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Italo Calvino ad Andrea De Carlo
A Andrea De Carlo, Milano
Roma, 11 novembre 1980
Caro Andrea,
ho letto Treno di panna. Trovo che hai una grande capacità di osservazione e di resa di sensazioni sottili e complesse. La parte
in cui descrivi il lavoro nel ristorante è secondo me la piú ricca come scrittura e come vivacità. Alle volte sei troppo ricco di
dettagli: ti manca il senso dell'economia espressiva e della sintesi.
La cosa che piú mi intriga nel tuo romanzo è che mentre ci viene offerta questa profusione di sensazioni oggettive, non
viene mai detto niente o quasi niente dei pensieri e stati d'animo dei personaggi, soprattutto del protagonista. S’intravvede
solo un gran senso di vuoto. Direi che questa zona di silenzio o d'opacítà, forse da te calcolata ma forse no, sia la vera forza
poetica del romanzo. L'interesse a leggerlo è interesse a veder vivere delle persone, dei giovani, e a cercar di capire cosa
vogliono, cercar di capirlo insieme a loro, mentre neanche loro lo sanno! Hai saputo trattenerti dal cercare di rappresentare i
loro pensieri, cosa che di solito riesce fasulla, con parole prese a prestito. Invece nel tuo romanzo tutto suona molto genuino,
ci si crede, e si vorrebbe saperne di piú; da ciò la curiosità che fa andare avanti nella lettura, almeno per me.
Naturalmente, Los Angeles viene fuori benissimo, e cosí la mentalità dei suoi abitanti spinti dal demone del successo. Ma
secondo me tutto questo non è la cosa piú nuova: ciò che conta è la vita d'un giovane d'oggi vista attraverso le sue
sensazioni immediate.
Basta questo a dire che il tuo libro può interessare a una casa editrice? può trovare un pubblico? trovare critici che sappiano
apprezzarne la spontaneità? Non so. Quello che so è che per scrivere tu hai delle buone doti naturali, che potranno
svilupparsi se diventerai un po' piú esperto letterariamente.
Ti saprò dire qualcosa di piú concreto editorialmente dopo aver confrontato il mio parere con altri. Per scrivermi, puoi
indirizzare a Roma.
Cordialmente,
Italo Calvino
Le schede mondadoriane: intestazione
Schede mondadoriane manoscritte
La pubblicazione: preparazione di un inedito
Domenico Rea, Spaccanapoli
Giancarlo Vigorelli, 16 aprile 1947
Il Rea è senz'altro uno scrittore, un particolare scrittore, genuino e manierato, carico e
gonfio, fantasioso e loico: è tutto con una serie di aggettivi accop[p]iati e rovesciati che si
arriverebbe a distinguere il suo mondo complesso, dove una istintività assoluta si contamina
furiosamente di letteratura, sino al pastiche sintattico, sino ad una ostentata arcaicità latinonapoletana di scrittura. Ma è scrittore, capace di storie, di situazioni, di caratteri (più che di
personaggi). Può riserbare una sorpresa; e già questo libro è una sorpresa, non fosse altro
perché organizza, con curiosi impasti, tutto un mondo meridionale con tutta una scrittura
ardua ma che vi aderisce; ed in più è un giovane scrittore che non assomiglia a nessuno
della sua generazione.
Certo, non ha problemi; e benché la sua saviezza è un po' letteraria, di fatto risulta un
buon "novellatore" d'una volta, col gusto di raccontare.
Ne consiglio particolarmente la pubblicazione
Giancarlo Vigorelli
Le schede mondadoriane: la poesia
Le schede mondadoriane: le prose epistolari
Le schede mondadoriane: le traduzioni
Simone de Beauvoir, L'invitée, Gallimard, 1943
Giancarlo Vigorelli, 13 luglio 1947
Tra L'Invitée e Le sang des autres non saprei
quale preferire. Diverse le storie, ma forse eguali
le tesi. Certo, molto vicine le tecniche narrative;
questa, alla lettura, riesce un po' più lontana ed
astratta, benché abbia pagine di effetto sicuro. La
protagonista è un po' prigioniera dei suoi casi.
Quando è uscito, ad ogni modo, il libro ha fatto
salutare in S.d.B. una narratrice più che tipica.
Ricordo che Mauriac parla di questo romanzo con
iperbole. Senza dubbio, è uno dei maggiori
documenti di psicologia, o almeno di casistica,
contemporanea. Credo si debba tradurre almeno
uno dei due, o Le sang o l'Invitée.
Giancarlo Vigorelli
Le schede mondadoriane: ripartizione interna
Le schede mondadoriane: ripartizione interna
Nino Palumbo Il giornale
Raffaele Crovi 12 agosto 1957
TRAMA
Come in Impiegato d'imposte, Il giornale racconta la storia di un povero diavolo: Domenico Chessa. Per venticinque anni ha lavorato come archivista
in una banca e un bel giorno viene licenziato. Chessa ha l'abitudine di leggersi, ogni mattina, prima di andare in ufficio, tutto il giornale: abitudine
che spesso lo ha fatto arrivare in ritardo sul lavoro. La mattina del licenziamento, protrattasi a lungo la lettura, Chessa arriva in ufficio con un
ritardo di quasi un'ora: ritardo imperdonabile che impone a1 direttore di prendere il drastico provvedimento. Chessa, dapprima, mortificato,
l'accetta: poi continuerà, per giorni e giorni, a pregare i suoi superiori (dal direttore generale, al capo personale, al capoufficio) che lo riammettano.
