LaComunione Spirituale tratto dal libro Gesù Eucaristico Amore La Comunione Spirituale è la riserva di vita e di amore eucaristico sempre a portata di mano per gli innamorati di Gesù Ostia. Infatti, soddisfa i desideri d’amore dell’anima che vuole unirsi a Gesù suo Diletto Sposo. Essa è unione d’amore fra l’anima e Gesù Ostia. Unione tutta spirituale, ma reale, più reale della stessa unione fra l’anima e il corpo, perché “l’anima vive più dove ama che dove vive”, dice S. Giovanni della Croce. La Comunione spirituale suppone, è evidente, la fede nella Presenza Reale; comporta il desiderio della Comunione Sacramentale; esige il ringraziamento per il dono ricevuto. Tutto questo è espresso con semplicità e brevità nella formula di S. Alfonso: “Gesù mio, credo che Voi siete nel SS. Sacramento. Vi amo sopra ogni cosa. Vi desidero nell anima mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente nel mio cuore... (pausa). Come già venuto, Vi abbraccio e tutto mi unisco a Voi. Non permettete che io mi abbia mai a separare da Voi”. La Comunione spirituale produce gli stessi effetti della Comunione Sacramentale a seconda delle disposizioni con cui si fa, della maggiore o minore carica di affetto con cui si desidera Gesù, dell’amore più o meno intenso con cui Lo si riceve e ci si intrattiene con Lui. Ha il privilegio esclusivo di poter essere fatta quante volte si vuole (pure centinaia di volte al giorno), quando si vuole (pure in piena notte), dove si vuole. È conveniente fare la Comunione spirituale specialmente quando si assiste alla S. Messa e non si può fare la Comunione sacramentale. Quando il Sacerdote si comunica, l’anima si comunichi anch’ella chiamando Gesù nel suo cuore. In questo modo ogni Messa ascoltata è completa: offerta, immolazione, comunione. Quanto sia preziosa lo disse Gesù stesso in una visione a S. Caterina da Siena. Gesù le apparve con due calici in mano, e le disse: “In questo calice d’oro metto le tue Comunioni sacramentali; in questo calice d’argento metto le tue Comunioni spirituali. Questi due calici mi sono tanto graditi”. E a S. Margherita Maria Alacoque, molto assidua nel mandare i suoi desideri di fiamma a chiamare Gesù nel Tabernacolo, una volta Gesù disse: “Mi è talmente caro il desiderio di un’anima di ricevermi, che Io mi precipito in essa ogni volta che mi chiama con i suoi desideri”. Quanto sia stata amata dai Santi la Comunione spirituale non ci vuol molto a intuirlo. Essa soddisfa almeno in parte a quell’ansia ardente di essere sempre “uno” con chi si ama. Gesù stesso ha detto: “Rimanete in Me e io rimarrò in voi” (Giov. 15, 4). Altro mezzo non c’è per placare gli aneliti d’amore che consumano i cuori dei Santi. “Come una cerva anela ai corsi delle acque, così la mia anima anela a Te, o Dio” (Sal 41, 2). Ecco un consiglio di P. Pio a una sua figlia spirituale: “Nel corso del giorno, quando non ti è permesso di fare altro, chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con gemito rassegnato dell’anima, ed Egli verrà e resterà sempre unito con l’anima mediante la sua grazia e il suo santo amore. Vola con lo spirito dinanzi al Tabernacolo, quando non ci puoi andare col corpo, e lì sfoga le ardenti brame ed abbraccia il Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato di riceverlo sacramentalmente”. Approfittiamo anche noi di questo grande dono. Specialmente nei momenti di prova o di abbandono, che cosa può esserci di più prezioso dell’unione con Gesù Ostia mediante la Comunione Spirituale? Questo santo esercizio può riempirci le giornate di amore come d’incanto, può farci vivere con Gesù in un abbraccio d’amore che dipende solo da noi rinnovare spesso fino a non interromperlo pressoché mai. S. Francesco di Sales fece il proposito di farne almeno una ogni quarto d’ora, e così S. Massimiliano M. Kolbe fin da giovane. E il Servo di Dio Andrea Beltrami ci ha lasciato una breve pagina del suo diario intimo che è un piccolo programma di vita vissuta in Comunione spirituale ininterrotta. Ecco le sue parole: “Ovunque mi trovi, penserò sovente a Gesù in Sacramento. Fisserò il mio pensiero al S. Tabernacolo anche quando mi svegliassi di notte, adorandolo da dove mi trovo, chiamando Gesù in Sacramento, offrendogli l’azione che sto facendo. Stabilirò un filo telegrafico dallo studio alla Chiesa, un altro dalla camera, un terzo dal refettorio; e manderò più sovente che mi sarà possibile dei dispacci d’amore a Gesù in Sacramento”. Il B. Luigi Guanella diceva ai pellegrini che accompagnava in treno ai Santuari: “Ogni campanile ci richiama a una Chiesa, nella quale è un Tabernacolo, si celebra la Messa, sta Gesù”. Vogliano i santi comunicarci qualche fiamma dell’incendio d’amore che consumava i loro cuori. Ma mettiamoci anche noi all’opera, facendo molte Comunioni spirituali, specialmente nei momenti più impegnativi della giornata. E, come ci assicura S. Leonardo da Porto Maurizio: “Se voi praticate parecchie volte al giorno il santo esercizio della Comunione spirituale, vi do un mese di tempo per vedere il vostro cuore tutto cambiato”. Appena un mese: inteso? L’ECO DELLA DELLA D EVOZIONE EVOZIONE ALLA ALLA MADONNA ADONNA DI DI C AMPOCAVALLO AMPOCAVALLO Anno IX - Numero 24-25 - II-III Quadrimestre 2010 Aut. Trib. di Ancona N° 17/02 Reg. Period. Del 29/11/02 D I TO R I A L E Ci sembra che il modo migliore di iniziare questo editoriale sia quello di ricordare l’importate evento ecclesiale che il prossimo settembre coinvolgerà tutta la Chiesa Italiana: il XXV Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà ad Ancona nelle diocesi della metropolia dal 4 all’11 settembre 2011, il cui tema sarà “Signore da chi andremo? L’Eucaristia per la vita quotidiana”. La settimana si articolerà in momenti spirituali e celebrativi, riflessioni e testimonianze e culminerà domenica 11 settembre con una solenne Celebrazione eucaristica del Santo Padre Benedetto XVI. I significati del Congresso Eucaristico sono molteplici. In primo luogo, si tratta di un atto di fede nell’Eucarestia e un evento di comunione per l’intera Chiesa italiana che in quei giorni vedrà convergere nel capoluogo marchigiano migliaia di fedeli da tutte le diocesi. L’evento riveste anche un significato sociale e culturale perché l’Eucarestia, sacramento dell’amore di Dio per gli uomini, è pane del cammino storico dei credenti e fermento di novità in tutti gli aspetti del vivere umano. È per questo che verrà sottolineato il dono dell’Eucaristia per la vita quotidiana, attraverso la ripresa dei cinque ambiti dell’esistenza: la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la tradizione e la cittadinanza. Sfondo biblico dell’intero appuntamento sarà il capitolo sesto del vangelo di Giovanni, da cui è tratto il versetto posto nel titolo. “Signore, da chi andremo?” è la domanda che l’apostolo