La Rassegna 1 marzo 2007 I IL MENSILE DELLE NUOVE CONOSCENZE E DELL A CULTURA TECNOLOGICA L Art Point, tecnologia del restauro a tutela dei beni culturali necessita di monitoraggio continuo per garantirne un buono stato di conservazione. Gli interventi che possono rendersi necessari riguardano non solo la componente strutturale, ma soprattutto le opere d’arte per lo più poste all’interno di chiese, musei, edifici monumentali. Un lavoro che richiede competenze nel campo della storia dell’arte, conoscenze dei materiali usati dagli autori nella fase creativa, lo studio preliminare dello stato dell’ambiente con particolare riguardo all’azione dell’umidità e dei composti chimici volatili. Non ultima la capacità di effettuare i giusti ritocchi e interventi di ripristino, per quanto possibile, delle condizioni originali dell’opera. Affreschi, dipinti, sculture, intarsi, marmi, arredi, sono solo una parte significativa dell’immenso patrimonio che deve essere curato nel tempo. Un compito affidato ai restauratori, chiamati ad operare con tecniche sempre più avanzate su esempi di creatività artistica per preservarne il valore e le caratteristiche. Artigiani dotati di esperienza e professionalità, ma alla continua ricerca di aggiornamento e sensibili ai processi innovativi che possano fornire più alta qualità ai propri interventi di restauro e conservativi. E’ il motivo che ha portato alla costituzione diART POINT –Arte Restauro Tecnologia – il Consorzio Restauratori di Bergamo con sede al Point di Dalmine e a cui aderiscono otto fra piccole e medie imprese artigiane del settore restauro. “Esprimiamo l’esigenza di essere sempre all’avanguardia, confrontare le nostre tecniche tradizionali con le nuove opportunità offerte dagli studi sulla chimica dei materiali, tenere conto delle indagini propedeutiche ad ogni tipo di intervento per ottimizzare il lavoro di restauro in chiave conservativa – sottolinea Mauro Giacomo Maffiuletti, presidente di ART POINT – La nostra presenza al Point riflette la necessità di potersi avvalere, direttamente sul territorio e a costi accessibili, di strutture specializzate in diagnostica applicata al settore dei beni culturali”. Un’esigenza che Servitec aveva già fatto propria due anni fa, su espressa richiesta di CNA – Federazione Artigiani Bergamo, consentendo di sperimentare tecnologie di restauro attraverso i fondi messi a disposizione dalla Regione Lombardia. “Abbiamo visto approvate tutte le sette proposte da noi presentate e potuto utilizzare altrettanti voucher tecnologici, ciascuno del valore di 5.000 euro – ricorda Giuseppe Vavassori, segretario provinciale CNA – Il lavoro sperimentale ha riguardato cotto, tessuto, ligneo, ligneo policromato e dorato, pietra e scultura contemporanea. Un’attività che si è rivelata utile e comprovato l’importanza di poter contare su una struttura permanente di riferimento per le aziende operanti nel comparto del restauro”. Tra gli scopi del consorzio ART POINT, oltre al restauro del patrimonio storico artistico e ai lavori di recupero di apparati decorativi, dipinti, scultura ed opere lignee, figura la promozione di programmi di ricerca scientifica, tecnologica, sperimentazione tecnica, finalizzati al miglioramento delle attività professionali. La diagnosi e la documentazione tecnico-fotografica che precedono ogni intervento di restauro sono indispensabili per ottenere i risultati di recupero e conservazione. Trattandosi di imprese artigiane di piccole dimensioni e dovendo sempre più fare i conti con disponibilità finanziarie ristrette, in particolare nel settore dei beni pubblici ed ecclesiastici, le necessità di disporre di tecnologie innovative per la fase diagnostica deve sposarsi con la capaci- Nasce un consorzio di imprese artigiane per avvalersi di tecniche avanzate nel lavoro di recupero e conservazione dei beni storico-artistici tà di spesa. In altri termini, abbinare l’affidabilità strumentale al budget di cui si dispone. “Le tecnologie diagnostiche non invasive rappresentano ormai una componente fondamentale nel settore del restauro dei beni culturali – spiega Maffiuletti – Ne abbiamo verificato la proficuità durante l’esperienza maturata con i voucher tecnologici messi a disposizione dalla Regione Lombardia con il supporto di Servitec. Siamo convinti che il trasferimento tecnologico possa avvenire se realizzato attraverso percorsi condivisi che coinvolgono sistemi di imprese. La costituzione del consorzio risponde alla volontà di operare in modo sinergico proprio per poter utiliz- zare le potenzialità di innovazione che il territorio offre. Si potrà procedere all’acquisto di apparecchiature tecnologicamente avanzate e beni strumentali in comune. Uno degli obiettivi principali è la creazione di una banca dati che consenta di mettere a confronto le esperienze di restauro e diventi un patrimonio conoscitivo aperto a tutti gli addetti ai lavori”. Che il territorio bergamasco, con i suoi straordinari capolavori d’arte e monumentali e circa 200 artigiani del settore, sia uno dei poli più interessanti per il comparto del restauro è dimostrato dall’attenzione che gli esperti in Italia e nel mondo rivolgono agli interventi effettuati e in corso. In piazza Cittadella, in Il segretario provinciale CNA, Giuseppe Vavassori, e il presidente del consorzio Art Point, Mauro Giacomo Maffiuletti Città Alta, è stato aperto un cantiere per il recupero di affreschi mediante uso in via sperimentale di ossalato di ammonio (sostanza salina in grado di migliorare la pulitura e il fissaggio della pittura murale). Un intervento della durata di 8 mesi, svolto in collaborazione con l’Opificio Pietre Dure di Firenze e il Cnr di Milano per quanto riguarda il monitoraggio dell’opera, che sarà illustrato a Bressanone nel corso del convegno nazionale sul consolidamento di dipinti murali in programma a fine giugno. Tra gli interventi in corso va ricordato quello concernente affreschi e apparato decorativo della cupola del Duomo. In generale la committenza è rappresentata da Curia, parrocchie, enti pubblici, fondazione e associazione culturali. “Avvertiamo l’esigenza di continui aggiornamenti per garantire un livello qualitativo sempre alto dei nostri interventi – aggiunge Maffiuletti – In un anno svolgiamo 4 o 5 corsi. Proprio nella sede di Servitec, nel 2005, si è tenuta una serie di corsi di aggiornamento ad alto livello nel campo dei restauri che ha fatto convenire alcuni tra i massimi esperti da Firenze, Padova e dalle sedi