rivista del
dal 1928
M E N S I L E N . 1 0 O T T O B R E 2 0 1 0 € 3,50
fondazione ente™
dello spettacolo
VENEZIA
INTERVISTA
Luigi De Laurentiis
COME SI DIVENTA
PRODUTTORE IN UNA
GRANDE FAMIGLIA
67
PERSONAGGI,
CURIOSITA’
E LE NOSTRE
PAGELLE
ROMA, AI NASTRI
DI PARTENZA
Poste Italiane SpA - Sped. in Abb. Post. - D.I. 353/2003
(conv. in L. 27.02.2004, n° 46), art. 1, comma 1, DCB Milano
IN ATTESA DEL
FESTIVAL, LE PRIME
ANTICIPAZIONI E I FILM
DA NON PERDERE
Animazione in 3D per
l'ipertecnologico genio del
male ideato da Pierre
Coffin e Chris Renaud
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
Nuova serie - Anno 80 n. 10 ottobre 2010
In copertina Cattivissimo me di Chris Renaud e Pierre Coffin
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DIRETTORE RESPONSABILE
Dario Edoardo Viganò
CAPOREDATTORE
Marina Sanna
Da Venezia a Roma
REDAZIONE
Gianluca Arnone, Federico Pontiggia, Valerio Sammarco
CONTATTI
[email protected]
PROGETTO GRAFICO
P.R.C. - Roma
ART DIRECTOR
Alessandro Palmieri
HANNO COLLABORATO
Alberto Barbera, Marco Bassan, Giulio Bassi, Orio Caldiron,
Gianluigi Ceccarelli, Carlo Chatrian, Oscar Cosulich, Bruno Fornara,
Antonio Fucito, Massimo Monteleone, Franco Montini, Morando
Morandini, Chiara Napoleoni, Angela Prudenzi, Peppino Ortoleva,
Manuela Pinetti, Giorgia Priolo, Boris Sollazzo, Marco Spagnoli
REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE DI ROMA
N. 380 del 25 luglio 1986 Iscrizione al R.O.C. n. 15183 del 21/05/2007
STAMPA
Società Tipografica Romana S.r.l. - Via Carpi 19 - 00040 Pomezia (RM)
Finita di stampare nel mese di settembre 2010
MARKETING E ADVERTISING
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DISTRIBUTORE ESCLUSIVO
ME.PE. MILANO
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ABBONAMENTO PER L’ITALIA (10 numeri) 30,00 euro
ABBONAMENTO PER L’ESTERO (10 numeri) 110 euro
SERVIZIO CORTESIA
S.A.V.E. Srl, Fiano Romano (RM) tel. 0765.452243 Fax 0765.452201
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PROPRIETA’ ED EDITORE
PRESIDENTE
Dario Edoardo Viganò
DIRETTORE
Antonio Urrata
UFFICIO STAMPA
[email protected]
COMUNICAZIONE E SVILUPPO
Franco Conta [email protected]
cinematografica di
L’ultima Mostra del Cinema di Venezia verrà
raccontare una delle
ricordata come una delle più belle degli ultimi
pagine più vergognose
anni – ottima la qualità dei film in concorso - e
nella storia del regime
tra le più controverse. Non poteva essere
comunista cinese”.
diversamente se in giuria hai un presidente che
Sempre la Fondazione
si chiama Quentin Tarantino, per consuetudine
ha attribuito il Bresson
portato a spiazzare e far discutere. Vince
all’africano Mahamat-Saleh Haroun, baluardo di
Somewhere della Coppola, forse non il titolo
un umanesimo capace di dialogare con culture
migliore, di certo non il più brutto. Leone
agli antipodi. Italiani a mani vuote, ma da
d’Argento alla regia per lo spagnolo Alex de la
applausi. Se il vincitore di Controcampo, 20
Iglesia (Balada triste de trompeta), il più
tarantiniano degli autori in gara. Vince, più in
sigarette, segnala l’adesione del nostro cinema
generale, un cinema del riflusso, personale,
alle contaminazioni di fiction e documentario –
centripeto; e un punto di vista che, dal quadro
un mix che caratterizza anche lo stravagante film
politico-sociale (il terrorismo, il cortocircuito dei
di Celestini, La pecora nera – emerge con forza il
sistemi democratici, le tensioni internazionali), si bisogno dei nostri connazionali di indagare un
accartoccia sui rovelli interiori di personaggireale divenuto indecifrabile: sia che lo si declini
limite: l’attore sfasciato di Somewhere, i
al passato come nel grande affresco
risorgimentale di Martone, Noi
pagliacci folli di de la Iglesia, i
superstiti di Silent Souls (al film
credevamo, sia che lo si proietti in
del russo Fedorchenko l’Osella
un presente assoluto, fuori dal
“Ottima la qualità dei
per la fotografia) la sociopatica
tempo, nel coraggioso La
Ariane Labed di Attenberg,
solitudine dei numeri primi di
film della Mostra,
Coppa Volpi con il Vincent Gallo
Costanzo. Più tradizionale
controversi i verdetti.
che t’aspetti, cioè borderline.
l’approccio di Mazzacurati che
Ora tocca al festival
Fuori dal palmarès l’impegno.
volge in farsa la sua Passione per
della capitale”
Ripescato però dai premi
toccare uno dei temi sensibili del
collaterali: Meek’s Cutoff della
nostro cinema: la crisi di storie.
Una crisi che sembra non
Reichardt vince il SIGNIS per
riguardare Guido Chiesa che, nel
come inquadra “l’epopea di
suo nuovo Io sono con te, racconta la vicenda di
alcuni pionieri americani, affidando la speranza
di un futuro migliore al confronto con l’altro”; a
una ragazza vissuta nella Galilea di duemila anni
fa: Maria di Nazareth. Il film sarà al prossimo
The Ditch del cinese Wang Bing va invece il
Festival di Roma. Per un’edizione, speriamo, da
Premio La Navicella della nostra Fondazione,
piccolo miracolo.
perché “riesce nell’impresa politica e
COORDINAMENTO SEGRETERIA
Marisa Meoni [email protected]
DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE
Via G. Palombini, 6 - 00165 Roma - Tel. 06.96.519.200
Fax 06.96.519.220 - [email protected]
Associato all’USPI
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Iniziativa realizzata con il contributo della Direzione Generale
Cinema - Ministero per i Beni e le Attività Culturali
La testata fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge
7 agosto 1990, n. 250
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
5
sommario
n. 10
otto bre 2010
Madrina in
Laguna: Isabella
Ragonese
PERSONAGGI
32 Speranza Haroun
Al cineasta africano
il Bresson 2010. Che
premia il dialogo
36 Talento di famiglia
Sulle orme di nonno Luigi
e papà Aurelio: il giovane
De Laurentiis, in esclusiva
54 Bette contro Bette
Ritratto della Davis,
temperamento tragico e diva
anticonvenzionale
SERVIZI
20 Venezia, luci e ombre
Grandi film e tante polemiche: i
nostri voti all’edizione 67
43 Diversamente Vivi
Zombi, vampiri, mummie e
fantasmi: dallo schermo al
Museo di Torino
FILM DEL MESE
56 Lo zio Boonmee che si
ricorda le vite
precedenti
60 Wall Street: il denaro
non dorme mai
63 Adèle e l’enigma del
faraone
63 Step Up 3D
64 Quella sera dorata
66 Benvenuti al Sud
66 Fair Game
67 Uomini di Dio
69 The Town
Knightley e Kidman sul red
carpet. Facebook secondo
Fincher e la Maria di Guido
Chiesa
Sofia Coppola
con il Leone
d’Oro. A
destra Shia
LaBeouf in
Wall Street 2
FOTO KAREN DI PAOLA
48 Roma guarda le stelle
16 COVER
FOTO KAREN DI PAOLA
Cattivissimo Gru
Arriva in Italia l’animazione 3D
realizzata in Francia e prodotta
dagli States: per bissare il
successo d’oltreoceano
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12
Glamorous
News e tendenze:
brillanti accessori in
Mostra. Guardate il
particolare
14
Colpo d’occhio
Misteriose sparizioni
per Vincent Gallo:
stanata la (Coppa)
Volpi
24
Morandini
in pillole
Tutto quello che
avreste voluto sapere
dal Lido…
Ma non avete mai
osato chiedere
72
Dvd & Satellite
Saghe da celebrare:
Alien e Ritorno al
futuro in Blu-ray
78
Borsa del cinema
Un americano a Roma:
De Niro jolly per
il nuovo Manuale
80
Libri
Generi a confronto,
registi e attori sullo
scaffale
82
Colonne sonore
Impianto Zimmer
per l’architettura di
Nolan: Inception
Rabeb Srairi è
Maria di Nazareth
per Guido Chiesa:
Io sono con te
European
Film
Awards
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vi invita a votare ai PEOPLE’S CHOICE AWARD 2010 il vostro film europeo
preferito. Potrete vincere un viaggio per due persone agli European Film
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scritto da Alejandro Amenábar & Mateo Gil
diretto da Alejandro Amenábar
prodotto da Alvaro Augustín & Fernando Bovaira
scritto e diretto da Giuseppe Tornatore
prodotto da Giampaolo Letta & Mario Spedaletti
AN EDUCATION
scritto da Jane Goldman & Matthew Vaughn
diretto da Matthew Vaughn
prodotto da Adam Bohling, Tarquin Pack, Brad Pitt,
David Reid, Kris Thykier & Matthew Vaughn
scritto da Ferzan Ozpetek & Ivan Cotroneo
diretto da Ferzan Ozpetek
prodotto da Domenico Procacci
scritto da Nick Hornby
diretto da Lone Scherfig
prodotto da Finola Dwyer & Amanda Posey
MR. NOBODY
FLICKAN SOM LEKTE
MED ELDEN
LE PETIT NICOLAS
(The Girl Who Played With Fire)
scritto da Jonas Frykberg
diretto da Daniel Alfredson
prodotto da Sören Staermose
THE GHOST WRITER
scritto da Robert Harris & Roman Polanski
diretto da Roman Polanski
prodotto da Robert Benmussa, Alain Sarde
& Roman Polanski
scritto e diretto da Jaco van Dormael
prodotto da Philippe Godeau
(Little Nicholas)
scritto da Laurent Tirard & Grégoire Vigneron
diretto da Laurent Tirard
prodotto da Eric Jehelmann
SOUL KITCHEN
scritto da Fatih Akin & Adam Bousdoukos
diretto da Fatih Akin
prodotto da Fatih Akin & Klaus Maeck
VOTA ONLINE: www.europeanfilmawards.eu
IL 23mo EUROPEAN
FILM AWARDS:
4 Dicembre 2010
The European Film Academy riunisce 2.300 professionisti del cinema
europeo con lo scopo di promuovere la cultura cinematografica
continentale. Il vincitore del People’s Choice Award sarà ufficializzato
da European Film Academy ed EFA Productions durante la cerimonia di
premiazione: IL 23mo EUROPEAN FILM AWARDS, 4 Dicembre 2010
Tutti i voti devono essere comunicati prima del 1 Novembre 2010. Il
concorso è soggetto a regolamento disponibile su richiesta da Ernst &
Young GmbH.
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glamo rous
a cura di
Arnone
luca
Gian
foto di
Karen Di Paola
Ultimissime dal pianeta cinema: news e tendenze
ACCESSORI
IN “MOSTRA”
L’eleganza di Barbara
Bouchet non si discute, il
colore sì. Mai vestirsi di
viola a una prima…
C’era una volta Venezia. E
l’eleganza, le griffe, la calca in
passerella. Poi il divismo è finito,
la calca si è sgonfiata, sono
rimasti fotografi e curiosi di
passaggio. Comodamente seduti
in attesa che passi qualcuna,
qualcosa, stravagante abbastanza
da farsi notare. Tipo queste…
Seta rossa di Rodarte per la
Portman, cristalli Swarovski
e spacco generoso. Il neo è
la pochette, troppo grande.
12
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Garko e Arcuri:
dopo Il peccato
e la vergogna
per la Tv,
pinguino e
velona al Lido.
Ancora
impassibili
A Venezia (per il
carnevale?), Ripa di
Meana stile carciofo
con blazer rubato a
Tim Burton. Da
rivedere. Anzi, no.
Abito lungo, busto in
chiffon nero,
arricchito da piume
di marabù per Elisa
Sednaoui. La Marini
ha optato invece per
una veste
metallizzata
disegnata da Carlo
Pignatelli. Ma la
chicca è lo smeraldo
al collo.
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
13
c olpo d’occhio
FE ST IVAL DE L M ES E
di Massimo Monteleone
Riflettori su Roma, sfide sul Ring e
capolavori del muto a Pordenone
RELIGION TODAY FILM
FESTIVAL INTERNAZIONALE
1 DEL
5 FESTIVAL
FILM DI ROMA
X edizione della kermesse
capitolina. La Selezione Ufficiale
prevede 16 lungometraggi in
concorso e 6 film fuori concorso;
L’Altro-Cinema Extra è la sezione
che esplora le nuove frontiere del
linguaggio per immagini e suoni.
Film d’apertura Last Night di
Massy Tadjedin, con Keira
Knightley.
XIII edizione del “Festival
internazionale di cinema delle
religioni”, inteso a promuovere la
conoscenza delle opere in cui
l’esperienza religiosa assume una
cifra estetica su cui riflettere. Il
tema odierno è “Viaggi della fede.
Viaggi della speranza”. Fra le
sezioni: film a soggetto,
documentari, cortometraggi.
Località Trento (e provincia)Bassano (VI)-Bolzano-RomaNomadelfia (GR), Italia
Periodo 8-21 ottobre
tel. (0461) 981853
Sito web www.religionfilm.com
E-mail [email protected]
Resp. K. Malatesta, D. Zordan
OTTAWA INTERNATIONAL
6 ANIMATION
FESTIVAL
Non chiamarmi, non
ti sento
“MI SI NOTA DI PIÙ se vengo e me
ne sto in disparte, o se non vengo
per niente?”. Di fronte al dubbio dei
dubbi dell’Ecce Bombo morettiano
Vincent Gallo ha scelto da par suo: è
venuto per non esserci. Il senso
della sua partecipazione a Venezia dove pure era atteso uno e trino:
due film in concorso più un corto in
Orizzonti - è tutto in questo
paradosso feticista, dell’artista che
si dà solo se si eclissa, delegando al
simulacro una presenza che è
inevitabilmente assenza.
Gallo ha disertato gli eventi al Lido –
pur essendo lì – con lo zelo di chi sa
di non poter essere
contemporaneamente dentro e fuori
lo schermo, persona e personaggio.
Venezia lo ha capito e premiato.
Coppa Volpi per la performance in
Essential Killing. Con la seguente
motivazione: all’attore che non è
potuto venire perché prigioniero del
suo film.
G.A.
Località Roma, Italia
Periodo 28 ottobre – 5 novembre
tel. (06) 40401900
Sito web www.romacinemafest.it
E-mail [email protected]
Resp. Gian Luigi Rondi
RING!
IX edizione del festival della
critica cinematografica. Nel
“quadrato da combattimento”,
allestito sul palcoscenico del
Teatro Comunale, si danno
appuntamento cineasti, scrittori,
giornalisti e critici nel corso di tre
giorni di confronti e scontri. Viene
inoltre assegnato il Premio Adelio
Ferrero 2010.
Località Alessandria, Italia
Periodo 1-3 ottobre
tel. (0131) 52266
Sito web www.teatroregionale
alessandrino.it
E-mail
ufficiostampa@teatroregionaleale
ssandrino.it
Resp. B.Fornara, N.Lodato,
L.Malavasi, L.Pellizzari (direttori
artistici)
2
14
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
LE GIORNATE DEL CINEMA
7 MUTO
XXIX edizione del prestigioso
festival sul cinema muto
mondiale. Rarità ritrovate e
classici restaurati. Tra gli eventi la
proiezione – in prima
internazionale – di Upstream
(1927, lungometraggio di John
Ford finora considerato perduto),
e una retrospettiva su tre maestri
del cinema giapponese della casa
di produzione Shochiku.
FESTIVAL DEL CINEMA
3 LATINO
AMERICANO
XXV edizione della rassegna
competitiva, fra le principali in
Europa ad occuparsi dei film
dell’America Latina. Molti i titoli
nelle varie sezioni: concorso
ufficiale, contemporanea, una
retrospettiva (sull’attore
messicano Damiàn Alcàzar),
cinema e letteratura, cinema e
memoria.
Località Trieste, Italia
Periodo 23-31 ottobre
tel. (041) 5382371 (riferimento a
Venezia)
Sito web
www.cinelatinotrieste.org
E-mail [email protected]
Resp. Rodrigo Diaz
CINEKID
XXIV edizione della
manifestazione competitiva
internazionale di cinema,
televisione e new media,
indirizzata ai bambini e ai ragazzi.
Località Amsterdam, Olanda
Periodo 26-29 ottobre
tel. (0031-20) 5317890
Sito web www.cinekid.nl
E-mail [email protected]
Resp. Sannette Naeye
4
INQUADRA IL CODICE QR
CON IL TELEFONINO
PER VISUALIZZARE IL
CONTRIBUTO VIDEO SUL FILM
XXXIV edizione dell’importante
manifestazione canadese
dedicata al cinema d’animazione.
