DIO
Dio creando l'uomo a propria immagine, ha iscritto nel suo cuore il desiderio di vederlo.
Anche se tale desiderio è spesso ignorato, Dio non cessa di attirare l'uomo a sé, perché viva e trovi
in lui quella pienezza di verità e di felicità, che cerca senza posa. Per natura e per vocazione,
l'uomo è pertanto un essere religioso, capace di entrare in comunione con Dio. Questo intimo e
vitale legame con Dio conferisce all'uomo la sua fondamentale dignità.
Partendo dalla creazione, cioè dal mondo e dalla persona umana, l'uomo, con la sola
ragione, può con certezza conoscere Dio come origine e fine dell'universo e come sommo bene,
verità e bellezza infinita. L'uomo, nel conoscere Dio con la sola luce della ragione, incontra molte
difficoltà. Inoltre non può entrare da solo nell'intimità del mistero divino. Per questo, Dio l'ha
voluto illuminare con la sua Rivelazione non solo su verità che superano la comprensione umana,
ma anche su verità religiose e morali, che, pur accessibili di per sé alla ragione, possono essere così
conosciute da tutti senza difficoltà, con ferma certezza e senza mescolanza di errore. Si può parlare
di Dio, a tutti e con tutti, partendo dalle perfezioni dell'uomo e delle altre creature, le quali sono un
riflesso, sia pure limitato, dell'infinita perfezione di Dio. Occorre, tuttavia, purificare
continuamente il nostro linguaggio da quanto contiene di immaginoso e imperfetto, ben sapendo
che non si potrà mai esprimere pienamente l'infinito mistero di Dio.
Dio, nella sua bontà e sapienza, si rivela all'uomo. Con eventi e parole rivela Se stesso e il
suo disegno di benevolenza, che ha prestabilito dall'eternità in Cristo a favore dell'umanità. Tale
disegno consiste nel far partecipare, per la grazia dello Spirito Santo, tutti gli uomini alla vita
divina, quali suoi figli adottivi nel suo unico Figlio.
Dio sceglie Abram chiamandolo fuori del suo Paese per fare di lui «il padre di una
moltitudine di popoli» (Gn 17,5), e promettendogli di benedire in lui «tutte le Nazioni della terra»
(Gn 12,3). I discendenti di Abramo saranno i depositari delle promesse divine fatte ai patriarchi.
Dio forma Israele come suo popolo di elezione, salvando lo dalla schiavitù dell'Egitto, conclude con
lui l'Alleanza del Sinai e, per mezzo di Mosè, gli dà la sua Legge. I Profeti annunziano una
radicale redenzione del popolo e una salvezza che includerà tutte le Nazioni in una Alleanza nuova
ed eterna. Dal popolo d'Israele, dalla stirpe del re Davide nascerà il Messia: Gesù. È quella attuata
nel suo Verbo incarnato, Gesù Cristo, mediatore e pienezza della Rivelazione. Egli, essendo
l'Unigenito Figlio di Dio fatto uomo, è la Parola perfetta e definitiva del Padre. Con l'invio del
Figlio e il dono dello Spirito la Rivelazione è ormai pienamente compiuta, anche se nel corso dei
secoli la fede della Chiesa dovrà coglierne gradualmente tutta la portata (Dal Catechismo
della Chiesa cattolica. Compendio 45-73)
In Israele Dio è presentato come Dio vivente, Dio di amore, delle promesse,
dell’alleanza, dell’esodo, come Dio unico e vero, unico salvatore, Santo che dona la sua
santità al popolo eletto. Gesù assume la rivelazione di Israele su Dio e la porta alla perfezione
presentandolo come Padre, amore e dono totale, rivelando il mistero della Trinità.
IO CREDO
Per il cristiano credere in Dio è inseparabilmente credere in Colui che Egli ha
mandato , “il suo Figlio prediletto”, nel quale si è compiaciuto (Mc 1, 11). Dio ci ha detto di
ascoltarlo. Possiamo credere in Gesù Cristo perché Egli stesso è Dio, il Verbo fatto carne:
“Dio nessuno lo ha mai visto; proprio il Figlio unigenito, che è ne l seno del Padre Lui ce lo
ha rivelato” ( Gv 1, 18). Poiché Egli “ha visto il Padre” ( Gv 6, 46) è il solo a conoscerlo e a
poterlo rivelare. ( CCC 151 )
SIMBOLI
Le principali verità rivelate da Gesù Cristo sono indicate nelle professioni di fede,
chiamate “simbolo”, ossia “segno di riconoscimento”, “tessera”.
I simboli come formulazioni scritte e pregate, sono l'esito di una lunga storia di
riflessione, dibattiti, e fede vissuta. Condensano in sé una grande profondità storica: nei loro
articoli si è «sedimentata la memoria della lunga storia di Dio con gli uomini». In genere i
Simboli sono costruiti secondo uno schema ternario, con riferimento alle persone della
Trinità. I loro enunciati sono detti “articoli”, cioè piccoli arti (come le ali), che non hanno
autonomia in sé ma in quanto parti di un organismo vivente.
Avevano mosso i primi passi gli apostoli, proponendo brevi formule imperniate su
Cristo o la Trinità, che risultano simboli in embrione. Per esempio Paolo: «Se confesserai con la
tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti,
sarai salvo» {Rm 10,9). (Brani simili si trovano in At 2,36; I Cor 15,3-5; Mi 28,19; Ef 4,4-6).
Nei secoli successivi i cristiani delle varie denominazioni hanno elaborato testi via via
più ampi, ma sempre essenziali, che esprimevano le principali verità di Fede. Sono simboli di
fede quello atanasiano, attribuito a sant'Atanasio, ma in realtà composto da un autore ignoto fra
il 430 e il 542, e anche il recente limpido credo del popolo Di Dio, dettato da Paolo VI nel
1968: una versione arricchita e autorevole dei Simboli antichi.
I Simboli più noti della Chiesa cattolica sono due e vengono recitati
alternativamente nei giorni festivi durante la Santa Messa.
Il SIMBOLO DEGLI APOSTOLI
è la più antica formula di fede adottata nella Chiesa latina, già usata a Roma nel
3° secolo per i battesimi. Lo si riteneva redatto dai dodici apostoli, ed era suddiviso in dodici
articoli. Gli apostoli lo avrebbero composto a Gerusalemme prima di separarsi per portare il
vangelo fino ai confini della terra. La notizia non è certa, ma di fatto «il testo risulta fedele alla
fede degli apostoli» (sant'Ambrogio). E ha avuto un ruolo sostanzioso nella crescita della
Chiesa. Il testo è il seguente :
Io credo
in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra.
E in Gesù Cristo, suo unico Figlio,nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo,
nacque da Maria Vergine,patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli
inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre
onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti.
Credo nello Spirito Santo,
la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi,
la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.
IL SIMBOLO NICENO-COSTANTINOPOLITANO
è il simbolo niceno, approvato dal Concilio di Nicea nel 325 e arricchito nel Concilio di
Costantinopoli del 381. Il testo del Simbolo, introdotto nella Messa nel 5° secolo in Spagna e
Gallia, e stabilmente a Roma nel secolo undicesimo, è il seguente :
Credo
in un solo Dio, Padre onnipotente Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose
visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima
di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della
stessa sostanza del Padre; per mezzo di Lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini
e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel
seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e
fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla
destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno
non avrà fine.
Credo nello Spirito Santo, che è Signore e da’ la vita e procede dal Padre e dal
Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti.
Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica.
Professo un solo Battesimo per il perdono dei peccati.
Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen
DIO NELLA RIVELAZIONE
DIO NELLA BIBBIA
Da sempre la ricerca del nome, del volto e del mistero divini accompagna il
cammino del popolo di Dio, sia ebraico che cristiano, nel tentativo di meglio intravederlo e
incontrarlo, per affrontare il dialogo con le altre religioni, al fine di esprimere in maniera il
più possibile adeguata il proprio credo e la comprensione di sé in rapporto a Dio stesso.
Il volto di Dio che “ha parlato e continua a parlare per mezzo di uomini e alla
maniera umana” (DV 12 ), che si è rivelato a Israele e che Israele ha cercato è possibile
riconoscerlo attraverso la Bibbia, sembra andare incontro a chi lo cerca, suggerendo volti e
nomi.
I NOMI DI DIO
I nomi di Dio aiutano ad incontrarlo e a parlare con lui, ma indicano anche un “più
in là”, che invita a fermarsi alla soglia del mistero. I principali sono
El ed Elohim
El ricorre per 240 volte nell’AT. Nella forma Elohim si incontra 2600 volte . Sono
poi da aggiungere le combinazioni di El in forme distinte come Isma-el; Bet-el o negli
appellativi divini congiunti come El-Elion (Dio altissimo), El-Saddaj (Dio onnipotente), ElOlan (Dio eterno), El-Betel (Dio di Betel), ccc. Dei due termini El ed Elohin non si conosce il
vero significato, ma molti pensano che indichino ”potere”. Hanno una valenza di universalità:
Israele afferma che Javhé è il suo Elohim e che è Dio per tutti i popoli.
Jaweh
Israele ha la coscienza di fede di aver ricevuto questo nome per rivelazione da parte
di Dio stesso. JHWH (si pronunzia J (a) HW (e) H :
le vocali furono aggiunte nel VI
secolo d.C. ) ricorre circa 6.830 volte nell’AT; per lo più risulta usato nella forma completa di
quattro lettere (JHWH), anche se meno frequentemente si incontra la forma ridotta (JH o
JHW). Il verbo H (a) J (a) H, che richiama la radice HWH (=essere), alla prima persona fa:
(e) HJ (e) H (= Io sono) ; alla terza persona fa : J (a) HW (e) H (=Colui che è). Il
significato del nome JHWH è: “Colui che è”, “Colui che fa essere”. In Israele , nel tempo,
il nome del suo Dio si carica di nuovi significati ad ogni nuova esperienza di lui. Diventa
un’interpretazione del suo nome la tardiva lettura, in luogo di Javhé per rispetto,
con
Adonai che significa Signore e la traduzione greca in Kirios, che significa sempre Signore.
Successive traduzioni o utilizzazioni liturgiche non furono sempre coerenti, quando ricorsero ad
appellativi come “L’Eterno”, “Il Nome”.
Abbà
Come Israele per Javhè, così la comunità cristiana ha coscienza di aver ricevuto il
nome Abbà per rivelazione da parte di Dio. Abbà è una forma aramaica, che indica il padre.
Nell’AT “ab” è usato circa 1.800 volte per le relazioni di paternità-filiazione, mentre per la
relazione con Dio si dice raramente a modo di paragone (come un padre). Riferita a Dio,
compare nella vita e nell’insegnamento di Gesù (Mc 14, 36; Gal 4, 6; Rm 8, 15). La
rivelazione del Dio-Abbà è propria di Gesù, che al Padre si rivolgeva chiamandolo “Abbà”.
Ab o Abbà era un termine familiare usato dai bambini e in questo senso l’ha usato Gesù. Il
significato fondamentale del termine è quello di fonte di vita e di relazione filiale con Dio; se
ne comprende meglio il significato quando si accoglie la preghiera che Gesù ha insegnato ai
suoi.
DIO DEL NOMADISMO E DELLA DIASPORA
La situazione di tenda e di nomadismo è in Israele propria del periodo dell’uscita
dall’Egitto, ma non è mai venuta meno in quel popolo e nella Chiesa e la Bibbia testimonia
un rivelarsi di Dio in tale condizione umana. In questa situazione Dio appare all’Israelita,
come
roccia e sostegno
Il vero credente vede la condizione di provvisorietà non come fatalità ma come
vocazione e constata che Dio è sempre vicino a chi vive tale esperienza come fatto religioso.
Il Dio che si è reso presente nella tenda dei patriarchi è Dio altissimo (El-Elion), Dio
onnipotente (El- Saddaj ), Dio eterno (El-Olan). E’ guida, sostegno, scudo, amico che
conforta, è il Dio delle promesse.
colui che difende il povero
Esistono varie forme di provvisorietà umana, una è quella della povertà. I profeti
presentano Dio che protegge i poveri e punisce ogni abuso dei potenti di turno. I profeti
predicano anche una “povertà” come scelta spirituale, quella di mettersi sotto la protezione di
Dio, e di distaccarsi da ogni protezione umana; i “poveri di Javhé”, che ne accolgono l’invito,
constatano la grande vicinanza di Dio. Israele ha subito anche la povertà della privazione della
patria; gli esiliati veramente credenti hanno visto la deportazione non solo come castigo per le
colpe, ma anche occasione di purificazione e hanno potuto incontrare Dio in terra straniera e
dialogare con Lui.
Provvidente
Le varie situazioni di provvisorietà sono state una scuola al distacco da ricchezza e
benessere e all’apertura a Dio vicino e provvidente. Gesù ha invitato spesso a fondare la
propria fiducia in Dio presente e provvidente; vertice dell’insegnamento di Gesù può essere
considerata la richiesta che propone ai discepoli di chiedere a Dio il pane quotidiano.
DIO DELLA LIBERAZIONE E DELL’ALLEANZA
La Bibbia racconta la storia dell’esodo e il fatto dell’alleanza stipulato da Dio col
popolo al Sinai. La situazione di alleanza non è solo di quel momento storico, ma è una costante
del popolo di Dio, ha sempre potuto vederlo come
Dio che libera e lega a sé in alleanza
Dio è visto da Israele come colui che vince e trionfa, che porta Israele dalla
schiavitù alla libertà, che dona l’alleanza, che non ammette una fedeltà parziale.
Dio sposo fedele e misericordioso
Il Dio della liberazione e dell’alleanza si presenta come uno sposo appassionato e
fedele, ma tradito, un padre amoroso non corrisposto. I profeti parlano di un’alleanza con Dio
come legame sponsale, di nuova alleanza, di redenzione. Dio appare misteriosamente
“geloso” come uno sposo ferito e offeso come un padre e una madre abbandonati. Ma sempre
misericordioso.
Dio che perdona e recupera
Spesso si trova nella Bibbia l’invito ad aver fiducia in Dio misericordioso. A Dio
Padre misericordioso Gesù invita a rivolgersi con infinta fiducia.
Nel definire la misericordia di Dio l’A.T adopera soprattutto due espressioni:
“hesed” e “reh’min”. Il vocabolo “hesed”, indica fedeltà e viene riferito in rapporto
all’alleanza, spesso tradita dal popolo, ma alla quale Dio resta fedele. Questa fedeltà nei
confronti del popolo infedele, è fedeltà di Dio a se stesso. Il secondo vocabolo è “ reh’min, la
cui radice denota l’amore materno (rehem = grembo materno), Si tratta di un amore totalmente
gratuito non frutto di merito, che genera una gamma di sentimenti tra i quali la bontà, la
tenerezza, la pazienza, la compassione, la prontezza a perdonare.
( vedi: Dives in
Misericordia di Giovanni Paolo II: nota del n. 4 )
DIO DEL “DESERTO”
Dal tempo delle peregrinazioni di Israele nel deserto, esperienze religiose di prova
della fedeltà a Javhé segnano spesso il cammino del popolo di Dio. E Dio appare come
Dio di Massa e Meriba
E’ detto ripetutamente dai redattori della toràh che il popolo ribellandosi a Dio lo
tenta, ma è anche detto che “Dio.....tentò Israele” (Es 15, 25; 16, 4 ; 20, 20 ; Dt 8, 2-16; 13,
4 ). Questa tentazione non è risparmiata nemmeno ad Abramo.
Anche nel secondo esilio Dio mette alla prova il popolo. Il Dio che tenta è il
Signore della storia che si rivela con un suo volto e un nome. E il popolo impara a cercare un
Dio più grande e misterioso. Iavhé è un Dio che provoca dei “perché”, che restano a lungo
senza risposta e portano così a purificare le confidenze superficiali nei suoi riguardi.
Colui cui chiediamo di “non indurci in tentazione”
Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto “per essere tentato” (Mt 4, 1 ), “ è stato
tentato in tutto a nostra somiglianza” (Eb 4, 15), per tutta la vita, al termine della quale, nel
Getsemani, ha pronunziato l’ultimo “si” al Padre. Egli ci rivela il volto e il nome di Dio, che è
quello paterno di Abbà, che “chiama” nel deserto, anzi “induce” in tentazione. Perché?
Perché si prenda coscienza della propria fragilità e si ricorra a lui per essere liberati dal
maligno, A lui, nel Padre nostro. chiediamo di “ non indurci in tentazione”.
Dio al di sopra di ogni esperienza
Nessuna sintesi del mistero divino è mai adeguata a spiegare le sorprese
sconcertanti di Dio nella storia e nella vita umana. Egli è sempre più in là: l’incontro con
lui non ripete mai i moduli precedenti; occorre accettare un Vivente sempre originale, che
chiama ad un profondo senso di umiltà.
DIO RE E SIGNORE DELLA STORIA
Il Dio vivente è presente e si è costantemente rivelato come Signore (Adonaj Kirios) . Il suo Regno è un’iniziativa unica sulla storia umana e sul cosmo. Egli è:
Colui che per primo sceglie e chiama
Dio che crea è il Signore dell’universo. Dio elegge e chiama, “assegna un nome”
e dona un senso all’esistenza dell’uomo, guida sempre il popolo fuori dall’Egitto, alla
conquista della terra. Al Signore che comanda l’uomo non obietta , né risponde con parola, ma
eseguendo. (Gn 17; Es 7, 6-7 )
Javhé Signore della storia
Numerosi testi di rivelazione presentano la signoria divina nella storia. Ne è un
esempio la profezia di Natan a Davide ( 2 Sam 7 ), in cui si vede Javhé che prende in mano la
storia dei discendenti dei patriarchi. Un altro esempio è quanto è detto nel libretto
dell’Emmanuele (Is 6-12 ). Chiarissime sono le profezie dell’Apocalisse da cui appare Javhé
che riassumerà la storia umana e cosmica, svelandone il progetto profondo e rendendo
finalmente chiaro agli occhi dei fedeli l’ordine di Dio, al di sopra del disordine e della
perversità umana.
