Lunedì 1 settembre 2014 – Anno 6 – n° 240
y(7HC0D7*KSTKKQ( +[!"!;!z!#
Redazione: via Valadier n° 42 – 00193 Roma - tel. +39 06 32818.1 – fax +39 06 32818.230
e 1,30 – Arretrati: e 2,00 - Spedizione abb. postale D.L. 353/03
(Conv. in L. 27/02/2004 n. 46) - Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009
Ma mi faccia
Colonna sonora della settimana w il piacere
Tommaso Starace: “Scelgo Easy to
Love di Cannonball Adderley: è jazz di
puro istinto ed energia elettrica”
a cura di Martina
Castigliani
Ascolta su w www.ilfattoquotidiano.it
LA GIORNATA DI IERI
w MAFIA w Il
boss corleonese minaccia di morte
w GOVERNO w Su “Sblocca Italia” i dubbi di Squinzi:
il fondatore di Libera: “Deve fare la fine di don Puglisi” “Mille giorni vanno bene, se però fate qualcosa”
Don Citti risponde a Riina Renzi cauto in Europa:
“Vuol dire che ha paura” teme Merkel sull’austerity
Lo Bianco » pag. 2
Feltri » pag. 3
Programmi,
personaggi inediti,
nuovi format (alcuni
improvvisati), serie
televisive: i successi
passano dal web
e via cavo: se prima
erano una nicchia ora
sono un fenomeno in
crescita, ed erodono
share e soldi ai canali
tradizionali
Ferrucci, Naso
e Raimondo w pag. 4-7
con racconto di Calopresti
LA NUOVA TV
DI TUTTI, DI PIÙ
di Marco Travaglio
azzullone e Liberazione.
C
“Il Meeting resti lontano
da politica e affari. Avrà suc-
cesso” (Aldo Cazzullo, Corriere
della
sera,
25-8).
Uahahahahahahah.
Mille e non più mille. “I Mille
giorni iniziano venerdì” (Matteo
Renzi, presidente del
Consiglio.
24-8). Mecojoni.
Braccino corto. “(Berlusconi) a
noialtri ci dava 250
milioni ogni sei mesi” (Salvatore Riina,
intercettato nel carcere di
Opera, 22-8-2013). Che spilorcio.
Braccio lungo. “Il senatore
(Dell'Utri) si è dimesso? Dobbiamo dire la verità... è una
persona seria” (Riina, ibidem). Sono sempre i migliori
quelli che se ne vanno.
Federbanana. “Nelle frasi pronunciate dal presidente della
Lega Nazionale Dilettanti durante l'Assemblea del 25 luglio
2014 (“Optì Pobà è venuto qua
che prima mangiava le banane
e ora gioca titolare nella Lazio”, ndr) e in altre interviste
ad organi di stampa non sono
emersi fatti di rilievo disciplinare, sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo” (Stefano
Palazzi, procuratore della Federcalcio, nell'archiviazione
per il neopresidente Tavecchio, 25-8). “La frase incriminata di Tavecchio, secondo la
lettura data da Palazzi, è interpretabile solo come un errore involontario, un banale
equivoco” (La Stampa, 26-8).
Praticamente gli han dato l'incapacità di intendere e volere.
Scambio di persona. “Quando
una donna emerge le si devono attribuire relazioni per giustificare i suoi succe4ssi. È
sempre accaduto nel mondo
degli uomini piccoli piccoli.
Ma chi pensava di intimidirmi, non sa quanto si sbagli. Io
vado avanti con più coraggio e
più forza di prima” (Pina Picierno, eurodeputata Pd, la Repubblica, 28-8). Donna che
emerge... successi... Stai serena, Pina: non ce l'avevano con
te, tu non c'entri.
Sei gradi di separazione. “La
giustizia torna a dividere.
Tensione nella maggioranza
sulla riforma. Forza Italia attacca su intercettazioni e prescrizioni” (Corriere della sera,
28-8). La famosa separazione
delle galere.
Fumo passivo. “Renzi: la scuola slitta, troppa carne al fuoco”
(Corriere della sera, 29-8). Almeno a giudicare dal fumo.
Fondi. “Per studenti e prof ora
ci cercano i fondi” (Corriere
della sera, 29-8). Si potrebbe
provare con un'altra secchiata
d'acqua fredda.
w L’EDITORIALE w Estate sotto
l’assedio dell’intellighenzia renziana
w L’ESTATE
DELLA VITA w Il leader
del Movimento, Mario Capanna
w DA
di Ferruccio Sansa
di Emiliano
di Malcom Pagani
Gli anni Settanta
L’ottimismo
senza l’innocenza
di Farinetti
non merita l’Oscar sotto l’eskimo
Liuzzi
arla di occupazioni, scontri con la polizia, della
l più rimane da fare, per questo il futuro è meraviglioI
so”. Indovinate chi è il relatore di questa conferenza. Pgalera e della latitanza, ma anche di Adriano Sofri
Ma sì, Oscar Farinetti, il guru dell’ideologia renziana, il e dei giorni dell’Ira. Un Mario Capanna che a quasi 70
“neo-ottimismo”. Ormai in Liguria bisogna cimentarsi in
uno slalom per sfuggire ai dibattiti di Farinetti. » pag 18
anni compiuti non rinnega nulla di quello fatto. Anzi,
rilancia.
» pag 8 - 9
Segue a pag. 18
VENEZIA w Il nuovo film
del regista e autore di Cinico Tv
“Belluscone”
visto da Maresco
in salsa siciliana
oleva fare un film sulle ragioni del consenV
so berlusconiano in Sicilia. Si è ritrovato a
seguire il settantenne Ciccio Mira, impresario
locale di cantanti neomelodici a suo agio con
omertà, nostalgia e paradosso. » pag 10-11
2
TRA ITALIA E MONDO
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
DIARIO DELLA GIORNATA
ADOZIONI LESBICHE
COPPIE STRANE
"Ma cosa salta in testa a @FratellidItaIia di usare una
mia fotografia per una cosa del genere? Verranno denunciati". Così il fotografo Oliviero Toscani, via Twitter,
replica duramente alla campagna contro le adozioni
gay di Fdi-An che ha utilizzato - senza sua autorizzazione e "fuori contesto" dallo scatto originario - una
sua fotografia per i manifesti che invitano alla raccolta
firme. Immediate le scuse del responsabile della comunicazione del partito, precisando che i ragazzi hanno
usato la foto “perché non aveva il copyright indicato e
pertanto considerata di pubblico dominio” e “abbiamo
dato indicazione di sostituirla”. Senza successo.
Il segretario leghista Matteo Salvini e il senatore forzista Antonio Razzi sono partiti per un viaggio a Pyongyang, capitale del regime di Kim Jong-un. A fare cosa,
nessuno lo sa. Per Salvini si tratta di una “missione”,
così l’ha definita sul suo profilo Facebook. Un’agenzia
nordcoreana ha fatto sapere che i due hanno consegnato a Kim Yong Nam, presidente della Suprema assemblea, una lettera inidirizzata al dittatore Kim
Jong-un. Del contenuto si ignora ogni riga. Razzi in
passato ha mostrato entusiamo verso il leader, definendolo addirittura “un moderato che sta cercando di
portare un po’ di democrazia in quel paese”.
Fdi ruba la foto a Toscanini
La gita di Salvini e Razzi in Nord Corea
IL FONDATORE DI LIBERA
Don Ciotti su Riina:
“Libera gli fa male”
di Giuseppe
Lo Bianco
D
Palermo
ue aggettivi e un
paragone bruciante: “Questo prete è
una stampa e una
figura che somiglia a padre
Puglisi”. E poi il via libera all'omicidio: “Ciotti, Ciotti, putissimu puru ammazzarlo”.
Nel mirino di Totò Riina e
delle sue minacce ripetute
questa volta è finito don Luigi
Ciotti, il fondatore e Presidente di Libera, che sul territorio si occupa della gestione dei beni confiscati, materia che preoccupa assai i boss
mafiosi, come emerge dalla
replica di Alberto Lorusso,
l’interlocutore
di
Riina
nell’ora d’aria del carcere di
Opera, a Milano: “Sai, con
tutti questi sequestri dei beni”.
LA MINACCIA arriva il 14 set-
tembre dello scorso anno, e
subito dopo, in gran segreto,
la scorta del sacerdote è stata
immediatamente rafforzata.
Questa volta le parole di Riina
colpiscono “quel modello di
uomo di Chiesa di cui la mafia
ha paura – come dice il pm di
Palermo Roberto Tartaglia –
quel modello a cui tutti gli uomini di Chiesa, senza più al-
IL BOSS MAFIOSO
MINACCIA
DI MORTE IL PRETE
ANTI-MAFIA: “È LA
PROVA CHE GLI
DIAMO FASTIDIO,
CHE DOBBIAMO
CONTINUARE.
IO RISPONDO
AL VANGELO”
cuna forma di ambiguità, devono scegliere di ispirarsi”.
Lui, don Luigi, si schermisce:
“Non oso paragonarmi a don
Puglisi perché sono un uomo
piccolo e fragile, un mafioso
divenuto collaboratore di giustizia parlò di ‘sacerdoti che
interferiscono’. Ecco io mi riconosco in questa Chiesa che
‘interferisce’”. E proprio per
questo, “le minacce di Totò
Riina sono molto significative”, la prova “che l’impegno
di Libera è incisivo, graffiante
e gli toglie la terra da sotto i
piedi – continua don Ciotti -
sono rivolte a tutte le persone
che in vent'anni di Libera si
sono impegnate per la giustizia e la dignità del nostro Paese. Cittadini a tempo pieno,
non a intermittenza”.
E il fondatore di Libera ne approfitta per lanciare l'ennesimo appello allarmato alla politica: “'Ci sono provvedimenti urgenti da intraprendere e
approvare – dice – senza
troppe mediazioni e compromessi. Ad esempio sulla confisca dei beni, che è un doppio
affronto per la mafia, come
anche le parole di Riina confermano. Lo stesso vale per la
corruzione, che è l'incubatrice delle mafie. C'è una mentalità che dobbiamo sradicare, quella della mafiosità, dei
patti sottobanco, dall’intrallazzo in guanti bianchi, dalla
disonestà condita da buone
maniere”. E una sessione speciale del Parlamento dedicata
alla lotta alla mafia la propone
Beppe Lumia, Pd, componente della commissione antimafia. Nei confronti del sacerdote è piovuto subito un diluvio di solidarietà, a partire
dai presidenti delle Camere
Grasso e Boldrini, che si sono
espressi su facebook: “Le minacce di Totò Riina all’amico
Don Ciotti, preoccupano certo, ma non sorprendono –
scrive la Boldrini – una persona da temere per aver fornito un’alternativa alla logica
del sopruso e dell’intimidazione di cui la mafia si nutre”.
“Sono più di venti anni che
sfidi la mafia con coraggio e
passione – scrive Grasso – e
so che non ti sei lasciato intimorire nemmeno per un attimo: continuerai sulla strada
della lotta alla criminalità, e
tutti noi saremo al tuo fianco”.
PREFERISCE non dire nulla,
invece, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti: “Sono stanco di fare da cassa di risonanza a Riina”.
Quelle contro don Ciotti precedono di due mesi le minacce rivolte da Riina al pm Nino
Di Matteo e ad altri magistrati, investigatori, uomini politici. “Facciamola grossa e non
ne parliamo più, questo Di
Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta e allora, se fosse possibile, ad ucciderlo”, aveva detto il boss a
Lorusso, tirando fuori la mano dal cappotto e mimando il
gesto di fare in fretta, come
scrivono gli uomini nella Dia
nel novembre scorso. Il boss
aveva già minacciato, tra gli
altri, anche Sonia Alfano e gli
uomini del Ros che lo aveva-
Don Ciotti commemora don Diana a Casal di Principe LaPresse
no arrestato. E in un'occasione Riina è stato anche condannato ad quattro mesi di
carcere per minacce: nel febbraio gli notificarono l'ennesimo ergastolo, e lui sbottò, in
siciliano stretto, davanti a una
guardia carceraria che aveva
lavorato in Sicilia: “'Loro (i
magistrati, ndr,) mi vogliono
fare morire, ma questa volta
faccio morire io loro...”. Ma
ce l'aveva anche con i deputati, a Sonia Alfano, allora europarlamentare di Italia dei
Valori, che andò a trovarlo in
carcere, disse: “Noi i deputati
li fucileremo tutti, non fanno
altro che prendere decisioni
negative per noi...”.
INDAGINI sulle minacce del
capo di Cosa Nostra sono
aperte sia a Palrmo che a Caltanissetta dove sono state inviate tutte le trascrizioni della
Dia ritenute, però, una sintesi
e dunque incomplete dal procuratore Lari che nell'udienza
del 23 maggio scorso del nuovo processo per la strage di
Capaci, ha annunciato di aver
chiesto alla Dia di Caltanissetta una nuova consulenza.
DEMOCRATICI A BOLOGNA
Festa del Pd, la Giannini fa solo passerella
di Luca
De Carolis
inviato a Bologna
n ministro in bilico, quindi in fuga.
U
Dai microfoni e dalle risposte. La
responsabile dell’Istruzione Stefania
Giannini si presenta alla festa dell’Unità
con un bel peso sulle spalle, quello delle
voci che la danno più che sacrificabile
nell’eventuale rimpasto. Renzi ha preso
in mano la sua riforma della scuola, quasi commissariandola, irritato (pare) per
le coperture insufficienti e l’accelerazione sulle paritarie. La riforma rivista e
corretta verrà presentata mercoledì
prossimo. La Giannini però deve parlare
di scuola già domenica, a una festa dove
la attendono diversi insegnanti, in buon
numero precari. Ad aggiungere nuvoloni, il Codacons: la spesa per libri e materiale scolastico per ogni studente oscillerà in media tra i 750 e gli 840 euro. Il
ministro, vestito damascato e occhiali da
sole da diva, avverte subito i cronisti:
“Parlo solo sul palco”. Ma un minuto
d’orologio lo concede, per una sola vera
risposta: “Sulla riforma nessun rinvio, è
stata una scelta non accumulare un tema
di questa importanza con altri argomenti di peso”. Il ministro svicola via. Sul
palco con lei ci sono Davide Faraone,
responsabile welfare del Pd, e la giornalista Maria Latella. La partenza è scoraggiante: “Dei contenuti della riforma –
dice in sintesi Giannini – non posso parlare fino a mercoledì”.
VERREBBE DA CHIEDERE: e allora per-
ché qui? Latella ci prova: “Come valuterete nel merito gli insegnanti?”. Il ministro la prende alla larga: “Esistono criteri internazionali, mica dobbiamo inventarci nulla”. Quindi cita i test Invalsi,
“che ci aiutano a valutare il lavoro delle
scuole”. E l’uditorio esplode di disappunto. “Sconcertante” le gridano. Giannini recupera applausi difendendo la
scelta di abolire i test d’ingresso a Medicina: “Non sono utili per scegliere gli
studenti”. Ma pochi attimi dopo scivola:
“Chi di voi sa chi è Noam Chomsky?”.
Tante mani alzate per il linguista. Sono
insegnanti, leggono libri. Latella insiste:
“Ci sono tanti precari, aumenterete il nu-
mero degli insegnanti?”. Giannini dribbla ancora: “Siamo sicuramente sotto organico, ma bisogna aspettare fino a mercoledì”. Finale: “Ministro, lei rimarrà al
suo posto?”. Replica: “Nell’agenda del
governo non c’è nessuna volontà di occuparsi di poltrone e nomi, ci sono scadenze importanti e io mi occupo di quelle assegnatemi: il resto sta tra le righe dei
giornali”. Ai saluti esodati della scuola
schizzano in piedi mostrando fogli e invocando risposte. Giannini si avvicina
per qualche secondo, poi se ne va. In
serata, Giorgio Squinzi e Domenico Delrio. Il presidente di Confindustria picchia sugli 80 euro: “Non hanno rilanciato
i consumi, quei soldi era meglio usarli
per tagliare le tasse sul lavoro”. Delrio:
“Un paese non si cambia in 30 giorni,
abbiamo già dato uno shock normativo”.
A Squinzi promette “sgravi fiscali” sulla
ricerca, e sul lavoro si distanzia da Poletti: “Lui propone un contratto a tutele
crescenti, io preferisco un modello unico, un contratto a tempo indeterminato
che costi meno sia per imprese che per
lavoratore”.
SUL PALCO
Il ministro Giannini intervistata alla Festa
dell’Unità di Bologna Ansa
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
SERIE A, DEBUTTI E POLEMICHE
Tre italiani morti in un incidente stradale in Bolivia, tra
cui due romani, Franco Cembran, 53 anni, e la sua
compagna Rinalda Di Stefano, 50 anni, che avevano
scelto un viaggio con “Avventure nel Mondo”, sempre
più ambito tra i vacanzieri in cerca di avventure.
Finora sono 19 gli italiani morti in 12 incidenti stradali
all’estero; 33 vittime in 31 incidenti nel 2013. Un 51enne
e tre 46enni monzesi legati in cordata mentre si allenavano sulla parete del monte Disgrazia (Valtellina) a
2.900 metri di quota sono morti: le condizioni meteo
erano proibitive. I quattro si stavano preparando a scalare il Monte Bianco.
Parterre de rois a San Siro per il debutto-record di
Inzaghi: Galliani sorridente parla con l’ex premier
Letta, con Confalonieri, con Paolo Berlusconi, mentre Silvio, accanto alla figlia Barbara, inforca un paio
di inediti occhiali da vista: sotto il suo sguardo il
Milan vince 3 a 1 con la Lazio. (0-0 nell’altro match
giocato alle 18 tra Atalanta e Verona). Per la prima
giornata di campionato, non è mancata la polemica
tra due ‘signore’ del pallone televisivo che si sono
passate il testimone alla conduzione della Domenica sportiva: botta a risposta via Twitter tra Paola
Ferrari e Sabrina Gandolfi.
B. mette gli occhiali per il Milan
DAL GELATO AL SILENZIO
Altro che Pil,
la crisi ucraina
zittisce Renzi
È
inviato a Bruxelles
l'una passata quando
Matteo Renzi lascia il
vertice dei capi di governo dell'Unione per
commentare la nomina di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per la politica estera dell'Europa. Niente conferenza stampa, solo un doorstep,
una dichiarazione all'uscita del
palazzo di Justus Lipsius, a Bruxelles: “È per noi il conferimento di una responsabilità importante”, si limita a dire il premier.
Sembra incredibile, ma Renzi
non celebra il suo più grosso
successo diplomatico, l'unico
vero risultato ottenuto finora a
livello europeo. Come si spiega
tanta discrezione? Due ipotesi.
Prima: Renzi non vuole oscurare la Mogherini, già accusata di
essere soltanto una sua proiezione. Il premier ha già avuto fin
troppa esposizione tra la conferenza stampa con il gelato polemico (risposta all'Economist,
da Bruxelles replica ai critici:
“Lo rifarei, non ho paura di un
sorriso”), e nei prossimi giorni
3
4 SUL MONTE ‘DISGRAZIA’, 3 IN SUDAMERICA
Incidenti tra Valtellina e Bolivia: 7 morti
di Stefano Feltri
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
IL PREMIER EVITA
DI ENFATIZZARE
LA NOMINA
DELLA MOGHERINI
MERKEL CHIEDE
PIÙ AUSTERITY
A DRAGHI
sarà in tutti i tg tra presentazione del “programma dei mille
giorni” (considerato “credibile
purché si dia da fare” dal presidente di Confindustria Squinzi) e vertice Nato a Cardiff. Seconda spiegazione: la situazione Ucraina è così terribile che è
meglio dire il meno possibile,
soprattutto per il Paese che ha
appena espresso l'alto rappresentante per la Politica estera.
Oltreche l'Italia è considerata
da tutti troppo filo-russa.
Il Consiglio europeo si è limitato a promettere che entro una
settimana ci saranno sanzioni
più aspre contro la Russia, a meno che il presidente Putin non
dia segnali concilianti concreti.
Poche ore dopo la conclusione
del Consiglio europeo, Putin
umilia la tentennante Europa
ed evoca una “un’entità statale”
per l'Ucraina orientale, cosa che
equivale a distruggerne l'integrità, creando un enorme Stato
fallito alle porte dell'Europa.
La presidente della Lituania Dalia Grybauskaite ha suscitato
l'irritazione generale ponendo
la questione in termini rudi:
“L'Ucraina è sotto attacco perché ha scelto l'Europa. Non sta
difendendo solo il suo territorio, ma anche l'Europa e i suoi
valori”, ha scritto anche su
Twitter. Nel Consiglio si è parlato dell'ipotesi di fornire armi
al governo ucraino filo-europeo, Angela Merkel ha spiegato
che non “sarebbe opportuno”
perché “non bisogna dare l'idea
che una soluzione militare sia
possibile”. Renzi interpreta la
parte del filo-russo preoccupato: “La parola ultimatum mi
sembra un po’ eccessiva” e cerca
di non sbilanciarsi, in equilibrio
tra la solidarietà all'Ucraina e al
suo presidente Petro Poroshenko (ospite fisso a Bruxelles) e la
realpolitik che impone di non
rompere i rapporti con Putin.
Andare allo scontro frontale
con il Cremlino implica precludersi ogni possibilità di soluzione diversa dallo smembramento dell'Ucraina.
Il premier si deve muovere con
prudenza: l'Italia è presidente di
turno dell'Unione e ogni sua
mossa viene proiettata su tutta
l'Europa. Renzi non ha formalmente accettato l'invito di Poroshenko ad andare a Kiev. Da
palazzo Chigi dicono che dovrebbe andare, ma sarà comunque una mossa delicata. Anche
perché uno snodo cruciale per i
rapporti con Putin sarà il vertice
Asem (Asia-Europa): il presidente russo arriverà a Milano,
tornando in un contesto europeo dopo che la Russia è stata
bandita dal vertice G8 di giugno
a Bruxelles.
In questi due mesi delicati la
Mogherini continuerà a ricoprire il doppio ruolo: ministro degli
Esteri uscente e Alto rappresentante in pectore. Il trasferimento
in Europa non avverrà prima di
novembre, bisogna aspettare
che si insedi tutta la squadra della CommissioneJuncker. Resta
un nodo da sciogliere: il commissario agli Affari economici,
l'erede di Olli Rehn. La Germania potrebbe dare il placet al
francese Pierre Moscovici soltanto se il finlandese rigorista
Jyrki Katainen, attuale reggente
della posizione, avrà una vicepresidenza e un ruolo tare da garantire la tenuta dei trattati dell'austerità contabile, secondo la
ricostruzione dello Spiegel. Il
settimanale tedesco racconta
anche di una telefonata accigliata della cancelliera a Draghi, nella quale avrebbe ricordato l’importanza dell’austerità.
