PSICOANALISI, PSICOLOGIA, PSICOTERAPIA
E LEGGE 56/89
DI ROBERTO BICHISECCHI
Premessa
In questo periodo, e soprattutto dopo alcune sentenze emesse da tribunali italiani,
riflettere sulla distinzione tra psicoterapia e psicoanalisi potrebbe sembrare inutile,
superfluo o addirittura fuori luogo. Per alcuni tribunali, solo per alcuni, la psicoanalisi è
una psicoterapia e queste decisioni sembrano indicare un orientamento stabile in questo
senso.
Rispetto a questa attuale realtà, e con la speranza che la globalizzante psicoterapia
non avvolga e ingerisca, all'interno del suo corpo, anche la psicoanalisi, vorrei esprimere
qualche riflessione su quest’ultimo strumento di approccio alla mente umana per
confrontarlo con la psicoterapia.
Come sappiamo, quest'ultima ha il compito di togliere, se possibile, ciò che è
dannoso o che procura dolore mentale all'essere umano e offrire benessere, guarigione
dalla sofferenza.
La psicoanalisi non si pone, come prima intenzione, questo compito, questa finalità
terapeutica. Il dolore, l’angoscia rappresentano, per colui che soffre, esperienze
attraverso le quali può comprendere molti aspetti di sé. Se questo tipo di lavoro può
aiutare alcune persone a vivere meglio, tale effetto non rappresenta, tuttavia, il motivo
principale di questa ricerca. Intendo dire che il miglioramento delle condizioni umane
non è di esclusivo appannaggio della psicologia, della psicoterapia. La funzione
psicoterapeutica è esercitata intenzionalmente o meno pressoché ovunque tra esseri
umani. Da un certo punto di vista potremmo pensare che la psicoterapia sia esercitata
anche da un pasticcere o da un costruttore di divani. La ricerca di quest'ultimo è quella
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di far star comode le persone, di farle sedere, cullare, riposare su un oggetto
possibilmente “bello”. La comodità, la bellezza (D. Meltzer) come sappiamo, infondono
un senso di benessere nell'essere umano che ne resta appagato psicologicamente e
vive meglio la sua esistenza. In realtà il costruttore di divani non fa psicoterapia poiché
non è interessato a “curare” direttamente il cliente, ma a migliorarne le condizioni di
esistenza, anche se ne consegue un appagamento psicofisico. La distinzione tra questo
artigiano e uno psicoterapeuta è immediatamente evidente per più motivi e nessun
essere umano fa fatica a dire che sono due realtà diverse, nonostante sia possibile
individuare, tra loro, aspetti simili più o meno profondi. La diversità tra psicoanalisi e
psicoterapia non è d’immediata intuizione e la maggior parte delle persone fa
confusione molto facilmente.
Psicoanalisi e Psicoterapia
Innanzitutto vorrei mettere in evidenza una prima chiara (così mi appare) distinzione
tra psicoterapia e psicoanalisi, determinata dallo Stato Italiano stesso. Come sappiamo,
le formazioni in psicoterapia, anche quelle a orientamento psicoanalitico, debbono
seguire un iter ben preciso, pertanto coloro che vogliono essere iscritti a questo albo
debbono conseguire, per esercitare la professione, una formazione stabilita dallo Stato
e che tutte le scuole di psicoterapia riconosciute hanno l'obbligo di concretizzare. Il
DPR 10 Marzo 1982 n. 162
afferma che le scuole di specializzazione fanno parte
dell'ordinamento universitario e concorrono a realizzare i fini istituzionali delle Università
italiane.
Le scuole di specializzazione in psicoterapia hanno quindi l’obbligo di preparare i
futuri psicoterapeuti attraverso un iter composto di una istruzione, impartita attraverso
un determinato numero di ore di lezione, nonché da un tirocinio, possibilmente
effettuato in strutture e servizi pubblici e, dove ritenuta opportuna, da una supervisione
delle psicoterapie effettuate dagli allievi.
Lo Stato, com’è possibile verificare nel “Regolamento recante norme per il
riconoscimento degli istituti abilitati ad attivare corsi di specializzazione in psicoterapia”,
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D.M. 11 dicembre 1998, n. 509, non riconosce l'obbligo di una psicoanalisi personale,
come formazione di base, per esercitare la psicoterapia.
Tutti gli orientamenti psicoterapeutici che desiderano aderire alle regole indicate nel
Decreto Ministeriale, anche a costo di snaturare le proprie origini e convinzioni, possono
entrare nel campo della psicoterapia e in pratica formeranno degli psicoterapeuti.
Questo è quanto lo Stato offre. Chi invece non accetta di rinunciare alla propria
originalità, alle proprie idee e convinzioni cosa può fare? Per fortuna sembra ci siano
delle possibilità di sopravvivenza, difficili da sostenere, ma auspicabili. I Counselor, gli
Operatori del Benessere, i Mediatori Civili e altre realtà “psicologiche” che hanno scelto
una via “europea”, più attuale del corporativismo italiano, esistono e prolificano
indisturbati,
diversamente
dagli
psicoanalisti
non
psicoterapeuti
che
sono
continuamente minacciati e attaccati.
Come dicevo, lo Stato Italiano ha già stabilito una chiara differenziazione tra
psicoterapia e psicoanalisi, ma ciò che determina un’ulteriore distinzione sono le finalità
e le modalità di lavoro.
Innanzitutto la formazione psicoanalitica non chiede ciò che esigono le regole per la
formazione in psicoterapia. La volontà di annullare la psicoanalisi, omologandola alla
psicoterapia, appare pertanto una forzatura se non una costrizione (o distruzione).
Sarebbe inoltre sufficiente considerare le proprietà della psicoanalisi e quelle della
psicoterapia per appurare che non sono le stesse, e, in conformità a ciò, dovrebbe
essere più che bastante ricordare ciò che afferma Leibniz con la sua famosa legge: se
due entità (psicoterapia e psicoanalisi) non hanno le stesse proprietà, non sono uguali.