La sua vita metodica, divisa tra il lavoro in banca e la lettura integrale di quattro quotidiani al giorno, è sconvolta. Nel momento di crisi, poi,
Chessa, sul filo dei ricordi (fra i più importanti, quello della seduzione, da parte del capoufficio, di una giovane collega con la quale, ancor
giovane, aveva stretto rapporti sentimentali, scopre tutta la solitudine della sua esistenza: e cade in una improvvisa tristezza. Cercherà, troppo
tardi, di tornare normalmente nel mondo e per un po' di tempo trova buona compagnia nei gruppi di bambini a cui legge il giornale: l'enorme
vuoto, però, lo porta a morire. Per testamento la Sua raccolta di giornali dovrebbe essere utilizzata a formare una emeroteca nella banca dalla
quale è stato licenziato, ma la banca rifiuta il lascito.
GIUDIZIO LETTERARIO
Non si può dire che il nuovo romanzo di Palumbo sia molto nuovo rispetto a quello con il quale già vinse il Premio Deledda. I due racconti si
toccano attraverso personaggi di stampo quasi uguali. E il risentito pessimismo che vi circola è indubbiamente lo stesso. Più complesso, però, la
vicenda in cui si trovava implicato Tranifilo:lineare e quasi esemplificata questa. Tuttavia, qui, il leggero pudore che sempre ci è apparso il dono
della narrativa di Palombo è sempre vivo, ogni pagina ne è illuminata. Un maggiore rigore stilistico contribuisce a fare apprezzare la nuova prova.
Rigore stilistico che non è conseguenza di una improvvisa scaltrezza, quanto piuttosto il risultato di un esercizio di umilià.
SUCCESSO COMMERCIALE
Immagino discreto.
PUBBLICAZIONE
Il romanzo mi pare pubblicabile. Non è però di gran mole. Dato che abbiamo letto una raccolta di racconti di Palumbo direi che si potrebbe fare un
solo libro con alcuni di essi e questo romanzo. Rimando quindi, per le segnalazioni di merito, all'altra nota.
Le schede mondadoriane: ripartizione interna
Le schede mondadoriane: ripartizione interna
John Dos Passos, The big money
Cesare Pavese, 20 ottobre (1936?)
20 ott.
Egr, Dott. Rusca,
In risposta alla Sua del 16 c.m., ecco il mio parere sul Big Money.
L’ossatura del libro sono due biografie; Ch. Anderson, uomo d'affari, e Margo Bowling, futura stella del cinema. In esse s'insiste
sull'arrivismo dei due, sulla loro povertà interiore, sulla volgarità e monotonia degli ambienti. Poi c'è una Mary French, organizzatrice
comunista che vive tra scioperi e lavoro sociale, e finisce in prigione.
Le biografie romanzate come quella di Edison, nel 42° Parall., sono numerose: c'è R.Valentino, H.Ford, i frat. Wright, Isadora Duncan,
ecc.
Il libro nel suo insieme mi pare valga molto meno del 42° Parall., anzitutto perché la canzone è sempre quella e nessun lettore
troverebbe più qui quell'interesse di novità d'una volta, e poi perché veramente la mano di Dos Passos sembra stanca. Non c'è più
quella gioia di inventare ambienti e paesaggi e scorrazzare per tutta l'Unione, come nel I vol. Politicamente e moralmente, non mi pare
che ci sia più che nel 42° Parall., se si astrae da certe battute che possono tagliarsi senza danno. Per tutto il libro i personaggi vanno a
letto, si ubriacano, bestemmiano, conoscono pederasti, niente di nuovo. Quanto alla politica è la solita lotta di classe.
Credo insomma che il libro deluderebbe un poco i lettori, anche perché parecchi suoi personaggi (R.Savage, J.W.Moorehouse, J.
Williams, Eveline Hutchins, Ben Compton, ecc.) continuano 1919. Ammesso che si voglia tradurre Dos Passos, mi sembra perciò logico
tradurre prima 1919, anche perché questo e immensamente superiore non solo a Big Money, ma (credo) anche al 42° Parall..
1919 presenta gli ambienti della guerra, mostra retroscena, satireggia, maledice ed è piena attualità. Politicamente non è peggio del
42° Parall., tranne il viaggio di R.Savage in Italia e questo si potrebbe tagliarlo.
Questo è tutto. Non nascondo che tanto 1919 che Big Money sono di un lessico indiavolato: 1919 per via dei neologismi di guerra, e
Big Money perché ogni anno che passa, complica quel volgare. I film-giornale e gli Occhi fotografici dei due sono poi sovente
incomprensibili, tanto che ho pensato se non si farebbe bene a dare un taglio generale e pubblicare soltanto le migliori biografie.
Veda Lei. Sono stato della massima imparzialità e in attesa di un suo biglietto sono
suo
Cesare Pavese
Le schede mondadoriane: contrasti
Giovanna Zangrandi, La dogana dei Brusaz
Giuseppe Ravegnani, 29 novembre 1953
Giovanna Zangrandi, La dogana dei Brusaz
Elio Vittorini, 5 gennaio 1954
Strano romanzo. Oh dove questa Zangrandi ha pescato questo suo
modo di scrivere che par talvolta stralunato, contorto, tutto suo? Uno
scrivere che cammina per proprio conto, fuor d'ogni regola, con una
sintassi particolare, eppure forte, schietto, efficace. Veramente lo
scrivere d'una scrittrice, che non assomiglia che a se stessa.
