CAPITOLO II
Campagna per la repressione del brigantaggio
Fenomeno certamente non nuovo per il Sud d’Italia - basti ricordare il sanfedismo del 1799
- il brigantaggio assunse rilevanza preoccupante nel 1860, dopo la conquista del Regno di
Napoli, a causa della reazione dei contadini alle spoliazioni operate dai liberali che, col
favore governativo, si impadronivano di proprietà e diritti.
Così ai già numerosi banditi ed agli sbandati del disciolto
esercito borbonico, si unirono fuorilegge d’ogni genere e
fautori di un ritorno dei Borboni.
Dapprima le bande armate obbedivano ai gentiluomini che
combattevano per gli ideali della restaurazione, poi - col
passare del tempo - ad essi subentrarono avventurieri
senza bandiera, fino a giungere ai più biechi ed efferati
banditi comuni che nulla più avevano da spartire con i
Borboni e la Santa Sede che li aveva in un primo momento
sostenuti.
Carlo Bartolini, ufficiale papalino prima e del Regio Esercito
poi, è autore di un libretto il “Cenno Storico aneddotico dal
1860 al 1870“ nel quale, pur riferendosi a quelli che
operavano nello Stato Pontificio, descrive abitudini, usi e
costumi dei briganti, soffermandosi sulle armi a loro in
dotazione.
I briganti, riferisce il Bartolini, vestivano perlopiù con
Col. Carlo Vicario di S. Agabio
pantaloni pesanti, giubba e panciotto, cioce o stivali, un
(Archivio G.L. Parpani - Lodi)
corto mantello di panno azzurro. Sul capo indossavano un
cappellaccio di foggia calabra ornato di nastri e spille
d’ottone, cui spesso si aggiungevano piume o penne multicolori e portavano dappertutto
immagini sacre, corone del rosario ed altri oggetti di devozione.
Armati di doppiette e di “eccellenti carabine - revolver”, tenevano alla cintura coltellacci
d’ogni sorta, non difettavano mai le munizioni. e spesso lo stivale destro nascondeva un
pugnale.
I covi, ben protetti in località inaccessibili, erano costituiti da grotte e rifugi fornitissimi di viveri
e munizioni.
Vivevano di pane e cipolle, erbe selvatiche e formaggio; se inseguiti si spostavano con
rapidità da un nascondiglio all’altro, senza lasciare tracce del loro passaggio.
Le loro incursioni, di contro, erano contraddistinte da massacri, torture, ruberie, saccheggi,
violenze, stupri, orge smodate, incendi e gigantesche carneficine di bestiame.
Perfino “non sdegnavano - ricorda il Bartolini - di tagliare ai prigionieri brani di carne
cospargendoli di sale e pepe e, dopo averli rosolati leggergente sul fuoco, ancora stillanti
sangue, mangerseli innanzi alle stesse vittime col più gran gusto”.
Fra di essi girava un manuale di “guerriglia” nel quale si raccomandava di “sparare solo a
colpo sicuro per risparmiare le munizioni; mirare basso perché spaventano di più le schegge
impazzite di terra e sassi, che non le pallottole che fischiano alte; non accordare quartiere
ai feriti ed ai prigionieri; nei combattimenti corpo a corpo, pugnalare nella pancia rigirandovi
dentro il ferro; massacrare i cadaveri in modo da impressionare i soldati quando li
ritroveranno.
Sciabola
da truppa
Mod.
1860
Kepy da truppa
Mod. 1860
Con fodera in tela
cerata o caotchou
giallo per
la tenuta da
campagna
Fregio
del Kepy
da
Ufficiale
Piastra del
cinturino
da Ufficiale
Speroni
Cavalleggeri
in tenuta di marcia
durante la
campagna
nel Mezzogiorno
1863
Moschetto
Mod. 1864
Tavola Uniformologica N. 2 :
8
"Lodi 1864 "
Sostenuti, quindi con armi e denaro borbonico e papalino, organizzati dallo spagnolo Borges,
i briganti formarono un vero e proprio esercito che diede principio ad una sanguinosa
guerriglia fronteggiata spietatamente dai governanti italiani.
