PSICOANALISI, PSICOLOGIA, PSICOTERAPIA E LEGGE 56/89 DI ROBERTO BICHISECCHI Premessa In questo periodo, e soprattutto dopo alcune sentenze emesse da tribunali italiani, riflettere sulla distinzione tra psicoterapia e psicoanalisi potrebbe sembrare inutile, superfluo o addirittura fuori luogo. Per alcuni tribunali, solo per alcuni, la psicoanalisi è una psicoterapia e queste decisioni sembrano indicare un orientamento stabile in questo senso. Rispetto a questa attuale realtà, e con la speranza che la globalizzante psicoterapia non avvolga e ingerisca, all'interno del suo corpo, anche la psicoanalisi, vorrei esprimere qualche riflessione su quest’ultimo strumento di approccio alla mente umana per confrontarlo con la psicoterapia. Come sappiamo, quest'ultima ha il compito di togliere, se possibile, ciò che è dannoso o che procura dolore mentale all'essere umano e offrire benessere, guarigione dalla sofferenza. La psicoanalisi non si pone, come prima intenzione, questo compito, questa finalità terapeutica. Il dolore, l’angoscia rappresentano, per colui che soffre, esperienze attraverso le quali può comprendere molti aspetti di sé. Se questo tipo di lavoro può aiutare alcune persone a vivere meglio, tale effetto non rappresenta, tuttavia, il motivo principale di questa ricerca. Intendo dire che il miglioramento delle condizioni umane non è di esclusivo appannaggio della psicologia, della psicoterapia. La funzione psicoterapeutica è esercitata intenzionalmente o meno pressoché ovunque tra esseri umani. Da un certo punto di vista potremmo pensare che la psicoterapia sia esercitata anche da un pasticcere o da un costruttore di divani. La ricerca di quest'ultimo è quella 1 di far star comode le persone, di farle sedere, cullare, riposare su un oggetto possibilmente “bello”. La comodità, la bellezza (D. Meltzer) come sappiamo, infondono un senso di benessere nell'essere umano che ne resta appagato psicologicamente e vive meglio la sua esistenza. In realtà il costruttore di divani non fa psicoterapia poiché non è interessato a “curare” direttamente il cliente, ma a migliorarne le condizioni di esistenza, anche se ne consegue un appagamento psicofisico. La distinzione tra questo artigiano e uno psicoterapeuta è immediatamente evidente per più motivi e nessun essere umano fa fatica a dire che sono due realtà diverse, nonostante sia possibile individuare, tra loro, aspetti simili più o meno profondi. La diversità tra psicoanalisi e psicoterapia non è d’immediata intuizione e la maggior parte delle persone fa confusione molto facilmente. Psicoanalisi e Psicoterapia Innanzitutto vorrei mettere in evidenza una prima chiara (così mi appare) distinzione tra psicoterapia e psicoanalisi, determinata dallo Stato Italiano stesso. Come sappiamo, le formazioni in psicoterapia, anche quelle a orientamento psicoanalitico, debbono seguire un iter ben preciso, pertanto coloro che vogliono essere iscritti a questo albo debbono conseguire, per esercitare la professione, una formazione stabilita dallo Stato e che tutte le scuole di psicoterapia riconosciute hanno l'obbligo di concretizzare. Il DPR 10 Marzo 1982 n. 162 afferma che le scuole di specializzazione fanno parte dell'ordinamento universitario e concorrono a realizzare i fini istituzionali delle Università italiane. Le scuole di specializzazione in psicoterapia hanno quindi l’obbligo di preparare i futuri psicoterapeuti attraverso un iter composto di una istruzione, impartita attraverso un determinato numero di ore di lezione, nonché da un tirocinio, possibilmente effettuato in strutture e servizi pubblici e, dove ritenuta opportuna, da una supervisione delle psicoterapie effettuate dagli allievi. Lo Stato, com’è possibile verificare nel “Regolamento recante norme per il riconoscimento degli istituti abilitati ad attivare corsi di specializzazione in psicoterapia”, 2 D.M. 11 dicembre 1998, n. 509, non riconosce l'obbligo di una psicoanalisi personale, come formazione di base, per esercitare la psicoterapia. Tutti gli orientamenti psicoterapeutici che desiderano aderire alle regole indicate nel Decreto Ministeriale, anche a costo di snaturare le proprie origini e convinzioni, possono entrare nel campo della psicoterapia e in pratica formeranno degli psicoterapeuti. Questo è quanto lo Stato offre. Chi invece non accetta di rinunciare alla propria originalità, alle proprie idee e convinzioni cosa può fare? Per fortuna sembra ci siano delle possibilità di sopravvivenza, difficili da sostenere, ma auspicabili. I Counselor, gli Operatori del Benessere, i Mediatori Civili e altre realtà “psicologiche” che hanno scelto una via “europea”, più attuale del corporativismo italiano, esistono e prolificano indisturbati, diversamente dagli psicoanalisti non psicoterapeuti che sono continuamente minacciati e attaccati. Come dicevo, lo Stato Italiano ha già stabilito una chiara differenziazione tra psicoterapia e psicoanalisi, ma ciò che determina un’ulteriore distinzione sono le finalità e le modalità di lavoro. Innanzitutto la formazione psicoanalitica non chiede ciò che esigono le regole per la formazione in psicoterapia. La volontà di annullare la psicoanalisi, omologandola alla psicoterapia, appare pertanto una forzatura se non una costrizione (o distruzione). Sarebbe inoltre sufficiente considerare le proprietà della psicoanalisi e quelle della psicoterapia per appurare che non sono le stesse, e, in conformità a ciò, dovrebbe essere più che bastante ricordare ciò che afferma Leibniz con la sua famosa legge: se due entità (psicoterapia e psicoanalisi) non hanno le stesse proprietà, non sono uguali. Se hanno proprietà diverse non possono essere