Prevede sezioni competitive e
non, più retrospettive e proiezioni
speciali.
Località Ottawa (Ontario), Canada
Periodo 20-24 ottobre
tel. (001-613) 2328769
Sito web www.awn.com/ottawa
E-mail [email protected]
Resp. Chris Robinson
Località Pordenone, Italia
Periodo 2-9 ottobre
tel. (0434) 21204
Sito web
www.giornatedelcinemamuto.it
E-mail [email protected]
Resp. David Robinson
FESTIVAL INTERNATIONAL
8 DU
CINEMA
MEDITERRANEEN DE
MONTPELLIER
XXXII edizione del festival
dedicato ai film dei paesi che si
affacciano sul Mediterraneo.
Lungometraggi e “corti”
concorrono all’assegnazione
dell’Antigone d’Oro e del Gran
Premio del Cortometraggio.
Località Montpellier, Francia
Periodo 22-30 ottobre
tel. (0033-4) 99137373
Sito web www.cinemed.tm.fr
E-mail [email protected]
Resp. Jean-François Bourgeot
COVER
LA CAMPAGNA
D’ITALIA DI
CATTIVISSIMO ME.
CON GRU E
UN’ARMATA DI
“MINIONS”, PER
REPLICARE I FASTI
DEL BOX OFFICE
AMERICANO
DI OSCAR COSULICH
L’esercito
16
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
del male
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
17
COVER
DIECI MINUTI D’APPLAUSI, al termine
dell’anteprima mondiale tenuta allo
scorso Festival d’Annecy, hanno
consacrato il debutto di Despicable Me
(Cattivissimo Me) di Pierre Coffin, Chris
Renaud e Sergio Pablos,
lungometraggio animato in computer
grafica stereoscopica 3D.
La storia del film è semplice, quanto
ricca di deliziosi sottotesti “adulti” (su
tutti la “Banca del Male” gestita dal
temibile Perkins, finanziere “occulto”
del crimine, degno degli squallori della
nostrana P3): il “cattivissimo” Gru abita
in un idilliaco quartiere periferico, tra
villette a schiera con steccati bianchi e
cespugli di rose, ma la sua dimora è
nera, con un prato inesistente e un
cucciolo di compagnia che è uno strano
cane, simile all’incrocio tra un piranha
e un lupo mannaro. Nei sotterranei
della sua apparentemente malandata
abitazione il protagonista nasconde un
covo ipertecnologico, popolato dai fedeli
“minions”, minuscole creature che
formano il suo inesauribile esercito,
utilizzato per progettare (in
collaborazione con lo scienziato pazzo
dottor Nefario) e realizzare quei furti
che dovrebbero farlo diventare il più
grande criminale della storia. Il
problema è la spietata concorrenza di
una odiosa nemesi: il “nerd” Vector,
ragazzetto ipertecnologico che vive in
una casa antitetica alla sua, tutta
18
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
plastificata e di un bianco abbacinante.
Nella lotta tra Gru e Vector,
graficamente lo Yin e Yang della vicenda
(ricordano l’idea di Spy vs. Spy, fumetto
statunitense del disegnatore cubano
Antonio Prohias, pubblicato dal 1961
sulla rivista Mad Magazine), s’innesta
l’idea del protagonista di usare tre
(“supercattivo/superpapà”), come recita
la frase di lancio del film.
Ricco di citazioni cinematografiche di
ogni tipo, dove si va da un’escalation di
gadget tecnologici à la James Bond fino
ad una esilarante rilettura della testa di
cavallo nel letto del Padrino,
Cattivissimo Me che nella versione
Un covo ipertecnologico per ideare
e progettare i furti che lo consacreranno
il più grande criminale di sempre
tenere orfanelle per forzare le difese
dell’antagonista, ma le piccole Margo,
Edith e Agnes, che vedono in lui un
potenziale padre, possono trasformare
il “superbad”, intenzionato addirittura a
rubare la Luna, in “superdad”
originale è Steve Carell (in Italia Max
Giusti) è stato prodotto dalla
Illumination Entertainment e i 325
milioni di dollari già incassati ai
botteghini di mezzo mondo lo hanno
consacrato come un ottimo biglietto da
visita della neonata divisione di
animazione della Universal Pictures.
Realizzato su supervisione di Chris
Meledandri (produttore dell’Era
glaciale), infatti, il film è costato solo 68
milioni di dollari (cioè un terzo di Toy
Story 3: La Grande Fuga) e segna una
svolta nel campo delle megaproduzioni
hollywoodiane, essendo stato realizzato
integralmente in Francia, a Parigi, negli
studi Mac Guff, società europea fondata
nel 1986 e diventata leader nel settore
dell’animazione e degli effetti speciali
che, con uno staff di 300 persone, ha
all’attivo gli effetti speciali per Il
Profeta (Gran Premio a Cannes),
Transporter 3 e Splice, prima di essere
entrata nella supervisione e controllo di
Azur e Asmar e Cacciatori di draghi,
film quest’ultimo che è stato il
passepartout che ha attirato Hollywood
sulla Senna.
L’incontro franco-statunitense (con il
contributo di cartoonist e tecnici di tutta
Europa, Italia compresa) funziona, ben
coordinato dai registi, che hanno
dichiarato di aver evitato in ogni modo
l’“overacting” di una recitazione
sovraccarica, dividendosi
equanimemente gli incarichi: Pierre
Coffin, con il compito specifico di tenere
le briglie strette sulle improvvisazioni di
Carell, e Chris Renaud, che ha alle
spalle la tradizione dei supercattivi a
fumetti della Marvel, a gestire l’aspetto
più legato ai macchinari e all’azione in
stile James Bond.
%
Animation
Economy
Quando il cartone
made in Europa si
trasforma in successo
2005: Wallace & Gromit: The Curse of
the Were-Rabbit, dei britannici Nick
Park e Steve Box della Aardman, è il
primo lungometraggio della celebre
coppia cane-padrone di plastilina,
nata nel 1990 con i trenta minuti di A
Grand Day Out. Raccontate con un
budget di 30 milioni di dollari, fornito
dalla DreamWorks, le avventure del
duo, che qui fronteggia un “coniglio
mannaro”, fruttano un incasso di
192.610.372 dollari e il film vince
l’Oscar.
2006: Arthur et le Minimoys, diretto e
prodotto da Luc Besson (Nikita, Leon,
Il Quinto Elemento), segna l’esordio
del popolare regista francese
nell’animazione in computer grafica.
Questo è il primo film di una trilogia
che, alternando animazione e riprese
“live-action”, dimostra come con
produzioni rigorosamente europee si
possano realizzare kolossal degni
della tradizione delle major.
2008: The Tale of Desperaux, con un
budget di 60 milioni di dollari e un
risultato ai botteghini di “solo”
86.947.448 dollari, sembrerebbe un
passo falso economico. L’idea degli
inglesi Sam Fell e Rob Stevenhagen
di realizzare un cartoon in computer
grafica ispirato alla pittura
fiamminga del XVI secolo però vale
da sola il culto per il topolino
Desperaux, le cui avventure
superano la tradizionale “durezza”
delle immagini digitalizzate,
ammorbidendole in una pasta grafica
e pittorica totalmente innovativa.
2009: Planet 51, dopo gli exploit di
Francia e Regno Unito ecco spuntare
la casa di produzione spagnola Ilion,
con un kolossal fantascientifico in
computer grafica dalla tecnica
ineccepibile (e un budget di 70
milioni di dollari), che incassa
105.194.415 dollari. Diretto da Javier
Abad, Jorge Blanco e Marcos
Martinez, alla guida di uno staff di
360 persone, il film si libera dei
cliché sugli animali, abituali
mattatori dell’animazione,
dedicandosi agli extraterrestri.
OSCAR COSULICH
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
19
Venezia 67
Post
Ottima selezione con un quartetto italiano intonato. Ma la giuria
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Mostrem
di Marina Sanna foto Pietro Coccia - Karen Di Paola
capitanata da Tarantino ignora tutti e premia la sua visione del cinema
Venezia 67
UN NOTO DISTRIBUTORE ITALIANO
poco prima della fine del Festival aveva
predetto la vittoria di Sofia Coppola. Così
è stato, anche se con Quentin Tarantino
tutto era possibile. A noi Somewhere è
piaciuto molto, un film che riesce a
comunicare il vuoto dello star system e di
chi lo pratica. Non c’è bisogno di andare a
Los Angeles per accorgersene, per
raccontarlo in quel modo probabilmente
sì. I giorni sono passati, le inutili
polemiche sui doppi premi (ancora non ci
capacitiamo però di quello alla
sceneggiatura, per non parlare della
regia, ad Alex de la Iglesia) e le deroghe al
regolamento ormai dimenticate, anche se
hanno tolto forza a una delle selezioni
migliori degli ultimi anni, come vedrete
nelle pagine a seguire e dai voti che
abbiamo attribuito. I problemi sono altri.
Il Paese sembra cadere a pezzi e così
Venezia, costosa e fatiscente. Nonostante
lo sforzo delle persone che ci lavorano
(doveroso ringraziare l’ufficio stampa, che
unisce competenza a garbo e gentilezza),
il Lido non riesce a essere più il polo di
attrazione di una volta. La domanda è: si
può fare un festival senza star? La buona
notizia è che, in controtendenza con le
vicende politiche, il nostro cinema
Ben Affleck, Rebecca
Hall e Jon Hamm al
Lido con The Town. In
basso, Elle Fanning in
Somewhere
Tante 24 opere in gara, squilibrato il
verdetto finale: credere di più nel
prodotto nazionale avrebbe giovato
Il Festival in pillole
di Morando Morandini
Sigla che dura – Aver
mantenuto la stessa sigla
d’apertura per tre anni – o
sono 4? – è un buon segno in
questa civiltà dello spreco.
Dura poco più di mezzo
minuto, è spiritosa, cita
Lumière (1897-n.99), forse
la prima gag comica del
cinema, colorata per una
attimo. Mettetevi, però, al
posto di un critico che vede
3 o 4 film al giorno per 11
22
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
giorni. E’ costretto a vederla
per 40 volte.
Le tessere Daily – Stando
ai comunicati ufficiali, la 67°
Mostra è cominciata con
3427 accreditati, 2088
italiani e 1339 stranieri,
ciascuno dotato di un
tesserino da appendere al
collo di vario colore. Mi
risulta che quelli col
tesserino (rosso) e la scritta
Daily (quotidiano) fossero
più di 600, ma non posso
dimostrarlo. La domanda è:
è possibile che
corrispondessero ad
altrettanti corrispondenti di
giornali, televisioni,
programmi Internet
quotidiani? Molto
improbabile. L’ho visto sul
petto o in mano di ragazzini
e di gente poco attendibili
come giornalisti.
Senza Luce – Al Lido di
Venezia si va molto in
bicicletta. A occhio ho
calcolato che non più di una
o due su dieci avevano il
fanale, ma di sera dopo il
tramonto non poche erano
ancora in circolazione.
Ignoro il numero delle multe
date. Per i vigili urbani
veneziani era più facile darle
sugli autobus.
Italiani in concorso – Per
la prima volta in sette anni
Marco Müller ha azzeccato
la scelta di tre film italiani,
su quattro nel concorso. Ha
sbagliato quella di La
solitudine dei numeri primi,
bestseller di Giordano, erano all’altezza
degli altri titoli in concorso. Vogliamo
ricordare il cileno Post Mortem, il
coraggioso The Ditch sui campi di
concentramento cinesi, l’affascinante
Meek’s Cutoff, il visionario Silent Souls
(Osella, di consolazione, alla fotografia).
Chi troppo vuole nulla stringe? 24 opere
in gara sono tante e non per forza
necessarie, la giuria era squilibrata e
l’esperienza insegna che per vincere si
deve credere davvero nel prodotto
nazionale. Il presidente della Biennale
Paolo Baratta ha citato l’articolo di una
giornalista anglosassone, che
sottolineava l’immutato prestigio di
Venezia rispetto a Berlino e Toronto. La
nostra speranza è che la Mostra non si
trasformi in un colosso dai piedi d’argilla,
destinato a sprofondare nella palude
lagunare.
%
Natalie Portman.
Sotto Jerzy
Skolimowski, a
sinistra Rula Jebreal e
Julian Schnabel
“risorge”. A partire da Mario Martone con
il suo bellissimo Noi credevamo, usato
all’imperfetto però inteso in senso
positivo e rafforzativo, ma anche Carlo
Mazzacurati, l’esordiente Celestini e
l’adattamento di Saverio Costanzo del
prodotto e distribuito da
Medusa, ma potrebbe
essere una coincidenza.
C’erano nel cartellone della
67° Mostra, divisi in una
mezza dozzina di Sezioni, 68
titoli italiani. Togliamo pure i
film della retrospettiva e
magari anche i documentari
di lungometraggio: rimane
quasi una trentina di film
narrativi. Ovviamente non li
abbiamo visti tutti. Quali
meritavano di sostituire
quello di Saverio Costanzo?
L’amore buio del napoletano
Antonio Capuano, che, tra
l’altro, ha vinto quattro
premi delle giurie
collaterali, esposto nelle
Giornate degli Autori.
Oppure Venti sigarette di
Aureliano Amadei in
Controcampo italiano,
accolto con un’ovazione
nella proiezione per il
pubblico.
Organizzazione – Non è
facile orchestrare le
proiezioni di centinaia di
film per undici giorni in sei
sale, (tre delle quali nel
Palazzo del Cinema), senza
contare il cinema Giorgione
movie d’essai e l’Arena di
campo San Polo a Venezia.
Nella prima parte del
festival nulla da segnalare,
ma negli ultimi sei giorni la
situazione è gradualmente
peggiorata soprattutto per i
gravi ritardi nell’inizio delle
proiezioni e per gli
sbarramenti che limitavano
il grande spazio destinato
alla costruzione del nuovo
Palazzo del Cinema.
I Tartari assenti – Il
terreno scavato per il nuovo
Palazzo del cinema è stato
soprannominato Il deserto
dei Tartari, dal famoso
romanzo (1940) di Dino
Buzzati e dal film omonimo
(1976) di Valerio Zurlini in
cui il nemico, cioè i Tartari,
non arriva mai. Anche i
lavori per la costruzione non
cominciano mai.
Premi ufficiali – Come
giudicare il verdetto della
giuria ufficiale, diretta da
Quentin tarantino, della 67°
Mostra? Ridicolo. E piuttosto
mafioso.
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
23
Venezia 67
Noi
ci crediamo
Operazione Martone:
un imponente e
radicale melodramma,
scandito dalle
musiche di Verdi e
Rossini
di Alberto Barbera
24
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Francesca Inaudi è Cristina
di Belgioioso. In basso,
Guido Caprino, in apertura
Luigi Lo Cascio
DICIAMOLO SUBITO. Dopo Visconti e
Rossellini, nessun altro cineasta italiano –
con la stupenda, solitaria eccezione di
Marco Bellocchio – era più riuscito a fare
quadrare, in maniera altrettanto
convincente, i conti della partita doppia
basata sul binomio cinema e storia.
Riprendendo la lezione dell’autore di
Vanina Vanini, Martone riesce
nell’impresa di coniugare felicemente la
complessità della riflessione su un
periodo trascorso con una narrazione di
rara potenza espressiva e una direzione di
attori esemplare. Noi credevamo ha il
coraggio di scavare nei sedimenti di una
vulgata storica dove l’ideologia, le censure
e le rimozioni avevano finito col
depositarsi, confondendosi con
l’oggettività degli eventi. Rimuovendo la
patina degli stereotipi, Martone compie la
più radicale, polemica e temeraria
rilettura di un periodo decisivo per la
storia del nostro Paese. Lo fa con l’ottica
di uno storico documentato e insensibile
alle lusinghe della pura e semplice
celebrazione, trasformando il suo lavoro
nel più rigoroso, ammirevole e
appassionante contributo alle rievocazioni
inscenate in occasione del
Centocinquantenario. Con la passione
civile di chi scopre nel passato i germi
della degenerazione del presente. Con
l’emozione dell’artista che, consapevole di
mettere in scena una generazione
destinata a pagare un enorme contributo
di dolore e sangue agli ideali
dell’unificazione del Paese, non esita a
farne lo specchio della propria, nata e
cresciuta sotto l’impulso degli slanci ideali
del ’68. Noi credevamo è, in tutta
evidenza, la tragedia della generosità
giovanile tradita dall’irriducibile tentazione
del trasformismo e dal cinismo della
politica, che s’intuisce governata da quel
Cavour al quale si deve la regia del
processo di riunificazione, anche se
Martone non lo mostra mai. Così come
lascia sullo sfondo la figura di Garibaldi e
sorvola sugli episodi storici più ovvi e
conosciuti (la spedizione dei Mille, le
guerre d’indipendenza, l’incontro di
Teano). Preferendo concentrarsi su
episodi meno noti e oscuri, come
l’attentato a Napoleone III e la seconda,
fallimentare spedizione di Garibaldi,
fermato sull’Aspromonte dai bersaglieri di
Vittorio Emanuele II. Storicamente, è un
film sulla sconfitta degli ideali
repubblicani e democratici incarnati con
estremismo dal Mazzini di un tormentato
Servillo (del quale ignoravamo il piglio
assolutistico e la deriva paraterroristica),
e il prevalere della politica monarchica e
autoritaria alla quale finirono per piegarsi
non pochi insurrezionisti, anche
meridionali. Sul dramma di un Sud
inizialmente illuso dagli entusiasmi
rivoluzionari alimentati dalla Giovane
Italia e dai sogni garibaldini, che finì
pugnalato alle spalle dalle fucilazioni
comminate senza processo dai bersaglieri
piemontesi. Ma poi. Noi credevamo è
anche e soprattutto uno straordinario
melodramma, scandito dalle musiche di
Verdi, Bellini e Rossini. La commovente
rievocazione del sacrificio individuale di
quanti si erano battuti con incosciente
impeto giovanile al servizio di un ideale
superiore, per poi finire stritolati nel
tritacarne della Storia. Un susseguirsi di
illusioni e sconfitte, eroismi e tradimenti
(veri e presunti), dedizioni assolute e
rinunce immense, contraddizioni
irrisolvibili e sofferenze senza fine.
