RENZO ORIANI Crescenzago (Milano) a Crescenzago sono nato sia all ‘anagrafe che alla Cooperazione. La mia storia comincia da lontano: sono nato a Crescenzago il 22 Settembre 1930 e sono cre sciuto all’ombra dell’oratorio, quindi già prima della guerra ero abbastanza impegnato. Da ragazzo cantavo nel coro e questo mi ha messo in contatto, subito dopo la fine della guerra, nel ‘45, con le persone che io chiamavo “anziane”: io avevo 15 anni ma loro ne avevano già 25, 30, 50. Erano uomini tornati dall’esperienza militare, alcuni avevano fatto i parti giani. Anch’io in tempo di guerra avevo vissuto a contatto con qualcuno di loro: c’era un’organizzazione cattolica che si chiamava “Oscar” la quale, attraverso i propri associati, faceva uscire dall’Italia i ricercati, i prigionieri stranieri, ecc., e li portava in Svizzera. Ecco perché ho avuto l’occasione di inserirmi in que sto circuito di persone impegnate. Finita la guerra questi uomini hanno voluto dare seguito al loro impegno; allora erano tempi abbastanza duri nel senso che mancava tutto, c’era ancora la tessera. È stato grazie ai primi aiuti americani che è nata l’idea di una Cooperativa di Consumo proprio lì, nell’oratorio di C rescenzago. L’animatore di questo gruppo era un sacerdote, Don Enrico Bigatti, che era il mio direttore spirituale. Allora si usavano queste figure, ti aiutavano a risolve re una serie di problemi: a quel tempo avevo qualche conflitto in famiglia, per ché mio papà era comunista mentre io ero figlio dell’oratorio. Ecco, con questo sacerdote è nata la prima Cooperativa, che si è chiamata Cooperativa di Consumo “Libertas”. Non vorrei sbagliare ma credo che siamo intorno al ‘46, ‘47. Questa è stata la prima conoscenza che ho avuto del mondo della Cooperazione: vedevo queste persone, questi Cooperatori, che si impegnavano, si davano da fare, e la gente veniva a comperare nella nostra Cooperativa per ché la roba costava meno, era servita con delicatezza.., il principio fondamen tale che presiede a questo impegno è “riconoscere la persona”. Si ha a che fare con la persona, non con le cose, non con gente qualsiasi magari trattata a secon da della sua condizione, no, “la persona”... questo l’ho assimilato grazie a loro, soprattutto grazie a Don Enrico Bigatti, che è stato per me un punto di riferi mento fondamentale. Sempre in quel gruppo, nel 1948, è cominciata a nascere l’idea della Cooperativa Edilizia. Allora era un’impresa ritenuta ardua. Ma gli anni bui del fascismo prima, e della guerra poi, avevano alimentato in tutti lo spirito di soli darietà. Lì a Crescenzago, all’ angolo tra via Domenico Berra, che è la via che porta alla Parrocchia, e via Padova, c’era un caseggiato vecchissimo che duran te la guerra era stato bombardato: su quelle macerie avevano messo gli occhi i Cooperatori, avevano detto «Noi facciamo la Cooperativa e costruiamo qui la nostra casa». È per questo che si sono impegnati immediatamente con esborso di soldi per vincolare l’area. Bisognava liberarla dalle macerie e noi, giovani dell’oratorio, arrivavamo con le carriole, le caricavamo e le portavamo all’oratorio, perché dovevamo fare il fondo per il campo di pallacanestro che sarebbe poi stato coperto con i] catra me: questo lavoro lo si faceva la sera, il sabato pomeriggio e la domenica. Conoscendo e lavorando con queste persone mi sono innamorato della Cooperativa. Quindi da quel momento posso dire che, oltre ai miei impegni di carattere politico e soprattutto sindacale, ho trovato conforto nell’impegno cooperativo. La prima Cooperativa Edilizia di abitazione a Crescenzago è nata nel ‘49, infatti il 31 dicembre dell’anno prossimo scadono i 50 anni (Cooperativa Edificatrice Madre Eugenia