Dir la storia che qui si racconta è un rovinarla. È la storia d'una donna,
Sabina, e del suo amore, e di Donato il fienaiolo, e di due paesi, vicini
e divisi dal confine, di nevi e di monti, e di Tesa la suocera, e del
piccolo Pin, e di Tommaso lo stradino che muore di tetano, e della
guerra che passa di striscio e tutto sommuove, e di usi di lassù, di
montagna, che son primitivi e puri davvero come i picchi che toccano il
cielo. E come tutto qui dentro diventa poesia, spontaneamente: l'amore,
il dolore, il paesaggio.
Ma dico anche che chi vuol "il bello scrivere", lustro, ben rigirato,
letterario, non legga questo romanzo.
Non dimentichiamo che quando tanti anni fa uscirono I Malavoglia
dissero sùbito ch'era un romanzo scritto male.
Anche questo è scritto male; ma quanta potenza in questo scrivere
male! Io vorrei che molti scrivessero così, da artisti nati. Come questa
Zangrandi. Ma chi è?
Io, editore, un romanzo così lo pubblicherei ad occhi chiusi.
Una storia che comincia chiara nella banalità
naturalistico-romantíca tipo atto primo della
Wally. Ma che a poco a poco si arruffa, nella
pretesa di rappresentare un lungo decorrere di
anni, e si fa confusa, con gli amori e i dolori di
una generazione che si impiastricciano col
modo di sentire della successiva.
L'atmosfera è cupa, senza necessità. Il modo di
scrivere apparentemente estroso e in sostanza
grossolanamente artificiale. Certo chi
considerasse Perdu un capolavoro, può trovare
che questo manoscritto è degno di nota. Si
faccia attenzione a non prendere per un
genuino fragore di vita quello che è solo un
rigurgito di letteratura fuori uso.
Le schede mondadoriane: scelta della collana
Giovanni Orelli, Il lungo inverno
Carlo della Corte 4 giugno 1964
Giovanni Orelli, Il lungo inverno
M[aria] T[eresa] Giannelli, 9 novembre 1964
Quest'ottantina di pagine, premiate con il Veillon 1964, hanno molte qualità: non
ultima quella di essere condotte sul filo della prudenza, di non spendersi mai in
direzioni impegnative, tutte raccolte come sono attorno a un nucleo elementare: un
io narrante che osserva l'immobilità della valle svizzera in cui vive, su cui incombe
la valanga. Alla fine il paese viene fatto evacuare, per ordine delle autorità, e i
valligiani si ritrovano in case nuove, lontane da quelle in cui sono nati e cresciuti.
Detto questo, a proposito della prudenza, bisogna aggiungere che Orelli, pur
lavorando all'interno di una piccola officina, dà un prodotto quasi perfetto. Il
"quasi" potrebbe essere cancellato se questo Lungo inverno non somigliasse troppo
da vicino al libro di un altro svizzero: Se il sole non tornasse, di Ramuz. In entrambe le
opere, c'è una situazione analoga: in quella di Orelli, la valle vive sotto l'incubo
della valanga che può rovinare da un momento all'altro, in Ramuz l'incubo riguarda
invece una valle, incassata tra pareti profondissime, che sembra abbandonata per
sempre dal sole. Orelli è svizzero fino alla radice dell'anima: con quel nitore
apparente, tutto smalto e superficie, da sempliciotto, in realtà cova le sue nevrosi,
che trapelano dietro la geometrica struttura dell'opera: prima tra tutte, mi pare,
l'incapacità di adattarsi al mondo moderno, ai suoi tumulti, al suo ordine di vita
troppo diverso da quello a cui egli è abituato (caratteristiche, a questo proposito, le
pagine in cui egli racconta, dopo l'evacuazione del paese, di una sua incursione in
un night-club cittadino, con la presenza di donne innavvicinabili [sic] con cui balla
strettamente allacciato, pur avvertendole remotissime, figlie d'un altro mondo. /
Sottilmente lirico (di un lirismo, per fortuna, sorvegliatissimo, quasi inavvertibile),
questo Orelli, che per certe immagini si imparenta al suo omonimo poeta (c'è anche
qui una "martora nella tagliola") merita d'essere pubblicato: non è un libro che
possa travolgere, privo com'è di veri problemi, tutto interiorizzato e fuori del tempo,
ma si fa leggere con piacere, così saggiamente calibrato, senza una virgola e un
sentimento fuori posto. / Meríta d'essere pubblicato, a patto che lo si presenti come
un tipico prodotto svizzero (perfetto come l'orologio a cucù, ed egualmente folle,
nonostante le sue meticolose simmetrie), un libro indicativo d'una situazione
psicologica che coinvolge milioni di persone a un tiro di schioppo dai nostri confini.
La sua collocazione ideale sarebbe nel Tornasole.
Il motivo caratterizzante, almeno per i due terzi del manoscritto, è la dilatazione di un
fenomeno naturale, la neve, un fatto di totale pertinenza umana (e per noi italiani, che del
mutamento delle stagioni conosciamo solo il temperato disagio, e non la vera potenza, la
nozione è un po' astrusa). Il romanzo (piuttosto un lungo racconto) è invaso dalla neve; un
fioccare vago e musicale, introduttivo a temi più consistenti: la paura di una valanga, di cui
si è avvertita la minaccia in paese. E lo schema di una condizione sociologica: il contadino
che ha già maturato in sé il distacco da un luogo angusto, anche se non privo di
suggestioni, ed è pronto per inurbarsi. Ciò che non ho trovato qui, contrariamente al
previsto, è la identificazione, diciamo poetica, di un preciso ambiente storico-geografico.