Colui che scruta e giudica il cuore umano
Gli scritti sapienziali presentano il volto di Dio che discerne e giudica tra gli uomini
coloro che sono retti da coloro che sono empi. Dio, al suo sguardo nulla sfugge, è colui che
scruta i pensieri umani.
LA PERSONALITA DI DIO
Si può dire che ci sono alcuni tratti fondamentali di Dio che ritornano con
maggiore frequenza nella Bibbia, e presentano l’identità che egli stesso ha svelato e che il
popolo di Dio ha colto e professato. Sembrano essere i seguenti: Dio è il vivente, è colui che
parla e si manifesta attraverso la parola, è presente e provvidente, svela la fine e il senso
della storia umana e cosmica, è uno e trino.
DIO IL VIVENTE
Il popolo d’Israele ha costantemente professato la certezza in un Dio vivo che è
pure colui che fa vivere. Ciò è vero già per i primi esseri umani, ma anche per ogni istante
dell’esistenza cosmica ( Gb 34, 14-15; Sl 104 ). I testi profetici e sapienziali vedono in Javhè
colui che dà la vita all’uomo, che genera alla maniera di un padre e di una madre. Gesù dirà
che Dio è il Dio “dei vivi”. ( Mc 12, 27 )
DIO CHE PARLA
Il Dio vivente è eloquente . “E Dio disse”, con questa formula del primo capitolo
della Bibbia, ha inizio la vita. Dio si manifesta parlando, chiama, orienta tutto e dialoga con
l’uomo. Il suo silenzio è castigo per l’uomo, punizione per l’abuso della sua parola e per la
disobbedienza. Ma Dio tace talora anche per tentare il suo popolo che intende purificare e
consolidare nella fede in lui.
DIO PRESENTE E PROVVIDENTE
Dio è vicino e coinvolto nella storia dell’uomo e del cosmo. Lo sostiene in vari
passi la Bibbia. In particolare è sottolineato da Isaia. Lo studioso francese Bonnard ha trovato,
solo nel secondo Isaia, sessantatre espressioni differenti del comportamento di Dio riguardo
alla storia. Il Dio che parla è anche il Dio che opera. Del Dio presente e operante ha parlato
Gesù, presentando l’Abbà vicino e coinvolto con tutta la vicenda dell’uomo. ( Mt 6, 25-34 )
DIO GIUDICE
Il Vivente, origine e causa del mondo e della storia umana, è atteso come fine di
tutto e suo ultimo significato. Tutto è orientato verso Dio. Di lui l’AT ha parlato come del
vincitore finale della storia (Ez 38-39 ), come del Signore che conforta e offre un festoso
banchetto, come del giudice che darà significato all vicenda umana ( Ez 33, 10-20 ), come di
colui che risusciterà tutti ( Dan 12, 1-3 ). Dopo ciò che Gesù ci ha detto di Dio non attendiamo
altra rivelazione se non quella che riassumerà e manifesterà quanto questa nostra storia
apparteneva ad un più profondo progetto di Dio.
(Per quanto è qui sunteggiato, vedi meglio in “Nuovo dizionario di Teologia Biblica”- Ed
Paoline 1988 - Voce: “Dio”, di A. Marangon )
DIO E’ AMORE
In Israele vi è una nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il mondo
della Bibbia, l'immagine di Dio e degli dei rimane, alla fin fine, poco chiara e in sé
contraddittoria. Nel cammino della fede biblica diventa invece sempre più chiaro ed univoco
ciò che la preghiera fondamentale di Israele, lo Shema, riassume nelle parole: «Ascolta, Israele:
il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo » (Dt 6, 4). Esiste un solo Dio, che è il
Creatore del cielo e della terra e perciò è anche il Dio di tutti gli uomini. Questo Dio ama
l'uomo. L'unico Dio in cui Israele crede, ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore
elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama, con lo scopo però di guarire, proprio in
tal modo, l'intera umanità.
« Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui » (1 Gv 4, 16).
Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della
fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell'uomo e del
suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula
sintetica dell'esistenza cristiana: « Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi
abbiamo creduto ». Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso questo avvenimento con le
seguenti parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché
chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna “ (3, 16).
DIO MISERICORDIOSO
Il Padre del Signore Gesù Cristo è «Dio di Israele» (Mt 15,31), il Dio di Abramo, di
Isacco e di Giacobbe, che cammina con il suo popolo e partecipa con intensità alle vicende degli
uomini; ama appassionatamente e vuole essere amato «con tutto il cuore, con tutta l’anima e
con tutte le forze» (Dt 6,5); prova compassione per la sofferenza; reagisce al peccato con il
fuoco divoratore della sua santità; combatte energicamente per la causa della verità e della
giustizia. Mentre rimane sublime nella sua trascendenza, si china a guardare con predilezione
chi giace nella miseria più profonda, nella “polvere”, nel “letamaio”. Inserendosi nella storia,
Dio rimane il Signore trascendente della storia. Dice il suo nome e nello stesso tempo rifiuta di
dirlo completamente. «Io sono colui che sono!» (Es 3,14). Il suo coinvolgimento è
sovranamente libero. «Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver
misericordia» (Es 33,19).
Nessun altro amore è così universale, fedele e misericordioso come quello di Dio. La
Bibbia presenta in continuazione Dio come misericordioso, e la misericordia di Dio è
proclamata soprattutto da Gesù, con il suo insegnamento ( es. la parabola del Figlio prodigo ),
con la sua vita e soprattutto con la morte e risurrezione, che è il vertice della rivelazione della
misericordia di Dio. Credere nel Cristo crocifisso significa che l’amore di Dio, eterno e senza
limiti, è presente nel mondo come misericordia.
AMORE INFINITO
“Dio è amore” ( 1 Gv 4. 8 ). In principio sta l’amore infinito che dona tutto se stesso e
non solo qualcosa di se stesso. Non è un Dio in solitudine, un Dio solo. Egli appare come Padre
che genera il Figlio che è divinità donata e partecipata, e Padre e Figlio si dicono
vicendevolemente “Noi”; l’amore che li unisce è lo Spirito. Dio amore è comunione dei Tre:
l’Amante, l’Amato, l’Amore; il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, un’unione e insieme un
distinzione infinita. Credere in Dio amore significa credere che Dio è Uno in Tre Persone. Uno
nell’Amore, Tre nel dare-ricevere Amore. Il Padre genera il Figlio, al quale dona tutto il suo
amore; all’amore del Padre per il Figlio risponde l’amore del Figlio per il Padre. Questo
mutuo amore fa sorgere la Persona dello Spirito Santo. Così il movimento è completo. Le tre
persone divine sono colme dello stesso amore, pur avendo ciascuna le loro proprietà
personali.
Davanti al Mistero Trinitario il discorso umano è un povero balbettare e volentieri
cede il posto al silenzio e all’adorazione. Anche i mistici, che nella contemplazione hanno una
conoscenza di Dio più perfetta di quella ordinaria, non riescono ad esporla come vorrebbero;
lasciano intuire qualcosa delle meraviglie intraviste più con la loro personale trasformazione
che mediante tentativi di raccontare
DIO UNO E TRINO
DIO
Per alcune religioni Dio non è un essere personale ma si nasconde in tutte le realtà e
ogni cosa è immagine sua; e nel loro interno si sono sviluppati i culti politeisti e le
rappresentazioni che il pensiero biblico accusa di idolatria. In qualche religione Dio non è visto
come creatore. Tuttavia spesso personaggi carismatici anche in esse hanno avuto un’idea di
Dio personale, creatore e unico, ma poi di fatto vi convivono varie immagini del divino. In
una grande religione come l’Induismo ciò che si può dire di Dio è “che egli è”; e nel
Buddhismo si può affermare solo ciò che “egli non è”.
Ma normalmente, dietro le dottrine su Dio, formulate nelle religioni del mondo si
trovano alcune idee fondamentali sull’esistenza di un Essere supremo o Principio ultimo
dell’universo. E, specialmente nell’Occidente, le religioni si basano sulla convinzione che tutti
gli esseri sono venuti all’esistenza ad opera della libera decisione di un Creatore. Anche le
religioni che definiamo “animiste“ riconoscono generalmente l’esistenza di un essere trascendete
creatore del mondo. Quanto alla riflessione filosofica occidentale, sviluppatasi fuori della
religione, essa ha ammesso, almeno fino agli ateisti moderni, un Essere supremo e, sulla linea di
Aristotile, ha spiegato l’universo mediante il principio di causalità e ha dedotto l’universalità
della fede in Dio dal desiderio di felicità.
Il riconoscimento di un solo Dio creatore caratterizza le cosiddette “religioni del libro”:
l’Ebraismo con l’Antico Testamento, il Cristianesimo con il Nuovo e l’Islam col Corano, che
alla Bibbia si è in gran parte ispirato. Fuori di queste religioni si attribuisce una predicazione
monoteista a Zaratustra (Zoroastro ), vissuto in Persia, di cui si parla di una rivelazione
avvenuta nel 588 a. C , che ha lasciato come libro l’Avesta, e ha adorato l’unico dio Azura
Mazda ( = il saggio signore ) e si parla di monoteismo del Guru Nanak (1469-1539 )
fondatore della religione indiana dei Sikh.
La dottrina della Trinità è concepibile solo nella concezione di un unico Dio personale
e creatore. Il Corano però la nega esplicitamente. L’Ebraismo non l’ha conosciuta; tuttavia
leggendo l’Antico Testamento, il cristianesimo vi ha rinvenuto delle piste che portano alla
confessione trinitaria.
NELL’ANTICO TESTAMENTO
La fede biblica è subito orientata verso il monoteismo e Mosè riconosce Javhé come
Dio, senza ancora negare che altri popoli possano venerare altri dei. Il salmo 86, 8 dice ancora :
“Fra gli dei nessuno è come te, Signore”. Più tardi gli altri dei furono considerati falsi dei o
demoni, e Javhé venne visto come il solo Dio, il creatore unico del cielo e della terra.
Nella Bibbia il “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” è conosciuto col nome
generico di “Elohin”, la cui forma breve “El” già utilizzata presso le popolazioni cananee è
associata con altri attributi divini : “El Saddai” ( Dio possente ), “El Elyon” (Dio altissimo ), “El
Olan” ( Dio eterno), “El Ai” ( Dio vivente ), “ El Berith” (Dio dell’alleanza ). Egli si rivela a
Mosè come “Javhé” (“Io sono”, “ L’Essente”, “Io sono colui che sarò, ecc. ). I redattori e i
lettori dell’Antico Testamento evitano di pronunziare questo nome e lo sostituiscono con
“Adonai” (Signore ), “ Malak Adonai (Angelo del Signore ), “Dabar Adonai” ( Parola di Dio),
“Ruah Elohin” ( Soffio del Signore ), “ Ruah Adonai” ( Soffio del Signore), ecc..
Tra questi due termini dell’Antico Testamento : “Debar” (Parola ) e “Ruah” (Soffio )
e il linguaggio trinitario del Nuovo ci sono stretti rapporti. Per il Nuovo Testamento Dio parla
attraverso il suo Verbo ( Dabar ) e agisce mediante il suo Spirito (Ruah ). Inoltre nella
letteratura sapienziale la “Sapienza” apre prospettive analoghe. Essa è la qualità dell’uomo
sapiente e risale a Dio, eternamente sapiente, che la dona a chi la cerca. La “Sapienza” (sofia ) è
personalizzata, colmata di qualità divine e diventa un nome di Dio. Il pensiero cristiano ne vede
una raffigurazione del Verbo e dello Spirito. L’Antico Testamento non parla della Trinità , ma
ne prepara lo spirito.
NEL NUOVO TESTAMENTO
Sulla Trinità il Nuovo Testamento non contiene né definizioni, né dimostrazioni; chi è
Dio lo si percepisce dall’esperienza di Gesù Cristo, che “ è insieme il mediatore e la pienezza
di tutta intera la rivelazione” ( DV 2 ). Gli autori dei libri del Nuovo Testamento si sono sforzati
di comunicare il messaggio su Dio non insegnando delle formule o spiegando dei concetti, ma
mettendo il lettore sulla via di una percezione di Dio in Gesù Cristo, che fosse analoga alla
loro.
L’apostolo Paolo
Gli scritti di Paolo sono i più antichi del Nuovo Testamento. In Paolo la figura di
Gesù appare profondamente trinitaria. Paolo parla poco della sua vita terrena, dice che è il
Salvatore promesso dai profeti (Rm 1, 2 ), sorgente di ogni giustizia per mezzo della fede (Rm
6, 11 ), che è risuscitato, salito al cielo, che è “Kirios” (Adonai ), attributo che l’ebraismo dava a
Dio, che è legato allo Spirito Santo, secondo il quale è “costituito Figlio di Dio con potenza
secondo lo spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti” ( Rm 1, 4), che Gesù “è
per natura Dio” e che Dio, mediante la risurrezione lo ha “insignito di quel Nome che è
superiore ad ogni nome”, il nome del Signore (Fil 2,6.9). E’ di Paolo la formulazione classica
delle fede trinitaria: “ La pace del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la
comunione dello Spirito Santo” ( 2 Cor 13, 13 ). Nelle lettere ai Colossesi e agli Efesini
leggiamo: “ Egli è l’immagine del Dio invisibile….poiché tutte le cose sono state create per
mezzo di lui… tutte in lui hanno consistenza…..Egli è il principio” ( Col 1, 15-18 ); “poiché
per suo mezzo… abbiamo accesso al Padre in un solo Spirito” ( Ef, 2, 18 ).
Vangeli di Matteo, Marco e Luca
I tre Vangeli sinottici collegano, dall’inizio del ministero, Gesù a Dio e allo Spirito, nella
visione che accompagna il battesimo: “ Il cielo si aprì e lo Spirito Santo discese su di lui, in
forma corporea, come colomba. E vi fu una voce che venne dal cielo: “ Tu sei il Figlio mio
amatissimo, in te mi sono compiaciuto” ( Lc 3, 21-22 ). E Marco dà l’avvio al vangelo dicendo
che Gesù è “ Figlio di Dio” ( Mc 1, 1 ). Nella Trasfigurazione risuona la stessa parola intesa nel
battesimo: “Questo è il Figlio diletto, ascoltatelo” ( Mc 9, 7 ). Al Padre che lo dichiara
“amatissimo”, Gesù risponde col termine familiare di “Abbà, Padre” (Mc 14, 36 ). Matteo
conclude il Primo Vangelo con la formula trinitaria: “Andate dunque, ammaestrate tutte le genti,
battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” ( Mt 28, 19 ).
Giovanni
Tutte le opere di Giovanni (Vangelo –Lettere - Apocalisse ) sono intrise di
immagini trinitarie. Gesù è il Verbo, che “era Dio”, “l’Unigenito Dio, che è nel seno del
Padre”, “ in lui era la vita”, egli “era la luce vera che illumina ogni uomo, quella che veniva nel
mondo”; e “Il Verbo si fece carne” ( Vedi Prologo del Vangelo 1, 1-19 ). Il Verbo è la “Debar
Adonai” della Bibbia, ma concepita come Parola divina ed eterna del Padre. Il Verbo è indicato
col termine stoico “Logos”, che si riferisce all’emanazione divina che serve da anima
dell’universo. Del Battesimo di Gesù il Battista asserisce: “ Ho visto lo Spirito scendere… Colui
che mi mandò a battezzare con acqua mi disse: Colui sul quale vedrai scendere lo Spirito e
fermarsi su di lui, è Lui che battezza con lo Spirito Santo” . E io l’ho visto e ho testimoniato che
lui è il Figlio di Dio” ( Gv 1, 32-34 ). Gesù stesso dice di sé : “Il Figlio non può far nulla da se
stesso se non ciò che vede il Padre fare” ( Gv 5, 19 ); “Se mi conosceste, conoscereste anche il
Padre mio” ( Gv 8, 19 ); “Io e il Padre siamo uno” (Gv 10, 30 ); “Io sono nel Padre e il Padre
in me” (Gv 14, 11). Varie volte il Vangelo dà a Gesù il nome stesso di Dio: “ Io sono”:
“Quando innalzerete il figlio dell’uomo, allora conoscere che Io sono” (Gv 8, 28 ); “ Prima che
Abramo fosse Io sono” (Gv 8, 28 ); “Fin d’ora ve lo dico, prima che accada, affinché quando
accadrà, crediate che Io sono” ( Gv 13, 19 ).
Lo Spirito è colui al quale Gesù farà posto dopo la morte; lo Spirito chiamato Paraclito
(avvocato, consolatore) sarà inviato dal Padre ai discepoli per insegnare loro ogni cosa e per
ricordare tutto quello che egli ha detto ( cfr Gv 14, 26 ) . E’ “Spirito di verità” (Gv 16, 13 ), che
comunica ciò che ha ricevuto dal Figlio (cf Gv 16, 15 ). Gesù dona lo Spirito: “ soffiò su di loro
e disse : Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22 ).
