Indialogo.it
Periodico di cultura religiosa
realizzato in collaborazione con
l’Ufficio Irc/smi-sms e la Comm.
per l’Ecumenismo e il dialogo
della Diocesi di Pinerolo,
Via Vescovado 1, Pinerolo.
Dir. responsabile: Antonio Denanni
Anno 3, n.2, Marzo 2012
www.in-dialogo.it
Suppl. n° al n.1/2009 di “Incontri Con…”
La crisi e la riscossa
Di fronte alla crisi economica che stiamo vivendo sono in molti, non solo economisti, che
cercano di scrutare il futuro. Qualcuno si azzarda anche a dare delle soluzioni e a proporre
delle nuove linee di marcia.
Così l’economista e saggista americano Jeremy Rifkin che sostiene «La Terza rivoluzione
industriale è già cominciata». La crisi economica in corso dovrebbe solo convincerci ad
affrettare il passo verso un nuovo modello di
sviluppo, che richiede innanzitutto di abbandonare la dipendenza energetica dal petrolio («già
milioni di piccoli produttori generano le loro
energie rinnovabili e commerciano il surplus»),
ma anche di mutare radicalmente i rapporti economici, la politica, l’ambiente, l’istruzione.
Molti poi tirano in ballo le nuove generazioni, i giovani, “capaci di sognare e di guardare
la realtà con occhi nuovi”, come afferma l’ex
presidente della repubblica C.A. Ciampi nel suo
saggio A un giovane italiano.
Una storia per tutte, quella di un ragazzo tedesco, Felix Finkbeiner, che a soli 13 anni è
riuscito a partecipare da protagonista al IX Forum internazionale dell’informazione per la salvaguardia della natura e a parlare nel febbraio
2011 all’Onu. Ha un progetto in testa, che ha
spiegato ai suoi compagni di scuola, convincendoli: ”salvare la terra spetta a noi – dice Felix – e
per cominciare dobbiamo piantare in dieci anni
un trilione di alberi”. Poi ha cercato di entrare in
dialogo con i coetanei di tutto il pianeta, con i
quali ha già piantato 1 milione di alberi.
Felix ha le idee chiare: «È ora di passare dalle
parole ai fatti: noi ragazzi dobbiamo prendere il
futuro nelle nostre mani!».
Antonio Denanni
Come i migranti stanno cambiando il mondo
Da scambi e incontri i flussi creativi
“I migranti nel guardare il mondo attraverso più filtri culturali, spesso individuano opportunità invisibili ad altri”
Nel mondo piatto delle cartine geografiche ci sono linee nette per indicare
dove comincia un paese e dove ne finisce un altro. Il mondo reale è più fluido.
Gli esseri umani non hanno confini: si
spostano da un luogo all’altro, girano,
migrano.
Basta pensare alla differenza tra la
Cina e il popolo cinese. La prima è un
enorme paese asiatico, l’altro una nazione sparpagliata in tutto il pianeta. Il
numero dei cinesi che vivono fuori dai
confini della Cina è più alto di quello
dei francesi che vivono in Francia, e
se ne trovano quasi ovunque. Per non
parlare dei ventidue milioni di persone
di origine indiana sparsi in tutti i continenti (compreso l’Antartide, dove gli
indiani progettano di aprire una terza
caratterizzata dai grandi flussi migratori. Ma oggi sono ancora più importanti
per due motivi. Innanzitutto sono più
ampi che in passato: in tutto il mondo si
contano 215 milioni di migranti di prima generazione, il 40 per cento in più
rispetto al 1990. Se li considerassimo
come una nazione, sarebbe il quinto paese più popolato del mondo, un po’ più
grande del Brasile, un po’ più piccolo
dell’Indonesia.
In secondo luogo, grazie ai voli a
basso costo e ai nuovi mezzi di comunicazione, gli emigrati possono restare
in contatto con il loro paese d’origine.
Un secolo fa un migrante poteva salire a bordo di una nave, fare rotta verso
l’America e non rivedere mai più amici
e familiari. Oggi può mandare un sms
loro potenziale, connettendo il pianeta
come non è mai stato fatto prima d’ora.
Nessun social network può vantare una
portata così globale e offrire altrettante
opportunità commerciali.
Le reti di migranti presentano tre vantaggi dal punto di vista commerciale. Il
primo è che accelerano il flusso d’informazioni attraverso le frontiere: un
imprenditore cinese residente in Sudafrica che nota un’improvvisa domanda
di vuvuzela in plastica informerà immediatamente il cugino che gestisce una
fabbrica di materie plastiche in Cina.
Il secondo è che queste reti stimolano
la fiducia. Il proprietario della fabbrica
cinese crederà a quello che gli ha detto
il cugino e si muoverà in fretta, magari
concludendo un affare milionario con
base di ricerca nel marzo del 2012).
Centinaia di comunità di migranti si
sono formate nei posti più impensabili:
i libanesi si sono insediati nell’Africa
occidentale e in America Latina, i giapponesi in Brasile e in Perù, i mormoni
un po’ dappertutto.
Da millenni la storia dell’umanità è
alla madre già mentre è in fila alla dogana. Può spedire soldi a casa in pochi
minuti, seguire dal computer quello che
succede nel suo paese, tornare a casa
regolarmente o investire i suoi guadagni in una nuova impresa. Oltre a trarne
vantaggio, i migranti permettono alle
nuove tecnologie di esprimere tutto il
una sola telefonata via Skype. Il terzo
aspetto è il più importante: le migrazioni stabiliscono collegamenti utili
alle persone che hanno buone idee e le
spingono a collaborare, sia all’interno
sia all’esterno del loro gruppo etnico.
Nei paesi dove l’applicazione della
Segue a pag.2
legge è incerta,
In questo numero
On line per gli altri
www.educaonline.it Sito di EDUCA, associazione che si ripropone di rilanciare la
riflessione sui temi educativi.
www.chiesa.espresso.repubblica.it Notizie, analisi, documenti sulla Chiesa cattolica,
a cura del vaticanista Sandro Magister
www.uccronline.it, Sito dell’UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali) ricco di materiale sul rapporto tra fede, scienza e storia, il problema dell’ateismo, la bioetica, ecc.
Gli abati commendatari
pag. 2
I neuroni e la coscienza
pag. 3
La parrocchia comunità vivente pag. 4
Ecologia o ecosofia?
pag. 6
Storie per l’anima
pag. 7
Dove vanno i soldi dei migranti
pag. 8
La I° generazione incredula
pag.10
50 anni fa (ad ottobre) iniziava il Concilio - L’opinione del teologo M.Vergottini
Il seme e i frutti del Concilio Vaticano II
“Io credo che la Chiesa, per usare le parole di Paolo VI, si trovi ancora nel cono di luce del Concilio”
Il prossimo ottobre ricorrerà
il 50° anniversario dell’inizio
del Concilio (11 ottobre 1962)
indetto da papa Giovanni
XXIII, il 25 gennaio 1959
con l’enciclica “Humanae
Salutis”.
“Rileggendo l’Humanae
salutis - afferma Marco Vergottini,
teologo-ci imbattiamo in un testo
dove vi si legge che il Concilio
avrebbe cercato di contribuire
alla soluzione dei problemi
dell’età moderna, della fede,
quindi in rapporto alla storia di
oggi, affrontando anche le crisi
che la cultura, la modernità
viveva e vive. Tuttavia, è un
testo sereno, è un testo venato
di ottimismo. Questo è il dato
che più sorprende: un ottimismo
niente affatto ingenuo, ma
accompagnato dall’invito alla
Chiesa – una Chiesa che veniva
dalla Guerra mondiale, dalle
ideologie del Novecento – a
confidare nel futuro.
Certamente, il Concilio
ha cambiato il linguaggio e
Giovanni XXIII ha contribuito
a cambiarlo. Primo, l’Humanae
salutis è il primo testo nel quale
viene ripresa la categoria
evangelicadei“segnideitempi”,
cioè quei segni che il Signore
mette di fronte come stimolo
per la Chiesa a ripensare il suo
rapporto con la storia. Secondo,
c’è un riferimento agli uomini
di buona volontà, a dire cioè
che il messaggio del Concilio
è anche a quei fratelli e sorelle
che ancora non condividono
questa appartenenza al Signore.
E poi c’è un cenno, anche se
implicito, a quelli che sono i
profeti di sventura, coloro i quali
in qualche modo non scorgono
altro che tenebre nel presente,
mentre il Papa dice: noi
amiamo riaffermare la nostra
incrollabile fiducia nel Divin
Salvatore del genere umano.[...]
C’è un tratto che qualifica in
modo diverso, rispetto a quelli
passati, il Concilio così come
l’ha voluto Giovanni XXIII.
E’ definito un “Concilio
pastorale”, cioè un Concilio
che è convocato non già
per reagire nei confronti di
eresie, di scismi, di errori da
condannare, ma un Concilio
che deve trovare nuove forme
per riuscire a proclamare la
parola evangelica di sempre.
[...]
Io credo che la Chiesa, per
usare delle parole di Paolo
VI, si trovi ancora nel cono di
luce del Concilio Vaticano II.
Giovanni XXIII nell’Humanae
salutis parla del seme:
“Questo è un piccolo seme”.
Io credo che dopo ci sia stato
un albero e si tratta oggi di
fare una riflessione sui frutti
che il Vaticano II ha lasciato”.
Marco Vergottini, esperto di Vat.
II, Radio Vaticana, 29.12.2011
Supplemento d‘anima
Laura Boldrini
Laura Boldrini è nata a Macerata il
28 aprile 1961. Laureata in
Giurisprudenza
presso
la
Sapienza Università di Roma
nel 1985, ha lavorato in Rai, sia
per la televisione sia per la radio.
Nel 1989 ha cominciato la sua
carriera all’ONU lavorando per quattro
anni alla FAO, dove si occupava della
produzione video e radio.
Dal 1993 al 1998 ha lavorato presso il
Programma Alimentare Mondiale (WFP)
come portavoce per l’Italia. Dal 1998 è
Portavoce dell’Alto Commissariato per i
Rifugiati (UNHCR) per il quale coordina
anche le attività di informazione in SudEuropa. In questi anni si è in particolare
occupata dei flussi di migranti e rifugiati
nel Mediterraneo. Ha svolto numerose
missioni in luoghi di crisi, tra cui ExJugoslavia, Afghanistan, Pakistan, Iraq,
Iran, Sudan, Caucaso, Angola e Ruanda.
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti,
tra i quali la Medaglia Ufficiale della
Commissione Nazionale per la parità e le
pari opportunità tra uomo segue a pag. 2
Indialogo.it
Pag. 2
idolo, per
Io sono il SiPennellate bibliche
magari
gnore, tuo Dio,
pensare,
(…) “Non avea distanza
re altro Dio oldi qualche
tre a me. “Non
fabbricarti nessun idolo e non farti tempo, quando ci diventa più difficinessuna immagine di quello che è in le e meno comodo coltivare la nostra
cielo, sulla terra o nelle acque sotto la fede, che altri idoli possano essergli
pari.
terra. (Es. 20, 1-4)
E’ successo nel passato come
Questo 1° comandamento non
ha denunciato il profeta Elia:
sembra di difficile comprensione,
Acab, appena lo vide, gridò:
tuttavia la dove si impone di non
Sei tu la causa di tutte le difarsi immagine di Dio qualche
sgrazie d’Israele! Elia rispoproblema può emergere.
se:
Infatti se immaginare vuol anche
dire farsi un’idea di una certa realtà, - Non sono io! La causa delle disgrapensiamo ad esempio a espressioni zie d’Israele siete voi, tu e la tua famicome: “mi immagino il futuro”, “mi glia, perché avete smesso di osservare
immagino un nuovo collega di lavo- i comandamenti del Signore e avete
ro”, “mi immagino una vacanza” ecc. adorato gli idoli di Baal! (1 re 18, 1618)
come non immaginarsi Dio?
E’ possibile non farsi alcuna idea e ammesso Ester: Ora abbiamo pec(immagine) di Dio? Come è possibile cato contro di te e ci hai messi nelle
pensarlo, pregarlo adorarlo, cercar- mani dei nostri nemici, per aver noi
lo, se non abbiamo alcuna immagine dato gloria ai loro dei. Tu sei giusto,
(idea) di lui? Di questo problema sono Signore ( Ester 4,7n).
Ieri erano divinità straniere, ma oggi
ben consapevoli quei teologi che affermano che Dio è Totalmente Altro altri idoli non mancano, no non gli dei
(diverso) dall’immagine nella quale di altre religioni, dobbiamo pensare
agli idoli della nostra società, così ben
noi vorremmo ingabbiarlo.
Dio è certamente superiore alle im- descritti anche dai vangeli, nel brano
magini di Lui che noi ci costruiamo dove si raccontano le tentazioni di
(spesso a nostro piacimento), non lo Gesù: l’idolo dell’avere, del potere,
dobbiamo dimenticare mai. Altrimen- dell’apparire.
Carlo Gonella
ti corriamo il rischio di inseguire un
Da scambi e incontri... segue da pag.1
tra cui molti mercati emergenti, è difficile
fare affari con gli sconosciuti. Si preferisce
trattare con persone di cui ci si fida e i contatti personali rendono tutto più facile. [...]
La tendenza a sfruttare le reti informali
fondate sulla fiducia e sul senso d’appartenenza non si limita alle attività oneste.
Anche i criminali usano questo tipo di reti.
In passato all’interno di molte comunità di
migranti sono nate delle organizzazioni mafiose, e ne nascono ancora di nuove. […]
I migranti cinesi e indiani hanno sempre
avuto un ruolo importante nei commerci.
Fino ad almeno una ventina d’anni fa, però,
la Cina e l’India erano economie chiuse, e
i commercianti cinesi e indiani all’estero
dovevano accontentarsi di creare collegamenti tra i porti stranieri (come hanno fatto
i cinesi del sudest asiatico o gli indiani in
alcune zone dell’Africa). Oggi la situazione
è diversa: i cinesi emigrati mettono in contatto il mondo con la Cina e viceversa, e gli
indiani fanno lo stesso per l’India. […]
Gli emigrati cinesi servono anche da tramite per gli stranieri che vogliono fare affari in
Cina. Secondo uno studio della Harvard business school, per le aziende statunitensi con
molti dipendenti sinoamericani è più facile
investire in Cina senza bisogno di creare una
joint venture con un’azienda locale.
Mentre alcuni migranti finiscono per vivere
stabilmente nel paese d’arrivo, altri studiano o lavorano all’estero solo per un periodo
di tempo limitato, oppure a un certo punto
si trasferiscono in un altro paese. “Non è
necessario scegliere dove vivere”, sostiene
Kathleen Newiand del Migration policy
institute di Washington. “Si può rimanere
e donna (1999), il titolo di Cavaliere
Ordine al Merito della Repubblica
Italiana (2004), il Premio Consorte del
Presidente delle Repubblica (2006).
Il settimanale Famiglia Cristiana, nel
suo numero 1 del 2010, l’ha indicata
quale italiana dell’anno 2009, in
nel 2011 del “Premio Renato Benedetto
Fabrizi”, premio nazionale ANPI.
Nell’aprile del 2010 pubblica per
Rizzoli “Tutti Indietro”, il suo racconto
di passioni e di condanne per una causa
inespugnata e a cui l’autrice ha dedicato
tutta la sua vita
Non avrai altro Dio
Nel 1515 Giovanni di Savoia,
vescovo e principe di Ginevra riceve in commenda
l’Abbazia.
