RUDOLPH GENTILE E MOVIEMAX
PRESENTANO
UN FILM DI
FEDERICO ZAMPAGLIONE
www.nerobifamiliare.it
DAL 13 APRILE NEI CINEMA
Quando meno te lo aspetti
tutto può cambiare...
CLAUDIA
LUCA
EMILIO
ANNA
GERINI
LIONELLO
DE MARCHI
MARCELLO
ADRIANO
ERNESTO
MAX
CINZIA
GIANNINI
MAHIEUX
GIUSTI
LEONE
SOGGETTO E SCENEGGIATURA RUDOLPH GENTILE E FEDERICO ZAMPAGLIONE
CON LE MUSICHE DEI TIROMANCINO
rC
PUNTI DI VISTA
CINEMA TELEVISIONE RADIO
TEATRO INFORMAZIONE
Nuova Serie - Anno 77
Numero 4
Aprile 2007
In copertina
Mr. Bean e Le casalinghe disperate
Ozpetek,
Brizzi e
Scamarcio: il
nostro tris
d’assi per
sbancare il
botteghino
Dario Edoardo Viganò
CAPOREDATTORE
d
Rivista del Cinematografo
DIRETTORE RESPONSABILE
Marina Sanna
REDAZIONE
Diego Giuliani, Federico Pontiggia
EVVIVA IL
TRICOLORE!
Cinema italiano alla riscossa. Dopo un gennaio in
chiaroscuro, a febbraio la produzione tricolore ha suonato
la carica, realizzando – come ricorda nelle sue “pillole”
Morando Morandini – un risultato storico: Italia al 50% di
quota mercato (con 8 titoli) contro il 42% di quello
americano. Evento più unico che raro: non capitava da 25
anni, e c’è da andarne giustamente fieri. Da plaudire i due
principali artefici di questo made in Italy senza rivali:
Ferzan Ozpetek, con il corale Saturno contro, e Fausto
Brizzi, che con il “newquel” Notte prima degli esami oggi ha
centrato uno stratosferico bis al botteghino. Titoli
acchiappa-spettatori ai quali in marzo si è unito il sequel di
Tre metri sopra il cielo: Ho voglia di te ha sbaragliato il
record per gli incassi al primo giorno di programmazione,
nonché consacrato Riccardo Scamarcio a Re Mida del
cinema nazionale. Proprio Scamarcio potrebbe essere il
portabandiera dell’Italia sulla Croisette, con due titoli in
predicato per la 60ma edizione del festival di Cannes: Mio
fratello è figlio unico di Daniele Luchetti, in cui ci trasporta
nelle lotte politiche degli anni ’70 con Elio Germano, e Go
Go Tales girato a Cinecittà da Abel Ferrara.
Se i volti dietro e davanti la macchina da presa non ci
mancano, la spinta decisiva per la rinascita del nostro
sistema cinema deve venire dalla legislazione: l’auspicata
riforma verrà alla luce in Parlamento, con l’obiettivo –
sottolinea la presidente della Commissione Cultura
Vittoria Franco – di garantire “da un lato la tutela degli
autori e dall’altro la libera fruizione dei contenuti
cinematografici in un ambiente aperto come internet”.
Da evidenziare anche il fondamentale contributo della
Direzione Generale Cinema del Ministero dei Beni e delle
Attività Culturali, che nel 2006 ha stanziato 34,5 milioni
per i lungometraggi di interesse culturale e 11,7 milioni per
le opere prime e seconde, con 96 titoli finanziati tra lungo,
cortometraggi e sceneggiature.
Di buona salute gode anche il panorama festivaliero, che
in tutta la penisola offre appuntamenti imperdibili per
cinefili e appassionati. A cavallo tra marzo e aprile, l’Alba
Film Festival ospita, tra gli altri, Sidney Pollack e Barbara
Albert, mentre l’ottavo Festival del Cinema Europeo di
Lecce dedica ad aprile una ghiotta retrospettiva al greco
Theo Anghelopoulos e un omaggio a Valeria Golino.
CONTATTI
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ART DIRECTOR
Alessandro Palmieri
HANNO COLLABORATO
Andrea Agostini, Marco Aimone,
Francesco Alò, Paolo Augenti,
Pietro Coccia, Ermanno Comuzio,
Silvio Danese, Pierluigi Frassineti,
Cesare Frioni, Luca Malavasi, Massimo
Monteleone, Franco Montini,
Morando Morandini, Luca Pellegrini,
Giorgia Priolo, Angela Prudenzi,
Sabrina Ramacci, Cristina
Scognamillo, Alessandro Scotti, Franco
Silvi, Boris Sollazzo, Marco Spagnoli,
Chiara Tagliaferri, Paolo Travisi,
Chiara Ugolini
REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE DI ROMA
N. 380 del 25 luglio 1986
STAMPA
Società Tipografica Romana S.r.l.
Via Carpi 19 - 00040 Pomezia (RM)
Finita di stampare il 27 Marzo 2007
MARKETING E ADVERTISING
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PROPRIETA’ ED EDITORE
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ENTE dello SPETTACOLO
PRESIDENTE
Dario Edoardo Viganò
DIRETTORE
Antonio Urrata
COMUNICAZIONE E SVILUPPO
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COORDINAMENTO SEGRETERIA
Livia Fiorentino
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Via G. Palombini, 6 - 00165 Roma
Tel. 06-663.74.55 - Fax 06-663.73.21
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Associato all'USPI
Unione Stampa
Periodica Italiana
Iniziativa realizzata con il
contributo della Direzione
Generale Cinema – Ministero
per i Beni e le Attività Culturali
sommario
Numero 4 > Aprile 2007
Servizi
18 Arturo Brachetti
vs. Edward Norton
Sfida fra titani a colpi di
illusionismi. Fra cinema e
teatro, alla scoperta di una
magia che ha stregato
anche i Lumière, Fellini,
Woody Allen…
(Marina Sanna)
22 Io, l’altro
A tu per tu con il Raoul
Bova produttore: “Ora a
Cuba per Ridley Scott. Ma il
vero sogno è il salto alla
regia”
(Cristina Scognamillo)
24 Italia e Spagna di piombo
Pennacchi, Luchetti,
Huerga: un Fasciocomunista
e due registi a confronto,
per riflettere sul ’77 e
dintorni
(Diego Giuliani, Federico
Pontiggia)
30 Zingaretti c’est moi
Gli ingredienti del
successo di Filippo La
Mantia: cuoco-fotoreporter
che ha ispirato l’ex
Montalbano in Tutte le
donne della mia vita
(Chiara Ugolini)
35
Casi da manuale:
Il Dr. Sheperd di
Grey's Anatomy
Speciale
35 Non aprite quella porta
(seconda parte)
Casalinghe agguerrite,
becchini filosofi e medici
senza pietà. Anatomia dei
casi clinici seriali,
incominciando da Rowan
Atkinson, alias Mr. Bean
(Hanno collaborato: Andrea
Agostini, Pierluigi Frassineti,
Federico Pontiggia, Angela
Prudenzi, Sabrina Ramacci,
Cristina Scognamillo,
Chiara Tagliaferri.
A cura di Marina Sanna)
Settembre 2006 RdC 7
sommario
Numero 4 > Aprile 2007
I film
54
58
59
59
60
60
61
62
63
63
64
64
66
67
67
67
68
Centochiodi
L’amore e il piacere
7 km da Gerusalemme
Un ponte per Terabithia
Le vite degli altri
Quello che gli uomini non
dicono
L’isola
300
Il colore della libertà
Bordertown
L’ombra del potere
La masseria delle allodole
Red Road
I racconti di Terramare
Liscio
The Illusionist
Sunshine
(Francesco Alò, Silvio Danese,
Diego Giuliani, Massimo
Monteleone, Luca Pellegrini,
Federico Pontiggia, Angela
Prudenzi, Cristina Scognamillo,
Boris Sollazzo, Marco Spagnoli)
Le rubriche
10 Tutto di tutto
News, festival, protagonisti
e fornelli
(Andrea Agostini, Marcello
Giannotti, Massimo
Monteleone, Morando
Morandini, Chiara Ugolini)
72 Dvd & Satellite
Il samurai Zatoichi e l’horror
a tempo di musical
(Alessandro Scotti, Federico
Pontiggia)
78 Inside Cinema
Adotta un film (e cura una star)
(Franco Montini, Marco
Spagnoli)
80 Libri
Kubrick, Almodóvar & gli altri
(Luca Malavasi, Giorgia
Priolo, Paolo Travisi)
82 Colonne sonore
Il canto di Eastwood e le
novità
(Ermanno Comuzio, Federico
Pontiggia)
8 RdC Settembre 2006
18
Jessica Biel e
gli illusionisti
Settembre 2006 RdC 8
TuttoDiTutto
Ultimissime in pillole dal pianeta cinema: tendenze, news, divi e fornelli
A cura di Diego Giuliani
chi fa cosa di Andrea Agostini
Favino Goes to Hollywood
Pierfrancesco Favino ritrova l’America, ma questa volta in buona compagnia. Baciato dalla
fortuna di Una notte al museo, l’attore romano di Saturno contro e Romanzo criminale torna a
misurarsi con un blockbuster. La sua definitiva consacrazione oltreoceano potrebbe arrivare grazie
al Principe Caspian, sequel del fortunato fantasy Le cronache di Narnia, lo scorso anno campione
al box office. Accanto a lui, nel ruolo del generale Glozelle per cui pare sia stato preferito a Stefano
Accorsi, dovrebbe esserci anche Sergio Castellitto nei panni del diretto e cattivissimo superiore.
Al servizio di Coppola
Julia senza paura
Matt Dillon per Francis Ford
Coppola. E’ un ritorno in pompa magna
quello dell’attore: dopo l’Oscar vinto
con Crash, Dillon interpreterà Tetro,
saga familiare prodotta e diretta dal
regista italoamericano.
Un dramma corale, sulla falsariga del
Padrino, per raccontare la storia di una
famiglia argentina di immigrati e i
conflitti che coinvolgono le varie
generazioni. Le riprese, scrive Variety,
inizieranno entro la fine dell’anno a
Buenos Aires.
Poker d’assi per un esordiente. Sarà
Julia Roberts – accanto a Emily Watson,
Carrie Ann-Moss e la nuova star Ryan
Reynolds - la protagonista di Fireflies in
the Garden, scritto e diretto da Dennis
Lee. Il giovane ha alle spalle un solo
corto (Jesus Henry Christ) ma grazie al
dramma – in parte autobiografico - sul
lutto di una famiglia colpita da una
tragedia inaspettata, ha fatto colpo sulla
star hollywoodiana. Le riprese sono
previste entro la fine del mese.
Lanciatissimo Forest
Whitaker regna sovrano. Fresco di
Oscar come miglior attore, Forest
L’ultimo re di Scozia affiancherà Kate
Beckinsale, Guy Pearce e la piccola
Dakota Fanning nel drammatico Winged
Creatures. Prodotto da Robert Salerno
(21 Grammi), il film racconta i destini
incrociati di quattro persone,
sopravvissute a un brutale omicidio
avvenuto in un ristorante. Il film sarà
diretto da Rown Woods (Little Fish con
Cate Blanchett). Il primo ciak a fine
aprile.
10 RdC Aprile 2007
Il successo di Una
notte al museo ha
lanciato l’attore di
Saturno contro
anche in America
FOTO: PIETRO COCCIA
TuttoDiTutto
Morandini in pillole
Quello che gli altri non dicono: riflessioni e note a posteriori di un critico DOC
di Morando Morandini
> 1 Marzo E’ una barzelletta più che un aneddoto. Si
racconta che Papa Paolo VI ricevette in udienza il famoso
jazzista Louis D. Armstrong (1900-71) e gli domandò se avesse
figli. Satchmo rispose: “No, purtroppo. Ma mia moglie ed io ci
siamo molto divertiti nel cercare di averne”.
> 2 Marzo Qualcuno disse che l’antisemitismo è il
> 3 Marzo Un esempio di umorismo ebraico, raccontato – o inventato? – da Woody Allen.
E’ una storiella russa. L’ufficiale al fronte: “E’ venuto il momento. Combatteremo corpo a
corpo, uomo contro uomo”. Tra i suoi soldati c’è un ebreo: “La prego signore, mi indichi il
mio uomo. Forse riesco a mettermi d’accordo”.
> 4 Marzo Il Sole 24 Ore ha dato oggi la notizia con grande evidenza: nel febbraio
2007 gli 8 film italiani in distribuzione hanno rastrellato il 50% degli incassi, superando
quelli degli 11 film statunitensi che hanno raccolto il 42%. Non succedeva da venticinque
anni. Cioè dal 1982 (46% contro il 32%). Il sorpasso è dovuto soprattutto a Notte prima
degli esami oggi di Fausto Brizzi e a Saturno contro di Ferzan Ozpetek. La gente di
cinema preferisce dare queste notizie in base agli incassi (poco più di 22 milioni di euro
contro 18 milioni e mezzo). Non siamo inclini alle presenze: 3.693.958 biglietti venduti
contro 3.084.599.
> 6 Marzo Nel disperato tentativo di mettere un po’ d’ordine nel mio archivio, con un
rude processo di eliminazione di ritagli inutili, ho trovato un appunto su una serie di
coincidenze funebri. Mario Bava morì nel 1980, lo stesso giorno di Hitchcock. Lucio Fulci
morì nel 1996, lo stesso giorno di Kieslowski. Riccardo Freda morì a 89 anni il 21 dicembre
1999 tre giorni dopo Robert Bresson che ne aveva 92, ma le due notizie e i necrologi
uscirono sui giornali lo stesso 22 dicembre.
> 8 Marzo Volete una chiave per capire meglio il cinema di Giuseppe Tornatore? Cercate
di vedere in cassetta Il camorrista (1986) e date un’occhiata alla sua durata: 2 ore e 45
minuti. Almeno nella storia del cinema italiano non c’è un altro giovane regista - aveva
meno di trent’anni – che abbia esordito con un lungometraggio così lungo e dispendioso.
Quattro miliardi di lire, dicevano. Il 1° dicembre 1986 la mia recensione sul Giorno
cominciava così: “In che strano paese viviamo: gran baccano, urla e furore per Il caso Moro,
silenzio di ovatta per Il camorrista”. Poche righe dopo: “Eppure il quadro dell’Italia politica
e civile che offre è ben più desolante e angoscioso di quello tracciato da Il caso Moro...”.
> 10 Marzo Ho ritrovato un vecchio, ingiallito appunto sui
giudizi dati negli anni ’40 e ’50 dal CCC (Centro Cattolico
Cinematografico) ai film di quattro grandi registi italiani. De Sica:
Sciuscià, Miracolo a Milano, Il giudizio universale (adulti), I bambini
ci guardano, Ladri di biciclette, Umberto D. (adulti con riserva),
Stazione Termini, L’oro di Napoli, La ciociara (sconsigliabile).
Fellini: La strada (per adulti), Lo sceicco bianco, I vitelloni, Il
bidone, Le notti di Cabiria (adulti con riserva), La dolce vita
(escluso). Rossellini: Francesco giullare di Dio (parrocchiale), Roma
città aperta, Paisà, Stromboli, Viaggio in Italia (adulti), Europa ’51
(adulti con riserva), Amore, Germania anno zero (escluso).
Visconti: La terra trema, Bellissima, Le notti bianche (adulti con
riserva), Senso (sconsigliabile), Ossessione, Rocco e i suoi fratelli
(escluso).
12 RdC Aprile 2007
Voglia di Grecia
Theo Anghelopoulos al Festival
di Lecce. Protagonista con le sue
opere e il convegno del SNCCI
Il cinema greco, i suoi autori, i film
rappresentativi di una
cinematografia sempre da scoprire.
Un maestro per tutti, Theo
Anghelopoulos. Sarà proprio
l’assolata penisola del Mediterraneo,
attraverso le pellicole dei suoi
registi, la protagonista dell’ottava
edizione del Festival del Cinema
Europeo di Lecce (17-22 aprile). Ad
Anghelopoulos, che sarà presente al
festival, sarà dedicato un omaggio
nella sezione “Protagonisti del
Cinema Europeo”, con una
retrospettiva delle sue opere più
significative. Tra i titoli che si
potranno vedere a Lecce e che
saranno presentati dallo stesso
autore: I giorni del ‘36 , Paesaggio
nella nebbia, Il passo sospeso della
cicogna, Lo sguardo di Ulisse,
L’eternità e un giorno, La sorgente
del fiume. Il regista sarà anche al
centro di un convegno, il 19 aprile,
organizzato dal Sindacato Nazionale
dei Critici Cinematografici.
Coordinata dal presidente del SNCCI
Bruno Torri, la tavola rotonda alla
presenza del regista percorrerà le
linee guida dell’opera di
Anghelopoulos, con interventi di Vito
Attolini, Vincenzo Camerino, Amedeo
Pagani e Umberto Rossi. All’interno
della sezione “Cinema
euromediterraneo” che quest’anno
indirizza il proprio interesse proprio
alla Grecia, saranno proiettati:
Brides di Pantelis Voulgaris, Dying in
Athens di Nikos Panayotopoulos,
Balkanizater di Sotiris Goritsas, The
Zero Years di Nikos Nikolaidis,
Uranya di Costas Kapakas, Soul
Kicking di Yannis Economidis. Le
pellicole saranno presentate dagli
stessi autori.
appuntamenti
socialismo degli imbecilli. Sartre – per il quale, se l’ebreo non
esistesse, l’antisemita lo inventerebbe – replicò:
“L’antisemitismo è lo snobismo dei poveri”. E aggiunse: “E’ l’antisemita che fa l’ebreo, e
l’ebreo è un uomo che altri considerano ebreo”.
TuttoDiTutto
f> IL PERSONAGGIO
Nome Giorgio Panariello
Provenienza Massa Carrara
Il film d’esordio Bagnomaria
Il miglior film Ti amo in tutte le
lingue del mondo
L’ultimo film Notte prima degli
esami oggi
> LE SPECIALITA’
VI edizione festival competitivo
incentrato sul tema della ricerca
esistenziale dell’uomo
contemporaneo. Il programma
prevede due omaggi all’austriaca
Barbara Albert e all’indonesiano
Garin Nugroho. Sidney Pollack sarà
ospite e protagonista di una
retrospettiva.
FAR EAST FILM
Sito web www.fareastfilm.com
Dove Udine, Italia
Quando 20-28 aprile
Resp. Sabrina Baracetti
tel. (0432) 299545
fax. (0432) 229815
Spaghetti alle vongole
Zuppa al farro
Apro il frigo e quel che c’è c’è
墍> LA SCELTA
“Quando ero ragazzo ho
frequentato l’Istituto
Alberghiero e lì ho imparato a
cucinare. In realtà studiavo per
fare il segretario di albergo,
ma ogni tanto facevo qualche
incursione in cucina”.
A Giorgio Panariello finita la
scuola avevano consigliato di
fare un mestiere a contatto
con il pubblico, ha cominciato
come cameriere, è finito come
comico, sempre in tournée e in
giro per l’Italia. Da buon
toscano ama i sapori forti: la
bistecca fiorentina, il coniglio
in umido o le pappardelle al
cinghiale, che gli procura il
cugino cacciatore. Tutto
annaffiato da buon Chianti, ma
il comico non è solo una buona
forchetta, se la cava piuttosto
bene anche ai fornelli. “Stando
spesso fuori casa uno deve
imparare ad arrangiarsi. La
mia regola è chiedere sempre,
la curiosità è il motore che mi
spinge a mettermi ai fornelli.
Cucina toscana, certo ma
soprattutto di mare, poi quello
che amo di più è aprire il frigo
e con quello che trovo creare”.
14 RdC Aprile 2007
E-mail [email protected]
IX edizione del festival, a cura del
Centro Espressioni
Cinematografiche, sul cinema
dell’Estremo Oriente (Hong Kong,
Giappone, Cina, Corea del Sud,
Thailandia, Taiwan, Singapore,
Filippine). Anteprime assolute,
omaggi, retrospettive, incontri con
attori e registi.
CORTOONS
Sito web www.cortoons.it
Dove Roma, Italia
Quando 13-15 aprile
Resp. Alessandro d’Urso
tel. (06) 45436533
fax. (06) 538205
E-mail [email protected]
IV edizione del “Festival di Corti di
Animazione”, organizzato da
Cortitalia. Tre le sezioni: concorso
(in 4 categorie) per i film
provenienti da 20 paesi, seminari
di Computer Animation per
studenti e retrospettive.
AMSTERDAM FANTASTIC FILM
FESTIVAL
Sito web www.afff.nl
Dove Amsterdam, Paesi Bassi
Quando 18-25 aprile
Resp. Jan Doense
tel. (0031-20) 6794875
fax. (0031-20) 4702696
E-mail [email protected]
XXIII edizione del festival
competitivo dedicato ai generi:
fantascienza, fantasy, horror, thriller,
cult-movies. Previsti anche
cortometraggi, una retrospettiva e
un programma apposito per
bambini.
TRENTOFILMFESTIVAL MONTAGNA, ESPLORAZIONE,
AVVENTURA
Sito web www.trentofestival.it
Dove Trento, Italia
Quando 28 aprile - 6 maggio
Resp. Maurizio Nichetti
tel. (0461) 986120
fax. (0461) 237832
E-mail [email protected]
PHILADELPHIA FILM FESTIVAL
Sito web www.phillyfests.com
Dove Filadelfia (Pennsylvania), USA
Quando 5-18 aprile
Resp. Thom Cardwell
tel. (001-267) 7659700
E-mail [email protected]
XVI edizione del festival competitivo
che presenta oltre un centinaio di
film di ogni genere e durata
(indipendenti americani,
documentari e cortometraggi).
SCHERMI D’AMORE - VERONA
FILM FESTIVAL
Sito web www.schermidamore.it
Dove Verona, Italia
Quando 26 aprile - 6 maggio
Resp. Paolo Romano, Giancarlo
Beltrame
tel. (045) 8005348
fax. (045) 593762
E-mail veronafilmfestival@comune.
verona.it
LV edizione della più antica
manifestazione a concorso
sull’ambiente-montagna, compresi
alpinismo, sport, editoria del settore
e tutela dell’ambiente. Presenta
opere documentaristiche e di fiction.
Prevista una proiezione speciale di
La febbre dell’oro di Chaplin,
musicata dal vivo.
VISIONS DU REEL - FESTIVAL
INTERNATIONAL DE CINEMA
Sito web www.visionsdureel.ch
Dove Nyon, Svizzera
Quando 20-26 aprile
Resp. Jean Perret
tel. (0041-22) 3654455
fax. (0041-22) 3654450
E-mail [email protected]
XIII edizione per la vetrina della
produzione documentaristica di
tutto il mondo, comprese le opere di
studenti e autodidatti. Ha carattere
competitivo.
XI edizione del festival del cinema
sentimentale e mélo, ospitato dalla
città di Giulietta e Romeo e del
melodramma musicale. Oltre al
concorso internazionale sono
previsti omaggi, rassegne e
retrospettive.
CHICAGO LATINO FILM FESTIVAL
Sito web www.latinoculturalcenter.org
/filmfest/
Dove Chicago (Illinois), USA
Quando 13-25 aprile
Resp. Carolina Posse Emiliani
tel. (001-312) 4311330
fax. (001-312) 3448030
E-mail [email protected]
XXIII edizione del festival che
presenta più di 100 film e video di
ogni genere, che riflettono le
diversità della cultura latina fra i vari
paesi (Spagna, Portogallo, Stati Uniti
e America Latina).