Rispetto alle quali anche il grande sogno
dell’unità d’Italia finalmente realizzato si
rivela un successo parziale, perché
“l’albero piantato aveva le radici marce”,
né poteva dare frutti diversi dalla
democrazia imperfetta con la quale
ancora oggi dobbiamo fare i conti.
%
Rilettura polemica e temeraria, senza
stereotipi, di un periodo decisivo per la
Storia del nostro Paese
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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Venezia 67
La Mostra
in numeri
Competizione e
non: da uno a
cinque ecco i film
che abbiamo
amato di più (e un
po' meno)
a cura di Bruno Fornara
4 La Passione
Il film ha lasciato perplessi parecchi
critici e spettatori. Qui lo difendo con
convinzione. Mi sembra che Mazzacurati
si ponga la domanda: come si può nella
nostra cara Italia, conciata com’è
conciata, fare una commedia all’italiana,
ridere di come siamo? Un regista (Silvio
Orlando) non riesce a trovare l’idea per il
film che dovrebbe girare, finisce così per
Black Swan
Grande lotta per ottenere il ruolo del
cigno. Darren Aronofsky (The Wrestler)
non si lascia mancare niente: naturale
e soprannaturale, vero e immaginato,
corpo e anima ecc. ecc.
Dopo un po’ viene da consigliare al
regista di vedersi con calma Scarpette
rosse, qualcuno dei tanti magnifici film
dedicati all’ambiente teatrale e tutti i
film di Hitchcock. Lui dirà che li ha già
visti: li riveda dieci volte ognuno per
penitenza.
Premio Mastroianni per l’attrice
emergente (?) a Mila Kunis.
2
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
imboccare un’altra strada e diventare
suo malgrado il regista di una sacra
rappresentazione del Venerdì Santo. Tra
equivoci e sbandamenti, tra battute che
non vanno a buon fine e altre che sono
perfette, il film procede traballante fino
al cambio di registro finale, dove un
popolo deve non più (solo) ridere ma fare
(anche) atto di contrizione e
commozione. Qualche bel colpo: chi sarà
il Cristo? Battiston o Corrado Guzzanti?
Una signora reinventa a suo modo una
nostra frase idiomatica: a certa gente
gli dai un dito e si prende la coscia; e
per un errore di trascrizione Pietro
tradirà Gesù “prima che il gatto canti tre
volte”; e infine: “La gommapiuma ha
ucciso il teatro italiano”.
A Letter to Elia
[FUORI CONCORSO]
L’amore buio
La Napoli di Capuano:ragazzi
sbandati, i vicoli,le moto,il
carcere: e la buona borghesia. Nel
film avanzano in parallelo la storia
di uno dei ragazzi in galera e l’altra
storia di una ragazza borghese.
Non vi dico che legame c’è tra i
due. Regia forte, racconto ben
costruito, personaggi giusti. Ultima
e bella apparizione del povero
Corso Salani. Le due immagini
finali sono un campo e un
4
controcampo:molto belli.
Somewhere
[LEONE D’ORO]
Avete in mente Maria Antonietta? Il
nuovo film di Sofia Coppola è l’esatto
contrario. Là c’era troppo di tutto, qui
c’è il niente e il vuoto della vita di un
uomo, un attore di successo, che
all’inizio gira in circolo, in Ferrari, in
mezzo al deserto, poi va in albergo,
dove vive. Bello il rapporto tra questo
padre e la figlia adolescente: se la
porta dietro anche in Italia, alla
cerimonia dei Telegatti. E quei dieci
minuti sono quanto di più perfetto
abbiamo visto al cinema sulla nostra
cafonaggine, sul nostro cattivo gusto.
Regia muta, senza commenti, senza
emozioni, senza drammi: tanto
il vuoto è quello che è.
4
Il doc su Bob Dylan, No Direction
Home, è bellissimo; quasi altrettanto
è questo suo lavoro su Elia Kazan,
fatto con il bravo Kent Jones.
Scorsese parla di sé ragazzino che
andava a vedere i film di Kazan al
cinema e non solo li vedeva, ma ci
entrava dentro “e lì mi sentivo in
salvo e in pace”. Immagini di Kazan
che ricorda e ritorna ai suoi esordi. E
Scorsese parla dell’epoca della
guerra fredda e del “tradimento” del
regista davanti alla Commissione per
le attività antiamericane. Tutto con
passione e riconoscenza: non ci
fosse stato Kazan – dice Scorsese –
non avremmo avuto Scorsese,
o lo avremmo avuto diverso.
3
3
Meek’s
Cutoff
Un western più che anomalo:
sperimentale. Chi si ricorda i
due western di Monte Hellman,
Le colline blu e La sparatoria, sa
che effetto ci fecero e come ci
parvero allora, alla metà degli
anni Sessanta, eccezionali e
fuori dalla norma. Bene: Meek’s
Cutoff di Kelly Reichardt fa
sembrare quei due film dei
racconti normali, quasi veloci.
Qui si viaggia dietro un piccolo
nucleo di coloni con tre carri
coperti che si sono persi nel
deserto dell’Oregon e non
hanno più contatti con la
carovana. Forse è la loro guida
ad averli portati apposta fuori
strada, non si sa. Non trovano
l’acqua: trovano però un indiano
di cui prima non si fidano, anche
perché non si capiscono, poi
invece lo seguono. Ma verso
dove? Finale aperto sul nulla: su
una ennesima collina che sta lì
davanti. Tempi dilatati al
massimo, lunghe riprese a
camera fissa, paesaggio più o
meno uguale e vuoto. Ho sentito
qualcuno dire che questo
dev’essere stato il vero Ovest
americano. Probabilmente è
così. Premio della giuria Signis.
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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Venezia 67
13Assassins
Sorpresa! Takashi Miike era finora
considerato autore di film ultraviolenti e
ipersanguinari. Invece stavolta sembra
(quasi) un classico (Kurosawa). Quasi
perché la lunga parte finale è una
battaglia parecchio spietata e il sangue
scorre a fiumi. Ma prima di arrivare lì, la
storia è quella di tanti film sul Giappone
degli scontri feudali: lo shogun è
violentatore e sadico; un gruppo di
samurai si ribella; si aggiunge al gruppo
un fool proletario, innamorato e
imbattibile, che usa la fionda e non la
spada. E alla fine vinciamo noi.
3
4 News from
Nowhere [ORIZZONTI]
Arriva un peschereccio con un carico di
clandestini. Li accoglie una donna che li
piazza a fare lavoretti precari, senza
nessuna difesa. Uno dei clandestini è
un ragazzone monumentale, riflessivo e
calmo, che non ci sta, cattura
l’attenzione della padrona, comincia a
girare per i dintorni, conosce gente.
Salta fuori alla fine che i ricchi locali
hanno messo su un commercio
schiavistico di corpi e di vite con i paesi
del Medio Oriente. Film leggero e dolce,
nonostante il sottofondo così duro. Una
sorpresa inaspettata. Musiche colte:
Benedetto Marcello, Tartini e Fauré.
Bravo Paul Morrissey, grazie di essere
tornato così diverso e molto migliore di
com’eri una volta.
28
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Venus Noire
2
Kechiche cambia
completamente direzione (e si
monta un po’ la testa). Non si affida più
a una regia che segue la scena nel suo
farsi con forte attenzione ai dialoghi e
alla presenza attiva e naturale dei
personaggi, ma si dà a una
rappresentazione tradizionale, tutta
studiata, nessuna ma proprio nessuna
invenzione visiva. Sui titoli di coda
passano le immagini del ritorno in
Sudafrica dei resti della vera Saartjie,
la Venus noire, ed è, a mio personale
parere, il solo momento di sentita
commozione.
4
Kechiche “sfrutta” la vera, triste
storia della “venere ottentotta”
per ritrovare le derive voyeuriste e
ipocrite dello sguardo collettivo, animale
e malato. Il protagonista non è più
Saartjie (Yahima Torrès), ma lo
spettatore: gettato nello squallore di un
teatrino londinese, poi mischiato con
l’élite parigina e infine assurto a
rispettabile medico per decretare il
“responso” definitivo, scientificamente
misurabile, di quanto visto fino a quel
momento. Esasperato e viscerale, senza
scene di raccordo: “mostruosamente”
V.S.
bello.
4 Silent Souls
The Nine Muses
[ORIZZONTI]
Si imparano molte cose da questo bel film russo: 1) chi erano e
continuano a essere i Merja, popolazione ugro-finnica che viveva nelle
regioni a Nord di Mosca e che è stata poi assimilata agli slavi; 2) cosa
sono gli zigoli, uccellini che sembrano passerotti, con una colorazione
giallastra; 3) si impara infine che “i corpi delle donne portano via la
pena”. C’è un cadavere da seppellire al centro del film. Eppure il film
non è funereo. Una giovane donna merja muore e il marito, dirigente di
una fabbrica, chiede a un amico, scrittore autodidatta che lavora nella
stessa fabbrica, di aiutarlo a seppellirla secondo il rito del loro popolo.
Prendono il cadavere, lo lavano, lo adornano, lo mettono in macchina e
partono per la lontana riva sabbiosa di un grande fiume, dove
costruiscono una pira, bruciano il corpo e disperdono le ceneri nel fiume
perché “l’acqua è il sogno di ogni merja”. Nessuno interviene per
bloccare tutto questo, neppure un poliziotto che vede il cadavere nella
macchina. Film tranquillamente meditativo e dolce.
Se un regista è bravo allora lo si
nota anche quando è in un’altra
sezione. Il filo che tiene unite
immagini, musiche e parole del
film di John Akomfrah è quello
dell’immigrazione nera in Gran
Bretagna, di un essere rifiutati, di
un sentirsi estranei in un altro
paese. Ci si lascia andare alla
visione, le navi ti portano in
viaggio, le parole ti dicono quanto
gli uomini hanno attraversato
faticosamente il mondo.
4
Road to Nowhere
4 Attenberg
Un posto in Grecia, casettine orribili davanti al mare. Prima sequenza:
due ragazze, la bionda Marina e la scura Bella; l’inesperta Marina va a
lezione dalla navigata Bella su come si bacia. Di tanto in tanto, le
ragazze riappaiono insieme mentre percorrono un vialetto a passo
danzante con movimenti sempre diversi e comici. Poi c’è anche il
ragazzo con cui Marina impara a fare l’amore, poi c’è suo padre malato
che sta morendo. A una certa età bisogna decidersi a imparare ad
amare e a morire. Françoise Hardy canta Tous les garçons et les filles
de mon âge. I Suicide suonano e cantano Surrender. In tv ci sono i
gorilla e David Attenborough (il titolo Attenberg è una corruzione del suo
nome). Film intelligente, sincero, commovente, allegro e triste.
Monte Hellman fa film a scadenze
geologiche. Ritorna a noi con un film sul far
cinema, con un film che è già su dvd
all’inizio, che deve essere ancora girato, con
un complicato (e ostico) rapporto tra vita
vera e racconto di finzione, con un dentrofuori tra set, fatti reali, immaginazioni. Tre
citazioni-indovinello con spezzoni di film:
una è facile, il famoso Il settimo sigillo di
Bergman; un’altra è già più difficile: Lady
Eva di Preston Sturges, magnifico
capolavoro; la terza è difficilissima, solo per
conoscitori raffinati, Lo spirito dell’alveare
di Victor Erice, film bellissimo e
dimenticato.
3
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
29
Venezia 67
3
Essential Killing
Tornato in attività con Quattro notti con
Anna dopo troppi anni di silenzio,
Skolimowski si cimenta con un
sottogenere particolare: l’uomo in fuga.
Siamo in Afghanistan. Un talebano uccide
tre soldati americani in un canyon nel
deserto. Viene braccato da soldati ed
elicotteri e scappa: per il deserto, poi per
boschi, poi per montagne innevate, finisce
fortunosamente in una zona dove i
taglialegna sono russi, incontra una donna
muta che lo aiuta, scappa ancora e… Film
che gira su se stesso, che non esce da un
percorso obbligato, che regala troppe
carte fortunate al protagonista, che passa
in uno stacco dal deserto al bosco.
Insomma: da prendere con beneficio di
inventario. E che non capisce dove voglia
andare a parare. Coppa Volpi a Vincent
Gallo e premio Speciale Giuria.
4 The Ditch
4
La pecora nera
Infanzia, giovinezza ed età adulta di
un ragazzo, che viene confinato in un
manicomio, ci cresce e ci vive, quasi
serenamente, tanto è buono di
natura, tanto sa mettere in scena
altre storie, tanto sa vedere in quel
luogo “un condominio di santi”.
L’esordiente (al cinema) Celestini
resta se stesso nel film, si porta
dietro i suoi monologhi, il suo essere
più altrove che qui. Il film è come un
gioco dell’oca costruito, appunto, da
un matto tranquillo: certe caselle
tornano e tornano e tornano, le
pasticche di cacca di capra, l’amore
per Marinella, il pianeta dei deficienti,
la spesa al supermercato… Finale
commovente. “I matti a che
servono?”. Risposta di un vecchio
matto, rivolta a noi che stiamo fuori:
“Lasciate a noi le vostre tristezze, a
noi che non possiamo andare sui prati
e non vediamo mai il sole”.
30
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Un film indispensabile, The Ditch di
Wang Bing, documentarista cinese che
per la prima opera di “finzione” torna
alla fine degli anni ’50, al dramma del
campo di “rieducazione” di Jiabiangou,
dove venivano deportati i “nemici del
popolo”, accusati di opposizione al
regime. Durissimo e straziante, basato
sul romanzo di Yang Xianhui e sulle
testimonianze di chi visse in prima
persona quell’orrore, il film ci
“costringe” ad una discesa nella “fossa”
della dignità umana, dove un brodo di
topo diventa la penultima possibilità di
sostentamento, perché l’ultima è il
vomito di un compagno di sventura.
Almeno fino a quando l’altro è ancora in
vita, perché poi anche la sua carne
diventa oggetto di attenzioni: ed è nella
più spaventosa delle aberrazioni,
nell’uomo-mangia-uomo, che la
disperazione arriva definitivamente in
“superficie”. A “sorpresa” in Concorso,
dimenticato dai premi ufficiali, non dalla
nostra rivista, che gli assegna il
“Navicella 2010”.
V.S.
The Barney’s
Version
“La vera storia della mia vita
sprecata” - citiamo a memoria “dal
libro” di Barney - è diventata
l’occasione per un film riuscito.
Grande Paul Giamatti, autentica
maschera dell’alter ego di Richler.
Difficile immaginarlo con un corpo
diverso. Notevole anche il lavoro di
Michael Konywes, bravo a sfrondare
un romanzo lungo e ingarbugliato.
Se anche Lewis fosse stato un buon
regista, avremmo avuto la “versione”
perfetta.
G.A.
3
Miral
4 Post Mortem
C’è l’uomo senza qualità dietro il collasso
della democrazia cilena. La tesi, non
nuova, in un film molto originale: Post
Mortem di Pablo Larraìn. Un pamphlet
politico camuffato da saggio
esistenzialista, e viceversa. La sua grande
intuizione è la scelta dell’obitorio come
location. Luogo fortemente simbolico in
cui il corpo dissezionato dei cadaveri è
l’anatomia di un paese alla vigilia del
golpe militare. Larraìn utilizza la
cinepresa come un bisturi, scava nella
pancia di una nazione divenuta opaca,
anonima,indecifrabile (la continua
variazione dei piani è il corollario formale
di un’indecisione del punto di vista).
L’ottuso enigma della materia – finestre,
porte, suppellettili – sfonda in primo
piano. Inerte tra le cose, l’uomo. Morto
vivente in un mucchio di cadaveri.
