Turi Grasso APPENDICE SATIRA CARNASCIALESCA Niente paura, non è un sesso forte, ma uno di quei cannoni che sparano minchiate sia di giorno e sia di notte! In copertina: foto Internet Turi Grasso APPENDICE SATIRA CARNASCIALESCA PROPRIETA’ LETTERARIA RISERVATA I diritti di traduzione, di riproduzione e di adattamento totale o parziale (comprese le copie fotostatiche e i microfilm) sono riservati per tutti i Paesi Agli ostinati a voler vivere con la cera da morto. La cacciata del diavolo Franco e Pina finalmente avevano coronato il loro sogno d’amore: si erano sposati felici di poter sciogliere in atti concreti le promesse aspettative di meticolosa cura reciproca, lui convinto e determinato ad attenervisi, lei con la solita prerogativa femminile di infischiarsene una volta raggiunto l’obiettivo, per dar corso all’unica autodisciplina a cui conformarsi: quella di servire il comodo proprio. Con tali riserve mentali assolutamente smaniose da pazzerellona certo la relazione coniugale scivolava ogni giorno di più verso la conflittualità, così che la ragazza assennata, buona e dolce conosciuta durante il fidanzamento non ci mise molto a trasformare le rotondità di carattere in presuntuose argomentazioni giustificatorie. Franco assorbiva sempre meno con malcelata insofferenza, aveva perduto la sua naturale mansuetudine, spingendosi di frequente a reagire con asprezza. S’era accorto ch’era tempo perso quello speso alla dimostrazione delle frequenti manchevolezze e quindi le polveri prendevano facilmente fuoco. Nei litigi la birbante di moglie aveva trovato il modo di autoassolversi da qualsiasi responsabilità, scaricandola tutta sulle misteriose forze del mondo degli spiriti che si divertono a infierire o gratificare a capriccio sulle azioni quotidiane dei poveri mortali costantemente il loro balia. Così che nelle occasioni di pensare ad indulgere verso la vasta gamma delle vanità femminili, a consigliarle era stato l’amabile folletto patrocinatore delle scelte più feconde, ma quando era stata la cattiva volontà o la strafottenza a precipitare le situazioni c’era stato di sicuro lo zampino del diavolo. Franco ascoltava le buone ragioni sciorinate a sostegno dell’uno e dell’altro fronte, si morsicava le labbra per risparmiarsi di polemizzare e tuttavia nel suo animo la rabbia verso l’imbrogliona montava sia per le spese dietro le mode spesso molto onerose, sia per il disimpegno dalle faccende domestiche regolarmente malriuscite a causa del malvagio intromettersi del diavolo, e se il disordine in casa regnava sovrano, la pulizia lasciava a desiderare, la pasta risultava o troppo al dente o troppo scotta e alle eventuali critiche la risposta era perentoria, la colpa ricadeva tutta sul diavolo che le si era intrufolato nel cervello allo scopo del suo malvagio compito di confonderla. Questo figlio di puttana godeva all’inverosimile di arrecar dispiacere alle loro vittime. Il povero marito non sapeva più se la Pina dicesse sul serio, e a quel punto preoccupava lo stato di salute, o se ci godesse a farlo fesso, e in tal caso bisognava reagire adeguatamente. La verità la scoprì a seguito dell’involontario ascolto, in clima di non supposto origliare ad una telefonata fatta dalla ragazza alla madre con commenti di soddisfazione per il successo del menare per il naso. Franco sospirò di sollievo per lo scampato esaurimento nervoso della moglie, ma da subito pensò alla riscossa. Tanto rifletté fino a quando trovò: gli bastava tenere a portata di mano il matterello di cucina ed infatti appena la goccia traboccò dal vaso non ebbe remore ad impugnarlo e colpir deciso la testa della incauta schernitrice -Ma che hai fatto disgraziato?- Inveì lei, toccandosi il cranio e ritirando la mano insanguinata. -Ho dovuto metterci impegno per creare l’uscita al diavolo maledetto. Dillo a tua madre che ho dovuto farlo per il tuo bene. Vedrai che l’assatanato spirito non ti importunerà più! Don Ascenziu Arancino II Poiché non specificato nel primo incontro con don Ascenziu, questi il cognome s’era visto ammodernare in quello di “Arancino” dai colleghi guardie carcerarie in ossequio alla squisita specialità di rosticceria di cui era ghiotto, che specie negli ultimi anni di servizio, rimasto solo ad accudirsi dopo la tragica fine della moglie travolta da una macchina impazzita dalla velocità, e dopo l’involarsi a nozze della figlia in settentrione, quand’era di servizio di sera all’ora del fast-food volante sistematicamente si ritrovava a scartare il pacchetto delle delizie e addentarle con voracità. Il ricorrere con assiduità alle crocchette di riso, per natura astringente, contribuiva a creare la temutissima situazione di inclemente costipazione di cui si sentiva perseguitato e che in uno dei momenti di ricorrente disperazione l’aveva condotto, cosa che sappiamo, a tentare il suicidio non riuscitogli solo per malferma determinazione. Da più di un lustro in quiescenza abitava il primo piano della stessa casetta con l’unico coinquilino sottostante don Vincinzinu, con il quale, poiché di poche parole, non s’intratteneva mai e non si spendeva oltre il saluto. Lui di carattere era stato sempre arcigno, anche nel confrontarsi con le sue donne quando ancora ce le aveva in casa. Abitudinario della levata all’alba, adempiute con tutta calma le solite attenzioni di rito, tranne lo svuotamento dell’intestino resistito ai due rabbiosi tentativi del prima e dopo colazione, si accingeva ad affrontare l’antipatica salita che lo portava al mercato, e arrivato alla sommità al centro della curva si fermava a borbottare salaci contrarietà contro le lungaggini di allestimento del restauro della villetta dominante a perdita d’occhio la parte orientale della città in bella mostra, come se lì vi si dovesse andare a trasferire lui e quando un bel mattino la trovò liberata dai ponteggi si ritrovò a sorriderne soddisfatto. Ora c’era da attendere il fruitore dell’elegante e panoramica dimora, e la curiosità gli si era accesa tanto che il primo pensiero al risveglio era quello di interrogarsi se appena uscito di casa non avesse da scoprire il fortunato vicino, magari affacciato alla ringhiera con l’intento di attendere il suo passaggio. Ovviamente trascorsero dei giorni per il trasporto e la sistemazione delle masserizie prima dell’individuazione del nuovo vicino di casa che avvenne con modalità del tutto spiacevoli. Infatti al ritorno dal mercato, a metà settimana, ancora di buon’ora, appena lo sfaccendato ficcanaso svoltò per la discesa verso casa, ebbe a sobbalzare di brutto per il latrare di un bestione di guardiano a quattro zampe. Arancino protestò con gli svariati vituperi che gli si affacciarono nella mente, subito rimbeccato dal padrone del cane di pregio, del quale la colpa era stata quella di essersi presentato con la sua naturale voce -Lei ritira il bastardo che con troppo leggerezza ha affibbiato al mio prezioso compagno. Sappi che per me è come un figlio, o quanto meno un fratello- -E allora si compiaccia della conseguente qualifica acquisita nell’uno o nell’altro caso- -Lei è un insolente, il cane in questione è di nobili origini con tanto di pedigree- -Pedi gri o pedi gru, sempre bastardo rimane- -Gaspar- Comandò irato il padrone -Pisciagli addosso!- Il cane non se lo fece ripetere, bagnando con delle spruzzate il malcapitato che inveì -Figghi di buttana!- -Ah, è così che ancora la pensa? Allora non ha capito un tubo! Aspetti che le faccio vedere dove conduce la sua maleducazione!- L’uomo più incazzato che mai corse in casa per aprire elettricamente il cancello sottostante, quindi riaffacciatosi con maggiore risolutezza di prima comandò a Gaspar -Vai giù a bloccarlo- Il cane in un baleno si ritrovò zampe sulle spalle a neutralizzare, soverchiandolo, l’incauto istigatore. Per pochi minuti soltanto, poiché come se ci avesse ripensato di colpo si staccò e tornò dal padrone, accucciandosi ai piedi e mugolando di dispiacere per l’interrotto placcaggio. Arancino ne approfittò per scappare e a rinchiudersi in casa. Appena mise piede sul cortile s’imbatté con don Vincenzinu (già a noi noto) che fresco di levata in fase di stiracchiamento, ne approfittava ad inspirare dentro i polmoni aria netta e fresca. Il poveretto preoccupato dell’espressione turbata del condomino gli chiese con ansia -Cchi successi?- -Nenti, curpa di ‘ncani lupu- -Quali cani lupu?- -Lei nun po’ sapiri-Però lu fetu è chiddu di dda vota- -Sì, picchì macari u lupu si ni scappau, rinunziannu di mangiarimi. E n’autru rialu mi fici, ppi ghiri di corpu senza perdiri a testa comu tannu, s’arrivorda? Ora senza risicari a vita m’abbasta sulu ‘nsurtari cani e patruni, picchì u frusciu m’accuntenti a stuppari! Don Ascenziu Arancino III Don Ascenziu, volle fare a don Vincinzinu il resoconto riguardo l’ultimo spavento da lui ritenuto al limite della credibilità e solo per questo s’intrattenne più del voluto, sacrificando la taciturnità di carattere. A conclusione della particolareggiata rassegna, l’altro scaramantico di natura non mancò di sentenziare -Don Ascenziu non si sbalordisca di quanto capitatogli, perché non c’è due senza tre-E cosa potrebbe succedere a uno come me che non prende aerei, non va per mari o per montagne, non partecipa a safari, da quando ho finito il servizio ho venduto pure la vespa, non possiedo macchina né bicicletta, a parte il mattino presto, quando ancora gli ubriachi e i drogati riposano, sto rintanato in casa tutto il santo giorno, di cosa ho da preoccuparmi? Ah, capisco, il terremoto! Ebbene, a quel punto avrò da sperimentare una nuova terapia per evacuare. Rise pure, soddisfatto d’esser stato una volta tanto spiritoso, ma ritenendo di essere stato anche chiacchierone abbastanza, salutò senza remore. Non fu il terremoto come paventato a procurargli un nuovo trauma. Era la festa dei defunti e don Ascenziu, come ogni anno per l’occasione non mancò di recarsi al cimitero a render visita alla moglie, portandole un mazzo di fiori. Ma quel giorno in cielo si azzuffarono viluppi di nere nuvole, scaricando tra lampi e tuoni in sfrenata danza quantità di acqua come non era mai successo. L’annuale visitatore si ritrovò assieme agli altri rintanato nella cappella di suo riferimento, in attesa che la condizione di fine del mondo si esaurisse o quanto meno attenuasse. Va bene ch’era arrivato in impermeabile e con l’adeguato berretto in testa per un piovigginare, ma di fronte a quel diluvio era d’obbligo per rimettersi in cammino senza troppo danni, attendere al riparo che la situazione migliorasse. In tanti s’erano partiti venuti a prendere da familiari in macchina, ma lui che non poteva nutrire speranze del genere doveva fare buon viso a cattivo gioco, come gli altri pochi disgraziati rimasti. Comunque appena i segnali furono incoraggianti, si mosse di fretta. Il custode del cimitero, un burlone per necessità occorrente ad esorcizzare il senso di desolazione dei luoghi, aveva preso l’abitudine nelle occasioni nelle quali i parenti dei defunti oltre l’orario di chiusura ancora non smobilitassero, di ricorrere all’espediente di acconciarsi a fantasma e di apparire da lontano e all’improvviso ai ritardatari così da incalzarli a darsela a gambe per lo spavento. Quella sera più lugubre del solito, nera e spettrale con le lucine dei loculi simili a lucciole interessate a sciamare sulla città dei morti, la carnevalata del fantasma creava maggior turbamento, così che appena la testa e le braccia emersero da dietro un monumento poco distante dal viale centrale, don Ascenziu più veloci sciolse i suoi passi fino a correre alla disperata, poiché anche se l’affiorare sembrasse più da bradipo, lui temeva d’imbattersi in qualcun altro di quegli orripilanti spiriti, sicché in uno sforzo supremo si ritrovò fuori dal cancello degli orrori ansimante e sconvolto nella persona, soprattutto nella parte mediana posteriore che per un certo verso lo alleggeriva, ma per un altro ne faceva soffrire l’olfatto. Don Ascenziu Arancino IV Don Ascenziu Arancino era triste dopo l’ultima casuale stimolazione ad evacuare con l’aiuto dello spavento. Era tornato al punto di partenza, con lo stomaco gonfio e teso come la pelle di un tamburo a causa della solita, recidiva costipazione. Finora con l’imprevisto cane lupo e altrettanto imprevisto fantasma al cimitero, era stato il caso a procurargli la strana terapia, tranne la prima volta con la rivoltella, confiscata da don Vincinzinu. Ma, scartando l’utilizzo molto pericoloso dell’arma e non producendo più l’effetto sperato delle altre due modalità perché ormai era venuta a mancare la condizione della sorpresa, doveva ingegnarsi continuamente a scoprire nuove macchinazioni sapendo che dopo il primo impiego avrebbero perduto l’efficacia. Non aveva scelta, si sarebbe dovuto abituare alla fatica più semplice e naturale: il clistere, e data la sua condizione di single c’era da cercarsi un infermiere domiciliare. Così s’informò con don Vincinzinu se sapesse indicargliene qualcuno, e infatti avendo ottenuta l’informazione, di sera a causa del servizio diurno del dipendente sanitario all’ospedale, Don Ascenziu si partì verso l’indirizzo ottenuto. Era già tardo pomeriggio e ritrovatosi accanto a una piazza transennata per l’utilizzo come base di attivazione di fuochi pirotecnici ad onorare un santo importante, si fermò a curiosare, mentre congetturava che se le misure precauzionali costituivano dei pericoli da evitare, quei fuochi non dovevano essere tanto innocui. Nel frattempo guardava l’artigiano preparatore posizionare mortai, maneggiar detonanti, inneschi, spolette, cartocci, cavalletti, spago, pestelli, tenaglie, costruire la maschettaria con micce di passaggio, passafuochi ed altre diavolerie da sentirsi scombussolato dall’inquietudine e dal desiderio di partecipare allo spettacolo dal di dentro. All’improvviso una breve sequenza di scoppi fulminanti aprirono il festival con un seguito di lampi di luce, fumo e sapori di salnitro, poi il cielo partorì rose di colori bianco violetto rosso lilla azzurro giallo verde oro, e cominciarono a piovere striscioline, coriandoli, stelle, meteore, serpentelli, spezzoni di carta bruciata, in una cadenza che riuscì, fino allora spassionato spettatore di tali giochi, ad incantarlo ed ora a coinvolgerlo a tal punto da fargli aggirare le transenne ed entrare in campo. Il fochista completamente assorbito dallo svolgersi delle sue direttive, aveva appena attivato la maschettaria quando notò l’intruso e come un forsennato gli ordinava di allontanarsi, ma ormai dai vari filari a mezz’aria i petardi scoppiavano in girandole tra fischi, abbagli, scintille profumate di zolfo e magnesio investendo l’incauto ospite