EUROPEAN MEDIA ART FESTIVAL
Sito web www.emaf.de
Dove Osnabrück, Germania
Quando 25-29 aprile
Resp. Alfred Rotert
tel. (0049-541) 21658
fax. (0049-541) 28327
E-mail [email protected]
XX edizione del festival competitivo
che presenta gli aspetti innovativi e
sperimentali dell’odierna arte
multimediale. Il programma
internazionale di cinema e video
spazia dall’avanguardia
all’animazione digitale, dai lavori
televisivi ai cortometraggi.
festival del mese di Massimo Monteleone
divi al fornello di Chiara Ugolini
ALBA INTERNATIONAL FILM
FESTIVAL
Sito web www.albafilmfestival.com
Dove Alba (CN), Italia
Quando 29 marzo – 4 aprile
Resp. Luciano Barisone
tel. (011) 4361912
E-mail [email protected]
cosa faresti
pur di mantenere
un segreto?
TuttoDiTutto
[
Il grande schermo a tu per tu.
Ovvero finta intervista a personaggi
realmente esistiti. Al cinema
I PROTAGONISTI
DI MARCELLO GIANNOTTI
]
Il personaggio
Calvero
Il film
Luci della ribalta
Il regista
Charlie Chaplin
L’attore
Charlie Chaplin
“Sa che oggi
conta solo la
televisione?
Cinema e teatro
esistono perché
esiste la
televisione. E il
mio vecchio film
non lo fanno più
vedere…”
16 RdC Aprile 2007
Calvero (Charlie Chaplin) è un
comico che ha perso talento e
successo. Salva dal suicidio Terry
(Claire Bloom), una ballerina affetta
da una paralisi psicosomatica, e le fa
riassaporare la voglia di vivere e di
esibirsi. Il ritorno della ragazza sulle
scene coincide con il nuovo
insuccesso di Calvero che, malgrado
l’amore di Terry, preferisce farsi da
parte. Prima di morire, però, riesce
ad ottenere l’ultimo trionfo teatrale.
Riflessione di Chaplin sulla vecchiaia
e sulla vita, Luci della ribalta
contiene riferimenti autobiografici.
Nel cast compaiono molti
componenti della famiglia Chaplin, in
ruoli più o meno importanti, e Buster
Keaton, in un indimenticabile numero
finale con Calvero. Il film, a causa
dell’avversione degli Usa a Chaplin,
uscì a Los Angeles solo nel 1972,
anno in cui l’Academy attribuì un
Oscar tardivo alla colonna sonora
composta da Chaplin con Ray Rasch
e Larry Russell, una delle più celebri
musiche della storia del cinema.
Studi di Cinecittà: secondo la mia
fonte segreta dovrebbe essere
all’ingresso dello studio 5. Lo vedo in
lontananza: è proprio Calvero, aria
ironica da gran signore. Parla con
alcune ragazzine, in fila per
partecipare all’ennesima edizione di
un reality televisivo di successo.
Scusi, Calvero, posso farle qualche
domanda?
Mi spiace, signore, ma dovrà
attendere. E poi chi è lei? E come sa
che mi chiamo Calvero?
Ho pianto davanti a Luci della
ribalta, ricordo ancora il sapore
delle mie lacrime…
Quel film, amico mio, non lo fanno
più in televisione. Sa che oggi conta
solo la televisione. Il cinema e il
teatro esistono solo perché esiste la
televisione. Cosa vuole che conti quel
vecchio film?
No, non dica così, Calvero. Quando
sento dire queste cose io mi sento
male…
Coraggio, amico, non soffra tanto per
così poco. Non ne vale la pena, non
c’è niente da fare. Io ho provato per
tanti anni a parlare con questi
ragazzini che vogliono entrare
dentro quella dannata scatola:
ricordo la prima edizione di questo
orribile programma, mi infilavo
dentro lo studio e li prendevo ad uno
ad uno: “Dovreste vergognarvi,
comportarvi così…”. Gli spiegavo che
non c’è arte nel voler apparire in
televisione, che non devono sperare
di ballare come scolaretti
ammaestrati, non devono aspirare a
cantare come tutti gli altri. Qualcuno
mi ha preso per un pazzo pericoloso,
qualcun altro pensava che fossi un
impresario. Gli dicevo che per
diventare artisti occorre coraggio e
immaginazione. Un giorno ad una
ragazza molto carina che mi
chiedeva come avrebbe potuto
conquistare il pubblico dissi che il
pubblico è come un mostro senza la
testa e che non si sa da quale parte si
volterà. Mi guardò un po’ inebetita e
mi rispose: “Se mi fai diventare
famosa vengo a casa tua”.
E lei?
Oh, io ho raggiunto un’età in
cui un’amicizia platonica può
essere mantenuta sul più alto
livello morale.
Mi spiace, davvero, Calvero,
che sia finita così. Mi spiace
per lei, per la sua arte.
Senta, dica un po’… mi lamento,
forse?
Ma una vita del genere, un mondo
in cui la televisione conta più di
tutto il resto, è orribile, non mi dica
che non se ne rende conto…
La vita è meravigliosa solo se non se
ne ha paura.
E lei, Calvero, è felice di trovarsi qui
a vedere questi quattro disgraziati
che sbraitano per conquistare un
punto in più di share? Non ha
nostalgia del palcoscenico?
Non mi sono mai sentito meglio, mio
caro.
Ma è incredibile! E poi mi tolga una
curiosità: cosa ci fa qua dentro?
Il tempo è un grande autore, trova
sempre un finale perfetto. Due anni
fa mi sono sposato con la produttrice
di questo show, una vecchia riccona
che non mi fa mancare niente. So che
lo faccio solo per interesse, recito ma
non mento a me stesso. Per un uomo
della mia età la verità è tutto e, se
possibile, anche un po’ di dignità. Io
recito. E tutto il mondo è un
palcoscenico, questa è la mia vita.
Ma sua moglie non si accorge di
niente? Non capisce che è tutta
una finzione?
So domare la vecchia, con un
pizzicotto e un complimento vado
avanti. E mi diverto un mondo, rido
come un pazzo, molto più di prima.
Sa come si dice? Tutto per una risata.
WARNER BROS. PICTURES E CATTLEYA PRESENTANO
ELIO GERMANO RICCARDO SCAMARCIO
MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO
UN FILM DI DANIELE LUCHETTI
ANGELA FINOCCHIARO E CON LUCA ZINGARETTI
WARNER BROS. PICTURES E CATTLEYA PRESENTANO UNA CO-PRODUZIONE ITALIA – FRANCIA CATTLEYA BABE FILMS “MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO” UN FILM DI DANIELE LUCHETTI
ELIO GERMANO RICCARDO SCAMARCIO ANGELA FINOCCHIARO MASSIMO POPOLIZIO ASCANIO CELESTINI DIANE FLERI ALBA ROHRWACHER VITTORIO EMANUELE PROPIZIO
ANNA BONAIUTO E CON LUCA ZINGARETTI SOGGETTO E SCENEGGIATURA SANDRO PETRAGLIA STEFANO RULLI E DANIELE LUCHETTI TRATTO DALL’OPERA IL FASCIOCOMUNISTA DI ANTONIO PENNACCHI EDITA DALLA ARNOLDO MONDADORI EDITORE
AIUTO REGISTA E CASTING GIANNI COSTANTINO SCENOGRAFIA FRANCESCO FRIGERI COSTUMI MARIA RITA BARBERA DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA CLAUDIO COLLEPICCOLO SUONO BRUNO PUPPARO MONTAGGIO MIRCO GARRONE MUSICHE FRANCO PIERSANTI
PRODUTTORE ESECUTIVO BRUNO RIDOLFI PRODUTTORE ESECUTIVO CATTLEYA MATTEO DE LAURENTIIS PRODUTTORE DELEGATO GINA GARDINI PRODOTTO DA RICCARDO TOZZI GIOVANNI STABILINI MARCO CHIMENZ REGIA DI DANIELE LUCHETTI
CON LA PARTECIPAZIONE DI
www.yahoo.it/miofratello
20 APRILE
18 RdC Aprile 2007
PRIMO PIANO
VOLA E DANZA NELL’ARIA SIMULANDO
la campionessa del nuoto sincronizzato
Esther Williams. Canta, ride, si tramuta in
Barbie, King Kong, Liza Minelli, Judy
Garland, Giulietta Masina. Il palcoscenico di
Arturo Brachetti è il bosco del Mago di Oz
in cui lo spettatore si perde ben oltre le due
ore di spettacolo. Un balocco gigante, che
ricorda Il castello errante di Howl di Hayao
Myazaki (re dell’animazione giapponese),
da cui escono marionette, samurai, fiori e
grandi protagonisti del cinema. Siamo di
fronte ai prodigi di un artista unico nel
panorama internazionale, capace di
coniugare velocità, intelligenza, talento
e trasformismo: il più grande illusionista
del nostro secolo. Mentre Brachetti
polverizza ogni record della storia del
teatro italiano, registrando il tutto esaurito
Poco trucco e niente
inganno: così Arturo Brachetti
ipnotizza il pubblico con il suo
show, mentre in sala arriva
The Illusionist con il magnifico
Edward Norton
DI MARINA SANNA
Edward Norton
in The Illusionist,
a sinistra Arturo
Brachetti
Aprile 2007 RdC 19
PRIMO PIANO
Norton e Jessica Biel in
The Illusionist. Nella pagina
accanto Brachetti e i suoi
numeri da trasformista
(e noi lo sappiamo bene, per vederlo
abbiamo dovuto rivolgerci al decano della
magia Franco Silvi), nelle sale arriva
finalmente il film The Illusionist di Neil
Burger, tratto dal libro Eisenheim the
Illusionist di Steven Milhauser. Meno
farraginoso e amaro di The Prestige di
Christopher Nolan, in cui la rivalità tra i
due prestigiatori (Christian Bale e Hugh
Jackman) è senza esclusione di colpi, The
Illusionist (vedi recensione pag. 67) è una
storia d’amore e un gioco di specchi. A
Edward Norton basta uno sguardo per
ritrovare e far innamorare per sempre la
bella Sophie (Jessica Biel). Ma alla fine
vince il mago o l’immaginazione?
L’interrogativo rimbalza dalla faccia di Paul
scelta che si è rivelata fondamentale per lo
sviluppo della mia vocazione artistica.
Perché?
Quando ero in seminario, non giocando a
pallone, facevo soprattutto il proiezionista.
Ogni settimana proiettavamo almeno un
film hollywoodiano, e io lo vedevo due
volte: la prima con il prete (n.d.r. don Silvio
Mantelli) per testare la qualità della
pellicola, essere sicuri che non ci fossero
scene osé, troppi sbaciucchiamenti. La
seconda in cabina.
Quanti ne hai visti?
Una media di 40 all’anno per circa sette
anni.
Il tuo amore per il cinema è ancora vivo?
Ci vado appena posso. Mi ha colpito molto
"Quando ero in seminario, non giocando a pallone,
vedevo moltissimi film" dice l'Houdin italiano
Giamatti, capo della polizia nella Vienna di
fine ottocento, a quella di chi guarda.
Coincidenza o no, l’interesse per la magia è
un fenomeno che attraversa in modo
trasversale cinema, teatro, narrativa,
televisione e fumettistica (vedi box pag 21).
Per il torinese Brachetti tutto è
incominciato in una cabina di proiezione,
fino ad allora le sue passioni erano state
teatrini e marionette.
Brachetti, poi che cosa è successo?
Mio padre mi ha mandato in seminario,
20 RdC Aprile 2007
Diario di uno scandalo: Judi Dench è
straordinaria. Mi piacciono i colpi di scena,
quando non sai se quello che vedi è reale o
immaginato.
I tuoi preferiti?
Dipende dallo stato d’animo, in alcuni
momenti rivedo volentieri Amarcord, Il
ladro, il cuoco, suo moglie e l’amante. In altri
Mary Poppins, Being John Malkovich, Se mi
lasci ti cancello o Beautiful Mind.
A breve distanza da The Prestige, ecco un
altro film su un mago:The Illusionist.
Coincidenza?
L’interesse per la magia è ricorrente e risale
a tempi antichi. Non ho ancora visto The
Illusionist ma The Prestige mi è piaciuto
molto. La fine è esagerata, quasi
fantascientifica, però ho trovato interessante
la sceneggiatura, il punto di vista su ciò che
c’è dietro il trucco. Quello che la gente
vuole vedere.
Nel tuo spettacolo, L’uomo dai 1000
volti, il teatro si fonde col cinema. E non
solo a livello scenografico.
Oltre alla mia passione per il cinema è
merito del regista con cui lavoro sempre,
Serge Denoncourt. Abbiamo le stesse idee e
gusti. Ci stimoliamo a vicenda.
E’ vero che i maestri a cui ti ispiri sono
italiani?
Tutto ciò che faccio nello spettacolo è
permeato di arte italiana. Il numero del
cappello è ripreso da Tabarrino (n.d.r.
Tabarrino di Val Guardesca, XVII sec.,
celebre giocoliere di Parigi che si fece
conoscere con il numero del “cappello
parlante”). Mi ispiro a Giovanni Campi
(dei primi del 1700) incantatore di animali
immaginari, primo artista a presentare ad
un pubblico europeo uno spettacolo di
ombre orientali create con le mani; a
Fregoli (1867-1936): il più grande
trasformista di tutti i tempi, che ha portato
il cinematografo agli italiani. Amico dei
fratelli Lumière, finiva lo show con piccoli
FOTO: PASCALITO-PARIS
filmati autoprodotti, e poi Fellini...
Proprio a Fellini dedichi un omaggio
particolarmente toccante, l’hai
conosciuto?
Purtroppo no, quando ho scritto quel
pezzo su di lui e l’ho portato in scena
Fellini è morto. Diceva di me, alla mia
amica Mariangela D’Abbraccio, che ero
l’ultimo clown. Un grandissimo
complimento.
Se dovessi scegliere un mago diresti
Robert Houdin o Harry Houdini?
Non ho dubbi: Houdin. Ha inventato
l’illusionismo contemporaneo, ha riscattato
la figura del mago dai teatrini di corte e
dalle piazze portandolo sui boulevard. A
differenza di Houdini non rincorreva il
sensazionalismo, non dimentichiamo che
questo signore rubò il cognome a Houdin e
aggiunse la i. Come se io mi chiamassi
Fregoletti.
Sei stato in tournée quasi in tutto il
mondo. Manca solo Broadway…
Nel 2008 sarò in Cina e in Corea, poi nella
seconda metà dell’anno dovrei andare a
Londra. Gli inglesi sono entusiasti dello
spettacolo. Broadway è il mio sogno…
forse si realizzerà grazie a un incontro
speciale avvenuto il 25 dicembre di due
anni fa.
Con chi?
Woody Allen! Ero in scena a Parigi, dovevo
fare due spettacoli nello stesso giorno e non
avevo molta voglia, era Natale. Il direttore
di sala mi disse che tra il pubblico c’era lui.
Non ci credevo, invece era lì con la
famiglia. Ha visto il recital, è venuto in
camerino, abbiamo fatto la foto insieme, ha
sorriso, è stato molto discreto. Due giorni
dopo ha chiamato la mia produzione e ha
detto che se un giorno avessi deciso di
andare a Broadway mi avrebbe fatto da
padrino.
E’ vero che ti servono solo due secondi
per cambiare costume?
Sì quando sono “truccato”. Se invece sono
“nudo”, cioè in calzamaglia, per rivestirmi
completamente ci metto 5/6 secondi.
Il trucco?
Ho una grande organizzazione alle spalle. E’
un po’ come per la Ferrari: quando
cambiano le ruote alla macchina in tempo
record. Ho solo due assistenti ma il lavoro di
squadra è simile.
Quanto tempo ti serve per prepararti allo
spettacolo?
Poco, circa due ore. Metto insieme i miei
giochi di prestigio, controllo le luci e i
microfoni. Poi mi isolo, ho un camerino che
si chiama siesta dove dormo o mi rilasso al
telefono. In quei giorni il mio corpo si
trasforma: quando arrivo al trucco mi
passano il dolore al ginocchio, le allergie, e
la voglia di andare sul palcoscenico diventa
più forte di tutto.
Ogni mago ha un personaggio, tu ne hai
centinaia.
I miei sono solo schizzetti, è proprio la
schizofrenia teatrale che mi appassiona di
più. Il viaggio nell’umanità che faccio ogni
sera mi serve insieme come seduta
psicanalitica e parco giochi.
Qual è il vero Arturo?
E’ un bambino che vola, si trasforma, e la
mamma non lo becca mai.
MAGHI
DELLO SCHERMO
Da Méliès a Houdini e Orson Welles: il legame tra cinema e prestigiatori è antico
La parola chiave è illusione. Lo sapeva
bene Georges Méliès, proprietario del
Teatro Robert Houdin, in origine bottega
del più grande illusionista di tutti i tempi.
Cinema e magia si legano strettamente
fin dall’inizio: Orson Welles dedica al
tema del falso e dell’illusione F for Fake
in cui suggerisce allo spettatore, in forma
documentaristica (!), che la sua opera
non sia altro che un gioco di prestigio
(passatempo a cui del resto si dedicava
con impegno), il numero di un attore che
recita la parte del mago (allusione
esplicita a Robert Houdin). A Houdin,
inventore tra l’altro della lievitazione, si
ispira un altro personaggio: l’ungherese
Eric Wiss, che conosciamo come Harry
Houdini. Padre dell’escapologia, più
genericamente chiamata “evasione”,
attore e regista, in uno dei trucchi più
celebri si faceva ammanettare e chiudere
in un baule, nascosto da una tenda. In
pochi minuti si liberava e al suo posto
c’era invece la moglie e assistente Bess.
Lo stesso esperimento è ripreso in The
Prestige di Christopher Nolan, e lo tenta,
rischiando grosso, l’ex iena e
prestigiatore Marco Berry in Danger su
Italia 1. Corsi e ricorsi storici? Quale sia la
risposta però non ha nulla a che vedere
con alchimia, cabala, esoterismo o
stregonerie di altro genere. Al posto di
universi paralleli e armadi che si aprono
su altri mondi, qui c’è l’uomo e la sua
destrezza. Proprio Houdini, grazie alla
abilità nella prestidigitazione (dal latino
prestis digitus: muovere velocemente le
dita), diventò famoso per aver
smascherato medium e parapsicologi che
avevano ingannato la polizia e molti
scienziati.
M.S.
(Si ringraziano per la preziosa collaborazione:
Marco Aimone, Antonello Sanna, Franco Silvi
e Fulvio Steiner)
Hugh Jackman
in The Prestige
Aprile 2007 RdC 21
IL PERSONAGGIO
IL FASCINO
DISCRETO
DI
BOVA
L’esperienza americana, quella produttiva (per una nobile causa).
Ora dietro la macchina da presa? In sintesi il Raoul pensiero
DI CRISTINA SCOGNAMILLO
PRODUTTORE
Letto il soggetto di Io e l’altro mi sono
subito appassionato. Si trattava di una
pellicola a costo bassissimo e ho deciso
di finanziarlo personalmente
rinunciando al mio compenso di attore.
E’ in America che ho imparato questo
sano principio. Anche lì c’è un cinema
indipendente che esiste grazie agli sforzi
di persone motivate... e così anche noi
abbiamo unito le forze: una scommessa,
per dimostrare che pur non avendo
finanziamenti e supporti ministeriali è
possibile realizzare opere in cui si crede.
REGISTA?
Il desiderio di poter dirigere mi
intriga. Non lo posso negare. Nella
mia vita ho sempre assunto
l’atteggiamento di chi attende
l’occasione per intraprendere un
percorso, senza provocarla... Infatti sia
alla recitazione che a questa mia prima
esperienza produttiva sono arrivato
per una serie di alchimie e segnali,
nella maniera più spontanea possibile
e quando accadrà lo stesso per una regia
IO, L’ALTRO Due amici, due pescatori. Uno italiano, Giuseppe (Raoul Bova), l’altro tunisino,
Yousef (Giovanni Martorana). I due vivono sulla loro pelle la cosiddetta guerra di civiltà. Lontani
dalla terra, in mezzo al mare, si abbatte su di loro un sospetto che viene dalla terraferma
devastata dalla guerra. Distribuito dalla 20th Century Fox Io, l’altro è diretto da Mohsen Melliti.
22 RdC Aprile 2007
sicuramente non mi tirerò indietro.
AMERICA
Sono contento di confrontarmi con il
mercato cinematografico Usa poiché mi
offre la possibilità di avere a
disposizione un numero maggiore di
progetti da poter valutare e su cui
lavorare. Ora sto girando a Puerto Rico
The Company, prodotto da Ridley Scott
per la regia di Mikael Salomon sulla
guerra fredda dove interpreto un
comandante della milizia cubana.
DIVERSITA’ E RAZZISMO
Io, l’altro, storia di amicizia come
scambio di conoscenza. La diversità
culturale è anche il poter considerare
un punto di vista diverso dal proprio
in entrambi i sensi, lo scontro che si
genera fra i due personaggi ha più una
implicazione psicologica che culturale
e apre la strada alla “redenzione” e al
perdono. Credo che il razzismo si
fondi sulla legge del sospetto, della
paura dell’altro e il messaggio che forse
traspare da questo film è come lo
scontro fra i due protagonisti assume
un significato universale dove la
diversità diviene concettuale,
psicologica dove il razzismo diventa
una forma di difesa del nostro essere
unici... ritrovo molto di me stesso in
questo film.
L’INFLUENZA DEI MEDIA
Il cinema, la televisione, la radio
raccontano delle storie, e ogni storia
racconta la sua verità e trasmette delle
sensazioni, non saprei giudicare se i
mezzi di comunicazione possano
“influenzarci”, indubbiamente ci
possono indirizzare verso un certo tipo
di percorso o ragionamento... io tento
sempre di personalizzare ed interpretare
le notizie sulla base della mia
interiorità.
FOTO: PIETRO COCCIA
S
chivo e riservato, Raoul Bova ha
sempre guardato al proprio
mestiere con determinazione e
umiltà. Non ha mai dichiarato, né fatto
trasparire tra le righe il suo essere
“arrivato”. Eppure è tra i pochi
interpreti italiani ad aver percorso da
subito la strada del cinema, della
televisione e del teatro. Ora (anzi già da
ieri) anche in America, a Hollywood. In
Alien vs. Predator di Paul W.S.
Anderson, protagonista della serie tv
What About Brian, senza contare i
nuovi progetti. E oggi anche produttore
di un film di cui si è subito innamorato:
Io, l’altro. Ecco come si racconta.
Adesso un’opera
prodotta da
Ridley Scott. Sono
un comandante
cubano durante la
Guerra Fredda
Aprile 2007 RdC 23
ANNI DI PIOMBO
'77E DI
Le barricate di Scamarcio e Germano e l'antifranchismo di Daniel Bruhl. Due film per riaccendere
‘‘
La storia
ha spaccato
famiglie in
camerati e
compagni
’’
24 RdC Aprile 2007
MIO FRATELLO E’ FIGLIO UNICO
di Daniele Luchetti
“Il mio film si distacca da Il
fasciocomunista, ha perso parte della
connotazione politica in favore
dell’umanità dei singoli personaggi, con
un dolore e un senso di esclusione
meno presenti nel libro. Sarebbe stato
un errore illustrare un romanzo
riuscito: parto da lì, ma per riflettere la
mia esperienza di vita”. A parlare è
Daniele Luchetti, regista di Mio fratello
è figlio unico, liberamente ispirato al
Fasciocomunista di Antonio Pennacchi.
