Indialogo.it Periodico di cultura religiosa realizzato in collaborazione con l’Ufficio Irc/smi-sms e la Comm. per l’Ecumenismo e il dialogo della Diocesi di Pinerolo, Via Vescovado 1, Pinerolo. Dir. responsabile: Antonio Denanni Anno 3, n.2, Marzo 2012 www.in-dialogo.it Suppl. n° al n.1/2009 di “Incontri Con…” La crisi e la riscossa Di fronte alla crisi economica che stiamo vivendo sono in molti, non solo economisti, che cercano di scrutare il futuro. Qualcuno si azzarda anche a dare delle soluzioni e a proporre delle nuove linee di marcia. Così l’economista e saggista americano Jeremy Rifkin che sostiene «La Terza rivoluzione industriale è già cominciata». La crisi economica in corso dovrebbe solo convincerci ad affrettare il passo verso un nuovo modello di sviluppo, che richiede innanzitutto di abbandonare la dipendenza energetica dal petrolio («già milioni di piccoli produttori generano le loro energie rinnovabili e commerciano il surplus»), ma anche di mutare radicalmente i rapporti economici, la politica, l’ambiente, l’istruzione. Molti poi tirano in ballo le nuove generazioni, i giovani, “capaci di sognare e di guardare la realtà con occhi nuovi”, come afferma l’ex presidente della repubblica C.A. Ciampi nel suo saggio A un giovane italiano. Una storia per tutte, quella di un ragazzo tedesco, Felix Finkbeiner, che a soli 13 anni è riuscito a partecipare da protagonista al IX Forum internazionale dell’informazione per la salvaguardia della natura e a parlare nel febbraio 2011 all’Onu. Ha un progetto in testa, che ha spiegato ai suoi compagni di scuola, convincendoli: ”salvare la terra spetta a noi – dice Felix – e per cominciare dobbiamo piantare in dieci anni un trilione di alberi”. Poi ha cercato di entrare in dialogo con i coetanei di tutto il pianeta, con i quali ha già piantato 1 milione di alberi. Felix ha le idee chiare: «È ora di passare dalle parole ai fatti: noi ragazzi dobbiamo prendere il futuro nelle nostre mani!». Antonio Denanni Come i migranti stanno cambiando il mondo Da scambi e incontri i flussi creativi “I migranti nel guardare il mondo attraverso più filtri culturali, spesso individuano opportunità invisibili ad altri” Nel mondo piatto delle cartine geografiche ci sono linee nette per indicare dove comincia un paese e dove ne finisce un altro. Il mondo reale è più fluido. Gli esseri umani non hanno confini: si spostano da un luogo all’altro, girano, migrano. Basta pensare alla differenza tra la Cina e il popolo cinese. La prima è un enorme paese asiatico, l’altro una nazione sparpagliata in tutto il pianeta. Il numero dei cinesi che vivono fuori dai confini della Cina è più alto di quello dei francesi che vivono in Francia, e se ne trovano quasi ovunque. Per non parlare dei ventidue milioni di persone di origine indiana sparsi in tutti i continenti (compreso l’Antartide, dove gli indiani progettano di aprire una terza caratterizzata dai grandi flussi migratori. Ma oggi sono ancora più importanti per due motivi. Innanzitutto sono più ampi che in passato: in tutto il mondo si contano 215 milioni di migranti di prima generazione, il 40 per cento in più rispetto al 1990. Se li considerassimo come una nazione, sarebbe il quinto paese più popolato del mondo, un po’ più grande del Brasile, un po’ più piccolo dell’Indonesia. In secondo luogo, grazie ai voli a basso costo e ai nuovi mezzi di comunicazione, gli emigrati possono restare in contatto con il loro paese d’origine. Un secolo fa un migrante poteva salire a bordo di una nave, fare rotta verso l’America e non rivedere mai più amici e familiari. Oggi può mandare un sms loro potenziale, connettendo il pianeta come non è mai stato fatto prima d’ora. Nessun social network può vantare una portata così globale e offrire altrettante opportunità commerciali. Le reti di migranti presentano tre vantaggi dal punto di vista commerciale. Il primo è che accelerano il flusso d’informazioni attraverso le frontiere: un imprenditore cinese residente in Sudafrica che nota un’improvvisa domanda di vuvuzela in plastica informerà immediatamente il cugino che gestisce una fabbrica di materie plastiche in Cina. Il secondo è che queste reti stimolano la fiducia. Il proprietario della fabbrica cinese crederà a quello che gli ha detto il cugino e si muoverà in fretta, magari concludendo un affare milionario con base di ricerca nel marzo del 2012). Centinaia di comunità di migranti si sono formate nei posti più impensabili: i libanesi si sono insediati nell’Africa occidentale e in America Latina, i giapponesi in Brasile e in Perù, i mormoni un po’ dappertutto. Da millenni la storia dell’umanità è alla madre già mentre è in fila alla dogana. Può spedire soldi a casa in pochi minuti, seguire dal computer quello che succede nel suo paese, tornare a casa regolarmente o investire i suoi guadagni in una nuova impresa. Oltre a trarne vantaggio, i migranti permettono alle nuove tecnologie di esprimere tutto il una sola telefonata via Skype. Il terzo aspetto è il più importante: le migrazioni stabiliscono collegamenti utili alle persone che hanno buone idee e le spingono a collaborare, sia all’interno sia all’esterno del loro gruppo etnico. Nei paesi dove l’applicazione della Segue a pag.2 legge è incerta, In questo numero On line per gli altri www.educaonline.it Sito di EDUCA, associazione che si ripropone di rilanciare la riflessione sui temi educativi. www.chiesa.espresso.repubblica.it Notizie, analisi, documenti sulla Chiesa cattolica, a cura del vaticanista Sandro Magister www.uccronline.it, Sito dell’UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali) ricco di materiale sul rapporto tra fede, scienza e storia, il problema dell’ateismo, la bioetica, ecc. Gli abati commendatari pag. 2 I neuroni e la coscienza pag. 3 La parrocchia comunità vivente pag. 4 Ecologia o ecosofia? pag. 6 Storie per l’anima pag. 7 Dove vanno i soldi dei migranti pag. 8 La I° generazione incredula pag.10 50 anni fa (ad ottobre) iniziava il Concilio - L’opinione del teologo M.Vergottini Il seme e i frutti del Concilio Vaticano II “Io credo che la Chiesa, per usare le parole di Paolo VI, si trovi ancora nel cono di luce del Concilio” Il prossimo ottobre ricorrerà il 50° anniversario dell’inizio del Concilio (11 ottobre 1962) indetto da papa Giovanni XXIII, il 25 gennaio 1959 con l’enciclica “Humanae Salutis”. “Rileggendo l’Humanae salutis - afferma Marco Vergottini, teologo-ci imbattiamo in un testo dove vi si legge che il Concilio avrebbe cercato di contribuire alla soluzione dei problemi dell’età moderna, della fede, quindi in rapporto alla storia di oggi, affrontando anche le crisi che la cultura, la modernità viveva e vive. Tuttavia, è un testo sereno, è un testo venato di ottimismo. Questo è il dato che più sorprende: un ottimismo niente affatto ingenuo, ma accompagnato dall’invito alla Chiesa – una Chiesa che veniva dalla Guerra mondiale, dalle ideologie del Novecento – a confidare nel futuro. Certamente, il Concilio ha cambiato il linguaggio e Giovanni XXIII ha contribuito a cambiarlo. Primo, l’Humanae salutis è il primo testo nel quale viene ripresa la categoria evangelicadei“segnideitempi”, cioè quei segni che il Signore mette di fronte come stimolo per la Chiesa a ripensare il suo rapporto con la storia. Secondo, c’è un riferimento agli uomini di buona volontà, a dire cioè che il messaggio del Concilio è anche a quei fratelli e sorelle che ancora non condividono questa appartenenza al Signore. E poi c’è un cenno, anche se implicito, a quelli che sono i profeti di sventura, coloro i quali in qualche modo non scorgono altro che tenebre nel presente, mentre il Papa dice: noi amiamo riaffermare la nostra incrollabile fiducia nel Divin Salvatore del genere umano.[...] C’è un tratto che qualifica in modo diverso, rispetto a quelli passati, il Concilio così come l’ha voluto Giovanni XXIII. E’ definito un “Concilio pastorale”, cioè un Concilio che è convocato non già per reagire nei confronti di eresie, di scismi, di errori da condannare, ma un Concilio che deve trovare nuove forme per riuscire a proclamare la parola evangelica di sempre. [...] Io credo che la Chiesa, per usare delle parole di Paolo VI, si trovi ancora nel cono di luce del Concilio Vaticano II. Giovanni XXIII nell’Humanae salutis parla del seme: “Questo è un piccolo seme”. Io credo che dopo ci sia stato un albero e si tratta oggi di fare una riflessione sui frutti che il Vaticano II ha lasciato”. Marco Vergottini, esperto di Vat. II, Radio Vaticana, 29.12.2011 Supplemento d‘anima Laura Boldrini Laura Boldrini è nata a Macerata il 28 aprile 1961. Laureata in Giurisprudenza presso la Sapienza Università di Roma nel 1985, ha lavorato in Rai, sia per la televisione sia per la radio. Nel 1989 ha cominciato la sua carriera all’ONU lavorando per quattro anni alla FAO, dove si occupava della produzione video e radio. Dal 1993 al 1998 ha lavorato presso il Programma Alimentare Mondiale (WFP) come portavoce per l’Italia. Dal 1998 è Portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR) per il quale coordina anche le attività di informazione in SudEuropa. In questi anni si è in particolare occupata dei flussi di migranti e rifugiati nel Mediterraneo. Ha svolto numerose missioni in luoghi di crisi, tra cui ExJugoslavia, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Iran, Sudan, Caucaso, Angola e Ruanda. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali la Medaglia Ufficiale della Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità tra uomo segue a pag. 2 Indialogo.it Pag. 2 idolo, per Io sono il SiPennellate bibliche magari gnore, tuo Dio, pensare, (…) “Non avea distanza re altro Dio oldi qualche tre a me. “Non fabbricarti nessun idolo e non farti tempo, quando ci diventa più difficinessuna immagine di quello che è in le e meno comodo coltivare la nostra cielo, sulla terra o nelle acque sotto la fede, che altri idoli possano essergli pari. terra. (Es. 20, 1-4) E’ successo nel passato come Questo 1° comandamento non ha denunciato il profeta Elia: sembra di difficile comprensione, Acab, appena lo vide, gridò: tuttavia la dove si impone di non Sei tu la causa di tutte le difarsi immagine di Dio qualche sgrazie d’Israele! Elia rispoproblema può emergere. se: Infatti se immaginare vuol anche dire farsi un’idea di una certa realtà, - Non sono io! La causa delle disgrapensiamo ad esempio a espressioni zie d’Israele siete voi, tu e la tua famicome: “mi immagino il futuro”, “mi glia, perché avete smesso di osservare immagino un nuovo collega di lavo- i comandamenti del Signore e avete ro”, “mi immagino una vacanza” ecc. adorato gli idoli di Baal! (1 re 18, 1618) come non immaginarsi Dio? E’ possibile non farsi alcuna idea e ammesso Ester: Ora abbiamo pec(immagine) di Dio? Come è possibile cato contro di te e ci hai messi nelle pensarlo, pregarlo adorarlo, cercar- mani dei nostri nemici, per aver noi lo, se non abbiamo alcuna immagine dato gloria ai loro dei. Tu sei giusto, (idea) di lui? Di questo problema sono Signore ( Ester 4,7n). Ieri erano divinità straniere, ma oggi ben consapevoli quei teologi che affermano che Dio è Totalmente Altro altri idoli non mancano, no non gli dei (diverso) dall’immagine nella quale di altre religioni, dobbiamo pensare agli idoli della nostra società, così ben noi vorremmo ingabbiarlo. Dio è certamente superiore alle im- descritti anche dai vangeli, nel brano magini di Lui che noi ci costruiamo dove si raccontano le tentazioni di (spesso a nostro piacimento), non lo Gesù: l’idolo dell’avere, del potere, dobbiamo dimenticare mai. Altrimen- dell’apparire. Carlo Gonella ti corriamo il rischio di inseguire un Da scambi e incontri... segue da pag.1 tra cui molti mercati emergenti, è difficile fare affari con gli sconosciuti. Si preferisce trattare con persone di cui ci si fida e i contatti personali rendono tutto più facile. [...] La tendenza a sfruttare le reti informali fondate sulla fiducia e sul senso d’appartenenza non si limita alle attività oneste. Anche i criminali usano questo tipo di reti. In passato all’interno di molte comunità di migranti sono nate delle organizzazioni mafiose, e ne nascono ancora di nuove. […] I migranti cinesi e indiani hanno sempre avuto un ruolo importante nei commerci. Fino ad almeno una ventina d’anni fa, però, la Cina e l’India erano economie chiuse, e i commercianti cinesi e indiani all’estero dovevano accontentarsi di creare collegamenti tra i porti stranieri (come hanno fatto i cinesi del sudest asiatico o gli indiani in alcune zone dell’Africa). Oggi la situazione è diversa: i cinesi emigrati mettono in contatto il mondo con la Cina e viceversa, e gli indiani fanno lo stesso per l’India. […] Gli emigrati cinesi servono anche da tramite per gli stranieri che vogliono fare affari in Cina. Secondo uno studio della Harvard business school, per le aziende statunitensi con molti dipendenti sinoamericani è più facile investire in Cina senza bisogno di creare una joint venture con un’azienda locale. Mentre alcuni migranti finiscono per vivere stabilmente nel paese d’arrivo, altri studiano o lavorano all’estero solo per un periodo di tempo limitato, oppure a un certo punto si trasferiscono in un altro paese. “Non è necessario scegliere dove vivere”, sostiene Kathleen Newiand del Migration policy institute di Washington. “Si può rimanere e donna (1999), il titolo di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana (2004), il Premio Consorte del Presidente delle Repubblica (2006). Il settimanale Famiglia Cristiana, nel suo numero 1 del 2010, l’ha indicata quale italiana dell’anno 2009, in nel 2011 del “Premio Renato Benedetto Fabrizi”, premio nazionale ANPI. Nell’aprile del 2010 pubblica per Rizzoli “Tutti Indietro”, il suo racconto di passioni e di condanne per una causa inespugnata e a cui l’autrice ha dedicato tutta la sua vita Non avrai altro Dio Nel 1515 Giovanni di Savoia, vescovo e principe di Ginevra riceve