Egli era figlio illegittimo di
Francesco di Savoia. Nato
ad Angers, svolse diversi
incarichi e venne educato
alla corte sabauda.
Dopo la sua nomina ad
abate di Santa Maria, lasciò l’incarico di vicario
generale della diocesi di
Ginevra e venne a dimorare nell’Abbazia i primi
cinque anni. Poi tornò a
risiedere a Ginevra per sostenere il duca di Savoia
Carlo III in lotta con il suo
popolo. Rientrò dopo poco
tempo a Pinerolo.
Egli si lamentò con coloro che gli chiedevano
l’elemosina dicendo che
non aveva che la “cross e
la mitra”, perché le rendite abbaziali erano sotto il
controllo del duca di Savoia.
La storia registra molte
C CCC
ragione del «costante impegno, svolto
con umanità ed equilibrio, a favore di
migranti, rifugiati e richiedenti asilo”
della «dignità e (...) fermezza mostrate
nel condannare «i respingimenti degli
immigrati nel Mediterraneo effettuati»
nell’estate del 2009. E’ stata insignita
Pagine di storia religiosa del Pinerolese
Ottenne anche
da Enrico II re
di Francia l’ordine agli eretici
di abbandonare
le Valli. Diede
pieno sostegno al Tribunale dell’Inquisizione.
È da rilevare che subito
dopo la morte di questo
abate i monaci chiesero al
Supremo Consiglio di Pinerolo di riottenere il diritto di scelta dell’abate e
Carlo IX re di Francia aderì alla domanda dei monaci, ma, l’abate di Casanova, eletto amministratore
temporale dell’Abbazia,
quando prese possesso del
monastero fece affiggere al portone del palazzo
abbaziale lo stemma reale
che restò fino a quando il
nuovo abate non prese possesso del monastero, segno
che la concessione non era
stata convalidata.
Venne nell’Abbazia solo
per la presa di possesso.
Aurelio Bernardi
Gli abati commendatari di S. Maria- 3
I due Savoia
lotte e
vertenze
relative
ai diritti
abbaziali,
ma
anche
d e l l e
transazioni attraverso le quali vengono
cedute delle terre e si riduce sempre più il potere
temporale abbaziale.
Egli visitò le parrocchie
che erano sotto la sua giurisdizione, amministrò la
cresima e procedette ad ordinazioni di preti.
Nel 1519/20, dopo una
lunga vertenza con la potente famiglia dei Bersatori, il territorio di Riva
venne unito a Pinerolo e
sottoposto al “regime, governo e consiglio” come le
altre aree della città.
Morì nel
1522.
Un altro
discendente dei
Savoia lo
troviamo
abate commendatario di Santa Maria nel 1544.
Si tratta di Giacomo di
Savoia, figlio naturale di
Emanuele Filiberto. Egli
oltre che abate era priore
di Taloire e di Annecy.
Egli elegge a suo vicario
generale Antonio di Scalenghe, conte di Piossasco,
monaco e priore claustrale dell’abbazia. Fu mai
consacrato vescovo. Lottò
fortemente contro i valdesi tanto da chiedere al
duca di Savoia nel 1555
di mandare un battaglione
per combattere gli eretici.
Marzo 2012
a cavallo tra due o più paesi”. Questa continua circolazione permette alle idee e alle
conoscenze di diffondersi, come il sangue
permette all’ossigeno e al glucosio di raggiungere tutto il corpo. […]
Dal momento che i migranti guardano il
mondo attraverso più filtri culturali, spesso individuano opportunità invisibili a persone che
sono venute in contatto con una sola cultura.
Per esempio Cheung Yan, una cinese residente negli Stati Uniti, aveva notato che gli
americani buttano via montagne di carta e
che le navi che trasportavano merci cinesi
negli Stati Uniti tornavano indietro semivuote. Allora la donna ha raccolto la carta da
macero e l’ha spedita in Cina per riciclarla
e produrre scatoloni, molti dei quali tornano
negli Stati Uniti con dentro un televisore.
Grazie alla sua intuizione, Cheung è diventata miliardaria.
Il mondo è pieno di donne come Cheung
Yan. Gli immigrati sono solo un ottavo della popolazione statunitense ma, secondo
Vivek Wadhwa della Duke university, un
quarto delle aziende di ingegneria e tecnologia nate tra il 1995 e il 2005 aveva almeno
un fondatore d’origine straniera. […] La
creatività dei migranti è accentuata dalla
loro capacità di coinvolgere collaboratori
vicini e lontani. Nella Silicon valley, scrive
AnnaLee Saxenian dell’università di Berkeley, più della metà degli scienziati e degli
ingegneri cinesi e indiani scambia consigli
su opportunità tecnologiche o economiche
con i connazionali rimasti a casa.
Da uno studio del centro di ricerca Kauffman foundation risulta che 1’84 per cento
degli imprenditori indiani rimpatriati sente
almeno una volta al mese gli amici e i parenti negli Stati Uniti, e che il 66 per cento
resta in contatto con gli ex colleghi. Per gli
imprenditori che rientrano in Cina, i dati
sono dell’81 e del 55 per cento. […]
Uno studio del 2011 della Royal society di
Londra ha dimostrato che la collaborazione
scientifica internazionale sta diventando più
comune, che vi partecipano in larga misura
scienziati legati alla diaspora e che a quanto
pare produce risultati migliori. […]
“Ormai i migranti sono collegati in modo
istantaneo, costante, dinamico e intenso alle
loro comunità d’origine. Si tratta di una cesura profonda rispetto al passato”. Questa
cesura spiega il motivo per cui i migranti
assumono una posizione centrale quando il
mondo diventa tutto collegato da una rete.
Le aziende più attente lo sanno. Il settore
cinese dell’alta tecnologia è dominato da
migranti rimpatriati come Robin Li ed Eric
Xu, i fondatori di Baidu, il motore di ricerca
più importante della Cina. Alla domanda su
quanti dei suoi manager avessero lavorato
o studiato all’estero, N. Chandrasekaran,
il direttore della Tata consulting services,
un’importante azienda informatica indiana,
ha risposto: “Tutti”.da Internazionale, dicembre 2011
Cultura
Pag. 3
Marzo 2012
Tre libri che indagano sulla libertà dell’uomo di prendere decisioni
Nella coscienza c’è un brusio di neuroni
“La libertà e la morale al vaglio delle neuroscienze”
Decidete se leggere questo
articolo o voltare pagina. Vi
sentite liberi? Certamente
sì. Ma con la risonanza
magnetica funzionale un
neurologo può «vedere»
la vostra decisione prima
che l’abbiate presa in modo consapevole.
Dunque dov’è libero arbitrio? Che merito c’è
nel fare il bene anziché il male? Addio etica.
Qualche mese fa la fondazione americana
Templeton ha stanziato 4,4 milioni di dollari
per chiarire se siete davvero liberi di voltare
pagina. Questione antica. Già il filosofo
Baruch Spinoza (1632-1677) spiegava
l’illusione della libertà con l’ignoranza
delle cause complesse che ci portano a
compiere scelte e prendere decisioni.
Oggi sappiamo che queste cause sono un
vortice di segnali elettrici scambiati tra i
120 miliardi di neuroni che costituiscono
il cervello umano. Attenzione però a non
ridurlo a una macchina. Il Dna disegna
geneticamente il cervello, ma ambiente
e cultura ogni giorno lo plasmano, e dai
neuroni emerge una personalità unica.
Lamberto Maffei, presidente
dell’Accademia dei Lincei, professore
emerito alla Scuola Normale di Pisa,
illustre studioso della percezione visiva,
nel saggio La libertà di essere diversi
riesamina il problema del libero arbitrio
alla luce delle conoscenze più recenti. Fu
Benjamin Libet nel 1979 a dimostrare con
un esperimento che la corteccia motoria
si attiva prima dell’atto volontario. Per 8
decimi di secondo non siamo consapevoli
di una decisione che è già stata presa. Presa
da chi? O da che cosa?
E’ difficile accettare che il libero arbitrio
si riduca a segnali elettrici. La libertà forse
emerge proprio dalla complessità del
cervello. «Teoricamente - dice Maffei - i
gradi di libertà del cervello sono pressoché
infiniti (...) i possibili stati dei neuroni sono
circa 2 elevato a 10 alla 11. Un numero
colossale, più grande del numero di
particelle dell’universo».
Non solo. Il cervello, organo che pesa il 2
per cento del nostro corpo, da solo assorbe
un quarto dell’energia che bruciamo, ed
è minima la differenza di consumo tra il
sonno e la veglia. L’attività neuronale è
come un «rumore bianco», cioè casuale,
nel quale paradossalmente il segnale
significativo assume più evidenza appena
supera una determinata soglia. Il continuo
brusio dei neuroni - suggerisce Maffei potrebbe essere all’origine del pensiero
e della libertà, o almeno della illusoria
percezione che ne abbiamo. [...]
Arnaldo Benini, docente di neurologia
all’Università di Zurigo, in La coscienza
imperfetta, invita a non cercare l’introvabile
e ricorda che quando si studia il cervello
«l’esploratore, per la prima volta nella storia
della ricerca, coincide con l’esplorato».
In altre parole, per comprendere il
cervello, ci vorrebbe un meta-cervello
che non abbiamo. La coscienza sarà
sempre imperfetta perché non potrà mai
abbracciare tutta se stessa. Ed è vano
almanaccare sull’enigma dell’emergere del
pensiero e della morale: biologicamente
«il compito essenziale dei cervelli, quello
umano incluso, è di prendersi cura della
sopravvivenza del corpo di cui fanno
parte». Alla fisicità si riducono anche i
prodotti più nobili dell’intelligenza, per
esempio quel pensiero distillato che è la
letteratura.
Rassegniamoci: «Lingue e letterature
esistono fin quando ci sono cervelli che
le parlano, le scrivono e le leggono». Ce
n’è anche per Kant. Tempo e spazio non
sono categorie «a priori» della mente ma
esperienze apprese, e quanto alla «legge
morale che è in noi», Benini ci sbatte in
faccia «la banalità del male» (e quindi
anche del bene?). «Per compiere un
delitto immane - dice Benini - Eichmann
non aveva bisogno che di essere un uomo
qualunque», «la coscienza del bene e del
male è emersa come meccanismo del
cervello durante un lunghissimo processo
naturale, l’evoluzione, la cui regola è la
sofferenza del più debole che soccombe».
E’ così che la neuropsicologa
dell’Università di Tilburg (Olanda)
Margriet Sitskoorn può aprire I sette
peccati capitali del cervello con il caso di
Phineas Gage, un bravo capo-operaio che il
13 settembre 1848 ebbe il cranio trapassato
da una stanga di ferro mentre lavorava alla
costruzione di una ferrovia: campò ancora
12 anni, ma aveva perso il senso morale.
L’etica stava tutta nei neuroni di cui
l’incidente l’aveva privato. Di qui è breve
il passo che vanifica ogni colpa. Siamo
avari per scarsità di ossitocina, erotomani
per eccesso di testosterone, lussuriosi
per azione della dopamina. Ma non sarà
troppo semplice?
Piero Bianucci, Tuttolibri/La Stampa, 18.2.2012
L’avvento della Noosfera di Giuseppe O. Longo
«Intorno al mese di dicembre del 1910 le
caratteristiche dell’umanità cambiarono»:
a distanza di un secolo, queste parole della
scrittrice inglese Virginia Woolf sono di grande
attualità, anzi acquistano un rilievo tutt’affatto
speciale grazie alla crescente ibridazione tra
uomo e computer [...] Siamo in presenza di un
homo technologicus, una unità evolutiva nuova,
almeno sotto il profilo cognitivo e comunicativo.
Se è vero che l’uomo costruisce gli strumenti
tecnici, è vero anche che questi strumenti
retroagiscono su di noi modificando le nostre
caratteristiche, facendo emergere capacità
nuove, a volte insospettate, e attenuando o
sopprimendo altre abilità. Non solo l’uomo,
o almeno la sua mente, si modifica grazie
a questo stretto connubio con la macchina:
anche il computer modifica la gamma delle sue
prestazioni e si offre ad usi nuovi.
Come indica il nome, il computer nacque
come macchina da calcolo, poi fu impiegato nel
controllo di impianti e nella gestione di grandi
basi di dati. Oggi l’impetuoso sviluppo delle
reti (in primo luogo Internet) dimostra che la
vera vocazione dei computer è il collegamento
interattivo tra gli individui, i quali sempre più
fungono da nodi della grande ragnatela di
comunicazione che si sta estendendo su tutto il
pianeta. In questa direzione si sta manifestando
l’enorme influenza delle ‘reti sociali’: non per
nulla Mark E. Zuckerberg, il ventiseienne
fondatore e responsabile di Facebook,
indicato dalla rivista Time come l’uomo
dell’anno, è stato definito ‘the connector’, il
collegatore. Questa fusione sempre più intima
ed estesa (oggi Facebook costituisce il tessuto
connettivo di 550 milioni di utenti, quasi un
decimo della popolazione mondiale) di uomini
e macchine all’insegna della comunicazione
configura un’estensione, un rafforzamento
e un’accelerazione operativa di quella che
Pierre Lévy nel 1996 chiamò «intelligenza
collettiva», cioè l’intelligenza dell’umanità,
che trascende quella di ciascun individuo e per
certi versi la supera in potenza.
In realtà, grazie alla comunicazione linguistica,
prima orale e poi scritta, la specie umana ha
sempre manifestato un’intelligenza di tipo
superindividuale, come del resto anche alcuni
insetti sociali, per esempio le api e le formiche.
Ma l’avvento del computer e delle reti ha
potenziato il fenomeno e autorizza a parlare
addirittura di «intelligenza connettiva».
Sta prendendo corpo, con il supporto di
una tecnologia flessibile,
onnipresente e pochissimo
costosa, la grandiosa visione
di Pierre Teilhard de Chardin,
il quale nel libro Le phénomène humain,
pubblicato nel 1955, poco prima della sua
morte, aveva preconizzato la fusione di tutte le
intelligenze degli uomini in una Noosfera.
Il termine Noosfera, mutuato da Vladimir
Varnadsky, indica in Teilhard de Chardin una
sorta di coscienza collettiva che scaturisce
dall’interazione cognitiva tra le singole
menti umane. Al crescere della complessità
e dell’integrazione dell’umanità, oggi
tanto favorita dalla tecnologia, cresce la
consapevolezza della Noosfera, che culminerà
nel Punto Omega, cioè il Logos cristiano. Nel
1955 Internet ancora non esisteva, ma non
si può sfuggire all’impressione che il gesuita
francese ne avesse intuito il prossimo avvento.
Giuseppe O.Longo, Avvenire 17.12.2010
Ritagli
La religione
del III° millennio
di Arnaldo De Vidi, missionario saveriano
già direttore di CEM-Mondialità
Sono venuto a sapere che la mia segretaria
parrocchiale di Manaus – una giovane cattolica
efficiente, sensibile, impegnata – ha ricevuto il
battesimo nella chiesa battista. Lei spiega: “Mi
hanno invitato e mi sono trovata bene. Là riservano tempo alla lettura e al commento della
Bibbia”. Così adesso lei è cattolica e battista: “è
lo stesso Gesù”.