sollecito, alla maniera di Totò in un comicissimo vecchio film, ad evitare di essere investito dai vari artifizi in fuga da una macchina infernale. Arancino saltellava tra lo spaventato e il divertito alla stregua di un ragazzino trasfigurato in una danza ritmata da fulminanti e luci psichedeliche di una notte di tempesta. All’acme della farandola più bombe legate fra di loro lo colpirono come con dei pugni sullo stomaco costringendolo ad alleggerirsi, mentre il mastro di festa l’aveva raggiunto e sconcertato dallo strano odore delle polveri di quella sera per un lembo della giacca lo tirava fuori dal campo di battaglia. Don Ascenziu tra risa di delirio, bruciaticcio sul vestito, raggiunse casa molto soddisfatto, e non vedeva l’ora di incontrarsi con don Vincinzinu e rapportargli l’intera esperienza, inoltre era più contento del previsto perché sapeva che quel tipo di festeggiamenti erano sempre pieni di novità e nella sua città se ne celebravano in media due a settimana, in linea perciò con le sue esigenze. L’indomani di buon mattino attese vigile che il coinquilino aprisse le imposte per catturarlo: e infatti quello ancora intontito dal riposo si sentì chiamare ed essere aggiornato dell’ultima bravata. Il confidente, sentito che ebbe, sentenziò deciso -Don Ascenziu, vossia na po’ fari ‘sta vita. Deve accettare il clistere- -Già, debbo assolutamente recarmi dall’infermiere indicatomi da lei. Però io, parlando in confidenza, provo soggezione, e questa timidezza non so se mi consentirà di accettare la nuova situazione- -Io lo capisco, a una certa età ci si vergogna del proprio corpo, però si sa, che di necessità si fa virtù- Vi fu una pausa imbarazzante, superata la quale don Vincinzinu si decise ad azzardare -Sa che le dico don Ascenziu, a vossia u clisteri cciù fazzu iù- -No propriu a lei u mo culu nun cciù mmusru- -Picchì cci pari ca cci n’arrobbu tanticchia? Lei deve sapere che io in materia ci ho grande esperienza, perché nella mia famiglia i clienti non mi sono mai mancati: mo patri, mo matri e altettantu mo soru. Se è per questo lei è in buone mani- -Ci debbo pensare, a giorni vi farò sapere- -Don Ascenziu, se deciderete per il sì, munitevi, magari su consiglio del farmacista, di tutto l’occorrente- -Non vi preoccupate, vi farò sapere presto Al povero sofferente restò ben poco da valutare, perché se il salvatore era pratico davvero ce l’aveva a portata di mano e senza tanta pubblicità, così al secondo giorno dopo aver ricevuto l’invito, sciolse la riserva e comunicò al dichiarato volontario -Don Vincinzinu, quando dite voi possiamo passare all’azione- -Bene, io consiglierei domattina, a stomaco vuoto- -Vada per domattina Il nuovo giorno sorse con l’elargire eccitazione ad entrambi i pensionati. Don Ascenziu si decise a chiamare e l’altro rispose che stava salendo. Trovò il tavolo apparecchiato dell’armamentario occorrente e chiese il posto dove doveva avvenire l’intervento. Trovò sulla parete a lato anche il rampino piantato per appendere l’irrigatore, quindi dopo essere stato informato che l’acqua tiepida era pronta, invitò il ricevente a mettersi nudo da sotto l’ombelico -Sì, ora damu spittaculu!- -Don Ascenziu, u duna a mia u spittaculu? Era megghiu si ll’hava a dari o ‘nfirmeri?-Pacenzia- Rispose il sacrificando, e rassegnandosi, tolse braghe e mutande. Come niente fosse don Vincinzinu lo invitò a girarsi un pochino sul lato sinistro e a portare il piede destro in avanti, poi comandò -Ora si abbassi, non così, faccia ponte con la schiena- -A culu a ponti?- -Se le piace detto così, a culu a ponti!- -Don Vincinzinu nun si facissi rispunniri a tonu- -Don Ascenziu, non semu cca ppi ghiucari, anzi unn’è a glicirina? Untamu ‘mpocu u beccucciu, accussì no tràsiri nun si senti-Minchia, cchi mi voli viulintari?- -Don Ascenziu, si rilassi ca già trasìu, e in men che si dica il servizio è bell’e fatto- -Cchi mi ni vinni a ‘st’età maliditta- -Don Ascenziu abbiamo finito. Si può riordinare- -Min… mancu mi parsi- -Non è che c’era abituato, comunque ne è contento o deluso- -Don Vincinzinu si risparmi la battuta, vidissi ca iù eru vardia carcireri- -Don Ascenziu, l’acqua tenetela nello stomaco quanto più potete. Se è del caso nei prossimi useremo la soluzione fisiologica o un po’ di fosfato o del sapone- -C’è bisognu allura di lei? Mi pozzu mettiri direttamenti ‘nta lavatrici. Ah, ca na pozzu tèniri cchiù. Ah, ca na pozzu tèniri cchiù!- -Don Ascenziu, andate a sgombrare, perché da leggeri si vive meglio. Arrivederci- Salutò Don Vincinzinu soddisfatto, subito tallonato da un rumoreggiare molto vivo nei suoi ricordi, accompagnato dal canto di gioia di chi aveva testé potuto sgravare -Ah, il clistere che bontà! Ah, il clistere che bontà! Ah, il cli… Don Ascenziu Arancino V Per don Ascenziu le occasioni di procurarsi fifa non gli mancavano affatto, manco che se le andasse a cercare di proposito. Trovandosi a corto di quattrini, come tutte le volte quando gli si presentasse il bisogno, si organizzò a predisporre un prelevamento dal libretto postale dove vi giacevano i suoi modici risparmi e i mandati di pagamento della pensione ivi canalizzata. Soddisfatte le abituali incombenze giornaliere per la sopravvivenza, si diresse verso l’ufficio delle Poste con animo giulivo in lui difficilmente incline diversamente dalle occasioni di rimpinguare le tasche. A guastargli il buonumore ci pensarono due balordi che proprio mentre il poveretto con occhi dolci controllava la conta delle banconote da parte dell’impiegata pronte per il trasferimento nel suo portafogli fu scosso dall’intimazione a star fermo e dal bacio gelato su una tempia della canna di una pistola. Si sentì come Tantalo fermato sul punto di…, ma lui che ne aveva viste di cotte e di crude durante la sua carriera in mezzo a incalliti delinquenti con sangue freddo cercò di tranquillizzare l’inopportuno ragazzaccio -Di me puoi star sicuro, conosco bene la lingua che parli-Meglio così, anzi visto che c’intendiamo sarai tu a farci compagnia per un po’ di strada- Nel frattempo l’altro socio ripuliva le casse del bancone e quando ebbe finito, concluse -E’ ora di allontanarci- L’ostaggio, prendendosela con filosofia si mosse secondo indicazioni, ma appena notò che la mano minacciatrice tremava ansiosa e conoscendo per esperienza che l’attrezzo puntato non era un giocattolo, anche lui cominciò ad avvertire la preoccupazione, che dilatò oltre misura non appena cominciarono ad echeggiare le sirene di due volanti accorse tempestivamente, e raggiunse l’acme al comando di salire a bordo di una vettura sequestrata al primo automobilista capitato a caso nel senso di marcia contrario a quello della forza pubblica. Ma, appena dalla sparatoria iniziata fu colpito un vetro della macchina corsara frantumandosi per fortuna senza aver sfiorato gli occupanti, e la mano armata cominciò a tremare senza controllo, ipso facto all’intrappolato ex guardia carceraria gli si sciolse lo stomaco e presto l’abitacolo fu invaso da un insopportabile fetore che fece sacramentare il conducente e inveire contro il socio muto e allibito -Cazzo, per un confetto andato a vuoto te la fai addosso? E se le cose dovessero precipitare, come pare non improbabile, mi svieni pure?- -Ma chi, io?- Ribatté l’accusato, ringalluzzendo con spocchia -Io, quelli là me li mangio vivi. E’ il nostro amico che non ha retto- -Quand’è così…- Aggiunse l’altro a corto di cerimonie, rallentando la corsa -…buttalo fuori, questo cacaiolo di merda, se non vogliamo farci catturare causa avvelenamento! Per fortuna l’atterrito sequestrato finì a gambe in aria su una bancarella di frutta e verdura di un venditore ambulante che dopo esser rimasto a bocca aperta per il regalo planato dal cielo sulla sua mercanzia, si riscosse invocando il risarcimento dei danni -Mi spiace del tuo volo subito, ma ora dobbiamo fare i conti del disastro che hai prodotto- -Ah, ci mancava proprio questo dopo essere rimasto senza soldi, minacciato da una pistola, il frùsciu addosso… - -Si sente, si sente- -…e scaraventato fuori da una macchina in corsa. Cosa volete più da me?- -Gioia, a me la merce non la regalano, sai. Tu alla banca ti potrai rivalere con l’assicurazione- -Lo scontro è avvenuto alla Posta- -E’ uguale- -Per l’intanto vado a casa a lavarmi- -Ma, a me i soldi servono adesso!- -Allora non hai capito, dei soldi mi han fatto sentire solo il profumo. E’ stato sul punto di afferrarli che sono intervenuti quei due cornuti. Non ti preoccupare mi farò sentire io stesso e presto, parola di don Ascenziu, per adesso debbo proprio scappare, se non altro per disdire il clistere già stabilito per domani-Cosa c’entra il clistere?- -Tu non puoi capire, ma, non c’è avversità che ci colga, dalla quale non ne possa scaturire un beneficio, parola di don Ascenziu! Don Ascenziu Arancino VI Era un po’ di tempo che don Ascenziu a intervalli regolari remissivamente si disponeva nella posizione comandata da don Vincinzinu, suo violatore unico del fondo schiena dal quale si rassegnava a ricevere il clistere. Certo al coinquilino non gli entrava niente in tasca, anzi l’impegno preso lo sacrificava non poco poiché con l’età raggiunta tutta l’operazione non era né semplice, né chiara condizionato com’era dalla vista debole, ma comunque i piccoli inciampi di percorso del parasanitario di fortuna venivano facilmente superati con tanto zelo e tuttavia il paziente borbottava a denti stretti per la stupida diffidenza che un servizio del genere reso da un uomo gli procurava, infatti ogni tanto i due interpreti si pizzicavano con pruriginose battute dando corso ad esilaranti scenette, senza però pregiudicare lo scopo da raggiungere. Agosto furoreggiava con i suoi dardi infuocati e qui nel sud, spesso anche la notte, si respirava a fatica. I telegiornali cominciarono a predicare il grande evento astronomico alle porte della notte di S. Lorenzo. Con il passare dei giorni a don Ascenziu che in dinamismo non eccelleva affatto gli si cominciò ad accendersi la curiosità di un avvenimento mai visto, ma immaginato suggestivo al massimo e per giunta gratis. Inoltre, quel che più lo lusingava era che all’osservatore la scia luminosa prometteva di esaudire i desideri espressi nello scorgerla, e riguardo a ciò don Ascenziu provava grande entusiasmo. Lui da scaramantico a corrente alternata secondo le sue convenienze non poteva non cogliere l’opportunità di liberarsi per sempre dal clistere pur potendosi abbuffare dei deliziosi e profumati arancini, di cui era ghiotto e dei quali in virtù di ciò della prelibata leccornia gli era stato appioppato il conseguente nomignolo. L’occasione gli sembrò irripetibile, quindi si ripromise di percorrerla e cominciò a valutare le migliori condizioni per prepararsi a partecipare allo spettacolo. Praticamente ci voleva poco: sperare in un cielo sereno, facile da ottenersi in questo periodo per la latitudine del posto, abbandonare la tana in orario inconsueto per le sue abitudini, salire verso la collina scegliendo le zone poco illuminate, meglio se buie in assoluto, trovarsi un comodo punto di osservazione e aspettare con il naso all’in su che i traccianti iniziassero a danzare nella volta celeste. Quindi per la spedizione non c’era bisogno di altro a parte dello scrollarsi la pigrizia di dosso e di una torcia elettrica a guidarlo nell’oscurità. Per celebrare alla grande le lacrime del martire, la sera dell’undici del mese, prima di partirsi, consumò i due arancini comprati ad hoc. Tutto era riuscito alla perfezione. Il ringiovanito esploratore aveva trovato il posto adatto al realizzarsi della magica fantasmagoria e con emozione ne viveva l’attesa. Ma, a un tratto, un imprevisto fascio di luce in espansione sbucò dal monte. Arancino pensando che fossero i fari di un camion a distanza, protestò contrariato -Bestia, vai a farti fottere, proprio lì e ora dovevi capitare!- Però la luminosità continuava ad aumentare ed anche la temperatura circostante cresceva fino a che la fonte luminosa non divenne abbagliante e l’investito non ne rimanesse atterrito e paralizzato. La situazione si stabilizzò per un tempo incalcolabile mentre un veicolo circolare si adagiò sofficemente sul terreno: al centro presentava una cupolina la quale sollevò il coperchio con un cigolio inquietante. Un essere di natura animale emerse con circospezione e si decise a scendere per dirigersi verso lo sbalordito spettatore che cominciò a sudare freddo nonostante immerso in una fastidiosa calura. Il nuovo arrivato tutto verdastro, un viso triangolare in cui sembravano esorbitare due grossi occhi grifagni, mentre il naso, la bocca e il mento erano poco protesi, atteggiò un sorriso di pacifica intenzione che tuttavia non bastò a tranquillizzare il frastornato don Ascenziu lì presente per una spettacolare curiosità naturalistica da soddisfare e speranzoso di riuscire a risolvere il problema più spinoso della sua esistenza. Il ficcanaso sicuramente ne coglieva l’apprensione e con l’avvicinarglisi sorridente cercava di abboccarsi amichevolmente, ma, la sua persona cominciò a sfolgorare di luce accecante, e allo smarrito anziano la testa andò in turbinio, la gola gl’infocava, i muscoli diventarono legnosi e non gli permettevano di tentare una precipitosa fuga, tanto che pensò di essere morto con la sola coscienza ancora viva, inoltre parve che il sangue gli si raggrumasse lasciandogli però circolare quel poco per farlo andare in cacaredda, a seguito della quale l’intruso finora ammiccante in un empito di rimostranza cambiò registro, per rigirarsi di scatto, tornare in fretta alla base e sdegnato gridargli -Ma, che cazzo hai mangiato?- -Arancini- Con voce strozzata riuscì a pronunciare il poveretto un po’ corroborato dall’allontanarsi dell’alieno -Arancini guasti, marci, da pattumiera- Gli fu commentato -Non dire fesserie, lucertolone presuntuoso- Reagì don Ascenziu, ritrovando la franchezza -Io che nella vita non so quanti ne abbia mandati giù, non ne avevo mai trovati di così squisiti uguali a questi- -Allora per stomaco ci hai un letamaio, e stante così le cose vaffa ‘nculo!- -Avrei dovuto presentarmi a don Vincinzinu domani, però grazie a te mi riposo qualche giorno- -Magari pederasta mi doveva capitare- -Senti beddu, riguardo a questo potrei dimostrare il contrario su di te, solo che non sei né della razza né del tipo che fa per me. La mia sventura è quella di essere stitico, l’hai capito adesso, pezzo di fava spicata?