Picco). Quando la Cooperativa aveva concluso il primo lotto mi sono dedicato di più al Sindacato: sono entrato alla Innocenti all’inizio degli anni cinquanta e, avendo avuto dei bravi maestri, mi sono impegnato subito per costituire una Cooperativa. La Cooperativa di Crescenzago era stata costituita con i fondi della legge Tupini e della legge Aldisio, uscite subito dopo la guerra. Era a proprietà indivisa, poi trasformata nel 1983 in proprietà divisa. Successivamente abbiamo iniziato una ricerca insieme al ragionier Marchesi, il direttore dell’Unione Cooperative di Milano. Infatti, nella legge istitutiva dell’ma Casa l articolo 8 diceva «qualora gruppi di lavoratori di una stessa azienda si costituissero in Cooperativa, ecce tera... eccetera, è possibile avere dei finarìziamenti a copertura delle spese...», allora nel ‘54 abbiamo costituito le prime tre Cooperative alla Innocenti. Una si chiamava “Innocenti Lambretta”, una si chiamava “Dipendenti Innocenti” e l’alÉra non mi ricordo più... “Innocenti” forse. Noi attraverso queste Cooperative siamo entrati nel gruppo di costruzione in via Feltre. al Parco Lambro: lì stavano costruendo un grande quartiere, il quar tiere Feltre. che è un bellissimo quartiere (vi abito infatti), e con le prime tre Cooperative abbiamo avuto l’assegnazione di 56 alloggi. Per questo sono andato a Roma diverse volte a parlare con i direttori dell’ma Casa che mi hanno aiutato in questa meravigliosa esperienza. Nel frattempo ho ripreso a studiare e nel ‘60 mi sono diplomato in ragioneria. Nel ‘61 mi sono iscritto alla Cattolica.., senza concludere. Devo ammettere che lo studio mi ha aiutato un po’ nel costituire altre Cooperative, infatti, una volta concluse le prime tre gli allog gi del quartiere Feltre ci sono stati consegnati nel 1961 ne ho costituite altre sette. Dopo il diploma mi sono sposato e sono andato ad abitare al Feltre. Abbiamo avuto queste assegnazioni con una facilità enorme, forse all’epoca sem brava costassero molto: abbiamo dovuto fare un versamento globale a seconda del tipo di alloggio il mio è costato inizialmente 900 mila lire poi il resto era pagabile in vent’anni senza interessi. Quindi in pratica il mio alloggio allora mi è venuto a costare 3 milioni e 600 mila lire, adesso vale mezzo miliardo. Sulla scorta di questa esperienza essendo conosciuto in quanto membro di Commissione Interna alla Innocenti ho costituito le sette Cooperative di cui dicevo: Lambretta 1°, Lambretta 2°, Lambretta 3°, Lambretta 4°, Casa Lambro, Lambii-i e La Provvisoria, Questa situazione, inoltre, ha dato anche dei risultati pratici per •il mio Sindacato: senza pressioni e condizionamenti molti Soci si sono iscritti alla CISL. Seguire queste Cooperative era un lavoro improbo, però devo dire che la Direzione della Innocenti mi ha consentito di svolgere le pratiche necessarie senza addebitarmi il mancato lavoro. È stata un’esperienza esaltante quella di mettere assieme cattolici, socialisti, comunisti e democristiani, cosa non facile data la contrapposizione sindacale dei tempi. I comunisti alla Innocenti non sono mai riusciti a realizzare una Cooperativa Edilizia e l’unica esperienza che hanno fatto non sono riusciti a concluderla. Tra l’altro mi hanno nominato liquidatore, perché non ce la facevamo più a seguirla. Una cosa che desidero sottolineare è riferita al fatto che nelle scelte cooperati ve entrava chi credeva nella Cooperazione, senza distinzioni di sorta: è stata una meravigliosa avventura che mi ha consentito di valorizzare i principi della dot trina sociale cristiana cui si ispira la nostra Cooperazione. Un’ altra cosa bella è che l’impegno costante mi ha impedito di innamorarmi dei soldi, della