del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Intendiamo ripetere, possibilmente programmandola, questo tipo di esperienza. In questo modo il consorzio mira a diventare un referente multidisciplinare soprattutto per quanto concerne la sperimentazione dei nuovi materiali e delle tecniche di restauro”. Eugenio Sorrentino Le otto ditte del Consorzio ■ RESTAURO LIGNEO di Francesco Algisi – Trescore Balneario ■ OCRIA – RESTAURO DIPINTI di Marzia Daina e Donatella Borsotti - Bergamo ■ VILLA RESTAURI di Tiziano Villa e Daniela Lepori - Bergamo ■ AMELIO MICHELI –Casazza ■ CARLA GRASSI – Seriate ■ CELESTINO TOMBINI – Bergamo ■ SILVIA BALDIS RESTAURI – Bergamo ■ EUGENIA DE BENI - Bergamo SIAD nella bonifica dei siti contaminati Nel corso del 2006 SIAD, attraverso il proprio Laboratorio di Biologia e Chimica Ambientale, ubicato presso il POINT di Dalmine, ha lavorato per la messa a punto di un nuovo sistema di risanamento delle acque di falda contaminate. Lo studio di laboratorio prima e l’applicazione su un caso reale poi, hanno condotto alla realizzazione e brevettazione di una nuova tecnologia che consente la rimozione di sostanze inquinanti presenti in acqua di falda e della relativa metodica di dimensionamento. Il sistema messo a punto da SIAD presenta notevoli vantaggi, rispetto alle tradizionali tecniche di bonifica come la semplicità di applicazione, il bassissimo impatto sul sito, l’assenza di produzione di rifiuti e la competitività economica. Visti i buoni esiti raggiunti, SIAD sta concludendo un accordo commerciale con una importante impresa che si occupa di bonifica dei siti contaminati, al fine di poter promuovere e applicare la nuova tecnologia inizialmente nell’area del Nord Italia e, poi, anche nei paesi dell’Est Europa. In particolare, SIAD attraverso il proprio Laboratorio di Biologia e Chimica Ambientale vuole mettersi sul mercato come fornitrice della tecnologia e del monitoraggio del processo di bonifica mediante analisi chimiche, microbiologiche e interpretazione dei dati. L’intento è quello di estendere il proprio campo d’azione, trasferendo le competenze ormai consolidate nel settore della depurazione delle acque reflue a quello del risanamento delle acque di falda e della bonifica dei siti contaminati in genere. La tecnologia proposta da SIAD si basa sull’iniezione di ossigeno puro in falda per l’attivazione dei processi di biodegradazione delle sostanze contaminanti ad opera della microflora batterica naturalmente presente negli acquiferi sotterranei. Il sistema è da considerarsi un trattamento in situ, ovvero un sistema che realizza il risanamento direttamente in falda, senza necessità di emungimento e successivo trattamento e/o smaltimento dell’acqua contaminata. L’ossigeno viene iniettato in falda tramite un diffusore poroso che viene calato attraverso un pozzo fenestrato fino ai pie- Nuova tecnologia per il biorisanamento di acque di falda contaminate mediante iniezione di ossigeno puro di dell’acquifero. Il diffusore tramite tubazione è collegato ad una bombola di alimentazione. La caratteristica principale di questa tecnologia, che la differenzia dai sistemi tradizionali, è rappresentata dal bassissimo impatto sul sito. Il sistema è, infatti, basato sull’iniezione di ossigeno puro secondo flussi molto ridotti e senza utilizzo di alimentazione elettrica, in quanto viene sfruttata l’energia potenziale del gas compresso. I flussi di iniezione sono dell’ordine di 0,5 litri/ora, cioè circa 4 ordini di grandezza inferiori a quelli abitualmente utilizzati in un sistema di aerazione tradizionale (40.000 litri/ora). L’impiego di flussi così ridotti è reso possibile dall’uso di ossigeno puro, e non di aria, e dalla messa a punto di un innovativo sistema di diffusione in grado di garantire rese di dissoluzione del gas in acqua superiori al 90%. Il sistema consente inoltre di raggiungere concentrazioni di ossigeno in falda anche superiori a 65 mgO2/l aumentando la cinetica di biodegradazione rispetto ai sistemi che utilizzano l’aria. L’iniezione di portate molto ridotte di ossigeno consentono di ridurre al minimo i volumi di stoccaggio del gas necessari. In particolare per ogni punto di iniezione risulta essere sufficiente l’impiego di bombole da 5 litri che sono sostituite ogni 30-40 giorni. L’estrema compattezza e la semplicità applicativa del sistema rende possibile installare l’intera apparecchiatura in pozzetti interrati consentendo di lasciare l’intero sito carrabile. Questa possibilità rappresenta una caratteristica molto vantaggiosa della tecnologia ed è particolarmente gradita dai proprietari del sito stesso in quanto consente di attuare il risanamento dell’acquifero mantenendo il sito operativo e libero da ostacoli. Il sistema di biorisanamento, dopo la messa a punto di laboratorio, è stato testato in un caso reale. In particolare è stato eseguito un test pilota di risanamento di acqua di falda contaminata da idrocarburi derivanti da cisterne perdenti di un punto vendita di carburante della provincia di Mantova. La scelta di applicare il sistema Siad è dipesa dall’esigenza della proprietà del sito di attuare un intervento che non intralciasse le attività di ristrutturazione e di rimessa in opera del punto vendita. Il livello di contaminazione si dimostrava particolarmente elevato e diffuso su tutta l’area in esame, con concentrazioni di idrocarburi totali fino a 50.000 µg n-esano/l, di composti aromatici fino a 2.500 µg/l e di MTBE fino a 8000 µg/l. Il campo prova ha previsto l’iniezione di ossigeno in un pozzo posto nel centro della contaminazione e il monitoraggio di una serie di piezometri posti nell’intorno del pozzo di iniezione stesso. Nel giro di un paio di mesi è stato possibile riscontrare la rimozione dei contaminanti in un’area circoscritta al punto di iniezione con un raggio di 5 metri. Oltre alla tecnologia illustrata, SIAD ha messo a punto anche una tecnica innovativa per accelerare i tempi di determinazione del raggio di influenza della tecnologia stessa e, quindi, del dimensionamento dell’intero sistema di biorisanamento. Tale tecnica sfrutta l’impiego combinato di ossigeno e di gas inerti. Nella fattispecie i gas inerti fungono da traccianti del processo di diffusione. La rilevazione dei gas inerti è indipendente dai fenomeni di consumo biologico e dà un’immediata risposta sulla modalità di diffusione dei gas nell’acquifero, consentendo di determinare in breve tempo il raggio d’azione del sistema di iniezione. Sia