FEDE TRINITARIA
La fede trinitaria è stata pienamente confessata fin dall’inizio, ma gli autori ispirati non
erano degli studiosi, non hanno elaborato una dottrina, non l’hanno trasmesso con
ragionamenti o formule. Vi fu un processo di maturazione nella preghiera e nella
riflessione, un ricordare i gesti e le parole di Gesù e dei suoi discepoli, un approfondimento
graduale. E così si giunse a comprendere che Dio si manifestava nel culto, nell’Eucaristia, nella
preghiera come Padre-Figlio-Spirito, che chiama tutti gli uomini alla salvezza e all’unità nel
Verbo incarnato, Gesù Cristo salvatore. Le diverse cristologie hanno determinato la concezione
di Dio. Se si vedeva Gesù come il profeta più grande, il Messia, l’uomo scelto per una grande
missione di salvezza poteva bastare la visione del Dio della tradizione biblica, ma se si
guardava a Gesù come il Logos, che preesiste in Dio, quella visione non bastava più. Bisognava
quindi non abbandonare, ma prolungare il monoteismo biblico e vederlo alla luce
dell’incarnazione e del Verbo. Già per Colossesi ed Efesini Gesù è “immagine del Dio
invisibile”, nel quale “tutto è stato creato” ( Col 1, 15-16 ) e in lui “dimora corporalmente tutta
la pienezza della divinità” ( Col 2, 9). Nell’Apocalisse Gesù, è “ colui che è il testimonio
fedele, il Primo nato dai morti, il Principe dei re della terra” (Ap 1, 5 ). E dice di sé “Io
sono l’Alfa e l’Omega… Colui che è, che era, che viene, l’Onnipotente” (Ap 1, 8 ) e anche :
“ Io sono il Primo e l’Ultimo, il Vivente” ( Ap 1, 17 ) e ancora : “ Io sono l’Alfa e l’Omega, il
Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine “ ( Ap 22, 13 ) . Lo Spirito è inseparabile in questa
partecipazione alla divinità; è lo Spirito che invia il messaggio alle sette chiese e ispira la
Chiesa nella sua ultima preghiera : “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni“ ( Ap 22, 17 ). La fede
trinitaria venne trasmessa anche con immagini, come per esempio la discesa di Gesù dalla
condizione divina fino alla morte in croce ( Fil 2, 6-11 ) o lo stare dell’Agnello assiso nel trono
celeste con l’Antico dei giorni.
DOPO I LIBRI DELLA RIVELAZIONE
La fede trinitaria è chiaramente professata dopo la fine della rivelazione e quando gli scritti
del Nuovo Testamento non erano ancora classificati come libri sacri. S. Clemente Romano
scrive ai Corinzi: “Non abbiamo forse un solo Dio e un solo Cristo, un solo Spirito di grazia che
è sceso su di noi” . E Ignazio di Antiochia verso il 110 dice: “Vi è un solo Dio, che si è
manifestato mediante Gesù Cristo, suo Figlio, il quale essendo il suo Verbo, è venuto dal silenzio
del mondo” e dice che i membri della comunità ecclesiale imitano Gesù Cristo nei suoi rapporti
col Padre e con lo Spirito. La fede trinitaria di quei tempi è evidente, ma talora ci sono anche
incertezze di vocabolario e la formulazione definitiva della dottrina verrà più tardi.
LA DOTTRINA TRINITARIA
Le formule che esprimono con esattezza la concezione trinitaria hanno assunto la loro
forma definitiva e ortodossa nel corso del secoli IV e V ed è stata opera di teologi e di Concili.
Sin dall’inizio ci furono formule trinitarie, legate al battesimo che venivano pronunziate durante
le tre immersioni, fatte “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 19).
Tuttavia nei primi tre secoli della cristianità il vocabolario trinitario rimaneva sfumato. E
circolavano anche eresie, come quella di un certo Prassea, che agli inizi del 200, parlava di
monarchia del Padre e fu combattuto da Tertulliano (150-230 ), che per la prima volta usa
una parola che avrà fortuna, “trinitas” (Trinità ). L’eresia più pericolosa ed estesa fu quella di
Ario, un prete di Alessandria ( morto verso il 336 ), che vedeva il Logos come divino solo in
senso figurato. Secondo Ario, il Logos sarebbe una creatura unica nel suo genere, creata
prima dell’universo, per mezzo di Lui Dio avrebbe creato il mondo, incarnata nell’uomo Gesù,
e sua anima, sarebbe il redentore degli uomini. Questa dottrina che di diffuse rapidamente
minacciava il cuore stesso della fede. Ad Ario rispose il Concilio di Nicea nel 325, che adottò
il Credo, che nella forma più elaborata datagli dal II Concilio di Costantinopoli, nel 381, è
quello che recitiamo nei giorni festivi, durante la Santa Messa.
In esso si dice che il Figlio è “homoousios” cioè della stessa “ousia” del Padre. Il
termine greco “ousia” non è traducibile nelle lingue moderne noi lo rendiamo, non proprio
esattamente, con “essenza” o “sostanza o “natura”. Significa che “l’essere” del Padre e del
Figlio è uno solo e non sono due. La “homoousios” del Verbo e del Padre completava bene
l’asserzione dei teologi che parlano di “periconesi” o “circuminsessio”, ossia affermano che il
Padre, il Verbo e lo Spirito sono l’uno nell’altro a seguito di un eterno movimento mediante il
quale essi comunicano l’uno all’altro ( per motivo dell’unità della natura il Padre sta tutto nel
Figlio e nello Spirito, il Figlio tutto nel Padre e nello Spirito, lo Spirito tutto nel Padre e nel
Figlio ).
Il Concilio di Costantinopoli poi proclamò che lo Spirito è come il Verbo, “Signore” e
“dà la vita”, che il Figlio è “generato” dal Padre e lo Spirito Santo “procede” dal Padre e “con
il Padre e il Figlio è adorato e glorificato”. Nacque un dibattito sul vocabolario: come
distinguere nella Trinità ciò che è comune ai Tre e ciò che è proprio di ciascuno. I greci
disponevano di una vasta scelta di termini. Di essi “ousia” e “phisis” furono riservate a ciò che è
comune in Dio, “prosopon” ( che indicava la maschera da teatro, la personalità, la persona ) e
“hypostasis” (ipostasi ) a ciò che è proprio di ciascuno dei tre. A poco a poco anche i latini
adottarono un vocabolario analogo: una sola “sostanza” o “essenza” e tre “persone”. Da qui la
formula lapidaria dei nostri catechismi: “ un solo Dio ( essenza, sostanza ) in tre persone”. I
termini ormai erano chiari, ma non mancarono in seguito eresie e ci furono anche altre
precisazioni di Concili, come quelle del Concilio di Efeso che nel 431 rifiutò la dottrina di
Nestorio, secondo cui in Cristo ci sarebbero due soggetti, uniti moralmente: il Verbo e l’uomo
Gesù., mentre invece il Verbo si è fatto uomo ed è una sola persona. E di Calcedonia nel 451
che condannò i Monofisiti, i quali sostenevano che nell’incarnazione la natura umana viene
assorbita da quella divina. Sempre poi ci furono studi sulla Trinità. Per esempio S. Agostino di
Ippona (354-430 ) scrisse sulla Trinità ben 15 volumi.
CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
Il Catechismo della Chiesa Cattolica presenta la dottrina della Trinità in particolare nel
numeri 232-267. E termina con la seguente breve sintesi:
Il Mistero della Santissima Trinità è il Mistero centrale della fede ed della vita
cristiana. Soltanto Dio può darcene la conoscenza, rivelandosi come Padre, Figlio, Spirito
Santo. (261 )
L’Incarnazione del Figlio di Dio rivela che Dio è il Padre eterno e che il Figlio è
consustanziale al Padre, cioè che in lui e con lui è lo stesso unico Dio ( 262 ).
La Missione dello Spirito Santo, che il Padre manda nel nome del Figlio e che il Figlio
manda “dal Padre” ( Gv 15, 26), rivela che Egli è con loro lo stesso unico Dio . (263 )
Lo Spirito Santo procede primariamente dal Padre e, per il dono eterno che il Padre
ne fa al Figlio, procede dal Padre e dal Figlio in comunione ( 264 ).
Attraverso la grazia del Battesimo “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo” siamo chiamati ad aver parte alla vita della Beata Trinità, quaggiù nell’oscurità della
fede, e, oltre la morte, nella luce eterna. ( 265 )
La fede cattolica consiste nel venerare un Dio solo nella Trinità, e la Trinità nell’Unità,
senza confusione di persone né separazione della sostanza: altra infatti è la Persona del Padre,
altra quella del Figlio, altra quella dello Spirito Santo, ma unica è la divinità del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo, uguale la gloria coeterna la maestà. ( Dal Simbolo “quiqunque” :
266 )
Inseparabili nella loro sostanza, le persone divine sono inseparabile anche nelle loro
operazioni. Ma nell’unica operazione divina, ogni persona manifesta ciò che le è proprio nella
Trinità, soprattutto nelle missioni divine dell’Incarnazione e del dono dello Spirito Santo . ( 267 )
IL MISTERO TRINITARIO
Tintoretto: La TriniTà
«Dio è amore» (1Gv 4,8). Il principio originario di tutta la realtà è «uno, ma non
solitario»: è Amore e comunicazione infinita. Prima ancora di creare le creature e di partecipare
ad esse un limitato riflesso della sua vita, egli da sempre comunica tutta la propria perfezione
al Figlio eterno e allo Spirito Santo. Il Padre è dunque la pura gioia del donare senza riserve,
il principio senza principio delle altre persone divine e poi di tutta la realtà creata, verso il quale
tutto deve ritornare nella gratitudine, nella lode e nell’obbedienza. «Io sono l’Alfa e l’Omega,
dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente» (Ap 1,8). Davanti a lui
riconosciamo: «Tutto il bene è Dio; tutto il bene viene da Dio; tutto il bene ritorna in Dio». È
opportuno che, secondo l’uso del Nuovo Testamento, il nome “Dio” indichi normalmente il
Padre, perché egli solo è Dio da se stesso e principio senza principio, «sorgente e origine di
tutta la divinità», mentre il Figlio è «Dio da Dio» e lo Spirito Santo è Dio «dal Padre e dal
Figlio». L’uguaglianza delle persone divine non contraddice l’ordine tra di loro. Gesù stesso
riceve tutto dal Padre, anche ciò che gli appartiene più intimamente, le opere che compie,
l’amore per i fratelli, la vita stessa: «Chi ha visto me ha visto il Padre... Le parole che io vi dico,
non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre
e il Padre è in me» (Gv 14,9-11). Il Figlio viene dal Padre e va al Padre; e tutto in lui viene dal
Padre come dono e torna incessantemente al Padre come lode, gratitudine o obbedienza. Chi
accoglie Gesù partecipa alla sua vita filiale e riceve in sé lo Spirito che gli fa gridare: “ Abbà,
Padre” ( Rm 8, 15). Allora conosce Dio in modo nuovo.
Gesù rivela la Trinità
La nostra riflessione sulla vita di Gesù e su quanto Egli ci ha rivelato su Dio conducono
alla scoperta sorprendente che Dio non è solitudine, è amore, comunione, relazione di tre
persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. E’ un mistero oscuro, ma che illumina tutto e a tutto dà
significato.
Il mistero della vita intima di Dio si rende accessibile attraverso la storia di Gesù, perché
in essa sono coinvolti Padre, Figlio e Spirito Santo, ciascuno con un suo ruolo proprio.
Gesù riceve il battesimo nelle acque del Giordano ed ecco la voce del Padre presentarlo
al mondo e lo Spirito scendere su di lui, per sostenerlo nella missione.
Gesù compie esorcismi e miracoli: è il regno del Padre che giunge con la forza dello
Spirito. Gesù prega ed è esultanza nello Spirito Santo che si leva verso il Padre.
Gesù si consegna volontariamente nelle mani dei peccatori e va liberamente incontro
alla morte; ma è il Padre che per primo lo consegna, gli ispira amore per i peccatori e
misteriosamente “soffre” per la sua passione e per il peccato degli uomini; ed è lo «Spirito
eterno» (Eb 9,14), che Cristo riceve dal Padre, a trasformare la croce in sacrificio redentore.
Infine, Gesù risorge vittorioso dalla morte per virtù propria, come Signore e Salvatore;
ma è il Padre che lo fa risorgere, donandogli in modo nuovo lo Spirito Santo, perché possa a
sua volta comunicarlo agli altri e rigenerarli come suoi fratelli e figli di Dio.
Il Padre risuscita il Figlio, il Figlio è risuscitato e rivive, lo Spirito è la potenza della
risurrezione: «Il Figlio da sé non può far nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che
egli fa, anche il Figlio lo fa... Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà
la vita a chi vuole» (Gv 5,19.21).
Mistero fulgente
Le persone divine agiscono sempre insieme, ma ciascuna con una relazione e
caratteristica propria. Con la Pentecoste inizia il cammino storico della comunità cristiana,
Chiesa di Dio, corpo del Cristo e tempio vivo dello Spirito. In essa si entra con il battesimo nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. I carismi, che sostengono la sua vita e la sua
missione, sono “operazioni” del Padre, “ministeri” del Signore Gesù, “doni” dello Spirito
Santo.
Davanti al mistero della Trinità c’è solo la fede e il silenzio. Anche i mistici possono
solo dire: «Non si trova parola che suoni adeguata; nessun pensiero può mai giungervi, nessuna
mente allargarsi fin là, tanto supera il tutto; come è vero che Dio non può esser spiegato mai».
Ogni parola rimane al di sotto della realtà, anche se indica la giusta direzione” .
Ma la Trinità è una luce che dà significato e bellezza a tutto, sebbene in se stessa non
possa essere fissata, perché troppo intensa. In Cristo e nella sua Chiesa Dio ha dato se stesso,
come egli è, Padre e Figlio e Spirito Santo.
La fede cristiana
La fede cristiana fin dalle origini professa il monoteismo trinitario, escludendo da una
parte il politeismo e dall’altra il monoteismo rigido; ma, per trovare un’espressione linguistica
accurata e precisa, ha impiegato molti secoli; anzi, si può dire che la ricerca continua ancora,
perché l’intelligenza del mistero, per quanto inadeguata e debolissima, risulta sempre ardua da
formulare.
Le formule trinitarie, proposte con autorità dal magistero ecclesiastico, mettono in
evidenza sia l’uguaglianza e l’opera comune delle persone divine sia l’ordine reciproco e
dinamico tra di loro. Una delle più complete e analitiche è quella del concilio di Firenze,
nell’anno 1442, che riportiamo quasi integralmente: «Un solo, vero Dio, onnipotente,
immutabile e eterno, Padre, Figlio e Spirito Santo; uno nell’essenza, trino nelle persone, Padre
non generato, Figlio generato dal Padre, Spirito Santo procedente dal Padre e dal Figlio...
Queste tre persone sono un solo Dio e non tre dei, poiché dei tre una sola è la sostanza, una
l’essenza, una la natura, una la divinità, una l’immensità, una l’eternità, e tutto è uno, dove non
si opponga la relazione. Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il
Figlio è tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo; lo Spirito Santo è tutto nel Padre, tutto nel
Figlio... Tutto quello che il Padre è o ha, non lo ha da un altro, ma da se stesso, ed è principio
senza principio. Tutto ciò che il Figlio è o ha, lo ha dal Padre, ed è principio da principio.
Tutto ciò che lo Spirito Santo è o ha, lo ha dal Padre e dal Figlio insieme. Ma il Padre e il
Figlio non sono due principi dello Spirito Santo, ma un solo principio, come il Padre, il Figlio e
lo Spirito Santo non sono tre principi della creazione, ma un solo principio».
L’analogia dell’amore
Sarebbe ingenuità e presunzione cercare una chiarezza completa. Tuttavia un
barlume di luce può venire attraverso la debole, ma preziosa analogia dell’amore umano, che
comporta sempre distinzione e comunione di persone, in quanto è trasferire se stesso nell’altro,
riporre in lui le ragioni del vivere, la propria vita più vera. «Se vedi la carità, tu vedi la
Trinità». La carità divina in quanto donazione infinita senza riserve è il Padre; in quanto
accoglienza attiva è il Figlio; in quanto perfetta unità di colui che dona e di colui che accoglie è
lo Spirito Santo. «Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore».
Partecipi alla vita trinitaria
La Trinità è il mistero di Dio; ma è anche il segreto più profondo della vita dell’uomo.
L’uomo, creato a immagine di Dio è chiamato a partecipare alla sua vita nell’amore.
Per noi uomini la Trinità è l’origine, il sostegno, la direzione e la meta del nostro
cammino. Siamo creati a sua immagine e chiamati a partecipare alla sua vita di amore. Il
Signore Gesù, quando prega il Padre, perché “tutti siano uno... come anche noi siamo uno” (Gv
17,21-22), mettendoci davanti orizzonti impervi alla ragione umana, ci suggerisce una certa
similitudine tra l’unione delle persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella
carità. Questa similitudine manifesta che l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia
voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé».
Un discorso analogo va fatto per tutte le realtà sociali, dalle piccole comunità ai popoli:
anch’esse possono svilupparsi solo nella comunicazione reciproca, libera e rispettosa.
L’impegno cristiano nella storia mira a realizzare la più grande libertà nella più grande
solidarietà, evitando da una parte la solitudine dell’individualismo e dall’altra l’oppressione del
collettivismo.
Esso riserva un’attenzione privilegiata alla famiglia, riflesso della comunione trinitaria,
esperienza primaria della reciprocità, in cui la persona vive e cresce.
La Chiesa, da parte sua, deve porsi come immagine viva e concreta della Trinità,
edificandosi come un solo corpo con molte membra, nella comunicazione incessante dei fedeli
e delle loro varie aggregazioni. La Trinità è il mistero di Dio; ma è anche il segreto più
profondo della vita dell’uomo.
