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Campo de fiori
E’ la fine dell’anno e si approssimano le Sante Festività Natalizie.
In questo anno Campo de’ fiori è molto cresciuto e per questo sono profondamente grato a tutti i lettori, agli amici sponsor ed ai collaboratori, che hanno reso possibile la realizzazione di questo bellissimo sogno. Campo de’ fiori percorre oramai una strada importante
e farò del tutto per esserne degno e responsabile. Tante e tante persone di tutte le età, hanno ritrovato in Campo de’ fiori il gusto della
sana lettura ed hanno riscoperto così le profonde radici della nostra terra, le sue tradizioni, la sua arte e la sua ricca cultura. Campo de’
fiori è un elemento socialmente aggregante e la sua valenza popolare, ha contribuito ad abbattere tante barriere mentali che oscuravano i sentimenti e le buone intenzioni. Oggi essi sono più espressi e manifesti, e la soddisfazione di constatare questo processo evolutivo, mi colma di gioia. Vorrei nella gioia poter abbracciare tutti Voi e le vostre famiglie, specialmente quelle dove c’è da combattere
il male ed il bisogno. Vorrei poterci guardare negli occhi, per scambiarci un sereno sorriso ed augurarci di cuore un Buon Natale e Felice
Il Direttore - Sandro Anselmi
Anno Nuovo.
GRAZIE AGLI SPONSOR
ai sostenitori, agli abbonati ed ai collaboratori che da soli sostengono Campo de’ fiori e, con il loro
prezioso contributo, danno vita ad importanti operazioni sociali, promosse e realizzate dalla
ACCADEMIA INTERNAZIONALE D’ITALIA.
Campo de’ fiori, con le oltre 30.000 copie, la distribuzione mirata ed i siti internet
www.campodefiori.biz - www.campodefiorionline.it www.accademiainternazionaleditalia.it,
DA’ VALORE ALL’IMMAGINE DELLA VOSTRA AZIENDA.
Campo de’ fiori cerca validi redattori in ogni paese.
Campo de’ fiori porta bene
ATTENZIONE alcune persone non autorizzate hanno venduto spazi pubblicitari a nome di Campo de’ fiori.
Diffidiamo dell’operato di questi ignoti personaggi e avvisiamo la gentile clientela, che i nostri collaboratori si
distinguono tramite un cartellino identificativo.
Campo de fiori
Sandro Anselmi
La saggezza
dei silenzi
Quando mi accingo a scrivere queste mie poche righe,
ho sempre il dubbio di cosa
devo trattare e lo faccio così
alla chiusura del numero,
LETTERA AL DIRETTORE
Egregio Signor Direttore,
sono pienamente d’accordo
su quanto Lei ha scritto sul
numero dodici di Campo de’
fiori, nell’editoriale dal titolo
“Telesogno”. Io sono una
mamma pentita della TV e le
assicuro che l’altro giorno
l’ho spenta ed ho costruito
con mio marito un vecchio
gioco per mio figlio che ha
otto anni, copiandolo da un
vecchio numero di Campo
de’ fiori. Il gioco del rocchetto, se lo ricorda? Ci siamo
divertiti un mondo e sono
convinta che, oltre al mio
Luca, questo abbia fatto un
gran bene anche a me e a
mio marito. Grazie, Marina
Longhi.
IL DIGIUNO TELEVISIVO
Tanta eco ha avuto l’argomento che ho affrontato nel
precedente
numero
di
Campo de’ fiori e precisamente quello del “Telesogno”. Non avevo e non ho
nessuna intenzione di criminalizzare il pubblico televisivo, specialmente quello femminile. Ribadisco che la condanna era solo nei confronti
del mezzo e solo ad esso era
rivolta. Le donne semmai,
sono vittime inconsapevoli
ed innocenti di un sistema
diabolico e perverso che
crea dipendenza passiva e
ERRATA CORRIGE
sul n. 12: rubrica “Angolo ... cin
cin”, Busto Arsizio è in provincia di
Varese e non Milano. La foto di
Tribolati è relativa ad un campeggio
a Fregene della Soc. Sportiva Calcio
quando, pressato dai tempi
tecnici, mi compiaccio almeno di essermi potuto attualizzare ai temi più importanti del momento. Questi però
sono naturalmente più
d’uno ed allora, fidandomi
del mio istinto, scrivo sempre tutto d’un fiato, per non
lasciar tempo all’autocritica,
alla prudenza, alla riflessione ed ai dubbi. Non so se è
un buon modo, ma a dar
ragione ai vostri consensi ed
alle vostre lusinghe, mi illudo di aver fatto bene. Ci
sono argomenti che, seppur
validi, non riesco a trattare,
ed anche se spinto qualche
volta da una certa dose di
incoscienza, riesco poi a frenare quell’impulso che vorrebbe usassi il mio Campo
de’ fiori, per delle soddisfa-
zioni personali. Tanta e
tanto profonda è la stima
che ho dei miei cari lettori,
che mai diventeranno strumento per i miei disegni e
prevarrà sempre la saggezza dei silenzi. L’istinto
quand’è sano, guida a traguardi insperati e pur se
diventiamo vulnerabili per
aver superato tante barriere, il rischio di perdere un
amico, ci aiuta a farcene
altri. Per rispondere a qualcuno, tutto ciò che dico non
sarà forse assolutamente
vero, ma è ciò che penso e
sento e se c’è una cosa che
vorrei trasparisse da queste
pagine, è l’amore e la passione con la quale esse vengono scritte. Merito a tutti i
collaboratori. Il Direttore
Sandro Anselmi
propone modelli falsati di
comportamento e di vita. Ad
esse è rivolta l’attenzione dei
manipolatori di masse perché sono le maggiori fruitrici. La riprova di ciò si evidenzia anche nel vedere i
risultati dell’ultima “Isola dei
Famosi”. Le eliminate sono
state tutte donne perché
essendo le stesse donne
quelle che maggiormente
seguono e perciò votano,
hanno scelto di far vincere
gli uomini e, fra quelli, quello più bello. Il loro esplicito
apprezzamento del modello
comportamentale televisivo,
rafforza poi nel giovane l’idea che il suo futuro, sia
quello di fare il calciatore, il
cantante, l’attore o la velina.
Nessuno più che parli dei
lavori tradizionali, che affermi quanto anch’essi siano
sani, indispensabili ed auspicabili, visti i tempi. Troppi
palestrati, troppa plastica,
troppi esseri immortali, troppi involucri vuoti! Non c’è più
spazio per coltivare lo spirito, i buoni sentimenti, l’amore con la A maiuscola e,
quando questi vengono
inseriti dentro ad un programma, questi sono falsi al
90% ed interpretati da attoruncoli che percepiscono un
compenso per interpretare
la parte. La TV non risparmia più nessuno e facendo
leva su un facile pietismo,
usa spesso anche le persone
disabili!!! Non c’è più decenza! Bisogna fermarli, bisogna dare un segnale forte
perché possa portare ad un
cambiamento radicale e
definitivo. Perché possiamo
avere una televisione migliore, c’è una sola strada: IL
DIGIUNO TELEVISIVO! Per
realizzare concretamente
questo proposito, invito tutti
i lettori di Campo de’ fiori (e
siete tanti), a spegnere la TV
ogni qualvolta eccede con la
pornografia, la violenza, l’indecenza. Facciamolo adesso! Faccia-molo durante le
feste Natalizie, quando è più
bello ascoltare un sermone,
una favola dei nonni, un po’
di buona musica. Quand’è
più romantico fare una bella
passeggiata, leggere un
buon libro o parlare tutti
insieme in famiglia. La riscoperta di tutto ciò ci farà
molto bene e ci regalerà la
meraviglia di essersi ritrovati
migliori. Chissà se i padroni
dell’etere allora, depauperati
del loro potere e conseguentemente impoveriti dai mancati introiti pubblicitari, non
riconvertiranno prima i loro
animi e poi i loro programmi? Operiamo questo miracolo, spegniamo la televisione cattiva.
il Direttore
Sandro Anselmi
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Campo de
fiori
Periodico Sociale di Arte, Cultura
ed attualità edito dall’Associazione
“Accademia Internazionale D’Italia”
(A.I.D.I.) - senza fini di lucro
Presidente Fondatore:
Sandro Anselmi
Direttore:
Sandro Anselmi
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Sandro Anselmi
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Cristina Evangelisti
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Cristina Evangelisti
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Stampa:
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Redazione di Roma
Campo de fiori
4
Tutti cercano funghi
ma c’è chi li trova...
Foto
da
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r
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Leg
Civita Castellana Ottobre 2004
N ATI
01.10 Martina Carlaccini
16.10 Riccardo Compagni
06.10 Leonardo Dominici
15.10 Elisa Epifani
25.10 Sofia Fantera
15.10 Dafne Molinari
05.10 Simone Petroni
13.10 Leonardo Santini
Se i funghi costassero
come i tartufi, l’amico
Enzo Tizi sarebbe
straricco.
Eccolo mentre ci mostra
uno dei tanti esemplari
che ha trovato.
Matrimoni
Morti
03.10
Luca Antonini/Michela Pieralisi
03.10
Maurizio D’Aguanno/Stefania Francioli
02.10
Stefania D’Ascanio/Domenico Venditti
31.10
Giuseppe Diaco/Elisa Marrati
02.10
Luana Franco/Daniele Sebastiani
23.10
Azzurra Lanzi/Vincenzo Patrizi
02.10
Aurel Marcu/Valentina Cati Ilie
10.10
Andrea Polverini/Alessandra Picucci
Vincenzo Carabelli
Enegilde Coletta
Astree’ Giordano
Ersilia Lemme
Francesco Melone
Irina Novac
Rolando Ricci
Pierino Stotani
Roberto Meloni
Ivana Nelli
Franco Evangelisti
Campo de fiori
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Per un amico: Roberto
Ciao Roberto,
hai lasciato di
te un ricordo
indelebile.
Queste parole
avrei dovuto
dirle il giorno
del tuo funerale, ma la commozione (bada
bene, la commozione, non
l’emozione),
me lo ha impedito. Colgo
allora l’occasione che Campo de’ fiori mi dà,
per celebrare a mente fredda la morte di un
amico. Sei stato il fondatore e per sei anni il
presidente della “Associazione Catamellesi
Doc”, da te fortemente voluta e realizzata
con il ripristino dell’antica festa del Quartiere
Catamello ed io, come segretario della stessa, sono stato al tuo fianco ed ho avuto
modo di conoscerti a fondo.
Eri un vero personaggio, la tua gioia di vivere, la tua forza, le mille battaglie che giornalmente combattevi e vincevi contro quella
malattia che per più di venti anni ha cercato
di indebolirti nel fisico, non sono riuscite ad
intaccare il tuo spirito. Quello spirito che ti
ha fatto mascherare per più di quarant’anni
consecutivi, tu emblema del Carnevale
Civitonico, di cui ne eri l’allegro apripista,
davanti alla “Rustica” o sopra i carri allegorici. Mi raccontavi, durante le tante cene
delle feste associative, della tua vita, della
tua infanzia tipica di una famiglia allora
povera e di tuo padre Carlo (o “mulinaro” de
Toto) che faceva l’impossibile per allevarla
degnamente.
Poi, tra una pillola e l’altra, segno tangibile
delle armi che usavi per la battaglia quotidiana contro il male, mi facevi rivivere le tue
imprese di camionista (il tuo mestiere),
quando tra motrice e rimorchio caricavi il
doppio del peso consentito. E io ridevo sulle
scappatoie che cercavi all’Alt della Stradale,
quando aprivi il portafoglio e, quasi piangendo mostravi pochi spiccioli che esso conteneva.
Riuscivi così a patteggiare una multa più
mite o addirittura ad evitarla dopo aver
impietosito la pattuglia. Poi, una volta risalito in cabina, rimettevi al suo posto il “vero
portafoglio”, quello con cui lavoravi, che era
ben più gonfio. Mentre scrivo, i ricordi di te,
mi si presentano a “valanga” e non so quali
rievocare. Mi voglio però soffermare su un
tuo aspetto che, forse, i più ignorano: la tua
fede e la tua devozione alla Madonna. Nel
giardino della tua nuova casa, che avevi
voluto ultimare ed arredare con i sacrifici e
Indovina
l Artista
Nel riquadro sottostante
è riportata una famosa
raffigurazione denominata
“Il
Giudizio
Universale”. Sai dirci chi
l’ha dipinta? I primi tre
che, indovinato lo comu-
la “tigna” tipica di chi è abituato a lottare,
avevi innalzato una statua alla “Madonnina”
(come tu la chiamavi). Ne eri orgoglioso e
quando a Luglio ti venni a trovare mi facesti
notare le rose che, rigogliose, circondavano
quella piccola statua.
Certo mi mancherai, ci mancherai, mancherai soprattutto a tua moglie e ai tuoi figli che
hai aiutato nel lavoro fino all’ultimo; mancherai a noi catamellesi, mancherai a tutti i
civitonici e a tutti quelli che, assistendo alle
sfilate del prossimo
carnevale, non vedranno più quella
“bella donna” truccata, con veletta,
calze nere e tacchi a
spillo che si aggirava tra le maschere
ridendo e scherzando, quando lasciavi
da parte per un
giorno tutte le pene
di una vita vissuta
tra esaltazioni e sofferenze. Ciao Roberto, con te non è
morto Roberto Meloni, con te è morto
un amico. Ciao
“Melorobby”.
Campo de fiori
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Protegge i tuoi valori
Silvia Malatesta - Via S. Felicissima, 25
01033 Civita Castellana (VT)
Tel.0761.599444 Fax 0761.599369
[email protected]
Il personaggio misterioso
Vi invitiamo ad indovinare il personaggio misterioso riprodotto nella foto sotto.
I primi cinque che lo identificheranno e ne daranno comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio
offerto dalla Profumeria Paolo e Concetta:
Bar Alessandrini
snc di
Alessandrini B.e C.
