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numero 5 anno VII – 4 febbraio 2015
edizione stampabile
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CASE ALER, PRIMA DI OGNI COSA SALVARE LE CLIENTELE
Luca Beltrami Gadola
Il fronte ALER è sempre caldo e
l’ultima querelle sulle occupazioni e
gli sgomberi la dice lunga sulle difficoltà di gestire il patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Non è
questa la notizia più preoccupante
ma quella del piano di vendita di
10.000 unità immobiliari tra appartamenti, villette, box e negozi per
chiudere i buchi di bilancio: con
questa vendita si prosegue in maniera lineare nella direzione dell’ingiustizia sociale.
Uno dei problemi milanesi più acuti
in questo momento è proprio quello
della casa: dare un tetto a circa
30.000 famiglie che non possono
andare sul mercato della vendita o
della locazione per mancanza di
reddito e di risparmio. Aler, l’operatore istituzionale, per risolvere il
problema in casa sua ha solo due
strade: costruire nuovi alloggi e liberare quelli di edilizia pubblica dagli
inquilini che avendo migliorato la
loro capacità di reddito possono andare sul mercato.
Quest’ultima operazione - far uscire
da un regime di aiuto chi non ne ha
più bisogno - è uno dei tabù della
politica italiana sulla casa che non
può sconfessare mai una sua caratteristica fondamentale: essere una
politica clientelare su grande scala.
Tutte le leggi in materia di agevolazioni all’accesso alla casa hanno
questo connotato: il reddito preso in
considerazione per acquisire il diritto all’aiuto è quello dell’entrata in
possesso del bene, eventuali aumenti di reddito successivi, anche
considerevoli, sono ininfluenti. Siamo l’unico Paese in Europa che ha
legiferato in questo senso.
Le ultime mosse della Regione vanno in quella medesima direzione
con un’aggravante che la vendita è
fatta sulla spinta di un “buco” sulle
cui reali cause non si vuole dire nulla se non generiche accuse di sprechi e cattiva gestione. Io credo che
sul cosiddetto buco qualche domanda dovrebbero farsela Formigoni e le sue Giunte e i suoi assessori alla casa, tutti al potere in Lombardia dal 1995 al 2013 e precisamente dall’entrata in vigore della
Legge Regionale Lombardia del
1996 n° 13 che trasformava gli
IACP in Aziende regionali: dunque
competeva a loro, onori e oneri, la
gestione di Aler Milano.
Chi ha dunque con mano ferma tenuto la barra del timone spingendo
Aler verso il baratro? Chi ha chiuso
gli occhi di fronte a 18 bilanci che
con estrema chiarezza uno dopo
l’altro indicavano il formarsi della
voragine provocata da morosità
crescente e interessi sul debito per
investimenti fatti su indicazioni regionali (Pieve Emanuele) o contratti
di quartiere ai quali era richiesto di
partecipare senza fornire mezzi aggiuntivi e sopportando un carico di
imposte e di interessi insostenibile?
Perché disinteressarsi di Aler? La
ragione è semplice. All’edilizia residenziale pubblica non si sono assegnate negli ultimi anni che scarsissime risorse e dunque nessuna
possibilità di avere nuovi alloggi,
dunque nessuna disponibilità a procurarsi nuove clientele elettorali. A
meno di vendere, come vedremo tra
poco.
Solo uno sprovveduto poteva pensare che le vendite imposte dalla
legge 560 del 1993 che obbligava a
vendere gli immobili posseduti in
misura non inferiore al 50% avrebbero permesso di pareggiare i conti
e, se anche il risultato a oggi fosse
stato raggiunto, avremmo visto calare lo stock di appartamenti di edilizia
residenziale pubblica in maniera
drammatica perché, ammesso di
reinvestire i ricavi nel medesimo
comparto (ERP), le vendite erano
effettuate a prezzi pari a circa la
metà del costo di sostituzione del
venduto.
Di quest’ultima questione vale la
pena di parlare. Le vendite promosse oggi da ALER alle condizioni
previste dalla legge prevedono un
ricavo medio di 1.000 euro al metro
quadro. Ovviamente meno della
metà di un qualunque prezzo si costruzione. A queste condizioni possono acquistare gli attuali locatari e i
loro parenti in linea diretta fino alla
seconda generazione. Chiunque
acquisti per dieci anni non potrà rivendere ma alla fine dei dieci anni si
troverà un bene che varrà almeno il
doppio. Si prosegue così la politica
di garantire privilegi sulla casa a
prescindere da situazioni di necessità e consentendo ad alcuni un arricchimento irragionevole. Ma si ritrova
spazio per clientele elettorali, questo sì.
Da ultimo, tanto per capirci, per coprire anche solo 50 milioni all’anno
di mancati incassi da morosità, 30
milioni tra Imu e altre imposte, almeno una decina di milioni di interessi, bisognerà vendere nell’anno
circa 900 appartamenti e il buco
pregresso rimarrà eguale. Alla fine
si venderà, ammesso di riuscirci, il
penultimo appartamento per mantenere l’ultimo. Tutte le manovre per
far pareggiare i conti senza metterci
un soldo di denaro fresco sono come la ricetta della Troika per la Grecia, pareggiare i conti, costi quello
che costi: la cura che ammazza il
cavallo.
Ma l’obbiettivo non dovrebbe essere
dare la casa a chi non ce l’ha?
PISAPIA SINDACO: SÌ, NO, COME E PERCHÉ
Paolo Hutter
Caro LBG, sono sorpreso da quello
che hai scritto a proposito dell'obbligo che Pisapia avrebbe di ricandidarsi e non lo condivido. Forse non
ne sei del tutto convinto neanche tu
... . Personalmente non sono neanche convinto del contrario - cioè che
dovrebbe non ricandidarsi - e ritengo che capirsi sui contenuti giova e
gioverebbe anche al dibattito sulle
persone. Innanzitutto seguendo io
anche la vita torinese trovo assurdo
che ci sia tutta questa attenzione
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già oggi sulla eventuale ricandidatura di Pisapia a Milano mentre a Torino ancora saggiamente non si parli
di quella di Fassino. Si vota tra 16
mesi, è presto per decidere. Non si
sa neanche quando si voteranno le
politiche, non si sanno ancora tante
cose. Comprese le leggi elettorali.
Tu scrivi: "Quello che si poteva fare
in questo clima si è fatto, in particolare mettendo in campo tutte le opportunità non finanziarie in mano
alla Giunta come l’assegnazione di
edifici comunali per attività assistenziali, sociali e di incentivo
all’innovazione. Alcune auspicabili
rotture con il passato morattiano
non erano praticabili, vedi il caso
Expo, o politicamente impercorribili
vista la maggioranza, come avere
una mano più ferma sulla vicenda
M4. Le vicende non sono ancora
concluse e sul dopo Expo la partita
è ancora tutta da giocare.”.
Mah ... . Premesso che stiamo parlando di una giunta di centrosinistra,
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che il clima in città è cambiato, che
il Pgt è stato ridimensionato, che
tante piccole buone cose sono state
fatte ... quello che vedo per certo è
che anche fondamentali scelte promesse e dichiarate sulla mobilità
non sono state rispettate: mi riferisco al rispetto dei referendum ambientalisti che in primis prevedevano
l'estensione dell’Area C alla 90, mi
riferisco alle domeniche a piedi prima sperimentate felicemente e poi
semplicemente abrogate. Sull’Expo
sei convinto che non si potesse
cambiare localizzazione? Non si poteva farlo su aree pubbliche come
proponeva Boeri? Comunque non
se n'è neanche discusso, così come, tre anni dopo, ci siam trovati la
scelta su M4, senza discussione
alcuna. Sull'inutile canale Expo la
Giunta ha insistito fino all'ultimo.
Non ho capito quante e quali persone hanno discusso a tempo debito
di quelle scelte, certo non si è realizzata partecipazione neanche nel
senso di formare un gruppo dirigente un po' largo. Colpa di Pisapia?
Difficile a dirsi. Quando queste cose
vanno così la colpa (o il merito, a
seconda dei punti di vista) non è
mai di uno solo. È anche di chi non
ha dato battaglia. Ma ora - a rischio
di sembrare ingenuo - prima di pronunciarmi/ci sulle candidature sarebbero da discutere le critiche e le
opzioni programmatiche. E si dovrebbe capire quali sono le alternative a Pisapia, senza farsi prendere
dall'incubo di una improbabilissima
vittoria del centro destra. Allo stato
mi sembra che l'ipotesi di una vittoria del centro destra possa solo essere agitata strumentalmente o vissuta inconsciamente come alibi per
accontentarsi di soluzioni al ribasso.
(O il centro destra ritorna molto forte
sul piano nazionale o non sarà minimamente competitivo a Milano.)
Il dovere morale di ricandidarsi non
esiste, in particolare superati i 60
anni, e in particolare in questo caso.
Pisapia infatti ha vinto le primarie
2010 in un contesto in cui era parso
a molti l'unico in grado di farci uscire
dalla Moratti, e/o il miglior garante di
una coalizione pluralista. Ora - a
parte che si dovrebbe aspettare la
fine di Expo - i problemi sono tutt'altri e non c'è bisogno di stressare
Pisapia su un presunto obbligo di
ricandidarsi se comprensibilmente è
stanco.
C'è una questione invece che mi
pare più urgente e sulla quale Pisapia - il più importante sindaco non
Pd d'Italia eletto da una coalizione
egemonizzata dal Pd - avrebbe oggi
un ruolo importante: la legge elettorale dei Comuni resta uguale se si
afferma il nuovo Italicum che non
prevede più le coalizioni? Che senso ha escludere le coalizioni a livello
nazionale? La politica impazzisce
definitivamente - o almeno fa impazzire chi la segue - prevedendo
contemporaneamente le coalizioni
nei Comuni e nelle Regioni ed eslcudendole per il Parlamento. E
magari si fa anche l'election day nello stesso giorno! Proprio da Milano
dovrebbe partire un appello contro
di questa forzosa e non necessaria
"semplificazione" dei rapporti politici,
che in realtà li complica.
DOPO EXPO: UNA INESORABILE VERGOGNA?
Marco Vitale
Finalmente anche il commissario
Giuseppe Sala si è accorto che c’è
un problema del dopo-Expo (c.d.
legacy), tema che, invano, alcuni
grilli parlanti hanno sollevato da alcuni anni, sottolineando che l’esperienza dimostra che i problemi del
dopo-Expo (ma anche di altre analoghe grandi manifestazioni) si possono risolvere positivamente solo se
vengono pensati e programmati
all’inizio della manifestazione e non
dopo.
Il tema della “legacy” è essenziale,
anche se non è nuovo e ne ho già
parlato su queste colonne. In un articolo su Repubblica di martedì 27
gennaio 2015 Giuseppe Sala lancia,
dunque, l’allarme (“Rischiamo il deserto”) e propone, per il dopo Expo,
un uso transitorio delle strutture.
Come la saggezza popolare dice:
meglio tardi che mai. La proposta
merita attenzione, come soluzione
transitoria, ma è molto italiana nel
senso che, alla fine, non sappiamo
mai proporre progetti organici ma
solo cose transitorie, destinate per
lo più a durare per l’eternità.
Ma il rischio maggiore è quello di
ripetere anche per il dopo-expo lo
stesso errore fatto all’inizio: e cioè,
mettere al centro dell’interesse e del
dibattito il destino delle aree e degli
immobili che al termine dell’Expo
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insisteranno sulle stesse. Mentre il
tema centrale è ben diverso, ed è
quello di creare un percorso di sviluppo per la città metropolitana preferibilmente in continuità con i temi
dell’Expo.
Il problema dell’utilizzo delle aree e
degli immobili nel sito Expo, che pure esiste ed è tutt’altro che semplice
da risolvere va a questo subordinato. E questo è anche l’unico modo
per diluire nel tempo, come è proprio delle grandi opere pubbliche,
anche il problema, altrimenti insolubile, del valore di carico, platealmente eccessivo, delle aree stesse.
L’eredità tematica dell’Expo: “Nutrire
il Pianeta, Energia per la Vita”, deve
rimanere la bussola e la guida centrale per il dopo-Expo, per trarre
dall’esperienza Expo il massimo
vantaggio con un’azione in continuità e perché il tema è e resterà tra i
più importanti del mondo anche dopo il 2015.
Consegue che la guida strategica
dell’intero sito deve essere caratterizzata da questo tema e, perciò,
deve rimanere a maggioranza pubblica, anche se singole articolazioni
possano, in una certa misura, essere diverse e debbano essere concesse a privati per la realizzazione,
il finanziamento e la gestione. Si
pone però l’esigenza che tale guida
strategica unitaria possa esprimersi
con efficienza e flessibilità e sfuggire alle note rigidità e pericoli di una
gestione pubblica. Perciò essa deve, inequivocabilmente, porsi fuori
dal diritto amministrativo pubblico.