Pietro rivolge a Gesù a conclusione del discorso sulla Parola e il Pane di vita. Ed è anche la domanda che dopo duemila anni ritorna come la questione centrale della vita dei cristiani oggi. Tornando a Campocavallo, per quanto riguarda il Santuario ad agosto sono terminati i lavori di ristrutturazione della cupola e della facciata del Santuario. Ora rimane da sistemare il campanile: l’attuale croce è posticcia e di legno, e tra l’altro sta marcendo; la struttura metallica che sostiene le campane è ormai tutta arrugginita e grandemente assottigliata: tra breve non sarà più possibile suonare le campane a distesa. Le decorazioni in cotto attorno alla torre campanaria si stanno tutte sgretolando. I due edifici laterali alla facciata andrebbero anch’essi ripuliti e restaurati. Le preziosissime vetrate anch’esse devono essere aggiustate. Manca inoltre l’illuminazione esterna notturna. Tante cose si devono ancora sistemare ma noi confidiamo nella Divina Provvidenza e nella generosità dei fedeli. In vista della processione “Via Matris” con la statua dell’Addolorata per la festa della dedicazione del Santuario, processione che poi è stata sospesa per il cattivo tempo, sono state ultimate le nuove sette spade che trafiggono il cuore Immacolato della statua dell’Addolorata. Ancora oggi non riusciamo a capire chi possa aver compiuto un tale sfregio. Il valore delle spade è pressoché nullo quindi parlare di furto per ricavare poi del denaro non ha senso. Restano due alternative: lo sfregio motivato dall’odio per il sacro e il divino, o la ragazzata. La prima ipotesi sembra la più probabile in quanto nello stesso periodo in zone limitrofe a Campocavallo si sono registrati fatti analoghi. Ringraziamo Giannoni Gino e Franco Fontanella che hanno realizzato e donato al Santuario le nuove sette spade. Il parroco e rettore P. Giuseppe M. Grioni, FI 2 (Prima serie Anno 118° - N° 454-455) Terza serie Anno IX - N° 24-25 II-III Quadrimestre 2010 OMMARIO Fondatore Don Giovanni Sorbellini (1892) EDITORIALE Rappresentante Legale Padre Giuseppe Maria Grioni, FI 2 STORIA DEL SANTUARIO 4-5 SPIRITUALITÀ MARIANA 6-7 Direttore responsabile Padre Settimio Maria Manelli, FI Redattore Padre Giuseppe Maria Grioni, FI Impaginazione Giuseppe Polverini Foto Adriano Menghini Ivo Giannoni Archivio Redazione LA MALDICENZA Redazione e Direzione Santuario B.V. Addolorata di Campocavallo Via Cagiata,101 - 60027 Osimo (AN) tel. e fax 071-7133003 Aut. Trib. di Ancona N° 17/02 Reg. Period. del 29/11/02 8-10 IL COVO A POMPEI 11-13 ELEFANTI... CRISTIANI? 14-15 STORIA DEI SANTI 16-18 AVVENIMENTI 19-23 Tipografia Tipoluce - Osimo Per ricevere l’ECO direttamente a casa spedisci la tua offerta tramite C/C 17007600 intestato a: Santuario della B.V. Addolorata di Campocavallo Siti internet www.santuariocampocavallo.com www.immacolata.com www.missiomariae.com curiaffi.immaculatum.net/tvimmacolata www.settimanaleppio.it www.mediatrice.net LA COMUNIONE SPIRITUALE In copertina Il Covo in mostra a Pompei 3 24 A CURA DI DON MARINO CECCONI tor ia d e l antuario Il presente vive del passato. Rivivere insieme le origini del proprio paese è una cosa entusiasmante. La lettura di questa sezione della Rivista farà ripercorrere le tappe della storia di Campocavallo e del suo Santuario. Di lì si vede quanta fu la spinta che don Giovanni aveva impresso a quell’Opera! (continua dal capitolo XIV: Opera delle tre Messe quotidiane perpetue - Legati di Messe) Don Giovanni Sorbellini, per molti anni, fece trascrivere i nomi degli ascritti all’Opera delle Messe, in grossi volumi, che si conservano nell’Archivio del Santuario. In seguito, senza far più trascrivere i nomi nei registri, che era cosa troppo laboriosa, raccolse le pagelle così come venivano e le riponeva, fissate con cucitura a mo’ di volume, in scatole di legno, che avevano la forma di volumi. Questo egli fece finché visse, ordinatissimo e preciso com’era, e amante dell’ordine. Purtroppo quei registri e quelle scatole, tutte accuratamente numerate, subirono numerosi traslochi e occuparono varie sedi. Così alcune andarono disperse e non furono più ritrovate. Altrettanto avvenne di altre scatole, pur esse numerate, contenenti i manoscritti de L’ECO. Ugualmente per quelle che contenevano note d’amministrazione. Ci si è accorti, quando tutto quel materiale o documentazione, sparsa in tre stanze diverse, fu finalmente raccolto e riordinato in un’unica stanza (anno 1987). Le iscrizioni (o ascrizioni) all’Opera delle Messe continuarono anche dopo la morte di don Giovanni Sorbellini, nonostante l’opera devastatrice delle due grandi guerre: 1914-18 e 1939-45, sebbene però diminuendo. Le ultime – pochi nomi – sono del 1988. Per settant’anni, dopo la morte di don Sorbellini, quell’Opera è sopravissuta e si è protratta, per quel principio che in fisica si chiama “di inerzia”. III LEGATI DI MESSE All’Opera delle Messe seguono alcuni legati. Il sacerdote francese, Henri Broca, così scrive, da Pau, il 9 maggio 1902. Egli descrive la guarigione istantanea di sua madre moribonda e un miglioramento nella sua stessa salute. “Ora, a mantenere la promessa fatta, feci acquistare un titolo italiano di 5 lire di rendita. Con questa rendita farà celebrare ogni anno due Messe: una il 18 gennaio, giorno in cui fu guarita tanto meravigliosamente mia madre; l’altra il 19 marzo, festa di San Giuseppe Sposo della B. V. ... Frater tuus sum in Christo Jesu. Henri Broca, cappellano” Lo stesso Henri Broca mandò un nuovo titolo italiano della rendita annua di 5 lire per un altro legato di due messe annue. Lo stesso don Giovanni ne scrive nella RELAZIONE: “Mi fo un dovere di notificare alla E. V. che la vergine viene provvedendo ai legati più perpetui. E infatti due di due messe annue ciascuno ne ho di Mr Henri Broca, di Pau in Francia, il quale inviò il primo, dopo fattone il voto se avesse ottenuto la guarigione di sua madre che ottenne all’istante. Mi fece avere per questo una cartella del debito pubblico di L. 100. Similmente dopo fatto altro voto di inviare l’elemosina di due 4 Che cos’è un “Legato di Messa”? In termini giuridici, un legato è un lascito testamentario a carattere patrimoniale in favore di enti o persone diverse dagli eredi naturali. Con il legato di Messa si affida alla Curia o ad un ente simile una certa somma di denaro, la cui rendita garntisce la celebrazione di un certo numero di Messe annuali di suffragio. Non è necessariamente un lascito testamentario. Se nel tempo la svalutazione rende il capitale insufficiente a conseguerire il numero di Mese prestabilito (alcuni legati sono antichi di secoli), la diocesi deve richiedere alla Santa Sede una sanatoria, attraverso la quale la donazione viene in qualche modo accorpata, considerata estinta oppure ridefinita diversamente, in modo da rispettare il più