ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI
Associato a Europa Nostra
Organizzazione internazionale
sotto gli auspici dell’Unesco
e del Consiglio d’Europa
Onlus
Fondato da Piero Gazzola nel 1964
187-188
1964 | 2014
50 castelli per 50 anni
febbraio - settembre 2014
“Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - 70% Aut: 012/ATSUD/NA”
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SOMMARIO
> Sommario
ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI
Associato a Europa Nostra
Organizzazione internazionale
sotto gli auspici dell’Unesco
e del Consiglio d’Europa
Onlus
Fondato da Piero Gazzola nel 1964
187-188
1964 | 2014
50 castelli per 50 anni
febbraio - settembre 2014
“Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - 70% Aut: 012/ATSUD/NA”
Fondatore
CRONACHE CASTELLANE
N° 187/ 188
FEBBRAIO - SETTEMBRE 2014
in copertina: Giuseppe Zocchi
(1711-1767) Veduta del Tevere
verso Castel Sant’Angelo, con San
Pietro in lontananza.
Vittorio Faglia
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Lettera del Presidente
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Editoriale
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12
Direzione artistica
Luigi Maglio
e curatela editoriale
Direttore
responsabile
Attività dell’Istituto
CXXV Consiglio Scientifico dell’Istituto
CXXXIV Consiglio Direttivo dell’Istituto
Verbale della XLIX Assemblea Ordinaria
Rendiconti finanziari
Cinquanta castelli
per Cinquanta anni
Maurizio Orrù
Antonella Delli Paoli
Maurizio Montone
Domenico Caso
14 Abruzzo
Segreteria
di redazione
Castel dell’Ovo
via Eldorado - 80132 Napoli
[email protected]
tel. 081 5513928
18 Calabria
Impaginazione
e stampa
Officine Grafiche Francesco
Giannini & Figli S.p.A.
80134 Napoli
24 Friuli Venezia Giulia
Redazione
Il presente notiziario, stampato in 3000 copie, è
una circolare interna di informazione per i Soci
dell’Istituto Italiano dei Castelli. Autorizzazione del
Tribunale di Monza n. 147 del 23.4.1968. I testi
possono essere riprodotti previa autorizzazione e
citando la fonte.
Stampato a Napoli nel mese di settembre 2014
16 Basilicata
20 Campania
22 Emilia Romagna
27 Lazio
29 Liguria
31 Lombardia
34 Marche
36 Molise
38 Piemonte Valle D’Aosta
42 Puglia
44 Sardegna
Istituto Italiano dei Castelli Onlus
Fondato da Piero Gazzola nel 1964
Associato a Europa Nostra - Federazione paneuropea
del Patrimonio
Organizzazione internazionale sotto gli auspici
dell’Unesco e del Consiglio d’Europa
47 Sicilia
49 Toscana
52 Trentino Alto Adige
53 Umbria
55 Veneto
Sede Legale
Castel Sant’Angelo - Roma
Segeteria
Generale
Via G.A. Borgese 14 - 20154
Milano - tel. 02 347237
[email protected]
www.castit.it
58
Recensioni
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Organigramma dell’Istituto
LETTERA DEL PRESIDENTE
> Lettera del Presidente
INQUANT’ANNI DELL’ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI
L’Istituto Italiano dei Castelli compie cinquant’anni: un traguardo
importante per un’Associazione fondata quando Piero Gazzola, allora
Soprintendente del Veneto occidentale, sostenuto da Elisabetta Seissinger
Savelli si convinse della necessità di mettere in luce il patrimonio castellano italiano
poco conosciuto e la cui importanza, nell’ambito delle problematiche relative alla
salvaguardia ed alla valorizzazione dei beni culturali, era del tutto sottovalutata.
La costituzione, dopo la fondazione, della doppia struttura – consiglio direttivo e
consiglio scientifico – è la peculiarità che ha contraddistinto l’Istituto dalle altre
associazioni, profilando cioè quella doppia anima – culturale e scientifica, che lo
caratterizza. Negli anni successivi fondamentale fu l’apporto, oltre che del suo fondatore che presiedette l’Istituto per nove anni, di figure come quelle di Antonio Cassi
Ramelli, Vittorio Faglia, Carlo Perogalli, Pietro Marchesi, Mario Federico Roggero,
Angelo Calvani. Sotto il profilo culturale di notevole importanza è stata l’organizzazione di una serie notevole di viaggi di studio promossi sia a livello nazionale sia a
livello delle singole sezioni, che hanno contribuito in modo determinante a stimolare
un crescente interesse verso la conoscenza del nostro patrimonio fortificato, in osservanza ad uno dei campi d’azione dell’ Istituto, ovvero quello relativo alla sensibilizzazione delle amministrazioni pubbliche oltre che di fasce sociali sempre più estese
verso le tematiche castellane. Parallelamente il patrimonio scientifico dell’Istituto è
cresciuto considerevolmente, con la collana di monografie “Castella” che si è arricchita progressivamente di nuove pubblicazioni, e la rivista “Castellum” – diretta per
lunghissimo tempo da Mario Roggero, che ha conferito incommensurabile prestigio
all’Istituto. Il trascorrere ulteriore degli anni veniva segnato da alcune importanti
passaggi: l’acquisizione della personalità giuridica nel 1991 e nel 2001 il passaggio ad ONLUS che ha aperto maggiori possibilità operative da un punto di vista
soprattutto amministrativo e fiscale. Si avviava anche il grande progetto del censimento delle architetture fortificate che successivamente si sarebbe evoluto in Atlante
Castellano d’Italia aprendo nuovi e straordinari indirizzi operativi sui quali tutt’oggi
l’Istituto si sta muovendo. Tra le numerose iniziative intraprese in tempi più recenti
ne vanno annoverate particolarmente due: le Giornate Nazionali dei Castelli, giunte
quest’anno alla sedicesima edizione e il premio di laurea sull’architetture fortificata
che ne conta altrettante. Le Giornate Nazionali sono state una importante opportunità per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi a noi cari. Esse rappresentano uno
strumento con grandissime potenzialità, per la crescita dell’Associazione. Lo stesso
dicasi per il Premio di Laurea sull’architettura fortificata, per il quale può tracciarsi
un bilancio ampiamente positivo e che è auspicabile possa raggiungere sempre maggiore visibilità.
L’attenzione delle amministrazioni, dei media e del turismo culturale verso il patrimonio di architettura fortificata nazionale era già considerevole nel 2004, come
allora sottolineato, su queste stesse pagine da Flavio Conti in occasione del nostro
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4
LETTERA DEL PRESIDENTE
quarantennale, ed è ulteriormente accresciuta in questo ultimo decennio, forse per
certi versi anche con degli eccessi – vedi la spregiudicatezza di alcuni interventi di
restauro – oppure nell’utilizzo non sempre consono delle strutture difensive recuperate per nuove destinazioni d’uso. Pur tuttavia non è ancora stata definitivamente
riconosciuta l’assoluta centralità e specificità dell’architettura castellana nell’ambito
delle nuove politiche di gestione e valorizzazione dei beni culturali che si sono andate
affermando in questi ultimi anni, compreso il cambiamento di rapporto tra pubblico
e privato – con i nuovi ruoli e funzioni che ciascuno di essi è andato assumendo.
Lo stesso proliferare delle iniziative di promozione culturale e turistica dei castelli – a
volte poco rispettose della loro dignità storica ed architettonica, evidenzia come l’esigenza di una corretta conoscenza di questa particolare componente del patrimonio
culturale nazionale non possa a tutt’oggi essere sottovalutata, e quindi il ruolo determinante che l’Istituto può e deve ricoprire.
I nuovi strumenti di comunicazione che si sono andati affermando negli ultimi anni,
aprono immense possibilità, grazie al profondo rinnovamento che l’Istituto dovrà
darsi. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante. La capacità della nostra
Associazione di sapersi rinnovare con l’ingresso di nuove e giovani forze portatrici di
idee innovative con un miglioramento delle proprie capacità operative – accompagnato da un progressivo ma sostenuto aumento della base sociale, sarà essenziale per il
nostro futuro.
Fabio Pignatelli della Leonessa
EDITORIALE
> Editoriale
Q
uesto numero di Cronache Castellane, pubblicato in concomitanza dei
Cinquant’anni del nostro Istituto, fuoriesce per la prima volta dalla sua
tradizionale struttura di resoconto delle attività delle sezioni per offrire
ai lettori un campione significativo dell’architettura fortificata italiana – cinquanta castelli per cinquant’anni, secondo quanto stabilito dal
consiglio nazionale nel novembre 2013. Sono quindi presentate, regione
per regione, alcune schede relative a castelli e fortificazioni – per la cui stesura si ringraziano profondamente i relativi autori – in larga parte protagonisti delle Giornate
Nazionali svoltesi a maggio e che testimoniano la straordinarietà del patrimonio di
architettura difensiva italiana che il nostro Istituto dal 1964 è impegnato a promuovere ed a salvaguardare. Castelli, rocche, forti, città bastionate, ciascuno con le sue
specifiche connotazioni architettoniche, spesso frutto di stratificazioni plurisecolari, e
ognuno con la propria storia che testimonia il ruolo da essi svolti nell’evoluzione del
territorio dove gravitavano. Si tratta di una componente fondamentale dei beni culturali del nostro Paese che, come ha sottolineato il Presidente Pignatelli, nonostante i
notevoli progressi fatti per il suo recupero e riuso, necessita tutt’oggi di forte attenzione,
anche per evitare pericolose deviazioni, e che quindi vede il ruolo dell’Istituto Italiano
dei Castelli non affatto esaurito ma bensì confermato nelle sue finalità di promozione
culturale e scientifica presso le istituzioni e la pubblica opinione. Senza dubbio uno dei
canali dove l’Istituto potrà maggiormente continuare ad interagire sarà proprio quello
della corretta promozione culturale e turistica delle architetture fortificate, intensificando gli sforzi nella direzione di una migliore lettura e comprensione delle costruzioni
castellane, completa sotto tutti i punti di vista, non soltanto storici e leggendari. Qui la
nostra Associazione può fornire un apporto unico, esclusivo, insostituibile, come già in
molte occasioni, più o meno recenti, è stato ampiamente dimostrato. Iniziative come le
Giornate Nazionali dei Castelli, soprattutto se potranno arricchirsi di ulteriori spunti
di originalità, se vedranno l’intensificarsi delle sinergie con soggetti pubblici e privati
e se vedranno, soprattutto, la partecipazione coesa di tutte le sezioni, potranno fornire
un contributo fondamentale per migliorare la promozione del patrimonio castellano e
rilanciare il ruolo di punta di lancia che il nostro Istituto può svolgere sotto questo profilo. Come il 2014 è un anno particolarmente importante perché ricorre il cinquantenario della fondazione dell’Istituto, così il 2015 sarà un anno essenziale, lo auspichiamo
tutti vivamente, per la nostra crescita nel segno della continuità ma anche dell’innovazione. Siamo particolarmente onorati di assumere la conduzione della storica
rivista Cronache Castellane, magistralmente diretta in passato da Vittorio Faglia e da
Flavio Conti che hanno messo in risalto su queste pagine l’importanza del patrimonio
castellano italiano, ben consapevoli del ruolo che essa in futuro dovrà e potrà svolgere
nell’ambito del profondo rinnovamento, anche nel campo della comunicazione, che
l’Istituto dovrà e saprà darsi per affrontare e vincere le future sfide che lo attendono.
Con i nuovi tempi e con le nuove tecnologie a disposizione, è necessario che la nostra
rivista compia un salto quantitativo, che i soci e il grande pubblico chiedono per la
ulteriore conoscenza e salvaguardia dell’architettura fortificata italiana. Ringraziamo
tutti coloro che vorranno darci una mano, attraverso suggerimenti, consigli e riflessioni,
nell’ottica di una sana e rigorosa critica costruttiva.
Luigi Maglio e Maurizio Orrù
5
Attività
dell’ISTITUTO
> CXXV CONSIGLIO SCIENTIFICO
Roma, 9 novembre 2013 – ore 10.30 – Hotel
Cicerone
Presenti: Carafa, Chiarizia, Corazzi, Fasanella,
Foramitti, Gentilini, Guida, Jacobone, Labaa,
Lusso, Maglio, Martegani, Perbellini, Pignatelli,
Taddei, Valente.
Assenti giustificati: Berti, Calderazzi, Conti,
De Tommasi, Manenti Valli, Mariano, Marino,
Mazzon, Nicoletti, Tamborini, Viganò, Viglino
Davico, Villari, Vincenti.
Assenti: Magnano di San Lio, Montaldo.
> ARGOMENTI DISCUSSI E DECISIONI PRESE
La presidente f.f. Carafa apre la seduta alle 11.00.
Taddei propone di rispettare un minuto di silenzio in ricordo dei colleghi scomparsi Palloni,
Roggero e Santoro, che molto hanno dato
all’Istituto.
Carafa ricorda le figure degli studiosi e il
Consiglio rispetta un minuto di silenzio.
1) Approvazione del verbale della seduta precedente
Il verbale dell CXXIV C.S. di Pisa del 15/10/2011,
già inviato ai consiglieri, viene approvato all’unanimità.
2) Comunicazioni del Presidente f. f.
Carafa riferisce al C.S. relativamente alle vicende
degli ultimi anni per quanto riguarda il C.S. stesso e che, a causa delle dimissioni del presidente
De Tommasi, ha dovuto assumerne le funzioni
almeno per non fermare le iniziative in corso.
Spiega inoltre i motivi per i quali non è stato
convocato prima.
3) Nomina membri per la commissione del XVI
Premio Tesi di laurea
Carafa spiega al C.S. le modalità che è stato
necessario adottare per la nomina della commissione giudicatrice del premio di laurea e illustra
le nuove modalità adottate per l’esame degli
elaborati da parte della commissione.
A causa della mancata convocazione del C.S.
negli ultimi anni, si è infatti reso necessario, al
fine di garantire che i lavori della commissione
si svolgessero nei tempi previsti, procedere ad
una consultazione via e-mail nella quale sono
stati proposti i nomi dei commissari. A coloro
che hanno manifestato la loro disponibilità sono
stati poi inviati i supporti informatici contenenti
gli elaborati presentati. L’approvazione della
composizione della commissione sarebbe avvenuta nel corso del primo C.S. utile.
Taddei ricorda che la commissione del premio
di laurea dovrebbe essere nominata entro luglio
perchè la conclusione dei lavori e le premiazioni
devono avvenire entro il 31 ottobre.
Taddei e Labaa si lamentano di non essere stati
informati della proposta di nomina della commissione, nonostante il fatto che Taddei stesso si
sia attivamente impegnato per anni per la buona
riuscita dell’iniziativa.
Pignatelli, dispiaciuto della mancata comunicazione, spiega a sua volta le motivazioni che
hanno portato ad adottare una modalità irrituale
per la nomina della commissione, anche dovuta
al fatto che si è voluto posticipare la data di
convocazione del C.S. al fine di permettere ai
membri sospesi di partecipare ai lavori. Non si
voleva peraltro ritardare troppo l’esame delle tesi
in modo da proclamare i vincitori entro l’anno.
Carafa dà lettura della lettera inviata via e-mail
con la proposta di nomina della commissione e comunica che quasi tutti i destinatari si
sono espressi in modo favorevole relativamente
alla modalità adottata. Hanno inoltre dato la
propria disponibilità a far parte della commissione Perbellini, Manenti Valli, Valente, Guida,
Jacobone, Maglio, Carafa e Pignatelli.
A questi sono già state inviate le tesi in formato
digitale. Una prima riunione si terrà al termine
del C.S. Ogni membro della commissione ha ricevuto un certo numero di tesi da esaminare, sulle
quali relazionerà agli altri commissari. Nel corso
di una seconda riunione tutti avranno modo di
esaminare collegialmente gli elaborati tramite la
loro proiezione.
Taddei esprime la sua perplessità su questo
metodo di lavoro, in quanto ritiene che tutti i
commissari devono poter esaminare tutti gli elaborati pervenuti; la valutazione, poi, deve essere
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ATTIVITÀ DELL’ISTITUTO
fatta tenendo conto della coerenza delle tesi con
le finalità dell’Istituto.
Labaa riferisce che Calderazzi ha manifestato la
sua disponibilità a far parte della commissione.
Carafa risponde che, data l’urgenza di rispettare
i tempi, i commissari hanno già ricevuto ed esaminato il materiale.
Perbellini, sulla base di altre esperienze, afferma
che è frequentemente adottato il sistema di far
valutare preventivamente gli elaborati da uno
o più commissari, che relazionano poi agli altri.
Propone poi strumenti informatici più efficienti
per condividere il materiale.
Valente chiede che, in futuro, vengano chiaramente definiti i criteri di valutazione degli elaborati. Foramitti riconosce la validità del sistema
adottato, concordando con Valente sulla necessità di predisporre una scheda contenente i criteri
di giudizio e la valutazioni dei commissari.
Carafa chiede al C.S. di approvare la commissione proposta. Verrà in seguito concordata la data
ed il luogo dove si dovrà riunire.
Il C.S. approva a maggioranza, con l’astensione
di Taddei e Labaa.
4) Varie ed eventuali
Carafa ricorda la ricorrenza del cinquantenario
dell’Istituto e che bisognerà prevedere delle
iniziative. Comunica inoltre che è possibile
nominare nuovi consiglieri scientifici perchè
diversi membri del C.S. sono passati nel ruolo di
membri onorari. Dopo aver inviato ai presidenti
di sezione una lettera chiedendo la segnalazione di nominativi di esperti, sono pervenuti
i curriculum di Marina Vincis, Teresa Colletta,
Donatella Rito Fiorino, Alessandra Quendolo,
Daniela Diotallevi. Altre segnalazioni stanno per
essere inviate. Verranno richiesti i curriculum in
formato pdf in modo da inoltrarli a tutti i consiglieri che, nella prossima riunione, potranno fare
le loro valutazioni su quali membri cooptare.
Labaa chiede che venga rispettato il ruolo del
C.S. nella sua autonomia decisionale e nella proposta delle candidature.
Pignatelli spiega che il suo proposito è quello
di restituire operatività, dignità ed autonomia al
C.S., eventualmente anche proponendo modifiche al regolamento in tal senso.
Labaa risponde che il C.S. non è stato operativo
negli ultimi tempi perchè non è stato convocato
dopo le dimissioni del suo presidente e si dichiara meravigliato del fatto che non sia stata messa
all’ordine del giorno la nomina del presidente del
C.S., cosa che è sempre avvenuta subito dopo le
elezioni nazionali.
Pignatelli risponde che nel C. D. odierno dovrà
essere votata la nomina del nuovo segretario
generale, e che nell’ordine del giorno del prossimo C.S. verrà inserita la nomina del presidente
del C.S. da ratificare poi nel C. D.
Taddei chiede che venga già oggi indicato il
nome del presidente del C.S.
Pignatelli e Carafa rispondono che un’elezione di
questa importanza non può avvenire senza che
sia prevista nell’ordine del giorno, e ribadiscono
che avverrà nella prossima riunione del C.S.
Foramitti espone il suo punto di vista relativamente alla questione della presunta incompatibilità fra le cariche di consigliere scientifico e
consigliere direttivo, riscontrando che il parere
dei probiviri dove veniva individuata questa
incompatibilità non costituisce una decisione, ma
è solo un parere, appunto, che si conclude con
l’invito a modificare i regolamenti. Non ritiene
personalmente di condividere i motivi di questa
incompatibilità, e comunque si tratta di una
norma che potrà eventualmente essere inserita
nel regolamento nei modi previsti dallo statuto,
non può considerarsi già vigente. Chiede che il
C.S. esprima il suo punto di vista sulla questione.
Carafa risponde che non intende procedere a
votazioni non previste all’ordine del giorno.
La riunione si conclude alle 12.30
Il segretario del CS
Vittorio Foramitti
La presidente f,f,
Rosa Carafa
> CXXXIV CONSIGLIO DIRETTIVO DELL’ISTITUTO
Roma, 9 novembre 2013 – ore 15.00 – Hotel
Cicerone
Presenti: Pignatelli della Leonessa, Rosati,
Corazzi, Ventimiglia di Monteforte, Maccioni,
Chiappini di Sorio, Piovesan, Calamandrei,
Marchesi, Foramitti, Valente, De Jorio Frisari,
Stagno d’Alcontres Marullo, Perbellini, Gaslini,
Carafa, Chiarizia, Masini, Fasanella d’Amore di
Ruffano, Maglio, Cavazza Isolani, Fenici, Perrella,
Lusso, Pintus, Cosentino, Barsanti Calamia,
Codroico, Bellucci, Sammartini.
Deleghe: Viglino Davico (delega a Lusso), Giletta
(delega a Foramitti), Quendolo (delega a
Marchesi), Altemps Hardouin di Gallese (delega
a Giuliani), Saponaro Monti (delega a Corazzi),
Scaramellini (delega a Piovesan)
Assenti giustificati: tutti gli altri consiglieri
Uditori: Gallavresi, Vincis.
> ARGOMENTI DISCUSSI E DECISIONI PRESE
Dopo aver constatato la validità della seduta
verificando il numero dei consiglieri presenti
e delle deleghe rilasciate e constatando, quindi, il superamento del quorum costitutivo, il
Presidente Pignatelli della Leonessa apre la seduta nominando Pintus segretario della riunione.
1) Approvazione del verbale della seduta precedente
Il Presidente domanda se si può procedere all’approvazione del verbale di cui tutti i consiglieri
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ATTIVITÀ DELL’ISTITUTO
hanno già avuto copia. Interviene Piovesan che
chiede che venga integrato con le osservazioni
che aveva indicato nell’allegato, citato nel verbale ma non inserito, e cioè: 1) mancano i debiti
delle sezioni nei confronti del Nazionale; 2) ci
sono “stranezze” della sezione Lazio che sono
state risolte per l’Assemblea; 3) i costi per le attività sono particolarmente elevati. Viene messa
ai voti la votazione del verbale aggiornato con
le integrazioni richieste. Il verbale è approvato
all’unanimità.
2) Comunicazioni del Presidente
Il Presidente informa il C.D. dei programmi per
il prossimo triennio, suo obiettivo è quello di
rilanciare l’Istituto dandogli maggiore visibilità. Innanzitutto ritiene necessario rivedere e
migliorare il sito web con il contributo del C.D.
e del C.S.
Il nuovo sito dovrebbe comprendere una panoramica dell’attività dell’Istituto e prevedere un
excursus degli accadimenti del mondo castellano;
sarebbe necessario che venissero inserite le tesi di
laurea, che hanno ora purtroppo poca visibilità.
Importanti sono poi le Giornate Nazionali dei
Castelli, che ogni Sezione porta avanti, ma che
a livello nazionale hanno poca rilevanza e sono
poco partecipate. Si potrebbe costituire un gruppo di coordinamento che si occupi dell’organizzazione delle Giornate, in modo che si eviti che
ogni Sezione vada per conto proprio. Il nostro
C.S., che oggi si è riunito dopo due anni, dovrebbe prendere contatti con altri enti ed organismi
anche internazionali, per partecipare a concorsi
europei, collaborare con gli ordini professionali
degli Ingegneri e degli Architetti. Ora come ora
il C.S. è ingessato, ha poca autonomia, tutto
quello che decide deve poi passare per il C.D.,
invece dovrebbe avere maggiore libertà ed essere
il motore dell’Istituto. Chiede a Perbellini, che ha
una lunga esperienza internazionale, di ridare
una nuova struttura funzionale al C.S., anche
coadiuvato da altre persone.
Il Presidente propone poi che venga nominato un
comitato per le Giornate Nazionali dei Castelli, e
chiede se qualcuno dei presenti si propone quale
coordinatore. Lusso ritiene prioritario individuare il gestore del sito web, necessario per dare
visibilità all’iniziativa. Interviene Maglio che in
considerazione della ricorrenza del cinquantenario dell’Istituto il prossimo anno, suggerisce
di attivarsi fin da dicembre per preparare le
Giornate, e coinvolgere tutti i presidenti di sezione che a loro volta coinvolgano i loro C.D. Il
C.D. accoglie all’unanimità le proposte e nomina
il comitato che dovrà progettare il nuovo sito
web composto da Maccioni, Lusso, De Jorio
e Maglio. De Iorio e Perrella suggeriscono di
individuare nell’ambito di ciascuna sezione le
personalità che hanno possibilità di dare risalto
nazionale all’iniziativa, con pubblicazione nei
giornali nazionali, rivolgendosi anche all’ordine
dei giornalisti ed averne le mail per poter inviare
notizie. Il Presidente ricorda le attività programmate ed avviate dal Presidente Ventimiglia, e tra
queste il protocollo d’intesa con i campeggiatori,
per il quale chiede a D’Alcontres, che accetta, di
volerne continuare l’opera. Chiede a Ventimiglia
di voler proseguire ad occuparsi dei rapporti del
nostro Istituto con l’Associazione Mediterraneo
Nostro, in collaborazione con Perbellini.
3) Nomina delle cariche dell’Istituto
Per la nomina delle cariche dell’Istituto, in
particolare per quella del segretario generale, il
Presidente informa che in questi due mesi si è
attivato, ma non ha trovato nessun candidato, né
gli è stato trasmesso alcun curriculum. Ricorda
che “Castellum” non ha più direttore. Interviene
Perbellini che si propone per riprendere in mano
la rivista, di cui è già in corso la nuova pubblicazione dedicata ai Castelli dell’Emilia Romagna.
Ritiene che sia da chiarire se sia necessaria la
presenza del direttore, se cioè è una rivista riservata ai soli soci o meno.
Prende la parola Foramitti che si dichiara d’accordo con il Presidente sull’attività “ingessata” del C.S.; per quanto riguarda la rivista “Castellum” ritiene condivisibile che questa
appartenga al C.S., che dovrebbe essere potenziato, e manterrebbe la rivista solo per i soci.
Dovrebbe avere un carattere più scientifico, nel
rispetto dei parametri di scientificità ministeriali.
Suggerisce che venga nominato un comitato tra
i componenti il C.S che, anche via mail, studi il
problema. Perbellini precisa che la rivista è già
ritenuta di classe “A”. Dello stesso parere Fenici,
che fa presente che “Castellum” è una rivista
prestigiosa, e ritiene limitativo riservarla ai soli
soci. Foramitti suggerisce di metterla in PDF sul
sito web, disponibile per tutti.
Chiappini ricorda il prestigio che ha avuto negli
anni il C.S., quando personalità illustri vi facevano parte, auspicando che ancora nomi prestigiosi
diano lustro al C.S.
Il Presidente, sentite le proposte di dare maggiore
divulgazione alla rivista Castellum, propone di
farne fare 500 copie in più, per gli omaggi che
le Sezioni che ne faranno richiesta vorranno
fare. La proposta viene approvata all’unanimità.
Viene sollevato il problema della numerazione di
“Castella”, in relazione a quanto pubblicato dalle
Sezioni. Foramitti fa presente che è la Segreteria
generale che tiene il conto dei numeri. Si suggerisce che lo stesso comitato di Castellum si
occupi di Castella.
Il Presidente fa presente che devono essere nominati tre membri del Collegio dei Probiviri, di cui
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ATTIVITÀ DELL’ISTITUTO
uno effettivo e due supplenti, in quanto uno è
deceduto e due sono dimissionari. Chiede che
ogni Sezione proponga i candidati. Quando avrà
i nominativi, si predisporrà l’elenco dei candidati
che verrà inviato per la votazione.
Perrella propone anche il rinnovo del Collegio
dei Revisori dei Conti. La proposta viene accolta
all’unanimità e si decide di votare per posta.
4) Nomina della commissione Premio di Laurea
Il Presidente informa il C.D. che è stata nominata
la commissione XVI edizione Premio di Laurea,
composta da: Rosa Carafa, Giampiero Cuppini,
Vittorio Foramitti, Antonella Guida, Damiano
Jacobone, Luigi Maglio, Eugenio Magnano di
S.Lio, Fabio Mariano, Gianni Montaldo, Franca
Manenti Valli, Luigi Marino, Gianni Perbellini,
Fabio Pignatelli delle Leonessa, Rodolfo Santoro,
Francesco Valente, commissione che va ratificata. Fra tutti quelli nominati hanno comunicato
l’accettazione dell’incarico: Perbellini, Manenti
Valli, Valente, Guida, Jacobone, Maglio, Carafa e
Pignatelli. Il C.D. ratifica le nomine all’unanimità.
Il Presidente chiede ai presenti chi si candida per
ospitare il premio di laurea 2013. Pintus propone
come sede la Sardegna. La proposta viene accolta
all’unanimità. Il Presidente passa alla nomina del
responsabile per il premio di laurea 2014. Poiché
si conviene tra i presenti che la nomina possa
essere fatta direttamente dal Presidente, e considerato che il bando deve essere pubblicato entro
maggio, si procede alla nomina nella persona
di Rosa Carafa, che accetta. Prende la parola
Carafa per illustrare le risultanze del premio
2013. Ricorda che quest’anno per la prima volta
è stato richiesto il cd con le tesi senza il cartaceo.
Ciascun commissario ha istruito un certo numero
di tesi, che complessivamente sono 42, ed il 28
novembre tutta la commissione riunita valuterà
i primi quattro ai quali dare il premio. Ricorda
l’importanza di tale premio di laurea, trattandosi
di uno dei pochi avvenimenti di rilevanza esterna. Gallavresi chiede l’elenco delle mail delle
Università per inviare in PDF il bando delle tesi
di laurea, ciascun presidente di sezione provvederà a mandare gli indirizzi di posta corretti e
validi per ricevere il bando.
5) Cinquantenario dell’Istituto Italiano dei Castelli
Il Presidente chiede ai consiglieri suggerimenti
per la ricorrenza del cinquantenario dell’Istituto. Ritiene che anche la Giornate Nazionali dei
Castelli potrebbero essere dedicate, e si potrebbe
pensare ad un libretto commemorativo. De Jorio
suggerisce che ogni sezione potrebbe fare un
convegno sulle memorie importanti dei Castelli
di pertinenza della Sezione, oppure un’iniziativa
da dedicare a Ippolito Nievo ed al Castello di
Fratta, o all’opera di Luigi Pignatelli. Altra idea
strategica ritiene sia quella di organizzare un
convegno sull’opera del volontariato che tutela
la memoria delle dimore, sul volontariato che
non ha normativa certa come ha recentemente
denunciato Milena Gabanelli. Bisogna coinvolgere illustri giuristi come ha fatto l’Associazione
Dimore Storiche e il FAI. Lusso non condivide
un convegno con un unico tema, suggerisce
invece un convegno internazionale suddiviso in
sezioni distinte, ognuna con un tema specifico.
Il Presidente dà incarico a Lusso di predisporre
uno schema di convegno che poi divulgherà tra
i membri del C.D. per raggiungere un progetto univoco. Altre proposte vengono suggerite:
Foramitti, Memoria e letteratura; D’Alcontres, la
storia dell’Istituto; Cosentino propone una sede
unica per il convegno, in una città dove tutte le
sezioni possano far convergere i propri soci in
modo da avere al convegno il maggior numero
di partecipanti e diventare anche un momento di
aggregazione per i soci stessi.
A tale proposito il Presidente ricorda che prima
esisteva un coordinatore nazionale per il viaggio annuale dell’Istituto. Interviene Chiappini
per ricordare che, una volta, quando veniva
svolto il viaggio dell’Istituto non si tenevano quelli delle Sezioni, e precisa – in quanto
impropriamente viene ricordato il “Viaggio della
memoria” del 2011 come se fosse il viaggio
della Sezione Veneto – che quello del 2011 è
stato proprio il viaggio dell’Istituto voluto e
organizzato da Ventimiglia con la collaborazione della Chiappini e la partecipazione di
Sammartini (Veneto) e Codroico (Trentino-Alto
Adige). In quell’occasione il viaggio si concluse
con l’assemblea dei soci. Il Presidente propone
di ripristinare il viaggio di studio dell’Istituto,
interrompendo l’attività di tutte le Sezioni per
quell’occasione, e facendo sì che la prossima
assemblea venga abbinata con tale viaggio. IL
C.D. approva all’unanimità. Valente propone
quale tema, linea guida, per il cinquantenario: 50
Castelli per 50 anni, ogni sezione proporrà due
castelli, 10 li propone il direttivo. Tutti trovano
interessante la proposta Valente e Il Presidente
lo invita a concretizzare la proposta entrando a
far parte della Commissione costituita da Lusso.
Il C.D. approva all’unanimità.
Foramitti ricorda una pubblicazione dei primi del
‘900 con tante foto di Castelli, propone la riedizione con l’aggiornamento delle foto dei Castelli
pubblicati. Maglio condivide la proposta, e suggerisce a sua volta un francobollo celebrativo
con l’annullo filatelico. Ricorda la pubblicazione
che si fece per i 40 anni dell’Istituto. “Le parole
del Castello”. Anche queste proposte potranno
essere inserite nel progetto della commissione
che fa capo a Lusso. Perbellini fa notare che nel
C.D. si sta discutendo di problemi di pertinenza
9
10
ATTIVITÀ DELL’ISTITUTO
del C.S., mentre nella riunione tenutasi la mattina del C.S. ci si è occupati di C.D., discutendo di
statuto e regolamenti.
6) Varie ed eventuali
Il Presidente dà lettura della lettera pervenutagli
dal socio notaio Lazzari che propone di affiancare al C.D. una giunta ristretta. Il Presidente ringrazia e precisa che lo Statuto prevede già questo
organismo. Rende partecipe il C.D. dell’iniziativa
di alcuni consiglieri della sezione Lombardia, tra
i quali il proponente dott. Iacone che in seguito
ad un viaggio in Spagna hanno preso contatti
con l’”ASSOCIACION ESPANOLA AMIGOS DE
LOS CASTILLOS, che verrà in Italia in primavera,
si vorrebbero continuare i rapporti di scambio
culturale. Non appena avrà qualche dettaglio
sull’iniziativa lo farà avere ai membri del C.D.
per sapere cosa si intende fare. Calamandrei fa
notare che ci sono pochi fondi per portare avanti
tutte queste iniziative, ma il Presidente precisa
che siamo ancora in una fase di previsione, si
predisporrà un piano economico non appena si
avranno programmi dettagliati.
De Jorio propone una vigilanza maggiore sul
territorio per capire come si restaurano i Castelli,
ma il Presidente fa notare che non è possibile,
servirebbero i gruppi giovanili. Propone a De
Jorio di predisporre un programma. Cosentino
interviene per ricordare l’esperienza a Catania
con il Forum della cultura e dell’ambiente, con
Italia Nostra, il FAI, ecc., con la quale si riuscì
a bloccare un progetto delle FF.SS., già completamente approvato, che avrebbe sconvolto un
sito molto interessante. Pignatelli ricorda che
invece a Napoli un’iniziativa simile, che aveva
coinvolto tutte le associazioni, non andò molto
bene, comunque ritiene sia utile insistere coinvolgendo altre associazioni interessate. Cavazza
rammenta il convegno che si terrà a Ferrara sul
Turismo sostenibile, dove la Sezione ha ottenuto
uno stand gratuito, che utilizzerà per esporre le
pubblicazioni dell’Istituto degli anni passati. Per
quanto riguarda il Cinquantenario, Stagno d’Alcontres ritiene sia necessario il coinvolgimento
del Ministero Affari esteri e lo stesso Presidente
della Repubblica, contattando le persone giuste
ritiene sia possibile e propone di occuparsene
personalmente. La proposta è accolta all’unanimità. Avendo esaurito tutti gli argomenti
dell’ordine del giorno, il Presidente Pignatelli
ringrazia i presenti e dichiara chiusa la seduta
alle ore 17.15.
Il Presidente
Fabio Pignatelli
Il verbalizzante
Corrado Fenici
> VERBALE DELLA XLIX ASSEMBLEA
ORDINARIA
Roma, 10 novembre 2013 – Hotel Cicerone
Alle ore 11,00 il Presidente Pignatelli, constatata
la validità della convocazione e delle presenze,
apre la riunione e, dopo aver invitato il socio
Corrado Fenici a stendere il verbale, si passa alla
discussione dell’ordine del giorno.
