ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI Associato a Europa Nostra Organizzazione internazionale sotto gli auspici dell’Unesco e del Consiglio d’Europa Onlus Fondato da Piero Gazzola nel 1964 187-188 1964 | 2014 50 castelli per 50 anni febbraio - settembre 2014 “Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - 70% Aut: 012/ATSUD/NA” 2 SOMMARIO > Sommario ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI Associato a Europa Nostra Organizzazione internazionale sotto gli auspici dell’Unesco e del Consiglio d’Europa Onlus Fondato da Piero Gazzola nel 1964 187-188 1964 | 2014 50 castelli per 50 anni febbraio - settembre 2014 “Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - 70% Aut: 012/ATSUD/NA” Fondatore CRONACHE CASTELLANE N° 187/ 188 FEBBRAIO - SETTEMBRE 2014 in copertina: Giuseppe Zocchi (1711-1767) Veduta del Tevere verso Castel Sant’Angelo, con San Pietro in lontananza. Vittorio Faglia 3 Lettera del Presidente 5 Editoriale 6 7 10 12 Direzione artistica Luigi Maglio e curatela editoriale Direttore responsabile Attività dell’Istituto CXXV Consiglio Scientifico dell’Istituto CXXXIV Consiglio Direttivo dell’Istituto Verbale della XLIX Assemblea Ordinaria Rendiconti finanziari Cinquanta castelli per Cinquanta anni Maurizio Orrù Antonella Delli Paoli Maurizio Montone Domenico Caso 14 Abruzzo Segreteria di redazione Castel dell’Ovo via Eldorado - 80132 Napoli [email protected] tel. 081 5513928 18 Calabria Impaginazione e stampa Officine Grafiche Francesco Giannini & Figli S.p.A. 80134 Napoli 24 Friuli Venezia Giulia Redazione Il presente notiziario, stampato in 3000 copie, è una circolare interna di informazione per i Soci dell’Istituto Italiano dei Castelli. Autorizzazione del Tribunale di Monza n. 147 del 23.4.1968. I testi possono essere riprodotti previa autorizzazione e citando la fonte. Stampato a Napoli nel mese di settembre 2014 16 Basilicata 20 Campania 22 Emilia Romagna 27 Lazio 29 Liguria 31 Lombardia 34 Marche 36 Molise 38 Piemonte Valle D’Aosta 42 Puglia 44 Sardegna Istituto Italiano dei Castelli Onlus Fondato da Piero Gazzola nel 1964 Associato a Europa Nostra - Federazione paneuropea del Patrimonio Organizzazione internazionale sotto gli auspici dell’Unesco e del Consiglio d’Europa 47 Sicilia 49 Toscana 52 Trentino Alto Adige 53 Umbria 55 Veneto Sede Legale Castel Sant’Angelo - Roma Segeteria Generale Via G.A. Borgese 14 - 20154 Milano - tel. 02 347237 [email protected] www.castit.it 58 Recensioni 60 Organigramma dell’Istituto LETTERA DEL PRESIDENTE > Lettera del Presidente INQUANT’ANNI DELL’ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI L’Istituto Italiano dei Castelli compie cinquant’anni: un traguardo importante per un’Associazione fondata quando Piero Gazzola, allora Soprintendente del Veneto occidentale, sostenuto da Elisabetta Seissinger Savelli si convinse della necessità di mettere in luce il patrimonio castellano italiano poco conosciuto e la cui importanza, nell’ambito delle problematiche relative alla salvaguardia ed alla valorizzazione dei beni culturali, era del tutto sottovalutata. La costituzione, dopo la fondazione, della doppia struttura – consiglio direttivo e consiglio scientifico – è la peculiarità che ha contraddistinto l’Istituto dalle altre associazioni, profilando cioè quella doppia anima – culturale e scientifica, che lo caratterizza. Negli anni successivi fondamentale fu l’apporto, oltre che del suo fondatore che presiedette l’Istituto per nove anni, di figure come quelle di Antonio Cassi Ramelli, Vittorio Faglia, Carlo Perogalli, Pietro Marchesi, Mario Federico Roggero, Angelo Calvani. Sotto il profilo culturale di notevole importanza è stata l’organizzazione di una serie notevole di viaggi di studio promossi sia a livello nazionale sia a livello delle singole sezioni, che hanno contribuito in modo determinante a stimolare un crescente interesse verso la conoscenza del nostro patrimonio fortificato, in osservanza ad uno dei campi d’azione dell’ Istituto, ovvero quello relativo alla sensibilizzazione delle amministrazioni pubbliche oltre che di fasce sociali sempre più estese verso le tematiche castellane. Parallelamente il patrimonio scientifico dell’Istituto è cresciuto considerevolmente, con la collana di monografie “Castella” che si è arricchita progressivamente di nuove pubblicazioni, e la rivista “Castellum” – diretta per lunghissimo tempo da Mario Roggero, che ha conferito incommensurabile prestigio all’Istituto. Il trascorrere ulteriore degli anni veniva segnato da alcune importanti passaggi: l’acquisizione della personalità giuridica nel 1991 e nel 2001 il passaggio ad ONLUS che ha aperto maggiori possibilità operative da un punto di vista soprattutto amministrativo e fiscale. Si avviava anche il grande progetto del censimento delle architetture fortificate che successivamente si sarebbe evoluto in Atlante Castellano d’Italia aprendo nuovi e straordinari indirizzi operativi sui quali tutt’oggi l’Istituto si sta muovendo. Tra le numerose iniziative intraprese in tempi più recenti ne vanno annoverate particolarmente due: le Giornate Nazionali dei Castelli, giunte quest’anno alla sedicesima edizione e il premio di laurea sull’architetture fortificata che ne conta altrettante. Le Giornate Nazionali sono state una importante opportunità per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi a noi cari. Esse rappresentano uno strumento con grandissime potenzialità, per la crescita dell’Associazione. Lo stesso dicasi per il Premio di Laurea sull’architettura fortificata, per il quale può tracciarsi un bilancio ampiamente positivo e che è auspicabile possa raggiungere sempre maggiore visibilità. L’attenzione delle amministrazioni, dei media e del turismo culturale verso il patrimonio di architettura fortificata nazionale era già considerevole nel 2004, come allora sottolineato, su queste stesse pagine da Flavio Conti in occasione del nostro 3 4 LETTERA DEL PRESIDENTE quarantennale, ed è ulteriormente accresciuta in questo ultimo decennio, forse per certi versi anche con degli eccessi – vedi la spregiudicatezza di alcuni interventi di restauro – oppure nell’utilizzo non sempre consono delle strutture difensive recuperate per nuove destinazioni d’uso. Pur tuttavia non è ancora stata definitivamente riconosciuta l’assoluta centralità e specificità dell’architettura castellana nell’ambito delle nuove politiche di gestione e valorizzazione dei beni culturali che si sono andate affermando in questi ultimi anni, compreso il cambiamento di rapporto tra pubblico e privato – con i nuovi ruoli e funzioni che ciascuno di essi è andato assumendo. Lo stesso proliferare delle iniziative di promozione culturale e turistica dei castelli – a volte poco rispettose della loro dignità storica ed architettonica, evidenzia come l’esigenza di una corretta conoscenza di questa particolare componente del patrimonio culturale nazionale non possa a tutt’oggi essere sottovalutata, e quindi il ruolo determinante che l’Istituto può e deve ricoprire. I nuovi strumenti di comunicazione che si sono andati affermando negli ultimi anni, aprono immense possibilità, grazie al profondo rinnovamento che l’Istituto dovrà darsi. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante. La capacità della nostra Associazione di sapersi rinnovare con l’ingresso di nuove e giovani forze portatrici di idee innovative con un miglioramento delle proprie capacità operative – accompagnato da un progressivo ma sostenuto aumento della base sociale, sarà essenziale per il nostro futuro. Fabio Pignatelli della Leonessa EDITORIALE > Editoriale Q uesto numero di Cronache Castellane, pubblicato in concomitanza dei Cinquant’anni del nostro Istituto, fuoriesce per la prima volta dalla sua tradizionale struttura di resoconto delle attività delle sezioni per offrire ai lettori un campione significativo dell’architettura fortificata italiana – cinquanta castelli per cinquant’anni, secondo quanto stabilito dal consiglio nazionale nel novembre 2013. Sono quindi presentate, regione per regione, alcune schede relative a castelli e fortificazioni – per la cui stesura si ringraziano profondamente i relativi autori – in larga parte protagonisti delle Giornate Nazionali svoltesi a maggio e che testimoniano la straordinarietà del patrimonio di architettura difensiva italiana che il nostro Istituto dal 1964 è impegnato a promuovere ed a salvaguardare. Castelli, rocche, forti, città bastionate, ciascuno con le sue specifiche connotazioni architettoniche, spesso frutto di stratificazioni plurisecolari, e ognuno con la propria storia che testimonia il ruolo da essi svolti nell’evoluzione del territorio dove gravitavano. Si tratta di una componente fondamentale dei beni culturali del nostro Paese che, come ha sottolineato il Presidente Pignatelli, nonostante i notevoli progressi fatti per il suo recupero e riuso, necessita tutt’oggi di forte attenzione, anche per evitare pericolose deviazioni, e che quindi vede il ruolo dell’Istituto Italiano dei Castelli non affatto esaurito ma bensì confermato nelle sue finalità di promozione culturale e scientifica presso le istituzioni e la pubblica opinione. Senza dubbio uno dei canali dove l’Istituto potrà maggiormente continuare ad interagire sarà proprio quello della corretta promozione culturale e turistica delle architetture fortificate, intensificando gli sforzi nella direzione di una migliore lettura e comprensione delle costruzioni castellane, completa sotto tutti i punti di vista, non soltanto storici e leggendari. Qui la nostra Associazione può fornire un apporto unico, esclusivo, insostituibile, come già in molte occasioni, più o meno recenti, è stato ampiamente dimostrato. Iniziative come le Giornate Nazionali dei Castelli, soprattutto se potranno arricchirsi di ulteriori spunti di originalità, se vedranno l’intensificarsi delle sinergie con soggetti pubblici e privati e se vedranno, soprattutto, la partecipazione coesa di tutte le sezioni, potranno fornire un contributo fondamentale per migliorare la promozione del patrimonio castellano e rilanciare il ruolo di punta di lancia che il nostro Istituto può svolgere sotto questo profilo. Come il 2014 è un anno particolarmente importante perché ricorre il cinquantenario della fondazione dell’Istituto, così il 2015 sarà un anno essenziale, lo auspichiamo tutti vivamente, per la nostra crescita nel segno della continuità ma anche dell’innovazione. Siamo particolarmente onorati di assumere la conduzione della storica rivista Cronache Castellane, magistralmente diretta in passato da Vittorio Faglia e da Flavio Conti che hanno messo in risalto su queste pagine l’importanza del patrimonio castellano italiano, ben consapevoli del ruolo che essa in futuro dovrà e potrà svolgere nell’ambito del profondo rinnovamento, anche nel campo della comunicazione, che l’Istituto dovrà e saprà darsi per affrontare e vincere le future sfide che lo attendono. Con i nuovi tempi e con le nuove tecnologie a disposizione, è necessario che la nostra rivista compia un salto quantitativo, che i soci e il grande pubblico chiedono per la ulteriore conoscenza e salvaguardia dell’architettura fortificata italiana. Ringraziamo tutti coloro che vorranno darci una mano, attraverso suggerimenti, consigli e riflessioni, nell’ottica di una sana e rigorosa critica costruttiva. Luigi Maglio e Maurizio Orrù 5 Attività dell’ISTITUTO > CXXV CONSIGLIO SCIENTIFICO Roma, 9 novembre 2013 – ore 10.30 – Hotel Cicerone Presenti: Carafa, Chiarizia, Corazzi, Fasanella, Foramitti, Gentilini, Guida, Jacobone, Labaa, Lusso, Maglio, Martegani, Perbellini, Pignatelli, Taddei, Valente. Assenti giustificati: Berti, Calderazzi, Conti, De Tommasi, Manenti Valli, Mariano, Marino, Mazzon, Nicoletti, Tamborini, Viganò, Viglino Davico, Villari, Vincenti. Assenti: Magnano di San Lio, Montaldo. > ARGOMENTI DISCUSSI E DECISIONI PRESE La presidente f.f. Carafa apre la seduta alle 11.00. Taddei propone di rispettare un minuto di silenzio in ricordo dei colleghi scomparsi Palloni, Roggero e Santoro, che molto hanno dato all’Istituto. Carafa ricorda le figure degli studiosi e il Consiglio rispetta un minuto di silenzio. 1) Approvazione del verbale della seduta precedente Il verbale dell CXXIV C.S. di Pisa del 15/10/2011, già inviato ai consiglieri, viene approvato all’unanimità. 2) Comunicazioni del Presidente f. f. Carafa riferisce al C.S. relativamente alle vicende degli ultimi anni per quanto riguarda il C.S. stesso e che, a causa delle dimissioni del presidente De Tommasi, ha dovuto assumerne le funzioni almeno per non fermare le iniziative in corso. Spiega inoltre i motivi per i quali non è stato convocato prima. 3) Nomina membri per la commissione del XVI Premio Tesi di laurea Carafa spiega al C.S. le modalità che è stato necessario adottare per la nomina della commissione giudicatrice del premio di laurea e illustra le nuove modalità adottate per l’esame degli elaborati da parte della commissione. A causa della mancata convocazione del C.S. negli ultimi anni, si è infatti reso necessario, al fine di garantire che i lavori della commissione si svolgessero nei tempi previsti, procedere ad una consultazione via e-mail nella quale sono stati proposti i nomi dei commissari. A coloro che hanno manifestato la loro disponibilità sono stati poi inviati i supporti informatici contenenti gli elaborati presentati. L’approvazione della composizione della commissione sarebbe avvenuta nel corso del primo C.S. utile. Taddei ricorda che la commissione del premio di laurea dovrebbe essere nominata entro luglio perchè la conclusione dei lavori e le premiazioni devono avvenire entro il 31 ottobre. Taddei e Labaa si lamentano di non essere stati informati della proposta di nomina della commissione, nonostante il fatto che Taddei stesso si sia attivamente impegnato per anni per la buona riuscita dell’iniziativa. Pignatelli, dispiaciuto della mancata comunicazione, spiega a sua volta le motivazioni che hanno portato ad adottare una modalità irrituale per la nomina della commissione, anche dovuta al fatto che si è voluto posticipare la data di convocazione del C.S. al fine di permettere ai membri sospesi di partecipare ai lavori. Non si voleva peraltro ritardare troppo l’esame delle tesi in modo da proclamare i vincitori entro l’anno. Carafa dà lettura della lettera inviata via e-mail con la proposta di nomina della commissione e comunica che quasi tutti i destinatari si sono espressi in modo favorevole relativamente alla modalità adottata. Hanno inoltre dato la propria disponibilità a far parte della commissione Perbellini, Manenti Valli, Valente, Guida, Jacobone, Maglio, Carafa e Pignatelli. A questi sono già state inviate le tesi in formato digitale. Una prima riunione si terrà al termine del C.S. Ogni membro della commissione ha ricevuto un certo numero di tesi da esaminare, sulle quali relazionerà agli altri commissari. Nel corso di una seconda riunione tutti avranno modo di esaminare collegialmente gli elaborati tramite la loro proiezione. Taddei esprime la sua perplessità su questo metodo di lavoro, in quanto ritiene che tutti i commissari devono poter esaminare tutti gli elaborati pervenuti; la valutazione, poi, deve essere f l L s C i m P c v o P p V m b a t d C n e I d 4 C d i n d m d z i D D e f g l L C p P d C c L n d r a C e P e g m ATTIVITÀ DELL’ISTITUTO fatta tenendo conto della coerenza delle tesi con le finalità dell’Istituto. Labaa riferisce che Calderazzi ha manifestato la sua disponibilità a far parte della commissione. Carafa risponde che, data l’urgenza di rispettare i tempi, i commissari hanno già ricevuto ed esaminato il materiale. Perbellini, sulla base di altre esperienze, afferma che è frequentemente adottato il sistema di far valutare preventivamente gli elaborati da uno o più commissari, che relazionano poi agli altri. Propone poi strumenti informatici più efficienti per condividere il materiale. Valente chiede che, in futuro, vengano chiaramente definiti i criteri di valutazione degli elaborati. Foramitti riconosce la validità del sistema adottato, concordando con Valente sulla necessità di predisporre una scheda contenente i criteri di giudizio e la valutazioni dei commissari. Carafa chiede al C.S. di approvare la commissione proposta. Verrà in seguito concordata la data ed il luogo dove si dovrà riunire. Il C.S. approva a maggioranza, con l’astensione di Taddei e Labaa. 4) Varie ed eventuali Carafa ricorda la ricorrenza del cinquantenario dell’Istituto e che bisognerà prevedere delle iniziative. Comunica inoltre che è possibile nominare nuovi consiglieri scientifici perchè diversi membri del C.S. sono passati nel ruolo di membri onorari. Dopo aver inviato ai presidenti di sezione una lettera chiedendo la segnalazione di nominativi di esperti, sono pervenuti i curriculum di Marina Vincis, Teresa Colletta, Donatella Rito Fiorino, Alessandra Quendolo, Daniela Diotallevi. Altre segnalazioni stanno per essere inviate. Verranno richiesti i curriculum in formato pdf in modo da inoltrarli a tutti i consiglieri che, nella prossima riunione, potranno fare le loro valutazioni su quali membri cooptare. Labaa chiede che venga rispettato il ruolo del C.S. nella sua autonomia decisionale e nella proposta delle candidature. Pignatelli spiega che il suo proposito è quello di restituire operatività, dignità ed autonomia al C.S., eventualmente anche proponendo modifiche al regolamento in tal senso. Labaa risponde che il C.S. non è stato operativo negli ultimi tempi perchè non è stato convocato dopo le dimissioni del suo presidente e si dichiara meravigliato del fatto che non sia stata messa all’ordine del giorno la nomina del presidente del C.S., cosa che è sempre avvenuta subito dopo le elezioni nazionali. Pignatelli risponde che nel C. D. odierno dovrà essere votata la nomina del nuovo segretario generale, e che nell’ordine del giorno del prossimo C.S. verrà inserita la nomina del presidente del C.S. da ratificare poi nel C. D. Taddei chiede che venga già oggi indicato il nome del presidente del C.S. Pignatelli e Carafa rispondono che un’elezione di questa importanza non può avvenire senza che sia prevista nell’ordine del giorno, e ribadiscono che avverrà nella prossima riunione del C.S. Foramitti espone il suo punto di vista relativamente alla questione della presunta incompatibilità fra le cariche di consigliere scientifico e consigliere direttivo, riscontrando che il parere dei probiviri dove veniva individuata questa incompatibilità non costituisce una decisione, ma è solo un parere, appunto, che si conclude con l’invito a modificare i regolamenti. Non ritiene personalmente di condividere i motivi di questa incompatibilità, e comunque si tratta di una norma che potrà eventualmente essere inserita nel regolamento nei modi previsti dallo statuto, non può considerarsi già vigente. Chiede che il C.S. esprima il suo punto di vista sulla questione. Carafa risponde che non intende procedere a votazioni non previste all’ordine del giorno. La riunione si conclude alle 12.30 Il segretario del CS Vittorio Foramitti La presidente f,f, Rosa Carafa > CXXXIV CONSIGLIO DIRETTIVO DELL’ISTITUTO Roma, 9 novembre 2013 – ore 15.00 – Hotel Cicerone Presenti: Pignatelli della Leonessa, Rosati, Corazzi, Ventimiglia di Monteforte, Maccioni, Chiappini di Sorio, Piovesan, Calamandrei, Marchesi, Foramitti, Valente, De Jorio Frisari, Stagno d’Alcontres Marullo, Perbellini, Gaslini, Carafa, Chiarizia, Masini, Fasanella d’Amore di Ruffano, Maglio, Cavazza Isolani, Fenici, Perrella, Lusso, Pintus, Cosentino, Barsanti Calamia, Codroico, Bellucci, Sammartini. Deleghe: Viglino Davico (delega a Lusso), Giletta (delega a Foramitti), Quendolo (delega a Marchesi), Altemps Hardouin di Gallese (delega a Giuliani), Saponaro Monti (delega a Corazzi), Scaramellini (delega a Piovesan) Assenti giustificati: tutti gli altri consiglieri Uditori: Gallavresi, Vincis. > ARGOMENTI DISCUSSI E DECISIONI PRESE Dopo aver constatato la validità della seduta verificando il numero dei consiglieri presenti e delle deleghe rilasciate e constatando, quindi, il superamento del quorum costitutivo, il Presidente Pignatelli della Leonessa apre la seduta nominando Pintus segretario della riunione. 1) Approvazione del verbale della seduta precedente Il Presidente domanda se si può procedere all’approvazione del verbale di cui tutti i consiglieri 7 8 ATTIVITÀ DELL’ISTITUTO hanno già avuto copia. Interviene Piovesan che chiede che venga integrato con le osservazioni che aveva indicato nell’allegato, citato nel verbale ma non inserito, e cioè: 1) mancano i debiti delle sezioni nei confronti del Nazionale; 2) ci sono “stranezze” della sezione Lazio che sono state risolte per l’Assemblea; 3) i costi per le attività sono particolarmente elevati. Viene messa ai voti la votazione del verbale aggiornato con le integrazioni richieste. Il verbale è approvato all’unanimità. 2) Comunicazioni del Presidente Il Presidente informa il C.D. dei programmi per il prossimo triennio, suo obiettivo è quello di rilanciare l’Istituto dandogli maggiore visibilità. Innanzitutto ritiene necessario rivedere e migliorare il sito web con il contributo del C.D. e del C.S. Il nuovo sito dovrebbe comprendere una panoramica dell’attività dell’Istituto e prevedere un excursus degli accadimenti del mondo castellano; sarebbe necessario che venissero inserite le tesi di laurea, che hanno ora purtroppo poca visibilità. Importanti sono poi le Giornate Nazionali dei Castelli, che ogni Sezione porta avanti, ma che a livello nazionale hanno poca rilevanza e sono poco partecipate. Si potrebbe costituire un gruppo di coordinamento che si occupi dell’organizzazione delle Giornate, in modo che si eviti che ogni Sezione vada per conto proprio. Il nostro C.S., che oggi si è riunito dopo due anni, dovrebbe prendere contatti con altri enti ed organismi anche internazionali, per partecipare a concorsi europei, collaborare con gli ordini professionali degli Ingegneri e degli Architetti. Ora come ora il C.S. è ingessato, ha poca autonomia, tutto quello che decide deve poi passare per il C.D., invece dovrebbe avere maggiore libertà ed essere il motore dell’Istituto. Chiede a Perbellini, che ha una lunga esperienza internazionale, di ridare una nuova struttura funzionale al C.S., anche coadiuvato da altre persone. Il Presidente propone poi che venga nominato un comitato per le Giornate Nazionali dei Castelli, e chiede se qualcuno dei presenti si propone quale coordinatore. Lusso ritiene prioritario individuare il gestore del sito web, necessario per dare visibilità all’iniziativa. Interviene Maglio che in considerazione della ricorrenza del cinquantenario dell’Istituto il prossimo anno, suggerisce di attivarsi fin da dicembre per preparare le Giornate, e coinvolgere tutti i presidenti di sezione che a loro volta coinvolgano i loro C.D. Il C.D. accoglie all’unanimità le proposte e nomina il comitato che dovrà progettare il nuovo sito web composto da Maccioni, Lusso, De Jorio e Maglio. De Iorio e Perrella suggeriscono di individuare nell’ambito di ciascuna sezione le personalità che hanno possibilità di dare risalto nazionale all’iniziativa, con pubblicazione nei giornali nazionali, rivolgendosi anche all’ordine dei giornalisti ed averne le mail per poter inviare notizie. Il Presidente ricorda le attività programmate ed avviate dal Presidente Ventimiglia, e tra queste il protocollo d’intesa con i campeggiatori, per il quale chiede a D’Alcontres, che accetta, di volerne continuare l’opera. Chiede a Ventimiglia di voler proseguire ad occuparsi dei rapporti del nostro Istituto con l’Associazione Mediterraneo Nostro, in collaborazione con Perbellini. 3) Nomina delle cariche dell’Istituto Per la nomina delle cariche dell’Istituto, in particolare per quella del segretario generale, il Presidente informa che in questi due mesi si è attivato, ma non ha trovato nessun candidato, né gli è stato trasmesso alcun curriculum. Ricorda che “Castellum” non ha più direttore. Interviene Perbellini che si propone per riprendere in mano la rivista, di cui è già in corso la nuova pubblicazione dedicata ai Castelli dell’Emilia Romagna. Ritiene che sia da chiarire se sia necessaria la presenza del direttore, se cioè è una rivista riservata ai soli soci o meno. Prende la parola Foramitti che si dichiara d’accordo con il Presidente sull’attività “ingessata” del C.S.; per quanto riguarda la rivista “Castellum” ritiene condivisibile che questa appartenga al C.S., che dovrebbe essere potenziato, e manterrebbe la rivista solo per i soci. Dovrebbe avere un carattere più scientifico, nel rispetto dei parametri di scientificità ministeriali. Suggerisce che venga nominato un comitato tra i componenti il C.S che, anche via mail, studi il problema. Perbellini precisa che la rivista è già ritenuta di classe “A”. Dello stesso parere Fenici, che fa presente che “Castellum” è una rivista prestigiosa, e ritiene limitativo riservarla ai soli soci. Foramitti suggerisce di metterla in PDF sul sito web, disponibile per tutti. Chiappini ricorda il prestigio che ha avuto negli anni il C.S., quando personalità illustri vi facevano parte, auspicando che ancora nomi prestigiosi diano lustro al C.S. Il Presidente, sentite le proposte di dare maggiore divulgazione alla rivista Castellum, propone di farne fare 500 copie in più, per gli omaggi che le Sezioni che ne faranno richiesta vorranno fare. La proposta viene approvata all’unanimità. Viene sollevato il problema della numerazione di “Castella”, in relazione a quanto pubblicato dalle Sezioni. Foramitti fa presente che è la Segreteria generale che tiene il conto dei numeri. Si suggerisce che lo stesso comitato di Castellum si occupi di Castella. Il Presidente fa presente che devono essere nominati tre membri del Collegio dei Probiviri, di cui u d o i c P d a 4 I l c V J S M F F t l V P I o c a r s e d m d C 2 è C d n i l d n U d d v 5 I p t C p s c d d F s ATTIVITÀ DELL’ISTITUTO uno effettivo e due supplenti, in quanto uno è deceduto e due sono dimissionari. Chiede che ogni Sezione proponga i candidati. Quando avrà i nominativi, si predisporrà l’elenco dei candidati che verrà inviato per la votazione. Perrella propone anche il rinnovo del Collegio dei Revisori dei Conti. La proposta viene accolta all’unanimità e si decide di votare per posta. 4) Nomina della commissione Premio di Laurea Il Presidente informa il C.D. che è stata nominata la commissione XVI edizione Premio di Laurea, composta da: Rosa Carafa, Giampiero Cuppini, Vittorio Foramitti, Antonella Guida, Damiano Jacobone, Luigi Maglio, Eugenio Magnano di S.Lio, Fabio Mariano, Gianni Montaldo, Franca Manenti Valli, Luigi Marino, Gianni Perbellini, Fabio Pignatelli delle Leonessa, Rodolfo Santoro, Francesco Valente, commissione che va ratificata. Fra tutti quelli nominati hanno comunicato l’accettazione dell’incarico: Perbellini, Manenti Valli, Valente, Guida, Jacobone, Maglio, Carafa e Pignatelli. Il C.D. ratifica le nomine all’unanimità. Il Presidente chiede ai presenti chi si candida per ospitare il premio di laurea 2013. Pintus propone come sede la Sardegna. La proposta viene accolta all’unanimità. Il Presidente passa alla nomina del responsabile per il premio di laurea 2014. Poiché si conviene tra i presenti che la nomina possa essere fatta direttamente dal Presidente, e considerato che il bando deve essere pubblicato entro maggio, si procede alla nomina nella persona di Rosa Carafa, che accetta. Prende la parola Carafa per illustrare le risultanze del premio 2013. Ricorda che quest’anno per la prima volta è stato richiesto il cd con le tesi senza il cartaceo. Ciascun commissario ha istruito un certo numero di tesi, che complessivamente sono 42, ed il 28 novembre tutta la commissione riunita valuterà i primi quattro ai quali dare il premio. Ricorda l’importanza di tale premio di laurea, trattandosi di uno dei pochi avvenimenti di rilevanza esterna. Gallavresi chiede l’elenco delle mail delle Università per inviare in PDF il bando delle tesi di laurea, ciascun presidente di sezione provvederà a mandare gli indirizzi di posta corretti e validi per ricevere il bando. 5) Cinquantenario dell’Istituto Italiano dei Castelli Il Presidente chiede ai consiglieri suggerimenti per la ricorrenza del cinquantenario dell’Istituto. Ritiene che anche la Giornate Nazionali dei Castelli potrebbero essere dedicate, e si potrebbe pensare ad un libretto commemorativo. De Jorio suggerisce che ogni sezione potrebbe fare un convegno sulle memorie importanti dei Castelli di pertinenza della Sezione, oppure un’iniziativa da dedicare a Ippolito Nievo ed al Castello di Fratta, o all’opera di Luigi Pignatelli. Altra idea strategica ritiene sia quella di organizzare un convegno sull’opera del volontariato che tutela la memoria delle dimore, sul volontariato che non ha normativa certa come ha recentemente denunciato Milena Gabanelli. Bisogna coinvolgere illustri giuristi come ha fatto l’Associazione Dimore Storiche e il FAI. Lusso non condivide un convegno con un unico tema, suggerisce invece un convegno internazionale suddiviso in sezioni distinte, ognuna con un tema specifico. Il Presidente dà incarico a Lusso di predisporre uno schema di convegno che poi divulgherà tra i membri del C.D. per raggiungere un progetto univoco. Altre proposte vengono suggerite: Foramitti, Memoria e letteratura; D’Alcontres, la storia dell’Istituto; Cosentino propone una sede unica per il convegno, in una città dove tutte le sezioni possano far convergere i propri soci in modo da avere al convegno il maggior numero di partecipanti e diventare anche un momento di aggregazione per i soci stessi. A tale proposito il Presidente ricorda che prima esisteva un coordinatore nazionale per il viaggio annuale dell’Istituto. Interviene Chiappini per ricordare che, una volta, quando veniva svolto il viaggio dell’Istituto non si tenevano quelli delle Sezioni, e precisa – in quanto impropriamente viene ricordato il “Viaggio della memoria” del 2011 come se fosse il viaggio della Sezione Veneto – che quello del 2011 è stato proprio il viaggio dell’Istituto voluto e organizzato da Ventimiglia con la collaborazione della Chiappini e la partecipazione di Sammartini (Veneto) e Codroico (Trentino-Alto Adige). In quell’occasione il viaggio si concluse con l’assemblea dei soci. Il Presidente propone di ripristinare il viaggio di studio dell’Istituto, interrompendo l’attività di tutte le Sezioni per quell’occasione, e facendo sì che la prossima assemblea venga abbinata con tale viaggio. IL C.D. approva all’unanimità. Valente propone quale tema, linea guida, per il cinquantenario: 50 Castelli per 50 anni, ogni sezione proporrà due castelli, 10 li propone il direttivo. Tutti trovano interessante la proposta Valente e Il Presidente lo invita a concretizzare la proposta entrando a far parte della Commissione costituita da Lusso. Il C.D. approva all’unanimità. Foramitti ricorda una pubblicazione dei primi del ‘900 con tante foto di Castelli, propone la riedizione con l’aggiornamento delle foto dei Castelli pubblicati. Maglio condivide la proposta, e suggerisce a sua volta un francobollo celebrativo con l’annullo filatelico. Ricorda la pubblicazione che si fece per i 40 anni dell’Istituto. “Le parole del Castello”. Anche queste proposte potranno essere inserite nel progetto della commissione che fa capo a Lusso. Perbellini fa notare che nel C.D. si sta discutendo di problemi di pertinenza 9 10 ATTIVITÀ DELL’ISTITUTO del C.S., mentre nella riunione tenutasi la mattina del C.S. ci si è occupati di C.D., discutendo di statuto e regolamenti. 6) Varie ed eventuali Il Presidente dà lettura della lettera pervenutagli dal socio notaio Lazzari che propone di affiancare al C.D. una giunta ristretta. Il Presidente ringrazia e precisa che lo Statuto prevede già questo organismo. Rende partecipe il C.D. dell’iniziativa di alcuni consiglieri della sezione Lombardia, tra i quali il proponente dott. Iacone che in seguito ad un viaggio in Spagna hanno preso contatti con l’”ASSOCIACION ESPANOLA AMIGOS DE LOS CASTILLOS, che verrà in Italia in primavera, si vorrebbero continuare i rapporti di scambio culturale. Non appena avrà qualche dettaglio sull’iniziativa lo farà avere ai membri del C.D. per sapere cosa si intende fare. Calamandrei fa notare che ci sono pochi fondi per portare avanti tutte queste iniziative, ma il Presidente precisa che siamo ancora in una fase di previsione, si predisporrà un piano economico non appena si avranno programmi dettagliati. De Jorio propone una vigilanza maggiore sul territorio per capire come si restaurano i Castelli, ma il Presidente fa notare che non è possibile, servirebbero i gruppi giovanili. Propone a De Jorio di predisporre un programma. Cosentino interviene per ricordare l’esperienza a Catania con il Forum della cultura e dell’ambiente, con Italia Nostra, il FAI, ecc., con la quale si riuscì a bloccare un progetto delle FF.SS., già completamente approvato, che avrebbe sconvolto un sito molto interessante. Pignatelli ricorda che invece a Napoli un’iniziativa simile, che aveva coinvolto tutte le associazioni, non andò molto bene, comunque ritiene sia utile insistere coinvolgendo altre associazioni interessate. Cavazza rammenta il convegno che si terrà a Ferrara sul Turismo sostenibile, dove la Sezione ha ottenuto uno stand gratuito, che utilizzerà per esporre le pubblicazioni dell’Istituto degli anni passati. Per quanto riguarda il Cinquantenario, Stagno d’Alcontres ritiene sia necessario il coinvolgimento del Ministero Affari esteri e lo stesso Presidente della Repubblica, contattando le persone giuste ritiene sia possibile e propone di occuparsene personalmente. La proposta è accolta all’unanimità. Avendo esaurito tutti gli argomenti dell’ordine del giorno, il Presidente Pignatelli ringrazia i presenti e dichiara chiusa la seduta alle ore 17.15. Il Presidente Fabio Pignatelli Il verbalizzante Corrado Fenici > VERBALE DELLA XLIX ASSEMBLEA ORDINARIA Roma, 10 novembre 2013 – Hotel Cicerone Alle ore 11,00 il Presidente Pignatelli, constatata la validità della convocazione e delle presenze, apre la riunione e, dopo aver invitato il socio Corrado Fenici a stendere il verbale, si passa alla discussione dell’ordine del giorno. 