“Io vi parlo del tempo in cui, ragazzi, andavamo a scuola;
del tempo che vorremmo tornasse, ma è impossibile. Dei
sogni, delle speranze che avevamo nel cuore; della nostra
innocenza; delle lucciole che credevamo stelle perché
piccolo piccolo era il nostro mondo, basso basso il nostro
cielo. Vi parlo delle stesse cose che voi ricordate, e se ve
le siete scordate v’aiuto a ricordarle. Di quelle cose
perdute che voi ora ritrovate nei vostri figli, e vorreste –
tanto sono belle – che non le perdessero mai”.
Giovanni Mosca, “Ricordi di scuola”
Si torna sempre con la memoria al luogo della fanciullezza e si è accompagnati da quel velo di
nostalgia per il passato, di un passato che conserva l‟incanto e il profumo intatto di piccole, semplici
cose pensate grandi, di sentimenti e ricordi che vengono colorati di rosa.
Una particolare seduzione questa che fa dolcemente rimembrare nell‟eterna oscillazione del mondo
anche certe brutture del tempo, non ultimo, per esempio, l‟attraversamento della guerra (ricordo
l‟incursione aerea del 24 ottobre 1942 e il disastro sul caseggiato Bragonzi o il notturno rifugiarsi
nei campi nell‟agosto del 1943 per i vicini bombardamenti su Milano) e del susseguente slabbrato
periodo colmo di ferite e di miseria, come pure quello dell‟ ancella povertà che nulla chiedeva e che
ci portava ad accontentarci di quel poco che si aveva.
E m‟è rimasto questo senso della vita per l‟esperienza provata tanto da essermi d‟aiuto nel
prosieguo degli anni per capire l‟importanza della rinuncia insieme a quella di non considerare il
denaro un mezzo per tutti gli scopi. Più ancora aggiungo che la bramosia, il culto del suo possesso e
la conseguente vogliosa conquista non rappresentano tutto e neppure tanto rispetto ad altri più
consolidati valori e virtù. Del resto il potere del denaro non ridistribuisce né bellezza né cultura, a
volte nemmeno serena felicità e successo, tralasciando l‟ovvia considerazione che qualsiasi cifra
non sconfigge la morte, indomabile per tutti. Argomentazioni queste più profonde oggi, confortati
pure dal pensiero di papa Benedetto XVI quando afferma che “il denaro è niente” specie se il
mercato senza regole ed etica professionale si fa avidità funzionale che impedisce la regolare
crescita di un‟economia libera. Infatti pare proprio che l‟illecito di certi comportamenti, e non solo
nel connubio tra affari e politica, possa essere generalizzato e portato disinvoltamente alla
convinzione che tutto sia lecito, senza un sussulto morale, tanto risulta abbassata la soglia della
coscienza
Crespiatica, il paese dell‟adolescenza e della prima giovinezza vive nell‟essere incancellabile stato
d‟animo per andare a ritroso e riportare a galla, come fossimo archeologi di un tempo perduto,
luoghi, pensieri, persone, situazioni e momenti fissati come tracce mai assopite epperò scintille
sicure del nostro ormai lungo cammino, in cui vena intimista e pittoresco aneddotico svelano la vita
nell‟illuminazione di episodi lontani, ognora di sorprendente attualità.
E vengono a noi i giorni dell‟irrepetibilità, con il nitore del tempo celato dentro le cose, radici della
nostra fabulazione scritta o parlata che, narrazione di se stessi e narrando d‟altro o d‟altri, richiama
l‟aurorale grazia di luce e di cilestrino colore d‟aria come nei versi di Lucio Piccolo: “I giorni della
luce fragile,/ i giorni, che restano presi ad uno scrollo/ fresco di rami, a un incontro d‟acque,/ e la
corrente li portò lontano,/ di là dagli orizzonti, oltre il ricordo”. E permane questo sentimento un po‟
malinconico dell‟innocenza lontana custodito in un diario mnemonico.
Nella durata mitica dello spazio-tempo, rivissuta senza scansione tra lo ieri e l‟oggi, la risalita di
quei giorni accoglie insepolti frammenti, squarci e colori della giostra quotidiana che la tensione
rievocativa restituisce nei minimi gesti, con le luci delle ore e i lasciti di segni, suoni e voci.
Crespiatica, il paese che si fa paesaggio dell‟anima, viaggio nella recuperata infanzia per ritrovare
lo stupore o forse improbabili certezze e che amiamo con quella spiritualità arcana che gli uomini
considerano mito rassicurante, che il candore dell‟anima pulita e innocente di quando si è piccoli
interpreta come fiaba. Ecco, forse un po‟ di fiabesco ad alto potenziale evocativo esiste davvero nel
lucido scavo della memoria, nel flusso narratore della stessa, anche se quest‟ultima si ammanta di
mitizzazione magari inconsapevole, che riallacciandoci alla catena delle generazioni precedenti ci fa
ritrovare l‟umanità delle stesse in mezzo a noi con le emozioni primigenie spontaneamente vissute
in quel momento. E vibra l‟arpeggio di questa poesia dalla grazia incantatoria e dalla vaghezza
adolescenziale che, nel tremito dei giorni consegnati ai ricordi, l‟oltranza del tempo non riduce e
non elimina.
Canta al nostro proposito un verso del poeta Jorge Manrique: “Cualquiera tiempo pasado fu major”
(qualsiasi tempo passato fu migliore), senza con ciò voler essere ingannati dalla nostalgia e
cercando di evitare il petrarchesco ego elegiaco sconfinante nell‟insidia del sentimento flebile, del
sentimentalismo indugiante nelle dorature o dolciume letterario.
Resta da aggiungere un‟altra considerazione ed è quella che della realtà noi conosciamo solo il
nostro modo di concepirla e questo però è riflessione più avanzata con la saggezza di adesso,
mentre allora l‟infelicità sembrava non presente o che si fosse dileguata (il che non è poi vero
perché sappiamo che l‟infelicità non è solo lo stato in cui la sensibilità è più acuta, ma può essere
pure uno stadio di avvertimenti privi di desiderio, caratteristico di quella beata età senza pensieri).