La forma più adatta per conciliare le
due esigenze (unitarietà strategica
ed efficienza operativa) è quella della fondazione di partecipazione dove gli enti pubblici principali vengono affiancati dalla partecipazione di
altri soggetti pubblici e privati (università, imprese, altre fondazioni).
Il progetto organico di sviluppo
dell’intero ambito di intervento deve
essere “glocal”, cioè sviluppare attività di rilievo nazionale e internazionale ma, al tempo stesso, realizzare
uno stretto e nuovo legame con il
territorio per dare una risposta innovativa e decisiva ai temi di riequilibrio ambientale e sociale oggi cruciali per la città di Milano e per la
regione urbana di sette milioni di
abitanti, che è quella che consente
di definirla una metropoli. Il percorso
da intraprendere è dunque la costruzione di un progetto culturale e
sociale condiviso e partecipato che
consenta a Milano e alla Lombardia
di inaugurare per il 2015 una nuova
fase del proprio sviluppo sociale,
economico e urbano.
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L’elemento unificante deve essere
la conoscenza. Per questo abbiamo
parlato di Parco Urbano della Conoscenza. Ma è necessario concentrare le forze. A noi sembra che il progetto Parco della Conoscenza debba concentrarsi sulla ricerca applicata nelle filiere della nutrizione (agroalimentare) e dell’energia. E
questo non solo perché queste filiere derivano dal tema dell’Expo, ma
perché:
* queste aree pur di significato globale trovano nel contesto storico e
naturalistico di Milano una base
molto solida;
* comprendono attività che hanno
un grande potenziale di sviluppo;
* si riferiscono ad attività di ricerca e
produttive colpevolmente trascurate
nel recente passato.
Queste sono le idee di fondo che un
gruppo di lavoro (1) del quale faccio parte, presentò come manifestazione di interesse all’indagine esplorativa promossa da Arexpo nel novembre 2013. E su tali idee di fondo
elaboravamo una serie di prime
proposte concrete come semplice
avvio di un ampio dibattito cittadino.
Sembra che a oggi questo filone di
pensiero e di lavoro risulti, con il
passare del tempo, rafforzato. Lo
stesso incarico pensato, ma non
ancora assegnato all’Università Statale e al Politecnico di elaborare un
disegno complessivo per l’intera area si muove in analoga direzione.
Piuttosto di niente è meglio qualcosa, diciamo in Lombardia. E anche
questo incarico fantasma è meglio
di niente. Ma è una manifestazione
di grande debolezza intellettuale e
politica, di un disarmante vuoto
d’idee, di una grande viltà.
La programmazione urbanistica di
un’area così strategica è atto politico nel più alto senso del termine. È
chi ha la responsabilità politica dello
sviluppo cittadino e dell’urbanistica
della città metropolitana che deve
fare le sue scelte e proporle, come
gesto politico e non tecnico, alla città. Naturalmente gli organi istituzionali che hanno questo compito che
deriva dai voti dei cittadini potranno
(anzi dovranno) servirsi di tutti i
consulenti tecnici (Università o meno) che possano essere utili. Ma
dare a questi, per prestigiosi che
possano essere, delega aperta, cioè
senza inserirli nella pianificazione
urbanistica economica e civile della
città, di disegnare lo sviluppo di una
grande fetta di città, è atto di estrema viltà. È atto da vergognarsi!
Tanto è vero che l’incarico non è
ancora stato dato perché sembra
che per darlo sarebbe necessario
una gara. Cioè per scegliere una
svolta urbanistica importantissima
per la città la si affida a una gara e
non come avverrebbe in una città
normale, all’assessore all’urbanistica in unione con l’assessore allo
sviluppo e magari a quello della cultura e con la sintesi finale del sindaco. Ma noi non siamo più una città
normale e non siamo più un Paese
normale. Siamo soprattutto un paese di vili. Tanto è vero che sembra
che la cosa sia stata rimessa nelle
mani dell’Autorità Nazionale anticorruzione Raffaele Cantone. Tutto
ormai conferisce sul suo tavolo e
per fortuna che si tratta di una persona di valore e per bene.
(1) Emilio Battisti, Francesca Battisti, Fiorello Cortiana, GiovanBattista Costa, Gianfausto Ferrari, Carlo Montalbetti, Pier Paolo
Poggio, Giorgio Spatti, Marco Vitale
LUOGHI DI CULTO ISLAMICI: LEGGE REGIONALE O CAPIRE IL PROBLEMA?
Paolo Branca
La più che trentennale inerzia che
ha caratterizzato in tutta Italia la gestione del complesso e delicato tema dei luoghi di culto islamici ci ha
portati ad averne circa 800 sul territorio nazionale, sale di preghiera
'camuffate' per forza maggiore in
circoli culturali o associativi, quasi
sempre in collocazioni fortunose e
poco dignitose, dirette da persone
spesso volonterose ma non di rado
inadeguate, con legami più o meno
evidenti con movimenti o correnti
religiose dei paesi d'origine spesso
appiattite su una visione ideologica
della fede che determina molte opacità.
Il mio profondo rispetto per una nobile tradizione religiosa cui siamo
legati per radici condivise quasi
quanto all'Ebraismo, unitamente
all'amore per la mia città e al comune destino che già stiamo condividendo nella nostra ormai pluralistica
società non mi consentono più di
tacere, di fronte ai possibili rischi,
ma ancor più davanti alle potenzialità positive che potrebbero derivare
da imminenti scelte su un tema di
tale e cruciale rilevanza. Non solo è
auspicabile, ma inevitabile un netto
salto di qualità.
Mi rendo conto della complessità e
della delicatezza della questione,
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ma ciò che temo di più è il perpetuarsi di una mancata gestione del
fenomeno la quale non può e non
deve incagliarsi in logiche meramente e falsamente ‘securitarie’.
Quello che si decide di non gestire,
infatti, diventa inevitabilmente qualcosa che si subisce: mantenere fuori dall’ufficialità e in uno stato di totale deregulation le sfide che una realtà religiosa già e irreversibilmente
pluralistica ci pone davanti, finisce
per favorire un’enorme area grigia
che col tempo si consolida come
fosse un corpo estraneo o una sorta
di società parallela di cui alla fine ci
si vedrà costretti a prendere atto,
seguendo logiche emergenziali o di
sanatoria purtroppo già sperimentate in altri campi e rivelatesi sempre
fallimentari.
Naturalmente resta aperto il dossier
della regolarizzazione di tutti gli altri
luoghi di culto, e non solo di quelli
musulmani, sul nostro territorio. I
due livelli non vanno confusi anche
per evitare ulteriori alibi che ci condannerebbero a restare nella medesima palude ancora a lungo, a discapito delle giuste aspirazioni e
delle legittime preoccupazioni degli
uni e degli altri. A differenza degli
altri sistemi politici, la democrazia è
‘costretta’ a funzionare per non
compromettere la sua stessa legittimità: essa si caratterizza più per le
buone pratiche che sa promuovere,
sostenere e premiare che per le necessarie ma mai esclusive azioni di
prevenzione e repressione di possibili irregolarità e disfunzioni.
Il mio è in definitiva un accorato invito affinché ci si decida a fare, e bene, finalmente qualcosa. Esortazioni
e critiche non le risparmio certamente neppure agli amici musulmani, sia quelli strutturati in forme associative, sia quelli facenti parte di
una larghissima ‘maggioranza silenziosa’ che potrebbe essere indotta a
ridurre la propria identità religiosa al
rango di una questione puramente
rituale e individualistica, quasi da
dissimulare anche a motivo di potenti pregiudizi che sempre più
spesso si configurano come espressioni di vera e propria islamofobia. Sono certo che in luoghi di
culto dignitosi e ben gestiti, la gran
parte di costoro troverebbe finalmente quel rispetto e quel riconoscimento senza i quali nessuna autentica integrazione potrebbe mai
avvenire e contribuirebbe a rendere
le moschee ‘normali’ centri di aggregazione e di spiritualità come
sono le sinagoghe e le chiese.
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Pur senza negare le peculiarità della fede islamica e perfettamente
consapevole delle tensioni che a
essa sono legate soprattutto nei paesi d’origine, resto convinto che lasciare le cose come stanno o renderle ancor meno gestibili con ulteriori appesantimenti burocratici o
labirintiche regolamentazioni sia la
prospettiva meno efficace, anche
sul decisivo versante della sicurezza che anzi si aggraverebbe fino
alla paralisi totale se ancora una
volta un ‘eccezionalismo’ troppo
sbrigativamente e meccanicamente
attribuito a tutti i musulmani indistintamente continuasse a tenerci tutti,
noi e loro, in ostaggio.
Le condizioni affinché ciò possa accadere, a mio parere, sono con tutta
evidenza le seguenti: accanto a una
regolarizzazione dell’esistente (della
quale possono ovviamente far parte
anche provvedimenti di chiusura di
luoghi che per varie ragioni non potranno perdurare) e senza forzature
che riducano il sano pluralismo delle
comunità musulmane presenti sul
nostro territorio, sarebbe auspicabile almeno un grande centro di studi
e iniziative culturali qualificato con
sala di preghiera annessa, ma la cui
mission principale sia quella di far
conoscere e valorizzare, non solo
per i musulmani ma per tutti, la ricchezza spirituale e l'eredità culturale
di una delle più grandi civiltà del
Mediterraneo e del mondo intero; il
partner principale dovrebbe essere
un'istituzione culturale islamica di
livello internazionale alla quale potranno affiancarsi le organizzazioni
musulmane territoriali che purtroppo
non possiedono ancora né i requisiti, né il personale, né il coordinamento necessario, ma anzi sono
spesso tra loro concorrenti, con
leadership talvolta inamovibili, litigiose e carenti sia dal punto di vista
della trasparenza che da quello del
pluralismo (durante il travaglio egiziano, e non solo, si son verificate
gravi frizioni interne tra fedeli di diverso orientamento politico durante
gli stessi riti del Ramadan 2013).
LA CITTÀ NON È UN CAMPO DISPONIBILE ALL’ATTIMO FUGGENTE
Cristoforo Bono
Traendo spunto da una riflessione
recente, fatta su queste colonne da
Giuseppe Longhi, osservavo come
in realtà la crisi degli architetti e del
loro mestiere fosse duplice: sia di
prestazioni, sia di ruolo. Tutto quanto attenga la competenza tecnica
dell’architetto, così come la modalità del suo lavoro, riguardano una
cultura diffusa (o non ancora diffusa) del sostenibile, cioè del progresso durevole: cultura della quale
l’architetto deve partecipare. Tutto
ciò che invece può favorire un riavvicinamento tra la “cultura dell’architetto” e quella della città, oggi in
contraddizione o non coincidenti, è
da interpretare o sperimentare con
spirito critico.
Molti amici hanno però riscontrato
nelle mie precedenti note una critica solo negativa, dovuta a certo
pessimismo. Provo a correggermi,
anche se, nella situazione data, per
essere ottimisti, e per dirla con il
Porta, ghe voer on bell talent. Lo
faccio ovviamente come cittadino
tra tanti, e non ancora con la sicurezza dell’architetto “nuovo”, individuando nell’esempio milanese sia il
positivo nascosto, e ritrovabile, dentro l’occasione perduta (sino a ora),
sia quanto di positivo sia già emerso dall’esperienza.
Per Expo, l’occasione fino a ora
perduta, ma ritrovabile ex post, è
quella del “che fare” dopo. Molti sono intervenuti con proposte, tra le
quali quella stimolante e ragionevole di Ada Lucia De Cesaris; ed è
anche un bene che più ipotesi restino aperte. Ciò che era chiaro (e
anche dichiarato) prima, e che avrebbe potuto orientare meglio
l’occasione di breve durata, era la
certezza che ogni proposta per il
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futuro, si sarebbe comunque inserita in una logica e in una dominante
(durevole) di parco. Di parco metropolitano.
Se il dibattito fosse stato più forte, e
gli equivoci sull’acqua dei Navigli
minore, si sarebbe orientato diversamente il progetto. Come fu per
l’Esposizione del 1906 nel Parco
Sempione, dove il tema di riferimento lontano non era l’acqua dei
Navigli, ma il treno del nuovo traforo. Si sarebbe (faccio una ipotesi)
potuto imporre a ogni padiglione il
segno comune e permanente di
una nuova Arena, entro cui ognuno
avrebbe potuto incastonarsi, e quale origine di una presenza perenne.
Invece si è scelta la suggestione
del campo castramentato, dove ogni “tenda” ha la sua effimera bizzarria: e il segno forte del parco è
ancora da costruire.