La campagna di repressione iniziata con energia già
nell’ottobre del 1860 dal generale Cialdini non raggiunse
subito gli scopi prefissatisi a causa, soprattutto, dell’omertà
delle diffidenti popolazioni locali, per cui alla luce dei risultati
d’una commissione d’inchiesta parlamentare, nel 1863, fu
votata la “legge speciale Pica” che sancì come regola la
repressione totale più rigorosa.
Allo scopo fu inviato nel Meridione il generale Pallavicini
con un forte contingente di truppe regolari.
* * *
Il 30 gennaio 1863 anche il Reggimento “Cavalleggeri di
Lodi” riceve l’ordine di partire per il Sud destinato ad Aversa
dove giunge, per via ordinaria, solo il 10 marzo.
E’ la prima missione del Reggimento, ma gli entusiasmi
sono smorzati dalla natura stessa dell’impegno. Quella
della “repressione del brigantaggio” è un’ attività certamente
non gradita ai militari abituati come sono in genere a
Il generale spagnolo Borges
(Archivio G.L. Parpani - Lodi)
pensare ad un nemico in uniforme che obbedisce a regole
canoniche e, magari, parla una lingua diversa.
Sono scesi, inoltre, in queste contrade privati delle spalline d’argento, neanche fossero dei
volgari campieri e - come se non bastasse - è entrato a far parte dell’uniforme un inutile
nuovo capo di vestiario, “la franciosa”, una veletta apposta al coepy ricadente sulla nuca,
scimmiottata dalle truppe coloniali francesi e che lungi dal tener freschi, ottiene il solo scopo
di urtare la suscettibilità dei meridionali.
E’, oltretutto, implicito in questo particolare impiego uno stressante ritmo di avvicendamenti
nelle varie e spesso improvvisate sedi di servizio allo scopo, non ultimo, di prevenire la
familiarizzazione con i locali, dimostratisi nei fatti inaffidabili.
Con questi sentimenti i nostri entrano in campagna, dando prova di salda disciplina e di
equilibrio nelle azioni.
Mentre, pertanto, il 1° e 2° squadrone vengono distaccati a Napoli, il 3° è inviato a
Campobasso il 27 aprile col compito di contrastare le bande attive in quel territorio.
L’opera svolta in questo primo periodo è caratterizzata da missioni di sorveglianza degli agri
e sicurezza dei civili, non disdegnando neppure umili compiti quali la ricerca ed il recupero
del bestiame razziato.
Gli scontri sono modesti ed incruenti per i nostri cavalleggeri che più spesso si muovono per
falsi allarmi o giungono sul posto quando le bande si sono già dileguate.
Nel giugno gli squadroni 4° e 5° avvicendano nel distaccamento il 1° ed il 2° che, a loro volta,
vengono inviati nel beneventano, provincia da anni insanguinata da feroci malandrini che
colpiscono indistintamente civili e militari, svanendo poi nel nulla.
La regione è tra le più impervie della Campania, occupata dai monti dell’antiappennino
vulcanico, completamente coperti da fitti boschi di querce, nocciole e castagni, nonchè
quasi totalmente priva di vie di comunicazione. Fiumi vorticosi a regime torrentizio, il più
importante dei quali è il Calore, l’attraversano compartimentando un territorio già per sua
natura ostile. Qui la temperatura è meno mite che nel resto della Campania con piogge
abbondanti e nebbie persistenti.
Comunque il 5 ottobre l’intero 1° squadrone è sulle tracce della banda Caruso. Li guida
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Giuseppe Cianciulli, un brigante “pentito”, che per avere salva la vita, si é messo a
disposizione delle truppe.
Il capitano Ludovico Re, comandante dello squadrone, é un uomo tutto d’un pezzo e diffida
della sua guida che preferirebbe fucilare piuttosto che
affidargli la vita dei suoi cavalleggeri e la propria.
Ma questa volta ha torto: traditore o patriota, il Cianciulli
l’ha imbroccata, poiché giunti nell’abitato di Pietramelara,
si ha la conferma che una trentina di briganti sono nella
zona.
Così, senza frapporre indugi, nella notte circondano la
Masseria Francavilla, data quale covo dei ricercati, e
all’alba svegliano i malviventi con una scarica di fucileria.
Costoro, lungi dall’arrendersi, rispondono prontamente al
fuoco ingaggiando un combattimento violento e dall’esito
incerto.