DIO AGAPE E LOGOS
DIO E’ AMORE
La prima enciclica di Benedetto XVI ha come titolo: “ Deus Caritas est” e tratta della
comprensione e della prassi dell’amore nella Sacra Scrittura e nella tradizione della Chiesa.
Essa inizia così: “« Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui »
(1 Gv 4, 16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il
centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine
dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire
una formula sintetica dell'esistenza cristiana: « Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha
per noi e vi abbiamo creduto ». Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso questo avvenimento
con le seguenti parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché
chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna “ (3, 16).
Al n. 9, trattando della novità della fede cristiana l’enciclica dice: “Vi è anzitutto la
nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il mondo della Bibbia, l'immagine di Dio
e degli dei rimane, alla fin fine, poco chiara e in sé contraddittoria. Nel cammino della fede
biblica diventa invece sempre più chiaro ed univoco ciò che la preghiera fondamentale di
Israele, lo Shema, riassume nelle parole: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il
Signore è uno solo » (Dt 6, 4). Esiste un solo Dio, che è il Creatore del cielo e della terra e
perciò è anche il Dio di tutti gli uomini. Questo Dio ama l'uomo. L'unico Dio in cui Israele
crede, ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli
sceglie Israele e lo ama, con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l'intera
umanità.
Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz'altro come eros, che tuttavia è anche
e totalmente agape. Il rapporto di Dio con Israele viene illustrato mediante le metafore del
fidanzamento e del matrimonio; di conseguenza, l'idolatria è adulterio e prostituzione. La
storia d'amore di Dio con Israele consiste, in profondità, nel fatto che Egli dona la Torah, apre
cioè gli occhi a Israele sulla vera natura dell'uomo e gli indica la strada del vero umanesimo.
Tale storia consiste nel fatto che l'uomo, vivendo nella fedeltà all'unico Dio, sperimenta se
stesso come colui che è amato da Dio e scopre la gioia nella verità, nella giustizia - la gioia in
Dio che diventa la sua essenziale felicità: « Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla
bramo sulla terra... Il mio bene è stare vicino a Dio » (Sal 73 [72], 25. 28). L'eros di Dio per
l'uomo - come abbiamo detto - è insieme totalmente agape. Non soltanto perché viene donato
del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che
perdona. Soprattutto Osea ci mostra la dimensione dell'agape nell'amore di Dio per l'uomo, che
supera di gran lunga l'aspetto della gratuità. Israele ha commesso «adulterio», ha rotto
l'Alleanza; Dio dovrebbe giudicarlo e ripudiarlo. Proprio qui si rivela però che Dio è Dio e non
uomo: « Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? ... Il mio cuore si
commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all'ardore della
mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo
a te » (Os 11, 8-9). L'amore appassionato di Dio per il suo popolo — per l'uomo — è nello
stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se
stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il cristiano vede, in questo, già profilarsi velatamente
il mistero della Croce: Dio ama tanto l'uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin
nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore.
L'aspetto filosofico e storico-religioso da rilevare in questa visione della Bibbia sta nel
fatto che, da una parte, ci troviamo di fronte ad un'immagine strettamente metafisica di
Dio: Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di
tutte le cose - il Logos, la ragione primordiale - è al contempo un amante con tutta la
passione di un vero amore. In questo modo l'eros è nobilitato al massimo, ma
contemporaneamente così purificato da fondersi con l'agape. Da ciò possiamo comprendere
che la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben
presto nel senso che quei canti d'amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l'uomo e
dell'uomo con Dio. In questo modo il Cantico dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana
come in quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si esprime
l'essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell'uomo con Dio - il sogno originario
dell'uomo- ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell'oceano anonimo
del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi - Dio e l'uomo - restano se stessi e tuttavia
diventano pienamente una cosa sola: « Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito »,
dice san Paolo (1 Cor 6, 17).
L’agire di Dio acquista la sua forma drammatica nel fatto che, in Gesù Cristo, Dio
stesso insegue la « pecorella smarrita », l'umanità sofferente e perduta. Quando Gesù nelle sue
parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la
dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto
parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare. Nella sua morte in
croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo
e salvarlo, amore, questo, nella sua forma più radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di
Cristo, di cui parla Giovanni (cfr 19, 37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di
questa Lettera enciclica: « Dio è amore » (1 Gv 4, 8). È lì che questa verità può essere
contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo
sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare.
A questo atto di offerta Gesù ha dato una presenza duratura attraverso l'istituzione
dell'Eucaristia, durante l'Ultima Cena. Egli anticipa la sua morte e resurrezione donando già
in quell'ora ai suoi discepoli nel pane e nel vino se stesso, il suo corpo e il suo sangue come
nuova manna (cfr Gv 6, 31-33). Se il mondo antico aveva sognato che, in fondo, vero cibo
dell'uomo - ciò di cui egli come uomo vive - fosse il Logos, la sapienza eterna, adesso questo
Logos è diventato veramente per noi nutrimento -come amore. L'Eucaristia ci attira nell'atto
oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo
coinvolti nella dinamica della sua donazione. L'immagine del matrimonio tra Dio e Israele
diventa realtà in un modo prima inconcepibile: ciò che era lo stare di fronte a Dio diventa ora,
attraverso la partecipazione alla donazione di Gesù, partecipazione al suo corpo e al suo sangue,
diventa unione. La « mistica » del Sacramento che si fonda nell'abbassamento di Dio verso di
noi è di ben altra portata e conduce ben più in alto di quanto qualsiasi mistico innalzamento
dell'uomo potrebbe realizzare.
Ora però c'è da far attenzione ad un altro aspetto: la «mistica » del Sacramento ha un
carattere sociale, perché nella comunione sacramentale io vengo unito al Signore come tutti gli
altri comunicanti: « Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti
infatti partecipiamo dell'unico pane », dice san Paolo (1 Cor 10, 17). (“Deus Caritas est” di
Benedetto XVI )
IL LOGOS E’ DIO
“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in
principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di
tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle
tenebre, ma le tenebre non l`hanno accolta”. Così ha inizio il Vangelo di Giovanni, indicando
col termine “Verbo” la Seconda Persona della Santissima Trinità. “Verbo” (in latino
“Verbum”) è la traduzione italiana del termine greco “Logos”, proveniente dalla radice “leg” =
raccogliere - raccontare - parlare e significa parola, discorso, lingua, racconto.
Non sappiamo ancora con certezza da quali ambienti Giovanni abbia dedotto il
concetto di ”logos” come egli lo usa. Ma certamente parlando del “Logos” egli lo indica come
Dio da sempre (in principio...era Dio), che “era presso Dio”, quindi come una persona distinta
dal Padre.
Quando veniva scritto il Vangelo di Giovanni alcuni termini avevano col Logos
giovanneo affinità, ma non uguaglianza. Il termine logos ha avuto un largo uso nella
filosofia greca dal 500 a.C. in poi, con varie accentuazioni, tra cui quello di “ragione” che
sostiene il mondo e lo penetra come una finissima sostanza spirituale, ma non personale. Il
termine uguale usato da Giovanni certamente non ha questo significato.
Nell’Antico Testamento troviamo altri termini che si avvicinano al significato del
“logos” giovanneo. La parola di Dio è indicata nella Scrittura con “debar”, che ha il
significato di potenza operante di Dio, ma non è una persona, e negli Scritti del Targum si
trova il termine “memra”, nel senso di uno strumento che porta a termine l’azione di Dio. Né
“debar”, nè “memra” indicano quanto è detto del logos giovanneo. Una parola che ha molti
concetti paralleli al prologo di Giovanni è “Sapienza”, ma essa appare come creata.
Il Vangelo di Giovanni, come i Sinottici ( Mc 4, 14; Lc 5, ) presenta la predicazione di
Gesù come l’annunzio della “parola di Dio”; le parole di Gesù sono del Padre, in esse si
compie l’opera del Padre, sono l’atto rivelatore di Dio agli uomini. La parola del Padre è
parola di salvezza ( 14,24 ), di verità (17, 17) e opera nei credenti la vita ( 5, 24 ) e negli
increduli il giudizio (12,47). Le parole di Gesù hanno tanto valore e tanta forza perché Gesù
non è un semplice uomo, incaricato da Dio, ma la Parola ( il logos), Dio stesso.
L’incarnazione significa la presenza di Dio nell’uomo Gesù.
PAROLA DI VERITA
La verità non è l’essere stesso di Dio, ma la parola di Dio. La parola che Cristo ha
inteso dal Padre è la verità ( Gv 8, 26-40 ) ed è la verità che egli viene a proclamare, alla
quale viene a “rendere testimonianza” (Gv 18, 37 ). La verità è quindi nello stesso tempo la
parola del Padre e la parola che Cristo stesso ci rivolge. La grande novità cristiana è questa:
Cristo stesso è la verità, perché ci rivela il Padre, rivelando se stesso come Figlio Unigenito.
Egli spiega il senso di questo titolo, unendolo ad altri due: egli è “la via, la verità, la vita”, è
la via che conduce al Padre, perché ci trasmette la rivelazione del Padre e in tal modo ci
comunica la vita divina.
Una volta terminata la rivelazione al mondo, Gesù annunzia ai Discepoli la venuta del
Paraclito, lo Spirito della verità (Gv 14, 17 ). La funzione dello Spirito è di rendere
testimonianza a Cristo, di portare i discepoli a tutta la verità (Gv 16, 13 ) di richiamare alla
loro memoria tutto ciò che Gesù aveva detto, cioè di farne afferrare il vero senso (Gv 14, 26 ).
RAGIONE - SAPIENZA
Nel nostro mondo contemporaneo si parla spesso di ragione. Nel linguaggio biblico la
ragione ha un’accezione più vasta che non nel nostro campo filosofico e comune: essa indica
la sapienza e come tale risiede in grado supremo in Dio e nell’ambito umano indica
soprattutto il retto uso delle facoltà intellettuali, il buon senso; come tale si oppone alla follia (Is
29, 16), la quale comprende ogni uso non retto della ragione o la mancanza di buon senso. Nel
NT essa assume un importante ruolo nella conoscenza di Dio attraverso il creato ( Rm 1, 20 );
se a volte essa sbaglia nell’identificare Dio lo si deve a pervertimenti parziali, a modi di
ragionare propri di correnti filosofiche ( Rm 1, 21-22 ), non a incapacità intrinseca della
ragione umana, che serve egregiamente a conoscere le cose di ordine naturale e soprattutto
quelle
di ordine soprannaturale ( 1 Cor 2 14-16 ), anche se è limitata nelle sue forze e
ha bisogno del soccorso della Rivelazione. In perfetta armonia con la ragione , il culto di Dio
deve essere logico, razionale, ragionato ( Rm 12, 1 ) (Gianfranco Nolli : Lessico Biblico -Voce:
Ragione )
La sapienza nella Bibbia è considerata sotto vari aspetti. E’ una qualità di Dio, riservata
a lui, nascosta agli uomini. Alcune delle caratteristiche con cui è descritta saranno proprie del
Logos di Giovanni, ma Gesù non è mai presentato come la Sapienza, pur avendo molti degli
attributi con cui nei testi dell’AT si parlava della Sapienza. Il motivo è che Gesù supera
infinitamente la Sapienza quale potevano conoscerla i saggi d’Israele. Solo in epoca
successiva al NT Gesù sarà esplicitamente detto Sapienza di Dio, un titolo che è rimasto
durante tutto il corso della storia cristiana. Dio si è rivelato pienamente in Gesù, presenza di
Dio tra gli uomini, e per questo Gesù può essere detto Sapienza di Dio.
MONOTEISMO DI ISRAELE
In seno ad un mondo politeista, Israele fa professione di un monoteismo rigoroso, che
appare come la caratteristica più notevole del suo pensiero religioso. I Patriarchi rendono culto
al Dio che si è rivelato al padre di ciascuno di loro, e quelle rivelazioni personali non hanno mai
portato a parlare di molteplici dei. Questo Dio non ammette che nessun altro dio gli sia
messo in concorrenza ( Gb 32, 10) e agisce non solo in Canaan, ma dovunque, in Egitto, a
Sodoma e Gomorra, a Carrai, e ha autorità universale.
Identificando Javhè, che gli è apparso nel roveto, al Dio dei Patriarchi, ai clan
ebrei che si unirono a lui, Mosè impose il monoteismo, che fu la religione di Israele nei
secoli, anche se il popolo spesso indulse a culti politeistici. Durante l’esilio in Mesopotamia
(586-538) la comunità dei deportati venne a trovarsi in continuo scontro col paganesimo
trionfante babilonese. Al politeismo, i profeti, in particolare il Deuteroisaia, hanno condotto
una forte critica in nome del monoteismo iavhistico.
LA CRITICA AL MITO DEI FILOSOFI GRECI
Contemporaneamente, dal quinto secolo in poi, nel mondo greco una schiera di filosofi
portava una serrata lotta contro il mito dominante, in nome del logos. Mito (mithos) significa
saga, racconto, logos ( da leghein= dire ) significa parola, discorso.
Il mito ha il valore delle idee che traduce e nel mondo greco era messo al servizio di
una religione politeistica, parlava di forze sovrumane che trascendevano l’esperienza e che
agivano nel mondo. L’uomo dipendeva da quel mondo e gli prestava adorazione in opere
d’arte alle quali attribuiva una forza divina. La religione mitica greca è un politeismo, in cui vi
era una tendenza a dare il privilegio nel culto comune ad una certa divinità e da ciò dipende la
fede in un dio supremo, Zeus padre degli dei, che domina su di essi.
Questo mondo cominciò ad essere respinto intorno al 600 dallo sviluppo della
conoscenza naturale. E si effettuò ad opera di filosofi un passaggio dal mito al logos.
Logos divenne una delle parole fondamentali del pensiero filosofico greco, con una
molteplicità di significati, come parola, ma anche essenza delle cose, rapporto tra di esse,
facoltà di concepirle, quindi ragione o intelletto. In latino questa serie di significati è, più o
meno, presente nella parola “ratio”, che deriva da reor (= ponderare) . Il logos qui è inteso
come intelletto o come ragione in contrapposizione al mito. Nasce un pensiero umano
autonomo, che non si accontenta di racconti, ma cerca le cause razionali, non si riferisce ad
un’autorità antica, ma alla propria esperienza e comprensione. Questa trasformazione storicospirituale può essere connotata, con alcune riserve, come una prima forma di “illuminismo”.
Il passaggio fu un processo che durò secoli e le rappresentazioni mitologiche agirono ancora
per molto tempo.
INCONTRO COL MONDO GRECO
Qualche secolo dopo avvenne l’incontro del Cristianesimo col mondo greco.
Benedetto XVI parlando del modo con cui è avvenuto ha ripetutamente asserito che la scelta
del cristianesimo è stata decisamente per il logos e non per il mito.
Il Cardinal Ruini, in una relazione fatta nel Dicembre del 2006, riassumendo il
pensiero di Joseph Ratzinger al riguardo, scriveva : “L’opzione per il Lógos, e non per il mito,
ha caratterizzato fin dall’inizio lo stesso cristianesimo. Joseph Ratzinger argomenta
ampiamente questa affermazione, anzitutto sul piano storico, già a partire dalla sua prima
prolusione accademica, nel 1959 all’Università di Bonn, intitolata: “Il Dio della fede e il Dio
dei filosofi”, e poi fino al recentissimo discorso all’Università di Regensburg. In concreto, già
ben prima della nascita di Cristo la critica dei miti religiosi compiuta dalla filosofia greca –
critica che può definirsi come l’illuminismo filosofico dell’antichità – ha trovato un
corrispettivo nella critica agli dei falsi condotta dai profeti di Israele (in particolare il
Deutero-Isaia) in nome del monoteismo jahvistico, e poi l’incontro tra fede giudaica e
filosofia greca si è sviluppato progressivamente e ha trovato espressione anche nella
traduzione greca dell’Antico Testamento dei Settanta, che «è più di una semplice
traduzione» e rappresenta «uno specifico importante passo della storia della rivelazione»
(discorso di Regensburg). Pertanto l’affermazione «In principio era il Lógos», con cui inizia il
prologo del Vangelo di Giovanni, costituisce «la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio,
la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta,
trovano la loro sintesi» (ibidem)
Nella stessa linea si è mossa la patristica, come emerge dalla frase audace e incisiva di
Tertulliano «Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine» (Introduzione, p.
102) e dalla netta scelta di S. Agostino che, rifacendosi alle tre forme di religione individuate
dall’autore pagano Terenzio Varrone, colloca risolutamente il cristianesimo nell’ambito della
«teologia fisica», cioè della razionalità filosofica, e non in quello della «teologia mitica» dei
poeti, o della «teologia civile» degli Stati e dei politici. Il cristianesimo si qualifica pertanto
come «religione vera», a differenza dalle religioni pagane, ormai prive di verità agli occhi della
stessa razionalità precristiana, e realizza rispetto ad esse una grande opera di
«demitizzazione». Un cammino di questo genere era già iniziato nel giudaismo, ma rimaneva
la difficoltà del legame speciale tra l’unico Dio creatore universale e il solo popolo giudaico,
legame superato dal cristianesimo, nel quale l’unico Dio si propone come salvatore, senza
discriminazioni, di tutti i popoli. In questo senso, l’incontro tra il messaggio biblico e il
pensiero filosofico greco non è stato un semplice caso, ma la concretizzazione storica del
rapporto intrinseco tra la Rivelazione e la razionalità. E proprio questo è anche uno dei
motivi fondamentali della forza di penetrazione del cristianesimo nel mondo ellenisticoromano (cfr. Fede, pp.173-180).