la tecnologia di iniezione che la tecnica di determinazione del raggio di influenza sono coperti da brevetti depositati allo European Patent Office. II L e nanotecnologie, grazie alla possibilità di manipolare, misurare e organizzare la materia su scala nanometrica, hanno assunto un importanza tale estendere il loro utilizzo sempre più frequentemente anche nel mondo tessile, consentendo di migliorare le prestazioni e di creare nuove funzionalità nei materiali impiegati. Negli ultimi tempi si è osservato un continuo proliferare di studi condotti sullo sviluppo del binomio, nanoparticelle, nanoriporti o nanomodificazioni dei polimeri nel campo tessile al fine di migliorare le caratteristiche chimico fisiche delle superfici. Dai risultati emersi è stato possibile produrre tessuti “multifunzionali”, con proprietà altamente innovative, rivoluzionando in maniera drastica il modo di concepire i materiali tessili. Uno degli esempi più evidenti è rappresentato dai nanocompositi, strutture eterogenee che combinano le proprietà di matrici tradizionali (ad esempio polimeri) con quelle di cariche nanoparticellari (per esempio di argilla o di ceramica), da cui è possibile ottenere fibre tessili più resistenti, impermeabili, traspiranti, ignifughe e antibatteriche. Le nanoparticelle possono essere introdotte come fillers nelle fibre tessili (fibre composite) o possono essere applicate, attraverso diverse tecniche di rivestimento, nella fase di finitura dei tessuti. I nanofilm possono essere riportati sul tessuto o sul filo per variare le caratteristiche meccaniche di resistenza, le nanomodificazione permettono di cambiare draticamente la composizione chimica superficiale e quindi la reattività del polimero nei confronti di coloranti, spalmature e finissaggi chimici in generale. Progetto Nanotex, nuove frontiere per il tessile Con le nanotecnologie è possibile migliorare le caratteristiche chimico fisiche delle fibre L’obiettivo principale del progetto NANOTEX è stato quello di conferire e migliorare alcune proprietà dei tessuti (naturali e sintetici), mediante l’utilizzo di nanotecnologie al plasma. Queste tecnologie innovative permettono di ricoprire i tessuti con materiali nanostrutturati. Il processo, energeticamente poco dispendioso e ad impatto ambientale pressoché nullo, avviene mediante l’applicazione di plasmi freddi. I risultati hanno evidenziato importanti miglioramenti delle seguenti caratteristiche: elasticità del tessuto; idrofilia, dunque facilità di tintura dei prodotti; resistenza all’abrasione e/o usura del tessuto. Delle varie tecnologie che sono stati impiegate nel progetto NANOTEX tutte avevano come comune denominatore l’utilizzo di una plasma come motore per i processi chimici da far avvenire con il substrato tessile. Il processo è portato a termine in ambiente chiuso, pulito, garantendo perciò affidabilità e sicurezza. Nel contempo il consumo di reagenti è estremamente basso con conseguente impatto ambientale del processo pressoché nullo. Le applicazioni pratiche dei materiali polimerici solidi, come ad esempio le fibre tessili, sono spesso determinate in notevole misura dalle loro proprietà dello strato più esterno. Infatti, l’idrorepellenza, l’idrofilicità, l’adesività, il comportamento antistatico, la lucentezza, la permeabilità, la biocompatibilità, la tingibilità e stampabilità, il comfort in generale e molte altre caratteristiche sono connesse più alle caratteristiche chimiche e fisiche dello strato superficiale del polimero che alla sua massa. I risultati ottenuti a conclusione delle attività previste dal progetto Nanotex permettono una duplice constatazione. La prima è che le applicazioni nanotecnologiche, già ampiamente riportate in letteratura scientifica soprattutto per altri ambiti merceologici, possono fornire nel campo tessile una risposta in termini di innovazione tecnologica e minor impatto ambientale per incrementare la competitività delle industrie di settore. I vantaggi sono essenzialmente riassumibili nei seguenti aspetti: l’aumento dell’idrofilia, particolarmente visibile nel caso delle fibre sintetiche meno igroscopiche, che trova immediata applicazione nel miglioramento delle affinità verso i coloranti e come riscontro diretto la tingibilità del polipropilene ed interessanti prospettive nell’incremento sia del comfort dei capi di abbigliamento costituiti da materiali sintetici (per esempio, la traspirabilità) che della resistenza a trazione dei filati; le deposizioni di film sottili che, in funzione dei precursori utilizzati, han- Delegazioni straniere in visita al Point Tre delegazioni straniere hanno fatto visita al Polo di Dalmine nel mese di febbraio. Dall’Iraq è giunto un gruppo composto da quattro ingegneri civili docenti all’Università di Baghdad e dal rettore (nella foto), impegnato nell’opera di ricostruzione del Paese mediorientale. La tappa al Point si è svolta in occasione di Build up, il salone dell’edilizia sostenibile di Milano. Dopo la presentazione di attività e servizi svolti dal polo tecnologico, la delegazione, ha visitato i laboratori dell’Istituto Italiano dei Plastici, di Petroceramics e dell’Università di Bergamo. Il 26 febbraio Servitec ha ospitato una delegazione dello Hong Kong Trade Development Council (l’ente preposto alla politica commerciale estera di Hong Kong), formata da Carlos Genardini, CEO della Hong Kong Science and Technology Parks Corporation, e Anthony Wong, Commissario all’Innovazione Tecnologica e Scientifica dell’Innova- tion and Technology Centre di Hong Kong. Tra i due eventi si è inserita la visita di una delegazione rumena, composta da ispettori ambientali governativi. no permesso la realizzazione di finissaggi chimici (antiusura ed idrorepellenti) a bassissimo impatto ambientale. Al di là del valore strettamente scientifico raggiunto dal progetto, i risultati ottenuti sono espressione di una riuscita e non sempre consueta sinergia tra interessi pubblici e privati. Da una parte Servitec ed il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Bergamo a rappresentare rispettivamente l’aspetto organizzativo e scientifico del progetto stesso. Dall’altra Moma e le imprese artigiane che hanno messo a disposizione know how, tecnologia e materia prima per la progettazione e l’esecuzione delle applicazioni i cui risultati sono stati riportati. Inoltre, quali soggetti catalizzatori, la Regione Lombardia ed Unioncamere Lombardia, il cui finanziamento è stato indispensabile per sostenere