Questi valligiani, i loro costumi, i loro dintorni lontani o prossimi potrebbero trovarsi in un
qualunque punto della terra. Anche perché il romanzo, a mio parere, è squilibrato in questo
senso: le parti stilisticamente più fuse e ispirate (una qualità letteraria di affabile nitore, con
alcune piccole accensioni, ma senza incanti) sono le più libere da precise intenzioni
narrative. Mentre nelle parti che offrono un problema umano più concreto e sentito, si
avverte una penna frettolosa e incerta (si veda, in due punti nevralgici dell'intera storia, il
capitolo I vecchi, con i teatrali discorsi dei medesimi, al momento di decidere l'evacuazione
del paese; o il capitolo In città, quasi strozzato, dopo l'agevole passo a cui ci aveva abituatí
lo scrittore). L'Orelli è partito da un nucleo di ragioni individuali, e da una vena liricadescrittiva sospesa in un'aura senza vento, riuscendo solo in parte a organizzare un
romanzo. / Né, considerati i limiti intrinseci del suo microcosmo alpino (è poco più che un
parlare a se stessi, sempre) si può dire che il tentativo sia fallito. La qualità non comune, se
vogliamo la modernità del romanzo mi sembra consistere nella volontà di sdrammatizzare
il repertorio eroico della vita di montagna. Miserie, fatiche, pericoli sono sì sofferti, ma
senza fatalismo, anzi con una disincantata arguzia piena di fermenti reattivi. Per lo meno
nella figura del protagonista, Gionata, che alla fine, con tanti saluti alle memorie del natìo
borgo, se ne va a stare in città. E anche la delusione dei primi approcci con una vita
falsamente popolata e intensa non lo fa recedere dal suo proposito. Segno che la civiltà
contadina sta cedendo su tutti i fronti in modo irreversibile. / Il romanzo, concludo, tutt'altro
che sontuoso, tutt'altro che prodigo di blandizie al lettore, ha una sua tranquilla e modesta
attrattiva. Si può fare, ma ritengo che nel Tornasole costituirebbe (oltre a un peso morto) un
pomo della discordia, o almeno un fastidioso precedente. Lo dirotterei verso una sede più
appropriata: Romanzi e racconti d'oggi.
Le schede mondadoriane: le ragioni del mercato
Paolo Monelli Avventura nel primo secolo
Sergio Antonielli, 16 ottobre 1957
L'autore immagina che un angelo, un po' burlone e scanzonato, un po' sul tipo di quello che si è visto nel film La vita è meravigliosa gli arrivi in casa per esaudire un suo desiderio, il quale sarebbe di rivivere,
indietro nel tempo, nella Roma antica. Perciò, mentre il corpo resta immobile per una quarantina di minuti in poltrona, l'anima del Monelli trasmigra miracolosamente nel corpo di un giovinetto diciassettenne
romano, Valerio Monello, nell'anno quinto dell'era cristiana. A questo punto incomincia la strana vita del doppio Valerio Monello, diciassettenne di corpo e quarantenne di anima, curiosamente smemorato,
agli occhi dei famigliari e degli amici, riguardo a tante cose che avrebbe dovuto ricordare prima della sua malattia, e misteriosamente profetico riguardo all'avvenire. Un fratello lo porta in giro per Roma. Nel
corpo del gîovínetto, il maturo uomo del Novecento circola fra le bíghe e le beghe dell'antica Roma, si guarda in giro, fa un viaggio a Napoli, poi altri viaggi, e naturalmente si dedica a una piacevole serie di
amori, dapprima con una schiavetta greca, poi con una donna fatale, I-Iestia, che sarebbe nientemeno che Cinzia junior, ]'amata di Properzio, quindi con altre donne finché chiude la serie sposandosi,
cinquantenne, con una poetessa, Priscilla, che frequenta ambienti di "sinistra" e cioè cristiani. Nei quaranta minuti della sua trasmigrazione, il Monelli rivive una quarantina d'anni di vita romana. Conosce
tutti i personaggi importanti del primo mezzo secolo dell’Irnpero: Augusto, Ovidio, Tiberio, Claudio, Seneca ecc... È in Germania con Varo in occasione della proverbiale sconfitta, va a salutare Ovidio
neli'esilio di Tomi, e infine, caduto in sospetto per le sue qualità profetiche, viene invitato dall'imperatore Claudio a uccidersi. Muore perché finisce con Priscília sotto una carrozza. Ritrovatosi finalmente nel
vecchio corpo, nella casa novecentesca, seguito dall'anima di Priscilla che per stare con lui ha sbagliato la strada pel limbo, conclude la sua avventura colloquiando con l'angelo burlone.
Il libro è indubbiamemte spiritoso. Un po' meccanica la trovata, la quale però, ripresa festosamente alla fine, si pone intorno al racconto vero e proprio come una cornice. E il racconto viene a essere una
specie di réportage sull'antica Roma. Valerio Morello si aggira fra cose e uomini dell'antichità come l'abile giornalista Morellí si aggira fra cose e uomini del nostro secolo, con spirito garbatamente
dilettantesco, trascorrendo dalla politica alla letteratura e infilando una considerazione dopo l'altra.
