La Rassegna
1 marzo 2007
I
IL MENSILE DELLE NUOVE CONOSCENZE E DELL A CULTURA TECNOLOGICA
L
Art Point, tecnologia del restauro
a tutela dei beni culturali necessita di
monitoraggio continuo per garantirne
un buono stato di conservazione. Gli
interventi che possono rendersi necessari riguardano non solo la componente strutturale,
ma soprattutto le opere d’arte per lo più poste
all’interno di chiese, musei, edifici monumentali. Un lavoro che richiede competenze
nel campo della storia dell’arte, conoscenze
dei materiali usati dagli autori nella fase creativa, lo studio preliminare dello stato dell’ambiente con particolare riguardo all’azione dell’umidità e dei composti chimici volatili. Non
ultima la capacità di effettuare i giusti ritocchi
e interventi di ripristino, per quanto possibile,
delle condizioni originali dell’opera. Affreschi, dipinti, sculture, intarsi, marmi, arredi,
sono solo una parte significativa dell’immenso patrimonio che deve essere curato nel tempo. Un compito affidato ai restauratori, chiamati ad operare con tecniche sempre più
avanzate su esempi di creatività artistica per
preservarne il valore e le caratteristiche. Artigiani dotati di esperienza e professionalità,
ma alla continua ricerca di aggiornamento e
sensibili ai processi innovativi che possano
fornire più alta qualità ai propri interventi di
restauro e conservativi. E’ il motivo che ha
portato alla costituzione diART POINT –Arte Restauro Tecnologia – il Consorzio Restauratori di Bergamo con sede al Point di
Dalmine e a cui aderiscono otto fra piccole e
medie imprese artigiane del settore restauro.
“Esprimiamo l’esigenza di essere sempre all’avanguardia, confrontare le nostre tecniche
tradizionali con le nuove opportunità offerte
dagli studi sulla chimica dei materiali, tenere
conto delle indagini propedeutiche ad ogni tipo di intervento per ottimizzare il lavoro di
restauro in chiave conservativa – sottolinea
Mauro Giacomo Maffiuletti, presidente di
ART POINT – La nostra presenza al Point riflette la necessità di potersi avvalere, direttamente sul territorio e a costi accessibili, di
strutture specializzate in diagnostica applicata al settore dei beni culturali”. Un’esigenza
che Servitec aveva già fatto propria due anni
fa, su espressa richiesta di CNA – Federazione Artigiani Bergamo, consentendo di sperimentare tecnologie di restauro attraverso i
fondi messi a disposizione dalla Regione
Lombardia. “Abbiamo visto approvate tutte
le sette proposte da noi presentate e potuto
utilizzare altrettanti voucher tecnologici, ciascuno del valore di 5.000 euro – ricorda Giuseppe Vavassori, segretario provinciale CNA
– Il lavoro sperimentale ha riguardato cotto,
tessuto, ligneo, ligneo policromato e dorato,
pietra e scultura contemporanea. Un’attività
che si è rivelata utile e comprovato l’importanza di poter contare su una struttura permanente di riferimento per le aziende operanti
nel comparto del restauro”. Tra gli scopi del
consorzio ART POINT, oltre al restauro del
patrimonio storico artistico e ai lavori di recupero di apparati decorativi, dipinti, scultura ed
opere lignee, figura la promozione di programmi di ricerca scientifica, tecnologica,
sperimentazione tecnica, finalizzati al miglioramento delle attività professionali. La diagnosi e la documentazione tecnico-fotografica che precedono ogni intervento di restauro
sono indispensabili per ottenere i risultati di
recupero e conservazione. Trattandosi di imprese artigiane di piccole dimensioni e dovendo sempre più fare i conti con disponibilità finanziarie ristrette, in particolare nel settore dei beni pubblici ed ecclesiastici, le necessità di disporre di tecnologie innovative per la
fase diagnostica deve sposarsi con la capaci-
Nasce un consorzio di imprese artigiane per avvalersi di tecniche avanzate nel lavoro di recupero e conservazione dei beni storico-artistici
tà di spesa. In altri termini, abbinare l’affidabilità strumentale al budget di cui si dispone.
“Le tecnologie diagnostiche non invasive
rappresentano ormai una componente fondamentale nel settore del restauro dei beni culturali – spiega Maffiuletti – Ne abbiamo verificato la proficuità durante l’esperienza maturata con i voucher tecnologici messi a disposizione dalla Regione Lombardia con il supporto di Servitec. Siamo convinti che il trasferimento tecnologico possa avvenire se realizzato attraverso percorsi condivisi che coinvolgono sistemi di imprese. La costituzione
del consorzio risponde alla volontà di operare in modo sinergico proprio per poter utiliz-
zare le potenzialità di innovazione che il territorio offre. Si potrà procedere all’acquisto di
apparecchiature tecnologicamente avanzate e
beni strumentali in comune. Uno degli obiettivi principali è la creazione di una banca dati che consenta di mettere a confronto le esperienze di restauro e diventi un patrimonio conoscitivo aperto a tutti gli addetti ai lavori”.
Che il territorio bergamasco, con i suoi straordinari capolavori d’arte e monumentali e
circa 200 artigiani del settore, sia uno dei poli più interessanti per il comparto del restauro
è dimostrato dall’attenzione che gli esperti in
Italia e nel mondo rivolgono agli interventi
effettuati e in corso. In piazza Cittadella, in
Il segretario provinciale CNA, Giuseppe Vavassori, e il presidente del
consorzio Art Point, Mauro Giacomo Maffiuletti
Città Alta, è stato aperto un cantiere per il recupero di affreschi mediante uso in via sperimentale di ossalato di ammonio (sostanza salina in grado di migliorare la pulitura e il fissaggio della pittura murale). Un intervento
della durata di 8 mesi, svolto in collaborazione con l’Opificio Pietre Dure di Firenze e il
Cnr di Milano per quanto riguarda il monitoraggio dell’opera, che sarà illustrato a Bressanone nel corso del convegno nazionale sul
consolidamento di dipinti murali in programma a fine giugno.
Tra gli interventi in corso va ricordato
quello concernente affreschi e apparato
decorativo della cupola del Duomo. In generale la committenza è rappresentata da
Curia, parrocchie, enti pubblici, fondazione e associazione culturali.
“Avvertiamo l’esigenza di continui aggiornamenti per garantire un livello qualitativo
sempre alto dei nostri interventi – aggiunge
Maffiuletti – In un anno svolgiamo 4 o 5
corsi. Proprio nella sede di Servitec, nel
2005, si è tenuta una serie di corsi di aggiornamento ad alto livello nel campo dei restauri che ha fatto convenire alcuni tra i massimi
esperti da Firenze, Padova e dalle sedi del
Consiglio Nazionale delle Ricerche. Intendiamo ripetere, possibilmente programmandola, questo tipo di esperienza. In questo
modo il consorzio mira a diventare un referente multidisciplinare soprattutto per quanto concerne la sperimentazione dei nuovi
materiali e delle tecniche di restauro”.