In predicato per la Croisette - per
Luchetti sarebbe la terza volta -, il film
è stato tenuto a battesimo dall’iPod:
“Durante una riunione di produzione,
giocherellavo con l’mp3, ho ascoltato la
canzone omonima di Rino Gaetano, ed
ecco il titolo. Solo dopo ho scoperto
che stava anche in Lavorare con
lentezza, ma non ho voluto vedere il
film per non esserne influenzato”.
NTORNI
dibattito e riflessione
DI FEDERICO PONTIGGIA E DIEGO GIULIANI
SALVADOR
di Manuel Huerga
“L’attualità di Salvador è nella cronaca
di tutti i giorni. Guantanamo, Cina,
Stati Uniti: quanta gente ancora oggi
finisce in carcere per le sue idee?”.
Salvador è Salvador Puig Antich, ultimo
militante anarchico giustiziato durante il
Franchismo col barbaro metodo della
garrota: un perno a vite, destinato giro
dopo giro a perforare lentamente la
nuca. A più di trent’anni da allora, la sua
storia torna alla ribalta con un film dello
spagnolo Manuel Huerga, ora in Italia
dopo una scia di premi, che portano da
Cannes a Istanbul, passando per
Goteborg e New York.
Perché tornare a parlare della
dittatura?
Molti personaggi chiave del Franchismo
sono confluiti nelle istituzioni
democratiche senza soluzione di
continuità. In alcune regioni governano
ancora impunemente e il risultato è una
‘‘
Oggi come
ieri si finisce
in carcere
per le idee
’’
Aprile 2007 RdC 25
ANNI DI PIOMBO
Protagonisti sono due fratelli
nell’Italia a cavallo tra anni ’60 e ’70:
due figli unici?
Accio si sente solo per esclusione: è la
pecora nera della famiglia ed è fascista; il
comunista Manrico è il prediletto dei
genitori e della Storia. Ma anche lui è
figlio unico.
Solo una contrapposizione fraterna?
I due fratelli riflettono le anime diverse
del Paese: da una parte, legato alla
tradizione e all’onore prebellici;
dall’altra, desideroso di cambiamento e
valori nuovi. Una spaccatura che ci sarà
sempre, tra nord e sud, destra e sinistra...
Ma il film non sceglie…
Mi hanno aiutato molto le parole di
Cechov: “Un artista non deve mai
prendere posizione politica”. Mio fratello
è figlio unico non parla di politica, ma di
persone che fanno politica.
Qual è l’ottica?
E’ l’unità di fratellanza emotiva a
prevalere: si tratta di una scissione voluta
dalla storia, non dai sentimenti. In altre
opere, il fascista è un mostro, mentre il
Riccardo Scamarcio
è Manrico in Mio
fratello è figlio
unico. Accanto una
scena di Salvador
compagno ha sempre ragione, qui vorrei
che non fosse così.
Stilisticamente come la rifletti?
Ho girato – cosa per me nuova cercando un’impressione di freschezza,
verità e spontaneità. A Elio Germano
(Accio), Riccardo Scamarcio (Manrico)
e gli altri ho chiesto di evitare vezzi e
stereotipi recitativi, e di ricorrere alle loro
esperienze emotive. Ho eliminato gli
attriti del set, non gli ho mai detto dove
fosse la macchina da presa. E
all’operatore dicevo: ora succederà
qualcosa davanti a te, riprendila come
fosse un documentario. Spero che lo
spettatore si senta di fronte a eventi
emotivamente autentici, e che lo stile
passi in secondo piano.
Come ti sei preparato?
Con documentari e fotografie d’epoca,
ma poi ho capito che rischiavo di
illustrare qualcos’altro. Ho chiesto a
scenografi e costumisti di mantenere
solo oggetti e pettinature che fossero
credibili anche oggi: volevo che il film
sembrasse contemporaneo.
E il lavoro con gli attori?
La sceneggiatura scritta con Rulli e
Petraglia mi lasciava ampi margini di
improvvisazione: ho accolto molte
suggestioni dagli attori. Diciamo che li
ho lasciati liberi di fare quello che
volevo.
BOMBACARTA PENN
Il Fasciocomunista del libro esiste davvero. Abita a Latina, ma non andatelo a cercare: mena più del
L’Italia anni ’70
vista da Pennacchi.
Simile anche la
Spagna di Huerga
26 RdC Aprile 2007
pericolosa tendenza a minimizzare la
violenza di quegli anni. Molti giovani
non sanno nulla della dittatura e questo
film è soprattutto per loro. Perché
sappiano quali rischi si nascondono
dietro a tanti slogan, urlati oggi
dall’estrema destra spagnola. Perdonare
si può, dimenticare no.
Chi era Salvador Puig Antich?
Un giovane come tanti, che ha avuto la
sfortuna di essere anarchico. E’ stato
subito chiaro che era un capro
espiatorio, ma proprio per la sua fede
politica, neanche la sinistra si è schierata
al suo fianco. L’esecuzione è stata una
vendetta di Stato per l’attentato a
Carrero Blanco, che era avvenuto poco
prima. Ancora oggi, soprattutto in
Catalogna, viene considerato un
simbolo e una bandiera della libertà.
Che cosa ricorda di quel periodo?
Quando Salvador è stato giustiziato
avevo 17 anni. Si è trattato di un
passaggio fondamentale per la
maturazione della mia coscienza politica.
Vedere cosa era capitato a un ragazzo a
me così vicino, quasi coetaneo e per di
più della stessa città, mi ha aperto gli
ACCHI
suo “Accio”, e ne ha davvero per tutti
“Dovrei mangiare il pollo con
le posate, ma non ci riesco: per
gli spaghetti uso ancora
cucchiaio e forchetta. Sono e
resto un operaio, della classe
loro me ne sbatto”. Siano
spaghetti o pollo, di certo peli
sulla lingua ad Antonio Pennacchi
non ne rimangono. Classe 1950,
sposato con due figli, non si è
mai mosso da Latina: iscritto al
MSI da ragazzo, ne viene
allontanato, aderisce ai marxistileninisti di Servire il popolo, poi:
PSI, CGIL, UIL, PCI, ancora CGIL, da
cui viene espulso nel 1983. Dopo
la laurea, a 44 anni, sfruttando la
cassa integrazione, esordisce nella
letteratura nel ’94 con Mammut,
pubblicato dopo 55 rifiuti da 33
editori (cambiava il titolo…). Del
2003 è Il fasciocomunista, a cui
Daniele Luchetti si è
“liberamente ispirato” per Mio
fratello è figlio unico.
Pennacchi, di quale classe
parla?
Di quanti hanno il bollino e la
patente per dire: “Io faccio
cultura”. Hanno codici e
occhi su quanto fosse pericoloso anche
soltanto dire la propria.
Che fine ha fatto la passione politica
degli anni ‘70?
In Occidente è del tutto svanita e credo
per due motivi. Da una parte il
benessere materiale, che priva i giovani
della spinta a combattere per nuovi
traguardi. Dall’altra lo svilimento della
democrazia, che dietro a nomi come
Bush maschera nuove forme di
dittatura. Rispetto agli anni ‘70 è poi
cresciuto un individualismo esasperato.
Salvador rapinava banche e metteva
bombe per la classe operaia. Oggi ci si
espone soltanto per sé stessi.
Come ha reagito la Spagna al film?
La destra lo ha bollato come apologia di
un terrorista. Il film ha però anche
riacceso il dibattito e la speranza che
venga riaperto il processo e fatta giustizia
sulla morte di Salvador.
La pena di morte è ancora un tema
così attuale?
Finché anche soltanto una persona verrà
giustiziata, sì.
comportamenti diversi rispetto
alla fabbrica, dove la gente le
cose se le dice in faccia. E’ un
problema di classe: il mondo
della cultura appartiene a
un’altra classe. Anzi, non il
mondo della cultura: l’industria
culturale.
Veniamo al film.
Si sono messi a lavorare sulla
roba mia senza che ne sapessi
niente. È vero, avevo venduto i
diritti a Mondadori, che glieli ha
passati: è colpa mia non essermi
tutelato. L’ho saputo dai giornali:
ho chiamato Cattleya, ho parlato
con il produttore Riccardo Tozzi,
Il mio giudizio sarebbe
forzatamente comparativo, per
questo alla proiezione ho portato
mia moglie, che come i miei figli
non mi legge. Comunque non mi
è dispiaciuto, l’attore che fa Accio
da piccolo e il rumorista sono
sublimi: se andrà in concorso a
Cannes, potrebbe vincere.
In famiglia no, chi la legge?
Con questi libri i soldi ce li
faranno i miei figli forse,
sicuramente i miei nipoti, di certo
non io: e che bip, con tutto
l’amore per i miei figli e nipoti…
Fama da attaccabrighe,
suffragata da varie denunce,
“Quando ho saputo che iniziavano
i casting, mi sono presentato come
comparsa. Il risultato è buono:
a Cannes potrebbe anche vincere”
invano ho cercato Luchetti.
Passano due anni, dai quotidiani
locali vengo a sapere che a
Latina stanno facendo i provini
per le comparse. Mi presento lì,
mi metto in fila, e mi chiedono:
“Lei che parte pensa di fare?”.
“Quella del testa di bip”, gli ho
detto.
Poi l’ha visto, che ne pensa?
c’è del compiacimento
nell’essere bastian contrario?
C’è orgoglio e fierezza, ma anche
tanto dolore. E’ la solitudine la
norma della mia produzione
creativa. Perché se devo scrivere
una cosa che hanno già scritto
tutti gli altri, che bip la scrivo a
fa’? Risparmio la carta.
F. P.
Aprile 2007 RdC 27
TENDENZE
cinema da
chef
La cucina povera di Filippo La Mantia: ex fotoreporter con trascorsi
all’Ucciardone, che con le sue ricette ha ispirato Zingaretti (e Tutte le
donne della mia vita)
DI CHIARA UGOLINI
A destra lo chef Luca
Zingaretti in Tutte le donne
della mia vita. In chiusura
Ricky Tognazzi e Vanessa
Incontrada
30 RdC Aprile 2007
A tu per tu con lo chef
Filippo La Mantia, che ci
porta nel suo favoloso
mondo di sapori. Ora
anche sullo schermo, in
“odorama” per Tutte le
donne della mia vita,
diretto da Simona Izzo
con Luca Zingaretti ai
fornelli.
Cominciamo dall’inizio.
Come è nata la
collaborazione per Tutte
le donne della mia vita?
Naturalmente durante una cena. Il
produttore del film mi aveva invitato a
cucinare a casa sua. C’era anche il
soggettista, che è rimasto colpito da me.
Non mi importa dello status del cuoco, né
di rincorrere le stelle Michelin. Rispetto
agli chef navigati, cucinare resta per me
un gioco. Significa recuperare le
tradizioni, il mondo femminile
dell’infanzia. I profumi della cucina di
mia madre mi sono entrati dentro e a 42
anni mi sono ritrovato a Roma e sono
diventato cuoco. I critici dicono che la
mia cucina è “femmina” perché non uso
cipolla, aglio e burro, ma prediligo i
profumi. Così che quando un uomo e una
donna si baciano, dopo
aver cenato da me, nelle
loro bocche c’è solo
profumo.
Quanto le assomiglia
Davide, il personaggio di
Luca Zingaretti?
C’è molto di mio, ma non
solo. Simona si è ispirata
alla cultura di gourmet del
suocero, Ugo Tognazzi,
condendola con aspetti di
altri chef. Il risultato è un
cuoco stellato, per cui
sono stati contattati cuochi come Heinz
Beck e Moreno Cedroni. Quello che si
vede nel film è un mondo culinario di
provette ed esperimenti, in forte contrasto
con una cucina più carnale come la mia, a
cui Davide approda col ritorno in Sicilia.
E poi ci sono le mie mani. Zingaretti è un
attore fantastico, ma in alcune scene in
cui scoccia il cous cous è troppo violento,
ci voleva più una carezza.
La filosofia del film, “una cucina che
nutre il corpo e l’anima”, è quindi un po’
la sua?
Mai dimenticare che il cibo serve per
nutrirci. Non capisco chi promuove
quello scomposto. Sono favorevole
Aprile 2007 RdC 31
TENDENZE
all’invenzione purché porti a qualcosa di
nutriente, buono, che inneschi ricordi e
raccolga tutti intorno a un tavolo.
L’evoluzione della mia cucina è nel rispetto
del corpo, perché non usa soffritti ma solo
aromi come agrumi e mandorle. Gli esperti
dicono che per star bene se ne dovrebbero
consumare quattro al giorno.
E’ vero che il cinema le è stato di
ispirazione per nuove ricette?
Sono stato dieci giorni a Stromboli sul set
del film e con Zingaretti e la troupe ho
realizzato i miei piatti, che sono piatti
dell’orto e del campo, da cucina povera. Le
mie ricette nascono così: se trovo il
finocchietto o un fiore di campo vado al
mercato a cercare un pescato particolare.
Sul set ho creato un latte di mandorla che
ricorda quello materno: mandorla pestata
nel mortaio con gelsomino, cannella,
pistacchio e latte di mucca. E poi anche un
dolce che ho battezzato Iddu, come viene
chiamato il vulcano di Stromboli: iddu,
cioè lui e basta.
Prima di diventare cuoco è stato per
molti anni fotoreporter di mafia. Poi per
un errore giudiziario è finito in carcere,
all’Ucciardone, finché Giovanni Falcone
ha riconosciuto la sua innocenza. Questa
sua prima vita sarebbe un ottimo spunto
cinematografico…
A maggio uscirà Maqeda, un libro che
racconta questa storia, e chissà che non ne
venga un film. Servirebbe però una
produzione importante, perché si parla di
violenza, di morti di mafia. Se potessi
sceglierei Michele Placido perché è il
regista giusto per raccontare
quell’ambiente: anni Settanta, criminali,
polizia, Palermo. C’è tanta storia, ma ci
vogliono un buon soggettista e un buon
regista per un buon lavoro di qualità.
TRE CIAK IN PADELLA
Le vere star del futuro portano il grembiule
e il cappello bianco
Le riviste di tendenza li danno come
rockstar del futuro, stilisti di domani,
dj della nuova era. Gli chef detteranno
davvero stili e mode nell’immediato
tempo a venire? Certo è che dalla
commedia italiana al remake e al
cartoon, al cinema stanno per arrivare
molte storie di cuochi.
> NO RESERVATIONS
Remake del tedesco Ricette d’amore
con Sergio Castellitto nei panni di un
cuoco italiano. Una chef di Manhattan,
rinomata e perfezionista, si ritrova
spodestata da un sous-chef molto più
libero e inventivo. Allo stesso tempo
deve anche occuparsi, senza
esperienza né ispirazione, della
nipotina di nove anni. Al posto di
compagna storica Stefania (Michela
Cescon) e la gourmet Isabella
(Rosalinda Cementano). E’ nella sua
terra d’origine, la Sicilia, che riuscirà a
riconciliarsi con se stesso, la cucina e
il passato. Un viaggio sensoriale dal
Piemonte a Stromboli. In sala dal 30
marzo.
> RATATOUILLE
Castellitto, la versione americana
prevede Aaron Eckhart, mentre
Catherine Zeta-Jones è la chef dai
modi difficili e Abigail Breslin di Little
Miss Sunshine la nipotina. Leggende
metropolitane vogliono la Zeta-Jones
apprendista in incognito per
perfezionare lo stile ai fornelli. Con la
cuffietta in testa sembra che nessuno
l’abbia scoperta, ma secondo un
tabloid inglese alcuni clienti sarebbero
andati a dirle “quanto somigliasse ad
un’attrice di Hollywood”.
Morirebbe pur di diventare uno chef.
Remy è un topolino della campagna
francese, ha la passione per le cose
buone e il sogno di diventare un
cuoco. Lascia la provincia per
trasferirsi a Parigi, nei sotterranei di
uno dei più importanti ristoranti della
città. Ogni tanto fa capolino in sala, si
avvicina di soppiatto al carrello dei
> TUTTE LE DONNE DELLA MIA VITA
“Sono stato dieci giorni
sul set. Realizzavo i miei
piatti col finocchietto
e i fiori di campo”
32 RdC Aprile 2007
Simona Izzo ha scritto (con Ricky
Tognazzi e Graziano Diana) e diretto
una commedia corale che ha per
protagonista Luca Zingaretti, chef
pluripremiato e donnaiolo, con
l’allergia ad impegnarsi. Quando il
proprietario del ristorante in cui
lavora decide di licenziarlo, entra in
crisi e va a ricercare le donne della
sua vita. Tutte impegnate a
dimenticarlo: Monica (Vanessa
Incontrada), madre di suo figlio, ora
fidanzata col suo ex aiuto (Tognazzi),
sua madre Diletta (Lisa Gastoni), la
formaggi e proprio mentre il
cameriere li declama ai clienti una
signora caccia un urlo: “C’è un topo!”.
La vita è dura per Remy: ogni giorno
rischia una coltellata, un mestolo in
testa. Le cose sembrano cambiare
quando per lo chef Gusteau crea una
zuppa che viene elogiata dai critici di
tutto il mondo. Scritto e diretto da
Brad Bird (premio Oscar per Gli
incredibili), il cartoon esce
quest’estate negli Stati Uniti e in
autunno in Italia.
(C.U.)
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Dr. House, Grey’s Anatomy e molto altro: la
seconda parte delle serie che fanno furore.
Tra camici (poco) immacolati, bisturi taglienti
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DI ANDREA AGOSTINI, PIERLUIGI FRASSINETI, FEDERICO PONTIGGIA, ANGELA PRUDENZI, SABRINA
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2
Aprile 2007 RdC 35
CASI CLI
Che cosa hanno in comune Rowan Atkinson, Le casalinghe disperate, Nip/Tuck eSix Feet Under?
DI MARINA SANNA
36 RdC Aprile 2007
BEAN E GLI ALTRI
PIU’ CHE UN CASO CLINICO
NICI
Scopritelo con noi
Rowan Atkinson è un caso disperato. Lo
avevamo lasciato a Los Angeles, inviato
dalla Royal National Gallery di Londra
per presentare al pubblico un famoso
dipinto americano. Il titolo del film, che
segnava l’esordio del personaggio di Bean
sul grande schermo dopo una serie tv di
cinque anni, era L’ultima catastrofe.
Rowan Atkinson ne combinava di tutti i
colori, sporcando il quadro in maniera
irreparabile, inventando un discorso
incomprensibile (praticamente muto) ma
uscendone, come sempre, quasi vincente.
A distanza di dieci anni eccolo di ritorno
con una storia intelligente e ben scritta:
in questa nuova versione (Mr. Bean’s
Holiday diretta da Steve Bendelack)
infarcita di gag, equivoci e trovate metacinematografiche, il catastrofico ometto si
è aggiudicato il primo premio della
lotteria (organizzata dalla parrocchia del
quartiere). E indovinate un po’ che cosa
ha vinto? Una settimana di vacanza nel
sud della Francia e una videocamera
nuova di zecca. Però la notizia è un’altra:
il soggiorno è sulla Costa Azzurra, a
Cannes, proprio durante il Festival del
cinema. Rowan Atkinson è diabolico,
bravissimo anche Willem Dafoe che
interpreta un regista dall’ego spropositato
(e qui i riferimenti si sprecano...). Mr.
Bean è semplicemente irresistibile con le
sue improbabili prodezze, proprio come
lo sono Meredith, romantica
specializzanda in medicina (ah, l’amore!)
di Grey’s Anatomy, le bellissime Casalinghe
che di serie in serie diventano sempre più
disperate (quando la voce fuori campo
funziona…), il misogino e brillante
Gregory House che fa furore (ma Grey’s
Anatomy sta tentando il sorpasso e
attendiamo con ansia le nuove puntate in
dvd). Sono tutti personaggi eroici, che
indossino il camice oppure no, dalla
brutta Betty che spopola in ogni luogo
del pianeta alla surreale, geniale, famiglia
di becchini di Six Feet Under, ai
prodigiosi dissacratori di corpi e vizi
americani Christian Troy e Sean
McNamara, chirurghi di Nip/Tuck. Una
volta incominciata la visione diventerete
anche voi casi clinici: irrimediabilmente
serial dipendenti.
Aprile 2007 RdC 37
PROTAGONISTI E CARATTERISTICHE
EROI IN
CAMICE
E [NON]
Quando l’individualismo si fa ospedaliero: dal Dr. House (in
borghese) a Grey’s, lo stetoscopio è simbolo di onnipotenza
DI PIERLUIGI FRASSINETI
Identikit del campione. Attualmente
l’eroe televisivo ha un camice bianco e
corre lungo le corsie dell’ospedale con
uno stetoscopio al collo. Solo il Dr.
House (Hugh Laurie), il pluridecorato
(da premi e pubblico) e caustico
medico che impazza su Italia 1, ha un
incedere claudicante e non indossa la
divisa: se lo può permettere, dall’alto
di una sapienza infinita e di una scorta
di battute da Oscar della sceneggiatura
seriale. Gregory House porta a
malapena lo stetoscopio e si imbottisce
di vicodin, un antidolorifico. Gregory
House è una sorta di Carmelo Bene
che ha fatto il giuramento di
Ippocrate, pur se in qualche episodio
c’è chi arriva a dubitarne. Ma è
anch’egli un eroe: aiuta gli uomini e
risolve sempre i casi di puntata, alla
stregua di un moderno Perry Mason.
Ed eroi sono anche i personaggi di
E.R. - oramai al lumicino ma pur
sempre una delle serie più innovative
del panorama televisivo degli ultimi
quindici anni - e quelli di Grey’s
Anatomy, eroi minori perché ancora
praticanti, quasi naufraghi alla Lost in
un ospedale dove tutti si aspettano di
vederli soccombere. A modo loro, lo
sono McNamara e Troy di Nip/Tuck:
eroi magari un po’ troppo epicurei,
alle prese con la superficie degli
uomini e delle donne e con casi al
limite del realismo.
Medici vs. Heroes. Insomma, si tratta
di eroi molto umani, troppo umani.