i costi delle attività svolte. LA SCHEDA Tecnologie al plasma Le tecniche di modificazione superficiale permesse con trattamenti al plasma sono divisibili in tre categorie in dipendenza dell’azione che và ad imprimere sul substrato tessile. Plasma Etching La parola inglese “etching” si traduce in italiano come “incisione”. Questa definizione rende perfettamente il concetto dell’effetto che ha il plasma sul materiale da trattare. Questo metodo consiste nel causare un bombardamento con atomi reattivi o ioni inerti (ad es. ossigeno, cloro, fluoro, argon) generati in una scarica di gas su una superficie posta sul catodo nella configurazione dell’impianto. Pertanto si avrà un duplice effetto: un attacco per azione fisica di erosione con trasferimento di energia degli ioni alla superficie del substrato (ion etching) nonché un attacco delle specie chimiche neutre che, generate nel plasma, diffondono fino al substrato dove reagiscono con la superficie formando prodotti volatili. In funzione dei tempi di esposizione, delle percentuali di gas e di potenza in gioco si potranno pertanto verificare uno, o una combinazione di questi effetti. Il risultato pertanto sarà di rimozione della superficie del pezzo trattato al plasma con eliminazione di impurità e contaminazioni sulla superficie fino a spingersi all’erosione del materiale di base. Questo processo viene utilizzato per pulire la superficie da contaminanti superficiali o per assottigliarla. In alternativa con l’uso di opportune maschere poste sopra il bersaglio, la tecnica può essere utilizzata per erodere selettivamente alcune aree di interesse. Quando i polimeri sono esposti al plasma per un tempo adeguato, è probabile il verificarsi di una perdita in peso dovuta allo strippaggio dello strato polimerico più prossimo alla superficie. L’entità di tale perdita è funzione del tipo di polimero e dello stato energetico del plasma. La reazione delle specie reattive con il substrato può portare a una ricombinazione molecolare, tramite reazioni chimiche, arrivando modificare anche le proprietà chimiche superficiali del materiale trattato. Plasma Grafting La traduzione del sostantivo “graft”, dall’inglese, è “innesto”. Questo processo è caratterizzato da un continuo afflusso di componenti reattive prodotte nel plasma che favorisce il loro adsorbimento sulla superficie da trattare e agevola la formazione di legami permanenti con gli elementi chimici costituenti quest’ultimo. Causata dalle specie reattive si ha all’inizio una rottura dei legami chimici del substrato con formazione di radicali o ioni e la formazione di nuovi legami con i radicali e gli ioni provenienti dal bulk del plasma. I gas maggiormente utilizzati per l’attivazione con plasma sono ossigeno, azoto e fluoro che interagendo con la superficie del polimero portano all’inserimento, a seconda del tipo di gas utilizzato, diversi gruppi funzionali (ossidrili, carbonili, carbossili, gruppi amminici e ammidici, fluoruri, cloruri…). Poiché l’innesto di nuovi gruppi funzionali riguarda solo la parte esterna del materiale trattato, a livello nanometrico, le caratteristiche interne del materiale non vengono alterate. Si possono invece trasformare superfici idrofobe in idrofile e viceversa dando rispettivamente miglioramenti nella tangibilità, riduzione dei tempi di tintura, risparmio nei consumi idrici, e trattamenti che idrorepellenti o oleorepellenti con caratteristica di antimacchia. Deposizione di polimeri (processo PECVD) La deposizione di film sottili, nota con l’acronimo di PECVD (Plasma Enanhced Chemical Vapour Deposition), è tra le più diffuse applicazioni industriali dei plasmi. La sua applicazione nasce e si sviluppa fin dai primi anni 80 del secolo scorso nel settore della microelettronica e nella costruzione di celle solari. Quando un gas organico o contenente atomi in grado di formare polimeri è introdotto in un plasma a bassa pressione, sulla superficie del substrato si depositano prodotti polimerici. I polimeri depositabili sono i più svariati e vanno dai film sottili di materiali organici (PTFE-like, siliconlike), ai semiconduttori, agli ossidi (SiO2), ai metalli (Al, Ti) fino al di diamante (Diamond Like Carbon). A differenza della polimerizzazione convenzionale, non è necessaria la presenza di monomeri contenenti gruppi reattivi in quanto l’urto con gli elettroni liberi ad alta energia del plasma, porta alla frammentazione della molecola ed alla formazione di composti radicalici e ionici altamente reattivi. Per poter comprendere meglio le possibilità offerte dal PECVD, si deve immaginare il plasma come un ambiente in grado di attivare e di coinvolgere qualsiasi tipo di atomo presente nel reattore, scomponendo molecole, anche le più complesse, per poi ricombinarle; in queste condizioni ogni atomo in grado di formare strutture continue (ad esempio il carbonio ed il silicio) può formare un polimero con qualità che dipendono dalle condizioni di reazione. III I Un contributo decisivo allo sviluppo sostenibile l mondo si sta urbanizzando sempre più, ma il modello di sviluppo urbano utilizzato sino ad ora sembra comportare conseguenze negative ormai insostenibili. Gli edifici consumano più energia di industria e trasporti, e quindi sono responsabili di emissioni nocive. Come limitarne le conseguenze negative? Quale apporto può offrire il mondo edile? E’ necessario un cambiamento, e il settore edile può contribuire con la costruzioni di edifici sostenibili, ovvero a basso costo, ambientale e sociale durante tutto il loro ciclo di vita. Le nuove lottizzazioni e le nuove costruzioni dovranno cercare di consumare meno risorse, materiali e energia, affinché l’edilizia possa offrire un contributo alla sostenibilità dello sviluppo. Il recente quadro normativo ha recepito queste problematiche e sta spingendo l’industria delle costruzioni verso la sostenibilità, con l’obbligo di certificare qualità e prestazioni: l’edilizia è dunque chiamata a rispondere ad una sfida già “sofferta” in precedenza dall’industria tradizionale: mantenersi sul mercato garantendo a priori “sulla carta” prodotti sicuri, a basso consumo e ridotte emissioni nocive – ovvero di qualità certificata, con garanzia e “libretto di istruzioni”, ancor prima di realizzali. Se un cambiamento in edilizia è obbligatorio per legge e necessario per il mercato: come renderlo possibile, ovvero economicamente sostenibile? Per garantire prestazioni “sulla carta” senza aumentare i costi di realizzazione l’unica