Se hanno proprietà diverse non possono essere la stessa cosa. Pertanto la loro fusione
comporterebbe la perdita delle peculiarità di entrambe.
Le norme formative statali per la psicoterapia sono molto distanti dal tipo di
formazione che richiede la psicoanalisi. Nella psicoanalisi lo strumento d’indagine è lo
psicoanalista stesso che, con l'analisi personale, ha educato e sviluppato gli attributi che
la natura gli ha dato, tra cui l'intuizione sensibile, la conoscenza sensoriale, l'intuizione
fenomenologia. Con alcuni di questi strumenti lo psicoanalista cerca di andare oltre gli
aspetti sensoriali con lo scopo di cogliere e definire, in una relazione a due, ciò che non
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è esperibile sensorialmente e tecnicamente. Si tratta di cogliere forme originarie non
definite, non scientifiche ma ri-scrivibili. Il modo con cui si procede su questo piano è
tipico di ciascun psicoanalista e questo è un segno di distinzione in quanto psicoanalisti.
Questi ultimi non si pongono di fronte all’analizzando in modo preordinato e non sanno
cosa accadrà nella seduta. Questa caratteristica del non sapere è per la psicoanalisi di
grande valore perché rappresenta la porta di accesso all’immaginazione, una funzione
che nel setting analitico è ritenuta, da alcuni, sacra. (W.Bion, J.Grotstein, T.Ogden). Gli
psicologi, gli psicoterapeuti impiegano metodologie delle quali devono saper indicare le
fonti, i riferimenti scientifici. La psicologia e la psicoterapia appartengono alle scienze
sociali che, assieme alle scienze naturali e a quelle formali, completano il panorama
scientifico. La psicologia, trovandosi nel campo delle scienze, si pone di fronte al suo
oggetto d’indagine con i mezzi delle scienze naturali. La psicoanalisi, come ho
accennato, non affronta il suo oggetto con gli stessi strumenti della psicologia, tuttavia
non significa che la prima sia migliore dell’altra, sono due realtà diverse che indagano la
mente con strumenti differenti. Potremmo immaginare una collaborazione tra loro, forse
con un punto a favore della psicologia poiché appartiene alle "scienze" sociali quindi al
campo scientifico, mentre la metodologia psicoanalitica non avrebbe lo stesso diritto di
appartenenza (Popper, Grunbaum, Bion, P.Ricoeur, etc.). Anche questa è una realtà che
dovrebbe tener lontani irrimediabilmente i due orientamenti.
La formazione dello psicoanalista richiede ciò che lo Stato non contempla nel
percorso formativo per psicoterapeuti. Per la psicoanalisi, ciò che lo Stato non prevede,
è fondamentale. Lo Stato offre di base una preparazione culturale omologa in tutta
Italia. La formazione psicoanalitica non ha come obiettivo principale la preparazione
culturale e tantomeno una formazione omologa. Nella psicoterapia, gli strumenti per
affrontare le problematiche umane con lo scopo di "guarirle" (per questo giustamente
siamo nel campo della terapia) li troviamo negli insegnamenti teorici impartiti e nelle
ore di tirocinio svolte durante la preparazione universitaria e nella successiva
specializzazione. In altri termini, lo psicoterapeuta usa ciò che ha studiato. Lo strumento
elettivo della psicoanalisi, quello con cui affronta il dialogo non è, come nella
psicoterapia, l'uso di quanto è stato studiato e acquisito nel percorso universitario. Nella
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psicoanalisi lo strumento che interviene nel dialogo è, come avevo sottolineato, lo
psicoanalista stesso con i propri temi e caratteristiche individuali conosciute e
approfondite nel lavoro personale, unitamente alla presenza della sua entità non
cosciente di cui ha imparato a fidarsi e alla quale attinge continuamente durante il
lavoro. Ogni psicoanalista dà, ai suoi strumenti d’indagine, una propria forma, di
conseguenza, l'approccio relazionale è unico, appartiene cioè alla coppia analitica e non
può essere di un’altra relazione. Lo psicoanalista, ha la responsabilità di reinventare la
psicoanalisi per ogni paziente e continuare a modificarla nel corso dell’analisi stessa
(T.Ogden). Naturalmente ci si allontana non poco dall’omologazione e soprattutto dalle
tecniche scientifiche della psicoterapia.
Si potrebbe obiettare che anche lo psicoterapeuta porta le proprie caratteristiche
individuali, le proprie emozioni. Sicuramente sono presenti nelle sue sedute, ma il ruolo
e la funzione di queste sono lontane da come uno psicoanalista le ha vissute e da come
le impiega nella gestione della relazione. Le conoscenze e l'utilizzo individuale delle
proprie realtà emotive, affettive non sono contemplate nella preparazione degli
psicoterapeuti perché lo Stato non le prevede (vedi D.M. 11 dicembre 1998, n. 509).
Diversamente, per la psicoanalisi, tutto ciò rappresenta la base formativa necessaria. La
psicoanalisi affronta, in primo luogo, proprio questi contenuti emotivi che in seguito
saranno usati per interagire con l’analizzando e soprattutto per creare le condizioni
necessarie affinché quest’ultimo trovi un ambiente utile per esprimere, in modo
adeguato, la sua realtà emotiva. La psicologia e la psicoterapia seguono una metodica
"scientifica", si trovano nel campo della scienza e della tecnica, per questo sono loro
necessarie l'omologazione e il rifiuto dell’individualità in quanto non scientifica. Inoltre
forniscono oggetti mentali con cui mirano a modificare i comportamenti e i modi di
pensare dei loro pazienti. Questo non è certo l’obiettivo della psicoanalisi. Oggi
possiamo tranquillamente affermare che quest’ultima, diversamente dai bisogni iniziali,
non ha più un grande interesse a dimostrare che possiede caratteristiche scientifiche,
poiché riconosce di essere vicina alla dimensione artistica, intuitiva, filosofica (D.Meltzer,
W.Bion, altri). Ricordate cosa rispondeva Freud quando gli veniva chiesto chi fossero
stati i suoi insegnanti, le sue fonti?