Immaginate che cosa potrebbero
pensare di loro i personaggi di Heroes,
uno dei fenomeni serial-televisivi più
recenti (è della NBC e ha sfondato
ogni record nella fascia serale
dell’emittente). Heroes è una delle serie
che più sconfina nel mondo dei
Ali Larter e Tawny Cypress
in Heroes
comics (Jeph Loeb, uno degli autori,
ha lavorato a Smallville, Lost e ai
fumetti della Marvel Comics e DC
Comics). Racconta le vicende di una
dozzina di personaggi sparsi per il
mondo e dotati, a loro insaputa, di
poteri eccezionali che metteranno a
servizio dell’umanità, minacciata dalla
catastrofe. Misteri e trame nell’ombra,
come nel più classico dei noir
soprannaturali, ma anche traiettorie
umane laceranti e ipnotiche:
l’ossessione per il volo di Peter, quella
per l’alterazione del continuum
spazio-temporale di Hiro, “otaku”
(maniaco dei manga e dei fumetti) di
Tokio, quella per la sostanziale
Solitari o in equipe, scettici o interessati:
in prima linea i paladini tv
38 RdC Aprile 2007
Patrick Dempsey alias
dottor Stranamore; nella
pagina accanto, Ellen
Pompeo e T.R. Knight:
gli specializzandi di
Grey’s Anatomy
invulnerabilità di Claire, cheerleader
texana, in grado di guarire all’istante
ogni ferita. Scontro titanico, dunque,
fra superpoteri piazzati nei corpi e
nelle menti di impiegati, drogati,
esibizioniste, bambini (Heroes) contro
sale di chirurgia che sembrano uscite
da Star-Trek (Grey’s) e l’infinito potere
del medico (Dr. House), che decide di
vita e di morte.
Deontologia. Attenti, però, l’eroe in
camice bianco ha un tallone d’Achille:
spesso delude nel trattamento dei
malati, gli manca il rispetto per
l’Uomo ed è invece fanatico del
morbo, del processo della malattia.
Nelle serie moderne ciò che fa acqua è
proprio la deontologia medica. In Dr.
House il rapporto con la malattia e col
paziente è decisamente malato:
Gregory - semiparalizzato, brutale,
decisionista - combatte eternamente
contro la sua malattia interiore. In
Grey’s prevalgono le dinamiche
interne, ed i casi di puntata non sono
che tappe verso lo svezzamento
professionale dei nostri personaggi.
Certo, le lacrime e il dolore non
mancano, ma fanno parte della scorta
di sentimenti che non può mancare ad
una splendida serie full-optional come
quella sui tirocinanti di Seattle.
Valorosi o egoisti? Mentre gli Heroes
pensano solo all’umanità, i nostri eroi
in camice bianco sono esageratamente
concentrati su se stessi. Il loro eroismo
somiglia pericolosamente all’egoismo.
In una società in cui il benessere è
vissuto non come mèta ma come
prerequisito, il sogno non è più sociale
ma progetto di autoaffermazione
individuale. Queste serie tv - prodotti
cangianti, polimediali, “moderno
specchio dei tempi” - ce lo dicono
esplicitamente, presentando eroi ed
antieroi nello stesso cono di luce
dell’individualità, perfetti interpreti dei
nuovi equilibri. E allora è meglio un
medico onnipotente per cui il paziente è
solo uno strumento o il vecchio Dr.
Kildare? O quel dottor
Manson/Alberto Lupo de La Cittadella
sensibile ed empatico, ma tanto
famoso da venire invitato, fuori dallo
schermo, nei veri convegni medici?
Nessuno dei due poteva contare sulle
battute formidabili di Gregory House,
né sapeva combattere nell’arena
ospedaliera come Meredith Grey.
Eppure erano lo stesso - e lo
confermano gli ascolti dell’epoca,
l’affetto del pubblico, la longevità dei
personaggi - dei gran padreterni.
Aprile 2007 RdC 39
GREY'S ANATOMY
L’ESORDIO
“Un mese fa, alla facoltà di
medicina, i medici erano i vostri
professori. Adesso i medici siete voi. I
sette anni come specializzandi in
chirurgia saranno i più belli ed i più
brutti della vostra vita: verrete messi
sotto pressione. Guardatevi attorno,
salutate i vostri concorrenti: otto di
voi passeranno a una
specializzazione più facile, cinque di
voi non reggeranno alla pressione e a
due di voi verrà chiesto di andarsene.
Questa è la vostra arena!”
Che partenza bruciante al Seattle
Grace Hospital, dove vige il
coprifuoco per i giovani e ambiziosi
tirocinanti tra i quali siamo invitati a
seguire la voce narrante della dolce
ma tenace Meredith Grey! Una specie
di dichiarazione di guerra, che
Miranda Bailey detta “la nazista”,
medico responsabile dei novellini,
rende ancor più minacciosa con la
sua legge: “Ho cinque regole. Regola
n. 1, non perdete tempo a fare i
ruffiani: vi odio e tanto non
cambierete le cose...”.
Così, i cinque si ritrovano sul fronte
immediatamente. Ma, attenzione,
stiamo parlando di un buon ospedale
di Seattle, mica del pronto soccorso
del Bronx. I pazienti sono in fondo il
problema minore, al Grace.
MEREDITH E GLI ALTRI
Meredith Grey,
impersonata da
Ellen Pompeo
(Prova prendermi,
Daredevil), è il
tirocinante che
appare in pole
position: ha una storia con
l’affascinante Dr. Sheperd (Patrick
Dempsey), davanti al quale crolla
ogni velleità di equidistanza
professionale, ma è anche figlia di
un chirurgo mitico: la madre Ellis
Grey, precocemente malata di
Alzheimer, che ha dato il suo nome
a una nuova tecnica operatoria.
Cristina Yang
(Sandra Oh,
canadese di origini
coreane, per due
anni di seguito il
premio come
miglior attrice non
protagonista di una serie tv),
immediatamente competitiva,
ambiziosa. Nei suoi piani di scalata
incontra il dott. Burke (Isaiah
Washington) con cui vive una storia
d’amore piuttosto conflittuale.
Alex Karev
(Justin Chambers)
forse il più grigio
dei cinque, ma
capace di far fuori
per un errore un
paziente (per cui
viene bollato con il marchio
“licenza di uccidere”) e mettersi
con la bella Izzie...
LA REGINA DEL
Ovvero: come sopravvivere in corsia da specializzandi. Con un cast stellare,
ottimi dialoghi e musica azzeccata. Ma attenzione al cambio di stagione…
DI PIERLUIGI FRASSINETI
40 RdC Aprile 2007
Isobel ‘Izzie’
Stevens
(Katharine Heighl,
di origini tedesche)
ex-modella, sexy ed
insicura, capace di
slanci generosi e di
ritirate nell’ombra. Ma è lei che
apre, nella terza serie, una clinica
gratuita assieme al cerbero dal
cuore d’oro, Miranda Bailey.
George
O’Malley
(T.R. Knight)
timido ed
introverso
tirocinante,
disposto ad entrare
subito in empatia con Meredith e
Izzie, ma anche con i suoi nuovi
pazienti.
LA FORZA E’ CON LORO
Con Grey’s Anatomy assistiamo ad
un nuovo, dirompente fenomeno
seriale.
Cast stellare per efficacia e varietà;
cura minimale in scrittura, nelle
riprese e nella confezione (alcuni
passaggi sono da manuale, e in ogni
puntata, come in Dr. House, c’è
almeno un dialogo che non vorresti
mai dimenticare); la musica
azzeccata e pop (il titolo degli
episodi è ispirato alle canzoni, e
all’interno della serie non mancano
i pezzi famosi); un linguaggio
visuale certo non innovativo, ma
che imprime una solida ritmica, e
un linguaggio verbale
straordinariamente ricco e trendy,
tanto da fare immediatamente
breccia nel lessico quotidiano del
pubblico americano.
Tutto questo ha fatto sì che Grey’s
sia diventata la serie più decorata
(oltre 50 premi di settore) e più
vista fra le consorelle americane.
Ma attenzione al cambio di
stagione...
2007: TERZA STAGIONE
PER I TIROCINANTI
E’ quella che potrebbe risultare la
più delicata. Le storie dei nostri neomedici si sono intrecciate a tal
punto da richiedere new-entry di
personaggi, mentre il vecchio capo
Richard Webber
(James Pickens Jr.)
andrà in pensione e
verrà tallonato, per
ottenere il suo posto,
dai giovani rampanti
Sloan, Burke e
Sheperd. La realtà della serie sta
cambiando notevolmente poiché
dall’instabilità iniziale (sempre
creativa, in tv come al cinema) l’arena
di Grey’s sta trasformandosi in teatro
di battaglie di posizione, forse troppo
morbide e corrette per continuare a
sedurre lo stesso pubblico. Insomma,
che sia cominciata l’involuzione che
porterà la regina delle serie tv a
diventare una soap?
LE SERIE
Aprile 2007 RdC 41
DR. HOUSE
Sela Ward alias Stacy con Hugh
Laurie/Gregory House
DOCTOR
NO
42 RdC Aprile 2007
Antipatico, cinico, dipendente dai medicinali.
Non ama curare i malati, ma vuole sconfiggere
le malattie. Ecco l’idolo delle donne
DI CRISTINA SCOGNAMILLO
“BUON GIORNO MALATI... E BUON
giorno anche ai loro cari. Tanto per non
perdere tempo con inutili ciance io sono
il Dottor Gregory House, potete
chiamarmi Greg. Sono uno dei tre
medici di servizio in clinica stamattina.
Io sono un abilitato: un diagnosta
cronicamente annoiato con duplice
specializzazione in malattie infettive e
nefrologia, nonché l’unico medico che
lavora qui contro la sua volontà. È così,
no? Ma niente paura! Per molti di voi
per fare il mio lavoro basterebbe una
scimmia con una scatola d’aspirina.
Ah... a proposito... se siete
particolarmente seccanti mi vedrete
prendere questo: è Vicodin. È mio non
potete averlo... oh no... non ho il
problema del controllo del dolore è
proprio il dolore il mio problema. Ma
chi lo sa, magari mi sbaglio... forse sono
troppo impasticcato. Allora chi sceglie
me? E... chi preferisce aspettare uno degli
altri due? Ok, va bene, io sono alla uno
se cambiate idea”.
Si presenta da solo il Dr. Gregory House
(Hugh Laurie), ai suoi malati. Non
porta il camice, non è mai in corsia, non
parla con i pazienti, né tanto meno con
i congiunti.
Non chiedetegli commiserazione, non
ve la darà. Non sperate che vi dica una
parola dolce solo per farvi sentire
meglio, non ne è capace. Non aprite il
vostro cuore, rischiereste un brutto
colpo. Nessuna pietà!, sembra essere il
motto del Dr. Gregory House. La verità, Lisa Cuddy (Lisa Eldstein) cordiale,
quella scientifica e quella morale,
simpatica ma che esige il rigoroso
sembra essere la sua parola d’ordine. E’
rispetto delle regole, non fa altro che
scorbutico, cinico, non ha maniere, è
bacchettare House ma che è sempre
convinto che tutti i pazienti mentano, è pronta, però, a difendere. Criticato, ma
dipendente cronico dalle medicine
rispettato e amato dalla sua equipe,
(l’ormai famoso Vicodin e questa sua
idolatrato dal pubblico televisivo, House
dipendenza nel corso delle puntate gli
è il medico che ha soppiantato i vari
procurerà non poche noie. Compresa la Clooney di E.R., che non ha eguali in
galera?) e, se non bastasse è pure zoppo
Grey’s Anatomy e nemmeno in Nip/Tuck.
(causa un infarto). Ecco il ritratto di un
E’ un personaggio fuori dalla norma.
medico specializzato in diagnostica,
Merito del successo (degli autori e dello
nefrologia e malattie
stesso Laurie) è la sua
infettive che ha dato il
faccia, il suo sguardo,
HUGH LAURIE MILIONARIO?
suo nome alla serie tv
il suo modo di fare, il
a
La 4 serie si farà, tanto per
ideata da Bryan Singer.
suo temperamento.
cominciare. In dvd si possono
House non ama curare
Non è bello ma piace
trovare la 1a e la 2a stagione. In tv
i malati, vuole
(anche al suo capo
la terza, ma bisogna aspettare
l’autunno per capire se House
sconfiggere le malattie
Lisa), non è gentile ma
andrà in galera. Nel frattempo
e preferisce uscire dalla
si batte fino alla morte
Hugh Laurie diventa più ricco con
sua tana solo per casi
pur di salvare una vita,
un cospicuo aumento. Si vocifera
estremamente rari e
ha un carattere molto
di 300mila dollari a episodio.
molto difficili. La sua è
forte. E’ ironico e
La Morrison e Spencer, alias
una sfida continua,
sarcastico. Ma è anche
Cameron e Chase, fidanzati fin
dal pilot avrebbero ufficializzato
una corsa contro il
uno che soffre,
in famiglia la propria unione!
tempo. Provocazione è
zoppica, dipende dalle
ciò che applica ai suoi
medicine. E’ solo,
“sottoposti”, mettendoli in perenne
mangia panini e non è sofisticato. Ama
competizione. Del suo staff fanno parte
la musica, vede le serie televisive (The
l’immunologa Cameron (Jennifer
O.C. e General Hospital) ed è tifoso di
Morrison), il neurologo Foreman
baseball. Un medico che tutti
(Omar Epps, già medico in E.R.) e il
vorrebbero incontrare perché è tanto
giovane Chase (Jesse Spencer) esperto di risolutivo quanto affascinante. E se è
terapia intensiva. Ha un solo vero
scorbutico e cinico poco importa. Può
amico, l’oncologo Wilson (Robert Sean
essere come tanti di noi, ma essere come
Leonard). E poi c’è il direttore sanitario
lui risulta impossibile.
Aprile 2007 RdC 43
DESPERATE HOUSEWIVES
CASALINGHE
ALLA RISCOSSA
Altro che disperate: con ironia e profondità riflettono sulla vita (dall’alto) e fanno l’occhiolino ad American
Beauty e Sex & the City. Per dare voce a pensieri al femminile (e Meredith Grey ne sa qualcosa…)
DI ANDREA AGOSTINI
44 RdC Aprile 2007
“MI CHIAMO LESTER BURNHAM.
Questo è il mio quartiere, questa è la
mia strada, questa è la mia vita. Ho
quarantadue anni, fra meno di un
anno... sarò morto”. Ecco, prendete
l’incipit di American Beauty, trasferite
il set a Wisteria Lane e levate di
mezzo Kevin Spacey. Le sue riflessioni
sono troppo profonde e sincere per
appartenere al genere maschile. Non
prendiamoci in giro. Se c’è qualcuno
in grado di farlo, allora deve essere
una donna. Moderna, riflessiva,
intelligente, un tantino disperata.
Meglio ancora se casalinga.
Professione bistrattata e che più di
ogni altra merita una rivincita. Le
Desperate Housewives - Casalinghe
Disperate (ma in inglese “desperate”
può significare anche “disposte a
tutto”) sono quattro, anzi erano
cinque. Perché una di loro, Mary
Alice, all’inizio della prima puntata si
spara con garbo un colpo in testa.
Eva Longoria,
Felicity Huffman,
Marcia Cross,
Teri Hatcher e
Nicolette
Sheridan
INTERNO
DONNA
Ovvia, omologata e irrilevante: ma la
casalinga è davvero così?
DI CHIARA TAGLIAFERRI
Una certezza italiana (ma non solo),
sociologica e antropologica insieme,
è quella per cui nulla al mondo
esiste di più ovvio, omologato e
irrilevante di una casalinga.
“Quella di Treviso” è stata
immortalata da Nanni Moretti in
Sogni d’oro, ma è la casalinga di
Voghera a essere diventata
l’emblema della donna “doxa”,
media, prevedibile nelle opinioni,
nella complessiva percezione della
vita. E’ come se nella parola
“casalinga” fossero contenuti tutta
una serie di elementi cromatici
intorno al grigio, sonorità attutite
se non spente, temperature tiepide e
gusti generici. Se però entriamo
nelle esistenze di queste casalinghe,
oscillando tra le cronache recenti e
le narrazioni letterarie e
cinematografiche, ci accorgiamo
che le cose non sono come
sembrano. Grace Metalius ha 32
anni quando, nel 1956, pubblica
Peyton Place. Vive in campagna, in
un paesino del New England che,
nella versione cinematografica del
romanzo, confinerà “a nord con la
fede, a est con la speranza, a ovest
con la carità e a sud con quel che
resta”. Ed è in “quel che resta” che
Grace decide di andare a guardare.
Così, fra piatti da lavare, 3 figli, un
marito distratto e parecchi bicchieri
nasce Peyton Place, antesignano di
Wisteria Lane dove si muoveranno,
Aprile 2007 RdC 45
DESPERATE HOUSEWIVES
50 anni più tardi, altre casalinghe,
disperate ma molto alla moda. E’ la
lacerazione del sogno anni ’50,
quella commessa da Grace, che
trova la chiave d’accesso al lato più
oscuro della natura umana.
Ovviamente, la fine di quella che fu
definita una “pandora in blue
jeans” è facilmente immaginabile:
lo scandalo e la fama, due
blockbuster e la serie tv tratti dal
romanzo, i soldi, il divorzio, un
nuovo matrimonio e svariate
relazioni, il tutto innaffiato da crisi
d’insicurezza, debiti e alcool, fino
alla morte, a 39 anni, per cirrosi
epatica. Il romanzo ha venduto più
di 20 milioni di copie, e c’è da
scommettere che una è stata
acquistata da Mark Cherry autore
di Desperate Housewives, una
Peyton Place sotto acido.
Nessuno esce vivo dal sobborgo di
Wisteria Lane: le madri, tra il
nevrotico e il depresso, hanno
messo al mondo figli sociopatici e
incidentalmente assassini, d’altro
canto i mariti sono stupidi e
fedifraghi, killer, truffatori e
spacciatori all’occorrenza.
Con questo parterre de roi ci sta
che le casalinghe siano imbevute di
un egoismo che farebbe impallidire
la crudeltà materna di Joan
Crawford, e che cerchino
distrazioni in giardinieri minorenni
o farmacisti ancora più psicolabili
dei mariti. Offrono episodi di
cattiveria spicciola, a tratti di
patetica mediocrità, ma non si può
non amarle quando tra un poker e
una casa bruciata per scoraggiare
una rivale in amore, si ritrovano –
novelle streghe di Eastwick – a
vestire l’amica suicida e a notare
con sottile perfidia che loro
l’avevano sempre immaginato:
dichiarava una taglia 42 ma le
etichette non mentono: era una 46!
La Hatcher con James Denton
46 RdC Aprile 2007
Doug Savant
baciato dalla
Longoria
E diventa in quel momento la voce
narrante della serie. Le altre sono
Lynette, Susan, Bree e Gabrielle.
Belle, intelligenti, pronte a tutto per
difendere prima le apparenze, poi la
famiglia. Ma non è
sempre oro quello
IN ONDA FINO AL 2011?
che luccica, e
Un nuovo contratto per il
dietro le villette
creatore di Desperate
color pastello e i
Housewives, Marc Cherry che ha
giardini tosati alla
firmato con ABC Televison per
perfezione si
altri quattro anni. Tutto questo,
nascondono paure,
salvo ovviamente ascolti e
disponibilità del cast, farebbe
insicurezze,
prevedere la produzione di
misteri. Ne sa
almeno altre sette stagioni.
qualcosa Mary
Disponibili in dvd prima e
Alice che dall’alto
seconda stagione, un gioco per
segue le peripezie
pc dove poter entrare nei
delle amiche, dà
segreti delle casalinghe e
interagire con loro.
voce ai loro
pensieri, tira le
somme alla fine
della giornata. Le sue parole sono le
vere protagoniste della serie:
anticipano gli eventi, insinuano senza
svelare, prendono per mano le quattro
disperate e le accompagnano nelle
loro disavventure. Ma non solo. La
lezione del film di Sam Mendes - e
ancor prima di Viale del Tramonto di
Billy Wilder - viene studiata e
applicata alla perfezione. Rare volte la
voce fuori campo aveva assunto un
ruolo così importante in un serial
televisivo e le donne, nel piccolo
schermo, erano apparse così vere,
tormentate, umane. Una sorta di
consacrazione: la voce fuori campo
diviene spesso l’unico, sincero
strumento con cui le donne possono
parlare con la p maiuscola, fare a pezzi
Alle prese con mariti killer
e truffatori, il gentil sesso si
consola tra poker
e cattiveria spicciola
gli uomini con ironia e sarcasmo,
ricucire le proprie vite appellandosi
alla solidarietà femminile. Si ribaltano
i ruoli, il sesso debole diventa il sesso
forte. E la formula funziona. Basta
dare un’occhiata agli ascolti di Grey’s
Anatomy, dove la voce fuori campo di
Meredith Grey elargisce consigli così
preziosi e saggi che meriterebbero di
essere raccolti in un libro. Ci avevano
già provato Ally McBeal nell’omonima
serie e la Carrie di Sex & the City
qualche anno fa. Ma era solo l’inizio:
l’avvocatessa in carriera rimuginava
sulle sue disgrazie lavorativosentimentali e tutto ciò che le passava
per la testa veniva mostrato sullo
schermo. La voce fuori campo di
Carrie invece, riassumeva il contenuto
della sua rubrica sul New York Star:
riflessioni sulle relazioni, il sesso,
l’emancipazione delle donne.
Le casalinghe disperate, secondo
alcuni, sono il seguito ideale di Sex &
the City: le trentenni in carriera
disperate perché non trovavano
marito ora sono disperate (e quasi
quarantenni) perché l’hanno trovato.
E forse la voce di Mary Alice è quella
di una Carrie cresciuta, che parla di
amori, passioni, ma anche famiglia,
figli, morte. Della vita, insomma, a
360 gradi.
Una cozza di successo
Brutta, unta e “vincente”: Ugly Betty spopola in tutto il mondo.
Il segreto? Chiedetelo a Verga DI FEDERICO PONTIGGIA
14,3 milioni di spettatori negli Usa, 3
milioni e il 29% di share al pomeriggio in
Spagna, l’interprete della versione indiana
Mona Singh proiettata nel pantheon di
Bollywood, e tutto questo per una
bruttina poco stagionata, con apparecchio
ai denti, capello bisunto d’ordinanza e
abbigliamento improbabile. Brutta è dir
poco, una cozza totale: Betty la fea,
(Betty la cozza), titolo dell’originaria
telenovela colombiana, da cui è stato
tratto un format pluri-esportato con
enorme successo. Prodotta da Salma
Hayek, l’Ugly Betty versione yankee ha
sconvolto i palinsesti statunitensi – va in
onda sulla ABC - con America Ferrera
(premiata al Sundance per Le donne vere
hanno le curve) nei panni di Betty,
ragazza intelligente ma zero attraente
catapultata nell’effimero mondo della
moda. Se il termine di paragone a
posteriori pare essere Il diavolo veste
Prada, la serie non tralascia l’attualità:
per esplicito interessamento della Hayek,
Ugly Betty – doppio Golden Globe 2007
per la miglior serie comica e l’interprete
femminile - si apre a temi sociali ed
economici, quali l’immigrazione
clandestina. Obiettivo dichiarato:
facilitare dal piccolo schermo
l’integrazione della popolazione latinoamericana residente negli Stati Uniti.