Via Vincenzo Ferretti,
Campo de
fiori
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Amarcord
i luoghi dell infanzia
di Sandro Anselmi
Il Castellaccio e la grande croce visti dal Ponte Clementino
Torre di caccia
risalente
al 1400
Questa volta i nostri
amici
Fabrizio
e
Massimo non sono
andati troppo lontano
a cercare i loro ricordi,
perché hanno rivisitato un luogo che è
sotto gli occhi di tutti
e che tutti amiamo
per la sua suggestiva
bellezza: il “Castellaccio”. Questa singolare penisola che termina con il suo caratteristico promontorio
Tombe Etrusche al Castellaccio
poco più in là del
Ponte Clementino, fa da baluardo alla valbilmente ad uso di caccia. Tutti i resti sono
lata sottostante, solcata nei due lati dai
perfettamente conservati e testimoniano
fiumi Rio Purgatorio e Rio Maggiore. La
le varie civiltà che si sono succedute in
grande Croce, che è uno dei simboli caratquesto luogo. Tutti questi tesori così vicini,
teristici della nostra città, s’erge proprio
ma a noi praticamente sconosciuti, non
alla fine del pianoro ed all’inizio del precidovevano esserlo per Fabrizio e Massimo
pizio, quasi a proteggerci da quell’orrido
che invece li frequentavano con assiduità
bello che tanto colpì Goethe. Essa fu
nella loro infanzia. Oggi cercano di ricorimpiantata a memoria di una missione e
dare i tanti compagni di giochi e vanno alla
da lì sembra proteggere tutti i viandanti
ricerca di questa o quella grotta (tombe
del ponte. Il Castellaccio, accessibile da
etrusche aperte e già profanate) dove gioVia Terrano, è un sito archeologico di
cavano a nascondino, per rivedere quei
grande importanza. Testimonianze danno
momenti lontani che hanno fissato per
la certezza della sua occupazione fin dalsempre nella loro memoria.
l’età del ferro, poi la presenza etrusca, ha
lasciato una serie di tombe molto importanti. Tra l’800 ed il 1000 fu costruito il
castello, che aggettivato poi dispregiamente dal popolo il Castellaccio, dà il
nome al sito. Esso era praticamente
imprendibile e, l’unica via di accesso che
correva verso occidente, era sbarrata da
una porta turrita e munita di spalti, dai
quali vigilavano sicure le guardie, come
comprovato da recenti ricerche del Prof.
Bruno Bernardi. Poco più ad ovest, c’è una
mura perimetrali del Castellaccio
torre in pianta quadrata del ‘400, presumi-
Campo de fiori
10
Enzo Rossi da Civita Castellana
di Alessandro Soli
Chi lascia il suo
paese, per andare altrove a
realizzare
le
proprie aspirazioni e raggiungere traguardi imporAlessandro Soli
tanti, non tradisce le sue
origini, ma le aggiunge addirittura
al cognome. Un nostro concittadino appunto, è conosciuto nel
variegato mondo dell’Arte, quella
con la A maiuscola, come Enzo
Rossi da Civita.
Artista poliedrico, Enzo Rossi è
architetto,scultore, pittore, progettista e restauratore. Classe 1932 ,
ha frequentato l’ Istituto Statale
d’Arte di Civita Castellana, per poi
diplomarsi al Liceo Artistico di
Roma.
Rivelò fin dalla tenera età la sua
inclinazione per l’arte,che lo ha
spinto a frequentare, una volta
lasciata Civita Castellana, nei primi
anni 60, l’Accademia di Brera a
Milano, ed a laurerasi in architettura. Abilitato all’insegnamento di
disegno, storia dell’arte, pittura e
scultura, ha svolto per lunghi anni
la carriera di docente in vari istituti. La sua seconda patria è stata
Cameri, una cittadina in provincia di Novara, dove tutt’ora vive
con la sua famiglia, ed è proprio a
Cameri che ultimamente la sua
arte si è espressa in modo tangibile, e la sua forma espressiva ha
trovato il suo sfogo naturale.
Ha realizzato
su commissione
della parrocchia , la “Cappella
del Giubileo dell’Incarnazione”, una vera e propria chiesetta “d’autore”. Enzo Rossi ha firmato tutte le opere e gli arredi che
la “impreziosiscono”: altare, tabernacolo, leggìo, seggiola pastorale,
i banchi per i fedeli, in legno brasiliano con formelle scolpite e persino l’inginocchiatoio per gli sposi.
Certo sono ormai lontani i tempi,
quando ancor giovane realizzò l’edicola votiva della Madonna “su
alle case popolari”, in fondo a Via
Mazzini , ma Enzo Rossi “civitonico d.o.c.” non si è dimenticato e,
pur essendo divenuto “maestro”,
ricorda la sua città con orgoglio ,
come noi civitonici con orgoglio lo
ricordiamo e andiamo fieri di lui.
Campo de fiori
Miti
Dei
ed Eroi
11
Era: la sposa di Zeus
di Barbara Pastorelli
La più grande tra
le dee dell’Olimpo,
che insieme a
Zeus e Atena
(Minerva) costituisce per i Romani
la Triade Capitolina, è Era o
Giunone. Ho sempre avuto una predilezione particolare per questa
divinità perché, nelle numerose vicende
che la vedono protagonista, ha tirato fuori
tutta la sua caparbietà ed ostinazione
riuscendo, ogni volta, ad avere la meglio.
Era, nome che nella nostra lingua significa
“Signora”, è figlia di Crono (che alla nascita la ingoiò come gli altri figli) e sorella
maggiore di Zeus; è la dea sovrana
dell’Olimpo, protettrice dei matrimoni e dei
parti. Sono diversi i racconti riguardanti le
nozze di questa con il fratello Zeus. La più
diffusa tra di esse è quella che narra che
un giorno Zeus, avendo visto Era sola, lontana dagli altri dei, aveva desiderato sedurla. In pochi istanti si era tramutato in un
cuculo, aveva scatenato un violento temporale e si era posato su di un monte, che
da allora prese il nome di “Monte Cuculo”.
Lì Era camminava silenziosamente quando
il cuculo,accortosi di lei, andò timidamente
a posarsi sul suo grembo. La dea, impietosita dall’uccello che appariva impaurito, lo
coprì con le sue vesti. Fu allora che Zeus
riprese le sue vere sembianze e la volle
fare sua amante. Era però si difese con
tutte le forze ed aspettò che Zeus le facesse la promessa di nozze. La dea fu sposa
fedele e odiò e punì amaramente l’infedeltà del marito. Perseguitò con ostinazione
tutte le sue rivali in amore e anche i figli
delle amanti di Zeus. Fu spietata con Leto,
incinta di Apollo ed Artemide, ma divenne
ancora più crudele con Semele, che Zeus
amò intensamente. Era istigò a tal punto la
rivale fino a che questa non chiese a Zeus
di mostrarsi in tutta la sua maestà; il Padre
degli dei obbedì ma , all’istante, Semele
rimase incenerita per l’abbagliante splendore. L’ira funesta di Era si manifestò
anche contro Ino e Atamante che, per aver
difeso Dioniso, figlio di Semele e Zeus,
furono destinati ad impazzire. Di Era si dice
che fosse
“casta” e
pura e che
avesse generato una
figlia, Ebe,
che fu il
simbolo
dell’eterna
giovinezza
e purezza.
Il culto di
Era, nato
ad Argo, si
estese poi
a
Samo,
Profilo di Era
Giochi
Un esempio di grande ingegneria applicata al gioco era il Filobus. Per costruirlo si
usava materiale del tutto naturale. Bastava
avere a disposizione quattro ruote, un
pezzo di legno dal quale si ricavava il
corpo del gioco, un piccolo tronchetto con
un foro per poter infilare una lunga canna
di bambù, dello spago, chiodi e martello.
Il Filobus avanzava per lo rotolamento del
Zeus ed Era, Vathi (Samos) - Museo
nel Peloponneso e in Italia, dove fu venerata col nome di Giunone. Qui il suo epiteto più comune fu Giunone”Lucina”, invocata dalle partorienti perché proteggesse i
loro bambini appena venivano alla luce. A
Roma fu venerata anche col il nome di
Giunone “Prònuba”, cioè di colei che conduceva la sposa alla casa del marito e
come Giunone Regina, protettrice dello
Stato Romano. Da questa prese il nome il
mese di Giugno.
Antichi
filo, avvolto in precedenza sull’asse delle
ruote posteriori e tenuto in tiro dalla canna
di bambù issata al tronchetto, che formava la parte anteriore del mezzo.
Questo muoversi autonomo era la gioia dei
bambini che gareggiavano fra loro nel
creare il filobus più veloce.
Cristina Evangelisti
12
Campo de fiori
Come eravamo
Leonda a
di Alessandro Soli
I veri civitonici,
non l’hanno mai
dimenticata: qualcuno, grazie al
figlio
Lorenzo,
riesce ancora a
gustare quel genuino sapore che
solo ‘o fritto de
Leonda riusciva a
dare. Era per
Civita una istituLeontina Scopetti
zione, quasi un
rito propiziatorio, che si consumava nei
pomeriggi festivi, specialmente nella stagione fredda. Noi giovani degli anni ’60,
appena usciti dal cinema, verso le ore
17,30, di corsa ci recavamo lì, all’inizio di
Via di Corte, davanti alla farmacia del Dr
Filizzola, per comprare ‘e patatine fritte
de Leonda (Leontina Scopetti). C’era
sempre la fila, bisognava aspettare, impazienti,con lo sguardo languido fisso sull’enorme padellone colmo d’olio bollente,
appoggiato sopra un fusto di carburante,
dove galleggiavano sfrigolando, le fette di
patatine (allora erano sbucciate e tagliate
a mano ed avevano un certo spessore)
rivestite della “famosa pastella”, che
solo lei sapeva fare. Quella pastella era
fatta sì con acqua e farina, ma c’era qualcosa in più tra gli ingredienti che la rendeva unica , che faceva parte del segreto
che la famiglia Grimaldi si tramandava
ormai da geneda aveva appena scolato con la “schiurazioni. Già, permarola” (classica paletta di alluminio traché il vero friggiforata). Erano anch’essi una delizia per il
tore era il marito
palato. Leonda continuò la sua attività,
di Leonda, apcoadiuvata dal figlio Lorenzo fino al 1973,
punto Onilio Griregalando ai civitonici quelle emozioni
maldi, ma questa, da buona allieva, aveva
culinarie che solo quel fritto casarecsuperato il maestro. Purtroppo ad aspettacio era riuscito a dare alle precedenti
re non c’eravamo solo noi; le persone più
generazioni. Certo oggi è cambiato tutto
grandi ordinavano anche i “filetti de baccon l’industrializzazione (se così si può
calà”( altra specialità unica), e spesso e
definire) del mangiare, vedi le patatine
volentieri, comprando quel fritto per la
tagliate a macchina “a fiammifero”, surgecena, data la quantità necessaria, esaurilate, fritte e mangiate con quell’intingolo
vano la “padellata” in corso, provocando
fatto di maionese o Ketchup, che tanto
così lo scontento generale tra chi, come
piace alle nuove generazioni, ma “’e
noi, stava aspettando il suo turno.” A chi
patate fritte de Leonda”……
tocca?” diceva Leonda, e subito:”C’ero
io, c’ero prima
io”. Ricordo con
una certa emozione
la gioia che ci dava
quel “cartoccetto”
di patate avvolto a
imbuto
con
la
“carta straccia”(in
italiano carta paglia), che oltre ad
assorbire l’olio, ti
scaldava le mani
intirizzite dalla lunga attesa. Poi, chi
rimaneva senza, e
non voleva rifare la
fila, doveva, diciamo così, accontentarsi degli “sfrizzoli”, le dorate gocce
della pastella, cadute in mezzo all’olio
Lorenzo Grimaldi (col camice azzurro), il figlio di Leontina,
bollente, che Leonha ereditato il mestiere dei genitori.
in Via
Attilio Bonanni
c’è ... ...
Campo de fiori
13
CIAK SI GIRA
La Corona di
Continuiamo il nostro
viaggio alla ricerca di
film girati a Civita
Castellana. Era il 1940
di Roberto Moscioni
quando, a Civita Castellana, si sparse la
voce che “giù a Treia” (fiume Treia), all’altezza del vecchio ponte crollato della ferrovia, erano arrivati quelli del cinematografo (così venivano chiamate le troupe
cinematografiche) per girare un film e che
servivano comparse di tutte le età con una
paga giornaliera di 20 Lire. Molti furono i
civitonici che aderirono all’invito e, una
volta arrivati “giù a valle” , nel campo sottostante il ponte, vennero spogliati dei loro
abiti, truccati con barbe e parrucche ,
vestiti con sontuosi costumi di velluto e
con armature corredate di scudi e spade
dell’epoca dei fatti narrati nel film. Il film
del quale parliamo è La Corona di Ferro,
diretto da Alessandro Blasetti (grande
regista del cinema sonoro e del famoso
film Quattro passi fra le nuvole), fondatore della famosa “Scuola Nazionale di
Cinematografia” di Roma.
Il film racchiude una miriade di stili che
vanno dalla tragedia greca ai miti nordici,
dal fantastico al Santo Graal. Esso narra
del viaggio verso Roma della “Corona di
Ferro”, oggetto sacro capace di dare potere e pace a colui che l’avrebbe indossata,
portata in dono dall’Imperatore Bizantino
al Pontefice.
Durante il viaggio l’Imperatore, con a
seguito i suoi cavalieri e tutta la sua corte,
è costretto ad effettuare una deviazione, a
causa del crollo di un ponte, che lo porta
ad entrare nella terra di Kindaor, regno
immaginario. Qui si è appena commesso
un fratricidio da parte di Sedemodo che,
spodestato suo fratello, legittimo sovrano
di Kindaor, si impadronisce del reame.
Una volta entrato nel regno, il perfido
Sedemodo, ruba la corona per poi gettarla in un burrone dove questa, magicamente, si fonde nella roccia. Il neonato
Arminio, figlio dello spodestato, viene por-
Michele Moscioni ci mostra il vecchio ponte
sopra il fiume Treia, dove vennero girate
alcune scene del film
tato nella valle dei leoni affinché questi lo
divorino. Ma il destino vuole che Arminio
venga allevato e cresciuto dai leoni.
Diventato uomo, si unisce ai popolani
capeggiati dalla bellissima Tuntra, figlia del
sovrano del regno confinante a Kindaor
per combattere il re Sedemodo.