possibile la volontà dell’offerente. messe perpetue se avesse ottenuto altra guarigione che ottenne, mi fece avere altra cartella di L. 100. Un signore di Amatrice (L’Aquila) mandò L. 100 per una messa annua perpetua. Questa somma si conserva in un libretto su la Banca Cattolica. E così per ora abbiamo tre legati più perpetui”. Si era nel 1903. Saranno venuti altri legati? Non sappiamo. targli i malati; affinché li curasse: il che voleva dire guarirli. Quando si afferma che la devozione alla Madonna di Campocavallo si è diffusa in tutto il mondo, non bisogna pensare che essa abbia invaso tutti gli strati della società. Tutt’altro. Essa ha toccato i credenti, i devoti, i cattolici praticanti. Gli Stati, intendendo per questi i loro Capi o i loro Governi, non se ne sono accorti. Ugualmente la grande Stampa ha ignorato i fatti. È avvenuto anche qui ciò che avveniva ai tempi di Gesù: ritorno sull’argomento. Gesù era conosciuto da gli umili; dalle persone del basso popolo e dai Maestri del tempo, i quali però, più che seguirlo, lo spiavano, lo tenevano d’occhio, gli tendevano insidie. I grandi di allora non ne sapevano nulla. Erode Antipa lo conobbe di fama, perché Taumaturgo. Ponzio Pilato lo ebbe in potere, ma unicamente come Imputato, perché lo “in gladii” era in potere dei soli Romani, e, se si voleva condannare Gesù occorreva metterlo nelle loro mani. La Madonna di Campocavallo era invocata nel suo Santuario da coloro che potevano raggiungerlo con viaggio in treno e/o in carrozza, ma da coloro che erano lontani, perché appartenenti a continenti extraeuropei, era invocata nel luogo dove si trovavano. Era invocata, in particolare dai malati, e, per essi, dai loro familiari. CAPITOLO XV DIFFUSIONE DELLA DEVOZIONE ALLA VERGINE ADDOLORATA DI CAMPOCAVALLO La devozione alla Madonna di Campocavallo, sotto il titolo di Addolorata, si diffuse dovunque col propagarsi delle notizie del movimento degli occhi. Prima, com’era naturale, in tutte le Marche, poi in tutta l’Italia, e immediatamente dopo, in tutta l’Europa, particolarmente in Francia. Pellegrini venivano da tutte le parti e tornando ai loro paesi d’origine, propagavano la voce. Si accendeva la curiosità, ma si alimentava anche la devozione e sopra tutto la fede e con questa la preghiera. Accadeva a Campocavallo ciò che avveniva ai tempi di Gesù, quando le folle gli si facevano appresso, non tanto per ascoltarlo, quanto per por- (continua...) 5 PIRITUALITÀ ARIANA Continuiamo, con questa rubrica, a far conoscere ai nostri cari lettori l’importanza della devozione alla Madonna per ogni cristiano, attraverso le parole del fondatore dei Francescani dell’Immacolata, P. Stefano Maria Manelli. Amore alla Madonna e unione Fu proprio così per i Santi. S. Teresina diceva di voler “passare il giorno della vita nascosta con Gesù sotto il velo di Maria”. E realmente dovette vivere assorta nella Madonna, fin da piccola, se quella volta che fu condotta a visitare Parigi, l’unica cosa che ricordava della meravigliosa città era il tempio di “Nostra Signora delle vittorie”. S. Luigi Grignion di Montfort, nel suo straripante amore alla Madonna, disse di sè che era stato “predestinato ad abitare in Maria”, e arrivò a un tale grado di unione con Maria da godere di continuo della sua presenza. Alla fine della vita chiese che il suo cuore venisse seppellito sotto l’altare di Maria, per esprimere la sua inseparabilità dalla Celeste Regina. S. Gemma Galgani, rimasta orfana della mamma a sette anni di età, si affidò alla Madonna: “Da qui in avanti la mia mamma sarà la Madonna”. E il rapporto d’amore materno e filiale fra Mamma e figlia fu di una soavità straordinaria. La Madonna sensibilmente accarezzava, baciava, teneva fra le sue braccia, stringeva al suo Cuore questa cara figlia, vittima di sangue per la salvezza delle anime. S. Antonio M. Claret viveva abitualmente così assorto nella Madonna che una volta, all’intestazione di una lettera, invece di scrivere “Madrid...”, scrisse “Maria 24-3-1866”! S. Massimiliano M. Kolbe ci ha lasciato in se stesso un altro impareggiabile modello di unione d’amore alla Vergine Immacolata, alla sua cara “Mammina”. L’unione divenne così fervida che egli non poteva più non pensare alla sua grande Regina. L’Immacolata era diventata la sua “Idea fissa”, ed egli visse, soffrì e morì per questa “volontaria e amabilissima idea fissa: l’Immacolata”. Esigenza ancora più forte dell’amore è l’incontro, la vicinanza, l’unione con la persona amata. L’amore unisce per natura sua. Dio è uno perché è amore. Mamma e figlio, sposo e sposa, fratelli, amici..., finché si amano si sentono uniti. L’amore è la loro unione. Se si raffredda l’amore, si allenta l’unione. Tutto è in proporzione. Quanto amore, tanta unione. Non ci può essere vero amore, senza vera unione. Gesù ci ama tutti senza misura; per questo vuol farsi “uno” con noi e vuol farci “uno” con Lui. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6,57). L’uno nell’altro. È la fusione d’amore. Amare la Madonna, quindi, sforzandosi di vivere sempre unito a Lei, dovrebbe essere un bisogno spontaneo del vero devoto, così come è un bisogno spontaneo del bambino stare vicino alla mamma, soffrire per la sua lontananza, non fare nulla senza di lei. 6 P. Pio da Pietrelcina è diventato celebre per la quantità enorme di Rosari che recitava di giorno e di notte (circa 100 corone), stando sempre unito alla dolce Mamma. Ma fin da piccolo, a 5 anni di età, egli godeva già della presenza visibile della Madonna, e con una naturalezza tale, da credere, per molto tempo, che ciò fosse comune a tutti. Se ne accorse il suo Direttore spirituale, a cui una volta P. Pio chiese: “E lei non la vede la Madonna?”. Alla risposta negativa, P. Pio soggiunse: “Lei lo dice per umiltà!”. E invece l’umiltà non c’entrava. Solo P. Pio godeva di quella presenza di Maria, segno della sua profonda unione con Lei. Ma di tutti i Santi si potrebbe descrivere l’atmosfera costante di amore che alimentava la loro unione con la Madonna, anche se per alcuni in particolare la presenza di Maria fu dono di grazia fuori del comune, come per S. Giovanni Damasceno, S. Matilde, S. Brigida, S. Giovanni Eudes, S. Margherita Alacoque, S. Carlo da Sezze, S. Veronica Giuliani, S. Alfonso de’ Liguori, il S. Curato d’Ars... A noi però interessa ancor più conoscere i concreti atti di amore con cui i Santi vivevano sempre uniti alla Celeste Mamma. In questo tutti i Santi sono stati maestri impareggiabili, veramente simili a Gesù, il quale cominciò prima a fare e poi a insegnare (At 1,1). mariana la vita dei veri devoti di Maria, tenendoli in costante unione con la Madonna. Proprio questo è la preghiera mariana: è incontro, è colloquio, è unione con Maria. Ma con la preghiera, i veri devoti debbono avere premura, anzitutto, di evitare ciò