D’altronde, ha detto tra serio e faceto la
Hayek, “Betty è in tutto e per tutto una
minoranza: è donna, latino-americana e
non ha il look giusto”. Cambiano i titoli Yo soy Bea in Spagna, Innamorati a
Berlino in Germania, Non c’è nessuno
come Jassie in India – ma invariato
rimane l’appeal di questa Cenerentola
post-moderna che, come 30 anni fa Sonia
Braga nella serie Dancin’ Days o Anne
Hathaway nel recente Diavolo, troverà
infine successo e amore (il bel capo, più a
suo agio tra le lenzuola che dietro una
scrivania…). Pigiando sul pedale
dell’identificazione, la serie è assurta a
fenomeno mediatico globale, scomodando
ovunque sociologi, psicologi e opinion
leader, chiamati a interrogarsi sul fascino
davvero discreto di una “cozza” catodica,
avis rara nella voliera edonistica del
piccolo schermo. Dunque, la ragione del
successo? Mutatis mutandis, dalla cozza
all’ostrica, quella dell’ideale verghiano: “Il
tenace attaccamento di quella povera
gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha
lasciati cadere, mentre seminava principi
di qua e duchesse di là, questa
rassegnazione coraggiosa ad una vita di
stenti, questa religione della famiglia, che
si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui
sassi che la circondano”. Che dire, il
Verismo è sbarcato in tv…
America Ferrera,
cenerentola (ma
solo in video) postmoderna
BETTY IN TRICOLORE
A settembre la serie su Italia 1, in attesa della
versione italiana targata Rai
Identico il format declinato in 70 Paesi, il culebrón
(sinonimo di telenovela) Yo soy Betty la fea può vantare la
cifra-record di 500 puntate. A quando in Italia? Ugly Betty
arriverà a settembre in prima serata su Italia 1. Nel frattempo,
l’anteprima di Ugly Betty sarà in cartellone al V Telefilm
Festival, dall’11 al 13 maggio a Milano. Non solo, la società
colombiana della soap originaria ha venduto il format
all’europea Grundy e sono in corso trattative con Rai
Fiction per fare di Yo soy Betty, la Fea la nuova serie
daily di RaiUno per il 2008. Paolo Terracciano capo degli
autori e Alberto Bader produttore creativo, la
sceneggiatura per 334 puntate è già pronta.
Aprile 2007 RdC 47
SIX FEET UNDER
MEMORIE DAL
SOTTOSUOLO
Morte e miracoli di una moderna famiglia Addams.
Becchini di successo, ma “precocemente” pensionati
DI SABRINA RAMACCI
ALAN BALL, OSCAR PER LA
sceneggiatura di American Beauty,
non ha mai avuto dubbi: “Six Feet
Under ha una struttura precisa, 5
stagioni, non una puntata di più”,
nonostante il successo planetario. Sul
sito ufficiale si può scaricare l’epigrafe
alla serie: Six Feet Under 2001-2005, i
protagonisti ricordano. Questa sì che
è coerenza!
Le vicende della famiglia Fisher, a due
anni dalla messa in onda dell’ultima
puntata, ancora fanno discutere. Alan
Ball, regista e produttore, con la serie
48 RdC Aprile 2007
(le prime quattro stagioni sono
disponibili in dvd) da lui ideata e
prodotta dalla HBO, sapeva di avere
in mano un cult. Sette Emmy Awards
e tre Golden Globe hanno siglato la
genialità dell’idea.
La famiglia Fisher è residente a Los
Angeles e da generazioni è
proprietaria di un’impresa di pompe
funebri. Nathaniel Fisher muore di
incidente stradale nel corso della
prima puntata, i due figli maschi,
Dave e Nate, ereditano l’attività; il
primo è omosessuale e ossessionato
Il cast al completo delle
strampalate avventure
di Six Feet Under
cappella funebre di casa Fisher. Da
qui l’evolversi della storia: intrecci,
tensioni, rapporti con le persone
legate ai membri della famiglia. Tutto
normale? No. Lo ripetono spesso i
Fisher: siamo strani. E come potrebbe
essere diversamente? Quando si
convive con il senso di disperazione
che lascia attoniti di fronte alla morte,
le ancore di salvezza sono necessarie e,
spesso, un po’ surreali.
La ricerca della quiete psicologica è
vissuta attraverso la religione e la
spiritualità. Questo aspetto è in pieno
contrasto con alcune, improvvise,
scelte dissolute: il sesso, la droga, la
menzogna, l’infedeltà. Ed è sostenuta
dai dialoghi: aggressivi e commoventi,
nevrotici e pieni di nonsense. Estremi
che si sfiorano e si confrontano. Non
a caso la struttura narrativa della serie
è circolare: ognuno dei personaggi
compie un percorso di nascita, morte
e rinascita esistenziale. Un ciclo vitale
di cui Alan Ball ha lasciato una chiara
traccia. In rete, infatti, si trovano le
date di morte di ciascuno dei
personaggi: Claire morirà a 101 anni,
Dave nel 2044 durante un pic-nic e
così via. Si tratta di spoiler che non
avranno mai conferma nella realtà di
un set, ma che soddisfano il
principale bisogno dello spettatore
appassionato di serie: ottenere
risposte su cosa accade dopo la fine di
un programma. Con questo
espediente Ball ha permesso al
pubblico di elaborare il distacco dai
personaggi, mettendo online un
finale che fornisce l’ideale ultimo
istante di una vita. Del resto: quando
la morte è il tuo business, come può
essere la tua vita?
dal lavoro, il secondo è uno spirito
libero che non accetta le regole. Ruth,
moglie devota e madre inappuntabile,
è in preda a crisi isteriche e rivela una
parte di sé insospettabile per i figli.
Claire, la sorella più piccola, studia in
un liceo, ed è la coscienza cinica e
creativa di questa moderna famiglia
Addams.
La struttura si ripete inalterata nel
corso delle stagioni. Ogni puntata si
apre con il racconto degli ultimi
attimi di vita di una persona, il cui
corpo finirà, inesorabilmente, nella
Struttura circolare con dialoghi
aggressivi e commoventi, nevrotici
e pieni di nonsense
Malati d’ufficio
Meschini e alienati: è il gruppo di
The Office. Un must inglese
pluripremiato in cui vi riconoscerete
In quell’ufficio sembrano tutti pazzi e
anche crudeli, cinici ed egoisti. Sono un po’
bruttarelli e decisamente sfigati. Sono uno
stereotipo, la summa dei difetti del popolo
inglese, e dunque? Finiscono in televisione,
sulla BBC, in prima serata, e per due anni
sono il must assoluto. The Office scardina il
plot di una serie classica ed è così geniale
da finire sul podio dei Golden Globe del
2004 come “Miglior Tv Comedy”, l’unica
prodotta in Inghilterra a vincere l’ambito
premio in 25 anni. Due stagioni e qualche
speciale, il tutto nato da un’idea di Ricky
Gervais e Stephen Merchant che hanno
doppiato il successo con Extras, sitcom coprodotta dalla BBC e dalla HBO.
The Office è ambientato a Slough,
nell’estrema periferia di Londra, il cielo è
perennemente grigio, il quartiere è
disseminato di palazzi squallidi. L’ufficio è
come l’esterno, c’è solo qualche pianta finta
e una luce al neon. Una troupe della BBC è
inviata alla Wernhan Hogg, un’azienda che
produce e vende carta, per intervistarne i
dipendenti e produrre un documentario. Da
qui lo stile mockumentary della serie, tra
uno sketch e l’altro si alternano le interviste
e i commenti presuntuosi e squallidi del
“boss all’inferno”, il capoufficio Dave Brent
(interpretato dall’autore e comico Ricky
Gervais). Brent si considera un uomo di
successo, un uomo del Rinascimento con
due grandi passioni: la filosofia e la musica.
In realtà è banale e goffo, racconta
barzellette che non fanno ridere nessuno.
Crede di essere amato ma tutti lo odiano. I
dipendenti sopportano con imbarazzo e
insieme a lui tollerano Gareth Keenan
(Mackenzie Crook), un tenente nel
Territorial Army che mette il cellulare nel
fodero della pistola che non ha più. Pur
essendo l’apoteosi del politicamente
scorretto Brent si confronta con il
politicamente corretto dei suoi futuri capi,
malvagi e molto più pericolosi di lui. The
Office mette a nudo le meschinità degli
uomini e la natura banale e alienante dei
lavori in ufficio, così bene da suscitare una
S.R.
profonda disperazione.
Aprile 2007 RdC 49
NIP/TUCK
AMERICA AI
FERRI CORTI
Gli States a cuore aperto sul tavolo operatorio della “bellezza”. Per il più libero, dissacrante (e chirurgico) dei serial
DI ANGELA PRUDENZI
NIP/TUCK, CIOE’ PIZZICARE E PIEGARE.
O meglio sollevare e rimboccare. Che è
poi l’arte in cui sono specialisti Christian
Troy e Sean McNamara, i chirurghi
plastici protagonisti della serie
ospedaliera più audace e avanzata della
tv americana. Maghi della lisciatura di
rughe e dell’assottigliamento dei ventri, i
due esercitano a Miami, città dove
esibire corpi e visi perfetti vale più di un
buon lavoro. E allora via a lifting,
liposuzioni e trapianti in un crescendo
esponenziale con l’unico intento di
vendersi al meglio. Uomini e donne
puntano tutti allo stesso obiettivo:
godere dei piaceri finché è possibile, ma
con l’occhio attento a chiudere l’affare
della vita, che sia il matrimonio con
partner straricco o un contratto
miliardario. Cinismo e indifferenza
l’abito indossato da “primari” e
comprimari, pena cadute emotive che
nessuno si può permettere. Questa è
l’America, baby. Cuore duro e
portafoglio gonfio finché la realtà non
bussa alla porta e ti strappa di dosso gli
abiti di lusso: muscoli perfetti e pelle
liscia, a ben guardare, sono solcati da
innumerevoli e profonde cicatrici.
Christian, il più cinico dei signori del
bisturi, passa da una donna all’altra
eppure è maledettamente solo e
disperato, forse persino inconsciamente
innamorato del collega e amico; Sean,
quello che per tacitare la coscienza
quattro volte al mese opera gratis
pazienti indigenti affetti da gravi
malformazioni, ha l’amore di una donna
però gli tocca in sorte un figlio con un
handicap fisico. In mezzo tradimenti e
riconciliazioni, cinismo e freddezza,
ricatti e depressione. Un ritratto, lucido
e spietato, del Paese con il più alto
concentrato di contraddizioni:
all’esterno forte e potente, dentro debole
e irrisolto. Ma Nip/Tuck è anche la
quintessenza della libertà che una serie
può raggiungere. Ogni singolo episodio
va oltre, ignora ogni forma di censura e
mostra ciò che di solito non si osa,
50 RdC Aprile 2007
Julian McMahon
e Dylan Walsh: i dottori di
Nip/Tuck. Nella pagina
accanto, guest star:
Kelly Carlson e Alanis
Morissette
traffico di organi umani compreso.
Dove compreso non è da intendersi
come tema alluso con riferimenti più o
meno espliciti. No, qua se si parla di reni
strappati a ignare vittime, si fanno
vedere i tagli e il dolore, come si
mostrano senza
riserve gli interventi
ANCORA TRE STAGIONI
di chirurgia plastica.
Un nuovo contratto di tre anni
Il tutto condito da
per il creatore di Nip/Tuck. Ryan
battute micidiali che
Murphy ha infatti firmato un
strappano il sorriso.
nuovo accordo con FX, 20th
Se lo shock per lo
Century Fox Television e Fox
spettatore neofita
Broadcasting Co. che prevede
che lavori alla fortunata serie
all’inizio è forte, basta
per almeno altre 3 stagioni. Non
poco per capire che il
solo ma grazie al nuovo
(finto) mancato
contratto la quinta stagione
controllo è la chiave
sarà composta da 22 episodi e
per criticare una
non più 13 o 15.
società inadatta a
gestire le proprie
scelte individuali e collettive. Ci si può
rifare la faccia, difficilmente l’anima.
Non è quindi un caso se, partito in
sordina, alla quinta stagione Nip/Tuck è
diventato di culto con divi del cinema
che fanno la fila per un’apparizione. Alec
Baldwin, Anne Heche, Kathleen Turner,
Brooke Shields, Kelly Carlson, Alanis
Morissette hanno già fatto il loro
ingresso come guest star pagando dazio
alla cattiveria degli sceneggiatori. Sul set
è ora attesa la divina Nicole Kidman
che, pare, per l’occasione sfoggerà di
nuovo un naso alla Virginia Woolf.
Sotto a chi tocca dunque, la sala
operatoria è aperta 24 ore su 24. Basta
pagare.
Aprile 2007 RdC 51
MEDICINA GENERALE
SALUTE
ALL’ITALIANA
Raccontare la sanità nel bene e nel male. E’ la sfida nostrana, con un
occhio a E.R. e una fan d’eccezione: il ministro Livia Turco
DI ANDREA AGOSTINI
“E’ SEMPRE MEGLIO PARTIRE
Andrea Di Stefano,
in alto a destra gli
autori Mario Cristiani e
Donatella Diamanti
da un cliché che arrivarci”. Donatella
Diamanti e Mario Cristiani, autrice e
sceneggiatore di Medicina Generale, si
appellano ad una massima di Alfred
Hitchcock per rispondere alle recensioni
“frettolose”. Perché dopo la prima
puntata della serie i critici hanno sparato
a zero: è la brutta copia di E.R.
Loro non ci stanno e i numeri gli danno
ragione: un anno di ricerca a contatto
con dottori e pazienti, quattordici
episodi diretti da Renato De Maria e
Luca Ribuoli, un pubblico affezionato
(sei milioni di telespettatori) ed una
tifosa d’eccezione: il ministro della salute
Livia Turco. Che in una lettera al
Presidente Rai Claudio Petruccioli si è
congratulata per la “sensibilità e gli
spaccati di vita vera” che ha ritrovato
nella serie tv.
Noi però non ci tiriamo indietro (ma
solo per provocazione).
Perché un’altra serie ambientata negli
ospedali?
Donatella: E allora perché altri
“Parliamo del
paese attraverso la
fiction, visto che
gli altri non lo
fanno”
52 RdC Aprile 2007
polizieschi? L’ospedale è un microcosmo
di umanità e mai come ora la sanità in
Italia è al centro dell’attenzione
pubblica.
Mario: Sono i produttori che
richiedono questo tipo di prodotto. Noi
cerchiamo solamente di realizzarlo nel
migliore dei modi. La storia d’amore tra
il dottore Giacomo e l’infermiera Anna è
uno stereotipo? Forse è vero, ma nasce
dalla realtà.
Come non pensare alla storia tra il
dottor Ross e l’infermiera Hathaway
di E.R…
Donatella: Medici in prima linea fa
parte dell’immaginario collettivo, da
quello si parte prendendo il meglio. Ma
il sistema ospedaliero americano è
diverso dal nostro.
Mario: Abbiamo scelto il reparto di
medicina generale, luogo per eccellenza
dell’investigazione medica, dove un
corpo funziona un po’ come il luogo di
un delitto: i sintomi sono gli indizi, e da
quelli partono le investigazioni.
(n.d.r. e quando si parla di indagini, loro
due sono più che attendibili. Alle spalle
otto serie de La squadra, una delle
migliori - e più longeve - serie
poliziesche realizzate in Italia. Una
palestra di scrittura importantissima: i
risultati si ritrovano anche in Medicina
Generale, dove pure i personaggi
secondari sono ricchi di sfumature).
Mario: Fin dai tempi de La Squadra
cerchiamo di raccontare il paese
attraverso la fiction, visto che
l’informazione deputata non lo fa. La
nostra è una sfida: raccontare la sanità
pubblica, dove spesso i dottori sono
impegnati più a far quadrare il bilancio
che alla salute dei pazienti.
A questo punto la domanda sorge
spontanea. Non è che prima o poi i
casi raccontati ne La Squadra
finiranno nel reparto di Medicina
Generale?
Mario (ride): In realtà l’abbiamo fatto,
una volta sola. Abbiamo trattato lo
stesso caso, dal punto di vista dei
dottori e dei poliziotti. Ma nessuno,
finora, se n’è accorto.
7967,9;@6--6?79646;065(3<:,653@:(3,+<730*(;065696;/,9;9(5:-,96-;/0:4(;,90(30::;90*;3@796/0)0;,+
Punto critico: manuale per
DA NON in
PERDERE
☺☺☺☺☺ CAPOLAVORO
☺☺☺☺
sopravvivere
alle uscite
sala ☺☺☺ BUONO ☺☺ DISCRETO ☺ DELUDENTE
IN SALA
CENTO CHIODI
Ermanno Olmi dà l’addio al cinema di finzione. Con un
toccante testamento morale
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ERMANNO OLMI
Raz Degan, Luna Bendandi
Drammatico, colore
Mikado
92’
“…Prima di iniziare le riprese
sapevo che questo sarebbe stato il
mio ultimo film narrativo di messa in
scena…. la conseguenza di una mia
trasformazione guadagnata con gli
anni vissuti e che ora mi orienta verso
altri scopi del vivere, in questo mio
prezioso tempo che è l’età
avanzata...”: Olmi ha dunque scelto di
allontanarsi per sempre dal cinema di
finzione. Una dichiarazione laconica,
frutto di una scelta certamente
sofferta ma serena, che in un altro
contesto sarebbe valsa la pena
lasciare ben custodita nella sfera del
privato, se non fosse che è lo stesso
regista ad affidarla a sorpresa al press
book preparato per i giornalisti in
occasione dell’uscita di cento chiodi.
E non a caso, perché si tratta di
un’opera particolare, intimamente
legata alla volontaria uscita di scena
di Olmi. cento chiodi racconta infatti di
uno stimato professore di filosofia in
crisi di identità e in aperto scontro con
tutto ciò che la cultura ha
rappresentato per lui fino a quel
momento, determinato ad
abbandonare l’insegnamento. Viatico
al racconto una frase di Raymond
Klibansky posta in apertura: “Ma i libri,
pur necessari, non parlano da soli…”.
Parole che rimandano
immediatamente a una critica del
sapere, dimentico di chi è chiamato a
dar vita a quelle stesse parole, cioè
l’uomo. Così il professore, interpretato
da Raz Degan, nel folgorante inizio
ambientato nella Biblioteca
Universitaria di Bologna, decide di
liberarsi di un passato speso a
ricercare la Verità e ferma con i chiodi
al pavimento cento rari e preziosi testi
di contenuto religioso. E’ il suo modo
di dire basta e inchiodare,
letteralmente e metaforicamente, gli
studi e le scienze alle loro
responsabilità e allo stesso tempo di
fissarli in modo che non possano
seguirlo là dove andrà. Dal gesto di
apparente follia prende le mosse una
storia simbolica, complessa,
fortemente stratificata nella sua
apparente semplicità. Il cui cuore
pulsante è rappresentato dall’incontro
del protagonista con la comunità che
CRITICA ALLA SOCIETA’, RIBELLIONE E RECUPERO DEI VALORI PER IL PROFESSORE RAZ DEGAN
54 RdC Aprile 2007
iFilmDelMese
Aprile 2007 RdC 55
iFilmDelMese
IL CUORE PULSANTE E’ LA
SCOPERTA DELLA COMUNITA’ DI UN
PICCOLO BORGO SULLE RIVE DEL PO
anima un piccolo borgo sulle rive del
Po. Gente semplice, non contaminata
da culture false e mistificatrici, che
sembra vivere ancora in uno stato di
pre-civiltà. Gli uomini e le donne che il
professore conosce sono la
personificazione della natura naturale
costruita sui cicli della vita: le stagioni,
gli amori, il cibo, la morte. In questo
ambiente, dove peraltro capita per
caso, il giovane trova una valida
conferma al suo atto criminoso: il
sapere è una sovrastruttura
opprimente e condizionante, la civiltà
uno strumento di sopraffazione dei
più deboli. Nella piccola enclave il
Professore è accolto come un Messia
parimenti in grado di illuminare come
risolvere problemi materiali in un
rapporto di reciproco scambio: parole
contro gesti, insegnamenti contro
56 RdC Aprile 2007
legna per ristrutturare il casolare dove
dorme. Insieme bevono il vino, mentre
l’ex docente racconta il miracolo delle
nozze di Cana. C’è anche l’incontro
con una moderna Maddalena, fornaia
che si intuisce di passati facili costumi
ora sinceramente innamorata del
misterioso straniero. E non manca il
sacrificio come atto finale, con il
Professore che pur di aiutare i nuovi
amici mette la polizia sulle sue tracce.
Ma cos’è realmente cento chiodi? Una
parabola? Una critica alla società che
non è più in sintonia con la natura? Un
invito alla ribellione? Un giudizio sulle
forme in cui si attua il cristianesimo
oggi? Un pamphlet morale e non
certo moralista? cento chiodi è questo
e altro. Atto di accusa contro il
consumismo. Invito al recupero dei
veri valori. Smascheramento del mito
della falsa felicità su cui sembra
costruito il destino di molti. E inoltre è
silenzio, il magico e significante non
rumore del fiume che scorre, della
pioggia che scende. Un silenzio che si
trasforma in un urlo: quello dell’uomo
che ha il dovere di utilizzare gli
strumenti della conoscenza per
opporsi al degrado ambientale, alle
guerre, alla perdita dei valori. E allora
appare chiaro che cento chiodi è
anche un film testamento, un’opera
che per l’Olmi che ha intenzione di
lasciare il cinema non può non
rivelarsi definitiva. cento chiodi
tuttavia, oltre alla ricchezza di testo e
sottotesto, contiene anche un
ulteriore elemento prezioso relativo
allo stile. Si apre come un film
tradizionale costruito su una regia che
rispecchia gli intenti narrativi, e nella
parte sul Po diventa invece
naturalistico, al limite del
documentario. Quel documentario cui
l’autore dice di voler tornare. Un
genere più consono a quello che è
l’Olmi di oggi: un artista che ha
portato a termine un percorso e sta
per iniziarne uno nuovo. Sicuramente
non meno ricco e sorprendente.
ANGELA PRUDENZI
☺☺☺
iFilmDelMese
ANTEPRIMA
L’AMORE E IL PIACERE
Girotondo sentimentale di Ceylan. Perfetta la sua analisi della crisi di coppia
Il titolo italiano è lo stesso di un
mediocre film di Roger Vadim dei
primi anni ’60, dalla pièce di
Schnitzler Girotondo, a cui attinse
Max Ophuls per l’elegante, prezioso
La ronde (1950). La catena dell’amor
alterno, in fuga libera, capriccioso,
inafferrabile, dell’opera di Schnitzler,
riguarda in fondo anche
l’avvicendamento delle emozioni
private di una coppia nel quarto
lungometraggio di Nuri Bilge Ceylan,
cronaca di un amore, anzi di un
disamore, che riprende e poi ribalta
le convenzioni e le aspettative dello
spettatore. Essenziale, perfetta
analisi della separazione coniugale e
L’INAZIONE E’ VERITA’ NELL’IMMOBILE
AVVENTURA DEI PROTAGONISTI
58 RdC Aprile 2007
dei suoi paradossi, è il quarto
lungometraggio del regista che vinse,
con Uzak, una Palma a Cannes. La
cinepresa aspetta tutto il tempo
necessario davanti agli attori che
vivono le classiche situazioni di ogni
coppia: la fine dell’intesa senza un
vero perché, le parole dette al
momento sbagliato, le separazioni
inspiegabili d’estate, nel sole
bruciante sulla pelle bagnata dal
mare, e le ricongiunzioni inspiegabili
d’inverno, nella neve che confonde il
cuore e la mente. Il girotondo è
intorno al mondo dell’instabilità e
della precarietà degli investimenti
sentimentali. Se fossimo in Occidente
bisognerebbe aggiungere che la
malattia viene dall’infezione dello
scambio, dall’estensione del libero
mercato alle pulsioni umane. Forse, ci
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
NURI BILGE CEYLAN
Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan
Drammatico, colore
Bim
97’
siamo anche in Turchia. I protagonisti
sono professionisti borghesi. Il titolo
originale, Iklimer, significa “I climi”, e
si riferisce agli spostamenti interiori
di Isà, insegnante universitario, e
Bahar, produttrice televisiva, ma
anche all’ultima vacanza sulle coste
turche e al nuovo incerto incontro in
una gelida cittadina. Un’ora e mezzo
di cinema d’immobile avventura, in
cui l’inazione è verità, con una scena
di sesso grottesca e riuscita, tra i
divani e una tavolo del salotto,
fotografia delle contraddizioni tra il
corpo e la mente quando ciò che si
desidera è piuttosto oscuro e insieme
piuttosto semplice: far l’amore. I
burloni lo chiamano “alla turca”.