Passano gli anni e, per uno scherzo del
destino Arminio ottiene la mano di Elsa,
figlia di Sedemodo, ma questa muore, a
causa di una profezia già presagita da una
Sibilla. Sul paese ormai pacificato regneranno il giovane Arminio e la principessa
Tuntra. Il film ebbe una schiera di interpreti che favorirono il grande successo
della pellicola, vincitrice nel 1941 del
Leone D’Oro al festival di Venezia.
Gli interpreti principali furono Gino Cervi
(Sedemodo), divenuto negli anni celebre
per avere interpretato il sindaco Peppone
nella serie “Don Camillo” e “il Commissario
Maigret”, Massimo Girotti (Arminio) che,
grazie a questo ruolo, si aggiudicò la fama
di Bello come un Tarzan, scomparso
recentemente dopo la sua ultima interpretazione nel film “La finestra di fronte” di
Ferzan Optek, Elisa Cegani (Elsa), Osvaldo
Valenti (l’invincibile cavaliere), Luisa Ferida
(Tundra).
Quest’ultima, insieme al suo compagno
Osvaldo Valenti, venne giustiziata ed uccisa con l’accusa di aver preso parte alle
attività della Repubblica di Salò.
Dopo una lunga ricerca, sono riuscito a
trovare vecchie fotografie che testimoniano quei giorni e che ritraggono tre giovani
civitonici vestiti con gli abiti di scena. Essi
sono: Renzo Angeletti, Antonio Finesi e
Castrenze Pizzi che, pur non essendo più
tra noi, voglio ugualmente omaggiare con
queste immagini che li ritraggono “ignoti
protagonisti” di questo film. Poi ho incontrato Marfisa Galligani che, all’epoca,
aveva solo quattordici anni.
Signora mi può raccontare qualcosa
di quei giorni?
Si, mi ricordo come se fosse adesso. A mio
padre Fioriggi Galligani, gli venne dato il
ruolo di Cardinale e mi sono rimasti
impressi la folta barba e i grandi baffoni
che gli misero in faccia. A me diedero il
ruolo di damigella e a mia madre, fece ro
indossare un sontuoso abito di velluto.
Mi potrebbe spiegare di preciso che
scena girarono a Civita ?
Noi, dico così perché eravamo moltissimi a
partecipare alle riprese, venimmo usati per
la scena del corteo che accompagnava la
corona verso Roma e che viene poi fermato a causa dell’improvviso crollo del ponte,
dove caddero cavalli e cavalieri.
E’ vero che la paga era di venti lire al
giorno ?
Si, è vero. Mi ricordo che noi lavorammo
per cinque o sei giorni, dalla mattina alla
sera, sempre a disposizione della produzione.
Una bella paga!
Si, comunque anche in fabbrica a fare i
“cessi” guadagnavo venti lire al giorno,
da sx Renzo Angeletti, Antonio Finesi e
Castrenze Pizzi
solo che lì si faticava un po’ di più.
Purtroppo, a causa del deterioramento
delle vecchie pellicole, questa scena girata
qui a Civita Castellana e ricordata a
memoria d’uomo da chi vide il film molti
anni fa, non esiste più.
Scopro poi che il film venne girato tra la
neonata Cinecittà, dove furono ricostruite
gigantesche scenografie, firmate da
Virgilio Marchi e le campagne vicino a
Roma come Civita Castellana e Nepi.
Chissà perché venne scelto il ponte crollato di Civita Castellana per queste scene?
Eppure avendo visto la sontuosità delle
scenografie ricostruite negli stabilimenti di
Cinecittà, non sarebbe stato difficile ricostruire un ponte di cartone. Probabilmente
c’era qualcuno della produzione che
amava particolarmente questi luoghi,
adatti per l’ambientazione di set cinematografici. C’è chi dice che questo qualcuno
fosse proprio il grande Blasetti, innamorato di Civita Castellana.
Osvaldo Valenti in una scena del film
Campo de fiori
14
L ANGOLO MISTERIOSO
Nella foto sotto è riportata una via di Corchiano. I primi 5 che la identificheranno e ne daranno comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio offerto dalla “Cartoleria Stefania”
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8 Aprile 1958
Festa a Borghetto - Civita Castellana
Campo de fiori
16
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Torneo studentesco di Civita Castellana , anni ‘50 - foto data dal Geom. Antonio Sansonetti
Se vi riconoscete in queste foto, venite in redazione e riceverete un simpatico omaggio. Se desiderate vedere
Campo de fiori
ordidei
1940 La famiglia di Giulio Arpini, di Civita Castellana, davanti al loro casale vicino alla ex Ceramica Vincenti.
1955 - classe 5^ elementare - foto data dal Sig. Franco Fontana
pubblicate le vostre foto portatele presso la redazione di Campo de’ fiori. Esse vi verranno subito restituite.
17
Campo de fiori
18
Una Fabrica
Nell’aria fredda della sera, le voci delle
madri che chiamavano i figli per farli rientrare a casa, si rincorrevano una dopo l’altra ed era un rito quasi tribale che si ripeteva sempre dopo i rintocchi della campana
dell’ “or di notte”. Il vento spesso portava
lontane le voci che si perdevano infilandosi
nei vicoli e nelle piazzette e così, le madri
richiamavano a perdifiato, allungando di
molto l’ultima vocale del
nome, nella speranza di
essere udite.
Perciò
quando
Sandro
diventava
Sandroooooo,
prendevi a malincuore la
strada di casa, invidioso dei
compagni che non erano
stati ancora chiamati e
seguitavano a giocare.
Poi, prima della cena, si preparavano i compiti per la
scuola. A tavola si riuniva
tutta la famiglia che, dopo
aver cenato, restava a scaldarsi vicino al fuoco. Non
c’era ancora la TV e spesso
anche altre famiglie di amici
si riunivano per stare tutti
insieme ed allora le parole, i
discorsi, i racconti catturavano l’interesse di tutti, tenendo unite diverse generazioni. I nonni raccontavano,
per la millesima volta, della
guerra del ‘15-’18, i genitori
parlavano di stagioni e di
lavoro, i fanciulli, poco più in
là, giocavano chiassosi ed i
ragazzi “fidanzati in casa”, si
scambiavano di nascosto
effusioni e frasi d’amore.
C’era una sera dell’ inverno nella quale bisognava ubbidire senza indugi nel rientrare a
casa, ed era il 9 Dicembre.
Infatti, una vecchissima usanza, voleva che i
cacciatori sparassero in aria con i loro fucili in
quella notte, per accompagnare con i loro
spari la Madonna di Loreto, che saliva in cielo
con la sua casa. Nel rispetto perciò del
mistero dell’evento e per evitare eventuali
incidenti, tutti i fanciulli rientrati in casa, non
dovevano più affacciarsi alla finestra anzi,
subito dopo cena,
dovevano infilarsi
sotto le coperte.
Allora si sentivano
echeggiare
nella
notte spari a non
finire, mentre le
nonne, ancora accanto al camino, salmoidiavano
sotto
voce ed in profondo
raccoglimento.
Ecco allora che si
ripeteva come una
cantilena, la famosa
frase in rima baciata:
“il 9 se ne viene
cheto cheto, il 10 è
la Madonna di Loreto”.
Sandro Anselmi
20
Campo de fiori
Album
rico
Anno scolasti 1976-77 - scuola elementare II A di Civita Castellana
1970 - ceramisti civitonici sulle Dolomiti durante le cure climatiche - foto data dalla Sig.ra Lucia Midossi
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Campo de fiori
21
ordidei
Gruppo di amici civitonici nati nel 1930
1970 - giovani calciatori di Fabrica di Roma
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22
L Angolo misterio-
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Campo de fiori
Tra i capolavori
architettonici del
Viterbese, la Chiesa Collegiata di
San
Silvestro
Papa di Fabrica di
Roma, svolge un
ruolo attivo e predominante,
per
una meraviglia architettonica non
ancora compresa e
sottovalutata nella
sua immagine artistica e simbolica,
dove partiture architettoniche
di
pregio si fondono
mirabilmente con
una ricchezza di
apparati pittorici e
scultorei in una
sintesi unica e
mirabile, tipica del
Barocco e al pari di
altre opere del
Viterbese come la
Chiesa di Santa
Teresa degli Scalzi di Caprarola
dell’Architetto Girolamo Rainaldi.
La Chiesa presenta il tipico impianto a
Croce Commissa: un’unica navata con
tre absidi, di cui due minori e la centrale,
ampia e maestosa, totalmente affrescata.
L’impianto tipologico risale agli inizi del
XII° secolo, forse realizzato dalle prime
comunità religiose che si insediarono a
Fabrica di Roma, a cui si deve la costruzione della primitiva architettura.
La facciata, eccettuato il Campanile realizzato nel 1672, è chiaramente Tardo
Romanica e realizzata in epoca successiva
al resto dell’impianto: il rosone circolare
centrale, il portale con la lunetta a tutto
sesto superiore e il timpano triangolare
sommitale, rimandano a modelli architettonici del tempo.
Il notevole slancio ascensionale della facciata, accentuato anche dallo stesso campanile, riflette modi e forme dell’architettura religiosa del Nord Italia.
E’ nel periodo compreso tra il 1630-1672,
che la Chiesa Collegiata di San Silvestro
Papa, conosce interventi architettonici e
tipologici altamente significativi: viene
completamente rifatta ed intonacata la
Facciata, aggiunto il Campanile a pianta
quadrata ponendolo non lateralmente alla
stessa, come consuetudine, ma praticamente vicino al portale d’ingresso, forse
per necessità strutturali o per mancanza di
uno spazio laterale idoneo.
E’ nell’interno che troviamo l’intervento più
significativo: alla primitiva muratura
medioevale viene sovrapposta una nuova
partitura muraria, per concezione e modi,
tipicamente Barocca: i due prospetti interni della navata sono costituiti, rispettivamente, da tre cappelle a pianta rettangolare e da una, l’abside minore originaria, a
pianta circolare, intervallate da sei paraste
con ordine Tuscanico superiore, di cui le
23
può parlare di un
progettista ma di
una corporazione
di artigiani ed
ignoti esecutori,
mentre per la fase
Barocca, a cui si
deve l’immagine
finale e complessiva,
dettagli
e
forme portano la
firma dell’Architetto
Pontificio
Michele da Bergamo, molto attivo nel territorio tra
il 1624 e il 1630.
Per gli affreschi
dell’Abside,
la
Critica Ufficiale li
attribuisce a Taddeo
Zuccari,
autore degli affreschi del Palazzo
Farnese di Caprarola. Recenti ricerche, alla Scuo-la di
Raffaello. In assenza di precise fonti documentarie, si può
ipotizzare la realizzazione degli affreschi
da parte di pittori della bottega degli
Zuccari non dimenticando, infatti, che dal
1539 al 1649 Fabrica di Roma apparteneva alla Famiglia Farnese, proprietaria
della tenuta di Falleri, l’antica Faleri Novi, e
che commissionò la costruzione del
Palazzo-Castello posto sulla piazza del
Comune e poco distante dalla Collegiata di
San Silvestro.
È indubbio che tali opere pittoriche appartengono alla prima fase di realizzazione
del complesso religioso, mostrano varie e
diverse fasi di esecuzione, evidenziano
forme e figure piuttosto fredde e grossolane in alcuni dettagli, ma chiaramente non
appartengono a Taddeo Zuccari.
Accurate ricerche d’archivio e analisi del
tessuto pittorico chiariranno in futuro l’annoso dilemma.
A contrasto con le forme vivaci e sinuose
dell’interno, l’esterno della Chiesa si presenta come una rocca fortificata e
imponente, parte intonacata e a facciavista, che la collocazione acropolica accentua nella sua funzione di baluardo.
La forma rettangolare del primitivo
impianto, lo sporgere delle tre absidi e i
possenti speroni del XVIII° secolo, formano un complesso architettonico di rara bellezza.
Prof. Arch. Enea Cisbani
Fabrica di Roma
Chiesa Collegiata di San Silvestro Papa
1177 - 1772
due centrali, singolarità architettonica
della Chiesa, sono Binate e con al centro
due ingressi a vari ambienti della Chiesa
stessa.
Un imponente Cornicione, praticabile con
balaustra metallica, a doppia fascia di
modanature, separa la zona inferiore dal
piano d’imposta della superba volta a
botte lunettata, con otto finestroni rettangolari che danno luce all’interno, creando
particolari effetti luminosi.
Il basamento delle paraste interne presenta una particolare variante della base
Attica tipica della tradizione architettonica
del tempo, consistente in una Scozia,
Trochilo, posta tra due Tori e talvolta senza
plinto: troviamo due Tori, di diverso raggio
e curvatura, sovrapposti con collarino
superiore, poggianti su un rilevante plinto.
Altra singolarità degna di menzione, è l’utilizzo delle Colonne Tortili con Capitello
Corinzio
stilizzato,
utilizzate
nella
Cappella Mizzelli, a destra dell’ingresso
della Chiesa: un richiamo alle antiche
colonne del Tempio di Gerusalemme ed
utilizzate dal Bernini nel Baldacchino di
San Pietro in Roma.
Nel 1776 vengono aggiunti gli speroni
laterali per rinforzare le murature perimetrali della Chiesa su progetto dell’Architetto
Camporesi.
Nel corso dell’800 si registrano, infine, vari
interventi manutentivi che però non stravolgono l’immagine Barocca della Chiesa.
L’ultimo intervento sul complesso data il
1954: vengono consolidate le strutture
murarie e ricavato un vasto ambiente sotterraneo al di sotto della Chiesa dove un
tempo venivano sepolti i religiosi.
Due sono le questioni irrisolte: la
paternità del Progetto e l’autore
degli Affreschi interni dell’abside
centrale.
Per il primitivo impianto medioevale non si
24
Campo de fiori
Il gusto di riscoprire il magico mondo della poesia
di Barbara Pastorelli
La giovinezza è una “stagione lieta” come cantava Giacomo Leopardi in un suo celebre verso
della poesia “Il Sabato del Villaggio” e come
tale va vissuta intensamente.
I sogni, la voglia irrefrenabile di realizzare qualcosa di grande, le amarezze e le piccole delusioni fanno parte di questa ma sono proprio tali
aspetti che la rendono unica e intramontabile e
ci preparano, senza rammarico, alla stagione
successiva, quella in cui si è ormai cresciuti e,
con coscienza, ci si prepara ad affrontare le
grandi responsabilità della vita.