carriera e degli “dei” dell’affare. Questa riflessione è nata in me molti anni fa, prima ancora che mi sposassi, quando il mio Parroco mi ha chiamato per dirmi che voleva una testimonianza dei cristiani in fabbrica. Allora io ho costruito questa ipotesi. Tu entri in fabbrica con il tuo dio, perché vieni fuori dall’oratorio, e lì in fabbrica trovi già un sacco di dei: la carriera, i soldi, il fatto che puoi mar ciare sulla testa del prossimo, tanto tutti gli altri non ti dicono niente! Questo discorso degli dei del mondo e degli affari mi ha sempre tormentato, perché tu devi combattere questi dei e non è mica una cosa semplice in fabbrica. Sai, sei lì! Basta un niente per andare avanti! Mi chiamano e mi dicono «Adesso lei è diplomato, adesso cominci a diventare vice-capufficio, poi vedremo». La prima cosa che ho fatto quella sera stessa è stata una riunione con i miei amici in cui - - - - - - ho detto «Vado a fare il membro di Commissione Interna fisso, perché se no lì devo andare avanti per forza!». Questo era per dire che non nii sono innamora to dei soldi e della carriera. Le sette Cooperative quest’anno festeggiano il 25° compleanno. A completamento dell’opera, devo aggiungere che ho fatto il liquidatore di tutte: è per questo che i festeggiamenti non finiscono mai. Terminata l’esperienza descritta, mi sono avvicinato di più all’Unione Cooperative, anche perché il Consorzio Edilizio della CISL, dopo l’esperienza positiva di alcune costruzioni (soprattutto a Vimodrone), si è sciolto, per unifi carsi al Consorzio ACLI: è nato così il “Consorzio Cooperative Lavoratori” (C.C.L.). Questa fusione ha recuperato l’esperienza di due grandi organizzazio ni, la CISL e le ACLI, che nel giro cooperativistico hanno fatto sentire il loro peso: all’interno della Unione siamo il Consorzio che si fa valere. Devo aggiungere che l’Unione Confcooperative è sempre riuscita ad articolare bene il suo lavoro e la sua presenza sulla scena generale. Nel Consorzio C.C.L. c’è una rotazione triennale fra gli incarichi di Presidente e Vice, un triennio è Presidente uno delle ACLI e il triennio successivo uno della CISL. Dal 1977 ho avuto modo di entrare negli organi direttivi dell’Unione Provinciale prima e Nazionale dopo: sono entrato nel Consiglio Nazionale della Federabitazione (è la Federazione che raggruppa tutte le Cooperative Edilizie) e nel Consiglio Nazionale della Confcooperative. All’ Unione Provinciale ho fatto molte esperienze: ho conosciuto persone molto serie e motivate che mi hanno aiutato a crescere e ad arricchire l’esperienza ne] la Cooperazione. In quel periodo siamo intorno al 1977 la CISL di Milano mi ha incaricato di seguire una Cooperativa costituita in unione con la CISL di Salerno per la gestione di un campeggio ad Ascea Marina (Salerno). E troppo farraginoso spie gare i motivi ispiratori di questa Cooperativa, per cui mi limito a definirli come motivi di carattere sindacale: a quell’epoca c’erano due gruppi nella CISL, la tesi A e la tesi B, ovvero due modi di intendere il Sindacato. Allora la CISL di Milano aveva deciso di aiutare gli amici di Salerno perché questi si erano impe gnati a lottare per la tesi che proponeva Milano. Con gli amici meridionali il Presidente era di Salerno. io ero Consigliere delegato ho lavorato per cinque stagioni consecutive, ma non sono certo che a presiedere l’attività fosse lo spiri to cooperativo: per loro il Presidente era “O Padrone”! Per loro la Cooperativa era solo il nome, non aveva niente a che fare con la gestione pratica, era soltan to la copertura per avere alcune agevolazioni ma, per il resto, la gestione non aveva niente di cooperativo. Tutto questo aveva un altro connotato. Era una bella - - - - cosa, noi ci credevamo e Milano ha speso tanti milioni per questa iniziativa. Abbiamo cercato di costruire l’idea cooperativa ma non ci siamo riusciti. Questo per quanto riguarda la mia esperienza. Con quello che chiamavano “O padrone” eravamo amici, lui era anche uno della CISL! Qual è il problema? Che lui ci teneva tra l’altro ad essere “il padrone”, tanto è vero che adesso è lui il padrone! La Cooperativa non c’è più! Intanto, terminata questa avventura, che mi ha convinto ancora di più all’impe gno, a Crescenzago i Soci fondatori della Cooperativa Madre Eugenia Picco sono invecchiati e, memori della mia infanzia cooperativistica, sono venuti a prelevarmi dichiarando che «siccome uno alla volta ce ne andiamo, occorre che qualcuno raccolga il testimone per portare a termine il lavoro iniziato tanto tempo fa». Devo dire che la cosa mi ha riempito di gioia, anche perché a Crescenzago sono nato sia all’anagrafe che alla Cooperazione. Così, tra un impegno e l’altro, mi sono dedicato al nuovo compito: la Cooperativa di Consumo è stata sciolta il volontariato originale era sparito mentre la Cooperativa Edilizia, che era a proprietà indivisa, l’abbiamo trasfor mata in Edilizia a proprietà divisa. Con l’assegnazione degli appartamenti ai Soci abbiamo semplificato il lavoro amministrativo. Quando il gestore della Libertas si è ritirato abbiamo messo in vendita il nego zio, che è stato acquistato dal Sindacato CISL Pensionati. Non è per caso che i pensionati CISL hanno acquistato i locali. Non abbiamo voluto cederli ai soliti commercianti, anche perché abbiamo cercato di interpre tare la volontà dei Soci fondatori, espressa nell’ultimo capitolo dell’atto costi tutivo della Cooperativa. Leggo testualmente: «il patrimonio netto risultante dal bilancio di liquidazione, dedotti soltanto il capitale versato ed i dividendi even tualmente maturati, sarà devoluto a scopi di Pubblica Utilità nella Circoscrizione di Crescenzago a norma di legge». E con questo spirito che abbiamo concluso la vendita al Sindacato. Non abbia mo speculato, abbiamo venduto ad un prezzo dignitoso che ci ha consentito di aiutare le opere sociali di Crescenzago: l’Asilo infantile, la Parrocchia di 5. Maria Rossa, la Parrocchia di Gesù a Nazareth, Padre Carlo Acquani, missio nario a 5. Paolo del Brasile, Padre Ugo Meregalli, missionario a Bahia Salvador in Brasile, Fratel Ardito Gatti che opera all’Istituto OAFI (Organizzazione Aiuto Fraterno Infanzia) in Brasile, Don Paolo Villa, Parroco a Quinto Romano e Don Gino Rigoldi, Cappellano al Beccaria di Milano e promotore di una Associazione di giovani. Questi aiuti non solo rispondono al dettato statutario ma ci hanno consentito di esportare la solidarietà vissuta dai nostri Soci fondatori: la Cooperativa è pre sente dove c’è necessità di amore e di umanità. Tutti gli enti e le persone sono - - di Crescenzago: sacerdoti e missionari sono figli di Soci fondatori. Un’altra esperienza bellissima è stata quella alla Saffa di Magenta, industria conosciuta soprattutto per la produzione di fiammiferi. Grazie all’articolo 8 dell’ma Casa, la Saffa aveva costruito delle case per i lavoratori a Magenta, ma un bel giorno ha detto «Voglio vendere queste case a quelli che vi abitano». Gli operai giustamente erano preoccupati, erano preoccupati soprattutto per il prez zo a cui sarebbero state vendute le case. Lì c’erano di mezzo la CGIL, la CISL e la UIL, però i nostri Sindacalisti erano un po’ in difficoltà, perché c’era quel lo della CGIL che spingeva in un modo e quello della UIL purtroppo era disin teressato alla vicenda. Allora è successo che il “Consorzio Est Ticino” di Magenta ha telefonato a Milano, il Presidente ha parlato con me e