Egli era solito indicare il teatro greco, Goethe,
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Shakespeare, i grandi romanzi russi. Sogno ed espressione artistica costituivano e
costituiscono anche oggi, per la psicoanalisi, i migliori strumenti di accesso al mondo
emotivo umano, al suo inconscio. Un’entità quest’ultima che la psicoanalisi ha sempre
difeso e cercato di avvicinare con strumenti mentali individuali.
Oggi assistiamo allo sviluppo di una quantità innumerevole di psicoterapie che
offrono trattamenti, con lo scopo di guarire alti numeri di persone con varie patologie
mentali, preferibilmente in tempi brevi. Per raggiungere questi scopi, molte psicoterapie
si sono orientate a un riduzionismo della mente, per di più materialistico
(comportamentismo).
La psicoanalisi, diversamente da queste, è orientata ad un
ampliamento degli orizzonti mentali. Il comportamentismo non riesce a spiegare
l'intuizione, pertanto i comportamenti del corpo sono solo movimenti privi di una
componente mentale, riduce il fenomeno psichico al comportamento. (J.Searle, U.
Galimberti). Cosa possiamo dire del funzionalismo che vede le emozioni come processi
mentali che mobilitano energie come stimoli per affrontare le difficoltà ambientali e
pensa che ne esistano alcune prive di funzione e quindi fine a se stesse? Per la
psicoanalisi sono l'origine del nostro pensare, anzi sono già una prima forma di
pensiero. Ci domandiamo come è possibile concepire l’idea di unire, sotto uno stesso
tetto, la psicoanalisi con realtà così diverse.
La psicoanalisi è essenzialmente e proceduralmente conoscitiva, non vuole “guarire”
nessuno, vuole conoscere. Se per qualcuno la conoscenza può essere appagante,
questo non significa che l’analizzando è stato "curato" nel senso della “terapia”. Le
intenzionalità sono diverse. Molte persone si sentono migliorate dopo aver scambiato
idee con qualcuno, anche se questi non ha conseguito la specializzazione in
psicoterapia. Si sentono meno ansiose dopo aver dialogato con un medico o con un
avvocato. Altri provano un senso di leggerezza e perdita di angoscia dopo aver parlato
con un Filosofo, con un Pedagogista, con un Counselor o con un Mediatore Civile, anche
se queste figure non sono psicoterapeuti. Il concetto di terapia, di cura e di guarigione
hanno un loro preciso significato nel mondo della medicina. Sono parole che evocano,
nella mente dell’essere umano medicalizzato (noi tutti lo siamo da qualche centinaio di
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anni), una serie di modelli, di significati e di aspettative. La psicoanalisi non ha
aspirazioni mediche, non “guarisce” nel senso psicoterapeutico del termine. Non ha
come obiettivo la “terapia”, la “guarigione”. Anche per queste ragioni non è facile intuire
e comprendere la profonda distinzione tra le realtà di cui stiamo parlando. Non è facile
uscire mentalmente da una logica, da un episteme che sovrasta e avvolge la nostra
realtà. Non è facile vedere idee e logiche diverse da quelle che sono già presenti nella
nostra mente o che la realtà, la pubblicità (non tanto quella che vediamo in televisione,
ma soprattutto quella che non si manifesta come pubblicità vera e propria) spinge
dentro di noi, unitamente alla convinzione che quei concetti, quelle logiche, quelle
ragioni e solo quelle sono vere e giuste. Non è facile per la psicoanalisi uscire da certe
logiche e trasmettere finalità e significati diversi. E’ facile confondere un merlo con uno
storno, sembrano uguali, ma se ci avviciniamo e osserviamo bene…. Allora le difformità
inizieranno ad essere evidenti e in seguito si riveleranno addirittura abissali. Purtroppo
la natura porta queste due realtà ad essere inafferrabili, a volare via come le parole, e
occorre molta pazienza per capire.
La figura professionale dello psicoterapeuta ha un modo di pensare, di mettersi in
relazione con l'ambiente e con la mente umana, diverso da quello adottato dagli
psicoanalisti, proprio per ciò che abbiamo appena detto e per la dissimile formazione
ricevuta. In alcuni casi gli psicoterapeuti, in modo particolare quelli a orientamento
psicoanalitico, acquisiscono conoscenze relative alla cornice psicoanalitica, spiegate
durante le lezioni presso la scuola di specializzazione. Ciò che in realtà si ottiene è far
conoscere alcuni meccanismi, idee della psicoanalisi all'interno di una formazione che
resta psicoterapeutica. Mi sembra un’ottima iniziativa culturale, purché sia chiaro che in
questo modo non si diventa psicoanalisti. Tuttavia, nel caso che qualche specializzando
in psicoterapia avverta il desiderio, il bisogno, l’interesse personale di fare una
psicoanalisi, con uno psicoanalista scelto in modo altrettanto personale; una volta
terminata la scuola di specializzazione sarà psicoterapeuta e potrà diventare anche
psicoanalista. Il mio parere è quello di non creare confusione tra la formazione ottenuta
nella scuola di specializzazione (che è impartita statalmente con criteri ben precisi) e la
formazione psicoanalitica che è ottenuta con altri criteri. Ho notato, ma non occorre
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molto per capirlo, che questo tipo di confusione crea problemi di identità negli
psicoterapeuti. La stessa confusione di identità crea difficoltà nello stabilire adeguate
relazioni con i loro “pazienti”.