L’EUROPA NON BASTA
“Mare Mio”: 300 migranti
salvati dalla missione privata
di Chiara Daina
artedì 25 agosto, dall'isola di Malta è
M
salpata la prima nave privata in soccorso dei migranti in pericolo, finanziata
da un'imprenditrice italiana, Regina Catrambone, e dal marito americano Christofer. Phoenix I, questo è il nome dell'imbarcazione, è lunga 40 metri, con un team
di 16 persone, due gommoni, due droni
che pattugliano il mare, cibo, bevande e coperte a bordo. Sabato ha messo in salvo 300
migranti, di cui la maggior parte in fuga da
Siria e Palestina, e un centinaio dall’Africa
sub-sahariana. Ieri mattina sono stati tutti
trasferiti sulla nave italiana “San Giusto”
per sbarcare sulle nostre coste.
MA IL MINISTRO dell’Interno Angelino
Alfano, preso dalla fretta di chiudere Mare
Nostrum e di scaricare la gestione dell'emergenza profughi all'Ue, troppo abituato
a lamentarsi che l'Italia da sola non è in grado di farsi carico dei “barconi della morte”,
non si è minimamente preoccupato
dell’iniziativa. Eppure costituisce un esempio virtuoso di collaborazione tra pubblico
e privato per far fronte alle tragedie nel Mediterraneo. E una mano tesa al nostro Paese. “Abbiamo incontrato due volte l’ambasciatore italiano a Malta per avvisarlo del
progetto e tentare di coinvolgere il governo
italiano - spiega Catrambone, che da sette
anni vive sull’isola maltese occupandosi di
assicurazioni-, ma nessuno ci ha mai risposto”. Non poteva essere il silenzio intorno a
frenare la missione che avevano in mente.
Battezzata Moas (Migrant offshore aid station), per adesso potrà durare settanta giorni, cioè fino alla data di inizio di Frontex
Plus, la versione europea di Mare Nostrum
annunciata mercoledì dal commissario
Malmström.
L’idea del Moas risale all’anno scorso,
quando il Papa lanciò un appello per i migranti da Lampedusa. Regina Catrambone
e il marito l’hanno preso alla lettera. In meno di un anno hanno messo a punto il pro-
getto. “Non è un’impresa impossibile. È vero, abbiamo delle disponibilità economiche che non tutti hanno, ma ce ne sono altri
come noi, e più di noi, che se lo potrebbero
permettere”. La coppia ha investito circa
800 mila euro. La nave è a noleggio e
un’equipe di esperti legali e umanitari li ha
seguiti passo passo. Chi fosse interessato a
contribuire alla missione con delle donazioni può farlo sul sito web Moas.eu. A guidare la missione è Martin Xuereb, ex-capo
di stato maggiore delle forze armate di Malta: “Ci muoviamo nelle acque internazionali di competenza maltese, in tutto 250mila km quadrati, dove è attivo anche Mare
Nostrum, e se avvistiamo vite umane in pericolo allertiamo subito la centrale operativa della guardia costiera dell’isola”. Alla
domanda “chi glielo ha fatto fare?”, l’imprenditrice risponde: “Noi non rappresentiamo nè Malta, ma nemmeno l’Italia. Ma
non è giusto che l’Italia rimanga sola a gestire le morti in mare. Noi dimostriamo che
anche il privato può andarle incontro”.
Matteo Renzi esce dal vertice Ue ieri notte a Bruxelles LaPresse
L’imprenditore
Massimo Blasoni
“Per tornare sani
servono 28 anni,
non mille giorni”
a risposta per le rime a Renzi arriva da
L
Massimo Blasoni, 49 anni, imprenditore udinese, che ha comprato un'intera
pagina sul Giornale di ieri. Due tondi, uno
con la foto del premier come è adesso, l'altro con un fotomontaggio che lo ritrae anziano e canuto. Sotto, la scritta “torneremo
ai livelli del 2008 quando Renzi avrà
67 anni”. Non è una stima sparata a
caso. All'inizio di agosto Blasoni ha
fondato il centro studi “Impresa lavoro”, che ha ipotizzato il conto e di cui fa
parte anche Salvatore Zecchini, presidente del gruppo di lavoro dell'Ocse su
Pmi e imprenditoria.
Come le è venuto in mente di comprare
una pagina di giornale?
Volevo comunicare a Renzi con un linguaggio schietto e mediatico come il
suo. Il governo aveva previsto un livello
di crescita del Pil dello 0,8 per cento.
Balle. Per tornare ai livelli pre-crisi, considerando una crescita media tra il 2008
e 2014 dello 0,3 per cento, ci serviranno
altri 28 anni.
Cosa le fa più paura?
PREMIER
CANUTO
La pubblicità di
Impresa lavoro e
Massimo Blasoni
Quella di Renzi è solo una politica degli
annunci. La pressione tributaria non è diminuita. Nessuna semplificazione burocratica per le imprese e
nessuna facilitazione per l'accesso al credito. Insomma, zero
segnali di ripresa, nonostante le belle parole. Lo sa quanto costano i ritardi nei pagamenti della Pa alle imprese?
Quanto?
Cinque miliardi di euro l’anno. Lo abbiamo calcolato nella nostra prima ricerca.
Lei ha votato Renzi?
No, anche se all'inizio gli davo fiducia. Ma di riforme vere finora
neanche l'ombra. Renzi è un politico di vecchio corso con la
faccia da giovane. Ma noi l'abbiamo già invecchiato.
4
DI TUTTI, DI PIÙ
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
Il successo
mondiale
di Spacey
MILIONI E MILIONI di spettatori. Milioni. House of Cards è
una delle serie più seguite e amate, una seria che ha fatto
scalpore, ha segnato una strada, anche perché prodotta e
trasmessa in streaming da Netflix. È un adattamento di Andrew Davies dell'omonimo romanzo scritto da Michael Dobbs, un ex capo di stato maggiore della sede del Partito Conservatore britannico. Netflix, nota come servizio Internet di
video on demand in streaming, ha acquistato i diritti sulla
serie con un'offerta superiore ai canali via cavo AMC e HBO.
Netflix ha ordinato 26 episodi per due stagioni. Spacey ha
definito il metodo di trasmissione come una “nuova prospettiva”, e ha spiegato come l'ordine di due stagioni da parte di
Netflix abbia permesso di dare alla serie una maggiore continuità: “Sappiamo esattamente dove stiamo andando”.
COPERTINA
In
senso orario: “House of Cards”, “True
Detective”, “Downton Abbey” e “The
Big Bang Theory”
CROLLANO
GLI ASCOLTI
DELLA TV
GENERALISTA,
SEMPRE MENO
INCASSI E MENO
POSSIBILITÀ DI
CREARE.
CI SI AGGRAPPA
AI SOLITI TALK,
A SCAPITO
DEL RESTO
di Luca Raimondo
S
La nuova gloria
arriva dal web
pose a caccia dell’abito
perfetto, grandi obesi
che perdono 100 chili
grazie a un severo, ma
amorevole personal trainer e
ancora cucine da incubo, hotel
allo sfascio, gatti indemoniati.
Poi si cambia canale e gli avventurieri del sofà possono essere
proiettati tra combattimenti,
viaggi estremi, macchine superveloci, sfide al limite del possibile. E non dimentichiamo i
masterchef grandi e piccini, i
boss delle torte e, quando l’ora
si fa tarda, anche le gole profondissime e il sesso da pronto soccorso. È la televisione dell’eterno cazzeggio, in cui prima o poi tutti s’imbattono per non
abbandonarla più. Ma canali come Real Time e DMax, visibili
sia sul satellite che sul digitale terrestre, sono la punta
dell’iceberg di un nuovo modo di vedere la tv che sta progressivamente mandando in pensione i canali generalisti,
ormai territorio protetto per talk show politici sempre più
noiosi e autoreferenziali, che interessano un pubblico sempre più anziano e meno numeroso.
Intanto, chi ha meno di 30 anni – ammesso che la accenda: di
sicuro preferisce fare tutto da telefono o tablet – la tv la usa
nella sua versione “smart” (collegata a internet, per vedere
film e serie rubate dal web e i video preferiti su YouTube) che,
come ha spiegato Marco Consoli sull’Espresso, ormai vanta
nel mondo vere e proprie star in grado di guadagnare milioni, nate e cresciute sul portale di video comprato da Google
nel 2006 per 1,65 miliardi di dollari. Si tratta di artisti, comici,
ma anche cuochi o esperti di make-up; il trucco è avere
un’idea originale e sperare che la rete la accolga. Più facile a
dirsi che a farsi.
È un nuovo artigianato che può ricordare la nascita delle
radio libere negli anni ’70. Quando, con scarsissimi mezzi,
migliaia di realtà in tutto il paese iniziavano a trasmettere in
modo improvvisato, se vogliamo anche dilettantesco, ma finendo per rompere il monopolio pubblico e cambiare per
sempre il modo in cui ancora oggi ascoltiamo la radio. E
infatti può succedere che dal video amatoriale di YouTube si
arrivi al cast de Le Iene, come è accaduto a Frank Matano,
diventato una star del web pubblicando i suoi scherzi telefonici, o Willwoosh, al secolo Guglielmo Scilla, che dagli
sketch autoprodotti è passato alla radio, al cinema e ha persino pubblicato un libro.
Anche se si può solo stimare un guadagno minimo e massimo che va da uno a 15 dollari ogni mille visualizzazioni,
quelli che nel mondo sono in grado di fare guadagni a sei cifre
sono ormai migliaia. Molto meno in Italia, dove somme di
un certo livello sono raggiunte da non più di cinque o sei
persone. Il mercato però è in vertiginosa ascesa.
Sapere che la raccolta pubblicitaria di YouTube nel 2013 ha
generato 5,6 miliardi di dollari, il 51 per cento in più rispetto
al 2012, deve far rabbrividire Mediaset e Rai: il gruppo berlusconiano nel semestre gennaio-giugno ha chiuso con una
raccolta di 1,1 miliardi di euro (-4 per cento rispetto al 2013),
mentre il servizio pubblico è sceso in due anni di circa il 30
(da 964 a 682 milioni di euro). È l’ennesimo segnale che il
nostro paese, soprattutto le giovani generazioni, abbandonano il piccolo schermo e parcellizzano l’ascolto in mille
rivoli fatti di video postati sui social network, inoltrati su whatsapp, consigliati ad amici e parenti. Un passaparola che oggi
si chiama “virale” e che concede alla tv tradizionale solo lo
spazio per la clip della lite tra politici o la gaffe del conduttore,
il giorno dopo. Una tendenza che mette ulteriormente in
crisi la massa insostenibile di canali visibili in chiaro sul digitale terrestre.
Come racimolare punti percentuale
La nuova tecnologia ha infatti consentito a tutti gli operatori
di poter ampliare l’offerta, ma il risultato sono share da prefisso telefonico che hanno ridotto drasticamente la redditività ; ad esempio – malgrado gli imponenti investimenti
degli ultimi mesi – lo 0,57 per cento con un ascolto medio di
poco superiore alle 60mila persone di Rai news24, certificato
da un rapporto del Marketing di viale Mazzini su ascolto e
gradimento dei canali del servizio pubblico nel primo semestre 2014. Rai news vale esattamente come Rai Gulp, la metà
di Rai Yoyo ed è sempre in coda alla classifica dei canali digitali
della Rai, dietro Rai4, Rai Movie, Rai Premium. Fa peggio solo
Rai Storia allo 0,18 per cento e Rai Scuola allo 0,01 con 908
telespettatori. Non sono numeri molto diversi quelli dei tanti
canali extra di Mediaset: ai tre storici si sono aggiunti La5,
Italia2, Iris, Boing, Top Crime e anche l’allnews Tgcom24 (più
quelli di Mediaset Premium, ma il digitale pay meriterebbe
PAROLA DI MAX
È come stare a guardare
un traghetto alla deriva
STO GUARDANDO infastidito una trasmissione televisiva dove le
persone litigano per finta. Sono su un traghetto di ritorno dalle vacanze e trovo posto solo nella sala con la televisione. Chissà perché
le sale stracolme sono quelle con i divanetti, dove tutti tengono in
mano un ipod, decidendo loro cosa vedere. Sono finite le ferie, il
mondo mi appare come un enorme palla a forma di Scillipoti. Lo
show continua imperterrito, tra gli sbadigli generali e qualche bimbo
che piange.
La giornata si preannuncia avvincente come i consigli di Luciano Onder. Chi se la guarda questa roba?! Tutti? No non posso crederci la tv
italiana è forse un enorme traghetto alla deriva?
No, mi dico, c'è anche la tv di qualità. Mi addormento e sogno STUDIO 1 con Mina e Alberto Sordi negli anni Sessanta. Mi svegliano le
grida di una figurante "Io so' una perzona vera, a ttè l'educazzione non
te l'ha imparata nesuno!" Che brutto risveglio, abbiamo centinaia di
reti, si puó scegliere, ma in mezzo a tanti canali è difficile. Forse il
vero termometro di come siamo attualmente è il web, dove non ci
sono veti, lottizzazioni, autori autoritari. Vuoi mettere un video in
rete di quando ti depili le ascelle? fai come ti pare, il gradimento del
pubblico sarà autentico e non filtrato. Il web è un “mare aperto” dove
nuoti come un totano alla ricerca di uno scoglio sul quale fermarti.
Cambio canale, ci sono dei politici che quasi si picchiano, prima tra
di loro, poi col conduttore. Dopo averli ascoltati mi riaddormento
cullato dalla serenità di essere nelle mani del barbuto capitan Findus... ancora per poche ore.
Max Paiella
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
5,6 MLD
LA RACCOLTA
PUBBLICITARIA DI
YOUTUBE NEL 2013
È IL 51% in più rispetto al 2012 e deve far rabbrividire Mediaset e Rai: il
gruppo berlusconiano nel semestre
gennaio-giugno ha chiuso con una
raccolta di 1,1 miliardi di euro (-4 per
cento rispetto al 2013), mentre la Rai
è scesa in due anni di circa il 30.
50 MLN
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
5
GLI STORICI
GLI ABBONAMENTI
DI NETFLIX IN TUTTO
IL MONDO
PUNTI
FERMI
NUOVE LEVE In basso “The Big
Bang Theory”; subito sotto Masterchef
Bruno
Vespa, nello
studio
di “Porta
a Porta”;
e il “Grande
Fratello”
Ansa
Ansa
Dal Grande Fratello
ai talk show: persi
milioni di spettatori
di Domenico Naso
i fosse Netflix anche in Italia, forse sarebbe più semplice spiegare
C
anche da noi il calo degli ascolti televisivi tradizionali. Per chi
non lo sapesse, Netflix è un servizio di streaming online on demand, che
cast e Time Warner. Il mondo delle telecomunicazioni e
quello della comunicazione e dell’intrattenimento sono
sempre più legati a filo doppio, perché i sistemi con cui gli
utenti si informano e seguono i loro programmi preferiti
sono e saranno sempre più connessi.
Ma in questa marea di cifre, percentuali, milioni e miliardi di
dollari o di euro, i contenuti valgono ancora qualcosa? La
risposta è sì. E lo dimostra ancora una volta la forza che su
tutti i media, vecchi e nuovi, stanno avendo le serie tv. I premi
Emmy, gli oscar della televisione assegnati la settimana scorsa, sono stati un evento a cui hanno assistito in America oltre
15 milioni di spettatori, malgrado la partita di football in
contemporanea su un altro canale. Le star di Breaking Bad, di
Sherlock, di Big Bang Theory o True Detective, sono delle icone
mondiali grazie a internet. In molte parti del globo le serie
sono già sui computer di milioni di fan i quali non aspettano
che sia la tv del loro paese a mandarle in onda. Non a caso i
produttori di House of Cards, grande sconfitto di questa edizione, non hanno perso tempo e il giorno dopo hanno postato su YouTube un divertente video di venti secondi con il
gelido assistente di Frank Underwood/Kevin Spacey che
chiama al telefono il suo contatto per sapere come mai “l’accordo” per farli vincere non si sia concretizzato. Si perde la
gara tradizionale, ma si vince quella della comunicazione.
da solo un discorso a parte). Tutti navigano tra lo zero virgola
o superano di poco l’1 per cento. Tante piccole gocce che
perdono da un rubinetto principale, senza portare nulla in
termini di ascolto, ma che tutte insieme rubano almeno un
10 per cento alle sorelle maggiori. Lo affermava lo sorso 9
luglio , durante un’audizione alla commissione Telecomu- Netflix e le serie di successo
nicazioni della Camera, Eric Gerritsen, vicepresidente esecutivo di Sky Italia: “Se le tv non fanno redditività è chiaro E sarà pure vero, come è stato scritto, che è in questa edizione
che c’è un problema. Quando c’è troppa offerta di frequenze degli Emmy è stata bocciata Netflix, la web tv che produce
vuol dire che c’è troppo stock di pubblicità e che il prezzo House of Cards, come a dire che il mondo della tv tradizionale
medio di quest’ultima cala troppo”. La soluzione? “Ridurre cerca di frenare l’avanzata di chi offre contenuti su piattal’offerta, riportarla a un livello in linea con la media europea”. forme multimediali, ma a portarsi a casa il premio sono state
Infatti, la massa di canali free è un suicidio
serie straordinariamente innovative, nello
che non ha paragoni nel resto del contistile e nelle tematiche. Con Breaking Bad vinnente. Paesi come Francia, Inghilterra o CHI HA MENO
ce la storia di un uomo onesto e rispettato
Germania, si sono guardati bene dall’auche sceglie la strada della produzione e dello
mentare a dismisura l’offerta in chiaro. Chi DI 30 ANNI
spaccio di droga; con Modern Family la dedovesse limitarsi alle tv non a pagamento a PREFERISCE FARE
scrizione, in tutte le sue contraddizioni, delParigi, Londra o Berlino, potrebbe scegliela famiglia allargata sempre più tipica della
re al massimo tra una quindicina di canali TUTTO
società occidentale contemporanea. Grazie
nazionali (nel caso della Germania hanno
alle serie, la tv non muore ma si trasforma;
rilevanza anche le tv dei Laender, ma quello DA TELEFONO O
se dieci anni fa i ragazzi parlavano degli
è sul serio un paese federalista).
ospiti della casa del Grande Fratello, oggi
Persino negli Stati Uniti esistono pochi TABLET, COLLEGA
discutono del “Trono di Spade”, “The Walnetwork nazionali, moltissime consociate LA TELEVISIONE
king Dead” e, finalmente, di un prodotto
locali e il gigantesco mondo delle pay-tv via
italiano straordinario come “Gomorra”.
cavo e satellite. Ma è proprio da oltreocea- PER INTERNET:
Perché la modernità porterà con sé prono che arriva la grande lezione su come far
grammi su malattie imbarazzanti e reality
sopravvivere la cara vecchia televisione. È ED ESPLODONO
sui parrucchieri, ma anche grandi racconti
di pochi giorni fa la notizia dell’acquisto da
che descrivono i mutamenti della nostra
parte del colosso telefonico At&T del nu- REALTÀ NATE IN
epoca meglio delle inutili chiacchiere di
mero uno della televisione satellitare Di- RETE E DIVENTATE
mille talk show. E solo quando la nostra
rect Tv per la cifra monstre di 48,5 miliardi
“vecchia” tv ne capirà lo spessore, potrà vidi dollari. Il via libera dell’antitrust USA è il FAMOSE
vere senza timore la concorrenza dei nuovi
media e i profitti multimiliardari di Yousegnale che aspettavano altri grandi gruppi
Tube.
pronti alla fusione, a cominciare da Com-
ormai da qualche anno produce serie originali esclusivamente per il
web e ha superato i 50 milioni di abbonamenti in tutto il mondo (35
solo negli Stati Uniti). Ma, dicevamo, in Italia Netflix non c’è. E se già
fanno fatica a produrre le reti generaliste, figuriamoci se c’è spazio
per qualcosa di diverso e più innovativo. Resta il fatto che l’erosione
del pubblico televisivo è ormai un fenomeno costante, quasi metabolizzato dagli addetti ai lavori, costretti a fare i conti con numeri e
percentuali molto distanti da quelli del passato e, dunque, pronti ad
accontentarsi di risultati che un tempo avrebbero fatto esplodere un
caso ai piani alti. Il caso più emblematico di questo radicale cambiamento di prospettiva dell’Auditel è il Grande Fratello. Il padre di
tutti i reality, l’evento televisivo per eccellenza della tv italiana del
Duemila, nel corso degli ultimi tre lustri (ha debuttato nel 2000), ha
visto erodersi sempre più il patrimonio in termini di ascolti assoluti
e share che aveva nelle prime edizioni: dall’edizione numero uno
(condotta da Daria Bignardi e con Pietro Taricone tra i concorrenti)
la media era stata di 9,8 milioni di spettatori, con la finale seguita da
16 milioni di persone. Roba da Sanremo o finale di un Mondiale, con
uno share del 37% di media e del 59% in finale. Il calo, da allora, è
stato costante e inesorabile. Il GF non è più una novità, è vero, e
ormai la tv è così satura di reality che quei risultati oggi sono impensabili. Anche tenuto conto di ciò, tuttavia, non si può considerare
fisiologico il più che dimezzamento dei risultati di allora: l’edizione
2014, condotta da Alessia Marcuzzi, ha racimolato una media di
poco più di 4 milioni di telespettatori, con la finalissima che si è
attestata sui 4,7. Pochino, in effetti, soprattutto se si considera che
Endemol e Canale5 avevano messo in freezer per un anno il format,
sperando di farlo tornare ai fasti di un tempo. Il paradosso figlio di
questi tempi duri, però, è che i dati sono stati considerati soddisfacenti, tanto da meritare una quattordicesima edizione.