- Gli urlò con quanta forza avesse in corpo, prima di svenire. Il cielo cominciava a scolorire e da lontano la lunghissima striscia arancione dell’aurora faceva capolino. Il prossimo al risveglio si stropicciò gli occhi e ritrovandosi disteso sulla sciara se ne sbigottì senza sapersi spiegare quali vicissitudini l’avevano condotto sin lì. Fu salendo le scale di casa, che sfiorando la piccola torcia riposata in una tasca della giacca, ebbe un lampo di reminiscenza che non voleva accettare -Sto uscendo di senno- Sussurrò a se stesso, e comunque decise che appena sentito disserrare l’uscio di sotto, della sua incredibile disavventura si sarebbe confidato con quella perla d’uomo di don Vinvinzinu Don Ascenziu Arancino VII Il turbamento di don Ascenziu avveniva nello stomaco, e no gli dispiaceva procurarselo anche a rischio della stessa vita, basta che ne ottenesse il risparmio del clistere, nonostante per sua fortuna in don Vincinzinu avesse trovato sia una mano miracolosa da non fargli avvertire alcuna fase dall’intromissione del beccuccio allo svuotamento dell’irrigatore, e sia una persona molto discreta. Tuttavia , diversamente da oggi che la sensibilità si è indurita, così come succedeva per le donne del dopoguerra amanti di lacrime che andassero a cercare i film commoventi, don Ascenziu non trascurava di sfruttare occasione, anche se pericolosa, pur di servire allo scopo di liberarsi dell’ingombro costipativo. Certo lui non le immaginava e le costruiva le avventure aleatorie, ma quando ne fiutava qualcuna vi si buttava a cuor contento. Questa volta però l’evento fu imprevedibile e uno di quelli che a potersi manovrare lo si impedirebbe sicuramente, perciò il grado di paura salì alle stelle. Periodicamente il nostro vulcano si sbizzarrisce in capricci, da arrivare a creare quando gli gira grande disagio alle popolazioni in suo dominio senza far complimenti. In diverse puntate si esibì con la pipa accesa e in divertimento ad espellere oltre al magma altissime colonne di fumo dense di cenere di vario calibro decrescente con la distanza da raggiungere, ma tanto abbondanti da creare lungo le strade e piazze delle città raggiunte un manto spesso diversi centimetri. Il maestoso istrione non era cattivo al punto di minacciare la vita dei suoi incantati spettatori e visitatori di ogni razza e latitudine, ma la tranquillità sì, con i suoi ribaditi boati, infocati lapilli e piccole scosse telluriche. Don Ascenziu allo spalancar delle imposte si stizzì nel notare che nel cortiletto la colorazione del pavimento s’era votata al nero luccicante di ossidiana. Non era la prima volta che succedeva in quel periodo. La smisurata fonderia vulcanica aveva sfornato tanto di quel materiale che non si pensava lo potesse contenere e nella presente occasione era stato più munifico tanto che lo spessore minimo raggiunto nei posti più risparmiati come sul cortiletto dell’ex secondino raggiungeva il palmo di una mano. Bisognava pulire prima che temute piogge creassero un fango ancora più problematico, pazienza, meno male che per fortuna si trattava di uno spazio limitato -Santa pazienza- Mormorò il pigro anziano -Prima si comincia e prima ci si libera: scopa, paletta e sacchetti da riempire!- Quindi si scrollò di dosso quella specie di demotivazione cronica e si dedicò all’opera di pulizia. Nel frattempo dei cigolii dell’uscio al piano terra lo informarono della levata del liberatore del suo blocco intestinale, facendolo l’ormai familiare avviso affacciare dalla ringhiera per commentare -Don Vincinzinu, vede che bel regalo consegnato nella notte a domicilio? Il gran signore non bada a spese, non c’è paura che ci lesina i suoi preziosi prodotti. A proposito, aspettate che finisca io a pulire, così siamo sicuri di non sporcare di nuovo dopo la fatica spesa- Quindi passò all’azione, ma riflettendo che prima fosse più logico liberare la canaletta di scolo della veranda senza dubbio intasata, dal ripostiglio trasse un vecchio coppino in disuso, poi imbracciò una scala a libretto, e si dispose a dar corso all’operazione. Era sul finire della liberazione del condotto, al suo estremo vicino la ringhiera quando avvertì l’ondeggiamento della scala sotto i suoi piedi e in contemporanea notò che le pareti di casa s’inchinavano pericolosamente. La testa cominciò a girargli, il cuore a martellare, il colorito a sbiancare, le gambe presero a tremare, i capelli a drizzarsi! L’istinto di conservazione lo guidò a lanciarsi dalla scala, rovinando sul funereo tappeto con addosso l’attrezzo, cercò di gridare allarme ed aiuto, restando con la bocca spalancata afona. Per una ventina di secondi lunghi più di minuti giacque inerte nel terrore, poi la chiamata di don Vincinzinu lo rincuorò e lo indusse a tastarsi prima di rispondere -Sì, sono vivo amico caro, e più leggero di prima- -In che senso?- -Nel senso che voi potete facilmente immaginare-Allora per voi di terremoti ce ne vorrebbero spesso -No, amico bello, lo spavento è stato incredibile, la scala dov’ero salito per pulire la tettoia della veranda mi è caduta addosso con qualche probabile danno che ancora non ho avuto la forza di accertare, e comunque pur uscendone indenne, alla violenza del terremoto preferisco mettermi a culo a ponte a disposizione della vostra! Patologica deformazione professionale Gianni e Marco furono ex affiatati compagni di scuola da ragazzini sino al ginnasio, tempo in cui il primo si disamorò dal continuare, preferendo intraprendere l’impegno per una più veloce concretezza di indipendenza economica dalla famiglia di attivi artigiani, quali il padre indefesso notturno panificatore, la madre casalinga sarta e i due fratelli più grandi, apprendisti entrambi, l’uno da idraulico, l’altro da falegname. Gianni aveva voluto frequentare un laboratorio di pasticceria, ma se richiesto dal principale sapeva destreggiarsi sia dietro il bancone, sia a servire ai tavoli. Era paziente, attento, scrupoloso; possedeva insomma le principali attitudini per diventare un imprenditore formato dalla gavetta, tanto che dopo avere sperimentato le prime esperienze di conduzione di esercizi di ristoro in proprio poco esaltanti, ma non per questo fallimentari, era riuscito ad arrivare a gestire un bar molto centrale della città. Ed infatti era più di un quarto di secolo che conduceva i suoi affari nello stesso locale con buona fortuna e lungimiranza per l’intera famiglia costituitasi prima della raggiunta affermazione, operante al completo nell’esplicazione di ben lubrificare i vari ingranaggi dell’auspicato funzionamento per mantenere florida la rispettabile azienda. Marco invece di estrazione più borghese, per la sua sistemazione da impiegato come i genitori, le energie aveva investito sui libri, infatti uscito dal liceo e congedato dal servizio di leva si spese allo spasimo nel partecipare ad ogni tipo di concorso sino a riuscire a diventare in una città del nord un dipendente di banca, collocazione molto gradita dall’interessato che subiva un’innata attrazione per quanto profumasse di denaro. Ne era passata di acqua sotto i ponti, Marco era già in pensione e quando i suoi figli a loro volta a capo di famiglie lo lasciavano respirare dal contribuire all’accudire dei nipoti, non disdegnava di rifocillarsi e ricrearsi tra parenti ed amici, alla sua terra d’origine, dove di quattro, solo una dei figli era riapprodata, per sposare un ottimo partito proposto e combinato dagli zii. Ovviamente la moglie polentona lo seguiva con slancio, ansiosa di ricongiungersi con la discendenza distante dal resto della numerosa parentela. In questi periodici appuntamenti era d’obbligo la visita al bar di Gianni dove ambedue i coniugi accettavano di buon grado la colazione e un’oretta circa passavano in allegria scambiandosi le ultime novità che li riguardassero. Quella mattina ancora presto, Marco trovò l’amico assorbito dall’assettare terra, concime e alcuni polloni di fiori dentro due oblunghi vasi di terracotta sistemati a mezza altezza ad impreziosire i due lati d’ingresso del locale. Era talmente assorbito dalla messa a dimora delle piantine che ci mise del tempo per accorgersi dei sopraggiunti, inaspettati ospiti postisi ai suoi due lati da candelieri, tanto che appena li sbirciò ebbe quasi un moto di soprassalto e chiese loro curioso -E’ tanto che mi osservate?- -Solo un quarto d’ora- Lo tranquillizzò la moglie di Marco. Risero tutti e tre contenti dell’occasione di rivedersi, dopo di che la signora commentò -Deve coltivare una gran passione per farsi assorbire così completamente- -Diciamo che a dover scegliere tra il mio mestiere e il giardiniere, mi sarei orientato verso il secondo, infatti non ci penso due volte a dedicarmici negli spazi vuoti della giornata- -Lo sa che farebbe al caso nostro, solo se ci volesse dare una mano?- Dichiarò la signora -Pensi, che la mia bambina vive amareggiata nell’assistere al risultato delle sue cure al giardino della villetta dove abita. Quasi sempre viene ripagata da insuccessi. Lei potrebbe visionare, valutare e consigliare per quel che occorre a rimediare. Ci darebbe questo aiuto?- Gianni si mise a disposizione per il giorno di chiusura infrasettimanale del locale. Tutti d’accordo, avvenne il sopralluogo. L’incaricato intenditore guardò, si approfondì ov’era necessario, istruì, confessando di sentirsi molto gratificato, specie se le sue osservazioni avrebbero portato dei chiari miglioramenti. Marco, ascoltando il compiacersi dell’amico, da vecchio calcolatore d’ufficio delle situazioni a ricevere dei vantaggi personali, azzardò ad insinuare -A questo punto, senza voler sminuire la nostra gratitudine verso di te e ringraziare, anche tu dovresti essere riconoscente verso di noi, per averti reso noi molto gradevole il tempo impiegato del tuo collaborare- -Ed infatti io non mi sottraggo ad ammetterlo, vi ringrazio e vi chiedo anche come posso disobbligarmi- -Non si perde d’animo, è amante dello scherzo, ci fa la ripassata- Commentò la signora con lo spirito sulla stessa lunghezza d’onda -No, no, dico sul serio- Insistette l’appassionato botanico -Quand’è così,- Riprese Marco -anche se potrà apparire paradossale potresti regalarmi tu l’occasione per sentirmi anch’io veramente nel mio mondo- -A disposizione- -Va be’, lascia stare, la mia era solo un’assurda scemenza- -A questo punto mi è cresciuta la curiosità di sapere- -E allora, siccome l’ambasciatore non porta pena, avevo pensato che per me sarebbe molto entusiasmante, chiaramente per l’impiego dello stesso tempo già speso da te, ritornare alla mia passione di sempre, cioè di maneggiar denaro- -E come potrei aiutarti in questo?- -Semplicemente cedendomi la cassa, beninteso da aiutante e senza intascare- -Non c’è problema, a lato ci hai il listino prezzi. Io in questo frattempo vedrò di godermi in qualche altro modo la fortuna capitatami- -Ed io, sempre grazie a te, rinverdirò come le piante di mia figlia- -Anch’io- gli confessò la moglie -Con te tolto di torno potrò ricrearmi al massimo a fare la nonna- -Sapete che vi dico- Non poté esimersi dal commentare Gianni -Visto il circuito virtuoso che si è stabilito, se non potete restarvene sempre qui, almeno tornate più spesso, chissà che non rinverdirò anch’io: non è mai troppo tardi! La ricetta della felicità Può sembrare che l’intepidirsi del rapporto coniugale sia influenzato dal frenetico correre dei tempi moderni, e invece, tranne pochissime eccezioni, è attaccato da un virus diffusissimo nella natura umana che a riguardo ha poche difese immunitarie. Esso è del ceppo dell’ultra familiarizzare che indebolendo le scaramucce ludico-amorose con lo stesso partner fatalmente finisce con il tralignarle in scipite e persino risibili. E questo come accade oggi si verificava anche negli anni incontaminati dalle contemporanee trivialità. Così accadde una decina di lustri addietro che Militta e Cola si scoprirono più fratelli che innamorati, più amici che amanti. Abitavano una piccola casa umida e buia di un quartiere negletto, non per questo non curato anzi al contrario, dai residenti veniva sottoposto ad assidue leccature. Cola Pulvirenti era maestro di lesina e trincetto, la bottega teneva a un centinaio di metri da casa dove vi lavorava in allegria e impegno assieme a due collaboratori più giovani d’una generazione: Mariano ed Enzo, quest’ultimo più che prestante, ma introverso e di lento comprendonio, sposato da qualche anno con Giovanna, prosperosa ragazza di rara bellezza, abitava in affitto una piccola casa a una trentina di metri e sullo stesso lato di quella del principale, e dall’appartenenza allo stesso vicinato era nato il suo ingaggio di aiutante calzolaio. Allora l’artigianato tirava, e il Pulvirenti pensava ad ingrandirsi con più dipendenti e magari un socio per affrontare l’entusiasmante avventura di una modesta fabbrica. Dei futuri progetti ne parlava spesso ad Enzo nel tragitto di strada percorso assieme la mattina presto e la sera tardi a lavoro concluso. Il giovane pareva interessato e dava garanzie di serietà ed onestà per cui la costituzione di società lentamente andava prendendo corpo. A parte il sodalizio imprenditoriale che stava per nascere tra i due capifamiglia, poiché nella corta e stretta via la sera eccetto in inverno le donne con la prole più piccola attorno, le ragazzine e le signorinelle sedute avanti l’uscio si misuravano in amena pispilloria, i maschietti andavano a confluire con gli altri dell’intero quartiere nella relativa parrocchia, e gli adulti uomini frequentavano circoli, osterie e in minoranza, i meglio agiati, bar. La fresca sposa di Enzo e Militta s’erano legate di stretta amicizia e spesso quando non partecipavano a conversazioni più allargate, la più giovane andava a sedersi avanti l’uscio della casa dell’altra o viceversa, e non avendo d’attorno orecchie indiscrete finiva che Giovanna apriva il suo cuore alla più esperta e attenta ascoltatrice, confidandole di non volere per l’immediato figli, di aver ottenuto dal paziente partner di seminare fuori dal solco, di comportarsi sotto le lenzuola da buona cristiana, ma anche rispetto alle sue fantasie adolescenziali, di essere un po’ delusa dei frutti raccolti. Ma questi dettagli hanno poca importanza per la storia che si vuole rispolverare. Tornando a Militta, in quasi vent’anni di matrimonio nonostante il pestello nel mortaio avesse abbastanza faticato non aveva avuto figli, e malgrado gli inutili battibecchi con il marito su chi dei due non funzionasse, tal condizione di per sé costituiva una complicazione nel concorrere a rendere apatica la relazione coniugale, cosa inevitabile quando mancano per rigenerarsi delle pause imposte dall’avvento dei frugolini, evento catalizzatore esclusivo dell’amore da parte dei genitori. Ma non essendo arrivato alcun erede, presenza riequilibrante, Militta profondamente insoddisfatta, accusava la svogliatezza del marito quale causa del suo malessere -Va bene che abbiamo sbagliato a sposarci tutti e due ancora di primo pelo, va bene che di acqua sotto i ponti ne è già scorsa tanta, ma Cristo non sono di fatto da buttare! Una volta ero sempre sotto assedio, palpavi, rovistavi, mordevi, penso ancora alla mia fungia sanguinante che dicevi ti faceva impazzire, eri un fuoco inestinguibile e ora mi sembri un pesce congelato dal sangue rappreso! Cola la guardava con un sorrisetto derisorio e le ripeteva -Tutti i giorni la stessa minestra, anche se ci vai matto finirà per farti perdere l’entusiasmo- -Ah, allora è un fatto di cambiar vivanda, non di decrepitezza- -Decrepito io?