Marzo/Aprile 2013
Cari amici e gentili soci,
la federazione ha comunicato le date delle “Semifinali 17° Campionato 2013/2014”:
1. Alghero (SS) il 6/8 settembre 2013;
2. Finale Ligure (SV) il 6/8 settembre 2013;
3. Empoli (FI) il 20/22 settembre 2013;
4. Martinengo (BG) il 27/29 settembre 2013.
I soci che volessero partecipare, formando una squadra del ns. sodalizio, possono contattare il
Presidente per avere consigli ed aiuto nella preparazione e stesura delle proprie pagine da esporre.
La Redazione
Vi lasciamo alla lettura del notiziario.
Magistri in arte cartarum
Come per la nascita del francobollo ricorriamo al mito. Come per il francobollo, infatti, anche per la
nascita della carta ci fu un incontro tra un
uomo ed una donna.
La scoperta della carta viene riconosciuta al
dignitario cinese Ts’ai Lun, nel 105 d.C. Si
tramanda che egli vide che ad una lavandaia,
nello sciacquare dei panni logori, strofinando
e sbattendo, questi si sfilacciavano formando
sul pelo dell’acqua un velo di fibre. Ts’ai Lun
raccolse questo velo e lo pose ad asciugare
sull'erba. Nacque così il primo foglio di carta
bianca e morbida. Quel foglio poteva ricevere
la scrittura.
Verso il VI
secolo d.C.
attraverso
la Corea la scoperta giunse in Giappone ma per l’occidente si
dovette attendere ancora visto il percorso più lungo attraverso le
rotte commerciali (la via della seta) che la introdussero nel mondo
arabo e quindi nel Mediterraneo. Il nuovo prodotto, nel volgere di
poco tempo, sostituì il papiro.
La comunicazione, si è basata, fino ad ora, sul supporto cartaceo
(ricordiamo che anche le mail si stampano per essere protocollate),
che a sua volta si è avvalso del sistema postale ed infine, a
suggellare il percorso, del nostro beneamato francobollo. Tutto
quindi si basa sulla carta.
Le cronache legano l’introduzione della carta in Europa, XII e XIII
secolo, alle vicende commerciali delle Repubbliche Marinare le
quali ebbero fondachi sulle coste della Palestina ed in Siria. Luoghi
1
ove erano situati i maggiori centri per la produzione di carta del mondo arabo. Forse i primi “Magistri in
arte cartarum” nacquero proprio sulle rotte commerciali dell’oriente.
Resta la questione, tuttora aperta, sul primato in Italia: Amalfi o Fabriano? Essendo, però, Amalfi la
più antica delle repubbliche marinare, che già nel IX secolo aveva propri fondachi in terra siciliana, in
Palermo, Messina e Siracusa e di fatto legandosi alla cultura araba, per sano campanilismo,
propendiamo per la tesi del primato amalfitano.
Le prime tracce, in costiera, della nuova arte si ritrovano negli scritti del XIII secolo in cui si parla di
bambagina, carta da scrivere.
La materia utilizzata per la carta dopo le fibre vegetali furono i cenci di stoffa. Ovviamente ciascun
cartaio aveva i suoi segreti. Anche altre figure sociali erano fruitori di carta: il letterato, lo scrittore, il
copista ed il pubblico scrivano. Ciò a riprova che la metodologia per la produzione della carta era ben
divulgata e nota. Spetta alle popolazioni italiche il merito di aver istaurato la prima produzione
industriale, andando a meccanizzare le operazioni puramente manuali con i rudimentali mezzi. Il tutto
a vantaggio della produzione e dei costi.
Ad Amalfi si sviluppò una vera e propria industria cartaria lungo la Valle dei Mulini tra i monti Lattari,
zona tanto scenografica quanto impervia. Attraverso questa valle scorre il fiume Canneto che
attraverso una serie di canali sotterranei che corrono parallelamente al corso naturale, forniva la forza
motrice dei macchinari necessari alla produzione della carta. Ma questo motore naturale poteva
divenire fonte di danno all’industria cartaria: gli eventi alluvionali portavano detriti nella lavorazione, di
fatto rendendola impossibile, la siccità faceva si che la penuria d’acqua non fosse sufficiente “a
battere tutte le pile” e quindi si rendesse necessaria una turnazione.