Al supermercato, in fila alla cassa, davanti a
me c’è una signora che canticchia un canto religioso. La cassiera le chiede se è evangelica e di
quale chiesa. Lei risponde che è “evangelica…
generica”, le piace partecipare a varie chiese.
“Come me, allora”, conclude la cassiera. Seguo la signora e chiedo quali sono le chiese che
lei preferisce. Mi dice che è nata cattolica e ancora va a qualche messa, “mi piace il foglietto
che danno”. Ma va alla chiesa Deus é Amor,
perché c’è un pastore che fa una predica demenziale; e va alla Chiesa Universale del Regno di
Dio perché ci sono celebrazioni come maree,
dove si sente salire la commozione. Dice che
la chiesa cattolica è troppo strutturata e difende
valori obsoleti. Le chiedo dove paga le decime.
“Non le pago, perché dare 10% di tutto è molto
caro; anche per questo sono generica”.
Chiedo venia per tornare su un tema religioso.
Chiedo venia, perché in tempo di crisi, parlare
di religione è peccato: unica religione dovrebbe
essere la difesa della vita e della giustizia. Ma
fra poco uscirà un mio libretto sulle chiese evangeliche (per i caratteri della Pazzini). E questo
della religione è un tema “in”: forse perché siamo nell’era dell’acquario; o perché è fiorente
il turismo religioso; o perché abbiamo bisogno
di soluzioni tipo “Deus ex machina”; o perché
la chiesa, riflettendo la globalizzazione, offre
spazio sia per l’individuo che per forme comunitarie light…
Credo possibile fare qualche riflessione, utile
anche per capire il tempo che viviamo. Qui in
Brasile il dibattito sulla religione è vivo. Starebbe avvenendo, anche in campo religioso,
un “processo di democratizzazione”, simile a
quello politico (nello stato brasiliano del Pará in
cui mi trovo, ci sono 27 partiti politici e altri 22
in attesa di approvazione); di conseguenza per
il popolo l’appartenenza ufficiale, esclusiva e
definitiva a una chiesa non avrebbe la stessa importanza che ha per noi professionisti del
Segue a pag 4
Progetto culturale
Pag. 4
Marzo 2012
La Parrocchia/ 9 - di Don Primo Mazzolari
La parrocchia come comunità vivente
Dal cap. 8 del libretto
di Don Primo Mazzolari
“LA PARROCCHIA”
Certe resistenze del
mondo all’evangelizzazione vanno aggredite
con altri mezzi e per altre
strade. Questa è una, anche
se non nuova del tutto. Non si ravviva né
si costruisce la comunità parrocchiale, di
cui si fa anche troppo parlare, esponendo
le radici al sole e seminando sulla roccia.
Prima la si spacca, poi si semina con
mano larga e fiduciosa. Si propone di
costruire il presbiterio, non il convento,
non quindi una disciplina e spiritualità
conventuale, ma una libera comunità
con una disciplina e una spiritualità che
sorreggano e fecondino un apostolato
lanciato alla riconquista delle masse.
Nella nuova fucina apostolica,
la povertà sacerdotale tornerà a
risplendere, consumando nell’offerta
e nella devozione, le meschinità e
le vanità che corrodono le nostre
forze prima di essere portate in
linea. “Alla parrocchia, considerata
come
impresa
di
cerimonie,
succederà la parrocchia organizzata
come comunità vivente... Gli
avvenimenti stanno per costringerci
a ringiovanire... Stiamo per trovarci
tutti nell’asse della miseria; stiamo
per fare tutti una cura di povertà, e
questo, è il segno precorritore della
ricristianizzazione” (card. Saliège).
C’è spesso una pesantezza inguaribile
nella nostra povertà, impedita da
pregiudizi e da abitudini secolari, che
diffìcilmente riusciremo a superare se
non ci metteremo audacemente sopra
un piano di povertà distaccata. Benché
poveri, non siamo sempre i poveri di
Cristo, ma spesso, soltanto i “non
ricchi” di Rilke: quindi, già schierati,
e su strade per dove il popolo non
transita più. Qualcuno crede di più
nelle regole di buona creanza che
nelle stoltezze evangeliche, e trova
che anche il fasto può dar lustro alla
religione del Povero. Ma la stragrande
maggioranza dei preti italiani si trova
a disagio nello schema semiborghese
della sua giornata e chiede di uscirne
per ritrovarsi vicino al popolo di Dio e
parlargli a cuore a cuore.
L’impresa è così bella che non oso
nemmeno fissarla in volto. Sono
troppo stanco! Anche il sogno stanca.
Ma come spaccare diversamente la
durissima crosta delle diffidenze, dei
dubbi, dei pregiudizi, delle stanchezze,
dei disamoramenti, che circondano e
accomp agnano così spesso il nostro
lavoro parrocchiale? Come richiamare
i motivi eterni delle beatitudini
evangeliche, se non ci buttiamo
perdutamente sulla strada di esse? “Se
vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che
hai e dallo ai poveri”. “Non prendete
né bisaccia, né mantello, né oro, né
argento, né bastone, né spada...”
Questo parlare del Signore, per noi, non
è consiglio, ma comando. Quel giorno
che non avremo più entrate né bilanci,
quando saremo un po’ come gli uccelli
dell’aria e i gigli del campo, lo scandalo
porterà frutto. Questo nostro povero
mondo materialista e calcolatore non
può essere salvato sul piano del calcolo
e della quantità. Dio ha sempre scelto
le cose che non sono per confondere
quelle che credono di essere; gli
ignoranti per confondere i sapienti; i
folli per confondere i prudenti; i poveri
per confondere i ricchi.
Forse quando ho incominciato a
scrivere non volevo arrivare fin qui.
Ma col Vangelo in mano si sa dove
s’incomincia e non si sa dove si finisce.
Il Vangelo è novità e sorpresa. La
strada continua per chi ha osato aprire
il libro, e dire: “Ti seguiremo ovunque
andrai”. Ma “gli uccelli dell’aria
hanno un nido, le volpi una tana: il
Figlio dell’uomo non ha ove posare il
capo”. La Provvidenza sta tagliandoci
gli ormeggi: direi che ci impedisce
di fare l’economo, l’amministratore,
mestieri che hanno troppa parentela
col mercenario. Il denaro non risponde
più al prete, ci disobbedisce; solo la
povertà, ma una povertà accolta con
passione, ci è rimasta fedele.
In terra cristiana, il povero è la
più onorevole professione, per un
sacerdote, è la vocazione.
Chiudo, benché il discorso sia appena
avviato. E’ bene che il dibattito resti sui
punti fondamentali. Il mio non è che
un invito. Indicare dei rimedi e delle
strade è molto e niente, se i rimedi non
vengono bene applicati, se le strade
non vengono camminate per arrivare,
ma solo per dire che ci muoviamo.
Il professionismo, sottospecie di
fariseismo, sta in agguato anche
nella parrocchia; mentre il laicismo pensiero e vita staccati da ogni senso
religioso - può essere superato soltanto
da un audace laicato cattolico al quale
spetta come compito principale e
urgente di ricreare cristianamente la
vita della parrocchia senza portarla
fuori dalla realtà e senza imporle delle
mutilazioni in ciò che essa possiede di
buono, di grande, e di bello.
“La parrocchia rimane la comunità base
della Chiesa, a patto che si faccia più
accogliente e più adatta” (card. Suhard).
Bisogna ritrovare il coraggio di
porsi in concreto i veri problemi
dell’apostolato parrocchiale. Molti
temono la discussione. La discussione,
nei cuori profondi, anche se vivace e
ardita, è sempre una protesta d’amore
e un documento di vita.
E la Chiesa, oggi, ha bisogno di gente
consapevole, penitente e operosa, fatta così.
Primo Mazzolari, La parrocchia,.EDB (9,
Fine)
La religione del III° millennio, segue da pag.3
sacro. Importante per un fedele cristiano è che ci sia Gesù, lì presente a illuminare… La democrazia religiosa spiegherebbe la diminuzione dei cattolici, il
moltiplicarsi delle chiese (o denominazioni) e il facile passaggio da una chiesa
all’altra. Spiegherebbe anche l’aumento
degli “evangelici generici” o non-affiliati, che in sette anni sono passati da 4 a
14%, con un aumento di 4 milioni. C‘è
chi accosta il loro disimpegno a quello
dei cattolici “credenti non praticanti”,
che si sentono liberi di andare e venire
in occasioni come funerali, battesimi,
prime comunioni, venerdì santo…
Con la “religione liquida” è difficile
tradurre in cifre il numero dei fedeli. Ma
senza dubbio gli evangelici sono molti e
aumenteranno, perché le chiese evangeliche hanno messo a punto una strategia
che convince i poveri, quelli che oltretutto hanno più figli. Nel mio libretto parlo
di chiese evangeliche “elettroniche”,
“supermercato”, “case di teatro”…
differenti tra loro e in concorrenza. C’è
anche il fenomeno delle chiese dissidenti: è il caso della Chiesa Universale del
Regno di Dio che ha già perso 24% dei
fedeli.
Forse il terzo millennio ci riserva una
agorà di chiese, religioni, gruppi non
credenti, iniziative ecumeniche… Una
domanda legittima, e che mi faccio
spesso, riguarda la persona di Gesù:
oggi come si comporterebbe? Non si
insedierebbe in Vaticano (su questo non
ho dubbi!). Bisognerà riscoprire l’inedito di Gesù: rispettando tutte le fedi, Gesù
cerca ancora discepoli missionari che
difendano la vita e la giustizia.
Arnaldo DeVidi, Abaetetuba, Brasile,
Agosto 2011, in www.macondo.it/2011/
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I nuovi preti
Essere prete oggi
di Luca Bressan, teologo
La figura del prete sta cambiando. Qualche
anno fa una simile affermazione sarebbe
stata accolta con una serena preoccupazione:
l’impressione generale infatti era che, bene
o male, l’istituzione ecclesiale avesse gli
strumenti per fronteggiare il mutamento in
atto. Oggi la questione si presenta già con dei
toni più accesi: la Chiesa italiana comincia
a percepire che i contorni e i contenuti del
cambiamento saranno più forti di quanto
immaginato e anche meno controllabili.
Occorre però affermare che, a fronte di
mutamenti anche significativi, la figura del
prete dimostra una capacità di tenuta davvero
notevole e in parte inaspettata: nella nostra
società, pur dipinta come secolarizzata
e affrancata dall’influsso della sfera del
religioso, il prete continua a mantenere,
in quanto rappresentante dell’universo del
religioso, un posto di rilievo; la figura del
prete si rivela come una figura essenziale
ai fini della costituzione e della presenza
dentro il tessuto sociale delle trame di quella
solidarietà quotidiana e fondamentale che
serve a costituire il tessuto connettivo del
nostro vivere sociale e della nostra cultura.
Non solo, e più profondamente ancora, ad un
livello ecclesiale e di esperienza cristiana la
figura presbiterale continua ad essere vissuta
e riconosciuta come una figura di tutto
rispetto, una figura capace di consentire, di
porre in essere una esperienza di fede vera,
genuina e ricca di contenuti teologici, umani
e cristiani. Sono lontani i tempi in cui si
criticava la figura del prete, accusandola di
obbligare le persone dentro un ruolo e una
esperienza ritenute poco maturanti, da un
punto di vista antropologico così come da un
punto di vista spirituale.
Stanti queste premesse, risulta davvero
interessante tentare una comprensione e una
interpretazione del ruolo e della tipologia dei
preti di oggi: questo clima di incertezza e di
mutamento sul futuro della figura presbiterale
ha via via attirato su di sé l’attenzione del
mondo ecclesiale, che ha cercato in più modi
di venire a capo dei mutamenti percepiti,
sviluppando prima alcune inchieste e
impegnando lo stesso Episcopato italiano
in una riflessione sull’identità del prete,
sulla sua formazione, sulle sue prospettive
di futuro (cf le Assemblee Generali
del novembre ‘05 e del maggio ‘06).
Luca Bressan, Vocazioni, gennaio/febbraio
2010 (1-Continua)
Focus
Pag. 5
Francesco Morace: “Più che l’avere oggi conta l’esibire”
Può sembrare un
dettaglio trascurabile,
un segno di crisi: si
compra meno, si affìtta
di più. Invece secondo
il sociologo Francesco
Morace, che con il
suo Future Concept
Lab studia l’evoluzione dei sistemi
complessi, «siamo di fronte a un
cambiamento paradigmatico. Prima,
i nostri comportamenti erano segnati
dalle tendenze, adesso non più. Non
è un’epoca di cambiamenti, ma il
cambiamento di un’epoca». Morace
racconta questo e altro nel saggio «I
Paradigmi del futuro», uscito due
settimane fa con Nomos Editore.
Siamo di fronte a una rivoluzione?
«In parte sì. Negli anni Ottanta-No-
vanta, il rapporto con le merci era
di possesso, l’appeal era il prestigio
sociale, lo status symbol. Una rappresentazione dedicata agli altri.
Adesso, invece, conta più la felicità
dell’esperienza personale. Siamo,
passati dallo stile di vita all’occasione di vita».
Un giro in Ferrari può bastare?
«Sicuramente avere una Ferrari per
un giorno è un’esperienza che non
si dimentica. Ma ciò che la fa essere
speciale, unica, è la condivisione.
Affìtto la borsa, le scarpe, il vestito,
qualsiasi cosa mi renda felice, metto
in rete le fotografie, racconto la mia
occasione su Facebook, così la
rendo memorabile».
L’affitto degli abiti da cerimonia c’è
sempre stato: era un «vorrei ma non
posso». Anche adesso vorremmo,
e non possiamo. «Vero. Ma prima
il noleggio era aspirazionale,
mentre oggi è ispirazionale. Ci
ispira, ci arricchisce. La qualità
dell’esperienza e la condivisione
sono diventate importanti. Usare un
oggetto che ci piace, al momento
giusto, nell’occasione giusta, con la
comunità dei social network, conta
più che averlo».
L’idea è cogliere l’attimo? «Mettiamo in moto il desiderio
e sì, l’intensità dell’emozione,
proprio perché limitata nel tempo,
a volte può essere anche maggiore.
Ma subito dopo siamo pronti per
viverne un’altra».
R. Sal.,La Stampa, 21.2.2012
G. Agamben: “La feroce religione del denaro divora il futuro”
Per capire che cosa
significa
la
parola
“futuro”, bisogna prima
capire che cosa significa
un´altra parola, che
non siamo più abituati
a usare se non nella
sfera religiosa: la parola
“fede”. Senza fede o fiducia, non è
possibile futuro, c´è futuro solo se
possiamo sperare o credere in qualcosa.
Già, ma che cos´è la fede? David
Flüsser, un grande studioso di scienza
delle religioni stava appunto lavorando
sulla parola pistis, che è il termine
greco che Gesù e gli apostoli usavano
per “fede”. Quel giorno si trovava per
caso in una piazza di Atene e a un certo
punto, alzando gli occhi, vide scritto a
caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes
pisteos. Stupefatto per la coincidenza,
guardò meglio e dopo pochi secondi si
rese conto di trovarsi semplicemente
davanti a una banca: trapeza tes pisteos
significa in greco “banco di credito”.
