Samarcanda in senso orario
di Giuseppe Ghiani
Kazbegi (Georgia), venerdì 17 agosto 2012
La Strada Militare Georgiana sale verso Arsha, Sioni e Kobi. La vedo perdersi nel Caucaso,
attraverso le crepe del parabrezza che si sono formate quasi tremila chilometri fa in Uzbekistan. Nel
silenzio della montagna, solo il rumore del ruscello e di un bambino che ha trasformato una fontana
naturale in autolavaggio per il fuoristrada del papà.
Nessun rumore dal camper, che ha deciso di spegnersi e non ripartire.
Dietro di me Kazbegi e la frontiera russo-georgiana, due settimane di viaggio, una fracassata di
strada e una levataccia alle 3. Davanti, ancora sei nazioni per tornare a casa, un venerdì 17 che è
appena iniziato nel peggiore dei modi e un passo da più di duemilaquattrocento metri prima di
iniziare la discesa per Tbilisi.
È il momento di dare un'occhiata al motore, capire quale componente meccanico o elettrico ha
avuto la vigliacca idea di piantarmi a quattromila chilometri da casa e cercare di sistemarlo.
Se non ci riesco, almeno c'è di buono che sono bloccato in un gran bel posto.
Martedì, 31 luglio 2012
Dopo un duro anno di lavoro, poco dopo le 14, mi ritrovo finalmente a uscire dall'ufficio con la
maglietta dei "Camperisti Pisani", telecamera in mano, cercando di auto-riprendermi mentre salgo
sul camper e senza dare troppo nell'occhio. Con il risultato che il video sarà di pessima qualità.
Prendo nota dei chilometri di partenza, 107.099, e inizio il mio quinto viaggio intercontinentale in
camper.
Un caldo estivo mi accompagna finché non acquisto velocità col finestrino aperto sulla superstrada
per Firenze, e poi sulla A1 in direzione Bologna.
Già dopo Padova iniziano i primi problemi: nell'area di servizio di Calstorta non hanno il GPL (lo
hanno sempre avuto nei miei passaggi degli anni scorsi verso la Slovenia), e neanche nell'area
successiva. Inoltre, non riesco a trovare in vendita un bollino autostradale sloveno da 30 giorni, ma
solo da 7. Niente di grave, la spesa sarà la stessa: 15 euro all'andata e 15 al ritorno (anziché 30 per
l'intero mese), ma in seguito dovrò staccare il vecchio bollino dal parabrezza prima di rimettere
quello nuovo. Piccole rogne trascurabili.
Riesco a fare GPL solo nell'ultima area di servizio utile prima del Confine di Stato, non prima però
di aver impiastricciato il tappeto della cabina e pedaliera con una gomma rimasta attaccata sotto alla
scarpa (cosa mai successa da quando viaggio in camper).
Un altro rifornimento lo faccio in Slovenia, dopo aver cenato in area di servizio. Qui però per
qualche motivo non mi fanno il pieno, e ciò mi riduce l'autonomia. Domani attraverserò l'Ungheria
e la cosa mi secca perché so che lì il GPL non è molto diffuso.
Quando mi fermo a riposare nella prima area di parcheggio ungherese a 200 km da Budapest ecco
la brillante conclusione della giornata: rottura dell'oscurante della mansarda.
GPL, vignetta, gomma e oscurante: sembra che il viaggio (almeno dal punto di vista tecnico) non
inizi sotto i migliori auspici.
Di positivo c'é che sono leggermente in anticipo, diciamo di un paio d'ore, sulla tabella di marcia.
km
oggi: 810
Mercoledì, 1 agosto 2012
Se poco dopo Budapest finisco improvvisamente il GPL è colpa del riempimento non completo di
ieri in Slovenia. Attivando la modalità a benzina mi accorgo che il motore gira male, e nelle salite
tende a fermarsi. C'è un problema nell'afflusso della benzina. Avevo riparato il carburatore poco
prima di partire perché si era rotta una membrana che avevo prontamente sostituito, quindi l'ultima
cosa che mi aspettavo erano i problemi di alimentazione. Non essendo possibile smontare il
carburatore col motore caldo, mi parcheggio nella corsia di emergenza e provo a rimuovere il filtro
di decantazione della benzina che io stesso avevo installato per evitare problemi con i carburanti
sporchi di certi paesi. L'intervento migliora solo sensibilmente il funzionamento del motore.
Evidentemente il vero problema è altrove: nella vaschetta del carburatore oppure nel pescante del
serbatoio della benzina.
Rinvio l'intervento definitivo alla prima sosta al camping di Kiev, visto che comunque più avanti
troverò vari distributori di GPL e dovrei essere in grado di viaggiare in tranquillità almeno fino in
Ucraina.
Su consiglio di altri camperisti ho scelto di entrare in Ucraina dal valico di Beregovo, definito
tranquillo in quanto non utilizzato dal traffico merci.
I problemi relativi all'uso di questo punto di frontiera sono altri. Il primo è che non è segnalato in
alcun modo. Per me che non ho il navigatore, arrivarci è una corsa a ostacoli tra carretti trainati da
cavalli e gente locale che non ti sa dare indicazioni (o non te le vuole dare). Il rischio di finire per
sbaglio davanti alla Romania è concreto, dato che il confine corre qui vicino.
Arrivato in frontiera, il secondo problema è che (per il fatto che c'è poco traffico) i funzionari hanno
molto tempo da dedicarmi. La trafila inizia sul lato ungherese, dove in dogana di uscita non si parla
una parola di inglese. Qualcuno si sforza di spiegarmi che devo dichiarare il chilometraggio del
veicolo e la quantità di carburante nel serbatoio. Poi, vista la mia perplessità, si arrende e firma due
scarabocchi in un foglio lasciandomi passare.
L'ingresso in Ucraina è invece molto più divertente. Tanto per cominciare mi fanno parcheggiare
"fuori dalle balle", così evito di intralciare gli altri automobilisti mentre perdo inutilmente tempo
sotto il sole cocente.
Primo round, controllo passaporto: tipa gnocchissima sui 35 che esordisce chiedendomi l'indirizzo
di domicilio in Ucraina. Quando rispondo che sono in transito per la Russia mi chiede quello in
Russia. Le spiego che devo arrivare in Uzbekistan via Kazakistan, e che ho tutti i visti in regola.
Allora vuole ri-sapere dove vado in Ucraina. Per disperazione le dico di scrivere che visiterò Kiev e
starò al vicino Camping Prolisok (il che è vero, ma non so se a Kiev ci arriverò domani o dopo).
Secondo round, controllo doganale e registrazione del veicolo. Due funzionari guardano i dati del
camper e il motore. Grattano sul numero di telaio, grattano la carta di circolazione, aprono tutti i
pensili, trovano le medicine. Uno inizia: "Kontrabanda! Kontrabanda qui, kontrabanda lì".
Il problema non sembrano le scatole di Enterogermina, Imodium, Bimixin, ma piuttosto gli
integratori multivitaminici (quelli che si vendono senza ricetta).
E inizio discretamente a ridermela.
Per qualche minuto si va avanti con il controllo delle scatolette, dei foglietti illustrativi e delle
quantità di farmaci che mi porto dietro quando vado in paesi strani e che spero ovviamente di non
usare.
Da quello che capisco, un funzionario vuole chiamare l'ispettore anti-contrabbando, mentre l'altro
gli spiega che non è il caso. Alla fine sembra tutto apposto con il contrabbando, ma i miei
documenti passano di mano...
Terzo round, (presunto) altro controllo. Tipa ancora più gnocca di quella del primo round, sui 25,
inizia con "Narkotika, narkotika!" e mi ordina di seguirla presso l'ufficio del responsabile dell'antidroga. Andiamo avanti e indietro, io la seguo come un cane e le faccio dei grandi sorrisi....
Un camperista olandese, in uscita dall'Ucraina, fischia alla tipa. La credibilità di questa frontiera
crolla non appena la tipa ricambia ai fischi con gratitudine.
La tipa bussa alle porte delle stanze senza avere risposta, poi entra in un ufficio presentandomi a
un'altro agente che, per essere stato disturbato, ci manda molto elegantemente a quel paese e mette
fine al terzo round.
Ancora due scartoffie presso la polizia stradale, e poi sono il benvenuto in Ucraina.
Alla fine avrò perso un'ora di tempo, ma almeno mi sono fatto qualche risata.
Non essendo mai stato in Ucraina, non so esattamente cosa aspettarmi da questo paese. Il primo
confronto è con il gestore di una stazione di servizio appena oltre confine che effettua cambio in
nero, e da cui mi rifornisco di valuta locale (grivnie ucraine) per un controvalore di 250 euro.
Poi vado a rifornirmi di GPL in un distributore poco più avanti. L'impianto è fatiscente, ma il
prezzo è buono (circa 50 centesimi al litro). Tutto attorno, una miseria tangibile. Davanti alle case
decrepite, la gente mette in vendita una manciata di mele o di pomodori.
I più fortunati vanno in giro su carretti trainati da animali che trasportano balle di fieno e che
lasciano una scia di foraggio quando saltano sulle buche.
Faccio rotta verso Mukachevo e L'viv, terrorizzato dal degrado e dalla possibilità di dover guidare
tutta la sera in mezzo a queste buche. Ma fortunatamente il fondo stradale diventa più che
accettabile, e mi permette di adeguarmi al ritmo degli automobilisti locali: media vicino agli 80 e
continui sorpassi di mezzi pesanti, grazie anche alla carreggiata larga.
Faccio notte illudendomi di entrare prima o poi nella famosa superstrada per Kiev (corre voce che
sia stata completata per gli Europei del 2012) e, poco dopo L'viv, mi fermo in un'area di servizio in
cui è segnalata la presenza di un hotel con parcheggio. L'idea è quella di parcheggiare davanti
all'hotel, eventualmente pagando una mancia, cenare al ristorante e poi andare a dormire.
Un piccolo problema linguistico con la gentilissima signora alla reception causa un malinteso: la
signora pensa che io voglia una camera, quando invece sto chiedendo solo la possibilità di
parcheggiare (cosa che ripeto sia in inglese che in una specie di tedesco), eventualmente a
pagamento. Alla fine, dopo aver stracciato il foglio di registrazione, mi accordo per un parcheggio
gratuito.
La cena è a base di lingua di bue bollita con salsa fortissima, insalata e ottimo gelato.
Enorme cordialità da parte dei dipendenti del ristorante, che parlano pochissimo inglese ma che si
fanno in quattro per comunicare con me.
km
oggi: 797
totali: 1.607
Giovedì, 2 agosto 2012
Sveglia all'alba e partenza immediata, perché Kiev dista circa cinquecento km.
Viaggio costantemente a GPL, che in Ucraina è molto diffuso ed economico. È presente in quasi
tutte le stazioni di servizio. Per capire dov'è disponibile non serve neanche leggere i cartelli, ma
basta guardare se c'è un "bombolone" all'esterno, che si nota facilmente da lontano. In Italia non ho
mai visto le cisterne di GPL all'aperto, ma nei paesi dell'Est sì, e in Ucraina le cisterne sono
tipicamente all'esterno.
Pago quasi sempre in contanti, ma noto che le carte di credito sono accettate ovunque.
Si alternano strade a due e quattro corsie. I cantieri sono frequenti e abbattono la mia velocità
media. La vera autostrada comincia solo poco prima di Kiev.
Ricevo un SMS di Cesare Pastore, un amico che ha girato il mondo il camper e che si trova a Kiev.
Eravamo già daccordo per incontrarci al camping Prolisok, dove lui e la moglie soggiornano per
alcuni giorni mentre esplorano la capitale ucraina. Cesare mi dà qualche indicazione su come
raggiungere il camping, che purtroppo non è segnalato bene. Ma questo non serve a evitarmi di
"mancare" l'ingresso del Prolisok. Si tratta di un complesso molto importante, con hotel, TIR park e
campeggio. Ciononostante, non solo non ci sono indicazioni regolari su come raggiungerlo, ma non
c'è neanche un cartello che ne indichi l'ingresso!
Finisco inevitabilmente quasi nel centro di Kiev, dove tra l'altro vengo fermato dalla polizia (che mi
lascia andare appena sente che non parlo né ucraino né russo). Facendo inversione ritorno alla
ricerca del campeggio. Nonostante Kiev sia una capitale, il traffico non mi sembra particolarmente
caotico e la guida non è stressante. Un grosso problema però è dato dal caldo afoso, amplificato
dalla mancanza di aria condizionata.
Per un colpo di fortuna, noto l'insegna all'ingresso del Prolisok sulla sinistra, peraltro accuratamente
nascosta dagli alberi. Così mi è sufficiente una sola inversione per raggiungere finalmente l'area
camping del Prolisok, complesso molto rinomato che comprende una bella area verde.
Alla reception faccio conoscenza con la tipica burocrazia dei paesi ex-sovietici. La digiurnaja di
turno, nel mio caso, non è la grassa signora descritta da Terzani nel suo viaggio all'interno
dell'URSS al collasso1, ma una bella ragazza bionda, che mi fa perdere mezz'ora per la registrazione
a causa di un problema alla connessione del PC. Siccome sono le tre e mezzo, devo ancora
pranzare, e il camper è in sosta sotto il sole col frigorifero in agonia, faccio trasparire tutta la mia
irritazione. Mi appoggio maleducatamente al bancone davanti alla digiurnaja e la fisso finché non
mi autorizza a entrare nel camping.
Mi sistemo accanto al camper dei coniugi Pastore che sono assenti perché in giro per Kiev, e mi
concedo una veloce pausa pranzo. Quindi mi dedico a rimuovere il carburatore del camper per
cercare di capire perché accidenti non funziona bene quando gira a benzina, mentre è perfetto
quando va a GPL.
L'operazione è inizialmente complicata dal fatto che il motore è ancora bollente, ma poi le cose si
semplificano. Smontando il totalmente il carburatore individuo subito due grossi problemi: (1) il
galleggiante ha troppo gioco e quando si abbassa non apre bene la valvola della benzina (spillo
conico), impedendo il totale riempimento della vaschetta; (2) il diaframma della pompetta di ripresa
è secco e inchiodato.
La soluzione per (1) è regolare l'altezza del galleggiante riducendo il gioco, quindi fattibile
manualmente; per risolvere (2) attingo invece a un kit di membrane e guarnizioni del carburatore
che ho nel gavone, quindi sostituisco il diaframma e il relativo anellino di spessore con dei nuovi
1 "Buonanotte, signor Lenin", edito da TEA, è un'incredibile testimonianza di Tiziano Terzani che per una serie di
coincidenze si trovò in URSS nell'estate del 1991, mentre il sistema sovietico iniziava crollare.
pezzi. Avere un kit di riparazione del carburatore a bordo, anche se non si tratta di un originale
Ford, è stata un'idea grandiosa.
C'è da dire che, per fare un lavoro perfetto, avrei dovuto sostituire tutte le guarnizioni, ma questo
avrebbe richiesto lo smontaggio completo del carburatore, quindi più tempo. Invece di armeggiare
fino a notte, vorrei rilassarmi qualche ora.
Appena ritornano i coniugi Pastore, si fa una grande chiacchierata e si cena nel camper che loro
hanno battezzato "Vagator" e che ha viaggiato in tutti i continenti, compresa l'Australia.
km
oggi: 549
totali: 2.156
Venerdì, 3 agosto 2012
La notte è stata quasi insonne a causa delle preoccupazioni per il carburatore del camper: non sono
sicuro di aver risolto i problemi, e se dovessero continuare metterebbero a rischio il proseguimento
del viaggio. Per cui, non vedendo l'ora di provarlo su strada, mi organizzo per lasciare subito il
campeggio e andare nel centro di Kiev in camper. Saluto i coniugi Pastore e punto verso il centro
città, che raggiungo in pochi minuti, notando che i problemi di carburazione sembrano risolti.
Il parcheggio a Kiev non è un problema. Vicino alla piazza Maidan Nezaleznhosti ce n'è in
abbondanza e gli stalli sono sufficienti per sistemare comodamente il camper. L'aspetto poco buono
è il prezzo di circa due euro all'ora.
Monastero di San Michele a Kiev.
Nel centro di Kiev, ammiro il monumento della Libertà e poi raggiungo a piedi la Cattedrale di
Santa Sofia per fare qualche foto e dare uno sguardo all'interno. Sono interessanti anche i giardini
che le stanno intorno. La tappa succesiva è il Monsatero di San Michele, famoso per le sue cupole
dorate.
Lascio Kiev nel primo pomeriggio e proseguo a Est, sempre sulla E40, verso Poltava e Charkiv.
Attraverso un nubifragio che provoca allagamenti (anche della strada) e caduta di rami. Alcuni
veicoli rimangono bloccati per l'acqua alta, forse per problemi elettrici.
Arrivato a Charkiv sono costretto a chiedere indicazioni a un ragazzo del posto in quanto la E40
entra in città ma non è chiaro come e da dove ne esce.
I cartelli sono ormai scritti solo in cirillico, per cui la direzione che devo seguire (Sud-Est) è
indicata come POCTOB, cioè Rostov. Si tratta della celebre città russa sul fiume Don, in cui
comunque non arriverò in quanto dovrò deviare a sinistra molto prima.
Guido fino alle dieci di sera, quando noto un cartello che indica un TIR park. Il luogo si trova sul
lato sinistro della strada andando da Charkiv a Slov'jans'k (dir. Sud-Est), prima di Izyum.
Ci sono vari TIR in sosta vicino all'ingresso, ma io vengo fatto parcheggiare in un'altra zona in
quanto il camper è piccolo e può stare comodamente in un parcheggio più stretto.
Per motivi di praticità scelgo di non cenare nel ristorante ma di consumare un pasto veloce
attingendo alle mie riserve di cibo.
Gli "ospiti" del park suonano chitarre e cantano fino a tardi, mentre io recupero qualche ora di
sonno.
km
oggi: 592
totali: 2.748
Sabato, 4 agosto 2012
Il TIR park è molto simile a un camping. Alla luce del giorno noto che c'è una roulotte stanziale,
probabilmente affittata agli autisti di passaggio, insieme a dei piccoli prefabbricati.
Inoltre, il complesso sorge davanti a un lago che ieri notte non avevo notato.
Su richiesta, il personale carica la mia roll-tank con 20 litri d'acqua da un rubinetto interno del bar,
poi parto di fretta verso la frontiera russa.
A pochi chilometri dalla Russia, temo di essermi perso. È solo dopo aver ricevuto rassicurazioni da
alcuni locali che mi convinco di essere ancora nella E40. In mezzo alle campagne tra Ucraina e
Russia, la strada degenera quasi in mulattiera e incrocia vari paesini. Anche se fino a Samarcanda
dovrò seguire solo E40 senza deviazioni, la difficoltà sta a volte nel rimanere nel tracciato giusto.
I controlli in uscita dall'Ucraina sono minuziosi. La Carta Verde, che non è stata chiesta in ingresso,
viene invece controllata in uscita. Ritengo che sia una strategia per incassare i soldi delle multe: se
chi ne è sprovvisto all'ingresso non viene costretto a stipulare una polizza temporanea, quasi
certamente ne sarà ancora sprovvisto in uscita, e verrà multato.
Chi controlla il contenuto del camper, un sottoufficiale ucraino, è affascinato dalla quantità e varietà
di provviste che trasporto. Per accelerare le procedure gli regalo una bottiglia di vino e delle
patatine San Carlo. Felicissimo, nasconde il vino all'esterno del camper per recuperarlo in un
secondo momento senza farsi notare dai colleghi .
Arrivato alla postazione della polizia di frontiera russa, scopro di avere un problema con il visto.
Quindi, sembra che i 180 euro che ho speso per il visto russo (di cui: 60 di competenze consolari,
40 di assicurazione obbligatoria e 80 per la lettera d'invito) più la quota di agenzia e il corriere per
la spedizione del passaporto, non siano stati sufficienti a garantirmi di poter entrare normalmente
nella Federazione Russa.