- Protestò Cola cingendola ai fianchi e sollevandola da terra -Senti, bello mio, scendimi giù che io non m’incanto facilmente. So cosa ti passa per la testa. Tu vorresti far società oltre che con Enzo, anche con la moglie- -Magari!-Sai che ti dico, fai pure società con Giovanna, che io mi darò da fare per concluderla con il marito- -Alla faccia del parlar chiaro. Hai parlato come una buttana- -Avendo a che fare con un cornuto contento- -A queste condizioni accetterei- -Al punto in cui siamo ridotti, non sarei io a fartene pentire, solo se si potesse fare- -Con dell’inventiva ci si può riuscire!- -Datti verso allora, io ci sto, tanto per gradire!Militta di certo aveva bluffato, non di rado incorreva nelle paturnie, ma da qui a prestarsi a certi giochi ne correva. Cola invece parve prendere un terno al lotto e senza commentare l’accordo per paura che si dissolvesse in un buco nell’acqua, pensò subito al da farsi, certo di aver trovato la strada adatta a coronare il suo capriccio tormentoso. Capì che il gioco del “patruni e sutta”, ricorrente passatempo di tarda sera presso la taverna, lo avrebbe potuto consacrare sacerdote all’ara sacrificale. Si fregò le mani e si mise all’opera. Aspettò che il caldo si facesse insopportabile anche di notte, in modo che per consuetudine si fossero lasciati per le ore piccole gli usci socchiusi nella speranza che un filo d’aria entrasse a mitigare l’ineluttabile afa. La sera ritenuta più adatta si accordò con gli amici della comitiva che quella volta la vittima di turno dovesse essere Enzo. Il gioco consisteva nel farsi portare al tavolo una dotazione di vino convenuta, la quale, dopo aver effettuato la conta fosse messa a disposizione dei due vincitori nella funzione di padrone e vice padrone, abilitati a contendersela in una comica prevista sfida dialettica tra loro, consistente nel superare il primo le varie insidie tese dall’altro a fargli pronunciare la parola tabù “sutta”, misfatto questo che gli avrebbe tolto la facoltà di scegliere il beneficiario della bevanda in gioco e la passava automaticamente al vice adesso legittimato a destinarla a un suo simpatizzante. Ovviamente con l’accordo proditorio raggiunto in partenza, nei diversi giri di assegnazione il concordato capro espiatorio riceveva l’assegnazione quasi totale in modo che presto si sarebbe ritrovato a divertire con il suo tartagliare. Si alzarono ch’era suonata l’una, e siccome Enzo ciondolava più che un bambino ai primi passi, Cola lo prese sottobraccio e assieme si allontanarono verso casa salutati dalle crasse risate della sciolta brigata. Enzo si fissò ad intonare il motivetto “C’è la luna ammenzu u mari” e certi passaggi li gridava a squarciagola. Cola lo redarguiva tappandogli la bocca -Disgraziato, non fare baccano che a quest’ora la gente dorme- Ma l’altro non se ne dava per inteso, tanto che il guidatore ebbe un bel da fare per tenerlo a freno. Cola scelse di imboccare la viuzza dal lato opposto che gli era consueto in modo che superando la sua al canterino gli sembrasse la casa dell’altro e quindi procedesse oltre senza resistenza. Per dar maggiore credibilità alla mistificazione, il macchinatore oltrepassò anche la porta di casa sua cosicché il turlupinato ubriaco nel tornare sui suoi passi potesse entrare girandosi dallo stesso fianco. La stradina dai diversi suoni emessi dalle inconsce bocche dei riposanti travagliate dal sonno, dava l’impressione di rantolare. Una striscia di luce di luna attraversava i pavimenti degli ingressi, e seguendo questa i due futuri soci raggiunsero il letto. Cola scaricò l’amico sul suo talamo e non perse altro tempo, correndo incontro all’incerta avventura. Comunque l’ospitalità delle due case scambiate durò finché per strada non si sentì l’inizio dello sbraitare di Enzo a causa dell’essersi convinto di aver sbagliato letto. Cola fu lesto ad andarlo a soccorrere e accompagnarlo fin l’uscio della sua propria abitazione. Quel che successe nella pausa d’invertito amplesso, lo si poteva intuire l’indomani dall’apparire degli scambisti e consorti, dei quali le parti scoperte (abbondanti d’estate) dei loro corpi mostravano sparsi ecchimosi, ematomi, e graffi, mentre, eccetto quello di Enzo che non ricordava niente e pareva più confuso che persuaso per colpa dello smaltimento della sbornia, il viso radioso dell’architetto del tiro fedifrago sprigionava contentezza. Adesso era Cola che cantava la canzonetta tanto temuta la notte prima, Militta lo sosteneva in controcanto, Giovanna confidava all’amica d’aver peccato tanto, ma ne era contenta e anche l’espressione della faccia di Enzo cominciava a sciogliersi in riverberi di gioia per l’essergli stato accordato di seminare correttamente. L’euforia generale a me suggerisce che il partner doppio (e forse possibilmente meglio se più numeroso) in una relazione sentimentale può rappresentare il viatico della felicità, solo se il probabile effetto desiderato o indesiderato di una imprevista scomparsa di ciclo lo si accolga con l’esultanza di Militta vincitrice contro il marito sulla reciproca contestata infertilità, lo si gradisca con lo spirito rinnovato di Giovanna, lo si benedica con l’impappinamento di Enzo per l’arrivo dell’erede senza supporre dell’altro, lo si accetti con la rassegnazione dell’orditore per la paternità adottiva in itinere, e che in ogni caso ha il profumo del miracoloso! Nonna Santina Erano le prime ore di un mattino di primavera che dal papaveraceo orizzonte prometteva una radiosa crescita. Nell’obsoleto quartiere periferico la gente più mattiniera cominciava a stiracchiare le sazie membra intorpidite dal notturno rilassamento, così come nonna Santina nel suo breve riconciliarsi con il risveglio prima di mettersi, più che novantenne, in operoso movimento. Erano tante le faccende a cui dedicarsi: un’accurata lustrata alla casa, la visita al pollaio e al piccolo orto adiacente al cortiletto interno vivace di vasi con fiori di una catapecchia rattoppata alla men peggio, ma ben amata sul confine tra città e campagna, dove una decina di altre casupole del genere costituivano un piccolo nucleo ospitante una comunità povera, decorosa e attiva, e cosa non da poco dedita alla cucina. Dunque l’arzilla Santina, per spontanea adozione generale e simpatia elevata al rango di nonna, diede corso alla volontà di organizzarsi la giornata con il solito impegno quotidiano, iniziando a prepararsi una ciotola di latte e nel mentre vi spezzava dentro il pezzo di pane raffermo, mormorava un motivetto romantico del tempo della gioventù, lieta del buon stato di salute in cui versava e compiaciuta della sua capacità a sapersi barcamenare da furbona qual’era in qualsiasi circostanza. In tal frangente sentì picchiettare sui vetri della porta d’ingresso coperti dalle tendine -A quest’ora?Chiese all’indistinto mattiniero visitatore -Bah!- Espresse con rassegnazione -Un momento che arrivo- Avvisò. Tolse le due mandate alla serratura e appena aprì un sobbalzo da orrore la spostò all’indietro -Oh Gesù, cosa mai è questa carnevalata?-Non cominciamo ad offendere- La invitò la più inattesa delle ospiti -Sono venuta a consegnarti il congedo- -Hai sbagliato indirizzo, qui non ci sono caserme- Informò la spaventatissima vecchietta con un filo di voce -Non provare a fare la furba con me. Non lo si può con la morte- -Ma, allora è proprio vero di trovarmi di fronte a chi mi risparmio di nominare. Cranio ed ossa in gramaglie avvolta! Se così è hai sbagliato porta. Abita più avanti il derelitto che da mesi ti implora- -Non è ancora arrivato il suo tempo. Al momento tocca a te seguirmi- -Ma, io sto ottimamente e non ho motivi per lamentarmi di un qualcosa, quindi fermati e rifletti e ti accorgerai di esserti confusa- -Vuoi tu insegnarmi il mestiere?- -No, gioia, era solo una mia impressione. Tu non puoi sbagliare, la tua perfezione te lo impedisce, amore! E già che ti sei voluta disturbare a rendermi visita, fammi adempiere al mio sacrosanto dovere di onorarti come meriti. Qui è una casa povera, non ho granché da poterti offrire, ma il caffè te lo posso preparare- -Ti ringrazio, non ne prendo di questi intrugli- -Ti offro delle paste secche. Sai sono come fresche, le tengo in un barattolo di vetro- -Ti ringrazio, ma come vedi, non ho carne da nutrire. La mia dieta contiene altre cose che non menziono per non atterrirti- -Bedda, non penso di avere altro in casa. Comunque sia, ti tutto quello che c’è tu sei la padrona- -Ma, quanto sei affabile! Quasi, quasi , mi disponi a un trattamento di riguardo- -Ti prego, io lo merito, sono sincera- -No- Urlò la megera -Sei ipocrita come tutti quanti- -Te lo giuro, no, potessi sapertelo dimostrare- -Avvicinati allora e abbracciami. Vedrai che non vorrai più staccarti da me- -Ne sono convinta, però, così senza preavviso, dover lasciare tutto in disordine non è da me, dammi qualche giorno ancora, non sto chiedendo l’impossibile. E una cortesia ancora, vienimi a prendere di sera, quando mi ritrovo stanca, non di buon mattino nel pieno delle forze- -Non ti posso accontentare- -Ti prego, allora concedimi l’ultima giornata quale oggi così luminoso, tiepido e profumato, ti prego, sì?- -Non potrei, ma vi acconsento, però stasera non dimenticare di lasciare l’uscio socchiuso- -Te lo prometto, sarà una priorità!- L’orrida falciatrice rise tra il soddisfatto e il diffidente e in un baleno si dissolvette. Le ciglia di nonna Santina sbigottita tremarono per qualche minuto, subito dopo ripresasi del tutto da ardire a lanciare un preciso segnale di accondiscendenza al patto stabilito, sbattendo vigorosamente la mano destra sull’avambraccio sinistro mostrando il pugno chiuso promettente di tamponare il fondo della colonna vertebrale della troppo fidente falciatrice -Te lo lascio io l’uscio socchiuso, piuttosto non dimenticare di allargare il tuo per riceverti il mio bel regalo che ti spedisco per direttissima. Roba da matti prendersela con una povera vecchia indifesa, ancora sana e fattiva, dimenticandosi dei tanti infermi disperati. Questa volta hai sbagliato i calcoli, perché non sai con chi hai a che fare- Ridendosene allegra chiarì a chi non pensò che ascoltasse incorporea. Ma la morte ghignò divertita e passò subito all’azione con lucida determinazione. Si diresse nell’orto, ispezionò tra le zucchine, conoscendo le abitudini della cliente di cogliere le più formate da lessarle per la cena. Tirò da sotto un’ascella la fiaschetta piena di curaro quale dissetante da lei usato durante lo svolgimento del suo incessante lavoro, ne aspirò con una piccola siringa poche gocce e ne inoculò una per ogni frutto da lei supposto stesse per essere raccolto. Completata l’opera commentò che la dose era stata minima per dare all’ignara consumatrice la consapevolezza che fare la furba in quelle evenienze non le avesse giovato punto. Infatti scesa la sera, nonostante nonna Santina si fosse tappata dentro, spendendo tutte le mandate della serratura, al massimo dello gustare il piatto caldo sentì illanguidirsi di brutto, riuscendo però nel perdere le forze ad immaginare d’essere stata corbellata per la prima volta in vita sua -Solo tu, fottuta maledetta, mi hai potuto infinocchiare- Ciancicò prima di spirare tra le braccia dell’irriducibile nemica che s’era ripresentata per farle capire che lei tanto vituperata sterminatrice in effetti era l’unica a starla a confortarla mettendola a letto in quel momento così grave, e quindi concluse -Io sono la vera salvezza, tutt’altro dagli schizzi di fango che mi ritrovo addosso lanciatimi a torto solo dagli uomini Il giorno dopo sorse più gagliardo che poté. Tutt’intorno scintillava di luce, che sembrava voler fare da contraltare all’opprimente ombra avvolgente la salma dentro la casetta, che ora appariva più che mai desolata. Quella mattina i vicini, privati della presenza di nonna Santina e dell’abituale suo canterellare, si misero in apprensione: attesero, chiamarono, bussarono, sfondarono, gridarono d’incredulità nel ritrovarsi di fronte una ringiovanita nonnetta deliziarsi d’un sonno ristoratore! A salata Triciccia, l’eroe della piccola brigata di p.zza Duomo, come d’abitudine intratteneva sotto l’orologio, attorno al chiosco. Le sue idealizzazioni delle frustrazioni d’una vita incolore premevano per essere propalate nella cerchia dei suoi tanti ammiratori che ne apprezzavano l’inverosimiglianza, l’ardente vagheggiamento, il buon condimento, il candore associato allo spirito brioso. Lui teneva banco attorniato dagli stabili anziani che nel gustare quelle fanfaronate si sottraevano alla noia di routine, e inoltre sollazzava i curiosi di passaggio, ormai acquisiti clienti, doppiogiochisti delle minchiate di Triciccia diventate famose. Al suo dirimpettaio di casa u ‘nzinzuliddu faceva tenerezza e siccome questi con il popolare intrattenitore condivideva spesso il tragitto del rincasare, gli suggeriva ad essere più controllato, incassando dal ben pasciuto istrione le risentite proteste mirate a dar dignità di verità alle sue stravaganti panzane. Però il ciccione nutriva del timore verso il piccoletto dotato di straordinaria forza e finiva con il promettere senza poi adottare il conseguente comportamento. U ‘nzinzuliddu questa presa in giro non gliela perdonava e quindi pensava come fargliela pagare. La rivolta partì in chiusura della scampagnata di primo maggio, festa dei lavoratori; una decina di anziani nella campagna del piccoletto si erano votati agli eccessi della tavola per cui tutti s’erano abbuffati e in maggioranza se non sbronzi, erano parecchio allegri. Il padrone di casa ad evitare supponibili devastazioni d’ogni genere, non si lasciò prendere la mano, pronto ad intervenire all’occorrenza. Triciccia era cotto e nel suo repertorio fantasmagorico, a riscatto della sua subalternità nei confronti del vicino di casa, cominciò a farfugliargli in faccia l’epiteto detestato dal destinatario che per obbiettive situazioni ambientali non potendo nel modo desiderato rispondere all’offesa, decise di vendicarsi, forse con un pizzico di cattiveria -Miei cari