Eugenio Sorrentino
Le otto ditte del Consorzio
■ RESTAURO LIGNEO di Francesco Algisi – Trescore Balneario
■ OCRIA – RESTAURO DIPINTI
di Marzia Daina e Donatella
Borsotti - Bergamo
■ VILLA RESTAURI di Tiziano
Villa e Daniela Lepori - Bergamo
■ AMELIO MICHELI –Casazza
■ CARLA GRASSI – Seriate
■ CELESTINO TOMBINI –
Bergamo
■ SILVIA BALDIS RESTAURI –
Bergamo
■ EUGENIA DE BENI - Bergamo
SIAD nella bonifica dei siti contaminati
Nel corso del 2006 SIAD, attraverso il proprio Laboratorio di
Biologia e Chimica Ambientale, ubicato presso il POINT di
Dalmine, ha lavorato per la messa a punto di un nuovo sistema di risanamento delle acque di falda contaminate. Lo studio di laboratorio prima e l’applicazione su un caso reale poi,
hanno condotto alla realizzazione e brevettazione di una nuova tecnologia che consente la rimozione di sostanze inquinanti presenti in acqua di falda e della relativa metodica di dimensionamento. Il sistema messo a punto da SIAD presenta notevoli vantaggi, rispetto alle tradizionali tecniche di bonifica
come la semplicità di applicazione, il bassissimo impatto sul
sito, l’assenza di produzione di rifiuti e la competitività economica. Visti i buoni esiti raggiunti, SIAD sta concludendo
un accordo commerciale con una importante impresa che si
occupa di bonifica dei siti contaminati, al fine di poter promuovere e applicare la nuova tecnologia inizialmente nell’area del Nord Italia e, poi, anche nei paesi dell’Est Europa.
In particolare, SIAD attraverso il proprio Laboratorio di Biologia e Chimica Ambientale vuole mettersi sul mercato come
fornitrice della tecnologia e del monitoraggio del processo di
bonifica mediante analisi chimiche, microbiologiche e interpretazione dei dati. L’intento è quello di estendere il proprio
campo d’azione, trasferendo le competenze ormai consolidate nel settore della depurazione delle acque reflue a quello del
risanamento delle acque di falda e della bonifica dei siti contaminati in genere. La tecnologia proposta da SIAD si basa
sull’iniezione di ossigeno puro in falda per l’attivazione dei
processi di biodegradazione delle sostanze contaminanti ad
opera della microflora batterica naturalmente presente negli
acquiferi sotterranei. Il sistema è da considerarsi un trattamento in situ, ovvero un sistema che realizza il risanamento
direttamente in falda, senza necessità di emungimento e successivo trattamento e/o smaltimento dell’acqua contaminata.
L’ossigeno viene iniettato in falda tramite un diffusore poroso che viene calato attraverso un pozzo fenestrato fino ai pie-
Nuova tecnologia per il
biorisanamento di acque di
falda contaminate mediante
iniezione di ossigeno puro
di dell’acquifero. Il diffusore tramite tubazione è collegato ad
una bombola di alimentazione.
La caratteristica principale di questa tecnologia, che la differenzia dai sistemi tradizionali, è rappresentata dal bassissimo
impatto sul sito. Il sistema è, infatti, basato sull’iniezione di
ossigeno puro secondo flussi molto ridotti e senza utilizzo di
alimentazione elettrica, in quanto viene sfruttata l’energia potenziale del gas compresso. I flussi di iniezione sono dell’ordine di 0,5 litri/ora, cioè circa 4 ordini di grandezza inferiori
a quelli abitualmente utilizzati in un sistema di aerazione tradizionale (40.000 litri/ora). L’impiego di flussi così ridotti è
reso possibile dall’uso di ossigeno puro, e non di aria, e dalla
messa a punto di un innovativo sistema di diffusione in grado
di garantire rese di dissoluzione del gas in acqua superiori al
90%. Il sistema consente inoltre di raggiungere concentrazioni di ossigeno in falda anche superiori a 65 mgO2/l aumentando la cinetica di biodegradazione rispetto ai sistemi che
utilizzano l’aria. L’iniezione di portate molto ridotte di ossigeno consentono di ridurre al minimo i volumi di stoccaggio
del gas necessari. In particolare per ogni punto di iniezione risulta essere sufficiente l’impiego di bombole da 5 litri che sono sostituite ogni 30-40 giorni. L’estrema compattezza e la
semplicità applicativa del sistema rende possibile installare
l’intera apparecchiatura in pozzetti interrati consentendo di
lasciare l’intero sito carrabile. Questa possibilità rappresenta
una caratteristica molto vantaggiosa della tecnologia ed è particolarmente gradita dai proprietari del sito stesso in quanto
consente di attuare il risanamento dell’acquifero mantenendo
il sito operativo e libero da ostacoli. Il sistema di biorisanamento, dopo la messa a punto di laboratorio, è stato testato in
un caso reale. In particolare è stato eseguito un test pilota di
risanamento di acqua di falda contaminata da idrocarburi derivanti da cisterne perdenti di un punto vendita di carburante
della provincia di Mantova. La scelta di applicare il sistema
Siad è dipesa dall’esigenza della proprietà del sito di attuare
un intervento che non intralciasse le attività di ristrutturazione e di rimessa in opera del punto vendita. Il livello di contaminazione si dimostrava particolarmente elevato e diffuso su
tutta l’area in esame, con concentrazioni di idrocarburi totali
fino a 50.000 µg n-esano/l, di composti aromatici fino a 2.500
µg/l e di MTBE fino a 8000 µg/l. Il campo prova ha previsto
l’iniezione di ossigeno in un pozzo posto nel centro della contaminazione e il monitoraggio di una serie di piezometri posti nell’intorno del pozzo di iniezione stesso. Nel giro di un
paio di mesi è stato possibile riscontrare la rimozione dei contaminanti in un’area circoscritta al punto di iniezione con un
raggio di 5 metri. Oltre alla tecnologia illustrata, SIAD ha
messo a punto anche una tecnica innovativa per accelerare i
tempi di determinazione del raggio di influenza della tecnologia stessa e, quindi, del dimensionamento dell’intero sistema
di biorisanamento. Tale tecnica sfrutta l’impiego combinato
di ossigeno e di gas inerti. Nella fattispecie i gas inerti fungono da traccianti del processo di diffusione. La rilevazione dei
gas inerti è indipendente dai fenomeni di consumo biologico
e dà un’immediata risposta sulla modalità di diffusione dei
gas nell’acquifero, consentendo di determinare in breve tempo il raggio d’azione del sistema di iniezione. Sia la tecnologia di iniezione che la tecnica di determinazione del raggio di
influenza sono coperti da brevetti depositati allo European
Patent Office.