in commenda l’Abbazia. Egli era figlio illegittimo di Francesco di Savoia. Nato ad Angers, svolse diversi incarichi e venne educato alla corte sabauda. Dopo la sua nomina ad abate di Santa Maria, lasciò l’incarico di vicario generale della diocesi di Ginevra e venne a dimorare nell’Abbazia i primi cinque anni. Poi tornò a risiedere a Ginevra per sostenere il duca di Savoia Carlo III in lotta con il suo popolo. Rientrò dopo poco tempo a Pinerolo. Egli si lamentò con coloro che gli chiedevano l’elemosina dicendo che non aveva che la “cross e la mitra”, perché le rendite abbaziali erano sotto il controllo del duca di Savoia. La storia registra molte C CCC ragione del «costante impegno, svolto con umanità ed equilibrio, a favore di migranti, rifugiati e richiedenti asilo” della «dignità e (...) fermezza mostrate nel condannare «i respingimenti degli immigrati nel Mediterraneo effettuati» nell’estate del 2009. E’ stata insignita Pagine di storia religiosa del Pinerolese Ottenne anche da Enrico II re di Francia l’ordine agli eretici di abbandonare le Valli. Diede pieno sostegno al Tribunale dell’Inquisizione. È da rilevare che subito dopo la morte di questo abate i monaci chiesero al Supremo Consiglio di Pinerolo di riottenere il diritto di scelta dell’abate e Carlo IX re di Francia aderì alla domanda dei monaci, ma, l’abate di Casanova, eletto amministratore temporale dell’Abbazia, quando prese possesso del monastero fece affiggere al portone del palazzo abbaziale lo stemma reale che restò fino a quando il nuovo abate non prese possesso del monastero, segno che la concessione non era stata convalidata. Venne nell’Abbazia solo per la presa di possesso. Aurelio Bernardi Gli abati commendatari di S. Maria- 3 I due Savoia lotte e vertenze relative ai diritti abbaziali, ma anche d e l l e transazioni attraverso le quali vengono cedute delle terre e si riduce sempre più il potere temporale abbaziale. Egli visitò le parrocchie che erano sotto la sua giurisdizione, amministrò la cresima e procedette ad ordinazioni di preti. Nel 1519/20, dopo una lunga vertenza con la potente famiglia dei Bersatori, il territorio di Riva venne unito a Pinerolo e sottoposto al “regime, governo e consiglio” come le altre aree della città. Morì nel 1522. Un altro discendente dei Savoia lo troviamo abate commendatario di Santa Maria nel 1544. Si tratta di Giacomo di Savoia, figlio naturale di Emanuele Filiberto. Egli oltre che abate era priore di Taloire e di Annecy. Egli elegge a suo vicario generale Antonio di Scalenghe, conte di Piossasco, monaco e priore claustrale dell’abbazia. Fu mai consacrato vescovo. Lottò fortemente contro i valdesi tanto da chiedere al duca di Savoia nel 1555 di mandare un battaglione per combattere gli eretici. Marzo 2012 a cavallo tra due o più paesi”. Questa continua circolazione permette alle idee e alle conoscenze di diffondersi, come il sangue permette all’ossigeno e al glucosio di raggiungere tutto il corpo. […] Dal momento che i migranti guardano il mondo attraverso più filtri culturali, spesso individuano opportunità invisibili a persone che sono venute in contatto con una sola cultura. Per esempio Cheung Yan, una cinese residente negli Stati Uniti, aveva notato che gli americani buttano via montagne di carta e che le navi che trasportavano merci cinesi negli Stati Uniti tornavano indietro semivuote. Allora la donna ha raccolto la carta da macero e l’ha spedita in Cina per riciclarla e produrre scatoloni, molti dei quali tornano negli Stati Uniti con dentro un televisore. Grazie alla sua intuizione, Cheung è diventata miliardaria. Il mondo è pieno di donne come Cheung Yan. Gli immigrati sono solo un ottavo della popolazione statunitense ma, secondo Vivek Wadhwa della Duke university, un quarto delle aziende di ingegneria e tecnologia nate tra il 1995 e il 2005 aveva almeno un fondatore d’origine straniera. […] La creatività dei migranti è accentuata dalla loro capacità di coinvolgere collaboratori vicini e lontani. Nella Silicon valley, scrive AnnaLee Saxenian dell’università di Berkeley, più della metà degli scienziati e degli ingegneri cinesi e indiani scambia consigli su opportunità tecnologiche o economiche con i connazionali rimasti a casa. Da uno studio del centro di ricerca Kauffman foundation risulta che 1’84 per cento degli imprenditori indiani rimpatriati sente almeno una volta al mese gli amici e i parenti negli Stati Uniti, e che il 66 per cento resta in contatto con gli ex colleghi. Per gli imprenditori che rientrano in Cina, i dati sono dell’81 e del 55 per cento. […] Uno studio del 2011 della Royal society di Londra ha dimostrato che la collaborazione scientifica internazionale sta diventando più comune, che vi partecipano in larga misura scienziati legati alla diaspora e che a quanto pare produce risultati migliori. […] “Ormai i migranti sono collegati in modo istantaneo, costante, dinamico e intenso alle loro comunità d’origine. Si tratta di una cesura profonda rispetto al passato”. Questa cesura spiega il motivo per cui i migranti assumono una posizione centrale quando il mondo diventa tutto collegato da una rete. Le aziende più attente lo sanno. Il settore cinese dell’alta tecnologia è dominato da migranti rimpatriati come Robin Li ed Eric Xu, i fondatori di Baidu, il motore di ricerca più importante della Cina. Alla domanda su quanti dei suoi manager avessero lavorato o studiato all’estero, N. Chandrasekaran, il direttore della Tata consulting services, un’importante azienda informatica indiana, ha risposto: “Tutti”.da Internazionale, dicembre 2011 Cultura Pag. 3 Marzo 2012 Tre libri che indagano sulla libertà dell’uomo di prendere decisioni Nella coscienza c’è un brusio di neuroni “La libertà e la morale al vaglio delle neuroscienze” Decidete se leggere questo articolo o voltare pagina. Vi sentite liberi? Certamente sì. Ma con la risonanza magnetica funzionale un neurologo può «vedere» la vostra decisione prima che l’abbiate presa in modo consapevole. Dunque dov’è libero arbitrio? Che merito c’è nel fare il bene anziché il male? Addio etica. Qualche mese fa la fondazione americana Templeton ha stanziato 4,4 milioni di dollari per chiarire se siete davvero liberi di voltare pagina. Questione antica. Già il filosofo Baruch Spinoza (1632-1677) spiegava l’illusione della libertà con l’ignoranza delle cause complesse che ci portano a compiere scelte e prendere decisioni. Oggi sappiamo che queste cause sono un vortice di segnali elettrici scambiati tra i 120 miliardi di neuroni che costituiscono il cervello umano. Attenzione però a non ridurlo a una macchina. Il Dna disegna geneticamente il cervello, ma ambiente e cultura ogni giorno lo plasmano, e dai neuroni emerge una personalità unica. Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei Lincei, professore emerito alla Scuola Normale di Pisa, illustre studioso della percezione visiva, nel saggio La libertà di essere diversi riesamina il problema del libero arbitrio alla luce delle conoscenze più recenti. Fu Benjamin Libet nel 1979 a dimostrare con un esperimento che la corteccia motoria si attiva prima dell’atto volontario. Per 8 decimi di secondo non siamo consapevoli di una decisione che è già stata presa. Presa da chi? O da che cosa? E’ difficile accettare che il libero arbitrio si riduca a segnali elettrici. La libertà forse emerge proprio dalla complessità del cervello. «Teoricamente - dice Maffei - i gradi di libertà del cervello sono pressoché infiniti (...) i possibili stati dei neuroni sono circa 2 elevato a 10 alla 11. Un numero colossale, più grande del numero di particelle dell’universo». Non solo. Il cervello, organo che pesa il 2 per cento del nostro corpo, da solo assorbe un quarto dell’energia che bruciamo, ed è minima la differenza di consumo tra il sonno e la veglia. L’attività neuronale è come un «rumore bianco», cioè casuale, nel quale paradossalmente il segnale significativo assume più evidenza appena supera una determinata soglia. Il continuo brusio dei neuroni - suggerisce Maffei potrebbe essere all’origine del pensiero e della libertà, o almeno della illusoria percezione che ne abbiamo. [...] Arnaldo Benini, docente di neurologia all’Università di Zurigo, in La coscienza imperfetta, invita a non cercare l’introvabile e ricorda che quando si studia il cervello «l’esploratore, per la prima volta nella storia della ricerca, coincide con l’esplorato». In altre parole, per comprendere il cervello, ci vorrebbe un meta-cervello che non abbiamo. La coscienza sarà sempre imperfetta perché non potrà mai abbracciare tutta se stessa. Ed è vano almanaccare sull’enigma dell’emergere del pensiero e della morale: biologicamente «il compito essenziale dei cervelli, quello umano incluso, è di prendersi cura della sopravvivenza del corpo di cui fanno parte». Alla fisicità si riducono anche i prodotti più nobili dell’intelligenza, per esempio quel pensiero distillato che è la letteratura. Rassegniamoci: «Lingue e letterature esistono fin quando ci sono cervelli che le parlano, le scrivono e le leggono». Ce n’è anche per Kant. Tempo e spazio non sono categorie «a priori» della mente ma esperienze apprese, e quanto alla «legge morale che è in noi», Benini ci sbatte in faccia «la banalità del male» (e quindi anche del bene?). «Per compiere un delitto immane - dice Benini - Eichmann non aveva bisogno che di essere un uomo qualunque», «la coscienza del bene e del male è emersa come meccanismo del cervello durante un lunghissimo processo naturale, l’evoluzione, la cui regola è la sofferenza del più debole che soccombe». E’ così che la neuropsicologa dell’Università di Tilburg (Olanda) Margriet Sitskoorn può aprire I sette peccati capitali del cervello con il caso di Phineas Gage, un bravo capo-operaio che il 13 settembre 1848 ebbe il cranio trapassato da una stanga di ferro mentre lavorava alla costruzione di una ferrovia: campò ancora 12 anni, ma aveva perso il senso morale. L’etica stava tutta nei neuroni di cui l’incidente l’aveva privato. Di qui è breve il passo che vanifica ogni colpa. Siamo avari per scarsità di ossitocina, erotomani per eccesso di testosterone, lussuriosi per azione della dopamina. Ma non sarà troppo semplice? Piero Bianucci, Tuttolibri/La Stampa, 18.2.2012 L’avvento della Noosfera di Giuseppe O. Longo «Intorno al mese di dicembre del 1910 le caratteristiche dell’umanità cambiarono»: a distanza di un secolo, queste parole della scrittrice inglese Virginia Woolf sono di grande attualità, anzi acquistano un rilievo tutt’affatto speciale grazie alla crescente ibridazione tra uomo e computer [...] Siamo in presenza di un homo technologicus, una unità evolutiva nuova, almeno sotto il profilo cognitivo e comunicativo. Se è vero che l’uomo costruisce gli strumenti tecnici, è vero anche che questi strumenti retroagiscono su di noi modificando le nostre caratteristiche, facendo emergere capacità nuove, a volte insospettate, e attenuando o sopprimendo altre abilità. Non solo l’uomo, o almeno la sua mente, si modifica grazie a questo stretto connubio con la macchina: anche il computer modifica la gamma delle sue prestazioni e si offre ad usi nuovi. Come indica il nome, il computer nacque come macchina da calcolo, poi fu impiegato nel controllo di impianti e nella gestione di grandi basi di dati. Oggi l’impetuoso sviluppo delle reti (in primo luogo Internet) dimostra che la vera vocazione dei computer è il collegamento interattivo tra gli individui, i quali sempre più fungono da nodi della grande ragnatela di comunicazione che si sta estendendo su tutto il pianeta. In questa direzione si sta manifestando l’enorme influenza delle ‘reti sociali’: non per nulla Mark E. Zuckerberg, il ventiseienne fondatore e responsabile di Facebook, indicato dalla rivista Time come l’uomo dell’anno, è stato definito ‘the connector’, il collegatore. Questa fusione sempre più intima ed estesa (oggi Facebook costituisce il tessuto connettivo di 550 milioni di utenti, quasi un decimo della popolazione mondiale) di uomini e macchine all’insegna della comunicazione configura un’estensione, un rafforzamento e un’accelerazione operativa di quella che Pierre Lévy nel 1996 chiamò «intelligenza collettiva», cioè l’intelligenza dell’umanità, che trascende quella di ciascun individuo e per certi versi la supera in potenza. In realtà, grazie alla comunicazione linguistica, prima orale e poi scritta, la specie umana ha sempre manifestato un’intelligenza di tipo superindividuale, come del resto anche alcuni insetti sociali, per esempio le api e le formiche. Ma l’avvento del computer e delle reti ha potenziato il fenomeno e autorizza a parlare addirittura di «intelligenza connettiva». Sta prendendo corpo, con il supporto di una tecnologia flessibile, onnipresente e pochissimo costosa, la grandiosa visione di Pierre Teilhard de Chardin, il quale nel libro Le phénomène humain, pubblicato nel 1955, poco prima della sua morte, aveva preconizzato la fusione di tutte le intelligenze degli uomini in una Noosfera. Il termine Noosfera, mutuato da Vladimir Varnadsky, indica in Teilhard de Chardin una sorta di coscienza collettiva che scaturisce dall’interazione cognitiva tra le singole menti umane. Al crescere della complessità e dell’integrazione dell’umanità, oggi tanto favorita dalla tecnologia, cresce la consapevolezza della Noosfera, che culminerà nel Punto Omega, cioè il Logos cristiano. Nel 1955 Internet ancora non esisteva, ma non si può sfuggire all’impressione che il gesuita francese ne avesse intuito il prossimo avvento. Giuseppe O.Longo, Avvenire 17.12.2010 Ritagli La religione del III° millennio di Arnaldo De Vidi, missionario saveriano già direttore di CEM-Mondialità Sono venuto a sapere che la mia segretaria parrocchiale di Manaus – una giovane cattolica efficiente, sensibile, impegnata – ha ricevuto il battesimo nella chiesa battista. Lei spiega: “Mi hanno invitato e mi sono trovata bene. Là riservano tempo alla