Ma dico, uno si rivolge (come da manuale) all'ambasciata per avere il visto in anticipo e quindi
arrivare alla frontiera con tutti i documenti in regola, rimettendoci una rilevante quantità di denari, e
poi scopre che all'ambasciata hanno scritto male il numero del passaporto nel visto? Sapevo che la
sezione consolare dell'ambasciata è fatta per emettere i visti consolari e incassare le relative e salate
quote di competenza, tra l'altro attraverso un sistema centralizzato che non dovrebbe consentire
errori. È possibile che questi sbandierati sistemi informatici permettano che sia inserito un numero
non preceduto dai due caratteri della serie ("AA", nel mio caso)?
Pare di sì. Lo scopro sotto il sole di agosto delle 2 pm, mentre aspetto che il mio passaporto sia
analizzato da funzionari che cominciano guardarmi con sospetto.
"C'è un problema col suo visto" - Mi fa uno appena viene appurato che sia il mio passaporto che il
visto sono assolutamente autentici.
Affamato e assetato, aspetto l'improbabile risultato delle telefonate (a Mosca? Roma?) che il
funzionario si ostina a voler fare di sabato pomeriggio, e mi guardo intorno. Una coda, non troppo
lunga, prevalentemente di ucraini e russi, va verso Est. Pochi i mezzi pesanti.
Una vecchia Opel Astra SW con targa moldava e buchi di ruggine grandi come angurie è
trasformata in dormitorio da due ragazzine, mentre un uomo zoppo e una donna grassissima
discutono con i funzionari. Questi, da parte loro, analizzano quelli che sembrano i certificati di
nascita delle bambine che, evidentemente, non hanno altri documenti. Li confrontano con dei facsimile e iniziano a fare telefonate, procrastinando lo svolgimento della mia pratica.
Mantenendo sempre la calma che si conviene a simili delicate situazioni, inizio a mostrare segni di
irritazione. Comincio a fissare i vari funzionari e ad accennare qualche sbuffata. Questi, vedendomi
irrequieto, mi garantiscono che ci vorranno solo pochi minuti.
I pochi minuti diventano più di un'ora di tempo perso solamente per risolvere il problema del
numero di passaporto errato. Poi inizia tutta la trafila della dogana, con la "Declarazìa" di
veicolo/bagagli/valuta e il controllo a bordo.
Tra l'uscita dall'Ucraina e l'ingresso in Russia perdo circa tre ore e mezzo. Senza considerare che mi
devo adeguare al fuso orario Russo, che è un'ora avanti rispetto all'Ucraina. Quindi è come se avessi
perso quattro ore e mezzo.Alla fine, noto che tra i tanti controlli e firme nessuno mi ha mai chiesto
la Carta Verde dell'assicurazione!
Poco fuori la frontiera faccio uno spuntino e converto 200 euro in rubli presso un chiosco.
Poi attraverso la cittadina di Doneck (da non confondere con Donec'k), e mi dirigo verso
Volgograd, sempre sulla solita E40.
La strada è più che buona, la benzina costa poco (circa 70 centesimi) e il GPL ancora meno (siamo
intorno ai 40 centesimi). Il rifornimento si paga in anticipo alla cassa, e quindi bisogna conoscere il
numero di litri da mettere e il prezzo al litro. Si deve fare cioè un rapido calcolo mentale per evitare
di mettere troppa poca benzina o di farne avanzare nella pompa dopo aver riempito il serbatoio, e
non quale delle due cose sarebbe peggio.
Dato che la benzina è economica e sembra di buona qualità (la spacciano per 95 ottani), decido di
viaggiare costantemente a benzina e di tenere la riserva di GPL per eventuali tempi di magra,
casomai dovessi rimanere senza benzina nelle desolate lande del Kazakistan o giù di lì.
Guido per qualche ora, fino a trovare quello che sembra uno dei famosi "TIR Park" russi, chiamati
anche "stajanka", rifugio ideale anche per i camperisti stranieri. Sta accanto a un hotel-ristorante, ed
è custodito da un signore con un atteggiamento che non mi piace. Questo insiste per farmi
parcheggiare solo dopo che avrò cenato al ristorante. Io invece insisto per: "Prima parcheggiare –
poi fare doccia – poi mangiare al ristorante". Il guardiano si convince, ma non prima di aver
fotografato la targa del camper col telefonino. Tra l'altro, insisto per poter parcheggiare in un punto
distante dalla strada, dietro degli alberi che riparano dal rumore, in quanto non vorrei passare la
notte sveglio a causa del traffico.
La cena è buona ed economica, con zuppa di gulash, pane e insalata. Come nelle stazioni di
servizio, anche al ristorante si paga in anticipo. Le cameriere non parlano una mezza parola di
inglese e sono tutte d'un pezzo, accidenti a loro, che non si riesce a strappargli un sorriso neanche a
pagarle.
Il locale è frequentato da famiglie con bambini, i quali sono incredibilmente sereni ed educati.
La notte è tranquilla, sia perché la scelta di parcheggiare lontano dal rumore della strada si rivela
molto furba, sia perché sono in assoluto orario sulla tabella di marcia.
Vengo disturbato solo da un cagnaccio che abbaia davanti al camper, fino a che non mi affaccio
dalla finestra della mansarda e gli punto una torcia negli occhi.
km
oggi: 563
totali: 3.311
Domenica, 5 agosto 2012
L'episodio più interessante della mattinata avviene in un mercatino a bordo strada in cui mi fermo
per acquistare dei pomodori. Anche se me ne basta mezzo chilo, le signore che gestiscono la
bancarella insistono per darmene almeno due chili. Queste sono decisamente asiatiche, una via di
mezzo tra eschimesi e cinesi. Quando poi faccio per pagare, si scandalizzano con espressioni da
cartone animato e non accettano denaro. Cioè, mi regalano due chili di pomodori.
Ricambio inevitabilmente con una bottiglia di vino italiano.
La strada per Volgograd (ex Stalingrado) è buona e abbastanza scorrevole. Quasi tutta rettilinea,
larga e con ottima visibilità. I sorpassi sono facili e sicuri.
Purtroppo, pochi chilometri prima di Volgograd, inizia un lungo tratto, in discesa, con buche e
deformazioni.
Raggiungo il centro con qualche difficoltà dovuta al pessimo stato della strada, che in periferia è
piena di voragini, ed è attraversata più volte dai binari del tram non livellati.
Mi dirigo verso il Memoriale dell'assedio, l'unico punto di interesse di Volgograd che intendo
visitare. Mi basta chiedere informazioni per strada, e in pochi minuti mi ritrovo magicamente
parcheggiato davanti alla statua di Lenin. Di statue di Stalin, così come potrebbe suggerire il
vecchio nome della città, non c'è traccia.
La statua di Lenin a Volgograd (Stalingrado)
Il complesso del Memoriale sorge davanti al fiume Volga. Al centro c'è un vecchio palazzo
sventrato dai cannoneggiamenti dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale, accanto una
moderna costruzione che ospita il museo, e tutt'attorno decine di mezzi militari restaurati: moto,
aerei, carri armati. Tutta roba di gusto sovietico.
Tanti turisti, in prevalenza russi, si fanno fotografare in cima a un vecchio blindato e osservano le
bancarelle che vendono presunti autentici resti dell'assedio, tra cui bossoli di armi pesanti.
Ma a parte le bancarelle, sembra che Volgograd sia disseminata di resti di quell'assedio di
sessant'anni fa: corre voce che, quando si scava per qualche motivo, magari per costruire o ampliare
un palazzo, si trovano montagne di ossa sotterrate in ogni dove.
Il biglietto per il museo si paga alla KACCA, dove una grassona ripete all'infinito quanti rubli si
risparmiano con lo sconto-famiglia.
Diversamente da quanto mi aspettavo, l'interno del museo non è per niente scontato. Da un lato, la
celebrazione di quello che ha sofferto l'eroica Stalingrado durante l'assedio è chiaramente di parte.
Dall'altra, i numerosi reperti come armi, vestiti, equipaggiamenti e veicoli, appartengono a
entrambe le nazioni, essendo numerosi quelli tedeschi, e danno una visione globale di quanto è
successo da queste parti.
Le ricostruzioni sfruttano foto, poster ma anche plastici che farebbero invidia a uno speciale di
Porta-a-Porta. Peccato solo che non tutte le didascalie siano tradotte in inglese.
Il Memoriale all'assedio di Volgograd (Stalingrado).
Lascio Volgograd passando per la sua immensa e brutta periferia, su un rettilineo che affianca
industrie in rovina, e centrali elettriche apparentemente nucleari. La sabbia invade parte della
carreggiata e quasi copre i binari del tram. La presenza della sabbia si spiega col fatto che questa
zona ha dei tratti pre-desertici ancora prima di arrivare ad Astrakhan, ultima città russa sulla via
del Kazakistan.
Astrakhan sorge in una zona alquanto desolata, poco trafficata e semidesertica. Ci giro attorno per
un po', cercando di seguire le indicazioni per Atyrau (prima città rilevante kazaka in cui sono
diretto), che in cirillico è indicata come "ATbIPAY" (o qualcosa di simile). Le indicazioni cirilliche
si perdono nel nulla, o forse non indicano Atyrau ma altre città di transito. Per evitare di finire a Sud
verso Makhachkala, entro ad Astrakhan e cerco la direzione verso il Kazakistan.
Nessuna delle mie carte mostra una strada alternativa per il confine kazako, se non quella che passa
per l'area urbana di Astrakhan che, mi rendo subito conto, è enorme. Diversamente da quanto
pensavo mentre mi ci avvicinavo passando per il semi-deserto, si tratta di una vera metropoli. C'è
anche il Mc Donald's con l'insegna in cirillico.
L'attraversamento di Astrakhan verso il confine kazako, cioè quello che doveva essere una
"formalità logistica", diventa un'odissea di tre ore. In pratica attraverso la città in varie direzioni,
tentando di seguire alla lettera (cirillica) i cartelli per Atyrau, ma finendo sempre su una strada
sbagliata. Gli abitanti di Astrakhan che interrogo, francamente, non mi sono di nessun aiuto. Anzi,
mi fanno perdere tempo. Tra questi, due giovani del posto che non sanno assolutamente non dico la
strada migliore per Atyrau, ma neanche da che parte sta la frontiera col Kazakistan. Dicono di avere
un amico russo che lavora ad Atyrau (o un amico kazako che lavora ad Astrakhan, questo non si
capisce grazie al loro pessimo inglese), e tentano di telefonargli per un pezzo con l'intento di
chiedergli dove diavolo è il maledetto Kazakistan. Tra l'altro, sapendo che viaggio da solo in Russia
e Kazakistan, mi mettono in guardia sulla presenza di pericolose bande criminali.
Ben cosciente che anche in Italia c'è un tasso di ignoranza non trascurabile, osservo che molti dei
russi a cui mi rivolgo per chiedere una banale informazione, cioè come andare da Astrakhan alla
frontiera kazaka, sono un branco di asinacci. È come se uno di Como non sapesse come andare in
Svizzera.
La mia fortuna di questa sera (mi dispiace per i veicoli coinvolti) è un tamponamento che si verifica
a pochi metri da dove sono parcheggiato. Approfitto infatti della polizia stradale che si occupa
immediatamente dei rilievi per chiedere, per lo meno, il punto cardinale che devo seguire per uscire
da Astrakhan verso il Kazakistan. Un poliziotto gentilissimo, confermandomi che la strada per
Atyrau non è indicata chiaramente, mi disegna su un foglio lo zig-zag che devo fare per levarmi di
torno. Il foglio diventa una mappa ricca di punti di riferimento, come ponti e cimiteri, ma termina
all'uscita della città. Dopo Astrakhan, la strada si snoda attraverso campagne e paesini in cui chiedo
più volte conferma ai locali: prima alla polizia, poi a un carrozziere che fa il turno di notte.
A un certo punto mi ritrovo davanti a una specie di casello dove un signore con la faccia da cinese
esige il pagamento di un pedaggio per il "most" (ponte), che naturalmente non riesco a vedere
perché è buio pesto. Pago molto volentieri appena il cinese mi conferma che il per il Kazakistan
basta andare "pryamoy"/sempre dritto.
Il ponte per cui ho pagato il pedaggio non è altro che una serie di chiatte traballanti, che ricordo di
aver visto nelle foto di chi ha già fatto la via della seta in auto/moto/camper e si è peritato a
pubblicare un resoconto.
Poco dopo il ponte, o meglio le chiatte, finisco in un paesino dove appena mi fermo vengo
circondato da vari lavoratori, probabilmente kazaki, che chiedono un passaggio verso la frontiera.
Mi servo del loro aiuto per la conferma della direzione, ma non do passaggi a nessuno.
A questo punto commetto l'immancabile errore. Cercando le indicazioni per Atyrau, ignoro quelle
per Kotyayevka, che è la prima cittadina kazaka dopo il confine (cioé il punto di ingresso in
Kazakistan che avevo specificato due mesi fa nella richiesta del visto). Giro a vuoto finché un
benzinaio mi spiega con compassione che da questo momento, per arrivare in Kazakistan, dovrò
seguire le indicazioni per Kotyayevka.
Molto seccato, in quanto la famosa E40 non è per niente segnalata ed è decisamente difficile
rimanere nel suo tracciato, continuo il mio viaggio e mi consolo osservando che sono in leggero
anticipo sul programma. Il mio visto kazako sarà infatti valido solo a partire da domani. Anche
arrivando immediatamente in frontiera, dovrei aspettare la mezzanotte prima di poter entrare in
Kazakistan (o meglio, le ore 23 in Russia per via del fuso). In ogni caso, non mi conviene "tirare"
subito oltre confine, visto che non saprei neanche dove fermarmi a dormire in territorio kazako.
La frontiera compare dal nulla con le luci di piccole attività improvvisate per sfamare quei
viaggiatori che si ritrovano, per qualche motivo, a cavallo di due continenti in piena notte.
L'area è un movimento di espressioni occidentali ed orientali, vestiti colorati, macchine con targhe
asiatiche ed europee. Visi strani e diversi di autotrasportatori, pendolari locali, emigrati in transito
verso il loro paese d'origine, mi guardano curiosi di sapere che cosa ci fa qui un turista.
C'è un parcheggio custodito, mi fanno sapere degli autisti, perplessi di vedere un camperista in una
zona per nulla turistica, ma visibilmente contenti. Certamente divertiti nel vedere un turista europeo
nella difficile rotta che fanno anche loro.
Non mi curo di sapere se la frontiera è ancora aperta: sono stanco e affamato e la mia giornata di
viaggio finisce qui. Individuo il "boss" del parcheggio, un vecchietto del Kirghizistan, e tratto il
prezzo per la sosta notturna: un po' meno di 2 euro.
Mi affianco a un TIR tedesco, uno di quelli col rimorchio frigorifero e il gruppo elettrogeno che
purtroppo, col caldo che fa, si accende ogni mezz'ora per tutta la notte.
km
oggi: 692
totali: 4.003
Lunedì, 6 agosto 2012
Il nonnino mi sveglia alle alle 7 per buttarmi fuori dalla "stajanka". Non capisco se perché è scaduto
il parchimetro o perché è l'orario di apertura della frontiera. Metto in moto e sposto il camper
davanti all'ingresso della frontiera, rimanendo in pigiama. Sono stanco morto e non posso che farmi
un doppio caffé, prima di iniziare quella che si prospetta una mattinata di burocrazia.
L'uscita dalla Russia è un'operazione rapidissima. Praticamente consiste solo nella timbratura del
passaporto. Nessun controllo al veicolo, nessuna domanda inutile: 5 minuti e "good bye".
Il motivo di cotanta semplicità è l'unione doganale di cui fanno parte sia Russia che Kazakistan: la
polizia di frontiera controlla sì i documenti personali, ma i veicoli dei turisti si spostano avanti e
indietro con la stessa "deklarazìa" ottenuta nel punto d'ingresso dell'unione doganale (tra Ucraina e
Russia, nel mio caso).
La terra di nessuno è lunga una decina di km e finisce davanti alla colonna di TIR, quasi tutti con
targhe europee, che staziona all'ingresso del lato kazako. Li sorpasso tutti e mi piazzo davanti al
cancello, accanto a un gruppetto di VW Passat con targa della Lituania, stracariche. Certamente
sono di emigrati uzbeki o tagiki o kirghisi che tornano in patria per le ferie e portano
cianfrusaglie/biciclette, su improbabili portapacchi che mi chiedo come abbiano passato indenni i
controlli della polizia in Europa.
Come ho avuto modo di notare in passato, tra le frontiere extraeuropee si aggirano spesso strani
personaggi che non si capisce chi siano veramente. All'inizio possono essere scambiati per
pendolari di passaggio, visibilmente pratici della zona, oppure per dipendenti della frontiera. Se ci si
perde un po' di tempo ad osservarli nei movimenti (evitando di fissarli a lungo) si nota che non
vanno da nessuna parte (in questo caso né in Kazakistan, né in Russia), e che non hanno divise o
tesserini identificativi, quindi si esclude che siano viaggiatori o lavoratori della frontiera.
Il "signor frontiera" di oggi è un tipo enorme, ben vestito, con tratti orientali. Parla con tutti i
viaggiatori e dispensa suggerimenti in varie lingue. Questo mi consegna un formulario per
l'ingresso del veicolo in frontiera e mi spiega come compilarlo. Mi chiede di regalargli una penna in
cambio, cosa che faccio volentieri avendo penne in abbondanza: al mio quinto viaggio
intercontinentale ho imparato che le penne da avere a bordo non sono mai abbastanza.
L'attesa qui è snervante: prima di poter entrare bisogna compilare un altro foglio d'ingresso con i
propri dati personali e del veicolo. I fogli da compilare vengono distribuiti con estrema parsimonia
dal militare di guardia al cancello. Questo, peraltro, si diletta a rendersi irreperibile per diversi
minuti, lasciandoci tutti ad aspettare questo foglio che per noi sarà pure inutile, ma che ci serve per
poter entrare nel maledetto Kazakistan.
Appena il militare lancia una manciata di fogli, divertendosi a guardare i viaggiatori che si
ammassano come bestie per accaparrarseli, me ne procuro uno, lo compilo e mi infilo in frontiera.
Alla fine, non sembra particolarmente problematico entrare in Kazakistan: mi fanno la foto con una
webcam, due domande e due timbri nel passaporto. Il controllo doganale si limita a un'occhiata nel
camper e al "pagamento" di due pacchetti di patatine al funzionario di turno.
Una penna e due pacchetti di patatine, ecco cosa costa entrare in un paese seduto sul petrolio.
L'assicurazione, stipulata in un gabbiotto appena fuori dalla frontiera, mi costa 50 dollari per un
mese. Vale solo in Kazakistan e non in Uzbekistan.
La strada verso Atyrau è disastrosa. Ogni tanto sembra che l'asfalto migliori, ma è solo un'illusione
ottica: le buche sono sempre lì. Evitarle è difficile o anche impossibile, e l'impegno sta nello
scegliere qual'è la buca meno pericolosa o con quale ruota prenderla. Per mantenere velocità media
più elevata della mia, gli automobilisti locali fanno manovre con slalom al limite delle possibilità
umane e meccaniche, rischiando a loro volta incidenti e danni.
Il traffico si blocca a Ganyushinko, in quello che dovrebbe essere il principale centro urbano tra il
confine russo ed Atyrau, perché un pickup ha rotto la sospensione anteriore. Si è arenato in una
buca nel bel mezzo di un incrocio, a poca distanza dal centro città, e non può essere rimorchiato.
Sdraiato sull'asfalto bollente, un meccanico cerca di riparare la sospensione usando una saldatrice
portatile.
Sottolineo: pickup e non una Fiat 126, Ganyushinko e non un villaggio del deserto, strada
Astrakhan-Atyrau ovvero la E40, non una strada nel nulla.
Anch'io inizio ad avere problemi meccanici: sento uno sfiato dal collettore di scarico, e dal rumore
direi che sono interessati uno o due cilindri. Temo che le vibrazioni stiano allentando i dadi dei
prigionieri della testata.
Quanto mi era stato raccontato prima della partenza da un amico camperista (il quale era appena
tornato da Uzbekistan/Kazakistan) trova una prima, drammatica conferma: le strade di qui ti fanno a
pezzi, dilatano i tempi di percorrenza e fanno il possibile per demolire la tabella di marcia.