Questo preambolo mi è sembrato doveroso perché mi aiuta ad introdurre il poeta che ho conosciuto in questi giorni, il giovane Alessandro
Dionisi, di cui mi accingo a parlare. Alessandro ha ventiquattro anni e
vive a Civita Castellana insieme alla sua famiglia. Lavora come operaio
in ceramica, ma ogni pomeriggio si reca a Roma con il treno per frequentare la scuola di musica leggera “Per Cento musica”.
Incontrando Alessandro sono tornata indietro nel tempo, quando
anch’io, alla sua età, andavo a Roma per studiare all’università e nei
suoi occhi ho intravisto una luce intensa tipica di chi (me compresa),
nella vita vuole realizzare i propri sogni.
Timido, di poche parole mi mostra le sue poesie e mi spiega come sia
nato l’amore verso il genere poetico. “Scrivo nei momenti tristi” , mi ha
detto con voce tremante e questa frase mi ha particolarmente colpita.
Per lui scrivere rappresenta un rifugio dell’anima, un angolo di paradiso, la maniera più dolce di sentirsi nuovamente vivo. Chiacchierando
ancora un po’ con lui riesco a scoprire come custodisca gelosamente le
sue poesie (ne ha scritte circa ottanta) e come sia soddisfatto quando,
chi le legge, lo gratifica.
Alessandro è un giovane pieno di sogni e di speranze. E’ appassionato
di musica e di canto ; suona il pianoforte e la chitarra. Il suo più grande desiderio sarebbe quello di poter, un giorno non troppo lontano, scrivere canzoni ed incidere un disco come solista.
Mi rivela che ama ascoltare i testi delle canzoni del cantante Franco
Battiato perché, ogni volta, resta colpito dal contenuto poetico e filosofico di questi. Vorrebbe anche lui arrivare a scrivere in questo modo e,
dopo aver apprezzato le sue poesie, credo sicuramente che potrà
riuscirvi. Un verso di un suo componimento poetico mi ha colpito: “La
mia mente cerca penna e poesia, liberata dal peso di ogni giorno….”
Nella sua profonda semplicità il nostro giovane poeta sente il bisogno di
rifuggire dal mondo, quando questo non ha più niente di bello da dirgli,
e trova sollievo nel Verso.
Allora scrive fiumi di dolci parole che sembrano essere l’unico conforto
nei momenti in cui l’animo si sente affranto. Un elogio particolare va a
questo ragazzo che, diversamente da molti suoi coetanei, sente nascere dentro di sé, durante il giorno, la necessità di allontanarsi da tutti ed
immergersi nel mondo della poesia. E quando non trova l’ispirazione
non si scoraggia e, con tanto interesse, si dedica alla lettura di testi filosofici e psicologici. Prima di salutarmi Alessandro mi dice che il suo
amore per la poesia è talmente grande che desidererebbe conoscere
altri poeti, di ogni età, per poter avere con loro uno scambio di poesie.
Questa è una cosa esemplare e mi auguro vivamente che gli amanti del
Verso possano, tramite noi, contattarlo ed iniziare con lui una fitta “corrispondenza”.
Nel centro dei miei sensi ...
Nel centro dei miei sensi
la mia mente cerca penna e poesia,
liberata dal peso di ogni giorno
come uccelli che guardano lontano.
Ora per ora idee e riflessioni
scorrono il volto di una vita difficile
che gira intorno ai miei occhi
chiamandomi nessuno.
Alessandro Dionisi
Il pensiero si perde in un tunnel di risposte
che non voglio sapere nè sentire
ma solo scrivere.
Alberi ...
Alberi, alberi secolari da non più tagliare,
alberi che hanno radici più forti
di ogni forza che esiste.
Alberi che insegnano, che respirano, che guardano
alberi che sentono ogni cosa
ma indifferenti tacciono.
Alberi che accendono il colore della notte,
alberi accesi nella tristezza della loro sorte.
I miei silenzi ...
I miei silenzi sono statue fragili da non toccare,
fiaccole accese nel mio grande cielo.
Il suono della notte riempie i miei spazi di luce chiara
asciugando lacrime ad un triste futuro,
ma il dolce abbandono
diventa noia nello scetticismo dei curiosi
che frantumano pensieri fabbricandosi un muro.
Adoro ascoltare il vento
quando il mondo si insordisce di parole.
INDOVINA IL VERSO
Conosci quale è il titolo della poesia da cui è stato tratto il verso seguente ?
Il primo che indovinerà e ne darà comunicazione in redazione
avrà diritto a ricevere un premio offerto dalla libreria CLUSTER.
“Nè più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque...”
Campo de fiori
25
L angolo ... cin cin
di Chilelli Letizia
dei raspi prima della pigiatura, in questo
caratterizzata dalla macerazione, cioè dal
Ma cosa si intende per vinificazione in
caso però abbiamo una breve maceraziocontatto più o meno prolungato delle
bianco, rosso e rosato? Dobbiamo subito
ne (24/48 ore) di bucce nel mosto prima
vinacce con il mosto che si sta trasforspecificare che le diverse tipologie di vino
dell’inizio della fermentazione; a seconda
mando in vino. Si allontanano anche qui i
si ottengono non solo per la grande variedel tempo quindi, si otterranno vini chiaraspi e dopo la pigiatura si lasciano in
tà di vitigni che si possono utilizzare, ma
retti (più simili ai vini rossi) e cerasuoli (più
macerazione bucce e mosto. Per i novelli il
anche per l’applicazione di tecniche e
simili ai vini bianchi). Con questa vinificatempo varia da 6 a 10 gg, per i vini più
sistemi di vinificazione decisamente diverzione avremo vini rosati da uve a bacca
importanti si arriva anche a 20 gg di macesi tra loro. Nella vinificazione in bianco,
rossa. La vinificazione in rosso è invece
razione. Il processo più importante però in
prima di iniziare la
questo caso è il rimonpigiatura dell’uva, si
taggio che si effettua
esegue la diraspatura;
due volte al giorno e
dopo la pigiatura c’è la
consiste nello spillare il
separazione immediata
mosto dalla parte più
delle parti solide come
bassa del fermentatore
bucce e semi dalla Spaghetti sole e mare
spruzzandolo poi sulla
continua con i gamberetti e fa un soffritto.
Prima della groviera a cubetti,
parte liquida ovvero il
parte più alta della
nell’acqua bollente disponi gli spaghetti.
mosto. Eseguita la Sei davanti ai fornelli,
massa in fermentazioMentre si cuoce il condimento,
sgrondatura, il mosto stai cucinando e stornelli.
ne, affinchè le bucce si
unisci peperoncino a piacimento.
viene illimpidito per Qualche rima ti sto dando,
tengano bagnate per
Gli spaghetti sono al dente dopo un quarto d’
mezzo della decantazio- su quel che in musica vai preparando.
garantire una migliore
ora,
ne, della filtrazione e Metti gli spaghetti sopra il tavolino,
scolali e inseriscili nella padella insieme alla circolazione dell’ossigedella centrifugazione tira fuori olio , erbetta, sale e peperoncino.
no. Grazie a questo
groviera.
per ottenere migliori Groviera fatta in piccoli cubetti,
processo si ottengono
La rima viene male al cuoco affamato,
sgusciati un po’ di gamberetti.
mescola e fai sciogliere tutto il preparato.
caratteristiche di finezvini corposi e coloriti.
Gli ingredienti son semplici da trovare,
Sulla tavola già sta,
za. Da questo processo ora mettiti pian pianino a organizzare.
La prossima volta che
vino bianco in quantità.
si possono ottenere vini Per guadagnare tempo e prima finire,
terrete in mano una
Ora e’ pronto finalmente,
bianchi da uve non aro- metti in una pentola acqua a bollire.
bottiglia, quindi, pensasi e’ buono,ma non mangiare ingordamente.
matiche e vini bianchi Dopo aver aggiunto di sale un pocherello,
te a quanta strada ha
Non mi resta che a te dire,
da uve a bacca rossa. prepara la padella su un fornello.
percorso il vino prima di
buon appetito a non finire.
Nella vinificazione in In essa metti olio,erbetta e di sale un pizziarrivare fin lì! E credeErminio Quadraroli
rosato abbiamo ugual- chetto,
temi....siamo solo all’imente l’allontanamento
nizio !!!
MESSAGGI
MESSAGGI MESSAGGI
MESSAGGI
... continua da campo de fiori n. 12
MESSAGGI
di Fabrica di Roma
TANTI AUGURI a DANIELE MARIANTONI che il
16 Dicembre compie 1 anno. Auguri da zia Roberta, zio Mario e le cuginette
Giada e Beatrice. Al piccolo Daniele gli auguri di tutta la redazione.
BUON COMPLEANNO
Marta
ti auguro tutto il bene del
mondo per i prossimi cento
anni.
Ti amo tanto
Luca
MESSAGGI
auguri a Cristina Alessi, Pasquale Angeletti, Rita Anselmi, Patrizia Aramini, Alberto
Ascenzi, Graziella Baldassi, Angela Canu, Mario Capitoni, Mauro Carofei,
Carla Cati, Leandro Ceccarelli, Giulia Celeste, Annino Cencelli, Massimo Ferrelli, Mauro
Ferrelli, Nazzareno Germani, Emanuela Manini, Simonetta Mariani, Raimondo Maurizi,
Assunta Mecarelli, Rossella Minella, Gianni Mizzelli, Francesca Nardelli, Claudio Pozzo,
Claudio Principali, Claudio Ricci, Giuseppe Ricci, Annunziata Rizzello, Angela Sacchi,
Giuseppe Salvi, Andrea Spadoni, Agnese Stocchi, Nicolina Vargiu, Rossana Volutelli.
MESSAGGI
MESSAGGI
“Rampolli del 54
MESSAGGI
MESSAGGI
MESSAGGI
MESSAGGI
Ecco la truppa al completo dei
Tantissimi auguri a
Erminia Pugliesi e Giuseppe Benvenuti
che il 22 Novembre hanno festeggiato
51 anni di matrimonio da Mario,
Barbara, parenti ed amici.
Auguri e 100 di questi giorni dalla
redazione di Campo de’ fiori.
Campo de fiori
26
Scopri
Cristalline, colorate lastre di
vetro trasformate in straordinari oggetti
ed opere d’arte dalle abili
mani di Maria
Grazia Gradassai.
Con
Maria
Grazia, nata a
Civita CastelMaria Grazia Gradassai lana il 31 Luglio 1969, nasce anche una grande passione per l’arte, ereditata geneticamente da suo
padre Franco, abile scultore e dallo zio
Luigi Paolelli, noto pittore al quale si
sono ispirati tanti artisti civitonici. Maria
Grazia frequenta l’Istituto Statale D’Arte
Ceramica di Civita Castellana e dopo il
diploma si iscrive all’Accademia delle
Belle Arti di Roma, uscendone nel ’92
con una specializzazione in decorazione.
Proprio all’Accademia delle Belle Arti
consolida la passione per la lavorazione
del vetro con la tecnica a grisaglia, tipica delle bellissime vetrate sacre delle
chiese. Acquisite tutte le tecniche ed i
segreti per la lavorazione del vetro, nei
vari corsi di specializzazione, conscia
della sua abilità e delle sue doti, Maria
Grazia apre un suo laboratorio “Studio
D’Arte
Bell’Ornato”
a
Civita
Castellana, Via G. Garibaldi 6, Tel.
0761.517729, che la porta a farsi
conoscere. Le vengono commissionati
importanti lavori come quello della realizzazione delle vetrate sacre della chiesa di San Lorenzo a Civita Castellana,
eseguite con la tecnica del mosaico di
vetro unito a piombo. La sua produzione
è incentrata soprattutto nell’arredamento interno per case. Porte, divisori, finestre, punti luce e complementi d’arredo
(come tavoli da salotto, lampade, specchiere, oggettistica) creati dalle mani di
di Cristina Evangelisti
Scorcio di Roma - pittura su vetro
Raffigurazione della Madonna
in vetro a mosaico
Grisaglia - tratto dalla Madonna della Candeletta di Crivelli 1491
Porta in vetrofusione
Porta stile liberty tecnica Tiffany
Maria
Grazia
secondo le tecniche Tiffany,
vetrofusione,
pittura, impreziosiscono
moltissime
case
attribuendogli un
tono elegante, ricercato e
originale. Per
Maria Grazia la
passione per il
vetro è diventata
una ragione di
vita. Vive nella continua ricerca di forme,
di colori e novità che
possano rendere unici, sia
dal punto di vista artistico,
che funzionale, quegli esclusivi
oggetti d’arredamento.
Rosone
della
chiesa di
San Lorenzo
realizzato da Maria
Grazia e Franco
Gradassai
Campo de fiori
29
Scopri l Arte
di Cristina Evangelisti
Elvira Cianfoni nasce a
Cori, paese della provincia di Frosinone,
nel 1947. Frequenta a
Velletri l’Istituto D’Arte
scegliendo l’indirizzo
ceramico che si è
dimostrato, fin da giovanissima, la sua passione. Raggiunta la
Elvira Cianfoni
maturità, frequenta
l’Accademia di Belle
Arte di Roma e si iscrive ad un corso di decorazione sotto la guida di un grande maestro, il
Prof. Monachesi. Ottenuta l’abilitazione per
questa specializzazione, ha insegnato per
nove anni presso l’Istituto Statale D’Arte di
Civita Castellana. In tutte le opere che realizza, Elvira si ispira ad una natura primitiva,
integra ed incontaminata.
Le sue creazioni pertanto risultano uniche ed
originali. Queste, sono il frutto di profonde
riflessioni sul mondo, sull’uomo, sulla religione
e sull’io più profondo e riconducono inevitabilmente l’artista, a quella natura della quale si
sente parte integrante.
Un’opera singolare è quella che è stata donata alla giornalista Franca Zamponi, ispirata
dalle parole di una piccola, grande donna, la
Beata Maria Teresa di Calcutta. “Io sono una
piccola matita nelle mani del Signore…”.
La scultura, infatti, ha una base sferica con la
quale l’artista ha voluto rappresentare il
mondo. Su di esso una matita traccia il suo
segno, quasi come fosse mossa da una mano
invisibile, da un’entità superiore.