lettura e al commento della Bibbia”. Così adesso lei è cattolica e battista: “è lo stesso Gesù”. Al supermercato, in fila alla cassa, davanti a me c’è una signora che canticchia un canto religioso. La cassiera le chiede se è evangelica e di quale chiesa. Lei risponde che è “evangelica… generica”, le piace partecipare a varie chiese. “Come me, allora”, conclude la cassiera. Seguo la signora e chiedo quali sono le chiese che lei preferisce. Mi dice che è nata cattolica e ancora va a qualche messa, “mi piace il foglietto che danno”. Ma va alla chiesa Deus é Amor, perché c’è un pastore che fa una predica demenziale; e va alla Chiesa Universale del Regno di Dio perché ci sono celebrazioni come maree, dove si sente salire la commozione. Dice che la chiesa cattolica è troppo strutturata e difende valori obsoleti. Le chiedo dove paga le decime. “Non le pago, perché dare 10% di tutto è molto caro; anche per questo sono generica”. Chiedo venia per tornare su un tema religioso. Chiedo venia, perché in tempo di crisi, parlare di religione è peccato: unica religione dovrebbe essere la difesa della vita e della giustizia. Ma fra poco uscirà un mio libretto sulle chiese evangeliche (per i caratteri della Pazzini). E questo della religione è un tema “in”: forse perché siamo nell’era dell’acquario; o perché è fiorente il turismo religioso; o perché abbiamo bisogno di soluzioni tipo “Deus ex machina”; o perché la chiesa, riflettendo la globalizzazione, offre spazio sia per l’individuo che per forme comunitarie light… Credo possibile fare qualche riflessione, utile anche per capire il tempo che viviamo. Qui in Brasile il dibattito sulla religione è vivo. Starebbe avvenendo, anche in campo religioso, un “processo di democratizzazione”, simile a quello politico (nello stato brasiliano del Pará in cui mi trovo, ci sono 27 partiti politici e altri 22 in attesa di approvazione); di conseguenza per il popolo l’appartenenza ufficiale, esclusiva e definitiva a una chiesa non avrebbe la stessa importanza che ha per noi professionisti del Segue a pag 4 Progetto culturale Pag. 4 Marzo 2012 La Parrocchia/ 9 - di Don Primo Mazzolari La parrocchia come comunità vivente Dal cap. 8 del libretto di Don Primo Mazzolari “LA PARROCCHIA” Certe resistenze del mondo all’evangelizzazione vanno aggredite con altri mezzi e per altre strade. Questa è una, anche se non nuova del tutto. Non si ravviva né si costruisce la comunità parrocchiale, di cui si fa anche troppo parlare, esponendo le radici al sole e seminando sulla roccia. Prima la si spacca, poi si semina con mano larga e fiduciosa. Si propone di costruire il presbiterio, non il convento, non quindi una disciplina e spiritualità conventuale, ma una libera comunità con una disciplina e una spiritualità che sorreggano e fecondino un apostolato lanciato alla riconquista delle masse. Nella nuova fucina apostolica, la povertà sacerdotale tornerà a risplendere, consumando nell’offerta e nella devozione, le meschinità e le vanità che corrodono le nostre forze prima di essere portate in linea. “Alla parrocchia, considerata come impresa di cerimonie, succederà la parrocchia organizzata come comunità vivente... Gli avvenimenti stanno per costringerci a ringiovanire... Stiamo per trovarci tutti nell’asse della miseria; stiamo per fare tutti una cura di povertà, e questo, è il segno precorritore della ricristianizzazione” (card. Saliège). C’è spesso una pesantezza inguaribile nella nostra povertà, impedita da pregiudizi e da abitudini secolari, che diffìcilmente riusciremo a superare se non ci metteremo audacemente sopra un piano di povertà distaccata. Benché poveri, non siamo sempre i poveri di Cristo, ma spesso, soltanto i “non ricchi” di Rilke: quindi, già schierati, e su strade per dove il popolo non transita più. Qualcuno crede di più nelle regole di buona creanza che nelle stoltezze evangeliche, e trova che anche il fasto può dar lustro alla religione del Povero. Ma la stragrande maggioranza dei preti italiani si trova a disagio nello schema semiborghese della sua giornata e chiede di uscirne per ritrovarsi vicino al popolo di Dio e parlargli a cuore a cuore. L’impresa è così bella che non oso nemmeno fissarla in volto. Sono troppo stanco! Anche il sogno stanca. Ma come spaccare diversamente la durissima crosta delle diffidenze, dei dubbi, dei pregiudizi, delle stanchezze, dei disamoramenti, che circondano e accomp agnano così spesso il nostro lavoro parrocchiale? Come richiamare i motivi eterni delle beatitudini evangeliche, se non ci buttiamo perdutamente sulla strada di esse? “Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai e dallo ai poveri”. “Non prendete né bisaccia, né mantello, né oro, né argento, né bastone, né spada...” Questo parlare del Signore, per noi, non è consiglio, ma comando. Quel giorno che non avremo più entrate né bilanci, quando saremo un po’ come gli uccelli dell’aria e i gigli del campo, lo scandalo porterà frutto. Questo nostro povero mondo materialista e calcolatore non può essere salvato sul piano del calcolo e della quantità. Dio ha sempre scelto le cose che non sono per confondere quelle che credono di essere; gli ignoranti per confondere i sapienti; i folli per confondere i prudenti; i poveri per confondere i ricchi. Forse quando ho incominciato a scrivere non volevo arrivare fin qui. Ma col Vangelo in mano si sa dove s’incomincia e non si sa dove si finisce. Il Vangelo è novità e sorpresa. La strada continua per chi ha osato aprire il libro, e dire: “Ti seguiremo ovunque andrai”. Ma “gli uccelli dell’aria hanno un nido, le volpi una tana: il Figlio dell’uomo non ha ove posare il capo”. La Provvidenza sta tagliandoci gli ormeggi: direi che ci impedisce di fare l’economo, l’amministratore, mestieri che hanno troppa parentela col mercenario. Il denaro non risponde più al prete, ci disobbedisce; solo la povertà, ma una povertà accolta con passione, ci è rimasta fedele. In terra cristiana, il povero è la più onorevole professione, per un sacerdote, è la vocazione. Chiudo, benché il discorso sia appena avviato. E’ bene che il dibattito resti sui punti fondamentali. Il mio non è che un invito. Indicare dei rimedi e delle strade è molto e niente, se i rimedi non vengono bene applicati, se le strade non vengono camminate per arrivare, ma solo per dire che ci muoviamo. Il professionismo, sottospecie di fariseismo, sta in agguato anche nella parrocchia; mentre il laicismo pensiero e vita staccati da ogni senso religioso - può essere superato soltanto da un audace laicato cattolico al quale spetta come compito principale e urgente di ricreare cristianamente la vita della parrocchia senza portarla fuori dalla realtà e senza imporle delle mutilazioni in ciò che essa possiede di buono, di grande, e di bello. “La parrocchia rimane la comunità base della Chiesa, a patto che si faccia più accogliente e più adatta” (card. Suhard). Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato parrocchiale. Molti temono la discussione. La discussione, nei cuori profondi, anche se vivace e ardita, è sempre una protesta d’amore e un documento di vita. E la Chiesa, oggi, ha bisogno di gente consapevole, penitente e operosa, fatta così. Primo Mazzolari, La parrocchia,.EDB (9, Fine) La religione del III° millennio, segue da pag.3 sacro. Importante per un fedele cristiano è che ci sia Gesù, lì presente a illuminare… La democrazia religiosa spiegherebbe la diminuzione dei cattolici, il moltiplicarsi delle chiese (o denominazioni) e il facile passaggio da una chiesa all’altra. Spiegherebbe anche l’aumento degli “evangelici generici” o non-affiliati, che in sette anni sono passati da 4 a 14%, con un aumento di 4 milioni. C‘è chi accosta il loro disimpegno a quello dei cattolici “credenti non praticanti”, che si sentono liberi di andare e venire in occasioni come funerali, battesimi, prime comunioni, venerdì santo… Con la “religione liquida” è difficile tradurre in cifre il numero dei fedeli. Ma senza dubbio gli evangelici sono molti e aumenteranno, perché le chiese evangeliche hanno messo a punto una strategia che convince i poveri, quelli che oltretutto hanno più figli. Nel mio libretto parlo di chiese evangeliche “elettroniche”, “supermercato”, “case di teatro”… differenti tra loro e in concorrenza. C’è anche il fenomeno delle chiese dissidenti: è il caso della Chiesa Universale del Regno di Dio che ha già perso 24% dei fedeli. Forse il terzo millennio ci riserva una agorà di chiese, religioni, gruppi non credenti, iniziative ecumeniche… Una domanda legittima, e che mi faccio spesso, riguarda la persona di Gesù: oggi come si comporterebbe? Non si insedierebbe in Vaticano (su questo non ho dubbi!). Bisognerà riscoprire l’inedito di Gesù: rispettando tutte le fedi, Gesù cerca ancora discepoli missionari che difendano la vita e la giustizia. Arnaldo DeVidi, Abaetetuba, Brasile, Agosto 2011, in www.macondo.it/2011/ la-religione-del-iii%C2%B0-millennio/ Centro Formazione Professionale Piemonte Corsi per giovani e adulti. (Obbligo di Istruzione e Mercato del Lavoro) Via Regis, 34 Pinerolo - tel. 0121.76675 - [email protected] I nuovi preti Essere prete oggi di Luca Bressan, teologo La figura del prete sta cambiando. Qualche anno fa una simile affermazione sarebbe stata accolta con una serena preoccupazione: l’impressione generale infatti era che, bene o male, l’istituzione ecclesiale avesse gli strumenti per fronteggiare il mutamento in atto. Oggi la questione si presenta già con dei toni più accesi: la Chiesa italiana comincia a percepire che i contorni e i contenuti del cambiamento saranno più forti di quanto immaginato e anche meno controllabili. Occorre però affermare che, a fronte di mutamenti anche significativi, la figura del prete dimostra una capacità di tenuta davvero notevole e in parte inaspettata: nella nostra società, pur dipinta come secolarizzata e affrancata dall’influsso della sfera del religioso, il prete continua a mantenere, in quanto rappresentante dell’universo del religioso, un posto di rilievo; la figura del prete si rivela come una figura essenziale ai fini della costituzione e della presenza dentro il tessuto sociale delle trame di quella solidarietà quotidiana e fondamentale che serve a costituire il tessuto connettivo del nostro vivere sociale e della nostra cultura. Non solo, e più profondamente ancora, ad un livello ecclesiale e di esperienza cristiana la figura presbiterale continua ad essere vissuta e riconosciuta come una figura di tutto rispetto, una figura capace di consentire, di porre in essere una esperienza di fede vera, genuina e ricca di contenuti teologici, umani e cristiani. Sono lontani i tempi in cui si criticava la figura del prete, accusandola di obbligare le persone dentro un ruolo e una esperienza ritenute poco maturanti, da un punto di vista antropologico così come da un punto di vista spirituale. Stanti queste premesse, risulta davvero interessante tentare una comprensione e una interpretazione del ruolo e della tipologia dei preti di oggi: questo clima di incertezza e di mutamento sul futuro della figura presbiterale ha via via attirato su di sé l’attenzione del mondo ecclesiale, che ha cercato in più modi di venire a capo dei mutamenti percepiti, sviluppando prima alcune inchieste e impegnando lo stesso Episcopato italiano in una riflessione sull’identità del prete, sulla sua formazione, sulle sue prospettive di futuro (cf le Assemblee Generali del novembre ‘05 e del maggio ‘06). Luca Bressan, Vocazioni, gennaio/febbraio 2010 (1-Continua) Focus Pag. 5 Francesco Morace: “Più che l’avere oggi conta l’esibire” Può sembrare un dettaglio trascurabile, un segno di crisi: si compra meno, si affìtta di più. Invece secondo il sociologo Francesco Morace, che con il suo Future Concept Lab studia l’evoluzione dei sistemi complessi, «siamo di fronte a un cambiamento paradigmatico. Prima, i nostri comportamenti erano segnati dalle tendenze, adesso non più. Non è un’epoca di cambiamenti, ma il cambiamento di un’epoca». Morace racconta questo e altro nel saggio «I Paradigmi del futuro», uscito due settimane fa con Nomos Editore. Siamo di fronte a una rivoluzione? «In parte sì. Negli anni Ottanta-No- vanta, il rapporto con le merci era di possesso, l’appeal era il prestigio sociale, lo status symbol. Una rappresentazione dedicata agli altri. Adesso, invece, conta più la felicità dell’esperienza personale. Siamo, passati dallo stile di vita all’occasione di vita». Un giro in Ferrari può bastare? «Sicuramente avere una Ferrari per un giorno è un’esperienza che non si dimentica. Ma ciò che la fa essere speciale, unica, è la condivisione. Affìtto la borsa, le scarpe, il vestito, qualsiasi cosa mi renda felice, metto in rete le fotografie, racconto la mia occasione su Facebook, così la rendo memorabile». L’affitto degli abiti da cerimonia c’è sempre stato: era un «vorrei ma non posso». Anche adesso vorremmo, e non possiamo. «Vero. Ma prima il noleggio era aspirazionale, mentre oggi è ispirazionale. Ci ispira, ci arricchisce. La qualità dell’esperienza e la condivisione sono diventate importanti. Usare un oggetto che ci piace, al momento giusto, nell’occasione giusta, con la comunità dei social network, conta più che averlo». L’idea è cogliere l’attimo? «Mettiamo in moto il desiderio e sì, l’intensità dell’emozione, proprio perché limitata nel tempo, a volte può essere anche maggiore. Ma subito dopo siamo pronti per viverne un’altra». R. Sal.,La Stampa, 21.2.2012 G. Agamben: “La feroce religione del denaro divora il futuro” Per capire che cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un´altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola “fede”. Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c´è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos´è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, “fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. [...] Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che “la fede è sostanza di cose sperate”: essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze. Ma la nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un´epoca senza futuro e senza speranze - o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro? [...] La cosiddetta “crisi” che stiamo attraversando - ma ciò che si chiama “crisi”, questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo - è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario - e le banche che ne sono l´organo principale - funziona giocando sul credito - cioè sulla fede - degli uomini. Giorgio Agamben, “la Repubblica” 16.2. 2012. Thomas Keneally: “Ecco i colpevoli delle carestie” «Ho cominciato a occuparmi di carestie nel mio libro di qualche anno fa sulla Great Famine irlandese e mi hanno colpito le similitudini che si possono riscontrare in altre calamità. Nella ricerca che è confluita in Three Famines ho cercato di capire se le carestie sono effetto dell’opera dell’uomo o della volontà divina, sotto forma di siccità o di carenza di generi alimentari. Sono giunto alla conclusione che queste cause non sono sufficienti a uccidere migliaia di persone, se non sopraggiungono fattori politici. E lo stesso discorso vale anche oggi per la Somalia». Perché ritiene che le carestie siano state causate dall’uomo e dai governi? «La ragione principale deriva dal fatto che io vivo in uno dei continenti più secchi del mondo, l’Australia, dove da sempre si verificano gravi fenomeni di siccità. Che hanno sempre creato molti problemi, ma non hanno mai scatenato una carestia. Il motivo è semplice. In primo luogo abbiamo un sistema democratico che funziona, che ci consentirebbe di cacciare i nostri politici all’istante. Poi abbiamo ottime infrastrutture, strade e ospedali. È chiaro quindi che la siccità, da sola, non basta per scatenare una carestia. E non è sufficiente neanche un maremoto, come quello che vi fu nel Bengala nel 1943. Eppure oggi si continua a dire che l’ecatombe in corso in Somalia e nel resto del Corno d’Africa sia causata dalla siccità». Per quale motivo ancora oggi migliaia di persone continuano a morire a causa della fame o delle malattie conseguenti? «Sono più bravo a raccontare le storie di queste carestie che a proporre delle soluzioni. Anche per le associazioni umanitarie è difficile far qualcosa, visto che devono collaborare con governi che possono essere inetti, incompetenti o corrotti. In Somalia c’è un governo fantoccio, mentre nelle campagne opera la milizia Al-Shabaab, che terrorizza la popolazione e decide quale tipo di aiuti debba entrare nel Paese. Inoltre è considerata un’organizzazione terroristica e dunque le ong non possono fornire aiuti che andrebbero a finire con ogni probabilità nelle loro mani. Spesso gli occidentali non sanno che il meccanismo degli aiuti è molto complicato dalla politica. In Etiopia al tempo di Menghistu, per esempio, gli aiuti arrivarono dai sovietici, ma furono aiuti militari per combattere gli eritrei. Sarebbe utile che i Paesi più sviluppati dell’Occidente smettessero di concludere accordi con i dittatori e facessero invece pressione su di loro. Ma ridurre le cause delle carestie alla siccità è un’affermazione a dir poco ridicola». Spera che il suo libro possa insegnare qualcosa ai nostri leader politici? «Sì, certo e magari anche alla gente comune. Spero che possa contribuire a far vedere certi eventi sotto una diversa prospettiva. Vorrei che la popolazione ricca dell’Occidente smettesse di provare pietà o, peggio ancora, noia nei confronti delle carestie africane e ne comprendesse le reali cause, senza farsi ingannare dalle apparenze». R.Michelucci, Avvenire, 20, 12, 2011 Marzo 2012 Decaloghi moderni Per una comunicazione a zero stereotipi 1. La donna è una persona, non un oggetto. Se stai usando donne nella tua comunicazione, chiediti se la loro immagine potrebbe indurre a pensare il contrario. 2. Non basta “coprire” le donne per essere gender friendly. Occorre prima di tutto non svilirle con atteggiamenti, parole e ogni altra forma di comunicazione che le squalifichino o ne rimandino una visione stereotipata, svilente e maschilista. 3. Il corpo delle donne, anche scoperto, non è mai volgare e non è qualcosa di cui vergognarsi o da censurare. Semmai, lo è la sua mercificazione e il modo in cui esso viene usato. Sfruttare il corpo di una donna (o peggio, di una sua parte) e usarlo come specchietto per le allodole per vendere è sempre discutibile. 4. Una comunicazione dalla parte delle donne dovrebbe proporre modelli estetici che non siano eccessivamente finti e irraggiungibili, ma che tengano conto della conformazione naturale delle donne e, ove possibile, della loro diversità. Far sentire le donne inadeguate perché non corrispondenti a un modello unico di bellezza (giovane, magra, provocante) non è esattamente un modo per stare dalla loro parte. 5. Evita gli stereotipi: la donna-oggetto sessuale è solo uno dei tanti stereotipi che creano pregiudizi. Anche la donna-mamma-chioccia-angelo del focolare o la donna in carriera fredda e scontrosa, ad esempio, lo sono. Anche per le bambine e i prodotti a loro destinati è lo stesso (la bimba che pensa alla bellezza, che è già una mammina casalinga o – cosa sempre più inquietante – che viene messa in pose ammicanti, piuttosto che il bimbo dedito all’avventura o alla guerra sono uno dei tanti esempi). Evita di usare gli stereotipi sia femminili che maschili nella tua comunicazione, a meno che l’intento di critica nei loro confronti non sia più che evidente, oppure affida questi ruoli a entrambe i sessi. 6. Degradare gli uomini al posto delle (o insieme alle) donne non significa essere gender friendly, ma promuovere un finto paritarismo al ribasso che svilisce tutti, di cui le donne non hanno bisogno. 7. La sensualità e la sessualità sono cose bellissime, ma c’entrano con il prodotto e servizio che stai comunicando? 8. Ok, la sensualità c’entra con ciò che stai comunicando. Ricordati però che le donne non sono persone a disposizione di chi le guarda. Non indurre i destinatari della tua comunicazione a pensare che lo siano, dipingendole con atteggiamenti di eccessiva disponibilità sessuale. 9. Quando la comunicazione propone un’immagine d’amore (in tutte le sue forme) e le persone come soggetti e non come oggetti non significa che sia volgare. Ma se la tua comunicazione è rivolta agli adulti, assicurati che i circuiti nei quali la diffonderai non giungano agli sguardi dei più piccoli. 10. Sii coerente. Essere dalla parte delle donne vuol dire ragionare e comportarsi in termini paritari. È inutile essere gender friendly nella comunicazione se non lo si è nella vita di tutti i giorni, nel proprio lavoro e nelle proprie relazioni. Il rischio è l’ipocrisia. Tratto dal sito www.zerostereotipi.it Documenti Pag. 6 Marzo 2012 Il pensiero del grande pensatore Raimon Panikkar Non l’ecologia, ma l’ecosofia ci salverà “La catastrofe ecologica, economica e psichica pendono come una spada di Damocle sulla sopravvivenza dell’umanità” Raimon Panikkar è uno dei maggiori pensatori e testimoni del nostro tempo che, come ha scritto Achille Rossi, ha fatto della ricerca di ricomporre le molteplici dimensioni della realtà non solo il suo impegno di vita, ma anche il nodo centrale del suo lavoro teoretico. Raimon Panikkar, nato nel 1918 a Barcellona da padre indiano, di religione indù, e da madre catalana e cattolica, ha condotto i suoi studi in Europa e in India, caratterizzandosi fin dalla giovinezza per la sua doppia appartenenza all’Occidente e all’Oriente. Egli stesso, molto più tardi, sosterrà di essere arrivato alla confluenza di quattro correnti culturali e religiose (la indù, la cristiana, la buddhista e la secolare) e di non averne mai tradita nessuna. La sintesi la troverà nel Cristo, nel quale c’è la pienezza di tutta la realtà e di tutte le rivelazioni. La sua formazione - scientifica (era laureato in chimica), filosofica e teologica - bene prefigura l’unità del cosmo, dell’umano e del divino (la visione cosmoteandrica) che rappresenterà il punto culminante della sua riflessione, i tre elementi che egli si sforzerà di far convivere nella teoria e nella pratica. Nel 1946 viene ordinato sacerdote. Dopo alcuni anni fondamentali di esperienza mistica, passati nella povertà più estrema in un piccolo tempio indù e nelle grotte alle sorgenti del Gange, viene catapultato nell’insegnamento universitario, che si svolgerà nelle più prestigiose università americane, europee e indiane. Questo intreccio farà di lui un pensatore di vastissima cultura, che domina ventuno lingue, autore di una cinquantina di libri, che attraversano tutte le grandi tradizioni culturali per approdare a sintesi inattese e vertiginose che toccano le questioni fondamentali di Dio, dell’uomo, del cosmo, tracciando percorsi nuovi alla ricerca della verità, in una inedita visione organica della realtà. Ma soprattutto farà di lui un mistico immerso in una realtà (la realtà tout-court), in cui l’ordine dell’umano non è più separabile dall’ordine del divino. Nelle poche pagine di questo inserto che Madrugada gli dedica, a un anno dalla sua morte, che ebbe luogo il 26 agosto 2010 a Tavertet, un piccolo villaggio di montagna a due ore di macchina da Barcellona, vengono soltanto tratteggiati, nelle loro linee essenziali, alcuni temi della sua vasta riflessione. Mario Bertin, Madrugada, n.83,sett.2011 Numerosi i video di Panikkar su Youtube.com Viviamo in un’epoca in cui - ammonisce Raimon Panikkar sin dagli anni ’60/70 - la catastrofe ecologica, la catastrofe economica e la catastrofe psichica, combinate insieme, pendono come una spada di Damocle sulla sopravvivenza stessa dell’umanità, della storia e della Terra. Sono catastrofi che impongono la necessità di una metanoia antropologica dove però “metanoia” non sta per conversione o cambiamento di mentalità ma sta, in senso etimologico, per “superamento del mentale”. Occorre cioè superare - per il filosofo e mistico indo-spagnolo - la pura visione razionale delle cose mediante l’apertura del “terzo occhio”, l’occhio spirituale e mistico, che dischiude a una comprensione ulteriore, più profonda e viva della realtà. Realtà che non possiamo “catturare” con la ragione proprio perché noi ne siamo parte e dunque non possiamo astrarcene per riguardarla come un oggetto che sta al di fuori di noi. Della realtà, insomma, per Panikkar, non si fa esperimento bensì esperienza. E per questo è fondamentale il simbolo che supera la separazione, tipica del pensiero dualistico occidentale, tra soggetto e oggetto. La realtà non si costruisce con la volontà che seziona le cose, come si fa in un laboratorio, ma la si accoglie, si scopre, accade. Un approccio per Panikkar assolutamente necessario, se si vuole dare una risposta adeguata alle tre catastrofi che sfidano il nostro mondo. Quale risposta alla catastrofe Il sogno di uno sviluppo illimitato si è insomma rivelato un incubo, ammonisce il filosofo e mistico, che riconosce proprio al dramma ecologico e alla conseguente nuova sensibilità che ne è scaturita il merito di averci aperto gli occhi sull’insostenibilità di questo sviluppo e della situazione in cui versa il pianeta. La crisi del mito del progresso è irreversibile: siamo ormai consapevoli che il sistema è organizzato in modo tale da rendere i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, e che non c’è scampo per la metà della popolazione mondiale che la globalizzazione selvaggia ha condannato ad abbandonare il banchetto della vita. Le soluzioni che il pensiero ecologico, e dovremmo anche dire l’ideologia ecologica, hanno approntato non sono affatto adeguate alla qualità e all’entità della sfida che la crisi climatica e ambientale ci pongono. Esse sono un mero maquillage e una nuova forma di business che sfrutta, magari in guanti bianchi, la natura e il cosmo, assimilati a materia inerte e a semplici cose, spacciate per risorse illimitate. C’è, invece, bisogno di un approccio molto più profondo che attui un vero e proprio salto in avanti di civiltà e che non si limiti a dare una “mano di verde” al nostro agire economico, culturale e sociale, e che muti in profondità i nostri stessi stili di vita, per renderli sobri, armoniosi e compatibili con la vita universale. Una rivoluzione nonviolenta che il filosofo e mistico sintetizza con nettezza affermando che non l’ecologia ma l’ecosofia ci salverà. La saggezza della Terra Ma che cos’è l’“ecosofia”? Si tratta di una parola nuova, coniata da questo che è stato anche un grande artista del linguaggio, per esprimere la “saggezza della Terra”, che va intesa nel doppio senso del genitivo, soggettivo e oggettivo: è la nostra saggezza sulla Terra ed è la saggezza stessa della Terra, che devo saper ascoltare e interpretare. Ma questo esige - afferma Panikkar - ancora una volta il superamento della ragione e l’apertura del terzo occhio. Dobbiamo sconfessare Descartes, il padre del pensiero moderno, che definiva l’uomo come «maître et possesseur de la nature», «padrone e possessore della natura». Noi dovremmo esserne, invece, i fratelli - dice Panikkar, attingendo all’insegnamento dei mistici di ogni tempo e in particolare al Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi - e prenderla per mano. Torniamo all’armonia con la Terra - invoca il grande maestro - torniamo a un atteggiamento capace di trasformare le cose accettandole, e di conoscerle senza far loro violenza. La Terra non ha una razionalità come quella degli uomini, non ha una vitalità simile a quella degli animali e delle piante, ma la terra è viva, invecchia, si riproduce, ricorda, ha ripetutamente affermato Panikkar. Intercultura, intracultura, dialogo Sembra quasi di sentire le voci degli indios d’America e dell’Himalaya, o dei Masai Mara, e dei popoli tradizionali che hanno conservato una profonda empatia con la natura. Non si tratta di naturalismo romantico, nostalgico e antistorico, bensì della