Ecco qual era il senso della parola pistis,
che stava cercando da mesi di capire:
pistis, “fede” è semplicemente il credito
di cui godiamo presso Dio e di cui la
parola di Dio gode presso di noi, dal
momento che le crediamo. [...]
Per questi Paolo può dire in una
famosa definizione che “la fede è
sostanza di cose sperate”: essa è ciò che
dà realtà a ciò che non esiste ancora,
ma in cui crediamo e abbiamo fiducia,
in cui abbiamo messo in gioco il nostro
credito e la nostra parola. Qualcosa
come un futuro esiste nella misura in
cui la nostra fede riesce a dare sostanza,
cioè realtà alle nostre speranze. Ma la
nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede
o, come diceva Nicola Chiaromonte, di
malafede, cioè di fede mantenuta a forza
e senza convinzione. Quindi un´epoca
senza futuro e senza speranze - o di
futuri vuoti e di false speranze. Ma, in
quest´epoca troppo vecchia per credere
veramente in qualcosa e troppo furba
per essere veramente disperata, che ne
è del nostro credito, che ne è del nostro
futuro? [...]
La cosiddetta “crisi” che stiamo
attraversando - ma ciò che si chiama
“crisi”, questo è ormai chiaro, non è
che il modo normale in cui funziona
il capitalismo del nostro tempo - è
cominciata con una serie sconsiderata
di operazioni sul credito, su crediti che
venivano scontati e rivenduti decine di
volte prima di poter essere realizzati. Ciò
significa, in altre parole, che il capitalismo
finanziario - e le banche che ne sono
l´organo principale - funziona giocando
sul credito - cioè sulla fede - degli uomini.
Giorgio Agamben, “la Repubblica” 16.2. 2012.
Thomas Keneally: “Ecco i colpevoli delle carestie”
«Ho cominciato
a occuparmi di
carestie nel mio
libro di qualche
anno fa sulla Great
Famine irlandese e
mi hanno colpito le
similitudini che si possono riscontrare
in altre calamità. Nella ricerca che
è confluita in Three Famines ho
cercato di capire se le carestie sono
effetto dell’opera dell’uomo o della
volontà divina, sotto forma di siccità
o di carenza di generi alimentari.
Sono giunto alla conclusione che
queste cause non sono sufficienti a
uccidere migliaia di persone, se non
sopraggiungono fattori politici. E lo
stesso discorso vale anche oggi per la
Somalia».
Perché ritiene che le carestie siano
state causate dall’uomo e dai governi?
«La ragione principale deriva dal fatto
che io vivo in uno dei continenti più
secchi del mondo, l’Australia, dove da
sempre si verificano gravi fenomeni
di siccità. Che hanno sempre creato
molti problemi, ma non hanno mai
scatenato una carestia. Il motivo è
semplice. In primo luogo abbiamo
un sistema democratico che funziona,
che ci consentirebbe di cacciare i
nostri politici all’istante. Poi abbiamo
ottime infrastrutture, strade e ospedali.
È chiaro quindi che la siccità, da
sola, non basta per scatenare una
carestia. E non è sufficiente neanche
un maremoto, come quello che vi fu
nel Bengala nel 1943. Eppure oggi
si continua a dire che l’ecatombe in
corso in Somalia e nel resto del Corno
d’Africa sia causata dalla siccità».
Per quale motivo ancora oggi
migliaia di persone continuano a
morire a causa della fame o delle
malattie conseguenti?
«Sono più bravo a raccontare le storie
di queste carestie che a proporre delle
soluzioni. Anche per le associazioni
umanitarie è difficile far qualcosa,
visto che devono collaborare con
governi che possono essere inetti,
incompetenti o corrotti. In Somalia
c’è un governo fantoccio, mentre
nelle campagne opera la milizia
Al-Shabaab, che terrorizza la
popolazione e decide quale tipo di
aiuti debba entrare nel Paese. Inoltre
è considerata un’organizzazione
terroristica e dunque le ong non
possono fornire aiuti che andrebbero
a finire con ogni probabilità nelle loro
mani. Spesso gli occidentali non sanno
che il meccanismo degli aiuti è molto
complicato dalla politica. In Etiopia
al tempo di Menghistu, per esempio,
gli aiuti arrivarono dai sovietici, ma
furono aiuti militari per combattere
gli eritrei. Sarebbe utile che i Paesi più
sviluppati dell’Occidente smettessero
di concludere accordi con i dittatori e
facessero invece pressione su di loro.
Ma ridurre le cause delle carestie alla
siccità è un’affermazione a dir poco
ridicola».
Spera che il suo libro possa insegnare
qualcosa ai nostri leader politici?
«Sì, certo e magari anche alla gente
comune. Spero che possa contribuire a
far vedere certi eventi sotto una diversa
prospettiva. Vorrei che la popolazione
ricca dell’Occidente smettesse di
provare pietà o, peggio ancora, noia
nei confronti delle carestie africane e
ne comprendesse le reali cause, senza
farsi ingannare dalle apparenze».
R.Michelucci, Avvenire, 20, 12, 2011
Marzo 2012
Decaloghi moderni
Per una comunicazione
a zero stereotipi
1. La donna è una persona, non un oggetto. Se stai
usando donne nella tua comunicazione, chiediti se la
loro immagine potrebbe indurre a pensare il contrario.
2. Non basta “coprire” le donne per essere
gender friendly. Occorre prima di tutto non svilirle
con atteggiamenti, parole e ogni altra forma di
comunicazione che le squalifichino o ne rimandino una
visione stereotipata, svilente e maschilista.
3. Il corpo delle donne, anche scoperto, non è mai
volgare e non è qualcosa di cui vergognarsi o da
censurare. Semmai, lo è la sua mercificazione e il modo
in cui esso viene usato. Sfruttare il corpo di una donna
(o peggio, di una sua parte) e usarlo come specchietto
per le allodole per vendere è sempre discutibile.
4. Una comunicazione dalla parte delle donne
dovrebbe proporre modelli estetici che non siano
eccessivamente finti e irraggiungibili, ma che tengano
conto della conformazione naturale delle donne e,
ove possibile, della loro diversità. Far sentire le donne
inadeguate perché non corrispondenti a un modello
unico di bellezza (giovane, magra, provocante) non è
esattamente un modo per stare dalla loro parte.
5. Evita gli stereotipi: la donna-oggetto sessuale è
solo uno dei tanti stereotipi che creano pregiudizi.
Anche la donna-mamma-chioccia-angelo del focolare
o la donna in carriera fredda e scontrosa, ad esempio,
lo sono. Anche per le bambine e i prodotti a loro
destinati è lo stesso (la bimba che pensa alla bellezza,
che è già una mammina casalinga o – cosa sempre
più inquietante – che viene messa in pose ammicanti,
piuttosto che il bimbo dedito all’avventura o alla guerra
sono uno dei tanti esempi). Evita di usare gli stereotipi
sia femminili che maschili nella tua comunicazione, a
meno che l’intento di critica nei loro confronti non sia
più che evidente, oppure affida questi ruoli a entrambe
i sessi.
6. Degradare gli uomini al posto delle (o insieme
alle) donne non significa essere gender friendly, ma
promuovere un finto paritarismo al ribasso che svilisce
tutti, di cui le donne non hanno bisogno.
7. La sensualità e la sessualità sono cose bellissime,
ma c’entrano con il prodotto e servizio che stai
comunicando?
8. Ok, la sensualità c’entra con ciò che stai
comunicando. Ricordati però che le donne non sono
persone a disposizione di chi le guarda. Non indurre
i destinatari della tua comunicazione a pensare che lo
siano, dipingendole con atteggiamenti di eccessiva
disponibilità sessuale.
9. Quando la comunicazione propone un’immagine
d’amore (in tutte le sue forme) e le persone come
soggetti e non come oggetti non significa che sia
volgare. Ma se la tua comunicazione è rivolta agli
adulti, assicurati che i circuiti nei quali la diffonderai
non giungano agli sguardi dei più piccoli.
10. Sii coerente. Essere dalla parte delle donne vuol
dire ragionare e comportarsi in termini paritari. È
inutile essere gender friendly nella comunicazione se
non lo si è nella vita di tutti i giorni, nel proprio lavoro e
nelle proprie relazioni. Il rischio è l’ipocrisia.
Tratto dal sito www.zerostereotipi.it
Documenti
Pag. 6
Marzo 2012
Il pensiero del grande pensatore Raimon Panikkar
Non l’ecologia, ma l’ecosofia ci salverà
“La catastrofe ecologica, economica e psichica pendono come una spada di Damocle sulla sopravvivenza dell’umanità”
Raimon Panikkar è uno dei maggiori pensatori
e testimoni del nostro tempo che, come ha scritto
Achille Rossi, ha fatto della ricerca di ricomporre
le molteplici dimensioni della realtà non solo il
suo impegno di vita, ma anche il nodo centrale del
suo lavoro teoretico.
Raimon Panikkar, nato nel 1918 a Barcellona
da padre indiano, di religione indù, e da madre
catalana e cattolica, ha condotto i suoi studi in
Europa e in India, caratterizzandosi fin dalla
giovinezza per la sua doppia appartenenza
all’Occidente e all’Oriente. Egli stesso, molto più
tardi, sosterrà di essere arrivato alla confluenza
di quattro correnti culturali e religiose (la indù,
la cristiana, la buddhista e la secolare) e di non
averne mai tradita nessuna.
La sintesi la troverà nel Cristo, nel quale c’è la
pienezza di tutta la realtà e di tutte le rivelazioni.
La sua formazione - scientifica (era laureato in
chimica), filosofica e teologica - bene prefigura
l’unità del cosmo, dell’umano e del divino (la
visione cosmoteandrica) che rappresenterà
il punto culminante della sua riflessione, i tre
elementi che egli si sforzerà di far convivere nella
teoria e nella pratica.
Nel 1946 viene ordinato sacerdote. Dopo alcuni
anni fondamentali di esperienza mistica, passati
nella povertà più estrema in un piccolo tempio
indù e nelle grotte alle sorgenti del Gange, viene
catapultato nell’insegnamento universitario,
che si svolgerà nelle più prestigiose università
americane, europee e indiane. Questo intreccio
farà di lui un pensatore di vastissima cultura, che
domina ventuno lingue, autore di una cinquantina
di libri, che attraversano tutte le grandi tradizioni
culturali per approdare a sintesi inattese e
vertiginose che toccano le questioni fondamentali
di Dio, dell’uomo, del cosmo, tracciando percorsi
nuovi alla ricerca della verità, in una inedita
visione organica della realtà. Ma soprattutto farà
di lui un mistico immerso in una realtà (la realtà
tout-court), in cui l’ordine dell’umano non è più
separabile dall’ordine del divino.
Nelle poche pagine di questo inserto che
Madrugada gli dedica, a un anno dalla sua morte,
che ebbe luogo il 26 agosto 2010 a Tavertet,
un piccolo villaggio di montagna a due ore
di macchina da Barcellona, vengono soltanto
tratteggiati, nelle loro linee essenziali, alcuni temi
della sua vasta riflessione.
Mario Bertin, Madrugada, n.83,sett.2011
Numerosi i video di Panikkar su Youtube.com
Viviamo in un’epoca in cui - ammonisce
Raimon Panikkar sin dagli anni ’60/70
- la catastrofe ecologica, la catastrofe
economica e la catastrofe psichica,
combinate insieme, pendono come una
spada di Damocle sulla sopravvivenza
stessa dell’umanità, della storia e della
Terra. Sono catastrofi che impongono la
necessità di una metanoia antropologica
dove però “metanoia” non sta per
conversione o cambiamento di mentalità
ma sta, in senso etimologico, per
“superamento del mentale”.
Occorre cioè superare - per il filosofo e
mistico indo-spagnolo - la pura visione
razionale delle cose mediante l’apertura
del “terzo occhio”, l’occhio spirituale e
mistico, che dischiude a una comprensione
ulteriore, più profonda e viva della realtà.
Realtà che non possiamo “catturare” con
la ragione proprio perché noi ne siamo
parte e dunque non possiamo astrarcene
per riguardarla come un oggetto che sta
al di fuori di noi. Della realtà, insomma,
per Panikkar, non si fa esperimento bensì
esperienza. E per questo è fondamentale
il simbolo che supera la separazione,
tipica del pensiero dualistico occidentale,
tra soggetto e oggetto. La realtà non si
costruisce con la volontà che seziona le
cose, come si fa in un laboratorio, ma la si
accoglie, si scopre, accade. Un approccio
per Panikkar assolutamente necessario, se
si vuole dare una risposta adeguata alle tre
catastrofi che sfidano il nostro mondo.
Quale risposta alla catastrofe
Il sogno di uno sviluppo illimitato si è
insomma rivelato un incubo, ammonisce
il filosofo e mistico, che riconosce
proprio al dramma ecologico e alla
conseguente nuova sensibilità che ne
è scaturita il merito di averci aperto
gli occhi sull’insostenibilità di questo
sviluppo e della situazione in cui versa
il pianeta. La crisi del mito del progresso
è irreversibile: siamo ormai consapevoli
che il sistema è organizzato in modo tale
da rendere i ricchi sempre più ricchi e i
poveri sempre più poveri, e che non c’è
scampo per la metà della popolazione
mondiale che la globalizzazione
selvaggia ha condannato ad abbandonare
il banchetto della vita. Le soluzioni
che il pensiero ecologico, e dovremmo
anche dire l’ideologia ecologica, hanno
approntato non sono affatto adeguate alla
qualità e all’entità della sfida che la crisi
climatica e ambientale ci pongono. Esse
sono un mero maquillage e una nuova
forma di business che sfrutta, magari
in guanti bianchi, la natura e il cosmo,
assimilati a materia inerte e a semplici
cose, spacciate per risorse illimitate. C’è,
invece, bisogno di un approccio molto
più profondo che attui un vero e proprio
salto in avanti di civiltà e che non si limiti
a dare una “mano di verde” al nostro agire
economico, culturale e sociale, e che muti
in profondità i nostri stessi stili di vita, per
renderli sobri, armoniosi e compatibili
con la vita universale. Una rivoluzione
nonviolenta che il filosofo e mistico
sintetizza con nettezza affermando che
non l’ecologia ma l’ecosofia ci salverà.
La saggezza della Terra
Ma che cos’è l’“ecosofia”?
Si tratta di una parola nuova, coniata
da questo che è stato anche un grande
artista del linguaggio, per esprimere la
“saggezza della Terra”, che va intesa nel
doppio senso del genitivo, soggettivo e
oggettivo: è la nostra saggezza sulla Terra
ed è la saggezza stessa della Terra, che
devo saper ascoltare e interpretare. Ma
questo esige - afferma Panikkar - ancora
una volta il superamento della ragione e
l’apertura del terzo occhio. Dobbiamo
sconfessare Descartes, il padre del
pensiero moderno, che definiva l’uomo
come «maître et possesseur de la nature»,
«padrone e possessore della natura». Noi
dovremmo esserne, invece, i fratelli - dice
Panikkar, attingendo all’insegnamento
dei mistici di ogni tempo e in particolare
al Cantico delle Creature di Francesco
d’Assisi - e prenderla per mano.
Torniamo all’armonia con la Terra -
invoca il grande maestro - torniamo a un
atteggiamento capace di trasformare le
cose accettandole, e di conoscerle senza
far loro violenza.