la stessa cosa. Pertanto la loro fusione comporterebbe la perdita delle peculiarità di entrambe. Le norme formative statali per la psicoterapia sono molto distanti dal tipo di formazione che richiede la psicoanalisi. Nella psicoanalisi lo strumento d’indagine è lo psicoanalista stesso che, con l'analisi personale, ha educato e sviluppato gli attributi che la natura gli ha dato, tra cui l'intuizione sensibile, la conoscenza sensoriale, l'intuizione fenomenologia. Con alcuni di questi strumenti lo psicoanalista cerca di andare oltre gli aspetti sensoriali con lo scopo di cogliere e definire, in una relazione a due, ciò che non 3 è esperibile sensorialmente e tecnicamente. Si tratta di cogliere forme originarie non definite, non scientifiche ma ri-scrivibili. Il modo con cui si procede su questo piano è tipico di ciascun psicoanalista e questo è un segno di distinzione in quanto psicoanalisti. Questi ultimi non si pongono di fronte all’analizzando in modo preordinato e non sanno cosa accadrà nella seduta. Questa caratteristica del non sapere è per la psicoanalisi di grande valore perché rappresenta la porta di accesso all’immaginazione, una funzione che nel setting analitico è ritenuta, da alcuni, sacra. (W.Bion, J.Grotstein, T.Ogden). Gli psicologi, gli psicoterapeuti impiegano metodologie delle quali devono saper indicare le fonti, i riferimenti scientifici. La psicologia e la psicoterapia appartengono alle scienze sociali che, assieme alle scienze naturali e a quelle formali, completano il panorama scientifico. La psicologia, trovandosi nel campo delle scienze, si pone di fronte al suo oggetto d’indagine con i mezzi delle scienze naturali. La psicoanalisi, come ho accennato, non affronta il suo oggetto con gli stessi strumenti della psicologia, tuttavia non significa che la prima sia migliore dell’altra, sono due realtà diverse che indagano la mente con strumenti differenti. Potremmo immaginare una collaborazione tra loro, forse con un punto a favore della psicologia poiché appartiene alle "scienze" sociali quindi al campo scientifico, mentre la metodologia psicoanalitica non avrebbe lo stesso diritto di appartenenza (Popper, Grunbaum, Bion, P.Ricoeur, etc.). Anche questa è una realtà che dovrebbe tener lontani irrimediabilmente i due orientamenti. La formazione dello psicoanalista richiede ciò che lo Stato non contempla nel percorso formativo per psicoterapeuti. Per la psicoanalisi, ciò che lo Stato non prevede, è fondamentale. Lo Stato offre di base una preparazione culturale omologa in tutta Italia. La formazione psicoanalitica non ha come obiettivo principale la preparazione culturale e tantomeno una formazione omologa. Nella psicoterapia, gli strumenti per affrontare le problematiche umane con lo scopo di "guarirle" (per questo giustamente siamo nel campo della terapia) li troviamo negli insegnamenti teorici impartiti e nelle ore di tirocinio svolte durante la preparazione universitaria e nella successiva specializzazione. In altri termini, lo psicoterapeuta usa ciò che ha studiato. Lo strumento elettivo della psicoanalisi, quello con cui affronta il dialogo non è, come nella psicoterapia, l'uso di quanto è stato studiato e acquisito nel percorso universitario. Nella 4 psicoanalisi lo strumento che interviene nel dialogo è, come avevo sottolineato, lo psicoanalista stesso con i propri temi e caratteristiche individuali conosciute e approfondite nel lavoro personale, unitamente alla presenza della sua entità non cosciente di cui ha imparato a fidarsi e alla quale attinge continuamente durante il lavoro. Ogni psicoanalista dà, ai suoi strumenti d’indagine, una propria forma, di conseguenza, l'approccio relazionale è unico, appartiene cioè alla coppia analitica e non può essere di un’altra relazione. Lo psicoanalista, ha la responsabilità di reinventare la psicoanalisi per ogni paziente e continuare a modificarla nel corso dell’analisi stessa (T.Ogden). Naturalmente ci si allontana non poco dall’omologazione e soprattutto dalle tecniche scientifiche della psicoterapia. Si potrebbe obiettare che anche lo psicoterapeuta porta le proprie caratteristiche individuali, le proprie emozioni. Sicuramente sono presenti nelle sue sedute, ma il ruolo e la funzione di queste sono lontane da come uno psicoanalista le ha vissute e da come le impiega nella gestione della relazione. Le conoscenze e l'utilizzo individuale delle proprie realtà emotive, affettive non sono contemplate nella preparazione degli psicoterapeuti perché lo Stato non le prevede (vedi D.M. 11 dicembre 1998, n. 509). Diversamente, per la psicoanalisi, tutto ciò rappresenta la base formativa necessaria. La psicoanalisi affronta, in primo luogo, proprio questi contenuti emotivi che in seguito saranno usati per interagire con l’analizzando e soprattutto per creare le condizioni necessarie affinché quest’ultimo trovi un ambiente utile per esprimere, in modo adeguato, la sua realtà emotiva. La psicologia e la psicoterapia seguono una metodica "scientifica", si trovano nel campo della scienza e della tecnica, per questo sono loro necessarie l'omologazione e il rifiuto dell’individualità in quanto non scientifica. Inoltre forniscono oggetti mentali con cui mirano a modificare i comportamenti e i modi di pensare dei loro pazienti. Questo non è certo l’obiettivo della psicoanalisi. Oggi possiamo tranquillamente affermare che quest’ultima, diversamente dai bisogni iniziali, non ha più un grande interesse a dimostrare che possiede caratteristiche scientifiche, poiché riconosce di essere vicina alla dimensione artistica, intuitiva, filosofica (D.Meltzer, W.Bion, altri). Ricordate cosa rispondeva Freud quando gli