amici- Esordì -Per chiudere in bellezza non sarebbe male riscoprire il rito da salata di giovanile memoria- Vi fu un coro unanime di accoglimento, e quasi sincronizzati gli occhi degli officianti si volsero verso il capro espiatorio più rispondente al caso. Tanto per cambiare il povero Triciccia non poté sottrarsi all’attacco della turba galvanizzata, per cui con gran clamore degl’immolatori, ritrovandosi nudo dalla cintola in giù, steso sulla tavola del lauto banchetto, non gli restò che piagnucolare. In men che si dica le vergogne a suo dire di pregio furono ricoperte da ogni tipo di avanzi conditi da aggiunta di sale, olio e peperoncino, accompagnati dalle più sghignazzanti risate mentre le mani di tutti rimescolavano la zuppa, e siccome la fine tortura coincideva con il saziarsi dei partecipanti, a sua consolazione al predestinato zimbello non restò altro che cercare di colpire nell’amor proprio l’ideatore della canagliata, accusandolo reiteratamente di godere nel palpeggiare gli straordinari arnesi presi di mira. L’accusato da quella specie di mantra sbattutogli in faccia si sentì gravemente ferito, per cui si risolvette ad imporre l’alt -Adesso che ci è bastato, smettiamola, e tu non scordare sacco di merda, le infamie che hai sfornato contro di me- Poco a poco la baraonda si afflosciò, alla men peggio si riparò alla farragine formatasi in euforia e non appena la tranquillità si ristabilì, si salutarono con l’arrivederci di prassi. U ‘nzinzuliddu era rimasto agitato dentro e spremeva la mente a suggerirgli la lezione da dare al lanciatore dell’insinuazione più offensiva per un maschio orgoglioso come lui. Gli sovvenne il conosciutissimo personaggio più adatto ad imbastire una sola da vero specialista: Salachiai, il capocomitiva dell’altro gruppetto di anziani gravitanti in piazza del mercato. Non gli fu difficile ottenere delle indicazioni molto soddisfacenti, così da preparare la messa in opera dell’accettata iniziativa da prendere. Il teatro si trovava al solito posto e una settimana dopo l’abbuffata, il vendicatore si presentò all’appuntamento con gli amici ben concentrato sul lucido piano da attuare. Si era impiastricciato le mani con del burro mischiato a del residuo di caffè, quindi ribollendo di disappunto non si capiva contro cosa o contro chi l’avesse generato, parlava di rientrare a casa controvoglia a darsi una pulita, poi ci ripensò e valutò s’era il caso di provare ad usare il fazzoletto, si convinse che il rimedio provvisorio gli consentiva d’intrattenersi con gli amici e pregò avvicinandosi a Triciccia che glielo sfilasse dalla tasca. Il candido corpacciuto affondò la mano nella tasca dei pantaloni che gli si era indicata, non sospettando minimamente quel che ne doveva seguire. Il soccorso procacciatore d’irrisione iniziò ad ansimare come fosse provocato sul sesso. Triciccia restò basito a guardarlo per dei lunghi secondi, mentre l’altro supplicava -Basta, basta!- Infine l’intontito recuperatore con rapido gesto tirò fuori il fazzoletto tenuto dalla mano che u ‘nzinzuliddu non perse tempo ad agguantare e a premere su un tubetto aperto di colla che ad arte aveva collocato tra le pieghe. L’effetto fu di far calare del liquido vischioso con le stesse caratteristiche di quello a cui si voleva far riferimento, e intanto il furfante preparatore della ribalderia rimproverava all’ancora stupefatta vittima -Solo il fazzoletto dovevi tirar fuori, e non giocare con il fuoco- -Sei un infame- Ricambiò il diffamato come scosso da corrente elettrica per essere stato toccato sulla sua alta qualità di virilità sbandierata ai quattro venti -A te non dovevano soprannominarti u ‘nzinzuliddu, ma a ‘nzunza, perché sei sporco fuori e più sporco dentro- Aggiunse con disgusto l’infelice povera cappa mentre si allontanava dalla comitiva sganasciata dalle risate, con due rivoli di lacrime sul faccione fino a pochi minuti addietro soltanto, come al solito ridanciano a tutto tondo! Effimera riappacificazione Gli ultimi avvenimenti di spinto ludibrio avevano prodotto tra i due primi attori un notevole strappo nella loro amicale frequentazione tanto che nel rincasare si allontanavano dalla comitiva il Triciccia con lo sbirciare in cagnesco il suo torturatore e quest’ultimo con l’esibire un sorriso non soltanto artatamente mefistofelico. Gli amici tutti censuravano codesta incrinatura tra la piena concordia del collettivo e s’ingegnavano a trovare la giusta proposta perché i due discordanti si scambiassero il ramoscello d’ulivo. Specie don Turiddu l’affarista, un anziano sensale a 360 gradi in quanto intermediava ancora in immobili, agrumi, auto usate, denaro e matrimoni, premeva sul piccoletto cercando vanamente di ammorbidirlo poiché se si comportava da intransigente era perché a suo parere ingiuriato non poteva non sanzionare gli oltraggi lanciati come pietre da quel sacco di merda, e quindi non per sete di vendetta, ma per dare insegnamento doveva trovare le medicine più appropriate a produrre una conversione alla buona educazione, così si era ripromesso di colpire fino a che l’altro non avesse dato prova di umiltà e avesse riconosciuto di essersela meritata l’esemplare lezione. Da tale presa di posizione a intervalli congrui a non insospettire il destinatario, di carattere buono e di conseguenza assuefatto ad assorbire dimenticando presto, u ‘nzinzuliddu metteva a segno i suoi crudeli propositi, per cui per poco, addentandola con impeto, al Triciccia non gli staccò la mano soccorritrice affondata nella bocca a cercare di liberare un simulato soffocamento dentro la strozza dell’implorante aiuto per via di un pezzo di pane andatogli di traverso. Certo il Triciccia a seguito del doloroso morso subito, cosa poteva fare se non sputtanare al massimo grado l’autore della spietata bravata? Ma anche questo incidente fu presto dimenticato, così che il povero diavolo non s’insospettì ad accettare come avevano fatto gli altri della comitiva un cioccolatino, solo che quello a lui destinato, pescato dal sacchetto dall’attentatore che in effetti l’aveva tenuto chiuso sul palmo della mano, era stato rielaborato con buona dose di estratto di assenzio. L’inconsapevole buontempone non ci mise molto a sputare l’infuocato dono del diavolo e corse subito al chiosco a farsi dare un bicchiere di seltz per far sciacqui alla bocca, mentre penosamente tra una sorsata e l’altra con la lingua arrossata al massimo grado, intumidita e penzoloni tra i denti, non smetteva di apostrofare il vigliacco con l’unico epiteto che gli parve compiutamente adatto qualificarlo -MaledettoMa anche questa amara esperienza tramontò nel mite cuore dell’ ipersocievole amico di tutti. Era passato quasi un mese speso dai soliti frequentatori del posto a cercare di smussare le spigolosità di carattere dell’ancora insoddisfatto vessatore altalenante tra il malleabile e l’inciprignito, che però parve risolversi dopo l’essere informato della ricorrenza tra pochi giorni dell’onomastico della vittima predestinata. Così il tiranno mostrò convincimento di magnanimità d’animo e si accordò con gli amici che al presentarsi della fausta data si sarebbe scrollato di dosso quell’antipatica posa di freddezza e si sarebbe unito al coro augurale riservato al festeggiato. Però alla sua mente continuavano a martellare alcune indigeste risposte che pur se ricevute da uno strapazzato e soccombente dirimpettaio di abitazione pretendevano che venissero meditate prima di essere usate disinvoltamente. E fu quest’aspettativa, malgrado avesse assicurato di essere disposto a mettere una pietra sopra a tutto, a consigliarlo di ordire per chi di dovere un piano di avviamento a più profonda ponderazione! Pregò la moglie di preparare una piccola torta da laboratorio casalingo da regalare al vicino di casa per la propizia occasione: il dolce doveva essere ammannito come per l’assenzio con metà del contenuto comprato in erboristeria e contenente uno sciroppo eccitante ricavato da piante del Brasile e delle Antille, molto efficaci a garantire senza meno le più maschie celebrazioni del trionfo priapeo. Tutto fu preparato ad arte. Quella mattina sotto l’orologio della cattedrale vi fu un susseguirsi molto partecipato di urrà anche da diversi simpatizzanti della comitiva preventivamente informati della festa da rendere al popolare personaggio. Mancava u ‘nzunzuliddu. Che si fosse così maleducatamente infischiato dei buoni uffici spesi dagli amici per una riconciliazione in grande stile? Non vi si poteva credere, ed infatti il biasimato assente si presentò nel pomeriggio scusandosi di essersi dovuto assentare la mattina per sopravvenuti impegni di famiglia. Comunque i due instabili ma in fondo cordiali amici al momento calati nella freddezza si riaccostarono con diversamente caloroso entusiasmo scambiandosi le guance per baci bene auguranti e promettenti di serenità. Al Triciccia nella sua sconfinata ingenuità in un empito di emozione le pupille gli rifulsero di commozione, e sotto casa nel salutarsi con l’amico, dopo aver ricevuto il goloso omaggio, pure qualche lacrima fece capolino. Il candido sentimentalista già dal mattino con l’ausilio di un ricettario aveva preparato prelibate pietanze sia per il pranzo che per la cena, quindi ben rimpinzato dal mezzogiorno, alla solita ora della sera, svogliato, quasi di malavoglia imbandì la tavola, ma siccome la torta ricevuta gli stimolava un copioso afflusso di acquolina in bocca ed era di buon peso, dal frigorifero tirò fuori solo la bottiglietta di champagne prefissa a produrre il piccolo scoppio ben augurante. Come sarebbe stato bello poter festeggiare con una compagna accanto! Il nostalgico single sospirò di rammarico, ma senza abbandonarsi alla tristezza sedette a tavola con la certezza di compensare la solitudine con il ghiotto confortino, che trovatolo squisito trangugiò con ingordigia ansimante. Fatto repulisti anche del più piccolo residuo, dopo aver leccato il fondo del piccolo contenitore, molto soddisfatto si dedicò alla televisione con il sorbirsi il telegiornale, alcuni sketch comici e uno sceneggiato romantico si dispose a seguire in attesa che il sonno gli appesantisse le palpebre e lo consigliasse come di consueto a guadagnarsi il letto. Ma, si accorse che più il tempo scorreva e più gli occhi gli si spalancavano al contrario delle altre sere e non solo, una sensazione di grande desiderio andava prendendo corpo, sentendosi solleticare il godereccio ospite malvolentieri in ozio. Non erano certo quelle quattro scenette televisive di innocente amoreggiare a montargli la smania addosso. Lui si sentiva prender fuoco come se le battute da mandrillo propalate per gioco acquisissero sostanza e il vulcano tante volte per smargiasseria tirato in ballo volesse eruttare dal suo tizzo perennemente scoppiettante. Con il trascorrere dei minuti le calorie aumentavano senza sapersene capacitare. Andò a pararsi dietro i vetri del finestrone come se si aspettasse di scorgere in strada un’ambasciatrice di voluttà e invece là in basso di fronte a lui una sagoma indistinta dietro le tendine, avendo ottenuto la risposta desiderata, al suo comparire si premurò ad allontanarsi e a spegnere la fioca luce di riposo. Ancora a quell’ora diversamente dalle ordinarie abitudini quella casa dava segni di vita -Maledetto ‘nzinzuliddu sei uno schifoso verme- Mormorò tra i denti l’insospettito menato per il naso -Ti sei accanito un’altra volta su di un povero ingenuo come me. Sei un infame! Che ti possa crollare la casa addosso e seppellirti una volta per sempre. Ma questa volta ti farò pentire delle tue soverchierie. Vedrai a che bel lavoro ti assegnerò. Non certo a farmi rimescolare i coglioni, che a te è piaciuto tanto la sera della salata. Hai voluto prepararmi per prenderti godimento da me, gran fottuto paraculo, come se io potessi solo sfiorare uno schifoso maiale come te. Per poterti toccare ci vuole una canna come per le vipere- Era un fiume in piena e lasciandosi trasportare dall’impeto si accorse di parlare a voce alta da potersi far sentire, svegliare il vicinato e preoccuparlo, a quell’ora nel quartiere di sicuro dispostosi a riposare. In preda al livore corse in cucina a preparare la sua pozione maledicente. In una capiente ciotola mescolò dell’acqua con olio, aceto e molto sale, poi tornò sui suoi passi, ma trovò le imposte chiuse -Meglio ancora- Disse. Si precipitò a scendere le scale, aprire il portoncino, e attraversando, sulla porta di fronte a lanciargli l’intruglio con veemenza. Richiusosi in casa, si sentì alleggerito, nell’animo però, non nella carne che invece continuava a sfrigolare. Pensò di fare una doccia, ma constatò che al solo toccarsi con le mani avvampava di fuoco, né il lento avanzare del tempo gli alleviava il tormento. Gli sovvennero i lubrichi trastulli adolescenziali, e se ne vergognò. Però l’idea lo avvolse interamente con una promessa di refrigerio. Dopotutto era il giorno del suo onomastico e onorarlo con antiche vertigini di piacere anche se da solitario, era un modo tanto fuor di luogo? Non si sa bene se, come e quando in quella travagliata notte riuscì a prendere sonno, quello di cui si poté capire fu che la tanto auspicata riappacificazione ebbe una durata inferiore a 24 ore! Tuppetturu slot Tuppetturu, nonostante accompagnato da uno stato di buona salute, aveva capito che l’uomo alla sua età, brillanti personalità a parte, è più sopportato che ben accetto. Erano le regole non scritte del vivere in questa società mercantile, ipocrita, stupida e presuntuosa, spiritosamente volgare, per cui le disposizioni o intenzioni di affetto, amicizia e solidarietà erano se non assenti, molto ipocrite. Per i sentimenti non restava che una specie di deserto, in cui ci si muoveva da automi annoiati e soli quando si disponeva di indipendenza economica, e se no si annaspava tra emarginazione e violenza. E il nostro eroe, pur se nell’animo nutrisse ancora parte dei valori autentici non aveva l’occasione di poterli spendere per quella specie di preclusione preconcetta regnante, in cui la diffidenza la faceva da padrona. Bisognava rassegnarsi, trovandosi in mezzo al guado della quasi totale insensibilità sociale. Non poche esperienze fallimentari l’avevano toccato, ma lui sebbene si ripromettesse di continuo di non prestarsi ad illudersi per non recitare la parte del minchione, finiva spesso per naturale buona disposizione d’animo di risultare indisciplinato alla condotta che aveva accettato di seguire. E questo in qualsiasi occasione di misurarsi con il prossimo, peggio se dall’altra parte avesse a che fare con il gentil sesso, cioè il soggetto più subdolo per eccellenza. Tuppetturu c’era cascato spesso nella canzonatura, pur se a seguito gi ogni flop, s’era giurato di cambiare anche strada all’occorrenza. Ma per tale risoluzione non era attrezzato come di dovere per un difetto di funzionamento della mente in cui vi si era stabilmente allocata la “fessura” dell’irrequietezza del maschio per sua fraintesa empatia e conseguente tempesta ormonale con super afflusso di adrenalina, il tutto sprecato perché inservibile a scaldare il cuore di ghiaccio pulsante nel petto della donna! Quindi il problema, a causa della squilibrata suggestionabilità tra i due sessi, consisteva nel sapersi l’uomo autocontrollarsi, e alla sua età specialmente essere in grado di passare oltre. Tuppetturu questo atteggiamento da assumere se l’era giurato ad ogni occasione in cui la pericolosa “fessura” lo tentava, ed anche al momento era impegnato a riprometterselo, quando una bene attrezzata, ancora pimpante maliarda nel fissarlo con sguardo allusivo e promettente e un sorriso scintillante e invitante ad una condivisione di gioia, non lo smentì clamorosamente. L’insaziabile vagheggiatore, altro che fuggire la provocazione, sostenne il penetrante sguardo e alla stregua di un cagnolino corresse la direzione del suo preventivato percorso per seguire quello della donna. Lei si avvicinava sempre più con passo leggermente incerto, fino a che non arrivò sotto casa sua e aperto il portone, ritrovandosi davanti l’affatturato ridiventato un bambino molto a disagio come sorpreso a compiere una marachella, lo invitò ad entrare -Prego!