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Mariano Fresta
LA FESTA DI SANT’ALFIO1
A mia madre
e alla memoria di mio padre
1. Premessa.
A chi, d’estate, a Sant’Alfio prende il fresco appoggiato alla ringhiera di Piazza Belvedere, la
piana sottostante, che si estende da Taormina ad Acireale, sembra prendere l’aspetto di una
grande metropoli, perché l’illuminazione delle case, delle strade e delle piazze riunisce e fonde
in un unico enorme agglomerato le case sparse, i paesi, le città. E mentre l’occhio di chi guarda
cerca di individuare in quel mare di luci artificiali le varie località, accade di vedere accendersi
improvvisamente altre luci, colorate queste ed effimere e a forma di globo o di ombrello. Si
tratta di fuochi d’artificio che indicano, nel punto dove sono comparsi, che un paese o un borgo
sta festeggiando il proprio santo patrono. E non c’è sera in cui questo fenomeno non si
manifesti, perché molti sono i paesi della pianura che soggiace a Sant’Alfio, e tutte le
parrocchie, da maggio alla fine d’agosto, sentono il dovere di festeggiare il santo protettore della
loro comunità. L’ultima festa, in ordine calendariale, è quella di Macchia in onore di s. Vito, che
si celebra nell’ultima domenica d’agosto; la prima è quella di Sant’Alfio che si celebra, nel
paese omonimo, nella prima domenica di maggio. La quale, nonostante l’evoluzione dei tempi e
le relative necessarie modificazioni, ha conservato meglio delle altre una struttura e
un’organizzazione che, se non sono servite da modello a quelle degli altri paesi circonvicini,
sono state certamente portate, rispetto agli eventuali modelli, ad estrema perfezione.
Il presente lavoro, pertanto, è, o vuole essere, uno studio su un aspetto importante della
religiosità e della cultura delle comunità che abitano le pendici orientali dell’Etna.
Le feste patronali in Sicilia, infatti, osservava il Pitrè alla fine dell’Ottocento, non sono solo
un fatto liturgico, non rispondono solo ad esigenze di fede, ma investono tutte intere le
condizioni di vita, materiali e culturali, il lavoro, i rapporti sociali, le sfere del gioco e dello
spettacolo di una comunità2. E più recentemente, da parte cattolica, si è osservato che «la
devozione ai santi, oltre ad essere evidentemente una manifestazione di fede, ha anche una
complessa funzionalità, specie nelle sue manifestazioni popolari, che si modifica col mutare
della società»3.
La festa di sant’Alfio, con la sua lunga e complessa organizzazione, con le implicazioni di
carattere culturale, economico, sociale, di costume, con le sue tradizioni, con la sua
commistione di sacro e di profano, mi sembra, dunque, un terreno su cui poter esercitare
proficuamente l’analisi etnografica e un fenomeno atto a suggerire considerazioni di carattere
socioantropologico.
1
Il presente lavoro è frutto, oltre che di una venticinquennale esperienza personale, di una ricognizione sul luogo nei
giorni della festa a scopo di studio nel 1981, e di alcune interviste, svolte nell’estate dello stesso anno e
successivamente, ai seguenti Signori, che qui ringrazio: Giuseppe Amato (dal 1945 collaboratore di molti
“governatori”), Natale Casablanca, governatore nel 1981 insieme con la moglie Filippa Nicotra; il parroco arciprete
Antonino Grasso; Maria Contarino, santalfiese.
2
G. PITRE’, Feste patronali in Sicilia, Palermo, 1900, pp. XXXI e sgg.
3
A. GRUMELLI, «Devozione e feste dei santi», L’Osservatore romano, Città del Vaticano, 15 luglio 1977.
2
2. Alfio, Filadelfo e Cirino: tra storia e leggenda.
«Fin da quando il centro abitato ebbe un nome con cui chiamarsi, questo nome fu quello di
Sant’Alfio. Come nacque questo nome? Fu forse dovuto alla devozione degli immigrati di
Viagrande, tanto vicina a Trecastagni». Così scriveva mons. Francesco Pelluzza 4, ma neanche lui
sapeva come rispondere alle sue stesse domande; le sue uniche certezze riguardavano il fatto che da
Viagrande i Caltabiano, tra i primi ad essere arrivati, avevano portato nella nuova residenza il culto
di s. Biagio e quello di s. Mauro, mentre poteva solo ipotizzare che il culto di s. Alfio fosse
anteriore alla venuta di quei nuovi abitanti. La sua ipotesi, tra l’altro, si basava sull’«antica
tradizione» secondo la quale i tre fratelli Alfio, Filadelfo e Cirino, proprio in quel luogo, che
avrebbe preso poi il nome dal maggiore di loro, furono liberati dal peso della trave a cui i loro
persecutori li avevano condannati.
Il fatto è che non esiste un documento che precisi quando e perché questo piccolo borgo si
chiamò Sant’Alfio, e quando il culto di questo santo vi si cominciò a praticare. Si può congetturare
che i suoi primi abitanti, che in gran parte provenivano da Acireale, abbiano portato dalla loro città
il culto di s. Alfio che si venerava (e si continua tuttora a venerare) nella chiesa di s. Pietro, e che
dalla cappella in cui questa devozione si praticava, abbia preso il nome tutto l’abitato intorno. Del
resto, è lo stesso mons. Pelluzza a raccontarlo, il sacerdote Pietro Caltabiano ottenne proprio dalla
chiesa di S. Pietro di Acireale, che se ne disfaceva per sostituirle con altre nuove, le statue dei tre
santi che adesso si conservano nel duomo di Sant’Alfio5.
Solo congetture, dunque, e nessuna notizia storicamente certa che faccia luce sia sull’origine
del culto del santo, sia sulla denominazione del paese.
D’altra parte, anche su Alfio e sui suoi fratelli Filadelfo e Cirino, ben poco si sa e tutto
quello che intorno a loro si racconta a livello popolare è piuttosto confuso e fantasioso: c’è chi dice
che i fratelli fossero Guasconi (originari della Francia meridionale, cioè); chi li fa Baschi (della
Spagna settentrionale); chi dice che fossero originari di Vasto, in Abruzzo; in un poemetto in ottave
in dialetto siciliano si racconta che fossero di Germania (ma l’autore del poemetto confonde
“germani”, fratelli, con “germanici”) e che sarebbero stati martirizzati perché si rifiutarono di
convertirsi, addirittura, alla religione maomettana (cosa del tutto impossibile perché, come si sa,
l’inizio dell’Islam si fa risalire al 622 d.C., mentre il martirio dei tre fratelli sarebbe avvenuto nel
253 d.C.).
Ma anche la Chiesa, pur non negando l’esistenza storica dei tre fratelli e del loro martirio, parla,
quando ne giudica le vicende raccontate, di «vero romanzo agiografico» in cui «i nomi si
moltiplicano, il miracoloso vi sovrabbonda, gli errori storici pullulano»6. Si tratta, dunque, non di
“storia” ma di leggenda. Ed infatti, in un libretto del 1965, Elisabetta Guggino7, senza mettere in
discussione le posizioni ufficiali della Chiesa, sull’esistenza storica dei tre fratelli e del loro
martirio, dimostra che tutte le vicende che intorno a s. Alfio si raccontano sono il frutto
dell’invenzione di monaci basiliani, che tra il VII e il X secolo erano piuttosto numerosi e attivi in
Sicilia e in tutta l’Italia meridionale.
La prima attestazione del martirio dei tre fratelli si ha nel Menologio di Basilio Porfirogenito,
che risale al 700. Nel Menologio (un calendario in cui si ricordano le date del martirio dei santi,
mese per mese), composto in lingua greca, figurano questi tre fratelli che insieme con Onesimo,
Erasmo e altri quattordici anonimi compagni furono arrestati per ordine di un imperatore (un non
meglio identificato Licinio) e condotti a Roma, dove Onesimo e gli altri subirono il martirio. I tre
fratelli, invece, furono trasferiti in Sicilia dove furono uccisi.
4
Mons. F. PELLUZZA, Cenni storici sulle origini del Comune di Sant’Alfio, estratto da Memorie e rendiconti
dell’Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici di Acireale, ser. II, vol. I, 1971, pp. 395-439.
5
Il Pelluzza non precisa la data in cui avvenne il fatto; si può pensare che esso risalga intorno alla metà dell’ Ottocento;
cfr. Cenni storici, op. cit., p. 399.