veniva chiesto chi fossero stati i suoi insegnanti, le sue fonti? Egli era solito indicare il teatro greco, Goethe, 5 Shakespeare, i grandi romanzi russi. Sogno ed espressione artistica costituivano e costituiscono anche oggi, per la psicoanalisi, i migliori strumenti di accesso al mondo emotivo umano, al suo inconscio. Un’entità quest’ultima che la psicoanalisi ha sempre difeso e cercato di avvicinare con strumenti mentali individuali. Oggi assistiamo allo sviluppo di una quantità innumerevole di psicoterapie che offrono trattamenti, con lo scopo di guarire alti numeri di persone con varie patologie mentali, preferibilmente in tempi brevi. Per raggiungere questi scopi, molte psicoterapie si sono orientate a un riduzionismo della mente, per di più materialistico (comportamentismo). La psicoanalisi, diversamente da queste, è orientata ad un ampliamento degli orizzonti mentali. Il comportamentismo non riesce a spiegare l'intuizione, pertanto i comportamenti del corpo sono solo movimenti privi di una componente mentale, riduce il fenomeno psichico al comportamento. (J.Searle, U. Galimberti). Cosa possiamo dire del funzionalismo che vede le emozioni come processi mentali che mobilitano energie come stimoli per affrontare le difficoltà ambientali e pensa che ne esistano alcune prive di funzione e quindi fine a se stesse? Per la psicoanalisi sono l'origine del nostro pensare, anzi sono già una prima forma di pensiero. Ci domandiamo come è possibile concepire l’idea di unire, sotto uno stesso tetto, la psicoanalisi con realtà così diverse. La psicoanalisi è essenzialmente e proceduralmente conoscitiva, non vuole “guarire” nessuno, vuole conoscere. Se per qualcuno la conoscenza può essere appagante, questo non significa che l’analizzando è stato "curato" nel senso della “terapia”. Le intenzionalità sono diverse. Molte persone si sentono migliorate dopo aver scambiato idee con qualcuno, anche se questi non ha conseguito la specializzazione in psicoterapia. Si sentono meno ansiose dopo aver dialogato con un medico o con un avvocato. Altri provano un senso di leggerezza e perdita di angoscia dopo aver parlato con un Filosofo, con un Pedagogista, con un Counselor o con un Mediatore Civile, anche se queste figure non sono psicoterapeuti. Il concetto di terapia, di cura e di guarigione hanno un loro preciso significato nel mondo della medicina. Sono parole che evocano, nella mente dell’essere umano medicalizzato (noi tutti lo siamo da qualche centinaio di 6 anni), una serie di modelli, di significati e di aspettative. La psicoanalisi non ha aspirazioni mediche, non “guarisce” nel senso psicoterapeutico del termine. Non ha come obiettivo la “terapia”, la “guarigione”. Anche per queste ragioni non è facile intuire e comprendere la profonda distinzione tra le realtà di cui stiamo parlando. Non è facile uscire mentalmente da una logica, da un episteme che sovrasta e avvolge la nostra realtà. Non è facile vedere idee e logiche diverse da quelle che sono già presenti nella nostra mente o che la realtà, la pubblicità (non tanto quella che vediamo in televisione, ma soprattutto quella che non si manifesta come pubblicità vera e propria) spinge dentro di noi, unitamente alla convinzione che quei concetti, quelle logiche, quelle ragioni e solo quelle sono vere e giuste. Non è facile per la psicoanalisi uscire da certe logiche e trasmettere finalità e significati diversi. E’ facile confondere un merlo con uno storno, sembrano uguali, ma se ci avviciniamo e osserviamo bene…. Allora le difformità inizieranno ad essere evidenti e in seguito si riveleranno addirittura abissali. Purtroppo la natura porta queste due realtà ad essere inafferrabili, a volare via come le parole, e occorre molta pazienza per capire. La figura professionale dello psicoterapeuta ha un modo di pensare, di mettersi in relazione con l'ambiente e con la mente umana, diverso da quello adottato dagli psicoanalisti, proprio per ciò che abbiamo appena detto e per la dissimile formazione ricevuta. In alcuni casi gli psicoterapeuti, in modo particolare quelli a orientamento psicoanalitico, acquisiscono conoscenze relative alla cornice psicoanalitica, spiegate durante le lezioni presso la scuola di specializzazione. Ciò che in realtà si ottiene è far conoscere alcuni meccanismi, idee della psicoanalisi all'interno di una formazione che resta psicoterapeutica. Mi sembra un’ottima iniziativa culturale, purché sia chiaro che in questo modo non si diventa psicoanalisti. Tuttavia, nel caso che qualche specializzando in psicoterapia avverta il desiderio, il bisogno, l’interesse personale di fare una psicoanalisi, con uno psicoanalista scelto in modo altrettanto personale; una volta terminata la scuola di specializzazione sarà psicoterapeuta e potrà diventare anche psicoanalista. Il mio parere è quello di non creare confusione tra la formazione ottenuta nella scuola di specializzazione (che è impartita statalmente con criteri ben precisi) e la formazione psicoanalitica che è ottenuta con altri criteri. Ho notato, ma non occorre 7 molto per capirlo, che questo tipo di confusione crea problemi di identità negli psicoterapeuti. La stessa confusione di identità crea difficoltà nello stabilire adeguate relazioni con i loro “pazienti”. Lo psicoterapeuta entra in relazione con ciò che l’incessante attività neuronale del suo paziente costruisce con l’intenzione di “guarirlo” da ciò che lo affligge e per ottenere ciò predispone i suoi strumenti, ricavati da fonti scientifiche, per affrontare al meglio la malattia mentale. La psicoanalisi è orientata verso un approccio non deterministico, diverso quindi da quello della psicologia e della