alternativa plausibile sembra essere una maggiore e progressiva “industrializzazione” dei processi costruttivi di edifici che garantiscano la sostenibilità generale, anche economica, dell’intervento. Industrializzare l’edilizia per garantire sia al singolo sia alla comunità qualità, economicità e rispetto dell’ambiente: in breve la sostenibilità. Ma come assicurarci che tali obiettivi siano condivisi dall’incipiente industrializzazione del settore edile? Cosa significano” città sostenibile” e “edificio sostenibile” in termini tecnici? Tra gli indicatori di uso corrente per determinare il contributo di un edificio alla sostenibilità ambientale, economica e sociale figura l’impronta ecologica – o area geografica da cui vengono drenate le risorse per esistere - da una città e da una costruzione. Una città come ad esempio New York ha bisogno, per vivere, di servizi, materiali e risorse che vengano da regioni molto più grandi dell’area cittadina. La somma delle impronte ecologiche delle maggiori città nel mondo costituisce un’area più grande della superficie terrestre. La prospettiva di continuare con questo modello di sviluppo è chiaramente insostenibile. Per garantire un futuro ed equo sviluppo a tutte le realtà territoriali locali è necessario che città ed edifici riducano quindi la propria impronta ecologica, riducendo così l’energia e l’inquinamento imputabili ai trasporti, utilizzando risorse locali e sostenendo così le economie locali. Un edificio corretto dal punto di vista della eco-sostenibilità è un edificio a basso consumo, ben isolato, che sfrutta in maniera efficiente le risorse energetiche locali, supporta parte della sua richiesta energetica attraverso processi naturali con irraggiamento solare, ventilazione naturale, buon uso di masse termiche, usa materiali tendenzialmente rinnovabili possibilmente di provenienza locale, incide in minima parte sul ci- Le nuove costruzioni dovranno cercare di consumare meno risorse, materiali ed energia clo delle acque, e limita le emissioni, in particolare gas serra e rifiuti. L’obiettivo di consentire la produzione di edifici di qualità certificata a costi certi e contenuti definisce un percorso possibile per la progressiva industrializzazione del settore edile. Per poter proporre una plausibile ottimizzazione delle economie di scala in edilizia è importante studiare l’intero ciclo di vita di un edificio. L’analisi del ciclo dei costi di un edificio permette di capire che in quarant’ anni di vita i costi di gestione sono molto superiori al costo di costruzione e consente di ipotizzare innovazioni di processo finalizzate al contenimento dei consumi e dei costi generali. Sino ad oggi circa l’80 per cento del costo di costruzione di una casa e’ imputabile alla mano d’opera mentre solo il 20 per cento e’ impiegato per i materiali. E’chiaro che un processo in grado di invertire la proporzione per ridurre la quantità di mano d’opera e i rischi finanziari in cantiere renderebbe molto appetibile questo settore. Grandi compagnie di software o di assemblaggio stanno manifestando interesse verso il mondo delle costruzioni, con l’intenzione di trasformarlo in qualcosa di molto simile al mercato dell’automobile. Ma con un enorme vantaggio: la produzione “in serie”, quindi a basso costo, di elementi “su misura”, ovvero personalizzabili e di alta qualità. Ripetitività estetica e bassa qualità non hanno mai permesso alla prefabbricazione di en- trare nel mondo edile residenziale. La prefabbricazione tradizionale si è sempre avvalsa di processi di produzione “di massa”, ovvero offre pezzi simili tra loro e per questo a basso costo. La produzione digitale consente invece di “stampare” in tre dimensioni un file digitale, ovvero di produrre un pezzo speciale a costo di produzione di massa. Ma come “industrializzare” la produzione di edifici certificati a costi ridotti? Il mondo digitale offre opportunità possibili di trasferimento tecnologico dai processi industriali “tradizionali”, perché gioca già un ruolo fondamentale nella progettazione degli edifici, e sta gradatamente “contaminando” tutte le fasi della vita di un edifici. Da tempo gli studi di progettazione usano sofisticati computer per disegnare in digitale, simulare le prestazioni degli edifici con prototipi digitali. La produzione digitale con Macchine a Controllo Numerico consente già oggi in edilizia di superare i limiti della prefabbricazione tradizionale consentendo di produrre su richiesta componenti e strutture speciali per le costruzioni, a costi industriali. In generale la gestione digitale consente un maggior grado di automazione e domotica. Tali nuovi processi “industrializzanti” aiutano a produrre, a costi di produzione di massa, sempre più elementi complessi su misura come strutture, rivestimenti, facciate interattive, impianti, ambienti con forme e materiali personalizzabili. Da poco più di un decennio nella “filiera produttiva” edile è iniziata la produzione industriale di pezzi speciali – ovvero è già iniziata una spontanea industrializzazione di processo. La realizzazione di grattacieli ad esempio utilizza già economia di scala e tecniche di assemblaggio di elementi prefabbricati vicine all’industria tradizionale. Gian Carlo Magnoli responsabile Centro per l’Architettura Sostenibile Ambientale di Servitec Un terzo dei consumi energetici dell’Italia viene impiegato per riscaldamento, condizionamento, illuminazione, elettrodomestici di ambienti costruiti. Secondo uno studio pubblicato dall’Università di Siena, gli edifici rappresentano: • il 16-17% del consumo mondiale di acqua potabile (con problematiche legate al suo utilizzo ed alla sua corretta gestione in ambiente urbano, alle acque meteoriche, al recupero delle acque grigie e all’uso di sistemi naturali di depurazione); • il 20% del legno da foreste; • il 40% dei flussi totali di materia ed energia; • il 25% delle emissioni di cloro-fluoro-carburi (CFC); • il 40% della CO2 rilasciata in atmosfera; • il 50% dei materiali estratti dalla crosta terrestre; • il 20% di tutti i rifiuti prodotti (450 milioni di tonnellate di rifiuti da costruzione e da demolizione). Le tecniche di Edilizia Sostenibile, applicate al settore edile, alle edificazioni ex novo ma anche all’edilizia esistente, permetterebbero di operare risparmi dei consumi energetici ed idrici fino al 50% dei quantitativi attualmente assorbiti e quindi, nell’ipotesi di una diffusione su scala nazionale, ridurre di circa il 17 % le emissioni di