È TEMPO DI VACCHE RACHITICHE, per la televisione italiana, tanto
che programmi di prima serata che si fermano al di sotto del 10% di
share vengono considerati dei grandi successi. Altro caso emblematico è quello di Pechino Express, l’avventuroso reality di RaiDue condotto da Costantino Della Gherardesca. La seconda edizione del programma ha ottenuto, in media, 1.955.000 spettatori e il 7,92% di
share, e tutti parlano di successo. C’è da considerare, in questo caso, la
crisi nera di RaiDue, canale alla continua ricerca dell’identità perduta,
e anche la qualità del prodotto che è effettivamente alta, a prescindere
da cosa racconta l’Auditel. Ma la felicità di Rai, critica e pubblico per
i risultati di Pechino Express è innanzitutto figlia del calo di aspettative. La televisione italiana, in pratica, è come una vecchia signora
piena di rughe, un tempo bellissima e che aveva gli amanti più giovani
e più belli. Oggi, pur di continuare ad amare e a essere amata, ha
abbassato l’asticella e si accontenta di quello che riesce a conquistare.
Altro settore in crisi, e un tempo foriero di risultati, è quello dei talk
show di approfondimento politico. Anche in questo caso la colpa
principale è forse dell’eccessiva offerta, spalmata sui palinsesti quasi
h24, ma i freddi numeri fanno paura. Programmi come Virus (RaiDue, condotto da Nicola Porro) e Matrix (Canale5, Luca Telese) portano a casa risultati quasi imbarazzanti per una emittente nazionale,
ma anche in questo caso vengono confermati. E persino i colossi del
settore come Porta a Porta e Ballarò cominciano a segnare il passo.
Tutte le analisi sul crollo degli ascolti televisivi, però, rischiano di
perdere efficacia se non si considera il vero assassino di Nostra Signora Televisione: il Web. Perché magari Netflix da noi non c’è, ma i
siti (rigorosamente pirati) di streaming sì, e hanno sempre più successo.
6
DI TUTTI, DI PIÙ
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
Ultimo posto
in Europa
per diffusione
L’ITALIA è indietro sia nella diffusione che
nell’uso delle nuove reti di telecomunicazioni. È quanto emerge da uno studio di Ofcom,
l’Autorità inglese di settore, che ci mette a
confronto con Regno Unito, Francia, Germania e Spagna, evidenziando che siamo chiaramente ultimi sulla penetrazione delle reti
ultra veloci, in linea con la banda larga di base
ma ultimi nelle connessioni, e allo stesso
tempo non brilliamo per prezzi attraenti. Al
polo opposto è il Regno Unito, con alta diffusione e prezzi più bassi. Stando allo studio
di Ofcom, che si basa su numerosi altri rapporti, in Italia la banda larga standard copre
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
ormai oltre il 95% della popolazione, in linea
con tutti gli altri Paesi e con gli obiettivi
dell’Agenda digitale europea: tuttavia, le famiglie che scelgono e pagano il servizio sono
solo il 50%, contro l’83% del Regno Unito,
l’81% della Germania, il 76% della Francia e il
63% della Spagna.
CARLO DEGLI ESPOSTI
“Rai e Mediaset,
senza banda larga
dominano loro”
di Alessandro Ferrucci
P
aradossi italiani: dietro un arretramento
infrastrutturale, tecnologico e quindi, anche sociale, dovuto allo scarso
sviluppo della banda larga, c’è
un vantaggio, uno solo: “Non
siamo stati colonizzati dal mercato statunitense come avvenuto per i francesi”, spiega
Carlo Degli Esposti. Lui è il patron di Palomar, una delle più
importanti case di produzioni
nostrane, ora impegnata in Puglia per girare la seconda serie
di Braccialetti rossi, ultimo successo trasmesso da Rai1; le logiche televisive le conosce, le
vive, a volte le subisce, altre le
rilancia, comunque ne fa parte.
Partiamo dagli aspetti negativi...
Anche perché sono maggiori.
Vede, questi ultimi vent’anni
di duopolio hanno danneggiato l’Italia, hanno impedito lo
sviluppo di un mercato caratterizzato da una sana concorrenza; hanno chiuso la possibilità di ricchezza.
Esistono dati?
Eccome. Secondo uno studio
realizzato tre anni fa dalla Fondazione Rosselli, il fatturato
dell’Italia è cresciuto del 37 per
cento, mentre quello inglese
del 250, molto delle loro società sono entrate in Borsa.
Quindi per rispettare gli equilibri del duopolio Rai-Mediaset,
siamo indietro di un’era?
Sì, a partire dallo sviluppo della
banda larga. Come le dicevo
prima i grandi network di distribuzione statunitense non
entrano in Italia perché non gli
conviene; realtà come Netflix
(colosso americano dell’intrattenimento via web) sono ancora lontane da noi.
Mentre in Francia...
Hanno tentato di arginare le
produzioni straniere con leggi
a tutela nazionale, ma gli statunitensi hanno vinto lo stesso.
Quale dovrebbe essere il ruolo
della televisione pubblica?
Lo sviluppo del mercato indipendente e audiovisivo.
E l’informazione, no?
Non è il mio campo, ma come è
IL PATRON
DI PALOMAR
SPIEGA:
“IL MERCATO È
BLOCCATO DALLA
MARCATURA
STRETTA TRA I
DUE COLOSSI.
INVECE SAREBBE
FONDAMENTALE
INVESTIRE”
strutturata,
non credo abbia più senso,
non ci sono
soldi per seguire come un tempo gli aventi, e comunque, come è organizzata, non riesce a
seguire la scansione delle notizie. L’elefantismo della Rai è
un serio problema, drena denaro e riduce le risorse.
Lei è parte in causa visto il suo
ruolo in Palomar.
Aspetti, le offro un esempio di
cosa vuol dire “prodotto italiano” e cosa porta al Paese.
Prego...
Dopo anni di lavoro su Montalbano, la BBC inglese ha acquistato i diritti per una cifra
non proporzionata agli ascolti
ottenuti da noi, ma va bene così.
E quindi?
Ryanair si è reso conto del successo conquistato Oltremanica, ha verificato la richiesta di
viaggi verso la Sicilia, sui luoghi dove abbiamo girato, e ha
comprato tutti gli slot di Comiso. Cos’è questo se non sviluppo? Noi dobbiamo coltivare il nostro pubblico, raccontare la nostra storia attraverso
la nostra cifra emotiva, un mix
di cuore e pancia, e non scimmiottare le serie statunitensi.
Lei parla di duopolio, ma esistono altre realtà come La7.
Non paragonabile, ha causato
solo una crepetta rispetto ai
due colossi. Però la questione è
Da sinistra: “I Delitti del BarLume”; “Il commissario Montalbano”; “Braccialetti Rossi”. Nel tondo Degli Esposti
differente, e mi scusi se insisto...
Sempre duopolio?
A causa del crollo delle entrate
pubblicitarie, Mediaset non si
può più permettere la produzione di fiction, acquistano solo prodotti sudamericani, per
questo si vuole limitare anche
la Rai.
Questione di equilibri.
Sì, di duopolio appunto, si
marcano, si immobilizzano,
devono sempre e comunque
viaggiare parallele. Occorre
impedire che scelgano di morire insieme.
Mediaset ha meno inserzionisti
a causa della crisi?
Anche, ma soprattutto perché
non ha più un proprieta-
rio-premier.
Lei lavora con Sky.
Un player importantissimo per
lo sviluppo del mercato indipendente italiano, sono un’alternativa che può esplodere.
Conosce e segue le nuove star
del web?
In alcuni casi ho visto fenomeni molto interessanti.
Dal tono della sua voce avverto
un “però” in agguato...
No, sono realmente dei bravi
artisti, ma devono fare attenzione a non sopravvalutarsi
con troppa facilità.
La riconoscibilità immediata li
manda fuori giri?
Esatto, e non gli consente di
crescere con gradualità, come
rischia Willwoosh (al secolo
Guglielmo Scilla), ora impegnato in Rai grazie ad Agostino
Saccà (ex dirigente per la televisione di Stato). La creatività è
la base, ma va saputa gestire.
La accuseranno di avere sessant’anni e di non comprendere
il nuovo corso.
Sicuro. Peccato che vent’anni
fa ho prodotto il primo reality,
girato a Bologna con sette studenti chiusi in un appartamento a raccontare se stessi, quando nello stesso periodo uno
studio realizzato da Pier Luigi
Celli per la Rai, spiegava come
la televisione on demand sarebbe stata prevalente nel giro di
due o tre anni. La storia ha raccontato altro...
Twitter: @A_Ferrucci
IL RACCONTO
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
Una vita fa, quando
al mattino si leggevano
i giornali, non c'erano centinaia
di canali televisivi e non esisteva
internet, editavo una “fanzine”:
la realizzavo con un pugno
di ragazzotti amanti del cinema,
del trash, del brivido, del rock
estremo e del fumetto
di Mimmo Calopresti
ATorino w Facevo i video perché costava
meno che fare i film in pellicola, potevo
raccontare la realtà in cui vivevo più agilmente
o almeno così mi sembrava. Facendo
un documentario in un campo zingari avrei
conosciuto Remsia, una nomade che arrivava
da Bagnaluca città di Bosnia. Nei pressi di un
fiume sporco e inquinato aveva installato
la sua reggia. Era una principessa nei modi
e nelle espressioni, eletta dal suo popolo a capo
Oltre lo schermo
Mi è rimasto solo
il tempo per il mare
Chi è
video perché costava
meno che fare i film in
pellicola, potevo racna vita fa, quando al
REGISTA E SCRITTORE
mattino si leggevano i
contare la realtà in cui
giornali, non c'erano
vivevo più agilmente o
Mimmo Calopresti è nato a Policentinaia di canali telealmeno cosi mi sembrastena nel 1955 ed è regista, scevisivi e non esisteva internet, io ediva. Facendo un docuneggiatore e attore cinematogratavo una “fanzine” (un giornalino di
mentario in un campo
tendenza realizzato da un gruppo di
zingari avrei conosciuto
fico. Il suo esordio come regista
fanatici definizione da Wikipedia)
Remsia, una nomade
di film è del 1995 con “La seconche si chiamava Blood. La realizzavo
che arrivava da Bagnada volta”; poi “La parola amore
insieme ad un pugno di ragazzotti
luca città di Bosnia. A
esiste” (1998); “Preferisco il ruamanti del cinema, del trash, del
Torino nei pressi di un
brivido, del rock estremo, del fufiume sporco e inquinamore del mare” (2000); “La felimetto e ovviamente della scrittura.
to aveva installato la sua
cità non costa niente” (2002);
Nel primo numero regalavamo inreggia. Era una princi“L'abbuffata” (2007). Lo scorso
sieme alla rivista una lametta da
pessa nei modi e nelle
espressioni, eletta dal
barba, il titolo della copertina era
anno si è anche cimentato con la
Tagliatevi, versare il proprio sangue fa
suo popolo a capo della
letteratura e ha pubblicato “Io e
comunità. Niente c'erabene. Eravamo contro tutto e tutti e
l'Avvocato - Storia dei nostri palo affermavano con grande faccia
no state elezioni solo
tosta. Ci piaceva parlare per slogan,
una designazione. Pasdri”, Mondadori (2013).
mostrarci incazzati, infelici e pronti
sando qualche giorno
a tutto. Nella Torino, ormai in dinel campo nomadi, scosfacimento produttivo, la Fiat coprii che nella cultura del
minciava a scomparire dall'orizzonte delle nostre vite popolo del vento non esiste la scrittura. Il modo che
ed io definitivamente smettevo di correre il rischio di usavano per comunicare tra loro era assolutamente
diventare un operaio. Insieme ai miei amici avevamo innovativo: spedivano in tutta Europa delle video letaperto un locale che si chiamava Hiroshima Mon Amour, tere che giravano con delle mini telecamere che proe nel giro di poco tempo eravamo diventati dei reperti babilmente rubavano. Nelle baracche con poche suparcheologici della società industriale, solo qualche anno prima, in
un epoca ormai dimenticata dal genere umano, distribuivo davanti ai
cancelli della Fiat un volantino agli
operai che entravano al mattino
presto a lavorare in quel mostro di
cemento e acciaio. Si entra che fa
U
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
buio e si esce che e ancora buio
c'era scritto e s'incitava alla rivolta quegli uomini e quelle
donne che sembravano destinate ad una schiavitù eterna e
che nel giro di un decennio sarebbero diventati solo dei disoccupati. Una vita fa c'era anche il terrorismo in Italia, c'erano i carceri speciali e i detenuti politici. Un giorno ricevetti
l'invito di entrare in carcere nella
sezione dei dissociati (categoria che
definiva chi non si era pentito tra i
militanti del partito armato, ma
non era più disposto a continuare a
combattere) dove incontrai un
gruppo di giovanotti con lo sguardo ancora infuocato e febbricitante,
che incaricò me e miei compagni
della West Front Video di fare un
corso di video in carcere. Ero stato
scelto a quel compito grazie ai miei deliri stampati
sulla fanzine Blood. Radio carcere mi comunicava
inoltre che un mio un mio amico di cui avevo perso le
tracce da anni mi avrebbe incontrato nei corridoi prima dell'uscita. L'incontro avvenne e fu commovente.
Si era beccato dieci anni per spaccio. In quella vita chi
veniva condannato non usciva facilmente di galera e
lui era rassegnato a scontare la pena in quel luogo
umido e buio. Mi saltò agli occhi subito la dura realtà.
I politici, così come venivano definiti dai comuni, che
avevo appena incontrato se la passavano piuttosto bene: patteggiavano le pene, ottenevano spazi comuni,
celle aperte tutto il giorno e infine anche un corso di
cinema che io avrei diretto. Per tutti gli altri una vita di
merda come sempre. Nei sistemi coatti scorreva un
fiume d'informazioni e il sistema riproduceva se stesso con grande precisione. Ai piani alti i figli della borghesia che avevano giocato alla rivoluzione e sotto di
loro nell'inferno, i dannati della terra. Allora facevo i
IPHONE IN MANO
I ragazzi si filmano, si guardano, pubblicano su internet
le loro “opere prime” LaPresse
pellettili e molti letti
per la numerosa prole, non mancava mai
un grande televisore.
L'immagine era la loro scrittura e il televisore era il
loro quaderno. “Rubiamo” diceva Remsia “ ma noi
siamo ladri di galline i politici rubano tutto e nessuno
dice niente” Più avanti si scoprì che stava dicendo la
verità.
In quegli anni combattevo con tutte le mie forze per
liberarmi dalle noiose e infinite riunioni politiche che
infestavano la mia vita. Ho voluto fare i film per smettere di parlare e scrivere, che sembravano attività di un
altro secolo. Mi ricordo una serie di personaggi che
prendevano la parola e facevano finta di saperla lunga
su tutto: i movimenti internazionali, l'economia, la
storia della resistenza. L'ha detto Lenin dicevano e
questo bastava a rendere tutto più vero. Io ascoltavo,
non credevo quasi a niente ma speravo che in quelle
parole ci fosse una soluzione alla mia vita di giovane
proletario frustrato e annoiato. Poi tutto fini improvvisamente. I giornali, i film, la politica e la poesia, le
televisioni e le radio libere sono scomparsi. Io approfittai subito della situazione e fui felice. Emigrai nel
nulla e finalmente diventai cittadino del mondo : senza patria religione e ideologie. Tutto questo succedeva
una vita fa.
Oggi vivo come tutti attaccato al mio telefonino, alle
pagine web al dibattito dei social, mi basta poco per
andare avanti e comunicare: sono solo con l'universo
a disposizione.
La povertà è ricchezza dissi un giorno su un
blog e diventai una star. Cominciai a frequentare studi televisivi dove dei ricchi signori, vestiti alla moda e con la parlantina sciolta si occupavano in continuazione dei poveri. Raccontavano le vite di quei miserabili con dovizia
di particolari, si diceva che più il racconto fosse
tragico più aumentava l'ascolto. I poveri, venivano rincorsi ovunque per essere filmati, l'ideale era intercettarli nel momento top della
disgrazia. “Avete appena perso il lavoro?” “Si non
abbiamo neanche più una casa la banca ce l'ha portata
via” “Cosa daremo da mangiare ai nostri figli?”. Lo
studio fremeva e l'indignazione saliva.
Altre immagini mostravano gli immigrati che cercavano di saltare la distanza che li divideva dal mondo
dei ricchi e annegavano a centinaia nel canale di Sicilia, i politici in studio strepitavano che non ce la facevano più a vedere quelle orribili scene, che bisognava fare qualcosa per quelle mamme e quei bambini, alcuni si
commuovevano in diretta.
Economisti dell'ultima ora,
propinavano la ricetta giusta
contro la crisi economica che
aveva colpito il pianeta. Io mi
rallegravo quando mi dicevano che lo spread era sotto controllo, la ripresa economica
dietro l'angolo, finalmente
pensavo si poteva ritornare
allo spreco di massa e alla battaglia finale contro la povertà.
Quando guardavo la televisione con mia figlia per farla
addormentare dovevo cambiare canale, guardavamo insieme il Talent inglese o il Master Chef australiano, quando
lei crollava, io giravo canale e
ritornavo nell'eden dell'informazione politica: mi faceva
sentire bene. Una sera, uno,
un ragazzo che si spacciava
per il nuovo premier italiano
disse “Tranquilli ora cambia
tutto la rivoluzione dei giovani è arrivata.” All'inizio tutti dicevano “È giovane forse
ce la farà” gli credevano. Dopo qualche mese è ricomparso ingrassato e ingrigito, intorno a lui tutto era
come prima, compresi quelli che dicevano che non ce
la facevano più ad essere sommersi dal dolore e dalla
miseria che li circondava. I suoi slogan invecchiarono
velocemente insieme a lui e un giorno che ero particolarmente depresso presi il televisore lo portai al
deposito rifiuti ingombranti e me ne liberai per sempre. Oggi vivo su isola senza nome, mi diverto a mandare in giro selfie e passo un sacco di tempo a non fare
niente. Ho ricevuto dopo molto tempo un messaggio
da mia figlia, è diventata una star della cucina e conduce una trasmissione sul web, mi ha allegato il file per
collegarmi. L'ho cancellato immediatamente, non
m'interessa mi è rimasto solo il tempo per per guardare il mare. Tutto il resto è noia. Oh no?
7
VOX POPULI
“Caro
Renzi,
voglio
questo”
di Alessandro
Ferrucci
ROMA Rione Monti, tra
romani con le valigie in
mano, si torna dalle ferie,
turisti italiani (pochi) e
stranieri (tanti), chiediamo cosa vorrebbero inserire nello “Sblocca Italia” del governo Renzi.
Flavia, 41 anni, ricercatrice. “Avvicinare il mondo
del lavoro all’università”.
Federica, 32 anni, indecisa. “Togliere l’articolo
18. Oh, però sono di sinistra...”
Francesco, 38 anni, professione incomprensibile. “Un giorno al mese di
vacanza in più”.
Gabriele, 22 anni, studente. “Le sigarette costano troppo”.
Chiara, 39 anni, architetto. “Una volta al mese accesso gratis ai musei”.
Alberto, 42 anni, costruttore. “Regime fiscale dei minimi”. Tradotto?
“Tu fidati...”.
Giorgio, 69 anni, notaio.
“Questo non ci capisce
nulla. Ma proprio nulla”.
Beatrice, 33 anni, negoziante. “Un lavoro, dopo
Natale chiudo”.
Patrizia, 49 anni, sindacalista. “Un depuratore a
Fregene, c’è l’acqua color
fogna...”.
Cristiano, età non dichiarata, professione non
dichiarata. “Una volta hai
intervistato la mia compagna”. Bene. “Io non ho
niente da dire”. Bene.
“Siete comunisti”. Bene.
Guglielmo, 19 anni, studente. “Sono stato bocciato”. E quindi? “Non ho
voglia”.
Giacomo, 36 anni, operaio. “Posso dire parolacce?”. Dipende. “Allora sto
zitto”.
Irene, 42 anni, insegnate.
“Voglio meno burocrazia”.
Lucrezia, 43 anni, negoziante. “Deve abbassare
le tasse... (silenzio). Ma
secondo te è ingrassato?”. Chi? “Renzi...”
Davide, 41 anni, ex calciatore. “Non ci credo più
a questi, ma zero”. Una
richiesta? “Non me ne
frega nulla, ora vado
all’estero”.
Luca, 38 anni, frettoloso.
“Che vuoi? Fa caldo e non
ho voglia”.
Daniele, 39 anni, impiegato. “Gli asili nido! Ho
due piccoletti, e uno lo
devo mandare al privato”.
Massimo, 51 anni, imprenditore. “Va riformato
il mondo del lavoro, altro
che cacchi...”.
Twitter: @A_Ferrucci
8
L’ESTATE DELLA MIA VITA/ANNI ‘70
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
Il filosofo che
doveva fare
il meccanico
LA LEVA STUDENTESCA DEL 1945. Mario
Capanna nasce a Badia di Petroia (frazione
di Città di Castello) da Luigia Paci, casalinga,
e Giuseppe Capanna, meccanico, il 10 gennaio 1945. A sei anni, penultimo di due fratelli e due sorelle, rimane orfano di padre.
Sarebbe potuto diventare un bravo mecca-
nico, come il padre e i fratelli o, in subordine,
un buon insegnante di liceo. Il Sessantotto
decise diversamente. Laureato in filosofia
all’Università Statale (dopo l’espulsione dalla Cattolica a seguito delle lotte degli studenti), è attualmente presidente della Fondazione Diritti Genetici, scrittore, giornalista
pubblicista, coltivatore diretto, apicoltore. Dal 2011 presidente del Corecom Umbria. Leader studentesco nel Sessantotto,
segretario nazionale di Democrazia Proletaria fino al 1987, esponente ambientalista e pacifista.
Tra i suoi libri (editi da Rizzoli e ristampati
Non portava un eskimo innocente, ma per scelta. Guidò il
Movimento studentesco a Milano per fondare Democrazia
proletaria. Mario Capanna è stato latitante e finito a San
Vittore tre volte. “Parlavamo col mondo, la stessa lingua
con dizionario diverso. Non rinnego niente, vi dico perché”
ERAVAMO
FORMIDABILI
NONOSTANTE
I TERRORISTI
di Emiliano Liuzzi
Uno dei più importanti.
er parlare di anni Settanta andrebbe stravolto il calendario gregoriano. Bisogna assolutamente partire
dal 1968 e, diventa inevitabile che l'interlocutore sia
Mario Capanna, il leader del Movimento studentesco. Perché a 25 anni era carismatico, vestiva con l'eskimo e
fumava in continuazione Marlboro, rappresentava la forza di
piazza unita a un'autonomia intellettuale che nessuno degli
altri leader ebbe. Forse lo era Adriano Sofri che a Pisa, da Lotta
Continua, e in maniera molto più elitaria e meno pragmatica,
diffondeva il verbo. Se c'era un maggio in Italia era Milano,
perché la controcultura lì nasceva, perché si respirava un vento mitteleuropeo che altrove non arrivava. Lotta continua, da
Pisa a Torino e l'Autonomia operaia di Bologna e Padova,
sconfinò ai margini della lotta armata. A Milano non accadde.