SILVIO DANESE
☺☺☺☺
7 KM DA GERUSALEMME
Viaggio interiore alla ricerca di se stessi. Ma anche ponte ideale tra Oriente e Occidente
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
CLAUDIO MALAPONTI
Luca Ward, Alessandro Haber
Drammatico, colore
Mediafilm
108’
Un uomo comune, un viaggio
inaspettato, una serie di incontri, uno
straordinario: quello con Gesù. Che sia
reale o meno, non ha importanza.
L’importanza è ritrovare se stessi.
Compiere un cammino che porti a
scoprire (o riscoprire) qualcosa di
profondo che sembrava essere perduto
per sempre. Questa in estrema sintesi
la chiave di lettura di 7 km da
Gerusalemme, il film di Claudio
Malaponti con Luca Ward, Alessandro
Haber, Alessandro Etrusco e Rosalinda
Celentano, tratto dall’omonimo
romanzo di Pino Farinotti (ed. San
Paolo). Un libro che ha ottenuto
numerosi riconoscimenti di critica e
pubblico e i cui diritti per i paesi arabi
sono stati acquistati proprio in
occasione del film dal produttore
locale, Nabil Toumeh. La storia è quella
di Alessandro Forte (Luca Ward) un
pubblicitario in crisi, inquieto che si
trova quasi per caso (destino?) a
IN USCITA
UN INCONTRO
CON GESU’
CHE DIVENTA
MOTIVO DI
RIFLESSIONE
partire per Gerusalemme. E’ tra la
sabbia e le dune dell’arido deserto,
sulla strada che porta a Emmaus, che
incontra un uomo che gli dice di essere
Gesù. Alessandro non gli crede, pensa
piuttosto che sia un artista di strada.
Comincia a fargli molte domande…
Girato in Siria, in zone che fino a quel
momento erano interdette alle troupe
del nostro paese, come l’aeroporto per
esempio, il film di Malaponti è
interessante specie per il tentativo di
costruire un ideale ponte tra Oriente e
Occidente in un particolare e delicato
periodo (la produzione risale al 2005).
CRISTINA SCOGNAMILLO
☺☺
UN PONTE PER
TERABITHIA
IN SALA
Fantasy a metà fra Narnia e Creature del cielo.
Non mancano le contaminazioni new age
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
GABOR CSUPO
Josh Hutcherson, AnnaSophia Robb
Fantastico, colore
Moviemax
95’
Una sorta di Le cronache di Narnia
in versione ridotta e non epicaspettacolare, con più realtà quotidiana
e uno spiritualismo “new age” al posto
del simbolismo cristiano. Dagli stessi
produttori, Un ponte per Terabithia di
Gabor Csupo è tratto dal romanzo di
Katherine Paterson (1977). Jess e
Lesley sono due 13enni. Lui disegna
visioni fantasy, lei ha una fervida
immaginazione. Sono vicini di casa e
subiscono il bullismo a scuola. Con
l’amicizia e nasce anche Terabithia, il
bosco vicino casa che trasfigurano con
la bacchetta magica del pensiero. Al
posto dell’armadio, qui l’accesso è un
NELLA
RICETTA
DI GABOR
CSUPO MENO
EPICA E PIU’
REALISMO
guado da superare aggrappati a una
corda. Nel regno immaginario i due si
sentono un re e una regina.
S’imbattono in un bestiario di troll,
giganti, insetti-guerrieri, ma il regista
usa col contagocce la visionarietà da
Tolkien e Lewis. Sottolinea invece la
forza interiore che scaturisce
dall’amicizia, capace di animare i
disegni di Jess, vincere le avversità
concrete ed entrare in sintonia con la
Natura: “Chiudi gli occhi e spalanca la
mente”, dice all’amico. Più che Narnia,
il film ricorda Creature del cielo di
Peter Jackson. E Csupo aveva già
coinvolto i piccoli Rugrats in
un’avventura iniziatica nel bosco.
L’evento tragico di Un ponte per
Terabithia non annulla il lieto fine che
riconcilia realtà e fantasia. E’ lei, nella
scena in chiesa, a raccogliere in una
borsa l’azzurro raggio di luce che filtra
dalla finestra…
MASSIMO MONTELEONE
☺☺
Aprile 2007 RdC 59
iFilmDelMese
IN USCITA
LE VITE DEGLI ALTRI
Dalla Germania un sorprendente esordio sulla Stasi, premiato subito con l’Oscar
IN USCITA
QUELLO CHE GLI
UOMINI NON DICONO
Sperimentazione che ricorda Truffaut
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
FLORIAN HENCKEL
Ulrich Muhe, Martina Gedeck
Drammatico, colore
01 Distribution
137’
Ostalgie canaglia. Da Goodbye Lenin
a Benvenuto Stalin. Dopo una
scorpacciata di film in cui avevamo
assaggiato la mitologia dell’ex
Germania Est fra Trabant e Wartburg,
arriva Le vite degli altri, storia d’amore
ai tempi della Stasi scritta e diretta dal
sorprendente esordiente Florian
Henckel von Donnersmarck. Giovane
affamato di letteratura, coltissimo, non
aveva alcuna esperienza con la
macchina da presa. In 7 mesi, da
Locarno a Los Angeles, consensi
plebiscitari di pubblico e critica e il
trionfo agli European Film Awards e
all’Oscar come miglior film straniero.
Inaspettato ma meritato.
Sceneggiatura tonda e definita, senza
sorprese. Più della storia è la
narrazione, nazionalpopolare nel senso
più alto del termine, a colpire. Le
emozioni e i sentimenti sfiorano il
didascalismo, ma con lo stile e
l’intensità di un Pasternak. Influssi più
letterari che cinematografici, regia
pulita, mai presuntuosa né pretenziosa.
Protagonista è uno scrittore, Georg
Dreyman (Sebastian Koch, nazista
“buono” in Black Book), punta di
diamante della cultura DDR. Ha tutto:
successo, amore, amici. O almeno così
sembra. Il suo più caro amico e
60 RdC Aprile 2007
maestro, Jerska (Volkmart Keinert), è
sulla lista nera del governo. La
stupenda compagna, l’attrice ChristaMarie Sieland (una sempre più
interessante Martina Gedeck, ormai
diva non solo tedesca) è depressa. Lui
è sotto sorveglianza, nonostante
l’amicizia con la first lady Margot
Hoenecker, “Miss Comitato Centrale”,
moglie e sodale del dittatore del
proletariato Erich. Sulle tracce
dell’artista c’è Gerd Wiesler (Ulrich
Muhe, straordinario), mastino esperto
delle vite degli altri. L’oscuro spione e
l’eroe buono: storie parallele e
speculari. Insieme prenderanno
consapevolezza di sé: il primo a livello
umano, il secondo politico. Su di loro
l’ombra di quella polizia segreta, la
Stasi, il più efficiente sistema di
controllo sociale della storia. Centomila
effettivi, duecentomila informatori, una
persona ogni sei abitanti dedito alla
delazione occasionale (leggete C’era
una volta la DDR di Anne Funder): la
quotidianità del male. Amore, morte,
ingiustizia, dolore: ingredienti eterni.
Ben mescolati dal giovane cineasta
tedesco che cade solo in un finale
adorabilmente retorico. Rimane dentro
una frase rivolta a Dreyman, la cui arte
è sterile dalla caduta del muro. “Dura
vivere in questo presente, vero? Nulla
in cui credere, nulla a cui ribellarsi”.
Ostalgie canaglia. Appunto.
REGIA PULITA
E SENZA
PRETESE.
L’INTENSITA’
DI PASTERNAK
RIECHEGGIA
NELLA
STORIA
NICOLE GARCIA
Jean-Pierre Bacri, Vincent Lindon
Commedia, colore
Lucky Red
130’
L’uomo della solitudine. Cosi il
paleontologo Mathieu, uno dei
protagonisti di Quello che gli uomini
non dicono, dell’attrice e regista
Nicole Garcia, ha ribattezzato i resti
umani trovati durante una
spedizione in Antartide. Perché ha
sfidato il freddo e camminato per
giorni sulla banchisa prima di
soccombere? Forse a spingerlo un
irrefrenabile desiderio di stare solo
con se stesso. Roba di milioni di anni
fa. Nella Francia di oggi le cose si
sono ribaltate. I sette personaggi
messi in scena da Garcia appaiono
infinitamente più soli del loro
antenato preistorico. Si muovono
qua e là a caccia di un contatto vero
cercato nel successo, nel sogno di
un’amicizia ormai spenta, in una fuga
adolescenziale, nel sesso, ma senza
dare un senso alla propria vita. La
pienezza è una bolla di sapone, si
salva solo chi ha compassione, in
primis per se stesso. Se il ritratto è
spietato, si chiude però con la corsa
sulla spiaggia dell’undicenne Charlie,
felice di aver ricostituito l’unità
familiare. La sua gioia è la stessa del
piccolo Antoine Doinel dei
truffautiani Quattrocento colpi,
apertamente citato. Per la
sofferenza ci sarà tempo, l’età adulta
è ancora lontana. Garcia non è
autrice che ama sperimentare
visivamente, il suo resta un cinema
dei sentimenti e privilegia i
personaggi. Non certo un limite,
quando a servirla sono attori di
provata bravura tra i quali spicca
l’impareggiabile Jean-Pierre Bacri.
BORIS SOLLAZZO
ANGELA PRUDENZI
☺☺☺☺
☺☺☺
ANTEPRIMA
L’ISOLA
Nell’espiazione di un eremita le contraddizioni dell’oggi. Lounguine da applauso
Peccati e miracoli. Sui primi agisce il
senso di colpa. I secondi sono frutto,
inspiegabile, della natura o della
grazia. Nella fisicità di un ambiente
ostile, freddo, quasi monocromatico
come una delle isole Solovetsky, nel
Mar Bianco, sulle quali sono depositati
piccoli monasteri ortodossi, si dipana
un evento metafisico avulso dal
mondo, dalla logica, immerso nel fato.
Oltre quindici anni dopo Taxi Blues,
Pavel Lounguine riacchiappa il suo
attore d’allora, Pyotr Mamonov, e lo
trasporta in un universo gelido e
lontano, un’Isola, appunto, luogo dello
spirito e laboratorio della natura
umana, ove la fede è messa alla prova,
OPERA ARIDA E CONTEMPLATIVA,
RICCA DI SPLENDIDE INTUIZIONI
la superstizione s’affianca alla
religione, la vita e la morte appena
scalfiscono lo scorrere del tempo, il
susseguirsi delle liturgie, i silenzi
profondi, gli incontri fortuiti, le
stranezze di un uomo. Questi è
Anatoly: nel 1942 i nazisti, catturatolo,
lo obbligarono ad uccidere per poter
vivere; 34 anni più tardi lui stesso è
diventato un monaco-eremita
ortodosso che rifiuta la comunità, vive
nel suo “inferno” per scontare il
peccato passato, si affanna a scavare,
anche in se stesso, per trovare un
senso alla continuità del vivere.
Sull’isola crescono i contrasti, che
sono quelli tipici dell’hortus conclusus:
chi segue la “regola” non ha il “dono”
e chi ne è al di fuori, compie, spesso
anche rifiutandole, azioni
sovrannaturali. Il potere messianico si
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
PAVEL LOUNGUINE
Pyotr Mamonov, Dmitri Dyuzhev
Drammatico, colore
Metacinema
112’
sposa, in Padre Anatoly, con
l’insensatezza dei suoi comportamenti,
che però affascinano, nel dubbio,
monaci e laici. Come, da un peccatore,
possono scaturire guarigioni sante?
Lounguine semina intuizioni splendide
in quest’opera arida e contemplativa,
presentata in antepima al Festival
Tertio Millennio, in cui le nostre attuali
contraddizioni sono puntualizzate dal
lento procedere dei simboli e delle
non-risposte. Se non quella che scrive
la morte dello stesso Anatoly,
accuratamente preparata: quando la
sua felix culpa sparirà, sarà per lui il
momento di lasciare il mondo e di
incontrare, finalmente, Dio. Una sintesi
mistica e una ragione terrena.
LUCA PELLEGRINI
☺☺☺☺
Marzo 2007 RdC 61
iFilmDelMese
IN SALA
300
Dal fumetto culto di Frank Miller, un apologo della libertà. Leggendario
Ispirato al fumetto dell’autore di culto
Frank Miller, 300 potrebbe rivelarsi una
delle principali sorprese
cinematografiche del 2007. Diretto dal
regista pubblicitario Zack Snyder,
all’esordio qualche anno fa col
sorprendente L’alba dei morti viventi, è
incentrato sulla sanguinosa battaglia
delle Termopili, dove la tradizione vuole
che un milione di persiani furono
fermati da un gruppo di spartani guidati
dal loro re Leonida. Fedele al fumetto,
ma al tempo stesso molto originale
nell’equilibrata contaminazione tra
suggestioni classiche ed estetica
postmoderna, 300 sorprende per il suo
approccio “forte”, rispettoso della
FELICE SINTESI FRA IL SIGNORE DEGLI
ANELLI E IL GLADIATORE
62 RdC Aprile 2007
visione del regista e incurante di logiche
commerciali più facili. Non, quindi, una
versione “edulcorata” dei temi presenti
nel lavoro di Miller, ma una
rielaborazione originale e visivamente
molto intensa. Una produzione
dall’identità precisa, dominata dagli
stessi colori desaturati che richiamano
le tavole dei fumetti su cui svettano i
protagonisti dalle marcate
caratteristiche fisiche, al punto da
assurgere allo status di icone. Leonida,
interpretato dallo scultoreo Gerard
Butler, e sua moglie, la regina Gorgo
(Lena Headey) la cui bellezza esprime al
tempo stesso grande dignità e
innegabile fascino, sono i protagonisti
assoluti di questa storia che – lontano
da banalizzazioni su possibili paragoni
con il presente – resta soprattutto un
toccante apologo sui sacrifici da
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ZACK SNYDER
Gerard Butler, Lena Headey
Live-Action, colore
Warner Bros.
117’
compiere in difesa della libertà. Il film
sembra nascere da una lungimirante
sintesi di pellicole come Il Signore degli
Anelli e Il Gladiatore, dove
l’intrattenimento e l’azione si
sviluppano parallelamente a storie forti,
dense di tematiche universali come
etica, passione, tradimento, onore,
dignità, rispetto e amore. Un
capolavoro del cinema di genere in cui
una spiccata visionarietà si fonde alla
perfezione col gusto e il rispetto della
classicità. Una battaglia trasfigurata in
mito secondo una sensibilità moderna,
rispettosa, fortunatamente, della
lezione del passato dove quello che
vede lo spettatore non è la storia delle
Termopili, bensì la loro leggenda.
MARCO SPAGNOLI
☺☺☺
IL COLORE DELLA LIBERTA’
Mandela segreto fra pubblico e privato. Il ritratto di Bille August si perde nell’indecisione
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
BILLE AUGUST
Dennis Haysbert, Joseph Fiennes
Drammatico, colore
Istituto Luce
117’
Multinazionali farmaceutiche,
diamanti insanguinati, dittatori
sanguinari. Dalla fabbrica del finto
politicamente impegnato, questa volta
salta fuori addirittura il poco noto
rapporto fra il leader sudafricano
Nelson Mandela e il carceriere bianco
che lo seguì per ben 17 anni. Un
toccante e profondissimo incontro fra
opposti, che proprio in questo trova
paradossalmente il suo limite. Dopo
Edward Zwick, Kevin MacDonald e il
recente Gregory Nava di Bordertown, la
scelta di Bille August sembra
confermare la presunzione che storie
tanto forti non necessitino o quasi di
una regia. Il danese melenso della Casa
degli spiriti fa però il suo compitino. E’
pulito, ordinato, anzi fin troppo
ordinario: non calca troppo la mano,
evita le banalizzazioni in agguato, ma di
osare proprio non se la sente. Il risultato
è un campo medio fra il sociale di un
Sud Africa in cambiamento e il privato
IN SALA
IL RISULTATO
E’ UN CAMPO
MEDIO CHE
MANCA DI
EMOZIONE E
PROFONDITA’
dei protagonisti, a cui finisce per
mancare sia il respiro politico che
l’introspezione. Dennis Haysbert, star
nera della serie tv 24, avrebbe anche le
carte in regola per un buon Mandela.
Come per l’ufficiale bianco Joseph
Fiennes, il suo personaggio resta però
soffocato dalla piattezza di dialoghi e
sceneggiatura. Quello che resta è una
storia interessantissima, a cui mancano
però emozioni e guida decisa.
Riponiamo le speranze nel libro: Nelson
Mandela, da nemico a fratello di James
Gregory e Bob Graham, edito da
Sperling & Kupfer.
DIEGO GIULIANI
☺☺
BORDERTOWN
IN SALA
Lopez e Banderas a briglia sciolta. Da una
storia-shock, un action come tanti
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
GREGORY NAVA
Jennifer Lopez, Antonio Banderas
Azione, colore
Medusa
112’
La notizia buona è che la storia è di
quelle fortissime: il taciuto massacro di
oltre 400 donne, violentate e uccise dal
1993 fra il Chihuahua e Ciudad Juarez,
al confine tra Messico e Stati Uniti. La
polizia insabbia, le autorità minimizzano
e c’è pure l’ombra delle multinazionali,
che cavalcano il degrado economico e
sociale con le “maquilladoras”,
fabbriche dello sfruttamento dove
immigrate da tutto il paese producono
in batteria per l’Occidente ricco. La
notizia brutta è che a dirigere è
Gregory Nava: semisconosciuto regista
televisivo, che trasforma una
potentissima denuncia in un action
qualsiasi. Non si aiuta con la
sceneggiatura (da lui stesso scritta), ma
non lo aiutano neanche gli attori. Che
ALL’ATTRICE IL
RUOLO DI UNA
REPORTER
CHE SI DIMENA
COME LARA
CROFT IN
TOMB RAIDER
Jennifer Lopez sia una reporter
americana inviata a far luce sul caso, lo
deduciamo soltanto dalla macchina
fotografica che porta al collo. Per il
resto corre, si dimena e, per la sua
samaritana dal cuore tenero e i modi
bruschi, sembra più che altro ispirarsi
alla Lara Croft di Tomb Raider. Antonio
Banderas prova a metterci una pezza:
avendo sentito puzza di bruciato,
all’inizio aveva gentilmente declinato.
Poi un accorato appello delle madri
delle vittime l’ha convinto a partecipare.
Impegno e ruolo sono però a
scartamento ridotto: fa il possibile, ma il
canovaccio è quello e il suo direttore di
giornale è relegato a strumentale
sponda della reporter militante che il
film dovrebbe incoronare. Dovrebbe.
DIEGO GIULIANI
☺
Aprile 2007 RdC 63
iFilmDelMese
IN SALA
L’OMBRA DEL POTERE
Belle atmosfere e qualche ingenuità. De Niro attacca la Cia senza darlo a vedere
ANTEPRIMA
LA MASSERIA
DELLE ALLODOLE
Taviani coraggiosi in salsa televisiva
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ROBERT DE NIRO
Matt Damon, Angelina Jolie, Alec Baldwin
Drammatico, colore
Medusa
167’
Denuncia, ironia, classe, ambizione.
Persino un Matt Damon perfetto nella
sua inespressività di sempre. Non
manca niente a L’ombra del potere di
Robert De Niro. La delusione di chi da
lui si aspettava un attacco frontale
alla Cia non rende giustizia al film:
thriller politico, intelligente e
sofisticato, che pecca piuttosto in
struttura e ambizione. I troppi
flashback disorientano la spettatore,
portandolo avanti e indietro dalla Baia
dei Porci del ’61 alla Yale degli anni
’40. Seguirlo è stancante e 167 minuti
sono davvero troppi. Sbagliato è però
misurarne la riuscita nelle rivelazioni
sugli scheletri negli armadi
dell’Agenzia. La forza di De Niro è anzi
proprio quella di vestire la sua critica
di normalità. Senza gridarlo, né darlo
quasi a vedere, affida le bordate a una
spy story di atmosfere, che lambisce
l’affresco sociale. Più che indagare
sulla Cia in sé, la assume come prisma
per misurare follie e disumanità di un
sistema e un quadro sociopolitico,
quello della Guerra Fredda, che si
vanno delineando sullo sfondo. A Matt
Damon il ruolo di Caronte in questo
viaggio tra pubblico e privato:
promettente studente di Yale,
reclutato dall’agenzia all’alba della
64 RdC Aprile 2007
seconda Guerra Mondiale e poi
sacrificatosi a scapito della sua stessa
vita e famiglia. Per una volta sorretto
nel ruolo dalla sua espressione
immota, è la personificazione
dell’impiegatuccio di mezza tacca,
quasi invisibile tanto è anonimo nel
suo agire e vestire. Il prezzo da
pagare per la carriera è
l’archiviazione di qualsiasi scrupolo e
affetto, ma lui non sembra fare una
piega. Emblematica ed esilarante è
anzi l’impassibilità alle pesanti avance
di Angelina Jolie, che al primo
incontro la costringe a chiedergli
stupita: “Problemi con le donne, Mr.
Wilson?”. Mentre come lei (che
sposerà per convenzione) escono
sane le altre donne a cui si
accompagna (senza convinzione),
malata e perversa fino al midollo
appare la Cia che si delinea sullo
sfondo: un corpo settario e senza
scrupoli, che al cancro del mondo in
blocchi risponde con la terapia
dell’esclusione e del maschio
autoritarismo. Insieme alla filiazione
naturale con l’utero ricco della società
e gli ambienti della massoneria,
emblematica è una battuta che si
riserva De Niro, nel ruolo del generale
Sullivan: “Niente negri, nessun ebreo
e pochi cattolici – dice, illustrando la
composizione della neonata agenzia -.
Ma giusto perché io sono cattolico”.
LA FORZA
DELLA
DENUNCIA
E’ NEL
VESTIRLA DI
NORMALITA’
PAOLO E VITTORIO TAVIANI
Patz Vega, Alessandro Preziosi
Drammatico, colore
01 Distribution
122’
1894-96: il sultano ottomano Abdul
Hamid II comincia un genocidio
sistematico contro la minoranza
armena. 1914-15: i Giovani Turchi,
fanatica avanguardia fascista, ne
segue l’esempio con ferocia inaudita.
Milioni di Armeni, spesso alto
borghesi ricchi e colti, e perciò odiati,
vengono torturati, trucidati. Un
olocausto dimenticato e non ancora
riconosciuto dal governo turco.