Lo psicoterapeuta entra in relazione con ciò che l’incessante attività neuronale del
suo paziente costruisce con l’intenzione di “guarirlo” da ciò che lo affligge e per ottenere
ciò predispone i suoi strumenti, ricavati da fonti scientifiche, per affrontare al meglio la
malattia mentale. La psicoanalisi è orientata verso un approccio non deterministico,
diverso quindi da quello della psicologia e della psicoterapia. La conoscenza, il rapporto
e la comunicazione con l’analizzando vengono realizzati con la ri-espressione di atti pieni
di vita attraverso altri atti vitali in uno sfondo dove sono presenti e non-presenti tutte le
varianti possibili in una condizione di casualità.
Nel mondo della psicoterapia, dove l'uso delle tecniche è totale, poiché quelle e solo
quelle sono gli strumenti acquisiti e utilizzati, la casualità è pressoché assente. Per lo
psicoanalista le conoscenze teoriche e tecniche restano e devono restare come sfondo,
inutilizzate durante il rapporto con l'analizzando. Tutti noi sappiamo che la tecnica nasce
ed è utilizzata per raggiungere scopi ben precisi. L’uso della tecnica ci ha abituato
all’immediatezza della risposta, una posizione condivisa anche dalla psicologia e dalla
psicoterapia. Pertanto se ho una necessità, con l’uso di una tecnica, posso soddisfarla.
In questo modo si dà all’uomo quello che l’uomo ha sempre desiderato. Il principio di
realtà e il principio di piacere si fondono nell’immediatezza. La psicoanalisi non lavora in
questo modo perché opera nello spazio compreso tra questi due bastioni e non rinuncia
alla spazialità e alla temporalità, a nostro avviso necessarie, tra la domanda e il suo
esito.
Quando uno psicoterapeuta, che non ha una formazione psicoanalitica, applica
alcune teorie psicoanalitiche nei servizi pubblici o privati, usa qualcosa che non
appartiene alla sua personale esperienza emotiva, anche se l’uso delle idee
psicoanalitiche gli appare utile. L’esercizio di questa estrapolazione, purtroppo non tiene
conto della vita che sta dietro alle idee psicoanalitiche e del fatto che nel rapporto con
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l’analizzando non debbono essere usate. Queste idee che vanno a formare le teorie
psicoanalitiche si accordano, si adattano, ed hanno un profondo significato solo
all’interno di una formazione psicoanalitica. Nel caso descritto si applicano solo delle
tecniche che diventano appunto psicoterapeutiche. Non è più possibile parlare di
psicoanalisi poiché l’”anima”, lo strumento vero dello psicoanalista si perde in questo
passaggio. Quando uno psicoterapeuta usa le sue tecniche per guarire il suo paziente in
realtà il rapporto che costruisce è tra paziente e tecniche usate. Lo psicoterapeuta
resta, come dire, sullo sfondo, non mette in campo la sua esistenza umana, non se la
gioca nella relazione. Ricordo una conferenza di Galimberti nella quale disse che è
quanto mai inutile aspettarsi o chiedere comprensione, condivisione, affetto da un
medico, perché questi è stato preparato a rapportarsi al corpo e non ai sentimenti o alle
emozioni del paziente. Molte discipline hanno come oggetto di studio il cervello e le sue
manifestazioni mentali. Lo psicoterapeuta e lo psicoanalista si rapportano a due oggetti
diversi e lontani tra loro, per questo usano modalità di approccio diverse, ma entrambi
gli oggetti sono espressione di un’unica realtà.
Non ho un altro termine a disposizione per dare l’idea di ciò che intendo dire, ma gli
psicoanalisti desiderano lavorare per mezzo della loro “anima”. Con ciò non voglio
alludere a una sorta di spiritualità, ne a qualcosa di soprannaturale. Uso questo
concetto, perché continua a mantenere parti indefinite e si contrappone all’idea fredda,
scarna, lontana dal calore umano che alcuni termini come “tecnica, scientifico, ecc.”
suscitano nella mia mente. Queste ultime parole sono più adatte ad essere usate dalla
medicina, dalla psicoterapia perché sono chiamate a questo tipo di rapporto e, in
primissima istanza, alla “terapia” alla “guarigione” del paziente. Poco prima dicevo che,
quando nelle scuole di psicoterapia ad orientamento analitico si insegnano le teorie
psicoanalitiche, non si diventa psicoanalisti. Se vogliamo esserlo dobbiamo fare il
percorso necessario per sviluppare l’”anima” psicoanalitica. Solo con questa possiamo
lavorare come tali. In caso contrario siamo qualcosa di diverso, forse migliori, ma non
psicoanalisti. Ecco perché non possiamo entrare all’interno della cornice psicoterapia.
Non vogliamo perdere la nostra “anima” che per noi è uno strumento prezioso, non
vogliamo perdere la nostra autenticità, il desiderio di continuare a conoscere noi stessi,
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la nostra specificità.
Le psicoterapie si sono moltiplicate a dismisura in questi ultimi anni e tra queste ce
ne sono alcune che si definiscono "psicoterapie psicoanalitiche" o "psicoterapie ad
orientamento psicoanalitico".
Tutte mirano comunque alla risoluzione, possibilmente
rapida, delle patologie mentali, ma offrono un iter formativo in linea con le richieste
dello stato, ma diverso da quello richiesto dalla psicoanalisi. Tuttavia alcuni
psicoterapeuti, appartenenti a questo tipo di preparazione scolastica, pensano di essere
psicoanalisti, anche se non hanno sviluppato l’”anima” necessaria per esserlo
veramente. Non tutte le persone desiderano essere “curate”, alcune vogliono sapere
semplicemente chi sono. Con l’uso improprio del termine psicoanalisi possono essere
ingannate poiché si trovano ad iniziare una “cura” psicoterapica non richiesta.