Insomma: la città non è ancora
concepita come approdo di un
mondo più vasto e necessario, ma
come campo disponibile all’attimo
fuggente: e anche alle mode che –
come si sa – non hanno niente a
che vedere con l’architettura. Nel
primo caso si sarebbe potuto pensare a un maggiore accordo tra la
città e la sua storia, anche quella
più recente rispetto allo stesso Parco Sempione: ad esempio (ed è un
esempio positivo) quella del Parco
Nord. Si tratta di una storia significativa, nella quale, per la prima volta, alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, il parco fu concepito appunto come un approdo, e non come una semplice attrezzatura della
città.
Nel caso del Parco Sempione, secondo il progetto riduttivo dell’Alemagna, e con un passo indietro ri-
spetto alla “magnificenza” teresiana
dei Giardini di Porta Venezia, così
bene completati del Balzaretto, si
diede forma sostanzialmente al “giro delle carrozze” a uso del quartiere borghese di Via XX Settembre; e
ormai tramontati gli usi del patriziato milanese nell’Antico regime,
quando la domenica mattina le signore si incontravano in carrozza
sui bastioni di Porta Venezia. Incontri poi disertati per le troppe “correnti d’aria” imputate a Napoleone, che
aveva aperto lo Stradone nella direzione della Francia (lo racconta lo
Stendhal).
Nell’originario progetto direttore, di
quegli anni, per il Parco Nord, dovuto a Virgilio Vercelloni, la storia del
verde milanese era addirittura incorporata nell’idea stesa di parco, e
riportata per intero nella Legge regionale istitutiva, pubblicata per esteso nel Bollettino ufficiale. Tale
consapevolezza storica - che poi è
la capacità di distinguere caso per
caso, con le dovute gerarchie di
importanza - non agì più tardi nella
multiforme vicenda delle aree dismesse (se non in parte per la Bicocca prima e per il Portello nord
poi), per le quali ci si attenne invece
allo standard uniforme, ma meno
significante, sintetizzato nella regola del cinquanta per cento: parte
parco e parte costruzioni.
Il Parco Nord istituì un principio di
logica metropolitana, quello stesso
che venne poi ripristinato, con
l’efficace lavoro della Assessora De
Cesaris, per il Parco Sud, agricolo e
di carattere diverso, correggendo le
devianze di un (proposto) Piano di
governo del territorio, che si era ancora mosso nella vecchia logica
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della città che avanza consumando
il suolo agrario.
In questo momento si vedono tanti
legittimi ottimismi, attinenti l’istituzione della Città metropolitana, tra
cui il recente articolo qui pubblicato
in questa sede di Salvatore Crapanzano. In verità, su certa inadeguatezza del suo Statuto e sul possibile funzionamento della stessa,
mi sembra di concordare con i rilievi
fatti dai consiglieri Biscardini e
Cappato; mentre sul piano dei contenuti credo che la strategia urbana
di grande e lungo respiro dovrà essere quella della “Città mondiale”
dei sette-otto milioni di abitanti: cioè
la Città Lombardia. Il governo metropolitano potrà essere proprio
“funzione” di tale grande visione,
incentrandosi sui due grandi temi
che abbisognano di una profonda
rifondazione: appunto il sistema dei
parchi da un lato, e la riscoperta
della casa dell’uomo (come la
chiamò Ernesto Rogers) dall’altro.
Cioè la costruzione o ricostruzione
dei diffusi modi di abitare, che non
siano soltanto l’espressione della
tracimazione urbana fuori dei confini municipali, ma la realizzazione di
un policentrismo identitario e riconoscibile, capace di intrecciarsi con
la persistente, anche se labile, tessitura dell’antico Contado milanese,
ricco si segni, di presenze: vasto
deposito delle umane fatiche. Su
una tale storia dell’hinterland (ecco
un altro fatto positivo), abbiamo sia
una tradizione virtuosa di quelle
Amministrazioni comunali che negli
anni ruggenti della immigrazione
seppero “fare città”, sia una tradizione di studi, che sempre devono
guidare il progetto, come quelli, tra
gli altri, contenuti nelle annate della
rivista (appunto intitolata Hinter-
land) che fu fondata e diretta da
Guido Canella.
(Che il tema della casa, delle difficoltà, dello straniamento o emarginazione urbana sia oggi generalizzato e scottante, e non localistico, è
dimostrato dalle vicende anche le
più drammatiche, non solo la nostra
Milano, ma anche nella Parigi capitale del Mondo, con le sue
banlieue).
Insomma: nella nostra storia o tradizione, non vi sono soltanto i facili
(e vagamente modaioli) “diamanti”
delle Varesine, ma anche le tante
pietre miliari di un possibile percorso. Non saranno le magnifiche sorti,
ma la visione potrà essere comunque progressiva. Per non essere
invece come l’angelo del Porta nel
“giudizzi del bagaj”, pass con giò i
al come on osell che cova.
DOPO “JE SUIS CHARLIE”. MILANO IN PIAZZA È BELLA, SE LA ROUTINE NON CI CATTURA
Eleonora Poli
È un inizio d’anno già caldo per la
città che scende in piazza: esprimendo vicinanza e solidarietà dietro
alla scritta “Je suis Charlie” o protesta e dissenso, per il diritto alla casa
e al lavoro, contro l’omofobia, il job
act, il razzismo, le mafie.... C’è
sempre una Milano che manifesta.
Meno di venti, trent’anni fa - sostiene chi ha ricordi più lontani – eppure
il senso delle grandi iniziative collettive non è cambiato. Forse. Rimane
questo uno dei modi più immediati
di partecipare, fare politica dal basso; ma nei palchi improvvisati, negli
slogan, nei cartelli, nelle note di
“Bella ciao”, nelle istantanee su Facebook si nasconde un rischio: la
trappola dell’abitudine, e della autoreferenzialità. Ansia da flash-mob a
ogni costo.
Quel ritrovarci sempre tra noi, “noi
di sinistra” (in genere il sabato pomeriggio, nelle strade del centro)
nasconde un compiacimento che
persino nei momenti peggiori incoraggia, riscalda. E che cosa c’è di
male in questo? Dobbiamo proprio
essere autocritici su qualcosa di bello? Sì, in effetti dobbiamo. Sia una
manifestazione o un grande convegno - come quello di Human Factor,
poco più di una settimana fa - questi sono gli spazi, peculiari, della sinistra. Chi sta dalla parte opposta
ha cercato di copiare la formula, ma
proprio non sta nella cultura e nello
stile del centrodestra e dei suoi elettori.
Per chi è di sinistra riunirsi in
un’assemblea pubblica o manifesta-
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re significa partecipare, soprattutto
“esserci”. Essere nel cuore del problema, nel mezzo della battaglia,
nel flusso del divenire, animati da
una forte empatia. Sempre così? È
utile però, alla lunga, parlarsi tra gli
stessi, in cerca di conferme? Un po’
ci si sente appagati di far parte di
una minoranza, un’eletta cerchia di
consiglieri, assessori, segretari di
circolo, militanti; e di cittadini impegnati, naturalmente. Ci sono però
tanti “altri” che di questo ambiente
non fanno parte, di questo mood;
magari non perché la pensano diversamente, o per una generica
mancanza di interesse. È piuttosto
che dell’impegno attivo non conoscono le dinamiche, lì in mezzo non
stanno a proprio agio, neppure tra le
bandiere familiari del partito che votano o i cartelloni “sandwich” che
avrebbero potuto scrivere loro stessi.
I perché di questa rinuncia a esporsi
non andrebbero liquidati in fretta.
C’è una parte troppo grande della
città che dalla piazza non si sente
rappresentata, nei suoi bisogni e
nelle sue urgenze, e questo è un
grosso limite, sottovalutato. A ogni
corteo, presidio, fiaccolata, convegno o flash mob le new entry sono
poche. Si rilevano di volta in volta
assenze eclatanti, tante presenze
sicure ma pochi mutamenti sostanziali che portino questo strumento a
evolvere, espandere le sue potenzialità. Ci sono pomeriggi e serate
che ottengono un successo strepitoso, l’attenzione dei giornali, della
tv, dei social network. I “Sentinelli”
contro l’omofobia hanno avuto per
esempio un’idea geniale, contrastare l’intolleranza ponendosi “in direzione ostinata e contraria”, con un
messaggio rovesciato: bello, efficace, intelligente.
L’attenzione deve rimanere alta, però, perché il “demone dell’abitudine”
è in agguato; meglio che gli eventi
mantengano un’accezione di straordinarietà, se si trasformano in una
sorta di routine le persone vengono
colte da saturazione, stanchezza. Ci
sono giorni che la piazza sembra
più un appuntamento prefissato che
un’espressione di indignazione e
speranza, più uno specchio di se
stessi che un mezzo per farsi ascoltare. Al “popolo di sinistra”, come lo
definiscono con poco velata ironia i
titolisti dei quotidiani, piace vedersi,
rivedersi ed essere visto; un po’ ci si
assuefa, al limite, anche a non essere ascoltati dal vero interlocutore
finale, da chi ha il potere di decidere
e cambiare il corso delle cose. Ci si
dimentica, nell’entusiasmo del fare,
che la protesta e la moltitudine che
la anima sono un punto di partenza
e non d’arrivo. Come diceva Paola
Natalicchio, sindaco di Molfetta, nel
suo intervento a Human Factor “non
possiamo più permetterci di passare
di convegno in convegno (e di manifestazione in manifestazione?): ne
perdiamo la metà la prossima volta”.
Ecco, non possiamo permettercelo.
Oggi il cartello sul petto dice “Je
suis Charlie”, domani “io sono un
pirla”, per fare il verso a Maroni; e
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poi “io sono greco”, dopo la vittoria
di Tsipras. Ma la piazza è sempre
territorio condiviso? Chi non ci crede continua a non crederci, e chi ci
crede ci crede fin troppo. È questo il
vero problema. Si manifesta troppe
volte per difendere i diritti di qualcuno che nemmeno lo sa, e non è giusto che non lo sappia. Ci sono
mondi in teoria simili che non comunicano e non instaurano un dialogo. Ci sono i cortei della Cgil, c’è
la piazza “universale” del 25 aprile;
ma più di frequente in prima fila è
una classe medio - alta con esigenze e aspettative che altri non arrivano a riconoscere perché le differenze sociali sono ancora grandi, nella
Milano 2015.
Tutto’altro pubblico partecipa alle
assemblee di quartiere sul futuro
delle case Aler, da Giambellino a
Corvetto. Si parla un’altra lingua, si
racconta altra storia: decine di persone, anziani e famiglie, seduti ad
aspettare il rappresentante delle istituzioni che andrà lì per spiegare,
informare; pronte le domande. Questi cittadini - obietterà qualcuno non fanno però politica, stanno ad
aspettare risposte. Ma la politica,
dal basso o in alto che sia, non è
forse cercare, guidati dalle idee, risposte e soluzioni alle questioni che
altri pongono? Ci sono moltissimi
cittadini milanesi che in Duomo o in
Cairoli non ci vanno, mai: il gap si
tocca con mano ed è stridente. È
È innegabile, esistono dei temi che
per una concomitanza di circostanze fanno notizia, trascinano anche
chi non è coinvolto in prima persona. Sembra facciano volare alto,
lottare per un mondo migliore. Altre
cause aperte e irrisolte non godono
dello stesso destino: se ne riconosce l’importanza, e tuttavia rimangono ostiche, spinose, frenate da
mancanza di risorse economiche;
richiedono un impegno maggiore
anche solo per decidere da quale
parte stare ed esigono un risvolto
pratico immediato. Paradossalmente diviene più facile fare ascoltare la
propria voce contro l’omofobia e favore dei matrimoni gay, sul testamento biologico o contro il razzismo
che non sull’assegnazione delle case, la disoccupazione over 40 o la
riqualificazione delle periferie. E se
in alcuni casi la possibile via
d’uscita segue una linea retta, in
altri è invece un groviglio di tentativi
che cadono nel vuoto. Condannare
il terrorismo, chi non sarebbe
d’accordo? Mentre far uscire allo
scoperto un problema dal quartiere
in cui è confinato e farlo arrivare a
tutti, questa sembra un’impresa titanica. Più difficile in certe situazioni
essere autoreferenziali, e tanto più
inutile.
Ancora non è cambiato abbastanza,
a Milano come ovunque. Non ci sono solo le periferie, ci sono anche le
manifestazioni periferiche.
L’impressione è che non si riescano
a recepire abbastanza le singole
storie, quelle vicine ancora meno di
quelle lontane, e che impegnarsi per
i diritti possa finire per diventare
un’astrazione. Non da tutta la realtà,
ma da certe realtà.
Qualche settimana fa ero davanti al
consolato francese, domenica pomeriggio: tutti lì per ricordare, lasciare una frase, un bel momento.
Incontro tra gli altri un’ex collega
che a queste iniziative non c’è mai.