CO2 equivalente. Edifici passivi, scelta possibile Il settore edile è uno dei pochi in cui la ricerca di soluzioni energetiche alternative può essere un motore economico per il futuro L’edificio passivo ideale si definisce come quell’ambiente costruito che non abbisogna di sorgenti di energia esterne, tranne che per la radiazione solare e i guadagni termici relativi allo scambio conduttivo e convettivo con l’ambiente naturale (aria e suolo). Nella realtà vi sono alcuni parametri che la comunità scientifica definisce per il consumo energetico massimo di un casa passiva. In generale si considera tale, alle latitudini europee (40° - 60°N), un edificio in cui la richiesta di energia totale per il riscaldamento e il raffrescamento (condizionamento dell’aria) risulti minore di 15 kWh/m2/anno (la superficie è quella riscaldata). Tanto per fare un paragone 1 m3 gas = 10.585 kWh, per cui una villetta di 200m2 consumerebbe 3000kWh/anno ovvero 300m3/anno di gas (considerando per esempio un sistema a pompa di calore ad assorbimento). Considerando tutti i dispositivi fruitori di energia (illuminazione, acqua calda domestica, ventilazione più riscaldamento e condizionamento) l’energia richiesta totale deve essere inferiore a 120 kWh/m2/anno. Si richiede quindi una ulteriore diminuzione dei consumi energetici di circa 4 volte rispetto a quelli previsti e considerati dalla legge 192/2005. “Va riaffermato che gli edifici passivi sono tecnicamente possibili – sottolinea Marco Marengo, responsabile della sezione di Microfluidica e Chimica del Laboratorio Robotica e Microsistemi dell’Università di Bergamo, ubicato al Point – Lo prova il fatto che in Svizzera e Austria sono stati realizzate abitazioni di circa 150 mq di superficie calpestabile che richiedono una potenza massima di 1,5 kW per riscaldamento e condizionamento. Ci si chiede tuttavia se lo Certificazione energetica, i nuovi obblighi di legge Il decreto legislativo n. 311 del 29 dicembre 2006, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 26 del 1° febbraio 2007 ed entrato in vigore il 2 febbraio, estende, a partire dal 1° luglio 2007, l’obbligo di certificazione energetica agli edifici esistenti superiori a 1000 metri quadrati, nel momento in cui vengano immessi nel mercato immobiliare. Dal 1° luglio 2008 l’obbligo scatta anche per gli edifici sotto i 1000 metri quadrati, sempre nel caso di compravendita dell’intero immobile. Dal 1° luglio 2009, invece, il certificato di efficienza energetica diventa obbligatorio anche per la compravendita dei singoli appartamenti. Fino all’entrata in vigore delle linee guida per i criteri di certificazione, l’attestato di certificazione energetica è sostituito dall’attestato di qualificazione energetica, che deve essere redatto dal direttore dei lavori e presentato al Comune di competenza contestualmente alla dichiarazione di fine lavori senza oneri aggiuntivi per il committente. Dal 1° gennaio 2007, l’attestato di certificazione energetica dell’edificio è necessario per accedere agli incentivi ed alle agevolazioni di qualsiasi natura (sgravi fiscali o contributi pubblici) finalizzati al miglioramento delle prestazioni energetiche degli edifici o degli impianti. Dal 1° luglio 2007, tutti i contratti, nuovi o rinnovati, relativi alla gestione degli impianti termici o di climatizzazione degli edifici pubblici devono prevedere la predisposizione dell’attestato di certificazione energetica dell’edificio o dell’unita’ immobiliare interessati entro i primi sei mesi di vigenza contrattuale, con predisposizione ed esposizione al pubblico della targa energetica. Per tutti i nuovi edifici diventa obbligatorio l’uso di fonti rinnovabili (solare termico o geotermia) per la produzione di almeno il 50% dell’acqua calda sanitaria, e di impianti fotovoltaici. Le modalità applicative di queste misure saranno definite successivamente con apposito decreto. Verrà agevolato l’utilizzo di caldaie ad alta efficienza nelle zone climatiche più fredde, al posto dei vecchi impianti di riscaldamento. Per gli immobili nuovi e nel caso di ristrutturazioni di edifici di superficie utile superiore a 1000 metri quadri, sarà obbligatorio installare sistemi schermanti esterni, al fine di contenere il consumo energetico per il condizionamento. In base a queste premesse alcuni comuni della regione Lombardia hanno adottato regolamenti edilizi che subordinano il rilascio del certificato di agibilità all’ottenimento della certificazione energetica, che in questi serve a evidenziare la qualità energetica degli edifici realizzati dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento edilizio, e definire degli indicatori prestazionali per erogare incentivi agli edifici di alta qualità energetica. siano anche dal punto di vista economico. Uno dei problemi è che per guadagnare in risparmio energetico occorre investire sempre più in tecnologie non-standard e in sistemi abbastanza costosi”. Paradossalmente, scendere sotto una certa soglia di consumo, cercando di costruire una casa a consumo nullo (zero-energy house), non è conveniente dal punto di vista economico. Vi è però un costo totale minimo quando si costruisce un edificio con valori così piccoli di dissipazione termica che si può fare a meno del contributo di un impianto di riscaldamento. In presenza di normative sempre più stringenti sul risparmio energetico può essere interessante considerare che un edificio civile o industriale che rispetti la normativa può avere lo stesso costo se costruito in modo tale da limitare la minimo la presenza ad-hoc di impianti di riscaldamento/condizionamento. Si può pertanto definire “casa passiva”, un edificio per il quale la trasmittanza termica raggiunge valori così bassi da poter evitare l’installazione di sistemi di riscaldamento/condizionamento a base di combustibile fossile e di eletricità. Tale definizione non dipende dal luogo in cui si costruisce. “Occorre però valutare anche altri aspetti – sottolinea Marengo – Il comfort deve essere mantenuto ad alti livelli e le soluzioni tecnologiche devono essere mantenute semplici e affidabili, nel senso che non è necessario cercare soluzioni ipertecnologiche, semmai occorre cambiare l’approccio del costruttore verso una progettazione diversa. L’isolamento è sempre necessario, i sistemi di ombreggiatura sono essenziali nei climi caldi, i sistemi di recupero del calore devono entrare nei capitolati. Il terreno deve essere considerato una risorsa energetica, quindi prevedere quando