mi ha chie sto di dare una mano. Sono andato giù insieme a Domenico Mariani. Con noi c’era anche un altro nostro amico. E lì una bella sera ho detto «Organizziamo un’assemblea! Io vengo e vedo cosa si può fare». All’assemblea erano presenti i rappresentanti della CGIL e della CISL. Io ho cominciato a dire «Scusate, ma voi cosa c’entrate con la casa? Se non c’entra te io non vi mando via, state pure qui, ma io faccio una proposta ai dipendenti della Saffa e propongo immediatamente di costituire una Cooperativa che sia chiamata “Cooperativa Ponte Nuovo”». Ponte Nuovo è un rione di Magenta. Ecco come è nata la storia. Non è stata una cosa semplice perché quello della CGIL diceva «Ma dopo tu iscrivi la Cooperativa all’Unione Provinciale di Milano, io invece la voglio iscrivere alla Lega!». Io gli ho risposto «Lasciamolo dire a loro se sono d’ac cordo di venire con me o con te! » e alla fine sono venuti tutti con me, perché io ho detto loro «Qui avete un Consorzio bellissimo, quindi c’è la possibilità di lavorare bene. Costituiamo il Consiglio e io mi impegno ad andare a parlare con la SaffaLe. Io avevo una fortuna: il Direttore Generale della Saffa era un ex-Direttore della Innocenti, ed era uno bravo, socialmente molto aperto, il Dottor Scotti, che pur troppo è morto pochi mesi fa, all’età di 83 anni. Una persona eccezionale! In più lì abbiamo conosciuto l’ingegner Molla, il marito di quella donna che il Papa ha beatificato recentemente perché ha scelto di morire pur di dare alla luce i figli. Eravamo nel 1979. L’esperienza è durata tre anni. I Soci erano circa 90-95, tutti lavoratori della Saffa, alcuni erano già in pensione e abitavano in quelle case. Ad un certo punto siamo andati a fare una trattativa con la Direzione Generale della Saffa: loro volevano tre miliardi per tutto il complesso, che comprendeva un’area boschiva, un’area edificabile ed una costruzione che era una specie di dopolavoro dove però abitavano anche tre famiglie; poi c’era un bar e il gioco delle bocce. In totale dopo la trattativa siamo riusciti a far togliere mezzo miliardo, quindi il costo è stato di due miliardi e mezzo. Abbiamo assegnato gli appartamenti a tutti quelli che già vi abitavano ad un costo mediamente com preso tra un milione e mezzo, per l’appartamento più piccolo, di circa 55 metri quadrati, e tre milioni e mezzo per il più grande, un appartamento di cinque locali. Era un regalo! Abbiamo lavorato bene. Larea edificabile è stata recupe rata dal “Consorzio Est Ticino” di Magenta, il cui Presidente era il Dottor Mario Leone, un personaggio eccezionale, anche lui morto purtroppo. E stato proprio un bel lavoro, è stata una bella Cooperativa, e poi ho conosciuto gente seria e onesta. Anche il geometra che ha fatto i frazionamenti è stato bravo, davvero. Ci hanno aiutato tutti. Da quel momento io ho avuto un collegamento privilegiato con gli amici del Consorzio Est Ticino, che tra l’altro è aderente all’Unione Cooperative. Ho sempre avuto molta stima nei loro confronti, soprattutto verso il Presidente, Mario Leone, ma anche verso il Direttore, Ugo Zucca, anche lui bravissimo. Hanno costruito in Uganda un ospedale ed una scuola, hanno fatto qualcosa di bellissimo! Io nel 1983 ho avuto un infarto. precisamente il 31 di agosto: il 10 di settembre avrei dovuto partire per l’Uganda, sarei stato là un mese a lavora re come volontario! Per quanto mi riguarda, tuttora sono Presidente di una Cooperativa Edilizia di Crescenzago: “Solidarnosch” di Via Adriano. È una Cooperativa di 200 Soci, l’abbiamo costituita nove anni fa e da due mesi abbiamo iniziato a costruire per ché finalmente, dopo nove anni, abbiamo ottenuto il permesso di edificazione. Debbo dire che