LaComunione Spirituale
tratto dal libro Gesù Eucaristico Amore
La Comunione Spirituale è la riserva di vita e di
amore eucaristico sempre a portata di mano per gli
innamorati di Gesù Ostia. Infatti, soddisfa i desideri
d’amore dell’anima che vuole unirsi a Gesù suo Diletto
Sposo. Essa è unione d’amore fra l’anima e Gesù
Ostia. Unione tutta spirituale, ma reale, più reale della
stessa unione fra l’anima e il corpo, perché “l’anima
vive più dove ama che dove vive”, dice S. Giovanni
della Croce.
La Comunione spirituale suppone, è evidente, la
fede nella Presenza Reale; comporta il desiderio della
Comunione Sacramentale; esige il ringraziamento per
il dono ricevuto. Tutto questo è espresso con semplicità
e brevità nella formula di S. Alfonso: “Gesù mio,
credo che Voi siete nel SS. Sacramento. Vi amo
sopra ogni cosa. Vi desidero nell anima mia.
Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente nel mio cuore... (pausa). Come già venuto, Vi abbraccio e tutto mi unisco a Voi.
Non permettete che io mi abbia mai a
separare da Voi”.
La Comunione spirituale produce gli
stessi
effetti
della
Comunione
Sacramentale a seconda delle disposizioni
con cui si fa, della maggiore o minore carica di affetto con cui si desidera Gesù, dell’amore più o meno intenso con cui Lo si
riceve e ci si intrattiene con Lui.
Ha il privilegio esclusivo di poter essere fatta
quante volte si vuole (pure centinaia di volte al giorno),
quando si vuole (pure in piena notte), dove si vuole.
È conveniente fare la Comunione spirituale specialmente quando si assiste alla S. Messa e non si può fare
la Comunione sacramentale. Quando il Sacerdote si
comunica, l’anima si comunichi anch’ella chiamando
Gesù nel suo cuore. In questo modo ogni Messa ascoltata è completa: offerta, immolazione, comunione.
Quanto sia preziosa lo disse Gesù stesso in una
visione a S. Caterina da Siena. Gesù le apparve con due
calici in mano, e le disse: “In questo calice d’oro metto
le tue Comunioni sacramentali; in questo calice d’argento metto le tue Comunioni spirituali. Questi due
calici mi sono tanto graditi”.
E a S. Margherita Maria Alacoque, molto assidua
nel mandare i suoi desideri di fiamma a chiamare Gesù
nel Tabernacolo, una volta Gesù disse: “Mi è talmente
caro il desiderio di un’anima di ricevermi, che Io mi
precipito in essa ogni volta che mi chiama con i suoi
desideri”.
Quanto sia stata amata dai Santi la Comunione spirituale non ci vuol molto a intuirlo. Essa soddisfa almeno in parte a quell’ansia ardente di essere sempre
“uno” con chi si ama. Gesù stesso ha detto: “Rimanete
in Me e io rimarrò in voi” (Giov. 15, 4). Altro mezzo
non c’è per placare gli aneliti d’amore che consumano
i cuori dei Santi. “Come una cerva anela ai corsi delle
acque, così la mia anima anela a Te, o Dio” (Sal 41, 2).
Ecco un consiglio di P. Pio a una sua figlia spirituale: “Nel corso del giorno, quando non ti è permesso di
fare altro, chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue
occupazioni, con gemito rassegnato dell’anima, ed
Egli verrà e resterà sempre unito con l’anima mediante la sua grazia e il suo santo amore. Vola con lo spirito dinanzi al Tabernacolo, quando non ci puoi andare
col corpo, e lì sfoga le ardenti brame ed abbraccia il
Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato di riceverlo sacramentalmente”.
Approfittiamo anche noi di questo grande
dono. Specialmente nei momenti di prova o di
abbandono, che cosa può esserci di più prezioso dell’unione con Gesù Ostia mediante la
Comunione Spirituale? Questo santo esercizio
può riempirci le giornate di amore come d’incanto, può farci vivere con Gesù in un abbraccio d’amore che dipende solo da noi rinnovare spesso fino a non interromperlo pressoché
mai.
S. Francesco di Sales fece il proposito di
farne almeno una ogni quarto d’ora, e così S.
Massimiliano M. Kolbe fin da giovane. E il
Servo di Dio Andrea Beltrami ci ha lasciato una
breve pagina del suo diario intimo che è un piccolo
programma di vita vissuta in Comunione spirituale
ininterrotta. Ecco le sue parole: “Ovunque mi trovi,
penserò sovente a Gesù in Sacramento. Fisserò il mio
pensiero al S. Tabernacolo anche quando mi svegliassi di notte, adorandolo da dove mi trovo, chiamando
Gesù in Sacramento, offrendogli l’azione che sto
facendo. Stabilirò un filo telegrafico dallo studio alla
Chiesa, un altro dalla camera, un terzo dal refettorio;
e manderò più sovente che mi sarà possibile dei
dispacci d’amore a Gesù in Sacramento”.
Il B. Luigi Guanella diceva ai pellegrini che accompagnava in treno ai Santuari: “Ogni campanile ci
richiama a una Chiesa, nella quale è un Tabernacolo,
si celebra la Messa, sta Gesù”.
Vogliano i santi comunicarci qualche fiamma dell’incendio d’amore che consumava i loro cuori. Ma
mettiamoci anche noi all’opera, facendo molte
Comunioni spirituali, specialmente nei momenti più
impegnativi della giornata. E, come ci assicura S.
Leonardo da Porto Maurizio: “Se voi praticate parecchie volte al giorno il santo esercizio della Comunione
spirituale, vi do un mese di tempo per vedere il vostro
cuore tutto cambiato”. Appena un mese: inteso?
L’ECO
DELLA
DELLA
D EVOZIONE
EVOZIONE ALLA
ALLA MADONNA
ADONNA DI
DI C AMPOCAVALLO
AMPOCAVALLO
Anno IX - Numero 24-25 - II-III Quadrimestre 2010
Aut. Trib. di Ancona N° 17/02 Reg. Period. Del 29/11/02
D I TO R I A L E
Ci sembra che il modo migliore di iniziare questo editoriale sia quello di ricordare l’importate
evento ecclesiale che il prossimo settembre coinvolgerà tutta la Chiesa Italiana: il XXV
Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà ad
Ancona nelle diocesi della metropolia dal 4 all’11
settembre 2011, il cui tema sarà “Signore da chi
andremo? L’Eucaristia per la vita quotidiana”.
La settimana si articolerà in momenti spirituali
e celebrativi, riflessioni e testimonianze e culminerà domenica 11 settembre con una solenne
Celebrazione eucaristica del Santo Padre
Benedetto XVI.
I significati del Congresso Eucaristico sono
molteplici. In primo luogo, si tratta di un atto di
fede nell’Eucarestia e un evento di comunione
per l’intera Chiesa italiana che in quei giorni
vedrà convergere nel capoluogo marchigiano
migliaia di fedeli da tutte le diocesi. L’evento
riveste anche un significato sociale e culturale
perché l’Eucarestia, sacramento dell’amore di
Dio per gli uomini, è pane del cammino storico
dei credenti e fermento di novità in tutti gli aspetti del vivere umano.
È per questo che verrà sottolineato il dono
dell’Eucaristia per la vita quotidiana, attraverso la
ripresa dei cinque ambiti dell’esistenza: la vita
affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la
tradizione e la cittadinanza.
Sfondo biblico dell’intero appuntamento sarà il
capitolo sesto del vangelo di Giovanni, da cui è
tratto il versetto posto nel titolo. “Signore, da chi
andremo?” è la domanda che l’apostolo Pietro
rivolge a Gesù a conclusione del discorso sulla
Parola e il Pane di vita. Ed è anche la domanda
che dopo duemila anni ritorna come la questione
centrale della vita dei cristiani oggi.