Altre noie sono rappresentate dai posti di blocco dove la polizia controlla i documenti a tutti. Ma
anche dalla incredibile difficoltà dei rifornimenti: è da quando sono entrato in Kazakistan che cerco
benzina, trovando solo distributori abbandonati o fuori uso perché a secco.
A Ganyushinko, il centro urbano principale tra Astrakhan e Atyrau, trovo solo della benzina a 80
ottani. Spaventato perché è la prima volta che trovo in vendita un prodotto così scarso, faccio solo
mezzo pieno (il minimo per poter arrivare ad Atyrau), e svuoto nel serbatoio un flacone di
incrementatore di ottani della Arexons.
Il fatto che anche altri automobilisti con auto nuove (malvolentieri) mettano questa benzina non mi
consola per niente, perché è noto che le auto ormai hanno il sensore di battito in testa. Sono in grado
di regolare l'anticipo per adattarsi a vari parametri, tra cui il potere antidetonante della benzina. Il
motore del mio camper invece è di vecchissima generazione, e ha un semplice spinterogeno
regolato per funzionare bene con la benzina intorno ai 95 ottani.
Il deserto non solo circonda Atyrau, ma arriva fin dentro questa città di 160 mila abitanti. La
periferia è polverosa e trasandata. Il centro è nuovo, ma non particolarmente bello: sembra sia stato
rifatto in fretta per dare alla città un'aspetto moderno, e non si può certo dire che sia elegante.
Il ponte sul fiume Ural, che segna il confine tra Europa ed Asia, è corredato dei cartelli "Europe" su
un lato ed "Asia" sull'altro.
Dall'altra parte del fiume, ovvero in Asia, c'è l'Hotel Victoria, in cui ho prenotato una camera e un
parcheggio per due notti. Riesco a individuarne la zona con l'aiuto di una piantina che avevo
stampato prima di partire. Per arrivare fino all'ingresso mi devo invece servire di un aiuto locale, in
quanto l'hotel si trova in un groviglio di sensi unici, peraltro ricchi di rami di alberi e tubi dell'acqua
a vista che non vanno d'accordo con un camper alto 3 metri.
Ho dovuto prenotare l'hotel per avere il visto kazako. Considerato poi che sono in viaggio da una
settimana praticamente senza sosta, non è neanche una cattiva idea quella di sfruttare il servizio
lavanderia e l'aria condizionata. Per non parlare del fatto che devo fare scorta di acqua, passare dal
gommista per l'inversione delle gomme e dare un'occhiata al motore.
Un caldo massacrante caratterizza il pomeriggio di Atyrau. Il camper è parcheggiato al sole nel
terreno dell'hotel ed è impossibile starci dentro.
Le impiegate della reception sono gentilissime, e mi illustrano i costosi servizi dell'hotel, tra cui
quello di lavanderia (che di buono ha la rapidità), il ristorante e la connessione a Internet.
Invio qualche foto su Internet e spedisco email, interrotto spesso dallo spegnimento del gruppo ups
che sta tra il PC e la presa elettrica, e che fischia costantemente. Chiedo alle impiegate, che mi
guardano con i loro begli occhi a mandorla, di isolare l'ups, e gli faccio intuire che non pagherei la
connessione se si dovesse spegnere dinuovo il PC.
Mi godo qualche ora di relax nella mia camera con aria condizionata, fino a che non mi viene
riconsegnato il bucato e poi vado a cena. Nel ristorante noto che l'hotel è occupato prevalentemente
da lavoratori stranieri. Alcuni parlano l'inglese e sono frequentatori abituali del luogo. Non
sembrano amare Atyrau, e in particolare il clima: dicono che l'estate è caldissima e in inverno le
temperature sono perennemente sotto zero.
La cena è in generale ottima. Quello che non mi piace, a parte il prezzo un po' alto, è che manca il
gelato. L'unico dessert disponibile è una barretta di cioccolato freddo.
km
oggi: 299
totali: 4.302
Martedì, 7 agosto 2012
Ho pensato, durante la notte, alla lunga lista di cose da fare oggi. Tra una puntatina dal gommista
per invertire le gomme e l'acquisto di acqua minerale, vorrei riuscire anche a vedere il centro di
Atyrau. In realtà la lista di cose urgenti da fare comprende pure il controllo del motore (olio,
candele, collettore di scarico) e la ricerca di acqua per i sanitari del camper (altra bella rogna, visto
che sono in mezzo al deserto).
Ma il dubbio più grande è sulla durata della sosta ad Atyrau: partire oggi o domani?
In teoria avrei prenotato la camera per due notti, quindi per stare fino a domani, dato che il requisito
per ottenere il visto kazako era di prenotare gli alloggi in funzione della durata dell'itinerario.
In pratica, vorrei risparmiare tempo e portarmi il più velocemente possibile verso il confine uzbeko,
in barba al programma originale.
Il compromesso che ho trovato è che, se dovessi riuscire a completare tutte le incombenze entro il
pomeriggio, allora partirei subito per Beyneu in modo da dormire lì in zona.
La colazione in hotel è a base di caffé solubile e pasticcini rancidi. Una bella sorpresa sono invece i
due Land Rover Defender con targa del Regno Unito parcheggiati nel cortile dell'hotel accanto al
camper. Si tratta certamente di mezzi che sono arrivati in hotel ieri sera, e altrettanto certamente
diretti in Uzbekistan (o provenienti da lì). Prima della mia partenza, sarà in ogni caso interessante
riuscire a scambiare due parole con gli equipaggi.
All'apertura del cofano motore, vedo che le condizioni meccaniche del camper lasciano a
desiderare: il consumo d'olio degli ultimi 2.000 km si è rivelato anomalo, forse anche per colpa dei
tratti in prima-seconda tra le buche di ieri; gli elettrodi delle candele sono di colore marrone scuro
(la carburazione è grassa, o forse la combustione non è perfetta a causa della benzina scarsa?); i
dadi tra il collettore di scarico e la testata sono lenti (come temevo), certamente per colpa delle
vibrazioni nella strada di ieri. Nessun problema invece per il radiatore, che non ha perso una goccia
di liquido.
Rabbocco l'olio, smagrisco leggermente la carburazione e stringo i dadi del collettore di scarico.
Intorno alle 9, un impiegato dell'Hotel Victoria che smonta dal lavoro mi scrocca un passaggio e mi
guida fino a un gommista di sua conoscenza. L'officina è chiusa perché apre alle comodamente alle
10. Accompagno dunque l'impiegato a casa sua e poi vado a fare il pieno di benzina, in attesa
dell'apertura dell'officina.
In una stazione di servizio, dopo aver fatto il pieno di benzina e acquistato varie bottiglie di acqua
minerale molto cara (circa 1 euro al litro), mi viene rifiutato il carico dell'acqua per i sanitari del
camper. È la prima volta nella mia carriera di camperista che non riesco a "fare acqua", e ritengo
questo un atto di scortesia da parte dei dipendenti della stazione di servizio. In aggiunta, vedo che in
giardino c'è ben visibile un rubinetto per innaffiare il prato.
Incavolato nero, non posso fare altro che maledire i gestori della stazione di servizio.
La provvidenza camperistica oggi ha la forma di un vecchietto che guida un'autocisterna e si ferma
per innaffiare la aiuole a bordo strada. Estraggo la roll-tank e vado a scroccare una ventina di litri
d'acqua che travaso nel serbatoio della cellula. Avrei fatto un altro giro con la roll-tank, se non fosse
stato per l'insistenza del vecchietto, che prima indaga sull'itinerario del mio viaggio e poi chiede un
passaggio fino in Uzbekistan.
Alla ricerca di acqua in giro per la città, mi viene in mente che questa è sicuramente presente in un
autolavaggio. Atyrau è molto polverosa, e di conseguenza gli autolavaggi sono tanti. Si riconoscono
facilmente per l'insegna con scritta in cirillico che suona come "Automonka". Nel primo automonka
che trovo, il personale è prevalentemente russo e ci lavorano anche dei bambini. Qui mi faccio
riempire un paio di volte la roll-tank e cerco invano di lasciare una mancia. Sono tutti abbastanza
allegri per la sorpresa di aver visto un turista in camper. Gli stranieri, da queste parti, vengono solo
per lavoro: dagli affaristi ai dipendenti di grandi compagnie (compresi i tecnici), viaggiano in auto
costose e non vanno ad elemosinare l'acqua dell'automonka.
Il gommista ha aperto finalmente la sua officina. È un russo, e quando riesce a capire la mia
richiesta, cioè l'inversione delle gomme, non sembra per niente felice. Ha capito che deve lavorare
sotto il sole, perché il camper non passa, per pochi centimetri, dall'ingresso dell'officina.
L'officina è sprovvista di cavalletti per tenere sollevato il camper e a quanto pare il gommista non
ha neanche un cric dignitoso. Ma c'è dell'altro: non sa neanche dove sistemare il cric per sollevare il
camper. Gli devo stare costantemente dietro per evitare che mi sfondi il pavimento.
Mettere il cric sotto ai punti dove è prescritto non va bene, per lui è meglio prendere un punto
qualsiasi del telaio o della carrozzeria.
Alla fine, mi ritrovo con il tamburo della ruota posteriore appoggiato su un blocco di legno, la
cabina sopra al cric e la lamiera sotto lo sportello destro già leggermente piegata.
Se avessi fatto il lavoro da solo, col mio cric e i miei cavalletti, avrei risparmiato soldi e danni.
Il punto positivo della sosta dal gommista è la presenza di un cliente di origini georgiane,
interessato al mio itinerario anche perché accenno al mio possibile passaggio per Tbilisi nel viaggio
di rientro. La sua famiglia è originaria dell'Abkhazia ma si è trasferita da tempo nello Svaneti,
mentre lui si è spostato in Kazakistan per lavoro. Sapendo che passerò molto vicino a Zugdidi, dove
abitano i suoi familiari, mi consiglia di fermarmi lì almeno per visitare l'interessante museo. La
guida L. Planet del Caucaso, che ho portato appresso per ogni evenienza, conferma che a Zugdidi
c'è un museo che custodisce una maschera originale di Napoleone. Il georgiano mi dà anche il
numero del fratello, che è poliziotto, per ogni necessità.
Moschea Imangali di Atyrau.
Tra le poche attrattive di Atyrau ci sono la Moschea Imangali, di recente costruzione ma molto
pittoresca, e la chiesa russa-ortodossa. Quest'ultima ha un paio di secoli ed è stata ristrutturata da
poco.
Appena fuori dal curatissimo centro, Atyrau versa in condizioni precarie. Le case, prevalentemente
villettine a schiera, cadono letteralmente a pezzi.
Ritorno in centro a prelevare contanti per proseguire il viaggio. Mi porto verso l'esterno della città e
cerco indicazioni per Beyneu. Un grande parcheggio pieno di minibus in attesa di passeggeri mi
sembra un ottimo posto per chiedere informazioni. Un autista russo mi fa sapere che la strada per
Beyneu è molto buona ma che, oltre quel punto, in direzione Uzbekistan, non c'è più niente.
L'asfalto finisce e rimane solo una pista. Dice che si può fare senza problemi con un mezzo
gemellato, come il suo, ma che invece con il mio non gemellato avrò difficoltà.
L'autista, gentilissimo nel darmi indicazioni nonostante le difficoltà linguistiche, mi fa riflettere
sulle condizioni dei russi in Kazakistan. In questo paese, che vantava una consistente presenza
russa, non ho individuato nessun russo che svolgesse un lavoro di alta qualificazione. La signora
che mi ha fatto il bucato, i dipendenti dell'autolavaggio, il gommista e l'autista del furgone,
facevano tutti un mestiere (con tutto il rispetto) piuttosto che una professione. È come se i russi
siano stati relegati ai lavori di manovalanza, mentre i kazaki si sono presi i posti di lavoro migliori.
Chiesa russo-ortodossa di Atyrau.
Il percorso per Beyneu non presenta problemi almeno fino a Qulsary: un fornito mercato dove
compro ottima frutta, strada perfetta, regolari cartelli con le distanze. Faccio quasi tutta la strada a
manetta, come non facevo dall'autostrada in Ungheria. Il viaggio sembra andare perfettamente, fino
a che, a Qulsary, prendo l'uscita sbagliata di una rotatoria. Senza accorgermene, mi ritrovo a deviare
a destra (verso Ovest) rispetto alla E40. Il sospetto di aver fatto l'errore ce l'ho non appena iniziano
le buche, mentre il traffico e i cartelli stradali spariscono.
Se accosto in corrispondenza di una fermata dell'autobus nei pressi di Qosshaghyl, è solo perché
voglio chiedere indicazioni per Beyneu a un tipo che aspetta, probabilmente, l'autobus. Questo
garantisce la direzione per Beyneu è quella giusta, però transige sulle mie domande sulla qualità del
fondo stradale.
In realtà, lo scoprirò più tardi (ma lo avevo già intuito), ho preso una strada che allunga di parecchie
decine di km la percorrenza.
Il tipo vuole un passaggio fino a Tengiz, un piccolo centro petrolifero a ridosso del Mar Caspio in
cui lavora per una qualche società americana.
Di Tengiz vedo solo ciminiere fumanti e squallidi edifici che ospitano operai e lavoratori stranieri.
Il passeggero scende, ringraziando, e io affronto da solo un percorso sempre più difficile. Subito
dopo Tengiz, non incrocio più nessun veicolo per un paio d'ore. Il fondo di asfalto si disintegra in
voragini invase dalla sabbia.
Appena una ventina di km mancano al prossimo centro abitato, indicato nella mia carta come
Saryqamys. Venti km, fatti quasi tutti in prima, in cui il timore è sempre che la strada finisca in
mezzo al nulla. Il riscontro sulla mia effettiva posizione c'è, perché tengo a mente le distanze
percorse. Quello che manca è la certezza di poter continuare fino a Beyneu.
Arrivato al bivio di Saryqamys, trovo l'incrocio con le indicazioni per Prorva, a destra, e Opornyy,
a sinistra. Quello che manca è... Saryqamys. Non si vede alcun centro abitato laddove, secondo la
carta, ce ne sarebbe uno medio-piccolo. L'unica traccia di passaggio umano visibile è una discarica.
Mentre consulto la carta a bordo strada, un signore esce da una baracca della discarica e si rende
disponibile a fornire informazioni.
Alla domanda "Dov'è Saryqamys", risponde: "Eccola" indicando la discarica alla spalle.
Diversamente da quanto potrebbe sembrare, questa è per me un'ottima notizia, in quanto mi dà la
facoltà di localizzarmi esattamente. A ciò segue immediatamente la partenza di un SMS verso
l'Italia, contenente il nome "Saryqamys".
La notizia meno buona è che la strada per Opornyy, da dove prenderò la direzione di Beyneu, è
ancora brutta per alcuni km.
Nel salutare l'unico abitante di Saryqamys, prendo a sinistra, mi faccio il segno della croce e
ricomincio a ballare. L'effetto delle buche per il camper, con il suo carico di provviste, acqua e
bagagli, è un'oscillazione verticale. Questo rimbalzare dopo ogni buca mi fa decisamente male alla
pancia e alla schiena.
Un iniziale miglioramento del fondo, che mi permette di sorpassare due autocarri, non lascia
neppure il tempo di sperare bene. Infatti, distante ancora decine di km da Opornyy, mi ritrovo
davanti a quella che in situazioni normali sarebbe la fine della strada. Per me, quel fondo ormai
praticamente privo di asfalto, dove le buche sono alte quasi mezzo metro, è invece l'unico
collegamento con il resto del mondo (sempre che non voglia tornare indietro).
Il momento più drammatico è quando mi rendo conto che non posso più andare avanti in prima
marcia, neanche facendo calcoli millimetrici per scavalcare le buche in punta di frizione. Prendo
cioè la sofferta decisione di viaggiare sulla pista di sabbia accanto alla strada. La scarsa esperienza
che ho di guida sulla sabbia mi insegna che il camper a due ruote motrici non dovrebbe neanche
avvicinarsi alla pista. Solo sgonfiando le gomme potrei viaggiare con un po' di sicurezza sulla
sabbia. Poi c'è il problema del peso, in quanto sono carico d'acqua: per alleggerirmi e ridurre il
rischio di insabbiamento dovrei almeno scaricare 100 litri d'acqua. Ma, come diceva Madre Teresa,
"Se ti fermi a ragionare sui grandi problemi, non fai nulla", per cui decido di rischiare.
La pista è formata da uno strato di sabbia di spessore variabile su un fondo più solido. Mantenere
una velocità costante è la chiave per non affondare quella decina di centimetri che porterebbero
all'incagliamento, però presenta grandi difficoltà: sporadiche cunette e dossi impongono di andare a
passo d'uomo a tratti. Stare sempre in seconda è dunque impossibile. Per questo faccio buon uso
della doppia debraiata per innestare la prima anche a 10 o 15 km/h e venire subito fuori dai casini.
Roba da bocciatura all'esame di guida.
Al bivio di Opornyy è buio, ma la strada è ormai quella buona. Qulsary-Opornyy sarebbero 91 km
su carta in una strada perfetta. Il mio errore, passando per Tengiz eccetera, mi è costato 4 ore in più
di guida e una serie di maledizioni. Aggiungere una piccola nota è d'obbligo per informare i maniaci
dei navigatori GPS: Google Maps, al rientro dal mio viaggio e ancora per alcuni mesi, per andare da
Qulsary a Beyneu suggeriva esattamente il percorso bestiale che ho fatto io.
I seguenti 120 km per Beyneu sono fatti quasi a manetta, su una strada perfetta, fino alla periferia
della cittadina.
Anche di notte, con la scarsa illuminazione pubblica, si intuisce che Beyneu è immersa nel deserto.
Appena fuori dalla carreggiata, polvere a 360 gradi.
Trovo alla svelta un parcheggio per TIR, probabilmente l'unico di Beyneu. È enorme e frequentato
da autotrasportatori europei.
Sembra anche bene attrezzato, in quanto sono presenti vari servizi igienici e un bel ristorante. E mi
chiedo com'è che in un esercizio commerciale come questo (conto almeno 40 TIR europei
parcheggiati, con un viavai continuo di mezzi) non si siano ancora decisi a sistemare il fondo. Non
dico di asfaltare, ma almeno di buttarci della ghiaia. Il terreno è infatti un intruglio di terra e sabbia,
compattato con l'ausilio dell'irrigazione per evitare l'insabbiamento dei mezzi in transito.
Pago la sosta a un ragazzino che si definisce il "boss" ed è probabilmente il figlio del padrone e,
dopo una doccia, vado a mangiare.
Il lavabo è all'ingresso del ristorante, così i viaggiatori si possono pulire dalla polvere ancora prima
di avvicinarsi al bancone o ai tavoli. È un po' difficile spiegarmi o farmi spiegare il menù dalle
cameriere, che oltre al loro dialetto parlano solo il russo. Risolvo il dilemma entrando in cucina e
indicando esattamente cosa voglio: zuppa di gulash, insalata mista e pane. Così mi ritrovo presto a
degustare l'ottima zuppa con verdure e carne di pecora, seduto tra qualche famiglia e tanti autisti
stranieri che mi guardano con compassione. Sarà perché pensano che oltre ad avere la sfortuna di
trovarmi qui, non conosco neanche la lingua.
Mi consolo con l'inattesa acqua gasata che riesco a ottenere semplicemente chiedendola con "gas".
Mangio e guardo le cameriere, ragazze dalla pelle un po' scura e dall'aspetto leggermente orientale.
Non hanno tratti propriamente cinesi o russi, né mediorientali, ma solo una bellezza strana e
indescrivibile.