profonda consapevolezza che nella complessità del mondo postmoderno nessuna cultura possiede tutta intera la verità e le soluzioni per rispondere alle grandi sfide dell’oggi. Ci sarebbe bisogno - diceva Panikkar - di una tavola rotonda planetaria, dove tutti i popoli si ritrovino e comincino a parlarsi per decidere insieme il destino comune. Non a caso, Raimon Panikkar è stato l’ideatore, insieme con Ivan Illich, e poi il massimo interprete, dell’intercultura, di quel dialogo cioè tra le culture (e le religioni) che, sulle rovine del multiculturalismo, rimane la sola possibilità di favorire lo sviluppo dei popoli e di opporsi alla dittatura della globalizzazione liberista, quella ispirata dalla “specie di Davos” come la chiama Susan George, che brandendo come una gigantesca clava il pensiero unico tecno-scientifico dell’Occidente, sta portando al genocidio culturale di intere popolazioni umane, animali e vegetali. La Terra: nostro corpo, nostro sé Bisogna fare pace con la Terra - sostiene il filosofo indospagnolo - perché nessun tentativo di ripristino ecologico del mondo riuscirà finché non arriveremo a considerare la Terra come nostro corpo e il corpo come il nostro sé. Ma “nostro” non va inteso come possesso, perché né la Terra né il corpo né il sé si identificano con il mio ego. Il problema ecologico, insomma, è strettamente teologico e politico, e viceversa; e uno dei nostri doveri più importanti è di stringere un patto di alleanza con la Terra, che non è un oggetto né di conoscenza né di cupidigia. Ed è precisamente per questo motivo che Panikkar considerava la scissione dell’atomo un “aborto cosmico”. Perché con la scissione atomica noi uccidiamo e tiriamo fuori dal ventre della materia quelle particelle di energia supplementare di cui in verità non avremmo bisogno. Attenzione però a non fraintendere il pensiero del mistico indospagnolo. In lui non c’è alcuno sguardo idilliaco o idealistico di totale passività, e neppure una idea statica della vita come se non fossero necessari i metabolismi positivi e negativi. La catena dell’essere è qualcosa di vivente, vi è scambio e vi è morte. L’animale non uccide, mangia. Ma vi è anche risurrezione. La pace con la Terra, insomma, esclude la sua sottomissione, e richiede invece collaborazione e nuova consapevolezza. Quello appunto che Panikkar chiama “ecosofia”, che implica il recupero dell’animismo, che è recupero dell’esperienza della vita in continuità con la natura. Essere in armonia con l’intero universo Ogni cosa è vivente. Tutto ciò che è temporale è vivente per il semplice fatto di essere temporale. Il tempo non è solo e neppure primariamente un parametro quantitativo o scientifico, è la vita stessa dell’universo. Dove la vita individuale è simbiosi di ciascuna entità con l’Albero della Vita. In ogni frammento si racchiude una scintilla di libertà e di vita, come sembra stiano ipotizzando anche gli scienziati contemporanei, che non considerano più la materia come un puro ammasso inerte. Il senso dell’esistenza consiste, allora, nel partecipare il più pienamente possibile alla vita dell’universo, per renderla più bella, più giusta, più armoniosa. E questo è anche il senso profondo - annotava Panikkar nel suo libro sulla “politica” - di un’autentica politica, che non può essere che l’arte dell’impossibile, e cioè della liberazione integrale della vita. Il grande mistico ne era così convinto che l’ha voluto ricordare anche nell’esergo del suo ultimo libro “The Rhythm of the Being”, che suona: «Possano le mie parole essere in armonia con l’intero Universo, contribuire alla sua Giustizia, accrescere la sua Bellezza, ed essere pronunciate in Libertà così che la Pace possa diventare più vicina al nostro Mondo. Amen». Verso la Trinità radicale: Dio, uomo, cosmo Di più. L’empatia tra uomo e cosmo, che costituisce la tramatura dell’“ecosofia”, esprime e rivela la più generale armonia che lega Dio mondo e cosmo in una relazione costitutiva e irriducibile, che Panikkar ha chiamato “Trinità Radicale”. Non c’è un Dio separato, signore e dominatore del mondo, come non c’è un cosmo puro oggetto passivo e inerte che possa vivere per sé, e non c’è un uomo che possa vivere senza un Dio sopra di lui e un cosmo intorno e sotto di lui. Ma, ed è la nuova spiritualità che va nascendo in questo nostro tempo che il filosofo definisce post-storico, Dio, uomo e cosmo vivono e respirano insieme. Panikkar conia a riguardo il termine “ontonomia”, per dire questa relazione costitutiva e irriducibile delle tre “parti” della medesima e indivisa realtà. Ma l’“ecosofia”, intesa come alternativa antropologica e politica alla catastrofe di proporzioni storiche a cui stiamo andando incontro, esige un radicale cambiamento del mito dominante della scienza e la revisione altrettanto radicale della tecnoscienza, che stanno cosificando l’uomo e il mondo. Raffaele Luise, vaticanista, giornale radio Rai /Da Madrugada, n.83, sett.2011 testo intero su www.macondo.it/wp-content/ uploads/Madrugada-83.pdf Orizzonti aperti Pag. 7 Al cuore della fede - 13 Secondo la Caritas in veritate di Benedetto XVI La carità a servizio dello sviluppo Oltre al suo importante legame con l’intera dottrina sociale della Chiesa, la Populorum progressio è strettamente connessa con il magistero complessivo di Paolo VI e, in particolare, con il suo magistero sociale. Il suo fu certo un insegnamento sociale di grande rilevanza: egli ribadì l’imprescindibile importanza del Vangelo per la costruzione della società secondo libertà e giustizia, nella prospettiva ideale e storica di una civiltà animata dall’amore. Paolo VI comprese chiaramente come la questione sociale fosse diventata mondiale e colse il richiamo recipro- co tra la spinta all’unificazione dell’umanità e l’ideale cristiano di un’unica famiglia dei popoli, solidale nella comune fraternità. Indicò nello sviluppo, umanamente e cristianamente inteso, il cuore del messaggio sociale cristiano e propose la carità cristiana come principale forza a servizio dello sviluppo. Mosso dal desiderio di rendere l’amore di Cristo pienamente visibile all’uomo contemporaneo, Paolo VI affrontò con fermezza importanti questioni etiche, senza cedere alle debolezze culturali del suo tempo.. Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 13 Bianco/Nero La ricetta per un vero sviluppo di Piero Gheddo Per Gheddo, Cristo è davvero l’unico salvatore del mondo, senza tentennamenti o mezze misure. Il fatto che venga espressa da un missionario fa assumere a questa certezza un valore particolare, perché è cosa oltremodo significativa che un uomo che ha toccato con mano le miserie e i dolori del mondo sia profondamente convinto che soltanto il Vangelo potrà garantire all’umanità un futuro migliore. Senza Cristo non si va da nessuna parte. Ma per fortuna Cristo c’è, e allora acquistano senso e valore parole come “sviluppo” e “felicità”: lungi dall’essere un ostacolo sulla via della libertà e della liberazione (come, purtroppo, pensano ancora alcuni irriducibili cristianofobi), il Vangelo può diventare il motore di uno sviluppo autenticamente umano, come la Chiesa non si stanca di proclamare e di testimoniare. Avvenire, 20.12.12 Turismo, estetica e spiritualità Il Duomo di Capri Benché la meraviglia della natura volga il pensiero all’artefice, Capri è nota più per la mondanità che per la spiritualità. Tuttavia proprio sulla celebre piazzetta Umberto I, nell’immaginario comune ritrovo del jetset internazionale, ma più prosaicamente groviglio di torme turistiche giornaliere, si affaccia la candida, serena, barocca facciata del Duomo, con le statue di S. Stefano Protomartire, titolare della chiesa, e di S. Costanzo, patrono dell’isola: invito all’incontro e all’ascolto, interiorità che si fa strada nel consumismo vacanziero, porta dell’anima di una comunità cristiana che lì ha vissuto e tuttora celebra i momenti più alti del suo cammino incontro a Dio, fonte e culmine (SC 10) della vita di fede. Costruito negli anni 1688-1697 in luogo di una chiesa preesistente e consacrato nel 1723 dal vescovo Michele Gallo Vandeneynde, il Duomo presenta un armonioso interno a croce latina, tre navate - di cui la centrale con volta a botte -, cupola all’incrocio col transetto, cappelle laterali, un prezioso altar maggiore in marmi policromi sovrastato, dietro, da un elegante organo degli inizi del ‘900. La luce filtra da vetrate moderne, risalenti circa al 1970, tra cui notiamo il Risorto nella facciata, la conversione di S. Paolo nel transetto destro, Gesù e la Samaritana in quello sinistro. Risalendo la navata destra, incontriamo le cappelle: di S. Michele, con pala d’altare di Paolo De Matteis, discepolo di Luca Giordano, raffigurante S. Michele che calpesta Satana; dell’Immacolata; del Carmine, con pala ancora del De Matteis raffigurante la Vergine col Bambino, la stella sulla spalla e, in mano, lo scapolare carmelitano; del Cuore di Gesù con seicentesco busto ligneo policromo del Salvatore e antichi reliquiari, tra cui una croce in lamina d’argento con reliquia della Santa Croce, proveniente dalla soppressa Certosa caprese di S. Giacomo. Il transetto destro presenta il quadro di S. Stefano, nonché un S. Andrea Apostolo opera di Nicola Malinconico e, in una nicchia, il busto di S. Stefano: sguardo estatico, dalmatica, pietre della lapidazione e libro con la scritta “Ecce video caelos apertos” (Atti 7, 56). Nell’abside destra c’è la Cappella del Crocifisso, illustrata da un crocifisso ligneo del 1691 appoggiato su tela con le figure di Maria, di Giovanni e della Maddalena. Ai lati, i monumenti funebri, realizzati nel primo ‘600 da Michelangelo Naccherino, di Giacomo Arcucci, ministro di Giovanna I d’Angiò, fondatore della Certosa di Capri e pertanto rappresentato col modellino di una chiesa, e del suo discendente Giovan Vincenzo, morto nel 1610; inoltre, la lapide della Venerabile Madre Serafina di Dio, morta in odore di santità il 17 marzo 1699, carmelitana e fondatrice di monasteri, tra cui quello di S. Michele ad Anacapri. Davanti al presbiterio le lapidi marmoree pavimentali ricordano alcuni vescovi di Capri, minuscola diocesi comprendente la sola isola, istituita nel 987 come suffraganea di Amalfi, soppressa e unita a Sorrento nel 1800; notiamo quel vescovo del ‘700 che volle definirsi “minimus episcoporum, maximus peccatorum”. L’abside sinistra ospita la Cappella della Madonna del Rosario, con pala di Nicola Malinconico e i consueti quindici quadretti dei misteri; il pavimento proviene dalla villa romana di Tragara. Nel transetto sinistro troviamo l’altare del santo vescovo Costanzo, identificato col patriarca Costantino I di Costantinopoli che, sulla via del ritorno alla propria sede, sarebbe sbarcato a Capri a causa di una tempesta e qui nel 677 avrebbe concluso i suoi giorni; il quadro lo presenta in abiti episcopali, alto sulle nubi, nell’atto di proteggere Capri da un’incursione saracena. Le cappelle della navata destra sono dedicate a: S. Giuseppe, con una bella Fuga in Egitto di anonimo del ‘600; S.Nicola; Madonna della Libera, con pala cinquecentesca miracolosamente scampata, secondo la tradizione, agli oltraggi dei pirati. Una cappella ospita il battistero. Preziosi oggetti liturgici, paramenti e reliquiari sono ancora custoditi nel deambulatorio e nella sacrestia; fra di essi, il busto argenteo di S. Costanzo, del 1715, che viene solennemente portato in processione ogni anno il 14 maggio. Franco Betteto Marzo 2012 NOTE DI LETTURA Informazione e cultura anche via web di Andrea Balbo Invece di un libro, questa volta segnalo due siti internet molto interessanti che permettono di recuperare informazioni molto significative di tipo pastorale e culturale. Il primo è www.chiesa.espressonline.it (http:// chiesa. espress o . r e p u bblica. it/), gestito da un eccell e n te ed equilibrato vaticanista, Sandro Magister, che gestisce una mailing list nella quale vengono inoltrate senza alcun onere le notizie che compaiono sul sito. Le informazioni, presenti in 4 lingue (italiano, inglese, francese e spagnolo), sono comunicate in stile giornalistico, ma, a differenza di molte altre “centrali di diffusione”, si fanno apprezzare per la ricchezza e la documentazione e permettono di restare aggiornati anche sul panorama dell’evoluzione della Chiesa cattolica (e non solo) nel mondo. All’interno del sito, opera il blog “Settimo cielo”, che offre notizie di respiro più ridotto, ma comunque molto interessanti. Il secondo sito che suggerisco è quello gestito dall’UCCR, Unione Cristiani Cattolici Razionali (http:// www.uccronline.it/), nato per contrastare le informazioni diffuse dall’ associazione atea e agnostica UAAR, ma poi cresciuto notevolmente e divenuto una fonte di informazione molto ricca su problemi come il rapporto tra fede, scienza e storia, il problema dell’ateismo, le questioni di bioetica. I contenuti sono attendibili e danno origine spesso a scambi di interventi su blog anche molto duri, ma capaci di presentare i problemi discussi sotto profili comunque interessanti. L’intento apologetico è innegabile e mira a dimostrare come l’elemento razionale debba essere chiaramente presente anche nel cattolicesimo; ciò risulta particolarmente prezioso in un contesto come quello contemporaneo in cui le accuse di irrazionalismo rivolte alle religioni si moltiplicano. Il sito conta molti collaboratori e riproduce documenti e notizie provenienti da tutto il mondo cattolico. Andrea Balbo Pag. 8 Cose dell’altro mondo Brasile - Abataetetuba Un amico mi chiese... … In risposta a um amico che mi scrisse e-mail: “Dove ti trovi, cosa fai, com’è la tua giornata? Socializza!”