6
G. MORABITO, Alfio, Filadelfo, Cirino, Agatone e CC., in Bibliotheca Sanctorum, Ist. Giovanni XXIII, Pontificia
Università Lateranense, Roma 1961-68, vol. I, coll. 832-34.
7
E. GUGGINO, Alfio, Filadelfo, Cirino. Genesi di una leggenda, Flaccovio, Palermo 1965.
3
Successivamente queste brevi notizie furono riprese e notevolmente ampliate da un anonimo; il
nuovo racconto, composto sempre in lingua greca, si trova manoscritto nel Codice Vaticano greco
1591, che risale all’anno 964 e proviene dal monastero basiliano di Grottaferrata (Roma).
La storia raccontata nel Codice Vaticano è troppo lunga perché sia trascritta qui; cosicché qui si
riporta la breve sintesi che di lei dà la già citata Bibliotheca Sanctorum8:
«Secondo la passio i tre fratelli, originari di un ignoto paese dei Vasconi e di una non meno ignota città dei Prefetti,
furono convertiti da Onesimo insieme con il loro cugino Erasmo. Cominciata la persecuzione di Licinio, furono
denunziati e, dopo i primi tormenti subiti nel loro paese, furono mandati a Roma per esservi giudicati da Valeriano
insieme con Onesimo, Erasmo e altri 14 compagni. Dopo nuove sevizie, sarebbero stati mandati a Pozzuoli, perché il
prefetto inviasse in Sicilia i tre fratelli e giudicasse gli altri. Onesimo, Erasmo ed altri subirono il martirio a Pozzuoli; i
tre fratelli, invece, raggiunta Messina, furono sottoposti a nuovi interrogatori da parte del giudice Tertullo di Taormina,
che di solito, però, risiedeva a Lentini; ma, prima di giungere a Lentini, avrebbero trascorso alcuni giorni in carcere a
Catania.
A questo punto della passio entrano in scena nuovi personaggi … Contemporaneamente si parla di ventimila soldati
cristiani sterminati, come pure di innumerevoli altri ebrei cristiani trucidati, tra cui un certo Samuele. Come si vede, è
tutto un intrecciarsi di episodi, un pullulare sempre di nuove figure, una “fabularum consarcinatio” come giustamente è
stato detto (Mart. Rom, p. 182). Finalmente i tre santi fratelli furono giudicati e decollati in un luogo poco distante dalla
città e i lor corpi gettati in un pozzo vicino. Le loro reliquie sarebbero state più tardi portate nel monastero di san
Filippo di Fragalà».
A questa sintesi vanno aggiunti almeno due episodi; il primo riguarda la liberazione dei fratelli
dalle pesanti travi, che erano stati costretti a portare sulle spalle, grazie ad una tempesta di vento che
si sarebbe scatenata per intervento divino nei luoghi in cui sarebbe sorto il paese di Sant’Alfio. Il
secondo riguarda il passaggio dei tre fratelli dal luogo dove è sorto il paese di Trecastagni. Ma
mentre il primo episodio è ricordato nel Codice Vaticano, del secondo non esiste traccia alcuna.
Nonostante la brevità della sintesi, appare chiaro che la “storia” non regge: non solo non è esistito
un popolo chiamato Basconi o Vasconi (e da qui il tentativo di rendere storico l’inesistente
mediante l’interpretazione di Vasconi come Guasconi o come abitanti di Vasto in Abruzzo); ma
appaiono del tutto assurdi e arbitrari i trasferimenti dalla città di Prefetti (un’altra invenzione) a
Roma, da qui a Pozzuoli, e poi a Taormina ed infine a Lentini. Ma queste ultime assurdità, scrive la
Guggino, «si comprendono meglio se si tiene presente questo: da un canto bisogna attestare il
passaggio dei santi ovunque sia un centro in cui viva o si vuole che viva il loro culto, dall’altro è
necessario conchiudere la vicenda a Lentini, come voleva la tradizione. Quanto all’inverosimile
numero degli interrogatori, esso è un pretesto per drammatizzare la vicenda dei martiri. L’autore,
infatti, si compiace di contrapporre alla crudeltà, diremmo meglio al sadismo dei persecutori,
l’eroica fermezza degli accusati, il cui atteggiamento in verità è oltre che fiero, spesso insolente ed
offensivo, come certo non sarà stato quello dei cristiani, o come almeno non è attestato dagli atti,
ritenuti autentici, della loro passione»9
Se, dunque, tutto è leggenda, chi è il santo che si festeggia a Sant’Alfio, a Trecastagni, a Lentini
e il cui nome non solo è diffuso in Sicilia ma anche altrove10? La Chiesa non ha dubbi: se buona
8
G. MORABITO, Alfio … op. cit. col 833.
E. GUGGINI, Alfio …, op. cit., pp. 26-27. Molto interessanti sono anche le vicende delle reliquie, per le quali si
rimanda al relativo informatissimo capitolo del volumetto della Guggino.
10
Secondo le stime di Emidio DE FELICE, Dizionario dei nomi italiani ¸Mondadori, Milano 1986 (ad vocem “Alfio”),
in Italia circa 38.000 uomini si chiamano “Alfio”, 7.00 donne “Alfia” e oltre 1500 “Alfina”. Di queste circa 46.000
persone, 36.000 risiedono in Sicilia, le rimanenti nelle altre regioni d’Italia.
9
4
parte del racconto è una «fabularum consarcinatio» (una “accozzaglia di favole cucite insieme”)11,
l’attestazione del martirio dei tre fratelli non può «ragionevolmente negarsi, essendo garantita
all’antichissimo culto e da altre memorie»12
3. Il Governatore e l’organizzazione della festa
«Chi ha ricevuto una grazia, chi è scampato ad un pericolo invocando i Santi, chi sente il dovere per
devozione si prenota dal parroco per organizzare la festa. Gli viene assegnato l’anno (le
prenotazioni sono sempre anticipate di molti anni) in cui farà il “governatore” della festa. Egli è
arbitro assoluto della festa, dispone di tutti gli incassi, di tutta l’organizzazione, senza ingerenza di
alcuno, nemmeno delle autorità ecclesiastiche, ma, naturalmente, non può sottrarsi a tutti i relativi
doveri, a tutti gli impegni e lo zelo che la festa richiede, perché il popolo tutto, tacitamente, esercita
un efficace controllo». Così, molto sinteticamente ma con molta precisione, è descritta la figura del
responsabile organizzativo della festa di s. Alfio dall’avvocato Giuseppe Nicolosi Garozzo che, tra
l’altro, fu governatore nel 195813.
Tuttavia, per renderci meglio conto della complessità e dell’originalità di questa figura, sarà bene,
prima di arrivare ad interpretazioni conclusive, vedere più dettagliatamente quali sono i compiti che
deve adempiere nell’arco di un anno e più.
Molto tempo dopo essersi prenotato14, il governatore riceve l’investitura ufficiale 15 esattamente
un anno prima della “sua” festa, anche se in effetti ha già cominciato a lavorare da circa due mesi
per la “distribuzione dei pulcini”. Oggi questa operazione si è ridotta a poca cosa, ma fino agli anni
’60 una delle maggiori entrate finanziarie della festa era costituita da questa singolare iniziativa: il
governatore si procurava (era il tempo in cui si facevano in casa le covate con la chioccia) e talora
riceveva in offerta, da coloro che l’avevano promesso per voto, una gran quantità di pulcini
(duemila e forse più) che, per essere allevati in onore del santo, venivano distribuiti gratuitamente
alle famiglie non solo di Sant’Alfio, ma di tutti i paesi e le campagne della parte orientale dell’Etna,
dalle zone di montagna a quelle di mare. A ottobre-novembre, quando i pulcini erano già diventati
galli e galline, il governatore con i suoi collaboratori passava a ritirarli; il ricavato della vendita di
questi polli doveva essere notevole, tanto da potersi dire che “la festa la facevano le galline” 16.
Oggi, invece, solo pochi pulcini (circa 500) sono dati ad allevare, gli altri sono venduti ad un prezzo
superiore a quello di mercato di un pollo cresciuto, evitando così di ritornare a prendere i polli. Ma
pare che il gioco non valga la candela, tanto che si è costretti a ricorrere ad altre iniziative, come il
sorteggio di un’automobile mediante polizze che sono vendute durante tutto l’anno un po’
dappertutto; oppure si rimette in auge, ma con risultati finanziari piuttosto modesti, l’incanto, l’asta
pubblica cioè, in cui si vendono al migliore offerente animali domestici, oggetti e prodotti vari
ricevuti in dono da privati negozianti.