- -Dopo di lei- Educatamente restituì la precedenza Tuppetturu con voce fessa. Salirono un piano di scale in silenzio, riproponendosi dopo essere stato aperto l’uscio di casa lo stesso cerimoniale, consumato alla stregua di prima, al che l’invitato come intontito chiese -Cosa posso fare per lei?- -Cominci con il pulire la cucina, che si trova dopo la saletta, a destra. Io nel frattempo vado ad immergere occhio e bocca nella soluzione di acido borico- A Tuppetturu quell’invito parve uno scherzo, ma entrato che fu nel vano indicatogli, capì che la padrona di casa avesse parlato seriamente. Ancora incredulo il corteggiatore fece buon viso a cattivo gioco, perché a quel punto non si voleva negare quel che la commedia gli riservasse. Nel bel mezzo del risciacquo delle stoviglie, sotto un flusso di doccia, sentì un canterellare interrotto per dargli voce ed impartire altri ordini -Appena finisci puoi passare al pavimento. Io a breve, caro, sarò da te, profumata di fresco e in déshabillé- La parte bassa dell’attendente s’insuperbì, e lui con il groppo lussurioso alla gola e la voce colpita da raucedine, ormai presago di sorprese poco rassicuranti rispose spiritoso -Faccia con comodo, tanto con quel che ho da fare non mi annoio- E infatti non si sbagliò, poiché non appena sortì dal corridoio la sagoma d’un relitto di donna forse scappata dall’ambulatorio di un dottor Jekyll, lui ebbe un sobbalzo di spavento e uno sgonfiamento avvertì sotto la cerniera dei pantaloni. La donna, con l’orbita dell’occhio sinistro e il cavo della bocca vuota, sembrava indossasse una maschera carnevalesca, e invece quella era la sua propria fisionomia. Gli porse un macabro sorriso e iniziò a biascicare -Non ho tolto la gamba per muovermi meglio. Sai, sono ancora vitale, che pensi?- -Chi, io?- Riuscì a tirar fuori un fil di voce, l’esterrefatto spettatore -Tutto il bene del mondo- -Allora non ti allontanare, come se volessi fuggirmi, rilassati un po’!- Gli si avvicinava la larva vivente discinta nella vestaglia per cui la pelle vizza, nelle parti del corpo che s’intravedevano, costituiva l’emblema della sua attrattiva. Solo in faccia era stirata da chissà quanti interventi di chirurgia plastica i cui segni risaltavano dalle pieghe del collo, prima sapientemente nascoste da un foulard bene intonato al resto dell’abbigliamento -Vieni, ti dico- Invitò spavalda, lei -Non ti mangio mica!- -Con quali denti?- Insinuò il povero frastornato -Sei anche screanzato. Io sono da buttare, una donna forse più giovane di te, e solo perché sono stata più sfortunata. Ho perso il diritto a coltivare i normali sentimenti di un essere umano, mentre tu, forse più malandato di me nella sostanza, no- Allargò la vestaglia sul davanti mostrando la reliquia d’un sesso indecente, e continuò -Questo è ciò che vi sballa il cervello, una slot, la “fessura”, sempre uguale a se stessa e, diversamente della vostra inutile appendice, sempre funzionante. Ma voi amate la cornice, la bella confezione, il volgare dono della convenienza… -La freschezza: un frutto appetisce sino alla giusta maturazione, oltre, anziché farla crescere la voglia, la cancella- -Così io la elimino la voglia, invece tu la incapricci- -No, è solo che da uomini si resiste di più, perché… come posso dire… ci si forma dopo- -Ma, vaffa ‘nculo, animale presuntuoso, fuori da casa mia! Nella tua testa c’è solo merda!- -Non solo, c’è anche come dice lei la slot attraverso la quale si gode la bellezza della vita o si subisce la frustrazione per deterioramento. In ogni caso è bene che ci rassegniamo tutti e due e ci abituiamo a vivere in seno alla tristezza del mondo, indissolubile compagna di tutti quelli che arrivano alla nostra età. Distinti saluti! Transgenderlove Gli antichi ammoniscono che perseverare è diabolico nel senso di scriteriato. Per Tuppetturu, riguardo l’inesausta ricerca di percorsi affettivi, il ribadire l’errore di valutazione era inevitabile e non perché fosse un gonzo, menomazione da escludere per aver dato prova di essersi saputo ben destreggiare nelle periodiche congiunture sfavorevoli che gli si erano rivoltate contro nel corso della vita, anzi, pur non sbalordendo per acume d’intelletto, dall’esito delle risoluzioni dei vari contrattempi sia in ambito di lavoro, sia nelle frequenti seccature in uffici, banche, con clienti e condomini, era riuscito a trovare le appropriate risoluzioni, ma riguardo alle aspettative sentimentali pareva non aver preso pelo, e non per presunzioni narcisistiche, ma per l’alto tasso di ingenuità. Questo limite dipendeva dalla sua personalità improntata alla probità, lealtà, bonarietà e altruismo che lo portava a pensare specie negli affari di cuore di vedere tali virtù scolpite sull’emotivo organo quali cardini a cui si dovessero ispirare tutte le relazioni del genere da parte dei due sessi, esattamente il contrario per i vari aspetti sociologici e fisiologici che vi si intersecano. Innanzitutto essendo un eterosessuale aveva da confrontarsi con le donne, tra gli esseri umani le meno raccomandabili a un compito tanto delicato. Loro in natura, eccezion fatta per l’adolescenza, quando la vera inclinazione utilitarista è ancora in boccio, sono peggio delle belve, delle piante carnivore, o dei piranha con chi si volesse affidare a loro alla ricerca di un conforto, di un sostegno, o di un progetto di liaison romanesque, in parte per limiti naturali, ma molto di più per l’imporsi del loro egoismo nel rapportarsi nelle società moderne con il sesso, maldestramente ritenuto forte. A Tuppetturu sfuggiva questa degenerazione antropologica sia per difetto di cultura, sia per le feconde esperienze dei tempi andati quando era lui a dirigere la sinfonia grazie alla sua bella presenza, alla dinamicità, alla disponibilità economica, alla generosità, e non da ultimo ad un interessante bagaglio di amabilità. Aveva sempre goduto di buona salute e di invidiabile aspetto ed anche ora da anziano non ne aveva da desiderare, però siccome la sua ingenuità di fondo non l’aveva abbandonato, affrontava l’orgogliosa solitudine da scapolo, con il passar degli anni ridimensionata in triste pentimento, assediato costantemente dal pensiero fisso di quand’era giovane, dimenticando che almeno quarant’anni di troppo da soli costituiscono una pesante zavorra che non fa sconti a nessuno dei suoi appartenenti. Inoltre gli sfuggiva l’asimmetria delle sue aspettative di trovare non solo una probabile compagna di vita, ma anche una deliziosa partner, così da poter unire l’utile al dilettevole, cosa che non poteva provenire da appartenenti a dati anagrafici poco più giovani del suo perché ormai vecchie inadeguate ad accompagnarsi ad un superman cristallizzato, e quindi sarebbe dovuta scaturire da una differenza di anni così cospicua da esporlo e al ridicolo e alla spoliazione in quanto in queste evenienze le donne si riconoscono merce e quando decidono di concedersi vuol dire che la contropartita è ghiotta. Né poteva essere diversamente in natura perché tra i due sessi la fisiologia di genere, tranne in eccezionali casi di disfunzioni o di inconsce rivincite da soggezioni, è totalmente antitetica, irruenta la maschile, tranquilla l’altra, per fortuna direi, in quanto gli entusiasmi tarati allo stesso valore condurrebbero la specie all’estinzione. Di solito la donna perdendo i cicli è come un fiore senza polline e di conseguenza senza attrattiva, per cui non attira più le api disincentivandole della frenesia di girarle attorno. Tranne l’ultima considerazione di cui ne era fiero sbandieratore per gli altri presupposti di fondo da Tuppetturu nemmeno presi in considerazione data la sua rudimentale filosofia di vita fondata sul suo acceso desiderio di pazziare dal momento che la natura ancora glielo comandasse, e malgrado gli ultimi abbagli presi con le pie donne di passaggio, con la donna slot, con la disgraziata sirena relitto e infine anche con la non individuata nipote, lui non si rassegnava a considerare la partita chiusa. Era come caduto in paranoia con un tarlo instancabile allogato nel cervello, e non comprendeva l’aspetto cinico della vita che da un certo punto di percorso lo avrebbe afflitto con l’accendergli la sete e nonostante il desiderio insopprimibile con il negagli l’acqua, perciò continuava a sperare nell’incontro salvifico e come un cane da caccia durante le battute, a lui, appena messo piede fuori di casa invece delle orecchie gli si aguzzavano gli occhi costringendolo a restare costantemente all’erta e quasi ad ansimare di fronte a falsi allarmi. Grazie alla personale anamnesi sempre florida s’era convinto di dover restare illimitatamente giovane e per un lungo, felice periodo il tempo lo aveva saputo illudere, ma la festa non poteva considerarsi inesauribile e quando la vita per immanenti leggi di lenta perdita delle energie e delle doti di fascinazione, da lui inavvertita ma da tempo in corso, le voltò le spalle, si ritrovò del tutto impreparato continuando a non rassegnarsi al cambio di passo, credendo che la sua strategia ne potesse uscire vincente senza capire che il suo prossimo la pensava diversamente, nonostante lui gli desse torto e si ribellasse in quanto la sopravvivenza si era allungata di molto e quindi i paletti dell’avvizzimento cronico bisognava spostarli molto in avanti, processo troppo complicato da far digerire alla società. Per cui, da saldo impenitente continuava ad infiammarsi facilmente da fortuiti golosi incontri di strada, e se si convinceva di avere incrociato qualche frainteso segnale incoraggiante, automaticamente si trasformava in un intrepido conquistatore. Così gli successe di cogliere un significativo sorriso promettente e non mancò di verificarne l’impressione ricevuta, infatti seguì l’ammaliatrice calata dal cielo sin dentro il bar dov’era diretta, alla cassa pagò per un caffè e per ordinare le si accostò davanti al bancone, stupendosi come di lì a poco era entrato in conversazione con lei. Non gli pareva vero di accompagnarsi a un bell’esemplare di femmina, alta, bionda e flessuosa. Ebbe solo una momentanea incertezza avendole colto involontariamente nelle mani un’ampiezza inconsueta per una donna. Ma dopotutto era un dettaglio di poco conto. Non avrebbe potuto pretendere la perfezione, specie dalla sua condizione di stagionato anziano, sarebbe stato un cercare il pelo nell’uovo! Quindi si rasserenò e uscì dal locale con un turbamento in testa e fiducioso seguì il percorso dell’avvenente seduttrice che con disinvoltura reggeva sulla pala della mano una guantiera di dolciumi acquistati al bar. Dopo circa cinque minuti di piacevole conversare per strada, la distinta signora si fermò davanti il portone di un alto palazzo, informando l’accompagnatore che giunta a casa ne approfittava per liberarsi dell’involto e lo invitò a seguirla -Le faccio perdere solo qualche minuto- Lo informò con un sorriso accattivante. Tuppetturu annuì vergognoso e la seguì aspirando il gradevole profumo lasciato dalla dama dietro il suo passaggio. In ascensore fu costretto ad abbassare lo sguardo contro lo scintillio dell’altro che non si staccò dal fissarlo con voglioso intendimento sino ad aprire l’uscio di casa, quando per poco, dall’improvviso attacco dell’ospite in ebollizione, ormai all’acme della concupiscenza, non cadde a terra investita in quel limitato tratto di tempo che l’infuocato assalitore impiegò a spingere una mano sull’agognato tesoro da ispezionare e a ritrarla immediatamente dopo l’avvenuto contatto, saltando di sconcerto e cercando di divincolarsi dallo stretto abbraccio del catturatore, sì, catturatore, poiché s’era imbattuto in un fottutissimo terzo sesso, supplichevole a farlo star buono -Vedrai come saprò farti felice- Tuppetturu più che all’altro chiedeva a se stesso -Ma, tutti a me dovete capitare, i ròtuli rutti? - -Tra qualche mese ti potrò dare anche quello che tu cercavi, all’inizio della prossima settimana, farò l’intervento- -Ed io ti auguro tanta fortuna- Gli gridò Tuppetturu, riuscito a liberarsi dalla nerboruta stretta e a conquistare le scale, risucchiandole quasi volando! Mattacchioni in pectore A volte le pure combinazioni ci sbalordiscono, tanto da farci credere che il caso sia un sinonimo di destino, invece che tutto è previsto semplicemente dalla legge del calcolo delle probabilità. In merito a ciò la seguente storia ci propone i due protagonisti, giovani dinamici, intraprendenti, giocherelloni, non predestinati mattacchioni, ma solo in virtù di ereditarietà in quanto nipoti, cioè figli dei figli di nostre conoscenze, pensionati costruttori di burle in seno alle due comitive della pescheria e di piazza Duomo, i temuti Nunziu Salachiai e Paulinu ‘nzinzuliddu. Perciò Cola e Pasquale, non sono altri che nipoti d’arte per appartenenza di discendenza e ci rivolgeremo a loro impiegando i soprannomi dei due nonni, il primo Salachiai e l’altro ‘nzinzuliddu. I nostri nuovi attori, una volta che avevano abbracciato di seguire la china delle ben condite celie, erano consci della responsabilità assunta e quindi non potevano deludere con un riferimento parentale tanto illustre portato sulle spalle. D’ingegno vivace i due giovani per