Tornato in camper ri-calcolo per l'ennesima volta la distanza del tratto che dovrei fare domani, cioè
quello tra Beyneu e il confine uzbeko, maledicendo le carte ITMB, FMB e Reise Know How. Mi
chiedo perché non riportano i chilometraggi di quel tratto, risaputamente sterrato, ma comunque
utilizzato normalmente dal traffico locale. Lo faccio perché, vista l'inaffidabilità di Google Maps
(che mi avrebbe fatto deviare praticamente sullo sterrato, perdendo almeno 4 ore), non voglio
fidarmi della distanza calcolata su Internet prima di partire. Mentre incrocio 3 carte sul tratto
Beyneu-Uzbekistan, sento un'espressione in inglese che arriva dall'esterno:
"Cosa diavolo ci fa un italiano in questo posto?".
È un camionista ucraino che ha caricato a Tashkent ed è diretto a Kiev.
Considerato che ha appena fatto la strada che io farò domani, ne approfitto per chiedergli
informazioni sulle condizioni del fondo. Carta alla mano, mi indica distanze, deviazioni e anche
chilometraggi fino alla frontiera e fino a Kungrad (prima città rilevante uzbeka).
La buona notizia è che la strada mezzo-sterrata che parte qui dietro e va fino al confine non è
proprio messa male. Si può percorrere a trenta, quaranta all'ora. Qualche buca impone attenzione,
ma non ci sono pietre e quindi il rischio di foratura è minimo.
La cattiva notizia è che la strada asfaltata, in Uzbekistan, si interrompe molto prima di Samarcanda.
A partire dalla zona di Tortkol (cittadina sulla E40) e per circa 100 km verso Bukhara, vi è un tratto
definito "inferno". Lui ha coperto quel centinaio di km in dieci ore, mentre ha sentito dire che altri
autisti, ad esempio quelli di Willi Betz, ci mettono circa 5 ore in direzione Tortkol.
I mezzi di Willi Bets sono quelli che portano il cibo per le truppe Nato fino al confine con
l'Afghanistan, di conseguenza tornano indietro generalmente scarichi e possono andare un po' più
veloci. Ad ogni modo, fare 100 km in 5 ore indica una media di miseri 20 km/h.
km
oggi: 573
totali: 4.875
Mercoledì, 8 agosto 2012
Ho riposato qualche ora, ma mi sono svegliato spesso: il TIR accanto al camper ha un rimorchio
frigorifero e ogni tanto si metteva in moto automaticamente. Faccio un veloce rifornimento poco
prima di intraprendere l'ultimo centinaio di km per l'Uzbekistan.
La strada inizia bene, con asfalto più che accettabile, e poi diventa come già sapevo: sterrata con
qualche buca e tule ondulée.
La polvere è tanta. Per non soffocare, devo chiudere il finestrino ogni volta che incrocio i TIR in
senso inverso o vengo sorpassato. Quasi cinque ore sono necessarie per coprire con calma i circa
100 km tra Beyneu e la frontiera uzbeka. L'unico diversivo è qualche foto ricordo con i cammelli
sullo sfondo.
Faccio più di una sosta per sistemare il lettino a castello di coda che cade a causa delle botte e
vibrazioni che ne hanno allentato un supporto.
Tra Beyneu e il confine uzbeko.
Davanti alla frontiera, la classica coda chilometrica di TIR. Anche qui, le facce sono tutte
dell'Europa Nord-Orientale: baltici, bielorussi, polacchi che aspettano al caldo di entrare in
frontiera. Chiedo il permesso per sorpassare tutti e mi piazzo davanti al cancello. Cerco di cambiare
dollari o euro in SUM uzbeki da alcuni cambiavalute non ufficiali, ma senza successo: non hanno
abbastanza SUM.
Mi viene fatto notare che sono l'unico autista privato in attesa di entrare, così vado a disturbare il
guardiano della frontiera (lato kazako). Quello mi fa entrare a piedi, controlla il passaporto e
accenna al fatto che mi devo accodare ai TIR. Ce ne vuole per fargli capire che il camper è un
veicolo privato e io sono un turista, ma lui è visibilmente scocciato. Mi fa sedere un paio di minuti
all'interno del suo ufficio e poi quando si stanca mi manda via, dicendo finalmente che posso
entrare col camper.
Uscire dal Kazakistan non è particolarmente complicato, se non fosse per un disguido relativo alla
"declarazìa" doganale. È un foglio che mi hanno fornito in Russia, e che mi chiedono in restituzione
all'uscita dal Kazakistan (cioè dall'unione doganale di cui fanno parte i due paesi). Lo ritrovo a
fatica in mezzo ai tanti documenti, e la situazione si sblocca appena lo riconsegno ai funzionari
doganali.
Un controllo accurato all'interno del camper, e poi posso entrare nel lato uzbeko. L'ultimo cartello
del lato kazako dice "Buona Fortuna" in inglese. Un augurio, o forse un monito, ai viaggiatori.
Entrare in Uzbekistan è un'operazione lunga e macchinosa per via delle scartoffie. I fogli per le
dichiarazioni d'ingresso sono scritti solo in russo. Devo necessariamente attendere la disponibilità di
un funzionario che mi faccia da interprete, per poterli compilare correttamente. Ciò vuol dire che il
funzionario mi spiega il significato dei campi, mentre io li riempio in inglese. Verrà un giorno in cui
mi verrà chiesto conto di tutte le cazzate che ho scritto nei fogli delle frontiere.
Ancora un po' di pazienza nell'attesa che i funzionari finiscano la pausa-pranzo, e finalmente
termino la burocrazia.
Posso entrare in Uzbekistan in regola, e sarei anche tranquillissimo se non fosse per la mancanza
della copertura assicurativa. La polizza stipulata in Kazakistan vale solo in quel paese, la Carta
Verde neanche a parlarne, e in zona non c'è alcun ufficio assicurativo per il semplice fatto che la
RCA in Uzbekistan... non è obbligatoria.
Fuori dalla frontiera sono presto attorniato da ragazzine che effettuano il cambio in nero. Accettano
euro o dollari e procurano SUM uzbeki. Il cambio è molto più favorevole col dollaro, quindi mi
tengo gli euro e smercio i dollari.
Compro anche una SIM della maggiore compagnia telefonica uzbeka, con cui non riuscirò mai a
fare/ricevere chiamate ma che sarà utilissima per inviare SMS in Italia a costo minimo.
Al primo villaggio dopo la frontiera, che si chiama Karakalpakstan (omonimio della provincia), mi
fermo a comprare acqua minerale presso dei ragazzini. Questi mi assalgono, cercando di vendermi
tutte le loro bottiglie. Io invece acquisto solo quelle perfettamente sigillate e in buone condizioni.
Visto il prezzo un po' alto, il principale motivo per l'acquisto è che le bottiglie sono ghiacciate.
Aiuteranno il povero frigorifero a raffreddare meglio, almeno per un paio di giorni.
La strada davanti a me è brutta, e mi dà fastidio vedere che gli operai si dedicano a curare le aiuole
a bordo strada, piuttosto che a riparare le buche.
Faccio una piccola pausa appena incrocio due Daily 4x4 camperizzati con targa tedesca. Gli
equipaggi scendono e inizia una chiacchierata in cui ci scambiamo reciprocamente informazioni
sullo stato delle strade e sui rifornimenti. Mi dicono che in Uzbekistan non troverò molta benzina.
In compenso il GPL è molto diffuso.
Kungrad è una cittadina a sinistra della strada, indicata in un cartello come "Qon'girot". Se ne
intravede la periferia.
Quando è ormai buio parcheggio in corrispondenza di quello che sembra un ristorante, dove sostano
anche vari TIR.
La prima cosa che noto è un lavabo davanti all'ingresso del ristorante, dove gli avventori del locale
fanno sosta obbligata per lavarsi le mani prima di sedersi a tavola. A parte ieri, non avevo mai visto
un lavabo all'ingresso di un locale. Probabilmente, il motivo è nella polvere che caratterizza queste
parti: è dappertutto, nell'aria e negli oggetti, e basta toccare qualunque cosa per sporcarsi in
continuazione.
L'ingresso nel locale, a parte il lavabo, riporta alla realtà. Materassi su cui si sdraiano individui con
lineamenti da cinesi per mangiare pietanze misteriose, tappeti simil-persiani un po' ovunque e pure
qualche barba lunga stile talebano mi ricordano che, correndo verso Oriente, sono ormai nel pieno
della Via della Seta.
Grazie all'aiuto di un camionista ucraino che traduce dall'inglese al russo, posso scambiare qualche
parola col gestore del locale, un'impressionante incrocio tra Saddam Hussein e Stalin. Prima di tutto
gli chiedo il permesso di pernottare nell'area davanti al locale, cosa che mi viene accordata. Poi
cerco di capire se e dove è possibile fare il pieno di benzina. Non è dato sapere né dove né come,
ma garantisce che domani potrò avere della benzina. Infine, al mio proposito di arrivare/avvicinarmi
a Bukara entro domani sera, il dittatore dice che la distanza è quasi di 800 km e che certamente non
ce la farò.
L'ultima volta che un indigeno si è mostrato pessimista sui miei tempi di percorrenza, mi trovavo al
confine tra India e Nepal e viaggiavo verso Kathmandu. Lì un ufficiale di dogana mi disse che ci
avrei messo tre giorni per fare quei tostissimi 710 km della Mahendra Highway. E aveva ragione.
km
oggi: 409
totali: 5.284
Giovedì, 9 agosto 2012
Sufficientemente ripostato, mi alzo all'alba e mi sbrigo a riempire il serbatoio di benzina che è
ormai vuoto, fatto che ieri mi ha costretto a viaggiare a GPL per non rimanere completamente a
secco.
Che ci si creda o no, a Kungrad (una delle principali città dell'Uzbekistan) normalmente non si
trovano i carburanti in vendita. Le poche stazioni di servizio sembrano abbandonate da anni. Il fatto
che l'Uzbekistan non sia un paese ricco non giustifica assolutamente questa penuria di carburante, di
cui i responsabili e relativi complici andrebbero trascinati fuori dai loro palazzi di Tashkent o
Samarcanda e presi a calci in culo nella pubblica piazza.
Rifornimento di benzina a Kungrad.
Il "pieno" lo faccio acquistando una quarantina di litri di benzina di dubbia qualità presso il
ristorante dove ho cenato ieri. Un ragazzino che fa lo schiavo presso questa attività commerciale
svuota otto recipienti da cinque litri di benzina scadente dentro il serbatoio.
Il prezzo di questo rifornimento è assolutamente esagerato, in quanto si aggira intorno a 1,20 euro al
litro (competitivo per gli europei ma altissimo per la popolazione locale). Nonostante il capo della
baracca sostenga che la sua benzina sia ottima, dicendo che la mette anche nella sua Matiz nuova,
gli strani rumori che provengono dalle punterie ogni volta che accelero con decisione suggeriscono
che si tratta di un prodotto pessimo.
Più avanti, procedendo verso Nukus, riesco a fare il pieno di GPL in un normale distributore. Il
prezzo non è molto più conveniente di quello della benzina, ma almeno il GPL brucia meglio ed
evito la detonazione e i rumori.
A Nukus tento inutilmente di prelevare contanti con la carta di credito. Sapevo che presso le
principali sedi della National Bank of Uzbekistan è possibile prelevare con la Visa. Purtroppo in
banca mi fanno sapere che questa operazione è possibile solo a Tashkent. Essendomi spinto fino al
centro città, cerco almeno di sfruttare l'occasione e cambio un po' di euro in SUM. Ci devo rfare
l'abitudine: visti i prezzi dei carburanti, è probabile che dovrò cambiare anche nei prossimi giorni.
Ritorno in strada e attraverso tratti semi- o completamente desertici, fino a Tortkol. Mi ricordo bene
il nome di questa cittadina, in quanto il camionista ucraino con cui ho parlato due giorni fa a
Beyneu mi aveva detto di un lungo pezzo di strada tutta rotta che inizia proprio in questa zona.
Alla periferia di Tortkol, davanti a un ristorante, sono parcheggiate alcune Citroen 2CV europee. Mi
fermo a chiacchiero con gli equipaggi: un gruppo di francesi e spagnoli che stanno facendo un giro
attorno al Pamir. Questi vanno nella direzione opposta alla mia e mi confermano la criticità di
quello che mi aspetta: per loro sono state circa 7 ore di guida ininterrotta in mezzo alle buche.
Inoltre mi sconsigliano assolutamente di superare i 20 km/h per non rischiare danni.
Avvilito, mi rimetto al volante. Un terribile tole ondulée mi aspetta all'uscita di Tortkol, e mi porta a
viaggiare in seconda. La poca aria che entra dai finestrini è bollente, riscaldata anche dal sole
riflesso dalla terra chiara della pista. Accendo il ventilatore interno ma con scarsi risultati e, vista la
situazione al limite della sopportazione, salto il pranzo.
Sul piano logistico e fisico, quello che affronto nelle successive cinque-sei ore è tra i più difficili
transfer della mia intera carriera.
Di tratti difficili ne ho fatti, però c'è anche da dire che certe volte me li sono andati a cercare, per
distrazione o con la complicità di carte stradali imprecise. Per attraversare l'Uzbekistan invece
l'unica scelta è questo mare di polvere. Qui vedo autobus spiaggiati con una sospensione rotta,
macchine e furgoni fermi per surriscaldamento, camionisti che cercano di sostituire pneumatici
squarciati stallonandoli dai cerchioni con improbabili attrezzi (piedi di porco nei migliori dei casi).
La strada in costruzione, quella nuova, corre qui accanto. Ma i lavori sono cominciati troppo tardi,
cioè dopo che il fondo di quella vecchia è stato fatto andare a male, trasformandosi in un troiaio di
buche e pietre.
Peraltro, tra gli operai che partecipano (più o meno) ai lavori, per ognuno che lavora ce ne sono tre
a frescheggiare all'ombra di qualche macchinario. Inoltre, vedere che il volume di traffico è elevato,
mi lascia con una domanda: come cazzo si fa a lasciare la maledetta E40 in queste condizioni?
Quel tratto di E40 che era un tempo fondamentale per la Via della Seta, oggi fa parte della NDN Northern Distribution Network, la rete di trasporto terrestre usata per rifornire l'Afghanistan. La
maggior parte dei prodotti per le truppe Nato di stanza in Afghanistan transita qui da quando la
sicurezza in Pakistan è peggiorata. In passato le merci arrivavano via mare fino in Pakistan e poi
continuavano su strada verso Kabul. Ma il recente intensificarsi degli attentati contro i convogli ha
costretto gli addetti ai lavori a trovare vie alternative... come la vecchia Via della Seta.
Un'espressione che agli strateghi non evoca certo antichi splendori. Instabilità dei paesi di transito,
interruzioni e lunghi tempi di percorrenza, nonché burocrazia e corruzione nelle frontiere
rappresentano un incubo per gli interessati. Tanto che nell'ambiente si parla sempre più spesso di
NDN - Northern Distribution Nightmare.
Un piacevole diversivo in questo inferno è l'incontro con una coppia di fuoristradisti lombardi che
arrivano dal senso opposto. Sono stati in Iran, Turkmenistan, sono entrati in Uzbekistan e hanno già
visto Samarcanda e Bukhara. Mi fanno sapere che ho ancora davanti circa 30 km di buche, poi la
strada migliorerà notevolmente e sarà tutta accettabile fino a Samarcanda.
I lombardi avevano ragione: dopo un paio d'ore quasi tutte fatte in prima marcia, la strada sembra
migliorare. Non prima però di aver affrontato una lunga salita a passo d'uomo, col motore che tende
a surriscaldare. L'ultima volta che ho avuto un surriscaldamento è stato in Egitto ad agosto.
Accendendo il riscaldamento interno e la ventola riesco a ridurre la temperatura del motore.
Alla fine della strada infernale inizia un ottimo tratto con limite di velocità stranamente segnalato a
50. Vengo fermato a un posto di blocco dove un poliziotto mi contesta che andavo a 64.
Io ammetto che probabilmente viaggiavo oltre 50, ma non di molto. Ero intorno ai 55, in un range
tollerabile. Ma, telelaser alla mano, mi mostra la velocità sul display. Il telelaser è tenuto insieme
col nastro adesivo e non ha la videocamera, quindi non so con certezza in quale punto sono stato
ripreso a 64 km/h. Mi convinco che il punto di ripresa fosse prima del segnale col limite a 50, ma
non c'è verso di far ragionare il poliziotto, secongo il quale quello che conta è ciò che riporta il
display del telelaser.
Considerato che probabilmente il limite (almeno di un po') l'ho superato, mi rendo disponibile a
pagare la multa. Tuttavia cambio idea non appena vedo che il tariffario delle multe (peraltro scritto
in cirillico), è stato modificato a mano. Da un rapido calcolo mentale, vedo che l'importo per il
superamento da 10 a 20 km orari ammonta a una cifra tra 25 e 30 euro.
Potrei anche pagare, ma quello che non mi convince è la modifica fatta a penna nel tariffario
ufficiale. Nonostante ciò che sostiene il poliziotto, cioè che la modifica è conseguenza di un
adeguamento degli importi delle multe, inizio a spazientirmi. Solo per riepilogare: sono stato
fermato in mezzo al deserto dei tartari, in un rettilineo perfetto dopo 5 ore di sterrato massacrante,
da un poliziotto che usa un telelaser tenuto insieme col nastro adesivo e che ha modificato a mano
l'importo della multa.
"Guardi che forse non ci capiamo." gli faccio. "Viste le difficoltà comunicative, adesso chiamo un
interprete dell'ambasciata italiana."
Prendo in mano il blocco con i riferimenti delle ambasciate per i paesi di transito (praticamente tutte
le rappresentanze diplomatiche italiane tra Slovenia e Uzbekistan), cerco il numero di Tashkent e
inizio a comporlo sul cellulare.
Appena il tutore della legge uzbeko sente "Embassy", mi invita immediatamente a mettere via il
telefono e ad andarmene.
Mi ricorda, infine, di rispettare i limiti di velocità.
Contento di aver scampato la multa, mentre cala la notte e il traffico si fa sempre più scarso,
continuo la mia corsa sull'antica Via della Seta, verso Oriente.
Sulla strada buia e priva di indicazioni, incrociare un TIR di "Willy Betz" o di una compagnia
lituana mi conferma che la direzione è quella giusta, e mi ridà qualche speranza di arrivare a
Bukhara entro oggi.
Ma basta poco per tornare alla realtà di questa famosa via di comunicazione, fatta di tratti pieni di
pericolose buche che iniziano senza preavviso e banchi di sabbia che si estendono fino al centro
della strada.
Situazioni critiche si creano quando non posso tenere la destra per rischio di insabbiamento, ma
neanche la sinistra, perché chi procede in senso contrario non ha intenzione di darmi spazio.
In questa zona non illuminata, gli abbaglianti di chi maleducatamente non gli spegne quando mi
incrocia sono doppiamente fastidiosi e ostacolano ancora di più le mie manovre.
È appena noto un'area di sosta molto affollata e dotata di ristorante che mi decido a fermarmi per la
cena. Secondo la carta e le indicazioni di un locale, mi troverei nei pressi di un villaggio segnalato
come Tsvetushiy. La cosa buona è che sono a 50 km da Gazli, ultima cittadina prima di Bukhara e
in cui sostare per la notte. Quella meno buona è che qui attorno non vedo alcun centro abitato,
quindi non ho conferma di trovarmi in corrispondenza di Tsvetushiy e a 50 km da Gazli.
Tsvetushiy dev'essere una città fantasma, oppure è nascosta da qualche duna del deserto del
Kyzylkum.
Al catering dell'area di servizio, invasa da passeggeri di autobus in sosta, provvedono tre o quattro
persone. Da dietro un bancone dispensano ciotole di plastica contenenti una zuppa dal contenuto
imprecisato e che sembra essere l'unica pietanza disponibile nel raggio di almeno 50 km.
Due cose mi fanno desistere dal consumare la cena qui: (1) un problema tecnico, in quanto non
capisco dove e quanto si paga per poter acquistare una porzione di zuppa (e nessuno me lo sa
spiegare); (2) l'odore sgradevole che arriva dalla cucina o dai viaggiatori e relativi bagagli che
affollano la sala (o da entrambe le parti).
Ripresa la corsa in direzione Bukara, mi fermo solo alle 23 quando arrivo alla periferia di Gazli.
L'unica area di sosta in vista è invasa da viaggiatori locali e trasportatori europei. Camionisti lituani
mi confermano che il parcheggio è sicuro per la notte.