La sostanza del libro perciò, data la doppia natura del protagonista che racconta, viene a consistere in un costante parallelo fra la vita del primo secolo e quella del ventesimo secolo. Cosa c'è di
sostanzialmente mutato? Nulla, in fondo: anche allora gli uomini trafficavano, le donne facevano quel che seguitano a fare, i divi dello sport venivano onorati e pagati più dei professori, e di diverso non c'è
che il progresso tecnico-meccanico, il quale non si può considerare come tutto il progresso. Incomincia il cristianesimo, Valerio Monello s'incontra addirittura con San Pietro, ma iI libro lascia capire che, una
volta esauritasi la virtù rivoluzionaria del cristianesimo, tutto è tornato come prima. Anzi, tutto è diventato peggio, se pensiamo alle spaventose guerre del ventesimo secolo. Spiritualmente, insomma, gli
uomini potrebbero anche essersi fermati ai tempi di Tiberio e di Claudio: i poeti avevano già detto tutto quel che c'era da dire, e la storia avvenire era già tutta scontata in diversi esempi. Fra i personaggi del
primo secolo si può anche vedere prefigurata la storia di Mussolini.
Naturalmente questa posizione spirituale, elegantemente scettica, ha i suoi limiti. Direi che il Monelli è costituzionalmente un qualunquista, che della storia riesce a vedere solo gli aspetti superficiali e si
sente profondo perché scopre ciò che è più facile scoprire, il nihil sub sole novi. Dilettantismo e superficialità, invano coperti da una patina di buone maniere, non fanno presa sulla storia, ci scivolano sopra,
lasciano tutto come prima. Mangiate bene, vestire bene, frequentare belle donne. spettegolare sugli aspetti minori della politica, ecco i massimi esiti a cui possa giungere un simile atteggiamento spirituale. E
a questo giunge appunto il Monelli. Mobilita grossi personaggi, da Augusto a San Pietro, sembra che faccia su di loro qualche osservazione penetrante, ma in realtà non capisce nulla di quel che di umano, di
reale, di storico ci sarebbe da capire. Viaggia, ed è come se stesse fermo: riferisce quel che ha visto e il lettore non viene a sapere altro che lui tiene molto a far sapere che è stato in Germania, negli Stati Uniti
e via di seguito, e in fondo in fondo ha avuto simpatia per Mussolini. Politicamente qualunquîsta, letterariamente crepuscolare, si diverte a mettere in luce gli aspetti piccoli delle cose grandi, e ci scherza
sopra. Lo scherzo, in sé, può anche divertire, ma non riempie il vuoto spirituale che lo produce.
Il libro è privo di pregi letterari. Sproporzionato, afflitto da lungaggini, si snoda per centinaia di pagine in una prosa scialba e corretta, giornalistica, alleggerita nella sua fondamentale monotonia da qualche
barzelletta.' Le prime impressioni occupano una metà dell'intera trama, e la seconda parte risulta perciò più debole, più inutilmente prolissa della prima. Qualche effetto linguistico è tratto dall'inserzione di
frasi che dovrebbero appartenere al latino parlato, al latino volgare da cui sarebbe derivato íl Volgare italiano. In fatto di lingua, il Monelli abbozza qualche osservazione giusta, insieme però a qualche
chiara dimostrazione d’incompetenza. Stilisticamente, c'è questo di positivo: che il Monelli ha scritto divertendosi, col sorriso sulle labbra, per cui un certo tono sorridente circola nel grosso corpo del suo
lavoro e lo rende in diverse pagine gradevole alla lettura.
In conclusione: un abile giornalista immagina un servizio nell'antica Roma e lo scrive coi mezzi culturali e letterari che ha, in verità piuttosto scarsi. Adorna il suo
servizio di una cornice, piuttosto meccanica nella sua prima parte, più vivace nella seconda e finale. Questo servizio si accumula, puntata per puntata, nelle
proporzioni di un grosso libro. E il libro, a parte la storia, a parte la letteratura, che non c'entrano, può anche risultare divertente. Editorialmente, si può prevedere che
presso il pubblico dei rotocalchi avrà successo. In questo senso, cioè sul piano dello scrivere spiritoso per intrattenere lettori superficiali, se ne può consigliare la
pubblicazione.
Le schede mondadoriane: fascette e TV
Piero Chiara, I giovedì della signora Giulia
[Oreste Del Buono], s.d. [ma 1969]
Un canovaccio rapido, con qualche sapore, e soprattutto per i lettori (e gli ammiratori del Chiara di Il
piatto piange e La spartizione) il rimando, l'allusione, la cifra capaci di rimandare a ben altre pagine.
Qua e là, con pochissima applicazione e pochissimo tempo, Chiara potrebbe essere più Chiara. Lo è,
comunque, e intensamente in tutta la parte giudiziaria, che è una meraviglia (e una novità per il
giallo non solo italiano).
Come patito di gialli, resto ovviamente deluso dalla fine, in cui non si dice chi sia il colpevole (anche
se riconosco la citazione di Pirandello e di Gadda insieme, proprio del Gadda del Pasticciaccio:
insomma, a generalizzare, avremmo la proposta di un nuovo sottogenere, il giallo all'italiana,
ovvero quello senza fine, o meglio con la fine, ma non la spiegazione). Questo, però, non riguarda la
pubblicazione de I Giovedì negli Oscar. Pubblicazione alla quale sono favorevole, persino
indipendentemente dal lancio che questo libro di Chiara avrà dalla televisione. Poter scrivere sulla
fascetta "è un giallo di Chiara" (anche se un giallo non è, e, quindi, ricaverebbe ogni vantaggio da
esser più romanzo) è già al momento attuale un lancio convincente. E poi, comunque, la televisione
darà il suo appoggio, con in più l’intervento di un personaggio gaglioffo come Tom Ponzi.