. Mi trovo nella città di Abaetetuba, Stato del Parà, Amazzonia/Brasile, a circa 60km dalla più nota città di Belèm (sede del Foro Sociale Mondiale 2009). Abaetetuba ha 90 mila abitanti (Belém ne ha 2 milioni); ha un volto pacato: scuole, chiese e minicommercio, invasione di biciclette e motociclette; ma è nella rotta della droga, via terra e via mare, quindi l’indice di violenza è altissimo, con morti tutte le settimane. Le vittime sono per lo più giovani. Secondo l’ultimo sondaggio, che spero sia gonfiato, ad Abaetetuba si drogano 70% degli adolescenti! Per comprare la roba le ragazze si prostituiscono; i giovani rubano, anche nelle chiese. Non vorrei essere frainteso, ma ho l’impressione che ai tropici la vita valga poco e la sessualità sia senza freni. Tre vescovi di qui, Erwin Krautler, José Luiz Ascona e Flavio Giovenale, che hanno denunciato droga e prostituzione, sono minacciati di morte. La città di Abaetetuba offre ai giovani pochissime opportunità di lavoro; la scuola stessa è precaria e le università sono concentrate a Belèm raggiungibile in due ore coi mezzi pubblici, bus e barca. La regione di Abaetetuba, che comprende 72 isole, è considerata la capitale dell’açaí (prodotto palmifero, un concentrato di vitamine) che aiuta a risolvere problemi di denutrizione e malnutrizione. Non mancano frutta e pesce. I più poveri vivono della pesca dei gamberi. Qui c’è il minifondo, quindi non ci sarebbero conflitti di terra, che invece impestano il resto dello Stato del Parà. Ma in Brasile stanno dilagando le monoculture per l’agro-business dell’etanolo, protagonista la canna da zucchero. C’è il programma di piantare qui la monocultura del dendé, perciò imprese e latifondisti stanno comprando i minifondi. I piccoli proprietari, o per necessità immediata o per imbroglio, stanno (s)vendendo i loro terreni e migrano in città. Sul fenomeno abbiamo “gridato” e ci sono timide iniziative di resistenza. Il grido è la “voce dei senzavoce”. La Chiesa, 17 anni fa, ha lanciato il grido degli esclusi, Grito dos excluidos. Da allora, ogni 7 settembre, giorno dell’Indipendenza del Brasile, il popolo marcia e rivendica i suoi diritti. Quest’anno ho contribuito con un pupazzo alto 5m.: Mister Lixo. C’era anche un crocifisso col cappello di campesino, chiedendo giustizia, contro l’impunità. … Io sono qui dal 10 di Maggio, a sostituire due padri malati della parrocchia Nossa Senhora do Perpétuo Socorro. E Domenica scorsa (11.09.2011) ho ricevuto l’investitura come parroco. Io speriamo che me la cavo, perché finora ho lavorato prevalentemente “free”. La pastorale di qui è differente. Belèm ha montato il “cirio de Nazaré”, una manifestazione religiosa record nel mondo, che riunisce centinaia di migliaia di devoti. Oggi ogni parrocchia e comunità vuol fare il suo “cirio” con festa patronale e sagra. Arnaldo DeVidi, Abaetetuba, Brasile, 08/2011 Cronaca bianca Marzo 2012 Secondo un dossier di Caritas/Migrantes Da dove vengono e dove vanno i soldi dei migranti “Verso l’Asia 440 miliardi di dollari da tutto il mondo, una cifra in crescita nonostante la crisi” L’ammontare delle rimesse dei lavoratori migranti supera gli aiuti ufficiali allo sviluppo elargiti dalle istituzioni internazionali nell’ambito dei programmi di cooperazione. A metterlo in evidenza è il dossier Caritas/Migrantes presentato nel corso di un convegno organizzato a Manila, nelle Filippine. Nelle aree in via di sviluppo nel corso del 2010 sono arrivati 325 miliardi di dollari inviati da cittadini espatriati, una cifra pari al 10 per cento del Pil. I trasferimenti internazionali di denaro sono tornati a crescere dopo una flessione nel 2009, confermando come essi tendano “a rafforzarsi nelle fasi di recessione”. L’Asia è il continente verso cui si indirizza la maggior parte dei flussi mondiali (440 miliardi di dollari). L’India e la Cina, con circa 50 miliardi di dollari ognuna, sono i paesi che beneficiano dei maggiori introiti. Nelle Filippine (quarto posto assoluto) arrivano 21,3 miliardi di dollari. Particolare rilevanza, se raffrontati con i rispettivi Pil, hanno i flussi monetari che giungono in Tagikistan (35,1 per cento del pil), Nepal (22,9 per cento) e Libano (22,4 per cento). Come avviene anche negli altri paesi dell’Unione europea, le rimesse inviate dall’Italia sono in calo: nel 2010 è stata pari a 6,6 miliardi di euro, con una flessione del 5,4 per cento rispetto all’anno precedente: un aspetto – viene spiegato – dovuto, più che alle dinamiche legate alla congiuntura economica, alla normativa che tra il 2009 ed il 2010 si è più volte modificata abbassando il limite di invio fino ai duemila euro. Nel corso dell’ultimo anno, l’Asia è il continente che più ha beneficiato delle rimesse originate dall’Italia (con 3 miliardi di euro, 47,4 per cento di tutti i flussi), seguono i paesi europei (27,4 per cento), l’Africa (12,5 per cento) e le Americhe (11,6 per cento). Tra tutti i paesi, la Cina è quello a cui viene inviato il maggior volume di rimesse con 1,7 miliardi di euro, seguito da Romania (800 milioni di euro), Filippine (712 milioni di euro) e Marocco (251 milioni di euro). Di rilievo anche i flussi inviati in Bangladesh (193 milioni), India (132 milioni), Sri Lanka e Pakistan (75 milioni cadauna). Il livello procapite sale molto nel caso dei cinesi che inviano in patria poco più di novemila euro a testa, dei filippini con 7.760 euro e dei senegalesi e bangladesi (rispettivamente 3.100 e 2.600 euro). La precarietà della vita liquida La vita “liquida” è una successione ininterrotta di nuovi inizi ed è proprio per questo che le fini rapide e indolore (senza cui quei nuovi inizi sarebbero impensabili) tendono a rappresentare i momenti di massima sfida, i più insopportabili. Uno scotto da pagare in una società che non può mai star ferma e che, sospinta dall’orrore della scadenza, deve modernizzarsi. O soccombere. Ciò che occorre fare è correre con tutte le proprie forze per restare nella stessa posizione. La vera posta in gioco è la propria salvezza (temporanea) dall’esclusione. Con il suo timbro inconfondibile, l’acuta analisi sociologica, Baumann apre una nuova finestra sull’oggi per scandagliare minacce e opportunità. La vita “liquida” è precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza, con la paura di essere colti alla sprovvista, rimanere indietro, dimenticare le “date di scadenza”, perdere il momento della svolta e superare il punto di non ritorno. Ciò che conta è la velocità. Non la durata. da intervista a Z. Bauman, La Stampa, 27.8.2011 Suor Eugenia Bonetti Per casa l’altra metà del mondo Suor Eugenia, 69 anni, milanese di queste “schiave” sempre più giovani trovato un lavoro, o Bubbiano, missionaria della Consola- ed è diventata la voce di donne che hanno scelto di tornata, è vissuta per ventiquattro anni in sono “usate” e “gettate” come spazza- re in patria. Grazie al Kenia; rientrata in Italia, ha scoperto tura. Coordina l’Ufficio “Tratta delle lavoro instancabile di che la sua Africa era arrivata nel no- donne e minori” dell’Usmi, al quale suor Eugenia le “rastro Paese. E’ il mondo della notte fanno capo 250 religiose, appartenenti gazze della notte” riscoprono di avere dove più di trentamila ragazze “la- a 75 congregazioni. Nelle case e nei un nome, un volto, una voce e ritornavorano” sulle strade per soddisfare le conventi di suor Eugenia sono passa- no ad essere persone con una dignità e richieste di milioni di clienti tra i 18 te 5000 ragazze e otto su dieci hanno un futuro. Simona Bruera e i 65-70 anni, di Finestra per il Medio Oriente ogni ceto e condizione sociale. Negli ultimi 30 Le lettere di Don Andrea Santoro /27 - Sulla scia di Abramo anni più di trenta alle cose, alla terra, ai nostri idoli, a noi stessi, ai Qui, sulla scia di Abramo, inizia il milioni di donne nostri amori e interessi, fonte di ogni guerra, odio nostro cammino. Ci sono ore tremende, nel mondo sono e divisione? Non è forse il perdere tutto che ci fa in cui ti sembra di perdere tutto, in cui state usate per guadagnare tutto e non è forse la volontà ostinata Dio stesso ti toglie tutto. Che fare? l’industria del di possedere tutto che ci fa perdere tutto e porta alla Ricordiamoci del nostro padre sesso, una delle distruzione? Abramo. Ricordiamoci della sua “ora”. più produttive, Auguro a me e a voi, oggi, festa del nostro padre che vale 32 mi- Ricordiamoci dell’”ora” in cui Gesù, Agnello di Abramo, di confessare con la vita che amare Dio lioni di dollari Dio salì sulla croce per essere sgozzato, vittima invale più di ogni cosa. E che amare il prossimo l’anno. Sono nocente per noi peccatori. Ricordiamoci dell’”ora” è possibile solo facendo di Dio il nostro tesoro 500 mila le ra- in cui Maria, come Abramo, era lì a offrire suo e rigettando qualunque altro tesoro, fosse anche gazze che ogni figlio (il suo unico figlio, il figlio Santo e Amato), un figlio “adorato” come un idolo. Quando il anno vengono per gli altri suoi figli, altrettanto amati, ma dispersi cuore è puro da ogni attaccamento allora l’amore reclutate da ban- e peccatori. La fede dei santi nell’ora della prova, sgorga puro da esso. Quando avremo “rinnegato” de criminali che, la fede di Abramo e di Maria nell’ora del buio, noi stessi allora potremo vedere gli altri e amarli attraverso l’Eu- la nostra fede nell’ora della potatura e del dolore come noi stessi. Quando avremo lasciato tutto per ropa, le portano più cocente, può salvare il mondo e far risalire gli amore suo, diceva Gesù, allora avremo il centuplo nei nostri Paesi uomini dal buio degli inferi alla luce della Vita. Il quaggiù, la vita eterna nell’aldilà, insieme a prove e con l’inganno e segreto di Abramo fu i1 dolore offerto per amore e le sottopongono la prova vissuta con fiducia, obbedienza e abbando- persecuzioni. È la promessa di Gesù a Pietro che gli diceva: noi che abbiamo lasciato tutto che avremo? a violenze, botte no totale. Il segreto di Abramo fu il distacco totale È la nostra stessa domanda, perché ci preme giue crudeltà. Dal per non fare neanche di suo figlio un idolo e per stamente la felicità, la vita, il possesso della gioia, 2000 suor Euge- confessare che solo DIO È L’UNICO. Forse c’è l’abbondanza piena di ogni bene e di ogni riccheznia si dedica a una lezione per i nostri fratelli ebrei, per i musulza. Ma la via qual è? Abramo ci indica la direzione mani, per noi cristiani. Non è forse l’attaccamento Perché vado in Turchia Religione&Scuola Pag. 9 CINEFORUM Film per la catechesi e l’irc FireProof Regia di Alex Kendrick (2008) Marzo 2012 Dal giornale degli studenti del Liceo “Porporato” di Pinerolo La storia incredibile di Monique van der Vorst Quando il destino ti regala una seconda occasione Caleb Holt (Kirk Cameron) è un capitano dei vigili del fuoco che combatte contro le fiamme negli edifici e nella sua stessa famiglia. La storia che sto per raccontarvi ha fiarsi fino alla paralisi. E poco dopo gabilmente conseguenze positive. Sua moglie Catherine (Erin Bethea),medico in un ospedale,è una donna profondamente dell’incredibile e di sicuro chi non anche la gamba destra fece la stessa Infatti, quando la ragazza fu portata frustrata e delusa dalla sua condizione matri- crede ai miracoli dovrà ricredersi fine sotto gli occhi increduli dei me- in ospedale, cominciò a sentire un moniale. Lei lo accusa di dirigere le sue at- dopo aver letto questo articolo. È la dici che non riuscirono a spiegarsi il formicolio alle gambe e dopo un po’ tenzioni su interessi che la fanno sentire ogni storia, infatti, di Monique van der perché. Monique si ritrovò, quindi, era in piedi. Aveva finalmente ripregiorno più estranea, lui si deve accontentare Vorst, giovane atleta olandese, che in carrozzina e da quel momento so a camminare. Anche questa volta della gratificazione che riceve dallo svolginonostante il suo handicap, è riusci- decise di seguire il suo sogno di di- i medici rimasero senza parole, limimento del suo lavoro, ma sente la moglie ta a trovare la forza di andare avanti. ventare atleta, dedicandosi allo han- tandosi a descrivere come “miracodistante ed assente. La crisi sta per deflagrare Dopo una lesione all’anca, Moni- dbike. Proprio con questa bicicletta lo” ciò che era appena accaduto. È nella rottura definitiva del vincolo matrimoque, allora tredicenne, dovette subi- particolare, ribattezzata da lei stessa possibile che il colpo ricevuto nello niale, ma il padre di Caleb convince il figlio a rivolgersi a Colui che solo può aiutarlo dando- re un’operazione chirurgica. Niente «culla della velocità», vinse sei titoli scontro le abbia tolto pressione dalla gli la forza di un esame introspettivo e la spe- di anormale, quindi, senonché sotto europei e tre campionati del mondo. spina dorsale, ma nessuno sa davveranza di una salvezza coniugale e spirituale. i ferri la sua gamba sinistra cominPochi mesi prima dei Giochi di ro come sia andata in realtà. Sta di La famiglia è indubbiamente felice. Con un ciò a perdere sensibilità ed a gon- Pechino, Monique fu vittima di un fatto che, oggi ventisettenne, Monisalto temporale,che emarincidente in cui una macchi- que gareggia ancora, ma questa volginerà le sequenze in aperna le finì addosso proprio ta su una vera e propria bicicletta ed tura senza alcun richiamo mentre si stava allenando e è entrata a far parte della nazionale successivo,un uomo svoldi John Lennon ge la sua attività quotidiana le spostò due vertebre, pro- olandese “normodotati”. Ed ecco, di vigile del fuoco attivo e vocando uno schiacciamento quindi, il lieto fine di una storia che Immagina non ci sia il paradiso solerte. che la paralizzò dalla vita in sembrava ormai non avere più posQuello che potrebbe ap- prova, è facile. giù. Nonostante ciò, Moni- sibilità di cambiamento. Una storia parire come un prolunga- Nessun inferno sotto di que continuò ad allenarsi du- che insegna a non abbattersi di fronmento naturale della felice noi ramente. Infine un terzo in- te alle difficoltà e che testimonia presentazione iniziale, conSopra solo il cielo cidente, nel 2010: un’auto la davvero come a volte i miracoli avtrasta di fatto con una realtà Immagina che la gente ben differente e più complessa. Tra le mura di buttò fuori strada. L’ennesi- vengono veramente. casa non c’è nulla di tenero e ordinariamente