E come avvenuto in Francia, anni dopo, a parentesi chiusa e
verità storico giudiziarie perse per strada, i leader del Movimento diventarono classe dirigente. Come a Parigi. E anche
questo ci impone di Mario Capanna che ha fondato ed è stato
leader di Democrazia proletaria. Uscì dal movimento extraparlamentare per proseguire in quello che aveva creduto dentro al parlamento. Su questo Sofri fallì.
Quella del 1981. Il giorno dei funerali di Michael Doerthy,
morto dopo 66 giorni di digiuno in carcere. Chiedevano, lui e
gli altri, di non indossare le divise della prigione, di poter
ricevere posta, chiedevano – e lui che era stato eletto al parlamento lo fece con una credibilità che diventò internazionale
– di non vivere in carcere nelle condizioni disumane alle quali
erano obbligati. Il giorno del funerale c'erano cattolici, componenti dell'Ira (Irish Republican Army, ndr) col passamontagna. Una scena tragicamente plastica. I combattenti dell'Ira
spararono dei colpi in aria in segno di saluto. Poi fecero sparire le armi e si tolsero i passamontagna, la polizia rimase
inerme. Fu un momento di pace. Il più alto livello che la democrazia può raggiungere, la dimostrazione che non si combatte e non si vince a far la conta dei cadaveri.
P
E l'estate della sua vita, quella che non potrà mai dimenticare?
La sensazione è che le guerre fino a qualche anno fa inorridissero il mondo in maniera diversa. Oggi ci sono scenari aperti
ovunque e la sensazione è che tutto sia molto distante. E' cambiato qualcosa?
È stato condannato senza reali fondamenti. Ma non assolvo
Lotta continua.
Sicuramente, e io che nasco nel 1945 dopo Hiroshima e partecipo al Sessantotto perché l'America si era infilata nella palude del Vietnam lo posso dire senza nessuna autoreferenzialità. Quando papa Bergoglio parla di terza guerra mondiale, sia pure per tappe, dice la verità, e contribuisce a scuotere la coscienza globale. Che non si compra con 80 euro.
Sono quisquilie senza importanza.
No, nessuno finì nelle Br o in Prima Linea. È un dato.
L'argomento è complesso, ma uso poche parole che compren-
Capanna, visto che siamo a questo, togliamoci il dente: Sofri è
innocente o colpevole?
Il pericolo del terrorismo nel Movimento l'avete mai vissuto?
Forse anche perché a Pisa la polizia spara da subito. Voi, a Milano, andate il 7 dicembre alla Scala a tirare le uova alle signore in pelliccia e finite a parlare coi poliziotti. A Pisa, il 31 dicembre, parte un colpo di pistola e un ragazzo di 17 anni, Soriano Ceccanti, rimane paralizzato.
E le guerre aperte e quelli che vogliono aprire nuovi fronti?
dono anche i bambini: siamo andati a combattere in Afghanistan una guerra ai talebani che avevamo armato noi occidentali dieci anni prima. Oggi stiamo facendo il medesimo
errore, la storia non insegna niente.
Un giudizio sugli ultimi governi?
Faccio mie le parole di Luciano Gallino: Berlusconi, Monti,
Letta e Renzi sono i governi della catastrofe. Renzi non sarà
Berlusconi, ma è Renzi. Eppure sono fiducioso.
In che senso?
Che usciremo anche da questa spirale di crisi, che finito questo capitalismo finanziario che ha arricchito pochissimi e impoverito la massa, finirà e si apriranno nuovi orizzonti.
Siamo alle ragioni simili che accesero gli anni Sessanta e Settanta. Oggi non c'è rischio che l'impoverimento e le guerre
portino di nuovo a qualcosa che sfugga poi alle leggi?
La storia non si ripete mai. Ma il rischio che focolai si accendano esiste. E che non stiano necessariamente a sinistra.
Anzi, il rischio è l'opposto.
Ma non viviamo una situazione simile a quella che aprì la strada al terrorismo?
No, era diverso. Noi iniziammo a occupare le università dopo
che i ragazzi americani, a Berkeley, trovarono la cartolina che
li spediva in Indocina a combattere una guerra assurda. E' la
nascita di tutti i movimenti. Poi c'è il 1967 a Trento, il maggio
parigino. Ma parlavamo una lingua universale fatta solo di un
vocabolario diverso: avevamo le stesse rimostranze che avevano i ragazzi della nostra età a Buenos Aires e a Pechino.
Ragioni diverse a Praga, ma stessa voglia di migliorare il mondo.
DUOMO
Capanna il
primo
maggio
del 1970
Fotogramma
Alla Scala fu un gesto simbolicamente riuscito su molti fronti.
Non ci fu violenza, ma per la prima volta, è vero, parlammo
coi poliziotti. Avevano 21 anni, avevano la nostra età. Erano lì,
come noi, al freddo. A scortare i signori in smoking per un
pezzo di pane. Vi costringono a sparare sui braccianti. Noi
avevamo già vinto.
Sofri prende la sua idea e la trasferisce alla Bussola.
La prima volta che incontrai Ceccanti ho pianto come un
ragazzino. Lui era in carrozzella, lo abbracciai forte e piansi,
piansi molto. Senza dire una parola. Aveva 17 anni. E mi sentivo responsabile. Non l'ho mai detto a nessuno, ma fu uno
degli incontri più forti della mia vita quello con Soriano. Dopo ha fatto tutto, con la forza di volontà di un leone, ha vinto
molte paraolimpiadi, si è fatto eleggere in consiglio comunale
a Pisa, si è sposato due volte, è andato a fare volontariato in
Africa. E noi a guardarlo, a bocca aperta.
E' l'incontro della sua vita?
“Adriano Sofri è stato
condannato senza
fondamento. Ma non assolvo
Lotta continua”
“Io latitante da Giulia
Crespi? Mai conosciuta.
Quelli di Lc si rifugiavano
da Caracciolo? Non so”
“Faccio mie le parole
di Gallino: Berlusconi,
Monti, Letta e Renzi sono i
governi della catastrofe”
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
9
anche da altre case editrici): Formidabili
quegli anni (1988, Bur 1998), Arafat (1989),
Speranze (1994), Il fiume della prepotenza
(1996, Bur 2000), Lettera a mio figlio sul
Sessantotto (1998), L’Italia viva (2000),
L’uomo è più dei suoi geni (curatore,
2001).
NEL 1972
Uno dei primi
cortei del
movimento
studentesco
insieme
agli operai
in centro
a Milano
Fotogramma
sono anche loro tra le ragioni per le quali ripeto
che furono formidabili quegli anni. Finiamola di
parlare di terrore e pallottole.
Ma se ne sparavano ogni giorno.
Sì, ma nascevano anche cose come la Lega lombarda. E Bossi non c'entra assolutamente niente,
anzi ci dovrebbe i diritti d'autore. Fu il manifesto
delle persone, compresi Dario Fo, Giorgio Gaber, Camilla Cederna e mille altri ancora, che
contribuirono a bloccare le due centrali elettronucleari in Lombardia che anche il Pci voleva.
Lei Capanna è stato arrestato tre volte. Sempre
innocente?
Sì.
Tutti in carcere sono innocenti.
Elenchiamo gli arresti?
Vada.
1969: sequestro di persona. Dicevano che avremmo sequestrato un professore che era rimasto l'unico a segnare il 15 sul
libretto degli esami. Gli altri non lo facevano, avrebbero segnato la nostra vita universitaria. Non ne volle sapere. Ci parlammo.
A modo vostro?
Non ci fu violenza.
Nel 1971 l'accusano di falsa testimonianza.
Il giudice Antonio Marini voleva i nomi del servizio d'ordine
del Movimento. Non lo sapevo.
Difficile crederle.
Sapevo benissimo, ma se li cercasse lui.
Terza volta?
Quando abbracciai
Soriano Ceccanti piansi
come mai mi era successo. Stava
su una carrozzina, a 17 anni.
Anche per colpa mia. Ma
la scena che mi segnò la vita
fu ai funerali di uno dei
leader dell’Ira morto in cella
dopo lo sciopero della fame”
Il luogo comune vuole che abbiate fallito.
Luogo comune, se ci mettiamo a leggere gli anni Settanta e
iniziamo a non ragionare più in maniera affrettata forse si
trova un verso. Gli anni Settanta certo, furono la strategia
della tensione, il terrorismo. Ma fu anche il referendum sul
divorzio e sull'aborto e l'approvazione dello statuto dei diritti
dei lavoratori, gennaio 1970, che non ci sarebbe stato senza i
ragazzi di allora. Cambiano i costumi, viene messa in discussione un'autorità obsoleta.
stione processuale di Adriano, altra è quella di Bompressi e
Pietrostefani.
Chi erano le menti più brillanti della sua generazione?
Marco Revelli, che fu tra i primi a prendere le distanze dalla
violenza. Luigi Bobbio. Alexander Langer, il costruttore di
ponti, quelli che servirebbero oggi verso il Mediterraneo. Ci
E dunque Lotta continua su ordine di Sofri uccide Calabresi per
risposta, tre anni dopo?
Difendo Sofri, non difendo Lotta continua. Una cosa è la que-
E dove si rifugia?
Il segreto morirà con me. Come insegnano i combattenti partigiani bastava cercare molto vicino, mi avrebbero trovato.
Casa di Giulia Crespi, l'editrice che al Corriere chiamavano la
zarina? Dicono che Giulia Crespi si occupasse di dar rifugio ai
latitanti del Movimento, l'altro editore, Carlo Caracciolo, apriva la sua tenuta di Garavicchio ai ragazzi di Lotta continua.
Non siamo ancora riusciti a capire come sia morto Pino Pinelli,
l'anarchico precipitato dalla finestra dell'ufficio del commissario Calabresi.
È stato stabilito che non era nella stanza in quel momento, ma
fu Calabresi a portare Pinelli in questura, a sospettarlo della
strage. Qui mi fermo. Ma questa è la verità.
No, scappo.
Sì.
Lo Stato deviato. Non c'è dubbio. Ormai è la verità storica che
lo racconta, nonostante quella processuale si sia conclusa con
un niente di fatto.
Dunque, secondo lei, Calabresi è in qualche modo responsabile di quella morte?
Quella volta però non si fa beccare Capanna?
In centro a Milano?
L'alba fu piazza Fontana?
Sappiamo molto però. Sappiamo che Pinelli seguì Calabresi
in questura con il suo motorino. Poi accadde qualcosa, ma lì
dentro. Pinelli era un povero ferroviere e non seminava bombe. Entro dalla porta e uscì dalla finestra.
1973, quando viene ucciso dalla polizia lo studente Roberto
Fraceschi alla Bocconi. Volevamo l'aula magna per un'assemblea e ce la negarono. Sequestro di persona.
Il segreto morirà con me. Ma io non ho mai conosciuta la
Crespi.
A quasi settant’anni si fanno i bilanci?
“Il commissario Calabresi non era nella
stanza quando morì Pinelli. Ma fu lui
a portarlo in questura, fu lui a interrogarlo.
E c’è qualcuno che lo buttò dalla finestra”
Sì, e sono un uomo sereno, aiutato dalla salute. Che ha una sua
idea del futuro. Che non fa il quadro appeso alla parete in
ricordo dei tempi andati. Presiedo la fondazione che si occupa
di diritti genetici, porteremo a Expo uno strumento che mappa le produzioni Ogm e quelle naturali, già in uso in 162 Paesi.
Formidabile Capanna.
La metta come vuole. Sono in pace e nella condizione di non
negare niente. Ho pianto per Ceccanti e per l'Ira. Per il resto
eccomi qua. Stessa barba, tosse da fumatore. Resto un uomo
libero.
10
Rai, quando
in televisione
ha vinto il cinico
di Malcom
V
PERLE AL LIDO
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
DAL 1992 AL 1996 dentro a programmi televisivi come
Fuori orario, Avanzi e Blob, (tutti trasmessi da Rai3) sono
apparsi dei personaggi bislacchi, a volte surreali, altre
volte impossibili da credere. Erano i protagonisti di Cinico
tv, la trasmissione ideata, realizzata e girata dal duo Ciprì
e Maresco.
Il programma consisteva in clip che proponevano in-
terviste condotte dai due registi a personaggi alienati,
folli e squallidi sullo sfondo di una Sicilia desolata. Cifra
caratteristica è il particolare bianco e nero delle riprese.
I soggetti erano tutti rigorosamente di sesso maschile:
non vi è posto per la femminilità nello squallore e nella
desolazione assoluti.
Tra i personaggi più importanti ricordiamo il ciclista Fran-
Pagani
oleva fare un film sulle ragioni del consenso
berlusconiano in Sicilia. Si è ritrovato a seguire
il settantenne Ciccio Mira, impresario locale di
cantanti neomelodici a suo agio con omertà,
nostalgia e paradosso. Per scoprire l’alchimia tra la dimensione corale della piazza palermitana, il sentimento
popolare verso Silvio B. e la cultura individualista del ghè
pensi mi, Franco Maresco ha dovuto perdersi e ritrovarsi.
Prima e dopo l’epopea di Cinico Tv, un ribaldo ventennio
fianco a fianco all’ex socio Daniele Ciprì, gli è capitato
spesso. Dopo aver pensato alla rinuncia definitiva, Maresco ha cambiato oggetto d’indagine e prodotto a poco
prezzo e in conclamata solitudine (complici Rean Mazzone con la distribuzione di Parthénos) un sublime trattato di antropologia contemporanea. Belluscone non è
l’ennesimo film su Berlusconi, ma è molto di più. È un
apologo sugli idoli. Sulle speranze liquide. Sulle sconfitte
e sugli orizzonti che comunque non promettono vittorie.
Un viaggio in un Italia senza direzione in cui si rimane
fermi, impantanati ai blocchi di partenza. Un Videocracy
senza traccia di moralismo, più vicino ai banchetti della
Prima comunione che alle terrazze di Lele Mora. Con
umorismo e ironica pietà, bianco e nero e colori, periferie,
sudditi e regnanti messi sotto la lente d’ingrandimento di
una semplice curiosità, Maresco ha restituito il senso di
due universi inconciliabili. Quello della Palermo di ieri,
legata al silenzio di una mentalità “associativa” in cui la
parola Mafia non si pronuncia mai, i carcerati sono “ospiti dello Stato” e a loro non si nega un saluto in diretta tv da
una delle mille antenne private che circondano il Monte
Pellegrino e quella di oggi che è anagraficamente giovane,
della Mafia sa poco o nulla, del 23 Maggio del ’92 e del 19
luglio dello stesso anno non ha memoria e ballando al
suono di canzoni dal titolo profetico: “Vorrei conoscere
Berlusconi” o imitando pubblicamente l’ex Premier come
non accadrebbe mai in Brianza, nell’appendice del sogno
di Arcore vede solo un trampolino per arrivare a cantare
nello studio di Maria De Filippi.
Portato fino a Venezia
Per realizzare Belluscone, iniziato nel 2011 e portato a
Venezia, sezione Orizzonti, tra gli applausi lunghissimi e
convinti di pubblico e selezionatori, a Maresco è servito
coraggio perché, suggerisce lui con disincanto che mai
confina col piagnisteo: “La vita è un disastro”. A Venezia,
in Sala Darsena, mentre centinaia di persone in piedi
urlavano “Franco, Franco” battendo le mani, Maresco
non c’era: “Non ce l’ho fatta a esserci soffro di depressione, una malattia. Parlarne è molto difficile, me la porto
dietro da anni. L’ho prima sottovalutata e poi curata, ma
in questi ultimi due mesi la
situazione si è aggravata.
Ho dovuto, voluto finire
questo film nonostante
non ci credesse nessuno e
ora sono fisicamente e
mentalmente provato”. Il
sospetto è che il periplo
sulla Palermo di oggi, la fotografia feroce che Maresco gli dedica, l’occhio da
Ionesco fuori latitudine sui
vizi di una landa marginale
in cui lo Stato ha da tempo
abdicato alle proprie funzioni, non farà sorridere
proprio tutti: “Casini, con
questo film ne avrò sicuramente. Io a Palermo vivo
e con Palermo devo fare i
conti”. Se Ciccio Mira, il
suo David Zard di provincia con il gessato d’ordinanza, si
è prestato a un racconto non sempre apologetico accettandone lo spirito di fondo: “Lo adoro, in fondo Belluscone è un film su di lui. L’ho seguito per due anni e
mezzo innamorandomi dei suoi racconti in bilico tra
mitomania e naturalezza, lui si è rivisto ed è stato fiero di
partecipare”, altri lamenteranno attenzioni eccessive e
conseguentemente, non c’è dubbio, si lamenteranno. Intanto c’è un ritorno, quello di un talento e di un’intelligenza che sembravano smarriti. Franco Maresco, 56
anni, la bestia rara che nell’Italia che pur lo ripugnava,
Carmelo Bene avrebbe salvato volentieri trovandogli un
posto sull’Arca: “Me lo ricordo ed è una delle pochissime
cose di cui vada veramente fiero, però le dico la verità.
Sono un pessimista e in fondo, mi atterrisce anche la
reazione positiva del pubblico. Ho uno spiccato senso per
l'inutilità delle cose, per le esagerazioni, per il microcosmo effimero che tutto trasforma, innalza e brucia in
un istante”. Il dubbio di Maresco è “che non rimanga
nulla” e che anche l’attesa dell’evento: “sia un giochino
mediatico che interessa ai giornali, ma non mi appartiene”.
Chi è
IN COPPIA CON CIPRÌ
Franco Maresco è nato a Palermo nel 1958 ed è
un regista, sceneggiatore e direttore della fotografia, noto in particolare per il lavoro registico
svolto in coppia con Daniele Ciprì, nel duo Ciprì e
Maresco, nella serie di sketch di “Cinico TV” e in
vari film. Insieme hanno diretto: “Lo Zio di Brooklyn” (1995); “Il manocchio” (1996); “A memoria” (1996); “Totò che visse due volte” (1998);
“Noi e il Duca-quando Duke Ellington suonò a
Palermo” (1999); “Enzo, domani a Palermo!”
(1999); “Arruso” (2000); “Il ritorno di Cagliostro” (2003); “Come inguaiammo il cinema italiano-La vera storia di Franco e Ciccio” (2004).
Da solo, senza Xiprì: “Io sono Tony Scott, ovvero
come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista
del jazz” (2010).
In un’epoca lontana: “Quando ero giovane e meno sfasciato di adesso, viaggiavo di più e ci credevo di più avrei
sorriso. Oggi quella smania non esiste più e sono evaporati anche entusiasmi e speranze”. Ed è strano ascoltarlo, il lucido, ma cupo argomentare di Maresco, se si
pensa a Belluscone, un’ora e mezza in cui si riflette non
meno di quanto non capiti di ridere. Non gli interessava,
dice il regista: “Distinguere bene e male i cui confini,
come mi aveva già spiegato Gay Talese, sono labilissimi”
ma raccontare la distanza tra giovani e vecchi. Tra un
universo che comunica attraverso Facebook, ma per farlo
ha ancora bisogno di chi della tecnologia, degli smartphone “e della loro violenta, sbranante intrusione nel
quotidiano alla quale non mi rassegno e che fatico a
tollerare” sa il minimo indispensabile. Quelli come Ciccio
Mira. Gente che un proprio profilo Facebook, per ragioni
di mera imprenditorialità territoriale lo possiede, ma ancora fida nelle mani strette vigorosamente alle vecchie del
quartiere. Maresco sta con loro. E quando il patto salta, ci
rimane male. Con Ciprì: “Con cui avevo in comune
l’ascendenza familiare piccolo borghese, quando non adirittura proletaria”, l’antica amicizia sbiadisce nel ricordo:
“Non ci parliamo da anni, dal 2007. Totò che visse due
volte, con le sue faticose storie di censura frammiste ai
casini privati dell’esistenza, fu il film che determinò una
prima battuta d'arresto tra noi. Di crisi della coppia. In
seguito, proprio a Venezia, qualcuno parlò di rinascita
comune, ma forse eravamo forse troppo stanchi per ritrovarci davvero. Si era interrotto qualcosa e non trovammo il filo giusto per riannodare l’affetto. Daniele voleva fare altro. Lui si diverte fisicamente a lavorare intensamente e se gli togli il set, praticamente, gli spari.
Daniele ama la tecnica e detesta l’inazione e lo stare soli
con se stessi, mentre io non posso rinunciare alla solitudine e con il cinema ho sempre avuto un rapporto più
sofferto e complicato. É chiaro che lui ha avuto, meritandola, molta più fortuna di me. È un direttore della
fotografia straordinario, ha un’innata predisposizione per
l’immagine ed è una macchina iperproduttiva che a volta
DELL’UTRI
Al centro uno dei
momenti clou
del film, con l’ex
senatore, Marcello
Dell’Utri “interrogato” dallo stesso
regista
su Berlusconi
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
LE STAR
Al centro alcuni
dei protagonisti
della trasmissione Cinico tv,
andata in onda
su Rai3
cesco Tirone (deceduto nel 2001 a seguito di complicanze dopo un ictus che lo aveva colpito tre mesi
prima), il pasciuto Giuseppe Paviglianiti, affetto da
meteorismo, deceduto nel 2000, le “schifezze umane” Carlo e Pietro Giordano, il “terribile” Rocco Cane,
i ridicoli fratelli Franco e Rosolino Abbate, il triste e
afono Marcello Miranda, lo sconclusionato Giusep-
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
11
pe Filangeri, l'incomprensibile semi-afasico Fortunato Cirrincione (deceduto il 7 febbraio 2008 dopo
una lunga malattia) e l'esagitato Natale Lauria (deceduto anch'egli).
Molti dei personaggi di Cinico tv sono anche i protagonisti del programma di La7, I migliori nani della
nostra vita (2006).