Le schede mondadoriane: problemi etici
Saverio Strati, Racconti
M[aria] T[eresa] Giannelli, 19 ottobre 1965
Questa scelta di ventuno racconti rappresenta il meglio del lavoro che Strati ha affiancato ai romanzi, dal '53 al '64. Disuguali per intonazione e
misura, i racconti nell'insieme fanno libro, e attestano una compiuta maturità stilistica. Buona parte dei brevi (sulle dieci cartelle o meno)
appartengono allo Strati remoto, ancora all'interno di un mondo contadino irredimibile, un mondo ritratto più che interpretato. La `roba' al livello
più elementare (pane e vesti) è qui motivo elegiaco; il linguaggio quello rudimentale e scontroso, di notevole drammaticità, del primo Strati.
Costruiti su spunti esili, tanto per far muovere una coralità, questi racconti non valgono tanto come cose singole, quanto nel rapporto di
complementarità imposto dalla raccolta: perché dall'insieme emerge la visione di una condizione sociale (più che di una reale società) risolta con
chiarezza in posizione letteraria.
Nei tre o quattro racconti più articolati (sulle trenta pagine), la medesima situazione calabrese è mossa da fermenti di rivolta, da aspirazioni più
precise al riscatto civile, da una consapevole contraddizione portata all'ínterno; o anche da evasioni su piani sociali più misti e duttili (contatti con
la piccola borghesia; braccianti calabresi emigrati in Svizzera). Sempre di provenienza contadina, appaiono studenti, persone che si professano
"rosse", a fare da avvocati del diavolo nella torpida acquiescenza della massa. Personalmente ho trovato felice, per un certo modo arguto e
insouciant di stare al gioco, che è del Vittorini più elegante, il racconto Gente in viaggio (pag. 40): una traversata dello stretto di Messina che è
occasione a un eccitato intrecciarsi di osservazioni e di nuove conoscenze, con una sottile invenzione anche verbale. L'altro racconto lungo Regalia
è anch'esso vivo, ma in un modo più chiassoso e convenzionale.
Questo, in un certo senso, il pro. Il contro è presto indicato: i racconti non rappresentano una novità; anzi sono un momento anteriore allo Strati
imborghesito e inurbato, ma anche più articolato narratore delle ultime cose. Soprattutto nei racconti meno ampi (più novellette che racconti)
l'interesse del lettore deve essere sollecitato da una intrusione critica portata sul ritmo, sul tessuto stilistico, sul controllo della labile materia. È
difficile l'attenzione primaria, la presa immediata. Cioè Strati è accettabile sul piano letterario, ma è anche piuttosto noioso. Qui siamo al limite con
la maniera, nel senso buono, come abilità artigiana, destrezza nell'evocare i consueti fantasmi e nel servirsi dei propri strumenti: manca però una
forte giustificazione. Vedo insomma un successo commerciale nebuloso, mentre la critica risponderà certo con discreti elogi.
Le nostre perplessità sono d'obbligo; tuttavia qui mi pare pesi assai un problema etico-editoriale. Da anni si continua a posporre la pubblicazione
di questi racconti al "romanzo successivo" che Strati ci avrebbe dato. Di romanzi ne sono usciti due o tre, e i racconti, frattanto selezionati e
ricalibrati, ancora giacciono. Dire un no adesso è imbarazzante: ma occorre dirlo subito se la situazione dei Narratori (nel Tornasole, come risulta
da statistiche, è meglio non insistere) è tale da non consentire questo inserimento. Il mio parere sarebbe sì, con l'impegno giurato a non caricarci
più, in futuro, di cose simili. Se mai, si può considerare la ristampa in Narratori di Avventure in città con i racconti migliori di questa raccolta (che
sfoltirei della minutaglia).
La pubblicazione: l’autore “della casa”
Carlo Bernari, Le radiose giornate
Oreste Del Buono, 18 ottobre 1968
Leggere questo romanzo di Bernari (rifacimento di un vecchio romanzo) infonde una certa malinconia.
Attraverso il caso di Bernari, autore pulito e puntiglioso, innamorato della letteratura e convinto della
missione del romanziere (insomma, uno dei migliori, quanto a coscienza, a intenzioni, a mire), è, infatti,
facile intravedere un poco la vicenda di quasi tutta la letteratura italiana contemporanea (di quella parte,
almeno, che si era dedicata con entusiasmo in tempi più o meno recenti alla narrativa).
Bernari riprende il suo vecchio romanzo confuso, lo riscrive, semplificando, asciugando, scarnendo il tono
allora barocchetto. Ma (chiedo scusa per il discorso generale), per scrivere un romanzo, bisognerebbe aver
qualcosa da dire, ed è questo qualcosa che irrimediabilmente manca a Bernari. Non bastano le velleità, non
bastano le ambizioni, non bastano le teorie: dietro queste pagine non c'è altro che un letterato invecchiato,
tagliato fuori, non dico dalla comprensione dei fatti, ma dalla minima reazione ai fatti. Con questo non
posso affermare che Le radiose giornate sia un bruttissmo libro: purtroppo, il romanzo di Bernari non
possiede neppure qualità negative, non possiede appunto caratteristiche che lo impongano all'attenzione
nel male come nel bene. È un libro che può essere pubblicato, dunque, se Bernari è autore della casa.
Pubblicato per rispettare un presunto dovere assicurativo: i vecchi autori hanno diritto a venir pubblicati
sino all'ultimo? Fa' un poco tanto pensionato. Ma, insomma, se pubblicato senza clamore, Le radiose
giornate non nuocerà alla casa editrice. Non le gioverà neppure. Questo è altrettanto certo, ma non si può
aver tutto nella vita.