Ciò che denominiamo “psiche” non è appannaggio della sola psicologia. Pertanto
questa scienza non dovrebbe sentirsi proprietaria di tutto quello che accade attorno a
ciò che ha questo significato. Ci sono studiosi di varie discipline che si occupano di
questa realtà, dai riduzionisti materialisti come Damasio, un neurologo per il quale la
mente sono i neuroni, a Colin McGinn, un filosofo che ritiene la mente, la coscienza, il
libero arbitrio, delle realtà così profonde che il metodo scientifico dell'uomo non è in
grado di sondare. Anche i fisici si cimentano su questo vasto campo di ricerca. Roger
Penrose, fisico dell'Università di Oxford, pensa che la realtà mentale, per essere
compresa, debba essere messa in relazione con la meccanica quantistica, che genera
effetti non deterministici. Effetti che la psicologia deterministica non può assolutamente
comprendere. Secondo Penrose, quindi, la psicologia risulterebbe addirittura incapace di
affrontare il mentale in quanto nessun sistema deterministico, basato su regole, è in
grado di spiegare le caratteristiche della mente. John Searle è un interessante filosofo
contemporaneo che ha scritto parecchi libri su questo nostro problematico organo. Egli
è giunto ad una ipotesi molto interessante quanto criticata. Egli suppone che l’attività
fisica dei neuroni dia origine ad un’energia diversa da quella che conosciamo, ma
capace di attuare la nostra coscienza. Anche il filosofo Thomas Nagel e molti altri
ancora affrontano il problema mentale. L'elenco dei filosofi, dei fisici, dei neurologi che
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si occupano della mente su più piani è molto lungo, comunque tutti, dal loro punto di
vista, dal piano della loro formazione offrono teorie, ipotesi, prassi alla conoscenza della
mente umana. Come mai la psicoanalisi, che si dedica alla conoscenza dello stesso
oggetto, deve farlo a patto che realizzi la sua ricerca sull’uomo all’interno di un
conformismo che non la rappresenta? Per quale motivo la psicologia vuole appropriarsi
di una realtà che per molti aspetti non le appartiene e con la quale è addirittura in
contrasto? Perché non chiede anche ai filosofi ai fisici, ecc. che si occupano della mente,
di esprimersi solo e soltanto all'interno della psicologia? Questa chiusura, a mio parere
eccessiva, la si può osservare anche nell’art. 21 del Codice Deontologico degli Psicologi.
La psicologia, dal mio punto di vista, dovrebbe essere un poco più modesta e
ricordare le sue origini. Come sappiamo la psicologia esisteva in quanto parte della
pedagogia. Una pedagogia che fino ad alcuni anni fa poteva gestire le conoscenze
psicologiche nei suoi approcci con i bambini o con chi ne aveva necessità. Oggi non può
più farlo, altrimenti il pedagogista sarebbe accusato di improvvisarsi psicologo e
pertanto condannato. La psicologia, invece di rendere omaggio alla scienza da cui ha
avuto origine, sembra volerla ripudiare oppure inglobare. I pedagogisti potrebbero dire
ancora molto sulla mente dei bambini e dei futuri adulti e avere approcci con essi
estremamente validi con utili ricadute educative, forse terapeutiche.
Se immaginiamo la nostra attività sensoriale e mentale come finalizzata ad un lavoro
capace di dare senso e linearità a ciò che non ha una struttura e che è di per sé
elementare, osserviamo che a questa realtà si sono rivolti più approcci dello scibile
umano. Ognuno a suo modo e dal proprio punto di vista. Questo costituisce la ricchezza
culturale e conoscitiva dell'uomo. Tuttavia, affinché ogni disciplina svolga nel miglior
modo possibile la propria attività, è necessario che abbia il proprio campo di lavoro, la
propria libertà di pensiero e di azione e soprattutto la possibilità di lavorare con le
proprie regole, quelle che ha costruito nel tempo e alle quali, per vari motivi, non vuole
rinunciare. La psicoanalisi, in particolare, non può essere legata ad altri paradigmi se
non a quelli relativi alla propria specificità.
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Ricordo che Donald Meltzer criticava aspramente quanto accadeva nelle istituzioni.
Osservava che le posizioni del potere istituzionale, per ottenere un maggior controllo
all’interno dell’istituzione stessa, corrompono la psicoanalisi e tolgono libertà di pensiero
e di azione agli psicoanalisti che vorrebbero esercitare questa professione in questi
luoghi. L’esercizio del lavoro psicoanalitico all'interno delle istituzioni, degli ospedali
risulta, in pratica, impossibile. Lo psicoanalista sarebbe costretto a seguire le regole di
lavoro dettate dall’istituzione, o dalla ASL di appartenenza. Tra queste c'è anche il
luogo, l'arredamento, che sono stabiliti dalla struttura e non dal terapeuta. Anche
l’orario è fissato dall’ente di appartenenza e non da un accordo tra psicoanalista e
analizzando. Non meno importante è la dipendenza economica. Queste condizioni
impediscono allo psicoanalista lo sviluppo di una relazione diretta con l’analizzando e
pertanto la costruzione di un reciproco e profondo legame. Per lo psicologo e lo
psicoterapeuta tutto ciò appare di minore importanza poiché il loro orientamento è
verso l’uso di una tecnica standard. Possono prescrivere un certo numero di sedutefarmaco di tipo sistemico o cognitivo-comportamentale e valutare le risposte alla “cura”.
Per lo psicoanalista è impossibile svolgere il proprio lavoro conoscitivo in queste
condizioni. La relazione psicoanalitica diventerebbe, in questi luoghi, scarsamente
efficace poiché verrebbero a mancare le premesse umane necessarie alla formazione di
questo rapporto. Tra analizzando e psicoanalista verrebbe a trovarsi la struttura e,
come è facile intuire, quest’ultimo si troverebbe a privilegiare l’ente, che gli dà da
vivere.
D.Meltzer, convinto assertore dei valori umani nel rapporto psicoanalitico, non
pensava fosse possibile svolgere attività psicoanalitica dove le premesse necessarie per
questo compito sono assenti. Come potete constatare non si tratta di stabilire solo un
setting più o meno ortodosso. In molti ambienti verrebbero a mancare un numero
troppo elevato di requisiti affinché il processo psicoanalitico abbia luogo. Una condizione
in cui anche i dati per individuare ed analizzare il transfert nelle sue più varie
espressioni risulterebbe difficoltoso, se non impossibile (M.M.Gill 1954). Abbiamo visto
quanto sia complicato fare psicoanalisi in certe condizioni, ma in questi ambienti
sappiamo che è possibile fare psicologia o psicoterapia. L’uso, da parte di queste
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scienze, di alcuni principi o tecniche psicoanalitiche, appare invece possibile e
addirittura utile.