1) Comunicazioni del Presidente
Dopo aver esposto gli obiettivi principali del
prossimo triennio, ovvero il miglioramento della
comunicazione, l’adeguamento del sito web, una
maggiore visibilità delle Giornate nazionali dei
Castelli e del Premio di Laurea, e, non ultimo,
il potenziamento del Consiglio Scientifico, il
Presidente ricorda che, ricorrendo nel 2014 il
cinquantenario della fondazione dell’Istituto,
bisognerà pensare a delle iniziative adeguate per
celebrare degnamente l’anniversario, ad esempio un convegno internazionale, una edizione
potenziata delle Giornate Nazionali dei Castelli
ed una pubblicazione. Per le Giornate Nazionali
dei Castelli occorre un coordinatore nazionale
che si occupi di rendere l’evento più visibile non
solo sulla stampa regionale ma anche su quella
nazionale. Viene stabilito come coordinatore
Lusso e deciso che entro il mese di dicembre
arrivino le varie proposte. Viene poi nominata responsabile del protocollo di intesa con la
confederazione Italiana Campeggiatori Marullo
Stagno d’Alcontres e responsabile dei rapporti
con Mediterraneo Nostro Ventimiglia. Viene poi
istituita una Commissione per il Cinquantenario
dell’Istituto nominandone membri Lusso, Viglino
e De Jorio.
2) Approvazione del bilancio consuntivo 2012 del
bilancio preventivo 2013
Il tesoriere Gaslini, dopo aver segnalato che
grazie alla collaborazione delle Sezioni è ancora migliorato il meccanismo del passaggio dei
dati tra la Sede Nazionale e le stesse Sezioni,
chiede preliminarmente ai soci se preferiscono
procedere con un’unica votazione per i vari
documenti che compongono il bilancio (ossia
rendiconto consolidato, rendiconto nazionale,
bilancio nazionale e preventivo) oppure votare i singoli documenti. Interviene Golfieri per
chiedere che venga fatta una votazione per
ogni singolo documento. L’assemblea stabilisce
di procedere con quest’ultimo sistema. Gaslini
spiega il contenuto dei documenti che sono
presentati per l’approvazione. Segnala inoltre
che per la prima volta siamo riusciti a redigere
un bilancio del Nazionale per competenza e che,
per migliorare ulteriormente l’informativa data
con il bilancio, occorrerebbe ottenere in futuro
anche dalle Sezioni i bilanci per competenza, in
modo da poter redigere un bilancio consolidato
p
a
I
b
o
p
c
d
e
t
a
d
s
u
G
q
c
d
l
r
r
p
c
a
u
d
s
c
N
L
r
c
ATTIVITÀ DELL’ISTITUTO
per competenza, anche se ritiene questo compito
ancora troppo gravoso per le Sezioni.
Interviene Labaa per dire che vista la presenza in
bilancio di crediti del Nazionale verso le Sezioni,
occorre sollecitare maggiormente le Sezioni
per il saldo del loro debito. Gaslini fa notare
come questo sia in realtà un falso problema,
dal momento che, essendo l’Istituto un’unica
entità dal punto di vista civilistico e fiscale, si
tratterebbe di un mero trasferimento di liquidità
all’interno dell’Istituto. Prende la parola Giusso
del Galdo per proporre, anche a nome di altri
soci, un plauso al Tesoriere per aver ristabilito in
un solo anno l’equilibrio finanziario dell’Istituto.
Gaslini ringrazia e rimarca come il merito dell’equilibrio vada alla Presidenza appena conclusa e
come, semmai, il suo merito sia quello della forma
della rappresentazione dei numeri. Golfieri chiede
le ragioni che hanno indotto l’Istituto ad approvare il bilancio soltanto oggi. Il Tesoriere risponde
richiamando la straordinarietà di tale ritardo che in
particolare è stato causato dai lunghi tempi e alla
complessa metodologia necessari per addivenire
alla nomina delle nuove cariche dell’Istituto e, da
ultimo, dai tempi imposti dalla comunicazione dei
dati tra Sezioni e Nazionale. Interviene Perrella per
sottolineare come per Statuto le sezioni abbiano
come termine il mese di maggio per inviare al
Nazionale il bilancio sezionale.
L’approvazione dell’assemblea non può che essere successiva. Interviene Giovanelli per rimarcare
come l’Istituto sia, oltre al resto, soprattutto
un consesso di amici e quindi il bilancio della
sezione viene chiuso solo dopo la fine delle
attività, quindi a giugno. De Jorio rimarca un
problema di tipo culturale, ossia come manchi
nell’Istituto una visione d’insieme: le Onlus, in
caso di problemi o impedimenti che causano
ritardi, sono autorizzate a giustificare tali ritardi.
Sottolinea poi che, se i soci hanno dato fiducia
ad un Consiglio, non c’è bisogno che insegnino
agli stessi consiglieri il senso di responsabilità,
soprattutto alla luce del fatto che si è tornati ad
una situazione di equilibrio dopo anni di bilanci
allucinanti con notevoli perdite. Si passa ai voti.
Il rendiconto finanziario consolidato 2012 viene
approvato a maggioranza, con 312 voti favorevoli, 66 contrari e 22 astenuti. Il rendiconto
finanziario 2012 del Nazionale viene approvato
con 312 voti a favore, 55 contrari e 33 astenuti.
Il bilancio 2012 per competenza del Nazionale
viene anch’esso approvato con 312 voti a favore
e 88 astenuti. Il rendiconto finanziario preventivo 2013 del Nazionale viene approvato all’unanimità. Cosentino ricorda come durante l’ultimo
C.D. avevamo proposto di eleggere Ventimiglia
Presidente emerito e ricorda di sottoporre all’assemblea dei soci questa decisione. Labaa sostiene che non è previsto dallo Statuto e tale voce
non è all’ordine del giorno di questa assemblea.
L’Assemblea viene chiusa alle ore 13.20.
Il Presidente
Fabio Pignatelli
Il verbalizzante
Corrado Fenici
AVVISO IMPORTANTE
L’Istituto Italiano dei Castelli da 50 anni è impegnato in iniziative a sostegno del patrimonio di architettura
fortificata italiana
AIUTACI A FARE DI PIÙ!
DEDUCIBILITÀ DELLE EROGAZIONI LIBERALI (DONAZIONI)
IN FAVORE DELL’ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI
Il DL 3572005 – Legge 80/2005 ha ulteriormente ampliato le agevolazioni a favore di persone fisiche e giuridiche
che erogano liberalità in favore delle ONLUS. Ricordiamo pertanto che le contribuzioni in favore dell’Istituto
Italiano dei Castelli documentate da movimenti bancari o postali, in particolare gli importi dei contributi
eccedenti la quota minima di 80 euro si acquisiscono come “erogazioni liberali” e pertanto sono deducibili o
detraibili ai fini fiscali, sulla base della vigente normativa in materia ovvero possono essere dedotte nella misura
massima del 10% del proprio reddito imponibile, fino ad un limite di euro 70.000.
IBAN: IT54 Z030 6909 4001 0000 0003 321
info e contatti presso la segreteria generale: aperta martedì - mercoledì - giovedì,
ore 9.30-13.30. tel. 02347237 – via G. Borgese 14 Milano - [email protected].
11
-
3.141
4.520
6.360
8
5.925
Disponibilità al 01.01.2012
190
-
-
Credito del Nazionale verso
le Sezioni sorto nel 2012
Credito del Nazionale verso
le Sezioni totale
-
-
268
20
Credito del Nazionale verso
le Sezioni al 31/12/2011
residuo
224.222
28.277
Avanzo/disavanzo finanziario
di gestione
Disponibilità al 31.12.2012
36.225
Totale uscite
Acquisto immobilizzazioni
Oneri straordinari
Interessi passivi
67,50
67,50
-
-
17.989
-540
5.060
-
137
-
1.783
791
1.700
-
-
1.153
592
2.549
171
600
7.323
Attività, manifestazioni, ecc.
333
1.290
155
3.816
190
Acquisto pubblicazioni
21.650
Spese generali di gestione
Pubblicazioni della sezione
Versamento quote associative a Sede Nazionale
650
-
-
-
1.680
311
6.049
1.595
1.274
3.180
555,00
-
555,00
13.347
539
7.714
-
70
3.054
1.300
846
2.445
1.499,25
-
1.499,25
3.951
-3.823
22.685
6.702
175
10.535
5.273
-
-
-
2.520
-621
5.006
3.548
799
660
-
-
-
2.702
-5.028
20.837
11.960
8.877
176
2.093,00
779,00
1.314,00
69.157
12.284
40.039
36.456
458
3.125
52.323
44.339
Totale entrate
Rimborsi spese da soci per
attività istituzionale
Interessi attivi
Altro
Contributi da enti pubblici
Contributi straordinari
Quote sociali anno in corso
Credito del Nazionale verso
le Sezioni totale
Credito del Nazionale verso
le Sezioni sorto nel 2012
Credito al 31/12/2011 del
Nazionale verso le Sezioni
Disponibilità al 31.12.2012
Avanzo/disavanzo finanziario
di gestione
Totale uscite
Acquisto immobilizzazioni
Oneri straordinari
Interessi passivi
Attività, manifestazioni, ecc.
Acquisto pubblicazioni
Pubblicazioni della sezione
Spese generali di gestione
Versamento quote associative a Sede Nazionale
Pagamento debiti anni
precedenti
3.437
15.809
2.149
7.808
56.873
Pagamento debiti anni
precedenti
4.385
3.065
2.500
11.160
7.730
Marche
Uscite:
18.862
2
6.750
5.870
6.240
1.320
3.141
Lombardia
Uscite:
8.253
210
985
1.320
Totale entrate
64.502
561
6.360
1.000
3.045
7.777
830
2.705
Rimborsi spese da soci per
attività istituzionale
Interessi attivi
Altro
Contributi da enti pubblici
Contributi straordinari
Quote sociali anno successivo
2.580
7.775
Liguria
Quote sociali anni precedenti
60
150
12.808
Lazio
29.039
1.370
Friuli
24.642
18.530
Emilia
Rom.
Quote sociali anno in corso
561
Campania
Quote sociali anni precedenti
248
Calabria
Entrate:
ESONERATO
195.945
Basilicata
Entrate:
Disponibilità al 01.01.2012
Abruzzo
Nazionale
ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI ONLUS
CASTEL SANT’ANGELO - ROMA
codice fiscale 80444610580
RENDICONTO FINANZIARIO CONSOLIDATO 2012
20,00
20,00
-
2.005
991
4.099
61
1.165
349
2.525
5.090
5.090
1.014
Molise
254,00
-
254,00
35.499
27.271
16.648
290
2.010
582
10.240
3.526
43.919
199
40.000
3.720
8.228
Piemonte
4.159,00
1.469,50
2.689,50
22.277
2.496
48.572
40.694
5.447
2.431
51.068
43.237
31
1.320
5.460
1.020
19.781
Puglia
-
-
-
12.737
-81
5.396
677
2.274
2.445
5.315
20
405
4.890
12.818
Sardegna
4.674,83
-
4.674,83
48.355
4.221
61.205
32.953
19.412
8.840
65.426
38.285
11
10.780
15.450
900
44.134
Sicilia
-
-
-
18.944
4.138
22.382
15.907
1.333
2.892
2.250
26.520
18.790
233
3.997
3.500
14.806
Toscana
85,00
85,00
-
696
-119
3.634
1.864
756
1.015
3.515
15
1.300
2.200
815
Trentino
-
-
-
12.381
-2.110
17.463
8.103
2.500
2.860
4.000
15.353
7.513
7.840
14.491
Umbria
1.758,07
1.068,07
690,00
3.837
2.616
740
130
610
3.356
0
1.220
2.136
1.221
Veneto
-54.192
-54.192
-53.681
-29.039
-24.642
rettifiche
da
consolid
493.720
-
71.432
-
272.303
-
-
171
557
162.649
1.663
9.980
93.004
190
4.087
-
-
-
344.246
-
156.229
5.674
10.961
58.063
18.040
7.560
82.683
5.036
422.289
TOTALI
12
RENDICONTI FINANZIARI
RENDICONTI FINANZIARI
ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI ONLUS
CASTEL SANT’ANGELO - ROMA
codice fiscale 80444610580
RENDICONTO FINANZIARIO DELLA GESTIONE E DEGLI INVESTIMENTI
DELLA SEDE NAZIONALE - ANNO 2012
ENTRATE
preventivo 2012
consuntivo 2012
quote soci anni precedenti
20.902,25
15.765,00
quote soci anno 2012
30.000,00
37.915,50
contributo 5 per mille anno 2009
5.000,00
7.776,40
cedole da investimento c/o Intesa San Paolo
1.240,00
1.085,00
cedole da investimento c/o Banca Euromobiliare
1.948,74
1.898,74
100,00
61,38
59.190,99
64.502,02
13.641,89
3.815,89
redazione, stampa, packaging per indirizzi
5.460,38
2.460,38
spese postali
2.355,51
1.355,51
redazione, stampa, packaging per indirizzi
4.576,00
-
spese postali
1.250,00
-
10.272,85
7.322,85
per borse di studio
6.700,00
5.000,00
premiazione Napoli
750,00
-
manifesti e pergamene
500,00
-
550,55
550,55
1.772,30
1.772,30
interessi attivi bancari e postali
TOTALE ENTRATE
USCITE
Pubblicazioni
Totale
Cronache Castellane (n. 179-180 )
Castellum
Manifestazioni
Totale
Premi laurea
Giornate Nazionali dei Castelli
manifesti
Concorso scuole (Il castello racconta)
premi
evento per premiazione
Sede di Milano
Totale
affitto
30.604,43
16.172,49
10.060,43
10.060,43
rimborso da Sez. Lombardia per subaffitto
-3.140,00
segretaria (Biassoni + Radice)
12.724,00
4.950,00
segretaria (Gallavresi)
4.500,00
1.938,80
utenze (telefono, fax, internet, elettricità)
2.000,00
1.703,26
pulizia uffici
1.320,00
660,00
-
529,20
Consulenti
Totale
consulente fiscale e per bilancio consolidato
-
consulente legale
Spese per riunioni Consiglio Direttivo
529,20
Totale
Rimborso spese per trasferte
Spese di rappresentanza Ufficio di Presidenza
Spese generali
900,00
1.050,80
900,00
1.050,80
Totale
3.834,18
3.897,02
Iscrizione a Europa Nostra (quota 2012)
200,00
200,00
Albo giornalisti
200,00
200,88
Assicurazione
400,00
401,70
82,60
346,21
cancelleria
168,89
168,89
sito internet Istituto - canone annuale (dominio e hosting)
manutenzione e assistenza
84,70
84,70
sito internet Atlante Castellano - canone annuale (dominio e hosting)
47,99
47,99
1.300,00
1.089,00
sito internet www.castit.it - assistenza 2012 Emmegrafica
Bolli e marche
200,00
57,21
spese postali
700,00
624,93
spese bancarie
450,00
675,51
4.887,06
3.437,06
Pagamento debiti di anni precedenti
Totale
sito internet www.castit.it - assistenza 2011 Emmegrafica
363,00
363,00
Stampatore Giannini per Cronache castellane n. 177-178
2.074,80
2.074,80
Ritenute d’acconto 2011
999,26
999,26
1.450,00
-
TOTALE USCITE
64.140,41
36.225,31
AVANZO FINANZIARIO DI GESTIONE
-4.949,42
28.276,71
restituzione ai soci quote partecipaz. Viaggio
13
14
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
CINQUANTA castelli
per CINQUANTA anni
ABRUZZO
LA CITTADELLA DI CIVITELLA DEL TRONTO
Civitella del Tronto è situata al limite settentrionale dell’Abruzzo, in provincia di Teramo, su uno
sperone in roccia di travertino ad un’altezza sul
livello del mare di poco meno di 600 metri. La sua
posizione consente di controllare visivamente un
ampio tratto di territorio, dall’Appennino ad ovest
fino all’Adriatico ad est. La Cittadella costituisce
uno degli esempi più significativi dell’architettura
militare vicereale nel Mezzogiorno, frutto della
trasformazione operata a partire dalla seconda metà
del XVI secolo della già notevole struttura difensiva
risalente al XV secolo, a sua volta sviluppatasi, presumibilmente, su una preesistente struttura di età
medievale. Il borgo era già cinto di mura con torri
Cittadella di Civitella
del Tronto (Te).
Un suggestivo scorcio.
del quartiere militare
situato all’interno
del complesso fortificato.
in età angioina e furono sostanzialmente queste le
difese che sostennero vittoriosamente l’assedio del
1557 ad opera del duca di Guisa nell’ambito del
conflitto che vide opposti francesi e spagnoli (fu a
seguito di questo episodio che la cittadina, inizialmente denominata Civitella, acquisirà la denominazione “del Tronto). La formidabile opera di ingegneria militare, voluta dal sovrano Filippo II d’Asburgo,
occupa per una lunghezza di ben 500 metri l’intera
sommità dell’altura che domina il borgo, con una
larghezza media di circa 45 metri. Essa fu realizzata
per il riconoscimento del ruolo strategico dell’area,
posta a controllo dei confini verso lo Stato della
Chiesa. Il versante orientale, più esposto agli attacchi rispetto ai versanti nord ed ovest a strapiombo,
venne dotato di maggiori difese, come del resto il
lato meridionale, con la realizzazione di una falsa
braga a raddoppio della cinta difensiva principale.
Potenziamenti delle opere difensive del forte furono
realizzate durante la dominazione borbonica, in
particolare con la modifica dell’impianto originario
del bastione di Sant’Andrea e con la sistemazione
del fossato intorno al bastione di San Pietro. La
cittadella fu assediata dalle truppe francesi nel 1798
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
(quando cadde con disonore) ed ancora nel 1806
quando la guarnigione di trecento uomini comandata dal maggiore irlandese Matteo Wade resistette
a soverchianti forze napoleoniche per quattro mesi.
Ma la pagina storica più importante della cittadella
si sarebbe svolta in occasione della conquista del
Regno delle due Sicilie, quando sostenne per ben
200 giorni l’investimento delle truppe piemontesi
divenendo di fatto l’ultimo presidio dei Borbone
a capitolare, il 20 marzo 1861. Cavour ne ordinò
quindi lo smantellamento. Dopo un lungo periodo
di abbandono iniziarono gli interventi di restauro,
comportanti anche ricostruzioni piuttosto estese,
che hanno portato alla restituzione alla collettività
della grande opera difensiva. Il forte è formato
sostanzialmente da una parte comprendente i
quartieri per le truppe di guarnigione, ad ovest, ed
una eminentemente difensiva che si sviluppa ad
est. L’ingresso al forte avviene oggi attraverso il
bastione di S. Pietro, dal quale si raggiunge la prima
piazza d’armi (denominata del Cavaliere) difesa dai
baluardi di S. Paolo e di S. Andrea. In corrispondenza di questa piazza d’armi è situata una delle 5
grandi cisterne che garantivano l’approvvigionamento idrico della fortezza. La successiva piazza
d’armi è quella difesa a sud dal bastione di S.
Giovanni, che precede la Gran Piazza, caratterizzata
dai resti del Palazzo del Governatore e dalla chiesa
di S. Giacomo. Successivamente alla piazza d’armi
principale si sviluppa l’asse viario principale, con
andamento est – ovest, che serve gli alloggi della
guarnigione ( a sinistra i locali per i soldati semplici,
a destra quelli per i sottufficiali). L’estremità della
fortezza è costituita dalla batteria del Carmine, protetta naturalmente da costoni rocciosi. Verso la Gran
Piazza erano situati il magazzino per la polvere, il
deposito d’artiglieria, le cucine e le mense.
Il forte ospita oggi un interessante museo che raccoglie collezioni di armi e mappe antiche.
Luigi Maglio
IL FORTE DE L’AQUILA
Sorto ad reprimendam audaciam Aquilanorum, il
Forte de L’Aquila rappresenta un tipico esempio
di struttura fortificata volta all’intimidazione della
popolazione locale oltre che alla necessità di difendere la città da eventuali invasioni.
Da un lato nasce infatti come monito agli aquilani,
sostituendo la Castellina voluta dal vicerè Filiberto
D’Orange dopo la repressione della rivolta antispagnola del 1528; dall’altro è uno dei capisaldi della
riorganizzazione del sistema difensivo del Regno
di Napoli, entrato nell’orbita della Spagna dopo il
Trattato di Cambrai. Il piano di riassetto, intrapreso
nel 1532 dal viceré Pedro di Toledo, prevedeva fra
l’altro il controllo della ‘Via degli Abruzzi’ che collegava l’Italia settentrionale a Napoli: l’ubicazione
del territorio aquilano, sopraelevato rispetto alla
valle dell’Aterno, risultava ideale in tal senso.
Il Forte è costruito a partire dal 1534 – nel settore
nord-orientale della cinta muraria, in corrisponden-
za della quota più elevata (m. 736 s.l.m.) – su progetto dell’architetto spagnolo Pirro Aloysio Scrivà
che, avvalendosi della sua formazione militare e
letteraria, elabora un impianto non solo rispondente
alle più avanzate esigenze della poliorcetica ma di
squisita fattura architettonica e plastica.
La costruzione, i cui lavori continueranno fino al
1567, è paradigmatica delle innovazioni strutturali
conseguenti all’introduzione delle armi da fuoco
e al declino della difesa piombante; il non essere
mai stata coinvolta in operazioni militari, inoltre,
consente di coglierne l’originaria conformazione
pressoché intatta. A pianta quadrata, è circondata
da un fossato privo d’acqua e un tempo lambito
da una strada difesa da uno spalto sul quale, nel
1750, sono edificate fortificazioni a mezzaluna di
cui restano ancora tracce.
Il Forte presenta agli angoli bastioni a schema
pentagonale orientati secondo i punti cardinali e
raccordati alle cortine da un’originale invenzione
di Scrivà, le coppie di doppi orecchioni semicilindrici atte a raddoppiare da ogni lato il numero delle
batterie traditore. In ogni bastione, concluso da una
piazzola, vi sono due casematte a pianta esagonale
e una cisterna; dalle casematte del seminterrato si
scende al piano delle contromine, con sfogatoi per i
gas di scoppio per la prima volta costruiti in Italia.
Il profilo terminale dei bastioni, ora discontinuo e a
scivolo esternamente, risulta molto alterato rispetto
all’assetto del XVIII secolo testimoniato dal plastico
ligneo della collezione del duca di Noia Giovanni
Carafa: sia i bastioni che la cortina sud-est vi sono
riprodotti con i caratteristici merloni sangalleschi a
mezzo giro, degradanti internamente e provvisti di
un’apertura orizzontale per il tiro degli archibugi.
La distanza tra i vertici di due bastioni adiacenti è di
m. 130; le cortine comprese tra due bastioni misurano m. 60. Il rivestimento esterno è in pietra da taglio
magistralmente connessa e un redondone sottolinea
il passaggio dalla parte inferiore a scarpa a quella
superiore, che prosegue in verticale fino alla cimasa.
Si accede al Forte dal lato sud-est, dopo aver
oltrepassato un ponte in pietra a quattro campate; l’ingresso è marcato da un portale marmoreo,
sormontato da un sontuoso fastigio con lo stemma
di Carlo V, presumibilmente opera dello scultore
aquilano Pietro di Stefano.
L’assetto interno gravita su una corte quadrata, il
cui prospetto retrostante all’entrata è connotato da
un elegante porticato su due livelli: dal pianterreno
uno scalone d’onore conduce all’appartamento del
Governatore, di cui si conservano due soffitti lignei
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L’Aquila.
Uno dei lati del possente
quadrilatero bastionato
che caratterizza l’impianto
difensivo. In evidenza
il doppio orecchione
che migliora le capacità
di fiancheggiamento
di ciascun bastione.
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
a cassettoni ascrivibili alla seconda metà del XVI
secolo; le costruzioni lungo gli altri lati sono superfetazioni realizzate dal XVII al XIX secolo come
alloggiamenti per le truppe. La sopraelevazione
della facciata principale risale invece al 1885.
Dopo la seconda guerra mondiale il Forte passa
dal Demanio alla Soprintendenza ai Monumenti;
restaurato a partire dagli anni Cinquanta, diviene sede di diverse istituzioni culturali, tra cui la
Soprintendenza BAPSAE e il Museo Nazionale
d’Abruzzo. Danneggiato dal sisma del 2009, è
attualmente inagibile.
Daniela Petrone
BASILICATA
CASTELLO DI CANCELLARA
La possente mole
del castello
di Cancellara (Pz).
Il borgo è situato nella
parte nord della provincia
di Potenza, a poco meno
di 700 m di altezza sul
livello del mare. Nel
centro storico, dominato
dal castello, si conservano
varie chiese
e portali ottocenteschi.
Il piccolo borgo di Cancellara è fortemente caratterizzato dall’imponente castello medievale intorno
al quale si articola. La collina su cui si erge intercetta due percorsi secondari di età romana che si
raccordano con la via Herculea lungo la direttrice
viaria Venosa – Potenza e che sono stati costantemente utilizzati nei secoli successivi per il traffico
locale di merci o per i pellegrinaggi. Nonostante
evidenze architettoniche medievali ravvisabili nelle
sue vicinanze e continui riferimenti documentari
alla terra o agli homines cancellariae, risalgono
solo al XV secolo le prime notizie che lo menzionano esplicitamente: il feudo è nelle mani del
Re Ferrante D’Aragona e di suo figlio Federico e
viene da loro venduto cum castro, seu fortilitium ai
Sanbasile. Continue vendite, donazioni e passaggi
di proprietà vedranno protagonista il Castello fino
ai giorni nostri. Nel 1604 è sicuramente di proprietà di Marino Caracciolo e di sua moglie Ippolita
i quali proprio al suo interno ossia nella camera
nuova, stipulano l’atto di donazione della Chiesa
dell’Annunziata e dei terreni annessi ai Frati Minori
Osservanti affinché vi costruiscano un convento.
Reso ormai diruto dal rovinoso terremoto del 1694,
ricompare nella documentazione ottocentesca: nel
1806 è in parte adibito a carcere e diventa teatro
di una rocambolesca evasione; nei decenni successivi invece la rocca su cui è edificato subisce
frane, alluvioni e terremoti. Un prezioso apprezzo
del 1820 ne descrive minuziosamente stato di
conservazione ed ambienti: il Palazzo [...] in gran
parte crollante viene messo all’asta dai familiari del
Barone Riccardo Candido, appena deceduto. Sarà
acquistato da Don Giambattista Ianniello ed abitato dai suoi eredi fino ad arrivare ai nonni di chi
scrive, che nel 1982, insieme agli altri proprietari,
hanno ceduto il Castello poiché vincolato ai sensi
della l. 1089 (01/06 1939). Il complesso si articola
su tre livelli ed appare oggi come un unico blocco
composto da più corpi di fabbrica intorno a due
cortili interni. Realizzato in pietra calcarea presenta
i tipici elementi delle fortificazioni medievali che si
evolvono in rapporto ai cambiamenti sociali ed alle
esigenze abitative. Le tipologie di tessitura muraria
messe in opera sono diverse in relazione al periodo
di realizzazione: gli elementi più antichi sono edificati con muratura in pietrame di forma molto irregolare, mentre conci sbozzati in maniera grossolana
e muratura mista di ciottoli e pietrame o blocchi
più squadrati sono stati utilizzati per le successive
aggiunte. Il prospetto Nord mostra ancora alcuni
dei caratteri difensivi originari ossia il mastio, la
torre semicircolare ed il camminamento di ronda
a raccordo, oltre a murature a scarpa e feritoie. Di
fianco al torrione quadrangolare è l’ingresso principale, un portale che conserva importanti particolari
(archetti e gattoni lapidei sui quali poggiava il camminamento e la merlatura) e che si apre sul cortile e
sulla gradinata di accesso al complesso. Qui individuiamo gli ambienti destinati alle residenze nobiliari, le scuderie, e la corte centrale, da cui è possibile
accedere a tutti gli ambienti dei vari corpi di fabbrica: dal piano seminterrato alle torri, dal camminamento alla cappella. Quest’ultima è riferibile
proprio alla camera nuova dell’atto di donazione già
menzionato, un corpo di fabbrica aggiunto nel 1600
sul lato ovest. La facciata Sud rappresenta invece
in maniera evidente la trasformazione seicentesca
in Palazzo Baronale: ampie finestre scandiscono la
facciata, insieme ad una grande apertura ad arco, le
buche pontaie e la colombaia. Frequenti movimenti
franosi lungo il versante meridionale della collina
che ospita il castello hanno reso indispensabile la
realizzazione di un muraglione di contenimento,
alto circa 40 metri ed articolato su tre gradoni che
rimarca, dai primi decenni del ‘900, la mole della
fortezza rispetto al piccolo centro storico.
Marilisa Biscione
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CASTELLO DI LAGOPESOLE
La splendida vista sulla rigogliosa valle di Vitalba
di cui si può godere dalle bifore del Castello di
Lagopesole basta ancora oggi a render palese la storica centralità della fortificazione per il controllo del
territorio alle pendici del Monte Vulture. Essa sorge
lungo il tracciato romano della via Herculea che,
come riportato dall’Itinerarium Antonini Augusti e
dalla tavola Peutingeriana, tagliava trasversalmente
la regione collegando Venusia al litorale ionico,
passando per Grumentum. La questione circa la sua
origine ed evoluzione costruttiva è da tempo oggetto
di studio: indubitabile e centrale pare esser stato
il periodo federiciano, dopo una fase normanna le
cui preesistenze sono riscontrabili in diversi punti
dell’apparecchiatura muraria e dell’impianto di fondazione. Una nuova ipotesi basata su dati di scavo
vorrebbe invece più rilevante la fase normanna,
durante la quale sarebbe stata realizzata gran parte
della fortezza. Il complesso ha pianta rettangolare e si
sviluppa su due cortili separati da una cortina muraria
interna. Sette le torri quadrate, di cui quattro angolari, una mediana e due binate poste in corrispondenza dell’entrata principale. Un massiccio mastio
di derivazione tipicamente normanna, il cosiddetto
donjon, domina all’interno del cortile minore. Una
suggestiva commistione di elementi locali, germanici
e cistercensi caratterizzano un linguaggio artistico ed
architettonico tipicamente duecentesco. A determinare l’indiscussa e privilegiata funzione, durante il
XIII secolo, di domus imperialibus solaciis deputate
è sicuramente la sua dislocazione in un ambiente
florido, ricco di acqua, boschi e selvaggina, prope
lacum pensilem appunto, ossia a ridosso di un vasto
pianoro lacustre utilizzato per l’allevamento e la
riproduzione di anguille importate da altri pantani
regii. Qui e nel contiguo territorio di Melfi lo Stupor
Mundi istituì il Parco delle Uccellagioni, in uno
scenario che presumibilmente contribuì, insieme a
quello della Capitanata, all’ideazione del suo famoso
trattato di falconeria, il De arte venandi cum avibus.
Tutto qui rievoca la regale presenza di Federico II di
Svevia. Diversi documenti attestano il soggiorno del
poliedrico imperatore o di suo figlio Manfredi nel
Castello di Lagopesole, ma è soprattutto l’analisi delle
strutture murarie, dei particolari architettonici e dei
dispositivi difensivi a svelare la forte matrice sveva
del fortilizio. Colpisce tuttavia la presenza di differenti fase stratificate, più o meno compiute. Federico
non riuscì a vedere terminati i lavori, che continuarono con Manfredi prima e Carlo I d’Angiò dopo.
Rocca normanna, locum solatiorum federiciano,
masseria regia di età angioina e dimora stagionale
dei Doria a partire dal XVI secolo, fino all’abbandono
ed al successivo passaggio al Demanio, il Castello di
Lagopesole è stato sapientemente restaurato dopo
l’acquisizione da parte della Soprintendenza ed ha
in seguito ospitato per circa un decennio l’Istituto
Internazionale di Studi Federiciani, oggi Istituto per i
Beni Archeologici e Monumentali del CNR.
Marilisa Biscione e Nicola Masini
CASTELLO TRAMONTANO DI MATERA
Il Castello Tramontano sorge su un’altura ai margini del centro storico della città di Matera. È
geograficamente defilato dalle valli che ospitano
i più famosi Sassi, dal circuito murario dell’antica
Civita e dall’agglomerato di abitazioni borghesi e
chiese barocche del Piano. Esterno anche alla pianta urbana cinquecentesca, fu realizzato tra il XV e
XVI secolo, con esattezza dopo il 1497, da Giovan
Carlo Tramontano appena nominato Conte della
città da Re Ferrante d’Aragona. Il nuovo feudatario
si ispirò per la sua costruzione al Castel Nuovo di
Napoli con l’obiettivo anzi di realizzarlo in forme
ancora più imponenti. La sola facciata che venne
realizzata, comprendente un grande mastio cilindrico centrale e due torri circolari più piccole ai lati,
costò la cifra di 25.000 ducati. La grandiosa opera
fu costruita addebitando l’intera spesa all’Università
di Matera che, enormemente vessata dalla vicenda,
ha continuato a definire “epoca triste” proprio quel
lasso di tempo, durante il quale si ritrovò per la
prima volta sottomessa alla servitù feudale. La data
dell’assassinio del despota, avvenimento che fissò
al 1514 il riscatto della città dal giogo feudale, fu
incisa dai materani sulla base di una colonna della
Chiesa di San Giovanni Battista. L’incisione recita:
“Die 29 Dec […] Interfectus Est Comes”. La fortezza
rimane incompiuta proprio a causa della morte del
Conte. Si tratta di una massiccia costruzione in stile
aragonese il cui impianto difensivo è reso palese
dalla presenza di tre torrioni raccordati da mura di
cinta e circondati da un fossato con ingresso a ponte levatoio. Maestosa tra le due laterali più piccole,
si erge la torre a quattro piani, dalla considerevole
altezza e stilisticamente identica a quelle del Castel
Nuovo di Napoli. L’interno dei torrioni è uno spazio
pensato ad esclusivo impiego militare e tale rimane
nel corso dei secoli: piani ad anello con strettoie
Uno dei pochi esempi,
in Italia meridionale,
di autentica architettura
fortificata del XII - XIII
sec., il castello
di Lagopesole (Pz), si erge
solitario nella Valle
di Vitalba, in Basilicata,
a memoria e testimonianza
della fase storica
che più intensamente
lo ha visto protagonista:
quella federiciana.
18
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Magnifica ed imponente
costruzione aragonese,
il Castello Tramontano
di Matera fu realizzato
dal conte Giovan Carlo
Tramontano sul colle del
Lapillo a simbolo del suo
potere e per far fronte
alle rinnovate esigenze
difensive: murature
spesse e massicce contro
le nuove armi da fuoco
a più ampia gittata. La
maestosa fortezza, rimasta
incompleta a causa
dell’assassinio del despota,
è circondata da un ampio
parco appena riaperto al
pubblico, oggi suggestivo
scenario di concerti e
spettacoli all’aperto.
ed ambienti con camino e scale portano ai livelli
superiori sino al camminamento delle torri. Vale la
pena ricordare che durante gli scavi per la riqualificazione della poco distante Piazza Vittorio Veneto,
condotti nel 1991 dalla dottoressa M. G. Canosa, è
venuta alla luce sotto l’attuale piano di calpestio
insieme a strutture ipogee riferibili al prolungamento dei rioni Sassi sul Piano (vicinati con abitazioni,
cantine e concerie, una chiesa rupestre ed una grande cisterna detta Palombaro Lungo), la base di una
torre cilindrica d’avanzata quattro-cinquecentesca
con la cortina muraria contigua. Sicuramente pertinente al circuito difensivo del Castello Tramontano,
fu interrata tra la fine del XVI e l’inizio del XVII
secolo e contestualmente utilizzata come appoggio
per le fondamenta del Convento dell’Annunziata.
Al momento della scoperta è stato possibile apprezzarne parte del fossato ed inoltre una angusta
gradinata di accesso ad un vano con feritoie prima
ed alla torre poi. L’area sarà presto resa fruibile,
rendendo possibile una suggestiva passeggiata tra
notevoli strutture ipogee quali la Chiesa del Santo
Spirito, il Palombaro Lungo, il Fondaco di Mezzo
e, appunto, il basamento della Torre aragonese del
Castello Tramontano.