Magico mondo quindi di poche cose, di aspirazioni non manifestate, del freddo pungente, delle non
più ritrovate densità di caligine e di brine, delle grandi nevicate (le nevi dell‟infanzia sono sempre le
più bianche e le più alte), di tanti mocci al naso e dei soliti consunti giochi, poveri e ingegnosi
divertimenti come ai quattro cantoni sulla pesa pubblica allora davanti al palazzo comunale, oppure
“a stecca”, a mosca cieca, ruba bandiera o topoli; con le “tegine” (i tappi metallici delle bottigliette)
e le “burelle” per i vari tracciati del giro ovvero di chi arrivava primo al traguardo; o alla lippa,
pericolosa quando entrava nei vetri delle case. Non c‟è ricordo del gioco del pallone nella mia
prima età; solo qualche anno dopo la guerra si disporrà di un campetto alquanto irregolare
dell‟oratorio, dietro la chiesa e lambito dalla "rusa da Ca‟ ", la roggia di casa derivata verso Monte
Cremasco da quella più grande della Benzona alla fine del Settecento per merito del parroco Angelo
Maria Vallegiano, ingegnere e dottore in teologia. Su quel campetto quante sfide e infinite partite,
con Pierluigi Pavesi più appassionato degli altri, tanto da dotare la squadra con la maglia a strisce
orizzontali simile a quella indossata dai giocatori della Pro Patria di Busto Arsizio allora militante
in serie A.
C‟erano meno pretese, allora il mondo andava così. I sacrifici erano il companatico di quel poco di
pane che si aveva e che ci accontentava. Ma non era poi un sacrificio svegliarmi presto la mattina,
quando nella stordita età di ragazzetto mi toccava la settimana dell‟alzata antelucana delle sei per
servire la prima messa da chierichetto nella chiesa che d‟inverno non era riscaldata come avviene
ora. Geloni sulle mani sì, non nell‟animo. E fra le scarse partecipazioni alle messe così mattutine
erano costanti le presenze delle suore dell‟ordine delle Ausiliatrici di don Bosco arrivate da poco in
paese (Beatrice la superiora, poi Piera Enrica e Antonietta), della piissima signorina Angioletta
Raimondi anche lei insegnante in loco, e spesso anche quelle di due compagne di classe,
religiosamente zelanti: Maddalena Nina Draghetti biondina e Luisa Tentori un po‟ rossa di capelli e
lontana parente mia tramite il ramo materno e andata poi sposa a Luigi Bragonzi, fra noi ottimo
calciatore chiamato con il soprannome di Talipa, anche lui già defunto.
La chiesa, dedicata all‟apostolo Andrea, maestosa per me con la facciata rinnovata nel 1866; il mio
antico tempio e se “torno a quei dì … rivedrò la panca dov‟io conobbi i rapimenti primi della
preghiera”, tanto per citare consonanti i versi da „Maternità‟ della poetessa Ada Negri. Non solo la
panca, ma i quadri del 1770 di Pietro Molciani e l‟organo della premiata ditta bergamasca Bossi di
inizio Ottocento con il mantice da tirare cui a turno noi chierichetti prestavamo aiuto all‟addetto, e
soprattutto davanti agli occhi ho ancora l‟altare maggiore barocco che il rettore (allora il parroco o
l‟arciprete si chiamava così) Teodoro Bandelli di Pavia fece costruire dal lodigiano Giuseppe
Giudici nel 1764 e poco dopo, nel 1771, fece allungare la chiesa di una quinta ultima campata.
I preti provenivano dal Pavese perché Crespiatica fino al 1819 era stata un‟enclave dipendente dalla
giurisdizione della diocesi di Pavia, diocesi che si estendeva fin dalle nostre parti comprendendo
pure le pievi di Dovera, Postino e Roncadello (nello stesso anno tornavano al vescovo di Lodi le
parrocchie di Fombio, Guardamiglio e San Rocco al Porto per parecchi secoli in giurisdizione di
Piacenza).
Un po‟ meno, anzi niente addirittura, ho memoria degli affreschi dell‟abside, e per forza di cose,
essendo gli stessi rimasti nascosti e coperti dalla calce fin dal Settecento. Nel 1987 qualche
“assaggio” ha portato alla luce sulla parete destra l‟immagine di un vescovo e infine con la brava
Anna Stabilini nel 2001 si è proceduto al restauro definitivo per il recupero di quanto era stato
affrescato nell‟abside, attorno al coro. Distrutto in buona parte, con tante lacune e alquanto rovinato
in altre che oggi osserviamo sopravvissute. Altri festevoli episodi: il rinnovo delle cinque campane
nell‟autunno del 1950 e la curiosità nell‟ascoltare la banda musicale diretta da Battista Raimondi
detto Muretì nelle cerimonie non solo religiose.
Nel 1987 stavo realizzando insieme a qualificati storici dell‟arte la grande mostra dedicata a “I
Piazza da Lodi. Una tradizione di pittori nel Cinquecento”, un ineguagliato episodio nella vita
artistica del nostro capoluogo di provincia. A me e al professor Gianni Carlo Sciolla curatore
dell‟evento era apparso sul palcoscenico di quella rassegna un giovane studioso di Maleo, l‟attuale
conservatore del museo di Cremona, Mario Marubbi. A lui decidemmo di far approfondire per
l‟evento l‟aspetto della terza generazione dei Piazza, cioè quella dei figli del sommo Callisto,
ovvero Fulvio e Muzio. A quest‟ultimogenito in un primo tempo era stato attribuito l‟affresco di
Crespiatica.
Ora invece sappiamo con certezza con l‟anno 1543 della committenza che l‟autore è Francesco
Carminati detto il Soncino coevo e non allievo di Callisto Piazza come s‟è un po‟ sempre detto,
autore di tante altre opere a Lodi, nel Santuario della Madonna del Bosco a Spino d‟Adda, a
Soncino nella chiesa di Santa Maria delle Grazie e a Melegnano nel castello Medici, il ramo
dell‟avventuroso Medeghino fratello di Pio IV, il papa dei decreti conclusivi del Concilio di Trento.