Le psicoterapie, con le loro diagnosi, i loro approcci, e le loro tecniche intendono
fornire conforto sicurezza e sollievo, e con ciò si inseriscono nella cultura di tipo medico.
Come sappiamo affiancano la medicina e fanno parte della stessa "sanità". La
psicoanalisi non condivide l’omologazione alla psicoterapia e l’inserimento nella sanità,
ne accetta la scelta fatta dagli altri, ma vorrebbe che la stessa libertà di decisione
venisse lasciata anche alla psicoanalisi. Vorremmo avere la libertà di decidere del nostro
futuro di psicoanalisti in quanto tali poiché pensiamo, a torto o a ragione, che con
l’omologazione, il conformismo e l’inserimento in un ordine, non possiamo che perdere
la nostra unicità e specificità, la nostra dignità, la nostra “anima”. Noi pensiamo che la
mente sia pressoché infinita, per questo crediamo sia necessario osservarla da molti
punti di vista, forse da un numero maggiore di quelli attualmente esistenti e non
soltanto da quello psicologico o psicoterapeutico. L’universo mente non appartiene a
nessuno o almeno così vorremmo che fosse. La psicoanalisi è solo un punto di vista che
vorrebbe osservare questa realtà non dalla lente della psicoterapia, ma tramite i suoi
strumenti. Non vogliamo uniformarci a una visione della mente che non è la nostra.
Lo psicoterapeuta, come sappiamo, applica le tecniche acquisite nel corso degli studi,
oppure quelle orientate dall'ente che si rifà a dettami generali e “scientifici” in sostanza
di tipo medico. In questo caso quindi siamo nel campo della “terapia”. Se pensiamo di
sapere che cosa è la psicoterapia, (almeno da un certo punto di vista), dovremmo
pensare di poter dire che cosa è ciò che chiamiamo psicoanalisi. Non credo che questo
compito sia semplice perché questo argomento è sempre stato tenuto volutamente
insaturo. Una posizione che ritengo molto positiva perché lascia aperte molte porte allo
sviluppo e all’ampliamento di questa realtà. I problemi nascono quando si cominciano a
chiudere le porte e si offrono definizioni che solidificano eccessivamente i significati.
Anche nella psicoanalisi sono accadute cose di questo tipo con la costituzione di
ortodossie immobilizzanti e autoprotettive. Per fortuna con i passaggi dalle idee di
Freud, a quelle della Klein, a quelle di Lacan e ora a quelle bioniane, l’aspetto dinamico
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ed evolutivo della psicoanalisi non è stato perso, almeno fino ad ora.
Ritornando al concetto di psicoanalisi penso che un’affermazione, apparentemente
tautologica, ma che può farci riflettere, sia stata data da Sandler nel 1982. Egli ritenne
opportuno dire che la psicoanalisi è l’attività praticata dagli psicoanalisti. Allo stesso
modo diciamo che coloro che hanno una formazione psicoterapeutica praticano la
psicoterapia, chi ha una formazione psichiatrica svolge l’attività di psichiatra, e così via.
Ma potremmo anche ricordare ciò che scrive Borges in una sua prosa: “tutte le cose
vogliono perseverare nel loro essere; la pietra eternamente vuole essere pietra e la
tigre, tigre”. Sono convinto che non sia sano distruggere l'identità delle realtà culturali
esistenti e di quelle a venire. In una realtà sociale così distruttiva delle culture sulla
terra, riconoscere, rispettare e salvaguardare almeno le originalità culturali sarebbe un
segno di straordinaria civiltà. Purtroppo questo tipo di segnale non mi sembra sia stato
finora espresso dal corporativismo psicologico, ma persevero nella speranza che in un
prossimo futuro possa essere manifestato. Purtroppo il modo di procedere di questa
realtà non mi sembra orientato a cercare un dialogo e un accordo con le figure
professionali a lei vicine (a parte le scienze mediche). La psicologia, per correre dietro
alla credibilità scientifica di tipo medico, mi sembra abbia rinunciato ad attingere alle
fonti inesauribili della sua capacità di “sognare”, di trovarsi in una realtà non scientifica
dove tutto è possibile e che rappresenta la sorgente della vita psicologica. Questa
rinuncia, aggravata ancor più dal fatto che l’oggetto del nostro studio è la mente
umana, che comprende anche tutti i suoi aspetti irrazionali, non può che spingere la
psicologia a impadronirsi di chi è ancora capace di immaginare, di sognare, di
fantasticare, di modificarsi; di chi, come nel nostro caso, ha saputo superare, forse
rinunciare al mondo mentale positivistico freudiano e kleiniano e compiere con Bion una
vera e propria rivoluzione metapsicologica. Una trasformazione che porta lo
psicoanalista ad affrontare l'incertezza, l'infinito, il relativismo e ad inoltrarsi in quei
luoghi dove l’approccio di tipo medico, per sua natura, non può spingersi. La
psicoanalisi, con la scelta di questa strada, si è ancor più allontanata dal rischio di
un’identificazione con la medicalizzazione dell’uomo, che avrebbe portato alla perdita
dei propri attrezzi di lavoro, strumenti che nascono solo dal riconoscimento e dalla
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consapevolezza della propria identità, finitezza e non conoscenza. La realizzazione della
propria individualità sia ente o persona non può che portare alla collaborazione e al
dialogo con le altre figure umane e professionali. Nel caso accettassimo di far parte
della psicologia, della psicoterapia saremmo solo delle appendici prive di personalità,
prive d’identità trascinate dal corpo al quale siamo aggrappati. Questa condizione mi
ricorda l’ammonimento di Goethe a Sciller rispetto all’essere poeta o filosofo. Dipendeva
da questa scelta se vivere di luce riflessa o di luce propria. Noi psicoanalisti non
vogliamo entrare a far parte della psicologia, vogliamo vivere della nostra luce, vivida o
opaca che sia, ma nostra. Non vogliamo essere trascinati in un ordine compromesso,
anche se dall‘eccessivo amore per la scientificità. In quel luogo perderemmo
sicuramente la nostra specificità, la nostra “anima”, che credo sia più importante di
qualunque scienza. Il potere politico ed economico della medicina è infinitamente più
grande di quello della psicoanalisi (che non ha nessuno dei due), ma non per questo
dobbiamo accettare le lusinghe o le minacce della psicologia e lasciarci attrarre dalla
fascinazione di questo lato della realtà. Forse il Faust di Goethe può ancora insegnarci
qualcosa.