La Terra non ha una razionalità come
quella degli uomini, non ha una vitalità
simile a quella degli animali e delle
piante, ma la terra è viva, invecchia,
si riproduce, ricorda, ha ripetutamente
affermato Panikkar.
Intercultura, intracultura, dialogo
Sembra quasi di sentire le voci degli
indios d’America e dell’Himalaya, o dei
Masai Mara, e dei popoli tradizionali che
hanno conservato una profonda empatia
con la natura. Non si tratta di naturalismo
romantico, nostalgico e antistorico, bensì
della profonda consapevolezza che nella
complessità del mondo postmoderno
nessuna cultura possiede tutta intera la
verità e le soluzioni per rispondere alle
grandi sfide dell’oggi. Ci sarebbe bisogno
- diceva Panikkar - di una tavola rotonda
planetaria, dove tutti i popoli si ritrovino e
comincino a parlarsi per decidere insieme
il destino comune. Non a caso, Raimon
Panikkar è stato l’ideatore, insieme con
Ivan Illich, e poi il massimo interprete,
dell’intercultura, di quel dialogo cioè tra le
culture (e le religioni) che, sulle rovine del
multiculturalismo, rimane la sola possibilità
di favorire lo sviluppo dei popoli e di opporsi
alla dittatura della globalizzazione liberista,
quella ispirata dalla “specie di Davos” come
la chiama Susan George, che brandendo
come una gigantesca clava il pensiero
unico tecno-scientifico dell’Occidente, sta
portando al genocidio culturale di intere
popolazioni umane, animali e vegetali.
La Terra: nostro corpo, nostro sé
Bisogna fare pace con la Terra - sostiene
il filosofo indospagnolo - perché nessun
tentativo di ripristino ecologico del mondo
riuscirà finché non arriveremo a considerare
la Terra come nostro corpo e il corpo come
il nostro sé. Ma “nostro” non va inteso come
possesso, perché né la Terra né il corpo né il
sé si identificano con il mio ego.
Il problema ecologico, insomma, è
strettamente teologico e politico, e viceversa;
e uno dei nostri doveri più importanti è di
stringere un patto di alleanza con la Terra,
che non è un oggetto né di conoscenza
né di cupidigia. Ed è precisamente per
questo motivo che Panikkar considerava
la scissione dell’atomo un “aborto
cosmico”. Perché con la scissione atomica
noi uccidiamo e tiriamo fuori dal ventre
della materia quelle particelle di energia
supplementare di cui in verità non avremmo
bisogno. Attenzione però a non fraintendere
il pensiero del mistico indospagnolo. In
lui non c’è alcuno sguardo idilliaco o
idealistico di totale passività, e neppure una
idea statica della vita come se non fossero
necessari i metabolismi positivi e negativi.
La catena dell’essere è qualcosa di vivente,
vi è scambio e vi è morte. L’animale non
uccide, mangia. Ma vi è anche risurrezione.
La pace con la Terra, insomma, esclude
la sua sottomissione, e richiede invece
collaborazione e nuova consapevolezza.
Quello appunto che Panikkar chiama
“ecosofia”, che implica il recupero
dell’animismo,
che
è
recupero
dell’esperienza della vita in continuità con
la natura.
Essere in armonia con l’intero universo
Ogni cosa è vivente. Tutto ciò che è
temporale è vivente per il semplice fatto
di essere temporale. Il tempo non è solo
e neppure primariamente un parametro
quantitativo o scientifico, è la vita stessa
dell’universo. Dove la vita individuale è
simbiosi di ciascuna entità con l’Albero
della Vita. In ogni frammento si racchiude
una scintilla di libertà e di vita, come sembra
stiano ipotizzando anche gli scienziati
contemporanei, che non considerano più
la materia come un puro ammasso inerte.
Il senso dell’esistenza consiste, allora, nel
partecipare il più pienamente possibile alla
vita dell’universo, per renderla più bella, più
giusta, più armoniosa. E questo è anche il
senso profondo - annotava Panikkar nel
suo libro sulla “politica” - di un’autentica
politica, che non può essere che l’arte
dell’impossibile, e cioè della liberazione
integrale della vita. Il grande mistico ne
era così convinto che l’ha voluto ricordare
anche nell’esergo del suo ultimo libro
“The Rhythm of the Being”, che suona:
«Possano le mie parole essere in armonia
con l’intero Universo, contribuire alla sua
Giustizia, accrescere la sua Bellezza, ed
essere pronunciate in Libertà così che la
Pace possa diventare più vicina al nostro
Mondo. Amen».
Verso la Trinità radicale: Dio, uomo,
cosmo
Di più. L’empatia tra uomo e cosmo, che
costituisce la tramatura dell’“ecosofia”,
esprime e rivela la più generale armonia che
lega Dio mondo e cosmo in una relazione
costitutiva e irriducibile, che Panikkar ha
chiamato “Trinità Radicale”.
Non c’è un Dio separato, signore e
dominatore del mondo, come non c’è un
cosmo puro oggetto passivo e inerte che
possa vivere per sé, e non c’è un uomo
che possa vivere senza un Dio sopra di
lui e un cosmo intorno e sotto di lui. Ma,
ed è la nuova spiritualità che va nascendo
in questo nostro tempo che il filosofo
definisce post-storico, Dio, uomo e cosmo
vivono e respirano insieme. Panikkar conia
a riguardo il termine “ontonomia”, per dire
questa relazione costitutiva e irriducibile
delle tre “parti” della medesima e indivisa
realtà.
Ma l’“ecosofia”, intesa come alternativa
antropologica e politica alla catastrofe di
proporzioni storiche a cui stiamo andando
incontro, esige un radicale cambiamento del
mito dominante della scienza e la revisione
altrettanto radicale della tecnoscienza, che
stanno cosificando l’uomo e il mondo.
Raffaele Luise, vaticanista, giornale
radio Rai /Da Madrugada, n.83, sett.2011
testo intero su www.macondo.it/wp-content/
uploads/Madrugada-83.pdf
Orizzonti aperti
Pag. 7
Al cuore della fede - 13
Secondo la Caritas in veritate di Benedetto XVI
La carità a servizio dello sviluppo
Oltre al suo importante legame con l’intera dottrina sociale
della Chiesa, la Populorum progressio è strettamente connessa
con il magistero complessivo di
Paolo VI e, in particolare, con il
suo magistero sociale. Il suo fu
certo un insegnamento sociale
di grande rilevanza: egli ribadì
l’imprescindibile importanza del
Vangelo per la costruzione della società secondo libertà e giustizia, nella prospettiva ideale
e storica di una civiltà animata
dall’amore. Paolo VI comprese
chiaramente come la questione
sociale fosse diventata mondiale e colse il richiamo recipro-
co tra la spinta all’unificazione
dell’umanità e l’ideale cristiano
di un’unica famiglia dei popoli,
solidale nella comune fraternità.
Indicò nello sviluppo, umanamente e cristianamente inteso,
il cuore del messaggio sociale
cristiano e propose la carità cristiana come principale forza a
servizio dello sviluppo. Mosso
dal desiderio di rendere l’amore di Cristo pienamente visibile
all’uomo contemporaneo, Paolo
VI affrontò con fermezza importanti questioni etiche, senza cedere alle debolezze culturali del
suo tempo..
Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 13
Bianco/Nero
La ricetta per un vero sviluppo
di Piero Gheddo
Per Gheddo, Cristo è davvero l’unico
salvatore del mondo, senza tentennamenti
o mezze misure. Il fatto che venga espressa
da un missionario fa assumere a questa
certezza un valore particolare, perché è cosa
oltremodo significativa che un uomo che
ha toccato con mano le miserie e i dolori
del mondo sia profondamente convinto
che soltanto il Vangelo potrà garantire
all’umanità un futuro migliore. Senza Cristo
non si va da nessuna parte. Ma per fortuna
Cristo c’è, e allora acquistano senso e valore
parole come “sviluppo” e “felicità”: lungi
dall’essere un ostacolo sulla via della libertà e
della liberazione (come, purtroppo, pensano
ancora alcuni irriducibili cristianofobi), il
Vangelo può diventare il motore di uno
sviluppo autenticamente umano, come la
Chiesa non si stanca di proclamare e di
testimoniare. Avvenire, 20.12.12
Turismo, estetica e spiritualità
Il Duomo di Capri
Benché la meraviglia della natura volga il
pensiero all’artefice, Capri è nota più per la
mondanità che per la spiritualità. Tuttavia
proprio sulla celebre piazzetta Umberto I,
nell’immaginario comune ritrovo del jetset internazionale, ma più prosaicamente
groviglio di torme turistiche giornaliere, si
affaccia la candida, serena, barocca facciata del Duomo, con le statue di S. Stefano
Protomartire, titolare della chiesa, e di S.
Costanzo, patrono dell’isola: invito all’incontro e all’ascolto, interiorità che si fa
strada nel consumismo vacanziero, porta
dell’anima di una comunità cristiana che lì
ha vissuto e tuttora celebra i momenti più
alti del suo cammino incontro a Dio, fonte
e culmine (SC 10) della vita di fede.
Costruito negli anni 1688-1697 in luogo
di una chiesa preesistente e consacrato nel
1723 dal vescovo Michele Gallo Vandeneynde, il Duomo presenta un armonioso interno a croce latina, tre navate - di
cui la centrale con volta a botte -, cupola
all’incrocio col transetto, cappelle laterali,
un prezioso altar maggiore in marmi policromi sovrastato, dietro, da un elegante
organo degli inizi del ‘900. La luce filtra
da vetrate moderne, risalenti circa al 1970,
tra cui notiamo il Risorto nella facciata, la
conversione di S. Paolo nel transetto
destro, Gesù e la Samaritana in quello sinistro.
Risalendo la navata destra, incontriamo le cappelle: di S. Michele, con
pala d’altare di Paolo De Matteis,
discepolo di Luca Giordano, raffigurante S. Michele che calpesta Satana; dell’Immacolata; del Carmine,
con pala ancora del De Matteis raffigurante la Vergine col Bambino, la
stella sulla spalla e, in mano, lo scapolare
carmelitano; del Cuore di Gesù con seicentesco busto ligneo policromo del Salvatore e antichi reliquiari, tra cui una croce in lamina d’argento con reliquia della
Santa Croce, proveniente dalla soppressa
Certosa caprese di S. Giacomo. Il transetto destro presenta il quadro di S. Stefano,
nonché un S. Andrea Apostolo opera di
Nicola Malinconico e, in una nicchia, il
busto di S. Stefano: sguardo estatico, dalmatica, pietre della lapidazione e libro con
la scritta “Ecce video caelos apertos” (Atti
7, 56).
Nell’abside destra c’è la Cappella del
Crocifisso, illustrata da un crocifisso ligneo
del 1691 appoggiato su tela con le figure di
Maria, di Giovanni e della Maddalena. Ai
lati, i monumenti funebri, realizzati nel primo ‘600 da Michelangelo Naccherino, di
Giacomo Arcucci, ministro di Giovanna I
d’Angiò, fondatore della Certosa di Capri
e pertanto rappresentato col modellino di
una chiesa, e del suo discendente Giovan
Vincenzo, morto nel 1610; inoltre, la lapide della Venerabile Madre Serafina di Dio,
morta in odore di santità il 17 marzo 1699,
carmelitana e fondatrice di monasteri, tra
cui quello di S. Michele ad Anacapri.
Davanti al presbiterio le lapidi marmoree
pavimentali ricordano alcuni vescovi di
Capri, minuscola diocesi comprendente la
sola isola, istituita nel 987 come suffraganea di Amalfi, soppressa e unita a Sorrento
nel 1800; notiamo quel vescovo del ‘700
che volle definirsi “minimus episcoporum,
maximus peccatorum”.
L’abside sinistra ospita la Cappella della
Madonna del Rosario, con pala di Nicola
Malinconico e i consueti quindici quadretti dei misteri; il pavimento proviene dalla
villa romana di Tragara.
Nel transetto sinistro troviamo l’altare
del santo vescovo Costanzo, identificato
col patriarca Costantino I di Costantinopoli che, sulla via del ritorno alla propria
sede, sarebbe sbarcato a Capri a causa di
una tempesta e qui nel 677 avrebbe concluso i suoi giorni; il quadro lo presenta
in abiti episcopali, alto sulle nubi, nell’atto di proteggere Capri da un’incursione
saracena. Le cappelle della navata destra
sono dedicate a: S. Giuseppe, con una
bella Fuga in Egitto di anonimo del ‘600;
S.Nicola; Madonna della Libera, con pala
cinquecentesca miracolosamente scampata, secondo la tradizione, agli oltraggi dei
pirati. Una cappella ospita il battistero.
Preziosi oggetti liturgici, paramenti e
reliquiari sono ancora custoditi nel deambulatorio e nella sacrestia; fra di essi, il busto argenteo di S. Costanzo, del 1715, che
viene solennemente portato in processione
ogni anno il 14 maggio.
Franco Betteto
Marzo 2012
NOTE DI LETTURA
Informazione e cultura anche via web
di Andrea Balbo
Invece di un libro, questa volta segnalo due siti internet molto interessanti che permettono di recuperare
informazioni molto significative
di tipo pastorale e culturale. Il primo è www.chiesa.espressonline.it
(http://
chiesa.
espress o .
r e p u bblica.
it/), gestito
da un
eccell e n te ed
equilibrato
vaticanista,
Sandro Magister, che gestisce una
mailing list nella quale vengono
inoltrate senza alcun onere le notizie che compaiono sul sito. Le
informazioni, presenti in 4 lingue
(italiano, inglese, francese e spagnolo), sono comunicate in stile
giornalistico, ma, a differenza di
molte altre “centrali di diffusione”,
si fanno apprezzare per la ricchezza
e la documentazione e permettono
di restare aggiornati anche sul panorama dell’evoluzione della Chiesa cattolica (e non solo) nel mondo.
All’interno del sito, opera il blog
“Settimo cielo”, che offre notizie
di respiro più ridotto, ma comunque
molto interessanti.
Il secondo sito che suggerisco è
quello gestito dall’UCCR, Unione
Cristiani Cattolici Razionali (http://
www.uccronline.it/), nato per contrastare le informazioni diffuse
dall’ associazione atea e agnostica
UAAR, ma poi cresciuto notevolmente e divenuto una fonte di informazione molto ricca su problemi
come il rapporto tra fede, scienza
e storia, il problema dell’ateismo,
le questioni di bioetica. I contenuti sono attendibili e danno origine
spesso a scambi di interventi su
blog anche molto duri, ma capaci
di presentare i problemi discussi
sotto profili comunque interessanti.
L’intento apologetico è innegabile e
mira a dimostrare come l’elemento
razionale debba essere chiaramente
presente anche nel cattolicesimo;
ciò risulta particolarmente prezioso in un contesto come quello
contemporaneo in cui le accuse di
irrazionalismo rivolte alle religioni
si moltiplicano. Il sito conta molti
collaboratori e riproduce documenti e notizie provenienti da tutto il
mondo cattolico.
Andrea Balbo
Pag. 8
Cose dell’altro mondo
Brasile - Abataetetuba
Un amico mi chiese...
… In risposta a um amico che mi scrisse
e-mail: “Dove ti trovi, cosa fai, com’è la tua
giornata? Socializza!”.
Mi trovo nella città di Abaetetuba,
Stato del Parà, Amazzonia/Brasile, a
circa 60km dalla più nota città di Belèm
(sede del Foro Sociale Mondiale 2009).