Riscaldata invece nel fumo della stufa a legna era la classe di terza elementare quando la maestra
Angela Minestra, prima di iniziare la lezione, quella mattina del dodici gennaio 1945, ancora in
tempo di guerra, annunciava alla sua numerosa scolaresca la morte avvenuta il giorno prima di Ada
Negri: una donna poeta nata a Lodi nel 1870. Conservo ancora nella luce del momento la
commozione e il racconto spezzato dell‟insegnante, la sua sofferta partecipazione al lutto della
cultura italiana, con la voce fievole, spesso arrochita, più flebile ancora quella mattina di come
solitamente era.
Se poi risulta vero che i prestiti orali tramandano sempre da maestro ad allievo qualcosa, chissà mai
che il piacere intellettuale e la passione per la poesia in seguito da me coltivati non siano discesi da
quella notizia, dall‟accorato omaggio della mia indimenticabile insegnante delle elementari a
Crespiatica alla „vergine rossa‟ Ada Negri, così definita ai suoi esordi con la raccolta “Fatalità” nel
1892 e “Tempeste” del 1895, per i versi connotati di impegno civile e di coscienza sociale, e
attestati quali esemplificazioni dalla “Madre all‟officina” e dalla “Mano nell‟ingranaggio”; versi
che nell‟insieme a me oggi risultano poeticamente artificiosi e poco persuasivi rispetto ad altri della
sua copiosa produzione.
Più di sessanta anni or sono e tutto palpita di vivezza oggi, come vive sono le strofette negriane di
una delle prime liriche imparate allora dal sillabario (Pinocchio direbbe abbecedario): “sui campi e
su le strade, silenziosa e lieve, volteggiando, la neve cade. Danza la falda bianca ne l‟ampio ciel
scherzosa, poi sul terren si posa, stanca”. Stanca anche la voce, voce smarrita quella di Angiolina
come familiarmente la chiamava la madre Maria, che si accendeva (e la luce dei ricordi percorre
davvero i fatti) con un‟altra poesiola imparata più tardi, una specie di melologo che risuona ancora
tintinnante: “ che dice la pioggerellina di marzo che picchia argentina sui tegoli vecchi del tetto, sui
bruscoli secchi dell‟orto, sul fico e sul moro ornati di gemmule d‟oro?” del ligure Angiolo Silvio
Novaro. Forse è vero che le parole scendono nel cuore trafitte dalla memoria e che passata una certa
età si preferisce riconoscere piuttosto che conoscere.
Chi era Angela Minestra, figlia di Cesare, pittore e decoratore di tante chiese nel lodigiano con il
fratello Angelo, e di Maria Bianchi, nata a Lodi il 2 gennaio 1907 e morta nel 1969, il 28 dicembre
dopo una penosa malattia?
Chi è stata la maestra Minestra nel suo lungo insegnamento a Crespiatica?
Non solo per lo scolaro quale sono stato io che ha avuto la fortuna di averla per cinque anni e di
seguirla anche dopo, fino al suo calvario rassegnato di fronte al male, ma anche per gli altri, per la
schiera degli innumerevoli suoi alunni?
Una ventina di anni or sono ho ricevuto una visita di fra Giovanni Zucchelli che mi interpellava
sulla mia disponibilità a curare una pubblicazione di ricordi come omaggio alla maestra Minestra
che era stata anche sua insegnante, due generazioni scolastiche prima della mia. Conservo di quel
tempo un brogliaccio di sue interviste raccolte qua e là.
Zucchelli nato a Dovera nel 1926 abitava a Crespiatica in via Dante 1, alla cascina Baroni dove
lavoravano i suoi genitori.
Angiolina, molto religiosa e devota, accennava spesso a noi con soddisfazione di questo suo alunno
che era andato fratello missionario nel noviziato dei Comboniani a Firenze (poi sarà nel Libano e
nel Sudan). Si è spento nel 2004 e aveva manifestato pure uno spirito artistico.
Io devo eterna gratitudine alla maestra Minestra, non solo per quanto mi ha insegnato, ma per avere
lei insistito, io primogenito di quattro fratelli con padre operaio e madre casalinga, che continuassi
gli studi. A quel tempo in una comunità di campagna era raro che qualcuno proseguisse dopo la
quinta classe. Di quell‟affollata prima elementare del 1942 altri due alunni hanno potuto continuare
la scuola entrando per l‟ultimo anno delle elementari nel Seminario diocesano: don Bruno
Malusardi tornato a risiedere dopo il lungo insegnamento a Milano al paese da dove era partito e
don Franco Rana, barnabita, l‟amico fraterno di quegli anni, nel gioco, nelle scelte e nelle
confidenze.
Se ho potuto studiare lo devo anche a lei che aveva perorato l‟idea a don Giuseppe Orlandi, parroco
a Crespiatica dal 1945, che a sua volta si era fatto latore della causa presso il commendator
Giovanni Cazzulani, titolare dell‟omonimo importante collegio a Lodi, mio generoso benefattore e
padre della scrittrice di romanzi Elena Cazzulani a me molto cara nell‟affettuoso ricordo, dove
segretaria-economa tuttofare agiva la sorella del reverendo, la proverbiale Cecchina Orlandi.
Ricordo ancora con la solita lucidità di certi fotogrammi custoditi dalla prensilità della mente di
aver sostenuto un pomeriggio di fine anno scolastico 1947 una verifica pre-ammissione alla scuola
media con il giovane professore Luigi Raimondi di Lodi appositamente venuto tramite la maestra
per una valutazione su di me; scuola media cui approderò timido e spaesato alunno fra gli altri ben
vestiti e ricchi del collegio Cazzulani.