11
Già nel 1630 il Baronio, nel suo Martyrologium Romanum, e nel 1680 il Papebroch nel secondo volume di maggio
degli Acta Sanctorum avevano rigettato gli aspetti romanzeschi e favolosi della passio dei tre fratelli, ma avevano
riconosciuto la veridicità storica del loro martirio.
12
G. MORABITO, Alfio … op. cit. col. 833.
13
G. NICOLOSI GAROZZO, «A Sant’Alfio si festeggiano i Santi Patroni», La Sicilia, Catania 29 aprile 1977.
14
Nel 1987 la carica di governatore era prenotata fino all’anno 2003.
15
Si veda per l’investitura il paragrafo e) del capitolo seguente.
16
La distribuzione dei pulcini era così capillare che successivamente l’espressione spàrtiri i puddicini, “distribuire i
pulcini”, è stata ed è usata ancora, metaforicamente, per indicare l’azione di propaganda politica, casa per casa, che si fa
durante la campagna elettorale delle amministrative.
5
Dal 1975 non si questua più17, ma prima, il governatore, tutte le domeniche, a Sant’Alfio e in
tutte le feste patronali, le fiere e le sagre dei paesi vicini, era costretto ad andare con la piancia a
“chiedere per s. Alfio”. L’attività di questua costituiva quindi un “lavoro “ fisso per tutto l’anno,
ma soprattutto d’estate.
E d’estate c’erano e ci sono tuttora altre cose importanti da fare: innanzi tutto si prepara la
dera, la legna resinosa per i falò del giovedì e del venerdì prima della festa. E poi, durante
l’estate si procede all’accatto dei prodotti agricoli: patate e fagioli nella Piana di Catania; il
frumento nelle campagne di Bronte, Maletto, Randazzo, Maniace; le nocciole nella zona di
Sant’Alfio (da 7 a 10 quintali). Per questi prodotti bisogna approntare i magazzini e poi bisogna
pensare a venderli, oltre che organizzare prima la raccolta. Una volta si accattava anche il vino;
oggi non più perché non è conveniente. Sino agli anni ’60 circa si raccoglievano fino a 200
carichi di vino (quasi 130 quintali): c’erano i bordonari, i mulattieri, che per conto del
governatore giravano, durante la vendemmia, da una cantina all’altra per chiedere il mosto per s.
Alfio. I piccoli proprietari davano una quartara di mosto (poco più di otto litri), quelli medi e
grandi qualcuna in più; altri per devozione riempivano l’otre che il bordonaro aveva presentato.
In compenso, i proprietari ricevevano l’immaginetta dei Santi che attaccavano insieme con
quelle delle annate precedenti alle botti, a protezione del vino che vi sarebbe stato immesso.
Nei mesi che precedono la festa, poi, il governatore deve pensare al programma dei
festeggiamenti, del quale c’è comunque, da molti decenni ormai, uno schema. E quindi egli
deve impegnare in tempo utile le due bande musicali, una che stia in paese per quasi una
settimana e crei con le sue musiche l’atmosfera festiva; l’altra, più importante e di più lustro,
che svolgerà il servizio concertistico sul palco della piazza nelle due sere conclusive della festa.
E c’è poi da contattare il predicatore, sul quale il governatore ha (o aveva) diritto di scelta; deve
stipulare i contratti con l’Enel e con la ditta che fornirà la luminaria per l’addobbo delle piazze,
delle strade, della facciata della chiesa; deve ordinare agli artigiani che fabbricano fuochi
artificiali le migliaia di botti e di “bombe” che saranno sparati nel corso della festa. E ancora:
c’è da pensare all’addobbo della navata centrale della chiesa, c’è da incaricare un maestro di
musica che addestri un coro per cantare l’inno ai santi, ecc. ecc.
Come si può vedere, quindi, il lavoro da fare durante l’anno è tanto; per questo il governatore
ricorre all’aiuto dei familiari e di estranei: per la distribuzione dei pulcini e la susseguente
raccolta, e poi per la raccolta delle nocciole e, una volta, per quella del vino, e per tante
faccende più o meno gravi, è necessario ricorrere a persone a cui viene pagata la prestazione
d’opera. Qualcuno, talora, offre gratis una o più giornate del proprio lavoro, ma quando la
prestazione diventa continua, essa viene sempre pagata. Tali eventuali somme sono
naturalmente conteggiate tra le spese generali della festa. Il governatore, da parte sua, non deve
o non dovrebbe attingere alle casse della festa per il lavoro da lui svolto; al massimo egli può
solo autorimborsarsi alcune spese (quelle della benzina, per esempio): per un anno intero la sua
opera, le sue giornate libere, le sue domeniche sono totalmente dedicate all’organizzazione della
festa.
4. La festa
La festa si celebra la prima domenica di maggio, con qualche giorno d’anticipo su quelle di
Trecastagni e di Lentini, che invece sono fissate dal calendario liturgico il 10 maggio, giorno in
cui i tre fratelli sarebbero stati martirizzati.
17
Il permesso di questua era dato dalla Questura, previo rilascio da parte del Vescovo dell’autorizzazione a questuare
per la parrocchia, che veniva dichiarata povera e bisognosa. In realtà, nemmeno una lira delle somme raccolte (negli
ultimi tempi si è trattato di decine di milioni) andava alla parrocchia, ma tutto il ricavato era destinato alla festa.
6
In effetti, però, la prima domenica di maggio è solo la giornata culminante di un lungo periodo
festivo che va dall’ultima domenica d’aprile (l’entrata) alla seconda domenica di maggio
(l’ottava), giorno in cui la festa si conclude.
Essa si sviluppa secondo un programma già prefissato che, stando alle testimonianze della
memoria collettiva, non ha subito negli ultimi sessanta anni nessuna variazione di rilievo
(tranne, naturalmente, quelle dovute alle trasformazioni della società e di cui si dirà nel seguente
capitolo). Pertanto, per descrivere le modalità di svolgimento della festa, dall’entrata all’ottava,
mi servirò dei programmi dei festeggiamenti relativi agli anni 1977, ’78, ’79, ’80, ’81,
seguendo, nell’ordine, i giorni in cui si svolgono le cerimonie più significative.
a) Ultima domenica di aprile.
E’ il primo giorno effettivo di festa, ma l’atmosfera della festa è già nell’aria da qualche tempo:
da due settimane ormai si fanno le prove della cantata, dell’inno cioè che un coro spontaneo di
santalfiesi intonerà la sera del sabato, dopo la processione delle reliquie, e la domenica quando i
simulacri dei santi sono portati fuori della chiesa per fare il giro del paese. Inoltre, è già stata
distribuita la dera, la legna resinosa che servirà per i falò del giovedì e del venerdì successivi. Così,
al contrario di quanto avviene le altre domeniche, molti uomini, ragazzi ed adulti, si fermano in
piazza ad aspettare mezzogiorno.
Quando poi è l’ora, molti si affacciano alla ringhiera di piazza Belvedere e il resto della
popolazione, le donne i vecchi e i bambini rimasti a casa, si affaccia ai balconi, scende in strada,
guarda in direzione della chiesa. Allo scoccare delle dodici inizia ufficialmente la festa: una volta
erano cento rintocchi del campanone a segnare l’avvio; oggi il cento può essere sostituito da 21
grossi petardi di polvere nera (cioè, bombe a salve) lanciati in aria da enormi mortai. Dopodichè
comincia un festoso scampanio che si alterna ad altre nutrite scariche di “bombe” sparate da mortai
di tutte le misure. Scampanio e spari durano per circa mezz’ora. Ma, dicono alcuni, più si spara e
più i santalfiesi sono soddisfatti, perché vedono che il governatore ha raccolto molti soldi, sa
spenderli e soprattutto li spende per farli divertire; in fondo, sono proprio loro a tirarne fuori una
buona parte. E poi, più si spara e più gli abitanti dei paesi vicini sono invogliati a venire la
domenica successiva alla festa, che promette di essere grandiosa.
Da questo giorno in poi il periodo festivo avrà uno sviluppo in crescendo, fino alla domenica
seguente. L’atmosfera di festa è garantita e scandita dal cunzulatu (“consolazione”), un modo
particolare di suonare il campanone, che viene eseguito, per tutti i giorni della settimana, dal
Padrenostro ad un’ora di notte (sono i nomi antichi con cui si designavano l’ora di alzarsi e quella
di andare a letto), ad intervalli di mezz’ora.
b) Lunedì, martedì e mercoledì di s. Alfio.