Tornando a Campocavallo, per quanto riguarda
il Santuario ad agosto sono terminati i lavori di
ristrutturazione della cupola e della facciata del
Santuario. Ora rimane da sistemare il campanile:
l’attuale croce è posticcia e di legno, e tra l’altro
sta marcendo; la struttura metallica che sostiene le
campane è ormai tutta arrugginita e grandemente
assottigliata: tra breve non sarà più possibile suonare le campane a distesa. Le decorazioni in cotto
attorno alla torre campanaria si stanno tutte sgretolando. I due edifici laterali alla facciata andrebbero anch’essi ripuliti e restaurati. Le preziosissime vetrate anch’esse devono essere aggiustate.
Manca inoltre l’illuminazione esterna notturna.
Tante cose si devono ancora sistemare ma noi
confidiamo nella Divina Provvidenza e nella
generosità dei fedeli.
In vista della processione “Via Matris” con la
statua dell’Addolorata per la festa della dedicazione del Santuario, processione che poi è stata
sospesa per il cattivo tempo, sono state ultimate le
nuove sette spade che trafiggono il cuore
Immacolato della statua dell’Addolorata.
Ancora oggi non riusciamo a capire chi possa
aver compiuto un tale sfregio. Il valore delle
spade è pressoché nullo quindi parlare di furto per
ricavare poi del denaro non ha senso. Restano due
alternative: lo sfregio motivato dall’odio per il
sacro e il divino, o la ragazzata. La prima ipotesi
sembra la più probabile in quanto nello stesso
periodo in zone limitrofe a Campocavallo si sono
registrati fatti analoghi.
Ringraziamo Giannoni Gino e Franco
Fontanella che hanno realizzato e donato al
Santuario le nuove sette spade.
Il parroco e rettore P. Giuseppe M. Grioni, FI
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(Prima serie Anno 118° - N° 454-455)
Terza serie Anno IX - N° 24-25
II-III Quadrimestre 2010
OMMARIO
Fondatore
Don Giovanni Sorbellini (1892)
EDITORIALE
Rappresentante Legale
Padre Giuseppe Maria Grioni, FI
2
STORIA DEL SANTUARIO
4-5
SPIRITUALITÀ MARIANA
6-7
Direttore responsabile
Padre Settimio Maria Manelli, FI
Redattore
Padre Giuseppe Maria Grioni, FI
Impaginazione
Giuseppe Polverini
Foto
Adriano Menghini
Ivo Giannoni
Archivio Redazione
LA MALDICENZA
Redazione e Direzione
Santuario B.V. Addolorata di Campocavallo
Via Cagiata,101 - 60027 Osimo (AN)
tel. e fax 071-7133003
Aut. Trib. di Ancona
N° 17/02 Reg. Period. del 29/11/02
8-10
IL COVO A POMPEI
11-13
ELEFANTI... CRISTIANI?
14-15
STORIA DEI SANTI
16-18
AVVENIMENTI
19-23
Tipografia
Tipoluce - Osimo
Per ricevere l’ECO direttamente a casa
spedisci la tua offerta tramite C/C 17007600 intestato a:
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LA COMUNIONE SPIRITUALE
In copertina
Il Covo in mostra a Pompei
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24
A CURA DI
DON MARINO CECCONI
tor ia d e l
antuario
Il presente vive del passato.
Rivivere insieme le origini del proprio paese è una cosa entusiasmante.
La lettura di questa sezione della Rivista farà ripercorrere le tappe della
storia di Campocavallo e del suo Santuario.
Di lì si vede quanta fu la spinta che don Giovanni
aveva impresso a quell’Opera!
(continua dal capitolo XIV: Opera delle tre Messe
quotidiane perpetue - Legati di Messe)
Don Giovanni Sorbellini, per molti anni, fece
trascrivere i nomi degli ascritti all’Opera delle
Messe, in grossi volumi, che si conservano
nell’Archivio del Santuario.
In seguito, senza far più trascrivere i nomi nei
registri, che era cosa troppo laboriosa, raccolse le
pagelle così come venivano e le riponeva, fissate
con cucitura a mo’ di volume, in scatole di legno,
che avevano la forma di volumi.
Questo egli fece finché visse, ordinatissimo e
preciso com’era, e amante dell’ordine.
Purtroppo quei registri e quelle scatole, tutte
accuratamente numerate, subirono numerosi traslochi e occuparono varie sedi. Così alcune andarono disperse e non furono più ritrovate.
Altrettanto avvenne di altre scatole, pur esse
numerate, contenenti i manoscritti de L’ECO.
Ugualmente per quelle che contenevano note
d’amministrazione.
Ci si è accorti, quando tutto quel materiale o
documentazione, sparsa in tre stanze diverse, fu
finalmente raccolto e riordinato in un’unica stanza (anno 1987).
Le iscrizioni (o ascrizioni) all’Opera delle
Messe continuarono anche dopo la morte di don
Giovanni Sorbellini, nonostante l’opera devastatrice delle due grandi guerre: 1914-18 e 1939-45,
sebbene però diminuendo.
Le ultime – pochi nomi – sono del 1988. Per
settant’anni, dopo la morte di don Sorbellini,
quell’Opera è sopravissuta e si è protratta, per
quel principio che in fisica si chiama “di inerzia”.
III
LEGATI DI MESSE
All’Opera delle Messe seguono alcuni legati.
Il sacerdote francese, Henri Broca, così scrive,
da Pau, il 9 maggio 1902.
Egli descrive la guarigione istantanea di sua
madre moribonda e un miglioramento nella sua
stessa salute.
“Ora, a mantenere la promessa fatta, feci
acquistare un titolo italiano di 5 lire di rendita.
Con questa rendita farà celebrare ogni anno due
Messe: una il 18 gennaio, giorno in cui fu guarita tanto meravigliosamente mia madre; l’altra il
19 marzo, festa di San Giuseppe Sposo della B. V.
... Frater tuus sum in Christo Jesu.
Henri Broca, cappellano”
Lo stesso Henri Broca mandò un nuovo titolo
italiano della rendita annua di 5 lire per un altro
legato di due messe annue.
Lo stesso don Giovanni ne scrive nella RELAZIONE: “Mi fo un dovere di notificare alla E. V.
che la vergine viene provvedendo ai legati più
perpetui. E infatti due di due messe annue ciascuno ne ho di Mr Henri Broca, di Pau in Francia, il
quale inviò il primo, dopo fattone il voto se avesse ottenuto la guarigione di sua madre che ottenne all’istante. Mi fece avere per questo una cartella del debito pubblico di L. 100. Similmente
dopo fatto altro voto di inviare l’elemosina di due
4
Che cos’è un “Legato di Messa”?
In termini giuridici, un legato è un lascito testamentario a carattere patrimoniale in favore di enti o
persone diverse dagli eredi naturali.
Con il legato di Messa si affida alla Curia o ad un ente simile una certa
somma di denaro, la cui rendita garntisce la celebrazione di un certo
numero di Messe annuali di suffragio. Non è necessariamente un lascito
testamentario.
Se nel tempo la svalutazione rende il capitale insufficiente a conseguerire
il numero di Mese prestabilito (alcuni legati sono antichi di secoli), la diocesi deve richiedere alla Santa Sede una sanatoria, attraverso la quale la
donazione viene in qualche modo accorpata, considerata estinta oppure
ridefinita diversamente, in modo da rispettare il più possibile la volontà
dell’offerente.
messe perpetue se avesse ottenuto altra guarigione che ottenne, mi fece avere altra cartella di
L. 100.
Un signore di Amatrice (L’Aquila) mandò
L. 100 per una messa annua perpetua. Questa
somma si conserva in un libretto su la Banca
Cattolica. E così per ora abbiamo tre legati più
perpetui”.