i Soci, che hanno versato fior di milioni, 25-40-70-100, non ci hanno abbandonato e anche se per me è una grossa responsabilità, ho motivo di soddisfazione per la fiducia riscontrata. Adesso l’importante è concludere l’iniziativa per dimostrare che il credito avuto è stato speso bene. Non ho difficoltà ad ammettere che questo è il mio ultimo impegno diretto, ma continuerò ad operare nella Cooperazione. Non so quanto riuscirò a fare, ma cercherò con tutte le mie possibilità di trasmettere ai Soci l’idea e l’ansia coope rativa: è difficile, lo so, perché una volta avuta in assegnazione la casa diventa no tutti condòmini, ma insieme alla casa io vorrei dare anche un po’ del nostro impegno, del nostro gusto di spenderci per gli altri nella Cooperazione. Quando ho liquidato le Cooperative Innocenti ero orgoglioso perché, almeno nelle ultime tre. era rimasto lo spirito genuino: nessuno dei Soci se n’è andato, uno è morto però il figlio l’ha sostituito. Qualcosa di buono è rimasto: a turno ognuno s’impegna ad amministrare il condominio. La migliore di tutti lo devo ammettere è “La Provvisoria”, che oltre allo spirito sociale ha ereditato il nome dal coro di Crescenzago: Don Enrico, che era l’animatore del coro, diceva che le cose stabili finiscono, invece le cose provvisorie resistono. Infatti questa Cooperativa continua nel tempo, perché i Soci sono riusciti a mettere insieme il - - meglio e a trasmettersi il piacere dell’impegno ed il gusto della solidarietà. Perché in molte Cooperative e soprattutto nelle Case Popolari c’è uno sfacelo indescrivibile? Perché non c’è responsabilizzazione diretta: quando l’ammini strazione della casa è delegata oppure centralizzata (come per le Case Popolari) ognuno se ne lava le mani. lo ho un esempio davanti agli occhi. Otto anni fa mia sorella che vive in una casa di ringhiera ha comperato i due locali in cui abi tava: una sera mi telefona e mi dice «Uèh. Renzo! Qui piove dal tetto!» e io le rispondo «Fallo aggiustare!», «Come? Io devo farlo aggiustare?!», «Sì, perché è tuo adesso il tetto, non è più del padrone di casa!». Sembra un episodio bana le, ma se ci pensi bene scopri che l’ignoranza ed il menefreghismo sono figli di chi ha rinunciato all’impegno ed alla responsabilità. Un fatto è certo: in queste cose bisogna crederci, è inutile dichiararsi cattolici se poi non ci si dà da fare. Il Vangelo non è qualcosa che si legge come un romanzo. La domanda è sempre la stessa: cosa ci guadagno? Ma se ragioni così allora devi ammettere che lavori per te e non per la Cooperativa. Certo, se aves si lavorato per conto mio nessuno avrebbe avuto da ridire ma, siccome sono in Cooperativa, è d’obbligo lavorare per la comunità. La filosofia è questa: se tu sposi una causa la porti fino in fondo anche se que sto ti ruba si fa per dire un po’ di benessere. Mi ritengo fortunato per aver avuto la possibilità di essere impegnato fin da ragazzo: in tempo di guerra si cresce in fretta e s’impara a vivere gomito a gomito con il pericolo e la paura. Come quando portavo le valige dei prigionie ri che Don Enrico faceva espatriare in Svizzera: c’era un treno speciale alle cin que e mezzo del pomeriggio che partiva dalla Stazione Centrale di Milano e andava a Porto Ceresio, ma i tedeschi erano sempre in agguato. Quelli che dovevano espatriare erano vestiti bene ma non potevano portare con sé la vali gia, altrimenti avrebbero dato nell’occhio, invece noi ragazzini, anche se ave vamo in mano una valigia, non ci guardava nessuno. Noi arrivavamo in stazio ne e sapevamo già dove portare le valigie. Però solo quando il treno era partito si tirava un sospiro di sollievo. Oggi è più difficile recuperare il clima della socialità e della