1) Comunicazioni del Presidente Dopo aver esposto gli obiettivi principali del prossimo triennio, ovvero il miglioramento della comunicazione, l’adeguamento del sito web, una maggiore visibilità delle Giornate nazionali dei Castelli e del Premio di Laurea, e, non ultimo, il potenziamento del Consiglio Scientifico, il Presidente ricorda che, ricorrendo nel 2014 il cinquantenario della fondazione dell’Istituto, bisognerà pensare a delle iniziative adeguate per celebrare degnamente l’anniversario, ad esempio un convegno internazionale, una edizione potenziata delle Giornate Nazionali dei Castelli ed una pubblicazione. Per le Giornate Nazionali dei Castelli occorre un coordinatore nazionale che si occupi di rendere l’evento più visibile non solo sulla stampa regionale ma anche su quella nazionale. Viene stabilito come coordinatore Lusso e deciso che entro il mese di dicembre arrivino le varie proposte. Viene poi nominata responsabile del protocollo di intesa con la confederazione Italiana Campeggiatori Marullo Stagno d’Alcontres e responsabile dei rapporti con Mediterraneo Nostro Ventimiglia. Viene poi istituita una Commissione per il Cinquantenario dell’Istituto nominandone membri Lusso, Viglino e De Jorio. 2) Approvazione del bilancio consuntivo 2012 del bilancio preventivo 2013 Il tesoriere Gaslini, dopo aver segnalato che grazie alla collaborazione delle Sezioni è ancora migliorato il meccanismo del passaggio dei dati tra la Sede Nazionale e le stesse Sezioni, chiede preliminarmente ai soci se preferiscono procedere con un’unica votazione per i vari documenti che compongono il bilancio (ossia rendiconto consolidato, rendiconto nazionale, bilancio nazionale e preventivo) oppure votare i singoli documenti. Interviene Golfieri per chiedere che venga fatta una votazione per ogni singolo documento. L’assemblea stabilisce di procedere con quest’ultimo sistema. Gaslini spiega il contenuto dei documenti che sono presentati per l’approvazione. Segnala inoltre che per la prima volta siamo riusciti a redigere un bilancio del Nazionale per competenza e che, per migliorare ulteriormente l’informativa data con il bilancio, occorrerebbe ottenere in futuro anche dalle Sezioni i bilanci per competenza, in modo da poter redigere un bilancio consolidato p a I b o p c d e t a d s u G q c d l r r p c a u d s c N L r c ATTIVITÀ DELL’ISTITUTO per competenza, anche se ritiene questo compito ancora troppo gravoso per le Sezioni. Interviene Labaa per dire che vista la presenza in bilancio di crediti del Nazionale verso le Sezioni, occorre sollecitare maggiormente le Sezioni per il saldo del loro debito. Gaslini fa notare come questo sia in realtà un falso problema, dal momento che, essendo l’Istituto un’unica entità dal punto di vista civilistico e fiscale, si tratterebbe di un mero trasferimento di liquidità all’interno dell’Istituto. Prende la parola Giusso del Galdo per proporre, anche a nome di altri soci, un plauso al Tesoriere per aver ristabilito in un solo anno l’equilibrio finanziario dell’Istituto. Gaslini ringrazia e rimarca come il merito dell’equilibrio vada alla Presidenza appena conclusa e come, semmai, il suo merito sia quello della forma della rappresentazione dei numeri. Golfieri chiede le ragioni che hanno indotto l’Istituto ad approvare il bilancio soltanto oggi. Il Tesoriere risponde richiamando la straordinarietà di tale ritardo che in particolare è stato causato dai lunghi tempi e alla complessa metodologia necessari per addivenire alla nomina delle nuove cariche dell’Istituto e, da ultimo, dai tempi imposti dalla comunicazione dei dati tra Sezioni e Nazionale. Interviene Perrella per sottolineare come per Statuto le sezioni abbiano come termine il mese di maggio per inviare al Nazionale il bilancio sezionale. L’approvazione dell’assemblea non può che essere successiva. Interviene Giovanelli per rimarcare come l’Istituto sia, oltre al resto, soprattutto un consesso di amici e quindi il bilancio della sezione viene chiuso solo dopo la fine delle attività, quindi a giugno. De Jorio rimarca un problema di tipo culturale, ossia come manchi nell’Istituto una visione d’insieme: le Onlus, in caso di problemi o impedimenti che causano ritardi, sono autorizzate a giustificare tali ritardi. Sottolinea poi che, se i soci hanno dato fiducia ad un Consiglio, non c’è bisogno che insegnino agli stessi consiglieri il senso di responsabilità, soprattutto alla luce del fatto che si è tornati ad una situazione di equilibrio dopo anni di bilanci allucinanti con notevoli perdite. Si passa ai voti. Il rendiconto finanziario consolidato 2012 viene approvato a maggioranza, con 312 voti favorevoli, 66 contrari e 22 astenuti. Il rendiconto finanziario 2012 del Nazionale viene approvato con 312 voti a favore, 55 contrari e 33 astenuti. Il bilancio 2012 per competenza del Nazionale viene anch’esso approvato con 312 voti a favore e 88 astenuti. Il rendiconto finanziario preventivo 2013 del Nazionale viene approvato all’unanimità. Cosentino ricorda come durante l’ultimo C.D. avevamo proposto di eleggere Ventimiglia Presidente emerito e ricorda di sottoporre all’assemblea dei soci questa decisione. Labaa sostiene che non è previsto dallo Statuto e tale voce non è all’ordine del giorno di questa assemblea. L’Assemblea viene chiusa alle ore 13.20. Il Presidente Fabio Pignatelli Il verbalizzante Corrado Fenici AVVISO IMPORTANTE L’Istituto Italiano dei Castelli da 50 anni è impegnato in iniziative a sostegno del patrimonio di architettura fortificata italiana AIUTACI A FARE DI PIÙ! DEDUCIBILITÀ DELLE EROGAZIONI LIBERALI (DONAZIONI) IN FAVORE DELL’ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI Il DL 3572005 – Legge 80/2005 ha ulteriormente ampliato le agevolazioni a favore di persone fisiche e giuridiche che erogano liberalità in favore delle ONLUS. Ricordiamo pertanto che le contribuzioni in favore dell’Istituto Italiano dei Castelli documentate da movimenti bancari o postali, in particolare gli importi dei contributi eccedenti la quota minima di 80 euro si acquisiscono come “erogazioni liberali” e pertanto sono deducibili o detraibili ai fini fiscali, sulla base della vigente normativa in materia ovvero possono essere dedotte nella misura massima del 10% del proprio reddito imponibile, fino ad un limite di euro 70.000. IBAN: IT54 Z030 6909 4001 0000 0003 321 info e contatti presso la segreteria generale: aperta martedì - mercoledì - giovedì, ore 9.30-13.30. tel. 02347237 – via G. Borgese 14 Milano - [email protected]. 11 - 3.141 4.520 6.360 8 5.925 Disponibilità al 01.01.2012 190 - - Credito del Nazionale verso le Sezioni sorto nel 2012 Credito del Nazionale verso le Sezioni totale - - 268 20 Credito del Nazionale verso le Sezioni al 31/12/2011 residuo 224.222 28.277 Avanzo/disavanzo finanziario di gestione Disponibilità al 31.12.2012 36.225 Totale uscite Acquisto immobilizzazioni Oneri straordinari Interessi passivi 67,50 67,50 - - 17.989 -540 5.060 - 137 - 1.783 791 1.700 - - 1.153 592 2.549 171 600 7.323 Attività, manifestazioni, ecc. 333 1.290 155 3.816 190 Acquisto pubblicazioni 21.650 Spese generali di gestione Pubblicazioni della sezione Versamento quote associative a Sede Nazionale 650 - - - 1.680 311 6.049 1.595 1.274 3.180 555,00 - 555,00 13.347 539 7.714 - 70 3.054 1.300 846 2.445 1.499,25 - 1.499,25 3.951 -3.823 22.685 6.702 175 10.535 5.273 - - - 2.520 -621 5.006 3.548 799 660 - - - 2.702 -5.028 20.837 11.960 8.877 176 2.093,00 779,00 1.314,00 69.157 12.284 40.039 36.456 458 3.125 52.323 44.339 Totale entrate Rimborsi spese da soci per attività istituzionale Interessi attivi Altro Contributi da enti pubblici Contributi straordinari Quote sociali anno in corso Credito del Nazionale verso le Sezioni totale Credito del Nazionale verso le Sezioni sorto nel 2012 Credito al 31/12/2011 del Nazionale verso le Sezioni Disponibilità al 31.12.2012 Avanzo/disavanzo finanziario di gestione Totale uscite Acquisto immobilizzazioni Oneri straordinari Interessi passivi Attività, manifestazioni, ecc. Acquisto pubblicazioni Pubblicazioni della sezione Spese generali di gestione Versamento quote associative a Sede Nazionale Pagamento debiti anni precedenti 3.437 15.809 2.149 7.808 56.873 Pagamento debiti anni precedenti 4.385 3.065 2.500 11.160 7.730 Marche Uscite: 18.862 2 6.750 5.870 6.240 1.320 3.141 Lombardia Uscite: 8.253 210 985 1.320 Totale entrate 64.502 561 6.360 1.000 3.045 7.777 830 2.705 Rimborsi spese da soci per attività istituzionale Interessi attivi Altro Contributi da enti pubblici Contributi straordinari Quote sociali anno successivo 2.580 7.775 Liguria Quote sociali anni precedenti 60 150 12.808 Lazio 29.039 1.370 Friuli 24.642 18.530 Emilia Rom. Quote sociali anno in corso 561 Campania Quote sociali anni precedenti 248 Calabria Entrate: ESONERATO 195.945 Basilicata Entrate: Disponibilità al 01.01.2012 Abruzzo Nazionale ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI ONLUS CASTEL SANT’ANGELO - ROMA codice fiscale 80444610580 RENDICONTO FINANZIARIO CONSOLIDATO 2012 20,00 20,00 - 2.005 991 4.099 61 1.165 349 2.525 5.090 5.090 1.014 Molise 254,00 - 254,00 35.499 27.271 16.648 290 2.010 582 10.240 3.526 43.919 199 40.000 3.720 8.228 Piemonte 4.159,00 1.469,50 2.689,50 22.277 2.496 48.572 40.694 5.447 2.431 51.068 43.237 31 1.320 5.460 1.020 19.781 Puglia - - - 12.737 -81 5.396 677 2.274 2.445 5.315 20 405 4.890 12.818 Sardegna 4.674,83 - 4.674,83 48.355 4.221 61.205 32.953 19.412 8.840 65.426 38.285 11 10.780 15.450 900 44.134 Sicilia - - - 18.944 4.138 22.382 15.907 1.333 2.892 2.250 26.520 18.790 233 3.997 3.500 14.806 Toscana 85,00 85,00 - 696 -119 3.634 1.864 756 1.015 3.515 15 1.300 2.200 815 Trentino - - - 12.381 -2.110 17.463 8.103 2.500 2.860 4.000 15.353 7.513 7.840 14.491 Umbria 1.758,07 1.068,07 690,00 3.837 2.616 740 130 610 3.356 0 1.220 2.136 1.221 Veneto -54.192 -54.192 -53.681 -29.039 -24.642 rettifiche da consolid 493.720 - 71.432 - 272.303 - - 171 557 162.649 1.663 9.980 93.004 190 4.087 - - - 344.246 - 156.229 5.674 10.961 58.063 18.040 7.560 82.683 5.036 422.289 TOTALI 12 RENDICONTI FINANZIARI RENDICONTI FINANZIARI ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI ONLUS CASTEL SANT’ANGELO - ROMA codice fiscale 80444610580 RENDICONTO FINANZIARIO DELLA GESTIONE E DEGLI INVESTIMENTI DELLA SEDE NAZIONALE - ANNO 2012 ENTRATE preventivo 2012 consuntivo 2012 quote soci anni precedenti 20.902,25 15.765,00 quote soci anno 2012 30.000,00 37.915,50 contributo 5 per mille anno 2009 5.000,00 7.776,40 cedole da investimento c/o Intesa San Paolo 1.240,00 1.085,00 cedole da investimento c/o Banca Euromobiliare 1.948,74 1.898,74 100,00 61,38 59.190,99 64.502,02 13.641,89 3.815,89 redazione, stampa, packaging per indirizzi 5.460,38 2.460,38 spese postali 2.355,51 1.355,51 redazione, stampa, packaging per indirizzi 4.576,00 - spese postali 1.250,00 - 10.272,85 7.322,85 per borse di studio 6.700,00 5.000,00 premiazione Napoli 750,00 - manifesti e pergamene 500,00 - 550,55 550,55 1.772,30 1.772,30 interessi attivi bancari e postali TOTALE ENTRATE USCITE Pubblicazioni Totale Cronache Castellane (n. 179-180 ) Castellum Manifestazioni Totale Premi laurea Giornate Nazionali dei Castelli manifesti Concorso scuole (Il castello racconta) premi evento per premiazione Sede di Milano Totale affitto 30.604,43 16.172,49 10.060,43 10.060,43 rimborso da Sez. Lombardia per subaffitto -3.140,00 segretaria (Biassoni + Radice) 12.724,00 4.950,00 segretaria (Gallavresi) 4.500,00 1.938,80 utenze (telefono, fax, internet, elettricità) 2.000,00 1.703,26 pulizia uffici 1.320,00 660,00 - 529,20 Consulenti Totale consulente fiscale e per bilancio consolidato - consulente legale Spese per riunioni Consiglio Direttivo 529,20 Totale Rimborso spese per trasferte Spese di rappresentanza Ufficio di Presidenza Spese generali 900,00 1.050,80 900,00 1.050,80 Totale 3.834,18 3.897,02 Iscrizione a Europa Nostra (quota 2012) 200,00 200,00 Albo giornalisti 200,00 200,88 Assicurazione 400,00 401,70 82,60 346,21 cancelleria 168,89 168,89 sito internet Istituto - canone annuale (dominio e hosting) manutenzione e assistenza 84,70 84,70 sito internet Atlante Castellano - canone annuale (dominio e hosting) 47,99 47,99 1.300,00 1.089,00 sito internet www.castit.it - assistenza 2012 Emmegrafica Bolli e marche 200,00 57,21 spese postali 700,00 624,93 spese bancarie 450,00 675,51 4.887,06 3.437,06 Pagamento debiti di anni precedenti Totale sito internet www.castit.it - assistenza 2011 Emmegrafica 363,00 363,00 Stampatore Giannini per Cronache castellane n. 177-178 2.074,80 2.074,80 Ritenute d’acconto 2011 999,26 999,26 1.450,00 - TOTALE USCITE 64.140,41 36.225,31 AVANZO FINANZIARIO DI GESTIONE -4.949,42 28.276,71 restituzione ai soci quote partecipaz. Viaggio 13 14 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI CINQUANTA castelli per CINQUANTA anni ABRUZZO LA CITTADELLA DI CIVITELLA DEL TRONTO Civitella del Tronto è situata al limite settentrionale dell’Abruzzo, in provincia di Teramo, su uno sperone in roccia di travertino ad un’altezza sul livello del mare di poco meno di 600 metri. La sua posizione consente di controllare visivamente un ampio tratto di territorio, dall’Appennino ad ovest fino all’Adriatico ad est. La Cittadella costituisce uno degli esempi più significativi dell’architettura militare vicereale nel Mezzogiorno, frutto della trasformazione operata a partire dalla seconda metà del XVI secolo della già notevole struttura difensiva risalente al XV secolo, a sua volta sviluppatasi, presumibilmente, su una preesistente struttura di età medievale. Il borgo era già cinto di mura con torri Cittadella di Civitella del Tronto (Te). Un suggestivo scorcio. del quartiere militare situato all’interno del complesso fortificato. in età angioina e furono sostanzialmente queste le difese che sostennero vittoriosamente l’assedio del 1557 ad opera del duca di Guisa nell’ambito del conflitto che vide opposti francesi e spagnoli (fu a seguito di questo episodio che la cittadina, inizialmente denominata Civitella, acquisirà la denominazione “del Tronto). La formidabile opera di ingegneria militare, voluta dal sovrano Filippo II d’Asburgo, occupa per una lunghezza di ben 500 metri l’intera sommità dell’altura che domina il borgo, con una larghezza media di circa 45 metri. Essa fu realizzata per il riconoscimento del ruolo strategico dell’area, posta a controllo dei confini verso lo Stato della Chiesa. Il versante orientale, più esposto agli attacchi rispetto ai versanti nord ed ovest a strapiombo, venne dotato di maggiori difese, come del resto il lato meridionale, con la realizzazione di una falsa braga a raddoppio della cinta difensiva principale. Potenziamenti delle opere difensive del forte furono realizzate durante la dominazione borbonica, in particolare con la modifica dell’impianto originario del bastione di Sant’Andrea e con la sistemazione del fossato intorno al bastione di San Pietro. La cittadella fu assediata dalle truppe francesi nel 1798 ( q d a M s R 2 d a q d c c d s q u e b p b d g m d G d d p a g a f t P d I g S F d p d D s D g r d T n l l d v I n CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI (quando cadde con disonore) ed ancora nel 1806 quando la guarnigione di trecento uomini comandata dal maggiore irlandese Matteo Wade resistette a soverchianti forze napoleoniche per quattro mesi. Ma la pagina storica più importante della cittadella si sarebbe svolta in occasione della conquista del Regno delle due Sicilie, quando sostenne per ben 200 giorni l’investimento delle truppe piemontesi divenendo di fatto l’ultimo presidio dei Borbone a capitolare, il 20 marzo 1861. Cavour ne ordinò quindi lo smantellamento. Dopo un lungo periodo di abbandono iniziarono gli interventi di restauro, comportanti anche ricostruzioni piuttosto estese, che hanno portato alla restituzione alla collettività della grande opera difensiva. Il forte è formato sostanzialmente da una parte comprendente i quartieri per le truppe di guarnigione, ad ovest, ed una eminentemente difensiva che si sviluppa ad est. L’ingresso al forte avviene oggi attraverso il bastione di S. Pietro, dal quale si raggiunge la prima piazza d’armi (denominata del Cavaliere) difesa dai baluardi di S. Paolo e di S. Andrea. In corrispondenza di questa piazza d’armi è situata una delle 5 grandi cisterne che garantivano l’approvvigionamento idrico della fortezza. La successiva piazza d’armi è quella difesa a sud dal bastione di S. Giovanni, che precede la Gran Piazza, caratterizzata dai resti del Palazzo del Governatore e dalla chiesa di S. Giacomo. Successivamente alla piazza d’armi principale si sviluppa l’asse viario principale, con andamento est – ovest, che serve gli alloggi della guarnigione ( a sinistra i locali per i soldati semplici, a destra quelli per i sottufficiali). L’estremità della fortezza è costituita dalla batteria del Carmine, protetta naturalmente da costoni rocciosi. Verso la Gran Piazza erano situati il magazzino per la polvere, il deposito d’artiglieria, le cucine e le mense. Il forte ospita oggi un interessante museo che raccoglie collezioni di armi e mappe antiche. Luigi Maglio IL FORTE DE L’AQUILA Sorto ad reprimendam audaciam Aquilanorum, il Forte de L’Aquila rappresenta un tipico esempio di struttura fortificata volta all’intimidazione della popolazione locale oltre che alla necessità di difendere la città da eventuali invasioni. Da un lato nasce infatti come monito agli aquilani, sostituendo la Castellina voluta dal vicerè Filiberto D’Orange dopo la repressione della rivolta antispagnola del 1528; dall’altro è uno dei capisaldi della riorganizzazione del sistema difensivo del Regno di Napoli, entrato nell’orbita della Spagna dopo il Trattato di Cambrai. Il piano di riassetto, intrapreso nel 1532 dal viceré Pedro di Toledo, prevedeva fra l’altro il controllo della ‘Via degli Abruzzi’ che collegava l’Italia settentrionale a Napoli: l’ubicazione del territorio aquilano, sopraelevato rispetto alla valle dell’Aterno, risultava ideale in tal senso. Il Forte è costruito a partire dal 1534 – nel settore nord-orientale della cinta muraria, in corrisponden- za della quota più elevata (m. 736 s.l.m.) – su progetto dell’architetto spagnolo Pirro Aloysio Scrivà che, avvalendosi della sua formazione militare e letteraria, elabora un impianto non solo rispondente alle più avanzate esigenze della poliorcetica ma di squisita fattura architettonica e plastica. La costruzione, i cui lavori continueranno fino al 1567, è paradigmatica delle innovazioni strutturali conseguenti all’introduzione delle armi da fuoco e al declino della difesa piombante; il non essere mai stata coinvolta in operazioni militari, inoltre, consente di coglierne l’originaria conformazione pressoché intatta. A pianta quadrata, è circondata da un fossato privo d’acqua e un tempo lambito da una strada difesa da uno spalto sul quale, nel 1750, sono edificate fortificazioni a mezzaluna di cui restano ancora tracce. Il Forte presenta agli angoli bastioni a schema pentagonale orientati secondo i punti cardinali e raccordati alle cortine da un’originale invenzione di Scrivà, le coppie di doppi orecchioni semicilindrici atte a raddoppiare da ogni lato il numero delle batterie traditore. In ogni bastione, concluso da una piazzola, vi sono due casematte a pianta esagonale e una cisterna; dalle casematte del seminterrato si scende al piano delle contromine, con sfogatoi per i gas di scoppio per la prima volta costruiti in Italia. Il profilo terminale dei bastioni, ora discontinuo e a scivolo esternamente, risulta molto alterato rispetto all’assetto del XVIII secolo testimoniato dal plastico ligneo della collezione del duca di Noia Giovanni Carafa: sia i bastioni che la cortina sud-est vi sono riprodotti con i caratteristici merloni sangalleschi a mezzo giro, degradanti internamente e provvisti di un’apertura orizzontale per il tiro degli archibugi. La distanza tra i vertici di due bastioni adiacenti è di m. 130; le cortine comprese tra due bastioni misurano m. 60. Il rivestimento esterno è in pietra da taglio magistralmente connessa e un redondone sottolinea il passaggio dalla parte inferiore a scarpa a quella superiore, che prosegue in verticale fino alla cimasa. Si accede al Forte dal lato sud-est, dopo aver oltrepassato un ponte in pietra a quattro campate; l’ingresso è marcato da un portale marmoreo, sormontato da un sontuoso fastigio con lo stemma di Carlo V, presumibilmente opera dello scultore aquilano Pietro di Stefano. L’assetto interno gravita su una corte quadrata, il cui prospetto retrostante all’entrata è connotato da un elegante porticato su due livelli: dal pianterreno uno scalone d’onore conduce all’appartamento del Governatore, di cui si conservano due soffitti lignei 15 L’Aquila. Uno dei lati del possente quadrilatero bastionato che caratterizza l’impianto difensivo. In evidenza il doppio orecchione che migliora le capacità di fiancheggiamento di ciascun bastione. 16 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI a cassettoni ascrivibili alla seconda metà del XVI secolo; le costruzioni lungo gli altri lati sono superfetazioni realizzate dal XVII al XIX secolo come alloggiamenti per le truppe. La sopraelevazione della facciata principale risale invece al 1885. Dopo la seconda guerra mondiale il Forte passa dal Demanio alla Soprintendenza ai Monumenti; restaurato a partire dagli anni Cinquanta, diviene sede di diverse istituzioni culturali, tra cui la Soprintendenza BAPSAE e il Museo Nazionale d’Abruzzo. Danneggiato dal sisma del 2009, è attualmente inagibile. Daniela Petrone BASILICATA CASTELLO DI CANCELLARA La possente mole del castello di Cancellara (Pz). Il borgo è situato nella parte nord della provincia di Potenza, a poco meno di 700 m di altezza sul livello del mare. Nel centro storico, dominato dal castello, si conservano varie chiese e portali ottocenteschi. Il piccolo borgo di Cancellara è fortemente caratterizzato dall’imponente castello medievale intorno al quale si articola. La collina su cui si erge intercetta due percorsi secondari di età romana che si raccordano con la via Herculea lungo la direttrice viaria Venosa – Potenza e che sono stati costantemente utilizzati nei secoli successivi per il traffico locale di merci o per i pellegrinaggi. Nonostante evidenze architettoniche medievali ravvisabili nelle sue vicinanze e continui riferimenti documentari alla terra o agli homines cancellariae, risalgono solo al XV secolo le prime notizie che lo menzionano esplicitamente: il feudo è nelle mani del Re Ferrante D’Aragona e di suo figlio Federico e viene da loro venduto cum castro, seu fortilitium ai Sanbasile. Continue vendite, donazioni e passaggi di proprietà vedranno protagonista il Castello fino ai giorni nostri. Nel 1604 è sicuramente di proprietà di Marino Caracciolo e di sua moglie Ippolita i quali proprio al suo interno ossia nella camera nuova, stipulano l’atto di donazione della Chiesa dell’Annunziata e dei terreni annessi ai Frati Minori Osservanti affinché vi costruiscano un convento. Reso ormai diruto dal rovinoso terremoto del 1694, ricompare nella documentazione ottocentesca: nel 1806 è in parte adibito a carcere e diventa teatro di una rocambolesca evasione; nei decenni successivi invece la rocca su cui è edificato subisce frane, alluvioni e terremoti. Un prezioso apprezzo del 1820 ne descrive minuziosamente stato di conservazione ed ambienti: il Palazzo [...] in gran parte crollante viene messo all’asta dai familiari del Barone Riccardo Candido, appena deceduto. Sarà acquistato da Don Giambattista Ianniello ed abitato dai suoi eredi fino ad arrivare ai nonni di chi scrive, che nel 1982, insieme agli altri proprietari, hanno ceduto il Castello poiché vincolato ai sensi della l. 1089 (01/06 1939). Il complesso si articola su tre livelli ed appare oggi come un unico blocco composto da più corpi di fabbrica intorno a due cortili interni. Realizzato in pietra calcarea presenta i tipici elementi delle fortificazioni medievali che si evolvono in rapporto ai cambiamenti sociali ed alle esigenze abitative. Le tipologie di tessitura muraria messe in opera sono diverse in relazione al periodo di realizzazione: gli elementi più antichi sono edificati con muratura in pietrame di forma molto irregolare, mentre conci sbozzati in maniera grossolana e muratura mista di ciottoli e pietrame o blocchi più squadrati sono stati utilizzati per le successive aggiunte. Il prospetto Nord mostra ancora alcuni dei caratteri difensivi originari ossia il mastio, la torre semicircolare ed il camminamento di ronda a raccordo, oltre a murature a scarpa e feritoie. Di fianco al torrione quadrangolare è l’ingresso principale, un portale che conserva importanti particolari (archetti e gattoni lapidei sui quali poggiava il camminamento e la merlatura) e che si apre sul cortile e sulla gradinata di accesso al complesso. Qui individuiamo gli ambienti destinati alle residenze nobiliari, le scuderie, e la corte centrale, da cui è possibile accedere a tutti gli ambienti dei vari corpi di fabbrica: dal piano seminterrato alle torri, dal camminamento alla cappella. Quest’ultima è riferibile proprio alla camera nuova dell’atto di donazione già menzionato, un corpo di fabbrica aggiunto nel 1600 sul lato ovest. La facciata Sud rappresenta invece in maniera evidente la trasformazione seicentesca in Palazzo Baronale: ampie finestre scandiscono la facciata, insieme ad una grande apertura ad arco, le buche pontaie e la colombaia. Frequenti movimenti franosi lungo il versante meridionale della collina che ospita il castello hanno reso indispensabile la realizzazione di un muraglione di contenimento, alto circa 40 metri ed articolato su tre gradoni che rimarca, dai primi decenni del ‘900, la mole della fortezza rispetto al piccolo centro storico. Marilisa Biscione L d L r t l c d l p o d i c d d v d d s i l d d d s e a n X è f l p r r M s q t T S p C s d d r n r R m d e L l i I B CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI 17 CASTELLO DI LAGOPESOLE La splendida vista sulla rigogliosa valle di Vitalba di cui si può godere dalle bifore del Castello di Lagopesole basta ancora oggi a render palese la storica centralità della fortificazione per il controllo del territorio alle pendici del Monte Vulture. Essa sorge lungo il tracciato romano della via Herculea che, come riportato dall’Itinerarium Antonini Augusti e dalla tavola Peutingeriana, tagliava trasversalmente la regione collegando Venusia al litorale ionico, passando per Grumentum. La questione circa la sua origine ed evoluzione costruttiva è da tempo oggetto di studio: indubitabile e centrale pare esser stato il periodo federiciano, dopo una fase normanna le cui preesistenze sono riscontrabili in diversi punti dell’apparecchiatura muraria e dell’impianto di fondazione. Una nuova ipotesi basata su dati di scavo vorrebbe invece più rilevante la fase normanna, durante la quale sarebbe stata realizzata gran parte della fortezza. Il complesso ha pianta rettangolare e si sviluppa su due cortili separati da una cortina muraria interna. Sette le torri quadrate, di cui quattro angolari, una mediana e due binate poste in corrispondenza dell’entrata principale. Un massiccio mastio di derivazione tipicamente normanna, il cosiddetto donjon, domina all’interno del cortile minore. Una suggestiva commistione di elementi locali, germanici e cistercensi caratterizzano un linguaggio artistico ed architettonico tipicamente duecentesco. A determinare l’indiscussa e privilegiata funzione, durante il XIII secolo, di domus imperialibus solaciis deputate è sicuramente la sua dislocazione in un ambiente florido, ricco di acqua, boschi e selvaggina, prope lacum pensilem appunto, ossia a ridosso di un vasto pianoro lacustre utilizzato per l’allevamento e la riproduzione di anguille importate da altri pantani regii. Qui e nel contiguo territorio di Melfi lo Stupor Mundi istituì il Parco delle Uccellagioni, in uno scenario che presumibilmente contribuì, insieme a quello della Capitanata, all’ideazione del suo famoso trattato di falconeria, il De arte venandi cum avibus. Tutto qui rievoca la regale presenza di Federico II di Svevia. Diversi documenti attestano il soggiorno del poliedrico imperatore o di suo figlio Manfredi nel Castello di Lagopesole, ma è soprattutto l’analisi delle strutture murarie, dei particolari architettonici e dei dispositivi difensivi a svelare la forte matrice sveva del fortilizio. Colpisce tuttavia la presenza di differenti fase stratificate, più o meno compiute. Federico non riuscì a vedere terminati i lavori, che continuarono con Manfredi prima e Carlo I d’Angiò dopo. Rocca normanna, locum solatiorum federiciano, masseria regia di età angioina e dimora stagionale dei Doria a partire dal XVI secolo, fino all’abbandono ed al successivo passaggio al Demanio, il Castello di Lagopesole è stato sapientemente restaurato dopo l’acquisizione da parte della Soprintendenza ed ha in seguito ospitato per circa un decennio l’Istituto Internazionale di Studi Federiciani, oggi Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali del CNR. Marilisa Biscione e Nicola Masini CASTELLO TRAMONTANO DI MATERA Il Castello Tramontano sorge su un’altura ai margini del centro storico della città di Matera. È geograficamente defilato dalle valli che ospitano i più famosi Sassi, dal circuito murario dell’antica Civita e dall’agglomerato di abitazioni borghesi e chiese barocche del Piano. Esterno anche alla pianta urbana cinquecentesca, fu realizzato tra il XV e XVI secolo, con esattezza dopo il 1497, da Giovan Carlo Tramontano appena nominato Conte della città da Re Ferrante d’Aragona. Il nuovo feudatario si ispirò per la sua costruzione al Castel Nuovo di Napoli con l’obiettivo anzi di realizzarlo in forme ancora più imponenti. La sola facciata che venne realizzata, comprendente un grande mastio cilindrico centrale e due torri circolari più piccole ai lati, costò la cifra di 25.000 ducati. La grandiosa opera fu costruita addebitando l’intera spesa all’Università di Matera che, enormemente vessata dalla vicenda, ha continuato a definire “epoca triste” proprio quel lasso di tempo, durante il quale si ritrovò per la prima volta sottomessa alla servitù feudale. La data dell’assassinio del despota, avvenimento che fissò al 1514 il riscatto della città dal giogo feudale, fu incisa dai materani sulla base di una colonna della Chiesa di San Giovanni Battista. L’incisione recita: “Die 29 Dec […] Interfectus Est Comes”. La fortezza rimane incompiuta proprio a causa della morte del Conte. Si tratta di una massiccia costruzione in stile aragonese il cui impianto difensivo è reso palese dalla presenza di tre torrioni raccordati da mura di cinta e circondati da un fossato con ingresso a ponte levatoio. Maestosa tra le due laterali più piccole, si erge la torre a quattro piani, dalla considerevole altezza e stilisticamente identica a quelle del Castel Nuovo di Napoli. L’interno dei torrioni è uno spazio pensato ad esclusivo impiego militare e tale rimane nel corso dei secoli: piani ad anello con strettoie Uno dei pochi esempi, in Italia meridionale, di autentica architettura fortificata del XII - XIII sec., il castello di Lagopesole (Pz), si erge solitario nella Valle di Vitalba, in Basilicata, a memoria e testimonianza della fase storica che più intensamente lo ha visto protagonista: quella federiciana. 