Si era nel 1903. Saranno venuti altri legati?
Non sappiamo.
targli i malati; affinché li curasse: il che voleva
dire guarirli.
Quando si afferma che la devozione alla
Madonna di Campocavallo si è diffusa in tutto il
mondo, non bisogna pensare che essa abbia invaso tutti gli strati della società. Tutt’altro. Essa ha
toccato i credenti, i devoti, i cattolici praticanti.
Gli Stati, intendendo per questi i loro Capi o i loro
Governi, non se ne sono accorti. Ugualmente la
grande Stampa ha ignorato i fatti.
È avvenuto anche qui ciò che avveniva ai tempi
di Gesù: ritorno sull’argomento. Gesù era conosciuto da gli umili; dalle persone del basso popolo e dai Maestri del tempo, i quali però, più che
seguirlo, lo spiavano, lo tenevano d’occhio, gli
tendevano insidie. I grandi di allora non ne sapevano nulla. Erode Antipa lo conobbe di fama, perché Taumaturgo. Ponzio Pilato lo ebbe in potere,
ma unicamente come Imputato, perché lo “in gladii” era in potere dei soli Romani, e, se si voleva
condannare Gesù occorreva metterlo nelle loro
mani.
La Madonna di Campocavallo era invocata nel
suo Santuario da coloro che potevano raggiungerlo con viaggio in treno e/o in carrozza, ma da
coloro che erano lontani, perché appartenenti a
continenti extraeuropei, era invocata nel luogo
dove si trovavano. Era invocata, in particolare dai
malati, e, per essi, dai loro familiari.
CAPITOLO XV
DIFFUSIONE DELLA DEVOZIONE
ALLA VERGINE ADDOLORATA
DI CAMPOCAVALLO
La devozione alla Madonna di Campocavallo,
sotto il titolo di Addolorata, si diffuse dovunque
col propagarsi delle notizie del movimento degli
occhi. Prima, com’era naturale, in tutte le Marche,
poi in tutta l’Italia, e immediatamente dopo, in
tutta l’Europa, particolarmente in Francia.
Pellegrini venivano da tutte le parti e tornando ai
loro paesi d’origine, propagavano la voce. Si
accendeva la curiosità, ma si alimentava anche la
devozione e sopra tutto la fede e con questa la preghiera.
Accadeva a Campocavallo ciò che avveniva ai
tempi di Gesù, quando le folle gli si facevano
appresso, non tanto per ascoltarlo, quanto per por-
(continua...)
5
PIRITUALITÀ
ARIANA
Continuiamo, con questa rubrica, a far conoscere ai nostri cari lettori l’importanza
della devozione alla Madonna per ogni cristiano, attraverso le parole del fondatore dei
Francescani dell’Immacolata, P. Stefano Maria Manelli.
Amore alla Madonna e unione
Fu proprio così per i Santi.
S. Teresina diceva di voler “passare il giorno
della vita nascosta con Gesù sotto il velo di
Maria”. E realmente dovette vivere assorta nella
Madonna, fin da piccola, se quella volta che fu
condotta a visitare Parigi, l’unica cosa che ricordava della meravigliosa città era il tempio di
“Nostra Signora delle vittorie”. S. Luigi
Grignion di Montfort, nel suo straripante amore
alla Madonna, disse di sè che era stato “predestinato ad abitare in Maria”, e arrivò a un tale grado
di unione con Maria da godere di continuo della
sua presenza. Alla fine della vita chiese che il suo
cuore venisse seppellito sotto l’altare di Maria,
per esprimere la sua inseparabilità dalla Celeste
Regina.
S. Gemma Galgani, rimasta orfana della
mamma a sette anni di età, si affidò alla Madonna:
“Da qui in avanti la mia mamma sarà la
Madonna”. E il rapporto d’amore materno e filiale fra Mamma e figlia fu di una soavità straordinaria. La Madonna sensibilmente accarezzava,
baciava, teneva fra le sue braccia, stringeva al suo
Cuore questa cara figlia, vittima di sangue per la
salvezza delle anime.
S. Antonio M. Claret viveva abitualmente così
assorto nella Madonna che una volta, all’intestazione di una lettera, invece di scrivere
“Madrid...”, scrisse “Maria 24-3-1866”!
S. Massimiliano M. Kolbe ci ha lasciato in se
stesso un altro impareggiabile modello di unione
d’amore alla Vergine Immacolata, alla sua cara
“Mammina”. L’unione divenne così fervida che
egli non poteva più non pensare alla sua grande
Regina. L’Immacolata era diventata la sua “Idea
fissa”, ed egli visse, soffrì e morì per questa
“volontaria e amabilissima idea fissa:
l’Immacolata”.
Esigenza ancora più forte dell’amore è l’incontro, la vicinanza, l’unione con la persona amata.
L’amore unisce per natura sua. Dio è uno perché
è amore. Mamma e figlio, sposo e sposa, fratelli,
amici..., finché si amano si sentono uniti. L’amore
è la loro unione. Se si raffredda l’amore, si allenta l’unione. Tutto è in proporzione. Quanto amore,
tanta unione. Non ci può essere vero amore, senza
vera unione.
Gesù ci ama tutti senza misura; per questo vuol
farsi “uno” con noi e vuol farci “uno” con Lui.
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui” (Gv 6,57). L’uno nell’altro. È la fusione d’amore.
Amare la Madonna, quindi, sforzandosi di
vivere sempre unito a Lei, dovrebbe essere un
bisogno spontaneo del vero devoto, così come è
un bisogno spontaneo del bambino stare vicino
alla mamma, soffrire per la sua lontananza, non
fare nulla senza di lei.
6
P. Pio da Pietrelcina è diventato celebre per la
quantità enorme di Rosari che recitava di giorno e
di notte (circa 100 corone), stando sempre unito
alla dolce Mamma. Ma fin da piccolo, a 5 anni di
età, egli godeva già della presenza visibile della
Madonna, e con una naturalezza tale, da credere,
per molto tempo, che ciò fosse comune a tutti. Se
ne accorse il suo Direttore spirituale, a cui una
volta P. Pio chiese: “E lei non la vede la
Madonna?”. Alla risposta negativa, P. Pio soggiunse: “Lei lo dice per umiltà!”. E invece l’umiltà non c’entrava. Solo P. Pio godeva di quella
presenza di Maria, segno della sua profonda unione con Lei.
Ma di tutti i Santi si potrebbe descrivere l’atmosfera costante di amore che alimentava la loro
unione con la Madonna, anche se per alcuni in
particolare la presenza di Maria fu dono di grazia
fuori del comune, come per S. Giovanni
Damasceno, S. Matilde, S. Brigida, S. Giovanni
Eudes, S. Margherita Alacoque, S. Carlo da
Sezze, S. Veronica Giuliani, S. Alfonso de’
Liguori, il S. Curato d’Ars... A noi però interessa
ancor più conoscere i concreti atti di amore con
cui i Santi vivevano sempre uniti alla Celeste
Mamma. In questo tutti i Santi sono stati maestri
impareggiabili, veramente simili a Gesù, il quale
cominciò prima a fare e poi a insegnare (At 1,1).
mariana la vita dei veri devoti di Maria, tenendoli in costante unione con la Madonna. Proprio
questo è la preghiera mariana: è incontro, è colloquio, è unione con Maria.
Ma con la preghiera, i veri devoti debbono
avere premura, anzitutto, di evitare ciò che dispiace alla dolce Mamma, il peccato, grande o piccolo che sia. Sarebbe semplicemente assurdo voler
amare o credere di amare una persona offendendola!