II
L
e nanotecnologie, grazie alla
possibilità di manipolare,
misurare e organizzare la
materia su scala nanometrica, hanno assunto un importanza tale
estendere il loro utilizzo sempre
più frequentemente anche nel
mondo tessile, consentendo di migliorare le prestazioni e di creare
nuove funzionalità nei materiali
impiegati. Negli ultimi tempi si è
osservato un continuo proliferare
di studi condotti sullo sviluppo del
binomio, nanoparticelle, nanoriporti o nanomodificazioni dei polimeri nel campo tessile al fine di
migliorare le caratteristiche chimico fisiche delle superfici.
Dai risultati emersi è stato possibile
produrre tessuti “multifunzionali”,
con proprietà altamente innovative,
rivoluzionando in maniera drastica
il modo di concepire i materiali tessili. Uno degli esempi più evidenti è
rappresentato dai nanocompositi,
strutture eterogenee che combinano
le proprietà di matrici tradizionali
(ad esempio polimeri) con quelle di
cariche nanoparticellari (per esempio di argilla o di ceramica), da cui
è possibile ottenere fibre tessili più
resistenti, impermeabili, traspiranti,
ignifughe e antibatteriche. Le nanoparticelle possono essere introdotte
come fillers nelle fibre tessili (fibre
composite) o possono essere applicate, attraverso diverse tecniche di
rivestimento, nella fase di finitura
dei tessuti. I nanofilm possono essere riportati sul tessuto o sul filo
per variare le caratteristiche meccaniche di resistenza, le nanomodificazione permettono di cambiare
draticamente la composizione chimica superficiale e quindi la reattività del polimero nei confronti di
coloranti, spalmature e finissaggi
chimici in generale.
Progetto Nanotex,
nuove frontiere per il tessile
Con le nanotecnologie è possibile migliorare
le caratteristiche chimico fisiche delle fibre
L’obiettivo principale del progetto
NANOTEX è stato quello di conferire e migliorare alcune proprietà
dei tessuti (naturali e sintetici), mediante l’utilizzo di nanotecnologie
al plasma.
Queste tecnologie innovative permettono di ricoprire i tessuti con
materiali nanostrutturati. Il processo, energeticamente poco dispendioso e ad impatto ambientale pressoché nullo, avviene mediante l’applicazione di plasmi freddi. I risultati hanno evidenziato importanti
miglioramenti delle seguenti caratteristiche: elasticità del tessuto;
idrofilia, dunque facilità di tintura
dei prodotti; resistenza all’abrasione e/o usura del tessuto.
Delle varie tecnologie che sono stati impiegate nel progetto NANOTEX tutte avevano come comune
denominatore l’utilizzo di una plasma come motore per i processi chimici da far avvenire con il substrato tessile. Il processo è portato a termine in ambiente chiuso, pulito, garantendo perciò affidabilità e sicurezza. Nel contempo il consumo di
reagenti è estremamente basso con
conseguente impatto ambientale del
processo pressoché nullo.
Le applicazioni pratiche dei materiali polimerici solidi, come ad
esempio le fibre tessili, sono spesso
determinate in notevole misura dalle loro proprietà dello strato più
esterno. Infatti, l’idrorepellenza,
l’idrofilicità, l’adesività, il comportamento antistatico, la lucentezza,
la permeabilità, la biocompatibilità,
la tingibilità e stampabilità, il comfort in generale e molte altre caratteristiche sono connesse più alle caratteristiche chimiche e fisiche dello strato superficiale del polimero
che alla sua massa.
I risultati ottenuti a conclusione delle attività previste dal progetto Nanotex permettono una duplice constatazione. La prima è che le applicazioni nanotecnologiche, già ampiamente riportate in letteratura
scientifica soprattutto per altri ambiti merceologici, possono fornire
nel campo tessile una risposta in
termini di innovazione tecnologica
e minor impatto ambientale per incrementare la competitività delle
industrie di settore. I vantaggi sono
essenzialmente riassumibili nei seguenti aspetti: l’aumento dell’idrofilia, particolarmente visibile nel
caso delle fibre sintetiche meno
igroscopiche, che trova immediata
applicazione nel miglioramento
delle affinità verso i coloranti e come riscontro diretto la tingibilità del
polipropilene ed interessanti prospettive nell’incremento sia del
comfort dei capi di abbigliamento
costituiti da materiali sintetici (per
esempio, la traspirabilità) che della
resistenza a trazione dei filati; le deposizioni di film sottili che, in funzione dei precursori utilizzati, han-
Delegazioni straniere in visita al Point
Tre delegazioni straniere hanno
fatto visita al Polo di Dalmine nel
mese di febbraio. Dall’Iraq è giunto un gruppo composto da quattro
ingegneri civili docenti all’Università di Baghdad e dal rettore (nella
foto), impegnato nell’opera di ricostruzione del Paese mediorientale.
La tappa al Point si è svolta in occasione di Build up, il salone dell’edilizia sostenibile di Milano.
Dopo la presentazione di attività e
servizi svolti dal polo tecnologico,
la delegazione, ha visitato i laboratori dell’Istituto Italiano dei Plastici, di Petroceramics e dell’Università di Bergamo. Il 26 febbraio Servitec ha ospitato una delegazione
dello Hong Kong Trade Development Council (l’ente preposto alla
politica commerciale estera di
Hong Kong), formata da Carlos
Genardini, CEO della Hong Kong
Science and Technology Parks
Corporation, e Anthony Wong,
Commissario all’Innovazione Tecnologica e Scientifica dell’Innova-
tion and Technology Centre di
Hong Kong. Tra i due eventi si è
inserita la visita di una delegazione
rumena, composta da ispettori ambientali governativi.
no permesso la realizzazione di finissaggi chimici (antiusura ed idrorepellenti) a bassissimo impatto
ambientale.
Al di là del valore strettamente
scientifico raggiunto dal progetto, i
risultati ottenuti sono espressione di
una riuscita e non sempre consueta
sinergia tra interessi pubblici e privati. Da una parte Servitec ed il Dipartimento di Ingegneria Industriale
dell’Università di Bergamo a rappresentare rispettivamente l’aspetto
organizzativo e scientifico del progetto stesso. Dall’altra Moma e le
imprese artigiane che hanno messo
a disposizione know how, tecnologia e materia prima per la progettazione e l’esecuzione delle applicazioni i cui risultati sono stati riportati. Inoltre, quali soggetti catalizzatori, la Regione Lombardia ed
Unioncamere Lombardia, il cui finanziamento è stato indispensabile
per sostenere i costi delle attività
svolte.
