campagna di guerra”, tant’è che nessun documento ufficiale dell’epoca ne fa menzione come tale e gli stessi annuari la ignorano completamente. Ciò nonostante “Lodi”, per questa campagna guadagna complessivamente cinque Medaglie d’Argento e quattordici Menzioni Onorevoli al Valor Militare per atti di valore individuali che non potevano essere passati sotto silenzio. Nel maggio del 1866 il Reggimento è spostato al nord. Siamo alla vigilia della 3^ guerra d’Indipendenza. 16 Campagna per la repressione del brigantaggio I Decorati Medaglia d’Argento al Valor Militare Re Coda Balog Bertazzi Caimotti Ludovico Pietro David Giuseppe Carlo Capitano S.Tenente S.Tenente Sellaio Tromba Morcone Morcone Balli di Genzana Morcone Balli di Genzana 05.10.1863 05.10.1863 29.06.1864 05.10.1863 29.06.1864 Menzione Onorevole (Medaglia di Bronzo al Valor Militare) Trotti Bentivoglio Iengo Rizzotti Filippini Grassi Arca Badovich Ianz Di Pietro Russa Cresta Marro Montabone Poren Marro Antonio Capitano Enrico Capitano Attilio S.Tenente Paolo Sergente Angelo Furiere Salvatore Caporale Francesco Caporale Francesco Appuntato Emilio Tromba Benedetto Tromba Giuseppe Cavalleggero Vincenzo Cavalleggero Giovan Battista Cavalleggero Pietro Cavalleggero Vincenzo Cavalleggero Torre Oppido Canestrelli Ofanto Morcone Torre Oppido Morcone Morcone Balli di Genzana Morcone Morcone Morcone Morcone Morcone Morcone Morcone Torre Oppido 21.02.1864 09.07.1864 05.10.1863 21.02.1864 05.10.1863 05.10.1863 29.06.1864 05.10.1863 05.10.1863 05.10.1863 05.10.1863 05.10.1863 05.10.1863 05.10.1863 21.02.1864 Balli di Genzana Balli di Genzana Balli di Genzana 29.06.1864 29.06.1864 29.06.1864 I Caduti Galletto Pellegrinetti Scaligi Alessandro Angelo Giorgio Caporale Cavalleggero Cavalleggero 17 A. Parducci: Cavalleggeri di Lodi a Canestrelli Ofanto 18