che dispiace alla dolce Mamma, il peccato, grande o piccolo che sia. Sarebbe semplicemente assurdo voler amare o credere di amare una persona offendendola! Inoltre, il vero devoto di Maria deve far entrare la Madonna in tutte le sue cose, far dipendere da Lei ogni scelta da fare, affidarsi a Lei per ogni compito anche minimo da svolgere. Quando S. Luigi doveva andare a preparare il refettorio, diceva con fede e candore: “Andiamo a stendere le tovaglie alla tavola di Gesù e di Maria”. Il Santo faceva entrare la Madonna anche in un servizio così semplice. Ma è certo che tutto interessa a una Mamma di tanto cuore; nulla è indifferente al suo amore materno che non conosce riserve e vuole trasfigurare tutti i nostri atti. Per questo i Santi iniziavano dal primo mattino a offrire la loro giornata alla Madonna. Il S. Curato d’Ars diceva, deliziosamente, che ogni mattina noi dovremmo fare come il bambino il quale, appena si sveglia, dal suo lettino volge subito gli occhi attorno in cerca della mamma! Lungo il giorno, poi, i Santi non potevano fare a meno di invocare la Madonna con frequenza. È esigenza dell’amore. Leggiamo, ad esempio, questi propositi del B. Contardo Ferrini: “Ogni giorno dopo la visita a Gesù, la visita a Maria di cui spesso mi ricorderò nel giorno... Amerò la santa purità raccomandandomi spesso a Maria... Prima di ogni conversazione mi raccomanderò con un’Ave Maria, così prima dei pasti. Ogni giorno dirò il Rosario, a mezzodì l’Angelus, ogni ora, potendo, l’Ave Maria e la Comunione Spirituale”. Che meraviglia! E non dimentichiamo che il B. Contardo era un laico, un professore di università. Chi non potrebbe imitarlo? Ma allora, perché non impegnarci anche noi? Se ci fosse l’amore... Amore e atti di amore La sorgente più feconda degli atti di amore con cui i Santi si univano alla Madonna era la preghiera mariana. Le preghiere più belle, le orazioni, le devozioni, le corone, le pie giaculatorie verso la B. Vergine infioravano quotidianamente le loro anime e le loro giornate, dal primo svegliarsi del mattino fino all’ultima benedizione per il riposo notturno. Specialmente il Piccolo Ufficio della B. Vergine, così caro a tanti Santi, e ancor più il Santo Rosario, hanno riempito di preghiera 7 AT E C H I S M O P E R T U T T I LA MALDICENZA Da un’omelia del Santo Curato d’Ars Quale è la condotta della maggior parte dei cristiani dei nostri giorni? Eccola: criticare, censurare, screditare e condannare ciò che fa e dice il prossimo. [Il Santo visse tra il 1786 e il 1859, ma sembra che con il tempo non siamo migliorati affatto!] Questo, fra tutti i vizi, è quello più comune, quello più universalmente diffuso, e, forse, il peggiore di tutti. Se mi domandaste: “Che cos’è la maldicenza?”, io vi risponderei: “È far conoscere un difetto o una colpa del prossimo, in maniera tale da nuocere, poco o molto, alla sua reputazione. E ciò avviene in vari modi”. Si parla male allorché si attribuisce al prossimo un male che non ha fatto o un difetto che non ha, e questo si chiama calunnia. È un crimine infinitamente terribile, ma tuttavia molto comune. Attenti a non ingannarvi, perché dal parlar male al calunniare il passo è molto breve. Si parla male, inoltre, quando si gonfia il male che il prossimo ha fatto. Avete visto qualcuno che ha commesso qualche colpa, e voi cosa fate? Invece di ricoprirla col velo della carità, o, almeno, di ridimensionarla, voi la ingigantite. È ciò che si chiama parlare male per esagerazione. Ascoltate cosa dice san Francesco di Sales: «Non dite che il tale è un ubriaco o un ladro, perché lo avete visto rubare o ubriacarsi una sola volta. Noè e Lot si ubriacarono una volta; eppure né l’uno né l’altro erano degli ubriachi. San Pietro non era un bestemmiatore, per aver imprecato una volta. Una persona non è viziosa per essere caduta una volta nel vizio, e quand’anche vi cadesse più volte, parlandone male si corre il rischio di accusarla falsamente. È ciò che accadde a Simone il lebbroso, quando vide la Maddalena ai piedi del Salvatore, mentre li bagnava con le sue lacrime: “Se quest’uomo fosse un profeta, come si dice, non saprebbe che è una peccatrice, colei che si è gettata ai suoi piedi?”. Egli si sbagliava di grosso: la Maddalena non era più una peccatrice, ma una santa penitente, perché le erano stati perdonati tutti i suoi peccati. Vedete ancora questo orgoglioso fariseo, che, stando nel tempio, faceva l’elenco di tutte le sue pretese opere buone, ringraziando Dio di non essere come gli altri uomini, adulteri, ingiusti e ladri, proprio come quel pubblicano. Egli riteneva che quel pubblicano fosse un peccatore, invece, in quello Io dico che quasi stesso momento, sempre ci sbagliamo quanquello era stato do giudichiamo male il nostro giustificato. Dal prossimo, sebbene la cosa su momento che la cui portiamo il nostro giudizio Misericordia di possa avere qualche appaDio è tanto renza di verità. grande che un solo istante è sufficiente perché Egli perdoni il più grande delitto del mondo, come possiamo noi avere l’audacia di dire che colui che fino a ieri era un gran peccatore, lo sia anche oggi?». Dico ancora che si parla male, quando si fa conoscere, senza una legittima ragione, un difetto nascosto del prossimo, o una colpa ignota. Ci sono persone che s’immaginano che quando vengono a sapere qualcosa di male sul prossimo possono tranquillamente dirlo ad altri e intrattenervisi. Che cosa la nostra religione ci raccomanda più della carità? La stessa ragione ci suggerisce di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Se ci facciamo caso, quasi sempre si aggiunge qualcosa e si aumenta il male che si dice del prossimo. Una cosa che passa per molte bocche non è più la stessa; colui che l’ha detta per primo non la riconosce più, tanto è stata cambiata e accresciuta. Da ciò, io concludo che uno che parla male è, quasi sempre, anche calunniatore, e ogni calunniatore è un infame. C’è un santo padre che dice che bisognerebbe scacciare i maldicenti dalla società degli uomini, come si trattasse di bestie feroci. 8 Si parla male, inoltre, allorché si interpretano male le buone azioni del prossimo. Un poveretto, una volta che finisce sulla lingua dei maldicenti, è simile a un chicco di grano sotto la ruota del mulino: viene lacerato, sfracellato e completamente distrutto. Questa gente vi attribuirà delle intenzioni che voi non avete mai avuto, avvelenerà ogni vostra azione e ogni vostro movimento. Affermo ancora, che si parla male, perfino senza dire nulla, ed ora vi spiego come. Potrà accadere che, alla vostra presenza, si lodi una persona che si sa che conoscete. E voi non dite nulla, oppure la lodate con una certa freddezza: allora il vostro silenzio o la vostra simulazione, porteranno a pensare che voi conoscete, sul suo conto, qualcosa di brutto, e che ciò vi porta a non dire nulla. Altri, poi, parlano male sotto un’apparenza di compassione. ‘‘Non sai niente - essi dicono non hai sentito ciò che è successo a quella tale, che conosci bene? Peccato, che si è lasciata ingannare!... Tu, tu che sei come me, non avresti mai creduto?...”