LA SCHEDA
Tecnologie al plasma
Le tecniche di modificazione superficiale permesse con trattamenti al plasma sono divisibili in tre categorie in
dipendenza dell’azione che và ad imprimere sul substrato tessile.
Plasma Etching
La parola inglese “etching” si traduce
in italiano come “incisione”. Questa
definizione rende perfettamente il concetto dell’effetto che ha il plasma sul
materiale da trattare.
Questo metodo consiste nel causare un
bombardamento con atomi reattivi o
ioni inerti (ad es. ossigeno, cloro, fluoro, argon) generati in una scarica di
gas su una superficie posta sul catodo
nella configurazione dell’impianto.
Pertanto si avrà un duplice effetto: un
attacco per azione fisica di erosione
con trasferimento di energia degli ioni
alla superficie del substrato (ion etching) nonché un attacco delle specie
chimiche neutre che, generate nel plasma, diffondono fino al substrato dove
reagiscono con la superficie formando
prodotti volatili. In funzione dei tempi
di esposizione, delle percentuali di gas
e di potenza in gioco si potranno pertanto verificare uno, o una combinazione di questi effetti. Il risultato pertanto sarà di rimozione della superficie
del pezzo trattato al plasma con eliminazione di impurità e contaminazioni
sulla superficie fino a spingersi all’erosione del materiale di base.
Questo processo viene utilizzato per
pulire la superficie da contaminanti superficiali o per assottigliarla. In alternativa con l’uso di opportune maschere poste sopra il bersaglio, la tecnica
può essere utilizzata per erodere selettivamente alcune aree di interesse.
Quando i polimeri sono esposti al plasma per un tempo adeguato, è probabile il verificarsi di una perdita in peso
dovuta allo strippaggio dello strato polimerico più prossimo alla superficie.
L’entità di tale perdita è funzione del
tipo di polimero e dello stato energetico del plasma.
La reazione delle specie reattive con il
substrato può portare a una ricombinazione molecolare, tramite reazioni chimiche, arrivando modificare anche le
proprietà chimiche superficiali del materiale trattato.
Plasma Grafting
La traduzione del sostantivo “graft”,
dall’inglese, è “innesto”. Questo processo è caratterizzato da un continuo
afflusso di componenti reattive prodotte nel plasma che favorisce il loro adsorbimento sulla superficie da trattare
e agevola la formazione di legami permanenti con gli elementi chimici costituenti quest’ultimo.
Causata dalle specie reattive si ha all’inizio una rottura dei legami chimici
del substrato con formazione di radicali o ioni e la formazione di nuovi legami con i radicali e gli ioni provenienti
dal bulk del plasma.
I gas maggiormente utilizzati per
l’attivazione con plasma sono ossigeno, azoto e fluoro che interagendo
con la superficie del polimero portano all’inserimento, a seconda del tipo di gas utilizzato, diversi gruppi
funzionali (ossidrili, carbonili, carbossili, gruppi amminici e ammidici,
fluoruri, cloruri…).
Poiché l’innesto di nuovi gruppi funzionali riguarda solo la parte esterna
del materiale trattato, a livello nanometrico, le caratteristiche interne del
materiale non vengono alterate.
Si possono invece trasformare superfici idrofobe in idrofile e viceversa
dando rispettivamente miglioramenti
nella tangibilità, riduzione dei tempi
di tintura, risparmio nei consumi idrici, e trattamenti che idrorepellenti o
oleorepellenti con caratteristica di antimacchia.
Deposizione di polimeri (processo
PECVD)
La deposizione di film sottili, nota con
l’acronimo di PECVD (Plasma Enanhced Chemical Vapour Deposition), è
tra le più diffuse applicazioni industriali dei plasmi. La sua applicazione
nasce e si sviluppa fin dai primi anni
80 del secolo scorso nel settore della
microelettronica e nella costruzione di
celle solari. Quando un gas organico o
contenente atomi in grado di formare
polimeri è introdotto in un plasma a
bassa pressione, sulla superficie del
substrato si depositano prodotti polimerici. I polimeri depositabili sono i
più svariati e vanno dai film sottili di
materiali organici (PTFE-like, siliconlike), ai semiconduttori, agli ossidi
(SiO2), ai metalli (Al, Ti) fino al di
diamante (Diamond Like Carbon).
A differenza della polimerizzazione
convenzionale, non è necessaria la presenza di monomeri contenenti gruppi
reattivi in quanto l’urto con gli elettroni liberi ad alta energia del plasma,
porta alla frammentazione della molecola ed alla formazione di composti radicalici e ionici altamente reattivi.
Per poter comprendere meglio le possibilità offerte dal PECVD, si deve
immaginare il plasma come un ambiente in grado di attivare e di coinvolgere qualsiasi tipo di atomo presente nel reattore, scomponendo molecole, anche le più complesse, per poi
ricombinarle; in queste condizioni
ogni atomo in grado di formare strutture continue (ad esempio il carbonio
ed il silicio) può formare un polimero
con qualità che dipendono dalle condizioni di reazione.
III
I
Un contributo decisivo
allo sviluppo sostenibile
l mondo si sta urbanizzando sempre
più, ma il modello di sviluppo urbano utilizzato sino ad ora sembra
comportare conseguenze negative ormai insostenibili. Gli edifici consumano più energia di industria e trasporti,
e quindi sono responsabili di emissioni
nocive. Come limitarne le conseguenze
negative? Quale apporto può offrire il
mondo edile? E’ necessario un cambiamento, e il settore edile può contribuire con la costruzioni di edifici sostenibili, ovvero a basso costo, ambientale e sociale durante tutto il loro
ciclo di vita. Le nuove lottizzazioni e le
nuove costruzioni dovranno cercare di
consumare meno risorse, materiali e
energia, affinché l’edilizia possa offrire un contributo alla sostenibilità dello
sviluppo. Il recente quadro normativo
ha recepito queste problematiche e sta
spingendo l’industria delle costruzioni
verso la sostenibilità, con l’obbligo di
certificare qualità e prestazioni: l’edilizia è dunque chiamata a rispondere
ad una sfida già “sofferta” in precedenza dall’industria tradizionale:
mantenersi sul mercato garantendo a
priori “sulla carta” prodotti sicuri, a
basso consumo e ridotte emissioni nocive – ovvero di qualità certificata, con
garanzia e “libretto di istruzioni”, ancor prima di realizzali.
Se un cambiamento in edilizia è obbligatorio per legge e necessario per il
mercato: come renderlo possibile, ovvero economicamente sostenibile? Per
garantire prestazioni “sulla carta”
senza aumentare i costi di realizzazione l’unica alternativa plausibile sembra essere una maggiore e progressiva
“industrializzazione” dei processi costruttivi di edifici che garantiscano la
sostenibilità generale, anche economica, dell’intervento. Industrializzare
l’edilizia per garantire sia al singolo
sia alla comunità qualità, economicità
e rispetto dell’ambiente: in breve la sostenibilità.