Il capitano ordina allora che sia appiccato l’incendio alla
costruzione e tiene pronti i moschetti, non sospettando che
dalla cantina si possa fuoriuscire senza danno sul retro
della costruzionea qualche metro dalla masseria.
Di ciò si accorge il sottotenente Pietro Coda che, con
ammirabile prontezza di spirito, ordina “a cavallo!” e carica
col suo plotone, sciabolando i fuggitivi.
Maggiore Ludovico Re
Solo la pronta dedizione del sellaio Giuseppe Bertazzi vale
in uniforme di "Caserta"
la vita del giovane ufficiale che, nella foga del combattimento,
(Archivio G.L. Parpani - Lodi)
preso fra tre briganti si batte all’arma bianca. Compreso in
quali frangenti versi il superiore, il graduato si slancia in suo soccorso e, travolto un
malandrino col petto del cavallo, ne abbatte un altro con un sol fendente; l’ufficiale, benché
ferito all’avambraccio sinistro da una palla di pistola, ha ragione del terzo assalitore.
Alla fine i briganti, ridotti a mal partito e decimati nel numero, gettano le armi e chiedono
mercede; quattro sono feriti, fra di essi una donna, e vengono ricondotti prigionieri insieme
con altri tre.
Sul terreno ne giacciono undici che, raccolti e caricati su una carretta, saranno “esposti” in
paese per le formalità del riconoscimento ed a monito per manutengoli e fiancheggiatori.
I militari medicano sette dei loro e danno sepoltura ad un cavallo.
L’episodio è molto importante perchè oltre ad infliggere un grave colpo alla banda Caruso,
ne incrina il prestigio presso le popolazioni locali che cominciano così a guardare alle
truppe con speranza e con maggiore rispetto.
Parimenti, questo primo fatto d’arme porta nel Reggimento un’aria nuova, restituendogli
fiducia nelle proprie possibilità duramente frustrate dalla inafferrabilità di un nemico che si
batte con metodi poco ortodossi e dalla ostilità di una popolazione che tornerebbe più utile
rendersi amica.
Ben meritate appaiono, quindi, le medaglie d’argento al valor militare per il capitano
comandante dello squadrone e per i menzionati sottotenente Pietro Coda e sellaio
Giuseppe Bertazzi.
Il 4 gennaio del 1864, mentre il 6° squadrone rimane ad Aversa, il Reggimento é trasferito
a Foggia da dove, tenuto alla sede il 4° squadrone, distacca il 1° ed il 3° a Cerignola, il 2°
ad Ortanova ed il 5° a Lucera.
Un mese dopo - il 1° febbraio - la Sede è portata a Lucera.
In quei giorni l’esigenza d’inquadrare i soldati delle province meridionali provenienti dal
disciolto esercito borbonico, determina la necessità di formare altri reparti di cavalleria.
Nascono così, il 16 febbraio, i “Cavalleggeri di Caserta” di cui “Lodi” va a costituire l’intero
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Particolare di
briglia e
filetto Ufficiali
1864
Rosone
del Pettorale
Ufficiali 1864
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Groppiera
Ufficiali 1864
Gualdrappa
da Ufficiale 1864
Sopracapo
Ufficiali 1864
Museruola Ufficiali 1864
Frontale Ufficiali 1864
Fonde con
corregge
portamantello
Ufficiali 1864
Placchette
Passante
Fibbia
Sella da parata
da Ufficiale 1864
Kepy con
"franciosa"
Ufficiali
1864
Sciabola Ufficiali
1864
Fregio berretto da
fatica.Ufficiali
1864
Staffa da
parata.
Ufficiali
1864
Granchio per
cinturino
Ufficiali 1864
Occhiello
cinturino
Ufficiali
1864
Tracolla
bandoliera
da truppa
con
giberna
1860
Berretto
da fatica
Ufficiali
1864
Tromba
con cordoni
e nappe
Cavalleggero in tenuta da
campagna durante la
repressione del brigantaggio
(1863 - 1866)
Tavola Uniformologica N. 4 :
12
"Lodi 1864 "
6° squadrone cedendo 5 Ufficiali, 159 uomini e 104 cavalli.
Ma la guerra civile continua senza soste, con lunghe ed estenuanti battute alle quali si
alternano scaramucce, arresti ed esecuzioni.