“Bello, vero?”, le chiedo. E lei, perplessa: “Sì … un po’ fighetta, però,
questa cosa …”. La guardo con una
certa indignazione e la saluto in fretta per evitare di avviare una discussione impervia. Ma mentre mi allontano, con la soddisfazione di essere
stata lì, ecco che un po’ ci ripenso.
Non faremo un passo avanti se continueremo a parlarci tra noi, se non
prenderemo in considerazione critiche e impressioni esterne. “Un po’
fighetta, dici? Ci rifletteremo …”.
MONTE STELLA: MALUMORI INEVITABILI?
Enrico Fedrighini*
“Partecipazione, decentramento e
coinvolgimento dei territori nelle
scelte”: se questi impegnativi slogan
elettorali non si traducono sistematicamente in azioni conseguenti, rischiano di apparire agli occhi dei
cittadini come un’amara presa per i
fondelli. Con tutte le conseguenze
inevitabili del caso. Soprattutto se in
gioco ci sono questioni di grande
rilievo urbano, come la collocazione
di funzioni di elevato impatto
all’interno di grandi parchi pubblici
che fanno parte del patrimonio storico e ambientale della città, come il
parco Monte Stella. Questioni forse
un po’ più importanti della coltivazione di qualche “cavolfiore condiviso” all’ombra del Duomo.
L’Amministrazione comunale, in
primis l’assessore Del Corno, vorrebbe trasferire la stagione dei concerti City Sound all’interno del parco
Monte Stella. Le motivazioni pubblicamente espresse dall’assessore a
sostegno del progetto sono tre:
“portare la musica nelle zone trascurate della città”; “non si può bollare come demoniaco un festival del
rock” (?) e infine, come se non ba-
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stasse: “è stata la società a individuare il pratone del Monte Stella,
altre con le stesse caratteristiche
non ce ne sono” (a parere della società che organizza l’evento, ovviamente).
Oggi, come negli anni Ottanta, Milano è priva di uno spazio urbano
“open” polifunzionale, da dedicare in
estate a eventi musicali e concerti
(a parte lo stadio Meazza, che per
capienza e costi è vincolato a specifiche categorie di eventi). In ogni
città europea esistono spazi open
dedicati ai concerti rock, e presentano precise caratteristiche: si tratta
di aree molto ampie, ben accessibili,
senza interferenze con aree residenziali, lontane da luoghi già congestionati, dove i flussi di pubblico
provenienti da un’area vasta possono essere agevolmente assorbiti
dalla capacità di carico della rete di
trasporto pubblico e privato. Sono
spazi pensati, realizzati a questo
scopo, individuati attraverso una
analisi territoriale. E funzionano,
senza sollevare problemi né conflitti,
perché non interferiscono con la
normale vita urbana e con l’ordi-
naria fruibilità degli spazi pubblici
esistenti. Tutto questo avviene in
città governate da amministrazioni
che, al di là del colore politico, riescono a svolgere il minimo sindacale.
Potremmo copiare, sarebbe già
qualcosa. E invece no. A Milano la
geniale pensata degli assessori Del
Corno, D’Alfonso e Bisconti è di
concedere una delle aree verdi
pubbliche maggiormente fruite dai
milanesi, il parco Monte Stella, agli
organizzatori dei concerti estivi della
rassegna “City Sound”, sottraendola
all’uso ordinario dei cittadini. Una
porzione del parco verrebbe recintata per l’intera durata della rassegna
(gli eventi sono ovviamente a pagamento); i concerti potrebbero attirare fino a 22.000 spettatori da varie
parti della regione; nuovi flussi di
traffico privato invaderebbero la viabilità locale residenziale, già gravata
nei restanti mesi dal maggior carico
di traffico a livello urbano.
Oggi il Parco Monte Stella è uno dei
parchi urbani più intensamente frequentati, specie nella stagione estiva: è mèta quotidiana di corridori e
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ciclisti (runners e bikers per gli amanti degli inglesismi); di praticanti
di nordic walking; di giocatori di calcio sui manti erbosi; di proprietari di
cani; di squadre di cultori del Tai
Chi; di istruttori e allievi di
orienteering; di famiglie e di intere
comunità. È una palestra verde a
cielo aperto e a ciclo continuo, uno
dei parchi periferici maggiormente
fruiti da tutti i milanesi. È anche sede del Giardino dei Giusti, funzione
nobile e prestigiosa degna – penso di una qualche forma di riguardo.
Quando l’assessore Del Corno dice
che realizzare City Sound al Monte
Stella significa “portare la musica in
zone trascurate della città”, ho la
sgradevole sensazione di essere
amministrato da chi conosce poco o
nulla della nostra città (intesa come
qualcosa di più esteso della cerchia
dei Bastioni), e che proprio questa
profonda non conoscenza sia alla
base di simili decisioni. Quando dice
“non si può bollare come demoniaco
un festival del rock, Milano non può
diventare Beaumont City” (citazione
colta: riguarda la cittadina che bandì
la musica rock nel film Footlose, un
pilastro della storia del cinema), non
capisco di cosa parli: in discussione
non è la realizzazione dell’evento,
ma la sua localizzazione. E quando
afferma che il Monte Strella è l’unica
localizzazione possibile perché rappresenta la soluzione migliore per i
promotori dell’evento (e ci mancherebbe), mi chiedo: quale concezione
di “interesse pubblico” ha l’assessore alla cultura?
Ma c’è un altro aspetto grave in
questa vicenda: il metodo seguito. Il
Consiglio di Zona 8 avrebbe potuto
illustrare, preventivamente, i problemi e le criticità legate a questa. E
invece gli assessori hanno preferito
inviare il tecnico del settore verde a
effettuare sopralluoghi nel parco insieme ai promotori (è previsto
l’accesso di TIR e mezzi pesanti per
carico / scarico di palchi e attrezzature, strutture, ecc.), tenendo accuratamente all’oscuro proprio il Consiglio di Zona 8. Alcune persone,
che a quella di private servant antepongono la funzione di civil servant,
hanno informato la Zona 8 di quanto
stava accadendo; la Zona 8 ha
quindi deliberato un no deciso a tale
progetto, ricordando che proprio il
parco Monte Stella è oggetto di una
richiesta di vincolo paesistico deliberata dall’attuale amministrazione
comunale (dove forse la mano destra e la mano sinistra potrebbero
iniziare a comunicare). Proposte
alternative ne esistono: la Zona 3 ha
chiesto di poter ospitare eventi musicali al Parco Lambro (questo si
che rivitalizzerebbe zone trascurate); esiste l’Idroscalo, esiste l’Arena.
Risultato della brillante operazione
di sordità politica: è nata una forte
opposizione al progetto da parte
della Zona 8 e dei residenti; si stanno organizzando forme di mobilitazione, con un trasferimento inevitabile della conflittualità già sperimentata sul territorio contro il progetto
Via d’Acqua sul versante Monte
Stella. Complimenti: forse questa è
l’unica forma di partecipazione davvero praticabile e utile alla città.
*Presidente della Commissione Ambiente e Mobilità del Consiglio di Zona 8
PERIFERIE “SPIAZZATE”: LA DISCUTIBILE GESTIONE DELLO SPAZIO PUBBLICO A MILANO
Francesco Vescovi
È di pochi giorni fa la notizia del
nuovo concorso per la ‘migliore qualificazione’ (sic!) di piazza della Scala, finanziato da Banca Intesa con
due milioni di euro. Sulla pagina Facebook del Comune si possono leggere al riguardo dozzine di commenti di cittadini concordi nel definire uno spreco di risorse - quantunque devolute da privati - un tale intervento su di uno spazio già riqualificato (nel 2000, su un precedente
progetto di Paolo Portoghesi), rivendicando piuttosto un maggiore
impegno per gli spazi delle periferie.
Non è un caso che il Corriere della
Sera di Milano del 30 gennaio abbia
accompagnato in prima pagina la
notizia del concorso con una foto
del 1959 della piazza, ridotta - come
allora molti altri luoghi del centro
storico - a parcheggio. I casi sono
due: o i giornalisti non frequentano
questo posto da circa sessant’anni
oppure erano troppo imbarazzati a
illustrare con una foto recente il titolo “via le auto: un’isola dei musei in
Piazza della Scala”. Per altro, a leggere l’articolo per intero, si scopre
che, per stessa ammissione dell’assessore De Cesaris, la pedonalizzazione di via Manzoni non sarà
comunque possibile ... .
Davvero appare uno spreco intollerabile investire ulteriori soldi, risorse
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e intelligenze in uno spazio che,
sebbene non del tutto risolto (un articolo sul Corriere del 1999 di Carlo
Castellaneta per esempio stigmatizza, non senza ragione, l’introduzione dei gelsi), non appare certo
come una priorità. Ecco, appunto:
quali sono le priorità dell’amministrazione in tema di spazio pubblico
e qualità dei luoghi? Forse andrebbe discussa una strategia e divulgato un programma in proposito.
Quanti soldi e progetti sono stati
destinati agli spazi del centro e
quanti a quelli della periferia?
Per fare solo uno dei tanti esempi
possibili, la Bovisa, così sagacemente descritta da Renzo Riboldazzi in un recente articolo su questa
testata, versa in uno stato indegno,
soprattutto considerando il numero
(e il tipo: studenti, studiosi e professionisti da tutto il mondo) di persone
che la attraversano quotidianamente e il ruolo, prestigioso e simbolico,
che dovrebbe rivestire il Politecnico
in questo quartiere. Risulta per altro
irritante constatare che la stessa
Banca che qui ha congelato ingenti
investimenti in ‘aree di trasformazione’ ancora oggi in stato di degrado e abbandono, in centro possa
decidere, con il supporto del Comune, di finanziarsi a piacimento - per
adeguarlo probabilmente al rango
della sua bellissima sede - il ‘proprio’ spazio pubblico già riqualificato
a spese dei contribuenti meno di
vent’anni fa. O forse è solo una disfida tra istituti di credito: dopo che
Unicredit ha costruito la sua piazza
di successo a Porta Garibaldi, Banca Intesa non vuole sembrare da
meno. E se si vincolasse ogni intervento di 'maggiore qualificazione'
del centro alla riqualificazione di un
luogo in periferia? Facciamo almeno
un po’ per uno ... .
È chiaro che questa città, nonostante il teorico dna politico degli attuali
reggenti, ha un rapporto alquanto
conflittuale con il concetto di piazza
e spazio pubblico. In altre metropoli
- certamente anche per opportunistiche ragioni di marketing urbano lo spazio pubblico di strade e piazze
è oggetto di particolari attenzioni in
funzione del livello di urbanità e di
sostenibilità sociale che ne derivano. A Milano si fatica ad affrontare
un tale argomento, anche perché
per i milanesi - come conferma uno
dei quattro dimenticati referendum lo spazio pubblico, quando non è
adibito a strade carrabili e parcheggi, è sinonimo di verde, e quindi viva
alberi e giardini e abbasso la pietra,
con buona pace della tipica piazza
italiana, per secoli lo spazio pubblico per antonomasia delle nostre cit-
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tà (anche se poi, constatando il desolante deserto della nuova piazza
Gino Valle, si può pensare che i
vincitori del referendum non abbiano poi tutti i torti ...).
Sarà quindi anche per via di questa
scarsa dimestichezza che l’amministrazione si è andata a impelagare
in ‘quer pasticciaccio brutto’ (come
titola l’articolo di Claudio Bacigalupo
su questa testata) di Atelier Castello? Una vera contraddizione: sbandierato come frutto di un processo
partecipativo inedito, il progetto
scelto per la pedonalizzazione di
Piazza Castello non è stato quello
più votato online dai cittadini bensì
quello indicato da una ristretta giuria
di 4 persone, dopo che il Comune
aveva coinvolto ben 11 studi di ar-
chitettura e organizzato altrettanti
incontri con la cittadinanza (un defatigante tour de force per i ‘partecipazionisti’ più convinti!). E tutto
questo poi solo per decidere come
allestire temporaneamente (?) - e
fino a nuovo concorso internazionale (!) - l’arredo urbano di 500 metri
di strada; mentre il progetto (forse di
più lunga durata?) col maggiore impatto sullo spazio pubblico e
sull’immagine del centro - i controversi caselli dell’Expo Gate - è stato
sottratto al dibattito cittadino e scelto da un’altra giuria ristretta di 7
persone.
“Curare il centro non significa dimenticare le aree più periferiche”
perché “... non esiste alcuna contrapposizione fra centro e periferia”
controbattono un po' retoricamente,
quasi tra il piccato e il pedante, i curatori della pagina Facebook del
Comune di Milano a quanti, protestando per l’ultimo bando, propongono piuttosto di dedicare risorse e
progetti ad altre aree più bisognose.