condivisione, per ché sono andati in crisi i punti fissi di riferimento: i filtri dell’incomunicabilità e dell’individualismo sono in continuo conflitto con la persona che, alla fine, trova più facile il disimpegno. Lo spirito cooperativo ha bisogno di forti motivazioni per vincere l’egoismo. - - - - Quando sono passato dal Consorzio C.C.L. all’Unione Cooperative di Milano, insieme al Presidente di allora, il Cav. Tremolada. abbiamo organizzato un corso di formazione per i dirigenti della Cooperazione. proprio nell’intento di rivitaliz zare l’impegno e lo spirito cooperativo: abbiamo chiamato in causa Padre Reina dei Gesuiti, il prof. Cesareo della Cattolica, l’Assessore Regionale all’Istruzione Filippo Hazon e alla fine abbiamo chiamato Don Virginio Colmegna della Caritas. Era il 1984. Di queste lezioni è stato fatto un libretto che abbiamo poi distri buito a tutti i Cooperatori. Per quanto mi riguarda credo che sia stata una cosa eccezionale: quando si è molto impegnati e nelle Cooperative questo succede spesso si corre il rischio di perdere di vista la motivazione originale. Nello Statuto dell’Unione è scritto che il nostro dire, il nostro fare, è riferito ai prin cipi della dottrina sociale cristiana: ecco perché è giusto dare spazio all’attività formativa della persona che è chiamata a testimoniare nei fatti la validità della scelta cooperativa. - - Voglio ribadire che io mi considero davvero un uomo fortunato. Sono entrato alla Innocenti che ero un manovale, però, essendo impegnato sindacalmente, sono entrato subito, a partire dal ‘54. in Commissione Interna. Questo significa va essere staccato dalla produzione ed essere impegnato nei reparti per l’orga nizzazione sindacale interna: allora si lavorava a cottimo, dovevamo intervenire dove i cottimisti reclamavano perché era troppo tirato il lavoro, dovevamo inter venire in Direzione per un’infinità di cose. Era un lavoro improbo però interes sante. A quell’epoca poi c’era anche il vantaggio che esisteva un dopolavoro che funzionava bene alla Innocenti e io, che venivo dall’oratorio quindi ero anche bravo a recitare perché avevo già fatto qualche esperienza del genere ero den tro alla compagnia teatrale. Poi bisognava organizzare le colonie per i figli dei dipendenti, c’era da andare a litigare con quelli che vendevano il carbone, per ché allora c’erano ancora le stufe, quindi la mia presenza come Sindacalista era costellata da tulle queste altre iniziative. Ma il dono più grande che ho ricevuto è rappresentato dall’aiuto e dal sostegno che gli amici e i compagni di lavoro mi hanno offerto quando, nel ‘55, ho deciso di andare a scuola e di prendere il diploma. Il mio caro amico Buffo mi faceva mate matica, Pagani mi faceva ragioneria. C’era la moglie di Maccarini che mi aiutava in francese e lui mi aiutava in italiano. lo mi sono diplomato grazie ai miei amici! Allora facevo il manovale, però gli operai della manutenzione mi volevano bene, quindi, siccome volevano che io studiassi, dopo che avevo fatto il mio lavoro mi mandavano sul tetto e mi dicevano «Adess ti va su a studià che il rest el femm numN>. Sembrerebbe una cosa da ridere ma è stato proprio così. Io devo dire che è come se il diploma l’avessero preso in 15! Perché tutti mi aiu tavano, tutti, giuro! Era proprio una cosa stupenda! La sera arrivavo a scuola l’Istituto Pitagora ero stanco e frastornato... fra il Sindacato, la politica, il lavo ro, e ogni tanto mi addormentavo, allora il professore mi diceva «Oriani, è dura la vita eh!». Però devo proprio dire che ho ricevuto un grande aiuto dai miei amici. Il mio diploma è un diploma plurimo! Davvero! Io auguro a tutti di poter vivere un’atmosfera come l’ho vissuta io. Forse