Dall’abisso del soggetto al vuoto di stato: il
cerchio si chiude chirurgicamente quando
i medici finiscono di ricucire il cadavere di
Allende. E la verità sparisce dentro il
fantoccio ricomposto di un Paese
ammazzato.
G.A.
3 Sorelle mai [FUORI CONCORSO]
Ma perché Schnabel è sempre ai
festival e sempre in concorso? Film
nobilissimo e civilissimo nel suo
assunto, ci mancherebbe: sui
palestinesi che lottano dalla
nascita di Israele fino a oggi, che
aprono asili per gli orfani, militano
nella resistenza, non perdono la
speranza. Bene. Ma il film è fiacco
e flaccido, noioso, lento,
emotivamente nullo. Ogni due
minuti ti chiedi perché devi
stare lì a vederlo.
2
Bellocchio tiene una specie
di diario famigliare filmato e
aggiornato anno dopo anno.
Stavolta si sono infilati anche
dei “corpi estranei”, come
Alba Rohrwacher e la
scomparsa, sott’acqua, di
Gianni Schicchi. Ormai, tutto
quello che tocca diventa
sempre qualcosa di giusto e
ammirevole.
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
31
Venezia 67
Cinema senza frontiere
“Il semplice atto di filmare è speranza”, dice Haroun. Premio Bresson del dialogo
di Gianluca Arnone foto Marco Bassan
QUELLA DEL BRESSON – 11ma
edizione quest’anno - è una storia di
condivisione e dialogo. Non fosse altro
perché una Fondazione d’ispirazione
cattolica (l’Ente dello Spettacolo)
premia, di anno in anno, autori agli
antipodi. Come l’africano MahamatSaleh Haroun, musulmano
d’estrazione e umanista per vocazione:
la sua bandiera è un cinema senza
frontiere, impegnato a sciogliere i nodi
della tradizione (sociale, politica,
religiosa) per liberare l’umano
dall’uomo. “Basterebbe citare un film
come Daratt - ha dichiarato il Patriarca
di Venezia Angelo Scola alla cerimonia
di consegna del premio - in cui la
stessa logica del perdono cristiana
viene articolata all’interno di un
sistema culturale diverso dal nostro,
quello islamico, per rendere conto di
Il nuovo Premio
Bresson un’opera dal
titolo Hope - è
stato disegnato
dall’artista
Andrea Cagnetti
in arte Akelo
32
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
valori che, nell’unirci, sono più forti
delle cose che ci dividono”. Dai suoi
film affiora, più della disperazione,
l’insofferenza contro ogni forma di
sopruso organizzato, nel desiderio di
toccare il “cuore” di ogni vicenda
terrena, dove sgorga una purezza che
apre le gabbie del mondo: “Perché
anche quando c’è un solo uomo che
marcia - sottolinea Haroun - c’è una
possibilità”. E se mettersi in viaggio
vale più di una meta, allora “il semplice
atto di filmare è speranza”. In un
cinema che aspira ad essere, ricorda
Viganò, “lingua franca della realtà”,
non può che essere questa la sua
ultima parola.
%
A sinistra Haroun. Sotto il card. Angelo
Scola con la Ragonese; più a destra il
Patriarca con Paolo Baratta, Marco Müller
e Dario E. Viganò
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Venezia 67
Sole assassino
Dal Levante con candore: Miike Takashi fa 13
di Federico Pontiggia
Una scena di
13 Assassins. In
basso, Takashi
Miike
NUOVO E NON PIÙ NUOVO, comunque
assassino. Quello in Concorso è il
Miike Takashi che non ti aspetti: 13
Assassins raffredda le trasgressioni
stilistiche, apre il recinto al pubblico
indifferenziato, ma non viene meno
alla sua cifra aMiikevole, incrociando
all’originale omonimo di Eichi Kudo I
Sette Samurai di Kurosawa. In altre
parole, grande cinema, che dimagrisce
la follia pop ed esalta l’autorialità
classica, ma che non poteva essere
premiato, perché “io e Quentin siamo
amici, sarebbe troppo scoperto”.
Parola di gentiluomo, ancor più alla
luce del palmares tarantiniano, ma le
analogie tra i due registi pulp non
finiscono qui, e ci chiamano
direttamente in causa: “Condivido la
sua predilezione per i vostri B-movies
degli anni ’70: da bambino, al cinema e
in tv non passavano che quelli, e ne ho
visti quasi uno al giorno per anni”,
confessa Miike. Che si avvicina pure al
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Lasseter del 2D tradizionale La
principessa e il ranocchio: “Ho avuto
grande rispetto per l’originale, e non
mi interessava fare qualcosa di nuovo
a priori: ho seguito lo stesso processo,
ma ne è uscito qualcosa che sembra
vecchio ma è nuovo. Non per la
tecnica: non ho voluto appoggiarmi al
CGI per la novità, bensì offrire con 13
Assassins qualcosa che non si vedeva
da tempo”.
La storia è in cappa e spada, con i
samurai per trama e le cospirazioni
per ordito, ma non mancano sferzate
sull’arretratezza feudale, lo stolido
senso del dovere e la mitologia fessa,
grazie a un montanaro che tira pietre e
non nasconde la mano: “Oggi in
Giappone non c’è più lo studio-system
e di conseguenza il controllo, per
questo l’ironia ha libero sfogo”,
osserva Miike, ma non son tutte rose.
“Ci chiedono solo intrattenimento,
leggere le battute agli attori, piazzare
la camera ai registi, ma io credo che il
pubblico si meriti qualcosa di più,
ovvero la libertà di interpretare.
Questo è il messaggio per i giovani:
libertà”. D’altronde, se una “sporca
dozzina” può fronteggiare un esercito,
tutto è possibile.
%
intervista
36
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
DNA
DE LAURENTIIS
Laurea e Master a Los Angeles, anni di gavetta
sui set della Filmauro, Luigi è al settimo
cinepanettone: Natale in Sudafrica. Ma il suo sogno
è “un film prodotto interamente in America”
di Marina Sanna
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
37
L
LA PRIMA COSA che colpisce di Luigi De
Laurentiis è la gentilezza. Che unita a
determinazione (e una bella dose di
pazienza, specie sui set) ne fanno un caso
da seguire con attenzione, almeno nel
panorama italiano. Classe ’79, prima di
essere scaraventato nel mondo dei
produttori, poco più che ventenne, ha
fatto ogni tipo di lavoro nell’azienda di
famiglia, la Filmauro. Nel mentre ha
studiato all’estero. Il padre Aurelio lo ha
mandato in America, dove si è laureato,
nel maggio 2003, in cinema indirizzo
produzione, a cui ha sommato un Master
in finanza cinematografica. “Ogni giorno racconta - incontravamo i boss delle
major. I corsi sono esclusivamente serali
per permettere ai vari direttori marketing
o generali di Warner, Paramount o Fox di
spiegare agli studenti i meccanismi,
piuttosto complessi, di questo settore”.
Un sistema molto diverso da quello
italiano?
Quello americano si basa sugli studios,
che sono a loro volta in mano alle
corporation. Oggi non c’è più nessuno che
possa permettersi grandi investimenti a
fronte di un rischio di ritorno basso e di
un mercato diventato imprevedibile. Il
grosso del fatturato proviene da tempo
dalle libraries, dall’homevideo virtuale e
classico e dai diritti televisivi, che sono
una percentuale importante del loro
“cash flow” annuale insieme con i
continui remake, abilmente proposti, di
successi del passato.
Inoltre la pirateria informatica ha
cambiato le cose.
Non è un caso che l’anno scorso gli
studios abbiano firmato un accordo con
iTunes e con altre due o tre realtà per
fare in modo che i negozi di homevideo
diventino virtuali e che soprattutto il
“legal download” entri a far parte dell’uso
comune e sia percepito per la sua qualità.
E’ quello che succederà in Italia nei
prossimi anni. E i contenuti saranno
utilizzati molto più di oggi, perché
potremo averli a disposizione ovunque.
Dopo la Laurea sei tornato in Italia…
All’inizio ero convinto che rimanere fosse
la scelta migliore. Nonostante Los
Angeles sia una città difficile, avevo
intenzione di sviluppare alcuni progetti
per il mercato americano. Invece mio
padre mi ha richiamato in Italia, perché
aveva bisogno di una mano.
Una grande occasione o un
ridimensionamento delle tue ambizioni?
La realizzazione di un sogno. Sono
cresciuto con l’idea di portare avanti il
nome di mio nonno (Luigi, ndr) e di fare
squadra con mio padre. Ammiro
moltissimo mio zio Dino e ho sempre
sentito un forte senso di appartenenza
alla famiglia. La passione per questo
mestiere ce l’ho dentro fin dall’infanzia,
sui set, a vedere e rivedere i nostri film,
anche con il pubblico, perché sentirlo
ridere di gusto mi emozionava, mi
trasmetteva una sensazione incredibile.
Questo sentimento si è trasformato in
passione durante l’Università, grazie alla
possibilità di scoprire e approfondire
quasi tutti i mestieri. Ho girato, scritto e
autoprodotto diversi cortometraggi, ho
vissuto ogni singola fase che precede la
realizzazione del prodotto
cinematografico. Trovarmi ogni giorno a
contatto con migliaia di studenti
selezionati, per la maggior parte registi e
sceneggiatori, mi ha insegnato anche a
entrare in sintonia con gli artisti, a
comprendere il loro lavoro. Esperienza
che mi è servita quando sono tornato in
Italia, e mi sono trovato dall’altra parte
del tavolo.
Tuo padre ti ha richiamato per un film in
particolare?
Aveva bisogno che lo sostenessi, che
Se la squadra è perfetta sotto entrambi gli
ma quando sono andato in America è
letteralmente esplosa.
Che cosa è successo?
Credo fino a un certo punto fosse più per
affetto per gli affari di famiglia e orgoglio
per il successo di mio padre. Poi ho
incominciato ad andare sempre spesso
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
entrassi nella squadra di famiglia. Sono
tornato di corsa: la sua proposta mi ha
lusingato moltissimo. Il primo film che ho
seguito interamente è stato Christmas in
Love. Negli anni precedenti quando
tornavo, nei mesi di vacanza, andavo in
ufficio, lavoravo sui set come factotum,
intervista
Luigi con Christian De Sica
sul set di Natale a Miami.
Nella pagina accanto con
Michelle Hunziker durante le
riprese di Natale a Beverly
Hills e con il padre Aurelio il
giorno della Laurea
segretario di produzione. Ho guidato
camion, portato acqua e caffè agli attori,
credo di aver fatto di tutto.
E poi?
Mi sono ritrovato nell’azienda, cioè con
una portaerei in mano e imparare a
guidarla sono dolori. Quando mio padre
mi ha chiesto se me la sentivo di seguire
da solo Natale a New York, ho detto di sì,
anche per spirito di competizione. New
York è una città difficilissima per location
e riprese. Abbiamo girato 8 settimane sul
posto, ormai non lo fa quasi più nessuno.
E come è stata questa prima esperienza?
Una responsabilità enorme: la notte
contemporaneamente, tecnica che
usiamo per quello di Natale. Lavoriamo
15-16 ore al giorno, perciò conta anche
l’aspetto umano delle singole persone.
Qual è la parte più bella?
Nessuna è più interessante dell’altra, lo
sono in modo diverso. A me piacciono
molto sia il marketing che l’advertising:
dall’ideazione della campagna al lancio
dei film è tutto molto stimolante. Credo
risalga all’infanzia, a quando nostro padre
ci faceva scegliere i manifesti. Ma
anche il product placement può essere
divertente. Ogni operazione è fatta “in
casa” e quindi cambia la prospettiva. La
Ora siete in Sudafrica, è il settimo
cinepanettone che produci…
In realtà di film ne ho prodotti
praticamente il doppio, quattordici tra
cui Italians, Genitori e figli e Manuale
d’amore 3. In questi giorni siamo tra
Capetown e Johannesburg, nel pieno
delle riprese. La storia, come in
passato, è divisa in due episodi con Neri
Parenti che dirige un ottimo cast. Il film
di Natale, scherzando, lo chiamo la
“nutella”, per la sua connotazione
popolare, nel senso migliore del
termine. Penso che per piacere al
pubblico debba aver quel sapore, che
aspetti, professionale e non, il resto funziona a meraviglia
urlavo nel sonno. Quando si va in un
paese nuovo è come fare lo start up di
un’azienda. Si devono trovare: uffici,
accordi commerciali, sponsor. Bisogna
incontrare la gente, parlarci. Il personale
deve essere qualificato, soprattutto
quando giri un film e lo monti
stessa postproduzione, il missaggio, il
montaggio. Forse la cosa che amo di più
però è il lavoro di insieme: con
l’esperienza ho capito che se la squadra è
perfetta sotto entrambi gli aspetti,
professionale e non, il resto funziona a
meraviglia.
non è facile da ricreare ogni volta.
De Sica mattatore, ma ci sono facce
nuove…
Sì. Nel primo episodio Christian è in
vacanza in Africa con la moglie,
interpretata da Barbara Tabita, ma ci
sono anche Serena Autieri e Max Tortora.
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
39
intervista
Nel secondo invece ritroviamo Massimo
Ghini, stavolta in compagnia di Giorgio
Panariello e Belen Rodriguez. E tre
giovanissimi: Laura Esquivel, Alessandro
Cacelli e Brenno Placido.
L’interazione con tuo padre è stimolante?
E’ soprattutto divertente. Ha fiuto ed
esperienza, confrontarmi con lui è molto
utile.
Come avviene?
Porto sul tavolo le scelte migliori per ogni
reparto, che sono a loro volta il risultato
RINASCIMENTO FILMAURO
Mentre Amici miei... come tutto ebbe inizio“, il
prequel di Neri Parenti ambientato nel 1490, è in
postproduzione (l’uscita in sala è prevista all’inizio
del 2011), il film cult di Mario Monicelli del ’75,
Amici miei, sarà proiettato al festival di Lione (410 ottobre) alla presenza di Aurelio De Laurentiis
e del regista. La peculiarità del restauro,
effettuato da Filmauro presso gli stabilimenti di
Cinecittà, è che i negativi originali sono stati
digitalizzati in 4k, e sarà uno degli eventi della
seconda edizione della manifestazione ideata e
diretta da Thierry Fremaux, che quest’anno dedica più spazio ai capolavori
italiani del passato, tra cui Il Gattopardo di Luchino Visconti, nella
versione nuova di zecca della Film Foundation di Scorsese.
40
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
di una selezione accurata di centinaia di
possibilità, e poi scegliamo insieme.
Un sogno che si deve ancora avverare?
Realizzare un film americano, nel
prossimo futuro.
Prodotto interamente in America?
Sì. Sto studiando la situazione: con la crisi
sono apparsi i cosiddetti “billionaires”, a
volte raggruppati in hedge funds (fondi
speculativi, ndr), ereditieri e finanzieri
che investono nella nuova Hollywood.
Sono loro che adesso finanziano molti
blockbusters. Se è un buon trend per
l’economia dello spettacolo, è frustrante
per gli artisti perché i nuovi referenti
spesso non hanno un background
cinematografico. Quindi viene meno il
vero rapporto produttore-artista che
invece è vitale per la creatività del film.
Penso che sia un buon momento per
inserirsi in questo gap.
Tra i produttori di oggi chi trovi
interessante?
Nicola Giuliano. Si impegna e parla di
cinema con passione. E in Italia non sono
in tanti che amano davvero questo
mestiere.
%
Francesco Cuomo
Artist
Siena, Italy
persol.com
MOD. 649 COL.24/51
eventi
MUMMIE, ZOMBI, VAMPIRI E FANTASMI:
DIVERSAMENTE VIVI IN MOSTRA A
TORINO. E LE RAGIONI DI UN
SUCCESSO EVERGREEN
DI PEPPINO ORTOLEVA
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
43
eventi
LA MOSTRA Diversamente vivi. Zombi,
vampiri, mummie, fantasmi che ho
curato per il Museo Nazionale del
Cinema e il libro omonimo che ho
coordinato insieme con Giulia Carluccio
e che viene pubblicato dal Castoro,
nascono da due interrogativi di fondo. Il
primo: le storie di non morti che in
varia forma e in varia foggia (quelle di
vampiri e fantasmi antiche come il
cinema, quelle di mummie un po’
successive, quelle di zombi nate solo
negli anni Trenta ma destinate a
straordinaria fortuna soprattutto in
tempi recenti) hanno popolato gli
schermi, ma anche i romanzi e i
fumetti, le serie TV e i videogame,
vanno lette esclusivamente come parte
di un genere, l’horror, o costituiscono
qualcosa di più, una mitologia che ha
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
radici profonde? Il secondo: se è vero
che si tratta di storie ricorrenti, basate
su alcuni schemi narrativi duraturi o
addirittura su alcune narrazioni
archetipe, da Dracula al Giro di vite, si
può ciononostante parlare di
un’evoluzione storica che ne ha in
qualche misura modificato il senso? A
porre il secondo interrogativo ci hanno
indotto alcuni grandi successi
imprevisti. Recenti, come quello della
saga di Twilight e di altre serie anche
televisive centrate su una
rappresentazione diversa del vampiro,
giovane (e bello, cosa che certo non si
può dire del Nosferatu di Murnau o di
Herzog), e se non “buono” quanto
meno attraversato da dilemmi etici e
sensi di colpa. O di qualche anno fa,
come Ghost, dove il fantasma assume
le vesti di un inverso speculare della
persona rimasta in vita, e attraversa,
come quella e in qualche misura con
quella, tutte le tappe di un doloroso
abbandono, quasi di un freudiano
“lavoro del cordoglio”. Successi che
dimostrano la capacità del cinema (e,
nel caso dei “nuovi vampiri”, anche di
una corrente letteraria dovuta per
intero o quasi, non casualmente, ad
autrici donne) di toccare punti delicati e
Bela Lugosi al trucco
per Dracula (1931), al
centro con Edward
Van Sloan. A sinistra,
una scena di Dracula
il vampiro (1958). In
basso, Fantasma
d'amore (1981)
importanti della sensibilità in
particolare adolescente. Di segnalare,
per così dire, una faglia che altri
sensori non saprebbero rivelare con
paragonabile precisione.