Marilisa Biscione
CALABRIA
CASTELLO DI CACCURI
Caccuri, paese della Presila calabrese di poco più di
1.500 abitanti è posto su di un’altura a circa 640
metri s.l.m. dalla quale svetta il maestoso castello
d’origine proto-normanna. Infatti, il primo nucleo
di quello che è oggi il Castello di Caccuri risalirebbe all’originaria fondazione del borgo in epoca
bizantina (VI sec. d.C.) e la sua nascita andrebbe
a ricercarsi nell’ambito di quel più ampio sistema
difensivo voluto dai Bizantini a guardia della Valle
del Neto contro possibili invasioni longobarde. Di
questo secolare sistema difensivo costiero, che, con
la fine del pericolo longobardo e sino a tutta l’epoca sveva e angioina, avrebbe garantito protezione
dalle scorrerie dei pirati saraceni, facevano parte
anche quelle strutture presenti nei paesi limitrofi
di Roccabernarda, Crucoli e Santa Severina. Se,
quindi, per tutta l’età angioina il castello di Caccuri
dovette continuare a fungere da importante baluardo nel sistema difensivo calabrese jonico, già a
partire dal XIII-XIV secolo, l’originario castrum
d’età bizantina aveva subito importanti trasformazioni che lo avrebbero condotto a perdere l’originaria funzione difensiva, a favore di una funzione
residenziale. Nel 1399 il paese diveniva feudo di
Casa Russo di Montalto e, appena venti anni dopo,
il castello era incluso tra i lasciti del Conte Carlo
Ruffo di Montalto alla figlia Polissena che il 23
ottobre 1418 andò in sposa al giovane Francesco
Sforza. Fu proprio in virtù di questo matrimonio
che il feudo di Caccuri passò agli Sforza.
Con la fine della feudalità dei Ruffo iniziò per il feudo e, conseguentemente per il castello, un periodo
di rapidi passaggi di proprietà: nel 1497 troviamo
i Borgia d’Aragona, nel 1505 gli Spinelli, da cui
pervenne ai Sersale e, nel 1560 ai Cimino, sino a
quando, nel 1651, il feudo di Caccuri fu acquistato
da Antonio Cavalcanti, Barone di Gazzella. Per i
Cavalcanti, che acquisirono il titolo di Duchi di
Caccuri, il castello rappresentò una stabile dimora
per quasi due secoli e fu con tale famiglia che si
ebbero i maggiori lavori di ampliamento e consolidamento della struttura. Furono i Cavalcanti, infatti,
a volere i portali litici dell’ingresso, gli affreschi
su legno che adornano i soffitti di alcune stanze
e soprattutto la splendida Cappella Palatina, che
ancora oggi si conserva intatta e custodisce una collezione di dipinti Seicenteschi di Scuola Napoletana.
La feudalità della famiglia Cavalcanti sarebbe durata
sino al 1793, fino all’estinzione della famiglia in
persona di Marianna (1792-1809) nella famiglia
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Ceva Grimaldi. Il castello e il feudo di Caccuri
venivano così ereditati dalla figlia Rachele Ceva
Grimaldi (1808 – 1853), che li vendette per la somma di 52.000 ducati al barone crotonese Barracco.
Il barone Guglielmo Barracco ne fece la propria
dimora realizzando una serie di cospicui interventi
di ammodernamento, progettati e diretti dall’architetto napoletano Adolfo Mastrigli, e terminati nel
1885. Tali lavori, durante i quali venne aggiunto
anche il rivellino, trasformarono il castello in una
residenza confortevole ed altamente tecnologica,
la cui testimonianza più importante è senz’altro la
particolare torre acquedotto.
Dopo la morte di Guglielmo, il castello fu disabitato
per anni, fino a quando, nella prima metà del ‘900,
ai Barracco subentrarono gli attuali proprietari, la
famiglia Fauci, originaria di Isola di Capo Rizzuto.
Costruito su uno sperone di roccia, il castello di
Caccuri ha una forma trapezoidale, circoscritta
dalla cortina muraria che lo separa dall’abitato e
nella quale, sul lato orientale della struttura si apre
l’ingresso con ponte levatoio. Sul lato occidentale,
gli imponenti muraglioni convergono sull’unica
torre, la Torre Mastrigli costruita nel 1885 durante
i già menzionati lavori di ampliamento voluti dai
Barracco, ed edificata con al tempo stesso la duplice
funzione di torre piezometrica e belvedere.
Demetrio Baffa Trasci Amalfitani di Crucoli
CASTELLO DI SANTA SEVERINA
Il castello di Santa Severina, che si estende oggi su
di un’area di circa 10.000 mq, è una delle fortificazioni meglio conservate del meridione d’Italia e, in
specie, del crotonese.
La sua originaria costruzione è da rintracciarsi in
quel processo di difesa di cui fu protagonista l’intera Valle del Neto (VI – VI sec.) sotto la minaccia
dell’invasione longobarda. Molto verosimilmente,
alla pari delle fortezze di Crucoli, Roccabernarda e
Caccuri, dopo quasi due secoli di dominio bizantino, fu con il periodo normanno che iniziarono i
lavori di costruzione di quella che sarebbe divenuta
l’imponente realtà difensiva di Santa Severina. Nel
1496, Federico d’Aragona concesse in feudo Santa
Severina ai Carafa. Dal 1556, sotto il governo di
Andrea Carafa, succeduto al padre Galeotto, cominciarono importanti interventi di trasformazione
dell’originaria roccaforte angioina, circuita ancora
a quel tempo dalle muraglie di cinta realizzate dagli
Svevi. Per suo volere venne restaurata la roccaforte
trecentesca e rinforzate le già possenti muraglie di
cinta, realizzandosi, inoltre, ex novo la Porta detta
della Piazza e la Porta detta della Grecia che dovevano, a quel tempo, essere gli unici accessi possibili
all’acrocoro di Santa Severina.
Vennero, dunque, realizzati i significativi lavori
di adeguamento del rivellino soprastante la falsa
porta dell’angolo sud-ovest del castello, il baluardo
del belvedere e il baluardo detto all’antica, oltre
che la muraglia sul lato meridionale della struttura,
il secondo fossato e le bombardiere presenti sui
baluardi e sul rivellino. Inoltre, le merlature della
muraglia e del rivellino della Porta della Piazza
sembrano testimoniare di un’ulteriore e conclusiva
fase evolutiva della struttura, dove il ritmo alternato di pieni e vuoti sembra riferirsi ad un modello
arcaico di troniere vagamente arabeggiante.
La situazione finanziaria del feudo però, già in
profonda crisi sotto Andrea Carafa, peggiorò ulteriormente con il figlio Vespasiano che, succeduto
al padre nel 1569, resse il feudo sino al 1599 senza
lasciare eredi. Con l’estinzione della famiglia Carafa
il feudo tornò alla Regia Corte che lo cedette nel
1608 a Vincenzo Ruffo principe di Scilla. Alla morte del principe, avvenuta il 3 Giugno 1616, subentrò
la figlia Giovanna, fino al 1650. Le successe il figlio
Francesco Maria che, sotto la pressione dei debiti
contratti dalla madre, si vide porre all’asta il feudo
che venne così aggiudicato al patrizio crotonese
Carlo Sculco. A costui, nella terribile epidemia di
peste del 1656, successe il figlio Giovanni Andrea
a cui Filippo II concesse il titolo di duca sul feudo
di Santa Severina. A lui successe ancora il figlio
Domenico che, morendo nel 1687 senza eredi, fu
l’ultimo duca di Santa Severina di Casa Sculco.
Nel 1691 Cecilia Carrara si aggiudicò all’asta il
feudo per 102.000 ducati, intestandolo al figlio
D. Antonio Greuter. Ad Antonio successe il figlio
Pier Mattia († 1743) da cui discese Antonio, padre
di Gennaro Greuther 4° Duca di Santa Severina,
colpito dalle leggi eversive della feudalità del 1806.
La famiglia Greuther si estinse sul finire del XIX
sec. nella persona di del Duca Renato cui successe
nei titoli, nelle armi e nel cognome della Casa la
discendenza della sorella Maria Alessandra (†1903),
moglie del Cav. Giovanni De Giovanni.
Il castello, così come appare oggi dopo l’importante
restauro degli anni ’90, risulta composto da un
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Prospetto del castello
di Caccuri (Kr) dal quale
è possibile scorgere
sia l’originaria struttura
palazziata d’epoca
seicentesca che, sulla
destra, la struttura più
recente del belvedere
voluta dai baroni Barracco
con il torrino piezometrico
conosciuto come
Torre Mastrigli (1885).
Vista frontale del castello
di Santa Severina (Kr) dal
quale possono riconoscersi
il Mastio quadrato con merli
di forma triangolare
vagamente arabeggiante,
quattro torri angolari
e altrettanti bastioni
che, con le mura,
ne completano la figura.
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
mastio quadrato con quattro torri angolari cilindriche poste agli angoli e fiancheggiato da altrettanti
bastioni, impreziosito nei suoi interni dagli affreschi settecenteschi di Franco Giordano voluti dalla
famiglia Greuther con il quale la struttura, persa la
sua originale funzione di difesa, si era trasformata
a pieno in una preziosa dimora familiare.
Demetrio Baffa Trasci Amalfitani di Crucoli
CAMPANIA
IL CASTELLO “ARECHI” DI SALERNO
È probabile che con la deduzione della colonia di
Salerno, deliberata con la lex Atinia del 197 ed
effettivamente realizzata tre anni dopo nel 194 a.
C., per tenere sotto controllo i Picentini, deportati nell’agro che da loro prende il nome dopo la
ribellione ai romani, si sia formato un posto di
osservazione in legno sulla sommità della collina
Bonadies (frequentazione documentata dai reperti
archeologici del II sec. a. C.), nell’area successivamente occupata dalla turris maior.
La datazione della più antica fase costruttiva del
circuito murario, conservata in maniera cospicua
nei larghi tratti di filari di blocchi quadrati, è riconducibile al VI secolo d. C.: si tratta di un castrum
bizantino fatto erigere probabilmente da Narsete
durante la guerra greco-gotica, per il controllo del
porto sottostante e dei collegamenti con Nuceria
Alfaterna, nodo importantissimo per l’economia
della fertilissima pianura vesuviana.
La turris maior, a pianta rettangolare, si innalzava
su cinque livelli, se non sei, utilizzando un perime-
Il castello detto di Arechi,
ma costruito soprattutto
dai Normanni,
manutenzionato
dagli Svevi, restaurato
e potenziato dagli Angioini
e dagli Aragonesi,
fu residenza di Ferrante
Sanseverino, principe
di Salerno e, infine,
fu rinnovato e dotato
di artiglierie durante
il Vicereame spagnolo.
tro murario continuo e piloni centrali che, insieme,
servivano a reggere gli archi e le volte dei vari piani.
Il successivo e imponente intervento longobardo di
Arechi nel secolo VIII riguardò soprattutto la costruzione delle mura di cinta della città che assunsero
proprio in quell’occasione la configurazione odierna,
ancora in parte superstite, più che il castello. Allora
esso costituì il vertice Nord di uno schema difensivo
triangolare, disteso sui pendii del monte Bonadies,
come appare nell’ultima coniazione longobarda
contornata dalla leggenda Opulenta Salerno (follaro
del secolo XI, attribuito a Gisulfo II) ed in seguito
nella cartografia e nel vedutismo: il suo vertice era
nella turris maior, i lati nei salienti murari, ancora in
parte superstiti, e la base nella scomparsa murazione,
parallela e prossima al mare. Il castello, illustrato
abbastanza fedelmente nelle miniature di Pietro da
Eboli (XII secolo), per la sua posizione, che consentiva una efficace difesa anche nel caso che la città
in basso fosse stata occupata, non fu mai espugnato,
confermando la fama celebrata dallo storico di fine
XI secolo Guglielmo di Puglia; infatti, durante l’assedio di Roberto il Guiscardo nel 1077, i suoi occupanti
furono presi solo per fame.
Nel periodo normanno si attuò un breve ampliamento verso sud delle strutture castellane con la
costruzione di un loggiato, di cui rimangono alcuni
piloni, inglobati nella massa muraria realizzata per la
sistemazione delle cannoniere del secolo XVI, mentre
i salienti murari che cingono la città furono sopraelevati per la difesa dalle più evolute macchine per gli
assedi militari e si costruì la torre detta “la Bastiglia”,
posta a nord della cima del monte Bonadies, con
una funzione di avvistamento a sostegno del non
lontano e sottostante castello. Formata da un dado
cilindrico rinforzato sul fronte orientale da una
mezza corona, è costituita da un unico vano cui si
accedeva solo tramite scale o altri attrezzi rimovibili,
per la notevole altezza del suo piano di calpestio
rispetto al piano di campagna esterno. Se Federico II
di Svevia si limiterà ad ordinarne la manutenzione, il
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castello sarà oggetto di riparazione e potenziamento
sotto i regni di Carlo I e II d’Angiò (ordini del 1271
e 1274, ultimi lavori probabili nel 1299) nelle torri
“Pentuclosa”, “Ma(e)stra” ed in tratti murari, muniti
di saettiere, mentre dal ponte levatoio si accedeva
ad un cortile e ad una cisterna, forse base di torre. I
grandi corpi di fabbrica ad est della cosiddetta piazza
d’armi risalgono al periodo aragonese, quando il
castello raggiunse il massimo sviluppo. Gli ambienti
sulla destra dell’ingresso, fino alla terrazza che si
affaccia sulla città, sono di età moderna; il castello fu
utilizzato come residenza temporanea dal principe di
Salerno Ferrante Sanseverino, come annota Thomas
Hoby nel suo diario dei viaggi, tra il 1547 ed il 1564;
ma per le successive, nuove esigenze militari, durante
il vicereame spagnolo (doc. del 1579) se ne produsse
l’ampliamento e il potenziamento con la costruzione
dell’ala sud-est, che dal cortile porta fino all’avamposto di levante, e di una serie di cannoniere. Acquisito
dall’amministrazione provinciale e restaurato in tempi recenti ospita oggi un nucleo espositivo di ceramiche e di reperti provenienti dal Castello stesso, sale
per mostre, conferenze e congressi.
Antonio Capano
CASTELLO DI CARLO V, CAPUA
Progettato per volere di Carlo V dopo la visita a
Capua – il 23 e 24 marzo 1536 – il castello all’epoca della sua realizzazione non solo riveste un
fondamentale ruolo strategico a livello locale, ma
concorre a un rafforzamento dell’apparato fortificatorio su più larga scala, essendo la città una delle
tre vicecapitali del Regno di Napoli e suo primario
avamposto difensivo.
La struttura è edificata lungo la riva sinistra del
Volturno in località ‘la portella’, nei pressi del ponte
romano: tale ubicazione permetteva di tenere sotto
il tiro dei cannoni i due principali ingressi alla città – porta Roma e porta Napoli – posti agli estremi
della via Appia che attraversava il centro abitato,
delimitato da un’ampia ansa del fiume e da una
cinta muraria a bastioni sorta dagli inizi del XVI
secolo dopo la demolizione delle mura aragonesi.
Costruito tra il 1543 e il 1552 su progetto dell’architetto napoletano Gian Giacomo dell’Acaya e sotto la
direzione dell’ingegnere capuano Ambrogio Attendolo,
il castello riecheggia l’impianto del Forte aquilano di
cui dell’Acaya è direttore dei lavori dal 1542 al 1554.
Eretto con il concorso di numerose maestranze fiorentine, occupa un’area di circa mq. 8480, inclusi i
mq. 1700 della corte centrale; la pianta, modulata
su uno schema geometrico a matrice quadrata,
presenta bastioni lanceolati in corrispondenza dei
vertici. I bastioni, dalle pareti scarpate, sono caratterizzati da orecchioni sormontati da garitte semicilindriche; all’interno vi sono casematte poligonali
sovrapposte su due livelli, con coperture a volta,
collegate da scale a chiocciola.
La distanza tra i vertici di due bastioni contigui è di
m. 117,00; le cortine misurano m. 49,60 all’altezza
del redondone che marca il passaggio tra il pianterreno e il primo piano. Si accede al castello da un
ingresso al centro del prospetto rivolto a nord-est
– verso il tessuto urbano – dopo aver attraversato
un ponte su archi e pilastri di m. 31,00 che scavalca l’ampio fossato. A sinistra dell’entrata si trova
una cappella con stucchi del XVII secolo, dismessa
nel 1856.
L’articolazione planimetrica si differenzia ad ogni
livello: lungo il piano alla quota del fossato si
snodano estesi sotterranei, un tempo deposito di
munizioni; il pianterreno è suddiviso in locali di
varie dimensioni che si affacciano sul cortile, e
tra questi vi è la cappella. Il livello superiore – in
passato destinato all’acquartieramento delle truppe
– è attualmente costituito da vani rettangolari prospettanti sul vuoto interno e serviti da un corridoio
comune che li separa, inoltre, da teorie di ambienti
provvisti di aperture per il tiro verso l’esterno; un
rilievo ottocentesco, tuttavia, segnala la precedente
configurazione del corridoio come sequenza di
piccoli spazi in diretto collegamento con quelli più
ampi ad essi retrostanti. L’ultimo piano è formato
da un unico corpo di fabbrica – presumibilmente
settecentesco – che rappresenta la parte terminale del fronte d’ingresso, riservato all’alloggio del
Governatore e agli uffici.
Trasformato dal 1848 al 1852 in prigione per detenuti politici, il castello dal 1856 diviene sede del
Pirotecnico militare, dove si producevano le cartucce
e i razzi per l’artiglieria e l’esercito. Ne consegue una
radicale alterazione dell’architettura, con stravolgimento delle funzioni originarie e realizzazione di
superfetazioni: si ricordano, in particolare, i capannoni edificati sui terrazzi di copertura, le tettoie posizionate nella corte, la collocazione di una macchina
a vapore nella cappella e di un gasogeno in una
delle cortine. Ulteriori modifiche strutturali si susseguono nel periodo tra le due guerre mondiali per
l’intensificarsi della lavorazione connessa alle esigenze belliche. Gravi danni sono riportati in seguito
ai bombardamenti del 20 agosto e del 9 settembre
1943; cessata così la produzione militare, l’edificio
si avvia a un progressivo degrado. Parziali interventi
di ristrutturazione sono effettuati a partire dal 1982.
Daniela Petrone
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Capua (Ce), forte di Carlo
V. L’immagine aerea
permette di osservare
la purezza e lo slancio
dello schema bastionato,
con i quattro bastioni
angolari caratterizzati
da enormi orecchioni
che proteggono i fianchi
dotati di batterie traditore.
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
CASTEL DELL’OVO
Castel dell’Ovo, fronte
di terra. Si osservi il profilo
del castello, risultante dalle
modifiche apportate in età
vicereale. L’affermazione
delle artiglierie ha portato
alla scomparsa delle torri,
sostituite da batterie
difensive: in questo caso
la batteria superiore,
pseudo bastionata,
dominante la batteria
bassa per tre cannoni che
proteggeva l’accesso
al castello.
Il Castello sorge sull’isolotto di Megaride, di fronte
al promontorio di Pizzofalcone, nucleo del primitivo insediamento della città di Napoli, Partenope,
ed è collegato alla terraferma attraverso un pontile.
In età romana, faceva parte del Castrum lucullianum, l’abitazione del patrizio Lucullo (120-57
a.C.); durante le invasioni barbariche fu luogo di
prigionia e accolse, tra gli altri, l’ultimo imperatore
romano Romolo Augustolo. Alla fine del V secolo
si insediarono sull’isolotto monaci basiliani provenienti dalla Pannonia, ai quali subentrarono, nel VII
secolo, i Benedettini.
La trasformazione dell’isola in struttura a carattere
esclusivamente militare avviene durante la dominazione normanna, sotto Guglielmo il Malo, a partire dal 1154. A questa fase risale la prima torre, la
“Normandia”, a pianta quadrata, ubicata all’estrema
propaggine dell’isola, probabilmente donjon del complesso e di cui si conserva la parte inferiore. Durante
il periodo svevo furono costruite altre tre torri, tra
cui, a nord, a difesa del castello verso la terraferma,
la Coleville di cui ancora oggi si individua la parte
basamentale, trasformata in passaggio coperto di
collegamento con la parte estrema del castello mutata
nel XVII e XVIII secolo in forma bastionata.
Secondo la leggenda, riportata dalla trecentesca
Cronica di Partenope, Castel dell’Ovo trarrebbe il
nome da un uovo “incantato” che Virgilio avrebbe
posto in una caraffa, a sua volta conservata in una
gabbia di ferro sospesa alla trave di legno di quercia
di una camera del castello, al fine di proteggerlo dal
fato avverso. Da quel momento il destino del castello
e dell’intera città sono stati legati a quello dell’uovo.
Durante il regno aragonese, il castello subì numerose trasformazioni ad opera di Alfonso il Magnanimo
che spesso vi dimorò, preferendolo al più confortevole Castel Nuovo. I resti della zona residenziale
aragonese sono individuabili nella parte centrale
del castello, verso occidente. Si conserva ancora
il loggiato a doppia altezza, parte integrante della
residenza reale. Degli archi a tutto sesto, originariamente quattro per ogni piano, ne rimangono
solo sei; il materiale di costruzione è il tufo grigio
per gli archi e il piperno per il resto della struttura. L’apporto aragonese al castello si concentrò
soprattutto nella parte settentrionale per adeguare
le strutture difensive alla nuova minaccia dell’artiglieria a polvere. Alfonso fece abbassare la torre di
Colleville e realizzò due torri di forma ottagonale,
strutture oggi scomparse, di altezza contenuta e
diametro elevato per fronteggiare gli attacchi da
terraferma.
Il castello fu espugnato nel 1503, con la conquista
degli spagnoli del Regno di Napoli, grazie ad una
mina fatta brillare dalle truppe guidate da Consalvo
di Cordova. Secondo le cronache, l’esplosione provocò il crollo di parte del costone roccioso su cui
era edificata la parte più alta del borgo fortificato.
Tra gli anni Trenta e Quaranta del ’500 il sistema
difensivo della capitale fu profondamente modificato con la costruzione di nuove mura ad occidente di
quelle quattrocentesche.
Castel dell’Ovo perse una primaria funzione strategica, a favore del nuovo castel S. Elmo, collocato in
una posizione strategicamente superiore, e conservò
la funzione di batteria costiera.
Negli anni’90 del ‘600, su progetto del fiammingo
Ferdinando Grunemberg, fu realizzata all’estremità
del castello la batteria del Ramaglietto, che poteva
ospitare fino a 25 pezzi di medio e grosso calibro,
per fronteggiare le nuove unità navali dalle quali
era possibile bombardare la costa.
L’ultima memorabile battaglia che vide protagonista
il castello fu combattuta dal 10 aprile 1733 con l’arrivo in città delle truppe di Carlo di Borbone contro
il presidio austriaco: solo il tre maggio venne aperta
una breccia e la fortezza fu costretta ad arrendersi.
Nella prima metà del XX secolo, il castello passa
sotto l’amministrazione militare, tornando all’amministrazione civile, solo tra gli anni 1962-63.
Il 14 dicembre 1999, Castel dell’Ovo è dato in concessione d’uso dallo Stato al Comune di Napoli, al fine di
promuovere e sostenere iniziative culturali.
Antonella Delli Paoli
EMILIA
ROMAGNA
LA ROCCA DI MONTEFIORINO
Montefiorino, noto soprattutto come sede della
prima Repubblica Partigiana d’Italia, si trova nel
medio Appennino modenese, ben dentro quelli che
furono, tra XI e XII secolo, i domini di Matilde di
Canossa. La “rocca” occupa la sommità dell’omonimo colle, ed è circondata dal piccolo paese. Dopo
essere stata fortezza dell’abate di Frassinoro, centro
del piccolo dominatus loci di un ramo collaterale
dei Montecuccoli, sede di podesteria estense, essa
è diventata casa municipale di Montefiorino, ruolo
che riveste tuttora.
Il complesso della rocca è frutto di una lunga
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Montefiorino (Mo), vista
della Rocca da nord-est.
evoluzione, le cui date fondamentali sono state fissate dal Bucciardi. Secondo lo studioso, intorno al
1170, la cima del monte viene dotata di una torre,
mastio del successivo complesso, e detta tuttora
“Torre della Rocca”. Essa venne costruita a difesa
delle Terre della Badia di Frassinoro da Bernardo da
Montecuccoli e dall’abate frassinorese Guglielmo.
Il complesso si presentava come una torre in muratura circondata da una palizzata lignea, posta sulla
sommità di un colle piuttosto scosceso. Esso subì
un primo e consistente intervento di potenziamento
intorno al terzo decennio del XIII secolo, momento
in cui la piccola stazione difensiva raggiunse le
dimensioni e l’articolazione di un vero “castello”,
divenendo il cardine di tutto il sistema difensivo
dell’alleanza tra gli abati frassinoresi e la potente
consorteria feudale dei Montecuccoli, in funzione antimodenese. Questa sua nuova destinazione
richiese un notevole ampliamento dimensionale ed
un altrettanto cospicuo potenziamento difensivo:
la torre, solida ed efficiente, rimase al suo posto,
divenendo il mastio del nuovo complesso, mentre
fu sostituito, e forse ampliato, il vecchio recinto in
legno con un cassero in muratura. È probabilmente
in questa fase che venne realizzata la grande cisterna
ubicata tra il Palazzetto e la primitiva torre centrale.
Il nuovo complesso fortificato venne messo quasi
subito alla prova: nell’ambito degli scontri tra
partito guelfo e ghibellino, tra comune cittadino
e signori del contado e tra Modena e Bologna, le
truppe modenesi assalirono la rocca nel 1240 e,
dopo un assedio durato oltre un mese, la presero.
Ben presto e dopo averla danneggiata dovettero
però abbandonarla e, viste le carenze che il sito
aveva dimostrato, l’abate di Frassinoro ed il suo
alleato e feudatario Bonaccorso Montecuccoli lo
potenziarono ulteriormente.
Nonostante il suo rafforzamento la rocca venne
nuovamente assediata e presa dalle truppe comunali modenesi nel 1247: questa volta i Geminiani
la incendiarono, danneggiandola gravemente e di
fatto decastellandola. In conseguenza di ciò, per
quasi tre decenni il sito rimase abbandonato e fu
solo nel 1278 che l’abate frassinorese Tommaso de’
Tonsi, riaprì al culto l’antica cappella di S. Michele
Arcangelo, al piano terreno dell’omonima torre e
riadattò il mastio ad abitazione dei due monaci che
vi officiavano il culto, ma senza ripristinare alcuna
delle originarie funzioni difensive.
Nel 1313 e ne1 1317, nel corso di guerre tra feudatari, la rocca venne di nuovo attivata militarmente;
Guidinello Montecuccoli, che vi si insediò, fece fortificare e munire il castello e nel 1320 fece costruire
il palazzo della rocca.
Con questa nuova fase costruttiva il complesso raggiunse il suo massimo sviluppo volumetrico, ed assunse l’articolazione attuale di massiccio palazzo quadrilatero a corte interna. Le due torri esterne andarono
invece distrutte in epoca imprecisata, a dimostrazione
dell’ormai mutata funzione principale del complesso,
non più fortezza ma residenza nobiliare.
Sempre in quegli anni veniva ultimata un’altra torre
difensiva, questa collocata circa 300 metri a Sud
ma sempre sul crinale, detta Torre del Poggio o “del
Mercato” ed oggi convertita in campanile.
I discendenti di Guidinello Montecuccoli rimasero
incontrastati signori a Montefiorino fino al 1426,
quando furono cacciati a furor di popolo dopo un
incendio che arrecò gravi danni all’abitato. Rocca
e borgo passarono allora agli Estensi fino al 1796.
Tuttavia, già nel 1512 il complesso viene definito
in rovina. Da ultimo, come rappresaglia alla istituzione della prima Repubblica Partigiana, le truppe
nazifasciste lo incendiarono, provocando danni a
cui si pose rimedio solo nel dopoguerra.
Alberto Monti
LA ROCCA DI REGGIOLO
Nel centro storico di Reggiolo sorge l’imponente
Rocca, creatasi intorno alla torre medievale del
1242, su una modesta altura artificiale, detta
“mota”, ora compensata dal rialzo della strada.
La torre, circondata da un muro di cinta lungo
40 metri, risulta così essere il primo elemento di
fortificazione del paese. Nel XIV secolo ad opera
dei Gonzaga di Mantova, l’assetto della Rocca subì
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Reggiolo (Re), vista Sud:
ingresso principale
della rocca.
sostanziali modifiche, configurandosi pressappoco
come appare oggi ai nostri occhi. Il muro di cinta,
detto “circhia”, venne innalzato da 8 a 14 metri e
dotato di quattro torri angolari alte circa 20 metri.
L’ingresso della Rocca si apre al centro della facciata sud per mezzo di una stretta porta d’accesso,
in corrispondenza della quale si erge una quinta
torre centrale.
La torre principale, collocata al centro del recinto
fortificato ed isolata dal resto dell’impianto, fu
costruita nel 1242, ed è la parte più antica della
Rocca. Ha un’altezza di 36 metri per una larghezza
nelle pareti esterne di 11,30 metri; alla sua base,
forma un barbacane di rinforzo alla struttura,
sporgente di circa un metro rispetto la linea delle
pareti. Presenta una muratura massiccia, che parte
da uno spessore di circa 2,30 metri nella parte più
bassa, ma che si alleggerisce fino agli 1,80 metri
della parte alta.
All’interno vi sono sei piani, oltre al piano terra e
all’ultimo piano a cielo scoperto, collegati da una
scala a muro in marmo di 130 gradini, del 1400.
La Rocca col mastio aveva all’interno un vasto
spazio nel quale trovavano posto gli ambienti per i
soldati, le stalle, i magazzini delle derrate, qualche
casa e la sede del Governatore o del Vicario.
All’esterno, era difesa da un profondo fossato che
circondava anche la parte abitata a nord, denominata “castello”, anch’essa difesa da mura e collegata
alla Rocca mediante un piccolo ponte levatoio; il
fossato di difesa dunque, in cui scorreva l’acqua del
canale Tagliata, veniva così ad assumere la forma
di un grande “otto” che circondava in tutto il suo
perimetro il complesso fortificato e quello abitato.
Nel corso del 1700, furono demolite anche le mura
e le torri presenti nella zona incastellata.
Dai documenti, si hanno notizie dell’intervento,
nel 1472, dell’architetto fiorentino Luca Fancelli,
chiamato a Mantova dai Gonzaga come
collaboratore dell’Alberti e come sovrintendente
ai vari cantieri della città. Qui a Reggiolo, gli fu
affidata la sistemazione del cosiddetto “palazzo in
rocca”, con la creazione di tre sale stuccate e decorate delle quali però oggi, non rimane che un solo
salone spoglio situato nella parte est della struttura.
Malgrado questi lavori di restauro e di risistemazione in chiave residenziale, i Gonzaga, nei loro
soggiorni in zona, preferirono sempre al Castello, la
vicina Villa Aurelia, mentre la Rocca mantenne la
sua vocazione militare.
I lavori realizzati dal Fancelli, hanno probabilmente riguardato anche la creazione di documentati
“passaggi segreti” sotterranei; in alcuni carteggi
si accenna infatti a ingressi/uscite dalla Rocca
verso Gonzaga e verso la Villa Aurelia, attestati
anche da recenti lavori di scavo. All’interno della
Rocca, erano in genere ospitati tra i 10-15 soldati,
in periodo di pace. Quando la situazione si faceva
critica, potevano essere una cinquantina i militari
di guardia e, in caso di attacco imminente, si potevano accogliere anche 300 soldati per resistere ad
un lungo assedio.
Nei momenti di pericolo, vettovaglie, beni e animali, e la stessa popolazione dei borghi, venivano
ospitati dentro la Rocca.
Quasi mai Reggiolo è stata sede di un Signore; fu
infatti governata da Vicari e Commissari, a volte
anche originari di Reggiolo.
Proprio per questo motivo, la Rocca ha lasciato nella memoria una tradizione non di oppressione, ma
di difesa e protezione. Nella seconda metà del’900,
sono stati effettuati diversi interventi di restauro sul
complesso fortificato. Ma nella primavera del 2012 il
sisma ha purtroppo danneggiato in modo grave anche
questo manufatto, rendendolo attualmente inagibile.
Alberti Monti e Giovanni Maccioni
FRIULI
VENEZIA
GIULIA
CASTELLO DI GORIZIA
Il castello di Gorizia è situato all’interno dell’antico
Borgo-Castello sulla collina che sovrasta la città.
Il primo documento relativo alla città di Gorizia è
la bolla con cui, nel 1001, l’imperatore Ottone III
divideva i possedimenti del villaggio di Gorizia e
del castello di Salcano tra due feudatari.
Si può ritenere che il castello sia sorto dopo il 1000
e prima del 1200 per un documento del 1117 in cui
si cita un certo Mainardo, capostipite della dinastia.
Il castello viene nominato per la prima volta nel
documento redatto per la pace stipulata a Cormons
il 21 aprile 1202 per porre fine alle controversie
sorte tra il Patriarca di Aquileia ed il Conte.
Il Conte di Gorizia, Marquardo III di Eppenstein,
fece costruire un primitivo maniero e vi trasferì la
sua residenza da Salcano. L’antico nucleo aveva
una pianta presumibilmente trapezoidale, viste le
fondazioni del mastio rinvenute nel cortile.
Sul sigillo donato dal conte Enrico II nel 1307 alla
città superiore per celebrare la concessione delle
libertà comunali, si osserva una struttura castellana
costituita dal mastio e da due torri minori in corrispondenza degli accessi, uno rivolto verso Salcano
e l’altro verso il borgo.
Qui il mastio risulta alto tre piani, caratterizzato
nella parte inferiore da feritoie e sormontato da
una torre anch’essa merlata. Ad esso nel XIII secolo fu affiancato il Palazzo dei Conti, con facciata
decorata da bifore spartite da colonnine in marmo
rosato veronese e sormontate da archetti in tufo.
Qui si trovano la sala del Consiglio ed una cappella
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
dedicata a San Bartolomeo. Verso la metà del XV
secolo fu eretto un edificio rettangolare destinato
ad ospitare gli Stati Provinciali, sito a nord-est e
adiacente al mastio. Tra la fine del XV e gli inizi
del XVI secolo, l’avvento delle armi da fuoco portò
al rafforzamento della cinta muraria medievale e
all’abbattimento del mastio.
Nel 1508 le milizie veneziane occuparono il castello. Nei tredici mesi di dominazione consolidarono
le fortificazioni esistenti e realizzarono una nuova
cinta, costituita da un anello poligonale interrotto
da torrioni di varia grandezza. Tuttora l’accesso al
castello è praticato a sud-est presso una cortina
muraria sulla quale svetta il leone di San Marco. Nel
1509 il castello ritornò tra i possedimenti austriaci.
Fin dal 1608 fu intrapreso un generale restauro con
l’innalzamento di un’ulteriore cinta muraria. Per
volere di Leopoldo I, fu fabbricato il nuovo bastione, il cosiddetto Bastione fiorito o Bastione veneto
prospiciente la Piazza Vittoria, e innalzata la lunga
muraglia verso la Castagnavizza, che unisce la porta Leopoldina con il Bastione del Re.
Nel 1660 fu eretta la porta Leopoldina in occasione
della solenne entrata dell’imperatore Leopoldo I, a
guisa di arco imperiale, costituente l’accesso alla cittadella di Borgo Castello. La seconda cinta bastionata
fu poi terminata nel 1702, mentre la Santa Barbara,
“la torre per contener la polvere”, nel 1704. Nel
1814, il castello fu adibito a carcere e nel XIX secolo
a caserma. Nel 1850 a seguito delle trasformazioni
eseguite su proposta del maresciallo di campo Nuget,
la fortificazione perse ogni traccia dell’antico aspetto
medievale. Nei torrioni furono posti mortai e cannoni di diverso calibro. Nel corso della Prima Guerra
Mondiale il castello subì pesanti bombardamenti che
lo ridussero ad un cumulo di macerie.
La ricostruzione iniziò nel 1932 sotto la direzione
del soprintendente Forlati con lavori affidati al
Genio Civile. Nel 1943 il castello fu occupato dalle
truppe tedesche ed il giardino di nord-est utilizzato
per le fucilazioni.