Il lunedì, il martedì e il mercoledì di s. Alfio (con tale epesegesi sono indicati i giorni di questa
settimana) la messa è celebrata all’altare dei santi, e così fino al sabato; nella mattinata di martedì e
di mercoledì il governatore fa il giro del paese per raccogliere le offerte delle famiglie,
accompagnato dalla banda da strapazzu, da fatica. La banda non solo deve allietare il paese,
passando per tutte le strade, ma svolge un’altra funzione ben precisa: i suoi brani musicali, infatti,
costituiscono il segno di ringraziamento del governatore nei confronti degli offerenti; nello stesso
tempo, questi ultimi esigono che la banda passi per la loro strada, si fermi a suonare davanti o
vicino le proprie case. Ciò dimostra, ancora una volta, come in realtà i santalfiesi, essendone i
finanziatori principali, sono i diretti destinatari della festa.
La raccolta delle offerte delle famiglie è, però, un’innovazione recente; prima i caruseddi, i
salvadanai, erano tenuti non dalle famiglie private, ma dai bottegai: ogni negozio aveva sul bancone
un salvadanaio di terracotta, nel quale i bottegai e i clienti mettevano gli spiccioli del resto della
7
spesa. Ed era ai bottegai che erano riusciti a riempire i caruseddi che la banda dedicava le sue
marcette.
Mentre si fa questa raccolta, nel giro, in altre parole nelle strade in cui passeranno i simulacri dei
santi, gli elettricisti preparano l’illuminazione sfarzosa, corredata di giochi di luce, come fontane
che zampillano o pavoni che fanno la ruota. Anche la facciata della chiesa viene addobbata con luci
colorate e in cima al campanile viene fissata la bandiera tricolore. Oggi le lampadine sono di già
colorate, molti anni fa erano fasciate con cartaveline multicolori; e prima ancora la luminaria
funzionava ad acetilene (fino quasi agli anni cinquanta l’illuminazione era mista: acetilene ed
elettricità).
c) Giovedì e venerdì di s. Alfio.
Il giovedì è il giorno in cui compare con maggiore evidenza l’aspetto religioso della festa: la sera,
infatti, nella chiesa “riccamente addobbata” (così si legge nei programmi), comincia il Triduo di
preparazione. C’è anche il predicatore, che per tradizione è scelto dal governatore (si dice che questi
porta il predicatore), o meglio era scelto, dato che ormai da molti anni è chiamato quel predicatore
che è stato suggerito dal parroco. I temi della predica del Triduo sono scelti dal predicatore, il quale,
però, deve ricorrere sempre ad esempi tratti dall’agiografia dei tre santi fratelli.
La sera, lungo le strade del paese, davanti ad ogni casa, ma anche nelle campagne vicine, si
accendono i falò; la dera, la legna resinosa che nei giorni precedenti è stata distribuita a tutte le
famiglie, viene murata in piccole cataste ed accesa; qualcuno, una volta, vi aggiungeva qualche
fascina di sarmenti, per ottenere una fiamma più vivida e più visibile da lontano.
E mentre i falò bruciano, la banda “da strapazzo” percorre le vie del paese intonando marcette,
accompagnata da un corteo di ragazzi che vanno saltando da un falò all’altro.
La luminaria della dera si dice sia fatta in ricordo di quella che gli antichi abitanti della contrada
fecero con torce di legna resinosa per illuminare la via ai tre santi fratelli, che di notte passarono di
lì per essere condotti a Lentini. Non vi è difficile, invece, riconoscervi una di quelle cerimonie
svolte per celebrare l’arrivo della primavera, le quali, secondo Frazer, risalgono ad «un periodo
molto anteriore alla diffusione del Cristianesimo18». Che si tratti della ripetizione di un antico rito
agrario ce lo dicono sia il periodo in cui si fa la luminaria – la notte tra l’ultimo giorno di aprile e il
primo maggio19; notte in cui una volta tutti i contadini d’Europa celebravano con l’accensione di
fuochi l’arrivo della buona stagione20 - ; sia il fatto che i ragazzi saltano sulle fiamme dei falò: è
ancora Frazer a spiegarci che saltare i falò o correrci accanto assicura un raccolto abbondante. I
ragazzi che ancora oggi saltano i falò non sanno quello che fanno, ma stanno in realtà svolgendo
un’azione importante: invitano la natura ad essere benigna nei confronti di uomini che, come i
santalfiesi, dalla terra ricavano il loro sostentamento. La luminaria della dera a Sant’Alfio è quindi
uno dei tanti riti in cui elementi di una festa antichissima, pagana, si sono mescolati con elementi di
una festa cristiana.
Ma il giovedì e il venerdì di s. Alfio fino agli anni ’50 sono stati giorni importanti non solo dal
punto di vista religioso (inizio del Triduo) e magico-propiziatorio (i falò di dera), ma anche da
quello economico. In questi giorni si svolgeva, infatti, la fiera del bestiame: le campagne allora
erano popolate e abbastanza ricche e nelle stalle delle case di campagna c’erano sempre due o tre
vitelli. Soprattutto il venerdì, il torrente denominato “dei ciucci”, là dove, all’inizio della Scalazza
che porta al quartiere Calvario, si adagia in uno spiazzo ampio e pianeggiante, si riempiva di
ferianti, di bovini e di qualche cavalcatura, asini e muli.
18
J. FRAZER, Il ramo d’oro, Boringhieri, Torino 1973, vol. II, p. 943.
Che a Sant’Alfio ci sia un anticipo o un ritardo di qualche giorno rispetto al 1° maggio, si spiega col fatto che l’antico
rito è associato alla festa di s. Alfio che si celebra in una data mobile e non fissa.
20
Ancora oggi questa tradizione è attestata in molte regioni italiane, per es. nel Polesine, in Toscana, ecc.
19
8
Ai nostri giorni la fiera si è ridotta a poche motozappe e qualche altro arnese di lavoro contadino,
esposti in Piazza della Regione la domenica mattina, e a due o tre bancarelle di stoviglie e di
utensili d’uso domestico in via Marconi, la domenica e il lunedì.
d) Sabato di s. Alfio, vigilia della festa.
Siamo già nella festa. La mattina, in chiesa, viene celebrata la messa per i santalfiesi emigrati: un
atto dovuto verso chi, attraverso la festa dei patroni, è rimasto attaccato al paese natale anche dopo
molti decenni di assenza21; tra l’altro, molti di loro dalle Americhe e dall’Australia, mandano ogni
anno considerevoli somme di denaro per contribuire alla riuscita della festa.
Tra le ore nove e le dieci arriva la banda da concerto, reclutata in Abruzzo o in Puglia o in
Calabria; fino a pochi anni fa, prima del suo scioglimento, era la banda della città di Giarre che
svolgeva il servizio concertistico nelle sere di sabato e domenica, sul palco eretto in piazza
Belvedere.
Nel pomeriggio già la piazza Duomo e le immediate adiacenze si riempiono di bancarelle che
espongono oggetti che attirano prevalentemente l’attenzione dei più giovani e dei bambini. Molti
sono i banchi di cicirara, i venditori di ceci abbrustoliti e di noccioline americane. Spesso hanno il
fornello su cui, in un grande catino pieno di sabbia quarzifera, tostano i ceci che dopo la cottura
prendono il nome collettivo di càlia.
La sera, dopo il Triduo, finalmente si apre la cappella, che è posta nell’abside della navata
centrale e che custodisce i simulacri dei santi. Le statue scorrono su binari che terminano proprio
sull’altare maggiore. Il loro movimento è lentissimo ed è scandito dal grido di «Viva s. Alfio!» o di
«Con vera fede, viva s. Alfio!», lanciato da un devoto e ripreso dagli altri che affollano la chiesa.
Nel frattempo suonano a festa tutte le campane e si susseguono le scariche di mortai a salve.
Messi al posto d’onore i santi, si celebrano vespri solenni; quindi dalla chiesa esce la processione
delle reliquie. Questa ha un ordine ben preciso: prima vengono le ragazze disposte su due file, poi i
ragazzi, quindi il clero con le reliquie; poi le autorità civili e militari; dopo di queste, le due bande
che eseguono a turno brani musicali; e infine una massa di 2/3 mila persone, santalfiesi e abitanti
dei paesi vicini.