possibile sistemi geotermici a pompa di calore”. Dunque, la casa passiva, che non abbisogna di un impianto termico o di condizionamento a base di combustibili fossili ed elettricità, è tecnicamente possibile: vi sono centinaia di esempi in Europa, anche in Italia, di edifici con una trasmittanza termica inferiore a 10W/m2. Economicamente le case passive sono in generale più costose del costruito tradizionale, mentre sono competitive se si cerca di adeguare i capitolati alle nuove normative energetiche. Possono costituire una interessante idea di business specie per l’edilizia industrializzata. Intanto richiamano sempre più l’interesse dei futuri ingegneri. Il corso di Tecniche di Risparmio Energetico nell’Edilizia, attivo per gli allievi del 2° anno della Laurea Specialistica, è frequentato da circa 40 studenti, molti dei quali intenzionati ad approfondire l’argomento. Per ognuno di essi la prospettiva di sei mesi di lavoro pieno su progetti di ricerca e sviluppo che si spera possano richiamare l’attenzione di aziende e associazioni del settore edilizio. IV M Materiali ai raggi X Test d’avanguardia nel Laboratorio di Analisi Microstrutturale gestito dal Dipartimento di Progettazione e Tecnologie della Facoltà di Ingegneria ateriali sotto esame, dai metalli ai calcestruzzi, per valutarne la resistenza alla corrosione e quella meccanica, fino alle tecnologie di lavorazione su scala micrometrica. E’ uno spaccato dell’attività di ricerca che l’Università degli Studi di Bergamo svolge all’interno del Point di Dalmine, nel quadro di una sinergia legata non solo alla contiguità degli edifici ma rispondente ad una filosofia di collaborazione tra aree tecnologiche altamente strategiche. L’insediamento a fine 2005 del Laboratorio di Analisi Microstrutturale del Dipartimento di Progettazione e Tecnologie della Facoltà di Ingegneria, che vanta un’attività decennale, ha coinciso con la dotazione di un microscopio elettronico a scansione di ultima generazione che consente osservazioni fino a 100mila ingrandimenti di ogni tipo di materiali. Grazie ad una microsonda, il sistema di rilevazione dei raggi X emessi dal campione investito dagli elettroni permette l’analisi qualitativa e quantitativa degli elementi. “Uno strumento di grande utilità, che si affianca agli strumenti di microscopia ottica e metallogra- fica – sottolinea Marina Cabrini, docente che condivide la responsabilità della conduzione della sezione di analisi microelettronica del laboratorio insieme al prof. Tommaso Pastore ed ai collaboratori Paolo Marcassoli e Sergio Lorenzi – il campo di azione è legato specificamente alle prove di corrosione, durante le quali vengono ricreate le condizioni ambientali di impiego del materiale e le sollecitazioni meccaniche a cui il relativo manufatto viene sottoposto. Accanto all’attività di ricerca, svolgiamo un servizio di consulenza all’esterno. Da tempo è in atto una proficua collaborazione con il gruppo Eni. Il laboratorio è impegnato nei test su materiali innovativi, in particolare sugli acciai strutturali destinati ad essere applicati nei sistemi di trasporto degli idrocarburi, gasdotti e oleodotti. Eseguiamo prove di caratterizzazione meccanica ed affrontiamo singole problematiche che ci vengono sottoposte di volta in volta”. Vari tipi di criticità meccanica e casi di rotture di componenti che possono anche costituire oggetto di letteratura per la scienza dei materiali, ma soprattutto richiedono risposte certe per risolvere i singoli problemi che si manifestano e vengono portati all’attenzione del gruppo di esperti universitari. Per il momento l’attività legata alla ricerca è superiore al numero di ore dedicate ai controlli per conto terzi. Le richieste dall’esterno arrivano soprattutto dalle aziende di lavorazioni meccaniche e l’analisi della corrosione rimane un nodo cruciale. Altrettanto interessante e promettente la sezione dedicata alle microlavorazioni, seguita da Giuseppe Pellegrini e Gianluca D’Urso. Si tratta di realizzare una microlitografia in cui l’agente non è la luce ma un fascio di elettroni. La tecnica di esecuzione, denominata LIGA secondo un acronimo tedesco, permette di rimuovere chimicamente uno strato di materiale polimerico posto su un wafer di silicio. Il fascio elettronico non asporta il materiale ma lo “impressiona”, sensibilizzandolo e predisponendolo per i successivi trattamenti chimici. “Stiamo valutando quelle che potrebbero rivelarsi le applicazioni più vantaggiose per i settori delle microlavorazioni, relativamente alla realizzazione di microattuatori, microsensori, biocomponenti Il gruppo del Laboratorio di Analisi Microstrutturale accanto al microscopio elettronico. Da sinistra: Gianluca D’Urso, Marina Cabrini, Sergio Lorenzi, Giuseppe Pellegrini, Paolo Marcassoli ecc. – spiegano Pellegrini e D’Urso. All’orizzonte la prospettiva di arrivare in tempi brevi alla ricerca applicata anche in questo settore. Le nuove disposizioni di legge entrate in vigore nel settore delle costruzioni edilizie hanno conferito grande valenza all’analisi dei calcestruzzi. “Eseguiamo sotto la responsabilità del prof. Luigi Coppola prove di caratterizzazione fisica e meccanica su calcestruzzo e malte, sia allo stato fresco che indurito – spiega Sergio Lorenzi – Le nostre tematiche di ricerca sono relative so- prattutto alla durabilità ma possono essere anche di utilità per la realizzazione di manufatti cementizi ed in calcestruzzo. Il laboratorio è inoltre autorizzato secondo le leggi vigenti in materia ad effettuare controlli sulle caratteristiche elastomeccaniche sia del calcestruzzo in opera sia degli acciai da armatura”. Il laboratorio è quindi un riferimento per prefabbricatori, produttori di calcestruzzo e cantieri che fanno pervenire i loro campioni da sottoporre obbligatoriamente ad analisi e validazione. Sostenibilità energetica nel territorio bergamasco La geo-conoscenza degli edifici storici Se ne parla il 29 marzo alla Settimana della Scienza Nell’ambito della Settimana della Scienza, Giovedì 29 marzo dalle ore 11 alle 18, nella Sala Congressi del Teatro Donizetti di Bergamo, si svolgerà un incontro-dibattito aperto a sindaci, operatori ed enti del territorio sul tema della sostenibilità energetica nel territorio bergamasco. Programma della giornata: Ore 11 - 18 Sala Congressi Teatro Donizetti “La cultura delle Bioenergie” aperto ai sindaci, agli operatori, enti del territorio e alla cittadinanza Ia sessione: Manifesto per il territorio Ore 11 - 