ESSERE, LOGOS, AGAPE
Così però abbiamo, per così dire, soltanto una metà del discorso: l’altra metà è
costituita dalla novità radicale e dalla diversità profonda della rivelazione biblica rispetto alla
razionalità greca, e ciò anzitutto riguardo al tema centrale della religione, che è chiaramente
Dio. Joseph Ratzinger mette grande impegno nel mostrare, attraverso l’esame dei testi
biblici, dal racconto del roveto ardente di Esodo 3 fino alla formula «Io sono» che Gesù
applica a se stesso nel Vangelo di Giovanni, che l’unico Dio dell’Antico e del Nuovo
Testamento è l’Essere che esiste da se stesso e in eterno, ricercato dai filosofi (cfr.
Introduzione, pp. 79-97). Ma egli sottolinea con uguale forza che questo Dio supera
radicalmente ciò che i filosofi avevano pensato di Lui. In primo luogo, infatti, Dio è
nettamente distinto dalla natura, dal mondo che Egli ha creato: solo così la «fisica» e la
«metafisica» giungono a una chiara distinzione l’una dall’altra. E soprattutto questo Dio
non è una realtà a noi inaccessibile, che noi non possiamo incontrare e a cui è inutile rivolgersi
nella preghiera, come ritenevano i filosofi. Al contrario, il Dio biblico ama l’uomo e per questo
entra nella nostra storia, dà vita a un’autentica storia d’amore con Israele, suo popolo, e poi, in
Gesù Cristo, non solo dilata questa storia di amore e di salvezza all’intera umanità ma la
conduce all’estremo, al punto cioè di «rivolgersi contro se stesso», nella croce del proprio
Figlio, per rialzare l’uomo e salvarlo, e di chiamare l’uomo a quell’unione di amore con Lui che
culmina nell’Eucaristia. (cfr. Deus caritas est, nn. 9-15, dove Benedetto XVI riassume con
grande forza quello che aveva approfondito fin dagli inizi del suo lavoro di teologo).
In questo modo il Dio che è l’Essere e il Verbo è anche e identicamente l’Agape,
l’Amore originario e la misura dell’amore autentico, che proprio per amore ha creato l’universo
e l’uomo. Più precisamente, questo amore è del tutto disinteressato, libero e gratuito: Dio
infatti crea liberamente l’universo dal nulla (solo con la libertà della creazione diventa piena e
definitiva la distinzione tra Dio e il mondo) e liberamente, per la sua misericordia senza limiti,
salva l’umanità peccatrice. Così la fede biblica riconcilia tra di loro quelle due dimensioni
della religione che prima erano separate una dall’altra, cioè il Dio eterno di cui parlavano i
filosofi e il bisogno di salvezza che l’uomo porta dentro di sé e che le religioni pagane
tentavano in qualche modo di soddisfare. Il Dio della fede cristiana è dunque sì l’Essere
assoluto, il Dio della metafisica, ma è anche, e identicamente, il Dio della storia, il Dio cioè
che entra nella storia e nel più intimo rapporto con noi. È questa, secondo Joseph Ratzinger,
l’unica risposta adeguata alla questione del Dio della fede e del Dio dei filosofi. (cfr. Fede,
pp. 180-182). (Cardinal Ruini: Al cuore dell’insegnamento di Benedetto XVI).
Il Dio dei filosofi è puro pensiero. L’idea di sfondo è questa: pensare e solo pensare è
un’attività degna dell’essere divino. Viceversa il Dio della fede è un “amare pensando”.
L’idea madre che gli fa da sfondo
è la seguente: amare è un’azione veramente divina.
Il Logos dell’universo, il pensiero creativo fontale è al contempo amore; anzi è questo
pensiero stesso che si estrinseca in maniera creativa, perché in quanto pensiero è amore, e in
quanto amore è pensiero. Sussiste una primordiale identità fra verità e amore, i quali
allorché si attuino alla perfezione, non costituiscono più due realtà affiancate o addirittura
contrapposte, bensì un tutto unico, vale a dire l’Assoluto per antonomasia. Sotto questo
aspetto si rende al contempo ben visibile l’addentellato su cui fa leva la professione di fede nel
Dio Uno e Trino. ( J . Ratzinger: “ Introduzione al Cristianesimo - Ed. Quiriniama-2000 p.
108 )
VERSO UN NUOVO ACCORDO
Questa sintesi e questa pretesa hanno retto per molti secoli, pur tra tante vicissitudini
storiche, e sono state alla base delle successive fasi di espansione missionaria del
cristianesimo (cfr. discorso di Verona). A questo punto Joseph Ratzinger pone con forza la
domanda: «perché questa sintesi non convince più oggi? Perché la ragione e il cristianesimo
sono, al contrario, considerati oggi come contraddittori e addirittura reciprocamente
escludentisi? Che cosa è cambiato nella prima e che cosa è cambiato nel secondo?» (Fede, p.
184).
Molto è cambiato nel mondo occidentale negli ultimi secoli : con l’irrompere delle
filosofie di Cartesio, di Kant, dell’illuminismo, dell’idealismo, dell’ateismo, del positivismo,
dell’evoluzionismo, all’agnosticismo, all’attuale pensiero debole, ecc . E nella Chiesa, con la
riforma protestante, con la deellinizzazione, con un cristianesimo diventato, col passare dei
secoli tradizione umana e religione di stato, con un attutirsi della voce della ragione.
In polemica con la Chiesa l’illuminismo ha riproposto alcuni valori originari del
cristianesimo e ha ridato alla ragione e alla libertà la loro voce. Il Vaticano II, specialmente
nella Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo e nella Dichiarazione sulla libertà
religiosa ha evidenziato questa profonda corrispondenza tra Cristianesimo ed Illuminismo,
puntando ad una vera riconciliazione, che è il grande patrimonio da tutelare da entrambe le
parti. (Vedi: “L’Europa” pp 57-57-Discorso alla Curia romana del 22-12-2005 )
E’ giunto il momento di trovare le vie di un nuovo accordo della ragione e della libertà
col Cristianesimo, ossia di trovare la maniera di proporre la verità salvifica di Gesù Cristo
alla ragione del nostro tempo. “La risposta che Joseph Ratzinger-Benedetto XVI dà a questo
interrogativo è anzitutto quella di «allargare gli spazi della razionalità». La limitazione della
ragione a ciò che è sperimentabile e controllabile è infatti utile, esatta e necessaria
nell’ambito specifico delle scienze naturali e costituisce la chiave dei loro incessanti sviluppi. Se
però viene universalizzata e ritenuta assoluta e autosufficiente, una tale limitazione diventa
insostenibile, disumana e alla fine contraddittoria. In forza di essa infatti l’uomo non potrebbe
più interrogarsi razionalmente sulle realtà essenziali della sua vita, sulla sua origine e sul
suo fine, sul dovere morale, sulla vita e sulla morte, ma dovrebbe lasciare questi problemi
decisivi a un sentimento staccato dalla ragione. Così però la ragione viene mutilata e l’uomo
viene diviso in se stesso e quasi disintegrato, provocando la patologia tanto della religione –
che, staccata dalla razionalità, facilmente degenera nella superstizione, nel fanatismo e nel
fondamentalismo – quanto della scienza, che si rivolge facilmente contro l’uomo quando si
distacca dall’etica e in concreto dal riconoscimento del soggetto umano come colui che non può
mai essere ridotto a strumento (cfr. Fede, pp. 99 e 164-166).
Proprio la pretesa che l’unica realtà sia quella che è sperimentabile e calcolabile
porta del resto fatalmente a ridurre il soggetto umano a un prodotto della natura, come tale
non libero e suscettibile di essere trattato come ogni altro animale: si ha così un capovolgimento
totale del punto di partenza della cultura moderna, che consisteva nella rivendicazione
dell’uomo e della sua libertà. Analogamente, sul piano pratico, quando la libertà individuale
che non discrimina, per la quale in ultima analisi tutto è relativo al soggetto, viene
eretta a
supremo criterio etico, essa finisce per diventare un nuovo dogmatismo perché esclude ogni
altra posizione, che può essere lecita soltanto finché rimane subordinata e non in contraddizione
rispetto a questo criterio relativistico. In tal modo vengono sistematicamente censurate le
norme morali del cristianesimo e viene rifiutato in partenza ogni tentativo di mostrare che
esse, o qualsiasi altre, hanno validità oggettiva perché si fondano sulla realtà stessa dell’uomo:
diventa pertanto inammissibile l’espressione pubblica di un autentico giudizio morale. Si è
sviluppata così in Occidente una forma di cultura che taglia deliberatamente le proprie radici
storiche e costituisce la contraddizione più radicale non solo del cristianesimo ma delle
tradizioni religiose e morali dell’umanità. (cfr. L’Europa, pp. 34-55, e il discorso di
Regensburg).
La riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Lógos creatore e viene
capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, riconducendo
ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. (cfr. i discorsi di Verona e di Regensburg,
oltre che Fede, pp. 188-192).
Sul piano filosofico il Lógos creatore non è l’oggetto di una dimostrazione apodittica
ma rimane «l’ipotesi migliore», un’ipotesi che esige da parte dell’uomo e della sua ragione «di
rinunciare a una posizione di dominio e di rischiare quella dell’ascolto umile». In concreto,
specialmente nell’attuale clima culturale, l’uomo con le sue sole forze non riesce a fare
completamente propria questa «ipotesi migliore»: egli rimane infatti prigioniero di una
«strana penombra» e delle spinte a vivere secondo i propri interessi, prescindendo da Dio e
dall’etica. Soltanto la rivelazione, l’iniziativa di Dio che in Cristo si manifesta all’uomo e lo
chiama ad accostarsi a Lui, ci rende pienamente capaci di superare questa penombra. (cfr.
L’Europa, pp. 115-124; 59-60, e il Discorso di Regensburg).
Proprio la percezione di una tale «strana penombra» fa sì che l’atteggiamento più
diffuso tra i non credenti non sia oggi l’ateismo – avvertito come qualcosa che supera i limiti
della nostra ragione non meno della fede in Dio – ma l’agnosticismo, che sospende il
giudizio riguardo a Dio in quanto razionalmente non conoscibile. La risposta che Joseph
Ratzinger dà a questo problema ci riporta ulteriormente verso la realtà della vita: a suo
giudizio infatti l’agnosticismo non è concretamente vivibile, è un programma non realizzabile
per la vita umana. Il motivo è che la questione di Dio non è soltanto teorica ma
eminentemente pratica, ha conseguenze cioè in tutti gli ambiti della vita. Nella pratica sono
infatti costretto a scegliere tra due alternative, già individuate da Pascal: o vivere come se
Dio non esistesse, oppure vivere come se Dio esistesse e fosse la realtà decisiva della mia
esistenza. Ciò perché Dio, se esiste, non può essere un’appendice da togliere o aggiungere
senza che nulla cambi, ma è invece l’origine, il senso e il fine dell’universo, e dell’uomo in
esso. Se agisco secondo la prima alternativa adotto di fatto una posizione atea e non soltanto
agnostica; se mi decido invece per la seconda alternativa adotto una posizione credente: la
questione di Dio è dunque ineludibile (cfr. L’Europa, pp. 103-114). È interessante notare la
profonda analogia che esiste, sotto questo profilo, tra questione dell’uomo e questione di Dio:
entrambe, per la loro somma importanza, vanno affrontate con tutto il rigore e l’impegno
della nostra intelligenza, ma entrambe sono sempre anche questioni eminentemente pratiche,
inevitabilmente connesse con le nostre.
GESU VIA CHE CONDUCE A DIO
In concreto, dunque, la via che conduce a Dio è Gesù Cristo, non solo perché soltanto
in Lui possiamo conoscere il volto di Dio, il suo atteggiamento verso di noi e il mistero stesso
della sua vita intima, cioè del Dio unico e assoluto che esiste in tre Persone totalmente «relative»
a vicenda – di questo mistero non sono state ancora enucleate tutte le implicazioni sia per la
nostra vita sia per la stessa conoscenza di Dio, dell’uomo e del mondo –, ma anche perché
soltanto nella croce del Figlio, nella quale si mostra nella sua forma più radicale l’amore
misericordioso e solidale di Dio per noi, può trovare una risposta, misteriosa ma convincente,
il problema del male e della sofferenza, che da sempre – ma con forza nuova nella nostra epoca
«umanistica» – è la fonte del dubbio più grave contro l’esistenza di Dio. Perciò la preghiera,
l’adorazione che apre al dono dello Spirito e rende liberi il nostro cuore e la nostra intelligenza,
è dimensione essenziale non solo della vita cristiana ma della conoscenza credente e del lavoro
del teologo (cfr. discorso di Verona; Introduzione, pp. 135-146; Prolusione del 1959
all’Università di Bonn). ( Le citazioni sopra indicate sono tratte da : “Cardinal Ruini: Al
cuore dell’insegnamento di Benedetto XVI” ).
PADRE
“Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di
tutte le cose visibili e invisibili”.
DIO PADRE
Dio è riconosciuto come padre da molte religioni, anzitutto quella ebraica. Il popolo
eletto si è sentito oggetto di un'intensa relazione di amore da parte di Dio, che si è preso cura
di lui, lo ha protetto, lo ha accompagnato tenendolo per mano, lo ha portato in braccio, lo ha
nutrito, lo ha educato.
Gesù ha portato quest'idea di padre fino al limite. I padri umani donano la vita ma non
possono impedire la morte; invece il Padre di Gesù ci considera generati in un rapporto d'amore
più forte della morte, che sfocia nella vita senza fine. Gesù chiama Dio “Abbà”, “Padre”.
Il termine “Padre” è analogico; indica il principio da cui il Figlio riceve tutto, ciò che è
e fa. In realtà Dio si colloca al di là delle differenze di sesso e riunisce in sé i valori della
paternità e della maternità. Dice Clemente Alessandrino: «Per la sua misteriosa divinità, Dio è
padre. Ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare madre». È il Padre materno, autorità che
responsabilizza e tenerezza accogliente. È comunque un soggetto personale, che pone davanti a
sé altre persone e non un tutto indefinito, immergendosi nel quale ognuno perde la propria
identità.
Il nome “Padre”, attribuito a Dio già nell’Antico Testamento, assume un significato ben
più profondo, per il fatto che Dio si rivela nel Figlio unigenito e comunica agli uomini lo
Spirito del suo Figlio. Con questo nuovo significato diventa il nome definitivo: «Il nome che
conviene propriamente a Dio è quello di “Padre” piuttosto che di “Dio”... Dire “Dio” significa
indicare il dominatore di tutte le cose; dire “Padre” significa invece raggiungere una proprietà
intima... “Padre” è dunque in certo modo il nome più vero di Dio, il suo nome proprio per
eccellenza».
ONNIPOTENTE
Già Israele aveva sperimentato l'onnipotenza di Dio, nel progetto di salvezza che si
compiva lungo la storia: il progetto si realizzava in modo imprevisto, non nella forza ma nel
tenero amore paterno.
Poi in Gesù si accentua l'aspetto paradossale: l'onnipotenza di Dio si stempera
nell'apparente impotenza. Nell'abbassamento del Figlio con l'incarnazione, nel suo
annientamento sulla croce. L'autore delle galassie con miliardi di stelle, ridotto alla piccola
ostia bianca sul palmo della mano. La grandezza del Figlio di Dio dissimulata nel
nascondimento. Un progetto misterioso che si realizza nel mondo, e che chiamiamo Vangelo
cioè buona notizia per noi.
Oggi l'onnipotenza di Dio è guardata con sospetto. Si constata la frequente vittoria del
male sul bene, la malattia, la morte inesorabile. C'è chi ritiene che dopo Auschwitz non si può
più credere nella bontà di Dio.
Nella visione cristiana, l'onnipotenza è considerata dai credenti un attributo divino: la
qualità di colui che domina ogni cosa, e tiene in pugno ogni realtà. Ma non è percepita come un
comportamento capriccioso o arbitrario: Dio dispone tutto secondo ordine e misura, la sua è
signoria di amore. Diceva Tommaso d'Aquino: «L'onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto
nel perdono e nella misericordia».
CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA
‘E’ la risposta a una delle domande di senso: «Da dove vengo?»: l'Onnipotente è
creatore dei ciclo e della terra, cioè, come indica questa trasparente espressione semitica, di
tutto.
Colui che Gesù chiama familiarmente “Abbà” è il Creatore, la prima sorgente nascosta
di tutte le cose, che la fede della Chiesa riconosce come l’unico Dio vivo e vero, «onnipotente,
eterno, immenso, incomprensibile, infinito nel suo intelletto, nella sua volontà ed in ogni
perfezione, che essendo una sostanza spirituale, unica e singolare, assolutamente semplice e
immutabile, deve essere dichiarato realmente ed essenzialmente come distinto dal mondo,
sovranamente beato in se stesso e per se stesso ed ineffabilmente elevato al di sopra di tutto
ciò che è e che può essere concepito al di fuori di lui». Davanti a lui l’universo, popolato di
stelle e galassie, malgrado la sua immensità che dà le vertigini, appare come un granello di
polvere sulla bilancia, «come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra» (Sap 11,22).
Nulla aggiunge alla perfezione del suo Creatore; la sua esistenza è puro dono, assolutamente
libero e gratuito. Dio è infinitamente perfetto: nulla può perdere o acquistare; in lui «non c’è
variazione né ombra di cambiamento» (Gc 1,17); egli «è da sempre e per sempre» (Sir 42,21),
senza inizio, senza successione e senza fine. Perfino i cieli si logorano come una veste e
passano, ma il Signore resta sempre lo stesso e i suoi anni non hanno fine. Di fronte a lui l’uomo
si sente «polvere e cenere» (Gen 18,27). Ma la trascendenza non significa lontananza. Dio
contiene l’universo nella sua intelligenza e volontà; penetra intimamente ogni cosa con il suo
Spirito, per dare «esistenza, energia e vita». È «altissimo e vicinissimo, remotissimo e
presentissimo».