Piacerebbe anche a noi! Scommetto
però che i costruttori milanesi - i cosiddetti ‘sviluppatori’ (dove mai si va
a cacciare lo sviluppo!) finanziati, tra
gli altri, dalla Banca Intesa di cui
sopra - avrebbero difficoltà a sottoscrivere questa presunta uguaglianza tra centro e periferia. Come del
resto i molti che vivono in
quest’ultima.
DIMENTICARE IL PASSATO: UN OBBROBRIO A NORMA DI LEGGE
Giulia Mattace Raso
Il limite del buongusto credo lo si sia
superato da un po’: siamo all’eutanasia del decoro urbano, alla sua
morte legalizzata. C’era una volta
lungo i Bastioni di Porta Volta il capolinea di numerose linee tramviarie
intercomunali: fu creata “una stazione che serviva a dare riparo e a ospitare, in una grande sala chiusa e
riscaldata, i passeggeri in partenza.
Nelle sale d’attesa è collocato un
bar". Siamo nei primissimi anni ’50.
Passano gli anni le linee del tram
sono dismesse, qualche capolinea
resta e così il bar. Il bar dell’Atm.
Uno dei primi a proporre il rito
dell’aperitivo, quando ancora l’happy hour non era di moda, uno dei
locali storici della movida milanese.
Molto amato nei primi 2000 da architetti e designer milanesi e stranieri (come recitano le guide francesi dell’epoca).
Enormi ponteggi lo coprirono a lungo, veniva quasi da pensare che il
cantiere fosse finanziato dalla pubblicità, in uno dei punti di maggior
visibilità della cerchia dei Bastioni. E
poi la sorpresa una volta scoperchiato: in copertura una massa volumi tecnici spropositata, e una
nuova pensilina metallica strallata a
parziale protezione del nuovo roof
garden. (I volumi tecnici, si sa, non
vengono conteggiati nella slp, perché lesinare?)
La pensilina funziona da parasole
d’estate, ma d’inverno compaiono,
dopo qualche stagione, tendoni grigi
scorrevoli con pois arancioni a guisa
di finestre, sostituiti di recente da
serramenti fissi, marroni, a riquadri.
Evidentemente lo spazio non basta
proprio mai: quel che resta del roof
n. 5 VII - 4 febbraio 2015
garden è attualmente coperto da un
gazebo "gonfiabile", contornato di
pinetti e lampioncini in stile ottocento.
Ultima novità una nuova rampa di
scala esterna, sulla coda dell’edificio, che atterra nei pressi di un improvvisato locale pattumiera a vista,
delimitato (?) da grigliati metallici, a
fianco dell’altro deposito spazzatura
contornato da vasi e rampicanti.
Non poteva mancare (per necessità
reale ma non progettata) un prefabbricato per una toilette provvisoria
dedicata agli autisti in pausa.
E credo tanto potrebbe bastare per
cercare di capire come si creino
queste zone franche del decoro urbano. Ma la riflessione si spinge oltre sapendo che quello di partenza
non era un edificio qualunque: Piero
Bottoni lo inserisce nella sua Antologia di edifici moderni in Milano nel
1954, è un bell’oggetto che racconta
bene la Milano del dopoguerra. E
scopriamo che a progettarlo fu Arrigo Arrighetti nel 1951, come progettista dell’Ufficio tecnico del Comune
di Milano. È lo stesso autore che,
senza saperlo, abbiamo conosciuto
e apprezzato frequentando la piscina del Parco Solari, le scuole materne di via Pier Capponi, Santa
Croce, Comasina, l’istituto Cesare
Correnti, e quelli di via Clericetti, la
Biblioteca Sormani … .
“Il lavoro di Arrighetti si distingue
per ricchezza e versatilità nella realizzazione di centri religiosi, piscine,
scuole di ogni grado e di edifici
pubblici in generale, oltre che edifici
residenziali. (…) Un architetto che
ha pensato la città che risorgeva
dalle macerie della guerra come un
luogo ospitale in cui la socializzazione e i contatti umani avessero
diritto a luoghi atti ad accoglierli e a
favorirli, facendo della sperimentazione la guida della propria ricerca
progettuale” (1).
Non un edificio qualunque, non un
progettista qualunque, che ha distinto gli uffici tecnico e urbanistico del
Comune di Milano per quasi quarantanni (2). La città di Milano dovrebbe avere più cura del suo patrimonio del contemporaneo: come
può altrimenti tutta la vulgata su Milano capitale del progetto, della
buona architettura e del design non
suonare come vuota retorica?
Per altri versi questa storia sollecita
la riflessione sul senso e la qualità
di un ufficio tecnico comunale formato da progettisti con la matita in
mano, il cui ruolo non era solo quello di vidimatori “a norma di legge”,
probatori di conformità. In tempi di
competenze sovrane e spezzettate,
la sistemazione della rinnovata
piazza XXIV Maggio lo testimonia, è
sempre più viva la necessità di un
architetto della città.
(1) Claudio Camponogara Arrigo Arrighetti e Milano, AL, 2002, n.4, pag 52-55
http://www.architettilombardia.com/al/AL
200210n4_52-55.PDF
(2) “Arrigo Arrighetti nasce a Milano il 17
ottobre del 1922; nel 1940, dopo gli studi
tecnici, viene assunto dal Comune di
Milano. Si laurea in Architettura nel
1947. Dal 1956 al 1961 è dirigente
dell’Ufficio Tecnico del Comune di Milano. Dal 1961 al 1970 è direttore
dell’Ufficio Urbanistico.” ibidem
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I POSSIBILI PERCHÈ DI UNA “MILANO MAI VISTA”
Paolo Favole
“Milano mai vista” è una delle esposizioni ora in Triennale: mi aspettavo una mostra invece è un film documentario (breve) su alcuni progetti dell’ultimo secolo non realizzati.
Non si tratta in realtà di una “Milano
mai vista” perché i progetti presentati sono quasi tutti conosciuti, ma di
una Milano non realizzata, presentati senza commenti, come una descrizione, più che una denuncia,
con qualche amarezza, forse come
un invito a conoscere di più e riflettere.
Difficile un giudizio, ma diversi sono
gli interrogativi. I progetti “non visti”
riguardano l’area intorno al Castello,
l’asse del Sempione, la stazione e
la sua piazza, Brera, San Babila,
piazza Duomo, alcuni assi stradali,
piazza San Fedele, l’area della Fiera, e qualche altro. La prima domanda è il perché della scelta: infatti i progetti -sempre noti- ma “mai
visti” cioè mai realizzati, sono assai
più numerosi: dai molti recenti concorsi regolarmente svolti, premiati
(pubblicati) e rimasti nei cassetti,
citando a caso il parco Forlanini o
molte piazze o i rilevati ferroviari, ai
tantissimi progetti in trent’anni per
l’area Garibaldi Repubblica, o gli
innumerevoli per piazza Duomo,
ecc. Il motivo della scelta non è dichiarato nel filmato e neanche nel
piccolo catalogo, che ha però alcuni
testi significativi.
La seconda domanda è perché tutti
quei progetti siano rimasti sulla carta. Dei progetti “mai visti” posso essere contento che in piazza Duomo
non si siano realizzati quelli di Mari
(che apprezzo moltissimo come
designer) ben tre ma uno solo è
presentato, voluti da Tognoli con un
incarico diretto (costati se non sbaglio 350 milioni) e l’aiuola alberata di
Piano, irrealizzabile, perché posta
sulla soletta della metropolitana,
declamata dal Corriere come la soluzione definitiva del progetto incompiuto (?) della piazza, se non
con un impresentabile enorme contenitore di cemento alto un metro e
mezzo.
E sono contento che non si sia realizzata la Beic, la strapubblicizzata
biblioteca, che era un organismo
inutile con l’evoluzione delle biblioteche e dell’informazione, e anche
un brutto progetto di architettura
non connesso per esempio alle infrastrutture o al parco di quell’area,
come avevo detto in allora in un dibattito pubblico, con forti reazioni
contrarie. Mi spiace invece che
sull’area della Fiera non si sia realizzato il progetto di Piano, con un
unico grattacielo di grande qualità,
un vero parco, invece della frammentazione degli spazi del progetto
ora in attuazione, ma la scelta fu
fatta non per la qualità del progetto,
ma per la maggiore offerta economica. Così abbiamo già alcune motivazioni del “non visto”: l’irrealizzabilità o la finanza o il superamento
dei tempi. Gli altri progetti non attuati mi lasciano sinceramente indifferente. Altri temi come Brera sono
ancora in progress, altri ormai sono
inattuabili.
Un’altra motivazione, sapendo che
potrei trovare molti in disaccordo, è
la modestia di molti progetti, che
dovrebbe far riflettere sui limiti della
cosiddetta “scuola milanese“ di architettura, se poi c’è mai stata una
scuola milanese, di certo non al livello internazionale dello stesso periodo, salvo qualche esplicito riferimento come la “Milano verde” del
1938 alla “Ville radieuse” e agli altri
progetti di città di Le Corbusier di
dieci anni prima. Con un ritorno attuale di fatto, cui assistiamo con re-
azioni divergenti, che molti progetti
importanti ora sono di architetti
stranieri: Isozaki, Pei, Pelli, Perrault
e altri, tutti scelti da committenti italiani. Se non sbaglio le ultime grandi
opere di italiani sono la nuova fiera
di Fuksas e di recente tutti gli edifici
del Portello di autori vari, mentre le
residenze della Merlata sono in parte ancora in realizzazione.
L’altro aspetto è che la maggior parte dei progetti riguarda spazi o edifici pubblici, commissionati quindi dal
Comune o da enti pubblici rimasti
inattuati come se non ci sia stata, in
un tempo lungo, una regia pubblica
continua nel tempo, convinta delle
proprie scelte, degli obiettivi e dei
mezzi per realizzarli o in alternativa
capace di gestire le proposte private. per cui la città è cresciuta per
spot. Un fenomeno che non so se
sia solo milanese, perché visto da
una’ottica interna, a differenza di
quello che sembra di vedere in città
straniere che sembrano avere o almeno avere avuto una continuità di
decisioni e scelte sul tempo lungo.
Come scritto nel catalogo “Milano
mai vista non è però la Milano nascosta …. è una Milano che avrebbe potuto essere, se le porte scorrevoli della storia si fossero aperte o
chiuse con un tempo diverso. È
una Milano sognata o solo auspicata: il filo rimasto sotto traccia di una
trama che tutti sembrano ingannevolmente conoscere” (F. Irace).
Ecco che la “Milano mai vista” mi ha
fatto fare molte riflessioni: con un
invito a tutti a guardare le parti di
Milano rimaste incompiute e “in vista” e a cercare le loro motivazioni,
per risolverle, e a sperare che qualcuno dei temi sollevati sia ancora
risolvibile.
Scrive Emilio Vimercati a proposito del prossimo sindaco
Per la riconferma del sindaco suggerisco ad arcipelago di promuovere subito una raccolta di firme. Le
nostre due già ci sono. Ovvero la
continuazione del suo mandato per
portare a termine il programma fino
al termine consentito dalla legge è
nella natura politica di un sindaco.
L’uscente inoltre ha sempre un vantaggio sul traino e regalarlo alla ds è
tafazziano. E non potremo che regalarci una bella figura a risparmiarci primarie lacerate da suddivisioni
enfatizzate dai media. Per carità al
solo pensarci Pisapia forever
Scrive Andrea Caroppo a proposito dell’editoriale scorso di LBG
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Forse chi scrive l’articolo non si
rende conto in che stato si trovi la
nostra Milano! Sporco, criminalità,
multe selvagge, scuole materne gestite con risorse ridicole00 euro il (io
il primo giorno di scuola materna del
mio piccolo ho dovuto portare anche
la carta igienica) e pagando circa
500 euro il mese ecc. Aumento di
tasse incondizionato con addizionali
comunali mai avute a Milano, IMU
ad aliquota piena e massima, Tasi
aliquota piena e massima, Tari aliquota piena e massima e riduzione
dei servizi! Che sono comunque un
aumento di tasse ovvero non cambio l’aliquota ma riduco i servizi. Ma
di cosa stiamo parlando??? Di una
persona il cui primo pensiero appena eletto è stato bloccare il nuovo
PGT bloccando l’edilizia per tre anni
in un periodo che già l’edilizia arrancava per sistemare i suo amici,
mettere le mani su EXPO sempre
per sistemare i soliti amichetti del
quartierino!!!!!! Ricordo a chi scrive
l’articolo che il nostro purtroppo sindaco (scritto in minuscolo volontariamente) non vale molto ed è dove
si trova forse con il consenso iniziale di uno sparuto 20/22% dei milanesi, visto le elezioni svolte nel mese di luglio quando tutti erano in ferie o via per il fine settimana.