Molti, ma soprattutto donne, seguono, per voto, la processione a piedi scalzi; altri, donne ancora e
ragazzini, indossano una veste verde con una cintura rossa, ad imitazione del vestito di s. Alfio; la
veste è stata in precedenza benedetta.
La processione segue il giro: dopo aver attraversato la piazza e percorso qualche centinaio di
metri in direzione Nord, la processione piega a sinistra e sale per raggiungere la parte mediana del
paese; poi svolta a sinistra e, dopo aver attraversato orizzontalmente l’abitato, torna a scendere
piegando ancora a sinistra, per raggiungere la piazza e quindi entrare in chiesa.
Finita la funzione religiosa, sulla piazza avviene la cantata: sul palco della musica un coro
spontaneo di santalfiesi, accompagnato dalla banda, intona un inno a s. Alfio, i cui versi sono stati
composti da mons. Pelluzza e la musica dal sacerdote Antonino Maugeri.
Dopo c’è il concerto della banda, che esegue un repertorio tratto da opere liriche. A mezzanotte la
giornata si chiude con uno spettacolo di fuochi pirotecnici, eseguito talora da artigiani in gara tra
loro.
e) Domenica, giorno della festa.
«Il suono festoso dei Sacri bronzi e una salve di mortaretti saluteranno l’alba di questo giorno da
noi atteso con tanto amore»: con questa frase, o una simile, è presentato nei manifesti e nei depliant
il programma della domenica, che rappresenta la giornata culminante della festa.
21
La devozione a s. Alfio da parte degli emigrati si manifesta anche con l’organizzazione di feste, tra le più importanti
delle quali sono quella di Brooklyn a New York, e quella in Australia, ben più difficile da organizzare viste le enormi
distanze che i santalfiesi devono superare per potersi incontrare.
9
L’aspetto liturgico viene soddisfatto con messe che si susseguono ininterrottamente dalle sei del
mattino a mezzogiorno, onde permettere di assistervi a quei devoti che giungono anche da paesi
lontani. Alle dieci, poi, si celebra una messa solenne, officiata dal vicario generale, con
accompagnamento di orchestra e di cantanti; né manca il panegirico, che anzi è il momento
principale della giornata liturgica. Il predicatore riprende i temi tratti dall’agiografia dei tre fratelli,
cercando di svolgerli, per soddisfare gli attenti uditori, con solennità e magniloquenza.
Dopo il panegirico, il governatore della festa dell’anno successivo riceve l’investitura ufficiale.
Prima tale cerimonia avveniva al tavolo, posto a metà della navata centrale, dove il governatore
riceve le offerte: il nuovo governatore prendeva in consegna dalle mani di quello uscente le piance,
i vassoi in metallo su cui in rilievo sono raffigurate le immagini dei tre santi e che servono per la
questua fuori della chiesa e per quella da fare nei paesi vicini in occasione di feste e sagre. Da
diversi anni, invece, lo scambio delle piance avviene sull’altare, con la mediazione del parroco che,
ricevendole da quello uscente, le affida al nuovo governatore.
Fino a venti, trent’anni fa, i devoti venuti da fuori in pellegrinaggio si spargevano, a gruppi o per
famiglie, per le strade adiacenti la chiesa, si sistemavano sui muriccioli di cinta dei vigneti e qui
consumavano il pranzo a sacco; oggi, con le automobili che in pochi minuti trasportano la gente da
un paese all’altro, la festa di s. Alfio ha perduto questa caratteristica di sagra popolare.
Verso le 15 la piazza comincia a ripopolarsi, in attesa della nisciuta, ovvero l’uscita dei
simulacri dalla chiesa. Intanto, in chiesa, le statue vengono trasferite, con speciali travi munite di
guide metalliche, dall’altare alla vara, un grande carro quadrangolare con agli angoli quattro
colonne che sorreggono un tetto. Una volta sistemati i simulacri sulla vara, le colonne sono
addobbate con l’oro di s. Alfio, cioè con tutti gli oggetti d’oro (catenine, collane, bracciali, anelli,
ecc.) che al santo sono stati donati negli anni per grazia ricevuta.
Finalmente, alle 16 circa, sulla porta centrale della chiesa si affaccia la vara con i santi. Tutte le
campane sono messe in funzione e subito comincia una sparatoria che qualcuno ha giustamente
definito “apocalittica”22. In effetti, in quasi mezz’ora vengono bruciati diversi milioni di lire in
“bombe” di vario tipo e grossezza; il momento culminante della sparatoria si ha con la “cassa
infernale” costituita da centinaia di mortaretti che vomitano i loro petardi nel giro di pochi secondi.
La vara, sulla quale stanno il governatore con i suoi aiutanti e il sacerdote che indossa una
semplice cotta, procede lentissimamente, sia per la gran folla, sia per dar modo ai devoti di porgere
offerte in oggetti d’oro, che resteranno proprietà dei santi, e in denaro che sono di pertinenza del
governatore che le userà per la festa. La somma raccolta in questa occasione è notevole: nel 1981,
per esempio, le offerte fatte alla vara raggiunsero la cifra di 5 milioni di lire. Ad ogni somma di
denaro considerevole segue sempre il grido di «viva s. Alfio!».
Molti sono i bambini, alcuni dei quali con la veste verde, che sono sollevati sulla vara e
avvicinati alle statue perché possano baciarle.
Dopo che è stata eseguita la cantata, la vara si muove per fare il “giro”, che occupa un tempo
maggiore rispetto a quello delle reliquie della sera precedente, proprio perché per strada si ferma a
raccogliere le offerte. Molti sono i devoti che seguono il carro a piedi nudi e con la veste da voto.
Molti sono anche quelli che hanno fatto il voto di spingere il carro, che è senza motore: per questo
stanno attaccati alle stanghe che si trovano sia nella parte anteriore della vara sia nella sua parte
posteriore. Altri invece sorreggono grossi canapi che servono, invece, a trattenere e a frenare la
corsa del carro nelle discese.
La processione non ha l’ordine di quella della sera precedente (c’è la vara con i devoti che spingono
o frenano, poi la banda in fila indiana, poi la folla dei devoti alla rinfusa), e sembra non avere
carattere liturgico: non ci sono, infatti, reliquie (che non possono certo essere sostituite dalle statue),
il sacerdote indossa solo la cotta, mentre il governatore si comporta come colui che in quel
momento possiede tutti i poteri. Tutto ciò dà a questa parte della festa un carattere del tutto laico,
forse anche profano.
22
Mons. G. MUSUMECI, «Ricordando mons. Nicotra e il dott. Rosario Battiato», La voce dell’Jonio, Acireale 8
giugno 1986.
10
Altri vespri solenni in chiesa e il ritiro dei simulacri nella cappella concludono l’aspetto religioso
della giornata. Il concerto della banda e i fuochi pirotecnici a mezzanotte mettono fine a quello
profano.
f) Lunedì dopo s. Alfio.
Questo giorno una volta corrispondeva all’odierno e più diffuso lunedì di Pasqua: la gente andava
in campagna a continuare la festa; molte massaie, invece, pensavano a rinnovare le stoviglie e altri
utensili d’uso domestico nel mercato apposito.
e) L’Ottava.
Nella domenica successiva alla festa (l’ottava) si riapre la cappella dei simulacri, che vengono di
nuovo esposti sull’altare maggiore per tutta la giornata. Ma l’atmosfera festiva si è persa del tutto,
nonostante qualche scampanio e qualche sparatoria. In realtà questa giornata non è altro che
un’appendice della festa dedicata a tutti coloro che, nella domenica precedente, non hanno potuto
attuare il voto di recarsi in chiesa e di portare l’offerta ai santi. Solo una volta, nel 1953, la
domenica dell’ottava è stata festa grande, perché nella domenica precedente era piovuto tanto e così
violentemente da impedire la nisciuta e il “giro” dei santi, che furono in tal modo rimandati di sette
giorni.
Se, però, in questo giorno tutte le attività festive si svolgono in tono minore, riveste grande
importanza sociale il resoconto finanziario che di tutta la festa viene fatto, durante la messa solenne,
dal parroco per conto del governatore. Si può affermare che questo momento è il più atteso dai
santalfiesi, che vogliono essere informati su quanto è stato raccolto, su quanto è stato speso, se è
avanzato qualcosa e quanto e come, eventualmente, sarà impiegato.