Questo il centro narrativo del
documentatissimo La masseria delle
allodole, in cui i fratelli Taviani, grazie
ad una vasta coproduzione europea,
raccontano la storia di una famiglia
distrutta dall’odio razziale e amori
impossibili, quelli dei “turchi”
Alessandro Preziosi e Moritz
Bleitzbreu (bravi come anche
Mohammed Bakri) con la bellissima
“armena” Paz Vega. Un film forse
schiacciato da ambizioni e proporzioni
troppo grandi (budget di 9.6 milioni di
euro). La cui struttura della
narrazione e dei dialoghi, da fiction tv,
contrasta con alcune immagini epiche
e molto cinematografiche (la
sfiancante marcia nel deserto degli
armeni). Un’opera incompleta e
incompiuta che va comunque
applaudita per la scelta di un tema
condannato all’oblio da una memoria
storica opportunista. Ricordando che
neanche bravi e sensibili cineasti
come Atom Egoyan (Ararat) e Robert
Guédiguian (Le voyage en Armenie),
pur facendo meglio, sono riusciti a
raccontare questa tragedia con
pienezza. Perché fotografare il male
assoluto può bruciare la pellicola.
DIEGO GIULIANI
BORIS SOLLAZZO
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iFilmDelMese
IN SALA
RED ROAD
Vittime e carnefici in Scozia. Per un bel debutto “guidato” da Lars Von Trier
Una compagnia di nove attori che
impersonano gli stessi personaggi,
riprese in digitale, troupe fissa, a
cambiare le città della Scozia che
fanno da sfondo alle vicende. Queste
le regole imposte da Lars Von Trier ai
registi chiamati a realizzare un trittico
sulla solitudine e il disagio
denominato Advanced Party. Andrea
Arnold, vincitrice di un Oscar nel
2004 con il corto Wasp, è la prima ad
aver accettato la scommessa e
sfruttato al meglio le direttive,
arrivando a strappare con Red Road il
Premio della Giuria all’ultimo festival
di Cannes. Carta vincente la
protagonista principale Jackie, una
SULLA SCIA DI LOACH, UN INNO AGLI
SCONFITTI PREMIATO A CANNES
66 RdC Aprile 2007
donna dotata di una personalità
talmente forte e complessa da
rimanere attaccata alla pelle una volta
usciti dalla sala. Jackie ha un lavoro
particolare: da monitor collegati con
l’esterno sorveglia ogni angolo di una
Glasgow cupa e strapazzata dalla
miseria. Giorni e notti davanti allo
schermo finché nel volto di un uomo
sembra riconoscere il pirata della
strada che, pochi anni prima, le ha
ucciso il marito e l’adorata bambina.
L’intuizione è giusta, si tratta proprio
dell’assassino uscito dal carcere per
buona condotta. Allora Jackie
comincia a seguirlo, a piedi e con le
telecamere, spingendosi fino alla
seduzione dell’uomo con il quale fa
l’amore per poi accusarlo di stupro.
Ma Jackie non ha fatto i conti con
l’umanità che alberga in lei e quello
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ANDREA ARNOLD
Tony Curran, Kate Dickie
Drammatico, colore
Fandango
113’
che sembrava un film sulla vendetta si
trasforma in un’esplorazione della
solitudine e dell’isolamento che lascia
aperto un interrogativo su tutti: sono
maggiori le responsabilità personali o
quelle della società? Il perdono scelto
da Jackie nel finale dimostra che il
singolo ha infinite possibilità di
riscattarsi, ma il mondo intorno non
sempre è in grado di ascoltare grida di
sofferenza e richieste di aiuto. Vittime
e carnefici di Red Road finiscono in
questo modo per somigliarsi, uniti da
quel medesimo senso di sconfitta che
affratella ad esempio i tanti eroi delle
opere di Loach. Un esordio che lascia
il segno dunque. Una regista di cui si
sentirà certamente parlare.
ANGELA PRUDENZI
☺☺☺
IN SALA
LISCIO
Laura Morante canterina. In “piccolo”
“Musica piacevole e semplice”:
questo è per il regista Claudio
Antonini Liscio, premiato nella
sezione Alice nella città della Festa
di Roma. Una commedia agrodolce,
interpretata da Laura Morante,
cantante - ed è la terza volta, sul set
- di una variopinta orchestra di liscio,
fondata dal padre Orfeo, che ha un
rapporto conflittuale con il figlio
Raul (Umberto Morelli), un
dodicenne con saggezza e acutezza
da adulto, sempre pronto a
stigmatizzare la promiscuità della
madre. Non c’è molto altro da dire, il
film (nel cast anche Antonio Catania)
è piccolo - a partire dal budget -,
onesto, semplice e forse un po’
inutile. Comunque sia, vai col Liscio!
FEDERICO PONTIGGIA
☺☺
IN USCITA
ANTEPRIMA
I RACCONTI DI TERRAMARE
THE ILLUSIONIST
Miyazaki Jr. perde il confronto col padre Hayao
Gran numero di Edward Norton. Chapeau!
Dopo Scoop di Allen e The Prestige
di Nolan, il 2006 sforna il terzo film
di magia: The Illusionist, scritto – a
partire dal racconto Eisenheim the
Illusionist di Steven Millhauser – e
diretto da Neil Burger, già apprezzato
per il docmock Interview with the
Assassin. Anche qui la magia lega,
elude e trascende la liaison realtàfinzione con l’illusionista per amore
(la diletta contessa Jessica Biel)
Edward Norton, mago da non
crederci – i suoi trucchi li deve al
cinema, questa la vera magia! – nella
Vienna di fine XIX secolo. Ottimi
interpreti – c’è anche l’ispettore Paul
Giamatti – e raffinato score di Philip
Glass, The Illusionist fa la magia.
FEDERICO PONTIGGIA
☺☺☺
REGIA
Genere
Distr.
Durata
TRATTI E
STILE SONO
GLI STESSI.
MANCANO
PERO’ GUIZZO
E SPESSORE
GORO MIYAZAKI
Animazione, colore
Lucky Red
115’
In un mondo antico che ha i tratti
del medioevo fantastico l’equilibrio è
rotto dal progetto negativo di
un’entità misteriosa. Qualcuno ha
aperto la porta di comunicazione tra il
mondo dei vivi e quello dei morti.
Bisogna fermarlo. Deciderà tutto lo
scontro tra due maghi: Sparviero, che
crede che la vita abbia senso solo se
interrotta dalla morte, e Cob, che
cerca ossessivamente l’immortalità. In
mezzo a loro Arren, schizofrenico e
parricida, la dolce sacerdotessa Tenar
e la giovane Therru, misteriosa orfana
con una marcia in più. Povero Goro
Miyazaki. Il suo I racconti di
Terramare sembra una brutta copia
delle opere del padre-maestro Hayao.
I personaggi hanno facce i cui
connotati abbiamo visto, identici,
nelle opere del genitore, da Laputa a
Il castello errante di Howl. E torna fin
troppo spesso anche la melma
nerastra tanto importante per
Miyazaki padre come simbolo
dell’inquinamento fisico e morale dei
suoi eroi. Dal punto di vista tematico il
discorso non cambia: il relativismo
morale tanto geniale in Hayao diventa
semplicistica ambiguità nel figlio. Va
bene la scuola del calco per imparare
il mestiere ma Goro dovrebbe
ricordarsi che per emanciparsi dovrà
uccidere artisticamente il padre.
FRANCESCO ALO’
☺☺
Aprile 2007 RdC 67
iFilmDelMese
ANTEPRIMA
SUNSHINE
Fantascienza filosofica che ammicca a Kubrick e Tarkovskij. Firmata Danny Boyle
Cinquanta anni nel futuro, il Sole
sta per spegnersi. Un gruppo di
astronauti viene inviato per scagliare
un enorme ordigno nucleare nel
cuore della stella e donare così
nuova speranza al genere umano. Un
po’ Solaris, un po’ 2001 Odissea nello
Spazio, Sunshine rappresenta forse il
progetto più ambizioso dell’autore di
Trainspotting e The Beach. Un film di
fantascienza dall’impianto classico,
in cui Danny Boyle immette
suggestioni e inquietudini di natura
molto personale. Il confronto con il
Sole non è soltanto di natura
scientifica o fisica. Mano a mano che
ci si avvicina al centro del sistema
solare, qualcosa di impalpabile
ORIGINALITA’ E FORZA VISIVA SONO
ANCHE NELL’APPROCCIO ONIRICO
68 RdC Aprile 2007
sembra pervadere gli astronauti alle
prese con una missione impossibile.
Lontano dalla retorica della
fantascienza stile “conquista del
West”, Boyle si rifà a Kubrick e a
Tarkovskij per raccontare il
complesso incontro tra l’uomo e la
quiete del cosmo. Nel silenzio dello
spazio, al cospetto del Sole che
muore, si rivelano segreti e
addensano nuovi misteri, mentre gli
astronauti si trovano alle prese con
qualcosa di razionalmente
incomprensibile, ma intuibile sotto il
profilo spirituale. E’ questo afflato
misticheggiante a rendere Sunshine
molto interessante dal punto di vista
cinematografico e filosofico. I raggi
del Sole morente portano con sé
messaggi impenetrabili, evocando un
senso di contemplazione e di attesa,
dalla forte valenza trascendente.
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
DANNY BOYLE
Cillian Murphy, Chris Evans
Fantascienza, colore
20th Century Fox
117’
Spettacolare e claustrofobico nel suo
inevitabile confronto tra l’astronave
e l’universo infinito che la circonda,
Sunshine è un film di fantascienza
carico di emozioni. Un crescendo
emotivo che culmina in un finale a
sorpresa dove Boyle, con il suo stile
visivo unico, dà vita a una narrazione
insolita in cui un elemento onirico e
per certi versi “acido” prende forma
e sostanza in una minaccia estrema
e apparentemente inspiegabile.
Finzione, realtà, ossessione e sogno
caratterizzano Sunshine come un
film estremamente originale, in cui
l’ansia della salvezza per il genere
umano si confonde volutamente con
un’inquietudine esistenziale dalla
vocazione quasi ancestrale.
MARCO SPAGNOLI
☺☺☺
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Telecomando
Homevideo, musica, industria e letteratura: novità e bilanci dal cinema
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
I
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ER TUTTI
I GUSTI
ione di
Dal Labirinto del Fauno alla collez
Nightmare: suspense e terrore in dvd
Aprile 2007 RdC 71
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
di Alessandro Scotti
Musical,
maestri!
Scorsese, Forman, Mankiewicz: in monster box la storia di un genere. Da
Bulli e pupe e West Side Story alla prima volta di Yenti e Barbra Streisand
La Fox attinge agli archivi
MGM e recupera cent’anni di
cinema da major. Un ricco
cofanetto celebra il musical, il
genere più tipicamente
hollywoodiano: 6 film, di cui due
per la prima volta in dvd, e un
libro sulla storia del musical (oltre
a un calice da champagne).
MUSICAL
MONSTER BOX
Genere d’evasione per eccellenza,
NEW YORK, NEW YORK il music comedy affonda le sue
origini nel teatro di cui fa suoi i
YENTI
percorsi - dalla commedia
WEST SIDE STORY
all’avventura - e di cui fonde
HAIR
elementi eterogenei, dal burlesco
BULLI E PUPE
alla farsa, tutti sempre
IL VIOLINISTA SUL
accomunati dall’immancabile
TETTO
happy-end. New York e Broadway
Distr. 20th Century Fox
sono la culla geografica del
musical: da qui prende il via una
tradizione che già a partire dai
primi decenni del secolo scorso
iniziò ad essere esportata in
Europa, raggiungendo prima i
teatri londinesi e conquistando
subito dopo l’intero continente.
Espressione del sogno americano,
il musical è, fra i generi, il più
codificato. Ai suoi attori impone
straordinaria versatilità: non
basta saper recitare, l’attore è il
perno su cui ruota lo spettacolo,
da lui dipendono successi e
fiaschi. Accanto a loro, i musicisti.
Grandi nomi come Gershwin,
Berlin, Porter, fino a Bernstein e
Lloyd hanno contribuito al
successo del musical attraverso i
decenni. Le opere del Monster
Box fanno rivivere cast
d’eccezione e musiche memorabili
attraverso i decenni: Bulli e pupe
(1955), di Joseph L. Mankiewicz,
con Frank Sinatra e Marlon
Brando; West Side Story (1961),
adattamento del dramma di
Giulietta e Romeo, in versione
cinematografica di Robert Wise e
Jerome Robbins premiato da dieci
Oscar; negli anni Settanta Il
violinista sul tetto di Norman
Jewison e Hair di Milos Forman,
coi suoi indimenticabili pezzi
musicali (Aquarius, Hair, I Got
Life, Let the Sunshine In) e le
tematiche della contestazione e
della guerra in Vietnam; e il
celeberrimo New York, New York
diretto da Scorsese nel ’77 con
Liza Minnelli. La carrellata si
conclude nei primi anni ’80 con
Yenti (per la prima volta in dvd)
esordio dietro la macchina da
presa di Barbra Streisand.
Nella galleria dei
tanti volti noti, anche
quelli di Marlon
Brando e Liza Minnelli
72 RdC Aprile 2007
Colonne sonore
Aprile 2007 RdC 73
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
(Tele) visioni
THE SHIELD
STAGIONE 1
Rashomon
come nuovo
Il capolavoro di Kurosawa restaurato e
rimasterizzato. A più di 50 anni dall’Oscar
Lo slogan è
“Conscience is a
killer”: la coscienza è
assassina. Come
dire: guai se la
Squadra d’Assalto
avesse anche il più
discreto degli
scrupoli. Il gruppo di
Vic Mackey è una
specie di “squadra
antiscippo” dal
grilletto (troppo)
facile. Alla sua terza
stagione (in dvd), e
alla quinta via etere,
ha già fatto incetta di
premi. Soltanto in
Italia contiamo due
forum con 60.000
visitatori. Sono
lontani i tempi dei
serial “non allineati”:
oggi, per far breccia,
il “politicamente
conveniente” è
mascherato da
“politicamente
scorretto”.
DISTR. SONY
Regia Akira
Kurosawa
Con Toshirô Mifune,
Machiko Kyô,
Masayuki Mori
Genere Drammatico
Distr. Dolmen
Difficile a credersi, ma capita che un
monumento del cinema approdi soltanto ora,
degnamente, al dvd. E’ il caso di Rashomon, che esce
in versione completamente restaurata e
rimasterizzata. Arrivò in Occidente nel ’51, pressochè
sconosciuto e dopo aver superato l’ostracismo dei
produttori che lo avevano escluso dalla lista dei film da
esportare. E divenne immediatamente una leggenda.
Leone d’Oro a Venezia e Oscar come miglior film
straniero nello stesso anno: Kurosawa aprì, con
Rashomon, la strada al cinema orientale.
La vicenda, tratta da due racconti di Akutagawa degli
anni ’10, è quella dell’omicidio di un samurai e dello
stupro di sua moglie. La vicenda è narrata dai tre punti
di vista dei protagonisti e da quello di un osservatore.
Kurosawa, con impareggiabile abilità, disegna una
parabola sulla relatività della verità.
Gli extra fanno onore a questa edizione: un’intervista a
Ugo Volli sulla mendacità delle immagini,
un’introduzione storica di Maria Roberta Novielli
dell’Università di Venezia e un raffronto fra il film e i
racconti da cui è tratto. Imperdibile.
Da non perdere
anche per gli extra:
interviste, analisi
storica e non solo
74 RdC Aprile 2007
CRIMINAL MINDS
In dvd la serie creata
da Jeff Davis nel
2005 e trasmessa in
Italia prima da Fox
Crime e poi da Rai2.
In un’America
ossessionata dal
“prevenire è meglio
che curare” l’Unità
di Analisi
Comportamentale è
un dipartimento
dell’FBI che analizza
le menti più
pericolose del paese.
7 membri (loro stessi
da analisi) lavorano in
squadra per 22
puntate. “Profilo”,
“probabilità”,
“intervento
preventivo” sono le
parole d’ordine con
cui la tv americana
scheda il genere
umano... La messa in
onda della seconda
stagione è prevista
nel 2007.
DISTR. WARNER HOME
VIDEO
Freschi di sala
IL VENTO CHE ACCAREZZA L’ERBA
Loach torna ai tempi di Michael Collins per
interrogarsi sulle cruente divisioni fra
rivoluzionari e riformisti nell’Irlanda degli anni
’20. Una tragedia moderna con il respiro
dell’attualità. Palma d’Oro a Cannes 2006.
DISTR. 01 DISTRIBUTION
IL LABIRINTO DEL FAUNO
Nella Spagna del ’44, con le ultime frange di
resistenza soggiogate dall’esercito franchista,
una bambina trova rifugio immaginario in un
mondo fantastico. Film 3 volte premio Oscar
del messicano Guillermo Del Toro.
DISTR. VIDEA CDE
NATALE A NEW YORK
Il primo cinepanettone senza Boldi in versione
light e doppio disco. Uno è interamente
dedicato a backstage, speciale e tanti altri
extra. Alla location del film è ispirato un
concorso: in palio 10 viaggi a New York.
DISTR. FILMAURO
Zatoichi mon amour
Omaggio al samurai che ha ispirato Kitano.
In 4 dvd e una lezione di cinema giapponese
Quattro film di Kenji Misuri sulla figura mitica di
Zatoichi: massaggiatore cieco e infallibile
spadaccino. Fino all’ultimo di Takeshi Kitano, i film a
lui dedicati dal cinema giapponese non si contano.
Questi rappresentano però il recupero di una
tradizione che vide il suo momento d’oro fra gli anni
’60 e i primi’70. Quella secondo cui, nel Giappone
premoderno, i massaggiatori dovessero essere ciechi
per salvaguardare la pudicizia dei loro clienti.
Samurai nell’animo, Zatoichi è anche un amante del
gioco d’azzardo e un discreto baro. L’ambientazione è
quella del diciannovesimo secolo, sullo sfondo di
villaggi sopraffatti dal terrore. La cecità ha sviluppato
in lui sensi che gli permettono di “vedere” l’invisibile
e di essere infallibile nel reagire alle minacce. Questi i
quattro titoli, venduti separatamente in lingua
originale con sottotitoli in italiano: Combatti, Zatoichi
combatti; La storia di Zatoichi; Zatoichi il
benefattore; Zatoichi e il giocatore di scacchi.
DISTR. DOLMEN
Vecchie glorie
CACCIA FATALE
In Italia col titolo La
pericolosa partita, è il
capostipite assoluto
dei film sadici,
impeccabilmente
lugubre nel suo
bianconero del ’32, con
una sceneggiatura a
prova di bomba di
James Creelman. La
storia, da un racconto
di Connell, è quella di
un nobile folle che fa
naufragare le
imbarcazioni che
transitano al largo
della sua isola
deserta. Il conte
Zaroff utilizza poi i
naufraghi come prede
nelle sue battute. Nel
ruolo della preda, gli
viene opposto un
altro cacciatore
accanito, in una
partita che durerà
un’intera notte.
Ispirazione di due
remake, è inebriante
ancora oggi.
LA COSTA DEI
BARBARI
SHIRLEY TEMPLE
COLLECTION
La costa dei barbari è
la left coast
americana della metà
dell’800. San
Francisco è lorda,
nebbiosa e frenetica,
tenuta in vita dalla
caccia all’oro. Fra
minatori, poco di
buono e biscazzieri,
sbarca una giovane
destinata a maritarsi
con uno fra i più ricchi
cercatori d’oro.
L’uomo però è morto
e si trova così a fare
da specchietto per le
allodole fra i tavoli del
Bella Donna: è l’inizio
della rivalità fra
l’avido gestore del
casino e un onesto
minatore. Primo
western di Hawks (che
ne prese le distanze),
con una fotografia da
antologia e la prima
apparizione di David
Niven.
In disco singolo o
doppio cofanetto un
monumentale
omaggio a Shirley
Temple. La nuova
uscita completa
l’edizione dedicata
dalla Fox alla
filmografia integrale
dell’enfant prodige,
premio Oscar per La
mascotte
dell’aeroporto. Per
la prima volta anche
a colori, vengono qui
riproposti sei titoli
della celebre
“riccioli d’oro”. Il
primo volume
comprende Dietro
l’angolo, Capitan
Gennaio, Susanna e
Le giubbe rosse. Il
secondo: La
reginetta dei
monelli, Il piccolo
colonnello e La
piccola ribelle.
DISTR. SONY
DISTR. ERMITAGE
DISTR. 20TH CENTURY
FOX
Monumenti del rock
Hendrix privato
Jagger, Clapton & gli altri: gli amici raccontano
18 settembre
1970. A soli 28
anni muore a Londra
Jimi Hendrix, una
delle tre J. Le altre
due seguono a ruota:
Janis Joplin 16 giorni
e Jim Morrison nove
mesi dopo. In
edizione deluxe, due
dischi su vita e
carriera di uno dei più
grandi chitarristi rock.
Lo raccontano
testimonianze di
familiari e amici come
Eric Clapton, Mick
Jagger, Pete
Townshend e Little
Richard. L’irriverente
e visionario
innovatore della
psichedelica, ci
appare così timido
nella vita privata. Con
la sua mitica Fender
Stratocaster torna a
farci sognare dai
trionfi di Monterey e
Woodstock alla
solitudine degli ultimi
giorni.
DISTR. WARNER HOME
VIDEO
Aprile 2007 RdC 75
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
GIARDINI IN AUTUNNO
Pare che Iosseliani si trovasse
casualmente al ministero della
cultura francese durante il
passaggio di consegne fra Jack
Lang e il successore Francois
Leotard. La genesi del film è qui: fra
le stanze svuotate in fretta, i facchini
che si intascano quello che possono
e un uomo che perde i privilegi. Al
personaggio accade quindi che con
la carica perde anche l’amore
(interessato), per riscoprire i piaceri
della vita. C’è eco di Fellini e di
Buñuel e il film è arricchito da un
documentario di Julie Bertuccelli sul
regista. Meravigliosamente delicato.
DISTR. DOLMEN
Occhio all’horror
Nightmare, The Grudge e gli inediti di Tsukamoto: tanti modi di dire paura
COFANETTO THE
GRUDGE
> THE GRUDGE
> THE GRUDGE 2
Distr. 01 Distribution
COFANETTO
NIGHTMARE
> NIGHTMARE – DAL
PROFONDO DELLA NOTTE
> NIGHTMARE 2 – LA
RIVINCITA
> NIGHTMARE 3 – I
GUERRIERI DEL SOGNO
> NIGHTMARE 4 – IL NON
RISVEGLIO
> NIGHTMARE 5 – IL MITO
> NIGHTMARE 6 – LA FINE
> NIGHTMARE NUOVO
INCUBO
Distr. Eagle Pictures
NUOVE USCITE
TSUKAMOTO
> NIGHTMARE DETECTIVE
> HIRUKO THE GOBLIN
Distr. Minerva Rarovideo
Dal disagio all’inquietudine,
dall’inquietudine alla paura,
dalla paura al terrore. Un crescendo
di emozioni che inquietano e
alimentano il contraddittorio
desiderio di andare avanti, di vedere
di più. Il cinema, negli ultimi anni, ne
ha prodotto esempi eccellenti. Dal
Giappone: The Grudge (remake
americano di un classico nipponico)
prodotto dal re del genere Sam
Raimi e il suo sequel The Grudge 2,
entrambi diretti da Takashi Shimizu.