MUSICA
questa rubrica è a cura di Paolo Viola
[email protected]
Die Soldaten, parte seconda
Nell’annunciare l’opera di Zimmermann alla Scala, la settimana scorsa, ho affermato che essa fa parte
di quegli spettacoli compravenduti
da Pereira appena indicato Sovrintendente a Milano ma ancora in carica a Salisburgo. Ci ha fatto gentilmente notare Cristina Jucker (“solo
per amor di precisione”) che invece
Die Soldaten “è stata coprodotta
dalla Scala con Salisburgo su decisione di Lissner e poi da lui portata
alla Scala”. La ringrazio molto della
doverosissima precisazione e mi
scuso con i lettori per l’informazione
sbagliata e fuorviante.
Veniamo all’Opera, che ha suscitato
molto interesse nelle sue sei recite
(in due settimane l’hanno vista circa
dodicimila persone!) ma in modo
sorprendente perché, a quanto si è
capito dai tanti commenti, il pubblico
ha molto apprezzato molto più la
scenografia e la regìa e molto meno
– per non dire pochissimo – la musica. Si sa che la musica cosiddetta
“colta” del novecento (quest’opera,
come ho ricordato, è del 1965) è
spesso ostica, si rivolge in modo
quasi esclusivo a un pubblico sofisticato di intellettuali (o addirittura di
snob!), non è entrata nel cuore degli
ascoltatori ed è - soprattutto l’opera
lirica - ancora lontana dall’aver conquistato la benché minima popolarità.
Ma avrei immaginato che questa di
Zimmermann, nata con gli stessi
presupposti ideologici, poetici, musicali del Wozzeck (andato in scena
nel 1925) e della Lulù (terminata nel
1935) di Alban Berg, avrebbe costituito come quelle una eccezione nel
panorama musicale del secolo
scorso, e colpito positivamente lo
spettatore di questo secolo, ormai
assuefatto al linguaggio seriale o
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dodecafonico. La sensazione che si
è avuta in sala, invece, è che la musica sia stata mal recepita e che il
fascino della regìa “tedesca” – ancorché ideata da un lettone in terra
austriaca – sia piaciuta assai di più.
Cominciamo allora proprio dalla
musica. Già quell’attacco con
l’assordante, lunghissimo accordo
costituito da un infinito numero di
note e di timbri che si spengono poco a poco, con il quale Zimmermann
annuncia la morte del mito borghese di un mondo “giusto” (“… e dovrebbero tremare coloro che subiscono l’ingiustizia, mentre gli unici a
godere sarebbero quelli che commettono l’ingiustizia ...") descrive fin
da subito il pathos che dominerà
l’intera opera e sembra anticiparne i
temi e i possibili sviluppi; meravigliosamente qui, come in Berg, non
è il linguaggio a prevaricare e a dettar legge, ma è la musica che si
serve del linguaggio per descrivere
sentimenti e atmosfere.
Come Wagner usava i leitmotive e
Bach costruiva mastodontiche fughe
su un semplice soggetto e controsoggetto, in Die Soldaten la “serie”
viene usata per dare compattezza e
per rendere monolitico l’impianto
musicale (Bach, Mozart, Mendelsshon, Wagner si sentono ovunque,
in filigrana, nel tessuto armonico e
contrappuntistico dell’opera) mentre
il vezzo con cui Zimmermann, nel
libretto, antepone a ogni scena il
titolo della “forma” musicale adottata
nella scrittura (Toccata, Ricercare,
Ciaccona,
Notturno,
Couplet,
Refrain, ecc.) testimonia la classicità e la limpidezza compositiva
dell’opera. Si esce da due ore di
musica con la sensazione di essere
stati in un luogo - tragico, cinico, disperato - in cui tutto torna, si lega,
sta insieme per farci capire come
purtroppo anche l’inferno sia uno
dei mondi possibili.
Ed eccoci alla accuratissima regìa
del lettone Alvis Hermanis, alla
grandiosa scena della tedesca Uta
Gruber-Ballehr e ai dimessi costumi
di Eva Dessecker (tedesca anche
lei), ai quali non si può negare considerevole fascino e forte coerenza,
tanto da risultare a loro modo molto
convincenti. Ma se si legge il libretto
dell’opera - e non ci si limita al testo
riprodotto dai display posti sulle poltrone del teatro - si capisce quanta
esso sia stato tradito in questa edizione: i soldati non sono soldati ma
poveri diavoli, male in arnese, che
passano il tempo oziando in un ambiente più simile a un ospedale o al
dopolavoro di una fabbrica anziché
a una caserma (ma ci sono i cavalli
e la scritta Felsenreitschule che allude al seicentesco maneggio - ora
sede del Festival salisburghese - a
farci credere di essere alle prese
con un reggimento di cavalleria); la
mancanza di unità di tempo, di luogo e di azione viene interpretata
come integrazione, nella stessa
scena, di più tempi, più luoghi e più
azioni, quanto basta per complicare
la comprensione della trama; una
quantità inverosimile di accadimenti
sulla scena, in massima parte non
richiesti dall’autore, distraggono
l’ascoltatore dalla musica impegnandolo a cercar di comprendere
cosa vi succede. E così di seguito
fino ai timidi accenni a improbabili
trasgressioni erotiche (una masturbazione collettiva, il rotolarsi nella
paglia per alludere ad amplessi, un
lugubre aborto volontario della protagonista, ecc.) di cui non esistono
traccia o allusione nel testo: e dire
che Zimmermann, nella descrizione
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con la quale introduce la scena del
secondo atto, scrive addirittura che
“la disposizione proposta dall’autore
dovrebbe essere mantenuta con la
maggiore fedeltà possibile”!
Se oggi è da considerare più che
acquisito il diritto dei registi ad “attualizzare” il racconto o trasportarlo
in un’epoca o ambiente diversi, per
dimostrarne l’universalità e la freschezza, non se ne può più, invece,
della cattiva abitudine di reinventare
la trama, di raccontare una storia
diversa da quella scritta dall’autore,
specialmente quando si tratta di
un’opera poco nota che l’ascoltatore
vorrebbe conoscere nella sua originalità, così come fu pensata.
Bravi tutti i cantanti, dalle voci molto
articolate richieste dall’autore: un
“soprano drammatico di coloratura”,
un “contralto drammatico”, un “baritono acuto” e “un tenore molto acuto” (ma c’è anche un “tenore lirico
molto acuto”), due “baritoni eroici” e
così via per un totale di 18 cantanti,
4 ballerini e 25 attori in parti solo
recitate. Scrive Enzo Beacco nella
sua Offerta Musicale che nei Soldaten “è l’architettura musicale che
determina l’aspetto visivo e il flusso
narrativo” ed è anche per questo
che chi l’ha vista non è riuscito a
sottrarsi al fascino di un’opera tanto
complessa e a una musica tanto
suggestiva.
Straordinaria ed esemplare infine la
prestazione di Ingo Metzmacher,
direttore d’orchestra non ancora
cinquantenne di Hannover, specialista di musica contemporanea (portò
a Salisburgo “Al gran sole carico di
amore” di Luigi Nono) e autore del
noto volume “Keine Angst vor
neuen Tönen” (Niente paura per i
nuovi suoni), che ha condotto
l’orchestra della Scala in un opera
tanto impervia con una sicurezza e
una precisione assolutamente prodigiose; e – lo dico con immenso
piacere – credo che l’orchestra gli
abbia dato grande soddisfazione
senza fargli rimpiangere i mitici
Wienerphilharmoniker che tre anni
fa lo avevano seguito a Salisburgo.
ARTE
questa rubrica è a cura di Benedetta Marchesi
[email protected]
A pranzo con il soldato: Razione K alla Triennale di Milano
La razione K (ingl. K-Ration) è una
razione da combattimento individuale giornaliera introdotta negli Stati
Uniti d'America nel 1942 nel corso
della seconda guerra mondiale. Era
inizialmente intesa come razione da
utilizzarsi per brevi periodi da parte
di unità mobili (truppe aviotrasportate, corpi motorizzati) ed era suddivisa in tre moduli separati per colazione, pranzo e cena. RAZIONE K è
anche il titolo della mostra a cura di
Giulio Iacchetti allestita negli spazi
della Triennale di Milano fino al 22
febbraio dove sono messi a confronto 20 kit alimentari per i militari
provenienti da altrettanti paesi diversi. L’allestimento nell’ingresso
del Palazzo consta di 10 grandi tavoli sui quali sono disposti con simmetrie ed equilibri i contenuti delle
razioni, suddivisi per nazionalità e
corredati da un pannello che ne enuclea il contenuto nel dettaglio e
l’apporto calorico.
Per chi non si sia mai posto il problema dell’alimentazione del soldato
in azione, come recita il sottotitolo
della mostra, l’esposizione apre gli
occhi su un mondo dove cucina,
design ed ergonomia si fondono:
piccole scatole, sacchetti e sacchettini contengono quello che ciascun
paese ritiene essenziale per il proprio soldato (chi per un solo pasto,
chi per le intere 24 ore). Non solo
alimenti, c’è chi fornisce anche posate, fiammiferi, fazzoletti, gomme
da masticare o spazzolini da denti
(per ricordare che l’igiene dentale è
importante) o chi il kit lo prepara a
prova di forza di gravità. Chi come
la Nuova Zelanda si distingue per
l’omogeneità del packaging (tutto è
color sabbia), gli italiani per
l’inserimento di caffè, ravioli al ragù
e caramelle, chi invece per l’esiguità
del quantitativo di cibo (Thailandia).
Indipendentemente
dall’interesse
personale per le questioni militari e
tutto ciò che concerne si tratta di
una mostra curiosa e interessante,
oltretutto gratuita, e utile per cominciare ad allenare lo sguardo sulle
mille declinazioni sul tema alimentazioni che nel 2015 in occasione di
Expo ci sommergeranno.
Razione K - Triennale di Milano,
viale Alemagna 10 Orari Martedi Domenica 10.30 - 20.30 Giovedi
10.30 - 23.00 Ingresso Libero
Quando arte e senso civico si fondono
Una mostra e a seguire un’asta negli spazi del MUBA, due i famosi
street artist coinvolti, due le giovanissime volontarie che hanno dato
vita al progetto con un obiettivo:
quello di sensibilizzare ed educare i
milanesi, giovani e meno giovani, ad
aprire gli occhi su ciò che accade di
notte per le strade della loro stessa
città. Un progetto decisamente ambizioso che porta dal 20 gennaio al
5 febbraio negli spazi della Rotonda
della Besana una selezione di opere
di Flycat e OZMO in una mostra il
cui allestimento prende vita tra vecchi copertoni e sacchi di iuta, a sottolineare quanto in strada possano
n. 5 VII - 4 febbraio 2015
esserci interessantissime realtà celate e tutte da scoprire. In comune
hanno questo il CISOM (Corpo Italiano di Soccorso dell'Ordine di Malta) e gli street artist, non solo di vedere là dove altri non vedono ma di
cercare di rendere quel là un luogo
meno triste.
Jean Blanchaert, critico d’arte e gallerista, commenta nel catalogo che
accompagna la mostra «Così cantava Giorgio Gaber nel ’62 in una
bellissima canzone “Le strade di
notte diventano più grandi ed anche
un poco più tristi, è perché non c’è
in giro nessuno …”. Ma 43 anni dopo, nel 2015, nelle strade, di notte,
c’è in giro qualcuno e le strade diventano meno tristi».
Giorgia Baruffaldi Preis e Giulia Solaro del Borgo, le due volontarie che
hanno ideato il progetto, raccontano
con entusiasmo a chi visita gli spazi
all’interno del Museo dei Bambini
che Rise Up! La città che non dorme non è solo una mostra finalizzata a raccogliere fondi, è un atto volto
a porre luce sul lavoro che il CISOM
compie nella città sensibilizzando
soprattutto i più giovani. È in questo
senso che è stato scelto il Museo
dei Bambini come spazio che ospita
la mostra, non solo contenitore ma
ripetitore del messaggio educativo e
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facilitatore nella diffusione di esso.
Durante la mostra sono stati organizzati infatti, con il supporto del dipartimento educativo del museo,
otto laboratori che coinvolgono altrettante scuole medie e istituti superiori della città dove Flycat spiegherà ai ragazzi l’importanza di esprimersi in modo corretto median-
do tra creatività e rispetto delle infrastrutture cittadine.
A conclusione del progetto giovedì 5
febbraio ci sarà un doppio appuntamento: alle 18.00 OZMO eseguirà
un live painting sul tema della carità,
mentre alle 20.00 Clarice Pecori Giraldi, Senior Director, Private Sales
di Christie's Europa, batterà all’asta
i lavori che i due street artist coinvolti hanno donato per la causa.