18 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Magnifica ed imponente costruzione aragonese, il Castello Tramontano di Matera fu realizzato dal conte Giovan Carlo Tramontano sul colle del Lapillo a simbolo del suo potere e per far fronte alle rinnovate esigenze difensive: murature spesse e massicce contro le nuove armi da fuoco a più ampia gittata. La maestosa fortezza, rimasta incompleta a causa dell’assassinio del despota, è circondata da un ampio parco appena riaperto al pubblico, oggi suggestivo scenario di concerti e spettacoli all’aperto. ed ambienti con camino e scale portano ai livelli superiori sino al camminamento delle torri. Vale la pena ricordare che durante gli scavi per la riqualificazione della poco distante Piazza Vittorio Veneto, condotti nel 1991 dalla dottoressa M. G. Canosa, è venuta alla luce sotto l’attuale piano di calpestio insieme a strutture ipogee riferibili al prolungamento dei rioni Sassi sul Piano (vicinati con abitazioni, cantine e concerie, una chiesa rupestre ed una grande cisterna detta Palombaro Lungo), la base di una torre cilindrica d’avanzata quattro-cinquecentesca con la cortina muraria contigua. Sicuramente pertinente al circuito difensivo del Castello Tramontano, fu interrata tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo e contestualmente utilizzata come appoggio per le fondamenta del Convento dell’Annunziata. Al momento della scoperta è stato possibile apprezzarne parte del fossato ed inoltre una angusta gradinata di accesso ad un vano con feritoie prima ed alla torre poi. L’area sarà presto resa fruibile, rendendo possibile una suggestiva passeggiata tra notevoli strutture ipogee quali la Chiesa del Santo Spirito, il Palombaro Lungo, il Fondaco di Mezzo e, appunto, il basamento della Torre aragonese del Castello Tramontano. Marilisa Biscione CALABRIA CASTELLO DI CACCURI Caccuri, paese della Presila calabrese di poco più di 1.500 abitanti è posto su di un’altura a circa 640 metri s.l.m. dalla quale svetta il maestoso castello d’origine proto-normanna. Infatti, il primo nucleo di quello che è oggi il Castello di Caccuri risalirebbe all’originaria fondazione del borgo in epoca bizantina (VI sec. d.C.) e la sua nascita andrebbe a ricercarsi nell’ambito di quel più ampio sistema difensivo voluto dai Bizantini a guardia della Valle del Neto contro possibili invasioni longobarde. Di questo secolare sistema difensivo costiero, che, con la fine del pericolo longobardo e sino a tutta l’epoca sveva e angioina, avrebbe garantito protezione dalle scorrerie dei pirati saraceni, facevano parte anche quelle strutture presenti nei paesi limitrofi di Roccabernarda, Crucoli e Santa Severina. Se, quindi, per tutta l’età angioina il castello di Caccuri dovette continuare a fungere da importante baluardo nel sistema difensivo calabrese jonico, già a partire dal XIII-XIV secolo, l’originario castrum d’età bizantina aveva subito importanti trasformazioni che lo avrebbero condotto a perdere l’originaria funzione difensiva, a favore di una funzione residenziale. Nel 1399 il paese diveniva feudo di Casa Russo di Montalto e, appena venti anni dopo, il castello era incluso tra i lasciti del Conte Carlo Ruffo di Montalto alla figlia Polissena che il 23 ottobre 1418 andò in sposa al giovane Francesco Sforza. Fu proprio in virtù di questo matrimonio che il feudo di Caccuri passò agli Sforza. Con la fine della feudalità dei Ruffo iniziò per il feudo e, conseguentemente per il castello, un periodo di rapidi passaggi di proprietà: nel 1497 troviamo i Borgia d’Aragona, nel 1505 gli Spinelli, da cui pervenne ai Sersale e, nel 1560 ai Cimino, sino a quando, nel 1651, il feudo di Caccuri fu acquistato da Antonio Cavalcanti, Barone di Gazzella. Per i Cavalcanti, che acquisirono il titolo di Duchi di Caccuri, il castello rappresentò una stabile dimora per quasi due secoli e fu con tale famiglia che si ebbero i maggiori lavori di ampliamento e consolidamento della struttura. Furono i Cavalcanti, infatti, a volere i portali litici dell’ingresso, gli affreschi su legno che adornano i soffitti di alcune stanze e soprattutto la splendida Cappella Palatina, che ancora oggi si conserva intatta e custodisce una collezione di dipinti Seicenteschi di Scuola Napoletana. La feudalità della famiglia Cavalcanti sarebbe durata sino al 1793, fino all’estinzione della famiglia in persona di Marianna (1792-1809) nella famiglia C v G m I d d t 1 a r l p D p a f C C d n l g t i B f I d z s L q t d a C t l l 1 S A c d a S t c d v a V d p d c i CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Ceva Grimaldi. Il castello e il feudo di Caccuri venivano così ereditati dalla figlia Rachele Ceva Grimaldi (1808 – 1853), che li vendette per la somma di 52.000 ducati al barone crotonese Barracco. Il barone Guglielmo Barracco ne fece la propria dimora realizzando una serie di cospicui interventi di ammodernamento, progettati e diretti dall’architetto napoletano Adolfo Mastrigli, e terminati nel 1885. Tali lavori, durante i quali venne aggiunto anche il rivellino, trasformarono il castello in una residenza confortevole ed altamente tecnologica, la cui testimonianza più importante è senz’altro la particolare torre acquedotto. Dopo la morte di Guglielmo, il castello fu disabitato per anni, fino a quando, nella prima metà del ‘900, ai Barracco subentrarono gli attuali proprietari, la famiglia Fauci, originaria di Isola di Capo Rizzuto. Costruito su uno sperone di roccia, il castello di Caccuri ha una forma trapezoidale, circoscritta dalla cortina muraria che lo separa dall’abitato e nella quale, sul lato orientale della struttura si apre l’ingresso con ponte levatoio. Sul lato occidentale, gli imponenti muraglioni convergono sull’unica torre, la Torre Mastrigli costruita nel 1885 durante i già menzionati lavori di ampliamento voluti dai Barracco, ed edificata con al tempo stesso la duplice funzione di torre piezometrica e belvedere. Demetrio Baffa Trasci Amalfitani di Crucoli CASTELLO DI SANTA SEVERINA Il castello di Santa Severina, che si estende oggi su di un’area di circa 10.000 mq, è una delle fortificazioni meglio conservate del meridione d’Italia e, in specie, del crotonese. La sua originaria costruzione è da rintracciarsi in quel processo di difesa di cui fu protagonista l’intera Valle del Neto (VI – VI sec.) sotto la minaccia dell’invasione longobarda. Molto verosimilmente, alla pari delle fortezze di Crucoli, Roccabernarda e Caccuri, dopo quasi due secoli di dominio bizantino, fu con il periodo normanno che iniziarono i lavori di costruzione di quella che sarebbe divenuta l’imponente realtà difensiva di Santa Severina. Nel 1496, Federico d’Aragona concesse in feudo Santa Severina ai Carafa. Dal 1556, sotto il governo di Andrea Carafa, succeduto al padre Galeotto, cominciarono importanti interventi di trasformazione dell’originaria roccaforte angioina, circuita ancora a quel tempo dalle muraglie di cinta realizzate dagli Svevi. Per suo volere venne restaurata la roccaforte trecentesca e rinforzate le già possenti muraglie di cinta, realizzandosi, inoltre, ex novo la Porta detta della Piazza e la Porta detta della Grecia che dovevano, a quel tempo, essere gli unici accessi possibili all’acrocoro di Santa Severina. Vennero, dunque, realizzati i significativi lavori di adeguamento del rivellino soprastante la falsa porta dell’angolo sud-ovest del castello, il baluardo del belvedere e il baluardo detto all’antica, oltre che la muraglia sul lato meridionale della struttura, il secondo fossato e le bombardiere presenti sui baluardi e sul rivellino. Inoltre, le merlature della muraglia e del rivellino della Porta della Piazza sembrano testimoniare di un’ulteriore e conclusiva fase evolutiva della struttura, dove il ritmo alternato di pieni e vuoti sembra riferirsi ad un modello arcaico di troniere vagamente arabeggiante. La situazione finanziaria del feudo però, già in profonda crisi sotto Andrea Carafa, peggiorò ulteriormente con il figlio Vespasiano che, succeduto al padre nel 1569, resse il feudo sino al 1599 senza lasciare eredi. Con l’estinzione della famiglia Carafa il feudo tornò alla Regia Corte che lo cedette nel 1608 a Vincenzo Ruffo principe di Scilla. Alla morte del principe, avvenuta il 3 Giugno 1616, subentrò la figlia Giovanna, fino al 1650. Le successe il figlio Francesco Maria che, sotto la pressione dei debiti contratti dalla madre, si vide porre all’asta il feudo che venne così aggiudicato al patrizio crotonese Carlo Sculco. A costui, nella terribile epidemia di peste del 1656, successe il figlio Giovanni Andrea a cui Filippo II concesse il titolo di duca sul feudo di Santa Severina. A lui successe ancora il figlio Domenico che, morendo nel 1687 senza eredi, fu l’ultimo duca di Santa Severina di Casa Sculco. Nel 1691 Cecilia Carrara si aggiudicò all’asta il feudo per 102.000 ducati, intestandolo al figlio D. Antonio Greuter. Ad Antonio successe il figlio Pier Mattia († 1743) da cui discese Antonio, padre di Gennaro Greuther 4° Duca di Santa Severina, colpito dalle leggi eversive della feudalità del 1806. La famiglia Greuther si estinse sul finire del XIX sec. nella persona di del Duca Renato cui successe nei titoli, nelle armi e nel cognome della Casa la discendenza della sorella Maria Alessandra (†1903), moglie del Cav. Giovanni De Giovanni. Il castello, così come appare oggi dopo l’importante restauro degli anni ’90, risulta composto da un 19 Prospetto del castello di Caccuri (Kr) dal quale è possibile scorgere sia l’originaria struttura palazziata d’epoca seicentesca che, sulla destra, la struttura più recente del belvedere voluta dai baroni Barracco con il torrino piezometrico conosciuto come Torre Mastrigli (1885). Vista frontale del castello di Santa Severina (Kr) dal quale possono riconoscersi il Mastio quadrato con merli di forma triangolare vagamente arabeggiante, quattro torri angolari e altrettanti bastioni che, con le mura, ne completano la figura. 20 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI mastio quadrato con quattro torri angolari cilindriche poste agli angoli e fiancheggiato da altrettanti bastioni, impreziosito nei suoi interni dagli affreschi settecenteschi di Franco Giordano voluti dalla famiglia Greuther con il quale la struttura, persa la sua originale funzione di difesa, si era trasformata a pieno in una preziosa dimora familiare. Demetrio Baffa Trasci Amalfitani di Crucoli CAMPANIA IL CASTELLO “ARECHI” DI SALERNO È probabile che con la deduzione della colonia di Salerno, deliberata con la lex Atinia del 197 ed effettivamente realizzata tre anni dopo nel 194 a. C., per tenere sotto controllo i Picentini, deportati nell’agro che da loro prende il nome dopo la ribellione ai romani, si sia formato un posto di osservazione in legno sulla sommità della collina Bonadies (frequentazione documentata dai reperti archeologici del II sec. a. C.), nell’area successivamente occupata dalla turris maior. La datazione della più antica fase costruttiva del circuito murario, conservata in maniera cospicua nei larghi tratti di filari di blocchi quadrati, è riconducibile al VI secolo d. C.: si tratta di un castrum bizantino fatto erigere probabilmente da Narsete durante la guerra greco-gotica, per il controllo del porto sottostante e dei collegamenti con Nuceria Alfaterna, nodo importantissimo per l’economia della fertilissima pianura vesuviana. La turris maior, a pianta rettangolare, si innalzava su cinque livelli, se non sei, utilizzando un perime- Il castello detto di Arechi, ma costruito soprattutto dai Normanni, manutenzionato dagli Svevi, restaurato e potenziato dagli Angioini e dagli Aragonesi, fu residenza di Ferrante Sanseverino, principe di Salerno e, infine, fu rinnovato e dotato di artiglierie durante il Vicereame spagnolo. tro murario continuo e piloni centrali che, insieme, servivano a reggere gli archi e le volte dei vari piani. Il successivo e imponente intervento longobardo di Arechi nel secolo VIII riguardò soprattutto la costruzione delle mura di cinta della città che assunsero proprio in quell’occasione la configurazione odierna, ancora in parte superstite, più che il castello. Allora esso costituì il vertice Nord di uno schema difensivo triangolare, disteso sui pendii del monte Bonadies, come appare nell’ultima coniazione longobarda contornata dalla leggenda Opulenta Salerno (follaro del secolo XI, attribuito a Gisulfo II) ed in seguito nella cartografia e nel vedutismo: il suo vertice era nella turris maior, i lati nei salienti murari, ancora in parte superstiti, e la base nella scomparsa murazione, parallela e prossima al mare. Il castello, illustrato abbastanza fedelmente nelle miniature di Pietro da Eboli (XII secolo), per la sua posizione, che consentiva una efficace difesa anche nel caso che la città in basso fosse stata occupata, non fu mai espugnato, confermando la fama celebrata dallo storico di fine XI secolo Guglielmo di Puglia; infatti, durante l’assedio di Roberto il Guiscardo nel 1077, i suoi occupanti furono presi solo per fame. Nel periodo normanno si attuò un breve ampliamento verso sud delle strutture castellane con la costruzione di un loggiato, di cui rimangono alcuni piloni, inglobati nella massa muraria realizzata per la sistemazione delle cannoniere del secolo XVI, mentre i salienti murari che cingono la città furono sopraelevati per la difesa dalle più evolute macchine per gli assedi militari e si costruì la torre detta “la Bastiglia”, posta a nord della cima del monte Bonadies, con una funzione di avvistamento a sostegno del non lontano e sottostante castello. Formata da un dado cilindrico rinforzato sul fronte orientale da una mezza corona, è costituita da un unico vano cui si accedeva solo tramite scale o altri attrezzi rimovibili, per la notevole altezza del suo piano di calpestio rispetto al piano di campagna esterno. Se Federico II di Svevia si limiterà ad ordinarne la manutenzione, il c s e “ d a g d c s a u S H m i l d s d p c p P C p f c c t a L V r i t d d c s C t d i c E r m s p v t c s c L m CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI castello sarà oggetto di riparazione e potenziamento sotto i regni di Carlo I e II d’Angiò (ordini del 1271 e 1274, ultimi lavori probabili nel 1299) nelle torri “Pentuclosa”, “Ma(e)stra” ed in tratti murari, muniti di saettiere, mentre dal ponte levatoio si accedeva ad un cortile e ad una cisterna, forse base di torre. I grandi corpi di fabbrica ad est della cosiddetta piazza d’armi risalgono al periodo aragonese, quando il castello raggiunse il massimo sviluppo. Gli ambienti sulla destra dell’ingresso, fino alla terrazza che si affaccia sulla città, sono di età moderna; il castello fu utilizzato come residenza temporanea dal principe di Salerno Ferrante Sanseverino, come annota Thomas Hoby nel suo diario dei viaggi, tra il 1547 ed il 1564; ma per le successive, nuove esigenze militari, durante il vicereame spagnolo (doc. del 1579) se ne produsse l’ampliamento e il potenziamento con la costruzione dell’ala sud-est, che dal cortile porta fino all’avamposto di levante, e di una serie di cannoniere. Acquisito dall’amministrazione provinciale e restaurato in tempi recenti ospita oggi un nucleo espositivo di ceramiche e di reperti provenienti dal Castello stesso, sale per mostre, conferenze e congressi. Antonio Capano CASTELLO DI CARLO V, CAPUA Progettato per volere di Carlo V dopo la visita a Capua – il 23 e 24 marzo 1536 – il castello all’epoca della sua realizzazione non solo riveste un fondamentale ruolo strategico a livello locale, ma concorre a un rafforzamento dell’apparato fortificatorio su più larga scala, essendo la città una delle tre vicecapitali del Regno di Napoli e suo primario avamposto difensivo. La struttura è edificata lungo la riva sinistra del Volturno in località ‘la portella’, nei pressi del ponte romano: tale ubicazione permetteva di tenere sotto il tiro dei cannoni i due principali ingressi alla città – porta Roma e porta Napoli – posti agli estremi della via Appia che attraversava il centro abitato, delimitato da un’ampia ansa del fiume e da una cinta muraria a bastioni sorta dagli inizi del XVI secolo dopo la demolizione delle mura aragonesi. Costruito tra il 1543 e il 1552 su progetto dell’architetto napoletano Gian Giacomo dell’Acaya e sotto la direzione dell’ingegnere capuano Ambrogio Attendolo, il castello riecheggia l’impianto del Forte aquilano di cui dell’Acaya è direttore dei lavori dal 1542 al 1554. Eretto con il concorso di numerose maestranze fiorentine, occupa un’area di circa mq. 8480, inclusi i mq. 1700 della corte centrale; la pianta, modulata su uno schema geometrico a matrice quadrata, presenta bastioni lanceolati in corrispondenza dei vertici. I bastioni, dalle pareti scarpate, sono caratterizzati da orecchioni sormontati da garitte semicilindriche; all’interno vi sono casematte poligonali sovrapposte su due livelli, con coperture a volta, collegate da scale a chiocciola. La distanza tra i vertici di due bastioni contigui è di m. 117,00; le cortine misurano m. 49,60 all’altezza del redondone che marca il passaggio tra il pianterreno e il primo piano. Si accede al castello da un ingresso al centro del prospetto rivolto a nord-est – verso il tessuto urbano – dopo aver attraversato un ponte su archi e pilastri di m. 31,00 che scavalca l’ampio fossato. A sinistra dell’entrata si trova una cappella con stucchi del XVII secolo, dismessa nel 1856. L’articolazione planimetrica si differenzia ad ogni livello: lungo il piano alla quota del fossato si snodano estesi sotterranei, un tempo deposito di munizioni; il pianterreno è suddiviso in locali di varie dimensioni che si affacciano sul cortile, e tra questi vi è la cappella. Il livello superiore – in passato destinato all’acquartieramento delle truppe – è attualmente costituito da vani rettangolari prospettanti sul vuoto interno e serviti da un corridoio comune che li separa, inoltre, da teorie di ambienti provvisti di aperture per il tiro verso l’esterno; un rilievo ottocentesco, tuttavia, segnala la precedente configurazione del corridoio come sequenza di piccoli spazi in diretto collegamento con quelli più ampi ad essi retrostanti. L’ultimo piano è formato da un unico corpo di fabbrica – presumibilmente settecentesco – che rappresenta la parte terminale del fronte d’ingresso, riservato all’alloggio del Governatore e agli uffici. Trasformato dal 1848 al 1852 in prigione per detenuti politici, il castello dal 1856 diviene sede del Pirotecnico militare, dove si producevano le cartucce e i razzi per l’artiglieria e l’esercito. Ne consegue una radicale alterazione dell’architettura, con stravolgimento delle funzioni originarie e realizzazione di superfetazioni: si ricordano, in particolare, i capannoni edificati sui terrazzi di copertura, le tettoie posizionate nella corte, la collocazione di una macchina a vapore nella cappella e di un gasogeno in una delle cortine. Ulteriori modifiche strutturali si susseguono nel periodo tra le due guerre mondiali per l’intensificarsi della lavorazione connessa alle esigenze belliche. Gravi danni sono riportati in seguito ai bombardamenti del 20 agosto e del 9 settembre 1943; cessata così la produzione militare, l’edificio si avvia a un progressivo degrado. Parziali interventi di ristrutturazione sono effettuati a partire dal 1982. Daniela Petrone 21 Capua (Ce), forte di Carlo V. L’immagine aerea permette di osservare la purezza e lo slancio dello schema bastionato, con i quattro bastioni angolari caratterizzati da enormi orecchioni che proteggono i fianchi dotati di batterie traditore. 22 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI CASTEL DELL’OVO Castel dell’Ovo, fronte di terra. Si osservi il profilo del castello, risultante dalle modifiche apportate in età vicereale. L’affermazione delle artiglierie ha portato alla scomparsa delle torri, sostituite da batterie difensive: in questo caso la batteria superiore, pseudo bastionata, dominante la batteria bassa per tre cannoni che proteggeva l’accesso al castello. Il Castello sorge sull’isolotto di Megaride, di fronte al promontorio di Pizzofalcone, nucleo del primitivo insediamento della città di Napoli, Partenope, ed è collegato alla terraferma attraverso un pontile. In età romana, faceva parte del Castrum lucullianum, l’abitazione del patrizio Lucullo (120-57 a.C.); durante le invasioni barbariche fu luogo di prigionia e accolse, tra gli altri, l’ultimo imperatore romano Romolo Augustolo. Alla fine del V secolo si insediarono sull’isolotto monaci basiliani provenienti dalla Pannonia, ai quali subentrarono, nel VII secolo, i Benedettini. La trasformazione dell’isola in struttura a carattere esclusivamente militare avviene durante la dominazione normanna, sotto Guglielmo il Malo, a partire dal 1154. A questa fase risale la prima torre, la “Normandia”, a pianta quadrata, ubicata all’estrema propaggine dell’isola, probabilmente donjon del complesso e di cui si conserva la parte inferiore. Durante il periodo svevo furono costruite altre tre torri, tra cui, a nord, a difesa del castello verso la terraferma, la Coleville di cui ancora oggi si individua la parte basamentale, trasformata in passaggio coperto di collegamento con la parte estrema del castello mutata nel XVII e XVIII secolo in forma bastionata. Secondo la leggenda, riportata dalla trecentesca Cronica di Partenope, Castel dell’Ovo trarrebbe il nome da un uovo “incantato” che Virgilio avrebbe posto in una caraffa, a sua volta conservata in una gabbia di ferro sospesa alla trave di legno di quercia di una camera del castello, al fine di proteggerlo dal fato avverso. Da quel momento il destino del castello e dell’intera città sono stati legati a quello dell’uovo. Durante il regno aragonese, il castello subì numerose trasformazioni ad opera di Alfonso il Magnanimo che spesso vi dimorò, preferendolo al più confortevole Castel Nuovo. I resti della zona residenziale aragonese sono individuabili nella parte centrale del castello, verso occidente. Si conserva ancora il loggiato a doppia altezza, parte integrante della residenza reale. Degli archi a tutto sesto, originariamente quattro per ogni piano, ne rimangono solo sei; il materiale di costruzione è il tufo grigio per gli archi e il piperno per il resto della struttura. L’apporto aragonese al castello si concentrò soprattutto nella parte settentrionale per adeguare le strutture difensive alla nuova minaccia dell’artiglieria a polvere. Alfonso fece abbassare la torre di Colleville e realizzò due torri di forma ottagonale, strutture oggi scomparse, di altezza contenuta e diametro elevato per fronteggiare gli attacchi da terraferma. Il castello fu espugnato nel 1503, con la conquista degli spagnoli del Regno di Napoli, grazie ad una mina fatta brillare dalle truppe guidate da Consalvo di Cordova. Secondo le cronache, l’esplosione provocò il crollo di parte del costone roccioso su cui era edificata la parte più alta del borgo fortificato. Tra gli anni Trenta e Quaranta del ’500 il sistema difensivo della capitale fu profondamente modificato con la costruzione di nuove mura ad occidente di quelle quattrocentesche. Castel dell’Ovo perse una primaria funzione strategica, a favore del nuovo castel S. Elmo, collocato in una posizione strategicamente superiore, e conservò la funzione di batteria costiera. Negli anni’90 del ‘600, su progetto del fiammingo Ferdinando Grunemberg, fu realizzata all’estremità del castello la batteria del Ramaglietto, che poteva ospitare fino a 25 pezzi di medio e grosso calibro, per fronteggiare le nuove unità navali dalle quali era possibile bombardare la costa. L’ultima memorabile battaglia che vide protagonista il castello fu combattuta dal 10 aprile 1733 con l’arrivo in città delle truppe di Carlo di Borbone contro il presidio austriaco: solo il tre maggio venne aperta una breccia e la fortezza fu costretta ad arrendersi. Nella prima metà del XX secolo, il castello passa sotto l’amministrazione militare, tornando all’amministrazione civile, solo tra gli anni 1962-63. Il 14 dicembre 1999, Castel dell’Ovo è dato in concessione d’uso dallo Stato al Comune di Napoli, al fine di promuovere e sostenere iniziative culturali. Antonella Delli Paoli EMILIA ROMAGNA LA ROCCA DI MONTEFIORINO Montefiorino, noto soprattutto come sede della prima Repubblica Partigiana d’Italia, si trova nel medio Appennino modenese, ben dentro quelli che furono, tra XI e XII secolo, i domini di Matilde di Canossa. La “rocca” occupa la sommità dell’omonimo colle, ed è circondata dal piccolo paese. Dopo essere stata fortezza dell’abate di Frassinoro, centro del piccolo dominatus loci di un ramo collaterale dei Montecuccoli, sede di podesteria estense, essa è diventata casa municipale di Montefiorino, ruolo che riveste tuttora. Il complesso della rocca è frutto di una lunga e s 1 m “ d M I t s u i i d d d c n r u l d f l i u I s p e t d B p a a p N n n l f q s CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI 23 Montefiorino (Mo), vista della Rocca da nord-est. evoluzione, le cui date fondamentali sono state fissate dal Bucciardi. Secondo lo studioso, intorno al 1170, la cima del monte viene dotata di una torre, mastio del successivo complesso, e detta tuttora “Torre della Rocca”. Essa venne costruita a difesa delle Terre della Badia di Frassinoro da Bernardo da Montecuccoli e dall’abate frassinorese Guglielmo. Il complesso si presentava come una torre in muratura circondata da una palizzata lignea, posta sulla sommità di un colle piuttosto scosceso. Esso subì un primo e consistente intervento di potenziamento intorno al terzo decennio del XIII secolo, momento in cui la piccola stazione difensiva raggiunse le dimensioni e l’articolazione di un vero “castello”, divenendo il cardine di tutto il sistema difensivo dell’alleanza tra gli abati frassinoresi e la potente consorteria feudale dei Montecuccoli, in funzione antimodenese. Questa sua nuova destinazione richiese un notevole ampliamento dimensionale ed un altrettanto cospicuo potenziamento difensivo: la torre, solida ed efficiente, rimase al suo posto, divenendo il mastio del nuovo complesso, mentre fu sostituito, e forse ampliato, il vecchio recinto in legno con un cassero in muratura. È probabilmente in questa fase che venne realizzata la grande cisterna ubicata tra il Palazzetto e la primitiva torre centrale. Il nuovo complesso fortificato venne messo quasi subito alla prova: nell’ambito degli scontri tra partito guelfo e ghibellino, tra comune cittadino e signori del contado e tra Modena e Bologna, le truppe modenesi assalirono la rocca nel 1240 e, dopo un assedio durato oltre un mese, la presero. Ben presto e dopo averla danneggiata dovettero però abbandonarla e, viste le carenze che il sito aveva dimostrato, l’abate di Frassinoro ed il suo alleato e feudatario Bonaccorso Montecuccoli lo potenziarono ulteriormente. Nonostante il suo rafforzamento la rocca venne nuovamente assediata e presa dalle truppe comunali modenesi nel 1247: questa volta i Geminiani la incendiarono, danneggiandola gravemente e di fatto decastellandola. In conseguenza di ciò, per quasi tre decenni il sito rimase abbandonato e fu solo nel 1278 che l’abate frassinorese Tommaso de’ Tonsi, riaprì al culto l’antica cappella di S. Michele Arcangelo, al piano terreno dell’omonima torre e riadattò il mastio ad abitazione dei due monaci che vi officiavano il culto, ma senza ripristinare alcuna delle originarie funzioni difensive. Nel 1313 e ne1 1317, nel corso di guerre tra feudatari, la rocca venne di nuovo attivata militarmente; Guidinello Montecuccoli, che vi si insediò, fece fortificare e munire il castello e nel 1320 fece costruire il palazzo della rocca. Con questa nuova fase costruttiva il complesso raggiunse il suo massimo sviluppo volumetrico, ed assunse l’articolazione attuale di massiccio palazzo quadrilatero a corte interna. Le due torri esterne andarono invece distrutte in epoca imprecisata, a dimostrazione dell’ormai mutata funzione principale del complesso, non più fortezza ma residenza nobiliare. Sempre in quegli anni veniva ultimata un’altra torre difensiva, questa collocata circa 300 metri a Sud ma sempre sul crinale, detta Torre del Poggio o “del Mercato” ed oggi convertita in campanile. I discendenti di Guidinello Montecuccoli rimasero incontrastati signori a Montefiorino fino al 1426, quando furono cacciati a furor di popolo dopo un incendio che arrecò gravi danni all’abitato. Rocca e borgo passarono allora agli Estensi fino al 1796. Tuttavia, già nel 1512 il complesso viene definito in rovina. Da ultimo, come rappresaglia alla istituzione della prima Repubblica Partigiana, le truppe nazifasciste lo incendiarono, provocando danni a cui si pose rimedio solo nel dopoguerra. Alberto Monti LA ROCCA DI REGGIOLO Nel centro storico di Reggiolo sorge l’imponente Rocca, creatasi intorno alla torre medievale del 1242, su una modesta altura artificiale, detta “mota”, ora compensata dal rialzo della strada. La torre, circondata da un muro di cinta lungo 40 metri, risulta così essere il primo elemento di fortificazione del paese. Nel XIV secolo ad opera dei Gonzaga di Mantova, l’assetto della Rocca subì 24 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Reggiolo (Re), vista Sud: ingresso principale della rocca. sostanziali modifiche, configurandosi pressappoco come appare oggi ai nostri occhi. Il muro di cinta, detto “circhia”, venne innalzato da 8 a 14 metri e dotato di quattro torri angolari alte circa 20 metri. L’ingresso della Rocca si apre al centro della facciata sud per mezzo di una stretta porta d’accesso, in corrispondenza della quale si erge una quinta torre centrale. La torre principale, collocata al centro del recinto fortificato ed isolata dal resto dell’impianto, fu costruita nel 1242, ed è la parte più antica della Rocca. Ha un’altezza di 36 metri per una larghezza nelle pareti esterne di 11,30 metri; alla sua base, forma un barbacane di rinforzo alla struttura, sporgente di circa un metro rispetto la linea delle pareti. Presenta una muratura massiccia, che parte da uno spessore di circa 2,30 metri nella parte più bassa, ma che si alleggerisce fino agli 1,80 metri della parte alta. All’interno vi sono sei piani, oltre al piano terra e all’ultimo piano a cielo scoperto, collegati da una scala a muro in marmo di 130 gradini, del 1400. La Rocca col mastio aveva all’interno un vasto spazio nel quale trovavano posto gli ambienti per i soldati, le stalle, i magazzini delle derrate, qualche casa e la sede del Governatore o del Vicario. All’esterno, era difesa da un profondo fossato che circondava anche la parte abitata a nord, denominata “castello”, anch’essa difesa da mura e collegata alla Rocca mediante un piccolo ponte levatoio; il fossato di difesa dunque, in cui scorreva l’acqua del canale Tagliata, veniva così ad assumere la forma di un grande “otto” che circondava in tutto il suo perimetro il complesso fortificato e quello abitato. Nel corso del 1700, furono demolite anche le mura e le torri presenti nella zona incastellata. Dai documenti, si hanno notizie dell’intervento, nel 1472, dell’architetto fiorentino Luca Fancelli, chiamato a Mantova dai Gonzaga come collaboratore dell’Alberti e come sovrintendente ai vari cantieri della città. Qui a Reggiolo, gli fu affidata la sistemazione del cosiddetto “palazzo in rocca”, con la creazione di tre sale stuccate e decorate delle quali però oggi, non rimane che un solo salone spoglio situato nella parte est della struttura. Malgrado questi lavori di restauro e di risistemazione in chiave residenziale, i Gonzaga, nei loro soggiorni in zona, preferirono sempre al Castello, la vicina Villa Aurelia, mentre la Rocca mantenne la sua vocazione militare. I lavori realizzati dal Fancelli, hanno probabilmente riguardato anche la creazione di documentati “passaggi segreti” sotterranei; in alcuni carteggi si accenna infatti a ingressi/uscite dalla Rocca verso Gonzaga e verso la Villa Aurelia, attestati anche da recenti lavori di scavo. All’interno della Rocca, erano in genere ospitati tra i 10-15 soldati, in periodo di pace. Quando la situazione si faceva critica, potevano essere una cinquantina i militari di guardia e, in caso di attacco imminente, si potevano accogliere anche 300 soldati per resistere ad un lungo assedio. Nei momenti di pericolo, vettovaglie, beni e animali, e la stessa popolazione dei borghi, venivano ospitati dentro la Rocca. Quasi mai Reggiolo è stata sede di un Signore; fu infatti governata da Vicari e Commissari, a volte anche originari di Reggiolo. Proprio per questo motivo, la Rocca ha lasciato nella memoria una tradizione non di oppressione, ma di difesa e protezione. Nella seconda metà del’900, sono stati effettuati diversi interventi di restauro sul complesso fortificato. Ma nella primavera del 2012 il sisma ha purtroppo danneggiato in modo grave anche questo manufatto, rendendolo attualmente inagibile. Alberti Monti e Giovanni Maccioni FRIULI VENEZIA GIULIA CASTELLO DI GORIZIA Il castello di Gorizia è situato all’interno dell’antico Borgo-Castello sulla collina che sovrasta la città. Il primo documento relativo alla città di Gorizia è la bolla con cui, nel 1001, l’imperatore Ottone III divideva i possedimenti del villaggio di Gorizia e del castello di Salcano tra due feudatari. Si può ritenere che il castello sia sorto dopo il 1000 e prima del 1200 per un documento del 1117 in cui si cita un certo Mainardo, capostipite della dinastia. Il castello viene nominato per la prima volta nel documento redatto per la pace stipulata a Cormons il 21 aprile 1202 per porre fine alle controversie sorte tra il Patriarca di Aquileia ed il Conte. Il Conte di Gorizia, Marquardo III di Eppenstein, fece costruire un primitivo maniero e vi trasferì la sua residenza da Salcano. L’antico nucleo aveva una pianta presumibilmente trapezoidale, viste le fondazioni del mastio rinvenute nel cortile. Sul sigillo donato dal conte Enrico II nel 1307 alla città superiore per celebrare la concessione delle libertà comunali, si osserva una struttura castellana costituita dal mastio e da due torri minori in corrispondenza degli accessi, uno rivolto verso Salcano e l’altro verso il borgo. Qui il mastio risulta alto tre piani, caratterizzato nella parte inferiore da feritoie e sormontato da una torre anch’essa merlata. Ad esso nel XIII secolo fu affiancato il Palazzo dei Conti, con facciata decorata da bifore spartite da colonnine in marmo rosato veronese e sormontate da archetti in tufo. Qui si trovano la sala del Consiglio ed una cappella d s a a d a a N l l c d c m 1 F l v n p m t N d g t f “ 1 a e l m n M l L d G t p A n d m b c c f I f d c r g s d I CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI dedicata a San Bartolomeo. Verso la metà del XV secolo fu eretto un edificio rettangolare destinato ad ospitare gli Stati Provinciali, sito a nord-est e adiacente al mastio. Tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, l’avvento delle armi da fuoco portò al rafforzamento della cinta muraria medievale e all’abbattimento del mastio. Nel 1508 le milizie veneziane occuparono il castello. Nei tredici mesi di dominazione consolidarono le fortificazioni esistenti e realizzarono una nuova cinta, costituita da un anello poligonale interrotto da torrioni di varia grandezza. Tuttora l’accesso al castello è praticato a sud-est presso una cortina muraria sulla quale svetta il leone di San Marco. Nel 1509 il castello ritornò tra i possedimenti austriaci. Fin dal 1608 fu intrapreso un generale restauro con l’innalzamento di un’ulteriore cinta muraria. Per volere di Leopoldo I, fu fabbricato il nuovo bastione, il cosiddetto Bastione fiorito o Bastione veneto prospiciente la Piazza Vittoria, e innalzata la lunga muraglia verso la Castagnavizza, che unisce la porta Leopoldina con il Bastione del Re. Nel 1660 fu eretta la porta Leopoldina in occasione della solenne entrata dell’imperatore Leopoldo I, a guisa di arco imperiale, costituente l’accesso alla cittadella di Borgo Castello. La seconda cinta bastionata fu poi terminata nel 1702, mentre la Santa Barbara, “la torre per contener la polvere”, nel 1704. Nel 1814, il castello fu adibito a carcere e nel XIX secolo a caserma. Nel 1850 a seguito delle trasformazioni eseguite su proposta del maresciallo di campo Nuget, la fortificazione perse ogni traccia dell’antico aspetto medievale. Nei torrioni furono posti mortai e cannoni di diverso calibro. Nel corso della Prima Guerra Mondiale il castello subì pesanti bombardamenti che lo ridussero ad un cumulo di macerie. La ricostruzione iniziò nel 1932 sotto la direzione del soprintendente Forlati con lavori affidati al Genio Civile. Nel 1943 il castello fu occupato dalle truppe tedesche ed il giardino di nord-est utilizzato per le fucilazioni. Attualmente il castello ospita esposizioni temporanee ed è sede di un museo permanente. Il sistema difensivo più esterno risulta costituito da cortine murarie ad andamento rettilineo interrotte da sei bastioni di varia grandezza, di cui cinque di forma circolare ed uno poligonale. Posta circa a metà del colle, cinge il borgo medievale ove si insediarono le famiglie nobili della città. Daniela Omenetto e Nicola Badan CASTELLO DI VILLALTA Il castello di Villalta, uno dei più suggestivi castelli friulani, si erge nel comune di Fagagna non molto distante dalla città di Udine, sulle propaggini delle colline moreniche. Le prime notizie del maniero risalgono al 1216, quando Enrico il Vecchio respinge le milizie di Vecellone da Prata, Capitano al soldo di Ezzelino da Romano, che avevano tentato di conquistare il castello. Il maniero, che sorge sulle rovine di un antico castelliere, viene edificato dai Signori di Villalta, che appartengono al ramo della più antica stirpe dei Signori di Caporiacco, storica famiglia ghibellina friulana, alla quale ancora oggi il castello appartiene. Spesso luogo di aspri combattimenti, nel corso del 1300 fu più volte distrutto e ricostruito. Nel 1419 la struttura fortificata viene occupato dalle truppe veneziane e nel 1453 infeudato per via di matrimonio della famiglia della Torre Valsassina, di origine lombarda già antagonista dei Visconti. Verso la metà del XVI secolo i Della Torre ampliano il castello con la costruzione di una nuova residenza in stile rinascimentale entro la prima cerchia murata e in prossimità del mastio e del dongione. Nel giovedì grasso del 1511 il castello viene preso e saccheggiato per le lotte divampate a Udine tra diverse fazioni. Nel primo quarto del secolo XVIII a seguito di fatti scellerati i Della Torre vengono banditi da Villalta e il loro palazzo a Udine completamente distrutto. La restituzione dei beni confiscati avverrà solo nel 1796 con la caduta della Repubblica Veneta. Da questo momento in avanti il castello viene lasciato in uno stato di abbandono tanto che i Torriani se ne disfecero verso la fine del 1800. Seguono diversi passaggi di proprietà fino agli attuali proprietari, i conti Gelmi di Caporiacco, che avviano una felice stagione di interventi di recupero e restauro conservativo del manufatto e ne fanno la loro residenza. L’intero complesso castellano è frutto di interventi di costruzione e trasformazione a partire dal nucleo generatore, costituito da un mastio di forma quadrata affiancato presumibilmente nel secolo XIV da un dongione e difeso da una cerchia di mura con fossato; a questi vennero affiancati successivamente altri corpi di fabbrica adibiti a residenza e una seconda cerchia difensiva dotata di porta fortificata. Nel XVII secolo una nuova cortina muraria ingloba il sottostante borgo abitato costituito da edifici ad uso agricolo. Il castello attualmente si presenta come un complesso di edifici realizzati prevalentemente con muratura mista in bozze e blocchi di pietra con 25 Veduta del castello di Gorizia, con in primo piano le torri circolari appartenenti alla cinta delimitante il nucleo più antico della complessa struttura fortificata. 