viva solo al presente... ma disgrazia che ebbe inspie- Francesca 5°A/L, Onda d’urto, Dicembre 2011 intimo. Uno stato di incomunicabilità tra una donna e un uomo legati in un matrimonio in Immagina non ci siano paesi difficoltà regna in un’atmosfera di malessere non è difficile da fare esistenziale. Rabbia e chiusura dominano sui Tu chiamale se vuoi, emozioni... Così tua non c’è. Capire tu non puoi: diceva due coniugi barricati nelle rispettive posizioni, Niente per cui uccidere e morire cantava il grande Lucio Battisti. Già, ancora Battisti. Ognuno di noi prova, senza che questi vogliano o possano mostrate e nessuna religione. perché lui sapeva bene cosa fossero le infatti, emozioni diverse nello stesso la capacità e, forse, la volontà di recuperare Immagina che tutti emozioni e come trasmetterle agli altri. momento e reagisce a queste ultime in lo spazio che si va creando fra loro. La sua Emozione può essere un tramonto tra le modo peculiare. vivano la loro vita in pace.. attività lo porta a compiere opere di bene a colline, una passeggiata in solitudine di Il linguaggio delle emozioni è universale beneficio del prossimo ed a costo di elevati mattina presto, la nascita di una nuova perché esse vengono espresse da tutti, sacrifici,il che, però, non comporta un’astra- Puoi dire che sono un sognatore vita, uno scambio di opinioni frivolo con in qualsiasi luogo, tempo e cultura con zione da una condizione di dolore e di profon- ma non sono il solo uno sconosciuto. modalità simili. Inoltre, secondo Darwin da angoscia per un disconoscimento delle sue Spero che ti unirai anche tu un giorno Lui aveva ben chiaro che cosa fosse non solo gli uomini sono in grado di virtù da parte della sua compagna di vita. Qui, un’emozione. E noi? Noi non ci emozionarsi, ma anche gli animali. e il mondo diventi uno la professione di chiediamo mai che cosa significhi Esse condiscono le nostre giornate e ci Il cielo in una frase vigile del fuoemozionarsi? Che cosa sia un’emozione? accompagnano sempre. Una vita senza co è innalzata «La religione non è un esperimento Immagina un mondo senza Eppure emozione è tutto ciò che ci emozioni sarebbe vuota, piatta e spenta. ad immagine ma un’esperienza di vita per mezzo la proprietà circonda. Magari anche quel pescatore Anche se sembra impossibile, esiste sconosciuto, stanco della notte e della una malattia che provoca l’incapacità di di offerta di della quale l’uomo partecipa mi chiedo se ci riesci vita, può regalarcene una. Se solo siamo percepire, descrivere e verbalizzare le sè stessi per la all’avventura cosmica.» senza necessità di avidità capaci di coglierla. emozioni proprie ed altrui: l’alessitimia. salvezza degli (Raimon Panikkar) o fame Emozione può essere tutto o niente. Quando un’emozione persiste nel altri, ma non Emozione può essere uno sguardo tempo prende il nome di sentimento. porta con sè i riconoscimenti per le virtù La fratellanza tra gli uomini sfuggente, un sorriso rassicurante. Quello più studiato, narrato e cantato è esercitate. L’irrompere nel film del concet- Immagina tutta la gente Un bacio. L’abbraccio di un’amica. l’amore. Tormentato, passionale, intenso to del Divino avviene nella forma di valore condividere il mondo intero… Apprezzare ciò che la vita ci offre. E’ e profondo, ha la capacità di renderci discriminante,come ragione posta a spiegasapersi sorprendere per un paesaggio felici o tristi in un solo istante. Addirittura zione dell’intera storia. Alle lamentele dei Puoi dire che sono un sognatore mozzafiato. E’anche, perché no, inflazionato in questo periodo… due coniugi ed al loro graduale allontanaun’interrogazione a sorpresa. Emozione Grazie a Te, a Voi, che mi fate mento fanno da contraltare, per il marito, i ma non sono il solo è ricordare. E’ cadere e rialzarsi. Cogliere emozionare per il solo fatto di esistere. moniti di un collega di lavoro e del padre,il Spero che ti unirai anche tu un giorno Beatrice Roux 5Cg l’attimo fuggente, quello giusto. Un quale lo spinge a riporre la propria fiducia e che il mondo diventi uno. Onda d’urto, Dicembre 2011 esame andato bene. Ma anche uno in Dio e a seguire una serie di consigli quoandato male. Emozione tidiani scanditi in 40 giorni. Caleb, dapprima è avere paura, sentire il titubante,accetta la sfida dell’amore ed intrabatticuore. Un amico prende un cammino che potrebbe condurlo a perso ed uno ritrovato. salvare il cuore della moglie ed il matrimonio. Emozione è vivere, L’aspetto di un approccio alla fiducia riposta crescere. E’ sapersi in Dio,un anelito al Divino ed il porre in Lui emozionare. Emozione le proprie miserie ed angosce è meritevole di siamo noi. stima ed attenzione. Qualcosa che è dentro Walter Gambarotto me, ma nella mente Imagine Chiamale se vuoi, emozioni In diocesi Pag. 10 Marzo 2012 Temi per riflettere in un’assemblea diocesana - 6 La prima generazione incredula Non si pone contro Dio o contro la Chiesa di Gesù, ma sta imparando a vivere senza Dio e la Chiesa L’attuale generazione di giovani fatica a sillabare con l’alfabeto cristiano il suo bisogno di senso e di sacro e a sintonizzarsi sulla parola di Gesù per rispondere a quella domanda che ogni uomo è a se stesso, che fatica a riconoscere nella prassi liturgica il luogo dove si impara a conoscere il Dio dell’amore e l’amore di Dio. Una generazione che non si pone contro Dio o contro la Chiesa di Gesù, ma che sta imparando a vivere – e a vivere anche la sua religiosità – senza il Dio e la Chiesa di Gesù. E questo non perché si sia esplicitamente collocata contro Dio e contro la Chiesa, ma molto più elementarmente perché nessuno ha testimoniato a essa la convenienza della fede, la forza della parola del Vangelo di illuminare le soglie e le domande della vita, la bellezza di una fraternità nella comune sequela. La domenica senza la Messa A prima vista un tale rapporto sembra segnato da alcune paradossali contraddizioni. I nostri ventenni e trentenni, infatti, da una parte si tengono sempre più a distanza dalle pratiche di preghiera e di formazione proposte dalla Chiesa, ma dall’altra esprimono un generale apprezzamento per il valore dell’esperienza religiosa; da una parte si riconoscono vicini a molte delle posizioni assunte dal Santo Padre e dai Vescovi in relazione alla difesa della tradizione cristiana della cultura occidentale e dei suoi segni pubblici, dall’altra però manifestano un incredibile Musica e spiritualità Walter Gatti e il nuovo organo di Madonna di Fatima: “Soli Deo Gratia” di Joram Gabbio Continuiamo il dialogo con il maestro W. Gatti: “Da alcuni mesi nella chiesa di Madonna di Fatima è in funzione il nuovo organo. Se è indiscusso il suo valore artistico si potrebbe obiettare qualche perplessità sul suo effettivo impiego liturgico. Cosa ne pensi?” Per rispondere a questa domanda mi rifaccio al discorso tenuto la sera del 2 dicembre 2011 per l’inaugurazione ufficiale da Don Paolo Bianciotto, Parroco della Chiesa di Madonna di Fatima, e da Silvio Sorrentino, l’ingegnere che ne ha seguito il cammino dalla progettazione al collaudo; essi si sono espressi con grande chiarezza su tre concetti che mi trovano pienamente d’accordo e che faccio miei, sintetizzandoli al massimo: “Soli Deo Gloria”. Il primo punto, fondamentale per un credente, è la Gloria di Dio. Quando si fa qualcosa per Dio si deve dare il meglio! Quanto di meglio possa essere uno strumento come quello presente a Madonna di Fatima è difficile immaginare. Il secondo, è il concetto della bellezza che rende migliori gli uomini, elevandoli da una vita purtroppo quasi sempre basata sul calcolo e sulla sopravvivenza. La bellezza va condivisa e uno strumento bello - non solo esteticamente, ma per le sue possibilità sonore, legate alla qualità dei materiali con i quali è costruito - è per tutti: per la comunità che lo ha voluto, per il passante occasionale, che entrando per trovare un momento di meditazione può ascoltarne il suono maestoso ma anche intimo e per le generazioni che verranno. Il terzo che è un dovere civico, soprattutto in tempi come quelli che viviamo: testimoniare la cultura come chiave per uscire da un abbruttimento ed un appiattimento che ha reso banale la vita del nostro Paese; sappiamo quanto la cultura sia sottovalutata, soprattutto in Italia che dovrebbe invece esserne la patria indiscussa. Un gesto di grande coraggio come l’edificazione di questo strumento, alla luce di quest’ultima considerazione, andrebbe rispettato a prescindere da tutte le considerazioni. L’organo della chiesa di Madonna di Fatima racchiude in sé la celebrazione della Gloria di Dio, la bellezza condivisa e la testimonianza che una comunità rende pensando anche a chi viene accolto, che sia in occasione di una liturgia o di un concerto. Con grande generosità e lungimiranza la comunità parrocchiale di Madonna di Fatima offre tutto ciò ai presenti ed alle generazioni che verranno. Joram Gabbio analfabetismo biblico. Ancora qualche altro paradosso che viene dal mondo di internet: quasi nessuno ama parlare di fede nella rete e spesso, nei profili con cui descrivono loro stessi, i giovani si dichiarano agnostici (qualcuno anche ateo), eppure aumentano nella galassia del web i siti dove “lasciare una preghiera”, “accendere una candela”, “trascorrere momenti di pace”. Ma il dato più rilevante è forse il fatto che moltissimi giovani, pur essendosi avvalsi dell’insegnamento della religione a scuola e pur provenendo da ambienti vitali di larga ispirazione cattolica, disertano con grande disinvoltura l’appuntamento settimanale con il Signore Gesù: la Messa della domenica, e non sembrano per nulla interessati a cammini di approfondimento della fede cristiana. Sono sempre più rari i cosiddetti “gruppi giovani”. I genitori dei nostri ventenni e trentenni, d’altro canto, sono proprio coloro che hanno respirato a pieni polmoni l’aria di cambiamento del ’68 e le allora imperanti istanze di rifiuto della tradizione culturale e religiosa dell’Occidente. Questi genitori, da parte loro, con il tempo hanno rallentato la pratica di preghiera e il legame di fede e, pur non impedendo che i figli andassero a catechismo o scegliessero l’insegnamento della religione cattolica a scuola, a casa non hanno testimoniato alcuna fiducia nel Segue a pag.11 Poesie Oltre i tetti di Pasqualino Ricossa Danza di nuvole, di gialli, di rosa. Di fuoco incendia il sole, il tramonto. Vesti vaporose orlate di argento di angelici cori, scendon soavi con la brezza serotina, sull’affannosa terra di assordati uomini disusi a sollevar lo sguardo oltre i tetti. Pasqualino Ricossa Passinpiazza Elogio della scrittura Il numero di dicembre diffondeva in ultima pagina il regolamento del concorso letterario della Banca del Tempo di Pinerolo. Da che cosa è nata, e da che cosa muove in genere, l’idea di un concorso letterario? Al di là del titolo o della situazione contingente che ne ha creato l’opportunità, questo concorso muove dall’esigenza di dar voce a tutte quelle persone che usano il testo scritto non solo come testimonianza, ma come bisogno di scrivere per coscientizzare, per confrontarsi con se stessi, con le proprie esperienze , con le proprie emozioni, con le proprie relazioni, col proprio rapporto con gli altri, con il mondo. Per far in modo che ciò che ci sta dentro venga esteriorizzato, sicuri che la pagina non ci tradirà, starà lì muta testimone, ma capace di essere presente ogni volta che se ne sente il bisogno, portandone il peso, che non grava così solo più su di noi, lasciandosi correggere e permettendoci di modificare insieme ad essa anche i nostri atteggiamenti e le nostre convinzioni. Scrive a questo proposito Silvia Bonino ( Professore onorario di psicologia dello sviluppo, Dipartimento di psicologia, Università di Torino): “I nessi tra scrittura ed emozioni non sono immediatamente evidenti … la parola scritta costituisce uno strumento fondamentale per esprimere le emozioni e per acquisire consapevolezza su di noi e su ciò che stiamo vivendo. Fermarsi a mettere “nero su bianco”, anche solo per noi stessi, ciò che stiamo vivendo e le vicende che ci toccano emotivamente, è uno strumento non solo utile, ma in molti casi indispensabile, per acquisire consapevolezza su di noi e le nostre emozioni… Per queste ragioni la parola è stata definita da tempo il microcosmo della coscienza… Per questo oggi si ritiene che l’incapacità di saper esprimere i propri vissuti in parola, soprattutto scritta, costituisca un grave limite per lo sviluppo emotivo e della consapevolezza di sé, che ingabbia le persone in un’emotività incontrollata e pericolosa. Ciò significa che un ragazzo che esce dalla scuola senza saper scrivere non solo ha dei limiti cognitivi, ma anche emotivi e sociali”. Gli studi più recenti sulla narrazione hanno ulteriormente ampliato l’analisi, approfondendo il ruolo svolto dal ricorso alla parola scritta tutte le volte che un evento viene a spezzare la normalità della nostra esistenza. Di conseguenza, scrivere viene considerato uno strumento importantissimo nelle condizioni di lutto o malattia, e più in generale in tutti i momenti critici della vita, al fine di trovare un ordine nella propria esperienza, dare senso a ciò che ci sta succedendo, comunicare con gli altri. La scrittura infatti obbliga a tradurre un vissuto caotico in qualcosa di ordinato e comunicabile, aiutandoci così a uscire dalla confusione. Inoltre essa costringe a vedere la situazione in cui siamo immersi dall’esterno, favorendo in questo modo il distacco dal proprio egocentrico punto di vista. Il testo scritto diventa infatti una realtà fuori di noi, con cui confrontarci e su cui riflettere Maria Teresa Maloberti ulteriormente… In diocesi Pag. 11 il 1802 con Nel territorio Profili i materiadel comune Parrocchie del Pinerolese – 16 li dell’antica di Bibiana vi chiesa di san sono due parMarcellino e il rocchie che nuovo edificio appartengono sorse sul sito a due diocesi diverse: San Marcellino in Bibiana appar- della