E‟ un flash, anello di una catena che mi terrà legato alla cara insegnante, quando durante le vacanze
natalizie chiederà a mia madre di poter controllare i compiti dei primi anni della scuola media
inferiore per essermi d‟aiuto una volta di più. Missione che veniva assolta andando io a casa sua in
via Giuseppina Strepponi 2, nella discrezione di una dimora con mamma Maria da lei adorata e una
statuetta che di tanto in tanto occhieggiavo, un gesso dello scultore Ettore Archinti amico del papà
Cesare raffigurante un ritratto di maestrina del 1935 per il quale aveva posato la mite Angiolina.
Statuetta che un giorno mi è stata da lei donata insieme a qualche mio tema che aveva conservato.
Mi raccontava l‟insegnante dell‟amicizia del papà con lo scultore Archinti, primo sindaco socialista
di Lodi nel 1920, laico più che antireligioso, di nobili ideali umanitari e frequentatore di casa
Minestra, spesso per prendere il caffè. A quei tempi il caffè, dove si poteva, non era mai disgiunto
dalla recita del rosario, che in particolar modo in casa Minestra era tappa obbligatoria di tutte le
sere. A questo aspetto devozionale Archinti non si sottraeva e nel ricordo della mia maestra
appariva raffigurato silenzioso e partecipe a capo chino sul tavolo durante tutta la recita delle
avemarie e giaculatorie varie. Come sarebbe felicemente meravigliata la mia maestra se sapesse che
nell‟occasione della visita a Lodi nel dicembre 2005 del presidente della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi, l‟omaggio riservatogli dalla città è stata una statuetta di bronzo opera di Archinti con lo
scritto accompagnatorio tratteggiante l‟uomo e l‟artista elaborato dal suo scolaro di Crespiatica.
Giovanni Zucchelli aveva intrapreso l‟iniziativa di ricordare la signorina Minestra e la sua missione
d‟insegnante per quasi tutta la vita a Crespiatica (salvo un breve primo apprendistato nella
montagna bergamasca a Vedeseta vicino a San Giovanni Bianco dove conoscerà ragazzo il futuro
professore di lettere Mario Musitelli, poi insegnante di lungo corso nelle scuole superiori di Lodi) e
per attestare questa testimonianza aveva incontrato qualche allievo e conoscente.
Impegni vari, un po‟ di disattenzione e qualche altro perché mi hanno fatto trascurare questo
omaggio doveroso.
Assolvo ora il compito a distanza di anni e dopo aver ripreso contatti con il paese dell‟infanzia con
iniziative che mi hanno coinvolto per merito di Marina Arensi, che nella mia immaginazione vedo
avviata ad affiancarsi nella considerazione del paese alla figura di cui stiamo parlando. Fuor di
facezia, ma non del tutto, Marina, sancolombanina di origine come il pittore tra „400 e „500
Bernardino Lanzani da lei studiato e forse sposato in seconde nozze senza il mio permesso, è da
citare non solo per l‟ormai sua lunga permanenza di decana tra le insegnanti di Crespiatica, ma
anche per la sua affabilità e bravura. Quando si dice bravo o buono si scade sempre nel genericismo
di un giudizio riempibocca e non qualificativo, più da tarpano che da critico e io invece voglio
sostenere “bravo” nel senso preciso ed appropriato del termine, in questo caso rivolto a una persona
che ho conosciuto in questi ultimi anni e che, stimata come maestra, ho visto crescere (io sono
molto più vecchio) con garbo, umiltà, impegno costante e voglia di migliorare (e sto parlando di un
altro campo, quello della mia passione ovvero della critica artistica, insidioso e arduo per la sua
parte e dove noto i progressi che da giornalista della cronaca e della recensione si sta spostando
verso la critica).
Tramite Marina Arensi e l‟allora sindaco Natale Moroni nel 2002 ho presentato un piccolo ricordo
nell‟opuscoletto dedicato a “Una scuola, una storia” nell‟occasione dell‟intitolazione del plesso
scolastico a Maria Moretti, e ripensando la straziata vicenda della giovane vita tragicamente falciata
dalla raffica di un aereo alla frazione Casaletti nel novembre 1944. Il Sindaco ha avuto pure
l‟ardimento di farmi rievocare in quella circostanza la ricorrenza del 25 aprile, data celebrativa della
Liberazione e che nella risalita della memoria affiora tuttora con pregnanza nella ricapitolazione
non sopita di quei lontani fatti.
Era stato il mio primo ritorno a Crespiatica dopo tanti anni, cui sono seguite altre presenze: la
mostra di grafica dell‟associazione Oltreponte di Lodi nel salone comunale per la festa del patrono
Sant‟Andrea del 2003 e poi nel 2006 con l‟introduzione e la presentazione di “Immagini.
Crespiatica nel Novecento”, un bel reportage di fotografie e una ricostruzione storica a cura del
tipografo Filippo Cinquanta nipote di Filippo Colombi detto Niciu con l‟osteria in piazza e marito
di Anna Maria Ogliari diventata nel frattempo sindaco del paese, lei originaria del confinante
Vaiano Cremasco, con la squadra calcistica di allora, per noi imbattibile, chiamata “La Fumante”.
Infine lo scorso dicembre, con il libretto della Arensi dedicato alle edicole votive, quelle di
campagna dette anche mistadelli, amate dalla devozione popolare e sparse a Crespiatica e dintorni.
Una prova in più per riandare indietro nel tempo, un tempo sospeso e coagulato in noi come se
d‟improvviso si attendesse ancora la sorpresa di qualcosa o di qualcuno. Infatti è stato così con
l‟apparizione di Giulia Dedè ritrovata a distanza di più di cinquant‟anni una mattina di primo
autunno del 2007 alla frazione Casaletti insieme a Marina, andati noi per esaminare un piuttosto
malconcio anche se non insignificante affresco nella corte padronale: la Madonna con Bambino tra
sant‟Andrea e sant‟Antonio Abate.