Al Festival l’ultimo film
di Franco Maresco , doveva
realizzare una pellicola
sul Caimano, si è ritrovato
a seguire il settantenne
Ciccio Mira, impresario
di cantanti neomelodici
a suo agio con omertà,
nostalgia e paradosso.
In centinaia hanno
applaudito la proiezione,
ma lui ha disertato: “Non
posso, sono depresso”
IN SALA
Tre momenti
del film girato
da Maresco,
“Belluscone”.
Al centro è
possibile
riconoscere
il critico cinematografico,
Tatti
Sanguineti
ti fa chiedere ‘ma da dove cazzo prende tutta questa energia?’. Non nego che in un primo momento ho covato nei
suoi confronti molta rabbia e molto risentimento. E indietro, quando provi sentimenti simili, nei rapporti umani non si torna”. Pausa: “Lui è ormai considerato malleabile, spendibile. A me invece è rimasta la patina di chi
fa delle cose interessanti, ma in fondo resta inaffidabile.
Forse nel dirlo mi faccio un danno da solo, ma posso
assicurare che la mia aura maledetta è leggenda. La verità
è che quando arrivo io, non so com’è, il budget è sempre
esaurito”. Se l’alterco con Ciprì non è più reversibile: “Lui
sa perché abbiamo litigato, ma io la ragione non la svelerò
mai. Spero per lui che le scelte che ha fatto lo facciano
stare bene. E chissà che poi non avesse ragione lui” rimangono intatte le ragioni, “la rabbia” che, giura Maresco, fu la scintilla iniziale del navigare comune. “Da
ragazzino ero pazzo del cinema americano classico, quello dei perdenti, del destino che alla fine non lo fotti mai ed
è sempre lui a fottere te. Sono passati i decenni, ma continuano a piacermi le storie degli sconfitti, degli illusi che
si perdono per vanità e ambizione”. Nell’immaginare Belluscone, Maresco è stato così umile da cancellare il progetto iniziale: “Un’inchiesta su Berlusconi” per divagare
altrove: “Volevo fare una cosa alla Santoro, ma a un certo
punto, dopo aver intervistato decine di giornalisti, mi
sono accorto che non sarei stato in grado di trovare la
chiave giusta”. Così Maresco ha cambiato radicalmente
prospettiva, lasciando in Belluscone alcune perle dello
slancio originario. In Belluscone, su un trono in lontananza, si vede anche un inedito, rilassatissimo Marcello
Dell’Utri, parlare liberamente delle fortune del vecchio
amico lombardo sull’isola natìa. “Lo chiamai: ‘Sono Maresco, forse lei si ricorderà di Cinico tv e magari
quell’esperimento le faceva anche schifo”. Lui fu gentile:
“Lo trovavo un po’ greve, ma mi piaceva. Vediamoci”. Si
videro. A metà incontro, quando Dell’Utri dice che se
Berlusconi raccontasse la sua vera storia uscirebbero “verità tremende”, l’audio si interrompe, si imbizzarrisce,
diventa incomprensibile: “La storia dell'audio interrotto è
vera, avrei voluto uccidere il fonico. So che sembra assurdo, ma tutte le cose più apparentemente assurde che si
vedono nel film sono vere. Io sono superstizioso e come
saprà, più si è superstiziosi e più si attirano gli eventi
negativi. In quel caso specifico, una spiegazione razionale
non c’era. Il fonico, un amico, era ed è un professionista
fidatissimo, ma nonostante un estremo tentativo di recupero, non ci fu niente da fare”. L’intervista con
Dell’Utri, dice Maresco, gli ha insegnato tante cose: “La
prima è sui rapporti ancestrali che legano le anime della
mia città. Non avevamo un soldo e volevamo girare in
teatro. Dopo aver girato per le famose sette chiese, chiediamo aiuto proprio ai salesiani. Fanno un prezzo, poi
vengono a sapere della presenza di Dell’Utri e come per
magia il prezzo cambia e diventa quasi inesistente”.
L’intervista interrotta
Sorride finalmente Maresco, sorride a questo piccolo
grande film: “che consideravo perso e che grazie all’aiuto
di fratelli come Pietro Marcello e Tatti Sanguineti invece
è sopravvissuto come una creatura di Frankenstein agli
scherzi del destino”. Sorride anche a se stesso. Al suo
domani. Alla sincerità. A un nuovo via che in qualche
modo prenderà il largo: “Lo spero e ci credo perché vivo
di questo. Alla mia età è difficile ricominciare facendo
altro. Quando uno ha costellato la propria esistenza di
errori e io sono una di quelle persone che non ha costruito
un futuro per sé e ha sperperato le grandi occasioni che la
vita mi ha messo sotto il naso, a lavorare sei costretto .
Però quando una cosa la voglio fare veramente, la faccio.
È vero, ho le mie asperità caratteriali e vivo a Palermo che
è ancora un luogo periferico. Servono carattere e forza,
energia e pelo sullo stomaco per uscirne”. Maresco non
dice dove li troverà, ma Belluscone è un indizio di non
poco conto.
12
LEZIONI DI SPORT
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
13 • VELA
L’atleta w Deve essere logico, pratico. La coordinazione
passa dalla logica. Mentre con i bambini bisogna guardare
all’istinto. Nella regata entrano in gioco l’interpretazione,
insieme a fantasia ed estro. Perché in gara non esiste quasi
mai una strada sola, devi trovare la tua. In acqua è bene
mantenere un po’ di timore e rispetto, esattamente come
per la montagna, è una questione di vita, la troppa
sicurezza può far sottovalutare dei pericoli reali. È vero,
non è uno sport a buon mercato: oltre ai materiali
da acquistare, bisogna anche viaggiare molto e lontano
ALESSANDRA SENSINI
“Si vince con esperienza
e tanta crema solare”
Chi è
LA REGINA DELLA VELA
Nata a Grosseto nel 1970, ha
partecipato a cinque olimpiadi.
La prima nel 1992 a Barcellona
(settima); ad Atlanta 1996 è
bronzo; a Sydney 2000 finalmente l’oro; 2004 ad Atene è
bronzo, Pechino 2008 argento;
in sette mondiali (da Perth 1997
fino a Kerteminde 2010) ha conuistato tre medaglie d’argento
e quattro ori.
IN GARA
di Alessandro
Ferrucci
A
lla fine della chiacchierata,
proprio alla fine, dopo
aver parlato di correnti,
venti, materiali, imprese,
carattere e altro, Alessandra Sensini, la velista più
titolata e vincente di tutti i tempi, si raccomanda: “Oh, prima di andare per mare, è
fondamentale proteggersi con la crema solare, abbondante”. Non lo dice con il tono
della mamma, della zia o del medico, ma
quello pacato di chi ha esperienza, di chi vive
da decenni l’acqua salata e con ogni temperatura; il tono di chi ha affrontato tutti gli
oceani con una tavola e una vela; tutti i mari
e i laghi sempre con una tavola e una vela. E
quindi sa quanto contano gli aspetti pratici
nella vita.
A febbraio è stata nominata Direttore Tecnico
della Squadra Nazionale Giovanile di vela e
responsabile di tutta l’attività Under 16 e Under 19 della Federazione Italiana Vela. Secondo lei, a che età è giusto iniziare?
Tra i sei e gli otto anni, dipende dalla maturità del bambino, magari con un optimist, o
un windsurf con tele e tavola proporzionati al
piccolo.
Una vecchia regola sentenzia: mai dare per
scontato il mare.
Mai! Mai sottovalutarlo, bene mantenere un
po’ di timore e rispetto, esattamente come
per la montagna, è una questione di vita, la
troppa sicurezza può far sottovalutare dei pericoli reali.
Ci vuole testa.
Tanta, tantissima. Le racconto un episodio
recente: ad agosto ho accompagnato i ragazzi
alle Olimpiadi giovanili di Nanjing in Cina,
con gare dal 18 al 23 e con 21 segnato come
giorno di riposo.
Programma serrato.
Coma accade in queste occasioni, ma il “però” è un altro: ci alzavamo alle sei del mattino
per poi affrontare un’ora e mezzo di autobus,
in modo da raggiungere il campo da regata
entro le otto. Lì gli atleti dovevano aspettare
anche fino alle 17 prima di scendere in acqua
e a volte c’era così poco vento (solo 3 nodi) da
obbligare gli organizzatori ad aggiornare o
annullare il programma. Sa cosa vuol dire?
Vince chi resta tranquillo e concentrato.
Esatto. Ma l’attesa fa parte del gioco, devi
imparare a gestire, a capire qual è il momento
Ci vuole esperienza.
Molta. Non a caso l’età media in questo sport
è di 28 anni, la più alta tra le discipline; devi
conoscere ogni campo di regata, ogni sua
sfumatura può diventare decisiva per il risultato finale.
CREMA PROTETTIVA Non è secondaria,
anzi. Se poi si sta male, si rende poco
CREMA IDRATANTE Stessa storia di
quella “protettiva”, bisogna salvare la
“macchina” umana
CONTROLLARE I MATERIALI Ci vuole
tempo e pazienza, ma si evitano imprevisti
Oltre l’esperienza, l’intuito.
E qui esce il bello, entrano in gioco l’interpretazione, insieme a fantasia ed estro. Perché vede, in gara non esiste quasi mai una
strada sola, devi trovare la tua.
Sembra la metafora della vita.
In qualche modo lo è, ci sono dei campi di
regata nei quali la scelta è quasi obbligata, è
disegnata, quindi devi solo seguire; altri in
cui esce maggiormente il tuo valore aggiunto.
I ragazzi come hanno reagito?
Alcuni li vedevi sotto pressione, bastava
guardarli negli occhi. Mica sei in palestra,
dove tutto è sotto controllo, hai le comodità,
il riscaldamento, la doccia. Noi eravamo sotto dei tendoni, un caldo mortale e buttati a
terra.
Lei, da agonista, come combatte o combatteva questi momenti di stallo?
Ne ho passate tante e piano piano ho trovato
la mia “cifra”; ho capito quale era il momento
per caricarmi con la musica; quello di rilassarmi con un libro; o come, cosa e quando
mangiare.
È uno sport per chi se lo può permettere.
In parte è vero, non è proprio a buon mercato, anche perché c’è un dato logistico importante: devi muoverti, devi viaggiare per
seguire le varie competizioni.
Oltre all’acquisto dell’attrezzatura.
Il momento critico è il passaggio dalla classi
giovanili a quelle olimpiche, lì i costi si moltiplicano.
LA FEDERAZIONE
Quindi si comincia dopo, rispetto ad altre discipline sportive.
Qui non è il tennis, qui non ci confrontiamo
con palline e racchetta; chi sale in barca deve
affrontare due elementi come mare e vento,
sempre variabili e di difficile lettura.
giusto per rilassarti e quello per riscaldarti.
Devi capire quando è opportuno mangiare e
quando è meglio restare leggeri.
TROPPO SOLITARI Mai andare per mare
senza avvertire qualcuno di dove siamo
IGNORARE IL TEMPO La temperatura a
riva non corrisponde a quella in mare. È
necessario coprirsi in maniera adeguata
ALIMENTAZIONE Bisogna stare molto attenti, evitare inutili abbuffate
L’Italia vanta quasi
113mila tesserati
e 735 società veliche
IN ITALIA i tesserati sono 112.706 con
735 società veliche affiliate. Il Lazio è
la regione dello Stivale ad offrire il
maggior numero di atleti: 14.058; poi
la Liguria (13.692), a seguire la zona
che comprende Toscana e Umbria (oltre i 9.000). Sempre il Lazio ha a disposizione il maggior numero di circoli
velici affiliati: 92, seguono la Liguria
(76) e sempre la Toscana-Umbria
(73). Nle 2013, in Italia, sono state organizzate oltre 400 manifestazioni veliche e su tutto lo Stivale esistono
oltre 500 scuole di vela (65 nel Lazio;
59 in Toscana-Umbria e 53 nella sola
Liguria).
Qualche esempio?
Per un windsurf circa diecimila euro, ma saliamo, e di
molto, con una barca a vela
da quattro metri e settanta.
Eppoi spesso va aggiornata
l’attrezzatura.
Alessandra
Sensini
durante una
delle sue
numerose
regate Ansa
Grazie ai suoi successi il movimento ha beneficiato di tanti piccoli “Sensini”.
Io sono di Grosseto e i primi tempi mi ha
seguito un gruppo di ragazzi di dieci, dodici
anni. È stato bello.
È più difficile imparare a leggere il vento o le
correnti?
Sono tutti e due elementi complessi, e come
dicevo prima ci vuole tempo e pazienza per
capirli, ma credo sia più complicato imparare
a
interpretare
il
vento.
Cosa, in particolare?
È sempre diverso e in un attimo può cambiare di consistenza, quindi muta anche la
pressione sulla vela. Il mare lo senti e lo vedi
di più, a partire da come increspa l’acqua.
Sono importantissimi anche i materiali.
Negli ultimi anni hanno avuto una evoluzione incredibile.
La Coppa America è più estrema della Formula1.
Quello è un altro livello, lì siamo al top, lì la
tecnologia è fondamentale.
Mentre nelle classi Olimpiche...
Sono dei monotipo, con regole precise e restrittive, devono emergere le capacità
dell’atleta e non del mezzo.
L’ultima moda nel mondo della vela è il kitesurf (una tavola con una vela a forma di
“aquilone”). Lei lo pratica?
Certo! Ma guardi, io non sono attendibile, a
me basta stare in mare conta solo questo.
Comunque lo utilizzo e mi piace ed è anche
un po’ più semplice del windsurf. Inoltre occupa meno spazio in automobile.
Qualità fondamentale per un velista?
(Silenzio prolungato) La logica.
Come, scusi?
Un atleta deve essere logico, pratico. La coordinazione passa dalla logica.
Difficile puntare sulla logica anche con i bambini...
In questo caso un istruttore deve guardare
all’istinto.
Twitter: @A_Ferrucci
UNA GIORNATA PARTICOLARE
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
13
Chi è
L’incontro w Milanese di origine e romano di adozione,
la sua fotografia è nella collezione permanente
del Moma di New York. L’amicizia con il regista risale
all’estate del 1976, quando si conobbero casualmente
in Sardegna “persi tra le strade sterrate e polverose”
Insiemeperanni w “Fu la prima di numerose e belle
estati. La qualità più travolgente di Michelangelo era
il suo grande stile. La ricerca della qualità in tutte le cose.
Oggi questa forma di attenzione, di sensibilità
assoluta per i dettagli purtroppo non esistono più”
FOTOGRAFO E PRODUTTORE
Gianni Massironi è un fotografo,
autore, produttore e regista. Ha
incontrato Antonioni negli anni
Settanta e da lì è iniziata una lunga amicizia e collaborazione.
Gianni Massironi
“Io e Antonioni:
trent’anni amici,
fino alla fine”
di Cristiana Panebianco
D
alla stazione ferroviaria di Attigliano arriviamo a Bomarzo, l’antica Policastrum in piena Tuscia
viterbese a un soffio dai confini
umbri tra un bosco millenario impenetrabile e
il parco dei mostri voluto dal principe Pier
Francesco Orsini detto Vicino “sol per sfogare
il core”. È qui che inizia la nostra giornata particolare attraversando una strada impervia che
all’improvviso regala una panorama struggente. Lo ammiriamo dalla casa di Gianni Massironi, milanese di origine e romano di adozione, la cui fotografia è nella collezione permanente del Moma di New York.
“TUTTO QUI È RIMASTO immobile come mil-
lecinquecento anni fa. Quando ci portai Michelangelo Antonioni a vederla mi guardò perplesso: perchè Bomarzo? Non capivo la domanda e solo dopo mi spiegò che il suo terzo
documentario l’aveva girato proprio lì, documentario che poi è andato perduto e solo pochi
anni fa è stato ritrovato, per caso, in una cineteca del Friuli.” Profezia di un’amicizia che è
durata ben trentuno anni quella tra Massironi,
poco più che ventenne e Antonioni.
Ma come si fa a incontrare Antonioni per un
giovanissimo e promettente sociologo impegnato – dopo i moti del ’68 – nel sogno di
riformare l’università italiana prendendo a
modello quella “critica” di Francoforte? È necessario un passo indietro.
“Facevo parte di una Commissione sperimentale insieme a Mauro Rostagno, Marco Boato e
Corrado Brigo – racconta Massironi – con i
professori Andreatta, Alberoni e Bobbio. In
FONDATA SUL LAVORO
di Giulia
Zaccariello
quegli anni situo la mia vera nascita, quella in
cui ho sognato la possibilità di realizzare un
progetto di Riforma che mettesse al primo posto l’importanza di una università di massa
scientificamente qualificata. Un sogno infranto dalle stragi di piazza Fontana e da quelle
successive e dalla situazione critica del paese
che ha bloccato ogni tentativo di un serio riformismo che incidesse sulle strutture basilari
italiane in ogni campo”.
Massironi non si arrende però e l’attrazione per
il cinema insieme alla voglia di dare un contributo al cambiamento lo porta a Parigi, nella
casa in cui Lenin ha vissuto prima della Rivoluzione d’ottobre. Lì realizza un corto che
rappresenta il primo successo della sua vita intitolato The lack: l’assenza della rivoluzione, appunto, che apprezzato da Rossellini lo porterà
al Centro Sperimentale di Cinematografia di
Roma.
Ma torniamo al Maestro. Il primo incontro con
Massironi avviene nell’estate del ’76 in un tratto della costa nord della Sardegna: “Quel pomeriggio ci eravamo persi tra le strade sterrate
e polverose, non riuscivamo a trovare la strada
di casa. All’improvviso e a gran velocità sentiamo arrivare una macchina, mi sono affrettato a bloccarla e, in una nuvola di polvere, si è
materializzato proprio lui, Michelangelo Antonioni. Gelidamente ci ha fornito tutte le informazioni per ritrovare il percorso ed è ripartito subito con un balzo, di corsa. Qualche
ora più tardi verrà a farci visita la sua assistente
per portarci l’invito a cena del Maestro. Quella
fu la prima di una serie di numerose e bellissime estati insieme. La qualità più macroscopicamente travolgente di Michelangelo era
il suo grande stile. Si dice che lo stile è l’uomo
fiuti gli procurarono
molta tristezza ma mai
scoraggiamento”.
Aveva quasi novantacinque anni quando è morto. Era il 30 luglio del
2007. “Eravamo appena
rientrati dalla sua casa di
campagna insieme a Stella, la sua fedelissima assistente. Ricordo che si
fermò sulla porta e guardandomi disse: basta. La
sua vista si era ridotta per
una patologia progressiva che pian piano gli aveva tolto ciò che per lui era
la cosa più importante: lo
sguardo. La capacità di
filtrare il mondo e di caAl centro Michelangelo Antonioni; a destra Gianni Massironi Ansa pirlo prima degli altri, per
poterlo raccontare. Smise
di mangiare. Beveva solo
ma Lacan precisa lo stile è l’uomo a cui ci si del tè e ascoltava musica. Ha vissuto così gli
rivolge. Nulla è più vero nel caso di Antonioni. ultimi giorni della sua vita scegliendo di morire
La ricerca della qualità in tutte le cose. Oggi come desiderava: con stile, a suo modo. Non
questa forma di attenzione, di sensibilità e di era un credente, aveva una visione della vita
cura estrema per i particolari non esistono più. cosmica, non temeva la morte perchè la conOggi, nella maggior parte dei casi, ci sono dei siderava un fatto naturale, semplice. Diceva
nani e il confronto è impossibile”.
sempre: ‘proprio perchè c’è la morte dobbiamo
“Sembrava freddo, era la sua corazza, forse ci vivere fino all’ultimo minuto’. Per chi fai i film
giocava un po’ per poi sorprenderti con geniali gli chiedevo? Faccio i film per uno spettatore
illuminazioni: ammiravo la sua vitalità, era un ideale che è me stesso quando sono al massimo:
perfetto trentenne di settant’anni. Dormiva così diceva. Oggi non esiste più questo rigore
sempre e solo tre ore per notte. Alle cinque del ma soltanto una rincorsa al peggio eppure c’è
mattino era già tra i suoi fiori, per innaffiarli.” un pubblico che vorrebbe e che meriterebbe
quel massimo. Una nazione che dimentica e
DIFETTI? “L’impazienza, sì. Era un uomo che rimuove i suoi uomini migliori non ha futuro.”
‘faceva’ e fu anche ferito da un ‘sistema’ che non Il museo Antonioni a Ferrara attende di essere
voleva capire. Alcuni suoi film furono bloccati aperto da circa venti anni. Forse è arrivato il
anche dopo settimane di lavorazione. Quei ri- momento di dire un altro “basta.”
IL PIADINARO
LA STORIA
“La piadina perfetta? Nasce
dalle condizioni meteorologiche”
vere la ricetta migliore non basta. E nemmeno ingredienti eccellenti e ripieni di stagione. Niente da fare,
A
tutto questo non è sufficiente. Per la piadina perfetta, tonda e
sottile, capolavoro di profumi e gusti antichi, bisogna essere
capaci di annusare l'aria. Come fanno i pescatori. Sì, perché la
prima regola per qualsiasi piadinaro è quella di andare sull'uscio della porta, prima ancora che in cucina. E da lì studiare
la temperatura, capire l'umidità e sentire la direzione del
vento. “È il passaggio principale, quello più delicato”.
Solo dopo essersi improvvisati meteorologi si potrà andare in
laboratorio. E in quello della signora Lella, all'anagrafe Gabriella Magnani, nessuno ha mai visto un conservante, un
colorante e nemmeno un freezer. È anche per questo che, in
quasi 30 anni, da piccola bottega il suo negozio è diventato
un'istituzione tra le vie di Rimini. Di qui è passato anche lo
chef pluristellato Massimo Bottura, che alla piada della Lella
ha dedicato una ricetta a base di pesto modenese. Un tempio
della cucina povera il suo, dove ogni giorno s'impastano
centinaia di piadine e cassoni. Piatti nati nelle case spoglie dei
contadini, preparati più per sfamare che per saziare, la cui
ricetta affonda le radici in terra di Romagna, là dove le colline
si tuffano nel mare.