Ma come assicurarci che tali obiettivi
siano condivisi dall’incipiente industrializzazione del settore edile? Cosa
significano” città sostenibile” e “edificio sostenibile” in termini tecnici? Tra
gli indicatori di uso corrente per determinare il contributo di un edificio alla
sostenibilità ambientale, economica e
sociale figura l’impronta ecologica – o
area geografica da cui vengono drenate le risorse per esistere - da una città
e da una costruzione. Una città come
ad esempio New York ha bisogno, per
vivere, di servizi, materiali e risorse
che vengano da regioni molto più
grandi dell’area cittadina. La somma
delle impronte ecologiche delle maggiori città nel mondo costituisce
un’area più grande della superficie
terrestre. La prospettiva di continuare
con questo modello di sviluppo è chiaramente insostenibile. Per garantire
un futuro ed equo sviluppo a tutte le realtà territoriali locali è necessario che
città ed edifici riducano quindi la propria impronta ecologica, riducendo così l’energia e l’inquinamento imputabili
ai trasporti, utilizzando risorse locali e
sostenendo così le economie locali. Un
edificio corretto dal punto di vista della
eco-sostenibilità è un edificio a basso
consumo, ben isolato, che sfrutta in maniera efficiente le risorse energetiche
locali, supporta parte della sua richiesta energetica attraverso processi naturali con irraggiamento solare, ventilazione naturale, buon uso di masse termiche, usa materiali tendenzialmente
rinnovabili possibilmente di provenienza locale, incide in minima parte sul ci-
Le nuove costruzioni
dovranno cercare
di consumare
meno risorse,
materiali ed energia
clo delle acque, e limita le emissioni, in
particolare gas serra e rifiuti.
L’obiettivo di consentire la produzione
di edifici di qualità certificata a costi
certi e contenuti definisce un percorso
possibile per la progressiva industrializzazione del settore edile. Per poter
proporre una plausibile ottimizzazione
delle economie di scala in edilizia è
importante studiare l’intero ciclo di vita di un edificio. L’analisi del ciclo dei
costi di un edificio permette di capire
che in quarant’ anni di vita i costi di
gestione sono molto superiori al costo
di costruzione e consente
di ipotizzare
innovazioni
di processo
finalizzate al
contenimento
dei consumi e
dei costi generali. Sino
ad oggi circa
l’80 per cento del costo
di costruzione di una casa e’ imputabile alla mano d’opera
mentre solo il 20 per cento e’ impiegato per i materiali. E’chiaro che un processo in grado di invertire la proporzione per ridurre la quantità di mano
d’opera e i rischi finanziari in cantiere
renderebbe molto appetibile questo
settore. Grandi compagnie di software
o di assemblaggio stanno manifestando interesse verso il mondo delle costruzioni, con l’intenzione di trasformarlo in qualcosa di molto simile al
mercato dell’automobile. Ma con un
enorme vantaggio: la produzione “in
serie”, quindi a basso costo, di elementi “su misura”, ovvero personalizzabili e di alta qualità. Ripetitività
estetica e bassa qualità non hanno mai
permesso alla prefabbricazione di en-
trare nel mondo edile residenziale. La
prefabbricazione tradizionale si è sempre avvalsa di processi di produzione
“di massa”, ovvero offre pezzi simili
tra loro e per questo a basso costo. La
produzione digitale consente invece di
“stampare” in tre dimensioni un file
digitale, ovvero di produrre un pezzo
speciale a costo di produzione di massa. Ma come “industrializzare” la produzione di edifici certificati a costi ridotti? Il mondo digitale offre opportunità possibili di trasferimento tecnologico dai processi industriali “tradizionali”, perché gioca già un ruolo fondamentale nella progettazione degli
edifici, e sta gradatamente “contaminando” tutte le fasi della vita di un edifici. Da tempo gli studi di progettazione usano sofisticati computer per disegnare in digitale, simulare le prestazioni degli edifici con prototipi digitali. La produzione digitale con Macchine a Controllo Numerico consente già
oggi in edilizia di superare i limiti della prefabbricazione tradizionale consentendo
di
produrre su richiesta componenti e strutture
speciali per le
costruzioni, a
costi industriali. In generale
la gestione digitale consente
un
maggior
grado di automazione e domotica. Tali
nuovi processi
“industrializzanti” aiutano a produrre, a costi di produzione di massa,
sempre più elementi complessi su misura come strutture, rivestimenti, facciate interattive, impianti, ambienti
con forme e materiali personalizzabili.
Da poco più di un decennio nella “filiera produttiva” edile è iniziata la
produzione industriale di pezzi speciali – ovvero è già iniziata una spontanea
industrializzazione di processo. La
realizzazione di grattacieli ad esempio
utilizza già economia di scala e tecniche di assemblaggio di elementi prefabbricati vicine all’industria tradizionale.
Gian Carlo Magnoli
responsabile Centro per l’Architettura
Sostenibile Ambientale di Servitec
Un terzo dei consumi energetici dell’Italia viene impiegato per riscaldamento, condizionamento, illuminazione, elettrodomestici di ambienti costruiti. Secondo uno studio pubblicato dall’Università di Siena, gli edifici rappresentano:
• il 16-17% del consumo mondiale di acqua potabile (con problematiche legate al suo
utilizzo ed alla sua corretta gestione in ambiente urbano, alle acque meteoriche, al recupero delle acque grigie e all’uso di sistemi naturali di depurazione);
• il 20% del legno da foreste;
• il 40% dei flussi totali di materia ed energia;
• il 25% delle emissioni di cloro-fluoro-carburi (CFC);
• il 40% della CO2 rilasciata in atmosfera;
• il 50% dei materiali estratti dalla crosta terrestre;
• il 20% di tutti i rifiuti prodotti (450 milioni di tonnellate di rifiuti da costruzione e da
demolizione).
Le tecniche di Edilizia Sostenibile, applicate al settore edile, alle edificazioni ex novo ma
anche all’edilizia esistente, permetterebbero di operare risparmi dei consumi energetici
ed idrici fino al 50% dei quantitativi attualmente assorbiti e quindi, nell’ipotesi di una diffusione su scala nazionale, ridurre di circa il 17 % le emissioni di CO2 equivalente.