Dio creatore di tutto
Il mondo esiste perché Dio lo vuole. Dio è il Signore incondizionato di tutta la realtà.
Mentre la scienza è interessata a proporre teorie sull’origine dell’universo, la Bibbia non
intende dire come Dio lo ha creato, ma che lo ha creato dal nulla, che comunica alle creature
tutto il loro essere. Alla luce della Rivelazione sappiamo che il mondo esiste perché Dio, che è
il Signore incondizionato di ogni realtà, lo ha voluto. L’universo dipende sempre da Dio, sia nel
suo iniziare che nel suo continuare ad esistere. La creazione non è solo il gesto compiuto da
Dio in un tempo remoto, ma il dono di ogni giorno: “In lui viviamo, ci muoviamo e siamo” ( At
17, 28 ). Dio ha creato tutto ciò che esiste. Della creazione fa parte l’uomo creato da Dio a sua
immagine e somiglianza: “ Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò” ( Gn
1, 27 ) . L’uomo tratto dalla terra è partecipe del mondo materiale; ma riceve direttamente da
Dio il soffio della vita spirituale. Dio ha creato anche gli angeli, che sono creature personali,
puri spiriti, immortali, più intelligenti e potenti dell’uomo. La libertà umana non è sola
nell’universo e il mondo è più vasto e profondo di quanto la mentalità razionalistica possa
supporre.
Creazione ed evoluzione
Questione oggi dibattuta con accanimento è: creazione o evoluzione? La creazione,
ovviamente negata dagli atei, riceve un pessimo servizio anche dai cosiddetti creazionisti,
movimento diffuso specie negli Stati Uniti, che pensa di combattere l'evoluzionismo con una
lettura fondamentalista (e sbagliata) della Bibbia. Nella visione cristiana, la Chiesa ha preso
posizione in vari documenti ufficiali. Le risulta che creazione ed evoluzione non si escludono.
E aperta all'evoluzione, è contraria al creazionismo dei fondamentalisti e guarda con
ammirazione e gratitudine a Dio creatore e Padre.
Perché la creazione?
Tommaso d'Aquino crede di saperlo: «L'amore non ha permesso a Dio di rimanere
solo».
Per il cristiano il creato è segno dell’amore di Dio, immenso, contagioso. Tutte le cose
sono buone, perché partecipi della sapienza e della bontà di Dio. Dopo l'atto creatore, «Dio
vide quanto aveva fatto, ecco era molto buono» (Gn 1,31).
L’uomo che riflette davvero si sente unico e irrepetibile e capisce che non si è dato
da sé l’esistenza. Sa che il centro dell’universo non è lui, ma Dio, e verso Dio orienta
la sua esistenza. Ha per lui uno sguardo di amore, come pure verso il mondo da lui creato, che
lo orienta a riconoscere il suo creatore. Il pittore Saul Steinberg ha confidato: “Ogni volta che
ammiro un angolo di campagna, cerco sempre la firma dell’autore, in basso a destra”. Il
Salmo 18 dice: «i cieli narrano la gloria di Dio, e l'opera delle sue mani annuncia il
firmamento» (Sal 18,1). E l’uomo si associa a questa lode.
LA CREAZIONE
INTERROGATIVI
L’attuazione dell’eterno disegno del Padre, incentrato nel suo Figlio Gesù Cristo,
passa anzitutto attraverso la creazione. Ma proprio a riguardo di essa numerosi sono gli
interrogativi che ci si pongono. La moderna immagine scientifica del mondo non
corrisponde più a quella dell’ambiente in cui fu scritta la Bibbia. Ed ecco allora per noi
domande inevitabili: il progresso scientifico contraddice forse la fede biblica? L’evoluzione
è forse incompatibile con la creazione? qual è il senso della dottrina sulla creazione? intende
descrivere come il mondo è iniziato e si è sviluppato, oppure vuole affermare soltanto la
totale dipendenza da Dio?
La fede biblica in Dio creatore è nata come esplicitazione della fede in Dio
salvatore. Israele, nell’esodo dall’Egitto e in tutta la sua storia, ha sperimentato come Dio
tenga nelle sue mani le persone, i popoli e gli avvenimenti. Di lui ci si può fidare
assolutamente. È onnipotente e può sempre mantenere le promesse. È il Signore incontrastato
della storia e dell’universo. È il Signore, perché è il creatore e tutto dipende da lui. Israele
ha anche sperimentato come Dio sia imprevedibile, pronto a capovolgere le sorti dei potenti
e degli oppressi, ad aprire nuove strade quando tutto sembra bloccato, sovranamente libero
nel suo agire storico. Ciò presuppone che sia ugualmente libero nella sua azione creatrice:
“Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste” (Sal 33,9). Il mondo esiste perché Dio lo
vuole. Dio è il Signore incondizionato di tutta la realtà. Questo propriamente interessa la fede
religiosa. Questo in definitiva è il messaggio che la Bibbia intende dare, anche quando narra
diffusamente l’opera divina.
I RACCONTI DELLA CREAZIONE
I due racconti biblici della creazione fanno parte della cosiddetta “storia
primitiva”, comprendente anche il peccato delle origini, la diffusione del male e le promesse
di salvezza. Si tratta di una introduzione alla successiva storia dei patriarchi e di Israele.
Non tramanda, secondo l’interpretazione ormai comunemente accettata, avvenimenti singoli,
accaduti una sola volta e narrati sulla base di precisi ricordi e testimonianze. Con una
sequenza di scene simboliche, di personaggi e fatti emblematici, presenta in forma narrativa
una riflessione sapienziale sulla condizione umana e sulla dinamica costante della storia.
Per quanto riguarda la creazione, il redattore finale non ha esitato a giustapporre due
rappresentazioni, nate in diversi ambienti culturali e assai diverse tra loro. Il primo
racconto, più recente, procede solenne, come un inno, intessuto di ripetizioni e parallelismi;
segue lo schema dei sette giorni, non per indicare sette epoche, ma per insegnare che l’uomo
è chiamato a continuare l’opera di Dio con il lavoro e a riposare e far festa con lui, come suo
collaboratore e amico; presenta il mondo come un’armonia mirabile, che in virtù dello Spirito
e della parola di Dio sorge dalle acque e dalle tenebre, simbolo del caos e del nulla. Il
secondo racconto è il più antico; unisce vivacità e colore descrittivo alla fine penetrazione
psicologica; utilizza un altro modello di pensiero simbolico; qui il mondo fiorisce in mezzo al
deserto del nulla come un’oasi, irrigata dai fiumi e rigogliosa di vita, come un giardino
affidato alle cure dell’uomo; questi non compare più al termine, ma al centro della
successione. Il redattore non avverte alcuna contraddizione tra i due racconti, perché, sia
pure con diverse rappresentazioni, essi danno un insegnamento convergente. A lui non
interessano le modalità e la successione dei fenomeni, ma la totale dipendenza da Dio, la
fondamentale bontà delle creature, la preminente dignità della creatura umana, il valore
del lavoro e del riposo, della sessualità e del matrimonio. (359)
CREAZIONE CONTINUA
Nella Bibbia la creazione è presentata come l’inizio della storia della salvezza, la
prima delle mirabili opere di Dio; ma anche come la sua attività continua, il fondamento
perenne di ogni cosa. L’universo dipende sempre da Dio, sia per iniziare sia per continuare
ad esistere e per svilupparsi verso nuove e più alte forme di vita. Il soffio dello Spirito
avvolge e penetra le creature, le sostiene e le fa germogliare come vento di primavera: “Tutti
da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo
raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni. Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli
loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e
rinnovi la faccia della terra” (Sal 104,27-30). La creazione non è il gesto compiuto da Dio
in un tempo remoto, ma il dono di ogni giorno: “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”
(At 17,28).
Dio crea dal nulla: “Contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi
che Dio li ha fatti non da cose preesistenti” (2Mac 7,28). Dio crea dal nulla l’universo
spirituale e materiale, cioè comunica liberamente a tutte le creature tutto il loro essere. La
fede nella creazione, così intesa, genera una speranza incrollabile: “Il nostro aiuto è nel
nome del Signore che ha fatto cielo e terra” (Sal 124,8). Se Dio può creare dal nulla, a lui
tutto è possibile. Può convertire i peccatori, compresi i più induriti, e rigenerarli a una nuova
vita spirituale. Può perfino risuscitare dalla tomba, egli che “dà vita ai morti e chiama
all’esistenza le cose che ancora non esistono” (Rm 4,17). Non è senza ragione che nella
veglia pasquale, in cui celebriamo la risurrezione di Cristo e la nostra rinascita, si proclami
anche il racconto della creazione. (361 )
RELIGIONE E SCIENZA
Dipendenza continua e totale da Dio: ecco il contenuto della fede. Restano
fuori dalla sua prospettiva le modalità fenomeniche del divenire cosmico. Viceversa la
scienza indaga proprio queste modalità. Ne consegue che non ha senso contrapporre
discorso religioso e discorso scientifico; e neppure tentare di armonizzarli, quasi si trovassero
ambedue sullo stesso piano.
Tuttavia l’immensità, la complessità e l’ordine mirabile della natura, messi in luce
dalla scienza moderna, ci fanno rimanere stupiti e ci invitano a considerare l’infinita
potenza e sapienza del Creatore. La stessa immagine evolutiva del mondo di per sé non
contraddice la fede nella creazione; anzi, implicando nella continuità dello sviluppo una serie
di passaggi dal meno al più, costituisce un’ottima base di partenza per la riflessione
filosofica, che trova una spiegazione sufficiente solo in una causa trascendente. (362 )
Però c’è da dire che nella nostra società si nota la tendenza a concepire la
conoscenza scientifica come l’unica propriamente vera e razionale, che si può qualificare
“scientismo” e “la teoria dell’evoluzione delle specie” dei viventi proposta da Darwin ha
finito per assumere, presso molti scienziati e filosofi e in larga parte dell’attuale cultura, il
ruolo di una specie di visione del mondo o di «filosofia prima», che da una parte sarebbe
rigorosamente «scientifica» e dall’altra costituirebbe, almeno potenzialmente, una
spiegazione o teoria universale di tutta la realtà, basata sulla selezione naturale e sulle
mutazioni casuali, al di là della quale ulteriori domande sull’origine e sulla natura delle cose
non sarebbero più necessarie e nemmeno lecite. L’affermazione che «in principio era il
Lógos» viene pertanto capovolta, ponendo all’origine di tutto la materia-energia, il caso e
la necessità, qualcosa dunque che in sé non sarebbe razionale. ( J. Ratzinger: Fede, pp. 187190).
MEDIATORE DELLA CREAZIONE
Se il Padre è l’origine prima e il fine ultimo di tutte le cose, Gesù Cristo è il
mediatore universale della creazione, non meno che della salvezza. Un motivo in più per
alimentare la nostra fiducia e liberarci da ogni soggezione nei confronti di forze
minacciose e oppressive: “In realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla
terra,... per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un
solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui”
(1Cor 8,5-6). Come gli antichi ebrei a partire dall’esperienza dell’esodo hanno approfondito
la conoscenza di Dio salvatore, fino a riconoscerlo creatore del cielo e della terra, così i
cristiani, a partire dall’esperienza della Pasqua penetrano nel mistero del Cristo salvatore fino
a comprendere che tutto viene creato per mezzo di lui e trova in lui consistenza e
significato. In Gesù di Nàzaret incontrano il Verbo, espressione perfetta ed eterna del Padre,
autore con lui della creazione, che riflette la sua perfezione in tutte le cose e illumina tutti i
popoli: “In principio era il Verbo... tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è
stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,1.34). Le creature vengono all’esistenza e si sviluppano, in quanto il Padre le chiama dal nulla
e le attrae a sé mediante il Figlio con la potenza dello Spirito. Il Verbo e lo Spirito Santo
sono, per così dire, “le mani” del Padre e “non c’è nulla che non abbia origine e
compimento mediante il Verbo e nello Spirito”. Noi esistiamo e ci muoviamo verso la
perfezione come eco della Parola eterna e riflesso della sua bellezza, come dono elargito a
motivo del primo Dono. (363 )
DIO ONNIPOTENTE
Dio può salvarci, perché è il creatore libero e onnipotente: la creazione è
presupposto e inizio della storia della salvezza. Le creature spirituali e materiali dipendono
da Dio in tutto il loro essere: per iniziare, per continuare ad esistere e per svilupparsi. La
ragione potrebbe conoscere la verità della creazione. Facilmente però rimane offuscata e ha
bisogno di una luce e di una conferma superiore. “Per fede noi sappiamo che i mondi
furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si
vede” (Eb 11,3). Scienza e teologia devono essere consapevoli dei loro limiti: la scienza non
riguarda il fondamento primo e il senso ultimo; la fede non riguarda le modalità
evolutive.(364)
IL MONDO CREATO E’ BUONO E BELLO
Se il mondo dipende interamente da Dio, non dovrebbe essere perfetto? Come mai
insieme ad aspetti di meravigliosa bellezza presenta aspetti di disordine e di male? È
governato da Dio o da un destino cieco? Il male può ricevere un senso? Dio ha creato “il
cielo e la terra” (Gen 1,1), cioè l’universo, tutto ciò che esiste fuori di lui. Il mondo creato è
buono e bello, nelle singole creature e ancor più nella loro interdipendenza e nell’ordine
complessivo: “Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza” (Sal
104,24). Il solo fatto che una cosa o una persona esista è segno che è amata: “Tu ami tutte le
cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti
neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi?” (Sap 11,24-25). Dio non
dimentica neppure l’erba del campo e i piccoli uccelli del cielo. Disprezzare il mondo,
quasi fosse intrinsecamente inconsistente e senza valore, non è un atteggiamento cristiano. Le
creature ricevono il dono di esistere e quello di agire. Dio fa sì che le cose si facciano,
interagiscano tra loro e cooperino con lui. Crea un mondo buono e bello, ma incompiuto,
perché possa muoversi attivamente verso la perfezione definitiva: un mondo complesso,
dinamico, misterioso. La parte più elevata di esso è costituita da soggetti personali, gli
uomini e gli angeli, in grado di tendere al fine liberamente e di interpretare e governare le
altre creature.
LA PERSONA UMANA
“Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina
li creò” (Gen 1,27). Unico tra le creature visibili, l’uomo è fatto a immagine di Dio, capace
di dialogare con lui, di conoscerlo e di amarlo. Soggetto consapevole di sé, libero e aperto
all’infinito, si conosce, si interroga, si possiede, si dona. Soggetto corporeo e sessuato, riceve
e trasmette la vita in un tessuto di relazioni, nell’unità del genere umano. Non viene alla luce
come una realtà ben definita e compiuta, ma come un progetto da portare a compimento,
con la sua stessa libera cooperazione: “Da principio [Dio] creò l’uomo e lo lasciò in balìa del
suo proprio volere” (Sir 15,14); “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la
maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza” (Dt 30,19).
L’uomo è tratto dalla terra e partecipa del mondo materiale; ma riceve
direttamente da Dio il soffio della vita spirituale. L’evoluzione da sola non basta a dare
origine al genere umano; la causalità biologica dei genitori non spiega da sola la nascita di un
bambino, persona cosciente e libera, del tutto singolare. Occorre in ambedue i casi uno
speciale concorso di Dio creatore. (366-377)
CREAZIONE DEGLI ANGELI
Dio ha creato anche gli angeli, che sono creature personali, puri spiriti, immortali,
più intelligenti e potenti degli uomini. La libertà umana non è sola nell’universo e il mondo è
più vasto e profondo di quanto la mentalità razionalista possa supporre. Peraltro appare del
tutto plausibile che gli esseri materiali della natura e gli uomini, esseri materiali e spirituali
nello stesso tempo, abbiano al di sopra di sé altri esseri puramente spirituali. Anche questi
sono stati creati per mezzo di Cristo e in vista di lui; sono stati chiamati a vivere in
comunione con lui e a cooperare per l’avvento del regno di Dio. (364)
Nella nostra cultura dubbi e negazioni riguardo agli angeli e ai demòni coesistono
con il fascino dell’occulto. La rivelazione attesta la creazione dei puri spiriti e la loro
chiamata alla comunione con Cristo. Creati liberi, possono liberamente accogliere o
rifiutare il disegno di Dio. Una parte di essi lo accoglie: sono gli angeli santi. Ora stanno
davanti a Dio per servirlo, contemplano la gloria del suo volto e giorno e notte cantano la sua
lode. “Potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola” (Sal 103,20),
intervengono nella storia, a servizio del suo disegno di salvezza. (378)
Altri angeli sono invece nemici dell’uomo. Sono chiamati demòni. Accecati
dall’orgoglio, si sono ribellati a Dio con una scelta irreversibile e perciò impossibile da
perdonare. Vorrebbero trascinare tutto e tutti nella perdizione e nel nulla. Hanno come capo
Satana, persona, malvagia e potente che, attraverso un’illusione di vita, organizza
sistematicamente la perdizione e la morte. Tutta la storia, a cominciare dal peccato
primordiale, è inquinata e stravolta dalla sua azione nefasta. La Chiesa ritiene che “tutta
intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre;
lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà fino all’ultimo giorno” Nei confronti
di Satana e dei demòni bisogna essere vigilanti, ma senza paura. La supremazia di Dio e di
Cristo è totale, dal principio alla fine. Non abbiamo nulla da temere. Cristo ha vinto i demòni
e ha dato anche a noi la possibilità di lottare vittoriosamente contro di essi. (381-383 )
PROVVIDENZA DIVINA
Dio dirige tutte le cose alla perfezione definitiva. A ognuna dà consistenza,
energia, identità, fine e leggi proprie; insieme le compone in un ordine dinamico globale,
“con misura, calcolo e peso” (Sap 11,20). Ed esse, con la loro singolarità e con
l’interdipendenza reciproca, celebrano la sua sapienza e il suo amore. Soprattutto, la
Provvidenza divina conduce la storia dell’uomo, perché possa conseguire la meta della sua
vocazione. Il Padre veglia con premurosa sollecitudine su tutti e su ciascuno. Dal
principio alla fine la Bibbia attesta la coerente attuazione del suo mirabile disegno di
salvezza, incentrato in Cristo. Singole vicende, come quelle di Giuseppe venduto dai fratelli,
di Mosè salvato dalle acque, di Tobia accompagnato dall’angelo, si offrono, a una lettura di
fede, come segni incoraggianti della sua vicinanza. Il credente sa di poter andare avanti con
fiducia: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Mi rinfranca, mi guida per il
giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non
temerei alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23,1.3-4). (369 )
LO SCANDALO DEL MALE
La fede nella Provvidenza è messa a dura prova dallo scandalo del male: dov’è
Dio, quando i cataclismi della natura, le guerre, la fame e le malattie fanno strage di intere
popolazioni? perché i giusti e gli innocenti soffrono, mentre i malvagi trionfano? La protesta
ha assunto, fin dall’antichità, una forma logica serrata con il filosofo Epicuro: “Dio o vuole
togliere il male e non può; o può e non vuole; o non vuole e non può; o vuole e può. Se vuole
e non può, è debole; se può e non vuole, è malevolo; se non vuole e non può, è malevolo e
debole; se vuole e può, come si addice a lui, perché esiste il male e Dio non lo elimina?”.