Attualmente il castello ospita esposizioni temporanee ed è sede di un museo permanente. Il sistema
difensivo più esterno risulta costituito da cortine
murarie ad andamento rettilineo interrotte da sei
bastioni di varia grandezza, di cui cinque di forma
circolare ed uno poligonale. Posta circa a metà del
colle, cinge il borgo medievale ove si insediarono le
famiglie nobili della città.
Daniela Omenetto e Nicola Badan
CASTELLO DI VILLALTA
Il castello di Villalta, uno dei più suggestivi castelli
friulani, si erge nel comune di Fagagna non molto
distante dalla città di Udine, sulle propaggini delle
colline moreniche. Le prime notizie del maniero
risalgono al 1216, quando Enrico il Vecchio respinge le milizie di Vecellone da Prata, Capitano al
soldo di Ezzelino da Romano, che avevano tentato
di conquistare il castello.
Il maniero, che sorge sulle rovine di un antico
castelliere, viene edificato dai Signori di Villalta,
che appartengono al ramo della più antica stirpe dei
Signori di Caporiacco, storica famiglia ghibellina
friulana, alla quale ancora oggi il castello appartiene. Spesso luogo di aspri combattimenti, nel corso
del 1300 fu più volte distrutto e ricostruito.
Nel 1419 la struttura fortificata viene occupato
dalle truppe veneziane e nel 1453 infeudato per via
di matrimonio della famiglia della Torre Valsassina,
di origine lombarda già antagonista dei Visconti.
Verso la metà del XVI secolo i Della Torre ampliano
il castello con la costruzione di una nuova residenza in stile rinascimentale entro la prima cerchia
murata e in prossimità del mastio e del dongione.
Nel giovedì grasso del 1511 il castello viene preso
e saccheggiato per le lotte divampate a Udine tra
diverse fazioni.
Nel primo quarto del secolo XVIII a seguito di fatti
scellerati i Della Torre vengono banditi da Villalta
e il loro palazzo a Udine completamente distrutto.
La restituzione dei beni confiscati avverrà solo nel
1796 con la caduta della Repubblica Veneta. Da
questo momento in avanti il castello viene lasciato
in uno stato di abbandono tanto che i Torriani se
ne disfecero verso la fine del 1800. Seguono diversi
passaggi di proprietà fino agli attuali proprietari, i
conti Gelmi di Caporiacco, che avviano una felice
stagione di interventi di recupero e restauro conservativo del manufatto e ne fanno la loro residenza.
L’intero complesso castellano è frutto di interventi
di costruzione e trasformazione a partire dal nucleo
generatore, costituito da un mastio di forma quadrata affiancato presumibilmente nel secolo XIV da
un dongione e difeso da una cerchia di mura con
fossato; a questi vennero affiancati successivamente altri corpi di fabbrica adibiti a residenza e una
seconda cerchia difensiva dotata di porta fortificata.
Nel XVII secolo una nuova cortina muraria ingloba
il sottostante borgo abitato costituito da edifici ad
uso agricolo. Il castello attualmente si presenta come
un complesso di edifici realizzati prevalentemente
con muratura mista in bozze e blocchi di pietra con
25
Veduta del castello
di Gorizia, con in primo
piano le torri circolari
appartenenti alla cinta
delimitante il nucleo
più antico della complessa
struttura fortificata.
26
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
PALMANOVA
Castello di Villalta (Ud).
A destra della torre
d’ingresso si notano
alcuni merli superstiti
a coda di rondine.
Palmanova (Ud).
Costruita
dalla Serenissima,
a seguito degli accordi
di Cambrai che
determinarono
l’arretramento dei confini
veneziani dietro l’Isonzo,
a difesa di possibili
attacchi ottomani
ed austriaci.
La progettazione
dell’impianto stellare
a nove punte si deve
a Giulio Savorgnan
con il contributo
di Bonaiuto Lorini.
sviluppo rettilineo orientato in direzione nord-est/
sud-ovest, che piega a sud-ovest in un edificio poligonale. La cinta merlata a forma ovoidale, di un’altezza di circa 9 metri, segue l’andamento della collina e presenta verso est due torri di forma circolare.
Verso sud-ovest vi è la presenza di una torre quadrata con tracce ancora visibili dell’antico sistema di
accesso con un ponte levatoio. Attraversata la porta
fortificata e superato l’ambito del borgo, dopo aver
percorso una scalinata in pietra, si accede all’ambito
del mastio e delle dimore signorili. L’accesso alla
parte alta avviene attraverso un passaggio lungo la
muraglia interna che divide l’ambito alto del castello
da quello degli edifici bracciantili.
Alcuni ambienti interni presentano soffitti lignei
alla sansovina un tempo forse dipinti e decorati con
fasce affrescate a motivo di ghirlanda o Fregi risalenti alla fine del XVI secolo e in alcuni ambienti
si possono osservare alcuni lacerti di affresco più
antichi. A seguito degli eventi sismici del 1976 il
castello ha subito notevoli danni: in particolare alla
parte sommitale del mastio con parziale crollo della
copertura e alle murature degli ambienti più antichi
della residenza.
Restaurato e conservato con molta cura dagli attuali
proprietari è oggi meta di numerosi visitatori ed
incontri culturali.
Daniela Omenetto e Nicola Badan
Palmanova è una città di fondazione veneziana che
si staglia sulla pianura friulana nella provincia di
Udine. Fondata nel 1593, fu dotata di due cerchie
di fortificazioni con cortine, baluardi, false braghe, fossato e rivellini a protezione delle tre porte
d’ingresso alla città; successivamente fu ampliata
durante il periodo napoleonico con la costruzione
della terza cinta. Le tre cerchie difensive conferiscono alla città fortezza la caratteristica forma di stella
a nove punte ed occupano un’area di 244 ettari di
terrapieni, fossati e gallerie.
Palmanova fu concepita come macchina da guerra:
il numero dei bastioni e la lunghezza dei lati furono
stabiliti in base alla gittata dei cannoni del tempo. Il
sistema urbano è caratterizzato da una piazza centrale esagonale, un tempo piazza d’armi che costituisce il fulcro dell’impianto urbano di tipo radiale
della città, con insule ritagliate da una rigorosa
geometria. Punto di contatto tra la città e la cinta
fortificata è dato dalla via delle Milizie, percorso
anulare che si sviluppa a ridosso della prima cinta
e del nucleo urbano.
Lo stato attuale del sistema fortificato di Palmanova
è esito di diverse fasi di costruzione e di trasformazione. La prima cerchia difensiva viene realizzata
dalla Repubblica Veneta dopo la fondazione, che
risale al 7 ottobre 1593. È composta da un sistema
di baluardi, cortine, gallerie di sortita che collegano
i baluardi alle cortine, tre porte urbiche al centro
della murazione ed un ampio fossato circostante.
Nove sono i baluardi che conferiscono alla città
fortezza la forma ennagonale: si tratta di terrapieni a forma di punta di freccia. In particolare la
muratura di incamiciatura che sostiene il terreno,
in corrispondenza dello sperone, ovvero la punta
della freccia, presenta un rivestimento fino alla
sommità in pietra calcarea. La muratura del sistema
baluardo-cortina, oltre lo sperone, è costituita da
una fondazione in blocchi di pietra cui segue un
rivestimento o incamiciatura del muro realizzato in
blocchi di pietra calcarea nella porzione sottostante,
per un’altezza di circa tre metri, e in muratura in
mattoni nella parte superiore.
La seconda cinta difensiva, realizzata dalla
Repubblica Veneta a partire dal 1664, in ragione
delle moderne tecniche di assedio e dell’aumento
della gittata dei cannoni, si corona di nove rivellini.
La realizzazione dei rivellini in asse con le cortine
comporta la modifica e dilatazione del tracciato
della strada coperta e del fossato. Le cortine, inoltre, vengono protette da un terrapieno antistante
al muro di scarpa, la falsabraga. Percorrendo una
breve galleria al centro della falsabraga è possibile
raggiungere il fossato al riparo dal fuoco nemico.
La struttura dei rivellini è costituita da fosse secche, postazioni di controscarpa e ali interessate da
piazze coperte per la concentrazione della cavalleria
prima delle sortite.
Sul muro di controscarpa, a protezione del lato
esterno del fossato, vengono realizzate delle aperture ad arco da cui si dipartono a raggiera le gallerie
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
sotterranee o “mine” per sventare quelle che il
nemico avrebbe potuto realizzare.
Al di sopra della piazza centrale del rivellino, il
terrapieno oltre la banchina laterale viene dotato di
una riservetta delle polveri in muratura, celata all’esterno da una montagnetta erbosa. La realizzazione
dei rivellini comporta un nuovo modo di accedere
alla città fortezza attraverso le antiporte presenti
nei rivellini antistanti le porte.
Con l’arrivo di Napoleone nel 1797 viene realizzata
la terza cerchia difensiva che si presenta come una
grande spianata leggermente pendente verso l’esterno. Vengono costruite nove lunette caratterizzate
al centro da una struttura difensiva denominata
caponiera, fiancheggiata da due casematte.
Nel corso dei secoli successivi la città fortezza ha
mantenuto la vocazione militare. Recentemente
Palmanova è entrata ufficialmente nella «tentative
list» Unesco all’interno della candidatura seriale
transnazionale a Patrimonio dell’umanità delle
«Opere di difesa veneziane tra il XV e il XVII secolo».
Daniela Omenetto e Nicola Badan
LAZIO
CASTELLO BRANCACCIO (SAN GREGORIO DA
SASSOLA)
Il castello Brancaccio di san Gregorio da Sassola
sorge sull’alto di una pittoresca rupe. Un primitivo
castrum venne costruito alla fine del VI secolo per
volere di papa Gregorio Magno, da cui il nome
al paese, che fu donato nel secolo successivo al
monastero di Sant’Andrea al Celio di Roma. Un
primo rifacimento fu effettuato nel Mille e più tardi, nel ‘200, dai monaci dell’abbazia di Subiaco. Il
castello, diventato strategico fortilizio nell’ambito
del controllo del bacino dell’Aniene, tra il XIII ed il
XIV secolo fu al centro di lotte per il suo possesso
tra gli Orsini e i Colonna. Nel 1434 il paese ed il
castello furono cinti sotto assedio da parte delle
truppe del cardinal Vitelleschi che, conquistato il
castello, venne concesso in vicariato nel 1458 a
Pietro Ludovico Borgia. Nei secoli seguenti, dopo
numerosi passaggi di proprietà, fu trasformato in
comoda residenza per volontà di due importanti
esponenti di due famiglie romane: prima il cardinale Prospero Publicola Santacroce e più tardi, alla
metà del ‘600, il cardinale Carlo Pio di Savoia. Si
realizzarono numerose migliorie e, dopo la grande
pestilenza del 1656, si edificò ex novo una parte
del borgo, oggi chiamato Borgo Pio. Alla metà del
XIX secolo il castello passò al duca di Uceda, Tirso
Telles Gyron, e fu sottoposto a un radicale restauro
che lo riportò all’originaria bellezza. Nel 1889 il
castello cambia nuovamente proprietario, passando
ai Brancaccio, i quali a loro volta operarono altre
trasformazioni con l’aggiunta di una nuova ala
posta ad oriente. Dai Brancaccio nel 1991 il castello fu acquistato dal Comune e sottoposto a nuovi
interventi di restauro. Il castello si presenta quale
frutto di oltre quattro diverse fasi di ristrutturazioni
avvenute dal Medioevo fino alla fine dell’Ottocento. Sorge ai limiti dell’abitato del paese ed è oggi
formato da una lunga facciata che prospetta verso
la piazza composta da due corpi separati da un
ponte e terminanti alle estremità con tre torri, due
quadrate e l’altra circolare. Il primo edificio, quello
occidentale, era il più antico mentre il secondo
venne edificato nel XIX secolo dai Brancaccio, che,
oltre ad aggiungere il cavalcavia, aggiunsero anche
la seconda torre per dare simmetria alla facciata.
Era originariamente preceduto da un ponte levatoio, da un cortile interno e da un’alta torre centrale
quadrata che assolveva alle funzioni di mastio. La
facciata si compone di un bel piano nobile con
finestre crociate e bella serliana centrale con un
piano ammezzato cieco e un secondo piano, culminanti con merlature di restauro. L’ingresso al cortile
avviene per mezzo di un portone a bugne ancora
preceduto da un ponte levatoio. La parte destra con
le due torri segue le curve di livello dell’abitato con
le fondamenta di queste poste ad un livello più basso e corrispondente a quello del fossato, mentre la
parte di sinistra, riedificata nell’Ottocento, oltre al
già citato cavalcavia con motivi neoromanici della
finestra bifora e delle arcatelle, presenta un edificio con finestre crociate e merlature. Alcune sale
interne sono degne di rilievo grazie alle decorazioni
ad affresco eseguite nel XVI secolo e attribuite ala
scuola degli Zuccari con le pitture delle sale delle
Tre Parche e di Aurora e Apollo, di ottima fattura,
mentre nella metà dell’Ottocento vennero qui trasferite quattro tele di Andrea Appiani datate 1784.
Sezione Lazio
27
S. Gregorio da Sassola (Rm).
Il castello, acquisito
dalla famiglia Brancaccio
nel 1889, mostra oggi
i segni evidenti
degli interventi di restauro
stilistico effettuati
durante l’Ottocento.
28
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
IL CASTELLO DI SERMONETA
Località di origine romana, Sermoneta, dagli inizi del XIII secolo, fu governata dalla famiglia
Annibaldi, che costruì un primitivo castello. Nel
1297 il feudo venne ceduto alla famiglia Caetani,
originaria di Gaeta. Fu proprio il Papa Bonifacio
VIII, il suo più celebre esponente, che ne trattò l’acquisizione, a favore del nipote Pietro.
I Caetani avviarono subito lavori di ampliamento e
di ricostruzione del castello che stravolsero completamente la preesistente struttura: al suo interno furono
eretti nuovi edifici con gli appartamenti privati, con
alcuni ambienti preziosamente affrescati, e vennero
innalzate le mura di cinta. Papa Alessandro VI Borgia
nel 1499 scomunicò, però, i Caetani e ne confiscò i
beni, ma la Rocca di Sermoneta resistè e fu occupata
solo nel 1500, dopo un lungo assedio. Il feudo fu allora trasferito a Rodrigo Borgia, figlio di Lucrezia e del
suo primo marito Alfonso duca di Bisceglie.
Cesare Borgia, detto il Valentino, fratello di
Lucrezia, e ispiratore della figura de Il Principe di
Machiavelli, adeguò la Rocca alle necessità militari
del tempo e il castello assunse l’aspetto poderoso e
imponente che tuttora conserva. I lavori compresero
un sistema di ponti levatoi, camminamenti di ronda
sulla sommità delle torri, feritoie per armi bianche e
da fuoco, e caditoie per liquidi ustionanti.
Nel 1504 Giulio II restituì Sermoneta ai Caetani che
tennero il castello fino al 1977, anno della morte
di Lelia Caetani, ultima discendente della famiglia.
Attualmente il complesso appartiene alla fondazione Roffredo Caetani, creata dalla stessa Lelia, che ne
promuove la diffusione e la valorizzazione.
Il cuore della Rocca è costituito dal Maschio, alto
più di 40 m, nucleo originario del complesso,
costruito dagli Annibaldi a fine Duecento, insieme
a una controtorre più piccola, il Maschietto. È un
capolavoro di architettura militare, composto di
blocchi di pietra calcarea con riquadrature, spigoli
e pilastri rifiniti a scalpello, porte ad arco ogivale
e bifore ornate da colonnine. Difficilmente espugnabile, la Rocca sui versanti nord e est è dotata
di altissime e spesse cortine oltre ad essere difesa
dal Maschio, dal Maschietto e dalla Torre della
Il castello Caetani a
Sermoneta (Lt),
si presenta oggi nella sua
veste cinquecentesca
tipica espressione
dell’architettura militare
di Transizione: torrioni
cilindrici scarpati con
elevati spessori murari,
merloni in luogo della
fragile merlatura
medievale, feritoie per
armi da fuoco. Il centro
abitato, dominato dal
complesso del castello,
si presenta ancora cinto
delle bellissime
mura rinascimentali.
Catalora. La grande piazza d’armi era il cuore della
vita cortese del castello che ospitò papi e imperatori.
Nella prima metà del Cinquecento, infatti, Bonifacio
Caetani accolse l’imperatore Carlo V con un seguito
di 1000 cavalieri e cinquemila fanti. Nello stesso
periodo fu ospitato anche papa Paolo III Farnese.
Nella seconda metà del secolo, la rocca tu teatro
di un altro avvenimento importante, solennemente
celebrato: il ritorno di Onorato IV Caetani, capitano
della fanteria pontificia, dalla vittoriosa battaglia di
Lepanto contro la flotta ottomana. Su una lato della
piazza d’armi insiste anche la cosiddetta casa del
Cardinale, fatta costruire da Alessandro VI nel 1500
per ospitare Cesare Borgia e sua sorella Lucrezia con
il piccolo Rodrigo, nominato signore di Sermoneta.
Il castello, nondimeno, continuò a mantenere una
funzione prevalentemente militare e nel XVI secolo, dato lo sviluppo dell’artiglieria, furono costruiti
lunghi camminamenti e merlature lungo le torri.
Intorno alla metà del XVII secolo è datato l’ultimo
intervento di fortificazione, con la realizzazione di
nuove mura fortificate tra il Castello e il baluardo
di San Sebastiano.
Inespugnabile per secoli, il Castello Caetani cadde
solo a fine ‘700, preso dalle truppe napoleoniche
che lo sottoposero a un duro saccheggio. L’armeria
fu distrutta e i 36 cannoni che difendevano il complesso furono requisiti dai francesi. La fortezza fu
trasformata in luogo di prigionia e andò incontro
a una progressiva decadenza. Solo agli inizi del
Novecento Gelasio Caetani, insieme ad altri membri
del prestigioso casato, intraprese l’opera di recupero
del sito riportandolo agli antichi splendori.
Antonella Delli Paoli
CASTELLO ORSINI CESI (SAN POLO DEI
CAVALIERI)
San Polo dei Cavalieri si erge a 700 metri sul livello del mare, alle pendici di Monte Morra e Monte
Gennaro, nel cuore del Parco dei Monti Lucretili.
Il suo elemento distintivo è il Castello, di notevole importanza strategica, che uno strano gioco
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
schi quasi certamente attribuiti allo Zuccari e al
Muziano, alleggerito dall’apertura di grandi finestre
su disegno del Guidetti, architetto dei Cesi: in particolare fu scelto da Federico Cesi, suo principe, il
“Linceo” come luogo di incontro, d’arte e cultura
per le ricerche e i cenacoli del Lincei, tra i quali
Faber, Stelluti e Galileo. Tutto durò fino al 1656,
quando un’epidemia di peste decimò il paese e
allontanò i Cesi dal Palazzo, poi venduto nel 1678
ai Borghese che lo tennero fino al 1860. Da allora
le vicissitudini del palazzo sono state molteplici,
finché, sul finire degli anni ‘50, l’architetto Brasini
ne cura un preliminare restauro. Circa trent’anni
dopo, il Castello, bisognoso di notevoli interventi
conservativi e di completamento, viene acquistato
da privati, i quali, nel più assoluto rispetto delle
strutture e con la supervisione della Soprintendenza
dei Beni Architettonici e Ambientali del Lazio,
ne promuove un profondo restauro conservativo,
strutturale e pittorico.
29
La possente mole
del castello Orsini Cesi,
che domina
il centro abitato
di S. Polo dei Cavalieri (Rm),
è caratterizzata da torri
a sezione circolare su
base scarpata, tipiche
dell’architettura militare
del XV secolo,
sulle cui superfici
si aprono numerose
feritoie orizzontali
per armi da fuoco.
Sezione Lazio
di tornanti e di alture nasconde o fa velocemente
vedere una volta lasciata la via Tiburtina. La mole
maestosa e compatta del Castello trasuda tutta
intera la storia che si è consumata al suo interno e
con i suo affreschi ed il suo Mastio ancora intatto
racconta secoli di vicende. Le destinazioni storiche
del manufatto, da quella missionaria e pionieristica
dei Benedettini di San Paolo fuori le Mura (1081),
quella agricola-militare degli Orsini (1390-1438) a
quella sfarzosa e scientifica dei Cesi (1558-1678) e
a quella minore dei “massari “ vengono distintamente percepite dal visitatore che riceve specifiche
suggestioni dalla monumentalità delle sue strutture
architettoniche e dagli affreschi cinquecenteschi.
È proprio in questo scenario naturale, tra i monti
a dominare le valli che la dividono da Tivoli e a
sorvegliare la Tiburtina Valeria che porta alla Roma
papalina, che i monaci benedettini di San Paolo
fuori le Mura, per esigenze difensive, fortificavano
l’antica torre di guardia che sorgeva al centro del
“Fundum Sancti Pauli in Jana”: siamo nel 1029.
Già nel 978 Benedetto VII riconfermava il “fundum”
ai monaci, il che fa presumere che l’antica torre già
esistesse, come adattamento, sin dal 604, di un’antica costruzione romana. La seconda fortificazione
della torre, e la trasformazione in “castrum”, avveniva per opera degli Orsini, che investiti feudatari
nel 1390 da Bonifacio IX, ultimavano le opere di
fortificazione e trasformazione della Rocca nel
1438, come conferma l’antica iscrizione del pluteale posto a fine lavori. Il 1558 segna l’inizio di
una nuova dinastia di San Polo: i Cesi. Comprato il
“castrum” per 7000 scudi, tramontata l’importanza
militare del luogo, lo trasformarono in Palazzo
Baronale per volontà del Cardinale Federico Cesi,
grande mecenate delle arti. Fu questo un periodo
di splendore per il Palazzo, arricchito dagli affre-
LIGURIA
CASTEL GAVONE (FINALE LIGURE)
Costruito alla fine del XII secolo contestualmente alla fondazione del sito fortificato di Burgum
Finarii, Castel Gavone sorge sul colle Becchignolo
che domina la valle del torrente Aquila e la Strada
Beretta, importante asse viario tracciato dagli
Spagnoli come collegamento tra il territorio milanese e la penisola iberica tramite il porto di Finale.
L’edificazione del castello ad opera di Enrico II Del
Carretto si collega alla crisi politica dei marchesi di
Savona in seguito alle rivendicazioni indipendentiste dei comuni di Savona e Noli, che li porta ad
attestarsi nell’entroterra finalese: qui si consolida il
Castel Gavone. Situato
nell’entroterra di Finale (Sv),
fu residenza dei Del
Carretto dalla fine
del XII secolo.
Ripetutamente distrutto
dai Genovesi, venne
ricostruito agli inizi
del XV secolo.
I ruderi dell’impianto
difensivo sono ancora
oggi fortemente
contrassegnati
dal torrione ogivale
con rivestimento
a punta di diamante.
30
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Il forte di Sarzanello (Sp),
si sviluppa
planimetricamente
a forma di triangolo
equilatero con torri
circolari ai vertici
dell’impianto. Ad esso
si aggiunge l’imponente
rivellino, anch’esso
triangolare, che
protegge e completa la
fortificazione,
splendido esempio
della “transizione”.
potere marchionale, in passato difeso dalle rocche
di Orco, Perti e Pia man mano abbandonate per
concentrare nel nuovo fortilizio le funzioni di residenza e rappresentanza.
Si presume che il nucleo originario del castello coincida con la caminata marchionalis citata
in un atto del 1188 e probabilmente sorta su
preesistenti fabbriche difensive. Danneggiato a
più riprese durante gli scontri che contrapposero
Finale a Genova, che temeva l’accresciuta potenza
del Marchesato per i propri traffici commerciali,
Castel Gavone è assoggettato nel 1340; solo alla
metà del XV secolo Galeotto Del Carretto, alleatosi
con Filippo Maria Visconti, riesce a sconfiggere
i Genovesi che avevano già quasi integralmente
distrutto il castello.
L’architettura è ricostruita dal successore di Galeotto,
Giovanni I, che riedifica anche la cinta muraria del
borgo. In questo periodo – secondo altri studiosi sul
finire del secolo, sotto Alfonso I – è inoltre eretta
la Torre dei Diamanti, caratterizzata da un raffinato rivestimento bugnato a punta di diamante; la
struttura è impostata su una pianta ad andamento
triangolare, con i lati curvilinei, detta a “becco di
sprone”: schema piuttosto diffuso in Francia, ma
unico episodio in Liguria, presumibilmente attribuibile al lombardo Bartolomeo Mutano.
Inglobato nella sfera di potere spagnolo agli inizi del
XVII secolo, Castel Gavone diviene residenza ufficiale del governatore don Pedro di Toledo dal 1602
al 1625. In seguito, preferendo gli altri Governatori
stabilirsi altrove, il castello è adibito ad alloggio di
270 soldati: ad est della Torre dei Diamanti sono
innalzati un torrione cilindrico e una bassa cortina,
mentre la cinta esterna è rinforzata con speroni
alla base degli antichi torrioni a pianta circolare.
Ulteriori modifiche si susseguono nel corso del tempo: nel 1642 si realizzano, sul versante meridionale,
un muro di pendio prolungato in un rivellino a
difesa dell’entrata del castello e verso occidente una
punta a “mezzaluna”. Nonostante le deboli difese di
Castel Gavone ne compromettano un ottimale uso
militare, gli Spagnoli continuano ad interessarsi ad
esso soprattutto dopo l’apertura della strada progettata dall’ingegnere Gaspare Beretta, che idea anche
gli ultimi rinforzi alla fortificazione.
Nel 1713, con la pace di Utrecht che sancisce la fine
del dominio spagnolo, Genova s’impadronisce del
Marchesato e nel 1715 ordina lo smantellamento
del castello. Nei due secoli successivi una sistematica spoliazione dei ruderi è operata dagli abitanti
del luogo, che riutilizzano elementi decorativi e
architettonici in nuove costruzioni.
Il castello è donato – nel dicembre 1989 – dalla
famiglia Cavassola, ultima proprietaria, al comune
di Finale Ligure.
Lavori di consolidamento e restauro sono stati eseguiti in vista di una futura destinazione del castello
a museo: oltre alla messa in sicurezza delle cortine
murarie, notevolmente compromesse dagli eventi
bellici e sismici, si è provveduto a un ripristino
delle opere architettoniche e delle decorazioni, considerando con particolare attenzione il rivestimento
della Torre dei Diamanti e gli affreschi interni. La
fruizione degli ambienti del castello è stata attuata
mediante passerelle aeree in acciaio, rifinite in
legno e pietra del Finale, e rampe e scalinate di
collegamento tra i vari livelli; un ascensore panoramico, indipendente dalle murature, è stato collocato
nella corte della residenza quattrocentesca.
Daniela Petrone
IL FORTE DI SARZANELLO (SARZANA)
II forte di Sarzanello è stato costruito su “modello” di Francesco di Giovanni di Matteo detto il
Francione (1425-1495) e di Luca del Caprina tra il
1492 e il 1502 su una preesistenza fortificata della
prima metà del XIV secolo al tempo del signore
di Lucca: Castruccio Castracani (mastio centrale
quadrangolare). È un forte triangolare con agli spigoli tre torrioni rotondi e con un grande rivellino
a forma triangolare inserito in un profondo fosso
asciutto trilobato. Rappresenta nel campo delle
fortificazione di “transizione” l’applicazione delle
teorie e dei modi di costruzione del fronte bastionato a puntoni rotondi a pianta triangolare indicate
nel Trattato sull’architettura militare di Francesco
dì Giorgio Martini (disegnati anche da Giuliano
da Sangallo nel Taccuino Senese: fortificazioni
triangolari: “stellari”) e attuati sia dal Francione
(sua ultima opera fortificala dopo Sarzana), sia
da altri componenti della sua bottega fiorentina.
Esempi importanti di un certo modo di costruire
l’architettura militare in funzione delle nuove armi
che possiamo far andare dalla rocca Costanza dì
Pesaro del Laurana, a quella di Senigallia, alla
rocca di Ostia del Pontelli a Volterra, a Colle Val
d’Elsa, dello stesso Francione, a Castel Sant’Angelo
di Antonio da Sangallo il vecchio, etc. fino alla
vicina grande fortificazione di Sarzana. Il forte di
Sarzanello nella sua tipologia è forse l’architettura
che meglio applica il concetto vitruviano di utilitas
– firmitas – venustas.
Anticamente il forte era chiamato rocca castri
Sarzana. Possedimento ora della Repubblica di Lucca
ora di quella di Pisa o del Dogato di Genova, solo nel
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
1468 insieme alla “terra” di Sarzana fu venduto per
tremila fiorini oro dal Doge genovese Tommaso di
Campofregoso alla Repubblica Fiorentina.
Tra il 1478 e il ‘79 approfittando dei torbidi avvenuti
a Firenze a causa della congiura dei Pazzi prima i
Marchesi Malaspina poi i Campofregoso riconquistarono Sarzana, ma non riuscirono a conquistare
il piccolo forte di Sarzanello che rimase in mano
fiorentina. Sembra che proprio in questa occasione
(1485) all’assedio di Sarzanello venisse usata una
galleria (guerra di mina) per far saltare il perimetro
fortificato dell’antico castello. Tale tecnica attuata
da Francesco di Giorgio Martini, (Castel dell’Ovo a
Napoli) per il cattivo funzionamento della “santabarbara”, non si risolse con la conquista del forte.
Nel 1484 i Campofregoso vendettero Sarzana alla
Compagnia genovese di San Giorgio scatenando una
nuova guerra che si concluse con la vittoria dei
Fiorentini (1487) che distrussero Sarzana e l’antica fortezza pisana di Firmafede, proprio partendo dal caposaldo di Sarzanello. Nel 1493 venne iniziata la costruzione del nuovo forte di Sarzanello dalla Repubblica
Fiorentina come proseguo della politica di espansione
voluta da Lorenzo il Magnifico (era morto l’anno prima) e dal Savonarola, dando l’incarico al Francione e
al Caprina. Nel 1494 il forte di Sarzanello era ancora
in costruzione (era da completare la parte del rivellino
triangolare) quando fu ceduto al re francese Carlo VIII
da Piero de’ Medici insieme con Sarzana e altri territori
per evitare il saccheggio di Firenze.
Nel 1494 il re francese cedette Sarzanello (e
Sarzana) al Banco Genovese di San Giorgio che
terminò la fortificazione con la costruzione del
rivellino secondo il primitivo modello del Francione
(15O2) dando l’incarico a Matteo Cividali.
Nel 1510 Marcantonio Colonna, capitano del Papa
Giulio II, cercò di conquistare il forte senza riuscirvi e questa fortificazione rimase sotto il dominio
genovese e sotto l’influenza dalla politica francese.
Nel 1747 il generale tedesco Wocter avendo i
Genovesi aderito alla Lega Cisalpina cercò di
conquistare il forte distruggendo il piccolo borgo
che si era formato vicino. Nel 1814, dopo la stella
31
Napoleonica che aveva decretato la sua distruzione,
entrò a far parte del Regno dei Savoia e nel 1837 fu
restaurato da re Carlo Alberto di Savoia.
Domenico Taddei
LOMBARDIA
CASTELLO PROCACCINI DI CHIGNOLO PO
Da ricerche storiche e documentali risulta che la
parte più antica del Castello, nato come fortezza su
un terrazzo naturale, è la grande torre, dalla quale
si poteva controllare un lungo tratto della valle del
Po (Cuneulus super Padum). Si ritiene che essa fu
fatta costruire da re Liutprando intorno al 740 d. C.,
allorché Pavia era capitale dei Longobardi, con lo
scopo di servire da fortezza di difesa e di presidio sul
Po e sulla Via di Monte Bordone, successivamente
denominata Via Francigena o Romea, che collegava
Roma con il Nord Europa. Re Berengario, nel 910
d. C., fece dono della Rocca ai monaci benedettini
dell’abbazia di Santa Cristina che era situata a pochi
chilometri di distanza, con la quale divenne un unico complesso. Nel 990 l’arcivescovo di Canterbury,
Sigerico, transitando dalla Via Francigena al suo
ritorno da Roma e diretto in patria, indica l’abbazia
di Santa Cristina, col suo castello, come la XL tappa
(mansione). Davanti al fortilizio, verso settentrione,
sorse il Borgo (Ricetto), che fu poi interamente
riedificato nel 1600. Esso si presentava come un
complesso urbano protetto da un fossato, da due
garitte e da quattro rivellini ai lati estremi. Nel 1251
l’abate di Santa Cristina nominò un feudatario al
governo del castello e degli estesi territori ad esso
annessi. Il castello, in poco tempo, a partire dal XIII
secolo, divenne uno dei maggiori feudi lombardi,
Prospetto principale
del Castello Procaccini
di Chignolo Po (Pv),
nella sua veste
di splendida residenza
settecentesca.
32
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Il castello
di Melegnano (Mi).
In primo piano
i resti del ricetto
risalente alla prima
metà del XIII secolo.
su cui si insediarono i Pusterla, fino a quando, nel
1340, tale famiglia fu coinvolta in una congiura
antiviscontea e ferocemente sterminata. Vennero in
seguito i Federici e i Cusani, i quali aumentarono al
massimo la potenza del castello, ricevendo altresì
continui privilegi e concessioni dall’imperatore e
dai duchi di Milano. L’investitura dei Cusani, quali
feudatari del castello di Chignolo, ebbe validità fino
al 1796, data in cui i feudi furono vennero soppressi
da Napoleone, dopo la rivoluzione francese. Dal
1700 al 1730 il castello fu ampliato e trasformato
da fortezza medievale in una vera e propria reggia
settecentesca, dove soggiornarono papi, imperatori,
re e arciduchi. Ad artisti di scuola tiepolesca fu
affidata la realizzazione dei dipinti e degli stucchi che impreziosiscono le sale di rappresentanza.
L’opera fu realizzata per volere e finanziamento del
feudatario dell’epoca, il cardinale Agostino Cusani
Visconti, tra il 1655 e il 1715, periodo in cui questi fu ambasciatore del papa presso la Repubblica
Veneziana ed alla corte di Luigi XIV a Parigi.
L’architetto romano Giovanni Ruggeri chiamò qui
maestranze, scultori e pittori veneziani e francesi
per la realizzazione del grande parco di oltre 30
ettari attorno al castello; l’edificazione, al centro
del parco, di un meraviglioso fabbricato barocco,
con laghetto antistante, denominato “Belvedere”
o “Tea House”; la costruzione di giardini, gazebi,
ninfei, statue e fontane a ridosso del castello; l’edificazione del cortile d’onore, adornato dallo stemma
cardinalizio, e dell’intera ala est, con scenografici
appartamenti per gli ospiti. Tra questi il famoso
“appartamento del papa”, dedicato a Clemente XI, e
la camera da letto in cui furono ospitati Napoleone
Bonaparte e l’imperatore d’Austria, Francesco I
d’Asburgo. Per queste grandiose opere, il castello
di Chignolo Po fu denominato “la Versailles della
Lombardia”. Il castello passò dai Cusani Visconti
ai Botta Adorno in seguito a matrimoni; fu quindi
devoluto al Sovrano Militare Ordine di Malta nel
1936. Ora appartiene alla famiglia Procaccini, il
cui giovane e dinamico figlio, dott. Alessandro,
dedica passione, tempo e finanze per valorizzare
e rivitalizzare il complesso castellano con lodevoli
iniziative culturali e promozioni turistiche.
Pier Franco Dallera
IL CASTELLO DI MELEGNANO
A Melegnano, sul terrazzamento alluvionale del
Lambro posto a occidente del fiume e a mezzogiorno del borgo murato, viene innalzato nel 1243
un ricetto. Restano oggi, a testimonianza di questa
prima fortificazione, gli spalti intorno al castello e i
circostanti fossati. Come attesta la mappa del 1722,
i fossati si collegavano a quelli che circondavano
in parte il borgo murato, determinando così un
organico legame tra le difese dell’abitato e quelle
del ricetto.
Con l’avvento della signoria viscontea si deve a
Matteo Visconti, all’incirca verso il 1280, l’innalzamento, in prossimità dell’ingresso del preesistente
ricetto, di una rocchetta o forse anche l’ampliamento del ricetto stesso, opere alle quali presumibilmente risalgono le tre arcate a sesto acuto in
mattoni incorporate nel muro adiacente allo scalone al piano terreno del palazzo mediceo. Nel quadro
dell’espansione territoriale del dominio visconteo,
nella seconda metà del Trecento vengono innalzati
numerosi castelli, quale affermazione, anche sotto il
profilo dell’immagine, della presenza della Signoria.