Sono letti anche i nomi di quegli emigrati che dalle Americhe e dall’Australia e ora anche dai
Paesi europei hanno mandato contributi finanziari. Così i santalfiesi sanno chi sono gli emigrati che
si ricordano ancora del paese natio e dei santi, e gli emigrati, attraverso i loro parenti rimasti,
sapranno che il loro nome è stato pronunziato ad alta voce, davanti a tutti, a testimonianza del loro
attaccamento alla terra d’origine.
Questa domenica segna anche una “stranezza” dal punto di vista organizzativo, perché mentre in
chiesa è ancora il governatore uscente a ricevere le offerte dei devoti, fuori della chiesa la questua
con le piance è fatta dal nuovo.
La sera, vespri solenni e ulteriori fuochi pirotecnici chiudono definitivamente la festa.
5. La festa ieri e oggi
Nelle pagine precedenti ho avuto modo di illustrare ciò che ancora sopravvive della festa di s.
Alfio, ciò che si è perso e le innovazioni che sono state introdotte. Queste trasformazioni, abbiamo
visto, riguardano o i mezzi della raccolta dei fondi (il sorteggio dell’automobile, per esempio, al
posto della questua e della “distribuzione dei pulcini”) o i rapporti tra governatore e clero (per
esempio: lo scambio delle piance alla presenza del sacerdote). Ci sono state, però, altre
trasformazioni di cui, forse, è difficile accorgersi, perché sono avvenute con un ritmo impercettibile,
ma che sono colte immediatamente dagli anziani o da quelli che rivedono la festa dopo molti anni di
assenza. Si tratta di trasformazioni che riguardano soprattutto il modo in cui i santalfiesi vivono la
festa.
Non c’è dubbio che le profonde trasformazioni economiche e sociali che hanno interessato
l’Italia negli ultimi quaranta anni, hanno toccato anche Sant’Alfio: l’antica economia basata sulla
piccola e media proprietà contadina e specializzata nella produzione del vino è entrata in crisi alla
11
fine degli anni ’50 ed ora non esiste più. Sono pochi quelli che ancora operano nel settore agricolo
(ma dopo aver cambiato coltivazione), mentre sono nati altri mestieri (meccanico, muratore,
carpentiere) e si è formato un consistente ceto impiegatizio. E mentre prima si viveva chiusi entro i
ristretti confini del territorio santalfiese, oggi, come accade del resto anche altrove, si è partecipi di
una comunità più vasta, si perde o si abbandona la propria identità culturale di “santarfiotu”.
In un contesto così mutato, la festa di s. Alfio non svolge più la funzione che aveva una volta,
quella di costituire, con «la devozione ai santi», oltre che «un importante fattore di coesione
sociale»23, anche il punto di riferimento, il modello religioso e culturale in cui tutta la comunità
santalfiese si riconosceva. Essa oggi non è più il momento atteso per un anno intero, perché le
occasioni festive si sono moltiplicate e sono nate altre numerose occasioni d’incontro, di
divertimento, di comunicazione sociale. E forse c’è di più: scrive ancora il Grumelli «che tutti i
maggiori contrasti sociali – dai guelfi ai ghibellini agli odierni conflitti di classe – trovano nel culto
del santo il loro superamento» 24. A Sant’Alfio c’è stato un episodio di vita politica che in qualche
modo conferma la tesi del Grumelli: tutti si ricordano che l’Ingegner Giuseppe Caltabiano accettò di
fare il sindaco solo perché coloro che glielo chiesero recavano in mano le piance di s. Alfio.
Nonostante la devozione al santo sia ancora forte, è forse poco probabile che un episodio del genere
si possa oggi verificare.
Quantificare queste trasformazioni di mentalità, di cultura e di comportamento è difficile e lo è
ancor di più volerle analizzare senza una dettagliata e vasta documentazione, che qui è impossibile
riportare. Mi limiterò pertanto a raggruppare in alcuni paragrafi quegli aspetti più appariscenti della
festa di una volta che oggi sono del tutto o quasi del tutto scomparsi e che costituivano, per così
dire, la base su cui si fondava la cultura dei santalfiesi di qualche tempo fa.
a) La ricomposizione della comunità.
Fino a qualche decennio fa, la festa era anche l’occasione in cui tutti coloro che, per varie
necessità, si erano trasferiti altrove tornavano al paese. Essi erano ospitati dai parenti, che in quei
giorni si davano da fare per approntare posti-letto più o meno provvisori e ad allungare la tavola per
il pranzo della domenica. E per la circostanza si spillava il vino migliore per offrirlo ai parenti e a
tutti gli amici venuti da lontano.
La festa, dunque, assumeva un carattere intimo, familiare, perché era l’unica occasione in cui si
potevano ristabilire quei vincoli di parentela e di amicizia che gli eventi della vita avevano in
qualche modo allentati. Nello stesso tempo, però, vista l’entità del fenomeno, conseguenza di questa
ricostituzione dei singoli nuclei familiari era la ricomposizione della totalità della comunità
santalfiese. Pertanto la festa svolgeva un importante ruolo di coesione parentale e sociale e
contribuiva alla formazione e alla riaffermazione di una specifica identità culturale.
b) La pubblicità dei cambiamenti di status.
Poiché la festa era il momento in cui i membri della comunità erano tutti presenti, essa diventava
l’occasione per rendere di pubblica conoscenza e, per così dire, rendere ufficiali gli eventuali
cambiamenti di status riguardanti i singoli. Nel caso, per esempio, di fidanzamento, i due giovani
aspettavano proprio il giorno della festa per annunciare la loro volontà di unirsi in matrimonio. Per
la prima volta assistevano insieme alle funzioni religiose in chiesa, insieme ascoltavano il concerto
in piazza, passeggiando o seduti là dove tutti potevano vederli. Naturalmente, i due giovani erano
accompagnati e non perduti di vista dai rispettivi genitori.
Anche il matrimonio era spesso annunciato in questo modo: talora, le giovani coppie aspettavano
la settimana di s. Alfio per sposarsi (il giorno preferito era il mercoledì), in maniera da poter uscire,
soli per la prima volta, proprio nei due giorni conclusivi della festa.
23
24
A. GRUMELLI, cit.
Ibidem.
12
La pubblicità dei loro atti sanciva socialmente la nuova condizione, il nuovo status assunto
all’interno della comunità.
c) Il vestito della festa.
Nelle pagine precedenti, parlando dei falò che si accendono la sera del giovedì e del venerdì,
abbiamo avuto modo di vedere come tale tradizione coincida con quella che altrove ripropone gli
antichi riti di feste primaverili precristiane. Nella festa di s. Alfio ci sono, però, altri elementi del
genere e non poteva essere altrimenti dato che essa si svolge proprio in un periodo in cui molti dei
nostri lontanissimi progenitori collocavano l’inizio dell’anno nuovo.
Ed infatti si aspetta proprio la festa di s. Alfio per procedere alle annuali pulizie delle case, che in
altre regioni e paesi si fanno di solito nel periodo di Pasqua. La pulizia generale delle case non è
soltanto un fatto puramente igienico, quanto invece un fatto rituale: la casa viene ripulita non solo
dello sporco, ma anche del male, e così purificata si presenta come “nuova” al “nuovo” anno che
arriva.
Allo stesso modo, anche i singoli membri della società sentono il bisogno di essere diversi rispetto
all’anno precedente, di “rinnovarsi”; ed ecco che per la festa tutti rinnovano il vestiario e le
calzature: il vestito e le scarpe si incignavano proprio in quei giorni.
Ci sono, però, sempre stati gli snob; così, onde evitare di confondersi con la gente di campagna, le
signorine di paese, quelle che in epoca più recente cominciavano a sentire la distanza tra mondo
contadino e quello “borghese” di città, indossavano il vestito nuovo qualche settimana prima della
festa, e precisamente la domenica di Pasqua.
d) Il cibo della festa.
Non poteva mancare in una circostanza così importante una tradizione gastronomica ben precisa.
Abbiamo già visto la presenza dei cicirara che vendono ceci abbrustoliti e arachidi, ma la càlia è un
segno festivo “pubblico”, dato che essa si consuma, tenendola in un cartoccio, mentre si passeggia
in piazza con amici e parenti. C’è invece un aspetto alimentare meno “visibile” ma ben più
importante: mentre, infatti, ai pasticceri di professione veniva (e viene) lasciato il compito di
preparare il torrone, che è il dolce per eccellenza della festa, in casa le donne preparavano i
pasticciotti e talora anche le paste di mandorla, da offrire ai parenti e agli amici e da presentare alla
fine del pranzo.