Inoltre, il vero devoto di Maria deve far entrare la Madonna in tutte le sue cose, far dipendere
da Lei ogni scelta da fare, affidarsi a Lei per ogni
compito anche minimo da svolgere. Quando S.
Luigi doveva andare a preparare il refettorio,
diceva con fede e candore: “Andiamo a stendere
le tovaglie alla tavola di Gesù e di Maria”. Il
Santo faceva entrare la Madonna anche in un servizio così semplice. Ma è certo che tutto interessa
a una Mamma di tanto cuore; nulla è indifferente
al suo amore materno che non conosce riserve e
vuole trasfigurare tutti i nostri atti.
Per questo i Santi iniziavano dal primo mattino
a offrire la loro giornata alla Madonna. Il S.
Curato d’Ars diceva, deliziosamente, che ogni
mattina noi dovremmo fare come il bambino il
quale, appena si sveglia, dal suo lettino volge
subito gli occhi attorno in cerca della mamma!
Lungo il giorno, poi, i Santi non potevano fare
a meno di invocare la Madonna con frequenza. È
esigenza dell’amore. Leggiamo, ad esempio, questi propositi del B. Contardo Ferrini: “Ogni giorno dopo la visita a Gesù, la visita a Maria di cui
spesso mi ricorderò nel giorno... Amerò la santa
purità raccomandandomi spesso a Maria... Prima
di ogni conversazione mi raccomanderò con
un’Ave Maria, così prima dei pasti. Ogni giorno
dirò il Rosario, a mezzodì l’Angelus, ogni ora,
potendo, l’Ave Maria e la Comunione Spirituale”.
Che meraviglia! E non dimentichiamo che il B.
Contardo era un laico, un professore di università.
Chi non potrebbe imitarlo? Ma allora, perché non
impegnarci anche noi?
Se ci fosse l’amore...
Amore e atti di amore
La sorgente più feconda degli atti di amore con
cui i Santi si univano alla Madonna era la preghiera mariana.
Le preghiere più belle, le orazioni, le devozioni, le corone, le pie giaculatorie verso la B.
Vergine infioravano quotidianamente le loro
anime e le loro giornate, dal primo svegliarsi del
mattino fino all’ultima benedizione per il riposo
notturno.
Specialmente il Piccolo Ufficio della B.
Vergine, così caro a tanti Santi, e ancor più il
Santo Rosario, hanno riempito di preghiera
7
AT E C H I S M O P E R T U T T I
LA MALDICENZA
Da un’omelia del Santo Curato d’Ars
Quale è la condotta della maggior parte dei cristiani dei nostri giorni? Eccola: criticare, censurare, screditare e condannare ciò che fa e dice il
prossimo. [Il Santo visse tra il 1786 e il 1859, ma
sembra che con il tempo non siamo migliorati
affatto!] Questo, fra tutti i vizi, è quello più comune, quello più universalmente diffuso, e, forse, il
peggiore di tutti.
Se mi domandaste: “Che cos’è la maldicenza?”, io vi risponderei: “È far conoscere un difetto o una colpa del prossimo, in maniera tale da
nuocere, poco o molto, alla sua reputazione. E ciò
avviene in vari modi”.
Si parla male allorché si attribuisce al prossimo un male che non ha fatto o un difetto che non
ha, e questo si chiama calunnia. È un crimine
infinitamente terribile, ma tuttavia molto comune.
Attenti a non ingannarvi, perché dal parlar male al
calunniare il passo è molto breve.
Si parla male, inoltre, quando si gonfia il male
che il prossimo ha fatto. Avete visto qualcuno che
ha commesso qualche colpa, e voi cosa fate?
Invece di ricoprirla col velo della carità, o, almeno, di ridimensionarla, voi la ingigantite. È ciò
che si chiama parlare male per esagerazione.
Ascoltate cosa dice san Francesco di Sales: «Non
dite che il tale è un ubriaco o un ladro, perché lo
avete visto rubare o ubriacarsi una sola volta. Noè
e Lot si ubriacarono una volta; eppure né l’uno né
l’altro erano degli ubriachi. San Pietro non era un
bestemmiatore, per aver imprecato una volta. Una
persona non è viziosa per essere caduta una volta
nel vizio, e quand’anche vi cadesse più volte, parlandone male si corre il rischio di accusarla falsamente. È ciò che accadde a Simone il lebbroso,
quando vide la Maddalena ai piedi del Salvatore,
mentre li bagnava con le sue lacrime: “Se quest’uomo fosse un profeta, come si dice, non
saprebbe che è una peccatrice, colei che si è gettata ai suoi piedi?”. Egli si sbagliava di grosso: la
Maddalena non era più una peccatrice, ma una
santa penitente, perché le erano stati perdonati
tutti i suoi peccati. Vedete ancora questo orgoglioso fariseo, che, stando nel tempio, faceva l’elenco di tutte le sue pretese opere buone, ringraziando Dio di non essere come gli altri uomini,
adulteri, ingiusti e ladri, proprio come quel pubblicano. Egli riteneva che quel pubblicano fosse
un peccatore,
invece, in quello
Io dico che quasi
stesso momento,
sempre ci sbagliamo quanquello era stato
do giudichiamo male il nostro
giustificato. Dal
prossimo, sebbene la cosa su
momento che la
cui portiamo il nostro giudizio
Misericordia di
possa avere qualche appaDio è tanto
renza di verità.
grande che un
solo istante è sufficiente perché Egli perdoni il più
grande delitto del mondo, come possiamo noi
avere l’audacia di dire che colui che fino a ieri era
un gran peccatore, lo sia anche oggi?».
Dico ancora che si parla male, quando si fa
conoscere, senza una legittima ragione, un difetto
nascosto del prossimo, o una colpa ignota. Ci
sono persone che s’immaginano che quando vengono a sapere qualcosa di male sul prossimo possono tranquillamente dirlo ad altri e intrattenervisi. Che cosa la nostra religione ci raccomanda più
della carità? La stessa ragione ci suggerisce di
non fare agli altri quello che non vorremmo fosse
fatto a noi.
Se ci facciamo caso, quasi
sempre si aggiunge qualcosa e si
aumenta il male che si dice del prossimo.
Una cosa che passa per molte bocche non
è più la stessa; colui che l’ha detta per
primo non la riconosce più, tanto è stata
cambiata e accresciuta. Da ciò, io concludo che uno che parla male è, quasi sempre, anche calunniatore, e ogni calunniatore è un infame. C’è un santo padre che
dice che bisognerebbe scacciare i maldicenti dalla società degli uomini, come si
trattasse di bestie feroci.
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Si parla male, inoltre, allorché si interpretano
male le buone azioni del prossimo. Un poveretto,
una volta che finisce sulla lingua dei maldicenti, è
simile a un chicco di grano sotto la ruota del mulino: viene lacerato, sfracellato e completamente
distrutto. Questa gente vi attribuirà delle intenzioni che voi non avete mai avuto, avvelenerà ogni
vostra azione e ogni vostro movimento.
Affermo ancora, che si parla male, perfino
senza dire nulla, ed ora vi spiego come. Potrà
accadere che, alla vostra presenza, si lodi
una persona che si sa che conoscete. E voi
non dite nulla, oppure la lodate con una
certa freddezza: allora il vostro silenzio
o la vostra simulazione, porteranno a
pensare che voi conoscete, sul suo
conto, qualcosa di brutto, e che ciò vi
porta a non dire nulla. Altri, poi, parlano male sotto un’apparenza di compassione. ‘‘Non sai niente - essi dicono non hai sentito ciò che è successo a quella tale, che conosci bene? Peccato, che si è
lasciata ingannare!... Tu, tu che sei come me,
non avresti mai creduto?...”. San Francesco ci
dice che una simile maldicenza è simile a una
freccia avvelenata, che si immerge nell’olio, perché penetri più in profondità. E poi, un gesto, un
sorriso, un “ma...”, un dondolio della testa, una
sottile aria di disprezzo: tutto ciò contribuisce a
far pensare un gran male della persona di cui si
parla.