Tra gli importanti castelli realizzati da Bernabò
Visconti nel settore orientale dello stato milanese
rientra quello di Melegnano, fatto costruire tra il
1350 e il 1380 sul luogo del preesistente ricetto.
Nel medesimo periodo sempre Bernabò fa innalzare
i castelli di Trezzo e di Lodi pure sul luogo di fortificazioni preesistenti e quello di Somaglia sopra
un rilievo naturale in vicinanza del Po. La consorte
Regina della Scala fa nel contempo costruire il
grande castello di Sant’Angelo Lodigiano e quello
di Pandino, oltre l’Adda, in terra cremonese.
Si ritiene che il castello di Melegnano fosse soprattutto destinato alla residenza e allo svago, tenuto
conto dell’intensa attività venatoria praticata dai
signori di Milano in queste zone a quel tempo assai
ricche di boschi, mentre il castello di Pandino era
stato concepito come attraente dimora campestre.
Non a caso il singolare percorso in rettifilo voluto
da Bernabò per un diretto collegamento tra i due
suddetti castelli, la famosa “strada pandina” che
in forma autonoma e decisa scavalca Lambro e
Adda, manifesta chiaramente la volontà di un forte
e immediato legame tra i due edifici. Ne restano
consistenti testimonianze negli attuali percorsi viari
Melegnano-Mulazzano-Villa Pompeiana e in quello,
oltre l’Adda, Spino d’Adda-Nosadello-Pandino. Sul
piano tipologico quello di Melegnano ripropone il
modello dei grandi castelli viscontei di pianura fioriti nella seconda metà del Trecento: un organismo
quadrangolare costituito da quattro corpi di fabbrica
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
racchiudenti una corte, rafforzato da altrettante torri
sporgenti sugli spigoli, dotato di portici e logge verso
la corte e di grandi finestre a bifora dalle elaborate
cornici laterizie sulle facciate esterne. Veri e propri
palazzi, in fatto di espressione architettonica, ai quali
merlature e cammini di ronda, rivellini, ponti levatoi
sugli ingressi e circostanti fossati conferiscono la
caratteristica immagine di palazzo fortificato. Un
modello che trova nei castelli di Pavia e di Pandino
l’espressione più compiuta e significativa e, nella
rigorosa adozione geometrica del “quadrato”, quasi
un’anticipazione di tipologie rinascimentali.
L’originario organismo visconteo del castello di
Melegnano è ancora oggi percepibile, sebbene
mutilato del corpo di fabbrica meridionale, delle
due torri d’angolo e di un consistente tratto del
corpo occidentale. Anche la sua trasformazione
in palazzo intrapresa da Gian Giacomo Medici
nel 1532, benché assai incisiva nelle sue strutture edilizie, non ne ha completamente occultato
l’immagine di castello, parzialmente riconoscibile
dall’esterno sulle fronti del corpo di fabbrica e delle
torri settentrionali, seppur cimate. Ulteriori segni
dell’originario castello di Bernabò Visconti sono le
volte a crociera costolonata a copertura del vano al
piano terreno della torre occidentale e la sua scala
ricavata nello spessore del muro interno, strutture
e metodi costruttivi che si ritrovano analoghi nel
castello di Pavia.
Antonello Vincenti
LE FORTIFICAZIONI DI PIZZIGHETTONE
Pizzighettone sorge sulla sponda sinistra dell’Adda
fronteggiato, sulla sponda opposta, dal corrispondente nucleo fortificato di Gera. Sfruttando le particolari difese naturali dovute alla confluenza del
Serio Morto con l’Adda, il luogo venne munito di
castello e mura dal secolo XII.
I Visconti nella seconda metà del Trecento potenziarono e nella prima metà del Quattrocento rafforzarono le mura del borgo.
Con gli Spagnoli, Pizzighettone assume il ruolo di
antemurale della capitale Milano in contrapposizione a Venezia. A partire dalla seconda metà del sec.
XVII (1648), a seguito della decisione del governo
spagnolo di organizzare le “difese ai confini” del
Ducato, furono realizzati importanti aggiornamenti
dell’assetto degli apparati difensivi di Pizzighettone
e di Gera, che assunsero il ruolo e la dimensione di
“piazzaforte”, e la rettificazione del corso dell’Adda.
Sotto l’Austria e per ordine di Carlo VI, fu dato
corso nel 1720 ad una riforma generale delle fortificazioni di Pizzighettone, con la costruzione di una
cinta bastionata ad occidente dell’abitato di Gera e
con il rafforzamento delle mura viscontee, con l’aggiunta di una corona di casematte in muratura, di
apprestamenti difensivi e di un’ampia fossa fortilizia esterna. Questo assetto difensivo, continuamente aggiornato, nella seconda metà del secolo XVIII
fu da Giuseppe II fatto parzialmente smantellare e
trasformare in carcere militare, mentre il castello fu
33
Veduta aerea
delle fortificazioni
di Pizzighettone (Cr),
unico esempio di cinta
difensiva pressoché
conservato in provincia
di Cremona, con in
primo piano il rivellino
semicircolare.
adibito a casa di lavoro per gli ergastolani. Negli
ultimi anni del Settecento i “venti di guerra” e
l’occupazione dell’armata napoleonica imposero un
aggiornamento della “piazzaforte” con demolizioni
negli anni 1802-1804 e, sotto il governo AustroUngarico, negli anni 1835-1841.
Con l’armistizio di Villafranca, Mantova e il Veneto
rimasero territorio austriaco, per cui su decisione
del Generale Lamarmora le difese della piazzaforte
furono ripristinate e rafforzate con l’inserimento
di nuovi bastioni, trincee e con la costruzione nel
1860 di un forte sulle alture retrostanti al Roggione.
Dopo il trasferimento della capitale del Regno d’Italia dapprima a Firenze, indi a Roma, nel Novecento,
durante le guerre mondiali, il complesso di apprestamenti fu declassato e destinato a deposito e
magazzino militare.
In questo plurisecolare (otto secoli) percorso di militarizzazione dell’abitato di Pizzighettone occorre
segnalare – accanto alle lungimiranti volontà dei
governi e dei politici dei diversi Stati nei quali era
collocato Pizzighettone, alla validità e funzionalità
delle scelte politico-militari di queste località –
l’importanza degli architetti, ingegneri militari e
matematici, tra i più significativi non solo a livello
italiano, i quali hanno progettato, realizzato e conservato architetture militari.
Tra questi si citano G. Meda (1534-1599), G. B. Clerici
(1542-1602), P. A. Barca (†1636), G. B. Barattieri
(1601-1677), F. Prestino (†1648), A. Campione (sec.
XVII), G. Beretta (1624-1703), P. F. De Bohn (†1759),
N. Baschiera (sec. XVIII), J. R. Von Spallard (†1769),
L. Chasseloup e G. Rossi (secc. XVIII-XIX).
Nel 1992 un efficiente sodalizio di cittadini denominato “Gruppo Volontari Mura” si è dedicato con
continuità al recupero, manutenzione, valorizzazione e gestione delle fortificazioni di Pizzighettone
34
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
e Gera, realizzando anche un Museo in accordo
con l’Amministrazione comunale, la Provincia di
Cremona, la Soprintendenza e la sezione Lombardia
dell’Istituto Italiano dei Castelli, l’Archivio di Stato
di Cremona, e dell’Associazione Provinciale delle
Città murate e castellate della Provincia di Cremona.
Gianfranco Gambarelli
MARCHE
LA CITTADELLA DI ANCONA
Cittadella di Ancona.
Particolare sangallesco
con la caratteristica
cannoniera utilizzata per
tiri offensivi verso il porto.
Sul preesistente cassero malatestiano (1348),
Antonio da Sangallo il Giovane disegnò una rocca
bivalente: adatta a difendere ma principalmente a battere la città appena sottomessa al Papa.
L’invio di Antonio da Sangallo in Ancona per
un primo sopraluogo sul terreno fu notificato dal
papa Clemente VII Medici il 19 gennaio 1532. Il
Sangallo tornò a Roma dal sopraluogo riportandone numerosi schizzi e disegni e rilievi, suoi e dei
suoi collaboratori Bartolomeo de’ Rocchi e Antonio
Labacco. Iniziata sotto la sua direzione (targa con
iscrizione apposta sull’ingresso con la data 1533) la
rocca venne in parte modificata nel baluardo della
Punta da Pierfrancesco da Viterbo (1536-37), alla
morte del Medici e per conto di Paolo III Farnese.
Il Sangallo, riconfermato poi dal nuovo papa, la
riprese e la continuò poi saltuariamente (1536-38)
realizzando sette diversi bastioni a diverse quote:
la Tenaglia, la Punta, il Giardino, il Cavaliere a
basso (poi Gregoriano), la Campana, la Forbice e
la Guardia. Il cantiere proseguì poi sotto il senese
G.B. Pelori (1540-45) che impostò, forse per primo,
l’embrione concettuale del suo ampliamento a sudest con l’enorme Tenaglia bastionata. L’urbinate
Francesco Paciotto, in Ancona nella primavera del
1550, rileverà la non corrispondenza dei lavori del
Pelori agli aggiornati criteri della difesa bastionata
a tenaglia, della quale lui stesso sarà uno dei più
brillanti teorici e realizzatori. Nel 1560 abbiamo
la breve direzione di Pellegrino Tibaldi. Nel 1562
sarà la volta del cortonese Francesco Laparelli
nella veste di revisore delle rocche dello Stato
Pontificio, che loderà quanto sino allora fatto ma
lamenterà i lati deboli sul fronte terraneo verso
sud-est. Nel 1567 l’architetto anconitano Giacomo
Fontana dichiara di aver fortificato in terra, per Pio
V, la Tenaglia “designata dal Cavalier Paciotto”,
confermandoci l’ipotesi essere questa stata di suo
originario progetto, e di aver fatto un modello in
legno del Campo Trincerato. Ancora il Paciotto
(1571-75) condurrà a termine il vasto progetto di
circuito bastionato a cinque baluardi (il Campo
Trincerato), ampio quattro volte la Rocca sangallesca che ne verrà inglobata e posta a suo cavaliere
dell’angolo sud. Alla fine del XVI secolo la fortezza
era costituita da un corpo poligonale sul quale si
proiettavano all’esterno sette bastioni a varie quote
e di varia forma, abbiamo dal quadrante nordest: la Tenaglia, la Punta (poi Barberino); sud-est:
il Giardino; sud-ovest: il Cavaliere a basso (poi
Gregoriano); nord-ovest: la Campana, la Forbice, la
Guardia. Le parti della rocca attribuibili al Sangallo
rimasero senz’altro la soluzione della “forbice”, con
le cortine piegate a doppio risvolto concavo-convesso fra i baluardi ad evitare tiri delle cannoniere
di reciproco danno, soluzione qui ripetuta due volte
e che compare già nei suoi disegni; parimenti suo
è il tipo della cannoniera “a campana”: struttura
trapezia ad arco depresso, di sezione interna tronco
piramidale e cornice esterna a becco di civetta, che
compare nelle forbici e nel bastione che ne deriva il
nome; suo dovrebbe essere anche il Gran baluardo
del Giardino, elemento qualificante e strategico
– caput di tutto il complesso – per essere rivolto
verso la strada di principale accesso alla città. Resta
tuttavia qui, del Sangallo, la potente intuizione
plastica dell’insieme, organicamente “ammorsato”
all’orografia del sedìme e la sapiente ed intuitiva
individuazione strategica del luogo (parte essenzialmente progettuale nell’architettura militare)
nei modi a lui consueti. Tutto ciò rende la Rocca
di Ancona una fortificazione anticipatrice ed originale nella sua logica militare inclusiva, che non
rinuncia né alla stringente “concretezza” dell’approccio quattrocentesco di un Francesco di Giorgio
né all’armonia del “disegno” architettonico: tema
che, pochi anni più tardi, renderà un tema progettuale così drammatico e funzionale un oggetto di
superflua esercitazione trattatistica.
L’aggiunta alla Rocca di Ancona del Campo
Trincerato – che, inglobandola, la renderà una vera
“cittadella fortificata” – costituisce, assieme alla
sangallesca Rocca Paolina di Perugia, uno dei più
vasti ed innovativi progetti militari del secolo.
Fabio Mariano
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35
LA ROCCA DI MONDAVIO
Il “monte degli Uccelli” (Mons Avium), insediamento di origine romana, fu dei Malatesta con alterne
vicende sin dal XIV secolo (ante 1316). Di una vera
e propria fortificazione isolata (cassero) si parla
però soltanto dal 1392; nel 1396 abbiamo infatti
pagamenti da parte di Pandolfo III Malatesta per
lavori sulla torre, nella cisterna, sulle porte e sul
ponte del Cassero, per forniture di materiali edilizi
vari, ed in particolare per coppi, che ci consentono
di intuire il completamento della fortificazione a
quella data. Ma sarà Sigismondo a dare consistenza
ad una vera rocca che farà completare da un M°
Guido da Orciano e da un M° Pace, muratori, e sulla
quale farà apporre le sue insegne dipinte in vari
luoghi dal pittore M° Giorgio nel luglio del 1442.
La città rimarrà al Malatesta sino all’ ottobre 1474,
quando Sisto IV ne investì come suo Vicario il
nipote Giovanni della Rovere, genero di Federico da
Montefeltro. Questi vi eresse quindi – con la spesa
di circa 31.000 scudi – la nuova rocca su disegno
di Francesco di Giorgio Martini la quale, assieme
a quella di Cagli, è l’unica rocca certa superstite
del suo catalogo marchigiano. La descrizione verbale e grafica che Francesco ne fa nel suo Codice
Magliabechiano (f. 70v) ci illustra quanto il progetto
risulti modificato nella effettiva sua costruzione:
manca infatti uno dei torrioni sulla cinta sud; la
base dell’alto mastio poligonale ruotato, con galleria anulare di servizio per i bombardieri ai pezzi, fu
poi rincamiciata in muratura.
L’elemento preminente della attuale configurazione
della rocca è senz’altro il mastio, ritmato da lunghi beccatelli, che ingloba una preesistente torre
quadrangolare – forse malatestiana – attorno alla
quale si sviluppa il corridoio poligonale di servizio
per i bombardieri ai pezzi davanti alle casematte
con troniere, che si presentano di due tipi diversi.
L’incamiciatura esterna, con dieci facce (invece delle otto descritte da Francesco), presenta una parte
convessa a sei facce rivolta ai quadranti nord-est e
sud-est (l’unica con sottile cordolo laterizio di stacco
con la scarpatura, oramai solo esornativo), ed una
parte concava, a quattro facce, con andamento “ad
ali di gabbiano” rivolta all’ingresso. Caratteristica è
la rotazione delle facce poligonali della torre dalla
base alla sommità, con l’evidente intento di aumentarne la capacità di deviazione dei proiettili. La
supposta prima stesura costruttiva, con la torre più
magra, avrebbe avuto dei capannati a lancia posti
alla base (caponiere) poi inglobati, in una seconda
fase evolutiva, dal ringrosso con le nuove murature
a rotazione, come farebbero supporre alcune feritoie bombardiere accecate all’interno delle attuali
camere di scoppio. Alla luce delle informazioni nei
Trattati del Martini, delle analisi tipologiche e delle
varie fasi costruttive, si può oggi indicare un arco
di costruzione che va dal 1491 al 1501, data che
coincide con la contemporanea scomparsa del progettista e del suo committente. Seppure incompiuta
rispetto al disegno martiniano, la rocca ci appare
oggi come una gigantesca ed articolata macchina
da guerra, fortuitamente preservata nelle sue strut-
ture dal mancato battesimo del fuoco, dovuto forse
proprio al fatto di essere stata resa più innocua da
Guidubaldo da Montefeltro, in vista dell’avanzata di
Cesare Borgia (1502), con la demolizione preventiva
di alcune sue parti funzionali.
La Rocca di Mondavio, con le sue superfici murarie,
formate da spessori massicci avvitati a geometrie
complesse e “ritardanti” l’impatto balistico, l’impianto articolatissimo ma organicamente compatto
e gerarchicamente comandato dalle varie parti
difensive – che consentiva a pochi uomini di tenere
l’intera piazzaforte, la quale tuttavia non poteva essere smembrata in organismi neutralizzabili
separatamente – ne fanno il capolavoro estremo
dell’architettura militare italiana cosiddetta di transizione, antecedente all’adozione sistematica del
fronte bastionato.
Fabio Mariano
LA ROCCA COSTANZA A PESARO
La Rocca Costanza di Pesaro afferisce al modello
di “rocca di pianura” rinascimentale a pianta quadrata. Sappiamo che i lavori di sterro e fondazione
della rocca furono iniziati nella primavera del 1474
(dopo lavori di bonifica iniziati sul terreno sin dal
1473), nell’area dell’antico cimitero israelitico a
cavallo dell’angolo orientale della medievale cinta
malatestiana, che venne in quel punto abbattuta
per farle posto. La moderna fortificazione sorgeva
a potenziamento di un vertice nevralgico delle
mura pesaresi, sia a controllo diretto della Flaminia
presso la porta Fanestra e sia a controllo della
sponda sinistra dell’antico porto medievale sul torrente Gènica, ruolo nel quale sostituiva – in parte
inglobandolo – l’avamposto malatestiano medievale
del “Tentamento”. La convenzione d’appalto per
la costruzione venne stipulata il 10 febbraio 1474
L’elemento
più importante della
Rocca di Mondavio (Pu)
è senza dubbio
rappresentato dal mastio,
che presenta otto facce
irregolari che tendono
a configurare un
avvitamento dal basso
verso l’alto della struttura.
Il mastio, che ingloba
una torre quadrangolare
preesistente, risulta
complessivamente
costituito da cinque piani
sovrapposti con numerose
bombardiere che
si aprono ai vari livelli.
36
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Pesaro (Pu).
La Rocca Costanza
appartenne sin dagli inizi
al vertice sud – ovest
dell’antica cinta
difensiva cittadina.
È orientata sui quattro
punti cardinali con
torrioni cilindrici ai
vertici, scarpati e spartiti
da toro lapideo come
le cortine ma parimenti
mancanti d’apparati a
sporgere (demoliti?).
È un esempio
molto interessante
dell’evoluzione
dell’architettura militare
nella seconda metà
del XV secolo.
col fiorentino M° Giorgio Marchesi da Settignano
che si impegnava a realizzarla modis, forma ac
designis, cioè secondo un progetto allegato del
quale non si specifica la paternità. Il 3 giugno 1474
Costanzo Sforza, signore di Pesaro, pone la prima
pietra sotto il torrione di levante, già fondato dal
Marchesi e dal figlio Antonio in terreno infido ed
acquitrinoso, soggetto alla risacca salmastra, con
una perizia che ancora oggi sfida i secoli. I maestri
fiorentini condussero la parte più ostica del cantiere
sino al settembre 1475 quando, per improvvisi ed
insondabili contrasti economici, vennero costretti
ad abbandonare l’impresa e sostituiti da altre maestranze. Il 22 giugno dello stesso anno, ad opere
murarie verosimilmente avanzate, si commissionano
ad un M° Matteo di Giorgio da Pola le pietre lavorate dei cordoni, delle bombardiere e delle finestre
nella rocca; il 20 febbraio del 1478 lo stesso Matteo
si impegna a fornire le pietre per i beccatelli; il 12
febbraio del 1479 lo stesso Matteo si impegna per
una grossa fornitura di parti lapidee per la rocca e
per le stanze del cortile, da consegnare in quattro
anni. Spesso nel contratto si specifica “...secondo
la sagoma facta et come appare nel desegno...”.
Credo sia significativo sottolineare, di fronte a tale
messe di elementi architettonici in produzione, che
nel 1476 (24 ottobre) Luciano Laurana e Cherubino
di Giovanni da Milano muratores erano saldati con
dieci ducati d’argento per la direzione lavori sin lì
svolta assieme; il pagamento testimonia la incontrovertibile responsabilità progettuale del Laurana
nella finitura architettonica della rocca, assieme a
Cherubino che, alla morte di Luciano (1479) la completerà. Costanzo muore il 4 luglio 1483 e, nel 1489,
salì al potere il figlio naturale Giovanni. La rocca fu
occupata da Cesare Borgia nell’ottobre del 1500 che
la munì di fossato (1503) e ne fece redigere il noto
disegno da Leonardo da Vinci. I lavori alla rocca
da parte di Giovanni sono riassunti nel 1505 dalle
due iscrizioni apposte nel cortile, che ci informano
che questi – patria recepta – bonificò il sedìme circostante la rocca, ne completò il fossato su quattro
lati quindi, dopo aver armato i bastioni con moderne
cannoniere orizzontali da brandeggio, pose mano ai
decori del cortile e delle residenze, cui parteciperà
anche Girolamo Genga (1505). Recenti studi e restauri (Mariano, “Castellum” n.40/1999) hanno appurato
la preesistenza del Mastio malatestiano scarpato (lato
NE), poi mantenuto a ricetto isolato dalla piazza
d’armi interna da un contro fossato passante munito
di levatoio, all’epoca di Costanzo.
Rocca Costanza, con la sua indubbia prevalenza
formale, si configura come il primo ed più significativo manufatto fortificatorio marchigiano nell’ambito del tipo della rocca di pianura, a quadrilatero
con torrioni cilindrici angolari, che tanta fortuna
avrà nello scacchiere Riario-sforzesco in Emilia
Romagna e nelle Marche con l’epigona rocca di
Senigallia. Nonostante le ristrutturazioni e la perdita della originaria configurazione quattrocentesca,
la rocca pesarese, anche per precocità, assume
quindi una rilevanza tipologica di livello nazionale
che, tramite i disegni di Leonardo, giungerà sino
in Francia, a configurare il castello di Chambord
presso Amboise, nel 1518.
Fabio Mariano
MOLISE
IL CASTELLO DI CIVITACAMPOMARANO
È situato su un grande banco di arenaria nell’entroterra molisano nella valle del Biferno. Da qualche
decennio appartiene al Demanio dello Stato che ne
ha promosso il restauro attraverso il Ministero per
i Beni Culturali. Poco si sa delle sue origini, ma la
circostanza che nella Cronaca Cassinese all’anno
993 si richiami la donazione del presbitero Pietro di
una terra alla chiesa di S. Maria intus Civitam betere
Campo Maurani ragionevolmente fa ritenere che
già in epoca tardo longobarda esistesse una struttura fortificata le cui tracce si sono definitivamente
perse negli adattamenti dei tempi seguenti.
Dal Catalogus Baronum il feudo di Civitacampomarano
risulta avere una certa consistenza nella prima metà
del XII secolo, sebbene nulla si conosca della struttura muraria normanna che, presumibilmente, era
un adattamento di un impianto quasi quadrato
posto nella parte apicale dell’abitato: Matheus filius
Justasine tenet de eodem Hugone filio Acti Civitatem
Campi Marini, et Casale Mirabellum quod est sicut
ipse dixit feudum ij militum...
Sicuramente grandi trasformazioni, con l’aggiunta di quatto torrioni circolari, sono riconducibili
al XIV secolo. Sappiamo che all’epoca di Carlo
d’Angiò Civitacampomarano fu assegnata a Paolo
Marchisio per passare ai tempi di Carlo lo Zoppo
nel dominio dei del Balzo. Tuttavia è da ritenere che
solo durante il regno di Roberto d’Angiò il castello
abbia assunto la forma turrita che ancora si riconosce, nonostante le trasformazioni successive.
Carlo III di Durazzo (1381-1386) assegnò Civita
alla moglie Margherita, che, dopo averla tenuta
per un decennio, la cedette a Iacopo di Marzano.
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Alla fine del regno angioino il castello era della
famiglia Zurlo. Una sostanziale trasformazione del
sito è riconducibile al periodo immediatamente
successivo all’ascesa di Alfonso d’Aragona al trono
di Napoli subito dopo la storica battaglia di Sessano
del 29 giugno 1442 della quale fu protagonista
Paolo di Sangro al quale Civitacampomarano fu
assegnato nel 1443.
Lo stemma posto sul portale catalano del lato
orientale del castello riconduce proprio a PAULUS
DE SA(ngro) la committenza dei grandi lavori di
adattamento alle nuove esigenze militari.
Paolo di Sangro, già al servizio di Antonio Caldora,
capitano dell’esercito angioino, era passato nel
1442 al servizio di Alfonso I d’Aragona durante il
decisivo scontro di Sessano. Il suo cambio di campo, che fu determinante per la vittoria di Alfonso,
si legge nel suo stemma di tre bande di azzurro in
campo di oro sottoposto al grande drago alato che
regge tra gli artigli due gigli francesi capovolti.
Il carattere catalano, però, non si ritrova solo nei
riferimenti araldici ed ideologici, ma anche negli
elementi stilistici dell’arco che si inquadra nella
grande produzione di portali ad arco ribassato con
una cornice tagliata a manubrio, che costituì un
vero e proprio marchio della presenza aragonese
nell’Italia Meridionale.
Il 1 novembre del 1450, Paolo Sangro sicuramente si trovava nel Castello di Civitacampomarano,
in quadam camera dicti castri a latere sale ipsis
versus septentrionem, per sottoscrivere il contratto
di matrimonio di sua figlia Altabella con il conte
Cola di Monforte. Non si conosce esattamente la
data della morte del di Sangro. Secondo alcuni
sarebbe morto in uno scontro con i Fiorentini nel
1454. Secondo altri sarebbe invece morto nel 1460.
Sicuramente seguì personalmente le trasformazioni del castello che fu anche la residenza della
sua famiglia. Secondo G. Palma le parti aggiunte
rivelano una forte influenza delle tecniche militari
applicate da Francesco Di Giorgio Martini alle sue
architetture. Di particolare interesse non solo la
complessa articolazione del sistema delle bocche
di fuoco, ma anche il disegno delle feritoie che
presentano elementi originali per la tenuta delle
armi che non sembrano ritrovarsi in altre strutture castellane dell’epoca.
Franco Valente
CASTELLO DI VENAFRO
Il Castello di Venafro appare oggi come la somma
di una serie di trasformazioni conseguenti alle
numerose vicissitudini amministrative e politiche
dei signori che lo hanno posseduto.
Pandolfo I Capodiferro, attribuiva nel 954 la Contea di
Venafro a Paldefredo, cui va ricondotta la vera fondazione del Castello comitale con la decisione di andare
ad occupare quella parte fortificata dello spigolo settentrionale della Venafro romana, di cui rimanevano
le tracce di murature ciclopiche. In epoca normanna il
nucleo quadrangolare si dotò di piccole torri d’angolo
che sopravvissero nel 1193 al saccheggio di Bertoldo,
alla testa di soldati tedeschi e fiorentini.
Una seconda distruzione si registrò qualche anno
dopo, quando nel 1201 Marcovaldo, ricevuta in
concessione dall’imperatore la Contea di Molise,
con le truppe papali saccheggiò e incendiò il nucleo
abitato. Federico II visitò la città nel 1222, e decretò, probabilmente, la dismissione del castello per
potenziare quello vicino di Presenzano cui venne
assoggettato per le riparazioni.
Nel 1349 l’abitato di Venafro fu scosso da un
disastroso terremoto che lasciò in piedi solo la
Cattedrale. Posteriore a tale episodio sono dunque
le tre grandi torri circolari aggregate alla struttura
longobarda in sostituzione di quelle normanne che,
già rese inservibili da Federico II, furono definitivamente eliminate. Nel 1443 la Contea di Venafro
veniva nella mani di Francesco Pandone, che iniziò
una sostanziale trasformazione con la realizzazione
del salone di rappresentanza, sul cui ingresso fece
apporre un architrave in pietra di San Nazzario con
lo stemma della casata, e l’avvio dello scavo del
grande fossato. Francesco e suo nipote Scipione, che
ereditò la contea di Venafro nel 1457, non riuscirono a terminare le opere di ampliamento del fossato
e della braga di difesa. Si completarono, però, i due
accessi dotati di alti ponti levatoi. La braga merlata
fu realizzata solo nella parte meridionale.
Nel 1487 l’Università di Venafro ricorreva al re per
protestare contro Scipione che pretendeva denaro
e mano d’opera dai cittadini per il restauro del
Castello. La fine del secolo XV segnò anche per il
Castello di Venafro la conclusione di una serie di
interventi tutti finalizzati ad adattare la struttura
a scopi militari. Nel 1498 Carlo Pandone morendo
lasciava erede della Contea il figlio Enrico, ancora
minore, che nel 1514 sposava Caterina, figlia di
Gianfrancesco Acquaviva d’Aragona. Insieme abitarono il Castello di Venafro fino al 1528 quando il
37
Il castello
di Civitacampomarano (Cb)
si presenta oggi nel suo
aspetto quattrocentesco
frutto dell’adeguamento
aragonese del
preesistente impianto
angioino di cui è
perfettamente ancora
leggibile l’impianto.
38
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
In questa immagine del
castello di Venafro (Is),
è possibile osservare
la falsabraga che
raddoppia le difese del
castello sul versante
meridionale, espressione
degli adeguamenti tardo
quattrocenteschi
che interessarono
numerose fortificazioni
del Regno di Napoli.
conte, prigioniero a Napoli, fu decapitato per essersi
schierato a favore del visconte di Lautrec.
Dal 1520 al Castello furono apportate sostanziali
modifiche per renderlo una struttura palaziata con
un grande giardino all’italiana sul lato orientale e
un luminoso loggiato a occidente.
Ma, oltre le trasformazioni architettoniche, Enrico
Pandone curò che si decorasse tutto il piano nobile
del Castello con un ciclo di raffigurazioni interamente dedicate ai suoi cavalli. Tra i cavalli rappresentati anche quello donato a Carlo V per ringraziarlo della concessione della contea di Boiano.
Dopo la decapitazione del conte per alto tradimento,
il castello cambiò spesso i suoi titolari: Filiberto di
Chalon (1528), Pompeo Colonna (1530), Giovanni
Colonna (1532), Francesca Mombell, vedova del
vicerè Carlo Lannoy (1533), Filippo Lannoy (1552),
Carlo Lannoy (1559), Orazio Lannoy (1568), Filippo
Spinola (1582), Ambrogio Spinola (1584), Michele
Peretti (1606), Francesco Peretti (1631) Maria Felice
Peretti (1632), Giulio Savelli (1656). G. Battista
Spinelli (1690) G. Battista di Capua (1698). Nel
1711 G. Battista vi avrebbe dovuto sposare Vittoria
Piccolomini, ma la morte improvvisa non gli permise di “rassettare il palazzo” per quell’evento.
Da allora il Castello è andato sempre più perdendo
il carattere di opera significativa per la memoria
storica della città. Quando sembrava condannato a
un inesorabile decadimento, acquisito al Demanio
dello Stato, sono iniziate le opere di restauro per
ospitare una importante Pinacoteca.
Franco Valente
PIEMONTE
VALLE
D’AOSTA
CASTELLO DI CASALE MONFERRATO
Collocato sul margine urbanizzato di Casale, non
lontano dal fiume Po e in connessione con il fronte
occidentale delle cortine murarie che difendevano
il borgo, il castrum magnum Aquarolii (dal nome
della porta presso cui sorse) fu voluto dal marchese
di Monferrato Giovanni II Paleologo nel 1351 come
strumento di dominio e di controllo militare “contro” la popolazione casalese.
I lavori furono avviati nel 1352 con lo scavo dei
fossati, ma il cantiere si bloccò ben presto a causa
di una rivolta della cittadinanza. Ripresa nel 1354,
tre anni dopo la fabbrica doveva essere sostanzialmente conclusa: essa portò alla realizzazione di un
complesso quadrilatero all’incirca corrispondente
con lo spazio oggi occupato dalla prima corte,
circoscritto da un triplice sistema di difese perimetrali nel cui elemento principale, la cinta muraria,
si aprivano due porte, una verso l’abitato e l’altra,
dotata di torre battiponte, verso la campagna che si
estendeva a ovest di Casale. La superficie circoscritta dalle mura risultava all’epoca pressoché inedificata, con l’eccezione della torre «grande», posta in
corrispondenza dello spigolo nord-occidentale del
complesso – e integrata nelle sue funzioni difensive
dalle due torri-porta, del palacium fortificato a
essa connesso, sviluppato lungo il fronte ovest, e
a un secondo manufatto turriforme che alcuni resti
materiali suggeriscono esistesse presso lo spigolo
nord-est del quadrilatero.
Potenziato a partire dal 1410 con l’aggiunta sul lato
nord di un «palazzo nuovo» contenente ambienti
residenziali e di rappresentanza, il castello conobbe
una fase di radicale trasformazione a partire dagli
anni 1464-65, all’esordio del governo di Guglielmo
VIII, cui si deve la definitiva scelta di Casale quale
sede stabile dei marchesi. Nel corso degli anni settanta esso vide così modificato il proprio assetto per
rispondere alle nuove esigenze residenziali e burocratiche: prendendo a modello il castello milanese
di Porta Giovia, la corte del complesso esistente
fu circondata da maniche loggiate destinate ad
accogliere uffici amministrativi (sopravvive, sul
lato sud, il portico della cancelleria) e fu aggiunto,
verso ovest, un secondo cortile su cui affacciavano
gli appartamenti privati dei principi. Completava
l’insieme una falsabraga con rondelle angolari che,
obliterando il fossato trecentesco, circoscriveva
l’intero edificio e lo adeguava all’impiego estensivo
di artiglierie. Dopo alcuni interventi di ammodernamento degli spazi residenziali della seconda corte
nel primo ventennio del sec. XV – che videro attivo
anche Matteo Sanmicheli –, la fine della dinastia
paleologa nel 1533 e la successiva assegnazione
del Monferrato ai Gonzaga di Mantova attribuivano al castello un destino militare. Se il disegno
di Francesco Orologi (1555 ca.) mostra come nel
secondo quarto del secolo fossero già stati aggiunti
rivellini a protezione delle cortine (uno dei quali,
forse, assegnabile alla precoce iniziativa del marchese Guglielmo IX), fu però negli anni sessanta
che si iniziò a riflettere sulla necessità di un più
organico potenziamento difensivo. Nel 1568-72,
con la probabile collaborazione di Vespasiano
Gonzaga, Giorgio Paleari Fratino realizzava così
quattro grandi rivellini triangolari che, recuperando
parte delle strutture di quelli esistenti, meglio si
integravano con le rondelle angolari, a loro volta
irrobustite nell’occasione.
L’avvio della fabbrica della cittadella nel 1590
privava però il complesso di gran parte della propria funzione. Negli anni successivi si alternarono
interventi di riparazione delle strutture danneggiate
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
– principalmente le opere del fronte occidentale
– nel corso dei numerosi assedi cui fu sottoposta
Casale a ipotesi di riorganizzazione degli spazi
in chiave residenziale, che ebbero però esiti tutto
sommato modesti e perlopiù riferibili agli anni in
cui vi soggiornò Vincenzo II Gonzaga con la moglie
Margherita di Savoia (1609-11).
Passato ai Savoia, insieme all’intero Monferrato,
con il trattato di Utrecht (1713), il castello perse
ogni sua residua utilità e, dopo essere stato spogliato degli arredi, fu trasformato in caserma, funzione
che mantenne sino al 1989. Entrato a far parte delle
difese del campo trincerato realizzate in previsione
della seconda guerra di indipendenza, tra il 1856 e
il 1904 fu privato dei rivellini per recuperare spazi
pubblici a uso della città e, dopo la dismissione da
parte del demanio militare, acquisito dal comune e
sottoposto a un progetto di complessivo restauro.
Enrico Lusso
CASTELLO DI QUART
In posizione dominante la conca di Aosta, su uno
sperone roccioso a nord del villaggio del Villair di
Quart, il castello sorge su un’area interessata dalla
presenza di nuclei abitativi di tipo rurale, precedenti la realizzazione dell’insediamento fortificato.
L’origine della famiglia che fondò il castello va
ricercata nei nobili aostani de porta Sancti Ursi,
dal nome dalla torre che abitavano presso la porta
Praetoria, ma soltanto nel 1234, con Jacques II, la
famiglia assumerà il nome de Quarto.