Il ristorante è molto più elegante di quello di Tsvetushiy e non ispira comunque un livello di igiene
sufficiente. Compro solo una bottiglia di Fanta che bevo nel camper per cercare di reidratarmi.
Uno dei momenti più belli della giornata, quello della sacrosanta doccia, è funestato dalla rottura
del terminale. I camperisti avranno ben presente quel tipo di doccetta, con l'estremità di plastica
bianca e la levetta in cima, che va di moda da qualche anno. Corre voce che l'uso delle levetta,
anziché del miscelatore, faccia risparmiare acqua. La mia meravigliosa doccetta ha appena pochi
mesi di vita e, nonostante il prezzo osceno di acquisto, ha deciso di rompersi mentre sono
insaponato. L'unico modo per risciacquarmi è sraccordare la doccetta a mano e lavarmi col tubo
dell'acqua per uscire dignitosamente dal bagno.
Il resto della serata lo trascorro bevendo litri di acqua con aggiunta di integratore salino, mentre
riparo il meccanismo della doccetta.
Bukhara dista 120 km, Samarcanda 350.
km
oggi: 555
totali: 5.839
Venerdì, 10 agosto 2012
Oggi, secondo la mia tabella di marcia, è il giorno in cui entrerò trionfante a Samarcanda.
Il deserto, che ha ha caratterizzato tutta la regione del Karakalpakstan, dà un ultimo colpo di coda.
Tratti aridi si insinuano con prepotenza tra le oasi verdi in cui sorgono, sempre più frequenti, i centri
abitati.
Gli abitanti dovrebbero essere abituati al traffico straniero, dato che anche qui c'è un viavai di TIR
europei. Ma il camper suscita comunque grande interesse. Si nota dalle espressioni dei passanti e
dai frequenti saluti. I volti di piccoli e di grandi alla guida dei loro carretti trainati dagli asini
rimarranno impressi nei video che giro (riuscendo incredibilmente ad evitare le buche).
Verso Bukhara e Samarcanda.
Sulla strada, cerco di acquistare mezzo chilo di mele presso una bancarella gestita da ragazzini che
non capiscono una parola di inglese. Le mele si possono solo acquistare "a secchiate" (circa due
chili ogni secchio), senza frazionamento. Per un prezzo irrisorio compro una scorta di mele piccole
e deliziose che mi durerà per due settimane.
All'ingresso della provincia di Samarcanda, vengo fermato dalla polizia stradale che mi fa firmare
una sorta di modulo di ingresso. Un poliziotto che parla perfettamente l'inglese chiede di segnalare
eventuali problemi con la polizia che dovessi avere avuto in Uzbekistan.
Me la rido sottovoce, evitando di riferirgli l'episodio di ieri del telelaser. Non mi sembra il caso di
raccontare che ho minacciato di telefonare all'ambasciata italiana, ma soprattutto non è il caso di
perdere tempo.
Poco più avanti, un cartello dice che sto entrando nel comune di Samarcanda. Tra un paio di metri,
Samarcanda sarà un nome meno esotico ed entrerà in quella lista di tappe memorabili toccate negli
ultimi 4 anni. Nomi come Isfahan, Palmira o Kathmandu, suonano in testa durante la fase di
preparazione di un lungo viaggio. Nel loro fascino, fanno anche un po' di paura. L'eco di questi
strani nomi accompagna fino alle migliaia di km di strada per raggiungerli, una strada spesso
massacrante. Alla fine i nomignoli diventano normali come un cartello su una via che potrebbe
essere quella che si fa per andare in ufficio o al supermercato, se non fosse per la polvere dentro e
fuori il camper.
Per me quel cartello significa che è il momento di passare dalla modalità viaggiatore a turista. Una
foto ricordo, e poi faccio rotta verso il centro di quella città che si chiama Samarcanda e che adesso
non fa più paura.
Ingresso nel territorio comunale di Samarcanda.
Mi dirigo verso la zona centrale della vecchia città, fino a trovarmi involontariamente di fronte al
Mausoleo Gur-Emir. È una piacevole sorpresa essere arrivato direttamente al primo punto di
interesse di questa fondamentale tappa del viaggio.
Il parcheggio è gratuito e controllato da una pattuglia di polizia. Inizialmente è vuoto, ma poi si
affolla di turisti europei che arrivano in autobus e di equipaggi del Mongol Rally.
Il Mausoleo Gur-Emir a Samarcanda.
Faccio un giro all'interno del complesso e scatto tante foto a pareti, nicchie e alla cupola.
Riprendo il camper e continuo a gironzolare in centro, arrivando presto davanti alla Piazza del
Registan, che rappresenta l'apice del mio viaggio.
Parcheggio e vado a fare foto alla piazza, promettendomi di ritornarci dopo essermi sistemato per la
notte.
Prima di partire ho annotato vari possibili punti-sosta per la notte. Uno di questi è il parcheggio
custodito davanti al Registan (parlo di 50 metri in linea d'aria), che però non mi ispira comfort
perchè dà direttamente sulla strada principale, e temo che sia rumoroso anche durante la notte.
Un altro è il parcheggio custodito dell'Hotel Afrasiab, che secondo le mie informazioni sarebbe nei
pressi di Piazza Registan. Le informazioni ri sivelano imprecise, in quanto l'Hotel Afrasiab è ad
alcune centinaia di metri dalla Piazza, risultando invece nei pressi del Mausoleo Gur-Emir.
L'hotel ha un ampio parcheggio privato e custodito durante la notte, che costa circa 10 euro, mentre
la registrazione ne costa 15. Probabilmente posso evitare questa rogna della registrazione e
risparmiare i 15 euro, ma ho letto sulla guida L. Planet (e anche su resoconti di camperisti italiani)
che sarebbe rischioso. La registrazione per gli stranieri è infatti formalmente obbligatoria. Siccome
le ultime due notti le ho fatte per strada, vorrei almeno avere qualche notte ufficialmente "coperta"
da registrazione prima di uscire dall'Uzbekistan, per non rischiare una multa in frontiera.
L'hotel offre anche una serie di servizi come il cambio valuta (del quale approfitto). Un inserviente
si propone come intermediario per procurarmi delle mignotte. Ricambio chiedendogli indicazioni
per un ristorante decente.
La Piazza del Registan a Samarcanda.
Vado a fare un giro in Piazza Registan e a comprare qualche souvenir, prima di cenare in un discreto
ristorante che si trova proprio davanti alla piazza.
Mi concedo un ultimo giro "in notturna" della zona centrale. Nelle piazze l'illuminazione pubblica è
attenuata e risaltano le luci colorate delle fontane. Auto elettriche vengono noleggiate ai bambini
che affollano le piazze con le loro famiglie, insieme ai numerosi turisti.
Nonostante le indicazioni del personale dell'hotel, mi è impossibile trovare un Internet point. In
questa zona ce n'é solo uno e chiude all'ora di cena. Oggi niente email.
km
oggi: 367
totali: 6.206
Sabato, 11 agosto 2012
Avendo già visto ieri la Piazza del Registan e il Mausoleo Gur-Emir, dedico la mattinata a visitare
quello che ritengo essere un altro punto di interesse di Samarcanda: il Viale dei Mausolei.
Lo raggiungo in pochi minuti con un taxi in condivisione con altre 3 persone. Si tratta di una
Daewoo/Chevrolet Matiz, modello molto diffuso in Uzbekistan. L'auto è relativamente recente, ma
in pessime condizioni. Il parabrezza è spaccato, così come quello di molte auto in circolazione (e,
diciamocelo, il 90% dei taxi). Non è difficile immaginarne il motivo: la strada, appena 100 metri
oltre la Piazza Registan, è un disastro di buche. Per una città come Samarcanda, che dovrebbe
essere messa economicamente bene, è una vera indecenza.
Il Viale dei Mausolei, detto Shah-I-Zinda, è una spettacolare scalinata che sale su una collina,
costellata di mausolei. I muri che si affacciano sul viale sono decorati con piastrelle
meravigliosamente colorate di blu/verde. Corre voce che in una delle stanze interne sia sepolto un
cugino di Maometto.
Il Viale dei Mausolei a Samarcanda.
Nel viale dei mausolei c'è un vecchio musulmano che gestisce la sua bancarella e canta in arabo.
Ma prima di comprare interessanti souvenir devo aspettare che finisca la pausa-preghiera. L'oggetto
più bello è una tavoletta di legno intagliata e dipinta con la Piazza Registan. Tratto un po' il prezzo
col venditore, e spunto una cifra poco superiore ai 10 euro. La tavoletta del Registan è destinata alla
casa in Sardegna: attraverserà mezza Asia ed Europa fino a Pisa e poi, su un aereo Ryanair, porterà
un po' di colori uzbeki alla periferia di Cagliari.
Il venditore si rimette a cantare in arabo, e io me ne vado verso altri lidi.
All'ora di pranzo, mi lascio alle spalle Samarcanda e punto verso Bukhara. Nonostante ci siano
ancora molte tappe di interesse prima di tornare a casa, il viaggio di rientro inizia tecnicamente qui,
visto che sto invertendo la rotta di 180°.
Ripercorro i circa 250 km che separano la seconda e la terza città dell'Uzbekistan. È in condizioni
accettabili, ma c'è un lungo tratto fatto con lastroni di cemento, probabilmente risalenti al periodo
dell'URSS. I lastroni sono lisci al centro ma sgretolati nelle giunzioni. Le vibrazioni a cadenza
regolare fanno sembrare di viaggiare su un treno.
Mi fermo per pranzo sotto l'ombra di un albero, e poco dopo acquisto pomodori presso una
bancarella gestita da dei bambini, che ovviamente non parlano una parola di inglese. Uno di loro si
offende perché gli lascio il resto, per non fargli perdere tempo con gli spiccioli. Imparerò in seguito
che in Uzbekistan non è ben visto chi lascia mance o regala il resto.
Bukhara è una grande città, ma il centro storico è facilmente raggiungibile dalla E40. In pochi
minuti sono davanti alla Fortezza a fare fotografie qui e lì.
Fortezza di Bukhara.
Mi sposto poi verso la zona della Madrassa di Ulughbek, cercando di trovare informazioni per un
possibile punto sosta. Avevo in mente di parcheggiare all'Hotel Semurg, ma mi viene detto che è un
po' distante dal centro storico.
Non ho voglia di perdere tempo a incrociare le poche informazioni della cartina di Bukhara nella
guida L. Planet con l'altrettanto scarsa segnaletica stradale. Sfinito dal caldo e dalla sete, assoldo un
volenteroso ragazzino locale che si chiama Amir, usandolo come guida. Per due dollari, Amir
promette di risolvere una serie di problemi, di cui i principali sono: reperire di un parcheggio
comodo e sicuro per la notte, un Hotel che faccia il "magheggio" di fornirmi la registrazione
ufficiale senza farmi pagare la camera, e un Internet point. Amir non delude le aspettative e mi
procura subito un parcheggio sicuro per la notte: si trova davanti alla sede dei pompieri, non lontano
dalla polizia e a pochi passi dalla piazza della Madrassa Ulughbek. Il costo è di un paio di euro, che
pago al custode, un tale signor Boga.
Bukhara è piena di turisti europei. Molti sono in moto o in auto, come gli equipaggi del Mongol
Rally diretti a Ulan-Bator. Ma ci sono anche ciclisti partiti mesi fa dall'Inghilterra e molti camperisti
italiani. I camperisti fanno parte di un gruppo auto-organizzato, e sono soddisfatti del viaggio ma
lamentano disagi legati alle strade cattive. Ci sono anche quattro ragazze di Pavia che partecipano al
Silk Road Race, che è simile al Mongol Rally, cioè una "gara" di beneficienza, ma con destinazione
Dushanbé (Tajikistan). Francesca, Aurora, Cristina e Katya sono partite da Milano con una Opel
Astra del '96 con 200 mila km già sul motore. A vedere l'equipaggiamento dell'auto non si direbbe
che le ragazze siano al loro primo raid. La macchina è attrezzata con varie gomme di scorta, di cui
due dotate di cerchio, taniche per la benzina, e chiavi. Ma ha un problema: tende spesso ad
accelerare da sola. Da quello che mi spiegano, che sarebbe il verdetto di un meccanico a cui si sono
rivolte in Kazakistan, la guarnizione del corpo farfallato non tiene più. Questo fa sì che entri un po'
d'aria tra il corpo e il collettore di aspirazione, rendendo il minimo instabile. Secondo le mie nozioni
di motori a iniezione elettronica, il potenziometro del corpo farfallato dovrebbe misurare la
posizione della farfalla indipendentemente dall'aria che si infiltra da sotto. Però c'è da dire che il
sensore di pressione nel collettore di aspirazione è anche lui collegato alla centralina, e potrebbe
essere lui a rilevare una quantità di aria anomala, causando l'accelerazione. Le mie sono sono solo
illazioni, ma il geniale meccanico del Kazakistan ha rattoppato il corpo farfallato con del nastro
isolante, ovviamente non resistente alle alte temperature, col risultato che la riparazione serve a
poco. Alla mia proposta di dare un'occhiata al corpo farfallato e di sistemarlo, le ragazze rifiutano.
Faccio presente che ho del sigillante fatto appositamente per rimpiazzare le guarnizioni di superfici
roventi (si usa nei motori FIRE per incollare/sigillare la pompa dell'acqua sul monoblocco), ma non
c'è verso: vogliono fare tutto da sole fino a Tashkent, dove si rivolgeranno a un meccanico
qualificato. Onestamente penso che dovranno avere fortuna per arrivare a Tashkent senza fare danni
al motore. Il motore sta aspirando aria sporca (ad esempio la polvere nei tratti sterrati), i cilindri
stanno collezionando sabbia e impurità che fanno solo male. La scarsa qualità della benzina di
queste parti favorisce una combustione non ottimale che potrebbe anche portare alla formazione di
sedimenti nelle camere di combustione. Fenomeni di preaccensione, coadiuvati dalla temperatura
elevata dell'aria nei tratti desertici, potrebbero dare il colpo di grazia al motore molto prima che la
povera Opel Astra arrivi, non dico a Dushanbé, ma a Tashkent.
Consumo la mia cena in un ristorantino accanto al parcheggio del camper: zuppa, insalata e
shashlyk. Quest'ultimo sono bocconcini di manzo cotti allo spiedo e conditi con cipolla: si tratta di
un piatto molto comune in Uzbekistan.
km
oggi: 279
totali: 6.485
Domenica, 12 agosto 2012
Il canto di un muezzin mi sveglia intorno alle 5 perché avevo parcheggiato, senza farci caso, a pochi
metri da un minareto.
Prima di lasciare Bukhara mi sposto verso la fortezza medioevale e la piazza della Moschea Kalon,
dove rubo ancora qualche fotografia, cambio dei soldi e acquisto qualche oggettino artigianale.
Moschea Kalon a Bukhara.
Prima di pranzo lascio Bukhara, città più piccola e tranquilla di Samarcanda, ma altrettanto
interessante, e parto per Khiva.
Su strada mi affianco alle ragazze di Pavia, anche loro in partenza. L'Opel Astra bianca svolta a
destra, verso Samarcanda, il Tajikistan e Dushanbe. Io a sinistra, verso Khiva e l'Europa.
Strada tra Bukhara e Khiva.
Lungo la strada in direzione Nord Ovest, prima di Tortkol, cioè ancora prima del tratto infernale di
100 km già fatto all'andata, prendo una buca con la ruota anteriore destra rompendo il parabrezza.
Più che di una tipica buca, che probabilmente avrei notato, si è trattato di un brutto avallamento del
terreno che ha svergolato la struttura della cabina facendo quasi esplodere il vetro: si sono formate
varie crepe che minacciano di farlo crollare.
La prima cosa che faccio dopo la constatazione del danno è una telefonata in Italia per chiedere
consulenza. Mio zio meccanico mi tranquillizza, dicendo che si tratta di un vetro a doppio strato e
che quindi difficilmente può implodere durante la marcia.
Voglio anch'io credere che il vetro non possa cadermi addosso, ma vedo delle crepe passanti che
interessano entrambi gli strati. Metto un bel po' di nastro adesivo all'interno del parabrezza per
rinforzarlo, che non si sa mai.
Poco prima del tratto massacrante per Tortkol, noto una roulotte con la bandiera italiana
parcheggiata, la stessa roulotte che avevo visto parcheggiata a Bukhara.
Mi fermo per raccogliere informazioni e scopro che è di un signore lombardo che sta girando l'Asia
Centrale in compagnia del suo cane. Claudio è partito da Vignate al volante della sua VW Fox
turbodiesel, trainando una piccola T@B. Ha attraversato Europa orientale, Russia, Kazakistan da
nord a sud e quindi è entrato in Uzbekistan. Dopo il tour uzbeko tornerà in Italia seguendo la strada
che io ho fatto all'andata: Atyrau in Kazakistan, Astrakhan e Volgograd in Russia,
Ucraina/Ungheria/Slovenia. È molto provato dal suo lungo viaggio via terra, battezzato "The
Fortune Tour", il cui logo fa mostra sulle fiancate della ruolotte. O meglio, di quello che ne rimane:
la povera caravan, oltre ad essere visibilmente ammaccata, è orfana di una finestra e della relativa
cornice, che sono andate perse per la strada (causa probabile: le vibrazioni delle strade kazake che
hanno fatto saltare le viti).
Ciò che lascia perplesso Claudio (e invero anche me), è che la roulotte è praticamente al primo
viaggio: è stata acquistata recentemente come rimpiazzo ad una caravan tradizionale. La scelta è
ricaduta su quella che doveva essere una soluzione solida e adatta a percorsi fuoristrada, ma che
adesso mostra i segni dello svergolamento del pianale oppure di un cedimento al sandwitch del
pavimento (o di entrambe le cose).
È solo per pietà che non faccio foto al pavimento, che ha preso la forma che hanno i dossi nei
cartelli stradali, di quella "roulotte da 4x4" che, dopo questo primo viaggio, rischia già di non
passare più una revisione.
Ma i problemi di Claudio non sono finiti: le vibrazioni delle strade hanno allentato il riduttore della
bombola, facendo volatilizzare il gas. Claudio non ha una seconda bombola, e non è riuscito a
farsela ricaricare presso i distributori di GPL, perché nessuno ha il raccordo adatto. Non posso fare
a meno di rimproverarlo per non avere chiuso la bombola quando era in viaggio, e per non essersi
procurato uno di quegli adattatori di tipo "dish" per rifornire alle stazioni di servizio in caso di
emergenza. (Ma poi, come ha fatto a non sentire l'odore del gas che usciva?)
Rimane anche un mistero come, in un paese di "arrangioni" come l'Uzbekistan, nessuno sia stato in
grado di accrocchiare un raccordo per rifornire di GPL la bombola di Claudio.
Lascio Claudio e il suo cane al tavolo del ristorante. Ci diamo appuntamento all'Hotel Asia di
Khiva, attrezzato per la sosta, dove entrambi ci fermeremo stasera.
Io riparto subito, per portarmi il più possibile avanti, rinunciando alla zuppa del ristorante in favore
di una fetta di pane Carasau col tonno da consumare per strada. Ma non passa neanche mezz'ora, e
una VW Fox mi affianca e mi supera, continuando a sorpassare a destra e sinistra i TIR che fanno lo
slalom tra le buche. La T@B schizza sui dossi come la pallina di un flipper, e la bandiera italiana
attaccata alla coda sparisce dietro a una nuvola di polvere.
Gli incontri con altri "overlanders" per oggi non sono ancora finiti: poco più avanti incrocio le Land
Rover dei ragazzi britannici che avevo conosciuto ad Atyrau. Mi riconoscono e si fermano per
chiacchierare un po'. Gli aggiornamenti che ci scambiamo non sono bellissimi: loro hanno rotto il
braccio della sospensione di una delle loro auto tra Kazakistan e Uzbekistan. L'hanno fatta saldare
e, visto che c'erano, hanno fatto sostituire le boccole perché si erano disintegrate.