Occorre arrivare nel XVIII secolo per trovare nei catasti onciari elementi che evidenziavano l’esistenza
di ben 11 cartiere in Amalfi della capacità di 83 pile (pila era la vasca di pietra in cui si pestavano i
cenci per farne carta) e “spandituri” (locali areati atti all’essiccamento della carta). La materia
principale ai quei tempi, per la produzione di carta, erano gli stracci. Questi erano raccolti in loco o nei
tenimenti limitrofi oppure, come da cronache, si ha notizia di numerosi carichi provenienti dalla
capitale del regno di “roba straccia”, “pezza bianca” ed altro. Tali materiali erano soggetti al
pagamento di 5 grani a cantaro (il cantaro napoletano, sin dal 1480, era composto di 100 rotoli ed era
equivalente a circa 89 chilogrammi) o di 5 tornesi se provenienti dalla capitale a titolo di “ius peso e
mezzo peso” alla dogana baronale di Amalfi.
L’industria cartaria amalfitana, nonostante la fiorente attività, andò lentamente nei secoli seguenti in
declino vuoi per vicissitudini politiche che per l’incalzare dell’industrializzazione. Un lento ed
inesorabile declino al quale contribuì l’infelice, ma altamente sublime e suggestiva, ubicazione della
Valle dei Mulini, tra i monti in una gola aspra e ristretta, di fatto priva di vie di comunicazione degne di
tale nome. L’ultimo e tremendo colpo al tracollo dell’industria cartaria fu dato dalla catastrofica
alluvione del Novembre 1954. Rimasero in attività solo tre opifici che, con spirito di sacrificio, tenace
volontà e laboriosità, continuarono la produzione di generazione in generazione, da padre in figlio,
conservando e tramandando le proprie tradizioni.
Andiamo ad illustrare brevemente il procedimento produttivo del foglio di carta a mano denominato o
“bambgcina” o con altre forme "bombycina o bambacina” prima dell’avvento della meccanizzazione
che andò a sostituire i macchinari artigianali, la Macchina Olandese. A tal proposito si ricorda una
supplica che alcuni lavoratori amalfitani rivolsero a Sua Maestà per implorare un aiuto rispetto alla
incombente meccanizzazione del settore cartario. Egli così rispose: “Le lacrime dei nostri figli, proprio
della bassa gente…..giungono ormai a Noi….Le tante macchine che l’uomo usurpatore e perspicace
ha saputo inventare e ne inventa tutto dì, sono quelle che tolgono pane dalla bocca dei nostri fedeli
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sudditi nell’intero Regno …”.
I cenci o stracci potevano essere di lino, di cotone di canapa, di iuta, ma esclusi quelli di origine
animale e di seta, poiché le loro fibre mal si prestavano a far carta. La prima operazione che veniva
svolta era la loro pulizia a cui seguiva la tagliatura a mano con la separazione da rattoppi, cuciture,
orli, bottoni, parti che potevano danneggiare oltre che il prodotto anche le macchine.
Dalla prima fase si accedeva alla lisciviazione, in apposite vasche, con lo scopo di liberare gli stracci
da ulteriori impurità. Poi si procedeva alla lavatura per liberarli dal liscivio e dalle altre impurità ancora
presenti. Al lavaggio seguiva la sfilacciatura la cui funzione era di distruggere ogni traccia di tessuto,
con l’accortezza che i filamenti non venissero tagliati, divenendo così una massa filamentosa detta
sfilacciato o mezza pasta. Poi si passava alla tutta pasta che si otteneva grazie ad enormi magli in
legno che battevano e trituravano gli stracci precedentemente raccolti in pile in pietra.
L’impasto ottenuto, diluito con acqua, era pronto per la lavorazione. La pasta veniva inserita nel Tino
(vasca rivestita internamente di maioliche). Il mastro cartaro immergeva nel tino un telaio, il cui fondo
era ed è formato da una rete metallica a maglie strette, la pasta raccolta veniva abilmente distribuita
nella forma. Colata l’acqua restava un sottile strato di materiale.
Il foglio di carta veniva poi riposto sul pontone, un feltro di lana, ricoperto a sua volta da un altro feltro
e così via creando una catasta di fogli. Fase seguente era la eliminazione dell’acqua residua tramite
una pressa posta sopra la catasta di fogli. Ultima fase di lavorazione della carta consisteva nel portare
la carta ad asciugare in appositi spanditoi.
Sergio Mendikovic
ACCORDI POSTALI ITALO SVIZZERI 1997
Nel 1997 in Italia si insediarono, con accordi postali specifici, degli uffici delle poste svizzere in
determinate località strategiche come quelle turistiche. Tali uffici, per convezione, esplicavano il loro
operato come un qualsiasi
operatore privato trattando
solo oggetti postali che non
recavano ed usavano valori
italiani,
ma
affrancature
proprie. Vennero aperti veri e
propri uffici con tanto di
insegna SWISS POST ed
esposizione dei tariffari. Il
servizio, in sintesi, si può
suddividere in due gruppi: il
primo: lettere e pacchi, il
secondo: cartoline.