Il quadro geografico è però cambiato poichè il campo d’azione è quello della Capitanata la
cui fascia interna, prevalentemente collinare, abbraccia il
fianco orientale dell’Appennino campano ed i monti della
Daunia, lungo un territorio, allora, quasi completamente
coperto da pascoli, interrotti solo da boschi di castagni,
faggi e pini della foresta umbra.
Il 21 febbraio, ancora il 1° squadrone, condotto dal capitano
Antonio Trotti Bentivoglio, sostiene un cruento scontro con
una numerosa banda di briganti a Torre Oppido in provincia
di Bari. Di questo episodio si sono persi i particolari, ma
deve essere stato di una certa rilevanza se ne seguirono la
Menzione Onorevole al citato capitano, al sergente Paolo
Filippini ed all’appuntato Vincenzo Marro, già decorato per
il ricordato combattimento del 5 ottobre.
In seguito, il 6 aprile, gli squadroni si avvicendano nelle
varie sedi, per cui il 1° squadrone, sostituito dal 6°, lascia
Cerignola e raggiunge la sede del Reggimento a Lucera, il
3° squadrone prende stanza a Spinazzola ed il 2° squadrone
a Foggia, in sostituzione del 4° squadrone che raggiunge Capitano Antonio Trotti Bentivoglio
invece Ortanova.
(Archivio G.L. Parpani - Lodi)
Alla fine di giugno notizie, rivelatesi poi propagate ad arte,
segnalano un covo di briganti in un casolare in località Balli di Genzana. Si tratta ancora del
brigante Caruso che da quando ha subìto lo scacco di Pietramelara medita vendetta.
Un plotone del 3° squadrone, agli ordini del luogotenente David Balog, muove il 29 per
sorprendere i briganti; ma per arrivare al casolare bisogna attraversare un fitto bosco ed é
qui che Caruso ha teso l’agguato.
Ai primi colpi cade, ferito a morte, il caporale Alessandro
Galletto che, impigliato col piede in una staffa, viene
trascinato via dal cavallo.
Dopo il primo momento di disorientamento l’ufficiale, seguito
dai suoi uomini, si getta a spron battuto giù per un declivio
degradante nella sottostante valletta, quindi, riorganizzate
le fila, fa smontare e parte al contrattacco.
Il combattimento si protrae per una ventina di minuti e vede
i Cavalleggeri battersi con la determinazione di chi sa di
non dover cadere vivo nelle mani del nemico.
Altri due cavalleggeri, Angelo Pellegrinetti e Giorgio Scaligi,
trovano la morte nel disperato corpo a corpo che ne segue,
finché i briganti sorpresi dalla reazione e forse timorosi del
possibile sopraggiungere del grosso dello squadrone, si
sganciano dileguandosi per le macchie circostanti lungo
sentieri solo a loro noti.
Il corpo del caporale Galletto verrà trovato più tardi,
orrendamente mutilato, spogliato delle armi e delle
calzature.
Luogotenente Crivelli Visconti
Il coraggio dimostrato in questo combattimento verrà
(Archivio G.L. Parpani - Lodi)
compensato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare al
succitato luogotenente Balog ed al trombettiere di 1^cl. Carlo Caimotti, mentre il caporale
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Francesco Badovich verrà insignito della Menzione Onorevole.
Ai primi di luglio ancora avvicendamenti: il 1° squadrone a Cerignola e poi a Lavello; il 2°
a Cerignola; il 3° a Foggia; il 4° a Venosa e quindi a Lucera;
il 6° da Cerignola a Stornarello e quindi a Lucera sede del
Reggimento.
Pochi giorni dopo un altro fatto d’arme - quello del 9 luglio
- in località Canestrelli Ofanto nel territorio di Candela, in
provincia di Foggia.
Qui il brigante lucano Carmine Donatelli detto Crocco,
braccato da reparti di Bersaglieri, è riuscito a prendere le
distanze lasciando allo sbaraglio il grosso della sua banda
che così incappa in uno squadrone di “Lodi”.
La tremenda scena di sangue venne tramandata per anni
nei racconti attorno ai focolari dai contadini del posto,
sicchè sia pure con deformazioni di date, numeri e nomi
imposte dalla tradizione orale, che tuttavia non ne mutavano
la sostanza, rimase argomento suscettibile d’essere
tramandato dagli scrittori che, con intenti diversi, ebbero a
narrare di quei briganti.