Uno sguardo, un sorriso e il perduto, sepolto ricordo della fanciullezza immediato si è ripresentato
per annullare la distanza degli anni così come la sciabilità di certe immagini e l‟effimero delle stesse
possono tornare con il peso dell‟emozione, quali piccole schegge ovattate tra le parole dei
conversari.
Ed ecco farsi vivo l‟arciprete della mia gioventù, don Giuseppe Orlandi, poi monsignore e
penitenziere in duomo a Lodi dove morirà nel 1971, che a Casaletti arrivava in bicicletta con lenta
pedalata per le recite del rosario nel mese di maggio. A Crespiatica era giunto nel giugno 1945 da
Guzzafame, un paesino della bassa là dove passa il Po e nel paese della mia infanzia era rimasto
fino al novembre 1960 e lo è tuttora, avendo deciso di essere sepolto nel locale cimitero dove già
avevano trovato riposo i genitori. Un po‟ austero, molto pio e devoto, un sacerdote di non tante
parole e rari sorrisi, però molto riassunto nella sua funzione di parroco. Nei periodi della sua
lontananza estiva in montagna, anche perché gracile di salute, a far compagnia alla perpetua
Tugnina, guardiana della canonica, andavo io ragazzetto a dormire di notte. Ricordo inoltre l‟aiuto
dato nel trascrivere, penso più sul documento dello status animarum (un volumone), che non sull‟
apposito libro dei cresimati della parrocchia, l‟aggiornamento degli stessi apponendo nello spazio in
fianco al nome il “confirmatus” con la data. Don Giuseppe ha avuto come coadiutore in un primo
tempo don Isidoro Pezzini e, dopo la sua ordinazione sacerdotale nel 1948, don Paolo Marazzi
proveniente dalla parrocchia lodigiana del Borgo Adda, ma originario di Moscazzano nel Cremasco,
tanto che in dialetto cremasco parlava ancora il suo vecchio genitore Pietro venuto ad abitare al
paese con lui. Ancora oggi vivente oltre i novant‟anni, don Paolino anzi fra Paolino per me, così lo
chiamavo per la sua di tanto in tanto manifestata propensione a volersi fare conventuale di non so
quale ordine. Forse lo diceva per celia, ma io rispetto ai miei compaesani avevo potuto conoscerlo
prima, nell‟estate del 1946 quando eravamo insieme nella colonia della Pontificia Opera di
assistenza a Marzio vicino a Marchirolo nel varesotto, trasportati colà su un affannoso Dodge, come
si chiamavano i carri di guerra americani rimasti in Italia e con tutta l‟aria della guerra ancora
addosso nella miseria del tempo.
Nella vecchia casa del coadiutore la mia generazione iscritta all‟Azione Cattolica trovava ospitalità
in una stanza adibita agli incontri anche serali e di quegli anni ricordo le presenze costanti fra altre
di Aristide Lezzo, Ermanno Zanini, Franco Barzizza, Agostino Porchera e Luigi Rossetti che ritrovo
nelle mie apparizioni crespiatichine in occasione della funzione religiosa dedicata alla classe 1936
nei raduni delle ricorrenze anagrafiche quinquennali, l‟ultima per i settant‟anni e sempre più ridotti
nel numero. Luigi Rossetti, padre di don Alfonso, che con la raccolta serietà del suo misurato
carattere è subentrato in qualità di sagrestano al defunto Agostino Porchera, compagno dei miei
viaggi invernali verso il Pal per prendere la corriera, lui come sarto a Lodi e io per la frequentazione
scolastica.
I preti di Crespiatica: oltre ai già citati compagni di scuola don Bruno Malusardi e padre Franco
Rana, da ricordare anche don Domenico Mor Stabilini, garbato sin da ragazzino e che ho ritrovato
parroco in una serata culturale a Lodivecchio, e don Andrea Prina più giovane di una generazione
della mia, anche lui alunno della signorina Minestra di cui un penetrante e fedele ritratto è nella
allegata testimonianza. E a questi lampi dei ricordi aggiungo un‟altra presenza, quella di Franco
Pollini, di un anno più giovane di me, medico prematuramente scomparso figlio di una maestra che
insegnava alle elementari del paese e con il quale scambiavo interminabili partite a ping pong sul
primo rudimentale tavolo apparso a Crespiatica per questo gioco nell‟unica stanza dell‟oratorio,
dopo la messa domenicale riservata alla gioventù alle otto e trenta. Allo stesso modo ci accomunava
la passione per la musica avendo lui in casa un pianoforte a suo tempo suonato dal padre, che nel
dopoguerra girava per il paese con il “mosquito”, una bicicletta a cui era aggiunto il motorino per
non più pedalare; e insieme ai nostri strimpellamenti, in particolare a me faceva comodo avere a
disposizione la musica degli spartiti per le canzonette che ricopiavo poi a utilità del fisarmonicista
di casa, mio fratello Franco (di qui forse l‟orecchiabilità della tardiva passione per i tempi del ballo
che impone alle sue ballerine con rigore da maestro o almeno così ritenuto o autonominatosi come
pensa Gianni, il marito di mia sorella).
Presenze che scorrono in tanti fotogrammi e il sapore della giovinezza senza inganno pulsa nei suoi
fraseggi tra verità e tenerezza e questo senza voler a tutti i costi imprigionare l‟anima, “vagula e
blandula” nella vena struggente dei poeti crepuscolari, nella dolcezza estenuata provata da loro per
gli effluvi dei fiori appassiti, nel ricordo sentimentale di un mondo passato di cose sbiadite. Trepida
invece in me il candore della fanciullezza insieme all‟odore dell‟incenso, alle preghiere e al
profumato bianco dei gigli che annusavo nell‟aria e ammiravo bene in vista sugli altari nella loro
linda bellezza. Il chierichetto con la cotta bianca custodito in me torna a rivivere anche nelle
cerimonie e processioni di festa e della sagra o in quelle tristi di accompagnamento al cimitero,
quando piccolo, in testa al corteo portavo la croce alta, astata come un trofeo. I chierichetti, una
squadra in ordine gerarchico di anzianità e ripeto ancora tutti i nomi: Bono Mino, Tentori Dionigi,
Valcarenghi Paolo, anzitempo scomparso appena sposato per intossicazione da gas, il sottoscritto e
inoltre Rossetti Vincenzo detto Giavarina che aveva preso il posto di Franco Rana andato in
seminario.