Il
primo
gruppo
era
associabile alla categoria
posta commerciale. Il servizio
si suddivideva, come costo,
per distanza, peso e celerità,
con la possibilità del ritiro
presso la clientela con una
maggiorazione del costo. Le
lettere ed i pacchi così raccolti vengono bollati con dei timbri in cartella riportanti, in colori blu o nero,
la dicitura “P.P.” La particolarità è che tale bollo viene affiancato dal nome della località svizzera più
vicina al luogo italico di raccolta della posta effettuata (es. Locarno, Chiasso). Quindi dopo il giro e la
raccolta degli oggetti postali, dopo la bollatura, il carico veniva trasportato celermente al più vicino
ufficio postale svizzero oltre confine, senza nessun intoppo doganale. Qui avveniva la vera e propria
lavorazione e la spedizione verso la destinazione tramite la Swiss Air.
Il secondo gruppo. Sulle cartoline, a differenza del primo gruppo, la Swiss Post mise in vendita delle
semplici targhette non recanti nessun importo da apporsi sulle cartoline. Difatti queste presentano,
come da immagini, la lettera “A” e la tipologia di invio: “P.P” posta prioritaria. Di tali “valori”
inizialmente le poste svizzere emisero 4 serie, ognuna raccolta in libretto sempre formato da 8 pezzi.
La vendita oltre che negli uffici postali svizzeri, presenti sul suolo italiano, venne demandata non solo
ad alberghi nei luoghi di villeggiatura, ma anche presso i distributori di carburante dell’Agip e agli uffici
di cambio che divennero vere e proprie postazioni di raccolta della posta.
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Il prezzo di vendita era pari alle lire 800, che, all’epoca, equivaleva in Italia al I porto tariffario per
l’interno. Ovviamente, nei punti di vendita esterni agli uffici postali svizzeri, il prezzo dei libretti
comprendeva un “aggio” per cui era venduto per lire 1.000, discrezione del singolo albergo. Era
tassativo che le cartoline fossero destinate fuori d’Italia. Va da se che per le destinazioni italiane,
dovessero essere apposti, per la privativa postale, valori dentellati italiani. Il servizio di raccolta era
giornaliero, il furgone delle poste svizzere svuotava le cassette di plexiglass giallo recanti la scritta
“SWISS POST INTERNATIONAL” presenti nei luoghi già ricordati. Finita la raccolta, una volta
trasportate al più vicino ufficio postale svizzero, si procedeva alla lavorazione. Le fonti dell’epoca
sottolineavano che le cartoline recanti la speciale targhetta non dovevano presentare nessun timbro
che veniva apposto in sede di lavorazione, in territorio svizzero. La normativa svizzera, però, non era
precisa in merito, in quanto prevedeva che solo i francobolli dovevano essere timbrati e non le
targhette in parola. Le cartoline potevano perciò contenere solo le barrette identificative della
lavorazione: il passaggio meccanico postale. Ciò non sempre avvenne in quanto si sono ritrovate
cartoline con le targhette timbrate con il datario del luogo di lavorazione.
Nel 2002 le poste elvetiche emisero dei nuovi valori raccolti in libretto per il servizio Swiss Post
International relativi alle cartoline. Sono due emissioni da 6 valori per libretto. Si suddividevano in
esemplari color blu venduti a franchi svizzeri 1,30 per le destinazioni europee e di color rosso
(F.S.1,80) per il resto del mondo.
Successivamente le poste svizzere riconobbero che queste targhette erano dei veri e propri
francobolli. Ma nello stesso anno 2002 dalla direzione milanese della Swiss Post International venne
comunicato che il servizio
delle cartoline dall’Italia era
stato sospeso.
Le immagini proposte sono
relative alle targhette del
servizio svizzero (prima
tiratura) del 1998. Le
cartoline furono acquistate
a Pompei e Capri, ma
italicamente
imbucate
dando luogo ad un uso
improprio che non avrebbe dovuto dar luogo al recapito. Esse però testimoniano che “tutto passa”,
che tutto viene timbrato senza un minimo controllo. Come disse Eraclito secoli prima “panta rei”.
Sergio Mendikovic
Storia di un falso ritrovamento (e di una figuraccia).