Il più vecchio di questi racconti letterari si trova nel “Il
Brigante Crocco e la sua biografia“, del Dott. Cav. Basilide
Luotenente Pasquale Frega
Del Zio, edito dalla Tipografia G. Grieco in Melfi nel 1903,
(Archivio G. Parpani - Lodi)
nel quale con cruda prosa di inizio secolo conferisce ai fatti
i colori dell’inferno dantesco:
“ ... un dispaccio del Comandante la sottozona di Lacedonia, avvertiva il generale Pallavicini
che il brigante Schiavone si era diretto con i suoi a ponte Santa Venere, per unirsi alla
comitiva Crocco, il quale aveva lasciato Toppo De Cillis ed i boschi di Bella. Correva già voce
in Melfi che le comitive riunite ascendevano a circa 100 briganti a cavallo, ed immediatamente
furono messe in moto una compagnia Bersaglieri, una del 35° ed uno squadrone Cavalleggeri
Monferrato.
... e contemporaneamente usciva da Lacedonia una forte
colonna dell’11° Fanteria e da Candela e Lacedonia istessa
due squadroni Cavalleggeri Lodi.
... I briganti consci del forte numero di soldati che avevano
di fronte ed alle spalle, pensarono, giunti ad un certo punto,
di dividere la comitiva, una parte della quale doveva
internarsi e guadagnare le Toppe di Ascoli, mentre l’altra
avrebbe dovuto passare l’Ofanto o sotto Leonessa o sotto
Canestrelli. Per questa seconda, scelsero i migliori cavalli
e cavalieri, tra cui Crocco e Schiavone, mentre gli altri si
avviarono sui piani di Ascoli e Candela.
... Le due masnade si erano perdute di vista ed ognuna
seguiva il proprio destino.
Quella di Crocco e Schiavone, per un certo tempo ancora,
continuò ad avere di fronte i Bersaglieri del Putti, ma
essendo questi a piedi, cominciarono a rallentare il passo
e quindi davano la possibilità al Crocco di poter passare
Capitano Pietro Zanardi Landi
l’Ofanto sotto Canestrelli. Non é così per l’altra parte della
(Archivio G.L. Parpani - Lodi)
comitiva, la quale sperava raggiungere le Toppe di Ascoli
ed il bosco dell’Incoronata di Puglia.
Aveva di già percorso parecchi chilometri nei piani, e di non poco era distante dalle forze
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Fiocco per
Ufficiali
Superiori
Giberna
Giberna
Aquila di
ornamento
alla giberna
Galloncino
Alamaro con
oliva per
Spencer
Mostre
della tunica
Cravatta
Cordone doppio
per Spencer
Fermaglio del
pastrano
Mostrina della
tunica
Tunica
Tavola Uniformologica N. 5 : "Lodi 1864 "
Soprafascia
1860
Ornamenti
della
bandoliera
Sottotenente
con
Spencer
Bandoliera da ufficiale
Sottotenente
con pastrano
Cordoni
del maggiore Giusana, quando si accorse che alla sua volta, in direzione dell’Ofanto si
avanzava una forte colonna di cavalleria. Erano i Cavalleggeri Lodi, che, giusta gli ordini
ricevuti, erano partiti da Candela e scendevano nei piani dell’Ofanto per dare braccio forte
a Giusana.
I briganti si videro perduti: imprecazioni, grida, bestemmie, pianti ed un miscuglio di voci che
inorridivano. In avanti galoppava a loro volta la cavalleria, indietro c’era il Giusana e l’Ofanto.
“Si salvi chi può”, fu il grido di uno e di tutti, ed
immediatamente quella compagine si scioglie, si sperpera,
i buoni cavalli fuggono a dritta in direzione di Canestrelli,
altri fuggono verso l’Ofanto, altri si nascondono dietro
grossi covoni.
Ed i Cavalleggeri avanzano, avanzano a tutta corsa in
mezzo ad un mormorio d’armi e d’armati; già partono i primi
colpi di moschetto, qualcuno cade, altri é ferito e bestemmia
ed impreca contro Dio, altri é sbalzato di sella.
All’infuori delle grida e delle imprecazioni dei masnadieri,
parve che la cavalleria non avesse più di fronte quelle iene
armate, ma che invece combattesse contro dei morti.