sfuggire ad un avvenire da disoccupati avevano intrapreso attività commerciali di buon successo, il primo mettendo su in un quartiere affollato un negozio di ortofrutta, l’altro un girarrosto con tavola calda in un quadrivio della città molto veicolato. Usavano chiamarsi compare e spesso si scambiavano visite di approvvigionamento nelle quali, sempre sotto pressione della fretta si trattenevano il tempo stretto di aggiornarsi reciprocamente sui tiri birboni perpetrati dentro la cerchia degli amici ed evidentemente risparmiati tra di loro. Ma quella mattina a Pasquale gli parve delittuoso buttare alle ortiche una trovata che gli venne in corso d’opera. Dopo essersi rifornito di due buste di frutta e verdura, fece finta di aver dimenticato il portafoglio, e quindi all’atto di riporre quanto aveva scelto, se ne scusava investito dai rimproveri dell’amico -Compare, ma che fate, volete offendermi, voi vi potete portare a cridenza tutto il negozio e poi pagare con la vostra comodità. Anzi a dimostrazione della mia sincerità vi regalo pure queste due banane che tanto piacciono alla vostra collaboratrice sorella-Compare non cominciamo a pisciare fora du rinali, i familiari non si toccano- -Che avete capito, compare, mi sono permesso con tanto di rispetto, voi sapete in quale considerazione io tengo Carmiluzza, anzi con molta educazione vi prego di riverirla a mio nome- -D’accordo è stata la mia suscettibilità a farmi annuvulari. Comunque adesso debbo scappare, alla prossima- -Non datevi pensiero per quei quattro spiccioli, quando vi verrà comodo sono sempre qui, arrivederci Pasquale però non tardò molto a ripresentarsi con una busta in mano. Elogiò la bontà delle pesche già consumate e a sostegno del suo gradimento chiarì il senso del contenuto del pacchetto che porse all’amico consigliando -A conferma della delizie di quelle pesche che mi avete dato la volta scorsa vi ho portato gli ossi in modo che piantandoli in quel poco di orto che possedete spunteranno degli alberi che dai frutti eccezionali prodotti vi faranno realizzare dieci volte di più di quanto vi debbo-Minchia, compare, è una fortuna, voi sì che siete un amico, mi volete far diventare ricco a tutti i costi, chiaramente il ricavato che ne avrò, estingue da subito il vostro debito. Grazie ancora- -Quando si può essere utili ad un amico è più gratificante che lavorare per se stessi- -Compare vi sono enormemente grato. Cosa posso aggiungere? A buon rendere- -Non pensateci nemmeno- - Ah, a proposito di quel pensierino a mia sorella, vi porto i suoi ringraziamenti, vista l’alta qualità e inoltre vi riferisco il suo consiglio di tenerle sempre disponibili all’uso, ben custodite in quel posto che conoscete bene- -Compare ditele che ne farò tesoro del suo invito, me la salutate con molto rispetto- Concluse Cola con un largo sorriso e quando il compare si allontanò aggiunse tra i denti -Saprò renderti il servizio all’altezza d’un Salachiai di rangoCosì non appena trovò l’adeguata risposta da dare, ingiunse alla madre di prendersi in cucina un giorno di ferie -Oggi ti riposerai dal solito trantran, perché mangeremo a sbafo. Passerò du ‘nzinzuliddu prima di rincasare, anzi gli telefono adesso, perché mi conservi le pietanze più appetitose- -Figghiu miu- Tentò di far cambiare idea, la madre -Non spendere soldi allegramente, con questi tempi che corrono- -E’ tutto gratis, gli ho fatto concludere un affare molto vantaggioso, poi ti conterò- Così Cola, preso dall’euforia, venti minuti prima del solito, incaricata la sorella ad abbassare la saracinesca all’ora di pausa, si partì a ritirare quanto aveva prenotato. Effettuata la commissione chiarì al compare che avrebbe saldato il conto al primo realizzo degli introiti dall’operazione precedentemente accettata -Su questo non ci pioveTranquillizzò u ‘nzinzuliddu- E l’altro a chiarimento che la partita s’era impattata, concluse -Peccato che nel mio orto si sia esaurito lo spazio disponibile, perché fosse stato più capiente avremmo potuto concludere tanti altri ottimi affari Giovanni Sardella Scrivere di Giovanni Sardella è un compito molto arduo, al punto che anche per uno scrupoloso biografo a volergli dedicare un libro intero non sortirebbe l’effetto suscitato dall’osservazione diretta del manifestarsi delle gesta. Giovanni è stata un’irresistibile forza della natura, malgrado questa, forse in previsione di non averlo saputo contenere altrimenti, sul nascere gli avesse appioppato un’inguaribile disabilità della quale il portatore se n’è sempre infischiato, poiché molto saggiamente riteneva che la sua normalità fosse quel venire alla luce in uno stato di salute corrotto! Il mio tentativo di tramandarne un profilo, paradigmatico alla leggerezza di vivere, certamente non sarà esaustivo perché quel che affiora dai miei ricordi è senz’altro una percentuale molto ridotta degli eventi da lui generati, quindi lo schizzo da me tracciato servirà solo a cogliere una tipizzazione di un personaggio sbalorditivo per spirito di spontanea socializzazione e allegria nelle quali, nonostante l’oggettiva menomazione della sua condizione sino alla dipartita, lui si sapesse inebriare dei giusti aromi per trovare l’esistenza appetente al massimo! Di Giovanni Sardella, icona della dissacrazione di quanto per accettazione generalizzata si continua a praticare in seno alla società con rispettosa genuflessione alla conservazione, di famiglia medio borghese gli toccò crescere con la matrigna, perché la sua mamma ebbe breve esistenza. In Giovanni forse questo accomodamento filiale maturò un tratto d’indipendenza che lo accompagnò sempre nelle sue azioni. Benché fosse nato focomelico ad una gamba, lui non se ne diede mai pensiero e affrontò la ribalta sociale come se venuto al mondo perfettamente integro, anzi, ove era possibile ricorrendo a svariati artifizi per superare il condizionamento, si misurava con i coetanei totalmente vigorosi, così che da ragazzino la bicicletta la inforcava da sotto il telaio dando addosso agli altri allenati competitori, nel nuoto non sfigurava e al biliardo era diventato un osso duro. Discolo all’inverosimile, con la fantasia almanaccava comportamenti che potessero stupire, non per niente, vantandosi di viaggiare gratis, dopo essersi procurata una vecchia marmitta in rame, averla assicurata di nascosto sul retro del tram e alla partenza saltarvi dentro, vi si affidò a farsi trainare senza aver fatto i conti con il surriscaldamento che l’arnese avrebbe prodotto strisciando sul selciato, e quindi ritrovandosi in trappola, preclusogli il poter saltare fuori durante la corsa, dovette aspettare la prima fermata utile, e pagare all’abusivo trasporto il prezzo altissimo di gravi scottature sulle chiappe. Lui s’imbarcava in qualsiasi avventura prevedesse delle sfide irrituali purché della sconfitta se ne potesse ridere ad esorcizzazione della menomazione. Da ragazzetto con la sua combriccola, della quale lui era il capo riconosciuto, costantemente impegnata a spremere le meningi al fine di racimolar quattrini, indusse l’amico in condizioni più favorevoli a compiere un colpo di mano. C’era di mezzo il ben fornito scrigno d’una nubile zia molto ricca, si trattava di dare una sfoltita al contenuto e successivamente suddividere la refurtiva tra i complici per essere collocata presso le tante gioiellerie della città. Però gl’inesperti ed incauti ladruncoli compirono il passo falso di essersi rivolti allo stesso orefice, tramite il quale dopo la denuncia della derubata ai carabinieri non fu complicato risalire ai giovanissimi del gruppo dei mariuoli che convocati dal tribunale del capoluogo di provincia davanti il magistrato cercarono di spiegare la provenienza di quelle gioie, asserendo ognuno a turno di averle trovate camminando per le varie strade di Acireale, finendo di conseguenza con il dare al giudice l’imbeccata di sospendere l’interrogatorio per recarsi tutti ad approvvigionarsi di preziosi sulle strade del favoloso Comune. Dall’ultima metà di dicembre fino all’epifania inoltrata, si sa che qui da noi, in quasi tutte le case, circoli e bische clandestine a parte, galoppa l’epidemia di voler sfidare la fortuna con maggiore predilezione verso il baccarat. Quell’anno Giovannino fu attraversato da un lampo di genio: trasformare, libera dai genitori, tutti e due assorbiti dagli affari, la sua abitazione in bisca per amici, tenendo lui la casa dei banchi e intascare la prevista percentuale. Casualmente il padre, oberato di lavoro, tutto ruotante attorno alle attività più produttive del momento, ritrovandosi a passare nei dintorni del neonato piccolo casinò, e notando entro il perimetro di casa sua uno straordinario andirivieni di giovani, non avendo sufficiente tempo da perdere ad ispezionare subito, si ripromise di conoscerne le ragioni a pranzo. Rincasato che fu, già dall’atrio avvertì, malgrado i tentati accorgimenti presi, una nauseante puzza di sigarette fumate, e questo per uno sbagliato calcolo nel far cambiare aria nel salone dell’appartamento, dove cessato a mezzogiorno lo svolgimento del gioco, aperte tutte le porte compresa quella d’ingresso, la nebbia di catrame dell’interno trovò la strada più agevole ad allontanarsi giù per le scale per ricompattarsi nel vestibolo. Questa imprevista variabile bastò a mettere in agitazione un soggetto che per natura era tutt’altro che dolce di carattere, meno che mai comprensivo. Già, senza ancora aver saputo, capì che s’era consumata un’altra delle frequenti bravate di Giovannino, il piccolo della prima nidiata. Seduto a capotavola e di fronte al sospettato, in attesa d’esser servito, il severo e sbrigativo capofamiglia prese il piglio di comandante della nutrita schiera di figli, attenti e timorosi ad eccezione di uno, quindi con lo sguardo appuntato sul circospetto osservato speciale esordì -Ho sentore che il mio poco tempo libero, negandomi di poter controllare come vorrei, a qualcuno possa suggerire di comandare in mia vece, ebbene, che se lo tolga dalla testa! Anzi visto che a poco a poco tentate di prendervi il dito con tutta la mano, diamo una sterzata brusca e da oggi in poi nel rivolgervi a me dovete usare il vossia- Giovanni capito d’essere il destinatario della ramanzina, controbatté tutt’altro che tremante di paura -Babbo, allora sapete cosa vi dico dopo aver sentito? Voss’a caca!- A una simile sacrilega interiezione, lo scornato, irascibile, dichiarato educatore afferrò inopinatamente i lembi della tovaglia e la tirò con l’intero contenuto sopra, quindi si dispose ad inseguire il diavoletto, eclissatosi in un baleno, visto, chissà perché, il suo posto a tavola era il più vicino alla via di fuga. Tra uno scherzo e l’altro Giovanni cresceva benvoluto da un gran numero di persone che lui in diverse congiunture, tutte festevoli e altamente confidenziali non disdegnava di ingraziarsi. Intanto per acclamazione di popolo lo si insignì del titolo di cavaliere portato dal padre, che fiutata l’amabilità di cui godeva l’irrequieto giovane, ancora adolescente lo cooptò a collaborare presso l’ufficio locale di una delle più grandi compagnie assicurative del nostro Paese. Parve che gli si fosse regalato il vestito tagliato su misura, poiché divenne l’assicuratore per antonomasia sempre in giro ad arruolar clienti. Da tale attività in illimitata espansione, sia per il periodo ancora iniziale della pratica assicurativa per cui c’era da recuperare parecchio, sia per poca concorrenza, sia per le eccellenti sue doti di riuscire ad incrementare continuamente lo schedario dei suoi fan, Giovanni si ritrovò investito da un fiume di denaro che malgrado la sua alta liberalità e generosità nella vita non lo impensierì mai di probabile asciugamento. Era il primo ad offrire ai suoi amici più vicini che ne approfittavano senza farlo scomporre più di tanto, manco quella volta in cui pazientemente, dopo l’autorizzazione data al titolare del bar vicino l’ufficio, di far la mattina consumare la colazione in conto dell’assicurazione a un suo collaboratore, dovette ritirare la delega concessa poiché la gran faccia tosta del beneficiato s’era abituato a portarsi dietro amici e familiari, facendo arrivare al generoso cavaliere già alla prima fine del mese un conto astronomico. Al circolo universitario la sera, spazio di tempo per lui libero dopo il lavoro, a seguito degli accaniti dibattiti sui quali in quell’ambiente reazionario lui acceso comunista se li ritrovava tutti contro, nonostante sacramentando accesamente vi tenesse testa mettendoli spesso in difficoltà, si allestiva la comitiva per la cena al ristorante, nemmeno a dirlo sempre con gli stessi commensali in vigile attesa, finita la quale il rito del pagatore del conto si ripeteva ormai automaticamente uguale. Alle elezioni politiche era dei primi ad iniziare la campagna elettorale. Era l’anno in cui il partito comunista nelle amministrative, per simbolo aveva scelto il mezzo busto di Garibaldi con la camicia rossa, colore che nelle contrade in riferimento offuscava la vista peggio che ai tori, ma l’infaticabile propagandista non perdendosi d’animo assieme il primo amico che gli capitasse a tiro, girava per le frazioni calamitando attorno a sé capannelli di persone scompisciate dal ridere per le sue comicissime arguzie argomentate, delle quali era illimitato serbatoio, e per l’occasione dichiarandosi un apostata determinato, invitava i suoi ascoltatori, tutti già indottrinati dalla chiesa, alcuni convincendoli, a tagliare in cabina con un atto di sfregio la faccia a quel brigante di rivoluzionario. Poi di rientro per le strade di campagna al comparire dei contadini intenti a faticare a schiena curva, all’amico diceva -Vedi quei disgraziati, sono i primi a votare per i partiti fascista e clericale- E abbassando il vetro del finestrino gridava loro -Vi piace la terra, allora zappatela! Pur con la sua fisicità deformata non aveva uguali in dinamismo e vivacità d’ingegno, doti per le quali incantava il prossimo, tanto da avere un’amante nonostante sposato con una militante originaria delle regioni rosse. E poiché ancora insoddisfatto malgrado la sua attività lo assorbisse completamente, grazie alla sua inclinazione all’avventura, per amici, eventuali soci in hobbystiche iniziative, prediligeva quei campioni di sconsiderati che grazie alla loro appartenenza a famiglie altolocate altro compito nella vita, essendo completamente digiuni delle attività da abbracciare, non avevano che quello di bruciare soldi nei più disparati investimenti, regolarmente fallimentari. Inoltre codesti scialacquatori amando i suicidi patrimoniali quasi tutti subivano il fascino del gioco d’azzardo o delle scommesse impossibili che