confraternita del Nome di Gesù. La tiene alla diocesi di Pinerolo; San Biagio in confraternita pose la sua sede nella chiesa Famolasco (un tempo dipendente dall’ab- di Santa Maria, risalente al 1600. Nel 1716 bazia di Santa Maria di Pinerolo) è passata fu costruita la cappella di San Bartolomeo alla diocesi di Saluzzo. La parrocchia di e nel 1789 quella della Madonna delle Bibiana compare con certezza per la pri- Grazie, affidate sino a non tanti anni fa, a ma volta nel 1159; nel 1386 dipende dalla un cappellano residente a San Bartolomeo. diocesi di Torino; nel 1584 riappare come Nel 1946 il priore don Manzon elencava dipendenza della prevostura di Vezzolano. anche le cappelle di Pellengo (Madonna La primitiva chiesa parrocchiale, intitolata della Neve, 1730), San Vincenzo Ferreri a San Marcellino vescovo di Embrun, sita (1745), Madonna dei Sette Dolori (1747), sul luogo dell’attuale cimitero, nel tempo San Lazzaro e Sebastiano (1752), San Mivenne a trovarsi assai distante dall’abitato chele (1770), San Bernardo (1904), Sane il parroco funzionava nell’oratorio dei tuarietto (detto di Maria Immacolata,San disciplinanti di San Bernardino, di cui si Giuseppe,Sant’Espedito) edificato tra il ha notizia dal 1584, eretto dagli abitanti nel 1901 e il 1920. La parrocchia di Lusernetta concentrico. Nel 1770 la sede parrocchia- fu eretta nel 1778 e l’attuale chiesa risale al le fu trasferita nella chiesa detta del Gesù 1846. In precedenza il territorio era parte (o anche di San Bernardino). Poiché non della parrocchia di Bibiana e un vicario di mancavano problemi tra gli abitanti del questa esercitava le funzioni parrocchiali. concentrico e della periferia, si pensò, ma Il vicario dapprima funzionava nella capla cosa non ebbe seguito, alla creazione di pella di San Bernardino (decorata con andue parrocchie. Nel 1779 furono stabilite tiche e pregevoli pitture e oggi conglobata in Bibiana due vicarie; l’una per il vicario nel cimitero), poi dal 1754 si trasferirono di San Marcellino chiamato a coadiuvare le celebrazioni in una cappella rurale deil priore, l’altra per il vicario che doveva dicata a Sant’Antonio abate (tale rimase la occuparsi del quartiere di Lusernetta, allo- titolazione della nuova parrocchia) sita sul ra nel comune di Bibiana. Dal 1782 s’in- luogo dell’attuale municipio. Una piccola contrano documenti riguardanti l’erezione cappella dedicata a San Rocco sorge ancodi una nuova chiesa e casa parrocchiale. I ra oggi. Giorgio Grietti lavori, a detta del Caffaro, iniziarono dopo Nel territorio di Bibiana e di Lusernetta La prima generazione incredula, segue da pag.10 Vangelo, nell’esperienza ecclesiale e nella prassi della carità. Ecco il punto o, meglio, l’anello mancante: tra i giovani di oggi e l’esperienza di fede la cinghia di trasmissione si è interrotta a causa di quella testimonianza che il mondo degli adulti ha tralasciato di offrire. Una catechesi blanda e tiepida L’attuale cura che la comunità ecclesiale esprime per i giovani è molto al di sotto di quanto sarebbe necessario. Se nel passato l’educazione dei giovani alla fede poteva fare affidamento a tre punti d’appoggio, la chiesa, la famiglia e la società, oggi non è più così. Per questo, allora, non possiamo più limitarci alla semplice preparazione, celebrazione e narrazione delle GMG. Non possiamo più limitare la frequenza della vita parrocchiale a una catechesi molto blanda e tiepida. Non possiamo più /:=887+-:=<<1[ZT +WZ[W<WZQVW 8QVMZWTW<7 <MT! .I`! 16.7:5)<1+)<-4-.761)=..1+17+)6+-44-:1) propriamente ritenere lo spazio ecclesiale semplice luogo di esercizio della fede. Dobbiamo pensarlo, strutturarlo e renderlo sempre di più come luogo di generazione della fede, luogo in cui non solo si prega ma nel quale si impara anche a pregare, luogo nel quale non solo si crede ma nel quale si impara anche a credere. Una tale società sta infatti riservando ai giovani solo le briciole dei suoi investimenti e delle sue attenzioni. Si pensi alle inique distribuzioni della spesa sociale. Questa nostra società sta lentamente consumando il suo – e a maggior ragione quello dei giovani – futuro. E quando il futuro appare più una minaccia che un orizzonte di speranza, allora sono aperte le porte al nichilismo. Una Chiesa veramente attenta ai giovani, che prende in carico la loro incredulità e la loro situazione di disagio, riscopre così non solo il suo volto missionario ma assume anche una carica profetica in grado di orientare il cammino della città degli uomini. Scritto da Don Armando Matteo, il 4 gennaio 2011 w w w. s a l e s i a n i n o r d e s t . i t / i n d e x . php?option=com_content&view=article &id=684:giovani-la-prima-generazioneincredula&catid=15:dimensione-educativae-culturale&Itemid=35 Marzo 2012 Educare. Da dove partire? Dalla famiglia Dire “educare” oppure “occorre educare” obbliga subito ad aggiungere la domanda: “da dove partire?” All’interno del Consiglio Pastorale Diocesano questo interrogativo è rimbalzato più volte. C’è stata una convergenza sulla risposta: “partiamo dalla famiglia”. Il motivo è molto semplice: la famiglia è «la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti; insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato». È un compito impegnativo quello di educare, perché occorre essere presenti. Se papà e mamma non sono dentro la casa è impossibile trasmettere valori, perché l’educazione avviene in un sincero rapporto da persona a persona, nel nostro caso, tra genitori e figli. Se in una famiglia c’è comunione di amore, essa diventa ambito ideale per una profonda ed incisiva educazione; è come essere dentro una stanza piena di luce: ci si orienta, si conoscono i volti e le cose, e li si chiama per nome. Educare implica fiducia, soprattutto in famiglia. La fiducia nasce dall’amore. Ma per amare bisogna “esserci”. Sovente gli adulti accusano i giovani di essere senza ideali, in preda al tutto e subito, con progetti a breve termine, senza ampi orizzonti. Ma lanciando queste accuse, gli adulti accusano se stessi perché riconoscono il fallimento di non aver saputo comunicare un modo sapienziale di intendere la vita. È venuta meno la “tradizione”, la consegna di una visione del mondo, del senso del vivere; è venuta meno la trasmissione della fede. I giovani di oggi si sono trovati soli, senza educatori - prima di tutto senza padri e madri - di fronte alle seduzioni del neocapitalismo, quello privo di valori, al di là dell’immagine di sé, del consumo e del successo facile. Pier Giorgio Debernardi, vescovo Dalla lettera pastorale 2011 “Credette lui con tutta la sua famiglia” Dio con noi Francesco di Sales, continuando ad istruire Filotea, la persona della quale si era preso cura, così si esprime: “Non ti ho ancora parlato, Filotea, del sole della vita spirituale: Il Santissimo e Sommo Sacrificio e Sacramento della Messa”. Da questo “sole divino” il nostro santo era talmente affascinato da contagiare quanti avvicinava e procurava che anch’essi lo apprezzassero e santificassero così i giorni festivi, la Pasqua settimanale. E continua: “La Santa Messa è centro della religione cristiana, mistero ineffabile che manifesta l’abisso della carità divina: per suo mezzo Dio si unisce realmente a noi e ci comunica, in modo meraviglioso, le sue grazie e i suoi doni”. Queste espressioni così toccanti di Francesco di Sales non dovrebbero lasciarci indifferenti… Ci chiediamo: “Che cosa dice oggi a noi, popolo di Dio, la Santa Messa in cui si rinnova il mistero pasquale, cioè la morte e risurrezione di Cristo? E che cosa significa per noi nutrirci del suo Corpo glorioso?”. A questo proposito il nostro santo aggiunge: “Filotea, l’Eucaristia è realmente il Corpo e il Sangue di Cristo che Egli ci dona, affinchè chi ne mangia viva eternamente. Essa rinforza la salute e la vitalità dell’anima, per cui è quasi impossibile che possa morire spiritualmente”. E’ bello e confortante per noi sapere che Cristo ha lasciato alla sua Chiesa ricchezze inesauribili che sono sorgente di gioia e di forza per chi vi si accosta con fede e amore. Suore Visitandine Monastero della Visitazione, Pinerolo [email protected] Pag. 12 Territorio Marzo 2012 Quando il calcio è scuola di vita Il ruolo dell’oratorio San Domenico (e del calcio) nell’integrazione dei meridionali a Pinerolo Una testimonianza di Pino Di Leone, educatore, già allenatore del Pinerolo [...]Parliamo di calcio perché è lo sport che attira più persone, è uno sport di massa, è, era, facilmente praticabile in strada, nei campetti di periferia, e, soprattutto, quando erano molto più presenti, negli oratori. E per non essere troppo filosofi, mi piace ricordare un luogo, una struttura che ha accolto i ragazzi della fascia 6-18 anni che arrivavano dal Sud: l’Oratorio San Domenico di Pinerolo. “...dopo don Giraudo, è stato don Lisa a ren- dere l’Oratorio una struttura polivalente. Tra le altre attività si svolgeva anche il carnevale di Pinerolo (stiamo parlando degli anni che vanno dal 1956 al 1968). Negli anni della contestazione, all’Oratorio a don Lisa subentra don Mercol. L’oratorio inizia a diventare un luogo di aggregazione sempre più importante, nasce pure la scuola materna”. A essere interrogato dal sottoscritto è don Luigi, che diventa responsabile dell’oratorio dal 1972: “rivendico, non io, ma chi ha operato con me, un merito storico, quello di aver spalancato le porte all’arrivo di una grande massa di ragazzi provenienti dal Sud che hanno trovato nella nostra struttura, un luogo dove poter andare a giocare, ma non solo, visto che iniziavano ad esserci dei laboratori, delle gite, dei campeggi estivi. E’ bene ricordare che esisteva sia il campo da calcio, che era frequentato quotidianamente da circa 70 ragazzi, sia una parte dove venivano fatte le attività (laboratori, tra cui il teatro) che era quella definita femminile e che riusciva a coinvolgere 100 ragazze ogni giorno”. Certo mi ricordo anch’io: oratorio femminile e maschile, quella distinzione è esistita, solo per definizione, anche quando il sottoscritto ha iniziato a frequentare quel luogo magico intorno agli anni 80. Ma torniamo alla grande immigrazione, moltissimi ragazzi abitano nel centro storico. Le case popolari di via Podgora non erano ancora state costruite. Un numero impressionante di adolescenti. Don Gigi racconta di alcuni “personaggi” che sono diventate leggende, non sempre facilmente gestibili. L’oratorio come Ellis Island. Senza esagerare nei paragoni, ed è un peccato che questa bellissima esperienza non abbia una fonte scritta. Ma i “nativi” come hanno preso questa ondata di ragazzi meridionali, chiedo a don Gigi: “ una gran parte si è rifugiata negli scout, è inutile negare che qualche famiglia del posto non era contenta della nuova situazione, ma devo dire che il calcio ha avuto un’importanza straordinaria nell’avvicinare i diversi contesti, le diverse radici.” Gli anni che citava il don sono quelli della nascita di una società calcistica che per anni a Pinerolo è stata connotata come una squadra prevalentemente “sudista”, la Caffarelli. La dirigenza era formata soprattutto da dirigenti di Piazza Armerina, paese siciliano che anche attualmente ha una forte rappresentanza a Pinerolo, il Presidente era Pippo La Spina che aveva anche tre fratelli che giocavano nella prima squadra. «La Caffarelli, afferma La Spina, nasce nel 1968-69 dopo che per anni avevamo fatto il torneo di San Luigi. Nasce per la volontà di alcuni amici, soprattutto di Piazza Armerina, di trasformare l’esperienza del torneo in una vera società di calcio. Il nome Caffarelli ha una connotazione economica, in quanto era il mobilificio Caffarelli a pagarci le tute e le maglie”. Quando entro in casa del Presidente in bella mostra ci sono le foto di quegli anni, le vittorie della squadra, che dalla terza categoria arriva in prima. “... in squadra la grande maggioranza era composta da ragazzi di famiglie immigrate. Qualche “straniero” c’era, ma pochi”. La Caffarelli è stata per anni la se- conda squadra di Pinerolo. A succedere a don Gigi all’oratorio, la “cantera” (nome della scuola calcio del Barcellona, che mi piace usare come paragone un po irriverente ma è pur giusto ricordare il gran numero di ragazzi usciti da quel campetto e approdati anche in squadre di calcio professionistico) è l’attuale responsabile don Bruno Marabotto, che, dopo qualche anno di “buio”, ha restituito alla struttura la sua mansione di luogo di aggregazione per tutti i ragazzi della città. Non sarà un caso che ragazzi che hanno frequentato in passato l’oratorio, oggi siano educatori professionali, insegnanti, allenatori, o comunque ragazzi che da quella esperienza sono stati influenzati in maniera importante. Vabbè Prof, questa è la mia “storia”. Permettimi di ricordare un amico che non c’è più e che ha fatto il servizio civile con me all’oratorio San Domenico: Marco Brugiafreddo, é a lui che voglio dedicare (se mai si può fare una dedica in un articolo, ma passamela, siamo tra amici) queste pagine. Pino Di Leone, educatore professionale minorile, allenatore, [email protected] Sintesi da PineroloIndialogo, gennaio 2012 P.S. Pino Di Leone sta raccogliendo vecchie foto ed altro materiale documentario dell’esperienza del San Domenico. Chi ha del materiale da segnalare si metta in contatto con lui. Questo giornale è inviato gratuitamente. È gradito un contributo per le spese di stampa. Si può utilizzare il bollettino indicato sotto. Grazie!!! Indialogo.it, Periodico di Cultura religiosa realizzato in collaborazione con l’Ufficio Irc/sms e la Comm. per l’Ecumenismo e il dialogo della Diocesi di Pinerolo, Direttore responsabile Antonio Denanni, Autorizzazione n. 2 del 16.06.2010 del Tribunale di Pinerolo. Redazione c/o Antonio Denanni, Via Goito 20, 10064 Pinerolo, 0121397226. [email protected], Editore “Alzani”, Via Grandi 5, Pinerolo. Abbonamento o sostegno: c/c postale n. 17814104, Tipografia Alzani, Via Grandi 5, 10064 Pinerolo (causale: Indialogo)