26 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI PALMANOVA Castello di Villalta (Ud). A destra della torre d’ingresso si notano alcuni merli superstiti a coda di rondine. Palmanova (Ud). Costruita dalla Serenissima, a seguito degli accordi di Cambrai che determinarono l’arretramento dei confini veneziani dietro l’Isonzo, a difesa di possibili attacchi ottomani ed austriaci. La progettazione dell’impianto stellare a nove punte si deve a Giulio Savorgnan con il contributo di Bonaiuto Lorini. sviluppo rettilineo orientato in direzione nord-est/ sud-ovest, che piega a sud-ovest in un edificio poligonale. La cinta merlata a forma ovoidale, di un’altezza di circa 9 metri, segue l’andamento della collina e presenta verso est due torri di forma circolare. Verso sud-ovest vi è la presenza di una torre quadrata con tracce ancora visibili dell’antico sistema di accesso con un ponte levatoio. Attraversata la porta fortificata e superato l’ambito del borgo, dopo aver percorso una scalinata in pietra, si accede all’ambito del mastio e delle dimore signorili. L’accesso alla parte alta avviene attraverso un passaggio lungo la muraglia interna che divide l’ambito alto del castello da quello degli edifici bracciantili. Alcuni ambienti interni presentano soffitti lignei alla sansovina un tempo forse dipinti e decorati con fasce affrescate a motivo di ghirlanda o Fregi risalenti alla fine del XVI secolo e in alcuni ambienti si possono osservare alcuni lacerti di affresco più antichi. A seguito degli eventi sismici del 1976 il castello ha subito notevoli danni: in particolare alla parte sommitale del mastio con parziale crollo della copertura e alle murature degli ambienti più antichi della residenza. Restaurato e conservato con molta cura dagli attuali proprietari è oggi meta di numerosi visitatori ed incontri culturali. Daniela Omenetto e Nicola Badan Palmanova è una città di fondazione veneziana che si staglia sulla pianura friulana nella provincia di Udine. Fondata nel 1593, fu dotata di due cerchie di fortificazioni con cortine, baluardi, false braghe, fossato e rivellini a protezione delle tre porte d’ingresso alla città; successivamente fu ampliata durante il periodo napoleonico con la costruzione della terza cinta. Le tre cerchie difensive conferiscono alla città fortezza la caratteristica forma di stella a nove punte ed occupano un’area di 244 ettari di terrapieni, fossati e gallerie. Palmanova fu concepita come macchina da guerra: il numero dei bastioni e la lunghezza dei lati furono stabiliti in base alla gittata dei cannoni del tempo. Il sistema urbano è caratterizzato da una piazza centrale esagonale, un tempo piazza d’armi che costituisce il fulcro dell’impianto urbano di tipo radiale della città, con insule ritagliate da una rigorosa geometria. Punto di contatto tra la città e la cinta fortificata è dato dalla via delle Milizie, percorso anulare che si sviluppa a ridosso della prima cinta e del nucleo urbano. Lo stato attuale del sistema fortificato di Palmanova è esito di diverse fasi di costruzione e di trasformazione. La prima cerchia difensiva viene realizzata dalla Repubblica Veneta dopo la fondazione, che risale al 7 ottobre 1593. È composta da un sistema di baluardi, cortine, gallerie di sortita che collegano i baluardi alle cortine, tre porte urbiche al centro della murazione ed un ampio fossato circostante. Nove sono i baluardi che conferiscono alla città fortezza la forma ennagonale: si tratta di terrapieni a forma di punta di freccia. In particolare la muratura di incamiciatura che sostiene il terreno, in corrispondenza dello sperone, ovvero la punta della freccia, presenta un rivestimento fino alla sommità in pietra calcarea. La muratura del sistema baluardo-cortina, oltre lo sperone, è costituita da una fondazione in blocchi di pietra cui segue un rivestimento o incamiciatura del muro realizzato in blocchi di pietra calcarea nella porzione sottostante, per un’altezza di circa tre metri, e in muratura in mattoni nella parte superiore. La seconda cinta difensiva, realizzata dalla Repubblica Veneta a partire dal 1664, in ragione delle moderne tecniche di assedio e dell’aumento della gittata dei cannoni, si corona di nove rivellini. La realizzazione dei rivellini in asse con le cortine comporta la modifica e dilatazione del tracciato della strada coperta e del fossato. Le cortine, inoltre, vengono protette da un terrapieno antistante al muro di scarpa, la falsabraga. Percorrendo una breve galleria al centro della falsabraga è possibile raggiungere il fossato al riparo dal fuoco nemico. La struttura dei rivellini è costituita da fosse secche, postazioni di controscarpa e ali interessate da piazze coperte per la concentrazione della cavalleria prima delle sortite. Sul muro di controscarpa, a protezione del lato esterno del fossato, vengono realizzate delle aperture ad arco da cui si dipartono a raggiera le gallerie s n A t u s d a n C l g n a c N m P l t « S I s c v a m p d c d X t c t c P n c e n m r p d X T CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI sotterranee o “mine” per sventare quelle che il nemico avrebbe potuto realizzare. Al di sopra della piazza centrale del rivellino, il terrapieno oltre la banchina laterale viene dotato di una riservetta delle polveri in muratura, celata all’esterno da una montagnetta erbosa. La realizzazione dei rivellini comporta un nuovo modo di accedere alla città fortezza attraverso le antiporte presenti nei rivellini antistanti le porte. Con l’arrivo di Napoleone nel 1797 viene realizzata la terza cerchia difensiva che si presenta come una grande spianata leggermente pendente verso l’esterno. Vengono costruite nove lunette caratterizzate al centro da una struttura difensiva denominata caponiera, fiancheggiata da due casematte. Nel corso dei secoli successivi la città fortezza ha mantenuto la vocazione militare. Recentemente Palmanova è entrata ufficialmente nella «tentative list» Unesco all’interno della candidatura seriale transnazionale a Patrimonio dell’umanità delle «Opere di difesa veneziane tra il XV e il XVII secolo». Daniela Omenetto e Nicola Badan LAZIO CASTELLO BRANCACCIO (SAN GREGORIO DA SASSOLA) Il castello Brancaccio di san Gregorio da Sassola sorge sull’alto di una pittoresca rupe. Un primitivo castrum venne costruito alla fine del VI secolo per volere di papa Gregorio Magno, da cui il nome al paese, che fu donato nel secolo successivo al monastero di Sant’Andrea al Celio di Roma. Un primo rifacimento fu effettuato nel Mille e più tardi, nel ‘200, dai monaci dell’abbazia di Subiaco. Il castello, diventato strategico fortilizio nell’ambito del controllo del bacino dell’Aniene, tra il XIII ed il XIV secolo fu al centro di lotte per il suo possesso tra gli Orsini e i Colonna. Nel 1434 il paese ed il castello furono cinti sotto assedio da parte delle truppe del cardinal Vitelleschi che, conquistato il castello, venne concesso in vicariato nel 1458 a Pietro Ludovico Borgia. Nei secoli seguenti, dopo numerosi passaggi di proprietà, fu trasformato in comoda residenza per volontà di due importanti esponenti di due famiglie romane: prima il cardinale Prospero Publicola Santacroce e più tardi, alla metà del ‘600, il cardinale Carlo Pio di Savoia. Si realizzarono numerose migliorie e, dopo la grande pestilenza del 1656, si edificò ex novo una parte del borgo, oggi chiamato Borgo Pio. Alla metà del XIX secolo il castello passò al duca di Uceda, Tirso Telles Gyron, e fu sottoposto a un radicale restauro che lo riportò all’originaria bellezza. Nel 1889 il castello cambia nuovamente proprietario, passando ai Brancaccio, i quali a loro volta operarono altre trasformazioni con l’aggiunta di una nuova ala posta ad oriente. Dai Brancaccio nel 1991 il castello fu acquistato dal Comune e sottoposto a nuovi interventi di restauro. Il castello si presenta quale frutto di oltre quattro diverse fasi di ristrutturazioni avvenute dal Medioevo fino alla fine dell’Ottocento. Sorge ai limiti dell’abitato del paese ed è oggi formato da una lunga facciata che prospetta verso la piazza composta da due corpi separati da un ponte e terminanti alle estremità con tre torri, due quadrate e l’altra circolare. Il primo edificio, quello occidentale, era il più antico mentre il secondo venne edificato nel XIX secolo dai Brancaccio, che, oltre ad aggiungere il cavalcavia, aggiunsero anche la seconda torre per dare simmetria alla facciata. Era originariamente preceduto da un ponte levatoio, da un cortile interno e da un’alta torre centrale quadrata che assolveva alle funzioni di mastio. La facciata si compone di un bel piano nobile con finestre crociate e bella serliana centrale con un piano ammezzato cieco e un secondo piano, culminanti con merlature di restauro. L’ingresso al cortile avviene per mezzo di un portone a bugne ancora preceduto da un ponte levatoio. La parte destra con le due torri segue le curve di livello dell’abitato con le fondamenta di queste poste ad un livello più basso e corrispondente a quello del fossato, mentre la parte di sinistra, riedificata nell’Ottocento, oltre al già citato cavalcavia con motivi neoromanici della finestra bifora e delle arcatelle, presenta un edificio con finestre crociate e merlature. Alcune sale interne sono degne di rilievo grazie alle decorazioni ad affresco eseguite nel XVI secolo e attribuite ala scuola degli Zuccari con le pitture delle sale delle Tre Parche e di Aurora e Apollo, di ottima fattura, mentre nella metà dell’Ottocento vennero qui trasferite quattro tele di Andrea Appiani datate 1784. Sezione Lazio 27 S. Gregorio da Sassola (Rm). Il castello, acquisito dalla famiglia Brancaccio nel 1889, mostra oggi i segni evidenti degli interventi di restauro stilistico effettuati durante l’Ottocento. 28 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI IL CASTELLO DI SERMONETA Località di origine romana, Sermoneta, dagli inizi del XIII secolo, fu governata dalla famiglia Annibaldi, che costruì un primitivo castello. Nel 1297 il feudo venne ceduto alla famiglia Caetani, originaria di Gaeta. Fu proprio il Papa Bonifacio VIII, il suo più celebre esponente, che ne trattò l’acquisizione, a favore del nipote Pietro. I Caetani avviarono subito lavori di ampliamento e di ricostruzione del castello che stravolsero completamente la preesistente struttura: al suo interno furono eretti nuovi edifici con gli appartamenti privati, con alcuni ambienti preziosamente affrescati, e vennero innalzate le mura di cinta. Papa Alessandro VI Borgia nel 1499 scomunicò, però, i Caetani e ne confiscò i beni, ma la Rocca di Sermoneta resistè e fu occupata solo nel 1500, dopo un lungo assedio. Il feudo fu allora trasferito a Rodrigo Borgia, figlio di Lucrezia e del suo primo marito Alfonso duca di Bisceglie. Cesare Borgia, detto il Valentino, fratello di Lucrezia, e ispiratore della figura de Il Principe di Machiavelli, adeguò la Rocca alle necessità militari del tempo e il castello assunse l’aspetto poderoso e imponente che tuttora conserva. I lavori compresero un sistema di ponti levatoi, camminamenti di ronda sulla sommità delle torri, feritoie per armi bianche e da fuoco, e caditoie per liquidi ustionanti. Nel 1504 Giulio II restituì Sermoneta ai Caetani che tennero il castello fino al 1977, anno della morte di Lelia Caetani, ultima discendente della famiglia. Attualmente il complesso appartiene alla fondazione Roffredo Caetani, creata dalla stessa Lelia, che ne promuove la diffusione e la valorizzazione. Il cuore della Rocca è costituito dal Maschio, alto più di 40 m, nucleo originario del complesso, costruito dagli Annibaldi a fine Duecento, insieme a una controtorre più piccola, il Maschietto. È un capolavoro di architettura militare, composto di blocchi di pietra calcarea con riquadrature, spigoli e pilastri rifiniti a scalpello, porte ad arco ogivale e bifore ornate da colonnine. Difficilmente espugnabile, la Rocca sui versanti nord e est è dotata di altissime e spesse cortine oltre ad essere difesa dal Maschio, dal Maschietto e dalla Torre della Il castello Caetani a Sermoneta (Lt), si presenta oggi nella sua veste cinquecentesca tipica espressione dell’architettura militare di Transizione: torrioni cilindrici scarpati con elevati spessori murari, merloni in luogo della fragile merlatura medievale, feritoie per armi da fuoco. Il centro abitato, dominato dal complesso del castello, si presenta ancora cinto delle bellissime mura rinascimentali. Catalora. La grande piazza d’armi era il cuore della vita cortese del castello che ospitò papi e imperatori. Nella prima metà del Cinquecento, infatti, Bonifacio Caetani accolse l’imperatore Carlo V con un seguito di 1000 cavalieri e cinquemila fanti. Nello stesso periodo fu ospitato anche papa Paolo III Farnese. Nella seconda metà del secolo, la rocca tu teatro di un altro avvenimento importante, solennemente celebrato: il ritorno di Onorato IV Caetani, capitano della fanteria pontificia, dalla vittoriosa battaglia di Lepanto contro la flotta ottomana. Su una lato della piazza d’armi insiste anche la cosiddetta casa del Cardinale, fatta costruire da Alessandro VI nel 1500 per ospitare Cesare Borgia e sua sorella Lucrezia con il piccolo Rodrigo, nominato signore di Sermoneta. Il castello, nondimeno, continuò a mantenere una funzione prevalentemente militare e nel XVI secolo, dato lo sviluppo dell’artiglieria, furono costruiti lunghi camminamenti e merlature lungo le torri. Intorno alla metà del XVII secolo è datato l’ultimo intervento di fortificazione, con la realizzazione di nuove mura fortificate tra il Castello e il baluardo di San Sebastiano. Inespugnabile per secoli, il Castello Caetani cadde solo a fine ‘700, preso dalle truppe napoleoniche che lo sottoposero a un duro saccheggio. L’armeria fu distrutta e i 36 cannoni che difendevano il complesso furono requisiti dai francesi. La fortezza fu trasformata in luogo di prigionia e andò incontro a una progressiva decadenza. Solo agli inizi del Novecento Gelasio Caetani, insieme ad altri membri del prestigioso casato, intraprese l’opera di recupero del sito riportandolo agli antichi splendori. Antonella Delli Paoli CASTELLO ORSINI CESI (SAN POLO DEI CAVALIERI) San Polo dei Cavalieri si erge a 700 metri sul livello del mare, alle pendici di Monte Morra e Monte Gennaro, nel cuore del Parco dei Monti Lucretili. Il suo elemento distintivo è il Castello, di notevole importanza strategica, che uno strano gioco d v m i c r d d q q a m s a È a s p f l “ G a e t d n n f 1 t u “ m B g d CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI schi quasi certamente attribuiti allo Zuccari e al Muziano, alleggerito dall’apertura di grandi finestre su disegno del Guidetti, architetto dei Cesi: in particolare fu scelto da Federico Cesi, suo principe, il “Linceo” come luogo di incontro, d’arte e cultura per le ricerche e i cenacoli del Lincei, tra i quali Faber, Stelluti e Galileo. Tutto durò fino al 1656, quando un’epidemia di peste decimò il paese e allontanò i Cesi dal Palazzo, poi venduto nel 1678 ai Borghese che lo tennero fino al 1860. Da allora le vicissitudini del palazzo sono state molteplici, finché, sul finire degli anni ‘50, l’architetto Brasini ne cura un preliminare restauro. Circa trent’anni dopo, il Castello, bisognoso di notevoli interventi conservativi e di completamento, viene acquistato da privati, i quali, nel più assoluto rispetto delle strutture e con la supervisione della Soprintendenza dei Beni Architettonici e Ambientali del Lazio, ne promuove un profondo restauro conservativo, strutturale e pittorico. 29 La possente mole del castello Orsini Cesi, che domina il centro abitato di S. Polo dei Cavalieri (Rm), è caratterizzata da torri a sezione circolare su base scarpata, tipiche dell’architettura militare del XV secolo, sulle cui superfici si aprono numerose feritoie orizzontali per armi da fuoco. Sezione Lazio di tornanti e di alture nasconde o fa velocemente vedere una volta lasciata la via Tiburtina. La mole maestosa e compatta del Castello trasuda tutta intera la storia che si è consumata al suo interno e con i suo affreschi ed il suo Mastio ancora intatto racconta secoli di vicende. Le destinazioni storiche del manufatto, da quella missionaria e pionieristica dei Benedettini di San Paolo fuori le Mura (1081), quella agricola-militare degli Orsini (1390-1438) a quella sfarzosa e scientifica dei Cesi (1558-1678) e a quella minore dei “massari “ vengono distintamente percepite dal visitatore che riceve specifiche suggestioni dalla monumentalità delle sue strutture architettoniche e dagli affreschi cinquecenteschi. È proprio in questo scenario naturale, tra i monti a dominare le valli che la dividono da Tivoli e a sorvegliare la Tiburtina Valeria che porta alla Roma papalina, che i monaci benedettini di San Paolo fuori le Mura, per esigenze difensive, fortificavano l’antica torre di guardia che sorgeva al centro del “Fundum Sancti Pauli in Jana”: siamo nel 1029. Già nel 978 Benedetto VII riconfermava il “fundum” ai monaci, il che fa presumere che l’antica torre già esistesse, come adattamento, sin dal 604, di un’antica costruzione romana. La seconda fortificazione della torre, e la trasformazione in “castrum”, avveniva per opera degli Orsini, che investiti feudatari nel 1390 da Bonifacio IX, ultimavano le opere di fortificazione e trasformazione della Rocca nel 1438, come conferma l’antica iscrizione del pluteale posto a fine lavori. Il 1558 segna l’inizio di una nuova dinastia di San Polo: i Cesi. Comprato il “castrum” per 7000 scudi, tramontata l’importanza militare del luogo, lo trasformarono in Palazzo Baronale per volontà del Cardinale Federico Cesi, grande mecenate delle arti. Fu questo un periodo di splendore per il Palazzo, arricchito dagli affre- LIGURIA CASTEL GAVONE (FINALE LIGURE) Costruito alla fine del XII secolo contestualmente alla fondazione del sito fortificato di Burgum Finarii, Castel Gavone sorge sul colle Becchignolo che domina la valle del torrente Aquila e la Strada Beretta, importante asse viario tracciato dagli Spagnoli come collegamento tra il territorio milanese e la penisola iberica tramite il porto di Finale. L’edificazione del castello ad opera di Enrico II Del Carretto si collega alla crisi politica dei marchesi di Savona in seguito alle rivendicazioni indipendentiste dei comuni di Savona e Noli, che li porta ad attestarsi nell’entroterra finalese: qui si consolida il Castel Gavone. Situato nell’entroterra di Finale (Sv), fu residenza dei Del Carretto dalla fine del XII secolo. Ripetutamente distrutto dai Genovesi, venne ricostruito agli inizi del XV secolo. I ruderi dell’impianto difensivo sono ancora oggi fortemente contrassegnati dal torrione ogivale con rivestimento a punta di diamante. 30 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Il forte di Sarzanello (Sp), si sviluppa planimetricamente a forma di triangolo equilatero con torri circolari ai vertici dell’impianto. Ad esso si aggiunge l’imponente rivellino, anch’esso triangolare, che protegge e completa la fortificazione, splendido esempio della “transizione”. potere marchionale, in passato difeso dalle rocche di Orco, Perti e Pia man mano abbandonate per concentrare nel nuovo fortilizio le funzioni di residenza e rappresentanza. Si presume che il nucleo originario del castello coincida con la caminata marchionalis citata in un atto del 1188 e probabilmente sorta su preesistenti fabbriche difensive. Danneggiato a più riprese durante gli scontri che contrapposero Finale a Genova, che temeva l’accresciuta potenza del Marchesato per i propri traffici commerciali, Castel Gavone è assoggettato nel 1340; solo alla metà del XV secolo Galeotto Del Carretto, alleatosi con Filippo Maria Visconti, riesce a sconfiggere i Genovesi che avevano già quasi integralmente distrutto il castello. L’architettura è ricostruita dal successore di Galeotto, Giovanni I, che riedifica anche la cinta muraria del borgo. In questo periodo – secondo altri studiosi sul finire del secolo, sotto Alfonso I – è inoltre eretta la Torre dei Diamanti, caratterizzata da un raffinato rivestimento bugnato a punta di diamante; la struttura è impostata su una pianta ad andamento triangolare, con i lati curvilinei, detta a “becco di sprone”: schema piuttosto diffuso in Francia, ma unico episodio in Liguria, presumibilmente attribuibile al lombardo Bartolomeo Mutano. Inglobato nella sfera di potere spagnolo agli inizi del XVII secolo, Castel Gavone diviene residenza ufficiale del governatore don Pedro di Toledo dal 1602 al 1625. In seguito, preferendo gli altri Governatori stabilirsi altrove, il castello è adibito ad alloggio di 270 soldati: ad est della Torre dei Diamanti sono innalzati un torrione cilindrico e una bassa cortina, mentre la cinta esterna è rinforzata con speroni alla base degli antichi torrioni a pianta circolare. Ulteriori modifiche si susseguono nel corso del tempo: nel 1642 si realizzano, sul versante meridionale, un muro di pendio prolungato in un rivellino a difesa dell’entrata del castello e verso occidente una punta a “mezzaluna”. Nonostante le deboli difese di Castel Gavone ne compromettano un ottimale uso militare, gli Spagnoli continuano ad interessarsi ad esso soprattutto dopo l’apertura della strada progettata dall’ingegnere Gaspare Beretta, che idea anche gli ultimi rinforzi alla fortificazione. Nel 1713, con la pace di Utrecht che sancisce la fine del dominio spagnolo, Genova s’impadronisce del Marchesato e nel 1715 ordina lo smantellamento del castello. Nei due secoli successivi una sistematica spoliazione dei ruderi è operata dagli abitanti del luogo, che riutilizzano elementi decorativi e architettonici in nuove costruzioni. Il castello è donato – nel dicembre 1989 – dalla famiglia Cavassola, ultima proprietaria, al comune di Finale Ligure. Lavori di consolidamento e restauro sono stati eseguiti in vista di una futura destinazione del castello a museo: oltre alla messa in sicurezza delle cortine murarie, notevolmente compromesse dagli eventi bellici e sismici, si è provveduto a un ripristino delle opere architettoniche e delle decorazioni, considerando con particolare attenzione il rivestimento della Torre dei Diamanti e gli affreschi interni. La fruizione degli ambienti del castello è stata attuata mediante passerelle aeree in acciaio, rifinite in legno e pietra del Finale, e rampe e scalinate di collegamento tra i vari livelli; un ascensore panoramico, indipendente dalle murature, è stato collocato nella corte della residenza quattrocentesca. Daniela Petrone IL FORTE DI SARZANELLO (SARZANA) II forte di Sarzanello è stato costruito su “modello” di Francesco di Giovanni di Matteo detto il Francione (1425-1495) e di Luca del Caprina tra il 1492 e il 1502 su una preesistenza fortificata della prima metà del XIV secolo al tempo del signore di Lucca: Castruccio Castracani (mastio centrale quadrangolare). È un forte triangolare con agli spigoli tre torrioni rotondi e con un grande rivellino a forma triangolare inserito in un profondo fosso asciutto trilobato. Rappresenta nel campo delle fortificazione di “transizione” l’applicazione delle teorie e dei modi di costruzione del fronte bastionato a puntoni rotondi a pianta triangolare indicate nel Trattato sull’architettura militare di Francesco dì Giorgio Martini (disegnati anche da Giuliano da Sangallo nel Taccuino Senese: fortificazioni triangolari: “stellari”) e attuati sia dal Francione (sua ultima opera fortificala dopo Sarzana), sia da altri componenti della sua bottega fiorentina. Esempi importanti di un certo modo di costruire l’architettura militare in funzione delle nuove armi che possiamo far andare dalla rocca Costanza dì Pesaro del Laurana, a quella di Senigallia, alla rocca di Ostia del Pontelli a Volterra, a Colle Val d’Elsa, dello stesso Francione, a Castel Sant’Angelo di Antonio da Sangallo il vecchio, etc. fino alla vicina grande fortificazione di Sarzana. Il forte di Sarzanello nella sua tipologia è forse l’architettura che meglio applica il concetto vitruviano di utilitas – firmitas – venustas. Anticamente il forte era chiamato rocca castri Sarzana. Possedimento ora della Repubblica di Lucca ora di quella di Pisa o del Dogato di Genova, solo nel CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI 1468 insieme alla “terra” di Sarzana fu venduto per tremila fiorini oro dal Doge genovese Tommaso di Campofregoso alla Repubblica Fiorentina. Tra il 1478 e il ‘79 approfittando dei torbidi avvenuti a Firenze a causa della congiura dei Pazzi prima i Marchesi Malaspina poi i Campofregoso riconquistarono Sarzana, ma non riuscirono a conquistare il piccolo forte di Sarzanello che rimase in mano fiorentina. Sembra che proprio in questa occasione (1485) all’assedio di Sarzanello venisse usata una galleria (guerra di mina) per far saltare il perimetro fortificato dell’antico castello. Tale tecnica attuata da Francesco di Giorgio Martini, (Castel dell’Ovo a Napoli) per il cattivo funzionamento della “santabarbara”, non si risolse con la conquista del forte. Nel 1484 i Campofregoso vendettero Sarzana alla Compagnia genovese di San Giorgio scatenando una nuova guerra che si concluse con la vittoria dei Fiorentini (1487) che distrussero Sarzana e l’antica fortezza pisana di Firmafede, proprio partendo dal caposaldo di Sarzanello. Nel 1493 venne iniziata la costruzione del nuovo forte di Sarzanello dalla Repubblica Fiorentina come proseguo della politica di espansione voluta da Lorenzo il Magnifico (era morto l’anno prima) e dal Savonarola, dando l’incarico al Francione e al Caprina. Nel 1494 il forte di Sarzanello era ancora in costruzione (era da completare la parte del rivellino triangolare) quando fu ceduto al re francese Carlo VIII da Piero de’ Medici insieme con Sarzana e altri territori per evitare il saccheggio di Firenze. Nel 1494 il re francese cedette Sarzanello (e Sarzana) al Banco Genovese di San Giorgio che terminò la fortificazione con la costruzione del rivellino secondo il primitivo modello del Francione (15O2) dando l’incarico a Matteo Cividali. Nel 1510 Marcantonio Colonna, capitano del Papa Giulio II, cercò di conquistare il forte senza riuscirvi e questa fortificazione rimase sotto il dominio genovese e sotto l’influenza dalla politica francese. Nel 1747 il generale tedesco Wocter avendo i Genovesi aderito alla Lega Cisalpina cercò di conquistare il forte distruggendo il piccolo borgo che si era formato vicino. Nel 1814, dopo la stella 31 Napoleonica che aveva decretato la sua distruzione, entrò a far parte del Regno dei Savoia e nel 1837 fu restaurato da re Carlo Alberto di Savoia. Domenico Taddei LOMBARDIA CASTELLO PROCACCINI DI CHIGNOLO PO Da ricerche storiche e documentali risulta che la parte più antica del Castello, nato come fortezza su un terrazzo naturale, è la grande torre, dalla quale si poteva controllare un lungo tratto della valle del Po (Cuneulus super Padum). Si ritiene che essa fu fatta costruire da re Liutprando intorno al 740 d. C., allorché Pavia era capitale dei Longobardi, con lo scopo di servire da fortezza di difesa e di presidio sul Po e sulla Via di Monte Bordone, successivamente denominata Via Francigena o Romea, che collegava Roma con il Nord Europa. Re Berengario, nel 910 d. C., fece dono della Rocca ai monaci benedettini dell’abbazia di Santa Cristina che era situata a pochi chilometri di distanza, con la quale divenne un unico complesso. Nel 990 l’arcivescovo di Canterbury, Sigerico, transitando dalla Via Francigena al suo ritorno da Roma e diretto in patria, indica l’abbazia di Santa Cristina, col suo castello, come la XL tappa (mansione). Davanti al fortilizio, verso settentrione, sorse il Borgo (Ricetto), che fu poi interamente riedificato nel 1600. Esso si presentava come un complesso urbano protetto da un fossato, da due garitte e da quattro rivellini ai lati estremi. Nel 1251 l’abate di Santa Cristina nominò un feudatario al governo del castello e degli estesi territori ad esso annessi. Il castello, in poco tempo, a partire dal XIII secolo, divenne uno dei maggiori feudi lombardi, Prospetto principale del Castello Procaccini di Chignolo Po (Pv), nella sua veste di splendida residenza settecentesca. 