Rise Up! La città che non dorme
20 gennaio - 5 febbraio 2015 MUBA
- Museo dei Bambini Via Enrico Besana, 12 Milano Ingresso gratuito
Quando il cibo si fa mostra
Food | La scienza dai semi al piatto, non è solo una mostra dedicata all’alimentazione: è un percorso
di avvicinamento e scoperta del
processo di produzione di ciò che
mangiamo. Anche questa definizione è riduttiva: le quattro sezioni
accompagnano il visitatore dalla
scoperta dei cibo, dall’origine
quando è seme fino alle reazioni
chimiche che sottendono la cottura, passando attraverso dettagliate spiegazioni su provenienza storico-geografica, suggerimenti sulle modalità di conservazione o
exhibit interattivi.
La mostra, in corso fino al 28 giugno 2015 e allestita nelle sale del
Museo di Storia Naturale Milano,
rappresenta il più importante evento di divulgazione scientifica
promosso dal Comune di Milano
sul tema di Expo 2015. “Nutrire il
Pianeta, Energia per la Vita” e costituisce una delle più importanti
iniziative del programma di “Expo
in Città”.
Tutto nasce dai semi è il titolo della prima sala, nella quale vengono
raccontate le diverse classi e fa-
miglie con caratteristiche, provenienza e utilizzo. Decine e decine
di barattoli mostrano, portando, in
alcuni casi per la prima volta, esemplari che appartengono alle
più importanti banche dei semi
italiane. Si prosegue poi con Il viaggio e l’evoluzione degli alimenti
dove mele, agrumi, riso, caffè e
cacao non avranno più segreti: tra
giochi interattivi e alberi genealogici, tutto è facilmente accessibile
e non superficiale. Grande elemento positivo della mostra è infatti la capacità di rendere fruibili
le nozioni più scientifiche a un
pubblico differenziato, senza per
questo incorrere nel rischio di
semplicismo.
Che la cucina sia un’arte è risaputo da tempo, ma che alla base di
tante ricette vi siano principi di
chimica e fisica passa spesso inosservato: la terza sezione della
mostra illustra come funzionano
alcuni degli elettrodomestici più
comuni, con consigli sulla conservazione degli alimenti (sapevate
che i broccoli hanno un metabolismo più veloce delle cipolle e che
per meglio conservarli andrebbero
avvolti in una pellicola di plastica?!) e soluzioni fisico-chimiche ai
problemi di chi cucina (cosa fare
se la maionese impazzisce?).
Quando poi sembra che niente in
materia di cibo possa più sorprenderci si giunge all’ultima sala
I sensi. Non solo gusto ovvero
niente è come sembra: vista, olfatto e tatto anche nel mangiare
giocano un ruolo determinante, al
punto talvolta di allontanare il gusto dalla reale percezione.
Il costo del biglietto è medio alto
(12/10 euro), ma la visita merita
davvero il prezzo d’ingresso se
non altro per cominciare ad affacciarsi nel tema che, grazie ad Expo, ci accompagnerà per tutto il
2015.
Food. La scienza dai semi al
piatto fino al 28 giugno 2015 Lunedì 09.30 – 13.30 / Martedì,
Mercoledì, Venerdì, Sabato e
Domenica 9.30 – 19.30 / Giovedì
9.30 – 22.30 Biglietto 12/10/6 euro
L’arte di costruire relazioni: Céline Condorelli all’Hangar Bicocca
Se un pomeriggio d’inverno un
viaggiatore avesse voglia di scoprire
Milano attraverso uno dei luoghi
simbolo della storia industriale e artistica della città, potrebbe recarsi
all’Hangar Bicocca. Una delle mostre recentemente inaugurate nello
spazio è la personale di Céline
Condorelli, un’artista che vive e lavora fra Londra e Milano.
L’esposizione ha un titolo che non
passa inosservato:
bau bau.
L’espressione, che ludicamente richiama al verso di un cane, è anche
un omaggio al significato della parola in lingua tedesca, costruzione, e
all’esperienza della scuola del Bauhaus.
Effettivamente, superate le difficoltà
iniziali di approccio all’apparente
incomunicabilità dell’arte contemporanea, il percorso espositivo si rivela
ricco di spunti sul tema della costruzione e dell’amicizia, sviluppati at-
n. 5 VII - 4 febbraio 2015
traverso sculture, installazioni, video
e scritti.
L’artista ha una formazione relativa
all’architettura e alla cultura visuale,
e ha riflettuto a lungo sulle “strutture
di sostegno”, ovvero su ciò che
supporta, sostiene, appoggia e corregge, sia in senso strutturale che
relazionale.
L’amicizia diventa per l’artista una
dimensione di lavoro e una forma
d’azione. I suoi pensieri sull’amicizia
sono condensati nel libro The
company she keeps, offerto ai visitatori su una scrivania: chiunque
può accomodarsi e leggerlo, e chi
vuole può anche salire sul tavolo
per osservare dall’alto la visuale
all’esterno, attraverso l’unica finestra dell’ambiente espositivo, aperta
appositamente dalla Condorelli in
occasione della mostra.
Un altro tema forte è infatti il dialogo
con gli spazi dell’Hangar. La mostra
è stata pensata in relazione alle
precedenti esposizioni (il pannello di
legno all’ingresso è lo stesso della
mostra precedente di Gusmão e
Paiva, e Céline vi ha posto una ventola che produce un vento che sospinge lo spettatore attraverso la
scoperta delle opere; i video in onda
su una piramide di televisori ricordano la babelica torre di Cildo Meireles) così come l’installazione Nerofumo è stata appositamente prodotta attraverso la collaborazione
con lo stabilimento Pirelli di Settimo
Torinese.
Musica che fa da sottofondo nell’ingresso e nei bagni, installazioni che
diventano sedute su cui i visitatori
possono accomodarsi e colloquiare,
tende dorate mosse dal vento: bau
bau è una mostra irripetibile in qualsiasi altro luogo, in grado di seminare silenziosi spunti di riflessione negli interessati, curiosità negli scettici,
stupore negli appassionati. Giulia
Grassini
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Céline Condorelli, bau bau Hangar Bicocca via Chiese 2, Milano
fino al 10 maggio 2015 – da giovedì
a domenica 11:00 – 23:00 Ingresso
gratuito
Nel Blu di Klein e Fontana al Museo del Novecento
Uno straordinario racconto di un
dopoguerra animato da artisti, collezionisti, intellettuali e mercanti è lo
scenario che si immagina faccia da
sfondo alla relazione di amicizia tra
Yves Klein e Lucio Fontana raccontata nella mostra in corso al Museo
del Novecento e che immergono chi
vi è coinvolto con stimoli visivi e
suggestioni intellettuali.
Due città, Milano e Parigi, e due artisti, distanti per età anagrafica, provenienza, formazione e stile ma con
in comune la ricerca artistica che si
articola verso nuove dimensioni
spaziali e concettuali. Ripercorrendo
il tradizionale allestimento cronologico del Museo ci si accosta progressivamente al rapporto tra i due:
più questo si fa intenso e più aumenta la densità di opere che si incontrano dei due artisti. L’apice del
sodalizio si raggiunge quando si
spalanca la vetrata sopra piazza del
Duomo con la Struttura al neon di
Lucio Fontana sul soffitto e la distesa blu di Pigment Pur di Klein. Un
dialogo straordinario all’interno del
quale il visitatore non può che sentirsi coinvolto ed estasiato ammiratore.
Cinque sono gli anni cui la mostra è
dedicata: dal 1957, anno in cui Yves
Klein espone per la prima volta a
Milano alla Galleria Apollinaire una
serie di monocromi blu, al 1962, anno della morte dello stesso Klein.
L’inaugurazione della mostra in Brera è l’occasione in cui i due artisti si
incontrano per la prima volta e Fontana è tra i primi acquirenti di un
monocromo dell’artista francese,
diventando poi uno dei suoi più importanti collezionisti in Italia.
Nell’esposizione sono documentati
cinque anni di lettere, incontri, viaggi e condivisione di due artisti che
hanno segnato profondamente, ognuno a modo proprio, la storia
dell’arte novecentesca. L’affinità in-
tellettuale e artistica emerge laddove le aperture spaziali di Fontana
(fisiche e concettuali) trovano corrispondenza nel procedere di Klein
dal monocromo al vuoto. Entrambi
perseguono uno spazio immateriale,
cosmico o spirituale, che forse appartiene a un’altra realtà.
Una mostra da non perdere “Yves
Klein Lucio Fontana, Milano Parigi
1957-1962”, che per la ricerca storico-artistica e le scelte curatoriali
non appaga solo la fame conoscitiva del visitatore, ma soprattutto fa sì
che venga immerso in un mondo blu
splendente che offre un profondo
godimento emozionale.
Klein Fontana. Milano Parigi
1957-1962 Museo del Novecento
piazza Duomo fino al 15 marzo
2015 lunedì 14.30 – 19.30 martedì,
mercoledì, venerdì e domenica 9.30
– 19.30 giovedì e sabato 9.30 –
22.30 Biglietti :10/8/5 euro
Tra Leonardo e Milano prosegue felicemente il sodalizio
Se in una pigra domenica sera emerge nel milanese un’incontenibile
voglia di visitare una mostra, quali
sono le proposte della città? Intorno
alle 19.30 non molte in realtà: Palazzo Reale così come i grandi musei del centro sono già in procinto di
chiudere. Una però attira l’attenzione, sarà per la posizione così
centrale o forse proprio per il fatto
che è ancora aperta.
Quella dedicata al genio di Leonardo Da Vinci, affacciata sulla Galleria
Vittorio Emanuele, è una mostra in
continua espansione che periodicamente si arricchisce di nuovi elementi frutto delle ricerche dal Centro
Studi Leonardo3, ideatore e organizzatore della mostra nonché
gruppo attento di studiosi. Se Leonardo produsse durante la sua vita
un’infinità di disegni e schizzi, L3 si
pone come obiettivo quello di studiare a fondo la produzione del genio tostano e renderla fruibile a tutte
le tipologie di pubblico con linguaggi
comprensibile e divulgativi offrendo
un momento ludico di intrattenimento educativo, adatto sia per bambini
che per adulti.
Quasi 500 mq ricchi di modelli tridimensionali e pannelli multimediali
che permettono realmente di scoprire le molteplici sfaccettature del
pensiero e dell’operato leonardesco:
macchine volanti o articolati strumenti musicali possono essere
smontate e rimontate; riproduzioni
del Codice Atlantico e di altri manoscritti sono tutte da sfogliare, ingrandire e leggere; ci sono giochi di
ruolo a schermo nei quali i visitatori
vestono i panni dello stesso Da Vinci. La produzione artistica non è dimenticata, anzi: un’intera sala è dedicata ai più famosi capolavori
dell’artista con un grande pannello e
due touchscreen dedicati al restauro
digitale dell’Ultima cena, alla Gioconda e a due autoritratti dell’autore.
Inaugurata nel marzo 2013, prorogata prima fino a febbraio 2014 e
ancora fino al 31 ottobre 2015, la
mostra ha superato le 250 mila visite imponendosi come centro attrattivo per turisti e cittadini. Un buon risultato, ma forse basso considerando l’alta qualità della mostra e la
posizione decisamente strategica. Il
successo di pubblico sarebbe stato
migliore (forse) con un maggiore
rilievo dato dalla stampa e dei social
network, e da un costo del biglietto
più calmierato. Ma c’è ancora tempo, e l’occasione giusta è alle porte:
non perdiamola e anzi, dimostriamo
che anche a Milano ci sono centri di
ricerca capaci di produrre mostre
interessanti senza necessariamente
creare allestimenti costosi ed esporre opere o modelli originali.
Leonardo3 - Il Mondo di Leonardo
1 marzo 2013 - 31 ottobre 2015
Piazza della Scala, Ingresso Galleria Vittorio Emanuele II Aperta tutti i
giorni, dalle 10:00 alle 23:00 compresi festivi Biglietti: 12/10/9 euro
Il “re delle Alpi” conquista anche Palazzo della Ragione
Quella al Palazzo della Ragione non
è solo una mostra di fotografia sui
grandi spazi, come riporta il titolo, è
un’ode alle avventure e alle montagne di Walter Bonatti. 97 gli scatti
n. 5 VII - 4 febbraio 2015
presentati in quella che si sta imponendo sempre di più come una sede espositiva di valore della città di
Milano.
Ma alle grandi fotografie del mondo,
alle riproduzioni audio e video si affiancano alcuni degli oggetti che
hanno da sempre accompagnato
Bonatti: gli scarponi di cuoio oramai
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consunti, la Ferrania Condoretta,
una piccola macchina fotografica
che usò sul Petit Dru, e la macchina
per scrivere: una Serio, modello Everest-K2, che gli venne regalata
dalla stessa azienda produttrice
perché raccontasse la vera storia di
ciò che successe sul K2 nel 1954.