Le lettere di Calvino: a Venturi
A Marcello Venturi, Milano
27 gennaio 1955
Caro Venturi,
riceverai tra poco il contratto. Devo dirti però sinceramente io del Treno degli Appennini non ne sono affatto
convinto. Mi piace meno di Caccia al capitano. Perché scrivi che «il villaggio era una brancata di case che
toccava il cielo»? Perché scrivi che la ragazza aveva un «profumo selvaggio»? Ci credi ancora tu in queste
cose? Com'è possibile? Mi vien voglia di prenderti a pugni in testa, perdio! E come mai non vedi che
rappresentare un eroe tutto slanci irrazionali, ribellioni scomposte, con oscuri richiami ancestrali e
indeterminati desideri d'evasione è una cosa che non interessa piú nessuno, non risponde ai nostri bisogni
d'uomini d'oggi? Quel famoso lirismo che annuvolava molte delle nostre pagine dieci anni fa è ormai molto
lontano dalla nostra coscienza d'oggi. Come mai non riesci a uscirne fuori?
Caccia al capitano è piú pulito e esatto, come storia e come lingua, sebbene anche lí, dar la parte dell'eroe
popolare a uno scemo di guerra ti farà bersaglio alle critiche dei compagni, che facilmente accuseranno non
solo il primo ma anche il secondo racconto di compiacenze irrazionali, decadenti...
Comunque, tu sei uno scrittore che lavora da dieci anni, e noi ti pubblichiamo come sei. Prendi questo mio
sfogo come una reazione personale, e come una prova che le tue pagine non lasciano indifferenti ma
obbligano a prender posizione.
Ti saluto caramente,
Calvino
Le lettere di Calvino: contro il lirismo
A Raffaello Brignetti, Roma
13 gennaio 1959
Caro Brignetti,
ho riletto il tuo libro e l'ho fatto leggere ad altri amici. E devo dirti sinceramente che i difetti
fondamentali che c'erano prima ci sono ancora'. E non so darmene pace perché sono convinto (e non
io solo) che il libro buono c'è, si tratta solamente di sfrondare, tagliare senza pietà.
Tagliare cioè tutto quello che c'è di «poetico» e «profondo » e che invece è terribilmente di
second'ordine: tutti i discorsi su El, i dialoghi d'amore, i ricordi del dizionario e della palude,
insomma tutto il mondo psicologico di questo babbeo di protagonista devi - non dico modificarlo o
attenuarlo o sfoltirlo - devi farlo sparire completamente, non lasciarne traccia, dimenticarti
completamente d'averlo scritto.
Hai in mano un romanzo bellissimo; con una struttura narrativa a prova di bomba, con un interesse
di vicende che ti prende da principio alla fine, con quella virtú mai abbastanza lodata nei pochi
romanzieri che ce l'hanno che è la precisione, la competenza minuta nel parlare di ambienti e attività
che conoscono fino in fondo, con una carica già in sé compiuta di significato simbolico, e vai a
infarcirlo di tutti i cascami d'un lirismo retorico da quattro soldi! Sono molto arrabbiato con te, di non
riuscire a farti capire questa cosa.
[…]
Le lettere di Calvino: seconda lettera a De Carlo
A Andrea De Carlo, [Milano]
16 dicembre 1980
Caro Andrea,
sono contento che tu sia stato contento della mia lettera. Vedo che hai una chiara coscienza di quello che fai, cioè che i tuoi
risultati non sono dovuti al caso e alle risorse inconsce dell'autore naif. Proprio per questo devi acquistare una maggiore
padronanza dei mezzi letterari, perché scrivere è anche un mestiere che si impara, trovando nelle tue letture dei modelli a cui
confrontarti (come esempi di economia stilistica - o se preferisci di «spreco» - e come strategia di effetti) e esercitando il tuo
senso critico in primo luogo su te stesso. E sono d'accordo con Natalia, che t'ha appoggiato con molto calore per la
pubblicazione (riuscendo a spuntarla) che devi rileggere il romanzo frase per frase ed eliminare i punti difettosi.
Nella tua lettera vedo che rifiuti di «raddrizzarlo» e «limarlo»: ora quanto a «raddrizzarlo» posso essere d'accordo, perché il
libro è cosí com’è, ma limare non vuol dire cambiare l’impostazione (abbondanza di dettagli, mancanza di costruzione, ecc.)
bensí rendere ogni frase il più possibile coerente con il tutto.
Per esempio frasi del tipo «Era una sensazione quasi lancinante» (p. 35): lancinante è un aggettivo molto forte; se ci metti
quasi gli togli forza. Ma la sensazione lancinante dovrebbe averla il lettore già da quello che tu rappresenti, senza bisogno
che tu la definisca. Nella tua impostazione oggettiva devi rendere sensazioni precise e non commentare sensazioni con
aggettivi.
Alle volte usi parole che non esistono e come invenzioni linguistiche non valgono molto («fantasizzavo» invece di
«fantasticavo» a p. 80). Oppure dettagli inutili che se passano veloci rendono la concretezza della visione; ma alle volte
sono proprio troppo minuziosi e ci si chiede perché: per esempio a p. 247: «Siamo scesi con movimenti quasi paralleli;
abbiamo chiuso le portiere nello stesso momento».
Se, seguendo il consiglio di Natalia, verrai a Roma potremo parlarne.
Un caro saluto.
La pubblicazione: proposte di correzione
Giuseppe Colizzi, La notte ha un'altra voce
G[iu]Seppe Cintioli 15 febbraio 1958
In linea generale.
Punteggiatura. Modificare in molti luoghi, per giungere a una minore casualità.
Aggettivi. Evidentemente troppi. L'a. dovrebbe rivedere tutta l'aggettivazione, rendendola più precisa, e sfrondare un poco dappertutto. Anche qui si ha l'impressione, sovente, di
certa casualità.