Il castello è oggi il risultato di più fasi costruttive
che si sono susseguite dal sec. XI al XVIII.
Il nucleo primitivo, risalente alla seconda metà del
sec. XI, comprendeva una semplice torre, attorniata
da un muro di cinta ad andamento poligonale di
cui rimangono alcuni tratti tuttora visibili in un
percorso ipogeo di recente recupero. Tra la fine del
sec. XI e l’inizio del XII furono aggiunti la cinta
merlata esterna, un corpo abitativo, forse addossato al lato occidentale della cinta, la cisterna e la
cappella. Completamente ricostruita nei primi anni
del sec. XVII, quest’ultima era formata da un’aula
rettangolare, culminante a est in un’abside. La sua
prima fase decorativa è oggi testimoniata da alcuni
frammenti di affreschi, emersi dal riempimento del
pavimento della cappella seicentesca, appartenenti a un ciclo databile al 1260 ca., fatto eseguire
probabilmente da Jacques II di Quart. Il donjon,
ricostruito intorno alla metà del sec. XIII a seguito
di un incendio, ospitava l’antica sala di rappresentanza e le sue pareti accoglievano un’estesa decorazione pittorica, commissionata probabilmente da
Jacques III negli ultimi decenni del Duecento. Di
essa rimangono oggi alcuni brani relativi al ciclo
dei Mesi, alle Storie di Alessandro e altri episodi,
disposti su tre registri. Una terza fase di trasformazione del complesso risale alla metà del sec. XIV
per opera di Enrico, ultimo signore di Quart. I lavori
interessarono la risistemazione della manica ovest,
la realizzazione del locale annesso al torrione, il
rialzamento del cortile superiore a valle della torre,
il rimodellamento dei percorsi interni e il rafforzamento della cinta muraria, con l’aggiunta di grandi
contrafforti e torrette cilindriche. Fu costruito
anche il nuovo corpo abitativo sud-occidentale, nel
quale era ubicata la magna aula, nuovo fulcro del
complesso. La grande sala conserva alcune sinopie
raffiguranti scene di vita cortese e alcuni lacerti
di dipinti datati al 1360 ca. e attribuibili, insieme
a numerosi frammenti di intonaco affrescato rinvenuti durante le campagne di scavo, alla mano
del maestro di Montiglio. Essi appartenevano a
un ciclo pittorico più ampio fatto forse eseguire in
occasione delle seconde nozze di Enrico di Quart
con Pentesilea di Saluzzo.
In assenza di discendenti maschi, alla morte di
Enrico, nel 1377, la signoria di Quart fu sottoposta
direttamente all’autorità del conte Amedeo VI e
rimase ai Savoia fino al 1550, con un’amministrazione affidata a castellani. Alla fine del sec.
XV sono documentate nuove campagne di lavori
riguardanti la costruzione del rivellino di ingres-
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Veduta aerea del castello
di Casale Monferrato (Al).
Si distinguono
chiaramente le due corti
contigue: a destra (est)
quella che ospitava
le funzioni burocraticoamministrative, con il lato
settentrionale occupato
dalla chiesa realizzata
nel 1620 a uso
del presidio militare
di stanza nel castello;
a sinistra quella su
cui affacciavano gli
appartamenti dei principi,
in origine occupata
da un giardino. Divide
le due corti la manica
che, nei secc. XV e XVI,
ospitava i principali
ambienti residenziali,
collegata direttamente
a ciò che resta
della torre principale
del castello trecentesco,
oggi trasformata
in corpo scala.
Veduta del castello
di Quart (Ao)
da nord-est. Contornati
dalla cinta muraria con
le torrette cilindriche,
si possono apprezzare
i numerosi corpi di
fabbrica che concorrono
alla formazione del suo
articolato volume:
la cappella e la scuderia
a sinistra, nel centro,
in secondo piano,
il rivellino d’ingresso
con l’aula magna
e la torretta d’angolo
e, in primo piano,
il palacium
castri rimaneggiato nel
sec. XIX. In fondo
a destra, in secondo
piano, gli edifici più
moderni e in parte diruti.
40
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
so, la trasformazione del donjon in granaio e la
realizzazione di nuovi arredi interni, oltre che di
cannoniere, archibugiere, merlature e feritoie lungo
tutto il giro di mura. Di poco successivo è anche
l’ultimo intervento decorativo nell’antica cappella,
testimoniato da alcuni frammenti di affreschi con
una Crocifissione e figure femminili, databili tra il
1520 e il 1530. A partire dalla metà del sec. XVI
numerose furono le famiglie che si susseguirono
nella proprietà del castello. In grandi difficoltà
economiche, nel 1544 Carlo II decise di infeudare la
signoria a Philibert Laschis, il quale rivendette tutto
nel 1551 a Carlo Francesco Balbis dei marchesi di
Ceva e Castelnuovo. Al nipote di Carlo Francesco,
Gaspare, si deve la ricostruzione della cappella, la
cui decorazione a stucco, conclusa nel 1606, venne
eseguita da Giovanni Gabuto da Lugano. Nel 1610
il duca Carlo Emanuele I assegnò il castello e la
relativa giurisdizione al consigliere Nicola Coardi
e, appena due anni dopo, al conte Carlo Perrone
di San Martino. A tale famiglia si lega un’ultima
importante campagna di lavori sull’intero complesso e la costruzione di una fonderia per la
lavorazione del metallo estratto nelle miniere della
Valpelline. Carlo Baldassarre, segretario di Stato
per gli Affari esteri ed esponente più importante
della famiglia Perrone, conservò la proprietà del
castello fino al 1800, allorché il comune acquisì
la struttura per farne una canonica. Trasformato
successivamente in fattoria, il castello fu affittato a
privati fino al 1874, anno in cui fu messo all’asta.
L’acquisizione da parte dell’amministrazione regionale della Valle d’Aosta risale al 1951.
Soprintendenza per i Beni
e le Attività Culturali della Valle d’Aosta
LA FORTEZZA DI FENESTRELLE
La fortezza
di Fenestrelle (To)
è composta da una
linea continua di opere
fortificate poste a
sbarrare la valle, lungo il
confine del monte Orsiera,
con andamento sud–ovest
nord-est, fino a Pra
Catinat. Lo sviluppo delle
fortificazioni copre 5 km
salendo da 1135 m della
ridotta Carlo Alberto lungo
la SS 23 fino ai 1770 m
della ridotta dell’Elmo
(forte Valli). Nell’immagine
una vista del forte San
Carlo: si noti a sinistra
la doppia tenaglia
di S. Ignazio, a destra
il bastione San Carlo e,
al centro, il padiglione
degli ufficiali.
La fortezza di Fenestrelle, situata nella valle del
Chisone, trae origine dalla guerra di Successione
Spagnola che vide opposto il Piemonte con i suoi
alleati alla Francia di Luigi XIV, quando nell’agosto del 1708 i Piemontesi espugnarono il forte del
Mutin, in mano francese, situato sulla riva destra
del Chisone nei pressi di Fenestrelle. Per impedire
offensive da parte francese era necessario quindi
fortificare quel punto della valle. Dopo il trattato di
Utrecht (1713) che definì l’annessione al Piemonte
dell’alta valle Chisone, della fortificazione del sito
venne incaricato l’ingegnere Antonio Bertola, al
quale successe nel 1727 il figlio Ignazio, che sarebbe divenuto uno dei massimi ingegneri militari
sabaudi. La costruzione dell’imponente struttura
difensiva, completata soltanto nel secolo successivo, si sviluppò a sinistra del Chisone, dove già preesisteva una ridotta francese, il forte Tre Denti. Nel
1728 iniziò la costruzione del Forte delle Valli, il
più elevato della piazza, che comprenderà le ridotte
S. Antonio, S. Elmo e Belvedere. Quasi contemporaneamente venne avviata la costruzione della strada
coperta, di ben 4000 gradini, composta da 28 risalti
rivolti verso la Francia, ospitanti postazioni scoperte ed in casamatta per le artiglierie, che avrebbe
collegato il forte superiore al fondo valle. Essa
intercettava le ridotte intermedie di Santa Barbara
e delle Porte e terminava nel forte San Carlo,
imponente costruzione caratterizzata al suo interno
dal Palazzo del Governatore, dal Padiglione degli
Ufficiali, la chiesa, prospicienti la piazza d’armi e la
Porta Reale. Il fronte difensivo del forte San Carlo
era formato dai bastioni del Beato Amedeo, di San
Carlo e dalla doppia tenaglia di Sant’Ignazio. Alla
vigilia della Rivoluzione francese la fortificazione
era da considerarsi ultimata ma in realtà, causa l’esigenza di interventi migliorativi e di manutenzione
pressoché continui, il lavori di adeguamento non
ebbero mai fine. Il progetto elaborato dall’ingegnere
Rana nel 1773, prevedente una gigantesca fortificazione intermedia di forma quadrilatera bastionata
non ebbe attuazione a causa delle caratteristiche
impervie del terreno. La possente fortificazione
venne conquistata senza spargimento di sangue
dai francesi. Come è noto Napoleone riservò a “le
sentinelle del regno” (così le aveva definite Carlo
Emanuele III) una fine ingloriosa, decretandone la
completa demolizione. Furono distrutte la colossale
fortezza della Brunetta di Susa, vero capolavoro di
ingegneria militare, i forti di Demonte ed Exilles,
Bard, Saorgio e Ceva. Venne risparmiata soltanto
Fenestrelle, a causa della possibilità di essere utilizzata a fini difensivi dagli stessi francesi e per
la capacità di poter contenere ingenti quantitativi
di armi, viveri e munizioni, utilizzabili in caso
di operazioni militari. La fortezza venne adibita
a prigione di Stato, ospitando numerosi nobili e
religiosi, tra cui il segretario di stato di Pio VII,
cardinale Bartolomeo Pacca. La funzione prevalente di luogo di detenzione proseguì anche dopo la
Restaurazione, pur annoverando un notevole parco
di artiglierie, come documentato da un inventario
del 1815 che riporta la dotazione di 76 cannoni,
31 mortai e 10 obici. Anche nel periodo post unitario la fortezza continuò ad ospitare condannati
comuni e prigionieri politici. Successivamente fu
adibita anche a istituto di correzione militare, con
l’organizzazione di compagnie di disciplina. Dopo il
1875, la piazzaforte venne dotata di un complesso
sistema di opere esterne di difesa, comprendente i
forti Serre Marie, Falouel, il fortino del Colle delle Finestre, le batterie del Monte Gran Costa, del
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Mottaus e del Gran Serin, e la Caserma Fortificata.
Nell’ultimo decennio il parco di artiglierie della fortezza arrivò a comprendere oltre 150 cannoni. Tutte
queste artiglierie, con il conflitto 15-18, vennero
trasferite sui campi di battaglia ed a guerra conclusa,
la piazzaforte non venne più riarmata. Trasformata
in deposito d’artiglieria e munizioni, venne dismessa
dall’esercito nel 1946. Dal 1984 sono iniziate opere
di restauro che hanno portato al progressivo recupero di ambienti significativi. Oggi al suo interno si
svolgono percorsi guidati di visita, mostre, concerti e
rappresentazioni teatrali.
Luigi Maglio
CASTELLO DI LAGNASCO
Il complesso sorge a Lagnasco, comune della pianura saluzzese, sulla sinistra del torrente Varaita.
Consta di tre blocchi principali, definiti castello di
levante, di mezzo e di ponente. Il primo si compone di due maniche, poste a est e a nord; in questa
seconda, in cui si apre l’attuale accesso ai cortili,
si innesta il castello di mezzo, residuo di un’ala
oggi mutila ma che, fino al sec. XVII, proseguiva
ad angolo a circondare la prima corte. Al castello
di mezzo si collega quello di ponente, con pianta a
«C» aperta verso est su un cortile contiguo a quello
del fabbricato di levante.
Il nucleo primitivo del complesso si deve ai marchesi di Busca, originati nel 1142 da un figlio
di Bonifacio del Vasto (marchese che esercitò il
proprio domino sull’area fra Savonese, Langhe
e Appennino fino al 1127, anno della morte). A
più riprese conteso fra i marchesi di Saluzzo e
il comune di Savigliano, che, insieme ai Busca,
tra il sec. XIII e l’inizio del XIV ne ebbero a fasi
alterne il controllo, nel 1341 il castello venne
acquistato da Pietrino Falletti di Alba e dai nipoti
Gioffredo, Pietrino e Leone Tapparelli di Savigliano.
Lentamente sanate le controversie dovute alla difficoltosa cogestione, la proprietà passò ai Tapparelli,
in favore dei quali nel 1447 i Falletti cedettero
definitivamente i diritti, e a loro rimase fino all’ultimo discendente, Emanuele Tapparelli d’Azeglio,
che negli anni sessanta dell’Ottocento restaurò il
complesso lasciandolo poi all’omonima Opera pia.
Quest’ultima lo ha di recente concesso in comodato
d’uso al comune di Lagnasco. Gli edifici di levante
e di mezzo fanno parte, sin dalle origini, di un
corpo di fabbrica unico, cresciuto su preesistenze
di metà sec. XII (costituite da ricetto e castrum
circondati da mura) e poi organizzatosi a chiudere
sui quattro lati il primo cortile, al cui centro nel
1349 fu edificata una torre (distrutta nel 1581;
oggi ne restano le fondazioni). Sopraelevato nel
secondo Quattrocento, tra gli stessi anni e gli inizi
del sec. XVI furono addossate agli angoli nord-est
e nord-ovest e a conclusione della manica sud le tre
torri quadrangolari. Entro il 1530 si realizzarono le
due torri sul lato ovest, insieme a una complessiva
riorganizzazione degli interni. Intorno alla metà
del secolo la manica est fu ampliata, inglobando la
scala elicoidale da poco costruita, e venne aperto il
loggiato di facciata; si procedette poi a una risistemazione dei prospetti, e il castello di mezzo fu reso
indipendente, divenendo residenza di Benedetto
I Tapparelli con il nome di «palazzo vecchio». In
questi edifici sono presenti opere pittoriche datate
dalla metà del sec. XV; da segnalare una Pietà
affrescata di fine secolo, il Salone degli Scudi, con
stemmi dipinti nel 1470 ca. e soffitto cassettonato
scalabile tra il secondo sec. XV e la fine del XVI, e
la Loggia delle Grottesche, nella quale è conservato,
fra rappresentazioni di paesaggi visti attraverso un
finto loggiato, un riquadro che raffigura il complesso di Lagnasco e i relativi giardini negli anni
di esecuzione degli affreschi (1570 ca.). Gli autori
sono Pietro e Giovanni Angelo Dolce, che in quegli
anni realizzarono, insieme al loro atelier, gran parte
dei dipinti dell’edificio. Il castello di ponente è sorto
a ridosso dell’antica cinta muraria, su preesistenze
rurali del sec. XIV. Il corpo centrale, sul lato ovest
della seconda corte, fu realizzato nel sec. XV, epoca
alla quale risalgono i ballatoi lignei sul prospetto
orientale. Nel Cinquecento venne ampliato a sud,
con un porticato sopraelevato nella prima metà del
sec. XVIII, e a nord, in corrispondenza dell’antico
accesso che si apriva nella cinta difensiva. Qui venne eretto il «palazzo bianco», blocco angolare con
funzioni residenziali voluto intorno al 1560-70 da
Benedetto I Tapparelli. Interamente intonacato, è
scandito da fasce marcapiano aggettanti e ingloba
sul lato ovest il basamento a scarpa quattrocentesco; è concluso nel terzo e ultimo piano da un
loggiato, che alle reali aperture ad arco ne affianca
altre a trompe l’oeil, dalle quali si affacciano due
figure femminili. Gli affreschi appartengono alla
stessa campagna decorativa che ornò gli interni,
risalente agli anni ottanta del sec. XVI e affidata
a Cesare Arbasia e atelier, talora con l’aiuto di
Giacomo Rossignolo; si segnala il ciclo della Sala
della Giustizia, completato da stucchi e soffitto a
cassettoni. Al sec. XV risale la torre sul lato ovest,
inglobata nell’ampliamento di Benedetto I e rimaneggiata nel Settecento, mentre data alla fine degli
anni venti del sec. XVIII quella più a est.
Viviana Moretti
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Veduta dei fronti est
e nord del castello
di levante a Lagnasco (Cn).
Alle estremità dei
prospetti si delineano
le torri angolari di fine
sec. XV-inizio XVI,
con basamento scarpato
delimitato superiormente
da una cordonatura
a toro. Sulla facciata
est si sviluppa
il loggiato, realizzato
nel secondo piano
degli spazi risultanti
dal raddoppio
longitudinale della
manica; all’incirca
a metà del prospetto
si distingue la scala
elicoidale preesistente,
che supera in altezza
le coperture. Sul lato
nord si apre l’attuale
ingresso carrabile,
realizzato intorno al 1730,
incorniciato da un portale
sormontato dallo stemma
policromo dei Tapparelli.
42
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
PUGLIA
IL CASTELLO DI LUCERA
La torre angolare
della Leonessa ubicata
lungo il perimetro
del castello di Lucera (Fg).
Ha una altezza di 25 m ed
un diametro di 14,
con spessore delle mura
di oltre 2 m. Conserva
ancora alcuni dei 16 merli
originali. Si notino
le mensole di sostegno
per le strutture
provvisionali
a sbalzo utilizzate
in caso di assedio,
tipiche dell’epoca.
Il castello di Lucera, situato sulla sommità piana
del colle Albano, dove sorgeva l’acropoli della città
romana, insiste su un’area già naturalmente difesa
(su tre lati il colle è a strapiombo), dominando la
valle sottostante.
Tra il 1233 e il 1235 l’imperatore Federico II fece
erigere una fortificazione, il Palatium, per controllare i saraceni che aveva fatto deportare dalla Sicilia
nella città pugliese. Nel 1269, Carlo I d’Angiò, conquistata Lucera, ultimo baluardo svevo, la mette a
ferro e fuoco, salvando però il castello, riadattato e
inglobato nel complesso difensivo tuttora visibile.
La fortificazione angioina è a pianta pentagonale e
dotata di un’imponente cinta di mura turrite, con
un perimetro di circa 900 m. Sui lati Nord, Ovest
e Sud, la cortina muraria è rafforzata da 15 torri
quadrilatere. Il lato orientale reca, invece, sette torri
pentagonali e due cilindriche alle estremità: a destra
la torre del Re e a sinistra, la torre della Leonessa
o della Regina, la torre più alta e di più ampio diametro. Questa torre, nella parte inferiore presenta
un rivestimento a bugne calcaree, proveniente
in gran parte da materiale di spoglio della città
romana ed è coronata da mensole e da sedici merli. Stando ai documenti dell’epoca, i lavori diretti
dall’architetto francese Pierre d’Angicourt, con
l’ausilio di Riccardo da Foggia e Giovanni de Toul
si protrassero a lungo. Nell’ambito delle strategie
difensive adottate, la porta principale del complesso,
a differenza delle tre secondarie presenti su altri lati,
si apre in una rientranza della cinta con una torre
che la maschera sul fronte, in tal modo interrotto,
celandone e difendendone l’accesso. L’arco della porta, ribassato all’esterno e ogivale all’interno, rimanda
a motivi francesi; mentre d’ispirazione a soluzioni
italiane è la disposizione delle torri che si alternano
lungo la cortina.
All’interno del vastissimo recinto si vedono gli
imponenti ruderi del palazzo federiciano con parte
delle coperture a volta degli ambienti del piano
terra. Il palazzo imperiale, doveva essere costituito
da un altissimo donjon, aperto su un cortile interno
di forma quadrilatera, e impostato su uno zoccolo
quadrilatero scarpato, a due piani, dei quali quello
superiore a livello del terreno e quello inferiore
sotterraneo. Al suo interno custodiva una preziosa
raccolta di statue classiche e una parte del Tesoro
Regio, dato che nel complesso era sistemata anche
una delle Zecche imperiali. Nulla purtroppo ci è
giunto degli arredi, dei mosaici, degli impianti sanitari che le fonti dell’epoca raccontano come sfarzosi;
si pensi che nel 1242 l’imperatore ordinò il trasporto
da Napoli a Lucera di opere pittoriche per gli interni
e di bronzi per le fontane da doversi effettuare sulle
spalle di schiavi per evitare danneggiamenti.
Lungo il lato est del cortile sono ancora visibili
cisterne coperte da volte in pietra.
Nel 1456 un terremoto arrecò gravi danni alla
struttura già in decadenza. Nel XVIII secolo, ciò che
rimaneva del palazzo imperiale fu vandalicamente
distrutto per ricavare il materiale per la costruzione
della Regia Udienza, cioè il Tribunale. La possibilità
di leggerne ancora la struttura originaria, precedente alle pesanti manomissioni settecentesche, è data
solo da alcuni documenti, come una memoria di
fine XVIII sec. del canonico lucerino Carlo Corrado
che descrisse il Palatium come una “forte rocca, che
era una ritirata del castello, fatta in forma quadra
con un gran volume per ogni quadro”; i disegni
del francese Jean - Louis Desprez che ritrasse il
monumento prima dei mutamenti che ne avrebbero alterato per sempre la fisionomia e i rilievi di
Giambattista D’Amelj. Il declino del sito continuò
per tutto il XIX secolo. Solo dal Novecento, un rinnovato interesse per il monumento ha reso possibile
l’inizio di ricerche, scavi e dei primi restauri.
Antonella Delli Paoli
CASTELLO CARLO V DI MONOPOLI
Il castello cinquecentesco sorge sul promontorio più
settentrionale del borgo medioevale, in posizione
strategica per la difesa del porto e della città di
Monopoli. Costruita per volere dell’imperatore Carlo
V nel 1552, la fortezza inglobò resti di strutture
preesistenti, una porta monumentale di età romana
e la chiesa di S. Nicola in Pinna, pertinenza di un
convento del X secolo fondato dal monopolitano
Sassone, citato in numerose fonti documentarie.
Le notizie relative alla costruzione del castello sono
vaghe in mancanza di documenti che ne attestino
l’esatta epoca di edificazione. Probabilmente nel
1072 Goffredo, figlio di una sorella del Guiscardo
e conte di Monopoli, aveva la sua sede nel castello
munito di torri ristrutturate in epoca sveva. Sotto
il regno di Manfredi, Monopoli fu di regio dominio
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
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Castello Carlo V
di Monopoli (Ba): si notino
i sistemi di difesa quali
le pareti scarpate prive
di aperture, cannoniere,
le torri ubicate ai vertici
del perimetro difensivo.
fino al tempo della sovrana Giovanna II e il castello,
costituito da grossi blocchi squadrati di tufo, ubicato in posizione dominante, era distrutto nel 1414
dall’artiglieria durante i tumulti del popolo contro
il dominio di re Ladislao.
Nel 1435, dopo la morte di Giovanna II, Monopoli
era contesa tra le fazioni avverse che sostenevano rispettivamente Alfonso d’Aragona e Renato
d’Angiò; fu un periodo di grande confusione di cui
approfittava il potente feudatario Giovanni Antonio
Orsini del Balzo, sostenitore di Alfonso e principe di
Taranto, il quale, assediata Monopoli, la incorporava nel suo vasto feudo privandola del diritto di città
libera sotto il dominio regio.
Divenuto re di Napoli Ferdinando II, Monopoli, era
assalita dagli spagnoli, che nel 1545 munivano la
città di una poderosa cinta con sedici baluardi e tre
porte e rafforzavano il castello che veniva ultimato
dal marchese Ferrante Loffredo nel 1552, per ordine
di Carlo V. La città passava dagli spagnoli ai veneziani fino al 1530 quando ritornava agli spagnoli.
Nel 1545 furono restaurate le mura, nel 1552 terminata la costruzione del castello e nel 1556, al tempo
di Filippo II, il duca d’Atri Giovanni Geronimo
Acquaviva, si occupava ancora della cinta muraria
e ristrutturava il forte che assumeva già nel 1660
l’attuale aspetto.
Nel 1832 la fortificazione venne destinata a carcere
mandamentale e dal 1969 definitivamente abbandonata. Nel 1983 ebbe inizio una lunga serie di
interventi di restauro, terminati solo recentemente,
con nuova apertura al pubblico.
Il castello, a pianta poligonale, si erge nel porto della città con quattro lati lambiti dal mare, basamento
a tronco di piramide separato da toro marcapiano,
torri a pianta diversificata ubicate ai vertici e al
centro di ciascuna cortina. Il sistema difensivo è
assicurato anche da una doppia cannoniera con
tiro convergente verso il lato mare, da un troniere
a cielo aperto con archibugiere sul lato monte e da
una torre circolare con accesso a piano terra e beccatelli sul coronamento addossata verso l’entroterra. Nel suo interno accessibile dalla torre circolare,
gli ambienti sono voltati a botte. Dal primo livello
si raggiungono gli spalti tramite una lunga e larga
scalinata.
Le ricerche archeologiche hanno consentito di
individuare cronologicamente l’imponente porta ad
arco conservata all’interno della fortezza. La porta,
impostata su una solida massicciata di spessore
m 2.50 sistemata sul piano di roccia, si inseriva
nella preesistente cinta muraria di età classica, in
tecnica isodomica, di cui sono attualmente evidenziati brevi tratti. A tale struttura si addossa la
parte absidale della chiesa di S. Nicola in Pinna
le cui pareti laterali si impostano invece sui resti
stratificati dell’abitato originario capannicolo risalente all’età del bronzo. Della chiesa medioevale, a
navata unica, con cupola centrale, priva della prima campata, distrutta durante la realizzazione del
castello che la inglobò, sono stati recuperati i resti
della pavimentazione originaria costituita da grandi
tasselli in pietra e marmo variamente sagomati.
Antonella Calderazzi
CASTELLO DI SANNICANDRO DI BARI
Il Castello Normanno-Svevo di Sannicandro di Bari
sorge nella zona medievale del paese ed è circondato dall’antico fossato svevo, colmato e trasformato
in strada solo nel 1836. È composto da due parti
distinte inserite l’una nell’altra, costruite in fasi
diverse da Bizantini e Svevi. L’originario nucleo,
di origine bizantina, era costituito da una robusta
cinta in muratura di pietra che correva lungo i
lati di un trapezio, munita di sei torri quadrilatere
distribuite nei quattro vertici e nel punto medio
delle due basi del trapezio.
Nel 1043 dopo la vittoria dei Normanni sui Bizantini,
Sannicandro fu infeudata ed entrò a far parte dei
possedimenti dei Conti di Montescaglioso. Nel 1187,
al tempo della crociata guidata da Guglielmo II, la
baronia di Sannicandro era imponente e la struttura
fortificata conteneva diversi manufatti tra cui una
chiesa e otto torri disposte negli angoli e al centro dei
lati del quadrilatero, tipici dell’architettura militare
normanna. Nel 1225, con l’Arcivescovo Andrea III, la
44
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
sesto leggermente acuto. L’accesso a settentrione è
segnato da ponte levatoio; il portale che si apre verso il cortile è sormontato da uno stemma nobiliare
e l’ingresso al primo piano è dotato di architrave
lunato. A Nord, arricchite dalle modanature degli
stipiti e degli architravi, si aprono tre grandi finestre, attualmente trasformate in balconi.
Antonella Calderazzi
Castello Normanno Svevo,
Sannicandro di Bari (Ba):
veduta del prospetto Nord
del castello con ampio
fornice di ingresso e
torre in pietra di origine
normanna disposta
ad angolo del fabbricato.
Si intravedono sul
prospetto le tre ampie
bifore di epoca sveva
corrispondenti agli ampi
saloni del primo piano.
Si evidenziano le
caratteristiche stilistiche
tipiche delle evoluzioni
storico costruttive del
fabbricato, comuni
ai castelli delle città
limitrofe di Gioia del
Colle e Bitritto: nucleo
originario Normanno
e ampliamento Svevo.
curia di Bari entrò in possesso della baronia amministrativa di Montescaglioso e quindi del castello di
Sannicandro che, nel 1242, veniva restaurato a cura
di Grimoaldo Castaldo, castellano dell’epoca.
La baronia nel 1304 era prima incamerata alla
Corona e quindi trasmessa alla Reale Basilica
di S. Nicola in forma perpetua ad eccezione del
periodo che va dal 1350 al 1415 quando la Regina
Giovanna I, a seguito delle dissestate economie del
Regno, cancellava la donazione e vendeva la baronia alla famiglia Grimaldi, della quale resta visibile
ancora oggi lo stemma sul portale orientale del
castello. La regina Giovanna II, sessantacinque anni
dopo, restituiva la baronia alla Basilica di S. Nicola
che ne conservava il possesso fino al 1806, anno in
cui fu abolita la feudalità.
Tra il 1863 ed il 1875, a causa di un incendio
che aveva danneggiato gravemente il sito, furono
eseguiti lavori di restauro con i quali il castello
venne trasformato in un complesso condominiale,
conservando, tuttavia, nel settore nord integra la
sua struttura castellana.
Il castello veniva affidato, nel 1891, alla Regia
Delegazione per l’Amministrazione civile delle Reali
Basiliche Palatine di Puglia che lo custodiva fino al
1967, anno in cui fu acquistato dal Comune. I lavori
di restauro, iniziati nel 1978, stanno riportando il
castello alla sua originaria maestosità destinandolo
a biblioteca comunale, sala conferenze e museo con
spazi espositivi per mostre temporanee e permanenti.
Il castello, a pianta asimmetrica di poligono irregolare, è munito secondo l’impostazione normanna, di
torri: due a Nord-Est, una centrale e una cimata a
Sud-Est, collegate da cortine. In epoca federiciana
il castello subì ulteriori sostanziali variazioni con
l’inserimento di nuove costruzioni, l’apertura di tre
ampie bifore al primo piano, disposte in corrispondenza dei tre grandi saloni, che hanno trasformato
la struttura militare in splendida residenza fortificata. Sono ancora oggi visibili i cardini in pietra dei
tre schermi lignei ribaltabili che originariamente
consentivano di difendere le bifore.
La mancanza di documenti storici riferibili all’epoca
federiciana, non consentono di dare una risposta
precisa, ma, ad indicare in Federico II di Svevia l’autore di tale ampliamento, concorrono più elementi,
tra cui: gli elementi formali e stilistici dei portali,
degli archi e degli elementi decorativi, le caratteristiche costruttive dei saloni e delle torri aggiunte.
Il castello, in pietra calcarea a conci squadrati a
martello, interrotto da due portali con archivolto
lunato impostato su stipiti e rivestito da bugne
radiali, racchiude locali coperti con volte di pietra a
SARDEGNA
CASTELLI DI ARDARA E BURGOS
Entrambi situati in provincia di Sassari, la reggia di
Ardara e il Castello del Goceano furono protagonisti
delle più importanti vicende dell’età Giudicale.
La reggia di Ardara era collocata su un poggio
vulcanico nella piana del Logudoro, una zona trafficata già in epoca romana, come attestato dalla
presenza di un’importante strada che collegava il
porto di Torres con quello di Olbia ed una fortificazione con annessa guarnigione in località S. Pietro.
La consacrazione della cappella palatina di Santa
Maria del Regno nel 1107 fa supporre che il palazzo
fosse già “attivo” tra la fine dell’undicesimo e l’inizio del dodicesimo secolo. Di certo la cancelleria
regia vergava documenti già dal 1065 come si evince da quello nel quale il copista Nikita riporta la
richiesta, da parte del re all’abate di Montecassino
di inviare dei monaci nel regno. La dicitura “in
palacio regio” compare già in diversi documenti tra
il 1122 e il 1136. Certo è che le strutture rimasero
intatte sino al 1830 quando i paramenti murari
vennero utilizzati per la costruzione delle case del
centro. Oggi è ancora visibile una parte della torre
poligonale, in calcare e basalto scuro che domina
l’ampio cortile rettangolare. Un muro a scarpa in
basalto metteva in evidenza le strutture dell’ampio
spiazzo dove alcuni accessi permettevano l’ingresso
mediante scalette a vani posizionati su vari livelli. È tuttora visibile, in prossimità della torre, un
ambiente rivestito di malta pozzolanica, presumibilmente destinato a cisterna. Dalle fonti figura una
torre dotata di ponte levatoio che permetteva, fino
al XIX secolo, l’accesso alla fortezza: ancora oggi
il punto è denominato “su pontinu”. Recenti scavi
archeologici hanno messo in luce pavimentazioni
relative al Duecento, quando la Reggia era già,
dopo la caduta del regno, di proprietà dei Doria.
Strettamente intrecciato alle vicende giudicali e
sede, fino alla morte, dell’ultima regina di Torres,
Adelasia de Lacon Gunale, il castello del Goceano,
situato sul colle di Burgos e dominante il piccolo
centro, è una delle rocche più scenografiche della
Sardegna. Collocato su un picco isolato alle pen-
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
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I ruderi del castello del
Goceano di Burgos (Ss),
dominanti tutt’oggi
il centro abitato.
dici del Monte Rasu a 647 m. d’altezza, a dominio
della vallata del Tirso e in grado di controllare
i confini e le principali strade di percorrenza, il
castello venne indicato dagli aragonesi come “un
del plus forts e honrats castel de Sardegna”. La
storiografia colloca la sua fondazione al regno di
Barisone II di Torres (1153-1191). Nel 1246, vi si
ritirò la regina Adelasia, in seguito al matrimonio
con Enzo Hohenstaufen, figlio di Federico II. Con
la fine del regno di Torres il castello del Goceano
passò al re di Arborea, Guglielmo di Capraia, e al
suo successore Mariano II di Bass, rimanendo ai
sovrani di Arborea per tutto il XIV secolo e sino
al 1410. Da questa sede, Mariano IV il 16 agosto
del 1353 emanò la Carta de Logu de Gociani con
la quale accordava privilegi a coloro che si fossero
insediati nel nuovo villaggio nato alla base del
castello che rimase militarmente efficiente sino al
1528. Oggi è possibile ripercorrere idealmente il
circuito delle tre cortine murarie che cingevano il
mastio. Attraverso una scala in roccia alta 30 m. si
giunge agli spazi che compongono l’ingresso della
parte nord occidentale.
Anticamente sviluppati su più piani, alcuni ambienti potevano essere utilizzati come alloggio per
truppe oppure come stalle, armerie e magazzini. Un
diaframma munito di porta conduceva ad un ampio
cortile di forma allungata contornato da saloni e
piani sopraelevati che costituivano la residenza del
castello. Sedici metri di torre maestra, situata al
centro della rocca, controllavano tutto il sistema
difensivo dei cortili interni, dei camminamenti di
ronda e degli ambienti sottostanti. Il blocco della
torre, in calcare e trachite rossa ha gli spigoli rivolti
ai quattro punti cardinali e si eleva per due piani
comunicanti per mezzo di botole aperte nelle volte.
Ad essa si accede da un ingresso sopraelevato dal
suolo di quattro metri mentre il piano terra doveva
servire come cisterna.
Francesco Ledda e Mariella Cortes
CAGLIARI, CITTÀ MURATA
La prima notizia circa l’esistenza di un nucleo
fortificato della città di Cagliari risale al 1217 e
riguarda l’attuale quartiere di Castello - segnalato
in vari documenti con il nome di Mons de Castro o
anche Castel di Castro - fondato dai pisani sul colle
dove un tempo sorgeva verosimilmente il castrum
della Carales romana, immediatamente alle spalle
del preesistente insediamento portuale di Bagnaria.
Distrutto l’abitato di Santa Igia ed abbattuto il giudicato di Cagliari (Regnum Calari), a partire dal 1257
la rocca è ampliata dai pisani con la fondazione
delle due appendici di Villanova e Stampace, contestualmente edificate secondo un disegno unitario,
riconducibile all’impianto adoperato in quegli stessi
anni per la fondazione delle terre murate toscane, la
cui planimetria rimanda all’iconografia di un’aquila
reale con la croce nel petto, ricorrente nelle città
medioevali filoimperiali quali Pisa. Il primitivo sistema murato pisano viene progressivamente potenziato e modificato nel corso dei secoli in risposta alle
mutate armi di offesa ed alle relative tecniche di
difesa, tanto da rendere Cagliari una delle più sicure
basi militari e commerciali del Mediterraneo, fino
alla dismissione della Piazzaforte.