A volte la presunzione gioca brutti scherzi e, in filatelia (o nello studio delle
marche fiscali, che poi le due cose sono imparentate), può essere la causa di
figuracce epocali. Se poi alla presunzione si accompagna la scarsa conoscenza
di realtà giuridiche sedimentatesi nel tempo e proprie di un settore particolare,
non vi è alcuna possibilità di evitare il tonfo. È il caso del mondo medico, della
sua Cassa o Ente di previdenza e del suo Ordine. Tempo fa, in un acquisto di
scarti d’archivio, ritrovai, infatti, una contromarca medica che suscitò la mia
curiosità.Emessa certamente tra il 1946 e il 1950, era stampata su “carta di
guerra”, scadente, grigiastra e assorbente ed usata certamente in provincia di
Avellino. La misura di mm 35 per 50 era simile a quella adottata in periodo
fascista. Priva dell’ente beneficiario del pagamento, riportava, in alto, il disegno
del caduceo, rappresentato con la tipologia all’inglese con un solo serpente
attorcigliato attorno a quella che sembra una coppa più che uno speculum da otorino e inserito in un
rombo. Al centro, su tre righe, in “bastoncino” era riportata la scritta “Talloncino che trattiene il medico
che ha rilasciato il certificato per esibirlo alla segreteria dell’Ordine”. Già tale indicazione avrebbe
dovuto suscitare qualche sospetto. Perché mai era stata usata la contromarca sul documento, quella
che restava al medico, invece che la marca ? Una disattenzione, una speculazione o qualcos’altro
visto che non c’era alcuna indicazione né dell’ente cui sarebbero state devolute le cinquanta lire
incassate, né della località in cui la marca era stata usata? La contromarca presentava poi il numero
di serie apposto con un normale numeratore ad inchiostro nero mentre l’importo, in sole lettere, è
stato stampato in blu oltremare, con un inchiostro leggermente acquoso, il che ha comportato la
presenza di un alone derivante dall’inumidimento dovuto al lavaggio. Essa poi era stampata su un
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fondo formato da un tappeto di piccoli rombi che
recano al centro un disegnino che voleva forse
richiamare il caduceo ma che dava più l’impressione
di una fiammella. Per finire, risultava dentellata
11½, ovviamente solo a sinistra.
Il catalogo del Cif dei fiscali, edizione 2012-14,
redatto a cura di Fabrizio Balzarelli, a pag. 272
segnala, infatti, una serie di marche, emesse tra il
1942 e il 1946, a tre sezioni (Matrice, Marca e
Contromarca), riferibili alla Cassa assistenza
sindacato nazionale fascista medici. Pur essendo,
come precisato, di “diversi tipi” esse presentano
alcune caratteristiche comuni: lo stemma a quattro
fasci stilizzati (nell’ultimo tipo, obliterato, assieme
alla parola “fascista” da un timbro di gomma), l’ente
emittente (appunto la “Cassa”), l’importo su matrice
e marca e l’indicazione della provincia di utilizzo (a
stampa o, in un caso, in sovrastampa). La pagina
successiva, la 273, presenta due marche,
sostanzialmente identiche tra loro (la differenza è
nei caratteri utilizzati), emesse entrambe nel 1950,
su carta, con formato e disegni ben diversi dalle
precedenti. L’ente di riferimento è divenuto l’ENPAM
(Ente nazionale di previdenza e assistenza per i
medici). Sulla marca è presente la tipica croce
rossa a quattro sezioni tutt’ora in uso, sulla
contromarca compare il caduceo sempre di tipo
inglese ma con due serpenti attorcigliati intorno
allo speculum che vuole forse simboleggiare il
bastone di Esculapio o Asclepio. Per inciso
segnaliamo di aver ritrovato alcune centinaia di
disegni diversi a rappresentare il caduceo. La
numerazione diviene evidentemente nazionale, in
quanto scompare l’indicazione della provincia e
l’importo, peraltro più che decuplicato, compare
solo sulla marca centrale, mentre prima, nel
trittico, era indicato anche sulla matrice.