Abaetetuba ha 90 mila abitanti (Belém ne
ha 2 milioni); ha un volto pacato: scuole,
chiese e minicommercio, invasione di
biciclette e motociclette; ma è nella rotta
della droga, via terra e via mare, quindi
l’indice di violenza è altissimo, con morti
tutte le settimane. Le vittime sono per lo più
giovani. Secondo l’ultimo sondaggio, che
spero sia gonfiato, ad Abaetetuba si drogano
70% degli adolescenti! Per comprare la
roba le ragazze si prostituiscono; i giovani
rubano, anche nelle chiese.
Non vorrei essere frainteso, ma ho
l’impressione che ai tropici la vita valga
poco e la sessualità sia senza freni. Tre
vescovi di qui, Erwin Krautler, José Luiz
Ascona e Flavio Giovenale, che hanno
denunciato droga e prostituzione, sono
minacciati di morte.
La città di Abaetetuba offre ai giovani
pochissime opportunità di lavoro; la
scuola stessa è precaria e le università sono
concentrate a Belèm raggiungibile in due
ore coi mezzi pubblici, bus e barca.
La regione di Abaetetuba, che comprende
72 isole, è considerata la capitale dell’açaí
(prodotto palmifero, un concentrato di
vitamine) che aiuta a risolvere problemi di
denutrizione e malnutrizione. Non mancano
frutta e pesce. I più poveri vivono della pesca
dei gamberi. Qui c’è il minifondo, quindi
non ci sarebbero conflitti di terra, che invece
impestano il resto dello Stato del Parà. Ma in
Brasile stanno dilagando le monoculture per
l’agro-business dell’etanolo, protagonista
la canna da zucchero. C’è il programma
di piantare qui la monocultura del dendé,
perciò imprese e latifondisti stanno
comprando i minifondi. I piccoli proprietari,
o per necessità immediata o per imbroglio,
stanno (s)vendendo i loro terreni e migrano
in città. Sul fenomeno abbiamo “gridato”
e ci sono timide iniziative di resistenza. Il
grido è la “voce dei senzavoce”. La Chiesa,
17 anni fa, ha lanciato il grido degli esclusi,
Grito dos excluidos. Da allora, ogni 7
settembre, giorno dell’Indipendenza del
Brasile, il popolo marcia e rivendica i suoi
diritti. Quest’anno ho contribuito con un
pupazzo alto 5m.: Mister Lixo. C’era anche
un crocifisso col cappello di campesino,
chiedendo giustizia, contro l’impunità. …
Io sono qui dal 10 di Maggio, a sostituire
due padri malati della parrocchia Nossa
Senhora do Perpétuo Socorro. E Domenica
scorsa (11.09.2011) ho ricevuto l’investitura
come parroco. Io speriamo che me la cavo,
perché finora ho lavorato prevalentemente
“free”.
La pastorale di qui è differente. Belèm
ha montato il “cirio de Nazaré”, una
manifestazione religiosa record nel mondo,
che riunisce centinaia di migliaia di devoti.
Oggi ogni parrocchia e comunità vuol fare
il suo “cirio” con festa patronale e sagra.
Arnaldo DeVidi, Abaetetuba, Brasile, 08/2011
Cronaca bianca
Marzo 2012
Secondo un dossier di Caritas/Migrantes
Da dove vengono e dove vanno i soldi dei migranti
“Verso l’Asia 440 miliardi di dollari da tutto il mondo, una cifra in crescita nonostante la crisi”
L’ammontare delle rimesse dei lavoratori migranti supera gli aiuti ufficiali allo
sviluppo elargiti dalle istituzioni internazionali nell’ambito dei programmi di
cooperazione. A metterlo in evidenza è il
dossier Caritas/Migrantes presentato nel
corso di un convegno organizzato a Manila, nelle Filippine.
Nelle aree in via di sviluppo nel corso
del 2010 sono arrivati 325 miliardi di dollari inviati da cittadini espatriati, una cifra
pari al 10 per cento del Pil. I trasferimenti
internazionali di denaro sono tornati a crescere dopo una flessione nel 2009, confermando come essi tendano “a rafforzarsi
nelle fasi di recessione”.
L’Asia è il continente verso cui si indirizza la maggior parte dei flussi mondiali (440
miliardi di dollari). L’India e la Cina, con
circa 50 miliardi di dollari ognuna, sono i
paesi che beneficiano dei maggiori introiti.
Nelle Filippine (quarto posto assoluto) arrivano 21,3 miliardi di dollari. Particolare
rilevanza, se raffrontati con i rispettivi Pil,
hanno i flussi monetari che giungono in
Tagikistan (35,1 per cento del pil), Nepal
(22,9 per cento) e Libano (22,4 per cento).
Come avviene anche negli altri paesi
dell’Unione europea, le rimesse inviate
dall’Italia sono in calo: nel 2010 è stata
pari a 6,6 miliardi di euro, con una flessione del 5,4 per cento rispetto all’anno
precedente: un aspetto – viene spiegato
– dovuto, più che alle dinamiche legate
alla congiuntura economica, alla normativa che tra il 2009 ed il 2010 si è più volte
modificata abbassando il limite di invio
fino ai duemila euro.
Nel corso dell’ultimo anno, l’Asia è il
continente che più ha beneficiato delle
rimesse originate dall’Italia (con 3 miliardi di euro, 47,4 per cento di tutti i flussi),
seguono i paesi europei (27,4 per cento),
l’Africa (12,5 per cento) e le Americhe
(11,6 per cento). Tra tutti i paesi, la Cina
è quello a cui viene inviato il maggior volume di rimesse con 1,7 miliardi di euro,
seguito da Romania (800 milioni di euro),
Filippine (712 milioni di euro) e Marocco
(251 milioni di euro). Di rilievo anche i
flussi inviati in Bangladesh (193 milioni),
India (132 milioni), Sri Lanka e Pakistan
(75 milioni cadauna).
Il livello procapite sale molto nel caso
dei cinesi che inviano in patria poco più
di novemila euro a testa, dei filippini con
7.760 euro e dei senegalesi e bangladesi
(rispettivamente 3.100 e 2.600 euro).
La precarietà della vita liquida
La vita “liquida” è una successione ininterrotta di nuovi inizi ed è proprio per
questo che le fini rapide e indolore
(senza cui quei nuovi inizi sarebbero impensabili) tendono a rappresentare i momenti di massima sfida,
i più insopportabili. Uno scotto da
pagare in una società che non può mai star
ferma e che, sospinta dall’orrore della scadenza, deve modernizzarsi. O soccombere.
Ciò che occorre fare è correre con tutte le
proprie forze per restare nella stessa posizione. La vera posta in gioco è la propria
salvezza (temporanea) dall’esclusione.
Con il suo timbro inconfondibile, l’acuta analisi sociologica, Baumann apre una
nuova finestra sull’oggi per scandagliare
minacce e opportunità.
La vita “liquida” è precaria, vissuta in
condizioni di continua incertezza, con la
paura di essere colti alla sprovvista, rimanere indietro, dimenticare le “date di scadenza”, perdere il momento della svolta e
superare il punto di non ritorno. Ciò che
conta è la velocità. Non la durata.
da intervista a Z. Bauman, La Stampa, 27.8.2011
Suor Eugenia Bonetti
Per casa l’altra metà del mondo
Suor Eugenia, 69 anni, milanese di queste “schiave” sempre più giovani trovato un lavoro, o
Bubbiano, missionaria della Consola- ed è diventata la voce di donne che hanno scelto di tornata, è vissuta per ventiquattro anni in sono “usate” e “gettate” come spazza- re in patria. Grazie al
Kenia; rientrata in Italia, ha scoperto tura. Coordina l’Ufficio “Tratta delle lavoro instancabile di
che la sua Africa era arrivata nel no- donne e minori” dell’Usmi, al quale suor Eugenia le “rastro Paese. E’ il mondo della notte fanno capo 250 religiose, appartenenti gazze della notte” riscoprono di avere
dove più di trentamila ragazze “la- a 75 congregazioni. Nelle case e nei un nome, un volto, una voce e ritornavorano” sulle strade per soddisfare le conventi di suor Eugenia sono passa- no ad essere persone con una dignità e
richieste di milioni di clienti tra i 18 te 5000 ragazze e otto su dieci hanno un futuro.
Simona Bruera
e i 65-70 anni, di
Finestra per il Medio Oriente
ogni ceto e condizione sociale.
Negli ultimi 30
Le lettere di Don Andrea Santoro /27 - Sulla scia di Abramo
anni più di trenta
alle cose, alla terra, ai nostri idoli, a noi stessi, ai
Qui, sulla scia di Abramo, inizia il
milioni di donne
nostri amori e interessi, fonte di ogni guerra, odio
nostro cammino. Ci sono ore tremende,
nel mondo sono
e divisione? Non è forse il perdere tutto che ci fa
in cui ti sembra di perdere tutto, in cui
state usate per
guadagnare tutto e non è forse la volontà ostinata
Dio stesso ti toglie tutto. Che fare?
l’industria
del
di possedere tutto che ci fa perdere tutto e porta alla
Ricordiamoci del nostro padre
sesso, una delle
distruzione?
Abramo. Ricordiamoci della sua “ora”.
più produttive,
Auguro a me e a voi, oggi, festa del nostro padre
che vale 32 mi- Ricordiamoci dell’”ora” in cui Gesù, Agnello di
Abramo, di confessare con la vita che amare Dio
lioni di dollari Dio salì sulla croce per essere sgozzato, vittima invale più di ogni cosa. E che amare il prossimo
l’anno.
Sono nocente per noi peccatori. Ricordiamoci dell’”ora”
è possibile solo facendo di Dio il nostro tesoro
500 mila le ra- in cui Maria, come Abramo, era lì a offrire suo
e rigettando qualunque altro tesoro, fosse anche
gazze che ogni figlio (il suo unico figlio, il figlio Santo e Amato),
un figlio “adorato” come un idolo. Quando il
anno
vengono per gli altri suoi figli, altrettanto amati, ma dispersi
cuore è puro da ogni attaccamento allora l’amore
reclutate da ban- e peccatori. La fede dei santi nell’ora della prova,
sgorga puro da esso. Quando avremo “rinnegato”
de criminali che, la fede di Abramo e di Maria nell’ora del buio,
noi stessi allora potremo vedere gli altri e amarli
attraverso l’Eu- la nostra fede nell’ora della potatura e del dolore
come noi stessi. Quando avremo lasciato tutto per
ropa, le portano più cocente, può salvare il mondo e far risalire gli
amore suo, diceva Gesù, allora avremo il centuplo
nei nostri Paesi uomini dal buio degli inferi alla luce della Vita. Il
quaggiù, la vita eterna nell’aldilà, insieme a prove e
con l’inganno e segreto di Abramo fu i1 dolore offerto per amore e
le sottopongono la prova vissuta con fiducia, obbedienza e abbando- persecuzioni. È la promessa di Gesù a Pietro che gli
diceva: noi che abbiamo lasciato tutto che avremo?
a violenze, botte no totale. Il segreto di Abramo fu il distacco totale
È la nostra stessa domanda, perché ci preme giue crudeltà. Dal per non fare neanche di suo figlio un idolo e per
stamente la felicità, la vita, il possesso della gioia,
2000 suor Euge- confessare che solo DIO È L’UNICO. Forse c’è
l’abbondanza piena di ogni bene e di ogni riccheznia si dedica a una lezione per i nostri fratelli ebrei, per i musulza. Ma la via qual è? Abramo ci indica la direzione
mani, per noi cristiani. Non è forse l’attaccamento
Perché vado in Turchia
Religione&Scuola
Pag. 9
CINEFORUM
Film per la catechesi e l’irc
FireProof
Regia di Alex Kendrick (2008)
Marzo 2012
Dal giornale degli studenti del Liceo “Porporato” di Pinerolo
La storia incredibile di Monique van der Vorst
Quando il destino ti regala una seconda occasione
Caleb Holt (Kirk Cameron) è un capitano dei
vigili del fuoco che combatte contro le fiamme negli edifici e nella sua stessa famiglia.
La storia che sto per raccontarvi ha fiarsi fino alla paralisi. E poco dopo gabilmente conseguenze positive.
Sua moglie Catherine (Erin Bethea),medico
in un ospedale,è una donna profondamente dell’incredibile e di sicuro chi non anche la gamba destra fece la stessa Infatti, quando la ragazza fu portata
frustrata e delusa dalla sua condizione matri- crede ai miracoli dovrà ricredersi fine sotto gli occhi increduli dei me- in ospedale, cominciò a sentire un
moniale. Lei lo accusa di dirigere le sue at- dopo aver letto questo articolo. È la dici che non riuscirono a spiegarsi il formicolio alle gambe e dopo un po’
tenzioni su interessi che la fanno sentire ogni storia, infatti, di Monique van der perché. Monique si ritrovò, quindi, era in piedi. Aveva finalmente ripregiorno più estranea, lui si deve accontentare Vorst, giovane atleta olandese, che in carrozzina e da quel momento so a camminare. Anche questa volta
della gratificazione che riceve dallo svolginonostante il suo handicap, è riusci- decise di seguire il suo sogno di di- i medici rimasero senza parole, limimento del suo lavoro, ma sente la moglie
ta a trovare la forza di andare avanti. ventare atleta, dedicandosi allo han- tandosi a descrivere come “miracodistante ed assente. La crisi sta per deflagrare
Dopo una lesione all’anca, Moni- dbike. Proprio con questa bicicletta lo” ciò che era appena accaduto. È
nella rottura definitiva del vincolo matrimoque,
allora tredicenne, dovette subi- particolare, ribattezzata da lei stessa possibile che il colpo ricevuto nello
niale, ma il padre di Caleb convince il figlio a
rivolgersi a Colui che solo può aiutarlo dando- re un’operazione chirurgica. Niente «culla della velocità», vinse sei titoli scontro le abbia tolto pressione dalla
gli la forza di un esame introspettivo e la spe- di anormale, quindi, senonché sotto europei e tre campionati del mondo. spina dorsale, ma nessuno sa davveranza di una salvezza coniugale e spirituale. i ferri la sua gamba sinistra cominPochi mesi prima dei Giochi di ro come sia andata in realtà. Sta di
La famiglia è indubbiamente felice. Con un
ciò a perdere sensibilità ed a gon- Pechino, Monique fu vittima di un fatto che, oggi ventisettenne, Monisalto temporale,che emarincidente in cui una macchi- que gareggia ancora, ma questa volginerà le sequenze in aperna le finì addosso proprio ta su una vera e propria bicicletta ed
tura senza alcun richiamo
mentre si stava allenando e è entrata a far parte della nazionale
successivo,un uomo svoldi John Lennon
ge la sua attività quotidiana
le spostò due vertebre, pro- olandese “normodotati”. Ed ecco,
di vigile del fuoco attivo e
vocando uno schiacciamento quindi, il lieto fine di una storia che
Immagina non ci sia il paradiso
solerte.
che la paralizzò dalla vita in sembrava ormai non avere più posQuello che potrebbe ap- prova, è facile.