Giovanni da gaudente autolesionista se le cercava al circolo universitario e da innamorato delle cause perse prendeva posizione in favore degli esiti più improponibili, arrivando a offrire in una qualsiasi partita a carambola già in svolgimento poste di gioco differenziate in proporzione dei punti acquisiti da un giocatore rispetto all’altro in gara, ma talmente squilibrate in suo sfavore da allettare tanti sfidati anche loro in gara per riuscire a partecipare alla sicura occasione di far fortuna salutata come una manna caduta dal cielo. Il lanciatore delle assurde sfide ad esito raggiunto sborsava senza batter ciglio, non immaginando che l’unica volta in cui i pronostici si vollero beffare dei facili vincitori, della posta da incassare non ne dovesse sentire nemmeno l’odore. Ispirato da un tale estro, Giovannino non poteva provare che simpatia verso i veri maestri di masochismo imprenditoriale, ed infatti con intento speculativo partecipò in società di commercio in agrumi e in corredi, rompendosi l’osso del collo due volte, poiché a disastro consumato andò a rifugiarsi con viva aspettazione al casinò di Taormina per riparare, ciliegina sulla torta destinata ad autodistruttivi recuperatori. Ma nonostante le varie traversie cercate non perdeva il gusto per gli scherzi da affibbiare sia ai suoi amici che a concittadini di successo specie in politica, ormai quieti pensionati. Così le sere malamente organizzate non mancava di rifarsi con qualcuno di loro, per cui si ricordò di un noto seguace acese di Finocchiaro Aprile e fingendo preoccupazione lo raggiunse telefonicamente per invitarlo ad intervenire su due cani che in piazza Duomo non riuscivano a separarsi dopo un occasionale coito, e ancora, verso le dieci di sera in estate, pensando al podestà del periodo fascista, un uomo ormai vecchio, pantofolaio e ipoudente, lo importunò, sussurrandogli sulla cornetta e ovviamente provocando il lamentarsene del ricevente per sua, pensava, limitazione, il quale arrivò a pregare ossessivamente il divertito disturbatore a parlar più forte mentre questi invitava l’infelice a soffiare sopra il ricevitore in modo da poter allontanare l’ipotetico difetto dell’apparecchio, e intanto che il Satana, epiteto appiccicatogli scherzosamente addosso per la sua facilità a sacramentare e per il taglio delle sue burle, se la rideva mefistofelico, quel poveretto da ex temuta autorità continuava a spazientirsi del soffiare, fino a quando l’ideatore dell’esilarante scenetta pago dell’effetto ottenuto non lo dispensasse dal continuare avvisando che con quello zelo a spolmonarsi gli aveva fatto gonfiare i coglioni al punto da esser prossimi allo scoppio. I giorni del riposo settimanale il diavoletto alla guida della sua macchina con cambio automatico si avventurava per luoghi inesplorati sia in compagnia che da solo. E un pomeriggio, da solitario, percorrendo una strada poco frequentata e ancora meno nota si ritrovò insabbiato in un letto asciutto di un torrente senza che le ruote nei diversi tentativi effettuati riprendessero aderenza al fondo per potere andare né avanti, né indietro, e non potendo nelle sue condizioni allontanarsi a piedi e cercare aiuto tra gl’indigeni quando finalmente ne avesse potuto raggiungere qualcuno. E lì c’era poco da sacramentare essendo un posto abbastanza isolato e negletto. Per sua fortuna aveva il telefonino appresso dal quale cominciò a tempestare di chiamate fin quando non trovò la disponibilità di uno dei suoi due generi a partirsi per soccorrerlo. Ma i veri guai si presentarono al momento di riferire il luogo dove si era arenato -Ti ripeto- Gli gridava spazientito, di non sapere dove si trovasse e rincarava la dose tacciando il volenteroso soccorritore come buono a nulla. L’unico assillo era che il doveroso localizzatore per virtù dello Spirito Santo si recasse sul misterioso posto con un’auto alta di telaio, una corda da traino e una torcia elettrica, visto l’inizio dell’imbrunire. Dopo tante inutili e fuor di luogo escandescenze concordò con l’esterrefatto genero di ricordare in quale zona viaggiasse e in virtù di questa sua folgorazione dopo un paio d’ore di ricerche lo si poté tirare fuori come in un gioco di magia dal più fitto buio tra complimenti e risate di autocompiacimento per la bravata giocata al pari di una marachella da ragazzino. Comunque dopo quella volta parve mettere un po’ di sale in zucca e per quei viaggi verso l’ignoto reclutava il primo amico incontrato per strada. Per di più gli anni avanzavano e l’ostentato vigore giovanilista cominciava a non dare più garanzie. Va bene che il bastone riuscisse a proteggerlo dalle imboscate sempre tese di un’andatura parecchio contorta, però il sostenimento dei bicipiti con l’involarsi dei giorni, al momento impercettibilmente andava indebolendosi. Comunque lui si era organizzato in modo da risultare autonomo in qualsiasi situazione: all’uscita di casa la mattina sulla carrozzina da invalido prendeva l’ascensore e arrivava sino al garage, saltava sul sedile di guida della macchina a due pedali, accostando su un punto preciso l’attrezzo che avrebbe riutilizzato nel rincasare. All’ufficio al suo arrivo c’era un impiegato ad attenderlo con un’altra carrozzina e così tutto funzionava ad evitare intoppi. I suoi modi erano sempre accoglienti, scherzosi e carichi di simpatia per cui come se iscritti nel D.N.A gli conferivano la capacità di allungare la lista dei clienti. Anche dai suoi colleghi gli era riconosciuto questo grande merito, infatti lui passava per il numero uno degli assicuratori. Conduceva l’attività tra ufficio e visite ai vari gestori commerciali, dove partendo per assicurare l’esercizio a volte riusciva a piazzare anche la polizza vita o abitazione e convinceva il cliente a restargli fedele anche in futuro in quanto da suo nuovo amico non era lecito tradire. Con la sua parlantina mirabolante plagiava anche i più restii ed era bravo a ricomporre situazioni di screzio da lui stesso confezionate per gioco e andate fraintese, così come quella volta in compagnia di un amico durante un periodico giro in visite ai clienti, in una sperduta trazzera di un paese interno molto arretrato dell’isola lungo la quale un contadino in panni di velluto, coppola e fucile in spalla a cavalcioni sul suo asino a centro carreggiata gli ostruiva lo spazio per essere superato e invitato dal clacson a spostarsi, lo fece con molta comodità, in modo da innervosire il sollecitatore che effettuato il sorpasso congedò quel bradipo in sella non proprio rassicurante con un gesto di stizza fuori dal finestrino, al quale il tranquillo interessato reagì con gesti di rappresaglia se solo l’avesse avuto a portata di mano, mentre al momento lo ripagava con il lanciargli la qualifica di cornuto. Ma, inopinatamente il desiderio di cattura poté compiersi in quanto l’ospite della macchina, conoscitore di quei luoghi, temendo dell’assicuratore l’inclinazione sempre attiva allo scherzo, in anticipo aveva espresso tante raccomandazioni a tenere comportamenti appropriati ai luoghi senza riuscire ad essere ascoltato, e quindi a seguito della provocazione in corso, rischiando anche di suo, volle mettere di fronte alle sue responsabilità l’incauto istigatore della brusca reazione al sofferto sorpassare, tirando dal cruscotto la chiave di accensione. L’incredulo bifolco, dall’insperato arresto del mezzo, non perse tempo ad ordinare all’asino una accelerazione di andatura, inveendo nel frattempo contro l’oltraggiatore -Minchia, ti fermi sparti, gran curnutu ca nun si àutru. Iù vvi lassu stisi tutti e dui dd’oca intra- Gli lanciò con l’atto di imbracciare il fucile. Ma, Giovanni pur se sbiancato in viso, quando si ritrovò a tu per tu non si perse d’animo, e volse la seria minaccia in farsa -Mi firmai picchì sugnu curiusu. Vossia m’havi a spiegari, comu i potti vidiri i mo corna fora da machina?-Chi è sfutti macari?- -A cui a vossia, a ‘ngalantomu, comu mu putissi pirmittiri?Assicurava il burlone supplichevole -Cci u dissi era sulu curiosità. Sti corna àppira a crisciri currennu ppi nùtarisi di fora a machina!- -Camina, camina ca ci vadagni-Ca si mi parti sta troccula di machina- Scippando dalle mani dell’amico la chiave, ma, per vendicarsi senza girarla, fece finta di avviare più volte il motore, ovviamente inutilmente, quindi pregò l’altro -Giusippuzzu, nun ti siddiari havi ammuttari, videmu si parti a spinta. Iù ppi comu sugnu cumminatu o massimu ti pozzu rincurari a vuci- Poi si rivolse con voce flebile al minacciatore pronto a fulminarlo con lo sguardo -Vossia cchi nun ccià duna na manu? Vossia ma scusari, era sulu ‘na battuta, ccu ‘npocu di bona vuluntà Giusippazzu ccià ‘nguanta. Forza Pippineddu, forza!- Incitava, e solo quando dalla fatica, all’amico gli vide penzolare la lingua fuor di bocca, si decise a girare la chiave e mandare corrente al motore, lasciando, mentre serrava i denti per non dare a vedere i suoi sghignazzamenti. assieme all’imperturbabile spettatore l’ingenuo faticatore -Minchia cchi curnutuni l’amicu to- Gli affibbiò a questi l’ingrugnato malandrino essendosi mangiata la foglia, mentre lo spaventato prigioniero assicurava che il colpevole era solo un amante dello scherzo -E si iù ppi scherzu cci sparassi ‘nte gommi…- -No, ppi favuri, ossia ma pirdunari, n’aspettanu a casa muggheri e figghi- -Curri, va spicciati ca si firmau lu crastu. Curri prima ca mi nni pentu- -Vossabbenedica e grazie- Salutò con il cuore in gola il graziato ostaggio partendosi sparato verso l’irresponsabile cornuto patentato e assieme allontanarsi dalla vista del supposto pericolosissimo bifolco. Girovagando a perditempo con gli occasionali accompagnatori, di queste simpatiche scenette con sconosciuti nelle pause delle disquisizioni sulla bontà del metodo in cantiere per le vincite sicure al casinò fondate sul calcolo delle probabilità di sicura garanzia, capitava che se ne recitassero di frequente. E una sera per caso fermato dalla polizia stradale per un uso improprio degli abbaglianti, a lui non restava che respingere con ironia, di norma intenzionalmente pungente, la contestazione. L’agente insisteva -Io le debbo fare il verbale, lei tutt’al più in calce può dettare le sue ragioni in risposta alla mia domanda: cosa dichiara -Signor maresciallo…- -Sono un semplice appuntato- -Non mettiamo limiti al futuro e il mio difetto di conoscenza dei gradi, possa valere come un cordiale augurio. Comunque dicevo, se lei è sicuro di avere colto una mia irregolarità per la quale però io mi trovo in dissenso, come posso contraddirla? Ma, siccome nello stesso tempo sono convinto che lei non voglia prevaricare, né tantomeno io, allora per mantenermi equidistante dalle nostre due posizioni, alla domanda: cosa dichiara? Io dichiaro: non dichiaro- L’appuntato, spiazzato da quella specie di rebus, chiese un chiarimento, con il sospetto di essere preso in giro -Cosa vuol dare ad intendere?- -Né più né meno di quel che mi è permesso di dire per non contraddirla, per cui alla sua domanda cosa dichiara, io dichiaro, due punti: non dichiaro- -Lei non dichiara per non contraddire, perché se no…- -No, no, le assicuro di non nutrire riserve mentali- -Ah, sì? Ma, io il verbale lo debbo redigere- -E se subito dopo averlo steso le venisse il dubbio che ad abbagliare fosse stato quello dietro di me? In coscienza lei se la sentirebbe di far pagare un innocente? In dubbio pro reo, dicono i nostri codici volendo essere garantisti, ed è in virtù di ciò, che io dichiarerò di non dichiarare- -Senta, lei è furbo, e mi vuol far perdere tempo- -No, se è per il recupero del tempo, gliene regalo del mio che non so da quante ore si stia sprecando. Lo sto ritrovando con lei, ma, lei me lo vuole restituire con un sapore amaro, quand’è così, meglio andare a prendere un caffè, non le pare? Su questo almeno ci ritroviamo d’accordo entrambi, sì?- -Ho capito, ho capito, lei me la cerne fina, però di mezzo c’è il mio dovere da compiere-Tuttavia si ricordi che alla domanda: cosa dichiara? Io dichiarerò, due punti: non dichiaro- -E se le dicessi di togliersi dalla mia vista- -Allora le dichiaro che il mio non dichiarare, non ha più bisogno di essere dichiarato- A questo punto il ben augurato appuntato più confuso che persuaso lo ammonì -Se mi capiterà un’altra volta a tiro, anche se nel frattempo promosso brigadiere, glielo assicuro che potrà dichiarare quel che vorrà, ma in calce a un papello lungo così. Per questa volta proceda. Avanti, circolare!- Giovanni ringraziò e tutto angosciato per l’ipotetico futuro ammonimento salutò allegramente le minacce del controllore dell’ordine. Non si sentiva per nulla intimidito, anzi in congiunture simili spronato a servire più bizzarri bisticci. Lui, da geniale architetto del burlesque amava la gioia di vivere e sulla macchina e con il bastone sempre pronto all’uso si sentiva padrone di qualsiasi situazione. Con la prima si avventurava dappertutto e ne traeva tutti i confort, perché per lui era salotto, soggiorno, ufficio ed anche toilette, in quanto al bisogno ovunque si trovasse, offrendogli maggiore soddisfazione nelle zone più centrali, posizionata come da posteggio, apriva lo sportello quanto bastasse e rendendo comoda la posizione alleggeriva la vescica con tale disinvoltura che spesso l’ospite di turno non si accorgeva dell’accaduto. Il bastone, per i piccoli spostamenti, gli permetteva sicurezza e simulata disinvoltura. Tali pochi ma essenziali attrezzi, nel lavoro, con gli amici e poca casa gli garantivano dalla levata del mattino al ritorno al letto per la notte piena autonomia che lui spendeva con entusiasmo in una incredibile varietà d’impegni, tra polizze, frizzi, lazzi, infuocate diatribe sulla inesistenza di Dio, sulla panacea del comunismo e tante sul sistema da lui inventato di vincita sicura al casinò, facendogli completamente ignorare i sentimenti cupi che la sua condizione menomata avrebbe potuto imporgli, togliendo alla vita attiva e gioiosa un campione di esorcizzazione delle brutture della realtà sapute trasformare e in grado di accompagnarle in un repertorio di assoluta giovialità offerta a chiunque avesse voluto partecipare allo spettacolo infinito sfornato dalla sua vena comica, con incredibile ed inesauribile voglia di trovare per qualsiasi occasione il bicchiere tutto pieno! INDICE La cacciata del diavolo Don Ascenziu Arancino II Don Ascenziu Arancino III Don Ascenziu Arancino IV Don Ascenziu ArancinoV Don Ascenziu Arancino VI Don Ascenziu Arancino VII Patologica deformazione professionale La ricetta della felicità Nonna Santina A salata Effimera riappacificazione Tuppetturu slot Transgenderlove Mattacchioni in pectore Giovanni Sardella