Quello delle scurmagne, ovvero i soprannomi dall‟enunciato folgorante, epiteti caratteristici della
lingua parlata dei paesi e perciò creativamente fragranti e più originali quando in dialetto; e non per
niente suprema “regina” fra queste è quella che richiama con sberleffo la discendenza del figlio
dalla madre e che il mio amico Antonio Ferrari ormai detto Cècu come il suo personaggio, strenuo
difensore dell‟arguta parlata dialettale, cita fra le tante sue belle e sapienziali poesie in vernacolo
con “malca….” lasciando a voi terminare l‟imprecazione. Pare che questa abitudine di apostrofare
le persone stia perdendo il passo, ma a quei tempi con i cognomi che si richiamavano e si
accavallavano nell‟ambito chiuso tra famiglie, era obbligatorio distinguerle attraverso il
patronimico genealogico tramandato delle scurmagne.
La „nominanza‟, come dice con sottigliezza il professor Angelo Stella del‟Università di Pavia nella
prefazione a “Le scurmagne” di Andrea Maietti, “nominanza a distinguere, nell‟intrico dei cognomi
e dei prenomi ricorrenti e ripetuti, i belli e i brutti, i poveri e i ricchi, il fittabile e il pitalö, a
individuare l‟interlocutore, il destinatario di un ordine o di un insulto”
E con le scurmagne rivivono improvvise altre immagini o meglio certe partecipazioni ai giochi di
noi tre fratelli (nati con precisione d‟orologio nell‟arco di tre anni, perché solo per poche ore le
lancette non avevano fatto coincidere il 19 agosto del 1936, giorno della mia nascita, con il 20
agosto 1939 in cui era nato lo sfortunato mio fratello Virgilio, morto nel 1989, il più vivace,
birichino e anche il più intelligente e intraprendente fra i tre. In mezzo Franco, del dicembre 1937
quando nostro padre era in Africa a difendere l‟impero). S‟andava al mulino Parati sulla roggia
Benzona un po‟ fuori paese, dove il figlio Peppino ci aspettava per giocare e dove la nostra
monelleria si manifestava pienamente senza sensi di colpa saltando sui sacchi pieni di farina
accuratamente allineati, nonostante le lamentose scongiuranti implorazioni del povero zio Alfredo
dalla voce rauca.
Però bastava un sibilo per richiamarci all‟ordine.
Era il fischio acuto della mamma che tagliava l‟aria da lontano per farci alzare le orecchie e
galoppare di corsa verso casa come cavallini al trotto in stretto ordine gerarchico. Pubblico una rara
fotografia della primavera del 1946, la guerra finita da un anno, in cui la mia famiglia è in posa. Noi
tre maschietti, il papà verso i trentasette anni smagrito e ordinato tanto da non sembrare un operaio
(e sarà una veste questa che conserverà sempre per i neanche vent‟anni che gli sarebbero rimasti da
vivere), la mamma fiera e severa, come è sempre stata anche nella sua generosità,
dall‟atteggiamento di vera “regiura” per tenere su la baracca, con in braccio una pupattola biondina
assorta in reconditi profondi pensieri, mentre in un‟altra foto la biondina, seduta in un seggiolino,
tutta rannuvolata, pare in meditazione anticipata sui vari rimproveri ora costantemente mossi al
fratello maggiore per il suo ordinato disordine casalingo inciampante fra libri quadri e altro, oltre
alla manifesta sua autonomia e libertà di pensiero da lei non sempre condivise. A quei tempi la
pupattola era un insperato giocattolo per le imprese del fraterno trio mascolino.
Dall‟album di famiglia ristretto a pochissime immagini come reclamato dalle economie del tempo,
emblematica appare la figura del secondogenito Franco, infagottato a lato di un pallottoliere
gigantesco, sguardo concentrato e vivissimo nella vaghezza di non so quali propositi, volto
illuminato da un‟accettata rassegnazione. Quasi un‟immagine felliniana di Amarcord, un Alvaro
Vitali ante litteram, e chi mai avrebbe detto che tutta la gaiezza straripante della foto sarebbe
esplosa nella vecchiaia con la passione indomita per il ballo salvezza della vita, confermando, da
mente speculativa, quanto diceva un suo predecessore del Seicento, il pensatore antigiansenista
Jacques Bénigne Bossuet: senza passione non c‟è salvezza. E‟ proprio vero allora che non
bisognerebbe mai criticare gli altri, perché ognuno della propria esistenza è responsabile non solo
per costruirla, ma pure nel goderla con le proprie passioni mai misurate dalla fatica o dalla
sofferenza. À chacun sa vie. Proprio così, a me le carte, i libri e il machiavellico robone addosso per
studiare, a mio fratello tanghi, mazurche e bachada, possibilmente tutti i giorni.