D’altra parte, i film di morti viventi
devono certo la loro perdurante forza
di attrazione al piacere, solo
apparentemente perverso, di
spaventarsi, e all’alone di timore e
insieme fascino che soprattutto in età
adolescente accompagna i cimiteri e i
racconti macabri. Ma sono soprattutto
l’espressione tipica del nostro tempo
(tipica per il mezzo usato e anche per
l’uso della fiction come veicolo
privilegiato del mito) di inquietudini e
tradizioni radicate. Come ci ha
dimostrato la ricerca antropologica, il
tema del morto persecutore, tornato in
vita per non essere stato
adeguatamente congedato, e placato,
da chi gli è sopravvissuto, è uno dei più
diffusi in culture anche disparate.
Zombi, vampiri, fantasmi, e in modo
peculiare anche le mummie, sono
versioni diverse di questo tema,
temibili per la loro gelosia, e per quella
“non morte” che li rende impossibili da
sconfiggere definitivamente.
Provenienti in gran parte, non a caso,
da mondi differenti dal nostro, mondi
misteriosi e insieme caratterizzati da
una fede più ingenua ma in fondo più
solida (alla fine le paure degli abitanti
dei villaggi transilvani per quanto
possano farci sorridere si dimostrano
più fondate del nostro scetticismo...):
dall’Europa orientale, all’antico Egitto,
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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eventi
Arnold Vosloo ne
La mummia (1999).
A destra Marlon
Brando in
Improvvisamente
un uomo nella notte
(1971). In basso,
Jacques Tati in Solo
una notte (1946)
della nostra umanità; il moltiplicarsi
d’altra parte delle storie di zombi,
emblemi di una morte del tutto priva di
senso, corpi umani che hanno però la
stessa sensibilità e la stessa
distruttività di un virus; l’emergere a
partire da Ghost di storie che
sembrano assumersi il compito, in un
mondo dove anche il lutto è deritualizzato, di un’educazione al
cordoglio e alla morte: sono segni di
processi in corso che ci riguardano
tutti. Il cinema, come sempre, racconta
e documenta, segnala i problemi e si
propone in varia forma di sanare le
ferite. Attraverso il cinema, e gli altri
grandi linguaggi della cultura di massa,
è possibile anche ripensare il senso
delle mitologie di cui continuiamo a non
saper fare a meno.
%
alle isole caraibiche. Quelle che il
cinema, nel suo secolo e più di storia,
ci ha proposto e riproposto, sono
rappresentazioni del defunto proprie di
un’epoca nella quale le sicurezze
derivanti dalla tradizione religiosa e
dai grandi riti collettivi lasciano il posto
a una privatizzazione della morte e del
lutto. Rappresentazioni della morte
che esercitano un fascino particolare
sulle generazioni che sono rimaste
orfane di quei riti di iniziazione la cui
funzione di introduzione alla vita era
l’altra faccia di una preparazione al
morire. In tempi più vicini a noi, il
mutare della figura del vampiro,
trattato non più come un dannato che
sconta in terra il suo inferno ma come
espressione estrema, e proprio per
questo “autentica” delle contraddizioni
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rivista del cinematografo
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ottobre 2010
Roma, si parte
KEIRA KNIGHTLEY,
FACEBOOK SECONDO
DAVID FINCHER, MA
ANCHE LA MADONNA DI
GUIDO CHIESA PER LA 5A
EDIZIONE CAPITOLINA.
CHE PUNTA DI NUOVO
SUL PUBBLICO COME
GUEST STAR
SOCIAL
FESTIVAL?
DI ANGELA PRUDENZI
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rivista del cinematografo
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ottobre 2010
Guido Chiesa sul
set di Io sono con
te. Accanto una
foto della Mostra
di Mika Ninagawa.
Sopra The Social
Network
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fondazione ente dello spettacolo
49
Roma, si parte
CANNE DI BAMBÙ intrecciate e arricchite
da ottocento Cymbidium bianchi, rossi e
rosa: è l’installazione del maestro di
ikebana Shogo Kariyazaki chiamato a
rendere unico il red carpet della quinta
edizione del Festival Internazionale del
Film di Roma. Ad attraversarlo per prima
l’elegante e diafana Keira Knightley,
protagonista della commedia di apertura
Last Night di Massy Tadjedin in cui si
oppone alla prorompente grazia latina di
Eva Mendes. Bellezza algida ma
comunque affascinante quella di Nicole
Kidman, anche lei a Roma nella doppia
veste di interprete e produttrice del
dramma Rabbit Hole di John Cameron
Mitchell. Prevalenza di atmosfere cupe
anche in Una vita tranquilla di Claudio
con te di Guido Chiesa, che di Maria di
Nazareth restituisce un’immagine mai
vista in precedenza, forte femminile e
realistica. Le star e i registi attesi sul
tappeto rosso sono insomma di quelli che
sanno unire qualità e glamour, in perfetta
linea con la tendenza generale del festival
che ancora una volta mostra di voler
rafforzare il rapporto con il pubblico. Va in
cinema per ragazzi, apre con Winx Club
3D – Magica Avventura e punta a crescere
ancora contando come sempre sulle
migliaia di bambini e adolescenti che
frequentano le sue sale per vedere il
meglio di una produzione solitamente
ignorata dai festival, Giffoni a parte.
Stessa tensione per il “Focus”, sezione
che unisce cinema e arti visive, che
Tra gli Eventi Speciali, l'anteprima
dell'atteso The Social Network di David
Fincher, j'accuse contro Facebook
La giovane Rabeb
Srairi è Maria di
Nazareth nel film
Io sono con te
Cupellini con Toni Servillo e ne Il padre e
lo straniero di Ricky Tognazzi, dal
romanzo di De Cataldo e interpretato da
Alessandro Gassman e Ksenia
Rappoport. Toni leggeri caratterizzano
invece The Kids Are All Right di Lisa
Cholodenko, accompagnato nella
capitale dalla seducente Julianne Moore,
e Ritratto di mio padre di Maria Sole
Tognazzi. Tutto da scoprire infine Io sono
50
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
questo senso anche la presenza di alcuni
eventi speciali tra i quali l’anteprima
dell’atteso The Social Network di David
Fincher che tanto ha fatto discutere in
America per l’aperta opposizione al
progetto dei gestori di Facebook. L’idea di
festa continua dunque ad animare lo
spirito della selezione ufficiale operata da
Piera Detassis così come le sezioni
parallele. “Alice nella città”, dedicata al
onora il Giappone con una vetrina di sette
nuovi film, una retrospettiva dedicata allo
studio Ghibli, colosso mondiale
dell’animazione, un omaggio a Satoshi
Kon, la presentazione della versione
restaurata digitale di Rashômon di
Kurosawa. Ultimo tassello una mostra
delle opere di Mika Ninagawa, fotografa
apprezzata a livello mondiale che ama
ritrarre attori, modelli e cantanti rock. %
AI CONFINI
DELLA REALTA’
Documentari, incontri e opere innovative per
la sezione “L’Altro Cinema”
Una scena di
Rainmakers. Sopra
Le sentiment de la
chair, in basso My
Heart Beats
ECCENTRICITÀ e rigore potrebbero
essere le parole d’ordine della sezione
“L’Altro Cinema“, curata da Mario Sesti,
che si farà apprezzare per l’offerta
variegata che mischia con intelligenza
documentari e fiction, incontri a due tra
personalità della cultura e interviste a
grandi registi, cinema alto e cinema
popolare nella sua accezione più nobile.
Molti punti di vista offerti dai
documentari: uno sguardo trasversale
sui complessi problemi ambientali in
GasLand di Josh Fox e Rainmakers di
Floris-Jan van Luyn, un’indagine sociopolitica in Canal Street Madam di
Cameron Yates, uno studio minuzioso
sul male e le forme terrene che esso
può assumere in Facing Genocide:
Khieu Samphan and Pol Pot di David
Aronowitsch e Staffan Lindberg. In
contrappunto opere di finzione
ugualmente non convenzionali quali Le
sentiment de la chair di Roberto
Garzelli e My Heart Beats della coreana
Huh Eun-hee. Un gioco di incastri da
seguire con passione per avere un’idea
del cinema meno tradizionale prodotto
nel mondo.
A.P.
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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Roma, si parte
Da non perdere
THE PEOPLE VS. GEORGE LUCAS
Star Wars è la trilogia degli incassi
stratosferici e dei fan in continua
crescita. Dal 1977 infatti, è tutto un
pullulare di convention animate da
bizzarri adoratori, remake casalinghi,
blog e video amatoriali a migliaia su
YouTube. Il documentario The People vs.
George Lucas di Alexandre Philippe dà
conto del fenomeno mostrando
l’inimmaginabile: versioni con nonni
vestiti da Darth Vader e madri di famiglia
improvvisate principesse Leila, cartoni
animati, giochi computerizzati e persino
remake interpretati da animali. Ma
soprattutto lascia la parola anche ai
detrattori e ai delusi dell’ultima ora,
quelli che considerano La minaccia
fantasma, L’attacco dei cloni e La
vendetta dei Sith un oltraggio alla
memoria. Esilarante.
MOTHER OF ROCK
Lillian Roxon, giornalista dotata di un
dono speciale nello scoprire i talenti
musicali, è stata una figura unica,
amica della femminista Germaine
Greer come di Andy Warhol per non
parlare dei musicisti esplosi negli anni
‘60 e ‘70. Una vera “mother of rock”
come recita il titolo del documentario
di Paul Clarke, che insieme alla vita
della Roxon ricostruisce la scena
newyorchese del periodo servendosi di
interviste ad artisti come Alice Cooper
e Iggy Pop, fotografie d’epoca, filmati
straordinari tra i quali alcune riprese di
e con Warhol effettuate all’interno
della sua Factory. Un viaggio nella
memoria dove l’effetto nostalgia lascia
il posto a una dirompente vitalità.
MINUS BY MINUS
Minus by Minus ovvero l’adolescenza
come sottile linea di passaggio
raccontata con sensibilità ed
esemplare esattezza dall’esordiente
Masato Ishioka. Oggetto di indagine Lin
e Tomomi, amiche del cuore alle prese
con genitori in procinto di divorziare,
scoperta della sessualità, rapporti
difficili con i coetanei. Un’opera prima
carica di pudore che svela un sicuro
talento nel raccontare un universo dove
la sofferenza interiore è condizione
essenziale di crescita.
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rivista del cinematografo
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MADE FOR CINEMA WHERE CINEMA IS MADE
Comune di Roma
Provincia di Roma
Provincia di Frosinone
Provincia di Rieti
Provincia di Viterbo
ROMALAZIOFILMCOMMISSION
The GRAND TOUR
Europe loves Cinema
www.media-italia.eu [email protected]
La magnifica
Bette
ANTICONVENZIONALE PER I CANONI DELLA SEDUZIONE
HOLLYWOODIANA, LA DAVIS HA INCARNATO IL MAGGIOR
TEMPERAMENTO TRAGICO DELLO SCHERMO AMERICANO
di Orio Caldiron
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
NEL FIRMAMENTO HOLLYWOODIANO
nessun’altra attrice si sottrae alle
regole dello star-system come Bette
Davis. Il suo singolare magnetismo è
estraneo al richiamo sessuale se non
addirittura ai canoni convenzionali della
seduzione cinematografica. Non bella,
le palpebre pesanti, gli occhi sporgenti,
il mento aggressivo, è la ribelle,
cosciente di sé nella società dominata
dagli uomini. Nell’asfittica palude delle
major, con cui spesso polemizza, sfilano
decine di titoli mediocri prima di
imbattersi nello straordinario trittico
firmato William Wyler, che contribuisce
ad assegnarle un posto di primissimo
piano nella storia della recitazione
cinematografica.
Il ballo di gala di La figlia del vento
(1938), in cui la capricciosa donna del
sud scandalizza la società bene di New
Orleans con uno sfacciato abito rosso,
decidendo senza saperlo il suo futuro di
solitudine. La sequenza di Ombre
malesi (1940) dove la gelida moglie del
colonizzatore inglese uccide l’amante,
mentre la luce bianca della luna sembra
inseguirla. Il prefinale di Piccole volpi
(1941), ascesa e caduta di una rapace
dinastia borghese, quando il marito
agonizzante le chiede la medicina lei lo
lascia morire senza battere ciglio. Sono
tre momenti esemplari del
melodramma hollywoodiano che
squaderna davanti ai nostri occhi
l’universo delle emozioni più profonde.
ritratti
Pagina precedente,
Bette Davis con Henry
Fonda in La figlia del
vento. Sotto, con
Bogart in Tramonto
La grande attrice vi si conferma come il
maggior temperamento tragico dello
schermo americano dell’epoca. Negli
anni precedenti, come in quelli di poco
successivi, non mancano i film che
rivelano la grinta dell’interprete – da
Schiavo d’amore (1934) a La foresta
pietrificata (1935), da Tramonto (1939) a
Perdutamente tua (1942) – avviando la
galleria di personaggi femminili perfidi,
autoritari, sgradevoli, in cui l’intensa
forza di carattere contrassegna la
coraggiosa modernità della donna di
fronte al destino, con lo strepitoso
repertorio di occhiate oblique, labbra
serrate, gesti insolenti, scatti nervosi e
battute taglienti che le è proprio. Nei
mélo strappalacrime, le sue testarde
ereditiere, acide zitelle, subdole
governanti, nevrotiche cenerentole,
tutte con la inconfondibile piega amara
della bocca, animano i percorsi
conflittuali del woman’s film dove lo
sguardo femminile ruba la scena agli
uomini. Nel dopoguerra il personaggio
di Margo Channing di Eva contro Eva
(1950) è la sua performance più
clamorosa e struggente, mentre
incalzano i volti nuovi dell’Actor’s Studio.
Il capolavoro di Joseph L. Mankiewicz,
attraverso la metafora del teatro, mette
in scena la paura d’invecchiare, i
meccanismi del successo, i segreti dello
show-business e le paranoie della
società americana. Nel
1999, dieci anni dopo la
scomparsa dell’attrice,
Pedro Almodovar in Tutto
su mia madre ripropone
alcune magiche
sequenze del vecchio
film, perché “tre o
quattro donne che
parlano, si confessano e
mentono nel camerino di
un teatro, il sancta
sanctorum dell’universo
femminile” rimandano
per lui all’“origine della
vita, come pure
all’origine della finzione e
della narrazione”.