“I misteri della luce” è un’altra bellissima
opera, nella quale traspare la fede in Dio da
parte dell’ artista. Essa ha una forma circolare
che la Cianfoni ripete in quasi tutte le sue
opere, a significare la perfezione. Raffigura i
quattro elementi primordiali: l’acqua, il fuoco,
l’aria e la terra, legati da raggi di luce argentata, dai quali traspare una croce dorata ed
una colomba, simbolo indiscusso dello Spirito
Santo.
Elvira Cianfoni, con la sua semplicità e dolcezza, fa conoscere il suo animo, il suo io più profondo attraverso le sue opere, rese uniche da
quel sincero amore per la vita e per la fede.
opera ispirata alla Beata
Madre Teresa di Calcutta
lampada con base in ceramica
I misteri della luce
Campo de fiori
30
Cari amici
la storia di Noel si arricchisce sempre più
di nuove avventure.
Conservate gli inserti e ... buona lettura
dai vostri Cecilia e Federico
...Ancora una volta il
destino sembra
essere avverso;
la caduta dalla
cascata divide i due
fratelli. Il piccolo
Noel è privo di
conoscenza ed il forte
Kroneg scopre
il popolo delle cascate...
continua sul prossimo numero ...
Campo de fiori
do al cimitero, per il funerale di
Helen, un’altra infermiera morta di
Ebola. Piero mi dice: “Il test di
Matthew è positivo: è Ebola”. Sento
come una mazzata in testa. Le
lacrime mi rigano il volto. Al ritorno dal funerale, trovo il dr. Yotty e
Juliet, responsabile delle infermiere, e Babù. Do loro la notizia e ci
mettiamo tutti a piangere. Dopo
due giorni il suo quadro clinico si fa sempre
più tragico. I polmoni si riempiono di acqua
e i suoi reni non funzionano più. Respira
sempre peggio. Lo vogliamo salvare a tutti
i costi. Si pensa anche di portarlo in un centro specializzato in sud Africa, ma il permesso viene negato. In una precedente epidemia in Gabon, un altro medico colpito da
ebola era stato portato in sud Africa. Lui era
guarito ma una infermiera sud Africana si
era infettata e morta , da allora hanno
negato il ricovero di questi casi ai non sud
africani. Viene allora intubato ed applicato
il respiratore automatico. Viene assistito a
turni di quattro ore da medici anestesisti.
Uno fa parte dell’OMS, venuto per l’ebola.
Gaetano Azimonti specialista in anestesia,
volontario dell’Avsi viene da un altro ospedale per fare i turni. Dall’Italia sono pronti
a partire altri medici specialisti in anestesia
e rianimazione che lo hanno conosciuto e
sono pronti a portare anche un apparecchio
per la dialisi. Matthew muore il 5 dicembre
all’una e venti di notte. Sento squillare il
telefono. Chiama il dr. Gaetano. Mi dice di
chiamare subito il Dr. Simon Mandel del
Organizzazione Mondiale della Sanità, perché Matthew ha incominciato a sanguinare.
Quando arriviamo in reparto è già morto.
Vado a chiamare la moglie Margaret e la sua
mamma. Sono le due di notte. Sono ancora in piedi. Stanno pregando. Quando la
mamma arriva in reparto, il corpo di
Matthew è stato già chiuso nella sacca di
plastica.La mamma piange: “Quando è nato
l’ho preso in braccio, l’ho lavato, l’ho asciugato; ora non solo non posso stringerlo,
lavarlo e asciugarlo: non posso neanche
vedere il suo viso per l’ultima volta”. E poi
madre e moglie si mettono a pregare.
Margaret, la moglie, piena di rassegnazione
e di fede ringrazia il Signore Gesù. Diceva:
“Gesù, in questo momento di dolore, fin
quasi a morire, ti ringrazio di avermi donato
un marito così caro e meraviglioso come
Mathew che ha offerto la sua vita per gli
ammalati e per la tua gloria. La mamma,
anche lei piena di fede, davanti al suo figlio
morto ha pregato così: “Ti prego mio Dio
che il dottore Lokwia sia il salvatore del
popolo che vive a Lacor malato di ebola.
Perché lui morì per salvare la vita del suo
popolo . Tuo figlio Gesu Cristo morì pure per
salvare il popolo e adesso anche Lokwya ha
sacrificato la sua vita per salvare la vita
degli altri. Il Sacrificio di Matthew, unito
al sacrificio di tutti quei sanitari che sono
morti e il coraggio di tutti gli altri che hanno
accettato di lavorare come volontari ha
impedito, probabilmente, che quei morti
fossero migliaia. E ha dato dignità alla
morte di quanti non ce l’hanno fatta. Noi
all’Ospedale di Lacor abbiamo conosciuto
molti momenti difficili: la guerra, guerriglia,
saccheggio, distruzione, epidemie, e ogni
Abbandonati
dall’attenzione del
mondo occidentale
V.A.
... continua da campo
de fiori n. 12
La mattina
nessuno
vuole andare
a
lavorare
negli altri
reparti.
Vogliono
abbandonare
l’ospedale. Assemblea con tutto
Padre Elio Croce
il personale. Alcuni
propongono di portare gli ammalati nella
savana e fare un lazzaretto lontano dai centri abitati. Un infermiere dice che era
meglio se pagava i suoi volontari a fine giornata perché non sapevano e arrivavano al
mattino. Suor Maria, suora africana, si alza
indignata contro questo infermiere dicendo
di vergognarsi a parlare così, che non c’erano soldi al mondo che potessero pagare la
loro vita. Loro lavoravano in reparto ebola
coscienti anche di poter morire ma lo facevano per amore del prossimo come Gesù ci
aveva insegnato e per fedeltà alla loro missione. Matthew ha ribadito di vergognarsi a
parlare così davanti a gente che dava la vita
per li altri. Lui, anche se fosse rimasto solo,
avrebbe continuato e riferendosi a quello
che aveva fatto quella mattina per Simon
diceva che aveva rifatto il letto, pulito il
corpo di Simon ed il sangue sparso sulle
pareti e per terra. Concluse poi che, se lui
avesse abbandonato, non avrebbe avuto
più il coraggio di presentarsi sulla faccia
della terra perché avrebbe tradito la sua
missione e la sua vocazione. Pochi giorni
dopo il Matthew si ammala.La sera del 28
novembre Matthew ha 38 e mezzo di febbre
e un fortissimo mal di testa. Vuole che gli
porti la Novalgina. “È malaria”, dice. La
mattina presto vado ancora a trovarlo: sta
ancora male e la Novalgina non gli ha fatto
niente. Il sospetto che abbia l’Ebola e’ grande. Diciamo insieme una preghiera di
abbandono alla volontà di Dio e mettiamo
tutto nelle mani della Madonna. Vuole che
Chiami il Dr. Cipriano, suo vice. Crede di
avere una sinusite ed anche malaria. Viene
fatto il test dell’ebola: risultato negativo.
Tiriamo tutti un sospiro di sollievo. Il giorno
dopo, 29 Novembre, Matthew sta ancora
male. Viene fatto un nuovo prelievo per
effettuare un secondo test. Ancora negativo. La mattina del giorno dopo, Pierre
Rollen, capo del team Americano del CDC
rifà il test. Si pensa opportuno di trasferirlo
da casa sua all’ ospedale. Lo porto io in
macchina e lo aiuto a salire fino alla stanza
dell’ospedale. Completamente senza protezione. Sono le tre del pomeriggio e mi trovo
in macchina con Piero Corti. Stiamo andan-
31
volta siamo stati in grado di rispondere con
tutte le nostre energie. Pensavamo che non
ci fosse niente peggiore di quello che avevamo gia’ vissuto, ma non avevamo fatto i
conti con l’ebola, con questa sfida così insidiosa. Il male è terribile: colpisce in poco
tempo quasi tutti gli organi, il dolore è lacerante, la mente rimane lucida fino alla fine
nella maggioranza dei casi. E’ per questo
che è importante il lavoro del personale
sanitario: ridurre la sofferenza e curare per
quanto possibile il male e controllare il contagio. Quello che sta avvenendo in me da
quando e’ iniziata l’epidemia è una riflessione che sta dando una svolta alla mia vita, e
riguarda la comprensione della professione
medica che noi scegliamo un giorno, forse
per il prestigio o perchè siamo intelligenti o
perchè vogliamo salvare vite umane. Oggi
capisco più in profondità che è una vocazione, una chiamata da Dio, e che il servizio
alla vita è inscindibile dalla disponibilità a
donare la propria vita. Sono consapevole
del rischio oggi nell’esercizio della professione medica, ma io ho fatto la mia scelta e
non mi tiro indietro. La mia vita e’ cambiata
e non sarà più come prima. A illuminare
questa decisione è anche l’esempio del
nostro personale morto di ebola. Sono tutte
persone giovani, al termine della loro carriera con un futuro davanti , sogni che finalmente credono di poter realizzare e poi
all’improvviso si trovano di fronte la morte.
Mai una parola di rimpianto, mai risentimento o pentimento per aver scelto una
professione così rischiosa. Hanno accettato
con serenità la tragica realtà. Daniel, in
punto di morte ha ringraziato per tutto quello che aveva ricevuto durante la sua permanenza nella scuola infermieri e aveva soggiunto: ‘io sto per morire, ma voi continuate con coraggio, è troppo importante il
nostro lavoro ’. Sono tutti martiri della carità”.
Dott. Matthew Lukwiya
Campo de fiori
Il 5 Novembre
2004 ricorreva il
primo anniversario
della
morte
di
Suor Maria
To l o m e a
Cammillucci, nata
a Castel Sant’Elia il 6
Ottobre 1908. Suor Maria Tolomea
entra nella congregazione delle “Suore
dell’Addolorata” a Roma il 19 Marzo 1930.
Nel 1937, dopo aver fatto la prima professione e conseguito il diploma di maestra
giardiniera, viene assegnata al convento di
Castel Sant’Elia quale coordinatrice e insegnante nell’asilo locale “Bambin Gesù”.
Con grande impegno, zelo e carità cristiana, inizia la sua missione di insegnante
tuttofare, riservando per lei la sezione
maschile perché più numerosa, vivace e
bisognosa di essere preparata alla prima
l
e
t
s
Ca El
Sant
Suor Maria Tolomea
classe elementare. I tempi sono duri per
tutti ed in modo particolare per gli abitanti di quel piccolo paese che basano la loro
economia sulle risorse agricole.
Genitori e figli lavorano piccoli appezzamenti di terreno dai quali ricavano a mala
pena il fabbisogno necessario al sostentamento della famiglia e, spesso e volentieri, si vedono costretti a migrare verso altri
paesi che possano offrire nuove risorse
economiche.
L’asilo, per la popolazione, è un nido-oasi
di pace e amore, dove i piccoli trovano una
accoglienza materna senza limiti di tempo
e un sicuro pasto caldo.
Le mamme, dopo i lavori casalinghi,
accompagnano i figli a scuola e raggiungono i mariti nei campi. Le instancabili
suore, che
conoscono le
esigenze di
quelle modeste famiglie,
accudiscono
i loro figli
senza limite
di orario.
I bambini arrivano da loro la mattina
presto ed escono la sera
tardi, quando i loro ge1937 Asilo di Castel Sant’Elia con Suor Maria Tolomea,
nitori ritorna-
33
di Riccardo Pieralisi
no dai campi.
Nell’Ottobre
1956
Suor
Maria Tolomea
viene
chiamata a
Roma
per
coordinare ed
avviare l’apertura
di
una
nuova
casa-asilo a
Capannelle.
Suor Maria Tolomea
Il 20 Ottobre
1957, assolto l’incarico ricevuto a Roma,
ritorna a Castel S.Elia dove riprende, con
rinnovato entusiasmo, la sua missione che
proseguirà per lunghi anni, meritandosi il
privilegio di aver seguito e cresciuto ben
tre generazioni.
Non era raro, negli ultimi anni della sua
vita, sentire Suor Maria Tolomea dire ad
un bambino: “Tu sei vivace e scatenato
come tuo padre e tuo nonno”.
Nel 1990, ormai anziana e con i suoi
“acciacchi”, ma lucida e sempre presente,
viene ricoverata a Capannelle, in quella
stessa struttura che Lei stessa aveva contribuito ad avviare e da lei tanto amata,
trasformata poi in casa di riposo.
Qui, la mattina del 5 Novembre 2003 si
spegne serenamente alla venerabile età di
novantacinque anni. Suor Maria Tolomea
ora riposa nel Cimitero di Castel Sant’Elia.
Suor Angeletta e Agnese Darida
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34
Campo de fiori
Italiani all’estero
G.V.
Questa
rubrica
molto
apprezzata dai nostri connazionali, emigrati nei vari
paesi del mondo, è di grande soddisfazione per la
nostra rivista. Il sapere che
essa viene attesa con trepidazione dai nostri amici che
così si tengono informati e
si sentono più vicini alla
nostra patria, ci riempie di
orgoglio. Le richieste di
abbonamenti sono in forte
crescita.
La famiglia della quale pubblichiamo la storia, risiede
da molti anni in Canada e
grazie ai buoni contatti che
mantiene con i parenti in
Italia, vi raccontiamo del
suo
“viaggio”.
Marino
Arnaldo, classe 1931, fratello maggiore di Ivana e Rita
e figlio di Nicola e Filomena
Angeletti, parte a venti anni per il Canada, perché
chiamato per lavoro dallo zio materno Giuseppe, che
era già a Toronto.
La traversata dell’Oceano con la nave dura oltre un
mese e, arrivato, trova tutte le difficoltà proprie degli
Italiani emigrati di quel periodo.
Pensa bene perciò di andare subito a scuola di lingua
ed accetta, di buon grado, qualsiasi lavoro gli capiti.
Fa l’apprendista gioielliere poi, da un mestiere all’altro, arriva ad aprire un negozio di abbigliamento da
uomo. Con questa posizione più stabile, mette su
famiglia sposando Giulia Mezzoferro, figlia di emigrati Italiani ed ha un figlio, Nicolas.
Dopo venti anni Marino torna in Italia per partecipare al matrimonio della sorella Ivana che ha lasciato
quando questa aveva solo due anni. Passa il tempo
ed oggi anche Nicolas ha quarant’anni ed è, a sua
volta sposato con una figlia di emigrati Italiani.