I loro mezzi sono Land Rover Defender preparatissime, praticamente analoghe come struttura e
robustezza ai mezzi che usava Nino Cirani nei suoi raid. Non penso ci sia bisogno di aggiungere
altro per dimostrare lo stato vergognoso in cui versa questa famosa E40. Una strada che non solo
collega due paesi dell'Asia Centrale, ma che è considerata il principale corridoio Belgio-Cina.
Arrivato a Khiva, per quanto mi sforzi, non capisco dove accidenti si trova il centro. Le strade sono
scarsamente illuminate, e non c'è un cartello utile. La gente locale a cui chiedo indicazioni non è in
grado di interloquire in maniera anglofona, cosa che mi fa un tantino innervosire. Khiva è una
cittadina con enormi potenzialità dal punto di vista turistico (alcune catene di albergi lo hanno già
capito...). La gente di qui dovrebbe darsi una mossa ad imparare, non dico L'Otello di Shakespeare a
memoria, ma almeno 4 parole di inglese.
Sulle spalle, una sveglia alla 5, la rottura del parabrezza, la strada maledetta per Tortkol. Ormai
irritato, riesco a far capire la parola "centro" a un giovane del posto che si offre di accompagnarmi
fino all'ingresso delle antiche mura davanti al quale ci sarebbe l'Hotel Asia (attrezzato per sosta
camper).
Per fare meno di un chilometro in linea d'aria, bisogna farne il quadruplo su una strada che passa
tutt'attorno alla cittadina, in quanto è impossibile attraversare il centro storico con il camper. Più che
strada si tratta di un sentiero sterrato pieno di buche, che si snoda tra case fatte con il fango, a
ridosso delle antiche mura.
L'Hotel Asia si trova proprio davanti a una delle porte di accesso al centro storico, che è circondato
da mura di fango.
La poca illuminazione, che rende difficile orientarsi sia in periferia che in centro, dà un'aria
misteriosa a Khiva, di cui non vedo l'ora di iniziare a esplorare qualche angolo.
Ma prima mi devo scontrare con i fastidiosissimi dipendenti dell'Hotel Asia, i quali dovrebbero fare
prima di tutto un corso di buone maniere per imparare a comportarsi, e poi darsi una bella svegliata.
L'Hotel Khiva è per me un "moltiplicatore di problemi": entro che ne ho uno, esco che ne ho tre o
quattro. Il bancomat è rotto e non si può prelevare. Si può solo cambiare contante.
Un casino allucinante per cambiare dei rubli, valuta ufficiale russa (che pensavo fosse bene accetta
visto che fino all'altro ieri l'Uzbekistan era sotto Mosca): il capo chiede a destra e a manca se si
possono accettare i rubli, cercando di farmi pesare il fatto che sto chiedendo il grosso favore di
cambiare rubli in quella carta straccia di SUM uzbeki.
Il prezzo per una notte è qualcosa di completamente fuori mercato, viaggia sui 15 euro.
Aggiungo che alle 10 di sera, quindi a un orario decisamente compatibile con le abitudini di turisti
stranieri, il ristorante ha già chiuso.
Il simpatico capo della reception prima sostiene infatti che non posso cenare perché è tardi e il
ristorante non lavora più. Tra l'altro, si mostra abbastanza scocciato, nonostante io abbia sottolineato
che sono arrivato tardi avendo guidato da Bukhara per mezza giornata. Ma appena paleso la
possibilità di andarmene in centro a cercare un ristorante, ecco che il capetto si mostra più
disponibile a riaprire il ristorante e a farmi mangiare entro tre quarti d'ora, oppure mezz'ora. Ma non
c'è più margine di trattativa perché ho perso la pazienza. Mentre me ne vado verso l'uscita,
essendosi accorto di avermi fatto veramente incazzare, quello continua a dirmi che forse troverò
qualche ristorante ancora aperto al dilà delle antiche mura, e mi dà le indicazioni per trovarlo.
La porta Sud della città è a pochi passi dall'Hotel Asia. Non una luce illumina l'ingresso e le mura
dall'esterno. All'interno, poche le persone che vagano nell'oscurità attrezzate di torce a LED.
Sono abitanti del centro storico, ai quali chiedo con successo indicazioni verso possibili punti di
ristorazione. Procedendo verso il centro storico, questo è il problema, tra un minareto e la facciata
di una Madrassa, inizio a scattare foto e a fare video in modalità notturna, dimenticando la cena.
Immaginare la piazza Registan di Samarcanda in scala ridotta nel buio più totale, se non fosse per
una parete leggermente illuminata dal basso, completamente priva di persone locali/straniere e un
silenzio che neanche al cimitero.
Privo di guida L. Planet e di torcia elettrica, mi perdo definitivamente all'interno delle antiche mura
di Khiva per un pezzo.
Tra le 23 e mezzanotte, mi ritrovo per caso davanti all'unico ristorante ancora aperto (ma solo
perché è frequentato da turisti).
Alla richiesta di cenare, vengo accolto con educazione dai proprietari ma devo spiegare per quale
motivo arrivo così tardi. Faccio notare che non è che stessi dormendo tutta la sera, ma sto arrivando
da Bukhara, la cui strada massacrante è certamente nota ai miei interlocutori. Mi sembra di essere in
un paesino dell'interno del Sud Italia, dove la gente deve farsi gli stracazzi tuoi prima ancora di dirti
buongiorno/buonasera.
La cena è costituita da varie portate, prevalentemente vegetariane e ottime.
Il rientro all'hotel a stomaco pieno è complicato dal fatto che non riesco a orientarmi verso l'uscita
Sud delle mura. In verità mi basterebbe uscire da qualsiasi punto utile, per poi continuare a piedi
verso l'hotel. Ma non è affatto semplice, perché l'unica illuminazione è la lampada della mia
fotocamera e ovviamente non c'è uno straccio di indicazione. In aggiunta, devo fare lo slalom tra i
materassi degli abitanti che dormono in terra nella pubblica via per evitare la calura delle case
bollenti. Si stravaccano davanti all'ingresso di casa e aspettano l'alba, quando la temperatura
diminuisce e possono tornare all'interno. Direi che se infischiano dei pedoni, ma direi anche che a
Khiva, dopo mezzanotte, l'unico pedone sono io.
È da uno di questi materassi che si leva l'aiuto per uscire dal labirinto: un tipo che parla inglese,
probabilmente coinvolto in qualche attività turistica, che mi guida fino alla porta Sud non appena gli
dico che sono diretto all'Asia Hotel. Naturalmente, non manca di chiedermi per quale motivo mi
trovo nel centro di Khiva a quest'ora della notte.
km
oggi: 466
totali: 6.951
Lunedì, 13 agosto 2012
La moltiplicazione dei problemi, all'Hotel Asia, comincia di buon mattino. Il servizio lavanderia
costa circa 20 dollari al chilo e ci devo rinunciare perché inizio ad avere pochi contanti (nel senso
che devo dar fondo agli ultimi euro/dollari per tirare avanti).
Non si sa quando sarà riparato lo sportello bancomat, che è fuori uso chissà da quando. Penso che
probabilmente i tecnici devono arrivare da Bukhara o Samarcanda, dunque si guardano bene dal
massacrarsi per venire fin qui. In verità, al personale dell'hotel questa cosa gli va di lusso perché
può lucrare facendo cambio in nero ai turisti.
Mi dicono che c'è un bancomat in un hotel di Urgench, ma non ha senso andare e tornare, per poi riandare verso Urgench (che è di strada per Kungrad, verso il confine kazako). Senza contare che
perderei uno sproposito di tempo nel cercare l'hotel a Urgench, sotto il sole, e senza la garanzia di
trovare il bancomat in funzione.
Il POS per la carta di credito, probabilmente sullo stesso circuito del bancomat, è anche quello fuori
uso. Dunque, l'idea di pagare con la carta di credito la sosta camper per risparmiare qualche decina
di euro di contante è fuori luogo.
Sperando che i soldi mi bastino per benzina e cibo fino al prossimo bancomat, cioè ad Atyrau
(Kazakistan), cambio qualche altra decina di euro in SUM.
Ciò che mi fa infuriare è che, dopo aver cambiato, un dipendente dell'hotel viene a cercarmi nel
camper reclamando non mi ricordo quante decine di migliaia di SUM uzbeki, sostenendo che sono i
suoi e che sono finiti per sbaglio nella somma che mi ha consegnato.
Accetto di ricontrollare la somma, ma solo dopo avergli spiegato che con i turisti ci vuole più
attenzione e professionalità, altrimenti questi non tornano (e io sarò il primo a non tornare qui).
Effettivamente trovo uno sbilancio in suo favore (per fortuna, perché se non fosse stato così si
sarebbe creata una situazione molto imbarazzante per entrambi), e gli consegno il resto.
Il lettore più attento si chiederà perché non ho contato i soldi nel momento in cui mi sono stati
consegnati. Il problema è che in Uzbekistan il taglio più grande in circolazione è quello da 1.000
SUM (meno di 50 cent). La gente passa le giornate a contare i SUM e il turista non sempre ha la
voglia o il tempo di contare a ogni cambio. I dipendenti fortunati degli esercizi commerciali hanno
una macchinetta per contare le banconote (tipo quelle che si usano in banca), gli altri meno fortunati
contano fino a centinaia di biglietti manualmente per ogni acquisto di una certa entità: si pensi alle
stazioni di rifornimento, dove i carburanti sono cari quasi quanto in Europa.
Una soluzione potrebbe essere di cambiare diverse centinaia di euro una volta sola per tutto il
viaggio, ma in questo caso si rischia di rifornirsi di una quantità di valuta eccessiva. Detto
chiaramente: si rischia di tornare a casa con qualche chilo di carta straccia, perché ri-convertire i
SUM fuori dall'Uzbekistan potrebbe essere complicato quanto incassare un libretto di risparmio del
periodo fascista. Un altro problema di andare in giro con diverse centinaia di euro in valuta uzbeka
è che servirebbe uno zaino per contenere mazzi di banconote alti quanto mattoni.
È una signora uzbeka che mi rimette di buon umore: mentre sto facendo il bucato a mano nel
camper, questa si avvicina come fanno le Rom quando chiedono soldi ai semafori. Viene per
regalarmi una mela freschissima!
Chi è questa zingara e da dove arriva? Ma soprattutto, perché mi ha regalato una mela?
Mangio la mela, immaginando che forse la signora lavora per l'hotel, ha assistito ai miei diverbi con
il personale e ha visto che comincio ad averne piene le tasche dell'Uzbekistan. Ha voluto quindi fare
un po' di propaganda per il suo paese, per lasciarmi un ricordo positivo in più.
Oppure ha visto che facevo il bucato sotto il sole, davanti a un camper conciato veramente male,
impolverato e con il parabrezza rotto, avrà pensato che non potevo permettermi una camera in hotel
e le ho fatto pena.
Con o senza mela, la prossima volta che dovessi passare per Khiva, non mi fermerei all'Asia Hotel
neanche se mi pagassero.
Centro di Khiva.
Parlando con Claudio scopro che non sono il solo ad aver fatto "il pieno" di Asia Centrale: anche lui
si definisce in generale "soddisfatto", e non vede l'ora di tornare a casa. Da qui alla Lombardia, per
lui, sarà una tirata senza soste.
Per quanto mi riguarda, il percorso di rientro per me è ancora ricco di soste in vari paesi. Ho una
cosa carina in mente: da quando ho saputo che è stata riaperta a pieno regime la mitica frontiera tra
Russia e Georgia, mi è venuta la grandiosa idea di tornare a casa per la via del Caucaso, anziché per
l'Europa dell'Est.
Centro di Khiva.
Parto per Kungrad, quindi verso il confine kazako, di ottimo umore e contento dei vari sviluppi del
tour, escludendo ovviamente l'episodio della rottura del parabrezza.
Per la strada e addirittura a Nukus non trovo benzina, e neanche GPL. O almeno non ne vedo
disponibilità. Vedo però delle code di decine di metri ai distributori di metano.
Molto prima di Kungrad, in una cittadina di cui non ricordo il nome, mi informo sulla disponibilità
di benzina al mercato nero. La benzina c'è, ma il prezzo è eccessivo, e rimando il rifornimento
all'ultima tappa in Uzbekistan, sfruttando l'abbondante riserva di GPL che ancora ho nei bomboloni.
Volto le spalle a questi speculatori, e riprendo la strada verso Nord-Ovest per arrivare alla periferia
di Kungrad nel tardo pomeriggio.
Mi fermo davanti al ristorante in cui avevo pernottato all'andata, faccio dinuovo il pieno di benzina
al mercato nero e ceno. Come la settimana scorsa, anche oggi c'è affollamento di autotrasportatori
europei. Quelli che "salgono", cioè che tornano alla civiltà, sono più leggeri di quelli che "vanno
giù" all'inferno, e non solo perché hanno già scaricato, ma perché sanno che tra pochi giorni saranno
dinuovo in Europa. A Riga, Minsk, Varsavia o Kiev, troveranno un clima più fresco, cibo familiare e
cessi puliti. Qualche giorno a casa, e poi inizieranno un nuovo giro verso l'Afghanistan.
Questa sera, come mi aspettavo, mangio meravigliosamente. La zuppa di verdure e carne è qualcosa
che rasenta la perfezione e costa solo poche migliaia di SUM, meno di cinque euro. Penso di
lasciare una mancia, ma la cameriera rifiuta fermamente e mi dà il resto preciso, specificando che in
Uzbekistan la mancia "Non si lascia."
km
oggi: 315
totali: 7.266
Martedì, 14 agosto 2012
La partenza è inevitabilmente prima dell'alba. Pesa l'incognita della frontiera col Kazakistan per cui,
a seconda delle ore perse, in serata potrei arrivare a Beyneu oppure addirittura ad Atyrau (che
sarebbe meraviglioso).
In frontiera c'è una bella coda di TIR, mentre pochi sono i veicoli privati che mi precedono. L'uscita
dall'Uzbekistan però è più complicata dell'ingresso. Mentre le procedure cartacee hanno più o meno
la stessa lunghezza di quelle dell'ingresso, il controllo dei bagagli è clamoroso. Le borse più grandi
devono passare nello scanner a raggi X (cosa che non è stata fatta all'ingresso). Evidentemente, le
autorità uzbeke hanno paura che vengano portati fuori dal paese oggetti di valore non dichiarati,
tipo opere d'arte o manufatti antichi.
È il caldo che rende la trafila burocratica ancora più faticosa. Davanti allo sportello della dogana è
necessario fare un'unica coda sotto il sole insieme a tutti gli altri autisti (compresi gli
autotrasportatori) perché bisogna farsi cancellare l'importazione temporanea del veicolo dal
database nazionale.
La pausa davanti ai cancelli dell'area di frontiera del Kazakistan è molto breve. I funzionari mi
fanno entrare alla svelta perché l'area è quasi vuota.
Dentro gli uffici però perdo tempo nella compilazione della "declarazìa". Si tratta dello stesso
modulo che ho compilato al primo ingresso in Russia e che ho riconsegnato qui quando sono
passato dal Kazakistan all'Uzbekistan. Cioè si tratta del documento riconosciuto in tutta l'unione
doganale russa. Niente di nuovo quindi, se non fosse che qui in Kazakistan è disponibile solo in
cirillico (mentre all'ingresso in Russia ne avevo trovato una versione in inglese).
Mi devo fare tradurre i nomi dei campi dal funzionario di turno, il quale vuole verificare i dati del
veicolo sulla carta di circolazione italiana. Il risultato è che dell'italiano ovviamente non ci capisce
niente, per cui faccio buon uso del certificato internazionale di circolazione, individuando la pagina
in cirillico e mostrando quelli che sembrano i dati più importanti: numero di telaio e di motore.
Un'altra perdita di tempo ce l'ho al controllo di sicurezza, dove devo attendere prima di tutto che i
militari finiscano la pausa pranzo.
Il controllo è molto più rigoroso che non all'andata. Per accelerare le procedure regalo un paio di
pacchetti di patatine che vengono molto gradite dal capo dei controllori.
La volata verso Beyneu inizia sugli 85 km di sterrato e buche. Stavolta però voglio evitare di
sobbalzare per quattro ore sull'ondulé. Faccio cioè come fanno tutti, compresi i camionisti, e
viaggio in terza sopra i 50 km/h.
All'altezza di Agzhigit (o Aqzhigit), paesino a una ventina di km dopo il confine, tre bambini tirano
delle pietre sulla fiancata del camper e, ovviamente, scappano prima che abbia il tempo di scendere
per prenderli a calci. In ogni caso, parcheggio e inizio ad avviarmi verso il centro di Agzhigit a piedi
con l'idea di cercare i genitori e la polizia locale, in quanto il camper ha subito un lieve danno e
sarebbe mio diritto fare almeno una segnalazione.
Se a un certo punto rinuncio a godermi la scena dei genitori che prendono a legnate i loro piccoli
bastardi, è solo perché non voglio perdere altro tempo in questo deserto che mi sta già sulle balle.
Ho già sentito di episodi simili in questa zona. Evidentemente chi ne è rimasto coinvolto non si è
peritato a reagire adeguatamente a questi atti decisamente criminali. A chi dovesse incorrere in una
situazione analoga, suggerisco quindi di andare subito nel centro di Agzhigit senza scendere dal
veicolo e rivolgersi alle autorità locali. In caso di assenza di autorità locali (verosimile, perché
Agzhigit è solo un villaggio), è bene segnalare il fatto alla polizia di Beyneu, oppure (se si è diretti
in Uzbekistan) alla frontiera kazaka in uscita.
Riprendo la strada verso Beyneu, maledicendo i piccoli delinquenti di questo posto, e consolandomi
osservando che non c'è maledizione più grande di abitare in questo miserabile luogo.
Agzhigit, perso in mezzo al deserto e collegato al resto del mondo da mezza giornata di pista, che
non è neanche definibile un puntino sulla carta perché quelle più recenti neanche lo riportano,
addirittura introvabile su Google Maps, è già un luogo sufficientemente maledetto.
Dopo circa 400 km dall'ultimo rifornimento fatto a Kungrad, a Beyneu sono già in riserva. Qui la
settimana scorsa ho fatto il pieno senza grandi difficoltà. Ma oggi non è giornata: l'unico
distributore aperto ha solo pessima benzina dichiaratamente a 80 ottani (e probabilmente anche
peggiore).
Considerando che ho nel serbatio un pò di benzina migliore, e che posso versare dieci litri dalla
tanica che ho riempito all'andata (che forse avrà 90 ottani), decido di fare un mezzo pieno,
ripromettandomi di mettere benzina normale alla prima occasione.
Una famiglia russa in viaggio su una 124 Zigulì è nella mia stessa situazione. Anche loro mettono il
minimo di benzina per arrivare a Qulsary.
Ad Opornyy un tipo mi ferma per strada chiedendo di trasportare un pacco a Qulsary. Da quello
che capisco, nel pacco c'è un filtro per un mezzo in riparazione a Qulsary, e la cosa è urgente.
Gli dico che non ho nessuna intenzione di trasportare pacchi per nessuno, ma che potrei dargli un
passaggio, e in questo caso potrebbe caricare il pacco.
Quello di trasportare pacchi o bagagli per conto di persone che non si conoscono è un'operazione
sconsigliatissima, non solo in Kazakistan ma in tutto il mondo. Si rischia di ritrovarsi a fare i
corrieri di droga o altri materiali proibiti.
Il tipo, che non vuole lasciare Opornyy, se ne rimane lì per strada con il suo pacco.
Il primo distributore di Qulsary è a secco, mentre al secondo ho fortuna: c'è benzina buona e si
accetta la carta di credito. Sono il primo a piazzarmi davanti alla colonnina, ma vengo raggiunto
presto da tanti altri veicoli che formano una lunga coda che arriva fino alla strada. C'è anche la
famiglia russa che ho incontrato a Beyneu: genitori e due bambine. La signora e le figlie hanno il
tipico aspetto russo-europeo, mentre il padre è scuro e sembra originario dell'Asia Centrale.
Probabilmente erano in vacanza nel paese del padre (forse l'Uzbekistan o il Kirghizistan), e stanno
tornando in Russia.