%
Nel dopoguerra, il personaggio di Margo
Channing di Eva contro Eva è la sua
performance più clamorosa e struggente
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
55
OTTIMO
BUONO
SUFFICIENTE
MEDIOCRE
SCARSO
Lo zio Boonmee che
le vite precedenti
Esistenza: inizio e fine. Da Palma d’Oro,
la dialisi immaginifica di Apichatpong
Weerasethakul
i film del mese
anteprima
LA VITA E LA MORTE: IL CINEMA. E’
primordiale l’equazione che è valsa al
thailandese Apichatpong
Weerasethakul la Palma d’Oro, perché
il suo Uncle Boonmee Who Can Recall
His Past Lives (Lo zio Boonmee che si
ricorda le vite precedenti) è la
manifestazione più semplice,
56
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
immediata e sincera di quanto,
sulla scorta di Bazin, sosteneva
Pasolini, osservando “come la
morte operi una rapida sintesi
della vita passata, e la luce
retroattiva che essa rimanda su tale
vita ne trasceglie i punti essenziali,
facendone degli atti mitici o morali fuori
Apichatpong Weerasethakul
Thanapat Saisaymar
Drammatico, Colore
Bim
113’
del tempo. […] E’ dunque assolutamente
necessario morire, perché, finché siamo
vivi, manchiamo di senso. […]
si ricorda
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
57
i film del mese
La morte compie un fulmineo
montaggio della nostra vita”. Non
sappiamo se Weerasethakul conosca
PPP, di certo lo farà in un’altra vita: da
Tropical Malady a questo Zio, il senso
del suo cinema sta tutto in questa
combinazione di arte-vita poco
decadente e molto cinematografica, con
la morte avvertita quale necessità non di
reificazione ma di apertura
ermeneutica, approdo memoriale, taglia
e cuci presente al futuro del passato che
non passa. A corroborare questa
trasmigrazione di senso e di sensi sono
le piccole cose del quotidiano, infettato
di altro (il politico, il macro, il pubblico)
e abbellito dall’amore a grado zero,
quello dell’immaginazione impossibile
che trasfigura il reale: chissà che
proprio la scena d’amore tra un pesce
gatto e una brutta principessa non abbia
fatto pendere la Palma verso la giungla
thailandese, complice il presidente di
giuria Tim “Big Fish” Burton. Nel
concorso piatto di Cannes 63,
Weereccetera ha avuto più di qualcosa
da dire, mostrare e affascinare: la sua
camera esplora miti animisti e
reincarnazioni variabili, circoscrive di
politica antimilitarista la Thailandia
nordorientale, fa della settima l’arte al
tornasole della realtà nascosta, oscura,
comunque sacrificabile, non troppo
vicina né troppo lontana. Affezionato o
meno, a morire è uno zio, non uno
sconosciuto né un genitore: parente
“relativo” e spia assoluta della giusta
distanza dall’oggetto che
Weerasethakul si sforza di mantenere,
raffreddando l’empatia, sfrangiandola
nei brandelli di una narrazione non
asservita. Più o meno, al netto di
digressioni, inserzioni, divagazioni, la
storia è quella di un uomo di mezza età
“La morte compie un fulmineo
montaggio della nostra vita”: il regista
thailandese sottoscrive Pasolini
58
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
dializzato e morente, che viene visitato
da due fantasmi: la moglie morta da
tempo, il figlio scomparso da parecchio
che ritorna quale scimmione dagli occhi
rossi. Non mancano battute cult, quali
“E’ mio figlio” - “Sì, ma è una scimmia”,
“Il Paradiso è sopravvalutato”, “Muoio
perché ho ucciso troppi comunisti”,
soprattutto non manca una fede
genuina e immaginifica nella fusione
panica di questo e altri mondi, a partire
da quello animale. Non bastasse, la
tavolozza ha colori per la passione e la
compassione, la gioia e la sofferenza, la
disabilità e la malattia, sciolti nell’ironia
bucolica, nei sorrisi rurali, nel cinema
che sa osare: costi quel che costi, ma
con assoluta gratuità. Perché il
procedimento che fa vivo il cinema
Weerasethakul è quello che non terrà in
vita il suo Zio: la dialisi, il trattamento
sostitutivo della funzione vitale quando
la vita è “sostituita” dal cinema. Dal
grande cinema.
FEDERICO PONTIGGIA
%
INQUADRA IL CODICE QR
CON IL TELEFONINO
PER VISUALIZZARE IL
CONTRIBUTO VIDEO SUL FILM
i film del mese
Wall Street:
il denaro non
dorme mai
Dal capitalismo reale a quello
finanziario: Stone sposta il fuoco ma non il
bersaglio del suo cinema
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Michael Douglas, Shia LaBeouf
Drammatico, Colore
20th Century Fox
133’
UN CELLULARE ENORME, classe 1987.
Eccola la firma, ironica, caustica e
guascona di Oliver Stone su un sequel
che risulta come lui, esagerato e geniale.
Quei primi minuti di Wall Street 2, “la
vendetta (di Gekko)”, sono il prologo di un
pamphlet contro il capitalismo
speculativo moderno, un’introduzione
divertente al nostro mondo attraverso gli
occhi e gli accessori anacronistici di uno
60
anteprima
Oliver Stone
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Una scena del film. In basso
Oliver Stone
che s’è fatto il carcere per la sua filosofia
“greed is good”, l’avidità è buona. Otto
anni - “e agli assassini ne danno al
massimo cinque”- per frode finanziaria.
E quel mantra che esprimeva con
clandestina soddisfazione nel salotto di
casa al delfino Charlie Sheen nel 1987qui Bud Fox ricompare in un cameo,
ingrassato e ricco, a demolire il lieto fine
del primo capitolo in un solo fotogramma
- ora è uno slogan che ripete
ossessivamente nelle aule universitarie,
presentando il suo libro. Gordon Gekko
ritorna con un Michael Douglas in gran
forma- e speriamo continui a esserlo,
nonostante il tumore alla gola- e Stone
con lui ci racconta ancora il sogno
americano che diventa incubo. Se allora
l’obiettivo era il capitalismo aggressivo,
che fagocitava imprese per speculare
sull’economia reale, frammentandola e
rendendola più redditizia (faceva parte di
un filone eterogeneo che partiva da Una
poltrona per due per arrivare a Pretty
Woman), qui il regista entra a gamba
tesa, anche grazie allo sceneggiatore,
l’ex broker Allan Loeb, sul sistema
attuale, tutto “bolle” - e infatti Gekko ci
offre la sua visione della storia
dell’uomo, tutto un susseguirsi di bolle
appunto- titoli derivati e soprattutto
tossici. “L’America ha abbassato il tasso
di credito all’1% dopo l’11 settembre per
farvi tornare a fare shopping”: Gekko è
politicamente scorretto ma dice le cose
come stanno, come 23 anni fa. E Stone,
attraverso di lui, prosegue nella strada
(ri)aperta con W.: se allora Platoon e
Wall Street ci dissero del lato oscuro
degli Usa tutto o quasi, dal Vietnam alla
Borsa, ora questi due film, solo
apparentemente minori, dall’Iraq alla
Casa Bianca colonizzata da Bush e soci,
fino alla crisi economico-bancaria ci
mostra il baratro in cui siamo caduti.
Quello del vero cattivo, Bretton James,
ancora, non a caso, Josh Brolin, che non
ha neanche il fascino del primo Gekko.
E’ un meschino, che non rischia mai: ha
dietro di sé gli imbrogli di uno stato
colluso con lo strapotere bancario.
Stone, però, qui ci mostra anche la
realtà: la riunione governo-banche è
ferocemente simile, nei numeri e nelle
facce, a quella che portò al piano di
salvataggio targato Obama. E così, per le
battute folgoranti e per un GekkoDouglas straordinario, si perdona a
Stone la debole storia d’amore MulliganLaBeouf, stucchevole e debole
contraltare, e il lieto fine. Che tanto,
magari, demolirà fra 20 anni.
BORIS SOLLAZZO
%
Michael Douglas
è in gran forma,
debole invece la
storia d’amore
Mulligan-LaBeouf
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
61
Adèle e
l’enigma del
Faraone
Step Up 3D
Tecnicamente superiore ai precedenti
della saga: per il resto basta far riposare il
pensiero
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
anteprima
Luc Besson
si toglie le bende da mummia
e ritrova il sole in regia. Cherchez la femme…
CI VOLEVA UN’ANNUNCIATRICE del meteo per riportare il
sole sul cinema di Luc Besson. Splendida, altera e
assertiva quanto basta, sensuale, libera e inaccessibile
quanto serve, Louise Bourgoin decide la sorte del film:
pollice alto, e per gli spettatori dell’ultimo Lucky Luc è
traguardo da fregarsi gli occhi. Dopo i tristissimi Minimei
in live-action e CGI che ha tratto dai suoi stessi romanzi
per l’infanzia, il regista e produttore francese non molla gli
adattamenti, ma fortunatamente guarda fuori casa: dopo
lungo corteggiamento, è sua la firma sulla prima
avventura cinematografica dell’avventuriera nata dalla
penna di Jacques Tardi, Adèle Blanc-Sec. Dietro
quest’icona del femminismo a fumetti, lo sfondo è
comunque congeniale al Besson ultimo scorso: il ritmo è
action, il cotè fantastorico, il pubblico potenziale di grandi
e piccini. Luc cerca di soddisfare tutti, senza fare troppe
concessioni: ha tra le mani un Indiana Jones in rosa, ma
non calca sulla copia conforme, ha uno pterodattilo da
parco giurassico, ma lo fa volare con ironia. E mischia le
carte, camuffa gli attori (chi è Mathieu Amalric?), sfiora la
necrofilia, fa viso dark a frenetico gioco: che sia lui il
Faraone demummificato?
FEDERICO PONTIGGIA
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Jon Chu
Rick Malambri, Adam G. Sevani
Musicale, Colore
Eagle Pictures
98’
IL TERZO CAPITOLO della saga inaugurata da Duane Adler e
Melissa Rosenberg conferma alla regia Jon Chu, ripropone
con minime varianti il tema della sfida tra crew e fa tornare
in scena Adam G. Sevani (Moose in Step Up 2) e Alyson
Stoner (Camille Gage nel prototipo). Purtroppo, a
riconfermarsi è anche il QI medio collettivo, che spesso
impedisce ai giovani e deficienti protagonisti di far qualcosa
di non scontato: a questo riguardo il plot è impietoso verso i
belloni di turno Mike e Nathalie (gli inespressivi Rick
Malambri e Sharni Vinson). Eppure c’è del buono: Chu, che
già aveva mostrato nel precedente una discreta tecnica,
nobilita quanto possibile quello che resta comunque un
lavoro su commissione, optando per un registro iperrealista
che sconfina nel wuxia acrobatico o nel musical: il “duello”
al bagno e il numero à la Gene Kelly in pianosequenza sono
da applausi. Chu prova a riempire il vuoto assoluto del
protagonista e della sua insulsa storyline mettendoci un po’
di se stesso (la passione per il cinema, il fatto di essere
membro di una crew), moltiplicando all’ennesima potenza i
duelli e servendosi del 3D per stordire l’uditorio: il risultato
è tecnicamente superiore ai precedenti capitoli, a patto di
prendersi un’ora e mezzo di riposo dal pensiero.
GIANLUIGI CECCARELLI
%
in sala
Luc Besson
Louise Bourgoin, Mathieu Amalric
Avventura, Colore
Medusa
105’
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
63
i film del mese
Quella sera
dorata
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
Omar Metwally,Anthony Hopkins
Drammatico, Colore
Teodora Film
Dal libro di Cameron, un inno “eburneo”
all’imprevedibilità di sentimenti e situazioni
117’
“LA VITA È QUEL CHE ACCADE mentre
sei impegnato in altre cose”, cantava
qualche decennio fa John Lennon. Nella
grande tenuta di Ocho Rios, in un
Uruguay in cui tutto sembra possibile (ma
la location reale è l’Argentina), il giovane
ricercatore universitario Omar Razaghi
(Omar Metwally) scoprirà l’inutilità dei
progetti di vita, lasciandosi andare al
flusso di quel che accade. Giunto dal
Colorado per convincere gli eredi del
defunto scrittore Jules Gund a
concedergli l’autorizzazione per la
biografia - da cui dipende la propria
carriera universitaria - Omar corroderà
suo malgrado i precari equilibri della
famiglia disfunzionale in cui è approdato,
composta dal fratello omosessuale di
Jules, Adam (Anthony Hopkins),
dall’algida vedova Caroline (Laura Linney)
e dalla giovane amante Arden (Charlotte
64
in uscita
James Ivory
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Gainsbourg), da cui il romanziere ha
avuto una figlia. Ivory dirige un cast di
attori in forma strepitosa, che si concede
senza remore in prove magistrali, e
compone con la consueta maestria le
dinamiche di una microsocietà in cui ogni
rapporto sottende segreti, compromessi
e una strana forma di affetto, una
accettazione/rassegnazione reciproca da
cui in apparenza tutti sembrano trarre
Charlotte Gainsbourg e Omar Metwally
in una scena del film
giovamento. Adattamento dell’omonimo
bestseller di Peter Cameron (The City of
Your Final Destination, questo il titolo
originale del film) a opera di Ruth Prawer
Jhabvala (ventennale sceneggiatrice di
Ivory), Quella sera dorata è un pacato
inno all’imprevedibilità di sentimenti e
situazioni, in cui afferrare l’attimo o meno
segna la felicità. Non a caso oggetto
dell’affannato contendere è la biografia di
un uomo morto suicida, autore di un
unico, veneratissimo romanzo e di un
segreto manoscritto incompiuto, causa
della sua débâcle ma anche della
rinascita della piccola collettività. Tuttavia
il gioco dei simbolismi innescato – quante
parole spese per la scarpa di Omar! pecca di eccessiva chiarezza; un dazio da
pagare, evidentemente, alla matrice
letteraria. Primo lungometraggio della
storica casa di produzione Merchant Ivory
dopo la morte (avvenuta nel 2005) del
compianto Ismail Merchant.
MANUELA PINETTI
%
ANTONIO AVATI e RAI CINEMA presentano
FABRIZIO
FRANCESCA
BENTIVOGLIO
NERI
CON
MANUELA
ERICA
MORABITO
BLANC
LINO
CAPOLICCHIO
E CON LA PARTECIPAZIONE DI
E CON
SERENA
GIANNI
GRANDI
CAVINA
un film scritto e diretto da
PUPI AVATI
DALL’8 OTTOBRE AL CINEMA
ANTONIO AVATI E RAI CINEMA PRESENTANO
FABRIZIO BENTIVOGLIO FRANCESCA NERI “UNA SCONFINATA GIOVINEZZA”
E CON LA PARTECIPAZIONE DI SERENA GRANDI E CON GIANNI CAVINA UN FILM SCRITTO E DIRETTO DA PUPI AVATI
FOTOGRAFIA PASQUALE RACHINI COSTUMI STEFANIA CONSAGA
MARIA FASSARI
CON LINO CAPOLICCHIO
MANUELA MORABITO ERICA BLANC
MUSICHE COMPOSTE E DIRETTE DA RIZ ORTOLANI SCENOGRAFIA GIULIANO PANNUTI MONTAGGIO AMEDEO SALFA
SUONO PIERO PARISI PRODOTTO DA ANTONIO AVATI PER LA DUEA FILM IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
unasconfinatagiovinezza.it
Benvenuti
al Sud
Fair
Game
Bene Watts e Penn
nella spy-story
di Doug Liman, ma dov’è il Sistema?
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
in sala
Luca Miniero meglio di Dany Boon:
Bisio & co. a crepapelle, nella penisola che
non c’è…
E’ possibile trasformare una commedia francese sugli
stereotipi Sud-Nord in una commedia italiana sugli
stereotipi Nord-Sud? Sì, e con successo. L’avventura in
solitaria di Paolo Miniero, per una volta senza Genovese,
è migliore dell’originale d’Oltralpe, il campione d’incassi
Giù al Nord di Dany Boon, qui in cammeo. Dalla sua, un
cast quasi formidabile, almeno per alchimia e risate, che
conferma l’istrionica duttilità di Claudio Bisio, l’assertività
ironica di Angela Finocchiaro, la sensualità calma di
Valentina Lodovini e il particolare – leggi regionale talento di Alessandro Siani, ai suoi massimi. Ancora
meglio i caratteristi di contorno, cui spetta un napoletano
più napoletano del vero nella bella cornice di
Castellabate, dove finisce confinato il direttore postino
Bisio, reo di millantata disabilità in quel di Usmate.
Riderete non poco, a patto di non dare al film il benvenuto
nella realtà: stereotipi, enfasi dialettali, luoghi più che
comuni sono così tirati, triti e perfino grotteschi da non
conservare nulla della “diversità di latitudine” da cui
muovono. In altre parole, Benvenuti non nelle intenzioni
sociologiche ma negli esiti di commedia surreale: Nord
versus Sud, nella penisola che non c’è.
FEDERICO PONTIGGIA
%
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
66
Luca Miniero
Claudio Bisio, Alessandro Siani
Drammatico, Colore
Medusa
102’
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Doug Liman
Naomi Watts, Sean Penn
Drammatico, Colore
Eagle Pictures
107’
FINE 2001, Valerie Plame (Watts) è moglie dell’ex
ambasciatore Joe Wilson (Penn), madre di due bambini e
agente Cia: viene messa a capo della task force sulle armi di
distruzione di massa. Inviato in Niger per indagare sul
traffico di uranio arricchito a Saddam, Joe scopre che non è
mai avvenuto, ma l’amministrazione Bush lo ignora. La
pistola già puntata sull’Iraq deve fumare: su “mandato” del
vicepresidente Cheney un giornalista rivela l’identità di
Valerie... Da una storia vera, passata attraverso due
biografie, è Fair Game di Doug Liman, congeniale alla spystory sin dal buono The Bourne Identity e già incline a farne
un passo doppio nel deludente Mr. & Mrs. Smith. Due titoli
che qui sintetizza: buoni gli interpreti - meglio la fredda
Watts del fumantino Penn - e il primo piano che il regista gli
tiene incollato addosso, interessante la storia, i problemi
sono del racconto. L’effetto flou su quanto circondi Valerie e
Joe è a tratti devastante, come se l’acquario torbido in cui
annaspano dovesse emergere solo per contrasto e in
scarsissima definizione: l’eredità del political thriller anni
‘70 si fa sentire e qualcosa può spiegare, ma non
giustificare. Dov’è la ferraglia del Sistema?