32 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Il castello di Melegnano (Mi). In primo piano i resti del ricetto risalente alla prima metà del XIII secolo. su cui si insediarono i Pusterla, fino a quando, nel 1340, tale famiglia fu coinvolta in una congiura antiviscontea e ferocemente sterminata. Vennero in seguito i Federici e i Cusani, i quali aumentarono al massimo la potenza del castello, ricevendo altresì continui privilegi e concessioni dall’imperatore e dai duchi di Milano. L’investitura dei Cusani, quali feudatari del castello di Chignolo, ebbe validità fino al 1796, data in cui i feudi furono vennero soppressi da Napoleone, dopo la rivoluzione francese. Dal 1700 al 1730 il castello fu ampliato e trasformato da fortezza medievale in una vera e propria reggia settecentesca, dove soggiornarono papi, imperatori, re e arciduchi. Ad artisti di scuola tiepolesca fu affidata la realizzazione dei dipinti e degli stucchi che impreziosiscono le sale di rappresentanza. L’opera fu realizzata per volere e finanziamento del feudatario dell’epoca, il cardinale Agostino Cusani Visconti, tra il 1655 e il 1715, periodo in cui questi fu ambasciatore del papa presso la Repubblica Veneziana ed alla corte di Luigi XIV a Parigi. L’architetto romano Giovanni Ruggeri chiamò qui maestranze, scultori e pittori veneziani e francesi per la realizzazione del grande parco di oltre 30 ettari attorno al castello; l’edificazione, al centro del parco, di un meraviglioso fabbricato barocco, con laghetto antistante, denominato “Belvedere” o “Tea House”; la costruzione di giardini, gazebi, ninfei, statue e fontane a ridosso del castello; l’edificazione del cortile d’onore, adornato dallo stemma cardinalizio, e dell’intera ala est, con scenografici appartamenti per gli ospiti. Tra questi il famoso “appartamento del papa”, dedicato a Clemente XI, e la camera da letto in cui furono ospitati Napoleone Bonaparte e l’imperatore d’Austria, Francesco I d’Asburgo. Per queste grandiose opere, il castello di Chignolo Po fu denominato “la Versailles della Lombardia”. Il castello passò dai Cusani Visconti ai Botta Adorno in seguito a matrimoni; fu quindi devoluto al Sovrano Militare Ordine di Malta nel 1936. Ora appartiene alla famiglia Procaccini, il cui giovane e dinamico figlio, dott. Alessandro, dedica passione, tempo e finanze per valorizzare e rivitalizzare il complesso castellano con lodevoli iniziative culturali e promozioni turistiche. Pier Franco Dallera IL CASTELLO DI MELEGNANO A Melegnano, sul terrazzamento alluvionale del Lambro posto a occidente del fiume e a mezzogiorno del borgo murato, viene innalzato nel 1243 un ricetto. Restano oggi, a testimonianza di questa prima fortificazione, gli spalti intorno al castello e i circostanti fossati. Come attesta la mappa del 1722, i fossati si collegavano a quelli che circondavano in parte il borgo murato, determinando così un organico legame tra le difese dell’abitato e quelle del ricetto. Con l’avvento della signoria viscontea si deve a Matteo Visconti, all’incirca verso il 1280, l’innalzamento, in prossimità dell’ingresso del preesistente ricetto, di una rocchetta o forse anche l’ampliamento del ricetto stesso, opere alle quali presumibilmente risalgono le tre arcate a sesto acuto in mattoni incorporate nel muro adiacente allo scalone al piano terreno del palazzo mediceo. Nel quadro dell’espansione territoriale del dominio visconteo, nella seconda metà del Trecento vengono innalzati numerosi castelli, quale affermazione, anche sotto il profilo dell’immagine, della presenza della Signoria. Tra gli importanti castelli realizzati da Bernabò Visconti nel settore orientale dello stato milanese rientra quello di Melegnano, fatto costruire tra il 1350 e il 1380 sul luogo del preesistente ricetto. Nel medesimo periodo sempre Bernabò fa innalzare i castelli di Trezzo e di Lodi pure sul luogo di fortificazioni preesistenti e quello di Somaglia sopra un rilievo naturale in vicinanza del Po. La consorte Regina della Scala fa nel contempo costruire il grande castello di Sant’Angelo Lodigiano e quello di Pandino, oltre l’Adda, in terra cremonese. Si ritiene che il castello di Melegnano fosse soprattutto destinato alla residenza e allo svago, tenuto conto dell’intensa attività venatoria praticata dai signori di Milano in queste zone a quel tempo assai ricche di boschi, mentre il castello di Pandino era stato concepito come attraente dimora campestre. Non a caso il singolare percorso in rettifilo voluto da Bernabò per un diretto collegamento tra i due suddetti castelli, la famosa “strada pandina” che in forma autonoma e decisa scavalca Lambro e Adda, manifesta chiaramente la volontà di un forte e immediato legame tra i due edifici. Ne restano consistenti testimonianze negli attuali percorsi viari Melegnano-Mulazzano-Villa Pompeiana e in quello, oltre l’Adda, Spino d’Adda-Nosadello-Pandino. Sul piano tipologico quello di Melegnano ripropone il modello dei grandi castelli viscontei di pianura fioriti nella seconda metà del Trecento: un organismo quadrangolare costituito da quattro corpi di fabbrica r s l c p m s c m l r u L M m d c i n r l d t d v p r e c P f d t S c I z z C a n X s D d e “ S c f c c g a z t f t CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI racchiudenti una corte, rafforzato da altrettante torri sporgenti sugli spigoli, dotato di portici e logge verso la corte e di grandi finestre a bifora dalle elaborate cornici laterizie sulle facciate esterne. Veri e propri palazzi, in fatto di espressione architettonica, ai quali merlature e cammini di ronda, rivellini, ponti levatoi sugli ingressi e circostanti fossati conferiscono la caratteristica immagine di palazzo fortificato. Un modello che trova nei castelli di Pavia e di Pandino l’espressione più compiuta e significativa e, nella rigorosa adozione geometrica del “quadrato”, quasi un’anticipazione di tipologie rinascimentali. L’originario organismo visconteo del castello di Melegnano è ancora oggi percepibile, sebbene mutilato del corpo di fabbrica meridionale, delle due torri d’angolo e di un consistente tratto del corpo occidentale. Anche la sua trasformazione in palazzo intrapresa da Gian Giacomo Medici nel 1532, benché assai incisiva nelle sue strutture edilizie, non ne ha completamente occultato l’immagine di castello, parzialmente riconoscibile dall’esterno sulle fronti del corpo di fabbrica e delle torri settentrionali, seppur cimate. Ulteriori segni dell’originario castello di Bernabò Visconti sono le volte a crociera costolonata a copertura del vano al piano terreno della torre occidentale e la sua scala ricavata nello spessore del muro interno, strutture e metodi costruttivi che si ritrovano analoghi nel castello di Pavia. Antonello Vincenti LE FORTIFICAZIONI DI PIZZIGHETTONE Pizzighettone sorge sulla sponda sinistra dell’Adda fronteggiato, sulla sponda opposta, dal corrispondente nucleo fortificato di Gera. Sfruttando le particolari difese naturali dovute alla confluenza del Serio Morto con l’Adda, il luogo venne munito di castello e mura dal secolo XII. I Visconti nella seconda metà del Trecento potenziarono e nella prima metà del Quattrocento rafforzarono le mura del borgo. Con gli Spagnoli, Pizzighettone assume il ruolo di antemurale della capitale Milano in contrapposizione a Venezia. A partire dalla seconda metà del sec. XVII (1648), a seguito della decisione del governo spagnolo di organizzare le “difese ai confini” del Ducato, furono realizzati importanti aggiornamenti dell’assetto degli apparati difensivi di Pizzighettone e di Gera, che assunsero il ruolo e la dimensione di “piazzaforte”, e la rettificazione del corso dell’Adda. Sotto l’Austria e per ordine di Carlo VI, fu dato corso nel 1720 ad una riforma generale delle fortificazioni di Pizzighettone, con la costruzione di una cinta bastionata ad occidente dell’abitato di Gera e con il rafforzamento delle mura viscontee, con l’aggiunta di una corona di casematte in muratura, di apprestamenti difensivi e di un’ampia fossa fortilizia esterna. Questo assetto difensivo, continuamente aggiornato, nella seconda metà del secolo XVIII fu da Giuseppe II fatto parzialmente smantellare e trasformare in carcere militare, mentre il castello fu 33 Veduta aerea delle fortificazioni di Pizzighettone (Cr), unico esempio di cinta difensiva pressoché conservato in provincia di Cremona, con in primo piano il rivellino semicircolare. adibito a casa di lavoro per gli ergastolani. Negli ultimi anni del Settecento i “venti di guerra” e l’occupazione dell’armata napoleonica imposero un aggiornamento della “piazzaforte” con demolizioni negli anni 1802-1804 e, sotto il governo AustroUngarico, negli anni 1835-1841. Con l’armistizio di Villafranca, Mantova e il Veneto rimasero territorio austriaco, per cui su decisione del Generale Lamarmora le difese della piazzaforte furono ripristinate e rafforzate con l’inserimento di nuovi bastioni, trincee e con la costruzione nel 1860 di un forte sulle alture retrostanti al Roggione. Dopo il trasferimento della capitale del Regno d’Italia dapprima a Firenze, indi a Roma, nel Novecento, durante le guerre mondiali, il complesso di apprestamenti fu declassato e destinato a deposito e magazzino militare. In questo plurisecolare (otto secoli) percorso di militarizzazione dell’abitato di Pizzighettone occorre segnalare – accanto alle lungimiranti volontà dei governi e dei politici dei diversi Stati nei quali era collocato Pizzighettone, alla validità e funzionalità delle scelte politico-militari di queste località – l’importanza degli architetti, ingegneri militari e matematici, tra i più significativi non solo a livello italiano, i quali hanno progettato, realizzato e conservato architetture militari. Tra questi si citano G. Meda (1534-1599), G. B. Clerici (1542-1602), P. A. Barca (†1636), G. B. Barattieri (1601-1677), F. Prestino (†1648), A. Campione (sec. XVII), G. Beretta (1624-1703), P. F. De Bohn (†1759), N. Baschiera (sec. XVIII), J. R. Von Spallard (†1769), L. Chasseloup e G. Rossi (secc. XVIII-XIX). Nel 1992 un efficiente sodalizio di cittadini denominato “Gruppo Volontari Mura” si è dedicato con continuità al recupero, manutenzione, valorizzazione e gestione delle fortificazioni di Pizzighettone 34 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI e Gera, realizzando anche un Museo in accordo con l’Amministrazione comunale, la Provincia di Cremona, la Soprintendenza e la sezione Lombardia dell’Istituto Italiano dei Castelli, l’Archivio di Stato di Cremona, e dell’Associazione Provinciale delle Città murate e castellate della Provincia di Cremona. Gianfranco Gambarelli MARCHE LA CITTADELLA DI ANCONA Cittadella di Ancona. Particolare sangallesco con la caratteristica cannoniera utilizzata per tiri offensivi verso il porto. Sul preesistente cassero malatestiano (1348), Antonio da Sangallo il Giovane disegnò una rocca bivalente: adatta a difendere ma principalmente a battere la città appena sottomessa al Papa. L’invio di Antonio da Sangallo in Ancona per un primo sopraluogo sul terreno fu notificato dal papa Clemente VII Medici il 19 gennaio 1532. Il Sangallo tornò a Roma dal sopraluogo riportandone numerosi schizzi e disegni e rilievi, suoi e dei suoi collaboratori Bartolomeo de’ Rocchi e Antonio Labacco. Iniziata sotto la sua direzione (targa con iscrizione apposta sull’ingresso con la data 1533) la rocca venne in parte modificata nel baluardo della Punta da Pierfrancesco da Viterbo (1536-37), alla morte del Medici e per conto di Paolo III Farnese. Il Sangallo, riconfermato poi dal nuovo papa, la riprese e la continuò poi saltuariamente (1536-38) realizzando sette diversi bastioni a diverse quote: la Tenaglia, la Punta, il Giardino, il Cavaliere a basso (poi Gregoriano), la Campana, la Forbice e la Guardia. Il cantiere proseguì poi sotto il senese G.B. Pelori (1540-45) che impostò, forse per primo, l’embrione concettuale del suo ampliamento a sudest con l’enorme Tenaglia bastionata. L’urbinate Francesco Paciotto, in Ancona nella primavera del 1550, rileverà la non corrispondenza dei lavori del Pelori agli aggiornati criteri della difesa bastionata a tenaglia, della quale lui stesso sarà uno dei più brillanti teorici e realizzatori. Nel 1560 abbiamo la breve direzione di Pellegrino Tibaldi. Nel 1562 sarà la volta del cortonese Francesco Laparelli nella veste di revisore delle rocche dello Stato Pontificio, che loderà quanto sino allora fatto ma lamenterà i lati deboli sul fronte terraneo verso sud-est. Nel 1567 l’architetto anconitano Giacomo Fontana dichiara di aver fortificato in terra, per Pio V, la Tenaglia “designata dal Cavalier Paciotto”, confermandoci l’ipotesi essere questa stata di suo originario progetto, e di aver fatto un modello in legno del Campo Trincerato. Ancora il Paciotto (1571-75) condurrà a termine il vasto progetto di circuito bastionato a cinque baluardi (il Campo Trincerato), ampio quattro volte la Rocca sangallesca che ne verrà inglobata e posta a suo cavaliere dell’angolo sud. Alla fine del XVI secolo la fortezza era costituita da un corpo poligonale sul quale si proiettavano all’esterno sette bastioni a varie quote e di varia forma, abbiamo dal quadrante nordest: la Tenaglia, la Punta (poi Barberino); sud-est: il Giardino; sud-ovest: il Cavaliere a basso (poi Gregoriano); nord-ovest: la Campana, la Forbice, la Guardia. Le parti della rocca attribuibili al Sangallo rimasero senz’altro la soluzione della “forbice”, con le cortine piegate a doppio risvolto concavo-convesso fra i baluardi ad evitare tiri delle cannoniere di reciproco danno, soluzione qui ripetuta due volte e che compare già nei suoi disegni; parimenti suo è il tipo della cannoniera “a campana”: struttura trapezia ad arco depresso, di sezione interna tronco piramidale e cornice esterna a becco di civetta, che compare nelle forbici e nel bastione che ne deriva il nome; suo dovrebbe essere anche il Gran baluardo del Giardino, elemento qualificante e strategico – caput di tutto il complesso – per essere rivolto verso la strada di principale accesso alla città. Resta tuttavia qui, del Sangallo, la potente intuizione plastica dell’insieme, organicamente “ammorsato” all’orografia del sedìme e la sapiente ed intuitiva individuazione strategica del luogo (parte essenzialmente progettuale nell’architettura militare) nei modi a lui consueti. Tutto ciò rende la Rocca di Ancona una fortificazione anticipatrice ed originale nella sua logica militare inclusiva, che non rinuncia né alla stringente “concretezza” dell’approccio quattrocentesco di un Francesco di Giorgio né all’armonia del “disegno” architettonico: tema che, pochi anni più tardi, renderà un tema progettuale così drammatico e funzionale un oggetto di superflua esercitazione trattatistica. L’aggiunta alla Rocca di Ancona del Campo Trincerato – che, inglobandola, la renderà una vera “cittadella fortificata” – costituisce, assieme alla sangallesca Rocca Paolina di Perugia, uno dei più vasti ed innovativi progetti militari del secolo. Fabio Mariano I t v e p p l p v d q a G q l L q n M d d a d b M r m b r p L d g q q p c L l c s c p a l b t s m a f a t c T v d c g r o d CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI 35 LA ROCCA DI MONDAVIO Il “monte degli Uccelli” (Mons Avium), insediamento di origine romana, fu dei Malatesta con alterne vicende sin dal XIV secolo (ante 1316). Di una vera e propria fortificazione isolata (cassero) si parla però soltanto dal 1392; nel 1396 abbiamo infatti pagamenti da parte di Pandolfo III Malatesta per lavori sulla torre, nella cisterna, sulle porte e sul ponte del Cassero, per forniture di materiali edilizi vari, ed in particolare per coppi, che ci consentono di intuire il completamento della fortificazione a quella data. Ma sarà Sigismondo a dare consistenza ad una vera rocca che farà completare da un M° Guido da Orciano e da un M° Pace, muratori, e sulla quale farà apporre le sue insegne dipinte in vari luoghi dal pittore M° Giorgio nel luglio del 1442. La città rimarrà al Malatesta sino all’ ottobre 1474, quando Sisto IV ne investì come suo Vicario il nipote Giovanni della Rovere, genero di Federico da Montefeltro. Questi vi eresse quindi – con la spesa di circa 31.000 scudi – la nuova rocca su disegno di Francesco di Giorgio Martini la quale, assieme a quella di Cagli, è l’unica rocca certa superstite del suo catalogo marchigiano. La descrizione verbale e grafica che Francesco ne fa nel suo Codice Magliabechiano (f. 70v) ci illustra quanto il progetto risulti modificato nella effettiva sua costruzione: manca infatti uno dei torrioni sulla cinta sud; la base dell’alto mastio poligonale ruotato, con galleria anulare di servizio per i bombardieri ai pezzi, fu poi rincamiciata in muratura. L’elemento preminente della attuale configurazione della rocca è senz’altro il mastio, ritmato da lunghi beccatelli, che ingloba una preesistente torre quadrangolare – forse malatestiana – attorno alla quale si sviluppa il corridoio poligonale di servizio per i bombardieri ai pezzi davanti alle casematte con troniere, che si presentano di due tipi diversi. L’incamiciatura esterna, con dieci facce (invece delle otto descritte da Francesco), presenta una parte convessa a sei facce rivolta ai quadranti nord-est e sud-est (l’unica con sottile cordolo laterizio di stacco con la scarpatura, oramai solo esornativo), ed una parte concava, a quattro facce, con andamento “ad ali di gabbiano” rivolta all’ingresso. Caratteristica è la rotazione delle facce poligonali della torre dalla base alla sommità, con l’evidente intento di aumentarne la capacità di deviazione dei proiettili. La supposta prima stesura costruttiva, con la torre più magra, avrebbe avuto dei capannati a lancia posti alla base (caponiere) poi inglobati, in una seconda fase evolutiva, dal ringrosso con le nuove murature a rotazione, come farebbero supporre alcune feritoie bombardiere accecate all’interno delle attuali camere di scoppio. Alla luce delle informazioni nei Trattati del Martini, delle analisi tipologiche e delle varie fasi costruttive, si può oggi indicare un arco di costruzione che va dal 1491 al 1501, data che coincide con la contemporanea scomparsa del progettista e del suo committente. Seppure incompiuta rispetto al disegno martiniano, la rocca ci appare oggi come una gigantesca ed articolata macchina da guerra, fortuitamente preservata nelle sue strut- ture dal mancato battesimo del fuoco, dovuto forse proprio al fatto di essere stata resa più innocua da Guidubaldo da Montefeltro, in vista dell’avanzata di Cesare Borgia (1502), con la demolizione preventiva di alcune sue parti funzionali. La Rocca di Mondavio, con le sue superfici murarie, formate da spessori massicci avvitati a geometrie complesse e “ritardanti” l’impatto balistico, l’impianto articolatissimo ma organicamente compatto e gerarchicamente comandato dalle varie parti difensive – che consentiva a pochi uomini di tenere l’intera piazzaforte, la quale tuttavia non poteva essere smembrata in organismi neutralizzabili separatamente – ne fanno il capolavoro estremo dell’architettura militare italiana cosiddetta di transizione, antecedente all’adozione sistematica del fronte bastionato. Fabio Mariano LA ROCCA COSTANZA A PESARO La Rocca Costanza di Pesaro afferisce al modello di “rocca di pianura” rinascimentale a pianta quadrata. Sappiamo che i lavori di sterro e fondazione della rocca furono iniziati nella primavera del 1474 (dopo lavori di bonifica iniziati sul terreno sin dal 1473), nell’area dell’antico cimitero israelitico a cavallo dell’angolo orientale della medievale cinta malatestiana, che venne in quel punto abbattuta per farle posto. La moderna fortificazione sorgeva a potenziamento di un vertice nevralgico delle mura pesaresi, sia a controllo diretto della Flaminia presso la porta Fanestra e sia a controllo della sponda sinistra dell’antico porto medievale sul torrente Gènica, ruolo nel quale sostituiva – in parte inglobandolo – l’avamposto malatestiano medievale del “Tentamento”. La convenzione d’appalto per la costruzione venne stipulata il 10 febbraio 1474 L’elemento più importante della Rocca di Mondavio (Pu) è senza dubbio rappresentato dal mastio, che presenta otto facce irregolari che tendono a configurare un avvitamento dal basso verso l’alto della struttura. Il mastio, che ingloba una torre quadrangolare preesistente, risulta complessivamente costituito da cinque piani sovrapposti con numerose bombardiere che si aprono ai vari livelli. 36 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Pesaro (Pu). La Rocca Costanza appartenne sin dagli inizi al vertice sud – ovest dell’antica cinta difensiva cittadina. È orientata sui quattro punti cardinali con torrioni cilindrici ai vertici, scarpati e spartiti da toro lapideo come le cortine ma parimenti mancanti d’apparati a sporgere (demoliti?). È un esempio molto interessante dell’evoluzione dell’architettura militare nella seconda metà del XV secolo. col fiorentino M° Giorgio Marchesi da Settignano che si impegnava a realizzarla modis, forma ac designis, cioè secondo un progetto allegato del quale non si specifica la paternità. Il 3 giugno 1474 Costanzo Sforza, signore di Pesaro, pone la prima pietra sotto il torrione di levante, già fondato dal Marchesi e dal figlio Antonio in terreno infido ed acquitrinoso, soggetto alla risacca salmastra, con una perizia che ancora oggi sfida i secoli. I maestri fiorentini condussero la parte più ostica del cantiere sino al settembre 1475 quando, per improvvisi ed insondabili contrasti economici, vennero costretti ad abbandonare l’impresa e sostituiti da altre maestranze. Il 22 giugno dello stesso anno, ad opere murarie verosimilmente avanzate, si commissionano ad un M° Matteo di Giorgio da Pola le pietre lavorate dei cordoni, delle bombardiere e delle finestre nella rocca; il 20 febbraio del 1478 lo stesso Matteo si impegna a fornire le pietre per i beccatelli; il 12 febbraio del 1479 lo stesso Matteo si impegna per una grossa fornitura di parti lapidee per la rocca e per le stanze del cortile, da consegnare in quattro anni. Spesso nel contratto si specifica “...secondo la sagoma facta et come appare nel desegno...”. Credo sia significativo sottolineare, di fronte a tale messe di elementi architettonici in produzione, che nel 1476 (24 ottobre) Luciano Laurana e Cherubino di Giovanni da Milano muratores erano saldati con dieci ducati d’argento per la direzione lavori sin lì svolta assieme; il pagamento testimonia la incontrovertibile responsabilità progettuale del Laurana nella finitura architettonica della rocca, assieme a Cherubino che, alla morte di Luciano (1479) la completerà. Costanzo muore il 4 luglio 1483 e, nel 1489, salì al potere il figlio naturale Giovanni. La rocca fu occupata da Cesare Borgia nell’ottobre del 1500 che la munì di fossato (1503) e ne fece redigere il noto disegno da Leonardo da Vinci. I lavori alla rocca da parte di Giovanni sono riassunti nel 1505 dalle due iscrizioni apposte nel cortile, che ci informano che questi – patria recepta – bonificò il sedìme circostante la rocca, ne completò il fossato su quattro lati quindi, dopo aver armato i bastioni con moderne cannoniere orizzontali da brandeggio, pose mano ai decori del cortile e delle residenze, cui parteciperà anche Girolamo Genga (1505). Recenti studi e restauri (Mariano, “Castellum” n.40/1999) hanno appurato la preesistenza del Mastio malatestiano scarpato (lato NE), poi mantenuto a ricetto isolato dalla piazza d’armi interna da un contro fossato passante munito di levatoio, all’epoca di Costanzo. Rocca Costanza, con la sua indubbia prevalenza formale, si configura come il primo ed più significativo manufatto fortificatorio marchigiano nell’ambito del tipo della rocca di pianura, a quadrilatero con torrioni cilindrici angolari, che tanta fortuna avrà nello scacchiere Riario-sforzesco in Emilia Romagna e nelle Marche con l’epigona rocca di Senigallia. Nonostante le ristrutturazioni e la perdita della originaria configurazione quattrocentesca, la rocca pesarese, anche per precocità, assume quindi una rilevanza tipologica di livello nazionale che, tramite i disegni di Leonardo, giungerà sino in Francia, a configurare il castello di Chambord presso Amboise, nel 1518. Fabio Mariano MOLISE IL CASTELLO DI CIVITACAMPOMARANO È situato su un grande banco di arenaria nell’entroterra molisano nella valle del Biferno. Da qualche decennio appartiene al Demanio dello Stato che ne ha promosso il restauro attraverso il Ministero per i Beni Culturali. Poco si sa delle sue origini, ma la circostanza che nella Cronaca Cassinese all’anno 993 si richiami la donazione del presbitero Pietro di una terra alla chiesa di S. Maria intus Civitam betere Campo Maurani ragionevolmente fa ritenere che già in epoca tardo longobarda esistesse una struttura fortificata le cui tracce si sono definitivamente perse negli adattamenti dei tempi seguenti. Dal Catalogus Baronum il feudo di Civitacampomarano risulta avere una certa consistenza nella prima metà del XII secolo, sebbene nulla si conosca della struttura muraria normanna che, presumibilmente, era un adattamento di un impianto quasi quadrato posto nella parte apicale dell’abitato: Matheus filius Justasine tenet de eodem Hugone filio Acti Civitatem Campi Marini, et Casale Mirabellum quod est sicut ipse dixit feudum ij militum... Sicuramente grandi trasformazioni, con l’aggiunta di quatto torrioni circolari, sono riconducibili al XIV secolo. Sappiamo che all’epoca di Carlo d’Angiò Civitacampomarano fu assegnata a Paolo Marchisio per passare ai tempi di Carlo lo Zoppo nel dominio dei del Balzo. Tuttavia è da ritenere che solo durante il regno di Roberto d’Angiò il castello abbia assunto la forma turrita che ancora si riconosce, nonostante le trasformazioni successive. Carlo III di Durazzo (1381-1386) assegnò Civita alla moglie Margherita, che, dopo averla tenuta per un decennio, la cedette a Iacopo di Marzano. A f s s d d P a L o D a P c 1 d p s c r I r e g u v n I t i v d C d s 1 S z s r a a c d p a r I d n d P V z a t l CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Alla fine del regno angioino il castello era della famiglia Zurlo. Una sostanziale trasformazione del sito è riconducibile al periodo immediatamente successivo all’ascesa di Alfonso d’Aragona al trono di Napoli subito dopo la storica battaglia di Sessano del 29 giugno 1442 della quale fu protagonista Paolo di Sangro al quale Civitacampomarano fu assegnato nel 1443. Lo stemma posto sul portale catalano del lato orientale del castello riconduce proprio a PAULUS DE SA(ngro) la committenza dei grandi lavori di adattamento alle nuove esigenze militari. Paolo di Sangro, già al servizio di Antonio Caldora, capitano dell’esercito angioino, era passato nel 1442 al servizio di Alfonso I d’Aragona durante il decisivo scontro di Sessano. Il suo cambio di campo, che fu determinante per la vittoria di Alfonso, si legge nel suo stemma di tre bande di azzurro in campo di oro sottoposto al grande drago alato che regge tra gli artigli due gigli francesi capovolti. Il carattere catalano, però, non si ritrova solo nei riferimenti araldici ed ideologici, ma anche negli elementi stilistici dell’arco che si inquadra nella grande produzione di portali ad arco ribassato con una cornice tagliata a manubrio, che costituì un vero e proprio marchio della presenza aragonese nell’Italia Meridionale. Il 1 novembre del 1450, Paolo Sangro sicuramente si trovava nel Castello di Civitacampomarano, in quadam camera dicti castri a latere sale ipsis versus septentrionem, per sottoscrivere il contratto di matrimonio di sua figlia Altabella con il conte Cola di Monforte. Non si conosce esattamente la data della morte del di Sangro. Secondo alcuni sarebbe morto in uno scontro con i Fiorentini nel 1454. Secondo altri sarebbe invece morto nel 1460. Sicuramente seguì personalmente le trasformazioni del castello che fu anche la residenza della sua famiglia. Secondo G. Palma le parti aggiunte rivelano una forte influenza delle tecniche militari applicate da Francesco Di Giorgio Martini alle sue architetture. Di particolare interesse non solo la complessa articolazione del sistema delle bocche di fuoco, ma anche il disegno delle feritoie che presentano elementi originali per la tenuta delle armi che non sembrano ritrovarsi in altre strutture castellane dell’epoca. Franco Valente CASTELLO DI VENAFRO Il Castello di Venafro appare oggi come la somma di una serie di trasformazioni conseguenti alle numerose vicissitudini amministrative e politiche dei signori che lo hanno posseduto. Pandolfo I Capodiferro, attribuiva nel 954 la Contea di Venafro a Paldefredo, cui va ricondotta la vera fondazione del Castello comitale con la decisione di andare ad occupare quella parte fortificata dello spigolo settentrionale della Venafro romana, di cui rimanevano le tracce di murature ciclopiche. In epoca normanna il nucleo quadrangolare si dotò di piccole torri d’angolo che sopravvissero nel 1193 al saccheggio di Bertoldo, alla testa di soldati tedeschi e fiorentini. Una seconda distruzione si registrò qualche anno dopo, quando nel 1201 Marcovaldo, ricevuta in concessione dall’imperatore la Contea di Molise, con le truppe papali saccheggiò e incendiò il nucleo abitato. Federico II visitò la città nel 1222, e decretò, probabilmente, la dismissione del castello per potenziare quello vicino di Presenzano cui venne assoggettato per le riparazioni. Nel 1349 l’abitato di Venafro fu scosso da un disastroso terremoto che lasciò in piedi solo la Cattedrale. Posteriore a tale episodio sono dunque le tre grandi torri circolari aggregate alla struttura longobarda in sostituzione di quelle normanne che, già rese inservibili da Federico II, furono definitivamente eliminate. Nel 1443 la Contea di Venafro veniva nella mani di Francesco Pandone, che iniziò una sostanziale trasformazione con la realizzazione del salone di rappresentanza, sul cui ingresso fece apporre un architrave in pietra di San Nazzario con lo stemma della casata, e l’avvio dello scavo del grande fossato. Francesco e suo nipote Scipione, che ereditò la contea di Venafro nel 1457, non riuscirono a terminare le opere di ampliamento del fossato e della braga di difesa. Si completarono, però, i due accessi dotati di alti ponti levatoi. La braga merlata fu realizzata solo nella parte meridionale. Nel 1487 l’Università di Venafro ricorreva al re per protestare contro Scipione che pretendeva denaro e mano d’opera dai cittadini per il restauro del Castello. La fine del secolo XV segnò anche per il Castello di Venafro la conclusione di una serie di interventi tutti finalizzati ad adattare la struttura a scopi militari. Nel 1498 Carlo Pandone morendo lasciava erede della Contea il figlio Enrico, ancora minore, che nel 1514 sposava Caterina, figlia di Gianfrancesco Acquaviva d’Aragona. Insieme abitarono il Castello di Venafro fino al 1528 quando il 37 Il castello di Civitacampomarano (Cb) si presenta oggi nel suo aspetto quattrocentesco frutto dell’adeguamento aragonese del preesistente impianto angioino di cui è perfettamente ancora leggibile l’impianto. 38 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI In questa immagine del castello di Venafro (Is), è possibile osservare la falsabraga che raddoppia le difese del castello sul versante meridionale, espressione degli adeguamenti tardo quattrocenteschi che interessarono numerose fortificazioni del Regno di Napoli. conte, prigioniero a Napoli, fu decapitato per essersi schierato a favore del visconte di Lautrec. Dal 1520 al Castello furono apportate sostanziali modifiche per renderlo una struttura palaziata con un grande giardino all’italiana sul lato orientale e un luminoso loggiato a occidente. Ma, oltre le trasformazioni architettoniche, Enrico Pandone curò che si decorasse tutto il piano nobile del Castello con un ciclo di raffigurazioni interamente dedicate ai suoi cavalli. Tra i cavalli rappresentati anche quello donato a Carlo V per ringraziarlo della concessione della contea di Boiano. Dopo la decapitazione del conte per alto tradimento, il castello cambiò spesso i suoi titolari: Filiberto di Chalon (1528), Pompeo Colonna (1530), Giovanni Colonna (1532), Francesca Mombell, vedova del vicerè Carlo Lannoy (1533), Filippo Lannoy (1552), Carlo Lannoy (1559), Orazio Lannoy (1568), Filippo Spinola (1582), Ambrogio Spinola (1584), Michele Peretti (1606), Francesco Peretti (1631) Maria Felice Peretti (1632), Giulio Savelli (1656). G. Battista Spinelli (1690) G. Battista di Capua (1698). Nel 1711 G. Battista vi avrebbe dovuto sposare Vittoria Piccolomini, ma la morte improvvisa non gli permise di “rassettare il palazzo” per quell’evento. Da allora il Castello è andato sempre più perdendo il carattere di opera significativa per la memoria storica della città. Quando sembrava condannato a un inesorabile decadimento, acquisito al Demanio dello Stato, sono iniziate le opere di restauro per ospitare una importante Pinacoteca. Franco Valente PIEMONTE VALLE D’AOSTA CASTELLO DI CASALE MONFERRATO Collocato sul margine urbanizzato di Casale, non lontano dal fiume Po e in connessione con il fronte occidentale delle cortine murarie che difendevano il borgo, il castrum magnum Aquarolii (dal nome della porta presso cui sorse) fu voluto dal marchese di Monferrato Giovanni II Paleologo nel 1351 come strumento di dominio e di controllo militare “contro” la popolazione casalese. I lavori furono avviati nel 1352 con lo scavo dei fossati, ma il cantiere si bloccò ben presto a causa di una rivolta della cittadinanza. Ripresa nel 1354, tre anni dopo la fabbrica doveva essere sostanzialmente conclusa: essa portò alla realizzazione di un complesso quadrilatero all’incirca corrispondente con lo spazio oggi occupato dalla prima corte, circoscritto da un triplice sistema di difese perimetrali nel cui elemento principale, la cinta muraria, si aprivano due porte, una verso l’abitato e l’altra, dotata di torre battiponte, verso la campagna che si estendeva a ovest di Casale. La superficie circoscritta dalle mura risultava all’epoca pressoché inedificata, con l’eccezione della torre «grande», posta in corrispondenza dello spigolo nord-occidentale del complesso – e integrata nelle sue funzioni difensive dalle due torri-porta, del palacium fortificato a essa connesso, sviluppato lungo il fronte ovest, e a un secondo manufatto turriforme che alcuni resti materiali suggeriscono esistesse presso lo spigolo nord-est del quadrilatero. Potenziato a partire dal 1410 con l’aggiunta sul lato nord di un «palazzo nuovo» contenente ambienti residenziali e di rappresentanza, il castello conobbe una fase di radicale trasformazione a partire dagli anni 1464-65, all’esordio del governo di Guglielmo VIII, cui si deve la definitiva scelta di Casale quale sede stabile dei marchesi. Nel corso degli anni settanta esso vide così modificato il proprio assetto per rispondere alle nuove esigenze residenziali e burocratiche: prendendo a modello il castello milanese di Porta Giovia, la corte del complesso esistente fu circondata da maniche loggiate destinate ad accogliere uffici amministrativi (sopravvive, sul lato sud, il portico della cancelleria) e fu aggiunto, verso ovest, un secondo cortile su cui affacciavano gli appartamenti privati dei principi. Completava l’insieme una falsabraga con rondelle angolari che, obliterando il fossato trecentesco, circoscriveva l’intero edificio e lo adeguava all’impiego estensivo di artiglierie. Dopo alcuni interventi di ammodernamento degli spazi residenziali della seconda corte nel primo ventennio del sec. XV – che videro attivo anche Matteo Sanmicheli –, la fine della dinastia paleologa nel 1533 e la successiva assegnazione del Monferrato ai Gonzaga di Mantova attribuivano al castello un destino militare. Se il disegno di Francesco Orologi (1555 ca.) mostra come nel secondo quarto del secolo fossero già stati aggiunti rivellini a protezione delle cortine (uno dei quali, forse, assegnabile alla precoce iniziativa del marchese Guglielmo IX), fu però negli anni sessanta che si iniziò a riflettere sulla necessità di un più organico potenziamento difensivo. Nel 1568-72, con la probabile collaborazione di Vespasiano Gonzaga, Giorgio Paleari Fratino realizzava così quattro grandi rivellini triangolari che, recuperando parte delle strutture di quelli esistenti, meglio si integravano con le rondelle angolari, a loro volta irrobustite nell’occasione. L’avvio della fabbrica della cittadella nel 1590 privava però il complesso di gran parte della propria funzione. Negli anni successivi si alternarono interventi di riparazione delle strutture danneggiate – – C i s c M P c o t c d d i p p s I s Q p d L r d P f I c I s d c p s m s c d CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI – principalmente le opere del fronte occidentale – nel corso dei numerosi assedi cui fu sottoposta Casale a ipotesi di riorganizzazione degli spazi in chiave residenziale, che ebbero però esiti tutto sommato modesti e perlopiù riferibili agli anni in cui vi soggiornò Vincenzo II Gonzaga con la moglie Margherita di Savoia (1609-11). Passato ai Savoia, insieme all’intero Monferrato, con il trattato di Utrecht (1713), il castello perse ogni sua residua utilità e, dopo essere stato spogliato degli arredi, fu trasformato in caserma, funzione che mantenne sino al 1989. Entrato a far parte delle difese del campo trincerato realizzate in previsione della seconda guerra di indipendenza, tra il 1856 e il 1904 fu privato dei rivellini per recuperare spazi pubblici a uso della città e, dopo la dismissione da parte del demanio militare, acquisito dal comune e sottoposto a un progetto di complessivo restauro. Enrico Lusso CASTELLO DI QUART In posizione dominante la conca di Aosta, su uno sperone roccioso a nord del villaggio del Villair di Quart, il castello sorge su un’area interessata dalla presenza di nuclei abitativi di tipo rurale, precedenti la realizzazione dell’insediamento fortificato. L’origine della famiglia che fondò il castello va ricercata nei nobili aostani de porta Sancti Ursi, dal nome dalla torre che abitavano presso la porta Praetoria, ma soltanto nel 1234, con Jacques II, la famiglia assumerà il nome de Quarto. Il castello è oggi il risultato di più fasi costruttive che si sono susseguite dal sec. XI al XVIII. Il nucleo primitivo, risalente alla seconda metà del sec. XI, comprendeva una semplice torre, attorniata da un muro di cinta ad andamento poligonale di cui rimangono alcuni tratti tuttora visibili in un percorso ipogeo di recente recupero. Tra la fine del sec. XI e l’inizio del XII furono aggiunti la cinta merlata esterna, un corpo abitativo, forse addossato al lato occidentale della cinta, la cisterna e la cappella. Completamente ricostruita nei primi anni del sec. XVII, quest’ultima era formata da un’aula rettangolare, culminante a est in un’abside. La sua prima fase decorativa è oggi testimoniata da alcuni frammenti di affreschi, emersi dal riempimento del pavimento della cappella seicentesca, appartenenti a un ciclo databile al 1260 ca., fatto eseguire probabilmente da Jacques II di Quart. Il donjon, ricostruito intorno alla metà del sec. XIII a seguito di un incendio, ospitava l’antica sala di rappresentanza e le sue pareti accoglievano un’estesa decorazione pittorica, commissionata probabilmente da Jacques III negli ultimi decenni del Duecento. Di essa rimangono oggi alcuni brani relativi al ciclo dei Mesi, alle Storie di Alessandro e altri episodi, disposti su tre registri. Una terza fase di trasformazione del complesso risale alla metà del sec. XIV per opera di Enrico, ultimo signore di Quart. I lavori interessarono la risistemazione della manica ovest, la realizzazione del locale annesso al torrione, il rialzamento del cortile superiore a valle della torre, il rimodellamento dei percorsi interni e il rafforzamento della cinta muraria, con l’aggiunta di grandi contrafforti e torrette cilindriche. Fu costruito anche il nuovo corpo abitativo sud-occidentale, nel quale era ubicata la magna aula, nuovo fulcro del complesso. La grande sala conserva alcune sinopie raffiguranti scene di vita cortese e alcuni lacerti di dipinti datati al 1360 ca. e attribuibili, insieme a numerosi frammenti di intonaco affrescato rinvenuti durante le campagne di scavo, alla mano del maestro di Montiglio. Essi appartenevano a un ciclo pittorico più ampio fatto forse eseguire in occasione delle seconde nozze di Enrico di Quart con Pentesilea di Saluzzo. In assenza di discendenti maschi, alla morte di Enrico, nel 1377, la signoria di Quart fu sottoposta direttamente all’autorità del conte Amedeo VI e rimase ai Savoia fino al 1550, con un’amministrazione affidata a castellani. Alla fine del sec. XV sono documentate nuove campagne di lavori riguardanti la costruzione del rivellino di ingres- 39 Veduta aerea del castello di Casale Monferrato (Al). Si distinguono chiaramente le due corti contigue: a destra (est) quella che ospitava le funzioni burocraticoamministrative, con il lato settentrionale occupato dalla chiesa realizzata nel 1620 a uso del presidio militare di stanza nel castello; a sinistra quella su cui affacciavano gli appartamenti dei principi, in origine occupata da un giardino. Divide le due corti la manica che, nei secc. XV e XVI, ospitava i principali ambienti residenziali, collegata direttamente a ciò che resta della torre principale del castello trecentesco, oggi trasformata in corpo scala. Veduta del castello di Quart (Ao) da nord-est. Contornati dalla cinta muraria con le torrette cilindriche, si possono apprezzare i numerosi corpi di fabbrica che concorrono alla formazione del suo articolato volume: la cappella e la scuderia a sinistra, nel centro, in secondo piano, il rivellino d’ingresso con l’aula magna e la torretta d’angolo e, in primo piano, il palacium castri rimaneggiato nel sec. XIX. In fondo a destra, in secondo piano, gli edifici più moderni e in parte diruti. 