adesso i tempi non ci sono più... questo era il clima. - - - - Vorrei dire ancora qualcosa sul mio primo impatto con gli operai dell’Innocenti. I comunisti, quelli iscritti alla CGIL, erano 2.000, noi come CISL eravamo in 25, proprio una cosa ridicola! Io facevo i turni. Quando andavo in mensa ero da solo, perché i primi tempi non conoscevo nessuno. Io ero abituato che prima di mangiare facevo il segno della croce. Una volta, due, tre, finchè due compagni comunisti hanno cominciato a venire a tampinarmi, «Ma tu cosa fai?», «Bèh, io sono figlio dell’oratorio... Questo mi offre l’occasione di raccontare uno spezzone eccezionale della mia vita in fabbrica. Un giorno arriva in reparto il prete per la benedizione natalizia. Io prendo l’immaginetta che lui ci ha lasciato e 1’ appendo al mio posto di lavo ro. La mattina dopo non c’è più. Ne metto un’altra e la sera non c’è più. Alla fine scopro chi è stato. Allora a questo punto vado ad aprire il suo armadietto: lui aveva appese le donne nude delle riviste pornografiche e io gliele ho strap pate tutte. Non l’avessi mai fatto! Sono andato a chiamare il capo e ho detto «Decidiamo: o l’immaginetta sta qui e io non tocco niente, se no... ». Quando ho raccontato questo a Don Enrico lui mi ha dello «Tu sbagli. Adesso, quando vai in turno che ci sono loro, fai così allora c’era una rivista, oggi non sareb be neanche più pornografica, ma allora lo era, si chiamava “Sette sette” com pri quella rivista, quando vai in reparto la apri, fai vedere le donne...». Io avevo una vergogna da matti! Prima di tutto mi vergognavo ad andare in edi cola: io compravo sempre “l’italia”, che era il quotidiano cattolico, l’edicolan te vede che compro quella rivista e mi dice «Uèh! Te cambià idea?!». Così un giorno mi sono deciso: sono entrato in reparto con quella rivista.., quelli subito a dirmi ma Don Enrico mi aveva istruito! «Uèh! Alùra! Adess te sè cunver Allora ho detto <(Un momento: guarda che io tì anca tì? Te guardet i donn. sul Vangelo non ho mai visto scritto che le donne fanno schifo. La Maddalena con i suoi capelli lavava i piedi al Signore. Ma qual’è la variante più bella? La variante più bella è questa qua: che voi le guardate con l’occhio tendenzioso, invece questa è la bellezza del Creato. Il Padre Eterno ha fatto le donne mica perché dobbiamo buttarle via!». È stata l’unica volta che ho fatto una cosa del genere. Però da quel momento si è invertita la situazione: ho cominciato ad ottenere anche da parte loro un’at tenzione, un ascolto. Io ho avuto forse più amici comunisti che democristiani, perché questo era l’atteggiamento che avevo ereditato da quel grande perso naggio che era Don Enrico Bigatti. Dai suoi insegnamenti ho imparato la leal tà, ho imparato ad avere sempre fiducia negli altri, a non diffidare mai e a non giudicare. Ho imparato a pensare che c’è sempre una parte buona in tutti. Non ho mai cercato il litigio, ho sempre cercato il dialogo con gli altri. - - - - ..». In conclusione devo dire che sia nel lavoro sono stato 30 anni alla Innocenti sia nella politica ero segretario della DC di Crescenzago sia nella vita - - - - privata familiare sono sposato, ho due figlie ho sempre fatto riferimento ai valori che i maestri dell’oratorio e della Cooperazione di Crescenzago mi hanno trasmesso: non so se sono sempre stato alla loro altezza, ma ce l’ho messa tutta. Ancora oggi io sono sempre a Crescenzago, sono sempre lì, per ché per me la vita è lì. E credo che quando lascerò la Federazione Regionale dei Pensionati mi dedicherò ad una piccola lega di pensionati della CISL di Crescenzago. Questo è il mio progetto per il futuro. - - Renzo Oriani, nato 1122 Settembre 1930 a Crescenzago (Milano)