. San Francesco ci dice che una simile maldicenza è simile a una freccia avvelenata, che si immerge nell’olio, perché penetri più in profondità. E poi, un gesto, un sorriso, un “ma...”, un dondolio della testa, una sottile aria di disprezzo: tutto ciò contribuisce a far pensare un gran male della persona di cui si parla. Ma la maldicenza più nera e più funesta nelle sue conseguenze consiste nel riferire a qualcuno ciò che un altro ha detto di lui o ha fatto contro di lui. Queste delazioni producono i mali più terribili e fanno nascere sentimenti di odio e di vendetta che durano spesso fino alla morte. Per mostrarvi quanto questa specie di persone sia colpevole, ascoltate quello che ci dice lo Spirito Santo: «Ci sono sei cose che Dio odia, ma la settima egli la detesta, questa settima è la delazione» (cf Prv di6,16-19 Vulg). uomini. È vero anche che la maldicenza è più o meno grave, a seconda della qualità, della prossimità e della dignità della persona a cui è riferita. Di conseguenza, è peccato più grave divulgare i difetti e i vizi dei propri superiori, come anche del proprio padre o della propria madre, della moglie o del marito, dei propri fratelli e sorelle e dei parenti, piuttosto che divulgare i difetti di gente estranea, poiché si deve nutrire maggiore carità per gli uni che per gli altri. Parlare male, poi, delle persone consacrate e dei ministri della Chiesa, è un peccato ancora più grave, a motivo delle conseguenze funeste che si causano alla Religione, e dell’oltraggio che si compie contro la loro sacra dignità. Gesù Cristo ci dice: «Chi disprezza voi disprezza me» (Lc 10,16). Perciò, fratelli miei, quando vi trovate in compagnia di persone di un’altra parrocchia, sempre pronte a parlar male del loro pastore, non dovete mai prendervi parte. Allontanatevi, se lo potete, e se non vi è possibile, rimanete zitti. Ciò detto, fratelli miei, sarete d’accordo con me, che per fare una buona Confessione, non basta dire che si è parlato male del prossimo; bisogna aggiungere se lo si è fatto per leggerezza, per odio, per vendetta, se abbiamo voluto nuocere alla sua reputazione. Bisognerà precisare di chi abbiamo parlato male: se si tratta di un superiore, di un collega, del padre, della madre, dei nostri parenti, o di persone consacrate a Dio; e davanti a quante persone: tutto ciò è necessario, per fare una buona Confessione. Questo peccato contiene in sé il veleno di tutti i vizi: la meschinità della vanità, il veleno della gelosia, l’asprezza della collera, il fiele dell’odio e la leggerezza, tanto indegna di un cristiano. È questo che fa dire a san Giacomo apostolo che la lingua del mormoratore “è piena di veleno mortale, è un mondo di iniquità” (cf Gc 3,6-10). Se volessimo prenderci la pena di esaminare meglio tutto ciò, nulla ci sembrerebbe più chiaro. Non è, infatti, la maldicenza che semina, quasi dappertutto, discordia e divisione, che scompiglia le amicizie, che impedisce ai nemici di riconciliarsi, che turba la pace delle famiglie, che mette il fra- La maldicenza costituisce peccato mortale, quando si afferma qualcosa di grave, poiché san Paolo colloca questo peccato tra quelli che ci escludono dal Regno dei Cieli (cf 1 Cor 6,9-10). Lo Spirito Santo ci dice che il maldicente è maledetto da Dio, che egli è in abominio a Dio e agli 9 tello contro il fratello, il marito contro la moglie, la nuora contro la suocera, il genero contro il suocero? Ma, mi chiederete, come si deve dunque fare per riparare la reputazione del proprio prossimo? Ecco: se quello che si è detto contro di lui è falso, bisognerà assolutamente andare a trovare tutti coloro con i quali si è parlato male di questa persona, riconoscendo che tutto ciò che si è detto è falso; che si è parlato per odio, per vendetta o per leggerezza. E se anche, facendo così, passeremo per bugiardi, per furbi o per impostori, dobbiamo farlo lo stesso. E se, per caso, ciò che avevamo detto era vero, non potremo disdire, perché non è mai permesso di mentire, ma bisognerà dire di quella persona tutto il bene che conosciamo, in modo da cancellare il male che si è detto prima. E se poi quella maldicenza, quella calunnia, gli ha causato qualche torto, si è obbligati a ripararlo tanto quanto lo si può. voi, non la potrete rimproverare, ma allora, mostrerete un’aria seria e triste, che gli faccia capire che vi trovate a disagio, e, se potete andarvene, dovete farlo. Cosa dovremo concludere da tutto ciò che si è detto, fratelli miei? Ecco: non dobbiamo, per nessun motivo, prendere l’abitudine di parlare del comportamento degli altri. Dobbiamo pensare che ci sarebbe tanto e poi tanto da dire sul nostro conto, se gli altri ci conoscessero come siamo veramente. Dobbiamo invece fuggire le compagnie mondane più che possiamo. Con sant’Agostino, dobbiamo spesso ripetere: «Dio mio, fammi la grazia di conoscermi come sono veramente». Felice, mille volte felice, colui che userà la sua lingua soltanto per chiedere a Dio il perdono dei suoi peccati, e per cantare le sue lodi! Lettera di San Giacomo Apostolo 3, 2-12 Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Quando mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e vengano spinte da venti gagliardi, sono guidate da un piccolissimo timone dovunque vuole chi le manovra. Così anche la lingua: è un piccolo membro e può vantarsi di grandi cose. Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta può incendiare! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell'iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev'essere così, fratelli miei! Forse la sorgente può far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un fico produrre olive o una vite produrre fichi? Neppure una sorgente salata può produrre acqua dolce. Tutte le volte che si parla male di qualcuno si crea un danno difficilmente riparabile. Bisogna cercare di fuggire le cattive conversazioni, anche perché, al dire di san Bernardo, è difficile giudicare chi sia più colpevole, se chi calunnia o chi ascolta! Te r m i n o dicendo che non è da evitare solo il parlar male o il calunniare, ma anche ascoltare con un certo piacere la maldicenza e la calunnia. Infatti, se non ci fosse chi ascolta, non esisterebbe neppure chi calunnia. San Bernardo ci dice che è molto difficile giudicare chi sia più colpevole, se chi calunnia, o chi ascolta; l’uno ha il demonio sulla lingua, l’altro nelle orecchie. Ma, mi direte voi: “Che cosa si deve fare quando si capita in una compagnia dove si sparla?”