Ma la maldicenza più nera e più funesta nelle
sue conseguenze consiste nel riferire a qualcuno
ciò che un altro ha detto di lui o ha fatto contro di
lui. Queste delazioni producono i mali più terribili e fanno nascere sentimenti di odio e di vendetta
che durano spesso fino alla morte. Per mostrarvi
quanto questa specie di persone sia colpevole,
ascoltate quello che ci dice lo Spirito Santo: «Ci
sono sei cose che Dio odia, ma la settima egli la
detesta, questa settima è la delazione» (cf Prv
di6,16-19 Vulg).
uomini. È vero anche che la maldicenza è più o
meno grave, a seconda della qualità, della prossimità e della dignità della persona a cui è riferita.
Di conseguenza, è peccato più grave divulgare i
difetti e i vizi dei propri superiori, come anche del
proprio padre o della propria madre, della moglie
o del marito, dei propri fratelli e sorelle e dei
parenti, piuttosto che divulgare i difetti di gente
estranea, poiché si deve nutrire maggiore carità
per gli uni che per gli altri. Parlare male, poi,
delle persone consacrate e dei ministri della
Chiesa, è un peccato ancora più grave, a
motivo delle conseguenze funeste che si
causano alla Religione, e dell’oltraggio
che si compie contro la loro sacra
dignità.
Gesù Cristo ci dice: «Chi disprezza
voi disprezza me» (Lc 10,16). Perciò,
fratelli miei, quando vi trovate in compagnia di persone di un’altra parrocchia, sempre pronte a parlar male del loro
pastore, non dovete mai prendervi parte.
Allontanatevi, se lo potete, e se non vi è possibile, rimanete zitti.
Ciò detto, fratelli miei, sarete d’accordo con
me, che per fare una buona Confessione, non
basta dire che si è parlato male del prossimo; bisogna aggiungere se lo si è fatto per leggerezza, per
odio, per vendetta, se abbiamo voluto nuocere alla
sua reputazione. Bisognerà precisare di chi abbiamo parlato male: se si tratta di un superiore, di un
collega, del padre, della madre, dei nostri parenti,
o di persone consacrate a Dio; e davanti a quante
persone: tutto ciò è necessario, per fare una buona
Confessione.
Questo peccato contiene in sé il veleno di tutti
i vizi: la meschinità della vanità, il veleno della
gelosia, l’asprezza della collera, il fiele dell’odio
e la leggerezza, tanto indegna di un cristiano. È
questo che fa dire a san Giacomo apostolo che la
lingua del mormoratore “è piena di veleno mortale, è un mondo di iniquità” (cf Gc 3,6-10). Se
volessimo prenderci la pena di esaminare meglio
tutto ciò, nulla ci sembrerebbe più chiaro. Non è,
infatti, la maldicenza che semina, quasi dappertutto, discordia e divisione, che scompiglia le
amicizie, che impedisce ai nemici di riconciliarsi,
che turba la pace delle famiglie, che mette il fra-
La maldicenza costituisce peccato mortale,
quando si afferma qualcosa di grave, poiché san
Paolo colloca questo peccato tra quelli che ci
escludono dal Regno dei Cieli (cf 1 Cor 6,9-10).
Lo Spirito Santo ci dice che il maldicente è maledetto da Dio, che egli è in abominio a Dio e agli
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tello contro il fratello, il marito contro la moglie,
la nuora contro la suocera, il genero contro il suocero?
Ma, mi chiederete, come si deve dunque fare
per riparare la reputazione del proprio prossimo?
Ecco: se quello che si è detto contro di lui è falso,
bisognerà assolutamente andare a trovare tutti
coloro con i quali si è parlato male di questa persona, riconoscendo che tutto ciò che si è detto è
falso; che si è parlato per odio, per vendetta o per
leggerezza. E se anche, facendo così, passeremo
per bugiardi, per furbi o per impostori, dobbiamo
farlo lo stesso. E se, per caso, ciò che avevamo
detto era vero, non potremo disdire, perché non è
mai permesso di mentire, ma bisognerà dire di
quella persona tutto il bene che conosciamo, in
modo da cancellare il male che si è detto prima. E
se poi quella maldicenza, quella calunnia, gli ha
causato qualche torto, si è obbligati a ripararlo
tanto quanto lo si può.
voi, non la potrete rimproverare, ma allora,
mostrerete un’aria seria e triste, che gli faccia
capire che vi trovate a disagio, e, se potete andarvene, dovete farlo.
Cosa dovremo concludere da tutto ciò che si è
detto, fratelli miei? Ecco: non dobbiamo, per nessun motivo, prendere l’abitudine di parlare del
comportamento degli altri. Dobbiamo pensare che
ci sarebbe tanto e poi tanto da dire sul nostro
conto, se gli altri ci conoscessero come siamo
veramente. Dobbiamo invece fuggire le compagnie mondane più che possiamo. Con
sant’Agostino, dobbiamo spesso ripetere: «Dio
mio, fammi la grazia di conoscermi come sono
veramente». Felice, mille volte felice, colui che
userà la sua lingua soltanto per chiedere a Dio il
perdono dei suoi peccati, e per cantare le sue lodi!
Lettera di San Giacomo Apostolo 3, 2-12
Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il
corpo. Quando mettiamo il morso in bocca ai
cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi,
benché siano così grandi e vengano spinte da
venti gagliardi, sono guidate da un piccolissimo
timone dovunque vuole chi le manovra. Così
anche la lingua: è un piccolo membro e può
vantarsi di grandi cose. Vedete un piccolo fuoco
quale grande foresta può incendiare! Anche la
lingua è un fuoco, è il mondo dell'iniquità, vive
inserita nelle nostre membra e contamina tutto
il corpo e incendia il corso della vita, traendo la
sua fiamma dalla Geenna. Infatti ogni sorta di
bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini
sono domati e sono stati domati dalla razza
umana, ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale.
Con essa benediciamo il Signore e Padre e con
essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza
di Dio. È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev'essere così, fratelli
miei! Forse la sorgente può far sgorgare dallo
stesso getto acqua dolce e amara? Può forse,
miei fratelli, un fico produrre olive o una vite
produrre fichi? Neppure una sorgente salata
può produrre acqua dolce.
Tutte le volte che si parla male di
qualcuno si crea un danno difficilmente
riparabile. Bisogna cercare di fuggire le cattive conversazioni, anche
perché, al dire di san
Bernardo, è difficile
giudicare chi sia più
colpevole, se chi calunnia o chi ascolta!
Te r m i n o
dicendo che non è da evitare solo il parlar male o
il calunniare, ma anche ascoltare con un certo piacere la maldicenza e la calunnia. Infatti, se non ci
fosse chi ascolta, non esisterebbe neppure chi
calunnia. San Bernardo ci dice che è molto difficile giudicare chi sia più colpevole, se chi calunnia, o chi ascolta; l’uno ha il demonio sulla lingua, l’altro nelle orecchie. Ma, mi direte voi:
“Che cosa si deve fare quando si capita in una
compagnia dove si sparla?”. Ecco: se si tratta di
un suddito, cioè di una persona a voi sottomessa,
dovete imporgli di tacere all’istante, facendogli
notare il male che va facendo. Se è una persona
del vostro rango, dovete con abilità sviare la conversazione, parlando d’altro, o dando a vedere di
non gradire ciò che dice. Se poi si tratta di un
superiore, cioè di una persona che è al di sopra di
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Il Covo a Pompei
Quest’anno il Covo, che rappresenta il Santuario di Pompei, è
stato accompagnato da una nostra
delegazione nella cittadina campana dal 2 al 4 ottobre.