A partire dal 1323 gli aragonesi portano avanti
una politica di ammodernamento delle primitive
cortine pisane, caratterizzate dalle imponenti torri
di San Pancrazio (1305), dell’Elefante (1307), del
Leone e di Santa Lucia, ma le modifiche sostanziali
avvengono nella prima metà del Cinquecento, a
seguito dell’avvento delle armi da fuoco. Al fine di
rafforzare il settore nord-ovest della città, facilmente attaccabile a causa della morfologia dei luoghi,
il vicerè Joan Dusay realizza due nuovi baluardi,
ampiamente contestati sotto il profilo tecnicooperativo, di cui uno nell’area di San Pancrazio
(1501-1503) e uno in quella di Santa Croce.
L’arrivo in Sardegna dell’ingegnere cremonese Rocco
Capellino (1552-1572), prima, e degli ingegneri
ticinesi Jacopo e Giorgio Paleari Fratino (1563-78),
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
storia del restauro in Sardegna. Sono, infine, degli
anni 1957-1979 gli interventi di Libero Cecchini e
di Piero Gazzola per la riconversione delle aree del
Regio arsenale in Cittadella dei musei. Ancora oggi
la città murata, con il suo palinsesto murario, la
trama urbana stratificata e l’identità architettonicoformale dell’edificato intra moenia, costituisce un
documento trasversale di storia dell’architettura
– non solo militare – e di storia del restauro, di
indubbia rilevanza internazionale.
Cagliari, veduta
delle mura orientali
del Castello.
Il fronte rivela l’articolata
stratigrafia urbana storica
comprendente l’impianto
pisano, gli ampliamenti
cinquecenteschi e le
trasformazioni di impronta
sabauda. In particolare,
la cortina muraria
è fortemente
caratterizzata
dal prospetto della
Cattedrale dedicata
a Santa Cecilia
e dalle strutture ad essa
correlate, direttamente
fondate sul massiccio
perimetro difensivo.
Oristano. Ricostruzione
del perimetro delle mura
urbiche con l’ubicazione
delle porte di accesso.
dopo, accanto ad altri tecnici esperti quali Alessandro
Febo e Giovam Battista Cairati, porta all’introduzione
nel sistema difensivo della principale piazzaforte
sarda, di soluzioni architettoniche e militari “alla
moderna”, di elevato livello progettuale, coerenti
con la più aggiornata trattatistica del momento, che
rivelano un accurato studio della morfologia dei luoghi ed un sapiente uso dei materiali da costruzione
locali. In particolare, i Paleari introducono variazioni
sostanziali alla tenaglia di San Pancrazio, alla sagoma del bastione di Santa Croce e all’intero fronte
ovest del Castello, per una più corretta “corrispondenza” tra le artiglierie. Dal 1720 all’Unità d’Italia,
l’annessione della Sardegna ai territori sabaudi
comporta una nuova stagione di trasformazioni
della Piazzaforte cagliaritana, interventi progettati e
realizzati dagli ingegneri del Corpo Reale del Genio
Militare (Antonio Felice De Vincenti, Augusto La
Vallèe, Carlo Barabino), prevalentemente nella
zona nord-occidentale della città (area del Regio
Arsenale, Cittadella del Buoncammino, Bastione
di S. Filippo). Tra questi, la costruzione della Porta
d’Apremont, terminata nel 1741. La dismissione
della Piazzaforte militare, avvenuta nel 1866, ha
segnato la legittimazione di ingenti demolizioni di
bastioni e mura, ritenute un ostacolo alle aspirazioni di espansione e modernizzazione della città.
Bisognerà aspettare il 1902 per assistere al riconoscimento del carattere di monumentalità delle
cortine e delle torri di difesa cagliaritane ad opera
della illuminata personalità dell’ing. Dionigi Scano,
ideatore e fautore di una coraggiosa campagna di
ripristini filologici e di restauri di liberazione delle
torri e delle cortine murarie di impianto pisano
che hanno segnato un momento particolare della
Donatella Rita Fiorino
ORISTANO: MURA E PALAZZO REGIO
Oristano divenne capitale del Regno di Arborea
(comprendente quattro stati presenti in Sardegna
nel Medioevo) nell’anno 1070, quando il re Orzocco
I de Lacon-Zori vi si trasferì con la corte ed il
clero da Tharros, divenuta insicura. Alla fine del
Duecento, sotto il regno di Mariano II de Bas-Serra,
fu dotata di una imponente cerchia di mura assumendo una forma e una struttura ben precise: circa
2000 metri lineari di mura, alte dai 10 ai 15 metri
e intervallate da torri, per proteggere una superficie
urbana di circa 32 ettari, divisa in borghi e quartieri. A questo periodo risale anche l’edificazione dei
due più importanti baluardi cittadini, posti a difesa
dei principali accessi alla città, Port’a Ponti, a settentrione, e Port’a Mari, a meridione.
La Port’a Ponti o Torre di San Cristoforo, così chiamata perchè portava al Ponte Grande sul Tirso, è
ancora oggi esistente nell’attuale piazza Roma ed
è formata da tre piani con sopralzo, per un’altezza
totale di 28 metri, coronata da merli guelfi.
La Port’a Mari o Torre di San Filippo era l’uscita più
vicina al mare fra Oristano e Santa Giusta e faceva
parte del sistema fortificato del castrum regium,
comprendente anche la reggia e le sue adiacenze.
La torre venne demolita il 23 aprile 1907 per adempiere alle disposizioni dei nuovi piani urbanistici
dell’Ottocento europeo. La residenza dei sovrani
ebbe due sedi: una “vecchia” fino alla metà del
Trecento, ed una “nuova”, a Sud della Piazza de “Sa
Majoria”, legata al complesso fortificato della Torre
di San Filippo.
Nel 1732 fu trasformata in caserma e infine in
carcere nel XX secolo. Nel 2012 è stata ceduta
al Demanio. La vecchia reggia, menzionata per la
prima volta nel 1263 nella relazione della visita
pastorale di Federico Visconti, arcivescovo di Pisa,
era costituita da un palatium iudicis e da un attiguo palatium magnum, entrambi a due piani. Nel
palatium iudicis vi era il parlatorio e un’ampia
sala di rappresentanza o di riunione, con il trono
(cathedra), chiamata nei documenti “camera vocata
del parlamento” e “magna aula”.
Nel 1322, durante il regno di Ugone II, la residenza regia appariva “vecchia” forse per i suoi anni
o forse perché era già in costruzione la nuova,
che venne realizzata nell’area oggi occupata dai
dismessi locali amministrativi del carcere circondariale. Quest’ultima, presumibilmente, rifletteva la
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struttura più antica con locali più ampi e confortevoli, in stile gotico, come evidenziano la presenza
di finestre ogivali, attestate da uno studioso del
secolo scorso. La reggia, con tutte le sue pertinenze,
era inserita nel sistema fortificato detto “castrum
regium”, che comprendeva al suo interno gli alloggi
per il corpo di guardia del palazzo ed un vasto orto
dotato di cisterna e mulino che garantiva la sopravvivenza nei tempi più difficili.
Con alterne vicissitudini, il Regno di Arborea riuscì
a sopravvivere alla conquista Aragonese, autorizzata dal papa Bonifacio VIII, che nel 1297 aveva creato il Regno di “Sardegna e Corsica”, divenuto poi
Regno di Sardegna. Nel 1409, a Sanluri, Guglielmo
I subì una grave sconfitta da parte di Martino
“il giovane”, re di Sicilia. Tornato in Francia per
cercare rinforzi affidò il regno a Leonardo Cubello
che scese a patti col nemico, firmando il 29 marzo
1410, nel monastero di San Martino fuori le mura
la capitolazione della città e di quasi tutta l’Arborea
storica: Oristano divenne una città del Regno di
Sardegna. Capitale di ciò che rimaneva del Regno
di Arborea divenne Sassari con il re Guglielmo
I rientrato dalla Francia. Ma dieci anni dopo, il
17 agosto 1420, lo stesso Guglielmo vendette ad
Alfonso “il Magnanimo”, per 100.000 fiorini d’oro,
il suo regno, segnando così la fine, dopo oltre mezzo millennio, del Regno di Arborea.
Marina Vincis
SICILIA
CASTEL GONZAGA, MESSINA
Castel Gonzaga sorge sul Colle di Monte Piselli e
fu fatto costruire intorno al 1540 dal condottiero
Don Ferrante Gonzaga, vicerè di Sicilia, nell’ambito
della realizzazione di un imponente sistema difensivo esteso a tutta la città, ordinato dall’imperatore
Carlo V d’Asburgo, in seguito alla visita alla città
di Messina, durante il suo viaggio in Italia (1535).
La città di Messina, per la sua posizione strategica,
è sempre stata nei secoli al centro degli appetiti dei
grandi imperi mediterranei, soprattutto di turchi
e francesi concordi nell’individuare nel porto di
Messina il più importante per le loro mire espansionistiche. Fu quindi necessario costruire un sistema
che difendesse la città dai possibili attacchi da terra
(dalle sue colline) e da mare.
Dalle planimetrie cinquecentesche di Messina si
osserva il panorama delle fortificazioni in quel
secolo: dalle mura urbane, dai forti collinari (extramoenia) – Gonzaga, Castellaccio e Matagrifone – al
forte San Salvatore, posto a guardia dell’imboccatura del porto. Il Ferramolino si avvale della consu-
lenza del grande matematico Francesco Maurolico
per costruire una fortezza che potesse contrastare
il crescente utilizzo di armi da fuoco pesanti, bombarde e poi cannoni, introdotte già alla fine del
quindicesimo secolo, che hanno mutato l’idea di
fortificazioni anche in Sicilia; i sistemi difensivi
subiscono un’evoluzione: da semplici edifici compatti di difesa a sistemi di postazioni di tiro. Da qui
l’utilizzo di bastioni avanzati in tutte le direzioni
d’attacco, fossati e rivellini esterni, fronti bastionati, strade coperte, controscarpe, baluardi e casematte e la conseguente pianta stellata caratterizzante
l’architettura militare cinquecentesca.
Anche Castel Gonzaga è una struttura a pianta
stellata, il cui disegno e configurazione sono in
perfetta armonia con le caratteristiche geologiche
del luogo; l’edificio presenta sei baluardi difensivi
e l’intera struttura ha mantenuto l’impianto originario durante i secoli seguenti alla sua costruzione, con modesti interventi di superfetazioni sulla
piattaforma superiore o apertura di vani finestrati,
distinguendosi così tra le strutture fortificate meglio
conservate in Sicilia.
Le mura bastionate del Castello sono quasi del tutto
prive di aperture e gli ampi spazi interni sono illuminati in parte da lucernai ed in parte dal cortile
centrale. Il bastione rivolto verso la città, che guarda
lo Stretto, è adibito a cisterna, mentre la terza porzione del castello è costruita intorno ad un terrapieno
ed apparentemente non contiene ambienti fruibili.
Affascinante è il camminamento di servizio “antimine” che segue il perimetro della struttura. Dall’ampia
terrazza, da cui si gode un magnifico panorama, si
accede all’antica cappella ed altri ambienti costruiti
in epoche diverse. Il castello attende di svolgere un
ruolo adeguato all’importanza della struttura.
Micaela Marullo Stagno d’Alcontres
MUSSUMELI, CASTELLO “MANFREDONICO”
Il castello di Mussumeli si erge in cima a uno sperone roccioso, a poca distanza dal centro abitato, con
il quale il maniero non presenta alcun collegamento
di carattere difensivo.
È appellato anche “castello manfredonico”, dal
nome del proprietario Manfredi III Chiaromonte,
che lo edificò nella seconda metà del sec. XIV,
inglobando strutture preesistenti. Dopo il tracollo
dei Chiaramonte, nel 1392 il feudo di Mussumeli
venne assegnato a Guglielmo Raimondo Moncada,
per poi essere acquistato nel 1549, dopo ulteriori
avvicendamenti di proprietari, da Cesare Lancia,
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Messina, Castel Gonzaga:
eretto nella prima metà
del XVI secolo,
pur presentando,
con le sue tenaglie,
caratteristiche innovative
rispetto ai vecchi castelli,
sarà già criticato
nel 1572, insieme
al vicino Castellaccio,
dal vicerè De Vega
che lo valuterà incapace
di difendere se stesso
e quindi di nessuna utilità
per la città.
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Il castello di Mussumeli (Cl),
sorge alla sommità
di un sperone di roccia,
a nord-est
di Caltanissetta, isolato
dal centro abitato, da
cui dista circa due km.
Venne eretto nel corso
del XIV secolo dal potente
feudatario dell’isola
Manfredi III.
signore di Trabia, elevendo Mussumeli al ruolo di
contea e capitale degli stati dei Lanza, che mantennero la proprietà del castello fino al sec. XX, quando ne divenne proprietario il Comune di Mussumeli.
Il castello, articolato su tre livelli, è accessibile solo
da un’irta salita sul fronte nord-est: attraverso un
portale, che si apre sulla cinta muraria e che al
primo livello disimpegna l’ampio corpo delle scuderie, si entra all’interno della struttura del castello.
Proseguendo la salita si accede, oltrepassata una
seconda cinta, a un ampio cortile sul quale si affacciano gli ambienti residenziali, la cappella e da cui
si sale ai resti del maschio. La cappella, immediatamente a destra, è ad unica navata, coperta da
crociere, ed è terminata da una sola piccola abside
non sporgente dal muro esterno.
A sinistra del cortile, oltre un essenziale vestibolo,
un solenne portale segna l’ingresso alla cosìdetta
“sala dei baroni”: un vasto ambiente rettangolare
che si affaccia per mezzo di due scenografiche
bifore sulla vasta vallata sottostante. Anche i successivi ambienti, coperti da crociere costolonate e
impostate su pilastri angolari poligonali, si aprono
sul panorama per mezzo di bifore.
Sia da questi ambienti che dalla ‘sala dei baroni’ si
scende ai vani di servizio sottostanti, in parte ricavati nella viva roccia. L’insediamento castellano è
infine culminato dal maschio, al quale si può salire
solo attraverso un impervio viottolo. I resti del donjon, nonostante il precario stato di conservazione,
mantengono l’aspetto di un’imponente struttura
fortificata: dal torrione, dalla pianta rettangolare
definita da muri dallo spessore considerevole, si
poteva – e si può tuttora – estendere lo sguardo su
un vasto territorio della Sicilia centro meridionale.
Giuseppe Ingaglio
IL CASTELLO URSINO, CATANIA
La serie dei castra exempta siciliani ricade sul territorio compreso tra Catania e Siracusa con l’appendice di Gela. Pertanto, la costruzione del Castello
Ursino, iniziata da Federico II nel 1239, si inserisce
all’interno delle dinamiche territoriali che tendono a rivitalizzare il ruolo economico della fascia
costiera. Il toponimo di origine araba (irsa’yni =
due approdi, De Simone) andrebbe riferito alla
conformazione della costa a nord e a sud dello
sperone roccioso che consentiva, prima della colata
del 1669, un accesso più diretto al mare rispetto
al Porto Saraceno. La costruzione dei castelli di
Catania, Augusta e il restauro del castello di Lentini
indica l’organicità progettuale del disegno federiciano messo a punto dopo la promulgazione delle
Constitutiones. Le diverse fortezze sono accomunate
da affinità strutturali e formali, ma vi sono anche
differenze funzionali a seconda delle realtà urbane
che erano chiamate a presidiare. Esse rappresentano
la presenza capillare dell’imperatore sul territorio.
La fabbrica del castello Ursino viene progettata
in antitesi rispetto ai due poli urbani della città
normanna: la civita (in cui vi sono la cattedrale e il Porto Saraceno a sud-est) e la collina di
Montevergine (presidio della parte alta della città e
punto di collegamento delle difese urbane da cui si
dominava l’ingresso settentrionale).
Con quest’atto di grande impatto urbanistico,
l’imperatore sancisce la nuova posizione giuridica
della città. Il castrum, sede della corte per molti
anni (1237- 1277), diventa il nuovo centro della
vita politica e delle trasformazioni edilizie d’età
basso medievale. Non è più il castello arroccato, ma
la fortezza urbana che dialoga con la città condizionandone lo schema difensivo. Vi è uno stretto
rapporto con la Porta Decima, su cui confluiva il
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traffico della Piana di Catania e l’asse viario proveniente da Lentini attraverso la Giarretta al Simeto.
Le prime fasi del cantiere sono documentate dalle
lettere che l’imperatore indirizza al praepositus
castrorum Riccardo da Lentini.
Dalle Costituzioni Melfitane emerge il ruolo tecnico
del progettista-direttore dei lavori, che sceglieva il
sito, selezionava il materiale da utilizzare e le dimensioni della fabbrica. A tal proposito, l’imperatore nelle sue lettere chiede «de longitudine, muri grossitie»
per valutare l’impatto economico dell’opera.
Il tracciato del castrum è perfettamente regolare. Si
tratta di un doppio perimetro quadrato di 50 m con
al centro una grande corte aperta. Lungo le mura
esterne si innestano quattro torri angolari e altrettante semi-torri mediane.
L’impianto prevedeva una sola elevazione, la seconda era prevista solo sull’ala nord. All’interno, ogni
lato è costituito da tre moduli allineati. Le quattro ali
si raccordano tramite vani angolari della misura di un
modulo, originariamente coperti da volte a crociera
da cui si accede alle torri coperte da eleganti volte ad
ombrello impostate su mensole decorate. Sul lato nord
si possono ancora ammirare le volte a crociera, mentre
sui lati est e ovest sono presenti le volte a botte con
profilo ogivale.
La ricostruzione del circuito difensivo è possibile
solo grazie alla documentazione cartografica del
‘500. Le trasformazioni cinquecentesche sono localizzate al primo livello delle ali est e sud. Gli interventi che si sono susseguiti tra ‘700 e ‘800 hanno
prodotto sopraelevazioni e divisioni interne.
Nella prima metà del ‘900 la Soprintendenza di
Catania ha diretto i restauri (1932-34). Durante
questi lavori sono state eliminate alcune strutture
cinquecentesche e molte superfetazioni posteriori. È
stata ricostruita la torre di sud-est e la scala esterna
del cortile interno (detta «catalana»).
Gli spazi interni sono stati adattati per poter trasferire i pezzi delle collezioni dei Benedettini e
Biscari. Oggi il castrum svevo è sede del Museo
Civico etneo.
Bruna Pandolfo e Alberto Di Gaetano
TOSCANA
LA FORTEZZA DI MONTECARLO
La fortezza di Montecarlo si trova su una collina
che divide la piana di Lucca dalla Valdinievole,
e insieme al borgo, anch’esso fortificato, si eleva
quasi al centro di questa dorsale (m.163 s.l.m.).
L’antico insediamento di Montecarlo fin dall’anno
Mille era chiamato Vivinaia. Corrispondeva ad una
curtis, affidata ai conti margravi della Tuscia, che
avevano ottenuto, in epoca franca, il governo della
regione con capitale Lucca. Il primo incastellamento
del piccolo “villaggio” fu dovuto per il controllo sul
vicino castello di Porcari e consentiva di verificare
il movimento di cose e di persone sulle due vie di
comunicazioni: la Cassia e la Francigena.
Già fin dal 1230 con ordinamento comunale tale
struttura urbana si estendeva in direzione longitudinale, da ponente a levante, lungo la dorsale della
collina verso la piana di Lucca, circa duecento metri
a valle dell’attuale centro di Montecarlo. Il borgo
abitato doveva avere forma rettangolare.
A causa di una notevole crescita della popolazione, esso si espanse lungo la dorsale a valle della
collina. Si rese quindi necessaria la costruzione di
una seconda cinta muraria. Il borgo fortificato si
divideva in cinque “ruote” o contrade: Pescheria,
Pellicciaria, Oliva, Arrengo e Ripa.
Consolidata l’autonomia comunale, gli abitanti di
Vivinaia si preoccuparono della difesa del territorio
ricadente sotto la loro giurisdizione con la rivendicazione dei diritti di possesso sulle terre e dei terreni
sparsi a settentrione della Via Francigena e lungo la
Via Vivianese. Durante la costruzione sul colle del
nuovo perimetro fortificato con un “cassero” (1321)
detto del Cerruglio, mutò l’antico nome di Vivinaia
in “Castrum Lucense”, ossia Castello Lucchese.
La presa del potere su Lucca di Castruccio Castracani
accentuò la posizione strategica di Vivinaia, che
divenne uno dei capisaldi per la sicurezza della
città. Dopo la morte del Castracani, il vicario del
re Giovanni prese possesso di Lucca e di varie terre
del contado. Anche Vivinaia fece parte di questi
possedimenti (1332).
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Il castello Ursino
di Catania,
con la sua possente
mole quadrilatera
con torri cilindriche
ai vertici dell’impianto
ed altre intermedie
più piccole. Eretto per
volontà dell’imperatore
Federico II da Riccardo
da Lentini costituisce
tra le fortificazioni
volute dallo Svevo
quella tipologicamente
più assimilabile
ai castelli arabi
del periodo ommiade.
Fortezza di Monte Carlo (Lu).
L’antico borgo
di “Vivinaia” mutò il nome
in “Monte di Carlo”
in onore di Carlo
di Lussemburgo
(1334) insieme
alla “fortificazione”
intorno al Cerruglio dando
origine ad una “terra
murata fortificata”.
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
In questi anni venne realizzata la seconda parte
della fortezza, prolungando i lati lunghi della “rocca” antica allo scopo di proteggere il borgo dagli
attacchi dei fiorentini. Si venne a formare una
fortificazione a forma trapezoidale con un “cassero” (antico fortilizio) verso il borgo e con una corte
circondata da alte mura di perimetro (primo cortile)
e agli spigoli delle massicce torri quadrate.
Negli anni successivi, Montecarlo subì numerosi
attacchi e assedi da parte della milizia fiorentina,
fin quando (1437) venne conquistato da Francesco
Sforza, futuro duca di Milano ed allora Capitano
Generale della Lega capeggiata da Firenze contro
Lucca e i Visconti. La fortezza entrò così a far parte
della giurisdizione della Repubblica di Firenze, e
proprio i fiorentini costruirono, in adiacenza alla
rocca, una nuova struttura difensiva con pianta a
forma di “L” (a cavallo del ‘400), adattando l’antica
struttura medievale alle nuove tecniche militari di
difesa e offesa. Su uno spigolo del nuovo recinto
costruirono un grandioso torrione (simile ad una
“rondella”) di forma rotondeggiante all’esterno e
poligonale all’interno costruendo un secondo cortile
con porta sulla muratura e con l’inserimento al suo
interno di alcune feritoie bombardiere per le nuove
tecniche di assedio.
Durante la guerra contro Siena (1554), Montecarlo
venne conquistata dalle truppe franco-senesi, guidate da Piero Strozzi. In tempi successivi, la piccola
fortezza continuò ad essere rafforzata con nuove
opere, in parte ancora esistenti (bastioni fortificati
alla “moderna”) visitati (1556) dallo stesso Cosimo I,
Granduca di Toscana. Successivi restauri e ristrutturazioni (il cassero venne trasformato in abitazione)
permisero che mantenesse inalterate le sue caratteristiche difensive medioevali e di transizione fino
alla fine del XVIII secolo. Nel 1775 il Granduca
Pietro Leopoldo decise di sopprimere la guarnigione
mettendo in disarmo la fortezza che venne data in
enfiteusi a privati.
Domenico Taddei
LA ROCCA DI STAGGIA SENESE, POGGIBONSI
La rocca di Staggia senese si trova a sette chilometri
da Poggibonsi verso Siena, sulla Via Cassia lungo il
tracciato della via Francigena o Romea che nell’Alto Medioevo è stata una delle strade importanti per
il collegamento tra il nord Europa e il sud dell’Italia
e quindi con l’Oriente.
Il fortilizio è costituito da due cerchie di mura
molto alte (12 braccia) con torri tonde (“rondelle”)
su due spigoli del perimetro poligonale e una torre
quadrata quasi al centro (a cavaliere) del recinto
interno a mo’ di “mastio”. Le prime notizie su questa architettura fortificata risalgono al IX-X secolo
in quanto faceva parte dei possedimenti Longobardi
(poi Franchi) nella Tuscia.
La fortificazione, al centro di un vasto feudo (Famiglia
Soarzi), rimase fino alla metà del XIII secolo sotto l’influenza della Repubblica di Siena e dalla fine del XIV
secolo nell’orbita della Repubblica Fiorentina.
Ebbe una prima epoca di splendore intorno alla
metà del XIII secolo (difesa “piombante”).
È a questa epoca che si possono far riferire il recinto
murato più in alto sul poggio, la torre quadrata, un
cassero – palatium Soarzi – oggi diruto.
La metà del XIV segna l’epoca di maggior splendore
della rocca in quanto il feudo entrò in possesso
della famiglia “de’ Franzesi” – già della Foresta
– che con varie alleanze ora con Firenze ora con
Siena, ricostruì il sistema fortificato e organizzò
all’interno della cerchia di mura varie costruzioni
con un palatium con loggia (residenza fortificata)
di cui oggi rimangono importanti tracce come il
camino romanico/gotico con colonne in travertino
a torciglione, e delle buche pontaie di grandi proporzioni che indicano la presenza di una “grande
sala d’armi” con altana sorretta da pilastri ottagonali sormontati da capitelli in stile gotico a foglie
di acanto e antropomorfi.
La costruzione della seconda cerchia della fortificazione è attribuita alla Repubblica Senese che
entrò in possesso della rocca dopo la battaglia di
Montaperti. Ritornata poi sotto l’egemonia della
Repubblica Fiorentina, nel 1431 furono completate
le murature di perimetro e il borgo sottostante la
rocca fu perimetrato di alte mura con apparato a
sporgere (“terra murata di Staggia”) sotto la soprintendenza di Filippo Brunelleschi.
Alla seconda metà del’400 si attribuiscono alcuni
sistemi di offesa di “randenza” in quanto in un
torrione tondo sono presenti tre “bombardiere a
chiave rovesciata” caratteristiche dell’uso di piccole
artiglierie (colubrine) tipiche del periodo di “transizione” dell’architettura fortificata.
Dopo la caduta di Siena del 1553 entrò a far parte
del Granducato, all’interno di un vasto Stato e perse
d’importanza strategica.
La fortificazione sia internamente al perimetro sia
nelle aree esterne è di proprietà privata. La rocca è
aperta al pubblico. Sia per l’architettura presente
(porta, torre, rondelle, perimetro murario, camminamenti di ronda, mensole, beccatelli, etc.) sia per
gli spazi interni del primo e del secondo cortile si
presenta come un “sito” medioevale di straordinaria
importanza. I grandi spazi interni liberi e la torre
sono fruiti per attività pubbliche: da “museo di
se stessa” a tutta una serie di attività culturali e
turistiche (mostre, conferenze, etc.) di grande spessore culturale. Nella rocca, fin dal 2010, è attiva
una Fondazione che valorizza la storia-memoria
del luogo dando vita a itinerari contemporanei. Il
direttore artistico D. Bagnoli promuove negli ampi
spazi interni, con un affiatato gruppo, lo sviluppo di
un viaggio interattivo creando un percorso onirico
multidisciplinare: arte, storia, filosofia, letteratura,
recuperato dallo straordinario mondo medioevale.
Questa importante architettura fortificata valorizza
un intero territorio, fa meglio conoscere lo straordinario territorio della val d’Elsa in questo gioiello
ambientale che è la piccola val di Staggia tra
Poggibonsi e Monteriggioni.
Domenico Taddei
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Staggia (Si), come
“staja” – “staio”: misura
di quantità per il grano. Il
piccolo villaggio ai piedi
del “castello dè Soarzi”
era un “mercatale”, dove
tra i tanti prodotti coltivati
e presenti prima del Mille,
vi erano grano, orzo,
avena, farro e la presenza
di mulini e frantoi.
LA FORTEZZA E IL MASTIO DI VOLTERRA
Opera prima di Francesco di Giovanni di Matteo
detto il Francione (1428-1495), fu realizzata tra il
1472-1474 nell’ambito della politica di egemonia
sulla Città per il rafforzamento dei confini dello
Stato verso la Repubblica di Siena da parte di
Lorenzo il Magnifico.
La nuova fortificazione laurenziana è a margine
delle mura cittadine in un sito dominante la Città,
collegato con un doppio recinto fortificato (oggi
adibito a carcere) ad altre fortificazioni costituite
anticamente da una torre inglobata in una “rocca”
già nel 1361, al tempo della famiglia Belforti, poi
ristrutturata con un bastione e una torre cilindrica
adiacente alla porta a Selci, al tempo dal Duca
Gualtieri, Signore di Volterra, nel 1342. Dopo la
conquista e il “sacco” di Volterra nel 1472 da
parte di truppe fiorentine guidate da Federico da
Montefeltro, Duca d’Urbino, a seguito della guerra
per il monopolio sull’allume, fu iniziata questa
fabbrica, secondo i moderni canoni dell’architettura
fortificata detta poi di Transizione. La Fortezza
nuova attribuita al modello del Francione ha una
forma quasi quadrata con agli spigoli grossi torrioni cilindrici e al centro di essa, che la sovrasta, un
grosso torrione rotondo a mo’ di mastio. Le proporzioni della scarpatura e dell’elemento verticale sono
completati da un elegante coronamento a sporgere
in mensole e beccatelli per il camminamento di
ronda che non solo è presente nella parte attribuita
al Francione, ma si sviluppa sia nella parte longitudinale sia nel perimetro della parte antica (torrione
rotondo interno al recinto e bastione poligonale
esterno fino al perimetro della Città) dando un’immagine di grande coerenza stilistica e omogeneità a
tutto il vasto complesso delle fortificazioni costruite
sicuramente in tempi diversi.
I contenuti di forma e di funzione di questa architettura fortificata (la forma quadrata, i grossi tor-
rioni cilindrici, il mastio al centro del quadrato, e il
coronamento di ronda) oltre a possibili riferimenti
stilistici con altre architetture coeve (Ravenna,
Imola, Pesaro, Senigallia, etc.) che non necessariamente il Francione aveva avuto la possibilità
di conoscere direttamente, rappresentano l’applicazione delle teorie di architettura militare che si
stavano discutendo nell’Italia Centrale (Siena con il
Vecchietta e Francesco di Giorgio Martini e Urbino
con Luciano Laurana) in questo periodo.
L’apporto delle conoscenze trasmesse nel progetto
del Francione dal Duca di Montefeltro e l’applicazione massiva delle archibugiere all’interno e all’esterno
delle murature della “fortezza nuova” per risolvere i
problemi della difesa radente sulle cortine per l’inserimento delle artiglierie (archibugi e spingarde),
costituiscono, per molti aspetti, specie in comparazione con le fortificazioni degli anni a venire, un
modello inesauribile di esperienze e un preciso punto
di riferimento nelle future fortificazioni.
La fortezza di Volterra (Pi),
è costituita da due parti,
ovvero la Rocca Antica,
eretta nel 1343 e la Rocca
Nuova, costruita intorno
al 1472 su progetto
del Francione, con
recinto a forma quadrata
avente agli spigoli grossi
torrioni e mastio al centro
del perimetro. Le due
fortificazioni vennero
collegate da lunghe
cortine rettilinee che
conferiscono
a tutto l’insieme l’attuale,
originale, configurazione.
Quasi sempre, e tutt’oggi,
luogo di detenzione,
ospitò Galeotto
e Giovanni dei Pazzi,
che scamparono alla
Congiura, il matematico
Lorenzo Lorenzini e,
nell’Ottocento,
lo scrittore ed uomo
politico Francesco
Domenico Guerrazzi.
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Sicuramente modello in un primo periodo per
molti appartenenti alla bottega del Francione: da
Giuliano da Maiano, a Baccio Pontelli, a Francesco
d’Agnolo detto La Cecca, Luca del Caprina, fino ad
alcune esperienze dei fratelli da Sangallo o per altri
di cultura non fiorentina come Francesco di Giorgio
Martini, nelle fortificazioni urbinati che hanno
come principale riferimento le forme rotondeggianti
agli spigoli dei recinti fortificati rispetto a quelle
che poi saranno le forme poligonali (specie per
Giuliano da Sangallo e suo fratello Antonio) e nella
ricerca delle soluzioni teoriche e pratiche delle geometrie e nelle applicazioni del “fronte bastionato”.
Domenico Taddei
TRENTINO
ALTO ADIGE
CASTEL MOOS-SCHULTHAUS
Il Castel Moos (Schloss
Moos in tedesco), è noto
anche come Schulthaus,
dal nome della famiglia
che ne ha detenuto
il possesso tra il XVII
ed il XIX secolo. Situato
nell’Oltradige, presenta
le caratteristiche di una
residenza nobiliare,
con il nucleo più antico
costituito da una torre
di guardia risalente
al XIII secolo.
Sopra Appiano, in località Pigenò, in posizione
dominante, si erge il piccolo Castello Moos (Bz), in
origine una “torre fortificata” a pianta rettangolare,
costruita attorno al 1250 dai signori di Rottenburg
originari dalla bassa Valle dell’Inn. La torre costruita con pietre irregolari e conci squadrati negli angoli, tetto aguzzo e piccole finestre ad arco, delle quali
ne rimangono due sulla parete est, è documentata
nel 1270, mentre nel 1356 fu ampliata da Enrico V
di Rottenburg, quale castello di caccia in quanto la
zona era ricca di cacciagione. I Rottenburg possedevano poco lontano l’omonimo castello, uno dei più
possenti della zona, oggi ridotto a rudere.
Con l’ampliamento, la pianta dell’edificio assunse
la forma ad “L”, alla quale fu aggiunto un piccolo
volume nell’angolo di congiunzione tra i due corpi
principali, una specie di torre di metri 2,50x2,50
con muri di 90 centimetri di spessore.
Notevoli sono le pitture della “sala della caccia”,
un ambiente di ritrovo conviviale, decorate verso la
fine del Trecento ed i primi del Quattrocento. Sulla
parete di fronte all’ingresso della sala della caccia, a
sinistra è raccontata la “guerra tra gatti e topi”, ove
i topi sono raffigurati come animali e camminano
a quattro zampe, mentre i gatti sono in posizione
eretta, come se fossero degli umani. Con ogni probabilità questa storia si collega alle antiche narrazioni dell’Egitto derivate dalla letteratura greca e
giunte a Venezia da Costantinopoli al tempo delle
crociate. Sul significato di questo racconto pittorico
le opinioni sono diverse: il mondo alla rovescia,
oppure la rivolta di Enrico V di Rottenburg contro
il duca Federico d’Asburgo. Sulla parete di destra è
dipinta una dama a cavallo d’un asino, che regge
su di una mano un cucù e un cartiglio con la scritta
parzialmente leggibile “einen esel reitet mancher…”
(un asino cavalcato da certuni…), con la stessa
mano la donna tiene al guinzaglio tre scimmie in
procinto di afferrare altrettanti giullari. Le pitture
di Castel Moos devono essere state realizzate prima
del 1406, cioè prima del declino di Heinrich V di
Rottenburg, dopo la morte del quale il castello fu
ceduto in feudo agli Spaur, che attorno al 1550 lo
ampliarono ulteriormente aggiungendo un altro
volume e trasformando così la pianta ad “L” in un
rettangolo delle dimensioni di metri 13,20x13,80 e
sopraelevando il tutto di un piano. L’intero edificio
fu poi coperto da un tetto a padiglione.
Oggi è un susseguirsi di stanze e piccoli ambienti
arredati con mobili del tempo e con decorazioni
prevalentemente a motivi floreali: peri, meli, viti
con grappoli d’uva e una grande varietà di uccelli.
Su di una parete è dipinto un melograno con al
centro una figura maschile vista di schiena, quasi
nell’atto di girarsi per andarsene, con tra le mani
una tromba e una lancia. Su di una seconda parete
una quercia e tra i rami un unicorno ed ancora una
coppia di cortigiani, una figura maschile vestita da
gatto che cavalca un cavalluccio di pezza e uno
scudiero con un copricapo da giullare.