E qui entra in ballo la mia ignoranza del tema e
l’ansia della scoperta. Certo di essere in
presenza di un “inedito” (e quindi di una rarità),
decisi di segnalarlo al dott. Deambrosi del Cif e
direttore del mensile “L’Arte del Francobollo”, con
un articoletto in cui sostenevo che la mia
contromarca, purtroppo unico reperto, si
collocava tra le une e le altre e che la scritta al
centro, semplificata rispetto alla precedente:
“Talloncino che trattiene il medico che ha
rilasciato il certificato da esibire per il rimborso
alla banca nazionale del lavoro o a chi per essa”,
poteva solo indicare che la gestione finanziaria
della Cassa (o già dell’”Ente”) fosse divenuta
nazionale
spiegando
così
l’assenza
dell’indicazione della provincia di “utilizzo”. Lo
scritto si concludeva con una frase lapidaria:
“L’esistenza di questa marca, per così dire di transizione, appare del tutto logica e solo il caso,
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presumo, ha impedito fino ad ora che venisse alla luce. Ora, finalmente, la lacuna è colmata e spero
che, sapendo cosa cercare, molto presto salteranno fuori le altre due sezioni, sì da consentire un
completo inserimento nella prossima edizione del catalogo”. Certo del successo mi prefiguravo già di
entrare nel Gotha dei fiscalisti italiani, ma un’amara delusione mi attendeva al varco. Dopo qualche
giorno, infatti, mi giunse un’e-mail dal dott. Deambrosi che comunicava: “Ho fatto leggere la sua nota
al sig. Fabrizio Balzarelli che mi scrive quanto segue. La collocazione che viene data alla marca non
catalogata mi lascia alcuni dubbi. 1) La marca non è rarissima, in allegato invio per curiosità 6
esemplari di cui due uguali nella raffigurazione a quella citata ed altri 4 di disegno leggermente diverso
ma dello stesso stampo. 2) Queste marche sono state utilizzate, per quel che so, solo ed
esclusivamente nella provincia di Avellino, si può pertanto ragionevolmente pensare che venissero
usate a livello locale e non nazionale. 3) A fugare ogni dubbio sull’utilizzo locale è inoltre l’ente
emittente che, su 4 delle 6 marche, primo tipo visibile, è chiaramente l’Ordine dei medici – chirurghi
della provincia di Avellino. 4) Quattro documenti con queste marche, sempre stilati nei comuni della
provincia di Avellino, recano come anno di rilascio il 1944, il 1950 e, due, il 1951 per cui anche la
collocazione temporale ipotizzata (tra il 1946 e il 1950) non convince. Dopo
queste considerazioni mi sento di affermare
che queste marche non sono da collocare
tra le due serie catalogate, ma, cosa più
importante, sono da considerare non a
livello nazionale, bensì locale e quindi come
tutte quelle altre che sono state emesse dai
diversi ordini dei medici provinciali con
forme, colori e disegni completamente
diversi le une dalle altre a beneficio dell’ente
stesso e non a favore di una cassa o ente
nazionale”.
Che figura! Molto probabilmente la vicenda
si era svolta così. Appena dopo l’arrivo degli
alleati ad Avellino, il locale Ordine dei
medici, non più, per ovvi motivi, a stretto
contatto con la Cassa Assistenza del
Sindacato dei Medici, a Roma, prese la
decisione di emettere delle marche molto
simili a quelle già in uso in periodo fascista
(appunto con “forme, colori e disegni
completamente diversi le une dalle altre a beneficio dell’Ordine”). Ovviamente erano tripartite e
numerate e con il prezzo che crebbe nel tempo, e con le varie tirature, da 50 lire (nell’edizione a sole
cifre e a sole lettere) a 200. La marca, quella centrale, la sola che si sarebbe dovuta usare, indicava
chiaramente l’ente emittente, cioè l’Ordine provinciale di Avellino, a cui doveva essere devoluto
l’importo. Come già scritto all’inizio, è facile presupporre che qualche medico abbia usato, per errore o
volutamente, la contromarca in luogo della marca (che, naturalmente, è dentellata da due lati e non
solo a sinistra) e ciò ci porta a concludere che non si tratti di “tipi” diversi ma di ⅔ di un unico trittico la
cui grande assente è la “matrice”. A questo punto, col capo cosparso di cenere, mi rivolgo a tutti
coloro che possono sapere. Ho visto giusto questa volta? La mia può essere considerata tra le prime
marche usate nella provincia, visto il basso numero di serie? Che cosa accadde all’Ordine dei medici
– chirurghi di Avellino in quegli anni per cui si fu indotti ad imitare le marche della “Cassa”? Nelle altre
province si verificò qualcosa di simile? E in tempi più prossimi a noi vi è ancora la divisione tra quanto
dovuto all’ENPAM e quanto versato ai singoli ordini provinciali? Attendo notizie.
Giuseppe Preziosi
[email protected] [email protected]
Per suggerimenti, segnalazioni, correzioni,
collaborazione e quant’altro, potete contattare:
Aniello Veneri [email protected]
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critiche,
Giuseppe
Preziosi
6
apprezzamenti,
chiarimenti,
[email protected]
Sergio
offerte
di
Mendikovic
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n. 48 Anno 2013 - Associazione Salernitana di Filatelia e di