FEDERICO PONTIGGIA
%
anteprima
i film del mese
Uomini
di Dio
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
anteprima
Xavier Beauvois
L. Wilson, M. Lonsdale
Drammatico, Colore
Lucky Red
Beauvois filma la strage degli innocenti con
una messa in scena sobria e senza patetismi
120’
SUGLI UOMINI e sugli dei (rigorosamente
al plurale, nel titolo francese del film)
Xavier Beauvois s’interroga nel suo
toccante film. Come se i primi potessero
essere la misura dei secondi. Lo fa a
partire da un fatto realmente avvenuto
nell’Algeria degli anni ‘90, un paese allora
devastato da ondate di violenza
integralista, quando un gruppo di monaci
decise di rimanere al loro posto
nonostante il pericolo incombente. Lo fa
soprattutto grazie ad una messa in scena
sobria, fortemente realista, che evita ogni
patetismo e slancio mistico. I monaci di
Beauvois sono per l’appunto degli uomini,
messi a confronto con il sentimento più
umano di tutti, la paura. Quando la notte è
rotta dal rumore di una porta spaccata e
l’intrusione dei terroristi squarcia l’ordine
del monastero, i monaci appaiono come
poveri esseri abbandonati ai loro
sentimenti. C’è chi si nasconde, chi tenta
una fuga, chi bofonchia qualcosa… E’ una
sequenza che riconduce l’uomo alla sua
nudità: l’essere confrontato alla morte.
E’ qui che il film opera uno scarto etico
radicale: contravvenendo tutta
un’iconografia che brilla di individualità (il
cinema è pieno di eroi, martiri, killer)
Beauvois sceglie la strada della
condivisione. Di fronte alla paura, al
L’attore Lambert Wilson
terrore – pur non negando le distinzioni e
gli attriti che queste provocano – la
comunità si rinsalda e risponde ad una
sola voce. Come in un’assemblea i monaci
mettono ai voti la scelta di restare o di
partire e, una volta presa la decisione, non
ritornano indietro. In una sequenza
bellissima Uomini di Dio descrive i monaci
che, mano nella mano, danno forma e
peso ad una parola e sfidano con il loro
canto il rumore di un elicottero che
sorvolava il loro edificio. Da laico Beauvois
filma il percorso della fede, una fede che
si conquista con la volontà e la comunione
e che ha molto da raccontare anche a chi
credente non è. Il gruppo dei monaci
diventa infatti l’immagine di una piccola
società che deve rispondere velocemente
alla minaccia della violenza. E, se nella
storia reale la sopraffazione ha avuto la
meglio, il film ci consegna l’immagine di
questi cittadini del mondo in marcia tra la
neve e il freddo, ma sereni nell’animo.
CARLO CHATRIAN
%
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
67
Un film di LUC BESSON
DAL 15 OTTOBRE AL CINEMA
enigmadelfaraone.yahoo.it
The Town
Regia
Con
Genere
Distr.
Durata
in uscita
Ben Affleck
Ben Affleck, Rebecca Hall
Poliziesco, Colore
Warner Bros.
Convincente opera seconda di Affleck.
Che “spara” ancora su Boston, con amore
120’
BOSTON, GIORNI NOSTRI. Doug MacRay
(Affleck) è il leader di una gang di
rapinatori “mascherati”. Durante
l’ultimo colpo in una banca, il “fratello di
strada” Jem (Renner) prende in
ostaggio per qualche minuto la dirigente
Claire (Hall), poi abbandonata lungo la
strada. Per evitare ulteriori, brutali
ripercussioni sulla donna, terrorizzata e
subito messa sotto torchio dall’FBI (in
particolar modo dall’agente Frawley, il
Jon Hamm di Mad Men), Doug decide di
avvicinarla sotto mentite spoglie per
capire quanto, effettivamente, possa
rappresentare per loro una minaccia.
Sarà amore, anche corrisposto: ma
quanto potrà durare il segreto del
rapinatore gentiluomo e, soprattutto,
quale sarà il viatico obbligatorio per il
salvacondotto da un’esistenza che vuole
a tutti i costi abbandonare?
Dopo Gone Baby Gone, Ben Affleck
torna dietro la macchina da presa per
raccontare un altro spaccato
dell’adottiva Boston (già teatro per la
sceneggiatura premio Oscar di Will
Hunting), in particolar modo della
storica Charlestown (dove vennero
giustiziati Sacco e Vanzetti…): traendo
ispirazione dal romanzo di Chuck Hogan
(Il principe dei ladri) e facendo
Il regista e interprete Ben Affleck
affidamento su un casting superbo
(oltre ai già citati, spiccano anche se per
poche pose Chris Cooper e Pete
Postlethwaite, rispettivamente padre
incarcerato e basista senza scrupoli),
Affleck riesce ad imprimere verità e
spessore a contesto e personaggi, senza
dimenticare l’insegnamento dei tanti
modelli “alti” del genere USA per
eccellenza. Soprattutto per questo, e
per la non banale capacità di mantenere
alta la tensione nelle varie sequenze più
propriamente “action” (rapine,
inseguimenti, sparatorie, assedi), The
Town conferma il talento, anche
registico, del Ben Affleck attore e
sceneggiatore. Verso il quale ci
sentiamo di perdonare la scelta forse
non proprio coraggiosa di affidare alla
speranza l’epilogo “tradito” del libro:
ma rispetto all’asfalto di sangue della
città protagonista, quella palafitta al
tramonto stona troppo.
VALERIO SAMMARCO
%
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
69
atura: novità e bilanci
ter
let
e
a
tri
us
ind
a,
sic
mu
,
eo
vid
Home
DVD
Robin Hood: tuffo
nell’Inghilterra medievale
di Scott e Crowe
Borsa del Cinema
Robert De Niro comico
da Manuale: ma
funzionerà all’estero?
Libri
Cineasti, attori e
movimenti: da John
Woo alla Huppert
Colonne sonore
Sulle tracce di Edith Piaf
nello score di Inception.
Celestini filastrocche
Il futuro
è oggi
La trilogia con Michael
J. Fox in Blu-ray. Per
festeggiare i 25 anni
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
DVD
di Valerio Sammarco
In Blu-ray e in edizione
Director’s Cut la nuova
avventura firmata Scott
e Crowe. Con 16 minuti
inediti
Russell Hood
72
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
RIDLEY SCOTT e Russell
Crowe tornano nell’Inghilterra
medievale per la loro rilettura
alle origini del mito di Robin
Hood. Che cosa è successo
prima che Robin Longstride
(Crowe), fidato arciere di Re
Riccardo Cuor di Leone, diventasse il fuorilegge Robin Hood?
Come, e quando, incontrò Lady
Marion (Cate Blanchett), futuro
amore della sua vita? Qual era la
situazione dell’Inghilterra a
cavallo tra il XII e il XIII secolo,
all’indomani della morte dell’amato re e del conseguente passaggio della corona all’infido
Principe Giovanni? Kolossal che
ribadisce il sodalizio artistico tra
Scott e Crowe a 10 anni da Il
Gladiatore (che Universal ripropone in boxset insieme al nuovo
film), Robin Hood arriva in molteplici edizioni: disco singolo,
Cate Blanchett è
Lady Marion. In
basso Russell
Crowe e il
production designer
Arthur Max
Special Edition 2 dischi e Blu-ray
2 dischi. Negli extra, oltre alle 10
scene eliminate con introduzione e commento del montatore
Pietro Scalia, imperdibile
“Ribellarsi e ribellarsi ancora: la
realizzazione di Robin Hood di
Ridley Scott”, backstage del film
di oltre un’ora. Necessario per
scoprire il lavoro di pre-produzione, affidato anche al production designer Arthur Max (alla
settima collaborazione con
Ridley Scott e già pronto per il
prequel di Alien, sul quale mantiene il massimo riserbo) scenografo con un passato da light
designer a Woodstock e per
molti tour dei Pink Floyd):
“Abbiamo costruito l’esterno
della Torre di Londra – racconta
Max – una parte dell’intera
costruzione com’era nel XII
secolo, più una parte della città
attorno a essa. All’interno c’era
un’impalcatura che saliva per
una ventina di metri fino in cima
alla torre. C’era molto vento e
quando si saliva si muoveva un
po’: era normale lo facesse, ma
anche inquietante”.
DISTR. UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL
ENTERTAINMENT
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
73
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
DVD
Antologia Aliena
Straordinaria edizione da collezione per la saga sci-fi con
Sigourney Weaver
Quando la tv
era kolossal
Torna in homevideo
Olocausto: in 3 dischi
In attesa del prequel annunciato già da qualche settimana da Ridley Scott, tutti e quattro
i capitoli di Alien sono stati rimasterizzati e
raccolti nel cofanetto “Alien Anthology”, in
Blu-ray. La raccolta prevede 4 dischi contenenti ciascuno due versioni di ogni film
(cinematografica ed extended), più 2 dischi
con oltre 4 ore di materiale esclusivo inedito,
tra cui scene eliminate mai viste prima,
documentari ed approfondimenti mai andati
in onda in tv, i provini di Sigourney Weaver
mai trasmessi. Inoltre, in entrambe le versioni dell’antologia, è presente un libretto di 16
pagine con la lettera ai fan di Ridley Scott e
una spiegazione dettagliata del MU-TH-UR
Mode. Infatti, oltre ad una qualità audio e
video senza precedenti, l’uscita della raccolta segna l’introduzione dell’innovativa interfaccia MU-TH-UR (ispirata al computer di
bordo dell’astronave Nostromo).
DISTR. 20TH CENTURY FOX ENTERTAINMENT
Era il 1978. Meryl Streep
avrebbe girato proprio in
quell’anno Il cacciatore,
James Woods alternava
cinema (poco) e tv già da seisette anni. Si trovarono
insieme in Olocausto,
miniserie colossale diretta da
Marvin J. Chomsky (vincitrice
di 8 Emmy e 2 Golden Globe)
che ora torna in homevideo
grazie alla Dall’Angelo
Pictures: in 3 dischi l’epopea
della famiglia Weiss, ebrei di
Berlino, e il destino che li
lega alla famiglia Dorfs,
composta in larga misura da
gerarchi nazisti. Nel doloroso
periodo 1933-1945 di una
Germania caratterizzata da
atrocità e ingiustizie, la storia
di speranza in un’epoca di
grande disperazione. Nel cast
anche Michael Moriarty e Ian
Holm.
DISTR. DALL’ANGELO PICTURES
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rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
Laclassedeiclassici
a cura di Bruno Fornara
REGIA René Clair
CON Fredric March,
Veronica Lake
GENERE Commedia
(1944)
DISTR. 20th Century Fox
Home
Entertainment
Ho sposato una strega
La vecchia maledizione pronunciata a Salem, rinomato
posto di orrori, nel 1690!, da un
simpatico stregone e da sua
figlia, ammaliante strega, peserà
per sempre sulla famiglia del
giudice che li ha mandati al
rogo. Dopo 250 anni, grazie a
un fulmine, i due saltano fuori
dal loro albero-tomba e se la
prendono con il candidato
governatore, erede del giudice.
La rinata strega, però, si innamora di lui. René Clair a
Hollywood: il fantastico, la simpatia, l’umorismo, effetti speciali e affettuosi innamoramenti. Il
primo film di Clair in America,
L’ammaliatrice, con la Dietrich,
era andato male al botteghino.
Il regista accettò di girare un
film leggero, con Veronica Lake
protagonista, che per la
Paramount era ben più importante di lui. La storiella è stravagante ed evanescente. Ma l’affascinante Lake, con quei capelli
ondeggianti e biondissimi
ovviamente calati sull’occhio
destro, vale da sola la visione;
in più, ci si diverte a osservare
Fredrich March che sembra non
capire che il film è una commedia e sta sempre serio come un
vero discendente dei puritani.
“La maledizione è che la coppia
sarà per sempre infelice, dopo
il matrimonio”. Risposta: “Tutti
sono infelici dopo il matrimonio, non lo sapevi?”.
Fi lm in or bi ta
a cura di Federico Pontiggia
The Event
(Joj)
In contemporanea con gli Usa, una serie thriller, con
misteri, enigmi e cospirazione a iosa: un ragazzo,
una fidanzata scomparsa, la Cia e il presidente.
Con un occhio a Lost, non perdetela di vista!
Orson Welles
(Studio Universal)
A 25 anni dalla scomparsa, tributo a un genio
assoluto, con un poker da antologia: Quarto
potere, L’orgoglio degli Amberson, Moby Dick
(attore per John Huston) e L’infernale Quinlan.
Haven
(Sci-Fi)
Dal romanzo The Colorado Kid del re dell’horror
Stephen King, una serie sulle tracce dell’agente
FBI Audrey Parker, in Maine alle prese con una
cittadina maledetta. Da paura…
Cella 211
In Blu-ray il potente dramma di Monzón
E dopo Il profeta è la volta di Cella 211, altro potente prison-movie della passata stagione cinematografica europea, ora in Blu-ray. Pluripremiato in Spagna
con 8 Goya, il film di Daniel Monzón prende le
mosse dal romanzo di Francisco Pérez Gandul e si
concentra sulla giornata di straordinaria follia del
neo secondino Juan Olivier (Alberto Ammann),
rimasto suo malgrado “imprigionato” nel bel mezzo
di una rivolta e costretto, giocoforza, a fingersi un
detenuto per salvare la pelle. Muscolare e violento,
sorretto in maniera straordinaria dalle interpretazioni
dello stesso Ammann e Luis Tosar (è l’epocale
Malamadre, nella foto), Cella 211 coniuga alla perfezione intrattenimento di genere e sguardo sull’attualità sociopolitica: tutto al di qua delle sbarre, lasciando spazio anche a momenti di amara riflessione (da
che parte bisogna stare, in galera, per essere nel giusto?). Non ricchissimi i contenuti speciali, che includono però l’interessante Making of del film.
DISTR. CG HOMEVIDEO
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
DVD
Ai “ferri” corti...
Iron Man 2, Sul mare e le
migliori animazioni “brevi”
del mondo
Ritorno alla grande!
A 25 anni dal primo episodio, la trilogia con Michael J. Fox si tinge di Blu
DALLA FINE DI OTTOBRE in tutto il
mondo, due giorni dopo in Italia: per festeggiare il 25° compleanno di Ritorno al futuro
torna – completamente restaurata e in Blu-ray – la trilogia firmata Robert Zemeckis e interpretata da Michael J. Fox e
Christopher Lloyd. Ovviamente
ricchissima di contenuti speciali: dal nuovo documentario
diviso in sei parti con le intervi-
ste a tutti i protagonisti e realizzatori della
serie, passando per la genesi del progetto e
tutti i segreti dal dietro le quinte della produzione, fino alle nuovissime funzioni interattive U-Control, Setups & Payoffs, Storyboard
Comparison, Trivia Track e BD-Live™. Per i
veri fan, infine, segnaliamo anche la
Collector’s Edition con tanto di modellino
della mitica DeLorean. Bentornati al futuro!
DISTR. UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ENTERTAINMENT
Orie nte in fiera
Tokyo Game Show
Accordo tra sviluppatori giapponesi
e USA: Devil May Cry
Uno dei momenti più attesi da giornalisti e videogiocatori è sicuramente quello di alcune fiere
sparse in giro per il mondo nelle quali vengono
presentati i prodotti più importanti che usciranno
nei mesi successivi, una bella occasione per
rifarsi gli occhi e fantasticare su quali saranno i
titoli più belli e appassionanti. Il Tokyo Game
Show rappresenta una di queste ed è molto affascinante sia per il posto dove ha luogo, sia per i
colori, le luci e i cosplayer che invadono la manifestazione. Nell’edizione 2010 appena conclusa,
ci sono diversi titoli da tenere sottocchio, a parti-
76
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
re da quelli per le periferiche innovative
PlayStation Move e Kinect fino ad arrivare a produzioni più classiche come Gran Turismo 5 e
Devil May Cry, che sancisce un accordo storico
tra sviluppatori americani e giapponesi.
Per saperne di più visitate www.multiplayer.it
ANTONIO FUCITO
Tra le altre uscite di questo
periodo,
attenzione alle
molteplici
“varianti” Iron
Man 2: Paramount
propone il
secondo capitolo
della saga Marvel
interpretata da
Robert Downey Jr.
in Dvd disco
singolo, in limited edition Dvd
doppio disco e nella speciale
Blu-ray Combo 3 dischi (2 Bluray + 1 DVD). Innumerevoli gli
extra, oltre alle
scene inedite infatti
molti
approfondimenti
sulla realizzazione
del film e filmati sulle
origini, anche
illustrate, del
progetto.
Interessante poi
l’iniziativa CG
Homevideo, che
distribuisce “I
migliori corti
d’animazione”: sette
cortometraggi
pluripremiati in
Europa e nel mondo,
selezionati tra
centinaia di lavori apprezzati
nelle ultime dieci edizioni del
Future Film Festival di Bologna:
tra questi, gli italiani Heterogenic
e Marco and His Ball. Dall’Italia
arriva anche la proposta Warner
di Sul mare, nuovo lavoro (per la
prima volta in digitale) di
Alessandro
D’Alatri, mentre
dal Giappone
arriva in Blu-ray il
premio Oscar
2008 Departures
(CG Homevideo):
tra gli extra, il
making of del film.