Il castello dagli Spaur passò ai Tann e nel 1617 a
seguito del matrimonio di Salome von Lanser con
un Schulthaus a questi ultimi che lo tennero sino
alla metà del XIX secolo. Fu questo un periodo di
splendore per il piccolo castello ora denominato
Moos-Schulthaus; vi si celebrarono feste e ricevimenti, ma iniziò anche il declino tanto che nel
1850 passò alla famiglia Nocker da Appiano che lo
utilizzò per ben 108 anni quale casa colonica sino a
quando nel 1958 fu acquistato dall’imprenditore di
Bolzano Walter Amonn che dette inizio al recupero
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con consistenti lavori di restauro condotti dall’architetto Erich Pattis sotto la sorveglianza della
Soprintendenza dello Stato Italiano.
Roberto Codroico
CASTEL STENICO
Il Castello di Stenico, si erge su di un dosso in
posizione dominante sul villaggio che sorge ai suoi
piedi ma anche sui territori delle pievi del Banale,
Bleggio e Lomaso. Deve la sua importanza all’essere
stato, a partire dal XIII secolo, sede del capitano
delle Giudicarie per conto del principe e vescovo
di Trento. Il dosso sul quale è stato costruito fu con
ogni probabilità abitato già in epoca protostorica,
sicuramente in epoca romana e altomedievale come
attestano alcuni reperti architettonici ed affreschi,
probabilmente del IX secolo quando sul dosso vi era
un convento, oggi inglobato tra le mura del castello.
È nominato la prima volta in un documento del
25 aprile del 1163 con il quale il vescovo Egnone
d’Appiano concesse a Bozone e a suo fratello
Ottone di custodire una “casa” che il vescovo aveva
fatto costruire sopra il Castrum di Stenico.
Bozone aggiunse una torre e la cisterna per la
raccolta dell’acqua e suo figlio Alberto un “nuovo
palazzo”, mentre altri interventi, probabilmente
il palazzo a nord, furono realizzati al tempo del
vescovo Vanga (1207-1218).
Nel 1238 l’imperatore Federico II, sospeso il potere
del vescovo di Trento, ordinò che tutti i castelli
delle Giudicarie passassero in proprietà al podestà
Sodigerio di Tito e quindi anche il castello di Stenico.
Ritornato Castel Stenico in possesso del vescovo
di Trento, fu da questi affidato ad un capitano che
solitamente era anche capitano delle Giudicarie;
non mancarono però continui contrasti e pretese sul
castello e sulla nomina del capitano, contese esercitate dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini e dalle potenti
famiglie degli Arco, Campo e soprattutto dai Lodron
intenzionati a ricavarsi un feudo nelle Giudicarie.
Al tempo del capitano Erasmo Thun e del vescovo
Giorgio Lichtenstein furono intrapresi consistenti
lavori di sistemazione dell’intero complesso con la
costruzione di nuovi volumi adibiti a residenza e
decorati con pitture ad affresco. L’aspetto del castello in questo periodo è documentato in un affresco
della Torre dell’Aquila a Trento, pitture fatte pure
realizzare dal vescovo Lichtenstein. Nel 1407 i
trentini si ribellarono al vescovo ed occuparono il
castello ponendovi Negro de’ Negri condottiero del
popolo, che però dovette cederlo a Paride Lodron.
Ritornata la normalità il vescovo Giovanni
Hinderbach continuò l’opera di rinnovamento del
castello come attesta il suo stemma e la data 1477.
Con ogni probabilità fece costruire il palazzo verso
sud addossato all’edificio posto a nord nella zona
occidentale. Al tempo del vescovo Bernardo Cles
risale la “loggetta” che collega il palazzo duecentesco con quello “Novo”, e diverse decorazioni
ad affresco. Nel 1525 durante i fatti della “guerra
rustica” il castello fu assediato dai rivoltosi che vi
cacciarono il capitano, un fratello del vescovo.
Anche i successori del vescovo Cles, i quattro
vescovi Madruzzo, nominarono capitano del castello e delle Giudicarie membri della loro famiglia. Dal
XVII secolo invalse l’uso tra i capitani di non risiedere più nel castello demandando le funzioni ad un
sostituto. Il castello rimase sede dell’Imperial-Regio
Giudizio e subì pesanti interventi di sistemazione
per tale funzione.
Dalla metà del secolo in poi i vescovi non nominarono alcun capitano per il Castello di Stenico
che lentamente perse importanza. Durante la prima guerra d’Indipendenza, nel 1848, il castello fu
occupato per pochi giorni dai volontari lombardi,
mentre durante la Prima Guerra Mondiale ospitò
truppe austriache e prigionieri russi.
Col passaggio di Trento all’Italia il castello passò al
Demanio dello Stato e, dopo esser stato adibito a
caserma dei carabinieri, dal 1973 fu concesso alla
provincia Autonoma di Trento ed iniziarono i lavori
di restauro e recupero.
Roberto Codroico
UMBRIA
IL CASTELLO BUFALINI A SAN GIUSTINO
Il Castello Bufalini, situato al centro dell’abitato
di San Giustino (Pg), al confine con la Toscana,
sorge nel luogo dove esisteva un antico fortilizio,
le cui prime notizie risalgono al 1262; di proprietà
della famiglia ghibellina dei Dotti, è assediato e
devastato nel 1388 dai Malatesta, allora signori di
Sansepolcro, e poi riparato nel 1417 per volontà
del famoso capitano di ventura umbro Braccio
Fortebracci che vi insedia i castellani. Dopo la bat-
Il castello di Stenico (Tn),
è situato in un punto
strategicamente rilevante,
per la posizione di
controllo che assume dei
territori
ad ovest di Trento.
Le sue vicende sono
legate ai principi vescovi
di Trento, che
esercitavano anche
la giustizia. Più volte
modificato nel corso
dei secoli, durante la
dominazione austriaca
fu sede amministrativa.
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Vista del castello
Bufalini con la torre
est in primo piano.
A sinistra della torre
si trova il prospetto
principale posto a
sud-est con l’accesso
dal ponte levatoio sul
profondo fossato e
la loggia attribuita al
Vasari al piano nobile.
All’angolo sud si scorge
la torre campanaria con
l’orologio. Sia il maschio
che il prospetto nord-est
sono provvisti di raffinati
beccatelli in laterizio;
sono chiari analizzando
la muratura gli interventi
di ristrutturazione
cinquecenteschi.
taglia di Anghiari del 1440, che arresta l’espansione
dei Visconti di Milano verso l’Italia Centrale, San
Giustino diviene un luogo di frontiera ed il suo
fortilizio medievale diventa uno strategico avamposto militate per la difesa del territorio di Città di
Castello. Assalito, incendiato e distrutto varie volte,
il fortilizio fra il 1487 ed il 1492 diventa di proprietà di Niccolò Bufalini di Città di Castello, che lo
trasforma in un’ampia fortezza su progetto dell’architetto romano Mariano Savelli e le indicazioni di
Giovanni e di Camillo Vitelli. La fortezza ha pianta
quadrangolare con quattro torri angolari sulle quali
domina il Maschio; i percorsi fra le torri sono raccordati da camminamenti di ronda con piombatoi;
il complesso è difeso da un ampio e profondo fossato a pianta stellare con ponte levatoio. La nuova
fortezza presenta le caratteristiche dell’architettura
militare del periodo di transizione in cui convivono
elementi di difesa tipici del medioevo, con altri
della moderna difesa radente sviluppata con l’uso
della polvere da sparo. A partire dal 1530 l’abate
Ventura ed il fratello Giulio Bufalini, già trasformano la fortezza in un palazzo fortificato con varie
stanze distribuite intorno ad un cortile interno con
due lati porticati su progetto di Giovanni di Alesso,
architetto fiorentino della cerchia dei Sangallo, al
servizio del granduca di Toscana Cosimo I; spicca
come elemento architettonico signorile del palazzo
fortificato l’ampia loggia cinquecentesca sopra il
ponte levatoio attribuita a Giorgio Vasari.
Per la decorazione interna i fratelli Bufalini chiamano Cristofano Gherardi, discepolo del Vasari
e nativo del luogo, estroso e raffinato pittore di
formazione manierista che, fra il 1542 ed il 1552,
dipinge favole mitologiche nella torre maestra e
nelle numerose stanze del castello. Durante l’ultimo
decennio del Seicento ed i primi del Settecento, con
il progetto dell’architetto-pittore tifernate Giovanni
Ventura Borghesi, il palazzo Bufalini, già centro di
una grossa fattoria, viene ristrutturato come amena
villa di campagna, con un reimpiantato giardino
“all’italiana”, raro esempio in Umbria, irrigato
dalle acque del fiume Vertola tramite un condotto
sotterraneo ed una reglia. Nel giardino del Castello
sono presenti le maggiori varietà di frutta, agrumi
con limonaia, la ragnaia, fiori rari, erbe officinali,
ortaggi ed un labirinto impiantato nel 1692. Nel
1789 un violento terremoto che investe tutto il
territorio, provoca il crollo dell’antico campanile e
delle sopraelevazioni dell’edificio, oltre il distacco
di alcuni affreschi del Gherardi. Con l’avvento
della Repubblica Francese nel 1798 i Bufalini sono
spogliati del titolo nobiliare; gli ultimi proprietari
eredi della famiglia Martini Bernardi Bufalini lo
cedettero nella seconda metà del ‘900 al Comune di
San Giustino. Nel luglio del 1989 il Castello Bufalini
è stato acquisito dal demanio dello Stato con la finalità di destinarlo a museo di se stesso, in quanto esso
è una delle poche dimore storiche che conserva gran
parte dell’arredo di pertinenza, costituito da una raccolta archeologica e di dipinti, da mobili, tessuti storici, vari oggetti di ornamento, ceramiche e cristalli,
che suggeriscono l’atmosfera di un ambiente vissuto
da un’antica famiglia umbra; l’unicità del castello è
costituita inoltre dall’esistenza dell’Archivio di famiglia, uno fra i più importanti archivi privati d’Italia.
Il Castello Bufalini con le sue stanze arredate, il
suo sistema difensivo praticamente integro e i suoi
splendidi giardini tenuti in ottime condizioni, è
aperto al pubblico per visite guidate; dal 2008 è
affidato alla neo Soprintendenza per i Beni Storici
Artistici e Etnoantropologici dell’Umbria, che ha
preso in carico i recenti lavori di restauro.
Patrizia Materazzi
PALAZZO BOURBON A MONTE SANTA MARIA
TIBERINA
La storia di questo insediamento, posto ad ovest di
Città di Castello, tra Umbria e Toscana, è strettamente legata alla sua posizione geografica.
Il borgo murato, sviluppatosi intorno all’alta torre,
domina a 360° il territorio e la sottostante Valle del
Tevere da una altezza di 690 metri s.l.m..
Monte Santa Maria Tiberina (Pg) si trova al centro
di quello che fu il Marchesato di Monte S. Maria, un
feudo imperiale molto singolare di cui ne esistono
pochissimi altri esempi in Italia; esso deve la sua
esistenza e la sua sopravvivenza per circa cinque
secoli e mezzo alla posizione strategica della sua
inespugnabile roccaforte.
Il castrum Munte Sante Marie, divenne nel 1250 la
roccaforte di Guido di Montemigiano, che da quel
momento diede al ramo della famiglia l’appellativo
di Marchesi del Monte Santa Maria.
Il M.se Guido discendeva da una famiglia dalle
origini antichissime, riconducibili con certezza alla
figura di Raynerius o Ranieri, marchese di Toscana
dal 1014 al 1027; i suoi discendenti governarono
per secoli gran parte dell’Alta Valle del Tevere,
attraverso circa cento fra rocche e castelli costruiti
in diversi punti strategici del territorio.
Nel 1355 fu eretto a marchesato autonomo dall’Imperatore Carlo IV, ottenendo concessioni e privilegi
che vennero rinnovati con un successivo diploma
del 1699 dall’Imperatore Leopoldo d’Asburgo; esso
divenne così un piccolo Stato sovrano incuneato tra
la Toscana e lo Stato della Chiesa.
Il marchesato sopravvisse fino al 1815 quando,
a seguito del Congresso di Vienna, si decise la
soppressione dei piccoli feudi, autorizzando così
il Granduca Ferdinando di Lorena ad annetterlo al
Granducato di Toscana.
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CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
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Facciata principale
di Palazzo Bourbon
del Monte vista
dalla strada di accesso
alla piazza situata
alla sommità del
borgo murato: è ben
visibile la superba
torre campanaria,
eretta su un lato del
piccolo cortile interno,
che svetta su tutto il
territorio circostante.
Adiacenti al Palazzo
Marchionale, lungo
la via principale
del paese, sono visibili
altre due residenze,
e di fronte un terzo
edificio fortificato con
merlatura alla guelfa,
tutti appartenuti
ad altrettanti rami
della famiglia.
L’odierno territorio comunale, oggi in provincia di
Perugia ma fino al 1927 in Provincia di Arezzo,
ricalca fedelmente i confini dell’antico marchesato.
Ogni ramo della nobile Famiglia dei Marchesi, che
aggiunsero solo nel XVI secolo il nome Bourbon al
loro titolo nobiliare, costruì a Monte S. Maria la
propria residenza privata, così da edificare cinque
palazzi che, con i loro prospetti dai caratteri rinascimentali, si dispiegano lungo la via che divide
nettamente in due la parte alta del borgo.
Il Palazzo Bourbon del Monte, denominato spesso
il Castello o Palazzo Marchionale, è stato edificato
sulle strutture del preesistente castello tra il 1564 e
il 1614 dal M.se Bartolomeo e da suo figlio il M.se
Gianbattista. Le tracce delle antiche strutture sono
ancora visibili nell’edificio: le prigioni all’interno
della torre, le mura castellane con le feritoie inglobate nel prospetto che si apre verso valle, e le due
cisterne medievali.
Si trova alla sommità del borgo e si articola per
quattro piani. Le sale al piano terra sono coperte da
ampie volte in laterizio, mentre il piano nobile era
sormontato da soffitti in legno a cassettoni riccamente decorati, andati persi quasi del tutto a causa
dello stato di abbandono in cui il palazzo si è trovato dalla seconda metà dell’Ottocento fino al 1990.
Le ampie stanze prendono luce, oltre che dalle finestre poste sulle lunghe facciate laterali, anche da un
piccolo cortile interno dal quale svetta la poderosa
torre che domina tutto il territorio circostante, ed è
ben visibile anche dal vicino Castello di Lippiano.
Nel 1894 il M.se Gianbattista Francesco vendette il
palazzo e tutte le sue proprietà a Monte S. Maria. Da
questo momento in poi l’edificio cadrà in uno stato
di abbandono e verrà pesantemente danneggiato
durante i bombardamenti del 1944.
Si dovrà aspettare il 1990, anno in cui il Comune
acquista il palazzo, per poter iniziare l’opera di salvataggio di questo edificio, simbolo e testimonianza
della storia millenaria di Monte S.Maria Tiberina.
Patrizia Materazzi
VENETO
CASTELLO INFERIORE DI MAROSTICA
Nel 917 il duca del Friuli donò alla sede vescovile
di Padova il territorio tra l’Astico e il Brenta, che
comprendeva anche Marostica; il documento fu
arbitrariamente interpretato come una donazione
estesa anche alla sede vescovile di Vicenza, di conseguenza il Vescovo di Vicenza si sentì autorizzato
a dare per Marostica l’investitura agli Ezzelini sin
dal 1100. Marostica è situata vicino a Vicenza, città
che i Padovani volevano sottrarre agli Scaligeri; di
conseguenza anch’essa venne gravemente devastata. Fu perciò realizzato un imponente apparato
difensivo che comprendeva i due Castelli, il Castello
Superiore ed il Castello Inferiore, difesi dalla stessa
cinta di mura merlate. Gli Scaligeri conquistarono
il territorio vicentino, che comprendeva anche
Marostica, nel 1311, con Cangrande Della Scala.
Un dominio che durò poco più di un secolo, ma che
lasciò la sua significativa impronta. Con Cangrande
si avviò il progetto difensivo e di rimodulazione
urbanistica della città, spostando il centro storico
dall’antico Borgo, di epoca romana e medioevale,
56
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
Marostica (Vi),
è posizionata alla base
delle Prealpi Vicentine.
Dopo il possesso da parte
di Ezzelino III da Romano,
di Vicenza e dei Carraresi,
venne conquistata nel
1311 da Cangrande I
della Scala che eresse
una cinta difensiva a
protezione del borgo
collegandola al Castello
inferiore (a diretta difesa
del borgo) ed al Castello
superiore, situato alla
sommità del colle. Una
terza fortificazione, con
la torre oggi trasformata
in campanile, sorgeva
nel centro abitato per
contrastare il nemico che,
una volta penetrato al suo
interno, poteva tentare
di risalire la collina.
all’attuale centro interno alle mura. Furono perciò
realizzati i due castelli: il Castello Inferiore, detto
anche Castello da Basso, e il Castello Superiore.
Si delineò in tal modo la tipologia della città
murata che prevedeva il Castello di vetta, il borgo
mercato e il Castello da basso, seguendo il pendio
della collina fino alla prospiciente pianura. Veniva
favorita un’espansione del borgo con la definizione
di nuovi spazi architettonici, civili, istituzionali
e commerciali (considerando l’origine mercantile
degli Scaligeri), oltre a soddisfare le indispensabili
esigenze di sicurezza. Era garantita l’accoglienza a
tanti civili e militari con le loro attrezzature, con
soluzioni che si dimostrarono efficienti e valide fino
al secolo XIX secondo uno schema esportato anche
a Bassano e a Serravalle.
La costruzione delle mura, che seguivano il pendio
del colle Pausolino, munite di fossato nella parte
pianeggiante, e che collegavano i due castelli, iniziò
nel marzo 1372 per volontà di Cansignorio figlio
di Cangrande. Lo spostamento a valle dell’antico
borgo prevedeva terreni coltivabili per resistere ai
lunghi assedi. Sono quattro le porte che permettono
di accedere al centro storico fortificato: la Porta
Vicentina a sud che si collega al Mastio del Castello
inferiore, quella Breganzina ad ovest, la Bassanese
ad est e la Porta del Castello Superiore a nord.
Lungo le mura si distinguono i camminamenti,
utilizzati per il servizio di guardia. Dopo la guerra
della Lega di Cambrai (1508-1510) il podestà trasferì la sua sede e residenza dal Castello Superiore,
assai danneggiato dalle truppe imperiali, al Castello
Inferiore. Il Castello superiore era a base quadrata
con quattro piccole torri angolari ed una grande
torre centrale, eretta su una torre romana utilizzata
anche in epoca medievale, come ricordano documenti del 1262. Già ai primi del secolo XVI questo
castello mostrava segni di degrado. Il Castello
Inferiore sorse intorno 1312, ma fu dopo il 1339
che, con Mastino II, avvenne il suo completamento. Si tratta di un tipico castello-recinto, a pianta
rettangolare con quattro torrette quadrate negli
angoli, inglobante un imponente Mastio. Gli accessi
nord-sud erano due, con ponte levatoio e battiponte
sul fossato con acque del fiume Roza. Le torrette
angolari sulle cortine e la solidità dell’architettura
con grandi loggiati con pilastri ottagonali e su due
livelli ricordano il modello del Palazzo comunale
lombardo e ne confermano l’origine scaligera. I consigli comunali si svolgevano al piano superiore nella
Sala del Consiglio (composto dai rappresentanti di
nobili famiglie), coperta da travi a vista con annessa
la cappella privata del Podestà. Questi aveva una
comoda e decorosa residenza, ma riceveva in una
Sala d’onore o di rappresentanza affrescata con una
Madonna con bambino e dotata di due anticamere.
Domenico Caso
CASTELLO DI SOAVE
A breve distanza da Verona sorge in Val Tramigna
il Castello Scaligero di Soave, restaurato a fine
Ottocento a cura del proprietario sen. Camuzzoni,
già Sindaco di Verona fino al 1883. Al Castello si
accede attraversando un pre-castello, dopo essere
passati dal borgo alla cittadella, secondo uno schema riscontrabile in altre città fortificate italiane.
Infatti, le città fortificate scaligere erano concepite
come cittadelle del tutto autosufficienti in grado
di resistere a lunghi assedi. Appartenuto ai conti
di Sambonifacio di Verona, da quanto si evince
da un diploma di Federico Barbarossa ebbe come
proprietari Ezzelino da Romano, Podestà di Verona
CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI
nel 1126 passando poi ai conti Greppi di Verona
fino al 1270, quando al comune di Verona si insediò un capitano. Il paese acquistò prestigio sotto i
Della Scala, divenendo sede di capitanato con ben
22 paesi sottoposti. Nel 1270 il Castello passò al
comune di Verona e a Mastino I che, pur con forme
democratiche di governo divenne dominatore assoluto e proprietario del Castello, poi rinforzato dal
fratello Alberto I. Il Castello subì nuove modifiche
e fu rinnovato nel 1379, da Cansignorio, figlio di
Cangrande Della Scala, che realizzò per il paese una
cinta muraria ancor oggi visibile dotata di tre porte
per accedere alla cittadella fortificata. Il Castello
subì le vicissitudini politiche conseguenti alla
caduta della dinastia scaligera, con il passaggio ai
Visconti di Milano e, successivamente, ai Carraresi
di Padova. Nel 1405 venne conquistato dall’esercito
della Repubblica di Venezia, che lo sottrasse ai
Padovani con l’aiuto degli abitanti di Soave. Nel
1439, Soave fu conquistata dai Visconti guidati da
Niccolò Piccinino, ma per breve tempo in quanto
l’esercito veneziano riprese il controllo del territorio
circostante. Nel 1508 con la Lega di Cambrai, Soave
e il Castello subirono devastazioni, un incendio e
l’uccisione di centinaia di suoi abitanti. Nel 1511
la Serenissima, riacquistato il possesso del Castello,
grazie anche all’eroismo degli abitanti di Soave,
fece dono alla città dell’Antenna e dello stendardo
con il leone alato. Ormai le tecniche di difesa del
Castello erano inadeguate a fronte dell’uso sempre
più massiccio di armi da fuoco e la struttura fortificata fu data in affitto alla famiglia dei Gritti, che lo
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cedettero a privati in subaffitto. Le mura formano
un ampio quadrilatero con ventiquattro torri con
merli ghibellini a coda di rondine. Le cortine murarie, alte dai dodici ai diciotto metri, sono coronate
in alto da merli rastremati nella parte superiore, a
doppio spiovente. Il Castello ha tre cortili di diversa
dimensione, di cui il primo, di più recente costruzione, realizzato nel XV secolo, mostra i resti di
una piccola chiesa con tre absidi del X secolo, forse
rifugio dalle incursioni degli Ungari. Al secondo (il
più antico) cortile si accede da una porta con saracinesca; sulla porta ovest si conserva un affresco
del 1321 che raffigura una Madonna al cospetto
di fedeli inginocchiati. Si nota inoltre la presenza
di una porta di soccorso, destinata ai rifornimenti. Nel terzo più piccolo ed elevato cortile, che si
raggiunge mediante una scaletta in legno, sorge
l’imponente Mastio, su possente basamento tronco
piramidale; in basso, da una piccola apertura, si
accede ad un ambiente quadrato, probabilmente
adibito a luogo di tortura e di prigione. Un pozzo e
la stanza del corpo di guardia si trovano nella corte
insieme ad altri alloggi per soldati e all’abitazione
del Capitano, che per l’essenzialità dell’edificio era
adatta a brevi soggiorni e mai fu una residenza stabile. Altri ambienti significativi sono La Caminata,
una camera da letto con affresco del Duecento, una
sala da pranzo ed un altro ambiente che raccoglie
dei ritratti di personaggi storici come Cansignorio e
della cultura come Dante.
Domenico Caso
Poco distante da Verona,
Soave conserva intatta
la sua cinta difensiva,
così come Marostica,
Cittadella e Montagnana.
Le sue mura vennero
erette nel 1369 dagli
Scaligeri per difenderla
dagli attacchi
dei Sambonifacio
e dai Veneziani.
Le mura salgono verso
il castello sulla collina
che, già esistente
in età alto medievale,
fu successivamente
ampliato dai Veronesi nel
Trecento e, nel secolo XV,
da Venezia.
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RECENSIONI
CASTELLA MARCHIAE N.12/13 – 2010/2013
RIVISTA DELL’ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI –
SEZIONE MARCHE
>
Nel 2014 l’Istituto Italiano dei Castelli e la sua
Sezione Marche celebrano il loro 50° anno dalla fondazione. Particolarmente significativa, quindi,
appare l’uscita del n. 12/13 della rivista “Castella
Marchiae”, organo dell’Istituto e della Sezione, unico in
Italia a rappresentare nel settore dei castelli una singola
regione; rivista scientifica che ha raggiunto il suo 17°
anno di vita, fondata e diretta dal 1997 dal Prof. Arch.
Fabio Mariano, ordinario di Restauro Architettonico
presso l’Università Politecnica delle Marche e membro
del Consiglio Scientifico dell’Istituto. Questo corposo numero, ricco di ben 17 saggi in 200 pagine,
edito dal Lavoro editoriale di Ancona, raccoglie i
contributi scientifici di vari autori specialisti nella
materia dell’architettura fortificata, con particolare
riguardo al territorio marchigiano. Nell’editoriale,
Fabio Mariano ha colto l’occasione per ricordare due
soci, due carissimi amici e preziosi collaboratori della
Rivista recentemente scomparsi: il Prof. Arch. Paolo
Taus, attivo membro della Sezione Marche ed autore
di numerosi saggi sulle fortificazioni di Fano; l’Ing.
Dino Palloni, noto, attivo ed apprezzato membro del
Consiglio Scientifico dell’Istituto e della stessa rivista
“Castella Marchiae” sin dal suo primo numero. Fra
i saggi si segnalano quelli di Annalisa Paoloni, che
analizza la formazione del complesso dell’Abbazia
fortificata di S. Maria in Insula a Cessapalombo
(MC): un edificio di fondazione benedettina dell’VIII
secolo, di eccezionale interesse come secolare palinsesto architettonico ed artistico. Quindi due saggi,
di Rossano Cicconi e di Pio Pistilli, analizzano dal
punto di vista storico documentario e tipologico un
manufatto militare e residenziale pressoché inedito:
la rocca di Colonnalta presso S. Ginesio, posta controllo della vallata di Pian di Pieca da parte della
famiglia dei Brunforte. Originariamente risalente al
XIII secolo. Colonnalta è stata oggetto di campagne di scavo, promosse dall’arch. Giuseppe Gentili
e seguite dal prof. Pistilli, che ne hanno rivelato il
singolare impianto modulare del castellare, opera
di maestranze extra marchigiane, probabilmente
di cultura d’oltralpe, che ricordano, ad esempio,
il Donjon de Gouzon a Chauvigny o quello dello
Château de Niort, elevato da Enrico II Plantageneta
per Eleonora d’Aquitania. Valeria Fortunato analizza
qui la Rocca del Sasso di Verucchio, ed in particolare il suo torrione poligonale di età malatestiana,
valutando dalle sue caratteristiche tipologiche una
sua più certa datazione quattrocentesca. Andrea Di
Nicola affronta i problemi attributivi della Rocca
di Cittareale nel reatino, già nel Regno aragonese,
chiarendo meglio la figura e l’apporto dell’architetto
militare Antonio Marchesi da Settignano, figura cui
già fu attribuito dal Mariano (1989) il progetto della
Rocca Costanza di Pesaro, che si configura sempre
più come uno dei più interessanti ed attivi epigoni
delle teorie fortificatorie di Francesco di Giorgio
Martini. Alessandra Castelbarco Albani ripercorre,
attraverso l’architettura della Villa Imperiale di
Pesaro - articolata fra residenza e manufatto difensivo - il rinnovo della fabbrica quattrocentesca con
la costruzione della sua ala sforzesca ad opera di
Girolamo Genga (allievo di Raffaello), voluta da
Eleonora Gonzaga sui colli del S. Bartolo per gli
otia di suo marito Francesco Maria della Rovere.
Se ne evidenzia il valore dell’opera monumentale come orgogliosa esibizione dell’aggiornamento
culturale della corte sforzesca proprio nel periodo
della sua maggiore crisi politica seguita alla morte
di Giulio II. Fabio Mariano ripercorre la figura di
Giacomo Fontana, uno dei più validi architetti militari del XVI secolo, ma anche uno dei più interessanti
teorici dell’urbanistica di quel periodo. Con la sua
lungimirante Relazione su Ancona dedicata a Sisto
V Fontana fu inoltre un sorprendente anticipatore
dei successivi piani che trasformarono la città nei
secoli successivi. Paolo Cruciani traccia l’evoluzione
delle mura del circuito difensivo di Macerata, nella
sua perimetrazione definitiva, quando i due originari
nuclei dell’abitato giunsero a fondersi in un unico
pomerio, definito tra la metà del XIV, su iniziativa
del cardinale guerriero Egidio Albornòz, ed il terzo
decennio del XVI secolo, quando vi venne chiamato
ad operare l’architetto militare imolese Cristoforo
Resse, allora architetto della Santa Casa e collaboratore di Antonio da Sangallo Jr. nella costruzione
delle fortificazioni lauretane. Tommaso Carpegna
offre una inedita storia del palazzo fortificato che la
sua famiglia - signori liberi, per investitura imperiale, di un territorio che si estendeva al confine tra lo
Stato Pontificio e il Granducato di Toscana – edificò
sull’antica rocca fra il 1674 e il 1696. Un monumento
poco conosciuto, vasto e di sobria fattura, disegnato
dall’architetto romano Giovanni Antonio De Rossi.
Claudio Bruschi chiarisce la figura del Maggiore
del Genio Militare piemontese Giuseppe Morando,
una delle figure centrali nella stesura del piano
di difesa della piazzaforte di Ancona dopo l’Unità
d’Italia. Fu autore della corona dei forti suburbani
e della costruzione della Caserma Villarey. Fabio
RECENSIONI
Marcelli, sulla base di inedite ricerche d’archivio,
ripercorre gli interventi del primo Soprintendente ai
monumenti delle Marche, Giuseppe Sacconi, sulle
fortificazioni di Loreto, nel contesto del più ampio
restauro del complesso mariano operato dall’architetto marchigiano alla fine del XIX secolo. Aggiunge
poi l’esegesi degli interventi dell’architetto Guido
Cirilli – suo epigono e collaboratore diretto – che
ne proseguì l’opera dopo la sua scomparsa nel 1905.
L’analisi comparata dell’opera specifica svolta dai
due professionisti a Loreto viene così a costituire una
interessante occasione di confronto metodologico ed
un capitolo originale sull’evoluzione delle teorie del
restauro a cavallo dei due secoli. Fabio Mariano illustra il restauro della Rocca di Staggia Senese presso
Poggibonsi, curato dal Prof. Domenico Taddei, già
presidente del C. S. dell’Istituto, cui è stata conferita
la Targa dell’Istituto 2008. Lo sviluppo del castello
dovrebbe risalire all’opera di Ildebrando Lambardi
alla fine del X secolo, tuttavia la sua configurazione
prevalente si data alla fine del XIII secolo quando
venne riedificato, in forme marcatamente nord
europee, sotto la protezione imperiale teutonica e
ristrutturato nel 1372 e nel 1432, a configurare l’alta
torre quadrangolare cui sembra abbia sovrainteso
Filippo Brunelleschi per la Repubblica di Firenze. La
sezione Itinerari illustra sinteticamente il vasto patrimonio fortificatorio delle Marche, la arricchiscono due
saggi: uno dedicato da Giusy Scendoni al castrum
di Ortezzano nella media Valle dell’Aso in provincia di Fermo, creato per difendere i domini farfensi
nelle Marche. L’altro, di Elisa Baldassarri, analizza
il borgo murato di Petrella Guidi, nel Montefeltro,
un insediamento della fine del XIII secolo articolato
intorno al mastio centrale che conserva l’originaria
e suggestiva struttura medioevale a sviluppo radiale.
Fabio Marcelli, infine, rende omaggio al fondatore (nel
1964), del nostro Istituto dei Castelli, l’architetto Piero
Gazzola (1908-1979): uno dei teorici e padri fondatori
della disciplina scientifica del restauro architettonico
contemporaneo, con la recensione dell’ottimo volume
di Claudia Aveta: Piero Gazzola, Restauro dei monumenti e tutela ambientale, (E.S.I., Napoli 2007).
Pietro Fenici
PROGETTO CITTADELLA 1994/201, A CURA DI
SEBASTIANO GIANNESINI, BIBLIOS, 2013
>
Il testo riporta con altri autori una lettura
critica del progetto di restauro di Patrizia
Valle realizzato in quasi un ventennio della cinta
muraria fortificata di Cittadella presso Padova.
L’architetto Patrizia Valle ( membro ICOMOS) ha
una lunga esperienza nel campo del restauro di
singoli manufatti e della consulenza per il recupero
di siti a rischio in Europa, in Turchia e a Rodi. Il
testo ha come sottotitolo” Restauro e ri-Animazione
delle mura di Cittadella” e riporta anche una cronologia degli interventi conservativi avvenuta per
fasi successive. Altri interventi sono stati effettuati
dal 2001 al 2013 su singoli episodi come Palazzo
Mantegna, Casa e facciata del Teatro Sociale e,
Campo dei Giganti, Teatro all’aperto, porte citta-
dine. Le immagini inserite nella pubblicazione ben
evidenziano l’estensione e la qualità dell’intervento
conservativo nei confronti di un modello difensivo
che include un tracciato viario e gli accessi. La
caratterizzazione del centro abitato racchiuso in un
territorio limitato ha favorito una razionalizzazione degli spazi e delle funzioni con la presenza di
zone verdi in prossimità delle mura esternamente
circondate da fossato. Si definisce un modello di
città fortificata secondo un disegno, persistente e
ben conservato, che racconta di un’epoca trascorsa
e che annovera anche altri esempi nel solo Veneto.
Il testo, oltre alle foto che testimoniano lo stato
dei luoghi prima e dopo l’intervento di restauro
con lo stato di degrado biologico per l’esposizione alle intemperie, le piante parassite in grado di
provocare sollecitazioni meccaniche nei paramenti
murari, riporta disegni del progetto nelle singole
aree di intervento con indicazione dei punti dove
è necessario recuperare o sostituire mattoni, intonaci e affreschi. Infatti al restauro delle porte si è
connesso il rapporto tra architettura e pittura, che
caratterizza tutto l’insieme delle mura , per cui al
consolidamento statico con interventi visibili e
reversibili si è abbinato il rinvenimento e conservazione di simboli delle Signorie che si sono avvicendate nel governo di Cittadella come i Carraresi
e i Sanseverino e il recupero di intonaci originali
opportunamente sigillati e conservati. Per i nuovi
interventi sono stati utilizzati legno,vetro e acciaio,
come in Campo dei Giganti per contrapporre leggerezza trasparenza alla gravità delle Mura, l’acciaio
per la sua resistenza e durata abbinato a nuovo
laterizio e calcestruzzo, utilizzato per il consolidamento di murature e fondazioni. l libro riporta nelle
pagine iniziali due contributi critici, uno di Roberto
Masiero ”Tra le Mura “ l’altro di Franco Purini
“La reinvenzione del Paesaggio”che dissertano su
alcune teorie del restauro come quella di Cesare
Brandi, sulla qualità anche simbolico-geografica del
recupero conservativo delle mura di Cittadella, sul
rapporto tra vecchio e nuovo, come ad esempio nel
settore nord-ovest una breccia nella continuità delle
mura durante la guerra di Cambrai ha reso possibile
la realizzazione di una moderna scala in legno e
acciaio di accesso alle mura. Seguono i contributi
di Mario Massimo Cherida “Il restauro delle Mura,
di Mirella Baldan “Preliminari al restauro”, e di
Valeriano Pastor dal titolo”Completamento?”.
Nelle ultime pagine il testo si trasforma in un’ utile
guida per eventuali visitatori di Cittadella, con
ben undici itinerari per promuovere una musealità
diffusa come per la ricostruzione del cammino di
ronda che definisce un percorso in grado di collegare più spazi sociali ed espositivi con vari punti di
risalita. Vengono ripristinati antichi percorsi tra la
Casa del Capitano e Porta Bassano, il Torrione di
Porta Vicenza è raggiungibile con moderno ascensore panoramico, altro collegamento in discesa in
legno e acciaio conduce alla Chiesa del Torresino
nuovo spazio espositivo e alla sala conferenze e
altri spazi museali nella Torre Malta, poi Porta
Treviso e Porta Padova con le Gallerie.
Domenico Caso
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