Abitavamo in via Vittorio Emanuele al n. 12, l‟attuale via Nino Dall‟Oro, nella corte dei fratelli
Sangalli che non sempre si sentivano affiatati per andare d‟accordo. Spesso erano litigi e grida fra
loro, mentre con le tre figlie di uno di essi con la famiglia più garbata ero in rapporti improntati di
amicizia e a colloquiali incontri fra coetanei. Giuseppina, Angela e Alda, le tre sorelle cechoviane di
quel periodo e compagne, specialmente Angela, del viaggio in bicicletta a Lodi, lei per lavoro, io
per la scuola. E fra quelle pedalate su strade quasi deserte io imparavo le canzoni che allora si
apprendevano solo dalla radio che la mia famiglia non possedeva: Caminito, Sei stata tu (un tango
con quel singhiozzante “M‟hanno detto che torni, che sei stanca e pentita” gorgheggiato da Luciano
Taioli), il valzer musette Gigolette (quando avevi vent’anni), Ciliegi rosa, Argentinita, ascoltata
sotto le finestre dell‟osteria di Adriano Valente, Padam padam, E’ troppo tardi o Non ti ricordi,
entrambe di Walter Colì, un medico musicista di tanghi e così con altri motivi. La musica
suggestiva e dolcemente intatta ancora oggi per quegli insondabili processi della memoria portata a
disseppellire nella corsa degli anni momenti remoti quasi a considerarli avvenimento o scoperta
quando per esempio, nei primi anni del dopoguerra, era comparsa la balera con orchestrina e
cantante nello stretto spazio del cortile dell‟osteria “la Bartecca” vicino alle scuole, durante la sagra
estiva di San Rocco. Lì, lo sguardo stupefatto di noi ragazzi s‟incantava a vedere i vari
volteggiamenti del ballo accoppiato (allora si usava così) tra valzer brillanti o lenti, mazurche, slow,
il peccaminoso tango e gli appena sopraggiunti d‟oltreoceano tempi di rumba, samba (l‟equivalente
italiano di successo della allora chiamata al femminile la samba era: “mama mama mama, mama
mama mama, sai perché mi batte el corazon”) oppure raspa (“traià traià traià, la raspa del Canadà”).
Peccaminoso, parola pesante che sottintendeva condanna, ma non riguardava solo il tango, danza
dal pensiero triste più avvinghiante, ma tutto il ballo, in quanto la Chiesa, con eccessiva severità, lo
considerava divertimento proibito, da bandire perché licenzioso. Altri momenti, da un estremo
all‟altro pensando a cosa presentano gli spettacoli di oggi, televisione compresa.
Un altro compagno di viaggio in bicicletta nel tragitto Crespiatica-Lodi e ritorno è stato Aldo
Corbellini, tra l‟altro corridore della lodigiana ciclistica Adda e promettente pedalatore nella
categoria allievi come era stato il fratello maggiore dilettante Angelo, da me ritrovato anni più tardi
insieme a Virginio Mariconti detto Baraggia, provetto ciclista anche lui, però di qualche anno più
anziano, nei cicloraduni amatoriali, prima che la malattia mi impedisse di proseguire in quello che è
lo sport più faticoso, ma il più affascinante e suggestivo, tanto da rimpiangerlo in ogni occasione. E
oggi a tenere alte le sorti ciclistiche del paese ha provveduto l‟intraprendente uomo d‟affari mio
coetaneo Giovanni Corbellini detto Batèl, patronimico derivato dal padre, con diverse formazioni
ciclistiche graduate per categorie nella società ciclistica che porta il suo nome e premiato con il
riconoscimento “Tiziano Zalli” assegnatogli dall‟associazione Pionieri e Veterani dello Sport
presieduta da Andrea Schiavi, altrettanto intraprendente nell‟ideare il prestigioso Museo della
Stampa e della Stampa d‟arte di Lodi. Non solo abile ma pure brillante e generoso Giovanni, tanto
da provvedere anche al restauro degli affreschi del Carminati-Soncino nella parrocchiale in
memoria della moglie.
Per dire, una volta di più, come poteva essere il rapporto tra docente e scolaresca, ripenso a quel
giorno che malato e a casa per l‟influenza la mia premurosa insegnante era venuta a trovarmi con un
dolce, portandomi i compiti da fare e consigliandomi qualche lettura.
La maestra era vocata per inclinazione più ad amare le materie letterarie rispetto alle scientifiche, se
così può reggere una frettolosa distinzione all‟interno di un percorso di scuola primaria.
A rifletterci mi pare di aver colto questa sottile preferenza verificandola più tardi, quando si era
assunta la responsabilità contabile del patronato scolastico. Timidamente, da anima delicata e mite
qual era, era ricorsa al suo vecchio scolaro per far sì che l‟aiutasse a disbrogliare certe impostazioni
di numeri per una sommaria contabilità in cui professava di capire poco, sussurrando il tutto con la
vocetta velata che a volte diventava afona. E poi aggiungeva che le rincresceva disturbarmi per
colpa di questa sua incapacità di risolvere certi problemi o partite di giro che poi erano solo
problemucci da districare tra i meandri di una stolida burocrazia dispositiva di norme poco chiare e
ancora oggi attiva e imperversante, portata a rendere complicate le cose semplici, in barba a tutto e
a tutti, come una maledizione eterna.
Sì, le rincresceva di disturbarmi, ma soprattutto temeva di essere sgridata dal parroco che in quegli
anni con la funzione di presidente del patronato era don Giancarlo Pizzamiglio, subentrato a don
Orlandi nel 1960 e arciprete fino al 1971, dal temperamento alquanto sbrigativo.
Quanto pudore e pio “timor dei” albergava allora nelle anime belle.
Il primo giradischi a casa mia l‟ho avuto come dono da Angela Minestra e su quell‟impianto ho
imparato la musica classica cominciando dalle Danze ungheresi di Brahms per arrivare poi a far
entrare piano piano nell‟animo il resto, cominciando dai concerti brandeburghesi di Bach, ostici nel
loro primo e ripetuto ascolto, lungamente noiosi poi e sublimi infine, tanto che è incancellabile la
sorprendente esclamazione di mia moglie Gisella che rientrata in casa una sera con in braccio il
primogenito Alberto di pochi mesi e sorprendendomi intento a risentire con ostinatezza uno dei
concerti, ha profferito “ma senti che bella musichetta”. Miracolo dell‟arte.
C‟è una foto sempre di Alberto piccolino vestito di tutto punto con un completino azzurro, altro
regalo di Angiolina sempre riconoscente, coinvolta pure nei balbettamenti del piccolo che storpiava
il suo nome chiamandola dal cortile di via Strepponi, la ex via Flora dei Tresseni e chiamata dai
vecchi lodigiani “via stretta”, ricordata pure da Ada Negri nella prosa del suo libro più bello, “Stella
Mattutina”.