psicoterapia. La conoscenza, il rapporto e la comunicazione con l’analizzando vengono realizzati con la ri-espressione di atti pieni di vita attraverso altri atti vitali in uno sfondo dove sono presenti e non-presenti tutte le varianti possibili in una condizione di casualità. Nel mondo della psicoterapia, dove l'uso delle tecniche è totale, poiché quelle e solo quelle sono gli strumenti acquisiti e utilizzati, la casualità è pressoché assente. Per lo psicoanalista le conoscenze teoriche e tecniche restano e devono restare come sfondo, inutilizzate durante il rapporto con l'analizzando. Tutti noi sappiamo che la tecnica nasce ed è utilizzata per raggiungere scopi ben precisi. L’uso della tecnica ci ha abituato all’immediatezza della risposta, una posizione condivisa anche dalla psicologia e dalla psicoterapia. Pertanto se ho una necessità, con l’uso di una tecnica, posso soddisfarla. In questo modo si dà all’uomo quello che l’uomo ha sempre desiderato. Il principio di realtà e il principio di piacere si fondono nell’immediatezza. La psicoanalisi non lavora in questo modo perché opera nello spazio compreso tra questi due bastioni e non rinuncia alla spazialità e alla temporalità, a nostro avviso necessarie, tra la domanda e il suo esito. Quando uno psicoterapeuta, che non ha una formazione psicoanalitica, applica alcune teorie psicoanalitiche nei servizi pubblici o privati, usa qualcosa che non appartiene alla sua personale esperienza emotiva, anche se l’uso delle idee psicoanalitiche gli appare utile. L’esercizio di questa estrapolazione, purtroppo non tiene conto della vita che sta dietro alle idee psicoanalitiche e del fatto che nel rapporto con 8 l’analizzando non debbono essere usate. Queste idee che vanno a formare le teorie psicoanalitiche si accordano, si adattano, ed hanno un profondo significato solo all’interno di una formazione psicoanalitica. Nel caso descritto si applicano solo delle tecniche che diventano appunto psicoterapeutiche. Non è più possibile parlare di psicoanalisi poiché l’”anima”, lo strumento vero dello psicoanalista si perde in questo passaggio. Quando uno psicoterapeuta usa le sue tecniche per guarire il suo paziente in realtà il rapporto che costruisce è tra paziente e tecniche usate. Lo psicoterapeuta resta, come dire, sullo sfondo, non mette in campo la sua esistenza umana, non se la gioca nella relazione. Ricordo una conferenza di Galimberti nella quale disse che è quanto mai inutile aspettarsi o chiedere comprensione, condivisione, affetto da un medico, perché questi è stato preparato a rapportarsi al corpo e non ai sentimenti o alle emozioni del paziente. Molte discipline hanno come oggetto di studio il cervello e le sue manifestazioni mentali. Lo psicoterapeuta e lo psicoanalista si rapportano a due oggetti diversi e lontani tra loro, per questo usano modalità di approccio diverse, ma entrambi gli oggetti sono espressione di un’unica realtà. Non ho un altro termine a disposizione per dare l’idea di ciò che intendo dire, ma gli psicoanalisti desiderano lavorare per mezzo della loro “anima”. Con ciò non voglio alludere a una sorta di spiritualità, ne a qualcosa di soprannaturale. Uso questo concetto, perché continua a mantenere parti indefinite e si contrappone all’idea fredda, scarna, lontana dal calore umano che alcuni termini come “tecnica, scientifico, ecc.” suscitano nella mia mente. Queste ultime parole sono più adatte ad essere usate dalla medicina, dalla psicoterapia perché sono chiamate a questo tipo di rapporto e, in primissima istanza, alla “terapia” alla “guarigione” del paziente. Poco prima dicevo che, quando nelle scuole di psicoterapia ad orientamento analitico si insegnano le teorie psicoanalitiche, non si diventa psicoanalisti. Se vogliamo esserlo dobbiamo fare il percorso necessario per sviluppare l’”anima” psicoanalitica. Solo con questa possiamo lavorare come tali. In caso contrario siamo qualcosa di diverso, forse migliori, ma non psicoanalisti. Ecco perché non possiamo entrare all’interno della cornice psicoterapia. Non vogliamo perdere la nostra “anima” che per noi è uno strumento prezioso, non vogliamo perdere la nostra autenticità, il desiderio di continuare a conoscere noi stessi, 9 la nostra specificità. Le psicoterapie si sono moltiplicate a dismisura in questi ultimi anni e tra queste ce ne sono alcune che si definiscono "psicoterapie psicoanalitiche" o "psicoterapie ad orientamento psicoanalitico". Tutte mirano comunque alla risoluzione, possibilmente rapida, delle patologie mentali, ma offrono un iter formativo in linea con le richieste dello stato, ma diverso da quello richiesto dalla psicoanalisi. Tuttavia alcuni psicoterapeuti, appartenenti a questo tipo di preparazione scolastica, pensano di essere psicoanalisti, anche se non hanno sviluppato l’”anima” necessaria per esserlo veramente. Non tutte le persone desiderano essere “curate”, alcune vogliono sapere semplicemente chi sono. Con l’uso improprio del termine psicoanalisi possono essere ingannate poiché si trovano ad iniziare una “cura” psicoterapica non richiesta. Ciò che denominiamo “psiche” non è appannaggio della sola psicologia. Pertanto questa scienza non dovrebbe sentirsi proprietaria di tutto quello che accade attorno a ciò che ha questo significato. Ci sono studiosi di varie discipline che si occupano di questa realtà, dai riduzionisti materialisti come Damasio, un neurologo per il quale la mente sono i neuroni, a Colin McGinn, un filosofo che ritiene la mente, la coscienza, il libero arbitrio, delle realtà così profonde che il metodo scientifico dell'uomo non è in grado di sondare. Anche i fisici si cimentano su questo vasto