Si occupa di una impresa di trasporti e la moglie lavora in una banca.
Il sangue e le radici hanno dato a questi nostri connazionali, l’orgoglio necessario per emergere e farsi
apprezzare.
Campo de fiori
Cos’è la dislessia?
A cura della dott.ssa Sandra Falzone del
Centro
35
Arti e Mestieri
di Civita Castellana
La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento e riguarda la capacità di leggere e scrivere in modo
corretto e fluente. Il bambino dislessico può leggere e
scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacità e le sue energie, poiché non può
farlo in maniera automatica. La dislessia non è causata da un deficit di intelligenza né da problemi ambientali o psicologici o da deficit sensoriali o neurologici,
ma è una caratteristica costituzionale dell’individuo. E’
Dott.ssa Sandra Falzone
da considerarsi una forma congenita, presente fin
dalla nascita nel patrimonio genetico, che accompagna pertanto tutta la vita della
persona. Si può quindi trasmettere da una generazione all’altra come qualsiasi
altra caratteristica somatica come il colore degli occhi, la statura, la forma del
viso ecc.. Purtroppo in Italia la dislessia è poco conosciuta, benché si calcoli che
riguardi almeno 1.500.00 persone. La dislessia costringe all’impiego di una dose
di attenzione superiore alla norma per la decodifica del testo scritto, a discapito
del contenuto. Difficoltà di concentrazione, irrequietezza, scarso rendimento:
queste sono le più diffuse caratteristiche del bambino dislessico, un bambino
intelligente, che l’insegnante – nella maggior parte dei casi – scambia per svogliato, scarsamente motivato, distratto o, addirittura, poco capace. Il bambino
che non riesce ad imparare a leggere bene nella scuola elementare non potrà
raggiungere buoni risultati neanche nelle altre materie che, in gran parte, richiedono buone capacità di lettura. Inoltre è stato osservato che i problemi emotivi
di un bambino dislessico iniziano nelle prime classi a seguito delle frustrazioni
causate dalla propria incapacità di leggere come i suoi compagni. Questo insuccesso, più di ogni altra cosa, può inculcare in lui l’idea che, nonostante gli sforzi
più ostinati, non imparerà mai a leggere, allora, piuttosto che fallire di nuovo,
decide di non provarci più. Il nostro compito attuale è quello di occuparci dell’individuazione, prevenzione e rieducazione di soggetti con problemi di apprendimento del linguaggio e con dislessia, di modo che, chi presenta difficoltà in ambito scolastico, e ha perciò un’immagine di sé negativa, non acquisisca anche problemi comportamentali derivanti da una mancata individuazione. Indici di autovalutazione:
LETTURA:
-Rispetto ai suoi coetanei legge ad un livello molto più basso.
-Non legge per conto suo.
-Riesce a leggere determinate parole per breve tempo poi le dimentica.
-Legge a rovescio, comincia con l’ultima lettera,cambia l’ordine delle lettere (il-li,
perso-spero, la-al, porto-pronto)
-Non comprende bene quello che legge.
-Legge ad alta voce con poca espressione ed intonazione.
-Fa molti errori con parole brevi.
-Omette o sostituisce le parole.
-Quando legge parole lunghe, non guarda tutta la parola ma cerca di indovinarla partendo da alcune lettere soltanto.
-Legge in fretta, sbagliando, ma proseguendo anche quando la frase non ha più
senso.
-Legge molto lentamente, con molta fatica, provando a pronunciare tutte le lettere, spesso sbagliando.
-Perde spesso il segno.
-Si autocorregge spesso.
ANALISI FONETICA:
-Spesso non riesce ad associare la lettera al suono
-Ha molta più difficoltà ad imparare i suoni delle vocali che delle consonanti.
-Spesso non riesce a sillabare.
ORTOGRAFIA:
-Rovescia le lettere in tutti i modi.
-Cambia la sequenza delle lettere.
-Sbaglia più spesso le vocali.
-Non scrive tutte le lettere della parola.
-Non sembra sentire i suoni come sono e può scrivere”pemissista” per “pessimista”, “rado” per “ratto”, “vafe” per “fave”.
-Sa scrivere foneticamente ma sbaglia con i digrammi (sc, gn, gl, ch, ecc..)
SCRITTURA:
-Rovescia lettere come: p-q-d-b.
-Spesso dimentica come si scrive una lettera.
-Cambia l’altezza delle lettere.
-Forma la lettera cominciando dalla riga e andando verso l’alto.
-Lascia spazi fra le lettere di una parola.
-Scrive lettere maiuscole in mezzo alla parola.
CERAL - Via Torquato Tasso, 6/a - Civita Castellana - Tel. 0761.517522
Il Cestaio
Mani esperte che intrecciavano fili di vimini e,
piano piano, creavano utili
contenitori o ceste. Questo è il lavoro che un
tempo svolgeva il cestaio.
I cesti erano gli unici contenitori in cui un tempo
potevano riporsi frutta,
verdura, legumi, pane e,
quando raramente c’erano, i dolci. Portati abilmente in equilibrio sulla
testa dalle donne di un
tempo, trasportavano i panni sporchi o appena lavati nelle
fontane pubbliche oppure il raccolto dell’orto. Oggi, nelle
nostre case, le ceste di vimini non vengono più utilizzate.
Raramente se ne trova qualcuna usata quale contenitore
di riviste o, quelle molto grandi, come raccoglitore di
panni sporchi. Una regione in cui questo oggetto viene
ancora usato correntemente è il Trentino. Nei piccoli paesi
si trovano ancora ragazzini che, con sulle spalle ceste di
vimini di ogni dimensione e di forma conica, trasportano
il latte imbustato o fascine di legna per il fuoco.
Cristina Evangelisti
P
illole di sapienza popolare
Perché si dice che “ … il
gatto nero porta male ”?
Dopo i fasti e la gloria
dell’Impero Romano, giunse
in Italia un periodo oscuro
fatto di decadenza e miseria: il Medioevo.
Antichi monumenti vennero
letteralmente smantellati e
con le loro pietre, abilmente
decorate, furono costruite
case umili ancora oggi visibili nei raccolti borghi sorti
in posti arroccati qua e là
per la penisola. Questa condizione di povertà estrema toccò sia il campo letterario
che economico e fu amplificata da un continuo ed inarrestabile eclissarsi di sicurezza in ogni settore. Il mar
Mediterraneo, da sempre centro di frenetici scambi, era
divenuto “porto franco” per scorribande di barbari e saccheggiatori.
Questi, dovendo affrontare lunghi viaggi per mare prima
di arrivare sulle coste italiane, dovevano riempire le stive
con cibo e vino in quantità.
Ghiotti topi salivano a bordo delle loro navi portando
malattie.
Essi gioiosamente potevano mangiare il cibo necessario
alla sopravvivenza dei predoni del mare. Per ridurre al
minimo questo rischio i devastati marinai portavano con
sé innumerevoli gatti che in quelle terre erano di colore
nero.
I velieri calavano le ancore e non appena approdavano
sulla terra ferma, i felini impauriti correvano via e invadevano le città preannunciando la carica saccheggiatrice.
L’arrivo di queste “bestie nere” profetizzava una scorribanda sicura fatta di morte e distruzione.
Erminio Quadraroli
36
Campo de fiori
Viterbo con amore... L amico
di Erminio Quadraroli
“…l’amico è il più deciso della compagnia…e ti convincerà a non arrenderti tutte
le volte che rincorri l’impossibile…ti spinge
a correre, ti lascia vincere…”. Nulla, al pari
di questa frase di una famosa canzone di
Baldan Bembo, può descrivere appieno lo
spirito che ha animato la presentazione
dell’edizione 2004/2005 di “Viterbo con
Amore”. Lo scorso trenta Settembre, nella
suggestiva cornice del paese medievale di
San Martino al Cimino, all’interno del
Palazzo Doria Panphilj, si è tenuta a battesimo, in una atmosfera colma di sentimento, la seconda edizione di questa manifestazione all’insegna dell’amicizia e della
solidarietà.
La “squadra” guidata dal Presidente
Giuseppe Genovese e dal Presidente
Onorario Don Alberto Canuzzi, alla presenza del Vescovo di Viterbo Monsignor
Lorenzo Chiarinelli e del giornalista
Arnoldo Sassi, ha messo in campo i suoi
obiettivi: proposte concrete, misurabili e
tangibili, lontane da ogni colore o fazione
politica.
All’interno di una sala nobile del Palazzo,
dove i soffitti decorati con le effigi degli
antichi dominatori del borgo cimino fanno
ancora bella mostra di sè, tutti i relatori
hanno cercato di portare alle orecchie del
mondo quel grido tanto silenzioso quanto
doloroso e straziante di chi, consapevole
della propria fragile esistenza, rischia di
lasciarsi trasportare dagli eventi senza trovare la forza di combattere. Nella certezza
che l’intercomunicazione tra i popoli e tra
le generazioni può abbattere l’alto muro di
insensibilità eretto dall’uomo stesso in
nome del proprio Egoismo, le varie associazioni viterbesi hanno illustrato i loro
obiettivi per questa nuova e sempre più
vigorosa edizione dell’evento.
Ampliare i centri di accoglienza per i bambini poveri del Perù, contribuire alla prevenzione dell’AIDS in Mozambico, recuperare i tossicodipendenti, sostenere gli
anziani bisognosi e soli,
creare luoghi di divertimento per disabili e reinserire
nel sociale i detenuti, sono
stati gli obiettivi cardine
della manifestazione che si
è conclusa con una sincera
commozione di tutti i partecipanti conseguente alle
parole
del
Presidente
Giuseppe Genovese. L’atmosfera è stata resa ancora più suggestiva da alcuni
intermezzi musicali eseguiti
dal quintetto del “Maggio
Musicale Fiorentino”. Il
vascello della solidarietà, guidato da questi
valorosi capitani, anche quest’anno solcherà mari impervi pieni di dolore, secche
distruttrici cariche di indifferenza e, senza
mai arrendersi, proseguirà diritto verso
quell’isola lontana chiamata felicità e verso
quelle terre dove si moltiplicano le gioie per
dividere le sofferenze.
Nota di redazione
Campo de’ fiori e l’A.I.D.I. sono stati
presenti alla manifestazione svoltasi
a Viterbo il 10 Ottobre 2004 con una
collettiva di pittura ed uno stand, in
Piazza del Comune.
Campo de fiori
Un anno e mezzo
fa in televisione
veniva trasmesso un film interpretato dall’attore
Lino Banfi intitolato “Un
Posto tranquillo”. La storia narrava di
quattro frati cappuccini che abitavano
in un vecchio convento di una cittadina
della Toscana e che si ritrovavano a lottare con tutte le forze per evitare che
il sindaco del paese lo chiudesse a causa
delle sue cattive condizioni . Il convento
nel quale è stato girato il film si trova a
Morlupo, in provincia di Roma, ed è conosciuto con il nome di convento di Santa
Maria Seconda. Fu costruito intorno al
XVI secolo ad opera dei Clareni ed è
un’opera di straordinaria bellezza. Poco
distante da questo sorge una quercia
secolare, da tutti conosciuta come l’albero di San Francesco.Attualmente il
convento è chiuso al pubblico e viene
aperto una sola volta all’anno, vale a dire
il 25 Marzo, giorno della festa dell’annunciazione. In questa occasione molti
morlupesi (e non solo) si recano nel piaz-
i
Roncigl
zale antistante il convento e si radunano
per alcune ore curiosando tra le bancarelle che, per l’occasione, animano quel
luogo che negli altri giorni resta isolato.
Eppure in passato non era così. Mi racconta mia madre, originaria di Morlupo,
che negli anni del dopoguerra, all’incirca
nel 1950, questo luogo era meta delle
colonie estive. Per quindici giorni, tantissimi bambini e bambine (compresa mia
madre), accompagnati da alcune insegnanti,si alzavano alle prime luci dell’alba
e si incamminavano verso il bellissimo
convento. Una volta arrivati a destinazione trascorrevano la giornata all’interno dello splendido giardino del chiostro e
qui giocavano per ore.Era meraviglioso
correre su e giù per il piazzale del convento, godendo di tanto in tanto dello
splendido panorama che da lì si poteva
ammirare . Ci si divertiva con poco, tra
preghiere e canti, ma questo bastava ad
ogni bambino che avrebbe ricordato per
sempre quella magnifica estate. Quando
poi la sera si tornava a casa si raccontava tutto ai genitori e, con gli occhi colmi
di gioia, ci si augurava che la notte si
37
affrettasse a passare per tornare l’indomani in quel posto tranquillo dove
poter scherzare e sorridere ancora. Che bei tempi!- dice mia madre sospirando. La guardo e sorrido; ho per un attimo sognato con lei ed è stato stupendo.
V.A.
Morlupo-convento di S.Maria Seconda
Chiostro del Convento
La forza della cooperazione può...
Alcuni luoghi a Ronciglione, assumono importanza non solo per la loro storia, ma anche per
le manifestazioni che ospitano.
Proprio questo è accaduto lo scorso 21 ottobre
nell’affascinante semplicità della chiesa dell’ex
Collegio. Qui l’unione di più “cuori” ha celebrato
l’importanza della solidarietà con il convegno
organizzato dalla Presidente della sezione femminile della C.R.I. di Ronciglione Olympia
d’Onofrio Bucossi dal titolo : “Pace: una scommessa possibile”. In un’atmosfera resa emozionante da prestigiose presenze si sono susseguiti interventi molto profondi capaci di smuovere
anche gli animi più insensibili.