giù. Nonostante ciò, Moni- sibilità di cambiamento. Una storia
parire come un prolunga- Nessun inferno sotto di
que continuò ad allenarsi du- che insegna a non abbattersi di fronmento naturale della felice noi
ramente. Infine un terzo in- te alle difficoltà e che testimonia
presentazione iniziale, conSopra solo il cielo
cidente, nel 2010: un’auto la davvero come a volte i miracoli avtrasta di fatto con una realtà
Immagina
che
la
gente
ben differente e più complessa. Tra le mura di
buttò fuori strada. L’ennesi- vengono veramente.
casa non c’è nulla di tenero e ordinariamente viva solo al presente...
ma disgrazia che ebbe inspie- Francesca 5°A/L, Onda d’urto, Dicembre 2011
intimo. Uno stato di incomunicabilità tra una
donna e un uomo legati in un matrimonio in Immagina non ci siano paesi
difficoltà regna in un’atmosfera di malessere
non è difficile da fare
esistenziale. Rabbia e chiusura dominano sui
Tu chiamale se vuoi, emozioni... Così tua non c’è. Capire tu non puoi: diceva
due coniugi barricati nelle rispettive posizioni, Niente per cui uccidere e morire
cantava il grande Lucio Battisti. Già, ancora Battisti. Ognuno di noi prova,
senza che questi vogliano o possano mostrate e nessuna religione.
perché lui sapeva bene cosa fossero le infatti, emozioni diverse nello stesso
la capacità e, forse, la volontà di recuperare Immagina che tutti
emozioni e come trasmetterle agli altri. momento e reagisce a queste ultime in
lo spazio che si va creando fra loro. La sua
Emozione può essere un tramonto tra le modo peculiare.
vivano la loro vita in pace..
attività lo porta a compiere opere di bene a
colline, una passeggiata in solitudine di Il linguaggio delle emozioni è universale
beneficio del prossimo ed a costo di elevati
mattina presto, la nascita di una nuova perché esse vengono espresse da tutti,
sacrifici,il che, però, non comporta un’astra- Puoi dire che sono un sognatore
vita, uno scambio di opinioni frivolo con in qualsiasi luogo, tempo e cultura con
zione da una condizione di dolore e di profon- ma non sono il solo
uno sconosciuto.
modalità simili. Inoltre, secondo Darwin
da angoscia per un disconoscimento delle sue Spero che ti unirai anche tu un giorno
Lui aveva ben chiaro che cosa fosse non solo gli uomini sono in grado di
virtù da parte della sua compagna di vita. Qui,
un’emozione. E noi? Noi non ci emozionarsi, ma anche gli animali.
e il mondo diventi uno
la professione di
chiediamo mai che cosa significhi Esse condiscono le nostre giornate e ci
Il cielo in una frase
vigile del fuoemozionarsi? Che cosa sia un’emozione? accompagnano sempre. Una vita senza
co è innalzata «La religione non è un esperimento Immagina un mondo senza Eppure emozione è tutto ciò che ci emozioni sarebbe vuota, piatta e spenta.
ad immagine ma un’esperienza di vita per mezzo la proprietà
circonda. Magari anche quel pescatore Anche se sembra impossibile, esiste
sconosciuto, stanco della notte e della una malattia che provoca l’incapacità di
di offerta di della quale l’uomo partecipa mi chiedo se ci riesci
vita, può regalarcene una. Se solo siamo percepire, descrivere e verbalizzare le
sè stessi per la all’avventura cosmica.»
senza necessità di avidità
capaci di coglierla.
emozioni proprie ed altrui: l’alessitimia.
salvezza degli
(Raimon Panikkar)
o fame
Emozione può essere tutto o niente. Quando un’emozione persiste nel
altri, ma non
Emozione può essere uno sguardo tempo prende il nome di sentimento.
porta con sè i riconoscimenti per le virtù La fratellanza tra gli uomini
sfuggente, un sorriso rassicurante. Quello più studiato, narrato e cantato è
esercitate. L’irrompere nel film del concet- Immagina tutta la gente
Un bacio. L’abbraccio di un’amica. l’amore. Tormentato, passionale, intenso
to del Divino avviene nella forma di valore
condividere il mondo intero…
Apprezzare ciò che la vita ci offre. E’ e profondo, ha la capacità di renderci
discriminante,come ragione posta a spiegasapersi sorprendere per un paesaggio felici o tristi in un solo istante. Addirittura
zione dell’intera storia. Alle lamentele dei
Puoi
dire
che
sono
un
sognatore
mozzafiato. E’anche, perché no, inflazionato in questo periodo…
due coniugi ed al loro graduale allontanaun’interrogazione a sorpresa. Emozione
Grazie a Te, a Voi, che mi fate
mento fanno da contraltare, per il marito, i ma non sono il solo
è
ricordare.
E’
cadere
e
rialzarsi.
Cogliere
emozionare
per il solo fatto di esistere.
moniti di un collega di lavoro e del padre,il Spero che ti unirai anche tu un giorno
Beatrice Roux 5Cg
l’attimo
fuggente,
quello
giusto.
Un
quale lo spinge a riporre la propria fiducia e che il mondo diventi uno.
Onda d’urto, Dicembre 2011
esame
andato
bene.
Ma
anche
uno
in Dio e a seguire una serie di consigli quoandato male. Emozione
tidiani scanditi in 40 giorni. Caleb, dapprima
è avere paura, sentire il
titubante,accetta la sfida dell’amore ed intrabatticuore. Un amico
prende un cammino che potrebbe condurlo a
perso ed uno ritrovato.
salvare il cuore della moglie ed il matrimonio.
Emozione è vivere,
L’aspetto di un approccio alla fiducia riposta
crescere. E’ sapersi
in Dio,un anelito al Divino ed il porre in Lui
emozionare. Emozione
le proprie miserie ed angosce è meritevole di
siamo noi.
stima ed attenzione.
Qualcosa che è dentro
Walter Gambarotto
me, ma nella mente
Imagine
Chiamale se vuoi, emozioni
In diocesi
Pag. 10
Marzo 2012
Temi per riflettere in un’assemblea diocesana - 6
La prima generazione incredula
Non si pone contro Dio o contro la Chiesa di Gesù, ma sta imparando a vivere senza Dio e la Chiesa
L’attuale generazione di giovani
fatica a sillabare con l’alfabeto
cristiano il suo bisogno di senso
e di sacro e a sintonizzarsi sulla
parola di Gesù per rispondere a
quella domanda che ogni uomo è a
se stesso, che fatica a riconoscere
nella prassi liturgica il luogo
dove si impara a conoscere il Dio
dell’amore e l’amore di Dio.
Una generazione che non si pone
contro Dio o contro la Chiesa di
Gesù, ma che sta imparando a vivere
– e a vivere anche la sua
religiosità – senza il Dio e la
Chiesa di Gesù. E questo non
perché si sia esplicitamente
collocata contro Dio e
contro la Chiesa, ma molto
più elementarmente perché
nessuno ha testimoniato a
essa la convenienza della
fede, la forza della parola
del Vangelo di illuminare
le soglie e le domande
della vita, la bellezza di una
fraternità nella comune sequela.
La domenica senza la Messa
A prima vista un tale rapporto
sembra
segnato
da
alcune
paradossali contraddizioni. I nostri
ventenni e trentenni, infatti, da
una parte si tengono sempre più a
distanza dalle pratiche di preghiera
e di formazione proposte dalla
Chiesa, ma dall’altra esprimono
un generale apprezzamento per il
valore dell’esperienza religiosa;
da una parte si riconoscono vicini
a molte delle posizioni assunte
dal Santo Padre e dai Vescovi in
relazione alla difesa della tradizione
cristiana della cultura occidentale e
dei suoi segni pubblici, dall’altra
però manifestano un incredibile
Musica e spiritualità
Walter Gatti e il nuovo organo di Madonna di Fatima: “Soli Deo Gratia”
di Joram Gabbio
Continuiamo il dialogo con il maestro W. Gatti:
“Da alcuni mesi nella chiesa di Madonna di Fatima è in funzione il
nuovo organo. Se è indiscusso il suo
valore artistico si potrebbe obiettare
qualche perplessità sul suo effettivo
impiego liturgico. Cosa ne pensi?”
Per rispondere a questa domanda mi
rifaccio al discorso tenuto la sera del 2
dicembre 2011 per l’inaugurazione ufficiale da Don Paolo Bianciotto, Parroco della Chiesa di Madonna di Fatima,
e da Silvio Sorrentino, l’ingegnere che
ne ha seguito il cammino dalla progettazione al collaudo; essi si sono espressi con grande chiarezza su tre concetti
che mi trovano pienamente d’accordo
e che faccio miei, sintetizzandoli al
massimo: “Soli Deo Gloria”.
Il primo punto, fondamentale per un
credente, è la Gloria di Dio. Quando
si fa qualcosa per Dio si deve dare il
meglio! Quanto di meglio possa essere
uno strumento come quello presente a
Madonna di Fatima è difficile immaginare.
Il secondo, è il concetto della bellezza che rende migliori gli uomini,
elevandoli da una vita purtroppo quasi
sempre basata sul calcolo e sulla sopravvivenza. La bellezza va condivisa
e uno strumento bello - non solo esteticamente, ma per le sue possibilità
sonore, legate alla qualità dei materiali
con i quali è costruito - è per tutti: per
la comunità che lo ha voluto, per il
passante occasionale, che entrando per
trovare un momento di meditazione
può ascoltarne il suono maestoso ma
anche intimo e per le generazioni che
verranno.
Il terzo che è un dovere civico, soprattutto in tempi come quelli che viviamo: testimoniare la cultura come
chiave per uscire da un abbruttimento
ed un appiattimento che ha reso banale la vita del nostro Paese; sappiamo
quanto la cultura sia sottovalutata, soprattutto in Italia che dovrebbe invece
esserne la patria indiscussa. Un gesto
di grande coraggio come l’edificazione di questo strumento, alla luce di
quest’ultima considerazione, andrebbe
rispettato a prescindere da tutte le considerazioni.
L’organo della chiesa di Madonna di
Fatima racchiude in sé la celebrazione
della Gloria di Dio, la bellezza condivisa e la testimonianza che una comunità rende pensando anche a chi viene
accolto, che sia in occasione di una
liturgia o di un concerto. Con grande
generosità e lungimiranza la comunità parrocchiale di Madonna di Fatima
offre tutto ciò ai presenti ed alle generazioni che verranno.
Joram Gabbio
analfabetismo biblico. Ancora
qualche altro paradosso che viene
dal mondo di internet: quasi
nessuno ama parlare di fede nella
rete e spesso, nei profili con cui
descrivono loro stessi, i giovani
si dichiarano agnostici (qualcuno
anche ateo), eppure aumentano nella
galassia del web i siti dove “lasciare
una preghiera”, “accendere una
candela”, “trascorrere momenti di
pace”.
Ma il dato più rilevante è forse
il fatto che moltissimi
giovani, pur essendosi
avvalsi dell’insegnamento
della religione a scuola e
pur provenendo da ambienti
vitali di larga ispirazione
cattolica, disertano con
grande
disinvoltura
l’appuntamento
settimanale con il Signore
Gesù: la Messa della
domenica, e non sembrano
per nulla interessati a
cammini di approfondimento della
fede cristiana. Sono sempre più rari
i cosiddetti “gruppi giovani”.
I genitori dei nostri ventenni
e trentenni, d’altro canto, sono
proprio coloro che hanno respirato a
pieni polmoni l’aria di cambiamento
del ’68 e le allora imperanti istanze
di rifiuto della tradizione culturale
e religiosa dell’Occidente. Questi
genitori, da parte loro, con il
tempo hanno rallentato la pratica di
preghiera e il legame di fede e, pur
non impedendo che i figli andassero
a catechismo o scegliessero
l’insegnamento della religione
cattolica a scuola, a casa non hanno
testimoniato alcuna fiducia nel
Segue a pag.11
Poesie
Oltre i tetti
di Pasqualino Ricossa
Danza di nuvole,
di gialli, di rosa.
Di fuoco incendia
il sole, il tramonto.
Vesti vaporose
orlate di argento
di angelici cori,
scendon soavi
con la brezza serotina,
sull’affannosa terra
di assordati uomini
disusi a sollevar
lo sguardo oltre i tetti.
Pasqualino Ricossa
Passinpiazza
Elogio della scrittura
Il numero di dicembre diffondeva in ultima
pagina il regolamento del concorso letterario
della Banca del Tempo di Pinerolo. Da che
cosa è nata, e da che cosa muove in genere,
l’idea di un concorso letterario?
Al di là del titolo o della situazione contingente che ne ha creato l’opportunità, questo
concorso muove dall’esigenza di dar voce a
tutte quelle persone che usano il testo scritto
non solo come testimonianza, ma come bisogno di scrivere per coscientizzare, per confrontarsi con se stessi, con le proprie esperienze , con le proprie emozioni, con le proprie
relazioni, col proprio rapporto con gli altri,
con il mondo. Per far in modo che ciò che
ci sta dentro venga esteriorizzato, sicuri che la
pagina non ci tradirà, starà lì muta testimone,
ma capace di essere presente ogni volta che
se ne sente il bisogno, portandone il peso, che
non grava così solo più su di noi, lasciandosi
correggere e permettendoci di modificare insieme ad essa anche i nostri atteggiamenti e le
nostre convinzioni.
Scrive a questo proposito Silvia Bonino ( Professore onorario di psicologia dello sviluppo,
Dipartimento di psicologia, Università di Torino): “I nessi tra scrittura ed emozioni non
sono immediatamente evidenti … la parola
scritta costituisce uno strumento fondamentale per esprimere le emozioni e per acquisire
consapevolezza su di noi e su ciò che stiamo
vivendo. Fermarsi a mettere “nero su bianco”,
anche solo per noi stessi, ciò che stiamo vivendo e le vicende che ci toccano emotivamente, è uno strumento non solo utile, ma in
molti casi indispensabile, per acquisire consapevolezza su di noi e le nostre emozioni…
Per queste ragioni la parola è stata definita da
tempo il microcosmo della coscienza… Per
questo oggi si ritiene che l’incapacità di saper
esprimere i propri vissuti in parola, soprattutto scritta, costituisca un grave limite per lo
sviluppo emotivo e della consapevolezza di
sé, che ingabbia le persone in un’emotività
incontrollata e pericolosa. Ciò significa che
un ragazzo che esce dalla scuola senza saper
scrivere non solo ha dei limiti cognitivi, ma
anche emotivi e sociali”.
Gli studi più recenti sulla narrazione hanno
ulteriormente ampliato l’analisi, approfondendo il ruolo svolto dal ricorso alla parola
scritta tutte le volte che un evento viene a
spezzare la normalità della nostra esistenza.
Di conseguenza, scrivere viene considerato
uno strumento importantissimo nelle condizioni di lutto o malattia, e più in generale
in tutti i momenti critici della vita, al fine di
trovare un ordine nella propria esperienza,
dare senso a ciò che ci sta succedendo, comunicare con gli altri. La scrittura infatti obbliga a tradurre un vissuto caotico in qualcosa
di ordinato e comunicabile, aiutandoci così a
uscire dalla confusione. Inoltre essa costringe
a vedere la situazione in cui siamo immersi
dall’esterno, favorendo in questo modo il distacco dal proprio egocentrico punto di vista.