campo di ricerca. Roger Penrose, fisico dell'Università di Oxford, pensa che la realtà mentale, per essere compresa, debba essere messa in relazione con la meccanica quantistica, che genera effetti non deterministici. Effetti che la psicologia deterministica non può assolutamente comprendere. Secondo Penrose, quindi, la psicologia risulterebbe addirittura incapace di affrontare il mentale in quanto nessun sistema deterministico, basato su regole, è in grado di spiegare le caratteristiche della mente. John Searle è un interessante filosofo contemporaneo che ha scritto parecchi libri su questo nostro problematico organo. Egli è giunto ad una ipotesi molto interessante quanto criticata. Egli suppone che l’attività fisica dei neuroni dia origine ad un’energia diversa da quella che conosciamo, ma capace di attuare la nostra coscienza. Anche il filosofo Thomas Nagel e molti altri ancora affrontano il problema mentale. L'elenco dei filosofi, dei fisici, dei neurologi che 10 si occupano della mente su più piani è molto lungo, comunque tutti, dal loro punto di vista, dal piano della loro formazione offrono teorie, ipotesi, prassi alla conoscenza della mente umana. Come mai la psicoanalisi, che si dedica alla conoscenza dello stesso oggetto, deve farlo a patto che realizzi la sua ricerca sull’uomo all’interno di un conformismo che non la rappresenta? Per quale motivo la psicologia vuole appropriarsi di una realtà che per molti aspetti non le appartiene e con la quale è addirittura in contrasto? Perché non chiede anche ai filosofi ai fisici, ecc. che si occupano della mente, di esprimersi solo e soltanto all'interno della psicologia? Questa chiusura, a mio parere eccessiva, la si può osservare anche nell’art. 21 del Codice Deontologico degli Psicologi. La psicologia, dal mio punto di vista, dovrebbe essere un poco più modesta e ricordare le sue origini. Come sappiamo la psicologia esisteva in quanto parte della pedagogia. Una pedagogia che fino ad alcuni anni fa poteva gestire le conoscenze psicologiche nei suoi approcci con i bambini o con chi ne aveva necessità. Oggi non può più farlo, altrimenti il pedagogista sarebbe accusato di improvvisarsi psicologo e pertanto condannato. La psicologia, invece di rendere omaggio alla scienza da cui ha avuto origine, sembra volerla ripudiare oppure inglobare. I pedagogisti potrebbero dire ancora molto sulla mente dei bambini e dei futuri adulti e avere approcci con essi estremamente validi con utili ricadute educative, forse terapeutiche. Se immaginiamo la nostra attività sensoriale e mentale come finalizzata ad un lavoro capace di dare senso e linearità a ciò che non ha una struttura e che è di per sé elementare, osserviamo che a questa realtà si sono rivolti più approcci dello scibile umano. Ognuno a suo modo e dal proprio punto di vista. Questo costituisce la ricchezza culturale e conoscitiva dell'uomo. Tuttavia, affinché ogni disciplina svolga nel miglior modo possibile la propria attività, è necessario che abbia il proprio campo di lavoro, la propria libertà di pensiero e di azione e soprattutto la possibilità di lavorare con le proprie regole, quelle che ha costruito nel tempo e alle quali, per vari motivi, non vuole rinunciare. La psicoanalisi, in particolare, non può essere legata ad altri paradigmi se non a quelli relativi alla propria specificità. 11 Ricordo che Donald Meltzer criticava aspramente quanto accadeva nelle istituzioni. Osservava che le posizioni del potere istituzionale, per ottenere un maggior controllo all’interno dell’istituzione stessa, corrompono la psicoanalisi e tolgono libertà di pensiero e di azione agli psicoanalisti che vorrebbero esercitare questa professione in questi luoghi. L’esercizio del lavoro psicoanalitico all'interno delle istituzioni, degli ospedali risulta, in pratica, impossibile. Lo psicoanalista sarebbe costretto a seguire le regole di lavoro dettate dall’istituzione, o dalla ASL di appartenenza. Tra queste c'è anche il luogo, l'arredamento, che sono stabiliti dalla struttura e non dal terapeuta. Anche l’orario è fissato dall’ente di appartenenza e non da un accordo tra psicoanalista e analizzando. Non meno importante è la dipendenza economica. Queste condizioni impediscono allo psicoanalista lo sviluppo di una relazione diretta con l’analizzando e pertanto la costruzione di un reciproco e profondo legame. Per lo psicologo e lo psicoterapeuta tutto ciò appare di minore importanza poiché il loro orientamento è verso l’uso di una tecnica standard. Possono prescrivere un certo numero di sedutefarmaco di tipo sistemico o cognitivo-comportamentale e valutare le risposte alla “cura”. Per lo psicoanalista è impossibile svolgere il proprio lavoro conoscitivo in queste condizioni. La relazione psicoanalitica diventerebbe, in questi luoghi, scarsamente efficace poiché verrebbero a mancare le premesse umane necessarie alla formazione di questo rapporto. Tra analizzando e psicoanalista verrebbe a trovarsi la struttura e, come è facile intuire, quest’ultimo si troverebbe a privilegiare l’ente, che gli dà da vivere. D.Meltzer, convinto assertore dei valori umani nel rapporto psicoanalitico, non pensava fosse possibile svolgere attività psicoanalitica dove le premesse necessarie per questo compito sono assenti. Come potete constatare non si tratta di stabilire solo un setting più o meno ortodosso. In molti ambienti verrebbero a mancare un numero troppo elevato di requisiti affinché il processo psicoanalitico abbia luogo. Una condizione in cui anche i dati per individuare ed analizzare il transfert nelle sue più varie espressioni risulterebbe difficoltoso, se non impossibile (M.M.Gill 1954). Abbiamo