Come una vallata che aprendosi a perdita d’occhio fa scoprire un fantastico mondo verdeggiante, così i cuori dei partecipanti si sono spalancati ed hanno mostrato la luce portatrice
della consapevolezza che un futuro migliore è
possibile. Dopo l’intervento delle autorità locali
per dare il benvenuto a tutti i partecipanti,
hanno preso la parola in successione Don
Roberto Salvati, il giornalista Magdi Allam e il
Commissario della Croce Rossa Avv. Maurizio
Scelli, i quali hanno messo l’accento sulla pace
non solo come scommessa, ma anche come
fiducia e speranza, come interazione tra i popoli e abbattimento delle incomprensioni dettate
dalla brama di potere. Si è descritto l’uomo
come essere, nello stesso tempo, istintivo e
razionale, capace di procurare sofferenze
mascherandole con il nome di giustizia e contemporaneamente, in grado di interagire con
altri simili per condurre tutti ad un bene comune: la pace. Il discorso di Don Roberto Salvati si
è concluso con una riflessione sulle parole di
Papa Giovanni Paolo II, il quale ha cercato di
delineare i quattro pilastri della pace: verità,
giustizia, amore e libertà. L’intervento del giornalista Magdi Allam ha sottolineato l’instaurazione di una cultura della vita, lontana da quella della morte che purtroppo sta avvolgendo i
paesi del Medio Oriente dove ci sono ogni giorno decine di morti. Tra di loro non esistono
quelle giuste o non giuste, poiché questo eccidio scaturisce da una mancanza di condivisione
dei valori che dovrebbero essere basati sulla
sacralità della vita. Per ultimo ha preso la parola il Commissario della Croce Rossa Avv.
Maurizio Scelli che, riempiendo di lacrime gli
occhi dei partecipanti, scuotendo gli animi come
un grido in una foresta, ha sottolineato che la
pace non si ottiene con manifestazioni o bandiere, ma facendo sentire agli altri che siamo
dalla loro parte compiendo gesti concreti.
Questa stupenda manifestazione, sponsorizzata
dalla Banca Di Credito Cooperativo di
Ronciglione, con il patrocinio del Comune di
Ronciglione, della Provincia di Viterbo e della
Regione Lazio, si è conclusa regalando ai presenti la consapevolezza che se l’uomo non pensasse solamente al mero potere personale,
potrebbe usare tutta la bontà che cela nel proprio animo, per costruire quella pace che prescinde dal colore della pelle, dalla lingua e dalla
Erminio Quadraroli
religione.
Quadraroli
insieme a
Magdi Allam
durante il
convegno
organizzato
dalla C.R.I.
Campo de fiori
Italiani dimenticati...
Prof. Arch. Enea Cisbani
“ AI CADUTI DI AFRICA.
CASSANI DOMENICO FURIERE.
MANCINI PIETRO SOLDATO.
ROSSI LUIGI TROMBETTIERE.
1 MARZO 1896.”
Così recita l’iscrizione della Stele
Funeraria
sita
in
Civita
Castellana in via Minolfo Masci,
nel giardino comunale poco
distante dalla centrale piazza
Matteotti.
CASSANI
DOMENICO:
Contadino, nato a Civita
Castellana il 1 marzo 1871.
MANCINI PIETRO: Artigiano,
nato a Civita Castellana il 3
Agosto 1876. ROSSI LUIGI:
Contadino, nato a Civita
Castellana il 17 Novembre 1872.
Tre giovani ragazzi accomunati
dallo stesso tragico destino che
li vede morire insieme nella
Battaglia di Adua in terra
d’Africa del 1 Marzo 1896,
quando un’intera Brigata di
Fanteria composta da 6.000 soldati Italiani viene sconfitta dalle
truppe Etiopiche, con ingenti
danni materiali, considerevoli
perdite in vite umane e feroci
ripercussioni politiche in Patria,
tanto da portare alle dimissioni
dell’allora Presidente del
Consiglio Francesco Crispi.
I nostri concittadini vengono
arruolati e incorporati nell’Esercito Regio agli inizi del 1895 e
svolgono il periodo di addestramento nell’attuale Caserma di
Castro Pretorio, da dove parti-
39
ranno come Volontari del Corpo di
Spedizione inviato dal Governo Crispi nel
1896, alla volta dell’Africa Centrale per costituire le prime Colonie Italiane, purtroppo con
esiti tragici e disastrosi.
Nella Civita Castellana di fine Ottocento, le
condizioni economiche delle classi sociali più
povere non erano certamente delle più rosee
e l’arruolamento nelle file del giovane
Esercito Regio, che garantiva pasti regolari e
una discreta paga, costituiva una forte attrazione per i ragazzi del tempo altrimenti destinati al lavoro nei campi e nelle botteghe.
Dopo il fallimento nel 1882 di occupare la
Tunisia e l’Egitto, le prospettive coloniali
Italiane nel Mediterraneo erano agitate ed
oscure e la stessa Libia, che si presentava
disponibile e immediata, venne abbandonata
perché considerata poco remunerativa e insicura.
Le mire Italiane si rivolsero verso il Mar
Rosso, esattamente all’Etiopia, dove già esistevano Possedimenti Italiani, che con notevole rapidità aumentarono a dismisura, tanto
da portare le popolazioni locali a coalizzarsi
contro gli Italiani che vennero sconfitti nella
Battaglia di Adua del 1 Marzo 1896, che
segnò la fine del Governo Crispi e delle mire
coloniali Italiane in terra Africana.
I corpi dei giovani Civitonici non vennero
riportati in Patria e, se di resti possiamo
ancora parlare, essi giacciono nelle sabbie
del deserto Africano.
Rimane a loro memoria la Stele di via Masci,
purtroppo abbandonata e dimenticata.
CASSANI DOMENICO 1871-1896.
MANCINI PIETRO 1876-1896.
ROSSI LUIGI 1872-1896.
Campo de fiori
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Scuola Media Statale “Dante Alighieri” di Civita Castellana
e sezioni associate di Faleria e Corchiano
Chi opera nel settore
dell’educazione
sa
bene che, troppi adulti,
troppo
spesso
ostentano interesse
per il mondo giovanile
per fini non sempre
connessi con la loro
formazione.
Talvolta i giovani si rendono conto di ciò
ma, il più delle volte, cedono al plagio rincorrendo falsi miti e dannose utopie.
Per aiutare i giovani nel loro percorso formativo occorre innanzi tutto capirli, per
capirli bisogna conoscere il loro mondo, le
loro paure, le loro aspettative, i loro sogni,
in sintesi il loro mondo interiore, la strate-
gia privilegiata è il DIALOGO.
Attraverso le colonne di questo giornale
noi vogliamo dare ai nostri alunni l’opportunità di dialogare esternando sentimenti
ed opinioni. E’ notorio che la comunicazione (scritta ed orale che sia):
-favorisce lo sviluppo dei processi mentali;
-è un mezzo importante per stabilire rapporti sociali;
-chiarisce e struttura in modo articolato
l’esperienza sia razionale che affettiva;
-consente di esprimere sentimenti e stati
d’animo anche attraverso la forma estetica
della poesia e dell’arte figurativa.
Queste sono le finalità pedagogiche e
didattiche che ci prefiggiamo senza tralasciare un’ ulteriore considerazione.
Chi può negare la predisposizione negativa che spesso accompagna il compito in
classe d’Italiano: TEMA.
Esclusi pochi eletti, la maggior parte degli
alunni non ama scrivere: “scrivere cosa, a
chi, perché?”. Domande plausibili e, per
certi versi, anche giustificabili che potrebbero trovare una risposta positiva nell’opportunità di questo spazio giornalistico
generosamente ed entusiasticamente
offertoci dal Direttore del giornale Sig.
Sandro Anselmi a cui vanno i nostri più
sentiti ringraziamenti.
Utilizzo del Tempo
Collaborazione
con le famiglie
La Scuola Media “Dante Alighieri” organizzerà il tempo scuola secondo le
seguenti strutture orario:
* 27 ore obbligatorie in orario antimeridiano *27 ore obbligatorie + 3 opzionali
a scelta in orario antimeridiano * 27 ore
obbligatorie + 6 opzionali a scelta in orario antimeridiano * 27 ore obbligatorie +
6 opzionali a scelta con un rientro pomeridiano * 27 ore obbligatorie + 6 opzionali con mensa e 2 rientri pomeridiani.
Stategia per
ottimizzare
le risorse
Offerta Formativa
La Scuola Media Statale “Dante
Alighieri” si propone di realizzare una
ampia gamma di progetti e laboratori
che, trattandosi di attività svolte in
forma operativa fuori dagli schemi tradizionali, suscitano interesse, curiosità,
facendo emergere capacità ed abilità a
livello non solo cognitivo, ma organizzativo e ricreativo.
Per far emergere e valorizzare al massimo le potenzialità di ogni alunno e per
ridurre la dispersione e la mortalità scolastica, si adotteranno le seguenti strategie:
*potenziamento dei laboratori *sostegno agli alunni in difficoltà *integrazione alunni stranieri *programmazione
visite guidate e viaggi di istruzione collegati alle attività curriculari ed extra
curriculari indicati nel POF *sensibilizzazione delle famiglie ad una collaborazione attiva con la scuola *attività di
continuità didattica *attività di orientamento scolastico.
Si prevedono, inoltre, le seguenti attività opzionali per completare la formazione dei ragazzi:
* Lab. Informatica *Lab. Letterario
*Lab. Musicale *Lab.Storico *Lab.Teatrale *Lab.Linguistico *Lab. Scientifico
*Uscite didattiche *Visite d’Istruzione.
Anch’io scrivo su Campo de’ fiori
Il Dirigente Scolastico
Prof. Orlando Pierini
Viene valorizzato il contributo informativo dei genitori, anche per un buon funzionamento degli organi collegiali, attraverso:
*assemblee
periodiche
d’istituto
*assemblee bimestrali di classe con
docenti e genitori *colloqui settimanali
con i singoli docenti *coinvolgimento e
collaborazione nelle attività *comunicazione scuola-famiglia chiara e tempestiva sull’organizzazione e l’andamento scolastico con informazioni bimestrali
(pagellino e scheda) *corretta gestione
del libretto delle giustificazioni e del
diario *programmazione degli incontri e
colloqui *progetto genitori.
E’ Natale ?
Fino a quando…
I sereni silenzi
saranno sconvolti
da strida di morte.
Fino a quando …
nella fame degli altri
affogheremo
i nostri rimorsi
e sazieremo
le nostre coscienze stravolte.
Fino a quando …
i singhiozzi sommessi
saranno sommersi
da risa scomposte
e il pianto di pochi
non sarà pianto da tutti.
Ogni Natale patirà
lo scandalo della Croce.
P
O
E
L
S
I
E
A
L
B
S
O
T
E
R
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T
O
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chi
r
o
C
Campo de fiori
ARNIES
Un “fiume” di solidarietà, impegno sociale
e cultura come Emergency a Corchiano
La redazione di Campo de’ fiori dà il
benvenuto alla nuova collaboratrice
Tamara Gori
E’ operativa da quasi
due
anni
a
Corchiano, l’associazione
no
profit
Arnies. Un nome che
non è una sigla, ma
presumibilmente il
termine che gli antichi Etruschi utilizzaTamara Gori
vano per indicare il
fiume. Fiume come luogo sulle cui rive si
sono sviluppate le più imponenti civiltà
nella storia dell’uomo. Fiume come portatore di abbondanza e fautore di rinascita.
Fiume, come la vita che scorre con esso,
arricchendosi lungo il percorso di tutto ciò
che incontra. Fiume, come il Rio Fratta ,
che ha segnato nel tempo la forra su cui è
sorto Corchiano, determinandone la storia
e l’evoluzione. Nata dalla volontà di
pochissime persone, perlopiù giovani spinti dalla curiosità di sperimentare esperienze nuove, nel tempo si è arricchita di persone con la voglia di dare un senso ad una
quotidianità che, sempre più, sembra perdersi nel vuoto della sua scientifica assolutezza. Ma l’impegno, la caparbietà e spesso la volontà di realizzare sogni che sembrano assumere la veste di utopie, costituiscono la dimostrazione di come la vita
può essere ciò che noi scegliamo, consapevolmente che sia. Da questa prospettiva
l’associazione trae le sue fondamenta, proponendosi di offrire opportunità, integrazione, cultura per il paese e il suo territorio, nel pieno rispetto della dimensione
umana, culturale e spirituale di ogni individuo e soprattutto nel riconoscimento della
ricchezza che può scaturire dalla
diversità culturale. Perché la pace e la
libertà sono frutto di atti e non solo di
parole. Ne è testimonianza il progetto di cooperazione sanitaria, realizzato lo scorso anno con la capitale della
Repubblica Democratica del Congo, i
progetti rivolti ai minori stranieri presenti sul territorio, l’organizzazione del
Fescennino D’Oro, in collaborazione con il
Maestro Nicola Piovani; manifestazione
che, ormai da due anni, ha assunto una
mission solidale, devolvendo l’incasso al
recupero di Nsimba Kilema, bimbo congolese operato lo scorso Novembre al Gaslini
di Genova. Ne è ulteriormente prova l’avvio di un ciclo di conferenze sui Diritti
Umani, spesso dimenticati o dati per scontati, ma il cui non rispetto è molto vicino a
noi. Lo scorso 6 Novembre, a Palazzo
Ridolfi a Corchiano, si è tenuto un incontro
speciale: quello con Emergency e con
Massimo Spalluto, infermiere professionale, da dieci anni “medico di guerra e inviato di pace” in Afghanistan, Sierra Leone e
Cambogia. Lo scopo di Emergency è stato
inizialmente di fornire assistenza medico
chirurgica a tutte le vittime della guerra e,
soprattutto a quelle delle mine antiuomo,
costruendo e gestendo ospedali nelle zone
maggiormente colpite. Oggi, a dieci anni
di attività, si contano cinquanta presidi
ospedalieri nel mondo e almeno un milione di atti sanitari erogati a vittime di guerra, dal Ruanda, al Kurdistan iracheno, alla
Cambogia, uno dei Paesi più minati al
mondo. Accanto agli ospedali sono stati
realizzati ventotto posti di primo soccorso
e almeno 1800 unità di personale locale,
che viene formato agli standard europei e
al quale si affidano quegli stessi ospedali,
scorcio panoramico di Corchiano
passata la prima fase di attivazione. Per
loro è un’opportunità di lavoro, ma anche
un messaggio forte che arriva a tutti i
pazienti: quello della riappropriazione della
loro identità. Per questo oggi Emergency
non è più solo riabilitazione medica, ma è
diventata anche opportunità di riabilitazione sociale, per ritrovare il senso di sé, la
speranza reale di potercela fare. Un modo
per recuperare pezzi di diritti umani, per
coltivare una nuova utopia: quella di un
mondo dove la guerra non ha più motivo
di esistere; un mondo diverso dalla mediocrità che ci siamo costruiti nel tempo.