12,30 “Gli aspetti socioeconomico delle energie rinnovabili” Ingegner Angelo Borroni - Politecnico di Milano “L’impronta del Territorio: manifesto per il territorio di Levate” Virginio Marchetti - Sindaco di Levate “Proposta di regolamento edilizio sostenibile” Ing. Giuseppe Tebaldi -gruppo ambiente comune di Ranica “Progetto città mia: investire nell’ambiente conviene” Dott.ssa Daniella Personeni - Banca Popolare di Bergamo Ore 13 : brunch offerto dalla Banca Popolare di Bergamo IIa sessione: Gli aspetti ambientali: un’opportunità per l’ambiente, l’agricoltura e l’industria Ore 14 - 18 “Bionergie: produrre energia pulita e creare buona occupazione” Dr. Luigi Bresciani - CGIL Bergamo “Efficienza energetica nelle costruzioni” Arch. Gian Carlo Magnoli - Servitec srl “Efficienza energetica e sostenibilità: unità energetiche da biomasse funzionali alle esigenze e potenzialità del territorio” Ing. Daniele Fraternali - Servizi Territorio srl - Milano “Riduzione del 20 di energia primaria entro il 2010” Prof. Antonello Pezzini - Consigliere Comitato Economico e Sociale Europeo “Efficienza energetica nelle produzioni agricole” Prof. Mario Motto - Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura-Bergamo “Una proposta concreta: una centrale energetica a biomasse in Bergamo” Ing. Roberto Carrara - BAS POWER-Bergamo Ore 16,30 - 18 TAVOLA ROTONDA E DISCUSSIONE DI PROPOSTE OPERATIVE Modera Paolo Aresi - L’Eco di Bergamo Università di Bergamo - Confindustria Bergamo - Camera di Commercio Servitec - Banca Popolare di Bergamo Legambiente - Regione Lombardia Provincia di Bergamo - Comune di Bergamo - Comuni di Ranica, Azzano, Stezzano, Levate. Conclusioni: sindaco di Bergamo - avvocato Roberto Bruni L’Istituto Italiano Plastici si presenta “I servizi di Servitec e IIP-Istituto Italiano Plastici per le aziende del territorio” è il tema del seminario che si terrà giovedì 15 marzo, alle ore 10 alle 13, nella sede del Point in via Einstein a Dalmine. I lavori saranno introdotti dagli interventi di Alessandra Salvi, assessore provinciale all’ambiente, che illustrerà la politica e gli indirizzi ambientali della Provincia di Bergamo, e Lucio Susmel, amministratore delegato di Servitec, che elencherà la molteplicità di servizi volti all’innovazione offerti dalla società del Polo Tecnologico di Dalmine. Seguirà la presentazione dei servizi di IIP per le aziende del territorio, a cura di Graziano Vidotto, e dei nuovi servizi in materia di compatibilità ambientale (verifica emission trading, certificazione energetica degli edifi- Il 15 marzo nella sede di Servitec un seminario sulla ampia gamma di servizi offerti alle aziende del territorio ci, dichiarazione ambientle di prodotto), da parte di Eugenio Bestetti. Dopo la visita ai laboratori di IIP, guidata da Alessio Pontiggia, il dibattito e le conclusioni. Nell’ampia gamma di imprese ed enti che operano all’interno del Polo per l’Innovazione Tecnologia della provincia di Bergamo, il laboratorio dell’Istituto Italiani Plastici (organismo di certificazioni, ispezioni e prove, fondato nel 1956) offre una serie di servizi rivolti in modo particolare ad aziende manifatturiere e utilizzatori che vogliono effettuare prove e controlli su manufatti plastici. Oltre al rilascio di certificazioni di prodotto in conformità alle norme nazionali ed internazionali nei settori dei manufatti plastici per edilizia (tubazioni, pannelli, serramenti) ed imballaggi, e della marcatura CE dei prodotti da costruzione, IIP è accreditati per certificare i sistemi di qualità aziendali, i sistemi di gestione ambientale (ISO 14001), per la sicurezza (OHSAS 18001) e per la responsabilità sociale (SA 8000). La partecipazione al seminario è gratuita previa iscrizione che può essere effettuata via email agli indirizzi [email protected] oppure [email protected], entro il 10 marzo 2007. La conoscenza geometrica delle costruzioni, soprattutto quello di interesse storico e architettonico, ha assunto un importanza resa sempre più rilevante dall’affinamento delle tecnologie che aiuta a rappresentarle in ogni loro dettaglio strutturale e dimensionale nel contesto ambientale in cui sono collocate. Il Laboratorio di Tecnologiche Geomatiche (Geolab), diretto da Luigi Colombo, ha avviato da tempo un’attività sperimentale e di ricerca sull’edificato storico e civile che ha portato alla creazione di un laboratorio, presso il POINT, con professionalità e tecnologie spendibili sul territorio, a supporto della didattica specialistica e della ricerca trasversale in edilizia. In particolare, il laboratorio dispone di sensori laser per la misura morfologica e dimensionale di elementi strutturali del costruito e di software specialistico per l’elaborazione e la modellazione spaziale; utilizza inoltre un sistema laser del tipo a scansione, adatto sia per l’indagine senza contatto sul costruito sia per il monitoraggio del territorio. Inoltre, disporrà tra breve di una stazione satellitare GPS di riferimento per il monitoraggio continuo di strutture in grado di registrare, elaborare e visualizzare spostamenti quasi statici e dinamici (trasferimento wireless dei dati, via radio modem oppure GSM). “La determinazione del livello di sicurezza e dello stato di conservazione di un edificio richiede l’impiego di geo-tecnologie, all’interno di indagini senza contatto, finalizzate a registrare tutti gli aspetti della conoscenza morfologica, dimensionale e statica – spiega Luigi Colombo Solo in questo modo è possibile determinare in tempo reale situazioni geometriche e monitorare la qualità di alcuni particolari inaccessibili che caratterizzano la risposta statica della struttura: spessori di murature, morfologia dei corpi di fondazione, macro e microfratture, presenza anomala di vuoti o armature, degradi superficiali e profondi dei materiali. Si tratta di sequenze di punti-oggetto, acquisite in modo automatizzato da sensori elettronici spaziali, che gestiscono anche l’immagine, all’interno di un riferimento comune. La rappresentazione di questo modello di punti spazia da quella classica, che utilizza elaborati grafici bidimensionali (viste, sezioni, prospetti), a quella tridimensionale, a fili oppure solida. Tutte le informazioni raccolte vanno a costituire un modello di geo-conoscenza che permette simulazioni e verifiche e conduce alla creazione di un Sistema Informativo dell’Edificio, propedeutico ad ogni possibile intervento manutentivo”. innovazione INSERTO IN COLLABORAZIONE CON TECNOLOGICA