“Quando ero bambina, la piadina era il pane della miseria. La
donna impastava e stendeva. Il marito, dopo, cuoceva. Poi si
riempiva di tutto quello che si aveva in casa”. Sessantaquattro
anni, ne ha passati cinquanta al calore dei fornelli. Inizia nei
ristoranti sul mare, ma lo stipendio non le basta. Così prende
LA PRIMA RICETTA NEL 1371
Fin dagli antichi Romani ci sono tracce di
questa forma di "pane". La prima testimonianza scritta della piadina risale all'anno
1371. Nella Descriptio Romandiolae, il cardinal Legato Anglico de Grimoard, ne fissa la
ricetta.
per mano sua figlia Marina e comincia a
girare la città, in cerca di un locale dove
MARCHIO IN TRENTA PAESI
aprire una piadineria. Lei, figlia di un imAll'estero, il marchio Piadina è registrato in
prenditore e di una contadina, trova il mopiù di 30 Paesi da una ditta svizzera (Renzi
do per unire il fiuto per gli affari alle ricette
AG) alla WIPO e non può essere prodotto o
imparate da sua madre. “Era il 1986. Fadiffuso senza l'autorizzazione.
cevo solo 5 tipi diversi di piadina. La compravano gli anziani, che chiedevano sempre la stessa cosa: piada con squacqueroLA PIADA NELLE POESIE DI PASCOLI
ne”.
fu il poeta Giovanni Pascoli a dare dignità
Poi la crisi cambia il vento e rovescia le
culturale alla piadina raccontandola. In varie
prospettive. Spinge a rivalutare i cibi posue opere Pascoli parla del “pane di Enea”.
veri, a rendere giustizia ai sapori di strada,
“Lella” Magnani, piadinara riminese
forse poco nobili, ma molto graditi al palato e al portafoglio. “All'inizio pensavo di
durare 3 anni al massimo”. E invece non solo i clienti si anche 600 pezzi in una volta sola. Con la pasta poi si fanno
moltiplicano, ma anche i locali, che diventano due a Rimini e delle palline da far riposare in frigo”.
uno a Manhattan, dove suo figlio ha aperto una piadineria. Una volta tirate fuori, si stirano e si lasciano riposare ancora.
“Qui a Rimini è vietato il lievito. Si usa solo farina, acqua, sale “Devi dar loro il tempo di rilassarsi”. I dischi vengono poi
marino e strutto. Quest'ultimo è calato in caldaie aperte, e cotti per qualche minuto su lastre di ferro di 7 millimetri, a
non ha mai più di venti giorni”. Si può scegliere la piadina ai fuoco violento. Il risultato è un disco dorato, sottilissimo, di
cereali, quella al rosmarino o quelle all'olio. Per non parlare 30 centimetri di diametro. Profumato e delizioso. “Il segreto
delle farciture. C'è ogni tipo di ben di dio: salame e pecorino è avere la cura di trattare la pasta come una cosa viva. È questo
di Pienza, rucola e sardoncini, robiola e la coppa. Solo pro- l'insegnamento più importante che mi ha lasciato mia madotti di stagione. “Si comincia a lavorare alle 8, ma solo dopo dre”.
aver valutato la temperatura e il livello di umidità, così da
sapere quanta acqua usare. Se si sbaglia si possono buttare via
14
LA SUA AFRICA
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
“Rispettare
le diverse
religioni”
di Benedetto XVI *
SIGNOR ambasciatore, è per
me un piacere accogliere Sua
Eccellenza in occasione della
presentazione delle lettere
che la accreditano co-
me ambasciatore straordinario
e plenipotenziario del Marocco
presso la Santa Sede...
... Lei ha sottolineato il contributo del suo Paese al consolidarsi del dialogo tra le civiltà, le culture e le religioni. Da
parte sua, nel contesto internazionale che conosciamo attualmente, la Chiesa cattolica resta
convinta che, per favorire la pace e la comprensione tra i popoli
e tra gli uomini, sia necessario e
urgente che le religioni e i loro
simboli siano rispettati, e che i
credenti non siano oggetto di
provocazioni che feriscono la loro condotta e i loro sentimenti
religiosi. Tuttavia l'intolleranza e
la violenza non possono mai giustificarsi come risposte alle of-
CAMBIARE SENZA GUERRA
Marocco, è tutto in mano
a Re Mohammed VI
di Stefano
I
Feltri
Marrakech
l centro di Marrakech, la città più vivace
del Marocco, è caotico. Il traffico sembra
non seguire alcuna regola apparente, tra
asini, auto, carri e biciclette. I marocchini
sul motorino, senza targa, sono tanti. Stranamente quasi tutti hanno il casco. “Merito del
re, un giorno è arrivato qui in città e ha chiesto:
perché qui girano tutti senza casco?”. Dal giorno dopo guai a chi era a capo scoperto. E
perché caffé e ristoranti sono così attenti a non
invadere i marciapiedi? “Un giorno il re si è
lamentato che a Marrakech non si riusciva a
camminare perché i tavolini ingombravano il
passaggio. La mattina dopo c’era una ruspa
pronta a spianare chi non aveva recepito il
messaggio”, ti spiegano. Mohammed VI è un
sovrano misterioso, amato, riservato, con un
presa fortissima sul Paese, ma abile a esercitarla trasmettendo un senso di apertura, di
progresso. In questi giorni si celebrano i 15
anni del suo regno, le rare edicole del Paese col
più alto tasso di analfabetismo del mondo arabo espongono settimanali con copertine identiche: tutte dedicate a lui, Mohammed VI, “dal
sultano al re”, titola il magazine in francese più
diffuso, Tel Quel.
Pil Il keynesiano del Maghreb
A modo suo Mohammed VI, 51 anni, è un
caso mondiale: l’ultimo re a guidare davvero
un grande Paese – 30 milioni di abitanti – e
con un certo successo: il Marocco cresce, Pil
+3,9 per cento nel 2014 (ma la ricchezza annua
prodotta è meno di un decimo di quella
dell’Italia, 104 miliardi di dollari) e disoccupazione al 9,1, è riuscito a evitare le illusioni
delle primavere arabe del 2011 e le successive
tragiche conseguenze grazie all’intuito del sovrano che ha combinato riforme progressiste e
concessioni agli islamisti conservatori. Il suo patrimonio
IL SUSSIDIARIO
personale, calcola Forbes, è di
2,5 miliardi di dollari, perché
non c’è praticamente alcuna
distinzione tra beni dello Stato e beni del sovrano, questo
lo rende più ricco della regina
Elisabetta. Eppure di lui si sa
pochissimo. Dieci anni fa, nel
libro “Marocco, romanzo” (Einaudi), lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun lo definiva “uno degli esseri meno
RE E COSTITUZIONE
intellegibili del Paese”. Una
Il Marocco è una monarchia
volta, a una festa, Alain Delon
costituzionale: l'attuale sogli ha chiesto l’autografo. Il
vrano è Muhammad VI, e il
monarca
era
perplesso
capo del governo è Abdelildall’inversione dei ruoli. Polah Benkirane. Le lingue ufche le informazioni disponificiali del Paese sono l'arabo
bili, tutte incerte: “È un uomo
e la lingua tamazight.
riservato, ossia discreto, così
discreto che detesta la società
ABITANTI TRIPLICATI
dello spettacolo. È un lettore
Nel 1961 il Marocco contava
(si è appassionato alle Benevole di Johnatan Littel), pare
12 milioni di abitanti, menche ami i film indiani popotre attualmente la popolalari, quelli di Bollywood, inolzione arriva a 33 milioni,
tre è un grande intenditore di
quasi triplicata.
pittura, in particolare degli
orientalisti del XIX secolo.
ISLAM E CATTOLICI
Compra anche opere di pitLa maggior parte dei matori marocchini contemporarocchini professa l'Islam.
nei, così ha rilanciato il merOltre ai musulmani in Macato dell’arte in Marocco.
rocco sono presenti circa
Non ama il rumore, il bacca80 000 cattolici, per lo più
no, le cerimonie interminabifrancesi, e 8.000 ebrei.
li, la perdita di tempo e ha
CITTÀ
Alcune
immagini
di Marrakech
e al centro
il sovrano
Mohammed
VI, di cui si
celebrano in
queste settimane i primi
15 anni di regno LaPresse
un’alta nozione del suo ruolo”, scrive Ben Jelloun. Preferisce “parlare con i fatti”, come ripetono all'unisono i
giornali marocchini.
I fatti ci sono, perché Mohammed VI assomiglia alla figura
che tanto piace agli economisti, quella del “dittatore illuminato”, detentore di un potere decisionale assoluto che
agisce non nell'interesse di
qualche gruppo ma della collettività. Il sovrano è riuscito a
dare un po’ di legittimità al
Parlamento e a ridimensionare il Makzhen, cioè la “casta”
di burocrati e funzionari che
avviluppa la corte cercando di
preservare lo status quo.
Mohammed VI è un keyne-
siano, le sue politiche economiche sono tradizionali e funzionano: strade, industria, edilizia, più sostegno assistenziale alle aree che
hanno meno potenzialità di sviluppo. Politiche anche timidamente criticate perché molto
ambiziose. Come la costruzione del grande
polo logistico Tangeri Med o del nuovo scalo
di Safi, parte di un grande piano portuale che
vuole valorizzare la posizione strategica del
Marocco nel mediterraneo, o la rete autostradale (obiettivo: 1800 chilometri entro il 2015,
oggi ci sono già progetti per 1416), tram a
Casablanca che sembrano pensati per Helsinki
o Bruxelles, e soprattutto una costosa rete di
treni ad alta velocità. È il progetto che Mohamed VI segue con più passione: 20 miliardi di
dirham (circa 2 miliardi di euro) per collegare
le grandi città tra loro in meno di due ore,
comprando treni dalla francese Alstom.
Obiettivo: sei milioni di passeggeri all'anno, a
fine 2013 i lavori erano al 60 per cento. Nelle
LE STRADE
DEL NORDAFRICA. IL
MONARCA POSSIEDE UN
PATRIMONIO PIÙ
GRANDE DELLA REGINA
ELISABETTA. NON AMA
APPARIRE, PREFERISCE
SPENDERE PER SPINGERE
L’ECONOMIA,
PER QUESTO È TANTO
POPOLARE
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
fese, poiché esse non sono risposte compatibili con i principi
sacri della religione; per questo
non si può che deplorare le
azioni di quanti approfittano
deliberatamente
dell'offesa
causata ai sentimenti religiosi
per fomentare atti violenti, tanto più che ciò avviene a fini
estranei alla religione. Per i credenti come per tutti gli uomini
di buona volontà, l'unica via che
può condurre alla pace e alla
fratellanza è quella del rispetto
delle altrui convinzioni e pratiche religiose, affinché, in maniera reciproca in tutte le società, sia realmente assicurato a
ciascuno l'esercizio della religione liberamente scelta...
...Abbiano a cuore di vivere con
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
gioia la loro vocazione cristiana,
testimoniando con sempre
maggiore generosità l'amore di
Dio per tutti gli uomini, in una
collaborazione fruttuosa con
tutti. Nel momento in cui Sua
Eccellenza comincia la sua mis-
15
sione presso la Santa Sede, le
porgo i migliori auguri per il nobile compito che l'attende.
*Il discorso di papa Benedetto
XVI al nuovo ambasciatore del
Marocco presso la Santa Sede il
20 febbraio 2006
META DEI TURISTI
Marrakech, la città divisa
tra Medioevo e anni Cinquanta
I tetti di Marrakech: i turisti visitano la città vecchia, quella nuova è per gli affari LaPresse
N
Marrakech
cattonaggio, di riad che ospitano turisti stranieri e di mendicanti che
strappano qualche moneta in cambio
di indicazioni stradali (spesso sbagliate), parcheggi abusivi o souvenir
venduti a prezzi che nessun marocchino pagherebbe mai.
La città attorno alla piazza Jema El
Efna è senza regole, sospesa tra me-
Poste, quella dei locali dove i cocktail
costano l'equivalente di 11 euro (con
elle strade di Marrakech
quella somma chi vive nella città veccircola la leggenda del pechia mangia una settimana) e le case
trolio, ci sarebbe off shore,
hanno prezzi al metro quadro equivalenti a quelli del centro di Roma. E'
lo saprebbero gli arabi arbastata una modifica al piano regorivati dal golfo che affollano le strade
latore per innescare il boom: il limite
della città nuova, nel quartiere di
per le case non è più due piani, ma
Gueliz, con i loro suv Kia, Porsche e
cinque. Abbattute le tradizioBmw. Ci sarebbe, ma il re non
nali abitazioni quadrate rosa a
vuole che il Marocco diventi
tetto piatto, si innalzano conun’economia
petrolifera,
domini molto occidentali che
tanta ricchezza senza sforzo
LA LEGGENDA CIRCOLA LA
hanno resi ricchi i proprietari.
destabilizzerebbe il fragile
Molti marocchini emigrati da
equilibro marocchino. ChisVOCE CHE CI SIA IL PETROLIO anni sono tornati per approsà se è vero. Per il momento,
fittare di una polverosa eredità
spesa pubblica per infrastrutMA CHE DEVE RESTARE
immobiliare diventata all'imture a parte, la corsa del Maprovviso un tesoro. Anche se
rocco si appoggia al turismo e
SEGRETO PER NON
ora si avverte la prima frenata:
all'edilizia. Le città della costa
DESTABILIZZARE IL PAESE
nel primo semestre dell'anno,
atlantica, da Essaouira ad
scrive il settimanale La Vie éco,
Aghadir a El Jadida, sono
sono stati costruiti 100mila alstrutturate – anche nei prezzi
- su misura del turista occidentale, le dioevo e anni Cinquanta, impensa- loggi, il 12 per cento in meno che lo
città imperiali al Nord sono tra le me- bile che si paghino tasse o si ambisca scorso anno, anche se l'edilizia sociale
te consigliate da tutti i tour operator a ricevere servizi. Ma il governo della continua a crescere di oltre il 30 per
città tollera con benevolenza, perché cento. L'ascesa del Marocco, se si fereuropei in primavera o autunno.
E poi il mattone: Marrakech è im- il turismo evita di dover intervenire ma il mattone, potrebbe rivelarsi più
pressionante, divisa in due. C’è la cit- con la spesa pubblica, ma la vera Mar- fragile del previsto.
tà vecchia, che vive di turismo e ac- rakech è quella attorno al Café de la
st. fel.
aree desertiche il re combina piani di assistenza con tentativi di sviluppare le fonti di
energia rinnovabile, soprattutto solare e fotovoltaico, visto che di sole non ne manca.
La primavera non c’è stata
Spingere l’economia non è però sufficiente a
contenere le tensioni che covano nella complessa società marocchina. Nel 1994, nella sua
tesi di dottorato, Mohamed VI si dichiarava
scettico sul coinvolgimento degli islamisti nella dinamica democratica, “anche se la loro legalizzazione potrebbe rendere possibile controllarli e incanalare la loro energia verso l'azione politica legittima”. Ma appena arrivato
al trono ha dovuto confrontarsi con l’ascesa
del PJD, il Partito della giustizia e dello sviluppo, che nel 2011 ha vinto le elezioni ha
espresso il suo leader come premier, Abdeliah
Benkirane. Ma Mohamed VI è stato abile nella
sua strategia di contenimento. All'inizio del
suo regno ha ridato dignità alle elezioni, convinto che è meglio avere partiti decenti che
movimenti incontrollabili: unico leader africano, ha istituito una commissione sugli anni
di piombo del Marocco (1956-1999), quelli del
brutale regime poliziesco di suo padre, Hasan
II. L’Istanza per l’equità e la riconciliazione ha
analizzato 29.000 casi di persone scomparse,
uccise, arbitrariamente imprigionate o comunque colpite dal regime, in molti casi le
vittime sono state risarcite, molti prigionieri
politici rilasciati. Poi il re ha cacciato i ministri
fedeli al padre, ha imposto elezioni regolari, ha
riformato la giustizia militare e nel 2011 –
nello spirito delle primavere arabe - ha lanciato la nuova Costituzione che garantisce più
diritti e ridimensiona il potere assoluto della
monarchia (che non regna più per diritto divino). Nella sua qualità di comandante dei fedeli, Mohamed VI ha reagito all’ascesa degli
islamisti e agli attentati a Casablanca nel 2003
e poi in varie città, cercando di consolidare
l’Islam moderato di rito malikita tipico del
Marocco. Mentre i cittadini manifestavano a
migliaia contro gli jihadisti, “giù le mani dal
mio Paese”, il re avviava un discreto processo
di formazione di imam: arrivano a centinaia a
formarsi nelle moschee e nelle madrasse del
Marocco, dal Mali, dalla Nigeria, perché è meglio prevenire che curare. E, per evitare tentazioni, a fine luglio ha vietato per decreto agli
imam di fare attività politica o sindacale mentre svolgono il loro incarico religioso. Nel 2004
il re è anche riuscito, al secondo tentativo, a far
passare la Moudawana, il nuovo codice del
diritto di famiglia che garantisce uno status
giuridico più forte alla donna. Ma gli attivisti
per i diritti civili denunciano che i giudici possono comunque- in modo arbitrario – autorizzare matrimoni con spose minorenni o la
poligamia. Le quote rosa stanno portando pe-
rò molte donne in Parlamento e nelle rappresentanze locali.
C'è soltanto un campo in cui l'azione del re
non si percepisce: neppure la stampa compiacente riesce ad attribuirgli un effetto taumaturgico sulla corruzione. In Marocco, posizione 91 su 175 della classifica di Transparency
International sulla corruzione percepita, la tangente è pratica consolidata, a tutti i livelli,
esperienza quotidiana: la polizia ferma gli automobilisti, minaccia multe che svaniscono in
cambio di banconote da 100 dirham (10 euro),
una per ogni poliziotto presente sul luogo della
contestazione. Ottenere certificati e permessi
senza lasciare qualcosa al funzionario è praticamente impossibile. Neppure Mohammed
VI riesce, o vuole, scardinare il sistema della
banconota che passa discreta con la stretta di
mano. Eppure lo sviluppo del Marocco dovrà
passare anche alla lotta alla corruzione, non
solo dalle infrastrutture.
16
AGENDO
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
PAESI TUOI
a cura di Silvano Rubino
[email protected]
BANDIERINA/ON AIR
© © ©La nuova stagione televisiva
Da Homeland, fino a Perception e Bones
Torino, Milano e Mantova:
settembre tra musica e letteratura
SETTEMBRE ANDIAMO, è tempo di serie tv.
L’abbiamo detto tante volte, ormai qualcosa di
nuovo e interessante si trova nell’arco di tutto
l’anno, ma settembre resta il mese in cui la maggior parte dei grandi titoli torna con le nuove stagioni, soprattutto nei grandi network tradizionali. In attesa dei nuovi Homeland, Boardwalk Empire, NCIS, Criminal Minds e chi più ne ha più ne
metta, sulla tv italiana ci aspettano le quattro
puntate di Fleming - Essere James Bond, dove si
racconta la vita del creatore di 007 confondendo
allegramente le esistenze dello scrittore e del
suo personaggio (ogni martedì su Sky Atlantic),
ma anche Crisis, proprio da questa sera alle 21.00
su Fox: Gillian Anderson, la mitica Scully di X-Files alle prese con il rapimento dei figli dei potenti
di Washington a cominciare dal presidente. Sappiate fin d’ora che la serie è stata cancellata dopo
una sola stagione. Dal prossimo 9 settembre, alle 21.00, sempre su Fox anche la terza stagione di
Perception, protagonista il dottor Daniel Pierce
(Eric McCormak, ricordate Will e Grace?), neuroscienziato e consulente dell’FBI che soffre di
schizofrenia e paranoia e per questo - come succede solo nei film - aiuta a risolvere i casi più
complicati. In ritardo con l’America (dove è già
andata in onda la nona stagione), Foxlife da domani trasmette l’ottava di Bones, l’antropologa
forense con fidanzato al seguito.
Tanto per riscaldare i motori in attesa dei pesi
massimi in arrivo con l’autunno.
estate sta finendo. Ma non la voglia di cultura. Sull'asse padano
L’
che va da Torino a Mantova, passando per Milano, questo
inizio di settembre è all'insegna dei grandi eventi, tra musica e let-
teratura. 182 concerti a prezzi accessibili tra sinfonica, contemporanea, jazz, pop, rock ed elettronica, in 94 spazi canonici e non – sale
da concerto, chiese, piazze, cortili, musei, palazzi, carceri, stabilimenti industriali – trasformano Milano e Torino in un unicum
culturale, per “MITO-Settembre musica”. Tra i protagonisti di questa edizione Brahms – con le sue quattro sinfonie eseguite da tre
grandi orchestar – e la Grande Guerra – con eventi musicali ma
anche una rassegna cinematografica, curata dal Museo Nazionale
del Cinema, con otto film dedicati. E poi, jazz, elettronica, canzone
d'autore (serata di musica e ricordi di Roberto Vecchioni), laboratori didattici e doppio gran finale: a Torino, con Noa e l'Orchestra
Sinfonica della Rai; e a Milano, con un lunghissimo djset con musica dagli anni ’60 al 2000 (4-21 settembre, www.mitosettembremusica.it). Nei cortili e nelle piazze della splendida Mantova torna il
Festivaletteratura, arrivato al traguardo della diciottesima edizione,
grazie a un'ormai consolidata formula e a un rapporto con una
fedelissima comunità di lettori. Come al solito, ai grandi nomi e ai
talenti emergenti della narrativa italiana e internazionale, si aggiungono alcuni focus tematici: anche Mantova ricorda il centenario
della Grande Guerra, ma offre anche uno sguardo sull'attualità, con
alcuni esponenti della letteratura palestinese e una serie di appuntamenti sulla narrazione civile, con Benedetta Tobagi, Andrea Segre, Giusi Nicolini, Salvatore Lupo, Carlo Lucarelli, Luciano Canfora e Piercamillo Davigo (3-7 settembre, festivaletteratura.it).