Occorre una risposta articolata. Ma viene subito in mente un’osservazione: Dio è
misterioso e le sue vie rimangono nascoste, ma negare Dio significa rinunciare alla
speranza di superare il male, rassegnarsi alla sconfitta definitiva.
Nella Bibbia, il libro di Giobbe demolisce le facili spiegazioni,
“sentenze
di
cenere”, “ difese di argilla” (Gb 13,12); ma, nello stesso tempo, rimprovera chi vuol
mettere sotto processo la Provvidenza. L’uomo è troppo piccolo davanti a Dio: vede solo le
frange delle sue opere e ode appena un sussurro della sua potenza; gli sfugge il disegno totale
della creazione: “Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, se hai tanta
intelligenza! Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, o chi ha teso su di essa la misura?
Dove sono fissate le sue basi o chi ha posto la sua pietra angolare, mentre gioivano in coro le
stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio? Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando
erompeva uscendo dal seno materno, quando lo circondavo di nubi per veste e per fasce di
caligine folta?... Sei mai giunto ai serbatoi della neve, hai mai visto i serbatoi della
grandine?...Per quali vie si espande la luce, si diffonde il vento d’oriente sulla terra?... Ha
forse un padre la pioggia? O chi mette al mondo le gocce della rugiada?... Vai tu a caccia di
preda per la leonessa e sazi la fame dei leoncini, quando sono accovacciati nelle tane o stanno
in agguato fra le macchie? Chi prepara al corvo il suo pasto, quando i suoi nati gridano verso
Dio e vagano qua e là per mancanza di cibo?” (Gb 38,4-9.22.24.28.39-41). Dio è
infinitamente grande e non c’è da sorprendersi che risulti anche misterioso. Sono fuori luogo
sia i tentativi di giustificarlo, sia quelli di accusarlo. L’atteggiamento corretto davanti a lui
è l’umile e fiducioso abbandono: “Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è
impossibile per te” (Gb 42,2). (371-372 )
L’ORIGINE DEL MALE
Tuttavia il male ci investe da ogni parte, in molte forme: disgrazie, violenze,
malattie, miseria, oppressione, ingiustizia, solitudine, morte. Non possiamo evitare la
domanda: da che cosa dipende questa infelice situazione? perché l’uomo è soggetto alla
sofferenza? Molti mali derivano senz’altro dai limiti naturali, dall’inserimento nel mondo.
Partecipando a un processo evolutivo globale, l’uomo nasce, si trasforma e muore come gli
altri esseri della natura. Può ricevere la vita solo a frammenti. La precarietà della
condizione creaturale viene poi aggravata da innumerevoli colpe personali, che
procurano più o meno direttamente una infinità di guai, a sé e agli altri: basti ricordare i danni
recati alla salute, le storture della convivenza sociale, le guerre.
A sua volta la propensione dell’uomo a peccare, secondo la concezione biblica,
dipende sia dall’influsso di Satana e dei demoni, sia da una misteriosa solidarietà nel
peccato, che coinvolge tutta l’umanità fin dalle origini della sua storia.
Questa solidarietà negativa non solo inclina a commettere i peccati personali, che
causano molte sofferenze, ma impedisce di integrare nella vita, in maniera significativa, i
dolori che provengono dagli altri uomini e dai limiti inerenti alla natura. Molte volte, più che
il soffrire pesa il soffrire inutilmente, senza un significato. L’universale alienazione da Dio
priva l’animo della forza e della gioia, che deriverebbero da un’intensa comunione con lui
e sarebbero capaci di riempire e trasfigurare le stesse esperienze dolorose. (372-373 )
LO STATO DI GIUSTIZIA ORIGINALE
Secondo l’intenzione del Creatore, l’uomo dovrebbe vivere in un paradiso
terrestre, in una condizione di perfetta armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se
stesso. L’offerta originaria della grazia includeva i doni dell’integrità e dell’immortalità.
L’amicizia con Dio sarebbe stata così intima e tangibile da orientare con facilità al bene
tutte le energie e le tendenze spontanee e da preservare dalla sofferenza e dalla morte
angosciosa, come noi attualmente la sperimentiamo. Purtroppo questa condizione è stata
perduta a causa del peccato. (374)
IL BENE DAL MALE
L’esperienza del male come tale trova dunque la sua origine nel peccato degli
angeli e degli uomini, non in Dio. Il Signore crea un mondo in divenire, in cui le creature
possano muoversi attivamente e liberamente verso la perfezione. Ciò comporta che
innumerevoli esseri vengano continuamente distrutti, perché altri possano vivere, e che
gli angeli e gli uomini possano peccare. Dio prende sul serio la libertà delle sue creature,
fino a permettere che gli si ribellino. Agisce in modo simile a una madre, che, sia pure con
intima sofferenza, espone il suo bambino al rischio di cadere a terra, perché impari a
camminare.
Dio non impedisce il male; ma ne trae il bene. Il suo atteggiamento si rivela
definitivamente nella croce di Gesù Cristo. Egli ama appassionatamente gli uomini, fino a
prendere su di sé il peso della loro miseria come fosse la propria. È vicinissimo anche
quando sembra assente. Dal delitto più grande, che è la crocifissione di Gesù, trae il più
grande bene, che è la sua risurrezione e la nostra redenzione. Fa crescere nella prova l’amore
più puro, che riscatta i peccatori dalle loro colpe. Conduce infine alla vittoria e alla
liberazione completa: Cristo “vince il peccato con la sua obbedienza fino alla morte e vince
la morte con la sua risurrezione”. In Cristo acquista senso anche ciò che non ha senso:
“Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28). La Provvidenza “non turba mai
la gioia dei suoi figli, se non per prepararne una più certa e più grande”. (376-377) ( La
Verità vi farà liberi numeri Ed Cei numeri: 358-377)
FIGLIO
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato da Padre prima
di tutti i secoli, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non
creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di Lui tutte le cose sono state
create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello
Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu
crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato. Morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato
secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà
nella gloria, a giudicare i vivi ed i morti e il suo regno non avrà fine.
UN SOLO SIGNORE
Gesù nel Credo è proposto anzitutto come Figlio, nel suo rapporto col Padre,
nell'intimità divina, formante un tutt'uno con lui, fin dalla creazione del mondo. Il suo profilo è
delineato da cinque appellativi, che descrivono la sua vera identità: nomi traboccanti di senso,
di storia, e della fede intensamente vissuta dai primi cristiani. Essi sono:
Gesù. In ebraico significa «Dio salva», e indica l'identità e la missione di chi lo
porta; perciò i cristiani presero presto a chiamare Gesù semplicemente «il Salvatore».
Cristo. Dal greco Christòs: unto, consacrato. Corrisponde all'ebraico Messia. I
primi cristiani, gli attribuirono subito questo titolo ritenendolo il vero e definitivo inviato di
Dio.
Signore. Il termine greco usato dagli evangelisti è Kyrios, (= Signore) applicato
ben presto dai primi cristiani a Gesù, dopo la risurrezione. E chiamandolo Signore, intendevano
proclamarne la divinità.
Figlio di Dio. Nei Vangeli troviamo spesso questa qualifica di Gesù. Gli apostoli
la testimoniarono con estrema coerenza e determinazione, fino al martirio.
Unigenito. Giovanni già nel Prologo del suo Vangelo segnala questa caratteristica
del Verbo incarnato. Gesù per questa sua unicità può dire di sé: «Io e il Padre siamo una cosa
sola» (Gv 10.30). La figura di Gesù, così inclusa nell'unicità di Dio, non si stempera nelle
vicende della storia umana, ma si colloca al di sopra, come Signore degli eventi.
NATO DAL PADRE
prima di tutti i secoli. Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. Generato,
non creato, della stessa sostanza del Padre.
Tutto ciò, recitando il Credo, lo diciamo non di una realtà spirituale, eterea,
impalpabile, ma di Gesù uomo storico, uno come noi, «nato da donna, nato sotto la legge» (Gal
4,4).
La natura (sostanza) del Figlio è del tutto identica a quella del Padre, in quanto il
Figlio procede dal Padre per generazione e non per creazione (come sostenevano gli ariani). “Il
Figlio non è solo simile al Padre, ma anche perfettamente uguale a lui, perché attraverso la
sua eterna generazione dal Padre partecipa alla stessa sostanza o natura divina”.
PER MEZZO DI LUI
tutte le cose sono state create
Giovanni afferma a chiare lettere: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di
lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3); subito dopo insiste: «II mondo fu fatto
per mezzo di lui» (Gv 1,11). Del Figlio di Dio è detto nella Lettera agli Ebrei: «Tu, Signore, da
principio hai fondato la terra, e opera delle tue mani sono i cieli» (Eb 1,10). È logica
conseguenza del fatto che Gesù è Dio.
Ma i passi ora riportati riguardano la prima creazione, mentre Paolo nelle sue
Lettere va ben oltre, e indica Cristo come autore della nuova creazione: «Se uno è in Cristo, è
una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17);
e sollecita i discepoli: «Ciò che conta è... essere creatura nuova» (Gal 6,15).
Cristo introduce il cristiano in una nuova creazione, e il cristiano vive in essa da
figlio di Dio, in unione con il Figlio risorto. Così Dio risulta solidale con l'umanità al massimo
grado, arrivando per mezzo di Gesù a inserire gli uomini suoi fratelli nel mistero stesso della
divinità. Perché dunque l'incarnazione? Detto in sintesi: «II Verbo di Dio si è fatto uomo, per
fare di noi una creatura divina» (S. Atanasio).
PER NOI UOMINI
e per la nostra salvezza discese dal cielo.
E’ il grande mistero dell'Incarnazione. Dio, in Gesù, realizza l'unione della natura
umana e della natura divina nell'unica Persona del Verbo incarnato. Egli è il massimo punto
d'incontro tra la realtà dell'uomo e quella di Dio.
Il Credo negli articoli che seguono si rifà a questo preciso momento storico. Il tempo
dell'incontro decisivo di Dio con gli uomini è avvenuto improvviso, ma in realtà preparata a
lungo. Dice Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,)
L'incontro fra terra e cielo avviene nella convergenza di un doppio movimento. Da una parte, c'è
il progressivo crescere, lungo secoli e millenni, dell'umanità. E dall'altra parte c'è la sapiente
pedagogia di Dio, che ha scelto tra gli uomini un popolo (eletto), lo ha accompagnato con
guide adatte (patriarchi, profeti), e condotto pian piano a maturazione. Fino alla pienezza del
tempo, al momento dell'incontro col Figlio.
Gesù a sua volta preannuncia traguardi ulteriori (cioè il Regno, che è già e non
ancora). Gesù, venuto, dice infatti: «II tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino: convertitevi
e credete al vangelo» (Mc 1,15).
«Discese», precisa l'articolo del Credo, riguardo a Gesù. «Discese»
richiama
un abbassarsi, del Figlio di Dio. Il Verbo abbandona le sue prerogative divine e assume la
condizione umana: diventa uno dei tanti piccoli uomini brulicanti nel sovraffollato formicaio
terrestre. Accetta i rischi della nostra condizione; è soggetto a ingiustizie e soprusi, incapperà
nell'infamante morte di croce. Tutto ciò era stato espresso dai primi cristiani in un inno
cristologico che Paolo ha riportato in una delle sue lettere. Vi si legge tra l'altro che Gesù «pur
essendo di natura divina... spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2,6-11).
Questo svuotamento di sé, che inizia con l'Incarnazione e tocca il punto più basso nella morte, è
un altro aspetto sconcertante del mistero di Dio.
PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO
si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo
SPIRITO SANTO-MARIA
II Credo ci dice che è lo Spirito Santo a operare in Maria il concepimento di
Gesù. Due protagonisti, lo Spirito e Maria, da accogliere nella fede (perché qui soprattutto
constatiamo quanto il linguaggio umano è inadeguato a spiegare il mistero).
Abbiamo dunque il concorso di una donna all'opera dello Spirito: «Sono la serva
del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Il sì di Maria ha aperto la strada
all'irruzione del divino. Maria genera il Figlio di Dio senza intervento di uomo: «Lo Spirito
Santo, spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica, è mandato a santificare il grembo della
Vergine Maria, e a fecondarla divinamente, facendo sì che ella concepisca il Figlio eterno del
Padre in un'umanità tratta dalla sua» (CCC 485).
Così, nel seno della Vergine Maria si compie una maternità verginale. La
Madonna, in quanto è la madre del Figlio eterno di Dio fatto uomo, è veramente Madre di
Dio. È madre della Chiesa, di tutti i credenti.
La Chiesa, affascinata dalla sua figura, l'ha fatta oggetto di lunga e affettuosa
riflessione. Ha scoperto la sua concezione immacolata, la sua maternità verso la Chiesa stessa
e tutti i credenti, la sua assunzione in ciclo, la sua esemplarità: ogni cristiano guarda a Maria
come a modello, in ordine alla fede, alla carità, alla perfetta unione con Cristo. Come ogni essere
umano anche lei è stata redenta da Cristo; però nella storia della salvezza occupa un posto che
non compete ad alcun altro. «Dando alla luce il Verbo, ha osservato san Fulgenzio di Ruspe ,
Maria divenne come la finestra del Ciclo».
SI E’ FATTO UOMO
Gesù non ha altro Padre che Dio. Ma, ha notato Giovanni Paolo II, «grazie a Maria,
Gesù ha una vera nascita, e la sua vita sulla terra comincia in modo simile a quella di tutti gli altri
uomini. Maria permette al Figlio di Dio di avere uno sviluppo umano e un inserimento
normale nella società degli uomini» (Udienza del 04/01/84).
Così Gesù risulta il nuovo Adamo, inaugura una nuova creazione, introduce in essa
gli uomini suoi fratelli rendendoli figli adottivi del suo Padre celeste.
Gesù ricapitola in sé tutto il creato, la sua storia e il suo destino. Paolo ci ha
introdotti nel mistero della volontà di Dio ricordando «il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le
cose, quelle del ciclo come quelle della terra» (Ef 1,10). Paolo ha anche indicato il traguardo
che ogni uomo è chiamato a conseguire: «finché arriviamo tutti... allo stato di uomo perfetto,
nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13). Scopriamo così la dignità
vertiginosa del discepolo di Cristo: «Riconosci, cristiano, la tua dignità; e divenuto partecipe
della divina natura, guardati dall'avvilire con atti indegni la tua grandezza!» (San Leone
Magno).
FU CROCIFISSO
per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto.
MORI’
Ponzio Pilato non è presenza casuale nel testo del Credo: fa parte dei fatti. Fu
procuratore romano, e governò la Giudea dal 26 al
36 d.C.. Pilato è l'uomo che decretò la condanna a morte di Gesù. In realtà il Signore non subì la
propria morte, ma donò la propria vita. Per amicizia, per amore. Però fu crocifisso per noi.
Anzitutto: perché crocifisso? I responsabili furono coloro che lo consegnarono al
Governatore e Pilato che cedette alle loro pressioni.
Una domanda di peso ben maggiore verte sul cosiddetto silenzio di Dio. La risposta è
già nella comunione indissolubile di Gesù: “ Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30 ).
Tra Gesù e il Padre non c’è opposizione. Tra loro c’è unità profonda di esistenza e di intenti,
che nessuna vicenda terrena può spezzare. Ma la risposta risulta più completa considerando ciò
che segue al dramma della croce. In quel crescendo di avvenimenti e realtà: risurrezione,
ascensione, regno futuro. Quel silenzio alla fine risulterà eloquente, anzi fragoroso...
IL TERZO GIORNO E’ RISUSCITATO
secondo le Scritture. È salito al cielo, siede alla destra del Padre e di nuovo verrà
nella gloria per giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine.
SALI AL CIELO
Ora che il Figlio di Dio ha toccato l'abisso dello svuotamento, nessun uomo può
rinfacciargli che egli non può capire perché non ha provato. Ha provato tutto.