Il pranzo, ovviamente, era ed è il momento più significativo della festa che si svolge in famiglia.
Una volta erano i maccarruni (maccheroni) fatti in casa a costituire il primo piatto; poi seguiva il
capretto al forno. Il piatto tradizionale della festa di s. Alfio, però, era la pecora, o meglio ancora il
crastu (agnello castrato) cotto in umido con i piselli al forno, sui canali (tegole di terracotta). Il
castrato con i piselli era considerato una vera leccornia, un piatto tra i più prelibati, tanto che una
volta un prete santalfiese, ad un ragazzino che gli chiedeva cosa fosse il paradiso, rispose: «Figliolo,
hai mai mangiato castrato con i piselli? Così è il paradiso!»25.
6. I significati della festa: tentativo di interpretazione
Nel descrivere l’organizzazione e lo svolgimento della festa ho avuto già modo di esprimere
qualche considerazione interpretativa. Qui, ora, riprendendo queste valutazioni, cercherò di andare
un poco più oltre nell’analisi, ma senza pretese di formulare giudizi definitivi.
a) La laicità della festa.
25
L’aneddoto, che circola ancora tra gli anziani del paese, è riportato da G. NICOLOSI GAROZZO, cit.
13
La prima considerazione che si può fare sulla festa di s. Alfio riguarda la sua laicità: la chiesa in
effetti rimane esclusa da tutte le attività organizzative e viene chiamata solo a dare il supporto
liturgico necessario. L’azione del clero si limita alla celebrazione del Triduo, dei Vespri, delle
Messe e alla processione delle reliquie; il fatto stesso che sulla vara il sacerdote indossi il
paramento più semplice, la cotta, e non porti nessuna reliquia e non abbia diritto a raccogliere
offerte, sembra simboleggiare questa subalternità del clero al potere laico del governatore. Questa
laicità è anche espressa dalla libertà d’azione che il governatore esercita dentro la chiesa, che viene
addobbata e illuminata secondo i suoi ordini e desideri e nella quale, durante le funzioni religiose,
raccoglie tutte le offerte, dato che nei giorni della festa il clero non ha facoltà di questuare: alla
chiesa andrà soltanto il rimborso delle spese necessarie allo svolgimento delle funzioni liturgiche,
che si limitano quasi sempre al consumo di luce elettrica.
Il governatore poi ha (o meglio aveva) il diritto di imporre la scelta del predicatore che, per
soddisfare il “pubblico” dei devoti, doveva possedere buone qualità oratorie piuttosto che
competenze teologiche. Ma soprattutto il governatore ha il diritto di utilizzare a suo piacimento le
somme eventualmente in attivo del bilancio complessivo della festa26.
Questa laicità è stata però messa in discussione negli ultimi anni dal clero, che cerca di ricondurre
la festa entro i binari di una religiosità meno mondana e di partecipare come coprotagonista alla sua
organizzazione. Ed ecco che la scelta del predicatore è concertata dal parroco e governatore
insieme; ecco che le piance non vengono più scambiate, quasi clandestinamente, al tavolo del
governatore, ma sull’altare maggiore durante la messa solenne della domenica; ed è il parroco che,
dopo aver ricevuto le piance dal vecchio governatore, le affida al nuovo. E non è finita: da tempo
ormai il parroco chiede che sia istituita, con la partecipazione dell’Amministrazione comunale, una
commissione da preporre all’utilizzazione di quelle somme di denaro, talora piuttosto consistenti,
che avanzano dai bilanci delle feste. In questo modo si toglierebbe al governatore quella
discrezionalità, a volte male impiegata, che lo fa arbitro del modo di spendere l’eventuale attivo. Ma
la resistenza a questo tentativo è stata ed è forte e per qualche tempo ancora i governatori
continueranno a gestire i fondi attivi a loro piacimento.
b) la figura sociale del governatore.
Fino ad ora abbiamo visto il governatore nella sua qualità di organizzatore e di padrone
indiscusso della festa, adesso è il momento di considerarlo come figura sociale.
Essendo la festa di s. Alfio un fenomeno piuttosto complesso e soprattutto un’impresa finanziaria
notevole (il giro di entrate/uscite sorpassa di gran lunga i cento milioni di lire e oggi si avvicina ai
200), è chiaro che la persona che si assume la responsabilità di governatore non solo deve avere
fede e devozione ai santi, ma deve possedere anche grandi capacità organizzative e innanzi tutto una
condizione economica tale che gli permetta sia di poter dedicare alla festa molti mesi di lavoro, sia
di poter intervenire di tasca propria nel caso in cui le entrate siano inferiori alle uscite. E’ vero che i
santalfiesi non hanno mai lasciato soli i governatori e che in ogni caso hanno garantito con
autotassazioni volontarie la copertura di eventuali deficit, ma è altrettanto innegabile che la classe
dei possidenti è stata quella che ha fornito la stragrande maggioranza dei governatori, come
dimostra il registro in cui i parroci hanno segnato i nomi dei governatori dal 1939 in poi (negli anni
1941-42-43 la festa non si svolse a causa della guerra in corso). Da questo registro risulta che tra i
governatori, che si sono succeduti dal 1939 al 1960, 3 erano piccoli proprietari, 8 proprietari medi,
5 proprietari ricchi, 2 braccianti agricoli, 1 avvocato. Negli anni 1961-87, invece, la situazione
cambia, perché anche Sant’Alfio viene coinvolto in quella radicale trasformazione economica e
sociale che ha interessato l’intera Nazione negli ultimi trent’anni; così, tra i governatori si contano 2
26
Alcuni governatori hanno speso poi i fondi avanzati o nel rifacimento del pavimento della chiesa, o nell’acquisto delle
panche, o in altri interventi di manutenzione straordinaria. Le somme in attivo non spese sono sempre depositate in
banca a nome del governatore, che ne resta padrone finché non le spende.
14
piccoli proprietari, 5 medi e 2 ricchi; 3 braccianti agricoli, 1 fattore, 1 mugnaio (ma anche
proprietario), 1 impresario edile, 2 tassisti, 1 muratore, 1 carpentiere, 2 artigiani (falegname,
meccanico), 2 autotrenisti (proprietari del mezzo), 2 esercenti (bar, alimentari), 1 operaio. Da tutto
ciò risulta che su 46 governatori ben 25 appartengono al ceto dei possidenti (fino al 1960, ben 16 su
19); ma se consideriamo la condizione socio-economica dei governatori degli ultimi 27 anni,
vedremo che in qualche modo l’impresario edile, gli esercenti e gli autotrenisti possono essere
paragonati ai vecchi possidenti medio-grandi; e così ai 25 possidenti possono essere aggiunti
almeno altri 7 governatori, che portano il numero dei benestanti a 32 su 46. La conclusione è
dunque questa: coloro che si assumono la responsabilità di fare la festa sono persone che possono
anticipare discrete somme di denaro, che possono spendere parte del loro tempo nell’organizzazione
della festa e che, infine, possono affrontare in prima persona eventuali perdite di capitali.
Ma nella vecchia società contadina santalfiese il governatore rappresentava anche il modello di
un certo tipo di borghesia rurale; in fondo le doti occorrenti per organizzare la festa erano le stesse
che servivano a mandare avanti l’azienda vitivinicola; e identiche erano le capacità di lavoro
necessarie e, infine, identica era l’ideologia del risparmio, che dal governatore veniva esaltata al
massimo: egli, infatti, nella previsione malaugurata di eventuali insufficienti entrate, con la
giustificazione che si trattava della festa in onore di sant’Alfio, doveva cercare di ottenere sempre
prestazioni gratuite di lavoro da parte degli estranei che lo aiutavano nell’organizzazione, e doveva
poi ottenere sconti particolari sulla fornitura delle luminarie, dei fuochi artificiali, ecc.
La conferma che il governatore possedeva queste capacità di risparmio e di organizzazione era
data dalla quantità di fuochi artificiali che era “sparata” all’uscita dei santi e alla mezzanotte della
domenica: tutto quello che, con enorme fatica e un accanito risparmio, era avanzato dalle spese
veniva bruciato in aria in sparatorie di qualche minuto.