40 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI so, la trasformazione del donjon in granaio e la realizzazione di nuovi arredi interni, oltre che di cannoniere, archibugiere, merlature e feritoie lungo tutto il giro di mura. Di poco successivo è anche l’ultimo intervento decorativo nell’antica cappella, testimoniato da alcuni frammenti di affreschi con una Crocifissione e figure femminili, databili tra il 1520 e il 1530. A partire dalla metà del sec. XVI numerose furono le famiglie che si susseguirono nella proprietà del castello. In grandi difficoltà economiche, nel 1544 Carlo II decise di infeudare la signoria a Philibert Laschis, il quale rivendette tutto nel 1551 a Carlo Francesco Balbis dei marchesi di Ceva e Castelnuovo. Al nipote di Carlo Francesco, Gaspare, si deve la ricostruzione della cappella, la cui decorazione a stucco, conclusa nel 1606, venne eseguita da Giovanni Gabuto da Lugano. Nel 1610 il duca Carlo Emanuele I assegnò il castello e la relativa giurisdizione al consigliere Nicola Coardi e, appena due anni dopo, al conte Carlo Perrone di San Martino. A tale famiglia si lega un’ultima importante campagna di lavori sull’intero complesso e la costruzione di una fonderia per la lavorazione del metallo estratto nelle miniere della Valpelline. Carlo Baldassarre, segretario di Stato per gli Affari esteri ed esponente più importante della famiglia Perrone, conservò la proprietà del castello fino al 1800, allorché il comune acquisì la struttura per farne una canonica. Trasformato successivamente in fattoria, il castello fu affittato a privati fino al 1874, anno in cui fu messo all’asta. L’acquisizione da parte dell’amministrazione regionale della Valle d’Aosta risale al 1951. Soprintendenza per i Beni e le Attività Culturali della Valle d’Aosta LA FORTEZZA DI FENESTRELLE La fortezza di Fenestrelle (To) è composta da una linea continua di opere fortificate poste a sbarrare la valle, lungo il confine del monte Orsiera, con andamento sud–ovest nord-est, fino a Pra Catinat. Lo sviluppo delle fortificazioni copre 5 km salendo da 1135 m della ridotta Carlo Alberto lungo la SS 23 fino ai 1770 m della ridotta dell’Elmo (forte Valli). Nell’immagine una vista del forte San Carlo: si noti a sinistra la doppia tenaglia di S. Ignazio, a destra il bastione San Carlo e, al centro, il padiglione degli ufficiali. La fortezza di Fenestrelle, situata nella valle del Chisone, trae origine dalla guerra di Successione Spagnola che vide opposto il Piemonte con i suoi alleati alla Francia di Luigi XIV, quando nell’agosto del 1708 i Piemontesi espugnarono il forte del Mutin, in mano francese, situato sulla riva destra del Chisone nei pressi di Fenestrelle. Per impedire offensive da parte francese era necessario quindi fortificare quel punto della valle. Dopo il trattato di Utrecht (1713) che definì l’annessione al Piemonte dell’alta valle Chisone, della fortificazione del sito venne incaricato l’ingegnere Antonio Bertola, al quale successe nel 1727 il figlio Ignazio, che sarebbe divenuto uno dei massimi ingegneri militari sabaudi. La costruzione dell’imponente struttura difensiva, completata soltanto nel secolo successivo, si sviluppò a sinistra del Chisone, dove già preesisteva una ridotta francese, il forte Tre Denti. Nel 1728 iniziò la costruzione del Forte delle Valli, il più elevato della piazza, che comprenderà le ridotte S. Antonio, S. Elmo e Belvedere. Quasi contemporaneamente venne avviata la costruzione della strada coperta, di ben 4000 gradini, composta da 28 risalti rivolti verso la Francia, ospitanti postazioni scoperte ed in casamatta per le artiglierie, che avrebbe collegato il forte superiore al fondo valle. Essa intercettava le ridotte intermedie di Santa Barbara e delle Porte e terminava nel forte San Carlo, imponente costruzione caratterizzata al suo interno dal Palazzo del Governatore, dal Padiglione degli Ufficiali, la chiesa, prospicienti la piazza d’armi e la Porta Reale. Il fronte difensivo del forte San Carlo era formato dai bastioni del Beato Amedeo, di San Carlo e dalla doppia tenaglia di Sant’Ignazio. Alla vigilia della Rivoluzione francese la fortificazione era da considerarsi ultimata ma in realtà, causa l’esigenza di interventi migliorativi e di manutenzione pressoché continui, il lavori di adeguamento non ebbero mai fine. Il progetto elaborato dall’ingegnere Rana nel 1773, prevedente una gigantesca fortificazione intermedia di forma quadrilatera bastionata non ebbe attuazione a causa delle caratteristiche impervie del terreno. La possente fortificazione venne conquistata senza spargimento di sangue dai francesi. Come è noto Napoleone riservò a “le sentinelle del regno” (così le aveva definite Carlo Emanuele III) una fine ingloriosa, decretandone la completa demolizione. Furono distrutte la colossale fortezza della Brunetta di Susa, vero capolavoro di ingegneria militare, i forti di Demonte ed Exilles, Bard, Saorgio e Ceva. Venne risparmiata soltanto Fenestrelle, a causa della possibilità di essere utilizzata a fini difensivi dagli stessi francesi e per la capacità di poter contenere ingenti quantitativi di armi, viveri e munizioni, utilizzabili in caso di operazioni militari. La fortezza venne adibita a prigione di Stato, ospitando numerosi nobili e religiosi, tra cui il segretario di stato di Pio VII, cardinale Bartolomeo Pacca. La funzione prevalente di luogo di detenzione proseguì anche dopo la Restaurazione, pur annoverando un notevole parco di artiglierie, come documentato da un inventario del 1815 che riporta la dotazione di 76 cannoni, 31 mortai e 10 obici. Anche nel periodo post unitario la fortezza continuò ad ospitare condannati comuni e prigionieri politici. Successivamente fu adibita anche a istituto di correzione militare, con l’organizzazione di compagnie di disciplina. Dopo il 1875, la piazzaforte venne dotata di un complesso sistema di opere esterne di difesa, comprendente i forti Serre Marie, Falouel, il fortino del Colle delle Finestre, le batterie del Monte Gran Costa, del M N t q t l i d d p s r I n C l n s s o a d « d I c d p e p i t a a G L c i d t c c Q d e c d c s 1 o s d e t d r CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Mottaus e del Gran Serin, e la Caserma Fortificata. Nell’ultimo decennio il parco di artiglierie della fortezza arrivò a comprendere oltre 150 cannoni. Tutte queste artiglierie, con il conflitto 15-18, vennero trasferite sui campi di battaglia ed a guerra conclusa, la piazzaforte non venne più riarmata. Trasformata in deposito d’artiglieria e munizioni, venne dismessa dall’esercito nel 1946. Dal 1984 sono iniziate opere di restauro che hanno portato al progressivo recupero di ambienti significativi. Oggi al suo interno si svolgono percorsi guidati di visita, mostre, concerti e rappresentazioni teatrali. Luigi Maglio CASTELLO DI LAGNASCO Il complesso sorge a Lagnasco, comune della pianura saluzzese, sulla sinistra del torrente Varaita. Consta di tre blocchi principali, definiti castello di levante, di mezzo e di ponente. Il primo si compone di due maniche, poste a est e a nord; in questa seconda, in cui si apre l’attuale accesso ai cortili, si innesta il castello di mezzo, residuo di un’ala oggi mutila ma che, fino al sec. XVII, proseguiva ad angolo a circondare la prima corte. Al castello di mezzo si collega quello di ponente, con pianta a «C» aperta verso est su un cortile contiguo a quello del fabbricato di levante. Il nucleo primitivo del complesso si deve ai marchesi di Busca, originati nel 1142 da un figlio di Bonifacio del Vasto (marchese che esercitò il proprio domino sull’area fra Savonese, Langhe e Appennino fino al 1127, anno della morte). A più riprese conteso fra i marchesi di Saluzzo e il comune di Savigliano, che, insieme ai Busca, tra il sec. XIII e l’inizio del XIV ne ebbero a fasi alterne il controllo, nel 1341 il castello venne acquistato da Pietrino Falletti di Alba e dai nipoti Gioffredo, Pietrino e Leone Tapparelli di Savigliano. Lentamente sanate le controversie dovute alla difficoltosa cogestione, la proprietà passò ai Tapparelli, in favore dei quali nel 1447 i Falletti cedettero definitivamente i diritti, e a loro rimase fino all’ultimo discendente, Emanuele Tapparelli d’Azeglio, che negli anni sessanta dell’Ottocento restaurò il complesso lasciandolo poi all’omonima Opera pia. Quest’ultima lo ha di recente concesso in comodato d’uso al comune di Lagnasco. Gli edifici di levante e di mezzo fanno parte, sin dalle origini, di un corpo di fabbrica unico, cresciuto su preesistenze di metà sec. XII (costituite da ricetto e castrum circondati da mura) e poi organizzatosi a chiudere sui quattro lati il primo cortile, al cui centro nel 1349 fu edificata una torre (distrutta nel 1581; oggi ne restano le fondazioni). Sopraelevato nel secondo Quattrocento, tra gli stessi anni e gli inizi del sec. XVI furono addossate agli angoli nord-est e nord-ovest e a conclusione della manica sud le tre torri quadrangolari. Entro il 1530 si realizzarono le due torri sul lato ovest, insieme a una complessiva riorganizzazione degli interni. Intorno alla metà del secolo la manica est fu ampliata, inglobando la scala elicoidale da poco costruita, e venne aperto il loggiato di facciata; si procedette poi a una risistemazione dei prospetti, e il castello di mezzo fu reso indipendente, divenendo residenza di Benedetto I Tapparelli con il nome di «palazzo vecchio». In questi edifici sono presenti opere pittoriche datate dalla metà del sec. XV; da segnalare una Pietà affrescata di fine secolo, il Salone degli Scudi, con stemmi dipinti nel 1470 ca. e soffitto cassettonato scalabile tra il secondo sec. XV e la fine del XVI, e la Loggia delle Grottesche, nella quale è conservato, fra rappresentazioni di paesaggi visti attraverso un finto loggiato, un riquadro che raffigura il complesso di Lagnasco e i relativi giardini negli anni di esecuzione degli affreschi (1570 ca.). Gli autori sono Pietro e Giovanni Angelo Dolce, che in quegli anni realizzarono, insieme al loro atelier, gran parte dei dipinti dell’edificio. Il castello di ponente è sorto a ridosso dell’antica cinta muraria, su preesistenze rurali del sec. XIV. Il corpo centrale, sul lato ovest della seconda corte, fu realizzato nel sec. XV, epoca alla quale risalgono i ballatoi lignei sul prospetto orientale. Nel Cinquecento venne ampliato a sud, con un porticato sopraelevato nella prima metà del sec. XVIII, e a nord, in corrispondenza dell’antico accesso che si apriva nella cinta difensiva. Qui venne eretto il «palazzo bianco», blocco angolare con funzioni residenziali voluto intorno al 1560-70 da Benedetto I Tapparelli. Interamente intonacato, è scandito da fasce marcapiano aggettanti e ingloba sul lato ovest il basamento a scarpa quattrocentesco; è concluso nel terzo e ultimo piano da un loggiato, che alle reali aperture ad arco ne affianca altre a trompe l’oeil, dalle quali si affacciano due figure femminili. Gli affreschi appartengono alla stessa campagna decorativa che ornò gli interni, risalente agli anni ottanta del sec. XVI e affidata a Cesare Arbasia e atelier, talora con l’aiuto di Giacomo Rossignolo; si segnala il ciclo della Sala della Giustizia, completato da stucchi e soffitto a cassettoni. Al sec. XV risale la torre sul lato ovest, inglobata nell’ampliamento di Benedetto I e rimaneggiata nel Settecento, mentre data alla fine degli anni venti del sec. XVIII quella più a est. Viviana Moretti 41 Veduta dei fronti est e nord del castello di levante a Lagnasco (Cn). Alle estremità dei prospetti si delineano le torri angolari di fine sec. XV-inizio XVI, con basamento scarpato delimitato superiormente da una cordonatura a toro. Sulla facciata est si sviluppa il loggiato, realizzato nel secondo piano degli spazi risultanti dal raddoppio longitudinale della manica; all’incirca a metà del prospetto si distingue la scala elicoidale preesistente, che supera in altezza le coperture. Sul lato nord si apre l’attuale ingresso carrabile, realizzato intorno al 1730, incorniciato da un portale sormontato dallo stemma policromo dei Tapparelli. 42 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI PUGLIA IL CASTELLO DI LUCERA La torre angolare della Leonessa ubicata lungo il perimetro del castello di Lucera (Fg). Ha una altezza di 25 m ed un diametro di 14, con spessore delle mura di oltre 2 m. Conserva ancora alcuni dei 16 merli originali. Si notino le mensole di sostegno per le strutture provvisionali a sbalzo utilizzate in caso di assedio, tipiche dell’epoca. Il castello di Lucera, situato sulla sommità piana del colle Albano, dove sorgeva l’acropoli della città romana, insiste su un’area già naturalmente difesa (su tre lati il colle è a strapiombo), dominando la valle sottostante. Tra il 1233 e il 1235 l’imperatore Federico II fece erigere una fortificazione, il Palatium, per controllare i saraceni che aveva fatto deportare dalla Sicilia nella città pugliese. Nel 1269, Carlo I d’Angiò, conquistata Lucera, ultimo baluardo svevo, la mette a ferro e fuoco, salvando però il castello, riadattato e inglobato nel complesso difensivo tuttora visibile. La fortificazione angioina è a pianta pentagonale e dotata di un’imponente cinta di mura turrite, con un perimetro di circa 900 m. Sui lati Nord, Ovest e Sud, la cortina muraria è rafforzata da 15 torri quadrilatere. Il lato orientale reca, invece, sette torri pentagonali e due cilindriche alle estremità: a destra la torre del Re e a sinistra, la torre della Leonessa o della Regina, la torre più alta e di più ampio diametro. Questa torre, nella parte inferiore presenta un rivestimento a bugne calcaree, proveniente in gran parte da materiale di spoglio della città romana ed è coronata da mensole e da sedici merli. Stando ai documenti dell’epoca, i lavori diretti dall’architetto francese Pierre d’Angicourt, con l’ausilio di Riccardo da Foggia e Giovanni de Toul si protrassero a lungo. Nell’ambito delle strategie difensive adottate, la porta principale del complesso, a differenza delle tre secondarie presenti su altri lati, si apre in una rientranza della cinta con una torre che la maschera sul fronte, in tal modo interrotto, celandone e difendendone l’accesso. L’arco della porta, ribassato all’esterno e ogivale all’interno, rimanda a motivi francesi; mentre d’ispirazione a soluzioni italiane è la disposizione delle torri che si alternano lungo la cortina. All’interno del vastissimo recinto si vedono gli imponenti ruderi del palazzo federiciano con parte delle coperture a volta degli ambienti del piano terra. Il palazzo imperiale, doveva essere costituito da un altissimo donjon, aperto su un cortile interno di forma quadrilatera, e impostato su uno zoccolo quadrilatero scarpato, a due piani, dei quali quello superiore a livello del terreno e quello inferiore sotterraneo. Al suo interno custodiva una preziosa raccolta di statue classiche e una parte del Tesoro Regio, dato che nel complesso era sistemata anche una delle Zecche imperiali. Nulla purtroppo ci è giunto degli arredi, dei mosaici, degli impianti sanitari che le fonti dell’epoca raccontano come sfarzosi; si pensi che nel 1242 l’imperatore ordinò il trasporto da Napoli a Lucera di opere pittoriche per gli interni e di bronzi per le fontane da doversi effettuare sulle spalle di schiavi per evitare danneggiamenti. Lungo il lato est del cortile sono ancora visibili cisterne coperte da volte in pietra. Nel 1456 un terremoto arrecò gravi danni alla struttura già in decadenza. Nel XVIII secolo, ciò che rimaneva del palazzo imperiale fu vandalicamente distrutto per ricavare il materiale per la costruzione della Regia Udienza, cioè il Tribunale. La possibilità di leggerne ancora la struttura originaria, precedente alle pesanti manomissioni settecentesche, è data solo da alcuni documenti, come una memoria di fine XVIII sec. del canonico lucerino Carlo Corrado che descrisse il Palatium come una “forte rocca, che era una ritirata del castello, fatta in forma quadra con un gran volume per ogni quadro”; i disegni del francese Jean - Louis Desprez che ritrasse il monumento prima dei mutamenti che ne avrebbero alterato per sempre la fisionomia e i rilievi di Giambattista D’Amelj. Il declino del sito continuò per tutto il XIX secolo. Solo dal Novecento, un rinnovato interesse per il monumento ha reso possibile l’inizio di ricerche, scavi e dei primi restauri. Antonella Delli Paoli CASTELLO CARLO V DI MONOPOLI Il castello cinquecentesco sorge sul promontorio più settentrionale del borgo medioevale, in posizione strategica per la difesa del porto e della città di Monopoli. Costruita per volere dell’imperatore Carlo V nel 1552, la fortezza inglobò resti di strutture preesistenti, una porta monumentale di età romana e la chiesa di S. Nicola in Pinna, pertinenza di un convento del X secolo fondato dal monopolitano Sassone, citato in numerose fonti documentarie. Le notizie relative alla costruzione del castello sono vaghe in mancanza di documenti che ne attestino l’esatta epoca di edificazione. Probabilmente nel 1072 Goffredo, figlio di una sorella del Guiscardo e conte di Monopoli, aveva la sua sede nel castello munito di torri ristrutturate in epoca sveva. Sotto il regno di Manfredi, Monopoli fu di regio dominio f c c d i N e n d a O T v l D a c p d d z N n d A e l N m d i c I l a t c a t a u c r g CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI 43 Castello Carlo V di Monopoli (Ba): si notino i sistemi di difesa quali le pareti scarpate prive di aperture, cannoniere, le torri ubicate ai vertici del perimetro difensivo. fino al tempo della sovrana Giovanna II e il castello, costituito da grossi blocchi squadrati di tufo, ubicato in posizione dominante, era distrutto nel 1414 dall’artiglieria durante i tumulti del popolo contro il dominio di re Ladislao. Nel 1435, dopo la morte di Giovanna II, Monopoli era contesa tra le fazioni avverse che sostenevano rispettivamente Alfonso d’Aragona e Renato d’Angiò; fu un periodo di grande confusione di cui approfittava il potente feudatario Giovanni Antonio Orsini del Balzo, sostenitore di Alfonso e principe di Taranto, il quale, assediata Monopoli, la incorporava nel suo vasto feudo privandola del diritto di città libera sotto il dominio regio. Divenuto re di Napoli Ferdinando II, Monopoli, era assalita dagli spagnoli, che nel 1545 munivano la città di una poderosa cinta con sedici baluardi e tre porte e rafforzavano il castello che veniva ultimato dal marchese Ferrante Loffredo nel 1552, per ordine di Carlo V. La città passava dagli spagnoli ai veneziani fino al 1530 quando ritornava agli spagnoli. Nel 1545 furono restaurate le mura, nel 1552 terminata la costruzione del castello e nel 1556, al tempo di Filippo II, il duca d’Atri Giovanni Geronimo Acquaviva, si occupava ancora della cinta muraria e ristrutturava il forte che assumeva già nel 1660 l’attuale aspetto. Nel 1832 la fortificazione venne destinata a carcere mandamentale e dal 1969 definitivamente abbandonata. Nel 1983 ebbe inizio una lunga serie di interventi di restauro, terminati solo recentemente, con nuova apertura al pubblico. Il castello, a pianta poligonale, si erge nel porto della città con quattro lati lambiti dal mare, basamento a tronco di piramide separato da toro marcapiano, torri a pianta diversificata ubicate ai vertici e al centro di ciascuna cortina. Il sistema difensivo è assicurato anche da una doppia cannoniera con tiro convergente verso il lato mare, da un troniere a cielo aperto con archibugiere sul lato monte e da una torre circolare con accesso a piano terra e beccatelli sul coronamento addossata verso l’entroterra. Nel suo interno accessibile dalla torre circolare, gli ambienti sono voltati a botte. Dal primo livello si raggiungono gli spalti tramite una lunga e larga scalinata. Le ricerche archeologiche hanno consentito di individuare cronologicamente l’imponente porta ad arco conservata all’interno della fortezza. La porta, impostata su una solida massicciata di spessore m 2.50 sistemata sul piano di roccia, si inseriva nella preesistente cinta muraria di età classica, in tecnica isodomica, di cui sono attualmente evidenziati brevi tratti. A tale struttura si addossa la parte absidale della chiesa di S. Nicola in Pinna le cui pareti laterali si impostano invece sui resti stratificati dell’abitato originario capannicolo risalente all’età del bronzo. Della chiesa medioevale, a navata unica, con cupola centrale, priva della prima campata, distrutta durante la realizzazione del castello che la inglobò, sono stati recuperati i resti della pavimentazione originaria costituita da grandi tasselli in pietra e marmo variamente sagomati. Antonella Calderazzi CASTELLO DI SANNICANDRO DI BARI Il Castello Normanno-Svevo di Sannicandro di Bari sorge nella zona medievale del paese ed è circondato dall’antico fossato svevo, colmato e trasformato in strada solo nel 1836. È composto da due parti distinte inserite l’una nell’altra, costruite in fasi diverse da Bizantini e Svevi. L’originario nucleo, di origine bizantina, era costituito da una robusta cinta in muratura di pietra che correva lungo i lati di un trapezio, munita di sei torri quadrilatere distribuite nei quattro vertici e nel punto medio delle due basi del trapezio. Nel 1043 dopo la vittoria dei Normanni sui Bizantini, Sannicandro fu infeudata ed entrò a far parte dei possedimenti dei Conti di Montescaglioso. Nel 1187, al tempo della crociata guidata da Guglielmo II, la baronia di Sannicandro era imponente e la struttura fortificata conteneva diversi manufatti tra cui una chiesa e otto torri disposte negli angoli e al centro dei lati del quadrilatero, tipici dell’architettura militare normanna. Nel 1225, con l’Arcivescovo Andrea III, la 44 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI sesto leggermente acuto. L’accesso a settentrione è segnato da ponte levatoio; il portale che si apre verso il cortile è sormontato da uno stemma nobiliare e l’ingresso al primo piano è dotato di architrave lunato. A Nord, arricchite dalle modanature degli stipiti e degli architravi, si aprono tre grandi finestre, attualmente trasformate in balconi. Antonella Calderazzi Castello Normanno Svevo, Sannicandro di Bari (Ba): veduta del prospetto Nord del castello con ampio fornice di ingresso e torre in pietra di origine normanna disposta ad angolo del fabbricato. Si intravedono sul prospetto le tre ampie bifore di epoca sveva corrispondenti agli ampi saloni del primo piano. Si evidenziano le caratteristiche stilistiche tipiche delle evoluzioni storico costruttive del fabbricato, comuni ai castelli delle città limitrofe di Gioia del Colle e Bitritto: nucleo originario Normanno e ampliamento Svevo. curia di Bari entrò in possesso della baronia amministrativa di Montescaglioso e quindi del castello di Sannicandro che, nel 1242, veniva restaurato a cura di Grimoaldo Castaldo, castellano dell’epoca. La baronia nel 1304 era prima incamerata alla Corona e quindi trasmessa alla Reale Basilica di S. Nicola in forma perpetua ad eccezione del periodo che va dal 1350 al 1415 quando la Regina Giovanna I, a seguito delle dissestate economie del Regno, cancellava la donazione e vendeva la baronia alla famiglia Grimaldi, della quale resta visibile ancora oggi lo stemma sul portale orientale del castello. La regina Giovanna II, sessantacinque anni dopo, restituiva la baronia alla Basilica di S. Nicola che ne conservava il possesso fino al 1806, anno in cui fu abolita la feudalità. Tra il 1863 ed il 1875, a causa di un incendio che aveva danneggiato gravemente il sito, furono eseguiti lavori di restauro con i quali il castello venne trasformato in un complesso condominiale, conservando, tuttavia, nel settore nord integra la sua struttura castellana. Il castello veniva affidato, nel 1891, alla Regia Delegazione per l’Amministrazione civile delle Reali Basiliche Palatine di Puglia che lo custodiva fino al 1967, anno in cui fu acquistato dal Comune. I lavori di restauro, iniziati nel 1978, stanno riportando il castello alla sua originaria maestosità destinandolo a biblioteca comunale, sala conferenze e museo con spazi espositivi per mostre temporanee e permanenti. Il castello, a pianta asimmetrica di poligono irregolare, è munito secondo l’impostazione normanna, di torri: due a Nord-Est, una centrale e una cimata a Sud-Est, collegate da cortine. In epoca federiciana il castello subì ulteriori sostanziali variazioni con l’inserimento di nuove costruzioni, l’apertura di tre ampie bifore al primo piano, disposte in corrispondenza dei tre grandi saloni, che hanno trasformato la struttura militare in splendida residenza fortificata. Sono ancora oggi visibili i cardini in pietra dei tre schermi lignei ribaltabili che originariamente consentivano di difendere le bifore. La mancanza di documenti storici riferibili all’epoca federiciana, non consentono di dare una risposta precisa, ma, ad indicare in Federico II di Svevia l’autore di tale ampliamento, concorrono più elementi, tra cui: gli elementi formali e stilistici dei portali, degli archi e degli elementi decorativi, le caratteristiche costruttive dei saloni e delle torri aggiunte. Il castello, in pietra calcarea a conci squadrati a martello, interrotto da due portali con archivolto lunato impostato su stipiti e rivestito da bugne radiali, racchiude locali coperti con volte di pietra a SARDEGNA CASTELLI DI ARDARA E BURGOS Entrambi situati in provincia di Sassari, la reggia di Ardara e il Castello del Goceano furono protagonisti delle più importanti vicende dell’età Giudicale. La reggia di Ardara era collocata su un poggio vulcanico nella piana del Logudoro, una zona trafficata già in epoca romana, come attestato dalla presenza di un’importante strada che collegava il porto di Torres con quello di Olbia ed una fortificazione con annessa guarnigione in località S. Pietro. La consacrazione della cappella palatina di Santa Maria del Regno nel 1107 fa supporre che il palazzo fosse già “attivo” tra la fine dell’undicesimo e l’inizio del dodicesimo secolo. Di certo la cancelleria regia vergava documenti già dal 1065 come si evince da quello nel quale il copista Nikita riporta la richiesta, da parte del re all’abate di Montecassino di inviare dei monaci nel regno. La dicitura “in palacio regio” compare già in diversi documenti tra il 1122 e il 1136. Certo è che le strutture rimasero intatte sino al 1830 quando i paramenti murari vennero utilizzati per la costruzione delle case del centro. Oggi è ancora visibile una parte della torre poligonale, in calcare e basalto scuro che domina l’ampio cortile rettangolare. Un muro a scarpa in basalto metteva in evidenza le strutture dell’ampio spiazzo dove alcuni accessi permettevano l’ingresso mediante scalette a vani posizionati su vari livelli. È tuttora visibile, in prossimità della torre, un ambiente rivestito di malta pozzolanica, presumibilmente destinato a cisterna. Dalle fonti figura una torre dotata di ponte levatoio che permetteva, fino al XIX secolo, l’accesso alla fortezza: ancora oggi il punto è denominato “su pontinu”. Recenti scavi archeologici hanno messo in luce pavimentazioni relative al Duecento, quando la Reggia era già, dopo la caduta del regno, di proprietà dei Doria. Strettamente intrecciato alle vicende giudicali e sede, fino alla morte, dell’ultima regina di Torres, Adelasia de Lacon Gunale, il castello del Goceano, situato sul colle di Burgos e dominante il piccolo centro, è una delle rocche più scenografiche della Sardegna. Collocato su un picco isolato alle pen- d d i c d s B r c l p s s a d l i c 1 c m g p A t t d c p c c d r t a c A s s CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI 45 I ruderi del castello del Goceano di Burgos (Ss), dominanti tutt’oggi il centro abitato. dici del Monte Rasu a 647 m. d’altezza, a dominio della vallata del Tirso e in grado di controllare i confini e le principali strade di percorrenza, il castello venne indicato dagli aragonesi come “un del plus forts e honrats castel de Sardegna”. La storiografia colloca la sua fondazione al regno di Barisone II di Torres (1153-1191). Nel 1246, vi si ritirò la regina Adelasia, in seguito al matrimonio con Enzo Hohenstaufen, figlio di Federico II. Con la fine del regno di Torres il castello del Goceano passò al re di Arborea, Guglielmo di Capraia, e al suo successore Mariano II di Bass, rimanendo ai sovrani di Arborea per tutto il XIV secolo e sino al 1410. Da questa sede, Mariano IV il 16 agosto del 1353 emanò la Carta de Logu de Gociani con la quale accordava privilegi a coloro che si fossero insediati nel nuovo villaggio nato alla base del castello che rimase militarmente efficiente sino al 1528. Oggi è possibile ripercorrere idealmente il circuito delle tre cortine murarie che cingevano il mastio. Attraverso una scala in roccia alta 30 m. si giunge agli spazi che compongono l’ingresso della parte nord occidentale. Anticamente sviluppati su più piani, alcuni ambienti potevano essere utilizzati come alloggio per truppe oppure come stalle, armerie e magazzini. Un diaframma munito di porta conduceva ad un ampio cortile di forma allungata contornato da saloni e piani sopraelevati che costituivano la residenza del castello. Sedici metri di torre maestra, situata al centro della rocca, controllavano tutto il sistema difensivo dei cortili interni, dei camminamenti di ronda e degli ambienti sottostanti. Il blocco della torre, in calcare e trachite rossa ha gli spigoli rivolti ai quattro punti cardinali e si eleva per due piani comunicanti per mezzo di botole aperte nelle volte. Ad essa si accede da un ingresso sopraelevato dal suolo di quattro metri mentre il piano terra doveva servire come cisterna. Francesco Ledda e Mariella Cortes CAGLIARI, CITTÀ MURATA La prima notizia circa l’esistenza di un nucleo fortificato della città di Cagliari risale al 1217 e riguarda l’attuale quartiere di Castello - segnalato in vari documenti con il nome di Mons de Castro o anche Castel di Castro - fondato dai pisani sul colle dove un tempo sorgeva verosimilmente il castrum della Carales romana, immediatamente alle spalle del preesistente insediamento portuale di Bagnaria. Distrutto l’abitato di Santa Igia ed abbattuto il giudicato di Cagliari (Regnum Calari), a partire dal 1257 la rocca è ampliata dai pisani con la fondazione delle due appendici di Villanova e Stampace, contestualmente edificate secondo un disegno unitario, riconducibile all’impianto adoperato in quegli stessi anni per la fondazione delle terre murate toscane, la cui planimetria rimanda all’iconografia di un’aquila reale con la croce nel petto, ricorrente nelle città medioevali filoimperiali quali Pisa. Il primitivo sistema murato pisano viene progressivamente potenziato e modificato nel corso dei secoli in risposta alle mutate armi di offesa ed alle relative tecniche di difesa, tanto da rendere Cagliari una delle più sicure basi militari e commerciali del Mediterraneo, fino alla dismissione della Piazzaforte. A partire dal 1323 gli aragonesi portano avanti una politica di ammodernamento delle primitive cortine pisane, caratterizzate dalle imponenti torri di San Pancrazio (1305), dell’Elefante (1307), del Leone e di Santa Lucia, ma le modifiche sostanziali avvengono nella prima metà del Cinquecento, a seguito dell’avvento delle armi da fuoco. Al fine di rafforzare il settore