Il testo scritto diventa infatti una realtà fuori
di noi, con cui confrontarci e su cui riflettere
Maria Teresa Maloberti
ulteriormente…
In diocesi
Pag. 11
il 1802 con
Nel territorio
Profili
i
materiadel comune
Parrocchie del Pinerolese – 16
li dell’antica
di Bibiana vi
chiesa di san
sono due parMarcellino e il
rocchie
che
nuovo edificio
appartengono
sorse sul sito
a due diocesi
diverse: San Marcellino in Bibiana appar- della confraternita del Nome di Gesù. La
tiene alla diocesi di Pinerolo; San Biagio in confraternita pose la sua sede nella chiesa
Famolasco (un tempo dipendente dall’ab- di Santa Maria, risalente al 1600. Nel 1716
bazia di Santa Maria di Pinerolo) è passata fu costruita la cappella di San Bartolomeo
alla diocesi di Saluzzo. La parrocchia di e nel 1789 quella della Madonna delle
Bibiana compare con certezza per la pri- Grazie, affidate sino a non tanti anni fa, a
ma volta nel 1159; nel 1386 dipende dalla un cappellano residente a San Bartolomeo.
diocesi di Torino; nel 1584 riappare come Nel 1946 il priore don Manzon elencava
dipendenza della prevostura di Vezzolano. anche le cappelle di Pellengo (Madonna
La primitiva chiesa parrocchiale, intitolata della Neve, 1730), San Vincenzo Ferreri
a San Marcellino vescovo di Embrun, sita (1745), Madonna dei Sette Dolori (1747),
sul luogo dell’attuale cimitero, nel tempo San Lazzaro e Sebastiano (1752), San Mivenne a trovarsi assai distante dall’abitato chele (1770), San Bernardo (1904), Sane il parroco funzionava nell’oratorio dei tuarietto (detto di Maria Immacolata,San
disciplinanti di San Bernardino, di cui si Giuseppe,Sant’Espedito) edificato tra il
ha notizia dal 1584, eretto dagli abitanti nel 1901 e il 1920. La parrocchia di Lusernetta
concentrico. Nel 1770 la sede parrocchia- fu eretta nel 1778 e l’attuale chiesa risale al
le fu trasferita nella chiesa detta del Gesù 1846. In precedenza il territorio era parte
(o anche di San Bernardino). Poiché non della parrocchia di Bibiana e un vicario di
mancavano problemi tra gli abitanti del questa esercitava le funzioni parrocchiali.
concentrico e della periferia, si pensò, ma Il vicario dapprima funzionava nella capla cosa non ebbe seguito, alla creazione di pella di San Bernardino (decorata con andue parrocchie. Nel 1779 furono stabilite tiche e pregevoli pitture e oggi conglobata
in Bibiana due vicarie; l’una per il vicario nel cimitero), poi dal 1754 si trasferirono
di San Marcellino chiamato a coadiuvare le celebrazioni in una cappella rurale deil priore, l’altra per il vicario che doveva dicata a Sant’Antonio abate (tale rimase la
occuparsi del quartiere di Lusernetta, allo- titolazione della nuova parrocchia) sita sul
ra nel comune di Bibiana. Dal 1782 s’in- luogo dell’attuale municipio. Una piccola
contrano documenti riguardanti l’erezione cappella dedicata a San Rocco sorge ancodi una nuova chiesa e casa parrocchiale. I ra oggi.
Giorgio Grietti
lavori, a detta del Caffaro, iniziarono dopo
Nel territorio di Bibiana e
di Lusernetta
La prima generazione incredula, segue da pag.10
Vangelo, nell’esperienza ecclesiale e
nella prassi della carità. Ecco il punto o,
meglio, l’anello mancante: tra i giovani
di oggi e l’esperienza di fede la cinghia
di trasmissione si è interrotta a causa
di quella testimonianza che il mondo
degli adulti ha tralasciato di offrire.
Una catechesi blanda e tiepida
L’attuale cura che la comunità
ecclesiale esprime per i giovani è molto
al di sotto di quanto sarebbe necessario.
Se nel passato l’educazione dei giovani
alla fede poteva fare affidamento a tre
punti d’appoggio, la chiesa, la famiglia
e la società, oggi non è più così. Per
questo, allora, non possiamo più
limitarci alla semplice preparazione,
celebrazione e narrazione delle GMG.
Non possiamo più limitare la frequenza
della vita parrocchiale a una catechesi
molto blanda e tiepida. Non possiamo
più
/:=887+-:=<<1[ZT
+WZ[W<WZQVW 8QVMZWTW<7
<MT! .I`! 16.7:5)<1+)<-4-.761)=..1+17+)6+-44-:1)
propriamente ritenere lo spazio
ecclesiale semplice luogo di esercizio
della fede.
Dobbiamo pensarlo, strutturarlo e
renderlo sempre di più come luogo
di generazione della fede, luogo in
cui non solo si prega ma nel quale si
impara anche a pregare, luogo nel
quale non solo si crede ma nel quale si
impara anche a credere.
Una tale società sta infatti riservando
ai giovani solo le briciole dei suoi
investimenti e delle sue attenzioni. Si
pensi alle inique distribuzioni della
spesa sociale. Questa nostra società
sta lentamente consumando il suo – e
a maggior ragione quello dei giovani
– futuro. E quando il futuro appare
più una minaccia che un orizzonte di
speranza, allora sono aperte le porte al
nichilismo.
Una Chiesa veramente attenta ai
giovani, che prende in carico la loro
incredulità e la loro situazione di
disagio, riscopre così non solo il suo
volto missionario ma assume anche una
carica profetica in grado di orientare il
cammino della città degli uomini.
Scritto da Don Armando Matteo,
il 4 gennaio 2011
w w w. s a l e s i a n i n o r d e s t . i t / i n d e x .
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&id=684:giovani-la-prima-generazioneincredula&catid=15:dimensione-educativae-culturale&Itemid=35
Marzo 2012
Educare. Da dove partire?
Dalla famiglia
Dire “educare” oppure “occorre educare” obbliga subito ad
aggiungere la domanda: “da dove partire?” All’interno del Consiglio Pastorale Diocesano questo interrogativo è rimbalzato più
volte. C’è stata una convergenza sulla risposta: “partiamo dalla
famiglia”. Il motivo è molto semplice: la famiglia è «la prima e
indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione
è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della
vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri
soggetti; insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato». È un compito impegnativo quello
di educare, perché occorre essere presenti. Se papà e mamma
non sono dentro la casa è impossibile trasmettere valori, perché
l’educazione avviene in un sincero rapporto da persona a persona, nel nostro caso, tra genitori e figli. Se in una famiglia c’è comunione di amore, essa diventa ambito ideale per una profonda
ed incisiva educazione; è come essere dentro una stanza piena
di luce: ci si orienta, si conoscono i volti e le cose, e li si chiama per nome. Educare implica fiducia, soprattutto in famiglia.
La fiducia nasce dall’amore. Ma per amare bisogna “esserci”.
Sovente gli adulti accusano i giovani di essere senza ideali, in
preda al tutto e subito, con progetti a breve termine, senza ampi
orizzonti. Ma lanciando queste accuse, gli adulti accusano se
stessi perché riconoscono il fallimento di non aver saputo comunicare un modo sapienziale di intendere la vita. È venuta
meno la “tradizione”, la consegna di una visione del mondo,
del senso del vivere; è venuta meno la trasmissione della fede.
I giovani di oggi si sono trovati soli, senza educatori - prima di
tutto senza padri e madri - di fronte alle seduzioni del neocapitalismo, quello privo di valori, al di là dell’immagine di sé, del
consumo e del successo facile.
Pier Giorgio Debernardi, vescovo
Dalla lettera pastorale 2011 “Credette lui con tutta la sua famiglia”
Dio con noi
Francesco di Sales, continuando ad istruire Filotea, la persona
della quale si era preso cura, così si esprime:
“Non ti ho ancora parlato, Filotea, del sole della vita spirituale: Il
Santissimo e Sommo Sacrificio e Sacramento della Messa”.
Da questo “sole divino” il nostro santo era talmente affascinato
da contagiare quanti avvicinava e procurava che anch’essi lo apprezzassero e santificassero così i giorni festivi, la Pasqua settimanale. E continua:
“La Santa Messa è centro della religione cristiana, mistero ineffabile che manifesta
l’abisso della carità
divina: per suo mezzo
Dio si unisce realmente a noi e ci comunica,
in modo meraviglioso,
le sue grazie e i suoi
doni”.
Queste
espressioni
così toccanti di Francesco di Sales non
dovrebbero lasciarci
indifferenti… Ci chiediamo: “Che cosa dice
oggi a noi, popolo di
Dio, la Santa Messa in
cui si rinnova il mistero pasquale, cioè la morte e risurrezione di
Cristo? E che cosa significa per noi nutrirci del suo Corpo glorioso?”.
A questo proposito il nostro santo aggiunge:
“Filotea, l’Eucaristia è realmente il Corpo e il Sangue di Cristo
che Egli ci dona, affinchè chi ne mangia viva eternamente. Essa
rinforza la salute e la vitalità dell’anima, per cui è quasi impossibile che possa morire spiritualmente”.
E’ bello e confortante per noi sapere che Cristo ha lasciato alla
sua Chiesa ricchezze inesauribili che sono sorgente di gioia e di
forza per chi vi si accosta con fede e amore.
Suore Visitandine
Monastero della Visitazione, Pinerolo
[email protected]
Pag. 12
Territorio
Marzo 2012
Quando il calcio è scuola di vita
Il ruolo dell’oratorio San Domenico (e del calcio)
nell’integrazione dei meridionali a Pinerolo
Una testimonianza di Pino Di Leone, educatore, già allenatore del Pinerolo
[...]Parliamo di calcio perché è lo
sport che attira più persone, è uno
sport di massa, è, era, facilmente
praticabile in strada, nei campetti
di periferia, e, soprattutto, quando
erano molto più presenti, negli oratori.
E per non essere troppo filosofi, mi
piace ricordare un luogo, una struttura che ha
accolto i ragazzi della fascia 6-18 anni che arrivavano dal Sud: l’Oratorio San Domenico di
Pinerolo.
“...dopo don Giraudo, è stato don Lisa a ren-
dere l’Oratorio una struttura polivalente. Tra le
altre attività si svolgeva anche il carnevale di
Pinerolo (stiamo parlando degli anni che vanno
dal 1956 al 1968). Negli anni della contestazione, all’Oratorio a don Lisa subentra don Mercol.
L’oratorio inizia a diventare un luogo di aggregazione sempre più importante, nasce pure la
scuola materna”. A essere interrogato dal sottoscritto è don Luigi, che diventa responsabile
dell’oratorio dal 1972: “rivendico, non io, ma
chi ha operato con me, un merito storico, quello
di aver spalancato le porte all’arrivo di una grande massa di ragazzi provenienti dal Sud che
hanno trovato nella nostra struttura, un luogo
dove poter andare a giocare, ma non solo, visto
che iniziavano ad esserci dei laboratori, delle
gite, dei campeggi estivi. E’ bene ricordare che
esisteva sia il campo da calcio, che era frequentato quotidianamente da circa 70 ragazzi, sia
una parte dove venivano fatte le attività (laboratori, tra cui il teatro) che era quella definita
femminile e che riusciva a coinvolgere 100 ragazze ogni giorno”. Certo mi ricordo anch’io:
oratorio femminile e maschile, quella distinzione
è esistita, solo per definizione, anche quando il
sottoscritto ha iniziato a frequentare quel luogo
magico intorno agli anni 80.
Ma torniamo alla grande immigrazione, moltissimi ragazzi abitano nel centro storico. Le case popolari di via Podgora non erano ancora state costruite. Un numero impressionante di adolescenti.
Don Gigi racconta di alcuni “personaggi” che
sono diventate leggende, non sempre facilmente
gestibili. L’oratorio come Ellis Island. Senza esagerare nei paragoni, ed è un peccato che questa
bellissima esperienza non abbia una fonte scritta.
Ma i “nativi” come hanno preso questa ondata di ragazzi meridionali, chiedo a don Gigi:
“ una gran parte si è rifugiata negli
scout, è inutile negare che qualche
famiglia del posto non era contenta della nuova situazione, ma devo
dire che il calcio ha avuto un’importanza straordinaria nell’avvicinare i
diversi contesti, le diverse radici.”
Gli anni che citava il don sono
quelli della nascita di una società
calcistica che per anni a Pinerolo è
stata connotata come una squadra
prevalentemente “sudista”, la Caffarelli. La dirigenza era formata soprattutto da dirigenti di Piazza Armerina, paese siciliano che anche
attualmente ha una forte rappresentanza a Pinerolo, il Presidente era Pippo La
Spina che aveva anche tre fratelli che giocavano nella prima squadra. «La Caffarelli, afferma
La Spina, nasce nel 1968-69 dopo che per anni
avevamo fatto il torneo di San Luigi. Nasce per
la volontà di alcuni amici, soprattutto di Piazza Armerina, di trasformare
l’esperienza del torneo in
una vera società di calcio.
Il nome Caffarelli ha una
connotazione economica,
in quanto era il mobilificio
Caffarelli a pagarci le tute e
le maglie”. Quando entro in
casa del Presidente in bella mostra ci sono le foto di
quegli anni, le vittorie della
squadra, che dalla terza categoria arriva in prima. “...
in squadra la grande maggioranza era composta da
ragazzi di famiglie immigrate. Qualche “straniero”
c’era, ma pochi”. La Caffarelli è stata per anni la se-
conda squadra di Pinerolo.
A succedere a don Gigi
all’oratorio, la “cantera”
(nome della scuola calcio
del Barcellona, che mi piace
usare come paragone un po
irriverente ma è pur giusto ricordare il gran numero di ragazzi usciti da quel campetto
e approdati anche in squadre di calcio professionistico) è l’attuale responsabile don Bruno
Marabotto, che, dopo qualche anno di “buio”,
ha restituito alla struttura la sua mansione di
luogo di aggregazione per tutti i ragazzi della
città. Non sarà un caso che ragazzi che hanno frequentato in passato l’oratorio, oggi siano
educatori professionali, insegnanti, allenatori,
o comunque ragazzi che da quella esperienza
sono stati influenzati in maniera importante.
Vabbè Prof, questa è la mia “storia”. Permettimi di ricordare un amico che non c’è più e che
ha fatto il servizio civile con me all’oratorio San
Domenico: Marco Brugiafreddo, é a lui che voglio dedicare (se mai si può fare una dedica in un
articolo, ma passamela, siamo tra amici) queste
pagine.
Pino Di Leone, educatore professionale minorile, allenatore, [email protected]
Sintesi da PineroloIndialogo, gennaio 2012
P.S. Pino Di Leone sta raccogliendo vecchie
foto ed altro materiale documentario dell’esperienza del San Domenico. Chi ha del materiale
da segnalare si metta in contatto con lui.
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È gradito un contributo
per le spese di stampa.
Si può utilizzare il
bollettino indicato
sotto. Grazie!!!
Indialogo.it, Periodico di Cultura religiosa realizzato in collaborazione con l’Ufficio Irc/sms e la Comm. per l’Ecumenismo e il dialogo della Diocesi di Pinerolo, Direttore responsabile
Antonio Denanni, Autorizzazione n. 2 del 16.06.2010 del Tribunale di Pinerolo. Redazione c/o Antonio Denanni, Via Goito 20, 10064 Pinerolo, 0121397226. [email protected],
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