© Lunedì 1 settembre
Pino and friends
Verona, Arena, ore 21
www.pinodaniele.com
Molto di più di un concerto,
una festa per uno dei dischi più
importanti della musica italiana, “Nero a metà” di Pino Daniele. Insieme al cantautore napoletano, alla band originale del
1980 e a un'orchestra sinfonica,
saliranno sul palco dell'Arena
una serie di ospiti, tra cui Elisa,
Fiorella Mannoia, Mario Biondi, Emma e Massimo Ranieri
IL TEATRO Marcello di Roma è il
suggestivo scenario di un concerto del pianista Michele Pentrella
nell'ambito del “Festival Musicale
delle Nazioni” (ore 20.30,
www.tempietto.it)
© Martedì 2 settembre
A tutta pizza
Napoli, sino al 7 settembre
www.imaginariafilmfestival.org
Il lungomare di via Caracciolo si
trasforma nella pizzeria all'aperto più grande del mondo, grazie ai
suoi oltre 30mila metri quadrati,
45 forni a legna e 4.400 posti a
sedere. È il “Napoli Pizza Village
2014”, che prevede anche spettacoli, concerti, un villaggio per
bambini, laboratori ludici, workshop e visite al Museo della Pizza. E poi la finale del Campionato
Mondiale del Pizzaiolo.
© Mercoledì 3 settembre
Minturno (Lt), sino al 21 settembre
www.fieradiscauri.it
Piazza dell'ex opificio Sieci sul
lungomare di Scauri, a Minturno,
è il palcoscenico di “Settembre a
Scauri”, una fiera, ma anche una
sagra enogastronomica, eventi di
solidarietà, teatro e cabaret, folklore e artigianato.
IN CILENTO (SA) è già ora di
“Equinozio d'autunno”, rassegna
culturale che unisce musica, arti
visive, cinema. A Bosco, di scena i
Modena City Ramblers e una degustazione di “sapori della memoria” (sino all'8 settembre,
www.pyrosonline.it)
© Giovedì 4 settembre
Arriva la banda
Ruvo di Puglia (Ba), sino al 15 set-
Il meme
© LASCIATA LA SPIAGGIA
SI LEGGE A TEATRO
Dopo aver portato i libri in riva
al mare ora tocca ai festival
Da Torino, a Milano e a Mantova, la
letteratura insieme con la musica
riempiono i teatri. Un successo
imprevisto fino a pochi anni fa.
tembre
www.talosfestival.it
I suoni trascinanti delle bande sono i protagonisti del Talos Festival, che affianca la musica di
piazza più tradizionale, con bande, fanfare, orchestre di fiati, a
grandi nomi, tra cui Gianluigi Trovesi, Tankio Band con Antonello
Salis, Cesare Dell'Anna e il suo
eclettico Girodibanda.
VERCELLI, terra di risaie. E quindi
anche di rane, elemento base della
gastronomia locale. Fritte, ma non
solo, si possono gustare alla “Sa-
gra del Rione Cappuccini” (sino al
7 settembre, carvecappuccini.jimdo.com)
© Venerdì 5 settembre
Sapori sardi
Barbagia (Nu), sino al 14 dicembre
www.cuoredellasardegna.it
Non c'è solo la Sardegna delle
spiagge. C'è quella dell'interno,
che orgogliosamente si mette in
mostra, con i suoi prodotti, il suo
cibo, le sue tradizioni, in “Autunno in Barbagia”, una lunga cavalcata nei borghi e nelle “cortes” , a
cominciare da Sarule, passando
per Bitti, la “capitale” dei tenores,
e molte altre località.
LA PROVINCIA di Parma coinvolta nella XVII edizione del Festival del Prosciutto con gastronomia, cultura e spettacolo. E prosciuttifici aperti (sino al 21 settembre, www.festivaldelprosciuttodiparma.com)
© Sabato 6 settembre
Belle époque
AL CARROPONTE di Sesto San
Giovanni (Mi) fa tappa la tournèe
dei Marta sui Tubi (ore 21.30,
www.carroponte.org)
Fiera sul mare
Luca Raimondo
Fiorella Mannoia
durante
uno dei suo
concerti di questa
stagione LaPresse
Padova, Palazzo Zabarella, sino al
14 dicembre
www.zabarella.it
Dopo De Nittis, Padova omaggia
un altro protagonista della pittura ottocentesca, con la più completa antologica mai dedicata a
Vittorio Corcos, artista livornese,
famoso soprattutto per i suoi ritratti, di cui uno, “Sogni”, è dive-
BANDIERINA/CD
di
Pasquale Rinaldis
© © © La prima antologia sui Genesis
Genesis “R-KIVE” (Universal)
LA NOTIZIA è che una band come i Genesis non si era ancora vista
pubblicare una raccolta antologica. Ma niente paura: in occasione della presentazione di Genesis: Together and Apart – il documentario che
vede la band riunita nell’originale line up degli anni 70 e che verrà trasmesso in Inghilterra dalla Bbc a ottobre – verrà lanciata il 30 settembre R-KIVE, la prima antologia che raccoglie
tutto il meglio della band inglese in un triplo cd per
37 brani. 42 anni di carriera raccolti in ordine cronologico, oltre ai relativi progetti solisti dei singoli
componenti. Fra i grandi successi che R-KIVE conterrà, troviamo anche Biko di Peter Gabriel e In The
Air Tonight di Collins.
nuto quasi un simbolo figurativo
della Belle Époque, sospesa tra
sogni dorati e una sottile inquietudine.
IL RAVENNA Festival organizza
un concerto/trekking nell'appennino tosco- emiliano seguendo le
tracce di Dino Campana, in occasione dei cento anni dei “Canti orfici” (sino al 7 settembre, www.ravennafestival.org)
© Domenica 7 settembre
Vino in grotta
Chiavenna (So)
PUTIN
COME
BURT
Rubrica a cura
di Alberto
Asquini
www.sagradeicrotti.it
Si rinnova la tradizione della Sagra dei Crotti, in cui le naturali cavità nelle rocce della val Chiavenna (da secoli usate per conservare cibi e vino) diventano meta di
buongustai per pasti succulenti e
allegre bevute.
LA VALTIDONE (PC) mette in
mostra i suoi tesori enogastronomici con “Valtidone Wine Festival”, con degustazioni di Ortrugo,
Gutturnio, Malvasia e Passito, ma
anche spettacoli e incontri nei suoi
borghi più belli (sino al 28 settembre, www.valtidonewinefest.it)
IL DENTE DEL GIUDIZIO
Furio
Colombo
di
Il teorema secondo
Carofiglio e Fenoglio
ale la pena di conoscere il maresciallo FeV
noglio (Carabinieri) nato in Piemonte, in
servizio a Bari in un insolito romanzo di Gia-
nrico Carofiglio (Una mutevole verità, Einaudi
Stile Libero ). La trama è un teorema che viene
nitidamente annunciato fin dall'inizio: un'idea
perfetta può essere sbagliata. L'idea perfetta si
presenta subito come l'unica possibile ricostruzione, versione attendibile e dimostrazione implacabile. Lo spunto del narrare è un delitto
semplice, quasi in presa diretta, in cui è nota la
vittima, è noto l'autore del delitto, c'è la testimone chiara, coerente, priva di dubbi, e siamo
quasi alla confessione, mimata per ora da un
silenzio che sa di colpa. A questo punto Carofiglio introduce il fatto nuovo del libro, una
sorta di teoria del complotto a rovescio, nel
senso che sono i fatti, noti e provati, a mentire.
Il maresciallo Fenoglio si insedia nell'attenzione del lettore perchè, in un modo strano e quasi
irritato, non ama avere ragione. Fenoglio è un
giocatore serio e vuole veri avversari. Non li ha
e dunque li cerca, dando luogo a un forma originale di indagine in cui la sfida è scaricare a
una a una le prove inconfutabili che già esistono e cercare da capo la strada. Fenoglio, non
ama le prove provate che gli vengono incontro
come un cibo precotto, perchè è un intellettuale. Questo fatto nuovo e insolito segnerà,
d'ora in poi, la narrazione “giallistica”. Infatti
non si tratta di un uomo astuto e di mestiere che
ci dimostra, come tutti i grandi investigatori,
quanto conti l'esperienza e il fiuto. Fenoglio, di
fronte a un morto e a un colpevole certo, ha
scoperto tutto, ha capito tutto, fin dai primi
minuti. Per questo diffida, e qui, forse c'è anche
un riferimento alla vita politica italiana, fatta di
certezze anticipate dalla visione del leader geniale, con fiero disprezzo della verifica. Per Fenoglio, investigatore intellettuale, scontento e
dubbioso, non si tratta di verifica nel senso di
accertamento. Per questo personaggio la certezza è un segnale di allarme.
Per un racconto del genere ci vuole un personaggio con una vita interiore. Carofiglio lavora sempre con questo tipo di personaggio, al
punto che non sei sicuro se certi romanzi e racconti siano scritti in prima o in terza persona.
Fenoglio ha una vita interiore, ma sobria e trattenuta come la vita esteriore che il bravo maresciallo vive, umana, intelligente ma in gran
parte inespressa. Si potrebbe potrebbe parlare
di minimalismo letterario, dire, sapere e far sapere il necessario, il più possibile per stare con il
personaggio, il meno possibile per evitare la descrizione e il commento. In questa storia rapida
un intero modo di vivere, morale e civile, ti sfiora, agile e persino leggero benchè vi sia un confronto implicito con un mondo cinico e pesante. Il titolo (Una mutevole verità) funziona due
volte: per la storia, dove infatti con poche mosse tutto cambia. E nel rapporto fra il protagonista Fenoglio e la vita italiana con cui si misura. Dunque le dimensioni del libro (115 pagine) sono molto più piccole del libro stesso.
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
PALCOSCENICO
L’ARTE DI COSTRUIRE
Il teatro
povero
è più vivo
che mai
opo quarantotto anni il
D
Teatro Povero di Monticchiello, frazione di Pienza,
patrimonio Unesco, è più vivo
che mai aspettando di festeggiare il mezzo secolo. La vena
amara del regista Andrea Cresti (uomo rinascimentale: pittore, scultore, scrittore) rimane intatta anche se spalmate di
humour leggere, addolciscono
la pillola al cianuro. Il nodo di
Tempi veleniferi, con gli abitanti
del borgo in scena, è l'attrito
tra l'ottimismo che la crisi, valoriale ed economica, sia finalmente alle spalle, e il disfattismo o realismo degli sciacalli
con le maschere da commedia
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
OBITUARY
Le infinite possibilità
creative del disegno
ll’inizio di questa rubrica, si sosteneva che lo strumento di laA
voro fondamentale per un architetto dovrebbe essere il disegno. L’avvento delle tecnologie digitali sembra mettere in crisi que-
semblare-caccia al tesoro delle
citazioni sparse nell'incipit-puzzle. La realtà del paese,
luci fredde quasi in bianco e
nero interpretata in italiano, si
innesca con la commedia, luci
calde in dialetto valdorciano, le
storie degli anziani (il veleno
per topi è il focus su cui gira il
rebus) rimasti a salvaguardia
delle radici del luogo mentre i
giovani, la rinascita, sono pochi e i ruoli dei “giovinetti”
grotteschi sono affidati a ultra
sessantenni (i tempi comici di
Carlino–Andrea Giorgi). Che
la resurrezione non parta proprio da loro?
sto assioma, dato che la dimestichezza con la matita o la penna si fa
sempre più rara (per esempio, nel mondo anglosassone esiste un
dibattito molto acceso sull’utilità di insegnare o meno a scrivere in
corsivo, ovviamente a mano). Come molti però intuiscono, la mano
rimane più veloce di qualsiasi computer. Provoca molta soddisfazione il fatto che MIT Press, la casa editrice dell’università statunitense considerata all’avanguardia dell’innovazione tecnologica
(il Massachussets Institute of Technology, con sede vicino a Boston), abbia tradotto in inglese due conferenze del professore
dell’università di Perugia Paolo Belardi, raccogliendole nel libro
Why Architects Still Draw (perché gli architetti disegnano ancora).
Nel libro sono sviluppati due concetti molto belli: il primo che
all’interno di un disegno anche grezzo sono comunque presenti le
idee alla base del progetto finale. Belardi cita il paradosso della
ghianda e della quercia, dove l’albero si sviluppa dal seme, utilizzando esempi non solo dell’architettura, ma anche della letteratura,
chimica, musica, archeologia e arte. Il secondo è che un disegno dal
vero non si deve limitare a tradurre misure geometriche ma deve
incorporare la dimensione storica e culturale di un luogo o di un
edificio. Il disegno insomma è un attrezzo dalle infinite possibilità
creative, capace di trasmettere moltissime informazioni preziose.
Tommaso Chimenti
Valentina Blum
Uno degli spettacoli del Teatro Povero di Monticchiello
dell'arte con nasi adunchi e
ghigni poco rassicuranti, avvoltoi della finanza creativa
che speculano sulla paura.
SULLA SCENA un cantiere edi-
le con betoniere, impalcature,
calce e carriole. Gancio interessante nel prologo: dietro un
velo trasparente si presentano
tutti i personaggi della farsa
(come sempre su due binari, il
tempo presente con gli attori
che recitano se stessi, e la finzione a inizio '900, lo storico
Arturo Vignai-il padre su tutti)
con le frasi topiche delle scene
di loro competenza.
Così lo svolgimento è un rias-
LIBRI RARI
D. C. (DOPO CHRISTIE)
L’Italia immortalata
in un viaggio dell’84
La Milano anni ‘50
di Mario Arrigoni
el 1984 una mostra di trecento fotografie
N
presso la Pinacoteca Provinciale di Bari viene accompagnata dalla pubblicazione di un libro,
© © ©Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio
Dario Crapanzano, Mondadori, pagg. 178, ¤ 15
Viaggio in Italia, a cura di Luigi Ghirri, Gianni Leone, Enzo Velati, con testi di Arturo Carlo Quintavalle e un diario di viaggio di Gianni Celati
(Alessandria, Il Quadrante). Gli scatti sono di
venti fotografi, tra cui Olivo Barbieri, Gabriele
Basilico, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci,
Guido Guidi, Mimmo Jodice e lo stesso Ghirri. Si
materializzava un Paese profondamente diverso
da quello fino a quel momento rappresentato:
nessuna monumentalità e retoricità, ma strade di
provincia, città deserte, spiagge, villette e giardini
abbandonati, recinzioni di lamiera, luminarie di
paese, casermoni INA, marciapiedi sbrecciati. “Il
libro potrà servire a cominciare storie diverse:
niente più universi dipinti, niente più spazi rap-
presentati senza realtà alle spalle; puntiamo sui
vuoti, sulle assenze, puntiamo sul non-esistente,
in apparenza, delle periferie, puntiamo sul bordo,
sul margine, sul limite che sono le campagne e le
strutture della nostra realtà”. Così scriveva Quintavalle, elogiando il volume come la cosa più innovativa sull'antropologia del paesaggio prodotta
in Italia, e non solo, da molto tempo. Il volume è
ancora considerato una pietra miliare per la fotografia del nostro Paese. Le immagini solo apparentemente semplici, vagamente malinconiche
propongono un nuovo dizionario del paesaggio
italiano grazie a un approccio intellettuale e affettivo insieme, privo di luoghi comuni e gerarchie. La quotidianità carica di poesia del paesaggio che ci circonda diventa assoluta protagonista.
Il volume è ricercatissimo e valutato mille euro.
Adele Marini
LE BUONE PRATICHE
Domenico
Finiguerra
di
17
La dura battaglia
dei salvatori di semi
e chiedete a un cittadino metropolitano
S
quanti ortaggi conosce, vi risponderà
elencandone al massimo una ventina: “pomo-
doro, peperone, zucchina, melanzana, zucca,
carota, patata, insalata, cipolla…”
Pochissime rispetto all’enorme varietà che
pian pianino abbiamo perso. Perso consapevolmente, anzi, appositamente.
Nel 1970 gli esperti della Comunità Europea
valutarono quali sementi inserire e quali
escludere in un burocratico registro. Al termine dei lavori vennero depennate e dichiarate illegali (già, proprio così, illegali!!!) 1500
varietà di ortaggi e frutti. Cancellate dalla lista
delle sementi ammesse alla vendita. Perché?
Semplice, perché essendo prive di proprietario, quelle sementi non avrebbero reso alle
multinazionali dell’agroindustria. Così, un
intero patrimonio della nostra civiltà contadina veniva abbandonato a se stesso e si faceva
un bel favore a chi già allora vedeva lontano.
Le zucchine che troviamo sulle nostre tavole e
che i nostri figli mangiano in mensa sono degli
ibridi e l’agricoltore non può riseminarle. Così ogni anno è costretto a ricomprarne il seme
dalle multinazionali che tutti conosciamo
(Monsanto in testa).
Un danno enorme. Infatti è scientificamente
provato che le varietà antiche hanno più vitamine, proteine, amidi e zuccheri complessi
ed ormoni naturali. Hanno un sapore più ricco e intenso. Insomma sono più buone. Inoltre le piante tradizionali sono più resistenti e
robuste delle altre e quindi non necessitano di
sostanze chimiche per la crescita. Infine, le
varietà vegetali tradizionali sono (erano?) biodiversità: risorse preziose selezionate in millenni di esperienza agricola umana. Sono la
memoria storica e biologica dell’agricoltura.
Appare quindi evidente all’uomo di buon senso che “blindare” e addirittura vietare alcune
semenze è antistorico e illogico. Mentre altrettanto evidente è il fatto che pochi potenti,
i proprietari dei brevetti, tengono sotto controllo e ricatto tutti i contadini.
Per fortuna, però, esistono resistenze diffuse.
Esistono i salvatori di semi, Seed Savers, che
sparsi in tutto il mondo stanno costruendo
banche dei semi, seminando la rivoluzione in
terra. Vandana Shiva è una di loro.
In Italia abbiamo Civiltà Contadina, custodi
diffusi che salvano e condividono i semi delle
varietà di ortaggi, cereali e legumi eredità dell'agricoltura tradizionale italiana. Un lavoro
silenzioso al quale tutti possiamo partecipare
affinché il nostro patrimonio non si estingua e
possa essere trasmesso alle future generazioni.
Sarebbe tra l’altro un compito dello Stato: art.
9 della costituzione, la Repubblica tutela il patrimonio storico della nazione. Possiamo cominciare, anche in questo, caso a farlo noi
cittadini. Diventando custodi di semi. Una
buona pratica di cui i nostri figli ci ringrazieranno.
www.civiltacontadina.it
he bella sorpresa i gialli di Dario CraC
panzano, pubblicitario meneghino in
pensione, che ha esordito nel 2011, a 70 anni
giusti giusti, con la serie del commissario Mario Arrigoni. E con l’ultima avventura di Arrigoni, Crapanzano approda a Mondadori
dopo quattro titoli per Fratelli Frilli Editori. Il
suo poliziotto vive e lavora nella Milano degli
anni cinquanta, quella del dopoguerra. Gli abiti si fanno solo su
misura, per tutte le tasche, e il traffico non è ancora un’emergenza. L’autore tratteggia con un nitore assoluto la vita di allora,
ma a colpire non è solo la dolce descrizione di una nostalgia
soprattutto personale. Le inchieste di Arrigoni lasciano il segno
per lo stile garbato, antico, fuori da questi tempi, volgari e globali
contemporaneamente. Un assaggio: “Il commissario, come la
maggior parte dei concittadini, adorava la sua Milano, tant’è
vero che, nelle conversazioni più private, si lasciava andare ad
appassionate dichiarazioni d’amore: ‘Non abbiamo il mare e
nemmeno un fiume degno di questo nome, ma per me non c’è
città migliore al mondo. E che bel cielo, quando è bello, per dirla
con il Manzoni. E la nebbia? Ti avvolge e ti protegge come una
madre premurosa… basta stare attenti a non perdersi!’”. Stavolta il commissario Arrigoni, con l’aiuto dei giovani “terroni”
Giovine e Di Pasquale, deve trovare chi ha ucciso un attore di
teatro, nonché impresario: il bel Flavio Villareale, rinvenuto
cadavere in mutande e coi segni tipici di chi si fa legare mentre
fa sesso. A essere sospettate sono avvenenti donne, spesso sue
amanti. Tra interrogatori, quadretti familiari e pause per il pranzo nel segno della tradizione, i poliziotti del commissariato
Porta Venezia mettono insieme, uno dopo l’altro, gli indizi
decisivi per la soluzione. E non è solo una questione di invidie o
gelosie nel mondo del teatro. Fino a dieci prima, Villareale è
stato un convinto fascista, uno spione che denunciava gli ebrei
facoltosi di Milano. Arrigoni, invece, tende a sinistra: “Da buon
socialista, dovendo scegliere con una pistola puntata alla tempia,
dalla torre avrebbe buttato Hitler e non Stalin, ma il suo amore
per la democrazia lo rendeva refrattario a ogni tipo di dittatura”.
Fabrizio d’Esposito
BANDIERINA/ RADIO
di
fr. pa.
© © © Roma Radio
Su 100.7 le nuove frequenze (ufficiali) giallorosse
ROMA, ROMA e ancora Roma. È il nuovo canale interamente dedicato alla squadra giallorossa, e legato alla società
di Pallotta. Il palinsesto prevede programmi live sette giorni
su sette, ascoltabili anche in streaming e tramite la specifica
App, in cui si alternano momenti di puro intrattenimento,
focus riguardanti la prima squadra e tutti i suoi protagonisti,
analisi tecnico-tattiche, interviste e radiocronache. La squadra di Roma Radio è composta da professionisti della comunicazione radiofonica e giornalisti sportivi che si alterneranno nella conduzione di programmi con ospiti non solo
in campo calcistico ma anche istituzionale, culturale e del
mondo dello spettacolo.
Con lei
l’arte
si faceva
respiro
di Giulia Zaccariello
[email protected]
FECE UNA rivoluzione e
non se ne accorse. Tornò
dall'America con un'idea
ambiziosa quanto azzardata: portare l'arte contemporanea a Bari. Erano
gli anni 70, e le gallerie di
emergenti non nascevano più a sud di Roma. Una
follia le dissero allora gli
amici. Lei non diede peso
ai cattivi presagi: “Fu una
scelta naturale: del resto
a me interessava l’idea di
aprire una galleria, non
mi interessava il luogo,
l’avrei fatto ovunque”,
avrebbe raccontato anni
dopo. Fu così che aprì una
breccia, sfidò la diffidenza e spazzò via gli stereotipi. Lei si chiamava Marilena Bonomo. È morta a
86 anni, dopo una carriera lunga oltre mezzo secolo e una vita passata
tra mostre, opere e dipinti. All'arte si avvicina giovanissima, prima della
laurea in filosofia. Si trova
negli Stati Uniti insieme
al marito, medico e collezionista con la passione
per le tele e la scultura, e
lì inizia a collaborare con
il Fine arts museum di
Dallas. Nell'ambiente si
muove bene, ha passione
e talento, conosce gli artisti più brillanti, sperimentali e provocatori.