. Ecco: se si tratta di un suddito, cioè di una persona a voi sottomessa, dovete imporgli di tacere all’istante, facendogli notare il male che va facendo. Se è una persona del vostro rango, dovete con abilità sviare la conversazione, parlando d’altro, o dando a vedere di non gradire ciò che dice. Se poi si tratta di un superiore, cioè di una persona che è al di sopra di 10 Il Covo a Pompei Quest’anno il Covo, che rappresenta il Santuario di Pompei, è stato accompagnato da una nostra delegazione nella cittadina campana dal 2 al 4 ottobre. Siamo stati accolti dal Vescovo del luogo, Sua Eccellenza Mons. Carlo Liberati con grande carità: è stato sempre con noi, e ci ha addirittura riservato un albergo che veniva inaugurato dopo la restaurazione. Ha regalato a tutti il numero di settembre/ottobre de Il Rosario e la nuova Pompei, periodico del Santuario, con il Covo in ultima di copertina (la rivista si può scaricare dal sito: http://www.santuario.it). Ha anche chiesto i nostri indirizzi per poterci spedire i prossimi numeri, ed era talmente entusiasta del Covo che avrebbe voluto che lo lasciassimo là. Poiché però il Covo rimarrà in esposizione a Campocavallo fino a gennaio 2011, abbiamo deciso di donarglielo dopo quella data. Il Presule, marchigiano di origine (è nato infatti a Matelica), è stato molto interessato alla nostra opera già quando siamo andati la prima volta a Pompei per prendere le misure: ha perfino rimandato degli impegni pur di seguirci. Insomma, l’amore per la sua terra d’origine e la sua profonda devozione mariana ci hanno fatto sentire veramente a casa. Perciò desideriamo ringraziare lui, da queste pagine dell’Eco, come pure tutte le altre persone che abbiamo incontrato durante il nostro pellegrinaggio, che ci hanno dimostrato la tipica ospitalità di questi incantevoli luoghi. Le foto si riferiscono alla Santa Messa seguita dalla Supplica alla Vergine di Pompei (domenica 3 ottobre), e alla Santa Messa del 4, in Santuario. 11 12 13 Elefanti... cristiani? Il sito della Diocesi di Colombo (Sri Lanka) nel dicembre 2009 ha riportato una notizia molto interessante. Ve ne presentiamo alcuni estratti che abbiamo tradotto. «Nel luglio del 2008 è scoppiata una grave persecuzione di cristiani nello stato indiano di Orissa. Una suora di 22 è arsa viva quando una folla inferocita ha dato fuoco ad un orfanotrofio nel villaggio di Khuntpali nel distretto di Bargarh; un’altra suora ha subito violenza di gruppo nel [distretto di] Kandhamal; le folle hanno attaccato chiese, incendiato veicoli, hanno abbattuto case di cristiani e Padre Thomas Chellen, direttore del centro pastorale distrutto con una bomba, si è salvato per un soffio dopo esser stato quasi dato alle fiamme. Il risultato finale è stato di oltre 500 cristiani assassinati, e migliaia di altri feriti e con la casa ridotta in cenere». La rivolta però non è stata affatto un caso isolato, ma solo l’episodio più grave di una scia di pesanti maltrattamenti che i cristiani subiscono ormai da anni. Frequenti sono state, e sono ancora oggi, le riconversioni forzate all’induismo, e tutt’ora ci sono profughi che non possono rientrare nei loro villaggi. Chi testimonia ai processi è vittima di minacce, e le autorità locali procedono a rilento nella cattura dei colpevoli. La maggior parte dei cristiani in India sono dalit, i cosiddetti intoccabili, cioè coloro che, all’interno di un sistema sociale diviso in caste, occupano il posto più basso. Anche se la Costituzione indiana ha migliorato la loro condizione - ora sono riconosciuti come una delle cosiddette caste registrate (scheduled castes) mentre prima erano addirittura come una categoria a sé - soprattutto nelle aree rurali è rimasta una forte discriminazione nei loro confronti, e ancora oggi i membri delle caste superiori, se non vogliono essere contaminati, devono evitare ogni contatto fisico con loro, non devono mangiare allo stesso tavolo, devono usare fonti di acqua differenti (rubinetti, fontane, pozzi) e altre cose simili. La condizione degli intoccabili è sempre stata caratterizzata da estrema povertà, precarietà igienico-sanitaria e diffusa ignoranza. Erano costretti a vivere ai margini del villaggio e di occuparsi, generazione dopo generazione, di attività considerate degradanti, come becchini, ciabattini e lavandai. Erano trattati come schiavi e non avevano possibilità di reclamare quanto loro dovuto, e neppure venivano riconosciuti loro dignità umana e onore. Queste cose stanno un po’ sparendo per i dalit indù, ma quelli cristiani, oltre che emarginati, sono perseguitati, come è successo nel luglio del 2008. L’anno scorso sembra però che il Cielo, in modo del tutto straordinario, sia intervenuto in difesa di questi nostri fratelli: «branchi di elefanti hanno iniziato ad assalire i villaggi che ospitano alcuni di coloro che avevano perseguitato maggiormente i cristiani. In un villaggio da cui [...] i cristiani erano dovuti fuggire per salvarsi la vita dai rivoltosi che distruggevano le loro case, dopo un anno esatto, nel luglio del 2009, alla stessa ora del giorno dell’attacco, è comparso dalla giungla circostante un branco di elefanti. Gli animali per prima cosa hanno attaccato un frantoio per pietre [macchina per tritare le pietre, usata in edilizia stradale, ndt] di proprietà di uno dei principali capi dei persecutori. Hanno poi proseguito distruggendogli la casa e la fattoria. In 45 villaggi hanno subito gli attacchi un totale di oltre 2500 persone, secondo quanto riferito dal capo distretto Krishen Kumar. È comunque poco chiaro il motivo per cui questi animali sono migrati dalla riserva di Lakheri in un distretto vicino. Ha detto che il branco ha viaggiato per circa 300km fino al Kandhamal, ed ha persino attraversato una città. Ufficiali del Corpo Forestale si sono accampati nella zona degli attacchi e hanno tentato di capire come mai gli elefanti siano usciti dal loro santuario. Gli abitanti del villaggio dicono che gli elefanti attaccano le aree in branchi, causando gravi distru- 14 divinità più venerate è proprio Ganesha, che ha la testa di elefante. È quindi molto interessante vedere che proprio questi animali prendano le difese degli odiati cristiani... Dio, «il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4), si serve a volte di questi mezzi straordinari. Infatti nell’articolo leggiamo che «il timore di Dio è sceso sulla gente del posto, che ha soprannominato questi animali gli elefanti cristiani». Tutto quindi volto al riconoscimento della vera Fede, e del vero Dio Creatore e Signore di ogni cosa (se il mio dio - o comunque un suo simbolo - viene usato dal loro Dio per punire me che ho attaccato loro, allora...). Prosegue l’articolo: «A causa dello scarso aiuto proveniente dalle amministrazioni locali, gli abitanti dei villaggi si sono dati ai blocchi stradali. “Gli elefanti hanno distrutto i raccolti e