nord-ovest della città, facilmente attaccabile a causa della morfologia dei luoghi, il vicerè Joan Dusay realizza due nuovi baluardi, ampiamente contestati sotto il profilo tecnicooperativo, di cui uno nell’area di San Pancrazio (1501-1503) e uno in quella di Santa Croce. L’arrivo in Sardegna dell’ingegnere cremonese Rocco Capellino (1552-1572), prima, e degli ingegneri ticinesi Jacopo e Giorgio Paleari Fratino (1563-78), 46 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI storia del restauro in Sardegna. Sono, infine, degli anni 1957-1979 gli interventi di Libero Cecchini e di Piero Gazzola per la riconversione delle aree del Regio arsenale in Cittadella dei musei. Ancora oggi la città murata, con il suo palinsesto murario, la trama urbana stratificata e l’identità architettonicoformale dell’edificato intra moenia, costituisce un documento trasversale di storia dell’architettura – non solo militare – e di storia del restauro, di indubbia rilevanza internazionale. Cagliari, veduta delle mura orientali del Castello. Il fronte rivela l’articolata stratigrafia urbana storica comprendente l’impianto pisano, gli ampliamenti cinquecenteschi e le trasformazioni di impronta sabauda. In particolare, la cortina muraria è fortemente caratterizzata dal prospetto della Cattedrale dedicata a Santa Cecilia e dalle strutture ad essa correlate, direttamente fondate sul massiccio perimetro difensivo. Oristano. Ricostruzione del perimetro delle mura urbiche con l’ubicazione delle porte di accesso. dopo, accanto ad altri tecnici esperti quali Alessandro Febo e Giovam Battista Cairati, porta all’introduzione nel sistema difensivo della principale piazzaforte sarda, di soluzioni architettoniche e militari “alla moderna”, di elevato livello progettuale, coerenti con la più aggiornata trattatistica del momento, che rivelano un accurato studio della morfologia dei luoghi ed un sapiente uso dei materiali da costruzione locali. In particolare, i Paleari introducono variazioni sostanziali alla tenaglia di San Pancrazio, alla sagoma del bastione di Santa Croce e all’intero fronte ovest del Castello, per una più corretta “corrispondenza” tra le artiglierie. Dal 1720 all’Unità d’Italia, l’annessione della Sardegna ai territori sabaudi comporta una nuova stagione di trasformazioni della Piazzaforte cagliaritana, interventi progettati e realizzati dagli ingegneri del Corpo Reale del Genio Militare (Antonio Felice De Vincenti, Augusto La Vallèe, Carlo Barabino), prevalentemente nella zona nord-occidentale della città (area del Regio Arsenale, Cittadella del Buoncammino, Bastione di S. Filippo). Tra questi, la costruzione della Porta d’Apremont, terminata nel 1741. La dismissione della Piazzaforte militare, avvenuta nel 1866, ha segnato la legittimazione di ingenti demolizioni di bastioni e mura, ritenute un ostacolo alle aspirazioni di espansione e modernizzazione della città. Bisognerà aspettare il 1902 per assistere al riconoscimento del carattere di monumentalità delle cortine e delle torri di difesa cagliaritane ad opera della illuminata personalità dell’ing. Dionigi Scano, ideatore e fautore di una coraggiosa campagna di ripristini filologici e di restauri di liberazione delle torri e delle cortine murarie di impianto pisano che hanno segnato un momento particolare della Donatella Rita Fiorino ORISTANO: MURA E PALAZZO REGIO Oristano divenne capitale del Regno di Arborea (comprendente quattro stati presenti in Sardegna nel Medioevo) nell’anno 1070, quando il re Orzocco I de Lacon-Zori vi si trasferì con la corte ed il clero da Tharros, divenuta insicura. Alla fine del Duecento, sotto il regno di Mariano II de Bas-Serra, fu dotata di una imponente cerchia di mura assumendo una forma e una struttura ben precise: circa 2000 metri lineari di mura, alte dai 10 ai 15 metri e intervallate da torri, per proteggere una superficie urbana di circa 32 ettari, divisa in borghi e quartieri. A questo periodo risale anche l’edificazione dei due più importanti baluardi cittadini, posti a difesa dei principali accessi alla città, Port’a Ponti, a settentrione, e Port’a Mari, a meridione. La Port’a Ponti o Torre di San Cristoforo, così chiamata perchè portava al Ponte Grande sul Tirso, è ancora oggi esistente nell’attuale piazza Roma ed è formata da tre piani con sopralzo, per un’altezza totale di 28 metri, coronata da merli guelfi. La Port’a Mari o Torre di San Filippo era l’uscita più vicina al mare fra Oristano e Santa Giusta e faceva parte del sistema fortificato del castrum regium, comprendente anche la reggia e le sue adiacenze. La torre venne demolita il 23 aprile 1907 per adempiere alle disposizioni dei nuovi piani urbanistici dell’Ottocento europeo. La residenza dei sovrani ebbe due sedi: una “vecchia” fino alla metà del Trecento, ed una “nuova”, a Sud della Piazza de “Sa Majoria”, legata al complesso fortificato della Torre di San Filippo. Nel 1732 fu trasformata in caserma e infine in carcere nel XX secolo. Nel 2012 è stata ceduta al Demanio. La vecchia reggia, menzionata per la prima volta nel 1263 nella relazione della visita pastorale di Federico Visconti, arcivescovo di Pisa, era costituita da un palatium iudicis e da un attiguo palatium magnum, entrambi a due piani. Nel palatium iudicis vi era il parlatorio e un’ampia sala di rappresentanza o di riunione, con il trono (cathedra), chiamata nei documenti “camera vocata del parlamento” e “magna aula”. Nel 1322, durante il regno di Ugone II, la residenza regia appariva “vecchia” forse per i suoi anni o forse perché era già in costruzione la nuova, che venne realizzata nell’area oggi occupata dai dismessi locali amministrativi del carcere circondariale. Quest’ultima, presumibilmente, rifletteva la s v d s e r p d v C a t a R I “ c c 1 l s S d I 1 A i z C f D d s C d L è g e M n c ( D o s m f t CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI struttura più antica con locali più ampi e confortevoli, in stile gotico, come evidenziano la presenza di finestre ogivali, attestate da uno studioso del secolo scorso. La reggia, con tutte le sue pertinenze, era inserita nel sistema fortificato detto “castrum regium”, che comprendeva al suo interno gli alloggi per il corpo di guardia del palazzo ed un vasto orto dotato di cisterna e mulino che garantiva la sopravvivenza nei tempi più difficili. Con alterne vicissitudini, il Regno di Arborea riuscì a sopravvivere alla conquista Aragonese, autorizzata dal papa Bonifacio VIII, che nel 1297 aveva creato il Regno di “Sardegna e Corsica”, divenuto poi Regno di Sardegna. Nel 1409, a Sanluri, Guglielmo I subì una grave sconfitta da parte di Martino “il giovane”, re di Sicilia. Tornato in Francia per cercare rinforzi affidò il regno a Leonardo Cubello che scese a patti col nemico, firmando il 29 marzo 1410, nel monastero di San Martino fuori le mura la capitolazione della città e di quasi tutta l’Arborea storica: Oristano divenne una città del Regno di Sardegna. Capitale di ciò che rimaneva del Regno di Arborea divenne Sassari con il re Guglielmo I rientrato dalla Francia. Ma dieci anni dopo, il 17 agosto 1420, lo stesso Guglielmo vendette ad Alfonso “il Magnanimo”, per 100.000 fiorini d’oro, il suo regno, segnando così la fine, dopo oltre mezzo millennio, del Regno di Arborea. Marina Vincis SICILIA CASTEL GONZAGA, MESSINA Castel Gonzaga sorge sul Colle di Monte Piselli e fu fatto costruire intorno al 1540 dal condottiero Don Ferrante Gonzaga, vicerè di Sicilia, nell’ambito della realizzazione di un imponente sistema difensivo esteso a tutta la città, ordinato dall’imperatore Carlo V d’Asburgo, in seguito alla visita alla città di Messina, durante il suo viaggio in Italia (1535). La città di Messina, per la sua posizione strategica, è sempre stata nei secoli al centro degli appetiti dei grandi imperi mediterranei, soprattutto di turchi e francesi concordi nell’individuare nel porto di Messina il più importante per le loro mire espansionistiche. Fu quindi necessario costruire un sistema che difendesse la città dai possibili attacchi da terra (dalle sue colline) e da mare. Dalle planimetrie cinquecentesche di Messina si osserva il panorama delle fortificazioni in quel secolo: dalle mura urbane, dai forti collinari (extramoenia) – Gonzaga, Castellaccio e Matagrifone – al forte San Salvatore, posto a guardia dell’imboccatura del porto. Il Ferramolino si avvale della consu- lenza del grande matematico Francesco Maurolico per costruire una fortezza che potesse contrastare il crescente utilizzo di armi da fuoco pesanti, bombarde e poi cannoni, introdotte già alla fine del quindicesimo secolo, che hanno mutato l’idea di fortificazioni anche in Sicilia; i sistemi difensivi subiscono un’evoluzione: da semplici edifici compatti di difesa a sistemi di postazioni di tiro. Da qui l’utilizzo di bastioni avanzati in tutte le direzioni d’attacco, fossati e rivellini esterni, fronti bastionati, strade coperte, controscarpe, baluardi e casematte e la conseguente pianta stellata caratterizzante l’architettura militare cinquecentesca. Anche Castel Gonzaga è una struttura a pianta stellata, il cui disegno e configurazione sono in perfetta armonia con le caratteristiche geologiche del luogo; l’edificio presenta sei baluardi difensivi e l’intera struttura ha mantenuto l’impianto originario durante i secoli seguenti alla sua costruzione, con modesti interventi di superfetazioni sulla piattaforma superiore o apertura di vani finestrati, distinguendosi così tra le strutture fortificate meglio conservate in Sicilia. Le mura bastionate del Castello sono quasi del tutto prive di aperture e gli ampi spazi interni sono illuminati in parte da lucernai ed in parte dal cortile centrale. Il bastione rivolto verso la città, che guarda lo Stretto, è adibito a cisterna, mentre la terza porzione del castello è costruita intorno ad un terrapieno ed apparentemente non contiene ambienti fruibili. Affascinante è il camminamento di servizio “antimine” che segue il perimetro della struttura. Dall’ampia terrazza, da cui si gode un magnifico panorama, si accede all’antica cappella ed altri ambienti costruiti in epoche diverse. Il castello attende di svolgere un ruolo adeguato all’importanza della struttura. Micaela Marullo Stagno d’Alcontres MUSSUMELI, CASTELLO “MANFREDONICO” Il castello di Mussumeli si erge in cima a uno sperone roccioso, a poca distanza dal centro abitato, con il quale il maniero non presenta alcun collegamento di carattere difensivo. È appellato anche “castello manfredonico”, dal nome del proprietario Manfredi III Chiaromonte, che lo edificò nella seconda metà del sec. XIV, inglobando strutture preesistenti. Dopo il tracollo dei Chiaramonte, nel 1392 il feudo di Mussumeli venne assegnato a Guglielmo Raimondo Moncada, per poi essere acquistato nel 1549, dopo ulteriori avvicendamenti di proprietari, da Cesare Lancia, 47 Messina, Castel Gonzaga: eretto nella prima metà del XVI secolo, pur presentando, con le sue tenaglie, caratteristiche innovative rispetto ai vecchi castelli, sarà già criticato nel 1572, insieme al vicino Castellaccio, dal vicerè De Vega che lo valuterà incapace di difendere se stesso e quindi di nessuna utilità per la città. 48 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Il castello di Mussumeli (Cl), sorge alla sommità di un sperone di roccia, a nord-est di Caltanissetta, isolato dal centro abitato, da cui dista circa due km. Venne eretto nel corso del XIV secolo dal potente feudatario dell’isola Manfredi III. signore di Trabia, elevendo Mussumeli al ruolo di contea e capitale degli stati dei Lanza, che mantennero la proprietà del castello fino al sec. XX, quando ne divenne proprietario il Comune di Mussumeli. Il castello, articolato su tre livelli, è accessibile solo da un’irta salita sul fronte nord-est: attraverso un portale, che si apre sulla cinta muraria e che al primo livello disimpegna l’ampio corpo delle scuderie, si entra all’interno della struttura del castello. Proseguendo la salita si accede, oltrepassata una seconda cinta, a un ampio cortile sul quale si affacciano gli ambienti residenziali, la cappella e da cui si sale ai resti del maschio. La cappella, immediatamente a destra, è ad unica navata, coperta da crociere, ed è terminata da una sola piccola abside non sporgente dal muro esterno. A sinistra del cortile, oltre un essenziale vestibolo, un solenne portale segna l’ingresso alla cosìdetta “sala dei baroni”: un vasto ambiente rettangolare che si affaccia per mezzo di due scenografiche bifore sulla vasta vallata sottostante. Anche i successivi ambienti, coperti da crociere costolonate e impostate su pilastri angolari poligonali, si aprono sul panorama per mezzo di bifore. Sia da questi ambienti che dalla ‘sala dei baroni’ si scende ai vani di servizio sottostanti, in parte ricavati nella viva roccia. L’insediamento castellano è infine culminato dal maschio, al quale si può salire solo attraverso un impervio viottolo. I resti del donjon, nonostante il precario stato di conservazione, mantengono l’aspetto di un’imponente struttura fortificata: dal torrione, dalla pianta rettangolare definita da muri dallo spessore considerevole, si poteva – e si può tuttora – estendere lo sguardo su un vasto territorio della Sicilia centro meridionale. Giuseppe Ingaglio IL CASTELLO URSINO, CATANIA La serie dei castra exempta siciliani ricade sul territorio compreso tra Catania e Siracusa con l’appendice di Gela. Pertanto, la costruzione del Castello Ursino, iniziata da Federico II nel 1239, si inserisce all’interno delle dinamiche territoriali che tendono a rivitalizzare il ruolo economico della fascia costiera. Il toponimo di origine araba (irsa’yni = due approdi, De Simone) andrebbe riferito alla conformazione della costa a nord e a sud dello sperone roccioso che consentiva, prima della colata del 1669, un accesso più diretto al mare rispetto al Porto Saraceno. La costruzione dei castelli di Catania, Augusta e il restauro del castello di Lentini indica l’organicità progettuale del disegno federiciano messo a punto dopo la promulgazione delle Constitutiones. Le diverse fortezze sono accomunate da affinità strutturali e formali, ma vi sono anche differenze funzionali a seconda delle realtà urbane che erano chiamate a presidiare. Esse rappresentano la presenza capillare dell’imperatore sul territorio. La fabbrica del castello Ursino viene progettata in antitesi rispetto ai due poli urbani della città normanna: la civita (in cui vi sono la cattedrale e il Porto Saraceno a sud-est) e la collina di Montevergine (presidio della parte alta della città e punto di collegamento delle difese urbane da cui si dominava l’ingresso settentrionale). Con quest’atto di grande impatto urbanistico, l’imperatore sancisce la nuova posizione giuridica della città. Il castrum, sede della corte per molti anni (1237- 1277), diventa il nuovo centro della vita politica e delle trasformazioni edilizie d’età basso medievale. Non è più il castello arroccato, ma la fortezza urbana che dialoga con la città condizionandone lo schema difensivo. Vi è uno stretto rapporto con la Porta Decima, su cui confluiva il t n L l c D d s s l p I t a e t L d l s m d o s s p L s ‘ l v p N C q c s d G s B C L c e q L M c CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI traffico della Piana di Catania e l’asse viario proveniente da Lentini attraverso la Giarretta al Simeto. Le prime fasi del cantiere sono documentate dalle lettere che l’imperatore indirizza al praepositus castrorum Riccardo da Lentini. Dalle Costituzioni Melfitane emerge il ruolo tecnico del progettista-direttore dei lavori, che sceglieva il sito, selezionava il materiale da utilizzare e le dimensioni della fabbrica. A tal proposito, l’imperatore nelle sue lettere chiede «de longitudine, muri grossitie» per valutare l’impatto economico dell’opera. Il tracciato del castrum è perfettamente regolare. Si tratta di un doppio perimetro quadrato di 50 m con al centro una grande corte aperta. Lungo le mura esterne si innestano quattro torri angolari e altrettante semi-torri mediane. L’impianto prevedeva una sola elevazione, la seconda era prevista solo sull’ala nord. All’interno, ogni lato è costituito da tre moduli allineati. Le quattro ali si raccordano tramite vani angolari della misura di un modulo, originariamente coperti da volte a crociera da cui si accede alle torri coperte da eleganti volte ad ombrello impostate su mensole decorate. Sul lato nord si possono ancora ammirare le volte a crociera, mentre sui lati est e ovest sono presenti le volte a botte con profilo ogivale. La ricostruzione del circuito difensivo è possibile solo grazie alla documentazione cartografica del ‘500. Le trasformazioni cinquecentesche sono localizzate al primo livello delle ali est e sud. Gli interventi che si sono susseguiti tra ‘700 e ‘800 hanno prodotto sopraelevazioni e divisioni interne. Nella prima metà del ‘900 la Soprintendenza di Catania ha diretto i restauri (1932-34). Durante questi lavori sono state eliminate alcune strutture cinquecentesche e molte superfetazioni posteriori. È stata ricostruita la torre di sud-est e la scala esterna del cortile interno (detta «catalana»). Gli spazi interni sono stati adattati per poter trasferire i pezzi delle collezioni dei Benedettini e Biscari. Oggi il castrum svevo è sede del Museo Civico etneo. Bruna Pandolfo e Alberto Di Gaetano TOSCANA LA FORTEZZA DI MONTECARLO La fortezza di Montecarlo si trova su una collina che divide la piana di Lucca dalla Valdinievole, e insieme al borgo, anch’esso fortificato, si eleva quasi al centro di questa dorsale (m.163 s.l.m.). L’antico insediamento di Montecarlo fin dall’anno Mille era chiamato Vivinaia. Corrispondeva ad una curtis, affidata ai conti margravi della Tuscia, che avevano ottenuto, in epoca franca, il governo della regione con capitale Lucca. Il primo incastellamento del piccolo “villaggio” fu dovuto per il controllo sul vicino castello di Porcari e consentiva di verificare il movimento di cose e di persone sulle due vie di comunicazioni: la Cassia e la Francigena. Già fin dal 1230 con ordinamento comunale tale struttura urbana si estendeva in direzione longitudinale, da ponente a levante, lungo la dorsale della collina verso la piana di Lucca, circa duecento metri a valle dell’attuale centro di Montecarlo. Il borgo abitato doveva avere forma rettangolare. A causa di una notevole crescita della popolazione, esso si espanse lungo la dorsale a valle della collina. Si rese quindi necessaria la costruzione di una seconda cinta muraria. Il borgo fortificato si divideva in cinque “ruote” o contrade: Pescheria, Pellicciaria, Oliva, Arrengo e Ripa. Consolidata l’autonomia comunale, gli abitanti di Vivinaia si preoccuparono della difesa del territorio ricadente sotto la loro giurisdizione con la rivendicazione dei diritti di possesso sulle terre e dei terreni sparsi a settentrione della Via Francigena e lungo la Via Vivianese. Durante la costruzione sul colle del nuovo perimetro fortificato con un “cassero” (1321) detto del Cerruglio, mutò l’antico nome di Vivinaia in “Castrum Lucense”, ossia Castello Lucchese. La presa del potere su Lucca di Castruccio Castracani accentuò la posizione strategica di Vivinaia, che divenne uno dei capisaldi per la sicurezza della città. Dopo la morte del Castracani, il vicario del re Giovanni prese possesso di Lucca e di varie terre del contado. Anche Vivinaia fece parte di questi possedimenti (1332). 49 Il castello Ursino di Catania, con la sua possente mole quadrilatera con torri cilindriche ai vertici dell’impianto ed altre intermedie più piccole. Eretto per volontà dell’imperatore Federico II da Riccardo da Lentini costituisce tra le fortificazioni volute dallo Svevo quella tipologicamente più assimilabile ai castelli arabi del periodo ommiade. Fortezza di Monte Carlo (Lu). L’antico borgo di “Vivinaia” mutò il nome in “Monte di Carlo” in onore di Carlo di Lussemburgo (1334) insieme alla “fortificazione” intorno al Cerruglio dando origine ad una “terra murata fortificata”. 50 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI In questi anni venne realizzata la seconda parte della fortezza, prolungando i lati lunghi della “rocca” antica allo scopo di proteggere il borgo dagli attacchi dei fiorentini. Si venne a formare una fortificazione a forma trapezoidale con un “cassero” (antico fortilizio) verso il borgo e con una corte circondata da alte mura di perimetro (primo cortile) e agli spigoli delle massicce torri quadrate. Negli anni successivi, Montecarlo subì numerosi attacchi e assedi da parte della milizia fiorentina, fin quando (1437) venne conquistato da Francesco Sforza, futuro duca di Milano ed allora Capitano Generale della Lega capeggiata da Firenze contro Lucca e i Visconti. La fortezza entrò così a far parte della giurisdizione della Repubblica di Firenze, e proprio i fiorentini costruirono, in adiacenza alla rocca, una nuova struttura difensiva con pianta a forma di “L” (a cavallo del ‘400), adattando l’antica struttura medievale alle nuove tecniche militari di difesa e offesa. Su uno spigolo del nuovo recinto costruirono un grandioso torrione (simile ad una “rondella”) di forma rotondeggiante all’esterno e poligonale all’interno costruendo un secondo cortile con porta sulla muratura e con l’inserimento al suo interno di alcune feritoie bombardiere per le nuove tecniche di assedio. Durante la guerra contro Siena (1554), Montecarlo venne conquistata dalle truppe franco-senesi, guidate da Piero Strozzi. In tempi successivi, la piccola fortezza continuò ad essere rafforzata con nuove opere, in parte ancora esistenti (bastioni fortificati alla “moderna”) visitati (1556) dallo stesso Cosimo I, Granduca di Toscana. Successivi restauri e ristrutturazioni (il cassero venne trasformato in abitazione) permisero che mantenesse inalterate le sue caratteristiche difensive medioevali e di transizione fino alla fine del XVIII secolo. Nel 1775 il Granduca Pietro Leopoldo decise di sopprimere la guarnigione mettendo in disarmo la fortezza che venne data in enfiteusi a privati. Domenico Taddei LA ROCCA DI STAGGIA SENESE, POGGIBONSI La rocca di Staggia senese si trova a sette chilometri da Poggibonsi verso Siena, sulla Via Cassia lungo il tracciato della via Francigena o Romea che nell’Alto Medioevo è stata una delle strade importanti per il collegamento tra il nord Europa e il sud dell’Italia e quindi con l’Oriente. Il fortilizio è costituito da due cerchie di mura molto alte (12 braccia) con torri tonde (“rondelle”) su due spigoli del perimetro poligonale e una torre quadrata quasi al centro (a cavaliere) del recinto interno a mo’ di “mastio”. Le prime notizie su questa architettura fortificata risalgono al IX-X secolo in quanto faceva parte dei possedimenti Longobardi (poi Franchi) nella Tuscia. La fortificazione, al centro di un vasto feudo (Famiglia Soarzi), rimase fino alla metà del XIII secolo sotto l’influenza della Repubblica di Siena e dalla fine del XIV secolo nell’orbita della Repubblica Fiorentina. Ebbe una prima epoca di splendore intorno alla metà del XIII secolo (difesa “piombante”). È a questa epoca che si possono far riferire il recinto murato più in alto sul poggio, la torre quadrata, un cassero – palatium Soarzi – oggi diruto. La metà del XIV segna l’epoca di maggior splendore della rocca in quanto il feudo entrò in possesso della famiglia “de’ Franzesi” – già della Foresta – che con varie alleanze ora con Firenze ora con Siena, ricostruì il sistema fortificato e organizzò all’interno della cerchia di mura varie costruzioni con un palatium con loggia (residenza fortificata) di cui oggi rimangono importanti tracce come il camino romanico/gotico con colonne in travertino a torciglione, e delle buche pontaie di grandi proporzioni che indicano la presenza di una “grande sala d’armi” con altana sorretta da pilastri ottagonali sormontati da capitelli in stile gotico a foglie di acanto e antropomorfi. La costruzione della seconda cerchia della fortificazione è attribuita alla Repubblica Senese che entrò in possesso della rocca dopo la battaglia di Montaperti. Ritornata poi sotto l’egemonia della Repubblica Fiorentina, nel 1431 furono completate le murature di perimetro e il borgo sottostante la rocca fu perimetrato di alte mura con apparato a sporgere (“terra murata di Staggia”) sotto la soprintendenza di Filippo Brunelleschi. Alla seconda metà del’400 si attribuiscono alcuni sistemi di offesa di “randenza” in quanto in un torrione tondo sono presenti tre “bombardiere a chiave rovesciata” caratteristiche dell’uso di piccole artiglierie (colubrine) tipiche del periodo di “transizione” dell’architettura fortificata. Dopo la caduta di Siena del 1553 entrò a far parte del Granducato, all’interno di un vasto Stato e perse d’importanza strategica. La fortificazione sia internamente al perimetro sia nelle aree esterne è di proprietà privata. La rocca è aperta al pubblico. Sia per l’architettura presente (porta, torre, rondelle, perimetro murario, camminamenti di ronda, mensole, beccatelli, etc.) sia per gli spazi interni del primo e del secondo cortile si presenta come un “sito” medioevale di straordinaria importanza. I grandi spazi interni liberi e la torre sono fruiti per attività pubbliche: da “museo di se stessa” a tutta una serie di attività culturali e turistiche (mostre, conferenze, etc.) di grande spessore culturale. Nella rocca, fin dal 2010, è attiva una Fondazione che valorizza la storia-memoria del luogo dando vita a itinerari contemporanei. Il direttore artistico D. Bagnoli promuove negli ampi spazi interni, con un affiatato gruppo, lo sviluppo di un viaggio interattivo creando un percorso onirico multidisciplinare: arte, storia, filosofia, letteratura, recuperato dallo straordinario mondo medioevale. Questa importante architettura fortificata valorizza un intero territorio, fa meglio conoscere lo straordinario territorio della val d’Elsa in questo gioiello ambientale che è la piccola val di Staggia tra Poggibonsi e Monteriggioni. Domenico Taddei O d 1 s S L L d c a a g r a G c p M p f f n f n g z c i r a d r e m t s I t CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI 51 Staggia (Si), come “staja” – “staio”: misura di quantità per il grano. Il piccolo villaggio ai piedi del “castello dè Soarzi” era un “mercatale”, dove tra i tanti prodotti coltivati e presenti prima del Mille, vi erano grano, orzo, avena, farro e la presenza di mulini e frantoi. LA FORTEZZA E IL MASTIO DI VOLTERRA Opera prima di Francesco di Giovanni di Matteo detto il Francione (1428-1495), fu realizzata tra il 1472-1474 nell’ambito della politica di egemonia sulla Città per il rafforzamento dei confini dello Stato verso la Repubblica di Siena da parte di Lorenzo il Magnifico. La nuova fortificazione laurenziana è a margine delle mura cittadine in un sito dominante la Città, collegato con un doppio recinto fortificato (oggi adibito a carcere) ad altre fortificazioni costituite anticamente da una torre inglobata in una “rocca” già nel 1361, al tempo della famiglia Belforti, poi ristrutturata con un bastione e una torre cilindrica adiacente alla porta a Selci, al tempo dal Duca Gualtieri, Signore di Volterra, nel 1342. Dopo la conquista e il “sacco” di Volterra nel 1472 da parte di truppe fiorentine guidate da Federico da Montefeltro, Duca d’Urbino, a seguito della guerra per il monopolio sull’allume, fu iniziata questa fabbrica, secondo i moderni canoni dell’architettura fortificata detta poi di Transizione. La Fortezza nuova attribuita al modello del Francione ha una forma quasi quadrata con agli spigoli grossi torrioni cilindrici e al centro di essa, che la sovrasta, un grosso torrione rotondo a mo’ di mastio. Le proporzioni della scarpatura e dell’elemento verticale sono completati da un elegante coronamento a sporgere in mensole e beccatelli per il camminamento di ronda che non solo è presente nella parte attribuita al Francione, ma si sviluppa sia nella parte longitudinale sia nel perimetro della parte antica (torrione rotondo interno al recinto e bastione poligonale esterno fino al perimetro della Città) dando un’immagine di grande coerenza stilistica e omogeneità a tutto il vasto complesso delle fortificazioni costruite sicuramente in tempi diversi. I contenuti di forma e di funzione di questa architettura fortificata (la forma quadrata, i grossi tor- rioni cilindrici, il mastio al centro del quadrato, e il coronamento di ronda) oltre a possibili riferimenti stilistici con altre architetture coeve (Ravenna, Imola, Pesaro, Senigallia, etc.) che non necessariamente il Francione aveva avuto la possibilità di conoscere direttamente, rappresentano l’applicazione delle teorie di architettura militare che si stavano discutendo nell’Italia Centrale (Siena con il Vecchietta e Francesco di Giorgio Martini e Urbino con Luciano Laurana) in questo periodo. L’apporto delle conoscenze trasmesse nel progetto del Francione dal Duca di Montefeltro e l’applicazione massiva delle archibugiere all’interno e all’esterno delle murature della “fortezza nuova” per risolvere i problemi della difesa radente sulle cortine per l’inserimento delle artiglierie (archibugi e spingarde), costituiscono, per molti aspetti, specie in comparazione con le fortificazioni degli anni a venire, un modello inesauribile di esperienze e un preciso punto di riferimento nelle future fortificazioni. La fortezza di Volterra (Pi), è costituita da due parti, ovvero la Rocca Antica, eretta nel 1343 e la Rocca Nuova, costruita intorno al 1472 su progetto del Francione, con recinto a forma quadrata avente agli spigoli grossi torrioni e mastio al centro del perimetro. Le due fortificazioni vennero collegate da lunghe cortine rettilinee che conferiscono a tutto l’insieme l’attuale, originale, configurazione. Quasi sempre, e tutt’oggi, luogo di detenzione, ospitò Galeotto e Giovanni dei Pazzi, che scamparono alla Congiura, il matematico Lorenzo Lorenzini e, nell’Ottocento, lo scrittore ed uomo politico Francesco Domenico Guerrazzi. 