ARMADA FILMS E WHY NOT PRODUCTIONS
PRESENTANO
GRAN PREMIO DELLA GIURIA
FESTIVAL DI CANNES 2010
LAMBERT WILSON MICHAEL LONSDALE
UOMINI
DI DIO
DES HOMMES ET DES DIEUX
UN FILM DI XAVIER
BEAUVOIS
DAL 22 OTTOBRE AL CINEMA
WWW.LUCKYRED.IT WWW.FACEBOOK.COM/LUCKY.RED.DISTRIBUZIONE
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
Borsa del cinema
di Franco Montini
Tu vuò pija’ l’america
no
Robert De Niro star internazionale in Manuale d’amore 3: funzionerà anche all’estero?
Fra gli interpreti di Manuale d’amore 3
che Giovanni Veronesi si appresta a girare, ci sarà anche Robert De Niro. Pare che
l’attore reciterà in italiano e il suo ruolo
sarà quello di un professore di storia dell’arte che, da Boston, arriva a Roma, la
città che ha sempre amato e studiato, e
che lo fa sentire nuovamente giovane.
Così incontra una donna da sogno e si
innamora. Insomma De Niro sarà protagonista di una brillante love story da terza
78
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
età. Aurelio De Laurentiis, produttore della
saga Manuale d’amore, ha motivato la
decisione di ingaggiare l’attore americano
per favorire il lancio del film sul mercato
internazionale. “De Niro - ha precisato De
Laurentiis - ci aiuterà a diffondere il nostro
cinema fuori dall’Italia”. Ma il produttore
napoletano non ha voluto specificare
quanto sia costato l’ingaggio di De Niro,
limitandosi a far capire che si è trattato di
staccare un assegno pesante, con una cifra
vicina a quella necessaria per l’acquisto di
un calciatore di prima fascia: uno di quei
giocatori capaci di trasformare una squadra di media classifica in una potenziale
pretendente allo scudetto. Ma per restare
nel paragone calcistico, con De Laurentiis
sempre appropriato, la presenza di De
Niro può moltiplicare gli esiti sul mercato
interno e trasformare un annunciato campione nazionale in un successo internazionale? Con tutto il rispetto per un pro-
Cast & Crew
di Marco Spagnoli
Costruire un’idea
I mondi di Dante: a tu per tu con Ferretti, Scenografo italiano
duttore dal fiuto celebrato,
qualche dubbio è lecito.
Non tanto sul piano artistico
perché il valore e il talento
di De Niro non sono certo
contestabili, anche se non
c’è dubbio che le grandi
performance dell’attore
appartengono tutte al genere drammatico. Come attore
brillante, nonostante qualche successo, De Niro è
assai meno convincente e in
tempi recenti la sua carriera
non ha brillato per performance di autentico spessore.
Non sono gli aspetti artistici
a suscitare perplessità, quanto quelli commerciali. Per
ciò che riguarda il mercato
italiano, la saga di Manuale
Un consiglio per chi vuole seguire la sua
professione?
Costruire la professionalità con serietà e cura.
E’ necessario essere tenaci e non “mollare”
mai. Bisogna sapere condividere il proprio
lavoro con il regista, ma anche riuscire a farsi
Presentato in anteprima al Festival di Venezia,
Dante Ferretti – Scenografo Italiano di
Gianfranco Giagni andrà in onda a partire dal
3 ottobre su Studio Universal, canale di
Mediaset Premium. Un documentario perfetto
per conoscere da vicino l’arte, il talento e il
lavoro del più grande scenografo italiano,
insignito quest’anno a Venezia insieme alla
moglie, la costumista Francesca Lo Schiavo,
anche del Premio Bianchi del Sindacato
Giornalisti Cinematografici. “Non vivo di
ricordi”, dice il premo Oscar, Dante Ferretti:
“Quando un film è finito per me è archiviato
per sempre. Io vivo nel futuro”.
Come ha iniziato a fare questo lavoro?
Lasciando la mia città natale, Macerata. Sono
partito, perché volevo fare questa professione
e sapevo di dovere venire a Roma
all’Accademia di Belle Arti, dove ho studiato
scenografia.
Quali qualità deve avere uno scenografo
per riuscire?
Preparazione e rigore. Riconoscere gli errori
quando si sbaglia è fondamentale.
valere rispetto alla visione del lavoro, che
segue tempi differenti. Alle volte va più a
rilento, altre più veloce. L’importante è avere
l’occhio per riuscire a fare in modo che gli
ambienti alle spalle degli attori raccontino la
storia in maniera convincente.
Nella commedia, dove i riferimenti al localismo
sono inevitabili, il divo straniero serve a poco
d’amore si rivolge essenzialmente al pubblico dei ragazzi e l’impressione è che per
questa fascia di spettatori Robert De Niro
non rappresenti un vero richiamo. Quanto
all’attenzione dei mercati stranieri, è tutto
da dimostrare il fatto che la presenza di
un divo americano aiuti il cinema italiano.
Esperienze recenti dimostrano, una volta
di più, che i prodotti italiani che funzionano meglio all’estero sono i film di qualità
che raccontano storie molto italiane. Di
recente, il nostro film più venduto all’estero è stato Gomorra, che nel cast non
aveva alcun nome di richiamo, ma è stato
così, senza voler tornare troppo indietro
nel tempo, anche con Nuovo Cinema
Paradiso e Mediterraneo , vincitori
dell’Oscar.
Non sempre l’ingaggio di una star USA
significa garantire al film una particolare
riuscita e un successo internazionale. Gli
esempi del passato forniscono esiti con-
traddittori se, ne Il gattopardo di Visconti,
Burt Lancaster si è calato perfettamente in
un personaggio, il principe Salina, lontano
per sensibilità, storia e cultura dal suo vissuto; se proprio lo stesso De Niro è stato
un convincente contadino della bassa in
Novecento di Bertolucci, non altrettanto
bene ha funzionato Dustin Hoffman con
Pietro Germi nel ruolo del bancario infelice di Alfredo, Alfredo. L’impressione è che
nella commedia, dove i riferimenti al localismo sono inevitabili, a volte il divo straniero serva poco. A Giovanni Veronesi,
felice ed onorato di dirigere De Niro, cosa
che darà prestigio al suo curriculum,
auguriamo comunque ogni fortuna.
box office (aggiornato al 20 settembre)
1 Mordimi ...................................................... € 1,902,442
2 Mangia, prega, ama ................................ € 1,259,185
3 Sharm El Sheikh ....................................... € 1,254,239
4 Resident Evil: Afterlife ............................. € 3,111,266
5 Shrek e vissero felici e contenti ............ €16,067,283
6 La solitudine dei numeri primi ............... € 2,283,585
7 Cani & gatti: la vendetta di Kitty ............ € 617,126
8 Fratelli in erba ............................................ € 329,104
9 Giustizia privata ....................................... € 4,416,805
10 The American .......................................... € 1,021,537
N.B. Le posizioni sono da riferirsi all’ultimo weekend preso in esame. Gli incassi sono complessivi
ottobre 2010
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
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Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
Libri
Rileggere John Woo,
Virzì e de Oliveira. Poi
mélo e commedia ad
Hollywood, patrie visioni
e futurismo
Registi da sfogliare
Tris d’a uto re
Ital ian s Do It Bet ter
Un filmaker di Livorno, un Leone d’Oro felicemente strabico
e il decano di tutti per un tris d’assi servito dietro la
macchina da presa. Con My name is Virzì (Le Mani, pagg.
336, € 16,00) Alessio Accardo e Gabriele Acerbo invitano a
leggere tra le immagini di “un funambolo sugli abissi della
precarietà, della solitudine”, come osserva la Morante,
mentre Marco Bertolino e Ettore Ridola inseguono mélo,
superomismo e disincanto nell’eroe dei due mondi - Cina e
Hollywood - John Woo (Le Mani, pagg. 160, € 14,00). Su
tutti, lui, Manoel de Oliveira, classe 1908 e una cinquantina
di film di classe in carnet: tra Cinema, parola, politica lo
indaga Francesco Saverio Nisio (Le Mani,
352, € 18,00), con un saggio
in fortunato bilico tra le
ragioni del cuore e quelle
della mente. Proprio come de
Oliveira.
Come siamo e come eravamo: cinema italiano. Il percorso è
eterodosso, le conclusioni tutt’altro che fuorvianti. Si parte
con la raccolta di Saggi sul cinema italiano 1930-1980 del
compianto Lino Micciché, raccolti da Tinazzi e Torri: Patrie
visioni (Marsilio, pagg. 320, € 25,00) passa in rassegna i
nostri schermi con gusto critico e solidarietà culturale.
Potremmo parlare di Senso come rischio, se non fosse il
titolo scelto per celebrare i 60 anni di Filmcritica (Le Mani,
pagg. 264, € 18,00) dai curatori A. Cappabianca, L. Esposito,
B. Roberti e D. Turco, con Edoardo Bruno che suona la carica
contro “il cattivo cinema”. Per rifiatare, il giallo
Morte al Cinevillaggio (Coniglio Editore,
pagg. 200, € 12,00) di Umberto
Lenzi, che ritrova il suo
detective Bruno Astolfi nel
surrogato repubblichino di
Cinecittà.
FEDERICO PONTIGGIA
80
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
FEDERICO PONTIGGIA
Discorso amoroso
Commedia e Melodramma condividono ben poco secondo il
senso comune: la prima è un’imitazione serena dell’umanità,
mentre il secondo ci propina il punto di vista di chi vive la
tensione del desiderio per un oggetto irraggiungibile. Roberto
Campari ne Il discorso amoroso. Melodramma e commedia
nella Hollywood degli anni d’oro (Bulzoni, pagg. 219, € 20,00)
compie un’originale analisi dei due generi all’interno della
cinematografia di maggiore diffusione internazionale: quella
americana, dai ruggenti anni ’30 fino alla crisi degli anni’60.
Un impegnativo ma piacevole viaggio. Dalle
“donne sublimi” (Garbo e Dietrich) all’eroina
trasgressiva (Bette Davis), dal tabù del sesso
alla felicità coniugale, il discorso amoroso è
declinato infinite volte attraverso questi due
generi che hanno condiviso molto in una
commistione che quasi rende superflua la
loro stessa classificazione.
Il mistero
dell’immagine
Cinema e religioni: riflessione sul legame tra
messa in scena e registro del sacro
di Chiara Napoleoni
GIULIO BASSI
Geometrie variabili
Il triangolo, l’assolo e il proteiforme: figure a geometria
variabile per l’editrice Le Mani, alla rabdomantica ricerca del
grande su grande schermo. Il triangolo ha i vertici altisonanti
di Rossellini, Magnani e Bergman: la loro Storia di cinema e
d’amore è La guerra dei vulcani (pagg. 320, € 16,00),
combattuta da Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice nel
nome della verità sul più grande scandalo cine-sentimentale
di tutti i tempi. Scandalo e verità che non sfuggono a Isabelle
Huppert (pagg. 224, € 16,00), di cui Deborah Toschi svela La
seduzione ambigua: come suggerisce Elfriede Jelinek, l’attrice
francese “non si limita a rappresentare,
ma “è””. E chissà come l’avrebbe
“utilizzata” Il cinema futurista
(pagg. 264, € 15,00), cultura
europea made in Italy di cui
Giovanni Lista offre sintesi e
cronologia dagli anni ’10 ai ’30.
Sergio Botta,
Emanuela
Prinzivalli
Cinema e
religioni
Carocci Editore
€ 20,00
Pagg. 222
Che rapporto intercorre tra il cinema e la religione?
La settima arte può accedere alla dimensione del
sacro, diventando espressione dei discorsi religiosi
contemporanei? Se il primo film religioso della storia
fu realizzato nel 1897, solo due anni dopo la prima
proiezione dei Lumière, superando i modelli primitivi
di rappresentazione cinematografica, la natura
mitica e trascendentale dell’immagine in pellicola è
stata oggetto di numerosi studi nel corso del tempo e
soggetto di innumerevoli opere firmate dai più
grandi autori della storia del cinema (Bresson,
Buñuel, Pasolini, solo per citarne alcuni). Con
l’obiettivo di delineare questo difficile rapporto,
Cinema e religioni, a cura di Sergio Botta ed
Emanuela Prinzivalli indaga il legame che intercorre
tra la messa in scena cinematografica e il registro
del sacro nelle sue innumerevoli declinazioni attuali.
Esponenti accademici del mondo del cinema si
confrontano con specialisti di storia delle religioni,
antropologi, studiosi di letteratura cristiana antica,
medievisti, moltiplicando i punti di vista e
arricchendo un filone di ricerca ancora parzialmente
indagato nel nostro paese. Il pluralismo
metodologico e la portata interdisciplinare di questo
volume, contribuiscono a dare spazio e voce ad uno
dei temi più discussi ed affascinanti dei nostri tempi,
presentandosi come una valida occasione di
riflessione sul potere evocativo e sulla valenza
simbolica del linguaggio cinematografico.
FEDERICO PONTIGGIA
Tristana di Luis
Buñuel
Vampirismi
Siamo pronti alla rinuncia dell’umano in cambio dell’eternità?
Cosa c’entra la saga di Stephenie Meyer con la medicina?
Secondo Tambone e Borghi, autori di La Medicina dei Nuovi
Vampiri. Il sogno dell’eterna giovinezza da Twilight a Eclipse
(Academia Universa Press, pagg. 142, € 19,00), la produzione
cinematografica è ambito privilegiato di interessanti
riflessioni che trovano applicazione proprio nella formazione
medica. Edward, protagonista di Twilight, a 17 anni è in fin di
vita e viene salvato dal dottor Cullen che lo
“vampirizza” rendendolo immortale.
Eterna giovinezza, prolongevità,
suggestioni popolari e ricerca scientifica
prendono spunto proprio dalla vicenda di
Edward. Il saggio fa parte della collana di
manuali FASTtrack, che pongono l’accento
sull’agire e su una consapevolezza etica del
sapere scientifico.
GIULIO BASSI
Telecomando
DVD • BORSA DEL CINEMA • LIBRI • COLONNE SONORE
di Gianluigi Ceccarelli
Colonne Sonore
Visti da vicino
Sognando
Edith Piaf
La cantante francese in sottotraccia per il
sontuoso score di Zimmer: Inception
Fedele al suo metodo (un
mix tra orchestrazione
classica e arrangiamenti
moderni), Hans Zimmer
dona alla splendida
soundtrack di Inception
l’anima di un angelo dal
nome di Edith Piaf. Le
note immortali di Non, Je
ne regrette rien, presenti
nel film, sono ampliate e
distorte da Zimmer sin
dall’inizio (Half-remembrered Dream ), facendo dei
fiati originali la materializzazione sonora di una terribile minaccia, che da
latente si fa incombente.
Una salita verso un climax
di terrore, scandita da un
arpeggio di chitarra elettrica (a cura di Johnny Marr
degli Smiths), e da una ritmica elettronica accennata
in sottofondo, quasi un
battito cardiaco sovrastato
dalla gravità degli archi.
Lo si raggiunge con
528491 e Mombasa ,
quest’ultimo memorabile
in virtù di un arrangiamento che sembra moltiplicare
il pericolo e occludere
ogni via di uscita. Il tempo
per rifiatare (One Simple
Idea, Dream within a
Dream ), poi le note di
Non, Je ne regrette rien
tornano in Waiting for a
Train: Ricomincia la fuga,
ma la minaccia ora sembra
essere ovunque, non più
individuabile: le sferzate
sonore degli archi giungono improvvise dal silenzio,
non più annunciate,
disciolte nel buio della
malinconia. Paradox riporta tutto alla calma, e l’epica Time chiude la OST in
chiave introspettiva, riportando a galla i tormenti
interiori del protagonista
bruscamente interrotti da
un enigmatico glissato in
levare.
Per tut ti i gus ti
a cura di Federico Pontiggia
The Town
Dopo Gone Baby
Gone, l’inglese
Harry GregsonWilliams torna a incrociare lo spartito con
Ben Affleck. Impugnando la bacchetta a
quattro mani con David Buckley, mette
classica e tecnologia al servizio di spari e
cuori: musica a mano armata.
82
rivista del cinematografo
fondazione ente dello spettacolo
ottobre 2010
La pecora nera
Cantastorie era,
cantastorie fa: è la
voce di Ascanio
Celestini ad accompagnarci nei pascoli
sonori della sua Pecora nera. Reiterato,
cantilenante, morbido e tagliente, il suo
racconto è una colonna di lucida follia:
prendere o lasciare.
Gorbaciof
Buon
compositore non
mente: Teho
Teardo fa Teho Teardo al servizio di Stefano
Incerti. Straniante, elettronico, suggestivo ed
ermetico, una presenza poco invasiva quanto
ineludibile: occhi aperti su Servillo, orecchie
spalancate su Teho.
NASTRO AZZURRO.
IL CINEMA HA TUTTO UN ALTRO GUSTO.
Più fresco, intenso e originale. Scoprilo su www.nastroazzurro.it
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