visto quanto sia complicato fare psicoanalisi in certe condizioni, ma in questi ambienti sappiamo che è possibile fare psicologia o psicoterapia. L’uso, da parte di queste 12 scienze, di alcuni principi o tecniche psicoanalitiche, appare invece possibile e addirittura utile. Le psicoterapie, con le loro diagnosi, i loro approcci, e le loro tecniche intendono fornire conforto sicurezza e sollievo, e con ciò si inseriscono nella cultura di tipo medico. Come sappiamo affiancano la medicina e fanno parte della stessa "sanità". La psicoanalisi non condivide l’omologazione alla psicoterapia e l’inserimento nella sanità, ne accetta la scelta fatta dagli altri, ma vorrebbe che la stessa libertà di decisione venisse lasciata anche alla psicoanalisi. Vorremmo avere la libertà di decidere del nostro futuro di psicoanalisti in quanto tali poiché pensiamo, a torto o a ragione, che con l’omologazione, il conformismo e l’inserimento in un ordine, non possiamo che perdere la nostra unicità e specificità, la nostra dignità, la nostra “anima”. Noi pensiamo che la mente sia pressoché infinita, per questo crediamo sia necessario osservarla da molti punti di vista, forse da un numero maggiore di quelli attualmente esistenti e non soltanto da quello psicologico o psicoterapeutico. L’universo mente non appartiene a nessuno o almeno così vorremmo che fosse. La psicoanalisi è solo un punto di vista che vorrebbe osservare questa realtà non dalla lente della psicoterapia, ma tramite i suoi strumenti. Non vogliamo uniformarci a una visione della mente che non è la nostra. Lo psicoterapeuta, come sappiamo, applica le tecniche acquisite nel corso degli studi, oppure quelle orientate dall'ente che si rifà a dettami generali e “scientifici” in sostanza di tipo medico. In questo caso quindi siamo nel campo della “terapia”. Se pensiamo di sapere che cosa è la psicoterapia, (almeno da un certo punto di vista), dovremmo pensare di poter dire che cosa è ciò che chiamiamo psicoanalisi. Non credo che questo compito sia semplice perché questo argomento è sempre stato tenuto volutamente insaturo. Una posizione che ritengo molto positiva perché lascia aperte molte porte allo sviluppo e all’ampliamento di questa realtà. I problemi nascono quando si cominciano a chiudere le porte e si offrono definizioni che solidificano eccessivamente i significati. Anche nella psicoanalisi sono accadute cose di questo tipo con la costituzione di ortodossie immobilizzanti e autoprotettive. Per fortuna con i passaggi dalle idee di Freud, a quelle della Klein, a quelle di Lacan e ora a quelle bioniane, l’aspetto dinamico 13 ed evolutivo della psicoanalisi non è stato perso, almeno fino ad ora. Ritornando al concetto di psicoanalisi penso che un’affermazione, apparentemente tautologica, ma che può farci riflettere, sia stata data da Sandler nel 1982. Egli ritenne opportuno dire che la psicoanalisi è l’attività praticata dagli psicoanalisti. Allo stesso modo diciamo che coloro che hanno una formazione psicoterapeutica praticano la psicoterapia, chi ha una formazione psichiatrica svolge l’attività di psichiatra, e così via. Ma potremmo anche ricordare ciò che scrive Borges in una sua prosa: “tutte le cose vogliono perseverare nel loro essere; la pietra eternamente vuole essere pietra e la tigre, tigre”. Sono convinto che non sia sano distruggere l'identità delle realtà culturali esistenti e di quelle a venire. In una realtà sociale così distruttiva delle culture sulla terra, riconoscere, rispettare e salvaguardare almeno le originalità culturali sarebbe un segno di straordinaria civiltà. Purtroppo questo tipo di segnale non mi sembra sia stato finora espresso dal corporativismo psicologico, ma persevero nella speranza che in un prossimo futuro possa essere manifestato. Purtroppo il modo di procedere di questa realtà non mi sembra orientato a cercare un dialogo e un accordo con le figure professionali a lei vicine (a parte le scienze mediche). La psicologia, per correre dietro alla credibilità scientifica di tipo medico, mi sembra abbia rinunciato ad attingere alle fonti inesauribili della sua capacità di “sognare”, di trovarsi in una realtà non scientifica dove tutto è possibile e che rappresenta la sorgente della vita psicologica. Questa rinuncia, aggravata ancor più dal fatto che l’oggetto del nostro studio è la mente umana, che comprende anche tutti i suoi aspetti irrazionali, non può che spingere la psicologia a impadronirsi di chi è ancora capace di immaginare, di sognare, di fantasticare, di modificarsi; di chi, come nel nostro caso, ha saputo superare, forse rinunciare al mondo mentale positivistico freudiano e kleiniano e compiere con Bion una vera e propria rivoluzione metapsicologica. Una trasformazione che porta lo psicoanalista ad affrontare l'incertezza, l'infinito, il relativismo e ad inoltrarsi in quei luoghi dove l’approccio di tipo medico, per sua natura, non può spingersi. La psicoanalisi, con la scelta di questa strada, si è ancor più allontanata dal rischio di un’identificazione con la medicalizzazione dell’uomo, che avrebbe portato alla perdita dei propri attrezzi di lavoro, strumenti che nascono solo dal riconoscimento e dalla 14 consapevolezza della propria identità, finitezza e non conoscenza. La realizzazione della propria individualità sia ente o persona non può che portare alla collaborazione e al dialogo con le altre figure umane e professionali. Nel caso accettassimo di far parte della psicologia, della psicoterapia saremmo solo delle appendici prive di personalità, prive d’identità trascinate dal corpo al quale siamo aggrappati. Questa condizione mi ricorda l’ammonimento di Goethe a Sciller