Siamo stati accolti dal Vescovo
del luogo, Sua Eccellenza Mons.
Carlo Liberati con grande carità: è
stato sempre con noi, e ci ha addirittura riservato un albergo che
veniva inaugurato dopo la restaurazione. Ha regalato a tutti il
numero di settembre/ottobre de
Il Rosario e la nuova Pompei,
periodico del Santuario, con il
Covo in ultima di copertina (la rivista si può
scaricare dal sito: http://www.santuario.it). Ha
anche chiesto i nostri indirizzi per poterci spedire i prossimi numeri, ed era talmente entusiasta
del Covo che avrebbe voluto che lo lasciassimo
là. Poiché però il Covo rimarrà in esposizione a
Campocavallo fino a gennaio 2011, abbiamo
deciso di donarglielo dopo quella data.
Il Presule, marchigiano di origine (è nato
infatti a Matelica), è stato molto interessato alla
nostra opera già quando siamo andati la prima
volta a Pompei per prendere le misure: ha perfino rimandato degli impegni pur di seguirci.
Insomma, l’amore per la sua terra d’origine e
la sua profonda devozione mariana ci hanno
fatto sentire veramente a casa. Perciò desideriamo ringraziare lui, da queste pagine dell’Eco,
come pure tutte le altre persone che abbiamo
incontrato durante il nostro pellegrinaggio, che
ci hanno dimostrato la tipica ospitalità di questi
incantevoli luoghi.
Le foto si riferiscono alla Santa Messa seguita dalla Supplica alla Vergine di Pompei
(domenica 3 ottobre), e alla Santa Messa del 4,
in Santuario.
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Elefanti... cristiani?
Il sito della Diocesi di Colombo (Sri Lanka) nel
dicembre 2009 ha riportato una notizia molto
interessante. Ve ne presentiamo alcuni estratti che
abbiamo tradotto.
«Nel luglio del 2008 è scoppiata una grave
persecuzione di cristiani nello stato indiano di
Orissa. Una suora di 22 è arsa viva quando una
folla inferocita ha dato fuoco ad un orfanotrofio
nel villaggio di Khuntpali nel distretto di
Bargarh; un’altra suora ha subito violenza di
gruppo nel [distretto di] Kandhamal; le folle
hanno attaccato chiese, incendiato veicoli, hanno
abbattuto case di cristiani e Padre Thomas
Chellen, direttore del centro pastorale distrutto
con una bomba, si è salvato per un soffio dopo
esser stato quasi dato alle fiamme. Il risultato
finale è stato di oltre 500 cristiani assassinati, e
migliaia di altri feriti e con la casa ridotta in
cenere».
La rivolta però non è stata affatto un caso isolato, ma solo l’episodio più grave di una scia di
pesanti maltrattamenti che i cristiani subiscono
ormai da anni. Frequenti sono state, e sono ancora oggi, le riconversioni forzate all’induismo, e
tutt’ora ci sono profughi che non possono rientrare nei loro villaggi. Chi testimonia ai processi è
vittima di minacce, e le autorità locali procedono
a rilento nella cattura dei colpevoli.
La maggior parte dei cristiani in India sono
dalit, i cosiddetti intoccabili, cioè coloro che,
all’interno di un sistema sociale diviso in caste,
occupano il posto più basso. Anche se la
Costituzione indiana ha migliorato la loro condizione - ora sono riconosciuti come una delle
cosiddette caste registrate (scheduled castes)
mentre prima erano addirittura come una categoria a sé - soprattutto nelle aree rurali è rimasta una
forte discriminazione nei loro confronti, e ancora
oggi i membri delle caste superiori, se non vogliono essere contaminati, devono evitare ogni contatto fisico con loro, non devono mangiare allo
stesso tavolo, devono usare fonti di acqua differenti (rubinetti, fontane, pozzi) e altre cose simili.
La condizione degli intoccabili è sempre stata
caratterizzata da estrema povertà, precarietà igienico-sanitaria e diffusa ignoranza. Erano costretti
a vivere ai margini del villaggio e di occuparsi,
generazione dopo generazione, di attività considerate degradanti, come becchini, ciabattini e
lavandai. Erano trattati come schiavi e non avevano possibilità di reclamare quanto loro dovuto, e
neppure venivano riconosciuti loro dignità umana
e onore.
Queste cose stanno un po’ sparendo per i dalit
indù, ma quelli cristiani, oltre che emarginati,
sono perseguitati, come è successo nel luglio del
2008.
L’anno scorso sembra però che il Cielo, in
modo del tutto straordinario, sia intervenuto in
difesa di questi nostri fratelli: «branchi di elefanti hanno iniziato ad assalire i villaggi che ospitano alcuni di coloro che avevano perseguitato
maggiormente i cristiani. In un villaggio da cui
[...] i cristiani erano dovuti fuggire per salvarsi la
vita dai rivoltosi che distruggevano le loro case,
dopo un anno esatto, nel luglio del 2009, alla
stessa ora del giorno dell’attacco, è comparso
dalla giungla circostante un branco di elefanti.
Gli animali per prima cosa hanno attaccato un
frantoio per pietre [macchina per tritare le pietre,
usata in edilizia stradale, ndt] di proprietà di uno
dei principali capi dei persecutori. Hanno poi
proseguito distruggendogli la casa e la fattoria.
In 45 villaggi hanno subito gli attacchi un totale di oltre 2500 persone, secondo quanto riferito
dal capo distretto Krishen Kumar.
È comunque poco chiaro il motivo per cui questi animali sono migrati dalla riserva di Lakheri
in un distretto vicino. Ha detto che il branco ha
viaggiato per circa 300km fino al Kandhamal, ed
ha persino attraversato una città. Ufficiali del
Corpo Forestale si sono accampati nella zona
degli attacchi e hanno tentato di capire come mai
gli elefanti siano usciti dal loro santuario. Gli
abitanti del villaggio dicono che gli elefanti attaccano le aree in branchi, causando gravi distru-
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divinità più venerate è proprio Ganesha, che
ha la testa di elefante. È quindi molto interessante vedere che proprio questi animali
prendano le difese degli odiati cristiani...
Dio, «il quale vuole che tutti gli uomini
siano salvati e arrivino alla conoscenza della
verità» (1Tm 2,4), si serve a volte di questi
mezzi straordinari. Infatti nell’articolo leggiamo che «il timore di Dio è sceso sulla
gente del posto, che ha soprannominato
questi animali gli elefanti cristiani».
Tutto quindi volto al riconoscimento della
vera Fede, e del vero Dio Creatore e Signore di
ogni cosa (se il mio dio - o comunque un suo simbolo - viene usato dal loro Dio per punire me che
ho attaccato loro, allora...).
Prosegue l’articolo: «A causa dello scarso
aiuto proveniente dalle amministrazioni locali, gli
abitanti dei villaggi si sono dati ai blocchi stradali. “Gli elefanti hanno distrutto i raccolti e
selezionato le case.” Ma anche le autorità si
dichiarano impotenti: “Non c’è un habitat permanente di elefanti a Sundargarh. Vengono dal
Bihar, dal Chhattisgarh e dal Jharkhand dove si
sono ristretti i loro habitat. Ma non è chiaro come
e perché questi elefanti abbiano raggiunto
l’Orissa”».
A noi invece il perché è chiaro: se degli elefanti viaggiano per centinaia di chilometri e si accaniscono sulle proprietà degli oppressori, lasciando
intatti i possedimenti degli oppressi (cominciando
ad un anno esatto dall’inizio delle persecuzioni),
significa che sono stati mossi da una Volontà
superiore...