La psicologia, dal suo isolamento corporativo, dalla trincea che si è costruita, sembra
vivere in una perenne posizione di difesa-attacco. Dalla posizione assunta non può che
vedere nemici da combattere o terre da conquistare, qualcuno mi sembra abbia usato
anche il significativo termine cannibalizzare. Lo schema è chiaro: o sei dei nostri o sei
contro di noi. In questo modo di pensare non c’è spazio per il riconoscimento e
l’accettazione del diverso e dell’alterità.
Coloro che sono o appaiono simili all’approccio psicoterapeutico, come ad esempio gli
psicoanalisti, non desiderano attaccare nessuno, vorrebbero solo vivere la propria
realtà, la propria autonomia e indipendenza, la propria libertà ed entrare in relazione
con la psicologia, la filosofia, i counselor, la religione, ma da individui consapevoli di se
stessi e coscienti della propria diversità dalle altre figure professionali. Ho aggiunto
anche la religione perché il fondo mentale umano è profondamente religioso, ma la
psicologia sembra curarsene poco. Eppure questo fondo incide moltissimo nelle idee,
nelle problematiche e nei comportamenti umani. Ma se la psicologia si occupasse di
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religione cosa potrebbe accadere? Il mondo dei servizi pubblici e parte di quello privato
è occupato dalla psicologia cognitivo comportamentale e sistemica. Sono orientamenti
“scientifici” e come tali cercano di difendere questo loro valore. L’adesione al mondo
medico ne è una conferma. In questo modo pensano di vivere al sicuro lassù sulle alte
cime della scienza, ma in questo modo trascurano l’altra faccia della loro medaglia, cioè
la paura di morire (non come individui, s’intende) vale a dire la paura di perdere la
possibilità di dare significato a ciò che hanno rinunciato a vedere e a conoscere, ma che
è reale per la psicologia. La naturale conseguenza è l’assunzione di una posizione
difensiva, forse persecutoria con cui poter padroneggiare ciò che sfugge loro di mano.
La paura, si sa, porta a dimenticare, a non percepire i molteplici altri oggetti del proprio
lavoro.
Se usciamo dal mondo piatto del positivismo, il compito dello psicoanalista, come
dice Bion, è quello di avvicinarsi il più possibile a ciò che è ignoto della seduta e può
farlo se sospende il proprio Io, certe funzioni mentali del proprio Io, che sono
soprattutto la memoria, il desiderio, la comprensione.
Un modo opposto a quello in uso negli ambienti psicologici dove ad ogni azione deve
corrispondere una determinata risposta conosciuta a priori. Non c’è il tentativo di
entrare in “risonanza” con l'oggetto psicoanalitico, come è consuetudine per gli
psicoanalisti, e attendere l’emergere di un’intuizione da quella sfera in cui vengono
meno le parole e i loro significati. Heidegger direbbe: “la lingua presta ascolto a una
voce interiore ineffabile; le parole abbozzano, ma non abbracciano la verità, sono
soltanto una ricompensa fugace”.
La sospensione del proprio Io nella psicoanalisi ha uno scopo fondamentale:
sospendere ciò che abbiamo costruito coscientemente, eliminare le tecniche, attingere
alle nostre più vere caratteristiche personali presenti dentro di noi. Entrare in contatto
con “l’ineffabile soggetto dell’essere” (J.S.Grotstein) o con “il soggetto nell’ e
dell’inconscio” (J.Lacan).
E’ chiaro che mentre lo psicologo-psicoterapeuta si “veste” di tests, di conoscenze
tecniche, di concetti scientifici utili alla psicoterapia, lo psicoanalista si “spoglia” degli
abiti che possiede per attingere alle proprie caratteristiche e si rivolge ad altro soggetto,
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che rappresenta la vera unicità dello psicoanalista stesso, alla ricerca di un atto di
pensiero interiore creativo.
Il senso della nostra esistenza è dovuto alla consapevolezza della nostra singolarità.
Non vogliamo essere sollecitati, costretti, minacciati ad aderire ad una realtà che non
rappresenta la nostra singolarità. Vogliamo lo spazio e la libertà necessarie per portare
avanti la nostra individuazione direbbe Jung. Abbiamo scelto questo orientamento, (ma
forse sarebbe più giusto usare le parole di una mia analizzanda: “la psicoanalisi non è
una scelta è una chiamata”), perderlo, vederlo sfumare in una indistinta globalità dove
la coscienza della propria individualità è annullata, significa morire.
Uno psicologo può cercare di estrarre fatti dal paziente, oppure può usare teorie e
tecniche, validate scientificamente, per spiegare e soprattutto per abbattere i sintomi,
ma non rischia un coinvolgimento emotivo. Il processo di “conoscenza” implica dolore e
frustrazione. Diversamente, ottenere un pezzo di sapere su una persona, non implica
queste sofferenze. Anche nel cannibalismo ci impossessiamo di qualcosa dell’altro, ma
in compenso evitiamo il coinvolgimento emotivo.