Il governatore, dunque, rappresentava il modello di benestante terriero santalfiese 27; questa
impressione è ribadita anche da altri aspetti dell’organizzazione della festa, e dal modo in cui i
santalfiesi la vivevano e la vivono. Ho già avuto occasione di dire che in realtà i santalfiesi
finanziano quasi integralmente la festa e per questo vogliono che il governatore faccia mettere le
luminarie nella strada in cui abitano, vogliono che la banda suoni davanti alla loro casa, che il
predicatore sia di vaglia, che i concerti siano eseguiti da bande di rango, che le “bombe” e i fuochi
pirotecnici siano tanti. In questo modo il governatore non è soltanto una persona che, per voto o
devozione, si impegna ad organizzare la festa di s. Alfio, ma è innanzi tutto colui al quale tutta la
comunità delega il compito di preparare una settimana di festa per tutti e di prepararla bene. La
comunità fornisce i mezzi finanziari, il governatore deve saperli amministrare. Ed è per questo che,
a festa ben riuscita, il governatore viene ricordato dai santalfiesi, anche a distanza di molti anni,
come quello che “ha portato un gran predicatore”, o è riuscito a far venire la banda dei Bersaglieri o
quella di Catania col famoso maestro Pennacchio; o come quello che ha chiuso la festa con
eccezionali fuochi d’artificio. Il governatore allora diventa il “santalfiese per eccellenza”, una
persona importante; forse, in epoche lontane da noi, anche più importante degli uomini politici,
podestà e sindaci. E da “primo cittadino”, o meglio da “signore del paese” spesso si comportava il
governatore, mandando una damigiana di vino e una gallina, o un cestino d’uova, a tutti i sacerdoti,
al sagrestano, ai mastri che avevano addobbato la chiesa e le strade, ai masculara (gli addetti ai
fuochi pirotecnici), e offrendo un rinfresco ai membri della banda che eseguiva il concerto.
c) La “popolarità” della festa.
Quando si parla di feste religiose nel Meridione d’Italia, si pensa sempre a masse di contadini o
di sottoproletari che affrontano fatiche immani per recarsi ai Santuari e che manifestano la loro
devozione con comportamenti “primitivi” e “selvaggi” e con riti che appartengono più alla magia
27
Si trattava, tuttavia, di proprietari di piccoli appezzamenti di terreno che non superavano i due/tre ettari (grandi
proprietà erano considerate quelle di 7/10 ettari); l’agiatezza e la ricchezza erano dovute alla specializzazione della
coltura, la vite, in un periodo in cui nel resto d’Italia la vigna costituiva una parte secondaria dell’agricoltura.
15
che alla religiosità cristiana. Niente di tutto ciò accade a Sant’Alfio e se qualcosa di “diverso”
accade, esso o è totalmente integrato e assimilato nella festa, o ne è relegato ai margini.
Tutto ciò che a livello sociologico e antropologico è considerato cultura popolare, e cioè cultura
contrapposta a quella delle classi egemoni e dominanti, non può aver posto nella festa di s. Alfio
che, abbiamo visto, è organizzata e gestita dal ceto dei benestanti. La stessa processione delle
reliquie del sabato sera, con la precisa disposizione gerarchica dei partecipanti, è indice di questo
carattere “non popolare” della festa santalfiese. Solo la domenica, dietro la vara dei santi, tutto il
popolo si mescola confusamente, senza distinzione di ceto e di classe.
Ciò non toglie che vi siano elementi di “popolarità”, ma essi non sono così evidenti e chiassosi
come quelli che si possono vedere nell’omonima festa di Trecastagni28.
A Sant’Alfio ancora si dice per indicare estrema devozione o estrema sottomissione: caminari
cca lingua strascinuni, ‘camminare strisciando la lingua per terra’; forse in tempi ormai passati era
in uso questo modo di mostrare la propria devozione al santo, dato che l’espressione è rimasta nel
linguaggio quotidiano, ma nessuno ricorda di averlo visto fare.
Fino a qualche decennio fa i pellegrini che venivano da altri paesi e coloro che lo avevano
promesso in voto, entravano in chiesa, la domenica mattina, gridando: “Viva s. Alfio” e così
gridando arrivavano fino all’altare maggiore; oggi questa tradizione è scomparsa. E’ invece ancora
in auge l’andare scalzi alle processioni, mentre si sta perdendo l’uso di indossare, per voto, la veste
verde con la cintura e il colletto rossi.
L’altro elemento ‘popolare’ è dato dall’offerta del cero: il devoto, portandosi dietro un grosso cero
che ha comprato con i suoi soldi, va questuando per le strade fino a quando non ha racimolato la
somma spesa; il giorno della festa, il cero viene portato in chiesa e acceso in onore dei santi. Il voto
consiste non nell’acquisto del cero, la cui spesa viene recuperata, ma nell’umiliazione a cui il
devoto si sottopone per la questua. La ‘popolarità’ di questo voto sta nell’essere proprio di coloro
che vivono del proprio lavoro e non appartengono a classi sociali agiate.
d) Per concludere.
Con le trasformazioni sociali ed economiche che si sono verificate anche a Sant’Alfio nell’ultimo
trentennio, la festa ha perduto gran parte dei suoi connotati ideologici di una volta. Abbiamo visto
che nella carica di governatore ai proprietari di vigne si sono sostituiti esercenti, impresari piccoli e
medi, tassisti e finanche un operaio. Ciò non costituisce solo una logica conseguenza dovuta al
passaggio da un’economia agricola ad una situazione di terziariato, ma è indicativo di mutamenti
ideologici che, pur non apparendo in superficie, tuttavia esistono e spesso sono profondi. Se lo
schema della festa, infatti, è rimasto immutato in quasi tutte le sue parti, il modello culturale e i
valori sociali che essa suggeriva sono ormai obsoleti, perché non sono più funzionali ad una società
che non è più contadina e ha perso la sua identità. Gli stessi cambiamenti che sono avvenuti nella
sua organizzazione, come il sorteggio dell’automobile al posto della distribuzione dei pulcini e la
raccolta del vino, ci dicono che la festa non è più il paradigma di determinati valori sociali e
culturali, ma una delle tante feste, delle infinite sagre, dei numerosi spettacoli che l’epoca delle
comunicazioni di massa, della cultura di massa e dei consumi di massa sforna ad ogni pie’ sospinto:
niente di diverso, quindi, delle feste che si fanno durante la buona stagione negli altri paesi, vicini o
lontani che siano.
Solo l’aspetto religioso resiste, ma anche qui è cambiato qualcosa, per questo della festa di s.
Alfio si può dire ciò che il Grumello scrive riferendosi ad un piano più generale: «la devozione al
santo, lungi dal superare – con un ecumenismo discutibile, ma pur sempre commovente – tutte le
distinzioni, a cominciare proprio da quelle religiose, le sottolinea e anzi le acuisce, tracciando uno
spartiacque netto tra quanti accettano quei valori e quelli che li rifiutano»29. Il che significa che
mentre prima alla festa del santo partecipava tutta intera la comunità, ora ci sono quelli a cui la festa
28
29
Si veda G. PITRE’, Le feste …, op. cit., pp. 234-40.
A. GRUMELLI, cit.
16
non dice più nulla, anche sotto il profilo religioso. E in questo contesto si inserisce l’azione della
Chiesa, che negli ultimi tempi ha cercato di accentuare il carattere religioso delle feste, a scapito
degli aspetti laici e profani, sforzandosi di rivendicare a sé la loro gestione30. Le direttive della
Chiesa ispirano, probabilmente, anche l’azione della parrocchia di Sant’Alfio che, ultimamente, si è
inserita nella scelta del predicatore, ha ottenuto che l’investitura alla carica di governatore sia data
dal sacerdote ed ha proposto di costituire una commissione per gestire i fondi attivi dei bilanci della
festa.
Persi, dunque, gli antichi valori culturali e sociali, la festa di s. Alfio segue le trasformazioni e le
evoluzioni della società civile. Per il momento attraversa una fase di transizione: nel futuro
potremmo assistere a mutamenti ancora più profondi di quelli attuali. Spetterà ai santalfiesi decidere
se questi mutamenti si devono cristallizzare in una nuova organizzazione ideologica e strutturale.
(Pubblicato per la prima volta in Sant'Alfio, storia della comunità per i 60 anni del Comune, a cura
dell'Amm: Comunale, 1992- E' stato successivamente stampato in «La Ricerca Folklorica» n. 25,
Ed. Grafo, Brescia 1992)
30
R. CIPRIANI, Vescovi, popolo e feste religiose nel sud, i n Questione meridionale religione e classi subalterne,
Guida Editore, Napoli 1978, pp. 185-242.
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La festa di S. Alfio