Edifici passivi, scelta possibile
Il settore edile è uno dei pochi in cui la ricerca di soluzioni energetiche alternative può
essere un motore economico per il futuro
L’edificio passivo ideale si definisce come
quell’ambiente costruito che non abbisogna di sorgenti di energia esterne, tranne
che per la radiazione solare e i guadagni
termici relativi allo scambio conduttivo e
convettivo con l’ambiente naturale (aria e
suolo). Nella realtà vi sono alcuni parametri che la comunità scientifica definisce per
il consumo energetico massimo di un casa
passiva. In generale si considera tale, alle
latitudini europee (40° - 60°N), un edificio
in cui la richiesta di energia totale per il riscaldamento e il raffrescamento (condizionamento dell’aria) risulti minore di 15
kWh/m2/anno (la superficie è quella riscaldata). Tanto per fare un paragone 1 m3 gas
= 10.585 kWh, per cui una villetta di
200m2 consumerebbe 3000kWh/anno ovvero 300m3/anno di gas (considerando per
esempio un sistema a pompa di calore ad
assorbimento). Considerando tutti i dispositivi fruitori di energia (illuminazione, acqua calda domestica, ventilazione più riscaldamento e condizionamento) l’energia
richiesta totale deve essere inferiore a 120
kWh/m2/anno. Si richiede quindi una ulteriore diminuzione dei consumi energetici di
circa 4 volte rispetto a quelli previsti e considerati dalla legge 192/2005.
“Va riaffermato che gli edifici passivi sono
tecnicamente possibili – sottolinea Marco
Marengo, responsabile della sezione di Microfluidica e Chimica del Laboratorio Robotica e Microsistemi dell’Università di
Bergamo, ubicato al Point – Lo prova il fatto che in Svizzera e Austria sono stati realizzate abitazioni di circa 150 mq di superficie calpestabile che richiedono una potenza massima di 1,5 kW per riscaldamento e
condizionamento. Ci si chiede tuttavia se lo
Certificazione energetica, i nuovi obblighi di legge
Il decreto legislativo n. 311 del 29 dicembre 2006, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 26 del 1° febbraio 2007 ed entrato in vigore il 2 febbraio, estende, a partire dal 1° luglio
2007, l’obbligo di certificazione energetica agli edifici esistenti superiori a 1000 metri quadrati, nel momento in cui
vengano immessi nel mercato immobiliare. Dal 1° luglio
2008 l’obbligo scatta anche per gli edifici sotto i 1000 metri
quadrati, sempre nel caso di compravendita dell’intero immobile. Dal 1° luglio 2009, invece, il certificato di efficienza energetica diventa obbligatorio anche per la compravendita dei singoli appartamenti. Fino all’entrata in vigore delle linee guida per i criteri di certificazione, l’attestato di certificazione energetica è sostituito dall’attestato di qualificazione energetica, che deve essere redatto dal direttore dei lavori e presentato al Comune di competenza contestualmente
alla dichiarazione di fine lavori senza oneri aggiuntivi per il
committente. Dal 1° gennaio 2007, l’attestato di certificazione energetica dell’edificio è necessario per accedere agli incentivi ed alle agevolazioni di qualsiasi natura (sgravi fiscali o contributi pubblici) finalizzati al miglioramento delle
prestazioni energetiche degli edifici o degli impianti.
Dal 1° luglio 2007, tutti i contratti, nuovi o rinnovati, relativi alla gestione degli impianti termici o di climatizzazione
degli edifici pubblici devono prevedere la predisposizione
dell’attestato di certificazione energetica dell’edificio o dell’unita’ immobiliare interessati entro i primi sei mesi di vigenza contrattuale, con predisposizione ed esposizione al
pubblico della targa energetica. Per tutti i nuovi edifici diventa obbligatorio l’uso di fonti rinnovabili (solare termico
o geotermia) per la produzione di almeno il 50% dell’acqua
calda sanitaria, e di impianti fotovoltaici. Le modalità applicative di queste misure saranno definite successivamente
con apposito decreto. Verrà agevolato l’utilizzo di caldaie ad
alta efficienza nelle zone climatiche più fredde, al posto dei
vecchi impianti di riscaldamento. Per gli immobili nuovi e
nel caso di ristrutturazioni di edifici di superficie utile superiore a 1000 metri quadri, sarà obbligatorio installare sistemi
schermanti esterni, al fine di contenere il consumo energetico per il condizionamento. In base a queste premesse alcuni
comuni della regione Lombardia hanno adottato regolamenti edilizi che subordinano il rilascio del certificato di agibilità all’ottenimento della certificazione energetica, che in questi serve a evidenziare la qualità energetica degli edifici realizzati dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento edilizio, e definire degli indicatori prestazionali per erogare incentivi agli edifici di alta qualità energetica.
siano anche dal punto di vista economico.
Uno dei problemi è che per guadagnare in
risparmio energetico occorre investire sempre più in tecnologie non-standard e in sistemi abbastanza costosi”.
Paradossalmente, scendere sotto una certa
soglia di consumo, cercando di costruire
una casa a consumo nullo (zero-energy
house), non è conveniente dal punto di vista economico. Vi è però un costo totale
minimo quando si costruisce un edificio
con valori così piccoli di dissipazione termica che si può fare a meno del contributo
di un impianto di riscaldamento. In presenza di normative sempre più stringenti sul risparmio energetico può essere interessante
considerare che un edificio civile o industriale che rispetti la normativa può avere lo
stesso costo se costruito in modo tale da limitare la minimo la presenza ad-hoc di
impianti di riscaldamento/condizionamento. Si può pertanto definire “casa passiva”, un edificio per il quale la trasmittanza termica raggiunge valori così bassi
da poter evitare l’installazione di sistemi
di riscaldamento/condizionamento a base
di combustibile fossile e di eletricità. Tale
definizione non dipende dal luogo in cui
si costruisce. “Occorre però valutare anche altri aspetti – sottolinea Marengo – Il
comfort deve essere mantenuto ad alti livelli e le soluzioni tecnologiche devono
essere mantenute semplici e affidabili, nel
senso che non è necessario cercare soluzioni ipertecnologiche, semmai occorre
cambiare l’approccio del costruttore verso
una progettazione diversa. L’isolamento è
sempre necessario, i sistemi di ombreggiatura sono essenziali nei climi caldi, i sistemi di recupero del calore devono entrare
nei capitolati. Il terreno deve essere considerato una risorsa energetica, quindi
prevedere quando possibile sistemi geotermici a pompa di calore”. Dunque, la
casa passiva, che non abbisogna di un impianto termico o di condizionamento a
base di combustibili fossili ed elettricità, è
tecnicamente possibile: vi sono centinaia
di esempi in Europa, anche in Italia, di
edifici con una trasmittanza termica inferiore a 10W/m2. Economicamente le case passive sono in generale più costose
del costruito tradizionale, mentre sono
competitive se si cerca di adeguare i capitolati alle nuove normative energetiche.