Preghiamo che fatti come questo possano incoraggiare i nostri fratelli in India a restare saldi
nella Fede, e spingere alla conversione tante
anime che sono nell’errore, perché purtroppo le
persecuzioni continuano in altre zone del mondo
(e della stessa India: sembra proprio che a volte
non si voglia ascoltare i moniti del Cielo)...
zioni.
Prendendo velocità, si sono scatenati contro
le proprietà dei non cristiani, demolendo giardini e selezionando le case dei persecutori,
lasciando le abitazioni dei cristiani intatte.
Questi strani attacchi si sono propagati, e secondo un rapporto i pachidermi hanno già distrutto
più di 700 case in 30 villaggi e ucciso cinque persone. Nessuno in quest’area aveva mai visto o
anche solo immaginato la comparsa unica di un
branco di elefanti selvatici come questo. Non
sono comuni elefanti, sembrano mandati in missione.
In genere, prima entrano nel villaggio elefanti
più piccoli, che sembrano esaminare la popolazione. Poi si riuniscono al branco, e poco dopo
arrivano elefanti più grandi che completano il
lavoro».
In India gli elefanti sono sacri come le vacche
(quindi non possono essere attaccati), e una delle
Giuseppe Polverini
15
nostri modelli di vita: i
anti
Beata Chiara ‘Luce’ Badano
Chiara Badano nasce a Sassello (SV),
nell’Appennino ligure, il 29 ottobre 1971, dopo
11 anni di attesa umile e fiduciosa da parte dei
genitori, che ritengono la nascita una grazia della
Madonna delle Rocche.
È ricca di doti naturali: bella, intelligente, volitiva, vivace, allegra e sportiva. Partecipa alla vita
della parrocchia e ha tanti amici, ma si distingue
fin da piccola per il suo amore a Gesù e alla
Madonna; ha una particolare attrattiva per gli
“ultimi”, che copre di attenzioni, ma nel tempo
questo suo impegno le costerà l’emarginazione di
chi la chiama ‘suorina’.
Già dall’infanzia si riallaccia
al Vangelo per correggersi, e
dopo aver detto ‘no’ alla mamma
che le chiedeva un aiuto a sparecchiare la tavola dice: “Com’è
quella storia del Vangelo, di
quel padre che aveva detto ai
figli di recarsi nella vigna, e uno
aveva detto sì e non c’era andato, mentre l’altro aveva detto di
no e poi vi era andato? Mamma,
mettimi il grembiulino!”.
A poco più di 9
anni partecipa al “Noi siamo un corpo. È
Family Fest (mani- come a me: se adesso mi
festazione internafa male qui, ne risento
zionale per le famidappertutto e io allora
glie promossa dal
Movimento
dei devo fare in modo di non
Focolari), e decide sottrarmi alla grazia di
fin dall’inizio di Gesù, per non recare
impegnarsi seria- danno a tutti gli altri”
mente tra le giovani del Movimento. Insieme a Chicca, GEN come
lei, scrive a Chiara Lubich: “Abbiamo cominciato
subito la nostra avventura: fare la volontà di Dio
nell’attimo presente. Col Vangelo sotto braccio
faremo grandi cose”.
Quando invita a pranzo la compagna di classe
più povera, Chiara chiede di tirar fuori la tovaglia
più bella “perché a tavola, con noi, oggi c’è
Gesù”.
“Ho riscoperto il Vangelo sotto
una nuova luce. Ho capito che non
ero una cristiana autentica perché
non lo vivevo sino in fondo. Ora
voglio fare di questo magnifico
libro il mio unico scopo della vita.
Non voglio e non posso rimanere
analfabeta di un così straordinario
messaggio. Come per me è facile
imparare l’alfabeto, così deve
esserlo anche vivere il Vangelo!”
“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt
25,40). Questo il suo imperativo, che la porterà ad
amare sempre più gli altri vedendo in loro il suo
Gesù.
In IV ginnasio una
bocciatura, inaspettata e
subìta come un’ingiustizia. Ma ogni ostacolo
diventa per Chiara
un’occasione per dire sì
al suo Gesù Abbandonato.
Nell’ottobre successivo
scrive
infatti:
“Quest’anno sono in una
classe e sezione nuova perché ripeto l’anno.
Quando sono entrata per la prima volta in classe
avevo un po’ di paura, perché non conoscevo nessuno e avevo paura che facilmente sarei stata
scartata dagli altri. Poi ho pensato che potevo
assomiglire un pochino a Gesù abbandonato e
piena di gioia sono entrata in classe. I compagni
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L’iter per la beatificazione è stato avviato
da mons. Livio Maritano, Vescovo emerito di Acqui, che ha conosciuto Chiara
personalmente.
Queste le parole del Presule: “Mi è parso
che la sua testimonianza fosse significativa in particolare per i giovani. C’è
bisogno di santità anche oggi. C’è bisogno di aiutare i giovani a trovare un
orientamento, uno scopo, a superare
insicurezze e solitudine, i loro enigmi di
fronte agli insuccessi, al dolore, alla
morte, a tutte le loro inquietudini. È sorprendente questa testimonianza di fede,
di fortezza da parte di una giovane di
oggi: colpisce, determina molte persone
a cambiare vita, ne abbiamo testimonianza quasi quotidiana”.
La fase diocesana del processo è durata
dall’11 giugno 1999 al 21 agosto 2000,
poi è iniziata la fase romana, e il 3 luglio
2008 è stata dichiarata Venerabile.
Il 19 dicembre 2009 è stato promulgato il
decreto pontificio riguardante il miracolo, attribuito all’intercessione di Chiara
Badano: la guarigione improvvisa e
inspiegabile di un ragazzo di Trieste
affetto da una gravissima forma di
meningite fulminante. I medici gli avevano dato 48 ore di vita.
Il 25 settembre 2010 la beatificazione.
sono stati molto simpatici con me e già ci conosciamo con tutti. Ho chiesto così a Gesù di essere
sempre pronta a voler loro bene in ogni momento”.
“Ho capito quello che diceva Santa
Teresina: che prima di morire a colpi
di spada, bisogna morire a colpi di
spillo. Mi accorgo che le piccole cose
sono quelle che non faccio bene,
oppure i piccoli dolori, quelli che mi
lascio sfuggire. Così voglio andare
avanti amando tutti i colpi di spillo”
È docile alla grazia e al disegno di Dio su di lei,
che le si svelerà a poco a poco.
A 17 anni, all’improvviso, durante una partita
di tennis, un lancinante spasimo alla spalla sinistra. Dopo un primo intervento chirurgico si reca
in ospedale per nuovi esami e iniziare la chemioterapia. È da sola perché la madre non l’ha potuta
accompagnare per motivi di salute, e si sente dire
dal medico che è affetta da osteosarcoma, un
tumore tra i più terribili e dolorosi; rientra a casa
e si butta sul letto col viso cupo, senza rispondere
alla madre che le chiede l’esito degli esami. Dopo
25 minuti di lotta interiore silenziosa, dalle sue
labbra esce il sì alla
volontà di Dio, e si gira
verso la madre col suo sorriso di sempre. Inizia per
Chiara un calvario che
durerà circa tre anni, ma
lei non perderà mai il suo
luminoso sorriso, pur
dovendo affrontare cure
dolorosissime.
“Consapevole del mio nulla,
cerco di offrire le mie sofferenze
nei momenti più difficili, certa
dell’amore di Dio, rinnovando il
mio ‘sì’, attimo per attimo”
17
Rifiuta la morfina perché le toglie lucidità,
dona tutto per la Chiesa, la Diocesi, i giovani, i
lontani, il Movimento, le missioni..., rimanendo
serena e forte, convinta che “il dolore abbracciato rende liberi”. Ripete: “Non ho più niente,
ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre
amare”.