52 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Sicuramente modello in un primo periodo per molti appartenenti alla bottega del Francione: da Giuliano da Maiano, a Baccio Pontelli, a Francesco d’Agnolo detto La Cecca, Luca del Caprina, fino ad alcune esperienze dei fratelli da Sangallo o per altri di cultura non fiorentina come Francesco di Giorgio Martini, nelle fortificazioni urbinati che hanno come principale riferimento le forme rotondeggianti agli spigoli dei recinti fortificati rispetto a quelle che poi saranno le forme poligonali (specie per Giuliano da Sangallo e suo fratello Antonio) e nella ricerca delle soluzioni teoriche e pratiche delle geometrie e nelle applicazioni del “fronte bastionato”. Domenico Taddei TRENTINO ALTO ADIGE CASTEL MOOS-SCHULTHAUS Il Castel Moos (Schloss Moos in tedesco), è noto anche come Schulthaus, dal nome della famiglia che ne ha detenuto il possesso tra il XVII ed il XIX secolo. Situato nell’Oltradige, presenta le caratteristiche di una residenza nobiliare, con il nucleo più antico costituito da una torre di guardia risalente al XIII secolo. Sopra Appiano, in località Pigenò, in posizione dominante, si erge il piccolo Castello Moos (Bz), in origine una “torre fortificata” a pianta rettangolare, costruita attorno al 1250 dai signori di Rottenburg originari dalla bassa Valle dell’Inn. La torre costruita con pietre irregolari e conci squadrati negli angoli, tetto aguzzo e piccole finestre ad arco, delle quali ne rimangono due sulla parete est, è documentata nel 1270, mentre nel 1356 fu ampliata da Enrico V di Rottenburg, quale castello di caccia in quanto la zona era ricca di cacciagione. I Rottenburg possedevano poco lontano l’omonimo castello, uno dei più possenti della zona, oggi ridotto a rudere. Con l’ampliamento, la pianta dell’edificio assunse la forma ad “L”, alla quale fu aggiunto un piccolo volume nell’angolo di congiunzione tra i due corpi principali, una specie di torre di metri 2,50x2,50 con muri di 90 centimetri di spessore. Notevoli sono le pitture della “sala della caccia”, un ambiente di ritrovo conviviale, decorate verso la fine del Trecento ed i primi del Quattrocento. Sulla parete di fronte all’ingresso della sala della caccia, a sinistra è raccontata la “guerra tra gatti e topi”, ove i topi sono raffigurati come animali e camminano a quattro zampe, mentre i gatti sono in posizione eretta, come se fossero degli umani. Con ogni probabilità questa storia si collega alle antiche narrazioni dell’Egitto derivate dalla letteratura greca e giunte a Venezia da Costantinopoli al tempo delle crociate. Sul significato di questo racconto pittorico le opinioni sono diverse: il mondo alla rovescia, oppure la rivolta di Enrico V di Rottenburg contro il duca Federico d’Asburgo. Sulla parete di destra è dipinta una dama a cavallo d’un asino, che regge su di una mano un cucù e un cartiglio con la scritta parzialmente leggibile “einen esel reitet mancher…” (un asino cavalcato da certuni…), con la stessa mano la donna tiene al guinzaglio tre scimmie in procinto di afferrare altrettanti giullari. Le pitture di Castel Moos devono essere state realizzate prima del 1406, cioè prima del declino di Heinrich V di Rottenburg, dopo la morte del quale il castello fu ceduto in feudo agli Spaur, che attorno al 1550 lo ampliarono ulteriormente aggiungendo un altro volume e trasformando così la pianta ad “L” in un rettangolo delle dimensioni di metri 13,20x13,80 e sopraelevando il tutto di un piano. L’intero edificio fu poi coperto da un tetto a padiglione. Oggi è un susseguirsi di stanze e piccoli ambienti arredati con mobili del tempo e con decorazioni prevalentemente a motivi floreali: peri, meli, viti con grappoli d’uva e una grande varietà di uccelli. Su di una parete è dipinto un melograno con al centro una figura maschile vista di schiena, quasi nell’atto di girarsi per andarsene, con tra le mani una tromba e una lancia. Su di una seconda parete una quercia e tra i rami un unicorno ed ancora una coppia di cortigiani, una figura maschile vestita da gatto che cavalca un cavalluccio di pezza e uno scudiero con un copricapo da giullare. Il castello dagli Spaur passò ai Tann e nel 1617 a seguito del matrimonio di Salome von Lanser con un Schulthaus a questi ultimi che lo tennero sino alla metà del XIX secolo. Fu questo un periodo di splendore per il piccolo castello ora denominato Moos-Schulthaus; vi si celebrarono feste e ricevimenti, ma iniziò anche il declino tanto che nel 1850 passò alla famiglia Nocker da Appiano che lo utilizzò per ben 108 anni quale casa colonica sino a quando nel 1958 fu acquistato dall’imprenditore di Bolzano Walter Amonn che dette inizio al recupero c c S I p p B s d d o s a p u È 2 d O f B r p i v N d d S R d s n c t f i A G l c d l d r t c p R H c C s o r t a r CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI 53 con consistenti lavori di restauro condotti dall’architetto Erich Pattis sotto la sorveglianza della Soprintendenza dello Stato Italiano. Roberto Codroico CASTEL STENICO Il Castello di Stenico, si erge su di un dosso in posizione dominante sul villaggio che sorge ai suoi piedi ma anche sui territori delle pievi del Banale, Bleggio e Lomaso. Deve la sua importanza all’essere stato, a partire dal XIII secolo, sede del capitano delle Giudicarie per conto del principe e vescovo di Trento. Il dosso sul quale è stato costruito fu con ogni probabilità abitato già in epoca protostorica, sicuramente in epoca romana e altomedievale come attestano alcuni reperti architettonici ed affreschi, probabilmente del IX secolo quando sul dosso vi era un convento, oggi inglobato tra le mura del castello. È nominato la prima volta in un documento del 25 aprile del 1163 con il quale il vescovo Egnone d’Appiano concesse a Bozone e a suo fratello Ottone di custodire una “casa” che il vescovo aveva fatto costruire sopra il Castrum di Stenico. Bozone aggiunse una torre e la cisterna per la raccolta dell’acqua e suo figlio Alberto un “nuovo palazzo”, mentre altri interventi, probabilmente il palazzo a nord, furono realizzati al tempo del vescovo Vanga (1207-1218). Nel 1238 l’imperatore Federico II, sospeso il potere del vescovo di Trento, ordinò che tutti i castelli delle Giudicarie passassero in proprietà al podestà Sodigerio di Tito e quindi anche il castello di Stenico. Ritornato Castel Stenico in possesso del vescovo di Trento, fu da questi affidato ad un capitano che solitamente era anche capitano delle Giudicarie; non mancarono però continui contrasti e pretese sul castello e sulla nomina del capitano, contese esercitate dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini e dalle potenti famiglie degli Arco, Campo e soprattutto dai Lodron intenzionati a ricavarsi un feudo nelle Giudicarie. Al tempo del capitano Erasmo Thun e del vescovo Giorgio Lichtenstein furono intrapresi consistenti lavori di sistemazione dell’intero complesso con la costruzione di nuovi volumi adibiti a residenza e decorati con pitture ad affresco. L’aspetto del castello in questo periodo è documentato in un affresco della Torre dell’Aquila a Trento, pitture fatte pure realizzare dal vescovo Lichtenstein. Nel 1407 i trentini si ribellarono al vescovo ed occuparono il castello ponendovi Negro de’ Negri condottiero del popolo, che però dovette cederlo a Paride Lodron. Ritornata la normalità il vescovo Giovanni Hinderbach continuò l’opera di rinnovamento del castello come attesta il suo stemma e la data 1477. Con ogni probabilità fece costruire il palazzo verso sud addossato all’edificio posto a nord nella zona occidentale. Al tempo del vescovo Bernardo Cles risale la “loggetta” che collega il palazzo duecentesco con quello “Novo”, e diverse decorazioni ad affresco. Nel 1525 durante i fatti della “guerra rustica” il castello fu assediato dai rivoltosi che vi cacciarono il capitano, un fratello del vescovo. Anche i successori del vescovo Cles, i quattro vescovi Madruzzo, nominarono capitano del castello e delle Giudicarie membri della loro famiglia. Dal XVII secolo invalse l’uso tra i capitani di non risiedere più nel castello demandando le funzioni ad un sostituto. Il castello rimase sede dell’Imperial-Regio Giudizio e subì pesanti interventi di sistemazione per tale funzione. Dalla metà del secolo in poi i vescovi non nominarono alcun capitano per il Castello di Stenico che lentamente perse importanza. Durante la prima guerra d’Indipendenza, nel 1848, il castello fu occupato per pochi giorni dai volontari lombardi, mentre durante la Prima Guerra Mondiale ospitò truppe austriache e prigionieri russi. Col passaggio di Trento all’Italia il castello passò al Demanio dello Stato e, dopo esser stato adibito a caserma dei carabinieri, dal 1973 fu concesso alla provincia Autonoma di Trento ed iniziarono i lavori di restauro e recupero. Roberto Codroico UMBRIA IL CASTELLO BUFALINI A SAN GIUSTINO Il Castello Bufalini, situato al centro dell’abitato di San Giustino (Pg), al confine con la Toscana, sorge nel luogo dove esisteva un antico fortilizio, le cui prime notizie risalgono al 1262; di proprietà della famiglia ghibellina dei Dotti, è assediato e devastato nel 1388 dai Malatesta, allora signori di Sansepolcro, e poi riparato nel 1417 per volontà del famoso capitano di ventura umbro Braccio Fortebracci che vi insedia i castellani. Dopo la bat- Il castello di Stenico (Tn), è situato in un punto strategicamente rilevante, per la posizione di controllo che assume dei territori ad ovest di Trento. Le sue vicende sono legate ai principi vescovi di Trento, che esercitavano anche la giustizia. Più volte modificato nel corso dei secoli, durante la dominazione austriaca fu sede amministrativa. 54 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Vista del castello Bufalini con la torre est in primo piano. A sinistra della torre si trova il prospetto principale posto a sud-est con l’accesso dal ponte levatoio sul profondo fossato e la loggia attribuita al Vasari al piano nobile. All’angolo sud si scorge la torre campanaria con l’orologio. Sia il maschio che il prospetto nord-est sono provvisti di raffinati beccatelli in laterizio; sono chiari analizzando la muratura gli interventi di ristrutturazione cinquecenteschi. taglia di Anghiari del 1440, che arresta l’espansione dei Visconti di Milano verso l’Italia Centrale, San Giustino diviene un luogo di frontiera ed il suo fortilizio medievale diventa uno strategico avamposto militate per la difesa del territorio di Città di Castello. Assalito, incendiato e distrutto varie volte, il fortilizio fra il 1487 ed il 1492 diventa di proprietà di Niccolò Bufalini di Città di Castello, che lo trasforma in un’ampia fortezza su progetto dell’architetto romano Mariano Savelli e le indicazioni di Giovanni e di Camillo Vitelli. La fortezza ha pianta quadrangolare con quattro torri angolari sulle quali domina il Maschio; i percorsi fra le torri sono raccordati da camminamenti di ronda con piombatoi; il complesso è difeso da un ampio e profondo fossato a pianta stellare con ponte levatoio. La nuova fortezza presenta le caratteristiche dell’architettura militare del periodo di transizione in cui convivono elementi di difesa tipici del medioevo, con altri della moderna difesa radente sviluppata con l’uso della polvere da sparo. A partire dal 1530 l’abate Ventura ed il fratello Giulio Bufalini, già trasformano la fortezza in un palazzo fortificato con varie stanze distribuite intorno ad un cortile interno con due lati porticati su progetto di Giovanni di Alesso, architetto fiorentino della cerchia dei Sangallo, al servizio del granduca di Toscana Cosimo I; spicca come elemento architettonico signorile del palazzo fortificato l’ampia loggia cinquecentesca sopra il ponte levatoio attribuita a Giorgio Vasari. Per la decorazione interna i fratelli Bufalini chiamano Cristofano Gherardi, discepolo del Vasari e nativo del luogo, estroso e raffinato pittore di formazione manierista che, fra il 1542 ed il 1552, dipinge favole mitologiche nella torre maestra e nelle numerose stanze del castello. Durante l’ultimo decennio del Seicento ed i primi del Settecento, con il progetto dell’architetto-pittore tifernate Giovanni Ventura Borghesi, il palazzo Bufalini, già centro di una grossa fattoria, viene ristrutturato come amena villa di campagna, con un reimpiantato giardino “all’italiana”, raro esempio in Umbria, irrigato dalle acque del fiume Vertola tramite un condotto sotterraneo ed una reglia. Nel giardino del Castello sono presenti le maggiori varietà di frutta, agrumi con limonaia, la ragnaia, fiori rari, erbe officinali, ortaggi ed un labirinto impiantato nel 1692. Nel 1789 un violento terremoto che investe tutto il territorio, provoca il crollo dell’antico campanile e delle sopraelevazioni dell’edificio, oltre il distacco di alcuni affreschi del Gherardi. Con l’avvento della Repubblica Francese nel 1798 i Bufalini sono spogliati del titolo nobiliare; gli ultimi proprietari eredi della famiglia Martini Bernardi Bufalini lo cedettero nella seconda metà del ‘900 al Comune di San Giustino. Nel luglio del 1989 il Castello Bufalini è stato acquisito dal demanio dello Stato con la finalità di destinarlo a museo di se stesso, in quanto esso è una delle poche dimore storiche che conserva gran parte dell’arredo di pertinenza, costituito da una raccolta archeologica e di dipinti, da mobili, tessuti storici, vari oggetti di ornamento, ceramiche e cristalli, che suggeriscono l’atmosfera di un ambiente vissuto da un’antica famiglia umbra; l’unicità del castello è costituita inoltre dall’esistenza dell’Archivio di famiglia, uno fra i più importanti archivi privati d’Italia. Il Castello Bufalini con le sue stanze arredate, il suo sistema difensivo praticamente integro e i suoi splendidi giardini tenuti in ottime condizioni, è aperto al pubblico per visite guidate; dal 2008 è affidato alla neo Soprintendenza per i Beni Storici Artistici e Etnoantropologici dell’Umbria, che ha preso in carico i recenti lavori di restauro. Patrizia Materazzi PALAZZO BOURBON A MONTE SANTA MARIA TIBERINA La storia di questo insediamento, posto ad ovest di Città di Castello, tra Umbria e Toscana, è strettamente legata alla sua posizione geografica. Il borgo murato, sviluppatosi intorno all’alta torre, domina a 360° il territorio e la sottostante Valle del Tevere da una altezza di 690 metri s.l.m.. Monte Santa Maria Tiberina (Pg) si trova al centro di quello che fu il Marchesato di Monte S. Maria, un feudo imperiale molto singolare di cui ne esistono pochissimi altri esempi in Italia; esso deve la sua esistenza e la sua sopravvivenza per circa cinque secoli e mezzo alla posizione strategica della sua inespugnabile roccaforte. Il castrum Munte Sante Marie, divenne nel 1250 la roccaforte di Guido di Montemigiano, che da quel momento diede al ramo della famiglia l’appellativo di Marchesi del Monte Santa Maria. Il M.se Guido discendeva da una famiglia dalle origini antichissime, riconducibili con certezza alla figura di Raynerius o Ranieri, marchese di Toscana dal 1014 al 1027; i suoi discendenti governarono per secoli gran parte dell’Alta Valle del Tevere, attraverso circa cento fra rocche e castelli costruiti in diversi punti strategici del territorio. Nel 1355 fu eretto a marchesato autonomo dall’Imperatore Carlo IV, ottenendo concessioni e privilegi che vennero rinnovati con un successivo diploma del 1699 dall’Imperatore Leopoldo d’Asburgo; esso divenne così un piccolo Stato sovrano incuneato tra la Toscana e lo Stato della Chiesa. Il marchesato sopravvisse fino al 1815 quando, a seguito del Congresso di Vienna, si decise la soppressione dei piccoli feudi, autorizzando così il Granduca Ferdinando di Lorena ad annetterlo al Granducato di Toscana. L P r O a l p p s n I i s i G a d b c S q a s m d v L s p t b N p q d d S CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI 55 Facciata principale di Palazzo Bourbon del Monte vista dalla strada di accesso alla piazza situata alla sommità del borgo murato: è ben visibile la superba torre campanaria, eretta su un lato del piccolo cortile interno, che svetta su tutto il territorio circostante. Adiacenti al Palazzo Marchionale, lungo la via principale del paese, sono visibili altre due residenze, e di fronte un terzo edificio fortificato con merlatura alla guelfa, tutti appartenuti ad altrettanti rami della famiglia. L’odierno territorio comunale, oggi in provincia di Perugia ma fino al 1927 in Provincia di Arezzo, ricalca fedelmente i confini dell’antico marchesato. Ogni ramo della nobile Famiglia dei Marchesi, che aggiunsero solo nel XVI secolo il nome Bourbon al loro titolo nobiliare, costruì a Monte S. Maria la propria residenza privata, così da edificare cinque palazzi che, con i loro prospetti dai caratteri rinascimentali, si dispiegano lungo la via che divide nettamente in due la parte alta del borgo. Il Palazzo Bourbon del Monte, denominato spesso il Castello o Palazzo Marchionale, è stato edificato sulle strutture del preesistente castello tra il 1564 e il 1614 dal M.se Bartolomeo e da suo figlio il M.se Gianbattista. Le tracce delle antiche strutture sono ancora visibili nell’edificio: le prigioni all’interno della torre, le mura castellane con le feritoie inglobate nel prospetto che si apre verso valle, e le due cisterne medievali. Si trova alla sommità del borgo e si articola per quattro piani. Le sale al piano terra sono coperte da ampie volte in laterizio, mentre il piano nobile era sormontato da soffitti in legno a cassettoni riccamente decorati, andati persi quasi del tutto a causa dello stato di abbandono in cui il palazzo si è trovato dalla seconda metà dell’Ottocento fino al 1990. Le ampie stanze prendono luce, oltre che dalle finestre poste sulle lunghe facciate laterali, anche da un piccolo cortile interno dal quale svetta la poderosa torre che domina tutto il territorio circostante, ed è ben visibile anche dal vicino Castello di Lippiano. Nel 1894 il M.se Gianbattista Francesco vendette il palazzo e tutte le sue proprietà a Monte S. Maria. Da questo momento in poi l’edificio cadrà in uno stato di abbandono e verrà pesantemente danneggiato durante i bombardamenti del 1944. Si dovrà aspettare il 1990, anno in cui il Comune acquista il palazzo, per poter iniziare l’opera di salvataggio di questo edificio, simbolo e testimonianza della storia millenaria di Monte S.Maria Tiberina. Patrizia Materazzi VENETO CASTELLO INFERIORE DI MAROSTICA Nel 917 il duca del Friuli donò alla sede vescovile di Padova il territorio tra l’Astico e il Brenta, che comprendeva anche Marostica; il documento fu arbitrariamente interpretato come una donazione estesa anche alla sede vescovile di Vicenza, di conseguenza il Vescovo di Vicenza si sentì autorizzato a dare per Marostica l’investitura agli Ezzelini sin dal 1100. Marostica è situata vicino a Vicenza, città che i Padovani volevano sottrarre agli Scaligeri; di conseguenza anch’essa venne gravemente devastata. Fu perciò realizzato un imponente apparato difensivo che comprendeva i due Castelli, il Castello Superiore ed il Castello Inferiore, difesi dalla stessa cinta di mura merlate. Gli Scaligeri conquistarono il territorio vicentino, che comprendeva anche Marostica, nel 1311, con Cangrande Della Scala. Un dominio che durò poco più di un secolo, ma che lasciò la sua significativa impronta. Con Cangrande si avviò il progetto difensivo e di rimodulazione urbanistica della città, spostando il centro storico dall’antico Borgo, di epoca romana e medioevale, 56 CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI Marostica (Vi), è posizionata alla base delle Prealpi Vicentine. Dopo il possesso da parte di Ezzelino III da Romano, di Vicenza e dei Carraresi, venne conquistata nel 1311 da Cangrande I della Scala che eresse una cinta difensiva a protezione del borgo collegandola al Castello inferiore (a diretta difesa del borgo) ed al Castello superiore, situato alla sommità del colle. Una terza fortificazione, con la torre oggi trasformata in campanile, sorgeva nel centro abitato per contrastare il nemico che, una volta penetrato al suo interno, poteva tentare di risalire la collina. all’attuale centro interno alle mura. Furono perciò realizzati i due castelli: il Castello Inferiore, detto anche Castello da Basso, e il Castello Superiore. Si delineò in tal modo la tipologia della città murata che prevedeva il Castello di vetta, il borgo mercato e il Castello da basso, seguendo il pendio della collina fino alla prospiciente pianura. Veniva favorita un’espansione del borgo con la definizione di nuovi spazi architettonici, civili, istituzionali e commerciali (considerando l’origine mercantile degli Scaligeri), oltre a soddisfare le indispensabili esigenze di sicurezza. Era garantita l’accoglienza a tanti civili e militari con le loro attrezzature, con soluzioni che si dimostrarono efficienti e valide fino al secolo XIX secondo uno schema esportato anche a Bassano e a Serravalle. La costruzione delle mura, che seguivano il pendio del colle Pausolino, munite di fossato nella parte pianeggiante, e che collegavano i due castelli, iniziò nel marzo 1372 per volontà di Cansignorio figlio di Cangrande. Lo spostamento a valle dell’antico borgo prevedeva terreni coltivabili per resistere ai lunghi assedi. Sono quattro le porte che permettono di accedere al centro storico fortificato: la Porta Vicentina a sud che si collega al Mastio del Castello inferiore, quella Breganzina ad ovest, la Bassanese ad est e la Porta del Castello Superiore a nord. Lungo le mura si distinguono i camminamenti, utilizzati per il servizio di guardia. Dopo la guerra della Lega di Cambrai (1508-1510) il podestà trasferì la sua sede e residenza dal Castello Superiore, assai danneggiato dalle truppe imperiali, al Castello Inferiore. Il Castello superiore era a base quadrata con quattro piccole torri angolari ed una grande torre centrale, eretta su una torre romana utilizzata anche in epoca medievale, come ricordano documenti del 1262. Già ai primi del secolo XVI questo castello mostrava segni di degrado. Il Castello Inferiore sorse intorno 1312, ma fu dopo il 1339 che, con Mastino II, avvenne il suo completamento. Si tratta di un tipico castello-recinto, a pianta rettangolare con quattro torrette quadrate negli angoli, inglobante un imponente Mastio. Gli accessi nord-sud erano due, con ponte levatoio e battiponte sul fossato con acque del fiume Roza. Le torrette angolari sulle cortine e la solidità dell’architettura con grandi loggiati con pilastri ottagonali e su due livelli ricordano il modello del Palazzo comunale lombardo e ne confermano l’origine scaligera. I consigli comunali si svolgevano al piano superiore nella Sala del Consiglio (composto dai rappresentanti di nobili famiglie), coperta da travi a vista con annessa la cappella privata del Podestà. Questi aveva una comoda e decorosa residenza, ma riceveva in una Sala d’onore o di rappresentanza affrescata con una Madonna con bambino e dotata di due anticamere. Domenico Caso CASTELLO DI SOAVE A breve distanza da Verona sorge in Val Tramigna il Castello Scaligero di Soave, restaurato a fine Ottocento a cura del proprietario sen. Camuzzoni, già Sindaco di Verona fino al 1883. Al Castello si accede attraversando un pre-castello, dopo essere passati dal borgo alla cittadella, secondo uno schema riscontrabile in altre città fortificate italiane. Infatti, le città fortificate scaligere erano concepite come cittadelle del tutto autosufficienti in grado di resistere a lunghi assedi. Appartenuto ai conti di Sambonifacio di Verona, da quanto si evince da un diploma di Federico Barbarossa ebbe come proprietari Ezzelino da Romano, Podestà di Verona CINQUANTA CASTELLI PER CINQUANTA ANNI nel 1126 passando poi ai conti Greppi di Verona fino al 1270, quando al comune di Verona si insediò un capitano. Il paese acquistò prestigio sotto i Della Scala, divenendo sede di capitanato con ben 22 paesi sottoposti. Nel 1270 il Castello passò al comune di Verona e a Mastino I che, pur con forme democratiche di governo divenne dominatore assoluto e proprietario del Castello, poi rinforzato dal fratello Alberto I. Il Castello subì nuove modifiche e fu rinnovato nel 1379, da Cansignorio, figlio di Cangrande Della Scala, che realizzò per il paese una cinta muraria ancor oggi visibile dotata di tre porte per accedere alla cittadella fortificata. Il Castello subì le vicissitudini politiche conseguenti alla caduta della dinastia scaligera, con il passaggio ai Visconti di Milano e, successivamente, ai Carraresi di Padova. Nel 1405 venne conquistato dall’esercito della Repubblica di Venezia, che lo sottrasse ai Padovani con l’aiuto degli abitanti di Soave. Nel 1439, Soave fu conquistata dai Visconti guidati da Niccolò Piccinino, ma per breve tempo in quanto l’esercito veneziano riprese il controllo del territorio circostante. Nel 1508 con la Lega di Cambrai, Soave e il Castello subirono devastazioni, un incendio e l’uccisione di centinaia di suoi abitanti. Nel 1511 la Serenissima, riacquistato il possesso del Castello, grazie anche all’eroismo degli abitanti di Soave, fece dono alla città dell’Antenna e dello stendardo con il leone alato. Ormai le tecniche di difesa del Castello erano inadeguate a fronte dell’uso sempre più massiccio di armi da fuoco e la struttura fortificata fu data in affitto alla famiglia dei Gritti, che lo 57 cedettero a privati in subaffitto. Le mura formano un ampio quadrilatero con ventiquattro torri con merli ghibellini a coda di rondine. Le cortine murarie, alte dai dodici ai diciotto metri, sono coronate in alto da merli rastremati nella parte superiore, a doppio spiovente. Il Castello ha tre cortili di diversa dimensione, di cui il primo, di più recente costruzione, realizzato nel XV secolo, mostra i resti di una piccola chiesa con tre absidi del X secolo, forse rifugio dalle incursioni degli Ungari. Al secondo (il più antico) cortile si accede da una porta con saracinesca; sulla porta ovest si conserva un affresco del 1321 che raffigura una Madonna al cospetto di fedeli inginocchiati. Si nota inoltre la presenza di una porta di soccorso, destinata ai rifornimenti. Nel terzo più piccolo ed elevato cortile, che si raggiunge mediante una scaletta in legno, sorge l’imponente Mastio, su possente basamento tronco piramidale; in basso, da una piccola apertura, si accede ad un ambiente quadrato, probabilmente adibito a luogo di tortura e di prigione. Un pozzo e la stanza del corpo di guardia si trovano nella corte insieme ad altri alloggi per soldati e all’abitazione del Capitano, che per l’essenzialità dell’edificio era adatta a brevi soggiorni e mai fu una residenza stabile. Altri ambienti significativi sono La Caminata, una camera da letto con affresco del Duecento, una sala da pranzo ed un altro ambiente che raccoglie dei ritratti di personaggi storici come Cansignorio e della cultura come Dante. Domenico Caso Poco distante da Verona, Soave conserva intatta la sua cinta difensiva, così come Marostica, Cittadella e Montagnana. Le sue mura vennero erette nel 1369 dagli Scaligeri per difenderla dagli attacchi dei Sambonifacio e dai Veneziani. Le mura salgono verso il castello sulla collina che, già esistente in età alto medievale, fu successivamente ampliato dai Veronesi nel Trecento e, nel secolo XV, da Venezia. 58 RECENSIONI CASTELLA MARCHIAE N.12/13 – 2010/2013 RIVISTA DELL’ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI – SEZIONE MARCHE > Nel 2014 l’Istituto Italiano dei Castelli e la sua Sezione Marche celebrano il loro 50° anno dalla fondazione. Particolarmente significativa, quindi, appare l’uscita del n. 12/13 della rivista “Castella Marchiae”, organo dell’Istituto e della Sezione, unico in Italia a rappresentare nel settore dei castelli una singola regione; rivista scientifica che ha raggiunto il suo 17° anno di vita, fondata e diretta dal 1997 dal Prof. Arch. Fabio Mariano, ordinario di Restauro Architettonico presso l’Università Politecnica delle Marche e membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto. Questo corposo numero, ricco di ben 17 saggi in 200 pagine, edito dal Lavoro editoriale di Ancona, raccoglie i contributi scientifici di vari autori specialisti nella materia dell’architettura fortificata, con particolare riguardo al territorio marchigiano. Nell’editoriale, Fabio Mariano ha colto l’occasione per ricordare due soci, due carissimi amici e preziosi collaboratori della Rivista recentemente scomparsi: il Prof. Arch. Paolo Taus, attivo membro della Sezione Marche ed autore di numerosi saggi sulle fortificazioni di Fano; l’Ing. Dino Palloni, noto, attivo ed apprezzato membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto e della stessa rivista “Castella Marchiae” sin dal suo primo numero. Fra i saggi si segnalano quelli di Annalisa Paoloni, che analizza la formazione del complesso dell’Abbazia fortificata di S. Maria in Insula a Cessapalombo (MC): un edificio di fondazione benedettina dell’VIII secolo, di eccezionale interesse come secolare palinsesto architettonico ed artistico. Quindi due saggi, di Rossano Cicconi e di Pio Pistilli, analizzano dal punto di vista storico documentario e tipologico un manufatto militare e residenziale pressoché inedito: la rocca di Colonnalta presso S. Ginesio, posta controllo della vallata di Pian di Pieca da parte della famiglia dei Brunforte. Originariamente risalente al XIII secolo. Colonnalta è stata oggetto di campagne di scavo, promosse dall’arch. Giuseppe Gentili e seguite dal prof. Pistilli, che ne hanno rivelato il singolare impianto modulare del castellare, opera di maestranze extra marchigiane, probabilmente di cultura d’oltralpe, che ricordano, ad esempio, il Donjon de Gouzon a Chauvigny o quello dello Château de Niort, elevato da Enrico II Plantageneta per Eleonora d’Aquitania. Valeria Fortunato analizza qui la Rocca del Sasso di Verucchio, ed in particolare il suo torrione poligonale di età malatestiana, valutando dalle sue caratteristiche tipologiche una sua più certa datazione quattrocentesca. Andrea Di Nicola affronta i problemi attributivi della Rocca di Cittareale nel reatino, già nel Regno aragonese, chiarendo meglio la figura e l’apporto dell’architetto militare Antonio Marchesi da Settignano, figura cui già fu attribuito dal Mariano (1989) il progetto della Rocca Costanza di Pesaro, che si configura sempre più come uno dei più interessanti ed attivi epigoni delle teorie fortificatorie di Francesco di Giorgio Martini. Alessandra Castelbarco Albani ripercorre, attraverso l’architettura della Villa Imperiale di Pesaro - articolata fra residenza e manufatto difensivo - il rinnovo della fabbrica quattrocentesca con la costruzione della sua ala sforzesca ad opera di Girolamo Genga (allievo di Raffaello), voluta da Eleonora Gonzaga sui colli del S. Bartolo per gli otia di suo marito Francesco Maria della Rovere. Se ne evidenzia il valore dell’opera monumentale come orgogliosa esibizione dell’aggiornamento culturale della corte sforzesca proprio nel periodo della sua maggiore crisi politica seguita alla morte di Giulio II. Fabio Mariano ripercorre la figura di Giacomo Fontana, uno dei più validi architetti militari del XVI secolo, ma anche uno dei più interessanti teorici dell’urbanistica di quel periodo. Con la sua lungimirante Relazione su Ancona dedicata a Sisto V Fontana fu inoltre un sorprendente anticipatore dei successivi piani che trasformarono la città nei secoli successivi. Paolo Cruciani traccia l’evoluzione delle mura del circuito difensivo di Macerata, nella sua perimetrazione definitiva, quando i due originari nuclei dell’abitato giunsero a fondersi in un unico pomerio, definito tra la metà del XIV, su iniziativa del cardinale guerriero Egidio Albornòz, ed il terzo decennio del XVI secolo, quando vi venne chiamato ad operare l’architetto militare imolese Cristoforo Resse, allora architetto della Santa Casa e collaboratore di Antonio da Sangallo Jr. nella costruzione delle fortificazioni lauretane. Tommaso Carpegna offre una inedita storia del palazzo fortificato che la sua famiglia - signori liberi, per investitura imperiale, di un territorio che si estendeva al confine tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana – edificò sull’antica rocca fra il 1674 e il 1696. Un monumento poco conosciuto, vasto e di sobria fattura, disegnato dall’architetto romano Giovanni Antonio De Rossi. Claudio Bruschi chiarisce la figura del Maggiore del Genio Militare piemontese Giuseppe Morando, una delle figure centrali nella stesura del piano di difesa della piazzaforte di Ancona dopo l’Unità d’Italia. Fu autore della corona dei forti suburbani e della costruzione della Caserma Villarey. Fabio RECENSIONI Marcelli, sulla base di inedite ricerche d’archivio, ripercorre gli interventi del primo Soprintendente ai monumenti delle Marche, Giuseppe Sacconi, sulle fortificazioni di Loreto, nel contesto del più ampio restauro del complesso mariano operato dall’architetto marchigiano alla fine del XIX secolo. Aggiunge poi l’esegesi degli interventi dell’architetto Guido Cirilli – suo epigono e collaboratore diretto – che ne proseguì l’opera dopo la sua scomparsa nel 1905. L’analisi comparata dell’opera specifica svolta dai due professionisti a Loreto viene così a costituire una interessante occasione di confronto metodologico ed un capitolo originale sull’evoluzione delle teorie del restauro a cavallo dei due secoli. Fabio Mariano illustra il restauro della Rocca di Staggia Senese presso Poggibonsi, curato dal Prof. Domenico Taddei, già presidente del C. S. dell’Istituto, cui è stata conferita la Targa dell’Istituto 2008. Lo sviluppo del castello dovrebbe risalire all’opera di Ildebrando Lambardi alla fine del X secolo, tuttavia la sua configurazione prevalente si data alla fine del XIII secolo quando venne riedificato, in forme marcatamente nord europee, sotto la protezione imperiale teutonica e ristrutturato nel 1372 e nel 1432, a configurare l’alta torre quadrangolare cui sembra abbia sovrainteso Filippo Brunelleschi per la Repubblica di Firenze. La sezione Itinerari illustra sinteticamente il vasto patrimonio fortificatorio delle Marche, la arricchiscono due saggi: uno dedicato da Giusy Scendoni al castrum di Ortezzano nella media Valle dell’Aso in provincia di Fermo, creato per difendere i domini farfensi nelle Marche. L’altro, di Elisa Baldassarri, analizza il borgo murato di Petrella Guidi, nel Montefeltro, un insediamento della fine del XIII secolo articolato intorno al mastio centrale che conserva l’originaria e suggestiva struttura medioevale a sviluppo radiale. Fabio Marcelli, infine, rende omaggio al fondatore (nel 1964), del nostro Istituto dei Castelli, l’architetto Piero Gazzola (1908-1979): uno dei teorici e padri fondatori della disciplina scientifica del restauro architettonico contemporaneo, con la recensione dell’ottimo volume di Claudia Aveta: Piero Gazzola, Restauro dei monumenti e tutela ambientale, (E.S.I., Napoli 2007). Pietro Fenici PROGETTO CITTADELLA 1994/201, A CURA DI SEBASTIANO GIANNESINI, BIBLIOS, 2013 > Il testo riporta con altri autori una lettura critica del progetto di restauro di Patrizia Valle realizzato in quasi un ventennio della cinta muraria fortificata di Cittadella presso Padova. L’architetto Patrizia Valle ( membro ICOMOS) ha una lunga esperienza nel campo del restauro di singoli manufatti e della consulenza per il recupero di siti a rischio in Europa, in Turchia e a Rodi. Il testo ha come sottotitolo” Restauro e ri-Animazione delle mura di Cittadella” e riporta anche una cronologia degli interventi conservativi avvenuta per fasi successive. Altri interventi sono stati effettuati dal 2001 al 2013 su singoli episodi come Palazzo Mantegna, Casa e facciata del Teatro Sociale e, Campo dei Giganti, Teatro all’aperto, porte citta- dine. Le immagini inserite nella pubblicazione ben evidenziano l’estensione e la qualità dell’intervento conservativo nei confronti di un modello difensivo che include un tracciato viario e gli accessi. La caratterizzazione del centro abitato racchiuso in un territorio limitato ha favorito una razionalizzazione degli spazi e delle funzioni con la presenza di zone verdi in prossimità delle mura esternamente circondate da fossato. Si definisce un modello di città fortificata secondo un disegno, persistente e ben conservato, che racconta di un’epoca trascorsa e che annovera anche altri esempi nel solo Veneto. Il testo, oltre alle foto che testimoniano lo stato dei luoghi prima e dopo l’intervento di restauro con lo stato di degrado biologico per l’esposizione alle intemperie, le piante parassite in grado di provocare sollecitazioni meccaniche nei paramenti murari, riporta disegni del progetto nelle singole aree di intervento con indicazione dei punti dove è necessario recuperare o sostituire mattoni, intonaci e affreschi. Infatti al restauro delle porte si è connesso il rapporto tra architettura e pittura, che caratterizza tutto l’insieme delle mura , per cui al consolidamento statico con interventi visibili e reversibili si è abbinato il rinvenimento e conservazione di simboli delle Signorie che si sono avvicendate nel governo di Cittadella come i Carraresi e i Sanseverino e il recupero di intonaci originali opportunamente sigillati e conservati. Per i nuovi interventi sono stati utilizzati legno,vetro e acciaio, come in Campo dei Giganti per contrapporre leggerezza trasparenza alla gravità delle Mura, l’acciaio per la sua resistenza e durata abbinato a nuovo laterizio e calcestruzzo, utilizzato per il consolidamento di murature e fondazioni. l libro riporta nelle pagine iniziali due contributi critici, uno di Roberto Masiero ”Tra le Mura “ l’altro di Franco Purini “La reinvenzione del Paesaggio”che dissertano su alcune teorie del restauro come quella di Cesare Brandi, sulla qualità anche simbolico-geografica del recupero conservativo delle mura di Cittadella, sul rapporto tra vecchio e nuovo, come ad esempio nel settore nord-ovest una breccia nella continuità delle mura durante la guerra di Cambrai ha reso possibile la realizzazione di una moderna scala in legno e acciaio di accesso alle mura. Seguono i contributi di Mario Massimo Cherida “Il restauro delle Mura, di Mirella Baldan “Preliminari al restauro”, e di Valeriano Pastor dal titolo”Completamento?”. Nelle ultime pagine il testo si trasforma in un’ utile guida per eventuali visitatori di Cittadella, con ben undici itinerari per promuovere una musealità diffusa come per la ricostruzione del cammino di ronda che definisce un percorso in grado di collegare più spazi sociali ed espositivi con vari punti di risalita. Vengono ripristinati antichi percorsi tra la Casa del Capitano e Porta Bassano, il Torrione di Porta Vicenza è raggiungibile con moderno ascensore panoramico, altro collegamento in discesa in legno e acciaio conduce alla Chiesa del Torresino nuovo spazio espositivo e alla sala conferenze e altri spazi museali nella Torre Malta, poi Porta Treviso e Porta Padova con le Gallerie. Domenico Caso 59