Pungono i ricordi anche su fatti apparentemente di poco conto, su piccoli bisbigli e orme di vita a
volte dall‟accento di favola, stracciata e leggera, sconsolata e divertente. Nugae, le chiama con
delizioso termine l‟amico scrittore professor Andrea Maietti, nugelle di un immedicabile cantore,
con parole conte e acconce, dello scrivere bene nello smalto dei suoi graffiti della semplicità,
saggezza e spirito di avventura fra gente normale e autenticamente semplice e vera dell‟agreste
umanità di Costaverde, perla nativa vicino all‟Adda. Costaverde, una realtà similmente da
apparentare a quella di Crespiatica.
Una presenza collaterale alla maestra Minestra è stata quella di Alda Bravi anche lei di Lodi,
compagne per tanto tempo dello stesso viaggio. A ripensarle insieme, affabili e dolcemente severe
nel loro ruolo non è poi vero che la gioventù e il suo piccolo mondo antico non ritornino, perché il
nostalgico lume dei ricordi si stempera fosse solo nella tenerezza di un sorriso.
In quegli anni il servizio dei passeggeri avveniva con le corriere della tratta Lodi-Soncino via
Crema e viceversa e la fermata per Crespiatica era al cosiddetto Pal con il cippo che la sistemazione
stradale con la rotonda ha eliminato, dedicato al motociclista Romolo Spallanzani, perito in quel
punto in un incidente negli anni Venti; un chilometro e forse più dal centro del paese dove sono
situate le scuole costruite nel 1929. A piedi ogni mattina e al pomeriggio per il ritorno, con qualsiasi
tempo le maestre si sobbarcavano la fatica della camminata. Erano vicende nell‟ordine delle cose e
che oggi paiono quasi inconcepibili.
C‟era stato un periodo, dopo la tragica fine della povera Maria Moretti, che le famiglie della
frazione Casaletti nell‟ultimo anno di guerra erano molto preoccupate per i figli che a piedi
andavano a scuola al paese (dalla frazione Tormo invece gli scolari arrivavano a Crespiatica solo
per gli ultimi due anni delle elementari, la quarta e la quinta). I mitragliamenti e le improvvise
incursioni aeree creavano un‟allarmata insicurezza. Testimonianze sicure, non dimenticabili,
rimandano all‟insegnante Minestra che a piedi, anziché tornare a casa, si recava a Casaletti per
radunare gli alunni e seguirli nell‟educazione scolastica. Una prova in più della sua generosa
disponibilità e dell‟insegnamento sentito con profonda passione, umiltà e convinzione come una
missione. Ripenso a proposito di queste tre aggettivazioni quanta sofferta pazienza ha usato nella
sua carriera Angiolina, specialmente nel tenere la disciplina in aula con certi monelli, alcuni
addirittura irrispettosi e intemperanti; uno in particolare, un discolo anche ripetente,
soprannominato “Un”, spesso messo in ginocchio in chiesa davanti a tutti e spesso “scudisciato” dal
vecchio burbero arciprete monsignor Pietro Negri, parroco per quasi trent‟anni fino al 1945. A
scuola il personaggio si sentiva autorizzato a comportarsi male giungendo a scavalcare la finestra
dell‟aula in cerca di libera uscita non autorizzata.
Non poteva essere diversamente ricordata la figura della mia insegnante che ha deciso di essere
sepolta nel cimitero del paese dove a lungo ha educato, una volontà più volte manifestatami nei
momenti che trascorrevo con lei, nelle mura silenziose di casa sua, specie nei mesi finali del suo
tragitto quando “il brutto male” ha dolorosamente attanagliato le fibre del suo fragile corpo.
Bene ha fatto l‟amministrazione comunale a consegnarle un mese prima della sua dipartita la
medaglia d‟oro per alti meriti educativi e altrettanto bene ha fatto dedicandole una via nel suo paese
adottivo, omaggio imperituro e doveroso alla maestra Angela Minestra detta familiarmente
Angiolina, la mia buona, brava, gentile e generosa educatrice dei cinque anni delle elementari a
Crespiatica, del tempo giovanile quando le ghiande appena seminate germinavano per farsi piante e
le erbe apparivano come fiori.
Crespiatica, il nome dal suono increspato, un po‟ aspro, diviso nella sua traiettoria perpendicolare,
con al centro la chiesa parrocchiale e le scuole, in due segmenti, quello all‟insù verso Postino e
Monte Cremasco e quello all‟ingiù con la strada che porta al cimitero e verso l‟incrocio del Pal,
dove oggi domina una rotonda. “Da „n ssü, àn zú”, pronuncia difficoltosa e affilata, di un dialetto
mescidato, nel cuneo in cui il paese si trova, da inflessioni lodigiane con qualche suono del vicino
cremasco. Più facile dire insuesi e ingiuesi come il grande giornalista toscano Indro Montanelli
chiamava nella stessa distinzione topografica i concittadini della nativa Fucecchio.
Ricordi di un tempo ormai lontano, per me inconsapevolmente felice. Un tempo brevissimo
rivissuto suggestivamente nel presente dove tutto è sempre più uguale, mentre tutto va sempre più
cambiando ( e quanto è cambiata Crespiatica), per ripetere il verso di Friedrich Hölderlin, sommo
poeta tedesco con Goethe: “Da ich eine knabe war” (quando io ero un bambino).
Il tempo delle lettere dell‟alfabeto appese al muro, delle tabelline, dei pensierini e delle prime
operazioni di aritmetica con l‟astuccio che profumava di legno e l‟odore della gomma e
dell‟inchiostro nel calamaio del piccolo banco nel quale intingevamo i nostri pennini, anzi il nostro
unico pennino.
Lampeggiamenti, guizzi che si ripetono per tutti nel ripensare momenti lontani: con la maestra
Angela Minestra a Crespiatica, il mai scordato paese d‟infanzia, dolce paese della mia anima
fanciulla, dell‟età piccola che non invecchia.
Lodi 2008
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Crespiatica e la maestra Angela Minestra