Un messaggio di pace quello di Emergency
e un covo di persone straordinarie. Ma
questa è un’opinione da esprimere a bassa
voce: Massimo Spalluto non sarebbe d’accordo. “Due cose non accetto di sentirmi
dire: che siamo persone straordinarie, perché questo giustifica le tante altre che,
considerandosi “normali”, non fanno niente. Noi siamo persone comuni, con le
paure di tutti. Ma proprio per questo siamo
lì: perché la testimonianza più forte che
possiamo dare, è quella di poter scegliere
la direzione da seguire in questo mondo.
L’altra cosa è che non si può “sporcare” il
lavoro di Emergency con la politica.
Emergency è una associazione umanitaria
apolitica, che si adopera per costruire la
pace vera.
Tamara Gori
Campo de fiori
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L ira della Lira
Ricordo della Lira
La nostra Lira amata,
da tanti bistrattata,
ormai è tramontata.
Coriandoli di carta
è diventata;
e adesso ... non c’è più.
Seppure fragilina,
c’era la sensazione
che fosse l’espressione
di tutta “una” nazione.
E questa sensazione
adesso... non c’è più.
E’ subentrato l’Euro
dal nome altolocato
che è proprio un rompicapo.
Le vecchie centomila
adesso son cinquanta,
quelle da diecimila
adesso sono cinque,
piene di luccichini
e spiccioli infiniti
per nuovi borsellini.
Ma fatti tutti i conti
abbiamo constatato
che il costo della vita è raddoppiato.
Ma guarda un pò
che triste risultato!
in questa foto pubblicata sul n. 12 di Campo de’ fiori
sono stati riconosciuti:
da sx Fabio Abballe, i fratelli Antonio, Marco e
Ermanno Quirini (gemelli), Mila Giordani, Luciana
Bettinelli, Vincenzo Alessandrini che tiene abbracciato il
piccolo Vittorio Calamanti, Lida Galiano, Fiorella
Bettinelli che stringe fra le
braccia la neonata Paola Calamanti.
La foto è stata scattata da Attilio De Angelis
proprietario anche della mitica Vespa.
Addio mia Lira cara.
Qualche felicità
in fondo me l’hai data,
e ora, a dire il vero,
mi sento un pò spiazzata.
Ho l’impressione vaga
che ciò che hai dato tu
adesso... non c’è più.
M.D.P.
L OGGETTO MISTERIOSO
Vi invitiamo ad indovinare l’oggetto misterioso riprodotto nella foto di lato.
I primi cinque che lo indovineranno e ne daranno comunicazione in redazione, avranno
diritto a ricevere un premio offerto dal negozio
Il Quadrifoglio di Foggi Antonella
Campo de fiori
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Momo
Momo Pesciaroli è un
artista della terra di
Tuscia, che
si è cimentato attraverso
la
scultura a
lavorare ogMomo Pesciaroli
ni tipo di
materia; vive ed opera a Canepina.
Nelle sue opere traspare sempre il
forte legame che lo lega alle radici
della sua terra.
E’ sorprendente, come attraverso la
manipolazione della materia riesca
ad agguantare i fili della storia
umana, la storia della sua gente,
carica di pathos e di civiltà, fin dai
primordi. Le sue opere diventano
preziosi “involucri” ricchi di testimonianze, saperi, memorie. Ciascuna
di esse si trasforma in un viaggio
suggestivo in cui ognuno ritrova
qualcosa che gli appartiene, risvegliando emozioni latenti. Un viaggio
nel proprio essere, che trasporta in
dimensioni del tempo anche lontanissime, suscitando sensazioni di
stupito turbamento. Le veneri
ancestrali, i volti etruschi, la Magna
Grecia, fino al dinamismo e alla
provocazione futurista che pur
negando la classicità volutamente
la esaltava, si ritrovano nell’arte di
Momo, in una sintesi di personale
rielaborazione, che riesce a promuovere un dibattito tra passato e
presente; alimentando un’arte
potente, vibrante di memorie e di
forza. Le sue opere trasudano di
fatica, non solo fisica; evocano il
rumore dello scalpello e del martello, perchè come i grandi artisti,
Momo non si sottrae dal saper
essere “anche artigiano”. La sua
arte esce dal ghetto del banale perché riesce a “comunicare” e provocare un vortice di percezioni, a
volte inconsce, ma sempre assolutamente affascinanti e coinvolgenti.
Per concludere, un’amara riflessione: pur tenendo conto di una
eccessiva umiltà dell’uomo Momo,
rimane il rammarico e stupisce
come almeno le istituzioni locali,
dai comuni, alla provincia, alla
regione, non trovino la volontà e i
mezzi per promuovere adeguatamente un simile talento per farlo
diventare veramente patrimonio
culturale dell’intera comunità.
Prof. Arch. Massimo Cirioni
Giullare del sole
(terracotta patinata)
Gea (ulivo patinato)
Angelo del sole (bronzo)
Un fiore e
... il cuore
È incredibile come, alcune volte, da piccole
cose possono prendere forma grandi pensieri.
Un esile filo d’era, una zolla di terreno arido,
un variopinto fiorellino di campo, possono
essere spunto per plasmare riflessioni molto
profonde.
di
Come in quel giorno di fine maggio quando il
Erminio Quadraroli
buio mattutino mi nascondeva alla visione la
maggior parte degli scenari offerti dalla Via Cassia.
Quando poi, proseguendo verso Roma, il chiarore dell’alba mi
mostrò le prime immagini d’inizio estate, aprendo il finestrino della
macchina, mi sentii immerso in un leggero profumo dolciastro trasportato da un timido vento che nella Valle del Baccano spesso
soffia trasversalmente.
Proprio in questo giorno seguendo quel delicato odore, come di
dolci leccornie, girando lo sguardo, ho notato, proprio là nella
valle, nel mezzo dei reperti archeologici, un campo colmo di una
vegetazione fittissima tra cui facevano capolino dei piccoli fiorellini gialli sbocciati nella consapevolezza del loro destino e con la
speranza di essere curati da qualcuno.
In quella distesa, che si estendeva a perdita d’occhio, regnava la
Pace…si ma solo una Pace apparente.
Non ho avuto il coraggio di fermarmi, travolto com’ero dal traffico
di quest’antica strada.
Al ritorno, non potendo rinunciare ad immergermi in quel mondo,
trovando un angoletto, proprio là, dove si snoda una strada
secondaria, ho messo le quattro frecce e sono andato.
Avevo sfidato i pericoli, in quel tratto di strada dove il passaggio
delle macchine, fa vibrare e scuotere le lamiere delle autovetture
ferme.
Coraggiosamente ho scavalcato una staccionata ed ho raccolto
uno di quei fantastici fiori gialli di cui forse nessuno si era accorto
prima.
O forse, pur avendoli visti, mai alcuno aveva pensato al loro futuro…al loro essere germogliati e fioriti nell’amara consapevolezza
che mai sarebbero stati annaffiati da una mano amica, ma solo dai
capricci del tempo, sfidando il mondo, scommettendo con la loro
esistenza.
Quel fiore, quella strada, quelle macchine mi hanno fatto riflettere a lungo, durante il ritorno verso casa…
Tante persone probabilmente avevano notato quel campo, quel
profumo, ma nessuno aveva mai avuto il coraggio di riflettere, di
sfidare il destino per salvare le sorti di quel fiore…
Quel giorno ho visto la Pace…essa nasce, molti ne parlano, molti
ne sentono discutere, ma solo pochi la afferrano nel suo vero
significato.
Quel giorno ho capito il vero significato di Pace…che non è indossare un vestito che ci calza a pennello o addormentarsi nella tranquillità della propria famiglia…è molto di più!
Quel gesto gratuito di amore…era la Pace!
Se ognuno di noi non avesse soltanto orecchie per sentire e bocca
per parlare forse già quella ferita sanguinante tra etnie e realtà
diverse si sarebbe suturata.
Dopo qualche giorno, passando nuovamente di là, quando la calura estiva era oramai opprimente, quel campo era diventato una
immensa distesa secca e arida, con solo una piccolissima zolla
divelta e visibile.
Quello era il punto in cui avevo raccolto quel fiore che ancora oggi
alla prima luce del sole dal davanzale della mia casa sembra dirmi:
“ Buongiorno amico mio, ogni giorno che apro i miei petali, lo faccio per te, che hai abbandonato bocca e orecchie per dare spazio
al….CUORE!”
Campo de fiori
Vallerano
La redazione di Campo de’ fiori dà il benvenuto alla nuova collaboratrice Diana Giovannini
Come Rita Hayworth e Clark Gable
Se volete fare un tuffo nel passato,riappropriarvi di un’età perduta, provare emozioni
nuove che sanno di antico e siete abituati a
girar per mercatini, per assaporare tutto ciò,
ebbene non occorre spostarsi dalle proprie
case, specialmente se queste sono provviste
di soffitte o cantine (talvolta basta anche un
vecchio baule o un cassetto dimenticato).
Di certo rovistando tra carabattole e cianfrusaglie varie, scoprirete anche dei piccoli tesori che non vi aspettavate: arnesi di cui ignorate la funzione, graziose boccette di vetro,
magari con tappi o intarsi in argento, cappel-
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li dal gusto retrò, abiti vintage, monili, pizzi e
merletti ingialliti ma sempre affascinanti,
monete e ancora tantissimi oggetti curiosi ed
insoliti, che vanno comunque considerati se
non altro per la storia che essi hanno avuto o
rappresentano. Per quanto mi riguarda, forse
sembrerò un po’ di parte, essendo appassionata di tutto ciò che è impolverato o odora di
naftalina, ma a dispetto dei miei trentadue
anni, considero il passato una sorta di età
dell’oro difficile da ripetere. Per restare in
tema condivido in pieno l’affermazione di
Agatha Christie: “il miglior marito per una
donna è l’archeologo perché più passa il
tempo, più la trova interessante”. Scherzi a
parte, lo so che sono discorsi anacronistici e
fuori moda, ma non trovate anche voi che
nelle vecchie foto le persone ritratte siano
sempre tutte bellissime e affascinanti, senza
nemmeno ritocchi al computer !!!? Le immagini a fianco, ad esempio, non sono di due
divi di Hollywood, ma rispettivamente di mio
nonno e mia nonna !!! Allora ho ragione o
no?
Diana Giovannini
Engel Haus Pub Tel. 328.8645431
Via A. Meucci 8 - Rignano Flaminio (RM)
La Canzone Misteriosa
Avete indovinato il titolo della canzone? Telefonate in
redazione e i primi 5 riceveranno un omaggio dal Pub
Engel Haus di Bosso Graziano.
“... e lei, lei mi guardava con sospetto. Poi mi
sorrideva e...”
FabricanDo Festival
dal 2 al 30 Gennaio 2005 - Fabrica di Roma
Organizzazione Comune di Fabrica di Roma, Assessorato alla Cultura, Associazione Pro - Loco, Presidente Stefania Stefanucci.
Patrocinio Provincia di Viterbo, Assessorato alla Cultura Apt. Direzione Artistica M° Maurizio Gregori, M° Emiliano Di Vozzo
Commissione del concorso “La Frase che suona” Dirigenti Scolastici degli Istituti Comprensivi della Provincia Presidente di Commissione, Magdi
Allam vicedirettore del Corriere della Sera Informazioni Ufficio Cultura – 0761.569001 – [email protected]
Presentazione Artistica Il Fabricando Festival si appresta a ripercorrere il successo di pubblico ottenuto con la prima edizione. L’obiettivo è mescolare
una buona musica alle scenografie di luci e colori dei luoghi dello spettacolo. Gli spazi e gli scenari delle performance anche quest’anno sono quelli
naturali della bellezza che offre il comune di Fabrica di Roma; la Chiesa del Duomo, la Chiesa di S. Lorenzo, la Villa Finisterre e l’Aldero Hotel. Suoni
lontani e ritmi incalzanti, contamineranno quanti seguiranno i sei appuntamenti, diversi nello stile e nel linguaggio. Dallo Swing della Dixiitaly Jazz
Band (Domenica 2 gennaio – Chiesa di S. Lorenzo, ore 17.30), che propone una lettura originale in chiave jazz della canzone italiana d’autore, si
passa al Quintetto Classico (Domenica 9 gennaio – Chiesa del Duomo, ore 17.30) che ci lascerà momenti di sicura emozione, spostandoci idealmente indietro nel tempo, tra le genti che vivevano la musica come un momento irrinunciabile e celebrativo. Il terzo appuntamento (Sabato 15 gennaio – Aldero Hotel , ore 17.30) è ispirato e dedicato alla figura di Ulisse, rivisitata dal Prof. Mariano Ghirighini con la propria opera inedita “Verso
Itaca”. La Ozen Orchestra Klezmer (Domenica 16 gennaio – Villa Finisterre, ore 17.30) apre il quarto concerto con la propria musica intesa come
espressione della cultura ebraica; nella stessa occasione verranno premiati i ragazzi degli Istituti Comprensivi del viterbese che partecipano al concorso “La frase che suona”. La commissione è presieduta dal noto giornalista e vicedirettore del Corriere della Sera, Magdi Allam e composta dai Dirigenti
Scolastici degli Istituti che aderiscono al concorso. Il festival prosegue con una formazione anomala , ma originalissima nella timbrica e nelle esplorazioni sonore; il Modern Saxophone Quartet (Domenica 23 gennaio – Chiesa di S. Lorenzo, ore 17.30) che dedica la serata al tango, accompagnato dalla fisarmonica di Fausto Beccalossi. L’ultima serata si chiude con la voce dello swing per antonomasia, Nicola Arigliano Quartet (Domenica 30
gennaio – Villa Finisterre, ore 17.30) famoso per aver educato gli ascoltatori alla
canzone italiana, con qualità e spirito umoristico.
La Direzione Artistica M°Maurizio Gregori - M°Emiliano Di Vozzo
Pianofor ti - Strumenti - Edizioni Musicali
Via Palazzina, 109 - 01100 Viterbo - Tel. 0761.309095
50
Campo de fiori
PROLOCO: Tel e fax 0744-910021 [email protected] - 328.5472482 / 339.5963387
Prenotazioni ed informazioni sul mercatino: Mario 349.5394955 / 338.6179337
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