Possono costituire una interessante idea di
business specie per l’edilizia industrializzata. Intanto richiamano sempre più l’interesse dei futuri ingegneri. Il corso di
Tecniche di Risparmio Energetico nell’Edilizia, attivo per gli allievi del 2° anno
della Laurea Specialistica, è frequentato
da circa 40 studenti, molti dei quali intenzionati ad approfondire l’argomento. Per
ognuno di essi la prospettiva di sei mesi di
lavoro pieno su progetti di ricerca e sviluppo che si spera possano richiamare
l’attenzione di aziende e associazioni del
settore edilizio.
IV
M
Materiali ai raggi X
Test d’avanguardia nel Laboratorio di Analisi Microstrutturale gestito dal
Dipartimento di Progettazione e Tecnologie della Facoltà di Ingegneria
ateriali sotto esame, dai metalli
ai calcestruzzi, per valutarne la
resistenza alla corrosione e
quella meccanica, fino alle tecnologie di
lavorazione su scala micrometrica. E’
uno spaccato dell’attività di ricerca che
l’Università degli Studi di Bergamo
svolge all’interno del Point di Dalmine,
nel quadro di una sinergia legata non solo alla contiguità degli edifici ma rispondente ad una filosofia di collaborazione
tra aree tecnologiche altamente strategiche. L’insediamento a fine 2005 del Laboratorio di Analisi Microstrutturale del
Dipartimento di Progettazione e Tecnologie della Facoltà di Ingegneria, che
vanta un’attività decennale, ha coinciso
con la dotazione di un microscopio elettronico a scansione di ultima generazione che consente osservazioni fino a
100mila ingrandimenti di ogni tipo di
materiali. Grazie ad una microsonda, il
sistema di rilevazione dei raggi X emessi dal campione investito dagli elettroni
permette l’analisi qualitativa e quantitativa degli elementi. “Uno strumento di
grande utilità, che si affianca agli strumenti di microscopia ottica e metallogra-
fica – sottolinea Marina Cabrini, docente
che condivide la responsabilità della
conduzione della sezione di analisi microelettronica del laboratorio insieme al
prof. Tommaso Pastore ed ai collaboratori Paolo Marcassoli e Sergio Lorenzi –
il campo di azione è legato specificamente alle prove di corrosione, durante
le quali vengono ricreate le condizioni
ambientali di impiego del materiale e le
sollecitazioni meccaniche a cui il relativo manufatto viene sottoposto. Accanto
all’attività di ricerca, svolgiamo un servizio di consulenza all’esterno. Da tempo è in atto una proficua collaborazione
con il gruppo Eni. Il laboratorio è impegnato nei test su materiali innovativi, in
particolare sugli acciai strutturali destinati ad essere applicati nei sistemi di trasporto degli idrocarburi, gasdotti e oleodotti. Eseguiamo prove di caratterizzazione meccanica ed affrontiamo singole
problematiche che ci vengono sottoposte
di volta in volta”. Vari tipi di criticità
meccanica e casi di rotture di componenti che possono anche costituire oggetto di
letteratura per la scienza dei materiali,
ma soprattutto richiedono risposte certe
per risolvere i singoli problemi che si
manifestano e vengono portati all’attenzione del gruppo di esperti universitari.
Per il momento l’attività legata alla ricerca è superiore al numero di ore dedicate
ai controlli per conto terzi. Le richieste
dall’esterno arrivano soprattutto dalle
aziende di lavorazioni meccaniche e
l’analisi della corrosione rimane un nodo
cruciale. Altrettanto interessante e promettente la sezione dedicata alle microlavorazioni, seguita da Giuseppe Pellegrini e Gianluca D’Urso. Si tratta di realizzare una microlitografia in cui l’agente non è la luce ma un fascio di elettroni.
La tecnica di esecuzione, denominata LIGA secondo un acronimo tedesco, permette di rimuovere chimicamente uno
strato di materiale polimerico posto su
un wafer di silicio. Il fascio elettronico
non asporta il materiale ma lo “impressiona”, sensibilizzandolo e predisponendolo per i successivi trattamenti chimici.
“Stiamo valutando quelle che potrebbero
rivelarsi le applicazioni più vantaggiose
per i settori delle microlavorazioni, relativamente alla realizzazione di microattuatori, microsensori, biocomponenti
Il gruppo del Laboratorio di Analisi Microstrutturale accanto al microscopio
elettronico. Da sinistra: Gianluca D’Urso, Marina Cabrini, Sergio Lorenzi,
Giuseppe Pellegrini, Paolo Marcassoli
ecc. – spiegano Pellegrini e D’Urso. All’orizzonte la prospettiva di arrivare in
tempi brevi alla ricerca applicata anche
in questo settore. Le nuove disposizioni
di legge entrate in vigore nel settore delle costruzioni edilizie hanno conferito
grande valenza all’analisi dei calcestruzzi. “Eseguiamo sotto la responsabilità
del prof. Luigi Coppola prove di caratterizzazione fisica e meccanica su calcestruzzo e malte, sia allo stato fresco che
indurito – spiega Sergio Lorenzi – Le nostre tematiche di ricerca sono relative so-
prattutto alla durabilità ma possono essere anche di utilità per la realizzazione di
manufatti cementizi ed in calcestruzzo. Il
laboratorio è inoltre autorizzato secondo
le leggi vigenti in materia ad effettuare
controlli sulle caratteristiche elastomeccaniche sia del calcestruzzo in opera sia
degli acciai da armatura”. Il laboratorio è
quindi un riferimento per prefabbricatori, produttori di calcestruzzo e cantieri
che fanno pervenire i loro campioni da
sottoporre obbligatoriamente ad analisi e
validazione.
Sostenibilità energetica nel territorio bergamasco La geo-conoscenza degli edifici storici
Se ne parla il 29 marzo alla Settimana della Scienza
Nell’ambito della Settimana della Scienza,
Giovedì 29 marzo dalle ore 11 alle 18, nella
Sala Congressi del Teatro Donizetti di Bergamo, si svolgerà un incontro-dibattito aperto a
sindaci, operatori ed enti del territorio sul tema della sostenibilità energetica nel territorio
bergamasco.