I tre dipendenti della stazione di servizio sono in pausa, e si sono chiusi dentro al negozio. Di fatto
la stazione di servizio rimane inoperativa per un tempo durante il quale non si può fare
rifornimento, acquistare qualcosa al negozio, e neanche usare il cesso (che è dentro il negozio). La
signora russa e le figlie se la stanno facendo addosso e aspettano, con esemplare rassegnazione, che
le porte del negozio si aprano.
In questa mezz'ora cerco di ascoltare una conversazione tra vari autisti più o meno europei. Questi
sono tutti esperti della zona, che certamente frequentano spesso, e non sembrano sorpresi della
maleducazione degli addetti alla stazione di servizio. C'è un turco che lavora per qualche società
europea, è partito col suo TIR dall'Olanda e si è imbarcato in ro-ro dall'Italia alla Turchia, poi ha
guidato fino in Georgia e Azerbaijan, da dove ha traghettato sul Caspio per il Kazakistan. Non
capisco il vantaggio di quest'itinerario, complicato e lungo. E non ho neanche capito dov'è diretto
esattamente il carico. L'unica cosa che ho capito è che in Olanda gli danno 2.000 euro per fare
questo viaggio.
Perché non attraversare semplicemente Europa Orientale e Russia per arrivare comodamente in
Kazakistan senza prendere i traghetti?
Sarà forse che il carico contiene materiali per il famigerato gasdotto del Caspio, quello che
dovrebbe attraversare il Caucaso per portare il metano in Europa attraverso la Turchia, costituendo
un'alternativa al metanododdo gestito da una nota compagnia russa?
Sarà forse una strategia logistica quella di non far transitare questi TIR per il territorio della Russia,
che ovviamente non vede positivamente il gasdotto del Caucaso?
Il mittente/destinatario del carico ha paura di possibili sabotaggi da parte russa?
Le risposte a queste domande, certamente non ce le ha l'autista turco.
Arrivando ad Atyrau cerco senza successo un camping segnalato da altri camperisti, che si
troverebbe in periferia sulla strada in arrivo da Maqat.
Visto l'insuccesso, mi spingo fino al centro dove prelevo parecchi contanti da uno dei tanti sportelli
bancomat della città. Ne approfitto anche per fare benzina "buona", così da non doverla fare
domattina.
Rinuncio alla cena perché è già troppo tardi e non trovo neanche un locale che mi ispiri. Non senza
qualche problema di orientamento, prendo la direzione verso la Russia, alla ricerca di un puntososta sicuro nella periferia Ovest.
Il gestore di un bar mi indica un vicino parcheggio custodito 24 ore. Non si tratta di un TIR park,
ma piuttosto di un rimessaggio per autobus e mezzi industriali. Con grande stupore del custode,
chiedo di poter dormire nel camper. Per il prezzo esagerato di 2.000 Tenge (circa 12 euro), che pago
per la sosta, la possibilità di dormire all'interno mi sembra il minimo.
km
oggi: 867
totali: 8.133
Mercoledì, 15 agosto 2012
Visto il prezzo salato pagato ieri per la sosta notturna in questa specie di rimessaggio, non posso
fare a meno di scroccare una ingente quantità d'acqua da un rubinetto, per riempire fino all'orlo il
serbatoio di bordo.
Attraversando Atyrau mi rendo conto che è una città alquanto brutta. Mi dirigo senza rimpianti
verso la frontiera russa ripercorrendo quella pessima strada ricca di buche e deformazioni che ho
fatto nel viaggio di andata.
Poco prima della frontiera, vengo fermato da un poliziotto kazako che fa gesti in aria col classico
manganello rosso delle polizie ex-sovietiche. Inizia a mimare un rumore che dovrebbe essere quello
della carta. Per cinque minuti cerco di capire cosa diavolo vuole, visto che come il 99% dei kazaki
che o incontrato non parla inglese, ma l'unica cosa chiara è il riferimento ai soldi.
Questo, dopo il viaggio che ho sulla schiena (con particolare riferimento alla tappa di oggi)
rappresenta la ciliegina sulla torta. Dato che il poliziotto indica le crepe e il nastro adesivo sul vetro,
sembrerebbe che voglia farmi la multa per il parabrezza rotto, cosa che risulta assai paradossale
visto che il vetro si è rotto in Uzbekistan ma ha continuato a creparsi in questi cessi di strade. Gli
unici a dover essere sanzionati sono i responsabili di questo schifo, che siedono nelle poltrone di
Astana e Almaty, e probabilmente in questo momento stanno contando i proventi del petrolio.
Considerando tutto quello che ho da fare oggi, non è che posso mettermi a giocare a Tabù davanti al
traffico dell'Eurasia solo perché un poliziotto di frontiera non ha imparato due parole d'inglese.
Prendo in mano il telefono e i miei fogli con l'elenco delle ambasciate. Non cedo alla tentazione di
diventare volgare e inizio a fare il numero del consolato italiano di Almaty, dicendo al poliziotto che
chiamo subito un "translator" della "italian embassy".
L'atteggiamento cambia immediatamente, e il poliziotto mi lascia entrare in frontiera, dove espleto
poche formalità senza perdite di tempo.
Mentre sono in coda tra l'uscita del Kazakistan e l'ingresso in Russia, incontro due italiani che
lavorano in Kazakistan e inganno il tempo chiacchierando con loro. Viaggiano su un fuoristrada con
autista e vanno ad Astrakhan per motivi lavoro. Uno di questi ha girato molto l'Asia Centrale e il
Caucaso per motivi di lavoro. In Italia ha la roulotte, ma ammette che non la userebbe mai per
viaggiare in queste strade. Ci scambiamo i biglietti da visita promettendoci di risentirci per email.
L'ingresso in Russia non presenta difficoltà, così riesco a superare Astrakhan nel pomeriggio.
L'unico piccolo inconveniente avviene all'uscita di Astrakhan quando un poliziotto con la faccia da
mongolo (della Mongolia) mi ferma per un controllo. La prima cosa che fa nell'avvicinarsi al
camper è togliere la sicura al mitra, gesto sicuramente scortese. Chiede il passaporto, ma poi
neanche lo guarda. Sale nel camper per controllare l'interno dei gavoni, continuando a ripetere che
lui è della polizia.
Viaggiando verso Ovest, è per una mia distrazione o forse perché non c'è un chiaro cartello che non
faccio caso all'ingresso nella Repubblica di Calmucchia. Faccio invece caso alla quantità
impressionante di posti di blocco di polizia dotata di telelaser. I limiti di velocità sono fatti rispettare
in maniera inflessibile. Siccome i russi non sono inclini a rispettarli, le multe fioccano.
Della città di Elista so solo che è il capoluogo della Calmucchia e che ospita un famoso monastero
buddista. A parte il fatto che nel parcheggio del monastero sarebbe possibile sostare con il camper,
non ho altri punti di riferimento. Non ho neanche una piantina della città, visto che sono sprovvisto
della guida L. Planet della Russia, ma sono abbastanza sereno perché ho notato che il posto non è
per niente caotico.
Mi fermo in un parcheggio a bordo strada per chiedere indicazioni per il Tempio, e subito dopo
accosta anche un Transit. La signora alla guida mi chiede in perfetto italiano che cosa ci faccio in
Calumucchia. Mi invita a seguirla fino al parcheggio della sua casa, risolvendo i miei principali
problemi di oggi: orientamento e sosta.
La signora Alberta è originaria della Lombardia e vive in Russia dagli anni '90. Lavora per
l'associazione Papa Giovanni XXIII gestendo una casa-famiglia ad Elista. La casa è una villetta non
lontano dalla strada principale di Elista. Nel giardino parcheggio il camper per la sosta notturna, e
vengo con piacere invitato a cena. A tavola, Alberta e la collaboratrice insieme a quattro ragazzini/e
di cui due sono fisicamente disabili. Gli altri devono avere pesanti disagi familiari alle spalle.
La cena è modesta ma più che sufficiente, condita da una bottiglia di vino italiano, e i discorsi sono
molto interessanti. Si parla del mio viaggio, da cui i ragazzi sono affascinati. Quello che racconto
viene tradotto in russo da Alberta. Il ragazzino più grande non riesce a capire come posso viaggiare
senza conoscere le lingue dei paesi che attraverso. In particolare non capisce come riesco a
comunicare per comprare cibo, trovare la strada o fare benzina.
Effettivamente non me lo so spiegare neanch'io. In ogni caso, invito i ragazzi a studiare l'inglese.
Anche Alberta ha molto da raccontare. La sua avventura in Russia inizia nei primi anni '90,
immediatamente dopo la caduta del sistema sovietico. Lei e i suoi amici attraversavavano, non
senza apprensione, le neonate realtà nazionali a bordo di un camper. Di fatto, andavano in
ricognizione nell'ormai ex URSS con l'idea di mettere in piedi un centro di assistenza per bambini
disagiati. Col passare degli anni, nella zona sono migliorate varie cose, tra cui la sicurezza. Ma il
rapporto con le autorità locali è stato sempre problematico.
La collaboratrice di Alberta insegna all'università di Elista, e con l'aiuto di Alberta mi spiega la
strada per raggiungere Vladikavkaz e la frontiera georgiana. In teoria potrebbe essere più veloce
tagliare in verticale, ma dovrei passare più che altro per strade secondarie mal segnalate. In pratica,
per un forestiero è meglio fare rotta prima verso Stavropol, poi verso Pyatigorsk e Mineral'nyye
Vody, e infine su Vladikavkaz. Praticamente devo disegnare una "C" tra le repubbliche di
Calmucchia, Kabardino-Balkaria e Ossezia del Nord. Non sono neanche 700 km di strada
relativamente buona, ma nessuno crede che arriverò in frontiera georgiana entro domani in quanto
l'ultimo tratto passa per la montagna e richiede impegno. Io invece sono abbastanza convinto di
farcela, anche perché non disdegno di guidare fino a notte fonda.
La serata si conclude con una visita del camper. Mi scuso delle condizioni in cui versa, non essendo
stato pulito dalla sosta a Samarcanda (circa due deserti fa). Per i ragazzini russi, che non hanno mai
visto un camper, un veicolo attrezzato ad uso abitativo è un'assoluta novità.
km
oggi: 694
totali: 8.827
Giovedì, 16 agosto 2012
Rabbocco il serbatoio dell'acqua da un rubinetto nel giardino. Poi seguo il furgone di Alberta che
accompagna i bambini al campo scuola, e che mi fa strada fino quasi al tempio buddista.
Parcheggio nella zona del tempio e vado subito in giro ad ammirare e fotografare pagode e statue
tibetane di cui il centro di Elista è disseminato.
Il tempio buddista sta su una altura in mezzo a questa strana città, capoluogo della Repubblica di
Calmucchia. Lo scenario tibetano, alquanto singolare visto che mi trovo in mezzo alla Federazione
Russa, è completato dalla presenza di individui con lineamenti orientali.
Il tempio buddista a Elista, Repubblica di Calmucchia.
L'ingresso nel tempio non si paga, però è necessario rispettare alcune regole: non camminare con le
scarpe e non fare fotografie.
All'interno si svolge una funzione religiosa, con tanto di monaci vestiti di rosso e con la testa rasata
che emettono suoni gutturali, e di decine di partecipanti con gli occhi a mandorla.
Il museo nel seminterrato, anch'esso gratuito, mi lascia molto perplesso per via dei reperti orribili in
esposizione (parlo di maschere di demoni), e dell'assenza di descrizioni in inglese che possano
almeno farmi intuire il significato di siffatte mostruosità. Nella classifica dei musei brutti, questo
batte addirittura il museo israeliano che ho visto a Gerusalemme nel 2009.
Lascio Elista bevendo un'aranciata, sotto il sole ormai alto che asciuga le pozzanghere del
nubifragio di questa notte e che trasforma le vie cittadine da laghi in saune.
La rotta di oggi sarà: Stavropol-Vladikavkaz-confine georgiano, e sono proprio curioso di sapere se
riuscirò ad arrivare in frontiera prima di domani.
Le strade che percorro sono tutte buone. Seguendo il consiglio di Alberta, cioè passando per
Stavropol, allungo il percorso ma rimango sulla viabilità principale. È quindi più semplice
verificare l'avanzamento sulla carta stradale che riporta i nomi delle città in due alfabeti (i cartelli
invece sono tutti in cirillico).
Pranzo in un ristorantino a bordo strada nella zona di Stavropol. L'atmosfera è quella classica russa:
cameriere tristi che parlano solo russo, cibo economico, semplice e buonissimo.
Dopo Stavropol si susseguono vari centri, anche di dimensioni notevoli, sviluppatisi attorno a
grandi giacimenti minerari. Uno dei tratti meno belli è quello tra Mineral'nyye Vody e Pyatigorsk,
per via dell'aria non proprio pulita e del traffico intenso.
Poco dopo, la strada che sale di quota indica che è finalmente iniziato il Caucaso.
A meno di un centinaio di km da Vladikavkaz, mi trovo in coda davanti a una "Stazione di
pesatura". Ne ho già incontrate varie nei miei viaggi, ma in questa stazione c'è una specie di
frontiera con tanto di bandiere varie e polizia. Intuitivamente direi che potrebbe essere l'ingresso
nella Repubblica della Kabardino-Balkaria oppure dell'Ossezia del Nord.
Un poliziotto mi fa cenno di parcheggiare e preparare i documenti. Mentre gli vado incontro noto
due cose: la prima è che i veicoli russi in transito in genere non si parcheggiano, e gli autisti passano
ai poliziotti documenti e banconote; la seconda è che il poliziotto che mi ha fermato è molto
contento.
Visto che sta facendo buio e devo ancora attraversare tutta l'Ossezia passando per Beslàn, mi auguro
almeno che non mi facciano perdere troppo tempo.
Cinquanta euro sarebbe quello che dovrei pagare per poter passare. Non si tratta di sanzione,
pedaggio o altro, ma di qualcosa che devo dare direttamente al poliziotto che, con la sua faccia tosta
e tutto sorridente, continua a confermare che vuole cinquanta euro.
Mi siedo sul guard-rail e osservo la situazione che mi sta attorno per un quarto d'ora circa.
Un signore ucraino in viaggio con la famiglia urla a un altro poliziotto, mostrandogli tutti i suoi
documenti tra cui si distingue una Carta Verde. Probabilmente stanno perpetrando un'estorsione ai
suoi danni, e ciò conferma il vergognoso comportamento di una parte della polizia russa di cui
avevo già sentito in passato.
Avendo incredibilmente manenuto la calma per un tempo compreso tra i 20 e i 30 minuti, senza
cedere alle richieste di denaro (peraltro molto alte), vengo premiato e rilasciato senza pagare un
soldo.
Beslàn è la successiva città che incontro, nota per la strage avvenuta in una scuola nel 2004. Alcuni
terroristi presero in ostaggio centinaia di bambini e adulti, facendo esplodere ordigni e causando
quasi 400 morti. In città ci sarebbe un memoriale, meta di pellegrinaggio, ma non mi va di andare
in giro a chiedere informazioni per il "Memoriale del massacro della scuola". Tutto ciò che vedo di
Beslàn, per questa volta, sarà la strada principale.
Mi lascio Beslàn alle spalle e guido fino a Vladikavkaz, capitale dell'Ossezia del Nord e ultima
città russa prima della Georgia.
Vladikavkaz è ordinata e ha delle ottime strade. Mi fermo in una stazione di servizio nel centro per
chiedere conferma sulla direzione per Tbilisi. Qui attiro l'attenzione di un gruppo di giovani, di cui
uno parla un po' d'italiano e ha uno zio a Vicenza.
La direzione per la frontiera georgiana è facilissima: sempre dritto. Ormai i cartelli stradali indicano
(in cirillico ovviamente) Tbilisi, la capitale della Georgia.
La strada esce da Vladikavkaz verso Sud e sale sulle montagne. Ci sono vari tornanti ma il fondo è
ottimo e il traffico minimo.
Attraverso il villaggio di Balta e poi quello di Chmi, che è un pugno di casette.
Prima di arrivare a Verkhniy Lars, cioè il punto di confine con la Gergia, noto piccoli gruppi di
persone e che si aggirano tra la vegetazione e auto parcheggiate sul lato sinistro della strada. Questo
viavai di gente in mezzo al buio è strano. L'unica spiegazione che mi viene in mente è che ci siano
piccoli traffici tra Nord Ossezia e Cecenia2, il cui confine si trova a circa un km in linea d'aria a
sinistra. Secondo la mia mappa c'è almeno un sentiero che si diparte da questa strada arrivando a dei
villaggi in territorio ceceno.
Verkhniy Lars è un minuscolo centro formato da un paio di edifici e un bar. Probabilmente ci
abitano solo i dipendenti della frontiera.
C'è già qualche auto in coda, ma il valico di frontiera è ovviamente ancora chiuso. Me lo fa notare
uno strano individuo dall'aspetto georgiano, con la Mercedes classe C nuovissima, che mi chiede
gentilmente di tornare indietro di alcune centinaia di metri. La stessa cosa la ripete a tutti quelli che
arrivano in auto dopo di me, compreso il signore ucraino che urlava con la polizia tra KabardinoBalkaria e Nord Ossezia. Questo mi dà l'idea di uno che è partito tipo ieri in piena notte
dall'Ucraina, per attraversare un pezzo di Russia e tutta la Georgia, e arrivare finalmente domani
sera in qualche mondana località di villeggiatura del Mar Nero (tipo Batumi). Si dev'essere pentito
della sua partenza intelligente già dopo l'incontro con la simpatica polizia russa, e adesso non può
fare altro che ignorare il georgiano.
I due quasi vengono alle mani, fino a che il georgiano se ne va con la sua Mercedes. Ma non per
molto: torna ogni volta che qualcuno si piazza in fila in un posto sbagliato.
È chiaro che si tratta di un classico "signor frontiera".
Questa notte ceno al volo con una scatoletta e vado a dormire che è già l'una.
km
oggi: 674
totali: 9.501
2 Secondo la mia carta della Freytag & Berndt acquistata nel 2010, questa zona dell'Ossezia del Nord confinerebbe
con la Cecenia. Secondo Google Maps, il territorio confinante appartiene invece all'Inguscezia.
Venerdì, 17 agosto 2012
Alzarmi prima delle 3 è di una fatica incredibile, ma mi trovo praticamente in coda da ieri e vorrei
sfruttare l'apertura dei cancelli della frontiera prevista tra pochi minuti. Gli uffici doganali invece
inizieranno a lavorare alle 6. Non è dato sapere cosa succederà nell'arco delle prossime 3 ore.
Certamente non sarà niente di rilassante, come conferma la maleducazione della gente che mi
circonda, che a un tratto culmina in rissa tra i passeggeri di un autobus e altri veicoli.
Se avessi parcheggiato in una zona defilata, avrei dormito fino a tardi e sarei entrato comodamente
in frontiera dopo l'affollamento iniziale. Ormai però sono in coda e ci rimango fino in Georgia.
L'altitudine sfiora i 2.000 metri, e fa freddo. Voglio tenere la bombola chiusa per essere pronto a
partire, quindi anziché la stufa a gas accendo il Webasto a benzina. È anche una buona occasione
per rimetterlo in funzione dopo alcuni mesi di inattività.
Crollo sul volante e ascolto musica. Quando finisce un brano, si sente solo il ronzio del Webasto e
delle portiere delle auto che si chiudono. Alle prime luci del sole Armeni, azeri, russi, ucraini,
turchi, tutti scendono dalle macchine per fare foto e farsi fotografare davanti a queste imponenti
montagne che circondano la tonnara di veicoli.
Lo spettacolo dell'alba in questo fazzoletto di terra, tra due paesi che hanno fatto parte dello stesso
impero, poi si sono divisi, si sono fatti un po' di guerra e adesso condividono una frontiera
modernissima, merita tutta la fatica per arrivare fin qui e alzarsi alle 3.
Uscire dalla Russia è un po' complicato e richiede tanta pazienza. Invece, come ricordavo dall'anno
scorso, entrare in Georgia è facilissimo. Pochi minuti di sosta presso due sportelli, senza scendere
dal camper. La polizia di frontiera timbra il passaporto, la dogana registra i dati del camper sul
sistema informatico e mi fa aprire la porta della cellula per dare un'occhiata dentro (peraltro senza
neanche salire a bordo).