Avverbi. Idem idem.
Refusi. Qualcuno da eliminare.
Ingenuità e sbandamenti. Si introducono sovente nel ritmo della narrazione, abbassandola alquanto di livello. Ciò è dovuto principalmente a una smania di "precisazione" di cui è
prigioniero l’a.. Così egli non pensa mai di scrivere: "disse". Pensa di dover scrivere: "disse quasi con rabbia"; "disse volgendosi a Diego in modo..." "disse in modo sprezzante",
eccetera. (Es. a pag. 70. "- Niente - si affrettò a dire Diego, infastidito che Feldman capitasse sempre alla fine della serata, come una madre che va a riprendere il figlio quando
chiude la scuola"). L'esempio sta a indicare qualche centinaio di casi simili. Ciò conferisce alla narrazione, nei proprio traliccio abbastanza moderna, un che di bolso e di
superato: regionalisticamente, in un certo senso. Tale eccesso '`esplicativo" è riscontrabile un poco lungo tutto il vol., ma in particolar modo nelle pagg. 1/120. Entro al dialogo
come fuori di esso, nella parte descrittiva. Ne viene uno sbandamento stilistico molto frequente.
Psicologicamente. Uguale pecca. Soprattutto per la parte accennata. L'a. rischia, a causa di tale eccessiva precisazione,' di "raffreddare" spesso la situazione narrativa,
impedendola nei movimenti e obbligando il lettore a conoscere i personaggi nella loro parte di troppo, anche ai fini del dosaggio delle emozioni. Sicché a volte un gesto, un atto
del personaggio risulta non più "a fuoco", in quanto l'a. lo ha previsto in precedenza, riferendosi alla storia del personaggio medesimo. Bisognerà quindi:
TAGLIARE senz'altro molta parte dei cap. 3, sforzandosi di rendere più secco, meno scoperto il dialogo e meno informativa, meno "topografica" anche, la parte che riguarda i
"drugs", mamma Geltrude eccetera (Es. a pag. 63: "Diego, uscendo, era disgustato del mondo in cui gli era capitato di lavorare; ma presto si convinse che mamma Geltrude,
eccetera"). L'a. si attacca a una "anagrafe" dei sentimenti che costantemente gli porta via suggestione e modernità di taglio, senza aggiungere nulla di altro, in meglio.
Impossibile esemplificare caso per caso; ma quanto detto vale per la fisionomia generale del vo. E soprattutto per quel che concerne i capp. 1/5/ (da 1 a 5).
Il libro viene a subire delle modifiche stilistiche a partire dal cap. 6, e vi si avverte maggiormente l'influenza degli Americani e in particolare di W. Faulkner. La narrazione, su tale
linea di sviluppo, si "scalda" man mano, fino a giungere a maggiore intensità nei capp. 9/15. Parte questa, che ugualmente guadagnerebbe molto da una revisione nel senso già detto. Si
tratta, in fondo, e sempre, di sfrondare: specie dove esistono delle ingenuità prive di qualsiasi stile e delle lungaggini da bassa letteratura. (Tagliare e appuntire al cap. 7. Visita
libreria Rosa. Togliere via il falso che si insinua nel ritmo). (Tagliare altra roba al cap. 8, specie verso la fine; e sfrondare, modificando, qua e là. Lo stesso si dica per il cap. 9, che
pur resta tra le cose più notevoli). Il resto dei capp. 10/15, abbisogna meno di tali modifiche. Si tratta solo di riuscire a "calibrare" meglio ritmi e situazioni, potando appena qua e
là, con delicatezza da giardiniere.
Non si tratta evidentemente, per 1'a., di un'operazione da trascurare; e bisogna che egli ne afferri pienamente il senso. Non servirebbe a nulla, e non lo si aiuterebbe, dicendogli
solo di tagliare da pag. a pag., quando esiste la possibilità di "calibrare" tutta la narrazione. Con risultati senza dubbio essenziali, qualitativi: in quanto verrebbe a comporsi
quella specie di tensione di contrari che ancora esiste nella scrittura: tra modi spigliati, e anche abbastanza arditi; e modi invece trasandati e invecchiati.
P.S. da usare, inoltre, qualche raccordo narrativo.
La pubblicazione: proposte di correzione
Piero Chiara, Il piatto piange
Niccolò Gallo [4 aprile 1961]
A parte sono segnate, nelle pagine che seguono, alcune osservazioni più o meno particolari di
linguaggio. Ne tenga il conto che crede. Ma Le raccomando soprattutto l'ultima e qualche altra,
qua e là, relativa al tono del libro.
I miei dubbi più consistenti riguardano solo due punti del racconto e, in fondo, anche qui si
tratta di resa:
1° - p. 88 - La situazione "storica, troppo nota per raccontarla" dovrebbe essere riassunta con
maggiore invenzione stilistica: non data così cronisticatnente, in modo troppo corsivo. Se
risolvesse meglio la pagina, ne guadagnerebbe molto la scena, che segue, del Càmola. E forse
a p. 90 sarà bene staccare le ultime tre righe.
2° - pp. 96-97. Le prime due visite mediche sono un po' strutturali, meno fuse del resto della
storia. Vanno ridotte in poche righe, oppure sono da precisare di più. Mi sembra che questa
pagina e mezza, fino alla notazione del Tolini seduto al caffè, quando arriva il marito di
Aurelia Armonio, abbia un ritmo diverso, tentennante.
Alcune correzioni di battitura e qualche altra che mi pareva ovvia, le ho fatte direttamente sul
dattiloscritto. Lo riveda.
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