“... Voi non potete immaginare qual è
ora il mio rapporto con Gesù... Avverto
che Dio mi chiede qualcosa di più, di più
grande. Forse potrei restare su questo
letto per anni, non lo so. A me interessa
solo la volontà dì Dio, fare bene quella
nell’attimo presente: stare al gioco di
Dio”
Chiara Lubich, rispondendo alla sua ultima lettera, le scrive: “Dio ti ama immensamente, e vuole
farti sperimentare gocce di Cielo. Il tuo viso così
luminoso dice il tuo amore per Gesù. ‘Chiara
Luce’ è il nome che ho pensato per te. Ti piace? È
la luce di Dio che vince il mondo!”
Le speranze di guarigione svaniscono presto,
ma ad ogni peggioramento esclama: “Per Te,
Gesù, se lo vuoi Tu lo voglio anch’io!”.
Quando subentra una grave emorragia, i GEN
fanno turni di preghiera tutta la notte, mentre i
medici si chiedono se lasciarla morire o procedere ad una trasfusione tentando di salvarla, ma
rimettendo così in moto anche le sofferenze.
Decidono per la vita. Chiara vivrà ancora un
anno, decisivo per lei.
“Ero troppo assorbita da tante ambizioni, progetti e chissà cosa. Ora mi sembrano cose insignificanti, futili e passeggere… Ora mi sento avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco mi si
svela. Se ora mi chiedessero se voglio
camminare (un intervento la rese paralizzata con dolorosissime e continue contrazioni
alle gambe), direi di no, perché così sono
più vicina a Gesù”.
“Gesù mi smacchia con la varechina anche i puntini neri, e la
varechina brucia.
Così quando arriverò in Paradiso
sarò bianca come la neve”
Chiara Luce è proiettata sino all’ultimo ad
amare chi le sta accanto, a comunicare a più
giovani possibile l’ideale che la anima, a dare
Dio a chi è alla ricerca. Alla vigilia della sua
“partenza” saluta tutti i presenti ad uno ad uno,
ma i giovani con un amore speciale. Lascia a loro
una consegna: “I giovani sono il futuro. Io non
posso più correre, però vorrei passare loro la
fiaccola come alle Olimpiadi. Hanno una vita
sola e vale la pena di spenderla bene”. Poi scompiglia i capelli della mamma: “Ciao! Sii felice,
perché io lo sono”.
“È lo Sposo che viene a trovarmi” e sceglie il
suo abito da sposa, i canti e le preghiere per la sua
Messa; il rito dovrà essere una festa.
L’incontro con il suo Sposo avviene alle 4 del
mattino di domenica 7 ottobre 1990, festa della
Beata Vergine Maria del Rosario.
È l’anno di un’ardita scalata sino alle vette dell’unione con Dio, che traspare dal suo volto luminoso, nonostante i dolori della malattia.
Dopo una notte difficile, confida: “Soffrivo
molto fisicamente, ma l’anima cantava”. Chi va a
farle visita col desiderio di darle coraggio, ne esce
sconvolto e cambiato: è Chiara che contagia con
la sua serenità e pace. Non di rado c’è chi dice
d’aver sperimentato il Paradiso.
Uno dei medici, non credente e critico nei confronti della Chiesa, dirà: “Da quando ho conosciuto Chiara qualcosa è cambiato dentro di me.
Qui c’è coerenza, qui del cristianesimo tutto mi
quadra”.
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A V V E N I M E N T I
Mercoledì 16 giugno: Pellegrinaggio delle Parrocchie di Osimo
Lunedì 19 - domenica 25 luglio: Camposcuola a S. Elia di Fabriano
Venerdì 30 luglio: esibizione del coro russo
“Otrada” del Monastero di S. Nicola
Domenica 15 agosto: Santa Messa in occasione del 50° anniversario dell’Ordinazione
Sacerdotale di Mons. Quirino Capitani
Domenica 1 agosto: Festa del Covo
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Martedì 7 - mercoledì 8 settembre, Tarquinia (VT): vestizione e
inizio dell’anno di Noviziato di Fra Nazareno (Michele Antonelli)
fine dell’anno di Noviziato di Fra Maurizio Mazzieri
Sabato 25 settembre: Concerto della
Fisorchestra Marchigiana “Città di
Castelfidardo”
Mercoledì 15 settembre: Santa Messa celebrata dal vicario Mons. Roberto Pecetti
Martedì 21 - giovedì 23 settembre: Triduo di
preghiera con Santo Rosario, pensiero mariano e Benedizione Eucaristica
Venerdì 24 settembre: Via Matris in
Santuario, meditazioni di Don Olivio Medori
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Domenica 26 settembre: Cresime
Concerto vocale e strumentale, proiezione
video, interventi poetici a cura di Gabriela
Lampa
Sabato 2 - lunedì 4 ottobre: Pellegrinaggio a
Pompei con il Covo
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Domenica 17 ottobre: Conferimento del mandato ai catechisti
Sabato 27 novembre:
Rinnovo della Consacrazione illimitata
all’Immacolata dei membri del
Cenacolo M.I.M. e atti di affidamento
all’Immacolata
Giovedì 9 dicembre: Focarone della Venuta
Sponsor
Pellegrinaggi
Venerdì 9 luglio: Parrocchia Santa Maria della
Pietà, Recanati (MC)
Venerdì 6 agosto: Giovani della Diocesi di
Arezzo
Sabato 7 agosto: Santa Maria Nuova (AN)
Sabato 21 agosto: Gruppo mariano di Recanati
(MC) guidato da Don Lauro Cingolani
Sabato 11 settembre: Parrocchia S. Ippolito di
Pesaro (PU)
Domenica 24 ottobre: Austria
Lunedì 1 novembre: Bari
22
I nomi dei benefattori che, nella loro generosità, hanno contribuito alla
grande spesa di ristrutturazione del Santuario e dei locali parrocchiali
20€: Fam. Fontanella Domenico
30€: Colonnini Amedeo
50€: Fam. Antonelli Giancarlo, Giuliodori Elsa, Fam. Loccioni Silvano, Fam. Quercetti
Dino, Simonetti Gina, Vescovo Marino
60€: Fam. Galassi Italo,
Fam. Iaconeta Antonio,
Fam. Pagliarecci Aldo,
Fam. Pesaresi Ada
Sponsor
80€: Fam. Pirani Franco
100€:Fam. De Santis Ninno
140€:Anonimi (totale di più
offerte)
Dalle tue parti, dalla tua parte.
150€:Borsini Assunta
OSIMO -Via Aldo Moro, 62 -Tel. 071 7230791
Battesimi della Parrocchia
20 giugno 2010: Luchetti Gioele
(accoglienza nella comunità parrocchiale
perché già battezzato in clinica)
7 agosto 2010:
Siniscalchi Ludovico
16 ottobre 2010: Fioretti Maria
24 ottobre 2010: Giusepponi Pietro
1 novembre 2010: Marinelli Damiano
5 dicembre 2010: Santini Viola
19 dicembre 2010: Tomarelli Luca
26 dicembre 2010: Cappanera Cecilia
Defunti della Parrocchia
Antonelli Maria
Deceduta il 13 agosto 2010
Malatini Luigia
Deceduta il 22 agosto 2010
Carnevalini Enrica
Deceduta l’11 settembre 2010
Vaccarini Vittorio
Deceduto il 20 settembre 2010
Ghergo Giuseppe
Deceduto il 07 ottobre 2010
Discepoli Anna Maria
Deceduta il 14 ottobre 2010
Attaccalite Vincenzo
Deceduto il 14 dicembre 2010
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n. 24/25 (II-III quadrimestre 2010)