Così quando nel 1971 vola
in Puglia decide di portare il minimalismo americano in una terra dove
comandano la tradizione,
il già visto e il già sentito.
Dove l'occhio è pigro e
abituato all'arte figurativa. Un salto nel buio, insomma. Una scommessa
su cui nessuno punta un
centesimo. “La gente era
attratta da qualcosa di
diverso, e quando vedevano che una parete era
occupata solo da una linea, o da pochi segni, pochi colori, si domandavano cosa stesse succedendo”. Invece nel giro di
pochi anni il suo spazio
diventa non solo il cuore
pulsante della cultura
contemporanea pugliese, ma il punto d'incontro
di creativi di tutto il mondo, emergenti insieme a
grandi nomi e personalità
affermate. Tra gli altri,
Bonomo porta a Bari Richard Nonas, Sol Lewitt,
Richard Tuttle. Dà loro
spazio in quella che oggi
non è più solo una galleria, ma è una grande finestra sull'arte contemporanea.
18
DALLA PRIMA
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
MA MI FACCIA IL PIACERE
EDITORIALE
di Marco
Oscar e
l’ideologia
“neo
ottimista”
di Ferruccio Sansa
l più rimane da fare, per questo
I
il futuro è meraviglioso”. Indovinate chi è il relatore di questa
conferenza. Ma sì, Oscar Farinetti,
il guru dell’ideologia renziana, il
“neo-ottimismo”. Ormai in Liguria bisogna cimentarsi in uno slalom per sfuggire ai dibattiti di Farinetti. Sono finiti i bei tempi delle
sagre della focaccia, delle discoteche, dei fuochi d’artificio dell’Assunta. A ogni angolo, come un’imboscata, ti aspetta un dibattito
pensoso dei “neo ottimisti” stile
Farinetti. Nei prossimi giorni lo
segnalano a Camogli e a Sarzana.
Prima al Festival della Comunicazione, poi a quello della Mente.
Difficile dire che cosa c’entri con
entrambi, non essendo né un giornalista, né uno scienziato o un filosofo di chiara fama. Chissà forse,
come dicono i maligni, c’entra
perché da quelle parti sogna di
aprire nuove sedi di Eataly. O perché qui regna il Pd che organizza
festival (magari sponsorizzati da
enti pubblici) che sono vetrina
dell’intellighenzia renziana. Non
solo Farinetti, ma, come in una
compagnia di giro, i soliti giornalisti simpatizzanti capaci di coraggiose inchieste sulla corruzione
(in Kamchatka, però), gli intellettuali con auto-certificazione. Tutti trasformati in predicatori da lasciare disoccupati vescovi e monsignori. È il pluralismo stile Pd.
Ma il punto è anche un altro. Lo
slogan scelto per il dibattito del
nostro Oscar: “Il più rimane da fare, per questo il futuro è meraviglioso”. E qui Farinetti – come tanti intellettuali di fede renziana –
maneggia una merce molto più
delicata della carne piemontese,
dei vini doc e della pasta di Gragnano: la speranza.
Il sottinteso dell’ideologia dei
“nuovi ottimisti” pare chiaro: per
farcela basta crederci. I cacadubbi
sono nella migliore delle ipotesi
dei disfattisti, nella peggiore dei
falliti rancorosi. Miopi, pure un
po’ minchioni.
Ma è davvero questa la speranza,
una semplice – vuota, verrebbe da
dire – attitudine dell’animo che
prescinde dalla memoria del passato, dalla consapevolezza del presente, da un’idea di futuro? Insomma, un’azione che si compie
prima di individuarne il contenuto? Un verbo senza complemento
oggetto? “Io vivo, quindi spero”,
diceva Leopardi. Ma proprio per
questo appare insidioso il neo-ottimismo, perché riduce un bisogno vitale a slogan, a merce. Da
piazzare come spot, vedi Berlusconi, o come bistecche. No, la speranza è bene prezioso, va maneggiata con cura.
Eppure non è – esclusivamente –
responsabilità dei Berlusconi, dei
Renzi, dei Farinetti. È colpa anche
nostra che chiediamo per l’ennesima volta solo di credere, di sperare. Delegando agli altri il compito di dirci in che cosa. Anche in
niente. E così rischiamo di fare la
fine che descriveva Kafka: “Ci sono molte speranze, ma nessuna
per noi”.
il Fatto Quotidiano del lunedì
a cura di
Ferruccio Sansa
con Salvatore Cannavò, Alessandro
Ferrucci, Emiliano Liuzzi, Paola Porciello
Progetto grafico Paolo Residori
Grafica Fabio Corsi
il Fatto Quotidiano
Direttore responsabile
Antonio Padellaro
Condirettore Marco Travaglio
Direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez
Caporedattore centrale Ettore Boffano
Caporedattore Edoardo Novella
Caporedattore (Inchieste) Marco Lillo
Art director Paolo Residori
Redazione
00193 Roma , Via Valadier n° 42
tel. +39 06 32818.1, fax +39 06 32818.230
mail: [email protected] - sito: www.ilfattoquotidiano.it
Editoriale il Fatto S.p.A.
sede legale: 00193 Roma , Via Valadier n° 42
Presidente:Antonio Padellaro
Amministratore delegato: Cinzia Monteverdi
Consiglio di Amministrazione:
Luca D’Aprile, Peter Gomez,
Marco Tarò, Marco Travaglio, Lorenzo Fazio
Travaglio
opyright. “Tutti i dubbi di BerluscoC
ni: con questi provvedimenti il governo rischia di illudere la gente” (Corriere
della sera, 29-8). È concorrenza sleale.
Noio volevan savuar. “Mai mader u craii
inss inn i-i-in de tivì uen eeehh… uh uh…
sci sci… sci filing uid de-de-de-de…scii
felt de-de-de-de-de berlis uoz…distroid
bai de pipol… Becos de aidia uidaut marketing in e commerscial fill umghm destrakcior de-de-de-de-de-de-de resalt ar
not gud. Bat for cauntri dis is olzo a rappresentescion ov possibiliti... Meucci is e
veri gud italian, but is olzo a terribol istori, bicos Meucci is the rial inventor of
mo..telefon, ai’m sorri uidd american pipoll present here, but olzo de congress of
iunited steizz in tu tausand tu, in tu tausend uei ai dident rimember, recognaizezed de faunder the inventor of telefon is
Antonio Meucci. Antonio Meucci is incredibol man forentaim, hu uorked in de
tiater, de most ansient tiater in iurop,
Teatro della Pergola, and ii uas a uolker
and invented de-de-de-de telefon to spiking abaut in de teater. E ginius. So, for fiù
rison, i left itali and i uosnt ebol tu ius the
copirait, lessons, come si dice brevetto?…laisens, in eiti seventy uan seventy
trai, ai dident remember esaclti de dei, so
Bell arraived and in de istory i uos de
faunder and de inventor of the telefon...
Adesso come spesso accade in questi momenti tocca al polit… Nau is de taim
tu-tu-tu it, tu de lancc…an-de-for…and
italian politiccian is absoluteli crucial tu
de nau is de taim of lancc!” (Matteo Renzi, presidente del Consiglio, parla inglese
al Digital Venice, 8-7). “Je fe, je fe, tut tut
le, je parlè an demi eur, donc sè bon”
(Matteo Renzi, presidente del Consiglio,
parla francese a Parigi, all'uscita dell'Eliseo, 30-8). Mister Pesc, ai suppos.
Scambio di voto. “Per combattere la mafia
è necessario un impegno comune della
maggioranza. E fare in modo che una legge sul voto di scambio politico mafioso sia
al più presto possibile approvata, con attenzione a che la norma sia efficace”
(Matteo Renzi, presidente del Consiglio,
in visita in Calabria, 26-3). “Voto di
scambio, salta la prima condanna: dopo al
nuova legge la Cassazione ordina di rifare
il processo a un ex politico condannato a
6 anni in appello con la vecchia legge” (la
Repubblica, 29-8). Hanno poi fatto attenzione: la norma era efficacissima.
Il carretto passava. “Scuola, assunzioni
congelate” (La Stampa, 29-8). O con gelato.
Prodotti tipici. “I terroristi islamici crescono in Veneto” (Libero, 27-8). Insieme
al radicchio rosso, al carciofo violetto e
all'asparago bianco.
Dizionario dei sinonimi. “Salvini lancia lo
sciopero dello scontrino. Il segretario della Lega: 'Basta lasciare l'Iva allo Stato, non
fatevi battere lo scontrino'” (Libero, 27-8).
Ora l'evasione fiscale si chiama sciopero:
non è meraviglioso?
Eru(e)zioni. “Vulcano Bardarbunga,
Islanda spaventata. Allarme eruzioni” (il
Giornale, 30-8). E adesso chi sarebbe questo Bardar?
Abbonamenti
FORME DI ABBONAMENTO
COME ABBONARSI
• Abbonamento postale annuale (Italia)
Prezzo 290,00 e
Prezzo 220,00 e
Prezzo 200,00 e
• 6 giorni
• 5 giorni
• 4 giorni
• Abbonamento postale semestrale (Italia)
Prezzo 170,00 e
Prezzo 135,00 e
Prezzo 120,00 e
• 6 giorni
• 5 giorni
• 4 giorni
• Modalità Coupon annuale * (Italia)
Prezzo 370,00 e
Prezzo 320,00 e
• 7 giorni
• 6 giorni
• Modalità Coupon semestrale * (Italia)
Prezzo 190,00 e
Prezzo 180,00 e
• 7 giorni
• 6 giorni
• Abbonamento in edicola annuale (Italia)
Prezzo 305,00 e
Prezzo 290,00 e
• 7 giorni
• 6 giorni
• Abbonamento in edicola semestrale (Italia)
Prezzo 185,00 e
Prezzo 170,00 e
• 7 giorni
• 6 giorni
• Abbonamento digitale settimanale
Prezzo 4,00 e
• 7 giorni
• Abbonamento digitale mensile
Prezzo 12,00 e
• 7 giorni
• Abbonamento digitale semestrale
Prezzo 70,00 e
• Abbonamento digitale annuale
Prezzo 130,00 e
Oppure rivolgendosi all’ufficio abbonati
tel. +39 0521 1687687, fax +39 06 92912167
o all’indirizzo mail:
[email protected]
• Servizio clienti
[email protected]
MODALITÀ DI PAGAMENTO
• 7 giorni
• 7 giorni
* attenzione accertarsi prima che la zona sia raggiunta dalla distribuzione de Il Fatto Quotidiano
Centri stampa: Litosud, 00156 Roma, via Carlo Pesenti n°130,
20060 Milano, Pessano con Bornago, via Aldo Moro n° 4;
Centro Stampa Unione Sarda S. p. A., 09034 Elmas (Ca), via Omodeo;
Società Tipografica Siciliana S. p. A., 95030 Catania, strada 5ª n° 35
Concessionaria per la pubblicità per l’Italia e per l’estero:
Publishare Italia S.r.l., 20124 Milano, Via Melchiorre Gioia n° 45,
tel. +39 02 49528450-52, fax +39 02 49528478,
mail: [email protected], sito: www.publishare.it
È possibile sottoscrivere l’abbonamento su:
https://shop.ilfattoquotidiano.it/abbonamenti/
Distribuzione Italia: m-dis Distribuzione Media S.p.A.,
Sede: 20132 Milano, Via Cazzaniga n° 1,
tel. + 39 02 25821, fax + 39 02 25825203, mail: [email protected]
Resp.le del trattamento dei dati (d. Les. 196/2003):
Antonio Padellaro
Chiusura in redazione: ore 22.00
Certificato ADS n° 0258307192 del 14/12/2011
Iscr. al Registro degli Operatori di Comunicazione al numero 18599
• Bonifico bancario intestato a:
Editoriale Il Fatto S.p.A.,
BCC Banca di Credito Cooperativo
Ag. 105, 00187 Roma, Via Sardegna n° 129
Iban IT 94J0832703239000000001739
• Versamento su c. c. postale:
97092209 intestato a Editoriale Il Fatto S.p.A.
00193 Roma , Via Valadier n° 42,
Dopo aver fatto il versamento inviare un fax al
numero +39 06 92912167, con ricevuta
di pagamento, nome, cognome, indirizzo,
telefono e tipo di abbonamento scelto
• Pagamento direttamente online
con carta di credito e PayPal.
PRIMEPAGINE (PER BAMBINI)
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
19
MAMMAMONDO
SE A LEGGERE LE STORIE SONO LORO
Sono finiti i giochi, almeno per ora. Tornano le storie della Giostra,
da leggere ai nostri figli. Ma forse potremmo anche provare a lasciare che siano i bambini a leggerle. Per loro stessi e per noi.
DISEGNA PER NOI
Disegna le notizie del mondo e della
tua città che ti hanno colpito. E inviale a [email protected]
Le metteremo sul sito
diario
di una madre
qualunque
Prima
di tutto
l’esempio
di Maria Valeria Valerio
C
LASCIATE CHE I BAMBINI
Con Zeus, Albani ha il suo capolavoro
di Tomaso Montanari
Francesco Albani, affreschi di Palazzo Giustiniani,
Bassano Romano (Viterbo)
LO SGUARDO A FETONTE
Francesco Albani non è il mio pittore preferito. Era il meno dotato tra gli allievi del più
grande maestro dei suoi tempi, che si chiamava Annibale Carracci. Per carità, era una
brava persona e un ottimo professionista, ma
ha passato decenni a dipingere quadretti
noiosissimi di veneruzze ed ercoletti, ninfette
ed eroucci, tutti graziosi, bellini, educati, e
tutti uguali. Cose che incontravano moltissimo: ne avrà smerciati a centinaia.
Ma c'è una sua figura che mi piace da impazzire. L'ha dipinta in un palazzo indimenticabile, in un paese tra Roma e Viterbo: Bassano Romano. Quel palazzo l'aveva comprato
il più intelligente appassionato di pittura del
suo tempo, che era un banchiere: ma non un
banchiere come quelli di oggi, che i quadri li
vorrebbero solo vendere, prezzare, noleggiare, affittare, trasformare in azioni. No, un banchiere che avrebbe voluto fare il pittore, che
viveva in un mondo incantato di forme e di
figure. Quel banchiere si chiamava Vincenzo
Giustiniani, ed era così intelligente da essere
un grande amico del più grande pittore del
suo tempo, che si chiamava Caravaggio.
Quando Vincenzo decise di far dipingere il
suo palazzo di Bassano, si rivolse al meglio che
poteva trovare, e Albani non lo deluse. Affrescò il soffitto di una galleria, che voleva
essere la versione tascabile di quella che il suo
maestro Annibale aveva dipinto a Palazzo Farnese a Roma, dieci anni prima, e nella quale
anche Albani aveva lavorato. In quella galleria,
Francesco doveva rappresentare la storia di
quello sciagurato di Fetonte, che rubò il carro
del Sole al suo babbo Apollo, e non sapendolo
guidare andò fuori strada e si cappottò, incendiò il cielo e rese la Libia un deserto, oltre a
combinare un'altra serie di disastri. Alla fine
dovette intervenire Zeus, il re degli dei, che lo
fermò con un fulmine, e ristabilì l'ordine.
Ecco, qua Albani rappresenta Zeus che guarda
Fetonte e il suo carro impazzito. Lo guarda
perplesso, e preoccupato, e si liscia la barba.
Sembra quasi Eugenio Scalfari che guarda
Renzi in difficoltà come premier. O un qualunque nonno che guarda un nipote presuntuoso e incapace. E si tormenta, perché sa che
dovrà decidersi ad alzarsi, e a intervenire. E sa
che non finirà bene, per il nipote. Ecco, questo
nonno inquieto, questo nonno che abbraccia il
fulmine e ascolta l'aquila, questo nonno che
sta per alzarsi dal suo trono di nuvole mi è
sempre sembrato il capolavoro di Francesco
Albani.
osì, mentre sto sdraiata
sulla
spiaggia
dell’isola in questa luce già
mitemente
autunnale,
sento le voci dei bambini
che giocano e degli adulti
che parlano liberamente:
l’asilo che riapre, la scuola,
i libri. Gli stessi pensieri
che stavo facendo dentro
di me. Non sono sola, quindi.
Finché qualcuno non si avventura in discorsi più impegnativi. Ascolto a occhi
chiusi: l’educazione, il futuro, l’importanza dei primi anni nella formazione
della personalità, la fiducia
nel mondo… Altro che discorsi da spiaggia. Ogni
tanto silenzio, tra lo sciaquìo. Poi riprendono le voci. Bisogna dare delle regole, tutte concordano;
una dice “io sono severa”.
Segue una pausa: di approvazione, di biasimo? Anch’io lo sono, penso, o vorrei esserlo, con misura.
Non dura, solo “rigorosamente onesta”, come diceva il mio vocabolario.
Una
chiede,
pacata,
nell’atmosfera un po’ diafana di questa strana estate: “Che vuol dire essere
severi?’’. Silenzio, le onde.
Più indietro, una madre:
“Significa non lasciarli soli,
non abbandonarli ai loro
soli impulsi, segnare spazi
e limiti”. Ora le voci si moltiplicano, non riesco a distinguere bene. Ma finalmente intervengono gli uomini, i padri, timbri giovani.
Stranamente,
nessuno
cerca di prevalere. Si confrontano, per una volta, in
pace. Miracolo della vacanza, del mare sull’isola.
Poi uno accenna, con calma, quasi sottotono, ma
netto: “Essere severi significa dare l’esempio, solo
così ha senso, come genitori, negli atti, nelle relazioni umane, volendoci bene,
dandoci reciprocamente
anche noi spazi e limiti.
Con pazienza. Anche come cittadini, comportandoci lealmente. Loro se ne
accorgono, bevono le nostre parole, assimilano i
nostri atti. Vi basano la loro sicurezza.”
Segue adesso un silenzio
più lungo. Già, l’esempio.
Qualcuno si alza e comincia a raccogliere le sue cose. Ci stiamo pensando
tutti, ho la sensazione,
mentre lasciamo la spiaggia rosata. Accidenti,
l’esempio. Ci aspetta, in
città. Il confronto con i nostri figli che crescono, con
la vita e le prove di ogni
giorno. Ma soprattutto con
noi stessi.
www.ilfattoquotidiano.it/
blog /mammamondo/
20
LUNEDÌ 1 SETTEMBRE 2014
VIVARIO
Le rose
mai vissute
del cingalese
di
Maurizio Maggiani
TAM TAM
Attenzione,
torturatori
si diventa
di Marina Valcarenghi
Q
ual è la molla psicologica
che rende possibile diventare un torturatore? Ho
avuto in cura nel corso del
tempo vittime e carnefici,
qualche volta riuniti nella stessa persona e il primo denominatore comune che ho osservato nei carnefici è il possesso
totale di un essere umano: il
torturatore non gioca mai ad
armi pari ma approfitta del potere che ha sul corpo e sulla
psiche di un altro. Senza potere non c’è tortura e dunque
esiste un’interdipendenza necessaria fra le due situazioni.
Ma c’è un secondo collegamento: il desiderio del potere
per tormentare nasconde una
debolezza: si vuole annientare
sadicamente quando l’oggetto dell’odio sembra essere altrimenti soverchiante e si rende allora necessario dimostrare, prima di tutto a se stessi,
che se ne può fare tutto quello
che si vuole. La fantasia inconscia è quella di azzerare la propria impotenza attraverso il
potere sull’altro. Tre mi sembrano le possibili origini di
questo desiderio.
1. La reazione alla violenza subìta e allo sradicamento culturale. Si vuole quello stesso
potere come un diritto alla ritorsione, che alimenta la fantasia arcaica di reintegrare
l’identità – personale o collettiva – umiliata dalla tortura.
2. L’addestramento mentale
ed emotivo alla legittimazione
e all’esercizio di quel potere in
nome di qualche cosa che unisce in un progetto: una religione, un’ideologia, una setta, la
superiorità razziale e così via.
3. Il blocco della personalità
nella fase del sadismo infantile. La tortura su esseri viventi, per lo più piccoli animali, è
connesso in questo caso alla
intrinseca debolezza e impotenza della condizione infantile. Se non si costruiscono nel
tempo una struttura dell’Io e
un codice morale adeguati, lo
sviluppo psichico può bloccarsi in quella fase e il comportamento sadico tende a
cristallizzarsi come compensazione di una debolezza irrisolta e quindi di un perdurante
e compensatorio problema di
potere. In tutti e tre i casi siamo di fronte a gravi psicopatologie personali o collettive.
ilfattoquotidiano.it/
blog/mvalcarenghi/
L
L’ULTIMA PAROLA
e rosse rose aliene del cingalese. A
fascio come un mazzo di sciangai.
Ne sfila una come se a sciangai ci stesse giocando, sorride con i denti splendenti prudenza di un giocatore che sta
facendo una mossa azzardata. Costano
un euro l'una, o anche di più, dipende
come sta andando la serata, la mia e la
sua, dipende dal posto dove il cingalese
mi ha scovato. Per la strada a mezzanotte valgono anche di meno. Dicono
che quelle rose vengono in aereo dal
Kenia, che atterrano già belle che sur-
gelate in un posto dell'Olanda, e lì le
caricano nei camion che fanno il giro
dell'Europa, il giro delle mille città d'Europa e del milione di cingalesi rosaioli
d'Europa. Tutto in un giorno, al massimo due, poi non sono più buone a
niente. Sono rose già morte le rosse
rose aliene quando il cingalese prende il
suo mazzo e si mette per strada. Sono
bocci che non si apriranno mai, a tenerle dritte in piedi è solo la forza del
rigor mortis. La mia da un euro e cinquanta la porto a casa e la depongo nel
IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
bicchiere con l'acqua, per quello che
serve e cioè per niente. Ma non mi piace buttare una rosa lì da qualche parte
senza nemmeno provare a darle un sorso d'acqua. In capo a due giorni reclina
su se stessa, pronta per il pattume. Il
suo mondo non è mai stato questo. È
nata da ceppi transgenici non si sa dove, ha vissuto, se ha vissuto davvero, in
serre asfissianti e in celle croniche micidiali per l'uomo, Il suo mondo è una
tragedia che mi risparmio con soli un
euro e cinquanta.
Scarica

Scaricare - File PDF