È forse grazie a quel dono che Bonatti prese ad affiancare all’alpinismo e all’esplorazione delle vette
anche la narrazione. Acuto e attento
osservatore del mondo, Bonatti attraverso i suoi reportage darà voce
a realtà lontane appassionando i
lettori delle più grandi riviste italiane,
prima tra tutte Epoca.
Un uomo decisamente in controtendenza rispetto al contesto nel quale
viveva: nell’Italia post-bellica del
boom economico Bonatti sceglie
l’allontanamento dalla realtà per andare a scoprire mondi nuovi e inesplorati. Mai lo sfiora il pensiero di
rimanere, anzi torna sempre a casa
per raccontare il suo vissuto: da
ciascun viaggio porta con sé racconti, riflessioni e tante, tantissime
immagini per far sognare chi non
riesce a partire con lui.
Le immagini in mostra raccontano
dei grandi viaggi, della sua capacità
di errare solo e della sua grande
ammirazione per la potenza della
natura. Emerge anche una certa
consapevolezza di sé: durante i suoi
viaggi Bonatti escogita una serie di
tecniche con fili e radiocomandi che
gli consentono di essere non solo
parte delle proprie fotografie, ma
romantico protagonista, quasi ultimo
e affascinante esploratore del mondo.Una mostra che coinvolge il visitatore mescolando avventura, fotografia e giornalismo, giungendo a
delineare il profilo di un grande uomo che ha contribuito a fare la storia del Novecento.
Walter Bonatti. Fotografie dai
grandi spazi Palazzo della Ragione
Milano fino all'8 marzo 2015 - Orari
Tutti i giorni: 9.30 - 20.30 // Giovedì
e sabato: 9.30 - 22.30 La biglietteria
chiude un’ora prima dell’orario di
chiusura Lunedì chiuso Ingresso 10
euro
LIBRI
questa rubrica è a cura di Marilena Poletti Pasero
[email protected]
Roberto Ippolito
Abusivi
Chiarelettere editore, Milano, 2014
pp. 144, euro 13,00
Ci sono temi che scottano e pochi
autori che hanno il coraggio di parlarne. Non è così per Roberto Ippolito, che, dopo “Evasori”, “Il bel paese
maltrattato” e “Ignoranti”, ritorna nelle librerie con un nuovo libro inchiesta: “Abusivi”, pubblicato da Chiarelettere. Ma chi sono gli abusivi?
“Sono cittadini, lavoratori, professionisti, imprenditori e artigiani che
agiscono ignorando le regole e non
disponendo dei requisiti e dei permessi necessari” dice Ippolito, sgomento per aver raccolto, inaspettatamente, così tanto materiale per la
stesura del saggio.
È palese che, in questa nostra nazione, le regole non sono fatte per
essere rispettate. E chi lo fa si autoloda. Pochi giorni fa, mentre ero
all’ufficio postale, una signora si
vantava di pagare le bollette entro la
data di scadenza, dicendo “io sono
una persona puntale e corretta, me
lo ha insegnato mia madre.” Mi
chiedo se si sono estinte le mamme
o i papà che insegnano a rispettare
la società in cui viviamo.
Ippolito ci mostra il numero degli
abusivi smascherati dai carabinieri. I
dati sono spaventosi. Il fenomeno
alimenta l’evasione fiscale e il lavoro nero. Non investe soltanto il sud,
ma, per alcune truffe, è più diffuso
al nord.
Parliamo del Nord, una volta tanto.
L’EU.R.E.S., un importante istituto
di ricerca economica e sociale, ha
evidenziato il primato negativo della
Lombardia per l’esercizio abusivo di
una professione per la quale è prevista l’iscrizione ad albi o elenchi. Si
registra, infatti, una denuncia ogni
quattro giorni. Dentisti, medici, psicologi, veterinari fanno ricette utilizzando il numero di tessera dell’iscrizione all’albo professionale di un
altro professionista della loro categoria, e si fanno pubblicità su
internet. Sono così sicuri di farla
franca che portano avanti il lavoro
abusivo giorno dopo giorno, anno
dopo anno, approfittando degli ammalati, i più deboli della società, e
degli animali, che di certo non possono parlare.
Ma ci sono anche i “dottori delle case e delle macchine” che sono abusivi: gli agenti immobiliari e le officine meccaniche. Di queste ultime, a
Verona, nel solo mese di marzo
2014, ne sono saltate fuori tre. E,
rimanendo in tema di motori, ci sono
italiani che viaggiano senza assicurazione dell’auto e autisti di pullmini
delle scuole senza patente. Sulle
strade non si può stare tranquilli, ma
nemmeno in cielo. Anche tra le nuvole, ci sono voli, per il trasporto di
passeggeri e merci, non autorizzati.
Se l’abusivismo nel settore della
bellezza (parrucchieri ed estetiste) e
dei venditori ambulanti non ci sconvolge più, perché la notizia è diventata un’abitudine, non possiamo rimanere indifferenti quando scopriamo che perfino i morti non risposano in pace, e i parenti dei defunti sono costretti a procedere penalmente per soppressione e vilipendio di cadavere trafugato. E non
possiamo stare sereni nemmeno
quando sentiamo che un gruppo di
persone, mosso dallo stesso interesse, ha deviato un torrente per
costruire strade più consone alle
loro necessità. Peccato che quando
arriverà la stagione delle piogge evento non più solo equatoriale – il
letto del torrente non sarà più sicuro.
Che fare dunque? Per fortuna dalla
nostra parte abbiamo la forza della
legge e ci sono ancora genitori che
esortano i propri figli ad avere comportamenti corretti e autori, come
Roberto Ippolito, che scuotono le
nostre coscienze.
Cristina Bellon
SIPARIO
questa rubrica è a cura di E. Aldrovandi e D.Muscianisi
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n. 5 VII - 4 febbraio 2015
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Il balletto di Milano danza il ‘milanese’ verdi
Forse dopo la Madunina il milanese
non è attaccato a niente più che a
Giuseppe Verdi e alle sue opere.
Commovente l’aneddoto che vuole
che l’attuale via Manzoni fosse riempita di paglia, perché gli zoccoli
dei cavalli e le ruote delle carrozze
non disturbassero la malattia,
l’agonia e la morte del compositore.
Quale migliore vetrina dell’Expo
2015 per presentare al pubblico milanese e mondiale una rivisitazione
di Verdi, come cultura ed elemento
‘di carattere’ milanese (per ricorrere
a una terminologia coreutica)!
Con una nuova rappresentazione di
W Verdi danzerà sulle musiche del
compositore milanese d’adozione il
Balletto di Milano (BdM), compagnia
fondata da Renata Bestetti e Aldo
Masella - direttori del Centro Studi
Coreografici del Teatro Carcano a
Milano - e dal 1998 diretta da Carlo
Pesta in collaborazione con Agnese
Omodei Salè, stabile presso il Teatro di Milano.
Il BdM è un fiore all’occhiello della
cultura italiana e specificatamente
milanese: è stata la prima compagnia italiana a esibirsi sul palco del
Bol’šoj di Mosca nel 1999 e poi nel
2011, anno della cultura italiana in
Russia.
Lo spettacolo W Verdi è una creazione coreografica di Agnese Omodei Salè e Federico Veratti, concepita come un’antologia dei ballabili e
delle arie di Giuseppe Verdi, presentate dallo stesso compositore
interpretato dall’attore Enrico Beruschi.
Le opere di Verdi prevedevamo
molte parti di danze e oppure molte
partiture erano scritte per danza, i
ballabili per l’appunto. L’omaggio W
Verdi si apre con le danze dell’Aida
(i Nubiani nel Trionfo, cf. il mio articolo ); a seguire la Danza delle
Streghe dal preludio del Macbeth,
Brindisi o Libiamo ne’ lieti calici e
altri brani dai due preludi della Traviata che, pur non essendo ballabili,
si prestano bene alla danza. Seguono le Quattro stagioni dai Vespri
siciliani, opera riadattate peraltro
interamente a balletto, che fa parte
del repertorio degli enti lirici del Teatro San Carlo di Napoli e del Teatro
Massimo di Palermo.
Le coreografie si configurano per lo
stile neoclassico e in parte contemporaneo, verrà per lo più abbandonata la punta in favore della mezza
punta, ma i costumi resteranno
nell’ambito del tradizionale accademico oppure in chiara citazione dei
costumi d’opera originali.
Domenico G. Muscianisi
In scena a Milano al 6 all’8 febbraio 2015 al Teatro di Milano (via
Fezzan 1)
CINEMA
questa rubrica è curata da Anonimi Milanesi
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Still Alice
di Richard Glatzer e Wash Westmoreland [USA, 2014, 99’]
con Julianne Moore, Kristen Stewart, Alec Baldwin, Kate Bosworth
Alice ha poco più di cinquant’anni,
insegna linguistica alla Columbia
University, ha avuto e fatto ciò che
ha sempre voluto, carriera universitaria e famiglia compresi. È brillante,
determinata, bella, ha un marito che
la ama e tre figli grandi che le riconoscono, ognuno a suo modo, di
essere una buona madre e un riferimento importante nel loro universo. A metà della vita, Alice che si è
sempre definita in base alla sua intelligenza e alla sua proprietà di linguaggio, si accorge che le parole le
‘galleggiano davanti’ e con dolorosa
consapevolezza comprende che
qualcosa non funziona davvero. Si
sente persa. È persa, e con coraggio affronta la diagnosi terribile di un
Alzheimer precoce.
Con caparbietà impara a confrontarsi con l'arte del perdere ogni
giorno parole, cose, orientamento,
ricordi, conservando fin che può lucidità e sguardi intensi dentro e fuori
di sé, mentre diventa ogni giorno più
certo ch tutto ciò che ha raccolto e
accumulato nella vita le verrà portato via. Sa essere lucidissima quando si accorge che “cambia la percezione, quella che gli altri hanno di
me e quella che abbiamo di noi
stessi”, tanto da desiderare di avere
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un’altra malattia che devasta il corpo ma non la mente.
È dolorosamente lucida quando,
davanti a una platea di malati e familiari, compresi i suoi, legge il suo
intervento, costato tre giorni di lavoro sul testo, e ripassa con un evidenziatore le righe da leggere per
non ripeterle. E ammette che
l’Alzheimer rende ridicoli agli altri,
ma rivendica che è la malattia e
‘non siamo noi’ quello che gli altri
vedono.
Il film racconta attraverso le espressioni e i gesti sofferti e intensi di una
straordinaria Julianne Moore, l’altalena tra rabbia verso se stessa e
ricerca di tenerezza e comprensione, in una strenua lotta per restare
parte della realtà, per restare attaccata a quello che era una volta. Per
questo passa tanto tempo con il suo
telefono, per ricordarsi di ricordare e
per imparare l'arte di perdere. Per
questo usa il suo computer, lasciando istruzioni alla nuova Alice,
quando la memoria l’avrà lasciata,
quando, non avrà più ricordi e non
saprà da sola scegliere cosa fare di
sé.
Si segue con apprensione la scena
concitata in cui cerca di obbedire
alle istruzioni, e si partecipa con una
struggente commozione quando
non le porta a compimento, perché
è inconsapevole nel fare ciò che la
Alice consapevole avrebbe voluto
che facesse.
È un film sul tornado che si abbatte
su rapporti familiari solidi quando
arriva la malattia che rende irriconoscibili e incapaci di riconoscere, dove la comprensione si trova nella
figlia, una giovane e sensibile Kristen Stewart, che è sempre sembrata la più distante da sé, quella che
ha scelto la sua strada malgrado la
madre ne volesse un’altra per lei.
Il film si chiude con un’ultima parola
potente e liberatoria, consolatrice,
pronunciata prima che lo schermo
diventi di un bianco abbagliante con
la scritta STILL ALICE che galleggia
in trasparenza.
Film che colpisce e lascia scossi,
molto personale e vero, dove tutto
ruota intorno a una magnifica interprete come Julianne Moore, che
non si è mai sottratta a ruoli difficili e
dolenti, sempre capace di levare più
che aggiungere, che ha meritato
con Alice il Golden Globe.
Adele H.
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IL FOTO RACCONTO DI URBAN FILE
LA CITTÀ CHE SI RINNOVA: GLI UFFICI GIUDIZIARI DI VIA PACE
http://blog.urbanfile.org/2015/01/29/zona-porta-vittoria-i-nuovi-uffici-giudiziari-di-via-pace/
MILANO ZONA 5 secondo [ Aldo ]
Aldo Ugliano TRE PROBLEMI DA RISOLVERE PRIMA DELLE MUNICIPALITÀ
http://youtu.be/UNoQ4zlrX3w
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numero 5 anno VII – 4 febbraio 2015