L’indagine psicoanalitica di solito porta al rafforzamento dell’individuo. Se lasciata
sopravvivere, può continuare a dare questo prezioso contributo alla società e formare
singolarità che come tali, possono entrare in rapporto ad altre e diverse individualità.
Tuttavia la domanda che si pone è la seguente: Questo genere di sviluppo, idealmente
augurabile e tanto sostenuto da filosofi e da grandi personaggi della storia, è realmente
voluto?
Forse
una
massa
informe,
nella
quale
le
individualità
svaniscono
nell’omologazione indifferenziata e priva di “anima” è preferibile?
Nella nostra società, non mi sembra ci sia in gioco la sopravvivenza fisica. Un tempo,
nonostante la fame, restava almeno uno spazio per pensare con una certa libertà. Oggi
mi sembra che il pericolo maggiore sia rappresentato dalla nostra sopravvivenza
mentale intesa come scelta esistenziale in quanto individui privati. Se viene eliminato lo
spazio destinato alla vita mentale privata, cosa resta di quell’individuo?
Il progresso, lo sviluppo, ma anche le trasformazioni politiche e di potere avvengono
per opera di individui in rapporto ad altri individui. Le persone dotate di spiccata
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personalità vanno molto a fondo nella loro privata individualità mentale. Forse per
questo l’individualità può rappresentare un pericolo.
Regolamento recante norme per il riconoscimento degli istituti abilitati ad
attivare corsi di specializzazione in psicoterapia, D.M. 11 dicembre 1998, n.
509
Art. 7 Finalità dei corsi e criteri di ammissione.
1. Per i fini di cui all'articolo 3 della legge i corsi attivati presso gli istituti hanno lo
scopo di impartire agli allievi una formazione professionale idonea all'esercizio
dell'attività psicoterapeutica, individuale e di gruppo, secondo un indirizzo metodologico
e teorico-culturale riconosciuto in ambito scientifico nazionale e internazionale.
2. Ai corsi possono essere ammessi i laureati in psicologia ed in medicina e chirurgia,
iscritti ai rispettivi albi. I predetti laureati possono essere iscritti ai corsi purché
conseguano il titolo di abilitazione all'esercizio professionale entro la prima sessione
utile successiva all'effettivo inizio dei corsi stessi.
3. I competenti organi dell'istituto determinano, entro il limite di cui all'articolo 4,
comma 1, il numero massimo degli allievi iscrivibili a ciascun corso, tenuto conto delle
strutture didattico- formative, idonee sia quantitativamente che qualitativamente in
rapporto al modello formativo adottato.
4. Le modalità ed i criteri di ammissione ai corsi sono definiti in apposito regolamento
adottato dai competenti organi dell'istituto.
5. Sono consentite abbreviazioni di corso, sulla base di criteri oggettivi e definiti nel
regolamento dell'istituto, per quegli studenti in possesso di idonea documentazione
attestante una formazione teorica e pratica in psicoterapia acquisita, successivamente
alla data di entrata in vigore della legge, presso gli istituti di cui all'articolo 14.
8. Caratteristiche della formazione.
1. I corsi di cui all'articolo 7 hanno durata almeno quadriennale.
2. Il numero delle ore annuali di insegnamento teorico e di formazione pratica è
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determinato in
misura non inferiore a 500, di cui almeno 100 dedicate al tirocinio in strutture o
servizi pubblici
o privati accreditati, nei quali l'allievo possa confrontare la specificità del proprio
modello di
formazione con la domanda articolata dell'utenza ed acquisire esperienza di
diagnostica clinica
e di intervento in situazioni di emergenza.
3. L'insegnamento teorico prevede:
a) un'ampia parte di psicologia generale, di psicologia dello sviluppo, di
psicopatologia e
diagnostica clinica nonché la presentazione e discussione critica dei principali indirizzi
psicoterapeutici;
b) l'approfondimento specifico dell'indirizzo metodologico e teorico-culturale seguito
dall'istituto.
4. La formazione pratica prevede:
a) una formazione coerente al tipo di indirizzo psicoterapeutico adottato dall'istituto;
formazione che prevederà, oltre a specifici momenti formativi, la supervisione delle
psicoterapie attuate dagli allievi durante l'addestramento pratico;
b) per il tirocinio di cui al comma 2, documentate esperienze in strutture e servizi
pubblici e
privati accreditati, al fine di verificare l'efficacia dell'indirizzo metodologico e teoricoculturale
seguito dall'istituto.
9. Formazione teorica. 1. L'ordinamento didattico dell'istituto è adottato dal
competente organo dell'istituto stesso in
relazione al modello formativo seguito, in ossequio alle disposizioni di cui al presente
titolo.
2. Gli insegnamenti impartiti durante il corso, in numero non inferiore a quindici,
sono individuati dal consiglio dei docenti con riferimento alle aree disciplinari di cui
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all'articolo 8, comma 3.
10. Esami.
1. Il consiglio dei docenti del corso predispone un apposito libretto di formazione che
consente all'allievo e al consiglio stesso il controllo delle attività svolte per sostenere gli
esami annuali e finali, ivi compresa l'attività finalizzata, attraverso la promozione di una
formazione personale, al conseguimento di adeguate competenze sulla conduzione della
relazione interpersonale e specificatamente psicoterapeutica.
2. Il consiglio dei docenti del corso stabilisce le modalità degli esami annuali e della
prova finale per il conseguimento del titolo.
11. Docenza nei corsi.
1. La formazione, gli insegnamenti teorici e la supervisione delle attività
psicoterapeutiche sono affidati sia a docenti e ricercatori delle università italiane e
straniere di specifica qualificazione sia a personale di specifica e documentata
esperienza nel settore della psicoterapia secondo modalità e criteri stabiliti nel
regolamento dell'istituto di cui all'articolo 7, comma 4.
12. Diploma finale.
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psicoanalisi, psicologia, psicoterapia e legge 56/89 di roberto