Il primo disco del cofanetto, fra gli
extra, annovera il prequel The Silk.
Una maledizione contagia tutti
coloro che vengono in contatto con
il luogo dove qualcuno è deceduto in
preda alla rabbia. La maledizione
diventa epidemia in The Grudge 2.
Melange di elementi che cercano di
soddisfare oriente e occidente in un
gioco d’equilibrio fra cultura
nipponica del non detto e americana
dell’esplicitazione a tutti i costi.
Ricchi gli extra con interviste agli
attori, backstage e tour delle
location. Made in USA sono i sette
film della serie Nightmare, prodotti
a distanza ravvicinata negli anni ’80
e ora raccolti in un unico cofanetto.
Solo il primo, Nightmare – Dal
profondo della notte, e l’ultimo,
Nightmare – Nuovo incubo, portano
la firma di Wes Craven, ma in tutti
l’icona di Robert Englund alias
Freddy Kruger trasforma il sogno
americano in incubo. La distorsione
della realtà in immaginario e
viceversa è uno dei temi prediletti
dal maestro del cyber-horror Shinya
Tsukamoto di cui escono ora gli
inediti Hiruko – The Goblin e
Nightmare Detective.
FILM IN ORBITA SUGGERIMENTI TV DALLA GALASSIA SATELLITARE
76 RdC Aprile 2007
SHINOBI - LA SPADA
CONTRO IL CUORE
Il cult manga Basilisk fa da
palinsesto all’adattamento di
Shimoyama Ten. Siamo nei primi del
‘600 nel periodo Tokugawa, quando
lo Shogun Nakobo istituisce un
torneo dove i migliori ninja di clan
rivali si affrontano fino ad eliminarsi
a vicenda. Ai suoi piani si oppone
però il legame fra due di loro.
Collector’s Edition in doppio disco,
con versione originale sottotitolata e
audio italiano Dolby Digital. Nel
secondo disco un documentario
sugli effetti speciali, uno speciale
sulle armi, backstage e un raffronto
fra girato e storyboard.
DISTR. DOLMEN
A CURA DI FEDERICO PONTIGGIA
MIAMI VICE
THE QUEEN
SYRIANA
(Mediaset Premium)
Abbandonati solarità e
abiti pastello del serial, il
Miami Vice grande
schermo di Mann si fa
disperato con i detective
Farrell e Foxx. Fotografia
in HD da mille e una notte,
e Gong Li cubana da urlo.
(Mediaset Premium)
Tanto di cappello a Sua
Maestà Helen Mirren, più
realista della Regina
Elisabetta II. Strameritato
premio Oscar per la sua
interpretazione, e per il
pubblico insospettabili
inclinazioni monarchiche.
(Sky)
Dalla vera storia di un
agente Cia in Medioriente,
l’accusa di Clooney e
Soderbergh, che puntano
il dito su oro nero,
Occidente e terrorismo.
Scomodo e necessario:
alla coscienza degli Usa.
©
Premio Oscar
per il Miglior Film
in Lingua Straniera.
Vincitore di 3 European Film Awards
(Miglior Film, Migliore Attore,
Migliore Sceneggiatura)
SÈSTITO
MARTINA
GEDECK
ULRICH
MÜHE
SEBASTIAN
KOCH
ULRICH
TUKUR
Le Vite
degli Altri
SCRITTO E DIRETTO DA
FLORIAN HENCKEL VON DONNERSMARCK
U N A P R O D U Z I O N E W I E D E M A N N & B E R G P R O D U C T I O N S I N C O P R O D U Z I O N E C O N B AY E R I S C H E R R U N D F U N K A RT E C R E A D O F I L M U N F I L M D I F L O R I A N H E N C K E L VO N D O N N E R S M A R C K
M A RT I N A G E D E C K U L R I C H M Ü H E S E B A S T I A N KO C H U L R I C H T U K U R T H O M A S T H I E M E H A N S - U W E B AU E R H E R B E RT K N AU P C A S T I N G S I M O N E B Ä R D I R E T T O R E D I P R O D U Z I O N E TO M S T E R N I T Z K E S U O N O A R N O W I L M S
M O N TA G G I O S U O N O C H R I S TO P H VO N S C H Ö N B U R G M I S S A G G I O H U B E RT U S R AT H T R U C C O A N N E T T S C H U L Z E S A B I N E S C H U M A N N C O S T U M I G A B R I E L E B I N D E R S C E N O G R A F I A S I L K E B U H R
M U S I C A G A B R I E L YA R E D S T É P H A N E M O U C H A D I R E T T O R E D E L L A F O T O G R A F I A H A G E N B O G DA N S K I M O N TA G G I O PAT R I C I A R O M M E L
R E S P O N S A B I L I E D I T O R I A L I C L AU D I A G L A D Z I E J E W S K I H U B E RT VO N S P R E T I M O N I K A L O B KOW I C Z A N D R E A S S C H R E I T M Ü L L E R C O P R O D U T T O R I D I R K H A M M F L O R I A N H E N C K E L VO N D O N N E R S M A R C K
P R O D U T T O R I Q U I R I N B E R G M A X W I E D E M A N N S C R I T T O E D I R E T T O D A F L O R I A N H E N C K E L VO N D O N N E R S M A R C K
DAL 6 APRILE AL CINEMA
CON IL
SOSTEGNO
DI
www.01distribution.it
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
ECONOMIA DEI MEDIA DI FRANCO MONTINI
Adotta il film
Preacquistare un biglietto che favorisca la
distribuzione in sala. La nuova strategia per
“portare il cinema agli spettatori”
Ogni anno l’Anica,
l’associazione che
raggruppa la maggior parte
degli imprenditori del settore
audiovisivo, pubblica un
catalogo dedicato alla
produzione cinematografica
nazionale, che comprende
l’elenco, con relativi credits e
sinossi, di tutti i film italiani
della stagione. Ogni anno sono
sempre più di una decina i titoli
inediti che non sono riusciti a
trovare visibilità e spazio in sala.
Solo con riferimento alle ultime
due annate, complice un
sostanzioso taglio ai fondi per la
distribuzione dei film prodotti
con l’intervento dello Stato, si
contano una trentina di film in
78 RdC Aprile 2007
attesa di uno sbocco sul
mercato. Fra questi anche
pellicole dirette da registi di
provata professionalità e film
premiati in manifestazioni
internazionali, come I guardiani
delle nuvole di Luciano Odorisio,
vincitore nel 2005 del festival
de Il Cairo. Per reagire a questa
situazione, è nata una
innovativa iniziativa,
SelfCinema, che si propone di
favorire la distribuzione di film
di qualità, attraverso il
coinvolgimento dei cinefili.
“Se la distribuzione non porta i
film agli spettatori, gli
spettatori diventano
distribuzione” è lo slogan che
sintetizza efficacemente e
chiarisce subito il meccanismo
ideato. La SelfCinema contatta
cioè appassionati e cinefili,
invitandoli a preacquistare il
biglietto per un certo film, privo
di distribuzione. L’acquisto, per
La prospettiva che si apre è l’uscita di
molti titoli congelati da anni.
Il primo è L’estate di mio fratello
un importo di 6 euro, si può
effettuare con carta di credito
attraverso il sito
www.selfcinema.it o in una serie
di locali e librerie il cui elenco è
visionabile sul sito. L’acquirente
riceve un tagliando, che alla
cassa del cinema dà diritto a un
regolare biglietto. Si costituisce
così un fondo, una sorta di
minimo garantito, utile per
persuadere gli esercenti a
concedere al film almeno una
settimana di programmazione.
Il primo film adottato dalla
SelfCinema è L’estate di mio
fratello di Pietro Reggiani, che,
già presentato in numerosi
festival, ha ottenuto prestigiosi
riconoscimenti a cominciare
dalla menzione speciale del
Tribeca Film Festival di Robert
De Niro e la menzione speciale
del Festival di Montreal per le
opere prime. Ambientato
all’inizio degli anni settanta,
L’estate di mio fratello racconta
le emozioni e le fantasie di
Sergio, un bambino di nove anni,
coinvolto nella crisi familiare dei
genitori e nell’attesa dell’arrivo
di un indesiderato fratellino. Il
fatto che, per un aborto
spontaneo, il nascituro non
verrà mai alla luce, determina in
Sergio spaventosi sensi di colpa.
Per evitare che L’estate di mio
fratello restasse ignoto al
pubblico, la produzione Nuvola
Film ha deciso di inventarsi
questa nuova strategia che ha
immediatamente suscitato un
discreto interesse. Nei primi
giorni di prevendita ha raccolto
10mila euro, che non sono
affatto pochi, considerando la
scarsa attitudine degli spettatori
italiani ad acquistare cinema in
rete, e, grazie ai contatti avviati
con alcuni singoli esercenti, il
progetto di far uscire il film in
qualche città sembra già sul
punto di concretizzarsi almeno
per ciò che riguarda Roma,
Milano, Torino, Verona, Padova,
Bologna, Firenze, Benevento e
Cosenza, dove le adesioni sono
state sufficientemente
numerose. La speranza è che se
il risultato in questa prima fase
sarà incoraggiante, il film potrà
successivamente camminare
sulla proprie gambe e spingerà
altre sale a proiettarlo. “La
SelfCinema, del resto assicurano i responsabili - è
un’associazione senza fini di
lucro, formata da volontari
appassionati, il cui unico scopo
è dare visibilità ad una serie di
film, che, come L’estate di mio
fratello, meriterebbero ben altre
attenzioni. Per questo motivo se
la SelfCinema non riuscisse a
distribuire il film nelle sale di
una città, tutti coloro che vi
abitano e hanno preacquistato
un biglietto entro giugno
saranno rimborsati”. Se
l’iniziativa, che in qualche modo
si ricollega ad un’analoga
esperienza legata alla
distribuzione, lo scorso anno,
del film Tu devi essere il lupo di
Vittorio Moroni, avesse
successo, si aprirebbero inedite
possibilità anche per molti altri
film italiani attualmente
“congelati”.
CAST & CREW DI MARCO SPAGNOLI
Un medico sul set
Antonio M. Severini
Da Fellini a Volonté: gli incontri ravvicinati di un E.R. de’ noantri
Per quasi 40 anni Antonio Maria
Severini è stato il medico
personale di alcuni dei nomi più illustri
del cinema e della cultura italiana. Non
in privato, ma sempre nell’ambito
pubblico e al Nuovo Regina Margherita
di Roma in particolare. Fra i suoi tanti
pazienti Fellini, Volonté, Moravia,
Guttuso, Mastroianni. Nanni Moretti lo
ha addirittura citato in Caro Diario. È
lui il dottore che, nella realtà, ha
diagnosticato la malattia al regista.
Come è arrivato al mondo del
cinema?
Un giorno ho operato il direttore della
fotografia Mario Vulpiani. Per
ringraziarmi mi ha invitato a casa di
Marco Ferreri ad Ansedonia. Lui stava
girando Il seme dell’uomo con Anne
Wiazemsky, moglie di Jean-Luc Godard,
che per gelosia tentò di suicidarsi. Io
sono intervenuto e le ho salvato la vita.
Altri interventi rocamboleschi?
Una volta Jean-Paul Sartre ha avuto
una crisi al ristorante sotto casa mia.
A chiamarmi è stato il proprietario.
ISTRUZIONI PER L’USO
Da qui alla Grolla Speciale di Saint
Vincent come “medico del cinema
italiano”. Come ha fatto?
Sono diventato amico di Ferreri e delle
persone che lavoravano con lui. Con
Volonté ho poi ho frequentato la
sezione del PCI di Vicolo del Cinque.
Diciamo che la mia “fortuna” si è
basata sul passaparola.
La sua impressione dei set?
Una noia mortale. Tutti si comportano
come se stessero costruendo la
“E’ iniziato tutto quando ho salvato
la vita alla moglie di Godard”
Cappella Sistina. La cosa più bella è
quello che gira intorno alla
lavorazione.
Un consiglio a chi vuole fare il suo
lavoro?
Mai dirsi: “Dio mio sto curando
Marcello Mastroianni!”. Grandi artisti o
fruttivendoli, per il medico sono tutti
uguali.
Indirizzi e raccomandazioni, per provarci senza fare una brutta fine
INVITO A CENA CON FIDEL
Al Festival di Cuba con Volonté,
Severini è stato ospite a cena
da Fidel Castro. Fra i
commensali ricevuti dal lider
maximo anche la figlia di Che
Guevara, Jack Lemmon, Harry
Belafonte e Isabel Allende.
GIAN MARIA CHI?
Accompagnando Volonté dopo
un intervento in Sardegna,
vengono fermati da due
ragazze che guardano Severini
e gli dicono: “Ma lei è…”
chiedono a lui l’autografo e
ignorano del tutto l’attore.
ORME ROSSE
Severini sta scrivendo il libro
Orme Rosse, ispirato al film di
Ford: “Mi identifico col medico
di quella diligenza assediata.
Resto un comunista che crede
in certi valori, quando si
prende cura degli altri”.
Aprile 2007 RdC 79
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
Geografie
dello schermo
Dalla costruzione dell’immagine a
quella della sceneggiatura. Capire
l’architettura delle emozioni
Da non perdere a cura di Giorgia Priolo
DIZIONARIO SNOB DEL CINEMA
David Kamp e Lawrence Levi, ed. Sellerio, € 10,00
Che cosa distingue il “Patito di Cinema” dal “Cinefilo
Snob”? Secondo gli arguti autori di questo brillante
libretto, mentre il primo è un simpatico entusiasta alla
Scorsese, che prova gioia a vedere e condividere i film con
gli altri, il cinefilo “custodisce gelosamente il proprio
esoterico sapere” perché gode non tanto a vedere i film quanto a saperne
più degli altri. Se appartenete a quest’ultima categoria forse non siete
dotati di grande autoironia, ma troverete comunque interessanti conferme
delle vostre passioni. Per tutti gli altri, questo piccolo dizionario a metà tra il
libro di cinema e la satira sociale, sarà una divertente occasione per
ampliare le proprie conoscenze cinematografiche.
80 RdC Aprile 2007
INTERPRETAZIONE TRA MONDI
Il pensiero figurale di David Lynch
Pierluigi Basso Fossali, ed. ETS, € 28,00
Più artista globale che cineasta puro, idolatrato come un
genio o rifiutato come un astruso fabbricatore di macchine
narrative incomprensibili, Lynch continua a dividere il
pubblico, quello che va a vedere i suoi film e quello che ci
rinuncia ormai in partenza dopo essersi perso tra i meandri della sua Lost
Highway. Se la visione di Mulholland Drive o INLAND EMPIRE vi ha smosso
qualcosa di misterioso e affascinante dentro, ma vi sentite frustrati perché
non riuscite a “capire”, non potete perdere questo ponderoso ma completo
e interessantissimo saggio del semiotico Fossali. Se siete tra i fans, beh,
allora è veramente il testo imperdibile e “definitivo”.
ATLANTE DELLE
EMOZIONI
Atlante delle
emozioni
Giuliana Bruno,
ed. Bruno
Mondadori,
Milano, 2006
€ 58,00
L’immagine in movimento nel
suo rapporto con lo spazio
vissuto, attraversato,
rappresentato, con la geografia
materica e al tempo stesso
illusoria dei suoi racconti e con
l’architettura degli spazi di visione:
questi i nodi principali al centro di
uno dei libri più originali e
innovativi mai scritti
sull’argomento, Atlante delle
emozioni, uscito nel 2002 negli
Stati Uniti dove l’autrice, Giuliana
Bruno, insegna ad Harvard, e oggi
finalmente tradotto – in una bella
edizione illustrata – per la Bruno
Mondadori. In sei capitoli la Bruno
esplora l’intreccio complesso della
“psicogeografia personale e al
tempo stesso sociale” che il
cinema – luogo di spazializzazione
del tempo e di temporalizzazione
dello spazio – edifica, è il caso di
dire, nel suo rapporto con la realtà
e il “senso dello spazio” dello
spettatore, mantenendo viva la
relazione con altri campi visivi, in
particolare l’architettura e la
cultura del viaggio, l’arte della
memoria e della mappatura. Dalla
geografia delle sale alla
dimensione aptica e tattile
dell’immagine, dallo studio
dell’emozionalità connessa al
movimento dell’immagine fino alla
valorizzazione del rapporto tra
topografia del cinema e
costruzione degli affetti, il volume
costruisce un’architettura
complessa, ricca di punti di fuga
teorici e di sorprendenti
connessioni culturali. Da cui
emerge soprattutto un’inedita
messa a fuoco del rapporto tra
schermo e spettatore, e dei molti
dialoghi, più o meno sotterranei,
che ogni singola visione libera e
rinnova.
LUCA MALAVASI
PEDRO ALMODÓVAR
Vite non convenzionali e inconfessabili pulsioni nel cinema
“esagerato” del più internazionale regista spagnolo
Jean-Max Méjean, ed. Gremese, € 20,00
Un bel volume illustrato che ripercorre la vita e la carriera
cinematografica di Pedro Almodóvar dagli inizi di Pepi,
Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio all’Oscar sfiorato
con Volver. Ne esce un ritratto non inedito ma ben tratteggiato del regista
spagnolo più irriverente e audace, ma anche capace di sfornare capolavori
che mettono d’accordo critica e pubblico. Méjean vede il cinema di
Almodóvar non solo come prodotto dei miti bizzarri e delle visioni surreali
dell’autore, ma anche come un inno alla sensuale vitalità delle donne,
madri, sorelle, amanti che illuminano sempre di più i suoi capolavori.
C’ERA UNA
SVOLTA
Scrivere il cinema, sentirsi
appagati dalle storie che ci
racconta, emozionarsi alla visione
di un film che ci avvolge di effimera
felicità. Con C’era una svolta
Alessandro Bencivenni, scrittore
per cinema e tv, ci invita a
“leggere” una pellicola partendo
dalla sua anima, la sceneggiatura.
C’era una svolta Non un manuale per aspiranti
Alessandro
sceneggiatori. Anzi. Un saggio che
Bencivenni,
fa della scrittura un punto di
ed. Le Mani,
partenza per conoscere il cinema
Genova, 2006
in profondità. “Uno sceneggiatore
€ 15,00
dev’essere uno scrittore mancato”,
diceva Mario Monicelli allo stesso
Bencivenni, collaboratore alla
sceneggiatura de Le rose del
deserto, ultima opera del maestro.
Partendo dall’analisi di alcuni film,
capolavori e non, l’autore prende in
esame la struttura del racconto,
svelandoci i segreti di una scrittura
perfetta, almeno nella
composizione. Nella sceneggiatura
però non è possibile applicare
regole assolute. Esistono solo dei
principi con cui ogni autore deve
confrontarsi. Ad ogni capitolo del
libro, Bencivenni affronta le fasi
che costituiscono l’ossatura del
racconto. I dialoghi, i personaggi, la
psicologia, il finale. Poi si confronta
con i generi (la fantascienza, la
commedia, il thriller), con lo
sguardo del critico distaccato ed
allo stesso tempo del cinefilo
appassionato. Un’attenzione
particolare è rivolta al cinema di
Truffaut, che più di tutti ha unito
realtà, la sua personale, e finzione.
Un ricco capitolo, inoltre, è
dedicato alla struttura di E.R., la più
popolare delle serie tv americane.
Sceneggiatura a parte, il lavoro di
Bencivenni è una dichiarazione
d’amore verso la bellezza del
racconto cinetelevisivo.
PAOLO TRAVISI
STANLEY KUBRICK - RAPINA A MANO ARMATA
Roberto Curti, ed. Lindau, € 14,00
Pur essendo il suo terzo film, Rapina a mano armata è
giustamente considerato l’inizio della carriera autoriale
di Stanley Kubrick. Un film che sotto la struttura e la
pelle del noir contiene come un’incubatrice i temi
portanti dell’universo kubrickiano. Uno tra tutti la lotta
dei protagonisti contro un mondo estraneo e ostile che rifugge alla
razionalità, lo scacco dell’uomo sconfitto dai meccanismi che ha creato
credendo di poterli dominare. Roberto Curti propone un’analisi
approfondita di questo primo capolavoro kubrickiano: smontando ogni
sequenza ci rivela gli infiniti piani di lettura dell’opera e compone
un’indagine appassionante alle radici del genio.
Aprile 2007 RdC 81
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
di Ermanno Comuzio
Visto da vicino
LETTERE
DA IWO JIMA
Il canto di Eastwood. Per le vittime di ogni guerra
Di Clint Eastwood
Musica Kyle
Eastwood
Per tutti i gusti
SCRIVIMI UNA CANZONE
Travolgente lo score, con Hugh Grant e
Drew Barrymore impegnati di ugola in
Way Back Into Love di Adam Schlesinger.
Tra ammiccamenti a gruppi ’80 quali
Wham! e Duran Duran, il vero mattatore è
Grant: Pop! Goes My Heart…
82 RdC Aprile 2007
Si era mai visto e sentito un film di
guerra made in USA senza squilli di
trombe e rulli di tamburo? Lettere da Iwo
Jima ne è del tutto privo e costituisce un
risultato singolare. Non ce n’è traccia,
perché alle rumorose sottolineature delle
azioni guerresche il regista ha preferito la
riflessione dolorosa. La colonna sonora è
firmata da suo figlio Kyle insieme all’amico
Michael Stevens (Kyle, classe 1969, è
polistrumentista blues: l’amore per il jazz
gliel’ha trasmesso Clint). Il fatto è che è il
papà ad aver ispirato Kyle, già suo
collaboratore per la musica del gemellato
Flags of Our Fathers, firmata dal regista.
In quel film, visto dalla parte degli
americani, c’erano due momenti distinti: la
sanguinosa conquista dell’isola e il
successivo sfruttamento propagandistico
della vittoria, con canzoni patriottiche ed
esecuzioni bandistiche di Irving Berlin,
Artie Shaw, Jule Styne, John Philip Sousa;
ma il commento vero e proprio era
costituito da interventi di pianoforte e di
chitarra intimisti, crepuscolari. Per il
“controcampo” di Lettere da Iwo Jima la
musica, scarna, è solo di commento.
“Banzai!” urlano gli irriducibili giapponesi,
ma la musica che segue ce li fa
considerare vittime degne di pietà. Si noti:
nessuna caratterizzazione geografica,
nessun ricorso a stilemi orientali. Non ci
sono “musi gialli”, qui, ci sono solo uomini.
E poi il tema principale esposto nel
pianoforte ricorda tanto, nell’attacco, le
prime note del Wiegenlied (op. 49, n. 4) di
Brahms. Una ninna-nanna, insomma: non
si tratta dell’esaltazione della morte
eroica, bensì dell’immensa pietà con cui
Eastwood considera quanti sono costretti
a farsi la guerra.
di Federico Pontiggia
THE ILLUSIONIST
Philip Glass straordinario. E non è ovvio,
si pensi alla deludente partitura di Diario
di uno scandalo. Qui invece ci porta
sinfonico nella Vienna di fine ‘800,
facendo sue le atmosfere e l’illusionismo
di Norton. Magico!
NERO BIFAMILIARE
Il primo amore non si scorda mai:
Federico Zampaglione con i Tiromancino
firma anche la OST del suo esordio al
cinema, con nove inediti tra cui L’alba di
domani. Stile consueto, ma più ritmo in
batteria e testi sofferti.
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