selezionato le case.” Ma anche le autorità si dichiarano impotenti: “Non c’è un habitat permanente di elefanti a Sundargarh. Vengono dal Bihar, dal Chhattisgarh e dal Jharkhand dove si sono ristretti i loro habitat. Ma non è chiaro come e perché questi elefanti abbiano raggiunto l’Orissa”». A noi invece il perché è chiaro: se degli elefanti viaggiano per centinaia di chilometri e si accaniscono sulle proprietà degli oppressori, lasciando intatti i possedimenti degli oppressi (cominciando ad un anno esatto dall’inizio delle persecuzioni), significa che sono stati mossi da una Volontà superiore... Preghiamo che fatti come questo possano incoraggiare i nostri fratelli in India a restare saldi nella Fede, e spingere alla conversione tante anime che sono nell’errore, perché purtroppo le persecuzioni continuano in altre zone del mondo (e della stessa India: sembra proprio che a volte non si voglia ascoltare i moniti del Cielo)... zioni. Prendendo velocità, si sono scatenati contro le proprietà dei non cristiani, demolendo giardini e selezionando le case dei persecutori, lasciando le abitazioni dei cristiani intatte. Questi strani attacchi si sono propagati, e secondo un rapporto i pachidermi hanno già distrutto più di 700 case in 30 villaggi e ucciso cinque persone. Nessuno in quest’area aveva mai visto o anche solo immaginato la comparsa unica di un branco di elefanti selvatici come questo. Non sono comuni elefanti, sembrano mandati in missione. In genere, prima entrano nel villaggio elefanti più piccoli, che sembrano esaminare la popolazione. Poi si riuniscono al branco, e poco dopo arrivano elefanti più grandi che completano il lavoro». In India gli elefanti sono sacri come le vacche (quindi non possono essere attaccati), e una delle Giuseppe Polverini 15 nostri modelli di vita: i anti Beata Chiara ‘Luce’ Badano Chiara Badano nasce a Sassello (SV), nell’Appennino ligure, il 29 ottobre 1971, dopo 11 anni di attesa umile e fiduciosa da parte dei genitori, che ritengono la nascita una grazia della Madonna delle Rocche. È ricca di doti naturali: bella, intelligente, volitiva, vivace, allegra e sportiva. Partecipa alla vita della parrocchia e ha tanti amici, ma si distingue fin da piccola per il suo amore a Gesù e alla Madonna; ha una particolare attrattiva per gli “ultimi”, che copre di attenzioni, ma nel tempo questo suo impegno le costerà l’emarginazione di chi la chiama ‘suorina’. Già dall’infanzia si riallaccia al Vangelo per correggersi, e dopo aver detto ‘no’ alla mamma che le chiedeva un aiuto a sparecchiare la tavola dice: “Com’è quella storia del Vangelo, di quel padre che aveva detto ai figli di recarsi nella vigna, e uno aveva detto sì e non c’era andato, mentre l’altro aveva detto di no e poi vi era andato? Mamma, mettimi il grembiulino!”. A poco più di 9 anni partecipa al “Noi siamo un corpo. È Family Fest (mani- come a me: se adesso mi festazione internafa male qui, ne risento zionale per le famidappertutto e io allora glie promossa dal Movimento dei devo fare in modo di non Focolari), e decide sottrarmi alla grazia di fin dall’inizio di Gesù, per non recare impegnarsi seria- danno a tutti gli altri” mente tra le giovani del Movimento. Insieme a Chicca, GEN come lei, scrive a Chiara Lubich: “Abbiamo cominciato subito la nostra avventura: fare la volontà di Dio nell’attimo presente. Col Vangelo sotto braccio faremo grandi cose”. Quando invita a pranzo la compagna di classe più povera, Chiara chiede di tirar fuori la tovaglia più bella “perché a tavola, con noi, oggi c’è Gesù”. “Ho riscoperto il Vangelo sotto una nuova luce. Ho capito che non ero una cristiana autentica perché non lo vivevo sino in fondo. Ora voglio fare di questo magnifico libro il mio unico scopo della vita. Non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio. Come per me è facile imparare l’alfabeto, così deve esserlo anche vivere il Vangelo!” “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Questo il suo imperativo, che la porterà ad amare sempre più gli altri vedendo in loro il suo Gesù. In IV ginnasio una bocciatura, inaspettata e subìta come un’ingiustizia. Ma ogni ostacolo diventa per Chiara un’occasione per dire sì al suo Gesù Abbandonato. Nell’ottobre successivo scrive infatti: “Quest’anno sono in una classe e sezione nuova perché ripeto l’anno. Quando sono entrata per la prima volta in classe avevo un po’ di paura, perché non conoscevo nessuno e avevo paura che facilmente sarei stata scartata dagli altri. Poi ho pensato che potevo assomiglire un pochino a Gesù abbandonato e piena di gioia sono entrata in classe. I compagni 16 L’iter per la beatificazione è stato avviato da mons. Livio Maritano, Vescovo emerito di Acqui, che ha conosciuto Chiara personalmente. Queste le parole del Presule: “Mi è parso che la sua testimonianza fosse significativa in particolare per i giovani. C’è bisogno di santità anche oggi. C’è bisogno di aiutare i giovani a trovare un orientamento, uno scopo, a superare insicurezze e solitudine, i loro enigmi di fronte agli insuccessi, al dolore, alla morte, a tutte le loro inquietudini. È sorprendente questa testimonianza di fede, di fortezza da parte di una giovane di oggi: colpisce, determina molte persone a cambiare vita, ne abbiamo testimonianza quasi quotidiana”. La fase diocesana del processo è durata dall’11 giugno 1999 al 21 agosto 2000, poi è iniziata la fase romana, e il 3 luglio 2008 è stata dichiarata Venerabile. Il 19 dicembre 2009 è stato promulgato il decreto pontificio riguardante il miracolo, attribuito all’intercessione di Chiara Badano: la guarigione improvvisa e inspiegabile di un ragazzo di Trieste affetto da una gravissima forma di meningite fulminante. I medici gli avevano dato 48 ore di vita. Il 25 settembre 2010 la beatificazione. sono stati molto simpatici con me e già ci conosciamo con tutti. Ho chiesto così a Gesù di essere sempre pronta a voler loro bene in ogni momento”. “Ho capito quello che diceva Santa Teresina: che prima di morire a colpi di spada, bisogna morire a colpi di spillo. Mi accorgo che le piccole cose sono quelle che non faccio bene, oppure i piccoli dolori, quelli che mi lascio sfuggire. Così voglio andare avanti amando tutti i colpi di spillo” È docile alla grazia e al disegno di Dio su di lei, che le si svelerà a poco a poco. A 17 anni, all’improvviso, durante una partita di tennis, un lancinante spasimo alla spalla sinistra. Dopo un primo intervento chirurgico si reca in ospedale per nuovi esami e iniziare la chemioterapia. È da sola perché la madre non l’ha potuta accompagnare per motivi di salute, e si sente dire dal medico che è affetta da osteosarcoma, un tumore tra i più terribili e dolorosi; rientra a casa e si butta sul letto col viso cupo, senza rispondere alla madre che le chiede l’esito degli esami. Dopo 