rispetto all’essere poeta o filosofo. Dipendeva da questa scelta se vivere di luce riflessa o di luce propria. Noi psicoanalisti non vogliamo entrare a far parte della psicologia, vogliamo vivere della nostra luce, vivida o opaca che sia, ma nostra. Non vogliamo essere trascinati in un ordine compromesso, anche se dall‘eccessivo amore per la scientificità. In quel luogo perderemmo sicuramente la nostra specificità, la nostra “anima”, che credo sia più importante di qualunque scienza. Il potere politico ed economico della medicina è infinitamente più grande di quello della psicoanalisi (che non ha nessuno dei due), ma non per questo dobbiamo accettare le lusinghe o le minacce della psicologia e lasciarci attrarre dalla fascinazione di questo lato della realtà. Forse il Faust di Goethe può ancora insegnarci qualcosa. La psicologia, dal suo isolamento corporativo, dalla trincea che si è costruita, sembra vivere in una perenne posizione di difesa-attacco. Dalla posizione assunta non può che vedere nemici da combattere o terre da conquistare, qualcuno mi sembra abbia usato anche il significativo termine cannibalizzare. Lo schema è chiaro: o sei dei nostri o sei contro di noi. In questo modo di pensare non c’è spazio per il riconoscimento e l’accettazione del diverso e dell’alterità. Coloro che sono o appaiono simili all’approccio psicoterapeutico, come ad esempio gli psicoanalisti, non desiderano attaccare nessuno, vorrebbero solo vivere la propria realtà, la propria autonomia e indipendenza, la propria libertà ed entrare in relazione con la psicologia, la filosofia, i counselor, la religione, ma da individui consapevoli di se stessi e coscienti della propria diversità dalle altre figure professionali. Ho aggiunto anche la religione perché il fondo mentale umano è profondamente religioso, ma la psicologia sembra curarsene poco. Eppure questo fondo incide moltissimo nelle idee, nelle problematiche e nei comportamenti umani. Ma se la psicologia si occupasse di 15 religione cosa potrebbe accadere? Il mondo dei servizi pubblici e parte di quello privato è occupato dalla psicologia cognitivo comportamentale e sistemica. Sono orientamenti “scientifici” e come tali cercano di difendere questo loro valore. L’adesione al mondo medico ne è una conferma. In questo modo pensano di vivere al sicuro lassù sulle alte cime della scienza, ma in questo modo trascurano l’altra faccia della loro medaglia, cioè la paura di morire (non come individui, s’intende) vale a dire la paura di perdere la possibilità di dare significato a ciò che hanno rinunciato a vedere e a conoscere, ma che è reale per la psicologia. La naturale conseguenza è l’assunzione di una posizione difensiva, forse persecutoria con cui poter padroneggiare ciò che sfugge loro di mano. La paura, si sa, porta a dimenticare, a non percepire i molteplici altri oggetti del proprio lavoro. Se usciamo dal mondo piatto del positivismo, il compito dello psicoanalista, come dice Bion, è quello di avvicinarsi il più possibile a ciò che è ignoto della seduta e può farlo se sospende il proprio Io, certe funzioni mentali del proprio Io, che sono soprattutto la memoria, il desiderio, la comprensione. Un modo opposto a quello in uso negli ambienti psicologici dove ad ogni azione deve corrispondere una determinata risposta conosciuta a priori. Non c’è il tentativo di entrare in “risonanza” con l'oggetto psicoanalitico, come è consuetudine per gli psicoanalisti, e attendere l’emergere di un’intuizione da quella sfera in cui vengono meno le parole e i loro significati. Heidegger direbbe: “la lingua presta ascolto a una voce interiore ineffabile; le parole abbozzano, ma non abbracciano la verità, sono soltanto una ricompensa fugace”. La sospensione del proprio Io nella psicoanalisi ha uno scopo fondamentale: sospendere ciò che abbiamo costruito coscientemente, eliminare le tecniche, attingere alle nostre più vere caratteristiche personali presenti dentro di noi. Entrare in contatto con “l’ineffabile soggetto dell’essere” (J.S.Grotstein) o con “il soggetto nell’ e dell’inconscio” (J.Lacan). E’ chiaro che mentre lo psicologo-psicoterapeuta si “veste” di tests, di conoscenze tecniche, di concetti scientifici utili alla psicoterapia, lo psicoanalista si “spoglia” degli abiti che possiede per attingere alle proprie caratteristiche e si rivolge ad altro soggetto, 16 che rappresenta la vera unicità dello psicoanalista stesso, alla ricerca di un atto di pensiero interiore creativo. Il senso della nostra esistenza è dovuto alla consapevolezza della nostra singolarità. Non vogliamo essere sollecitati, costretti, minacciati ad aderire ad una realtà che non rappresenta la nostra singolarità. Vogliamo lo spazio e la libertà necessarie per portare avanti la nostra individuazione direbbe Jung. Abbiamo scelto questo orientamento, (ma forse sarebbe più giusto usare le parole di una mia analizzanda: “la psicoanalisi non è una scelta è una chiamata”), perderlo, vederlo sfumare in una indistinta globalità dove la coscienza della propria individualità è annullata, significa morire. Uno psicologo può cercare di estrarre fatti dal paziente, oppure può usare teorie e tecniche, validate scientificamente, per spiegare e soprattutto per abbattere i sintomi, ma non rischia un coinvolgimento emotivo. Il processo di “conoscenza” implica dolore e frustrazione. Diversamente, ottenere un pezzo di sapere su una persona, non implica queste sofferenze. Anche nel cannibalismo ci impossessiamo di qualcosa dell’altro, ma in compenso evitiamo il coinvolgimento emotivo. L’indagine psicoanalitica di solito porta al rafforzamento dell’individuo. Se lasciata sopravvivere, può