Ma alla morte di Cristo fa seguito la risurrezione e questa dice inequivocabilmente
che lo sconfitto non è Cristo, ma il peccato. La morte per Gesù non è la fine di tutto: sfocia
nella vita nuova definitiva. E’ solo a partire da qui che si può capire anche il significato vero
della croce.
Il Risorto è davvero il Signore, assiso nel Regno di Dio e partecipante pienamente
alla gloria del Padre. “ Elevazione alla destra di Dio non significa rapimento in un empireo
ultraterreno, ma essere presso Dio, trovarsi nella dimensione di Dio, della sua potenza e della
sua gloria. Non si tratta quindi di un allontanamento dal mondo ma piuttosto di un nuovo modo
di essere vicino a noi. Ora Gesù è con noi e con Dio e nel modo di Dio. ( Kasper)
DI NUOVO VERRA’
Alla fine Gesù tornerà, come ha promesso: «Quando sarò andato e vi avrò preparato
un posto, ritornerò e vi prenderò con me» (Gv 14,3). L'ultimo giorno era stato previsto e
definito dai profeti antichi come giorno del giudizio.
Ma vestire i panni del giudice non sembra la preoccupazione di Gesù. Quel giorno
non si avranno sceneggiate da tribunale, ma ognuno giudicherà se stesso. Verranno alla luce i
comportamenti di ognuno, i segreti dei cuori. Sarà vittoria della verità, della giustizia, dell'amore,
della vita. Nicodemo si era sentito dire da Gesù: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per
giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,17). Alla fine sarà il
momento della verità. Certamente. Ma quel giorno il creato sarà «liberato dalla schiavitù della
corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21).
IL SUO REGNO NON AVRA’ FINE
Il concetto del Regno ritorna nei Vangeli, sulla bocca di Gesù, con riferimento alla
sovranità del Padre, creatore e salvezza dell'umanità. Ma il Padre ha trasferito il Regno al
Figlio. Il Regno di Dio è già in cielo, ora Gesù lo estende in terra. Un Regno che abbraccia tutti
gli spazi e tutti i tempi, e per questo non avrà mai fine.
SPIRITO SANTO
Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal
Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei
profeti.
CREDO NELLO SPIRITO SANTO
Si fa menzione dello Spirito in apertura e in chiusura della Bibbia: tutta la storia,
dalla creazione al compimento ultimo, si svolge sotto il potente “soffio” di Dio. Lo Spirito è
l’onnipotenza dell’amore con cui Dio attua il suo progetto nel mondo: produce le cose, dà la
vita, suscita i profeti, giustifica i peccatori, fa risorgere i morti. Come mai allora rimane in
ombra nella coscienza di molti cristiani? Qual è la sua identità personale e il suo rapporto con
noi?
Gesù è il Cristo, il consacrato con l’unzione di Spirito Santo: lo riceve dal Padre e
lo dona agli uomini. La missione dell’uno è inseparabile da quella dell’altro. Vera missione è
quella pubblica di Gesù; missione diversa, ma non meno vera, è quella interiore dello Spirito
Santo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna... E... ha
mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4,4.6). Il suo
compito è quello di introdurci nella comunione con Dio. Per mezzo di lui l’amore di Dio viene
riversato nei nostri cuori e il Padre e il Figlio prendono dimora in noi. Per mezzo di lui noi
diventiamo fratelli di Cristo, a lui uniti come suo corpo, partecipi del suo rapporto filiale verso
il Padre, capaci di condividere la sua carità verso tutti, coeredi della sua gloria. Il dono dello
Spirito compendia la realtà della nuova alleanza e della salvezza.
Lo Spirito Santo è un soggetto personale, una persona divina,
che agisce
liberamente, desidera, intercede, si rattrista, è amico, difensore, “Paraclito”. E’ Dio insieme al
Padre e al Figlio e procede «dal Padre e dal Figlio non come da due principi, ma come da uno
solo», nel senso che il Padre è la sorgente principale e il Figlio è quella derivata. Per questo
diciamo anche, in accordo con i cristiani d’oriente, che lo Spirito procede «dal Padre attraverso
il Figlio». D’altra parte, proprio perché procede dal Padre in quanto tale, procede anche dal
Figlio e suppone la sua generazione.
Lo Spirito Santo «è Persona-amore; è Persona-dono»; è amore donato dal Padre e
accolto dal Figlio, dinamismo infinito e bellezza dell’essere insieme, per cui il Donatore e il
Recettore sono uno nell’altro: «È il soffio del Padre, mentre dice il Verbo». Il Padre genera il
Figlio attirandolo a sé nello Spirito; il Figlio è attivamente rivolto al Padre nello Spirito. In
questo «Amore-dono» increato, trovano il loro supremo motivo i doni fatti da Dio alle
creature: la vita, la santificazione, la gloria. Da lui proviene la novità inesauribile; da lui la
tensione verso la perfezione e l’unità. Lo Spirito è la forza dell’amore, il movimento per
condurre ogni cosa al suo pieno compimento in Dio. L’infinita energia dell’Amore viene dal
Padre e a lui risale, attraverso il Figlio, attirando a lui tutte le creature, perché vivano
pienamente. Lo Spirito «soffia dove vuole» (Gv 3,8); è misterioso e inafferrabile, come i suoi
simboli biblici: vento, acqua, fuoco, nube, unzione. Arriva ovunque, come presenza attiva del
Padre e del Figlio che fa vivere e santifica.
CHE E’ SIGNORE
Nella messa festiva noi facciamo cinque solenni professioni di fede nello Spirito.
magari senza pensarci troppo. Rifletteremo ora su quelle parole, per comprendere meglio la
natura divina dello Spirito, la sua presenza nella vita di ogni cristiano, l'animazione che svolge
nella Chiesa.
Signore (Kyrios) era l'appellativo dato da Israele a Dio, e dai cristiani a Gesù.
Anche nel Simbolo il termine Signore è applicato a Cristo, e ora viene ripetuto per lo Spirito
Santo. Il Simbolo proclama così la sua dignità divina, alla pari con il Padre e il Figlio. Signore
si applica dunque indistintamente, nel significato più alto e denso, a tutte e tre le persone della
Trinità.
DA LA VITA
Dà la vita. La riflessione della Chiesa sullo Spirito Santo vivificante ha seguito lo
stesso percorso dell'appellativo Signore. «Dare la vita» risultava prerogativa del Dio di Israele,
riconosciuta alla pari nel Vangelo a Gesù. Dichiarare così che lo Spirito Santo dà la vita,
equivale proclamare la sua divinità, insieme al Padre, e al Figlio che vivifica chi vuole. Il Card.
Carlo Maria Martini ha detto: «Tutto ciò che di bello e di positivo viene nel mondo, è opera
dello Spirito Santo».
PROCEDE DAL PADRE E DAL FIGLIO
Procede dal Padre e dal Figlio Anche quest'espressione del Simbolo trova
fondamento nel Vangelo. Gesù promette ai suoi discepoli lo Spirito, dicendo: «Quando verrà il
Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi
renderà testimonianza» (Gv 15,26). Lo Spirito, inviato da Gesù per una missione (rendere
testimonianza), procede dal Padre: un procedere che, quanto alla sua comprensione per parte
nostra, rimane un mistero.
«...e dal Figlio...». Queste parole non si trovano nel testo greco del Simbolo, ma in
quello latino: «Filioque». Sono state aggiunte in Spagna nel 6° secolo. E sono divenute
occasione di un gran contendere con la Chiesa Ortodossa, fino ai nostri giorni e oltre: è la
cosiddetta - famosa fra i teologi - questione dei Filioque. Certo un gran contendere, ma agli
effetti pratici si tratta di sfumature che non incidono sul nostro essere cristiani.
Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato. Con lo stesso atto di culto noi
adoriamo indissolubilmente il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo; li glorifichiamo tutti e
tre. Con un atto di culto supremo verso lo Spirito Santo, uguale a quello offerto al Padre e al
Figlio, riconosciamo che lo Spirito è Dio.
HA PARLATO PER MEZZO DEI PROFETI
E ha parlato per mezzo dei profeti. E un'ulteriore precisazione sull'agire divino
dello Spirito: egli ha svolto un'attività ispiratrice nei confronti degli antichi profeti di Israele. I
profeti hanno potuto parlare in nome di Dio di cose riguardanti Dio, perché erano divinamente
ispirati dallo Spirito che è Dio.
Il prodigio non si è certo esaurito ma si rinnova, dilatato nel tempo, con lo Spirito
inviato ai cristiani e alla Chiesa, da Gesù, dopo l'ascensione al Padre. Lo Spirito Santo parla
anche oggi alla sua Chiesa. Aiutare i cristiani ad approfondire la fede è un compito che Gesù ha
indicato come proprio dello Spirito: «Lo Spirito, che il Padre manderà nel mio nome, vi
insegnerà ogni cosa, e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,27); «Egli vi guiderà
alla verità tutta intera» (Gv 16,13).
LO SPIRITO COME AMORE PERSONALE
Come va pensata la storia dello Spirito nella storia trinitaria di Dio? Muovendo
dall'economia della salvezza, in cui lo Spirito si manifesta come Colui che apre nella libertà e
unisce nell'amore, Spirito della separazione della Croce e della comunione
di Pasqua, è possibile recepire in una visione d'insieme il duplice messaggio dell'Oriente e
dell'Occidente. Nella consapevolezza di essere sempre soltanto sulla soglia del mistero, si dirà
allora che, rispetto alla distinzione fra il Padre e il Figlio, eterno Amante e eterno Amato, lo
Spirito riceve dal Padre principalmente e dal Figlio, in quanto al Figlio è stato dato dal Padre, di
essere il vincolo personale della loro unità, essenzialmente uno egli stesso con loro; rispetto
all'unità del Padre e del Figlio lo Spirito rappresenta il Terzo nell'amore, Colui che il Padre ama
per il Figlio, al di là e per mezzo dell'Amato, e perciò è in persona il dono dell'amore, l'estasi
dell'Amante e dell'Amato, la loro apertura, il termine della loro oblatività pura, altro rispetto ai due.
Lo Spirito è il vincolo personale di unità fra il Padre e il Figlio: è l'amore donato
dall'Amante e accolto dall'Amato, altro dal Padre perché ricevuto dal Figlio, altro dal Figlio
perché donato dal Padre, uno con loro perché amore donato e ricevuto nell'unità del processo
dell'amore eterno. In tal senso egli procede dal Padre, principio e sorgente dell'amore divino, e, in
quanto il Padre comunica all'Amato l'amore e questi nell'amore ricevuto è uno col Padre, procede
anche dal Figlio. « Crediamo pure che lo Spirito Santo, il quale è la terza persona della Trinità, è
Dio uno ed eguale con Dio Padre e Figlio, di una stessa sostanza e anche di una stessa natura; però
non è generato ne creato, ma procedente da entrambi, Spirito dell'uno e dell'altro. Crediamo anche
che questo Spirito Santo non è né ingenerato né generato per non affermare due Padri, se lo
dicessimo ingenerato, o non mostrare di predicare due Figli, se lo dicessimo generato; si dice
tuttavia che non è lo Spirito del Padre soltanto né del Figlio soltanto, ma insieme del Padre e del
Figlio. Infatti non procede dal Padre nel Figlio, né procede dal Figlio per santificare la creatura, ma
si dimostra che procede insieme dall'uno e dall'altro; perché si riconosce che la carità e la santità
sono dell'uno e dell'altro» .
Adorato e glorificato col Padre e col Figlio, chiamato come loro col titolo di Signore , lo
Spirito è Dio come loro, uno con loro sul piano dell'essere divino nella storia eterna dell'amore: da
loro si distingue in quanto. da loro procede come comunione dell'uno e dell'altro, nesso o vincolo
del loro amarsi, amore reciproco dell'uno e dell'altro, il noi del Padre e del Figlio in persona :
«Lo Spirito è dunque una certa quale ineffabile comunione del Padre e del Figlio {ineffabilis
quaeàam communio} » . « Questo Spirito Santo, secondo le Sacre Scritture, non è lo Spirito soltanto
del Padre, né soltanto del Figlio, ma di ambedue, e perciò ci fa pensare alla carità comune con la
quale si amano vicendevolmente il Padre e il Figlio » « Sia egli infatti l'unità dell'uno e dell'altro, o
la loro santità, o il loro amore, sia la loro unità perché è il loro amore e sia il loro amore perché è la
loro santità, è chiaro che non è uno dei due colui nel quale l'uno e l'altro sono congiunti e il generato
è amato dal generante e ama colui che lo genera... Lo Spirito Santo è dunque quanto è comune al
Padre e al Figlio... è la stessa comunione consustanziale e coeterna» . Per questo motivo, quando
si parla del Padre e del Figlio, si può non parlare dello Spirito, perché la sua presenza è presupposta
come quella della loro unità e pace: « Perché l'Apostolo non parla dello Spirito Santo (in passi come
I Cor 3,22s. o I Cor 11,3)? Forse perché ovunque si nomina una realtà unita ad un'altra con una pace
così profonda che di queste due se ne fa una, si deve di conseguenza pensare a questa stessa pace
sebbene non menzionata? ». In quanto comunione dell'uno e dell'altro, loro unità e pace, lo Spirito
procede dall'uno e dall'altro, anche se primariamente dal Padre, perché tutto ciò che il Figlio ha
lo riceve dal Padre: « Se infatti il Figlio tutto ciò che ha lo ha dal Padre, riceve anche dal Padre che
lo Spirito Santo proceda pure da Lui... Il Figlio è nato dal Padre, lo Spirito Santo procede
principalmente (principaliter) dal Padre e, per il dono che il Padre ne fa al Figlio senza alcun
intervallo di tempo, procede insieme {communiter) dall'uno e dall'altro »
Nella storia eterna dell'amore lo Spirito è dunque l'amore sgorgante dal Padre e
riversantesi nel Figlio, che, ricevendolo, è uno col Padre e perciò tale che anche da lui proceda
l'amore: altro rispetto al Padre, perché donato da Lui, lo Spirito è amore che si distingue
dall'Amore amante; altro rispetto al Figlio, perche ricevuto da Lui e da Lui procedente nell'unità col
Padre, lo Spirito è amore che si distingue dall'Amore amato; distinto dunque dal Padre e dal Figlio,
come l'amore mutuo è distinto dall'Amante e dall'Amato, in che cosa si differenzia lo Spirito
dall'amore comune ai Tre? Agostino ha avvertito la forza di questo interrogativo : se lo Spirito si
identificasse con l'amore sostanziale del Padre e del Figlio, non vi sarebbe più Trinità, ma solo i
due, l'Amante e l'Amato, nell'unica realtà dell'amore.
E necessario perciò distinguere fra l'amore in quanto donato e ricevuto nella relazione fra
il Padre e il Figlio, e l'amore in quanto comune ai Tre: nel primo caso si ha l'Amore personale,
lo Spirito in quanto distinto dall'Amante e dall'Amato, anche se uno con loro nell'amore; nel
secondo caso si ha l'amore sostanziale, che è la stessa natura divina, l'essenza della divinità u E la
relazione che distingue nell'amore divino: la relazione del Generante al Generato, dell'Amante
all'Amato (la «paternità» del Padre); quella fra il Generato e il Generante, l'Amato e l'Amante (la «
filiazione » del Figlio); e quella dello Spirito relazionantesi ai due, come il loro amore ricevuto e
donato (la « spirazione » passiva, l'essere cioè donato dal Padre e ricevuto dal Figlio, distinta dalla «
spirazione » attiva, che, in quanto atto del donare e del ricevere, si identifica già rispettivamente con
il Padre che dona e il Figlio che accoglie).
« Lo Spirito Santo è accanto al Padre e al Figlio una terza relazione divina, e cioè la
relazione fra le relazioni del Padre e del Figlio, dunque la relazione delle relazioni... Solo nell’
unità del Padre sacrificante e del Figlio sacrificato Dio è l’ evento del sacrifìcio che nella relazione
fra amante e amato è l'amore stesso. Solo lo Spirito, che proviene dal Padre e dal Figlio, costituisce,
serbando la distinzione, l'unità dell'essere divino come quell'evento che è l'amore stesso... Solo lo
Spirito di Dio come relazione delle relazioni costituisce l'essere dell'amore come evento» .
E in questa caratterizzazione dello Spirito come amore personale, vincolo dell'unità fra il
Padre e il Figlio nella sua distinzione con loro, amore in quanto unificante, che si offre la radice
intratrinitaria dell'opera di unità che lo stesso Spirito compie nella storia della salvezza: egli fa
l'unità dei credenti nello spazio e nel tempo, a immagine dell'unità trinitaria. Nel tempo egli
unisce il passato al presente, riattualizzando gli eventi salvifici nella memoria efficace del mistero
celebrato e vissuto: « Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi.
Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà
ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto » (Gv 14,25s.). Analogamente, lo Spirito unisce
il presente al futuro, « tirando » nel presente degli uomini l'avvenire di Dio: egli è la primizia, la
caparra (cf. Rm 8,23; 2Cor 1,22; 5,5; Ef 1,14), pegno della speranza che non delude (cf. Rm 5,5).
Nello spazio egli unisce i credenti fra loro come principio dell'unità della chiesa: è lo Spirito della
comunione (cf. 2Cor 13,13), che fa l'unità del Corpo di Cristo (cf. ICor 12,3; Ef 4,3s.; Fil 2,1; ecc.).
Così, grazie all'azione dello Spirito Santo, la comunione ecclesiale è icona della Trinità,
nutriente esperienza dell'unità d'amore del Padre e del Figlio! (Bruno Forte Trinità come storia San
Paolo 1988 pagine 132-136)
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