25 minuti di lotta interiore silenziosa, dalle sue labbra esce il sì alla volontà di Dio, e si gira verso la madre col suo sorriso di sempre. Inizia per Chiara un calvario che durerà circa tre anni, ma lei non perderà mai il suo luminoso sorriso, pur dovendo affrontare cure dolorosissime. “Consapevole del mio nulla, cerco di offrire le mie sofferenze nei momenti più difficili, certa dell’amore di Dio, rinnovando il mio ‘sì’, attimo per attimo” 17 Rifiuta la morfina perché le toglie lucidità, dona tutto per la Chiesa, la Diocesi, i giovani, i lontani, il Movimento, le missioni..., rimanendo serena e forte, convinta che “il dolore abbracciato rende liberi”. Ripete: “Non ho più niente, ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre amare”. “... Voi non potete immaginare qual è ora il mio rapporto con Gesù... Avverto che Dio mi chiede qualcosa di più, di più grande. Forse potrei restare su questo letto per anni, non lo so. A me interessa solo la volontà dì Dio, fare bene quella nell’attimo presente: stare al gioco di Dio” Chiara Lubich, rispondendo alla sua ultima lettera, le scrive: “Dio ti ama immensamente, e vuole farti sperimentare gocce di Cielo. Il tuo viso così luminoso dice il tuo amore per Gesù. ‘Chiara Luce’ è il nome che ho pensato per te. Ti piace? È la luce di Dio che vince il mondo!” Le speranze di guarigione svaniscono presto, ma ad ogni peggioramento esclama: “Per Te, Gesù, se lo vuoi Tu lo voglio anch’io!”. Quando subentra una grave emorragia, i GEN fanno turni di preghiera tutta la notte, mentre i medici si chiedono se lasciarla morire o procedere ad una trasfusione tentando di salvarla, ma rimettendo così in moto anche le sofferenze. Decidono per la vita. Chiara vivrà ancora un anno, decisivo per lei. “Ero troppo assorbita da tante ambizioni, progetti e chissà cosa. Ora mi sembrano cose insignificanti, futili e passeggere… Ora mi sento avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco mi si svela. Se ora mi chiedessero se voglio camminare (un intervento la rese paralizzata con dolorosissime e continue contrazioni alle gambe), direi di no, perché così sono più vicina a Gesù”. “Gesù mi smacchia con la varechina anche i puntini neri, e la varechina brucia. Così quando arriverò in Paradiso sarò bianca come la neve” Chiara Luce è proiettata sino all’ultimo ad amare chi le sta accanto, a comunicare a più giovani possibile l’ideale che la anima, a dare Dio a chi è alla ricerca. Alla vigilia della sua “partenza” saluta tutti i presenti ad uno ad uno, ma i giovani con un amore speciale. Lascia a loro una consegna: “I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, però vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi. Hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene”. Poi scompiglia i capelli della mamma: “Ciao! Sii felice, perché io lo sono”. “È lo Sposo che viene a trovarmi” e sceglie il suo abito da sposa, i canti e le preghiere per la sua Messa; il rito dovrà essere una festa. L’incontro con il suo Sposo avviene alle 4 del mattino di domenica 7 ottobre 1990, festa della Beata Vergine Maria del Rosario. È l’anno di un’ardita scalata sino alle vette dell’unione con Dio, che traspare dal suo volto luminoso, nonostante i dolori della malattia. Dopo una notte difficile, confida: “Soffrivo molto fisicamente, ma l’anima cantava”. Chi va a farle visita col desiderio di darle coraggio, ne esce sconvolto e cambiato: è Chiara che contagia con la sua serenità e pace. Non di rado c’è chi dice d’aver sperimentato il Paradiso. Uno dei medici, non credente e critico nei confronti della Chiesa, dirà: “Da quando ho conosciuto Chiara qualcosa è cambiato dentro di me. Qui c’è coerenza, qui del cristianesimo tutto mi quadra”. 18 A V V E N I M E N T I Mercoledì 16 giugno: Pellegrinaggio delle Parrocchie di Osimo Lunedì 19 - domenica 25 luglio: Camposcuola a S. Elia di Fabriano Venerdì 30 luglio: esibizione del coro russo “Otrada” del Monastero di S. Nicola Domenica 15 agosto: Santa Messa in occasione del 50° anniversario dell’Ordinazione Sacerdotale di Mons. Quirino Capitani Domenica 1 agosto: Festa del Covo 19 Martedì 7 - mercoledì 8 settembre, Tarquinia (VT): vestizione e inizio dell’anno di Noviziato di Fra Nazareno (Michele Antonelli) fine dell’anno di Noviziato di Fra Maurizio Mazzieri Sabato 25 settembre: Concerto della Fisorchestra Marchigiana “Città di Castelfidardo” Mercoledì 15 settembre: Santa Messa celebrata dal vicario Mons. Roberto Pecetti Martedì 21 - giovedì 23 settembre: Triduo di preghiera con Santo Rosario, pensiero mariano e Benedizione Eucaristica Venerdì 24 settembre: Via Matris in Santuario, meditazioni di Don Olivio Medori 20 Domenica 26 settembre: Cresime Concerto vocale e strumentale, proiezione video, interventi poetici a cura di Gabriela Lampa Sabato 2 - lunedì 4 ottobre: Pellegrinaggio a Pompei con il Covo 21 Domenica 17 ottobre: Conferimento del mandato ai catechisti Sabato 27 novembre: Rinnovo della Consacrazione illimitata all’Immacolata dei membri del Cenacolo M.I.M. e atti di affidamento all’Immacolata Giovedì 9 dicembre: Focarone della Venuta Sponsor Pellegrinaggi Venerdì 9 luglio: Parrocchia Santa Maria della Pietà, Recanati (MC) Venerdì 6 agosto: Giovani della Diocesi di Arezzo Sabato 7 agosto: Santa Maria Nuova (AN) Sabato 21 agosto: Gruppo mariano di Recanati (MC) guidato da Don Lauro Cingolani Sabato 11 settembre: Parrocchia S. Ippolito di Pesaro (PU) Domenica 24 ottobre: Austria Lunedì 1 novembre: Bari 22 I nomi dei benefattori che, nella loro generosità, hanno contribuito alla grande spesa di ristrutturazione del Santuario e dei locali parrocchiali 20€: Fam. Fontanella Domenico 30€: Colonnini Amedeo 50€: Fam. Antonelli Giancarlo, Giuliodori Elsa, Fam. Loccioni Silvano, Fam. Quercetti Dino, Simonetti Gina, Vescovo Marino 60€: Fam. Galassi Italo, Fam. Iaconeta Antonio, Fam. Pagliarecci Aldo, Fam. Pesaresi Ada Sponsor 80€: Fam. Pirani Franco 100€:Fam. De Santis Ninno 140€:Anonimi (totale di più offerte) Dalle tue parti, dalla tua parte. 150€:Borsini Assunta OSIMO -Via Aldo Moro, 62 -Tel. 071 7230791 Battesimi della Parrocchia 20 giugno 2010: Luchetti Gioele (accoglienza nella comunità parrocchiale perché già battezzato in clinica) 7 agosto 2010: Siniscalchi Ludovico 16 ottobre 2010: Fioretti Maria 24 ottobre 2010: Giusepponi Pietro 1 novembre 2010: Marinelli Damiano 5 dicembre 2010: Santini Viola 19 dicembre 2010: Tomarelli Luca 26 dicembre 2010: Cappanera Cecilia Defunti della Parrocchia Antonelli Maria Deceduta il 13 agosto 2010 Malatini Luigia Deceduta il 22 agosto 2010 Carnevalini Enrica Deceduta l’11 settembre 2010 Vaccarini Vittorio Deceduto il 20 settembre 2010 Ghergo Giuseppe Deceduto il 07 ottobre 2010 Discepoli Anna Maria Deceduta il 14 ottobre 2010 Attaccalite Vincenzo Deceduto il 14 dicembre 2010 23