continuare a dare questo prezioso contributo alla società e formare singolarità che come tali, possono entrare in rapporto ad altre e diverse individualità. Tuttavia la domanda che si pone è la seguente: Questo genere di sviluppo, idealmente augurabile e tanto sostenuto da filosofi e da grandi personaggi della storia, è realmente voluto? Forse una massa informe, nella quale le individualità svaniscono nell’omologazione indifferenziata e priva di “anima” è preferibile? Nella nostra società, non mi sembra ci sia in gioco la sopravvivenza fisica. Un tempo, nonostante la fame, restava almeno uno spazio per pensare con una certa libertà. Oggi mi sembra che il pericolo maggiore sia rappresentato dalla nostra sopravvivenza mentale intesa come scelta esistenziale in quanto individui privati. Se viene eliminato lo spazio destinato alla vita mentale privata, cosa resta di quell’individuo? Il progresso, lo sviluppo, ma anche le trasformazioni politiche e di potere avvengono per opera di individui in rapporto ad altri individui. Le persone dotate di spiccata 17 personalità vanno molto a fondo nella loro privata individualità mentale. Forse per questo l’individualità può rappresentare un pericolo. Regolamento recante norme per il riconoscimento degli istituti abilitati ad attivare corsi di specializzazione in psicoterapia, D.M. 11 dicembre 1998, n. 509 Art. 7 Finalità dei corsi e criteri di ammissione. 1. Per i fini di cui all'articolo 3 della legge i corsi attivati presso gli istituti hanno lo scopo di impartire agli allievi una formazione professionale idonea all'esercizio dell'attività psicoterapeutica, individuale e di gruppo, secondo un indirizzo metodologico e teorico-culturale riconosciuto in ambito scientifico nazionale e internazionale. 2. Ai corsi possono essere ammessi i laureati in psicologia ed in medicina e chirurgia, iscritti ai rispettivi albi. I predetti laureati possono essere iscritti ai corsi purché conseguano il titolo di abilitazione all'esercizio professionale entro la prima sessione utile successiva all'effettivo inizio dei corsi stessi. 3. I competenti organi dell'istituto determinano, entro il limite di cui all'articolo 4, comma 1, il numero massimo degli allievi iscrivibili a ciascun corso, tenuto conto delle strutture didattico- formative, idonee sia quantitativamente che qualitativamente in rapporto al modello formativo adottato. 4. Le modalità ed i criteri di ammissione ai corsi sono definiti in apposito regolamento adottato dai competenti organi dell'istituto. 5. Sono consentite abbreviazioni di corso, sulla base di criteri oggettivi e definiti nel regolamento dell'istituto, per quegli studenti in possesso di idonea documentazione attestante una formazione teorica e pratica in psicoterapia acquisita, successivamente alla data di entrata in vigore della legge, presso gli istituti di cui all'articolo 14. 8. Caratteristiche della formazione. 1. I corsi di cui all'articolo 7 hanno durata almeno quadriennale. 2. Il numero delle ore annuali di insegnamento teorico e di formazione pratica è 18 determinato in misura non inferiore a 500, di cui almeno 100 dedicate al tirocinio in strutture o servizi pubblici o privati accreditati, nei quali l'allievo possa confrontare la specificità del proprio modello di formazione con la domanda articolata dell'utenza ed acquisire esperienza di diagnostica clinica e di intervento in situazioni di emergenza. 3. L'insegnamento teorico prevede: a) un'ampia parte di psicologia generale, di psicologia dello sviluppo, di psicopatologia e diagnostica clinica nonché la presentazione e discussione critica dei principali indirizzi psicoterapeutici; b) l'approfondimento specifico dell'indirizzo metodologico e teorico-culturale seguito dall'istituto. 4. La formazione pratica prevede: a) una formazione coerente al tipo di indirizzo psicoterapeutico adottato dall'istituto; formazione che prevederà, oltre a specifici momenti formativi, la supervisione delle psicoterapie attuate dagli allievi durante l'addestramento pratico; b) per il tirocinio di cui al comma 2, documentate esperienze in strutture e servizi pubblici e privati accreditati, al fine di verificare l'efficacia dell'indirizzo metodologico e teoricoculturale seguito dall'istituto. 9. Formazione teorica. 1. L'ordinamento didattico dell'istituto è adottato dal competente organo dell'istituto stesso in relazione al modello formativo seguito, in ossequio alle disposizioni di cui al presente titolo. 2. Gli insegnamenti impartiti durante il corso, in numero non inferiore a quindici, sono individuati dal consiglio dei docenti con riferimento alle aree disciplinari di cui 19 all'articolo 8, comma 3. 10. Esami. 1. Il consiglio dei docenti del corso predispone un apposito libretto di formazione che consente all'allievo e al consiglio stesso il controllo delle attività svolte per sostenere gli esami annuali e finali, ivi compresa l'attività finalizzata, attraverso la promozione di una formazione personale, al conseguimento di adeguate competenze sulla conduzione della relazione interpersonale e specificatamente psicoterapeutica. 2. Il consiglio dei docenti del corso stabilisce le modalità degli esami annuali e della prova finale per il conseguimento del titolo. 11. Docenza nei corsi. 1. La formazione, gli insegnamenti teorici e la supervisione delle attività psicoterapeutiche sono affidati sia a docenti e ricercatori delle università italiane e straniere di specifica qualificazione sia a personale di specifica e documentata esperienza nel settore della psicoterapia secondo modalità e criteri stabiliti nel regolamento dell'istituto di cui all'articolo 7, comma 4. 12. Diploma finale. 20