Erano teste fracassate, erano braccia che restavano
pendenti a qualche muscolo, erano occhi che schizzavano
dalle orbite, era cervello che usciva dal cranio.
E non più il moschetto, ma la sciabola e le zampe dei cavalli
portarono lo sterminio tra quella masnada.
E poi incominciarono ad inseguire i fuggenti. Di questi,
parecchi precipitarono nell’Ofanto, che in quel punto ha la
Maggiore Luigi Coardi
corrente sottoposta di sei o sette metri al livello stradale, e
di Bagnasco- Carpaneto
venivano dall’acqua trasportati o sommersi; altri, paurosi di
(Archivio G.L. Parpani - Lodi)
gettarsi in essa erano tagliuzzati e finiti dai Cavalleggeri, e
pochi potettero salvarsi, avendo buoni cavalli, verso Canestrelli.
Un vecchio proprietario degli Abruzzi, a nome Polini, che aveva in quelle contrade grosse
mandrie di pecore mi raccontò, molti anni orsono, questa tremenda scena di sangue, ed io
gli prestai tutta la mia fede, perché quasi identicamente, mi era stata raccontata dal tenente
Putti.”
Il 22 maggio del 1865 il reggimento riporta la sede a Nola dove pochi giorni dopo gli si
ricongiunge anche lo squadrone Deposito che, dal precedente settembre, aveva preso
stanza a Foggia.
La storia non ci tramanda altri fatti d’arme o episodi degni di menzione, anche perchè la
campagna si conclude virtualmente nel 1865, anno in cui il Meridione può dirsi “pacificato”.
All’intera vicenda, costata in caduti un numero superiore a tutte le guerre risorgimentali è,
peraltro, negata la dignità di “Campagna di guerra”, tant’è che nessun documento ufficiale
dell’epoca ne fa menzione come tale e gli stessi annuari la ignorano completamente.
Ciò nonostante “Lodi”, per questa campagna guadagna complessivamente cinque Medaglie
d’Argento e quattordici Menzioni Onorevoli al Valor Militare per atti di valore individuali che
non potevano essere passati sotto silenzio.
Nel maggio del 1866 il Reggimento è spostato al nord.
Siamo alla vigilia della 3^ guerra d’Indipendenza.
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Campagna per la repressione del brigantaggio
I Decorati
Medaglia d’Argento al Valor Militare
Re
Coda
Balog
Bertazzi
Caimotti
Ludovico
Pietro
David
Giuseppe
Carlo
Capitano
S.Tenente
S.Tenente
Sellaio
Tromba
Morcone
Morcone
Balli di Genzana
Morcone
Balli di Genzana
05.10.1863
05.10.1863
29.06.1864
05.10.1863
29.06.1864
Menzione Onorevole (Medaglia di Bronzo al Valor Militare)
Trotti Bentivoglio
Iengo
Rizzotti
Filippini
Grassi
Arca
Badovich
Ianz
Di Pietro
Russa
Cresta
Marro
Montabone
Poren
Marro
Antonio
Capitano
Enrico
Capitano
Attilio
S.Tenente
Paolo
Sergente
Angelo
Furiere
Salvatore
Caporale
Francesco
Caporale
Francesco
Appuntato
Emilio
Tromba
Benedetto
Tromba
Giuseppe
Cavalleggero
Vincenzo
Cavalleggero
Giovan Battista Cavalleggero
Pietro
Cavalleggero
Vincenzo
Cavalleggero
Torre Oppido
Canestrelli Ofanto
Morcone
Torre Oppido
Morcone
Morcone
Balli di Genzana
Morcone
Morcone
Morcone
Morcone
Morcone
Morcone
Morcone
Torre Oppido
21.02.1864
09.07.1864
05.10.1863
21.02.1864
05.10.1863
05.10.1863
29.06.1864
05.10.1863
05.10.1863
05.10.1863
05.10.1863
05.10.1863
05.10.1863
05.10.1863
21.02.1864
Balli di Genzana
Balli di Genzana
Balli di Genzana
29.06.1864
29.06.1864
29.06.1864
I Caduti
Galletto
Pellegrinetti
Scaligi
Alessandro
Angelo
Giorgio
Caporale
Cavalleggero
Cavalleggero
17
A. Parducci: Cavalleggeri di Lodi a Canestrelli Ofanto
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