Programma della giornata:
Ore 11 - 18
Sala Congressi Teatro Donizetti
“La cultura delle Bioenergie”
aperto ai sindaci, agli operatori, enti del territorio e alla cittadinanza
Ia sessione: Manifesto per il territorio
Ore 11 - 12,30
“Gli aspetti socioeconomico delle energie
rinnovabili”
Ingegner Angelo Borroni - Politecnico di
Milano
“L’impronta del Territorio: manifesto per il
territorio di Levate”
Virginio Marchetti - Sindaco di Levate
“Proposta di regolamento edilizio sostenibile”
Ing. Giuseppe Tebaldi -gruppo ambiente
comune di Ranica
“Progetto città mia: investire nell’ambiente
conviene”
Dott.ssa Daniella Personeni - Banca Popolare
di Bergamo
Ore 13 : brunch offerto dalla Banca Popolare
di Bergamo
IIa sessione: Gli aspetti ambientali: un’opportunità per l’ambiente, l’agricoltura e
l’industria
Ore 14 - 18
“Bionergie: produrre energia pulita e creare
buona occupazione”
Dr. Luigi Bresciani - CGIL Bergamo
“Efficienza energetica nelle costruzioni”
Arch. Gian Carlo Magnoli - Servitec srl
“Efficienza energetica e sostenibilità: unità
energetiche da biomasse funzionali alle esigenze e potenzialità del territorio”
Ing. Daniele Fraternali - Servizi Territorio
srl - Milano
“Riduzione del 20 di energia primaria
entro il 2010”
Prof. Antonello Pezzini - Consigliere
Comitato Economico e Sociale Europeo
“Efficienza energetica nelle produzioni
agricole”
Prof. Mario Motto - Istituto Sperimentale
per la Cerealicoltura-Bergamo
“Una proposta concreta: una centrale energetica a biomasse in Bergamo”
Ing. Roberto Carrara - BAS POWER-Bergamo
Ore 16,30 - 18
TAVOLA ROTONDA E DISCUSSIONE DI
PROPOSTE OPERATIVE
Modera Paolo Aresi - L’Eco di Bergamo
Università di Bergamo - Confindustria
Bergamo - Camera di Commercio Servitec - Banca Popolare di Bergamo Legambiente - Regione Lombardia Provincia di Bergamo - Comune di
Bergamo - Comuni di Ranica, Azzano,
Stezzano, Levate.
Conclusioni: sindaco di Bergamo - avvocato
Roberto Bruni
L’Istituto Italiano Plastici si presenta
“I servizi di Servitec e IIP-Istituto Italiano
Plastici per le aziende del territorio” è il tema del seminario che si terrà giovedì 15
marzo, alle ore 10 alle 13, nella sede del
Point in via Einstein a Dalmine. I lavori saranno introdotti dagli interventi di Alessandra Salvi, assessore provinciale all’ambiente, che illustrerà la politica e gli indirizzi
ambientali della Provincia di Bergamo, e
Lucio Susmel, amministratore delegato di
Servitec, che elencherà la molteplicità di
servizi volti all’innovazione offerti dalla società del Polo Tecnologico di Dalmine. Seguirà la presentazione dei servizi di IIP per
le aziende del territorio, a cura di Graziano
Vidotto, e dei nuovi servizi in materia di
compatibilità ambientale (verifica emission
trading, certificazione energetica degli edifi-
Il 15 marzo nella sede
di Servitec un seminario
sulla ampia gamma
di servizi offerti alle
aziende del territorio
ci, dichiarazione ambientle di prodotto), da
parte di Eugenio Bestetti. Dopo la visita ai
laboratori di IIP, guidata da Alessio Pontiggia, il dibattito e le conclusioni. Nell’ampia
gamma di imprese ed enti che operano all’interno del Polo per l’Innovazione Tecnologia della provincia di Bergamo, il laboratorio dell’Istituto Italiani Plastici (organismo
di certificazioni, ispezioni e prove, fondato
nel 1956) offre una serie di servizi rivolti in
modo particolare ad aziende manifatturiere
e utilizzatori che vogliono effettuare prove e
controlli su manufatti plastici. Oltre al rilascio di certificazioni di prodotto in conformità alle norme nazionali ed internazionali
nei settori dei manufatti plastici per edilizia
(tubazioni, pannelli, serramenti) ed imballaggi, e della marcatura CE dei prodotti da
costruzione, IIP è accreditati per certificare i
sistemi di qualità aziendali, i sistemi di gestione ambientale (ISO 14001), per la sicurezza (OHSAS 18001) e per la responsabilità sociale (SA 8000). La partecipazione al
seminario è gratuita previa iscrizione che
può essere effettuata via email agli indirizzi
[email protected] oppure [email protected], entro
il 10 marzo 2007.
La conoscenza geometrica delle costruzioni, soprattutto quello
di interesse storico e architettonico, ha assunto un importanza resa sempre più rilevante dall’affinamento delle tecnologie che
aiuta a rappresentarle in ogni loro dettaglio strutturale e dimensionale nel contesto ambientale
in cui sono collocate.
Il Laboratorio di Tecnologiche
Geomatiche (Geolab), diretto da
Luigi Colombo, ha avviato da
tempo un’attività sperimentale e
di ricerca sull’edificato storico e civile
che ha portato
alla creazione
di un laboratorio, presso il
POINT, con
professionalità
e tecnologie
spendibili sul
territorio,
a
supporto della
didattica specialistica e della ricerca trasversale in edilizia.
In particolare, il laboratorio dispone di sensori laser per la misura morfologica e dimensionale
di elementi strutturali del costruito e di software specialistico per
l’elaborazione e la modellazione
spaziale; utilizza inoltre un sistema laser del tipo a scansione,
adatto sia per l’indagine senza
contatto sul costruito sia per il
monitoraggio del territorio. Inoltre, disporrà tra breve di una stazione satellitare GPS di riferimento per il monitoraggio continuo di strutture in grado di registrare, elaborare e visualizzare
spostamenti quasi statici e dinamici (trasferimento wireless dei
dati, via radio modem oppure
GSM). “La determinazione del
livello di sicurezza e dello stato
di conservazione di un edificio
richiede l’impiego di geo-tecnologie, all’interno di indagini senza contatto, finalizzate a registrare tutti gli aspetti della conoscenza morfologica, dimensionale e
statica – spiega Luigi Colombo Solo in questo modo è possibile
determinare in tempo reale situazioni geometriche e monitorare
la qualità di alcuni particolari
inaccessibili che
caratterizzano la
risposta statica
della struttura:
spessori di murature, morfologia
dei corpi di fondazione, macro e
microfratture,
presenza anomala di vuoti o armature, degradi
superficiali
e
profondi dei materiali. Si tratta di
sequenze di punti-oggetto, acquisite in modo automatizzato da
sensori elettronici spaziali, che
gestiscono anche l’immagine, all’interno di un riferimento comune. La rappresentazione di questo
modello di punti spazia da quella
classica, che utilizza elaborati
grafici bidimensionali (viste, sezioni, prospetti), a quella tridimensionale, a fili oppure solida.
Tutte le informazioni raccolte
vanno a costituire un modello di
geo-conoscenza che permette simulazioni e verifiche e conduce
alla creazione di un Sistema Informativo dell’Edificio, propedeutico ad ogni possibile intervento manutentivo”.
innovazione
INSERTO IN COLLABORAZIONE CON
TECNOLOGICA
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punto innovazione 02/07