Rinuncio al cambio della moneta perché la banca apre alle 9, cioè tra un'ora. Quindi rinuncio pure a
informarmi sulla vendita in loco della polizza RCA temporanea. Viaggiare senza assicurazione è
indubbiamente deprecabile. Ma c'è da dire che in Georgia non è obbligatoria, e che sarò scoperto
solo fino alla Turchia.
A Kazbegi ci arrivo in una decina di minuti, su una delle strade più panoramiche di sempre.
Lascio il camper nella piazza centrale per andare in cerca di una banca e acquistare GEL (Lari
georgiani). La banca aprirebbe alle 9, ma gli impiegati si sono adattati perfettamente all'atmosfera di
estrema calma che caratterizza Kazbegi nel suo isolamento montano, e aprono gli sportelli che sono
quasi le 10.
L'aria rarefatta dei circa 2.000 metri di altitudine mi suggerisce di non correre mentre mi arrampico
nelle stradine alla ricerca di un market, dove mi rifornisco di biscotti e compro la famosa acqua di
Borjomi.
Questa zona è molto frequentata da turisti della montagna: escursionisti a piedi o in bici e
campeggiatori vari. Ma ci sono anche comitive di europei, tra cui un gruppo di italiani in viaggio
organizzato con autobus e guida.
Kazbegi è famosa per la Chiesa della Trinità che sta a Gergeti, un paesino qualche centinaia di
metri più in alto. Ma siccome ci sono già stato l'anno scorso, preferisco continuare il mio viaggio di
rientro e dedicare il tempo residuo a un paio di tappe georgiane che mi mancano. Punto quindi in
direzione Tbilisi (Sud) e poi verso Kutaisi (Ovest), dove dovrei arrivare nel pomeriggio.
Questo viaggio in Asia Centrale era stato pianificato abbastanza minuziosamente per riportarmi in
Italia più o meno dalla stessa strada dell'andata, cioè dalla Russia per Ucraina-Ungheria-Slovenia. I
chilometraggi erano stati calcolati con un margine minimo, e la durata complessiva era stimata in
circa 25 giorni. L'idea di rientrare per la Georgia mi era venuta poco prima di partire. In pratica, la
variante aggiunge circa 2.000 km ai quasi 12 mila stimati, ma arrichiva l'itinerario di interessanti
tappe in Georgia, e forse anche in Turchia. Senza considerare che passare da una strada diversa
rispetto all'andata rende il rientro meno noioso.
All'uscita di Kazbegi, il motore si ferma. Non mi ci vuole molto per vedere che la spia del selettore
benzina-GPL è spenta. Il selettore non è altro che una volgare scatola con un paio di LED e un
interruttore, che controlla le elettrovalvole di benzina e GPL, e mi è già successo in passato che
facesse i capricci. Allora era bastato spostare l'interruttore un paio di volte per rifarlo funzionare.
Oggi invece provo a staccare il connettore, la batteria, a dare colpetti alla scatoletta del selettore e
all'elettrovalvola della benzina, ma sempre senza esito.
Facendo ponte con un cavo tra il positivo della batteria e quello dell'elettrovalvola della benzina
sento subito lo scatto. Basterebbe quindi fare un collegamento volante per avere l'elettrovalvola
sempre aperta e rimettere in moto. Oppure isolare l'elettrovalvola e collegare i due tubi,
ripristinando l'impianto originale.
Ma poi mi viene l'idea di tentare un ultimo intervento veloce e non invasivo: smontare il circuito del
selettore e annaffiarlo con lo spray pulisci-contatti. È questa un'idea semplice ma brillante, perché
così facendo il circuito riprende immediatamente a funzionare. Era semplicemente pieno di una
polvere finissima che si era insinuata fino ai contatti dell'interruttore. Polvere del Kyzilkum.
Lascio definitivamente la valle di Kazbegi, un posto indubbiamente pittoresco e gradevole per
rimanere bloccati, almeno per chi non ha problemi di tempo.
La Strada Militare Georgiana è in condizioni molto migliori rispetto all'anno scorso, quando la feci
nei due sensi. Era maggio, c'erano ancora neve e fango, con ghiaccio a tratti, e i tunnel erano in
pessime condizioni. Adesso i tunnel sono sottoposti a lavori di manutenzione e si viaggia nella
carreggiata esterna, che dall'autunno alla primavera è impraticabile perché sepolta sotto metri di
neve.
I motociclisti e camperisti italiani che incrocio per strada, e con cui chiacchiero, sono un pò
perplessi per via del tratto sterrato di 30 km tra Sioni e Gudauri, e molto sorpresi dal traffico di
ogni tipo. Faccio presente che le condizioni della strada, oggi, sono assolutamente accettabili,
mentre non lo erano nella primavera del 2011.
Dopo una sosta-pranzo presso un ristorante poco dopo Pasanauri, mi fermo davanti alla Fortezza
di Ananuri, già visitata l'anno scorso. Scatto qualche foto allo splendido sfondo del lago
Poi il viaggio prosegue per Tbilisi e Gori.
Tra Khashuri e Zestaponi percorro un tratto di montagna, con curve, salite e discese. Qui il traffico
è intenso, e i georgiani danno spettacolo con la loro guida totalmente spericolata. Ciò che mi
preoccupa è la presenza di auto col volante a destra: l'autista in procinto di sorpassare un mezzo
pesante non ha nessuna visuale di chi arriva dall'altra corsia (perché è a ridosso del margine destro
della strada). Se non c'è almeno un passeggero, l'autista può fare due cose: sporgersi dal lato
sinistro, quasi lasciando i comandi, oppure prendere un pò di distanza dal veicolo che precede e
spostarsi sulla corsia sinistra quanto basta per avere visuale.
La storia delle auto col volante a destra nei paesi ex- sovietici è interessante e merita qualche riga.
Ne parlano anche Danilo Elia e Marcello Anglana nei loro libri (rispettivamente, La bizzarra
impresa e Italia-Giappone e ritorno). Si narra che negli anni '90 sia iniziato un fiorente traffico di
veicoli giapponesi (quindi col volante a destra) verso la Russia e paesi limitrofi, tra cui anche la
Georgia. Coraggiosi spedizionieri russi acquistano auto più o meno nuove in Giappone, le
trasportano con la nave in territorio russo e poi le guidano per migliaia di km fino alle loro città,
dove le rivendono. Indipendentemente dal costo sostenuto per acquisto, trasporto in nave e
ripristino dei danni provocati dalle strade siberiane, la vendita dell'auto garantisce un buon ricavo.
L'acquirente inoltre risparmia rispetto all'acquisto tradizionale. Peccato solo per quel volante dalla
parte sbagliata.
Kutaisi è una città non troppo grande che ha una cattedrale interessante situata su una collina. Il
parcheggio davanti alla cattedrale è stato segnalato da camperisti come possibile punto per
pernottare, e per questo non ho alcun dubbio sul programma per stasera: visita della cattedrale e
foto, doccia, cena in centro con relativa passeggiata e pernottamento davanti alla cattedrale.
La strada per la cattedrale è si trova facilmente: basta puntare verso la zona alta della città. Qualche
piccola difficoltà si ha nelle stradine, in salita, dotate di grazioso ma pericoloso pavé. Non vorrei
guidare qui con pioggia o neve.
La cattedrale è soggetta a lavori di ristrutturazione. Attorno ci sono i resti di un'antico castello,
comprese mura e prigioni. Da qui si ha una bella visuale su tutta la città.
La Cattedrale di Kutaisi.
Il quartiere attorno alla cattedrale invece è un poco malandato. Gli edifici, con i tubi dell'acqua
sovieticamente a vista, vanno in malora. Le persone del luogo sono comunque gentilissime. Quando
chiedo indicazioni per un ristorante, si dicono dispiaciute che nel quartiere c'è solo un bar. I veri
ristoranti li troverò solo nella parte bassa, dove mi dirigo per curiosare.
Il centro di Kutaisi è molto tranquillo per essere venerdì sera. Entro nel primo locale di buon livello
che trovo e ordino la cena.
Dopo mangiato, non resisto al sonno e torno subito al camper per dormire. Oggi mi sono alzato
prima delle 3 in Russia, ho fatto frontiera, e doppo un giro a Kazbegi ho guidato per quasi tutto il
giorno.
Ma appena mi corico, l'ambiente davanti alla cattedrale si anima di personaggi in evidente stato di
ubriachezza, cosa che in generale non promette mai bene. A conferma dei miei timori, nel giro di
pochi minuti, volano urla e scoppia una rissa a pochi metri dal camper.
Ciò che non mi spiego è come in un paese cristianissimo come la Georgia, profondamente
rispettoso dei luoghi di culto, sia tollerato un casino del genere proprio davanti alla cattedrale.
Così, mi vesto alla svelta, esco dal camper per togliere i cunei e me ne vado.
Questi parlano una lingua che non sembra nè georgiano né russo. Potrebbe essere arabo o turco.
Potrebbe quindi trattarsi non di georgiani ma di immigrati da altri paesi.
Sono comunque sconcertato: c'è mezzo quartiere affacciato alla finestra a guardare questi asini che
bisticciano, e nessuno che li manda via.
In sintesi, questo che è uno dei pochi episodi negativi di tutto il viaggio prolunga la lunghissima
giornata di oggi. Cerco la direzione per la statale n°1 verso Ovest, ma in assenza di indicazioni mi
perdo. Chiedo aiuto presso una stazione di polizia, dove mi basterebbe avere qualche punto di
riferimento per uscire dalla città nella giusta direzione. Ma gli agenti non vogliono sentire storie e
mi fanno direttamente strada in auto (senza sirene) fino all'esterno di Kutaisi.
Ormai nella direzione giusta, mi fermo nella prima stazione di servizio con TIR park annesso e,
finalmente, dormo.
km
oggi: 342
totali: 9.843
Sabato, 18 agosto 2012
Avevo capito che il parcheggio era gratis, invece devo sganciare un paio di euro al guardiano per la
sosta notturna. Un motivo in più per rifornirmi di acqua a sbafo da un rubinetto.
Mi sposto a Zugdidi, cittadina nella regione dello Svaneti, a pochi chilometri dall'Abkhazia.
Quest'ultima è una regione separatista non riconosciuta come tale dalla Georgia (un po' come
avviene per l'Ossezia del Sud), ed è quindi leggermente in guerra con Tbilisi. Se a questo si
aggiunge che la Russia confina con l'Abkhazia e ne ha riconosciuto l'indipendenza (così come ha
fatto per l'Ossezia del Sud), ci si fa un'idea della delicatezza della situazione.
Sull'Abkhazia ho letto che è una regione ricca di punti di interesse e paesaggisticamente bella. Ma
anche che è un luogo da cui per il momento è meglio tenersi alla larga. Ai fini pratici, nel mio caso,
entrarci potrebbe creare dei problemi al momento del rientro in Georgia.
Zugdidi è un luogo tranquillissimo. Nel recente passato però la situazione non è stata sempre così:
la città ha accolto fiumi di profughi in fuga dal conflitto della vicina Abkhazia, e non sono mancate
tensioni sociali.
Parco Dadiani a Zugdidi.
Seguendo le indicazioni turistiche giungo presso il Parco Dadiani, orgoglio degli abitanti di
Zugdidi. Questo complesso, comprendente un antico palazzo, apparteneva a una famiglia nobile (la
famiglia Dadiani). Il palazzo è stato convertito in museo, che non è particolarmente frequentato ma
ha due militari che presidiano l'ingresso e controllano le borse dei turisti.
Nel museo sono ospitati due piani di reperti, tra cui una delle poche maschere esistenti di
Napoleone Bonaparte. La maschera, che rappresenta l'unico motivo della mia deviazione fino a
Zugdidi, è custodita gelosamente dentro una teca in vetro.
Con un salto di un paio d'ore di guida giungo a Batumi, sul Mar Nero, ultima città georgiana prima
di entrare in territorio turco. La tappa al supermercato è d'obbligo, in quanto devo fare scorta di
acqua di Borjomi da portare in Italia. Ne compro una ventina di bottiglie, che sul momento
sembrano tante, mentre a casa faranno in fretta a finire.
Batumi è intasata dai turisti, specialmente russi, ucraini e iraniani. La presenza di iraniani potrebbe
sembrare fuori luogo, in quanto l'Iran non è vicinissimo. Inoltre, gli iraniani hanno le loro spiagge
sul Mar Caspio. Per farla semplice, penso che il motivo principale per cui le famiglie iraniane
vengono in massa in Georgia è che così si possono sbragare al mare, donne comprese, senza
rischiare di essere denunciati dai guardiani della rivoluzione.
La frontiera è un ingorgo, specialmente il lato turco. A peggiorare il mio umore, c'è che la maggior
parte degli automobilisti sono degli incivili. Il concetto di fila non esiste, e vige la legge del più
forte. I peggior maleducati sono i georgiani, seguiti dagli azeri. Questi sono proprio quelli che ti
passano davanti deliberatamente. Seguono gli iraniani, che fanno un po' i furbi ma almeno ti
chiedono scusa se ti fregano. I turchi che rientrano i patria sono esclusi dalla classifica perché hanno
una corsia tutta per loro.
Appena entrato in Turchia mi consola vedere la coda chilometrica di auto dirette in Georgia, molto
peggiore di quella che è toccata a me.
Un pezzo della strada costiera che ho fatto l'anno scorso è quasi completamente crollata sul Mar
Nero (credo in concomitanza con un'alluvione), e si viaggia inizialmente solo su una carreggiata.
Per il resto la strada è ottima, quasi tutta a quattro corsie e poco trafficata. Supero Trebisonda e
ceno in un ristorante nei pressi di Giresun. Qui vengo preso in simpatia dai gestori, che non sono
abituati ad avere clienti stranieri ma che parlano l'inglese e mi fanno tante domande sul mio viaggio.
La serata prosegue fino quasi a Samsun, fino a che mi fermo a dormire in un'area di servizio.
km
oggi: 695
totali: 10.538
Domenica, 19 agosto 2012
Al mio quinto passaggio per la Turchia, scelgo di fermarmi finalmente una notte a Istanbul. In
serata raggiungo la zona di Sultanamet seguendo le indicazioni stradali e della carta. Cercando il
parcheggio della Moschea Blu, mi ritrovo per errore nella zona del mercato. Le attività sono per
fortuna già chiuse, ma le manovre che devo fare per uscire dalle stradine del quartiere sono
snervanti.
Al dilà del famoso parcheggio della Moschea Blu, che non riesco a trovare, noto però che i
parcheggi non mancano: gli hotel principali hanno tutti qualche metro quadro di spazio più o meno
custodito. Mi fermo nel parcheggio a pagamento dell'hotel "Lady Diana" in Babayani Sokagi, che
non è lontano dalla Moschea Blu ed è a ridosso della strada dei ristoranti.
Trascorro la serata tra ristorante e bancarelle, e poi ad ammirare Moschea Blu e Santa Sofia
illuminate.
km
oggi: 807
totali: 11.345
Lunedì, 20 agosto 2012
Mi concedo ancora un'oretta a Istanbul per scattare qualche foto ricordo, prima di riprendere quella
che ormai è la strada per casa.
Prendo quindi verso Nord, diretto a Edirne e alla frontiera bulgara.
Moschea Blu a Istanbul.
Le autostrade turche, oggi come ieri, non si pagano. Mi piacerebbe sapere se il motivo è un
problema ai sistemi informatici della società o il fatto che proprio in questi giorni si festeggia la fine
del Ramadan.
Passo dalla Turchia alla Bulgaria verso mezzogiorno. Le autorità bulgare mi dovrebbero spiegare a
cosa serve pagare una tassa di "disinfezione" visto che questa operazione non viene fatta. Sorvolo
sul pagamento della vignetta per la rete stradale, dato che quest'ultima lascia molto a desiderare.
Pranzo al Mc Donald's nell'autostrada per Harmanli e continuo fino al Camping Sakar Hills, che si
trova nel villaggio di Biser. L'inglese Matt Jeffes è sempre il gestore di questo comodo camping, nel
quale mi fermo ogni anno.
Al campeggio ci sono anche un camperista austriaco, uno inglese, uno olandese e un motociclista
olandese. Il motociclista è anche lui di rientro da un viaggio in Asia Centrale. Si è spinto fino al
Kirghizistan ed è passato dal Turkmenistan all'Azerbaijan col famigerato ferry Turkmenabasy-Baku.
Riguardo alla traversata, conferma le voci che girano nella comunità dei viaggiatori, e cioè che il
traghetto è scomodo, lento e costoso.
Questo signore ha un problema alla batteria della moto. Mi offro di darle un'occhiata e vedo che ha
quasi tutti gli elementi asciutti. Rabbocco con acqua demineralizzata e, visto che è a 12V, la collego
in parallelo alla BS del camper, la quale è già sotto carica dall'impianto a 220V.
Matt Jeffes mi concede l'uso gratuito della lavatrice del camping. Vista la mia curiosità sulla
situazione di Biser durante lo scorso febbraio, mi racconta quello che è successo veramente. I
giornali e le TV europee non hanno dedicato quasi nessuno spazio al disastro che è avvenuto il 6
febbraio, quando una diga qui vicino ha ceduto e l'acqua fuoriuscita ha inondato il villaggio. Gli
abitanti hanno avuto un preallarme di pochissimi minuti, così non tutti non ce l'hanno fatta a
salvarsi. Chi si è salvato ha perso la casa, la macchina, gli animali o le provviste di legna che in
questa zona sono usate comunemente per il riscaldamento. Ma ad aggravare la situazione c'è stato il
crollo immediato delle temperature, e le minime sono scese sotto i -10. L'acqua si è congelata prima
di defluire, bloccando detriti e auto, e gli interventi di ripristino sono stati impossibili per settimane.
Il camping invece sorge in un punto leggermente più alto, ed è stato per fortuna risparmiato
dall'inondazione.
A Biser la popolazione si è data già molto da fare per ricostruire gli edifici distrutti, ma i danni sono
ancora evidenti e il centro del villaggio è ancora tutto un cantiere. La gente è comunque molto
contenta di vedere turisti stranieri.
Ceno in ristorante con il gruppo di ospiti del camping, che sono tutti abituali overlanders tra Europa
e Asia, conversando di geografia e politica.
km
oggi: 312
totali: 11.657
Martedì, 21 agosto 2012
La giornata comincia abbastanza bene: rimonto la batteria alla moto dell'olandese e
sorprendentemente vedo che funziona. Il riempimento con acqua demineralizzata e la messa in
carica la hanno resuscitata.
Le incombenze camperistiche, come il carico dell'acqua pulita e lo scarico delle acque grigie/nere
vengono fatte subito prima di partire.
A metà mattina inizia una considerevole tappa attraverso Bulgaria, Serbia e Croazia. Le attese in
coda alle frontiere non sono troppo lunghe, ma in uscita dalla Serbia mi viene chiesto da dove
provengo. Avendo sentito "Uzbekistan", un responsabile mi fa perquisire il camper alla ricerca di
droghe o armi. L'anno scorso mi era successa una cosa simile, ma solo perché era stato notato un
vecchio visto del Pakistan.
Trascorro la notte vicino a Zagabria, in un'area di servizio affollata di Turchi emigrati in Germania
che rientrano dalle vacanze estive.
km
oggi: 1.025
totali: 12.682
Mercoledì, 22 agosto 2012
La giornata inizia non troppo presto perché non riesco a partire prima delle 8. Non c'è nessuna
attesa per passare dalla Croazia alla Slovenia e non ci sono rallentamenti. All'ora di pranzo ho
superato abbondantemente Trieste.
Entro a Pisa alle 5 del pomeriggio, con un paio di giorni d'anticipo.
Il viaggio che si conclude è stato nel complesso positivo. Al dilà dell'Uzbekistan, il fatto che abbia
visitato luoghi per me nuovi di paesi come Ucraina, Russia e Georgia, già giustifica lo sforzo fisico
ed economico affrontato per guidare mediamente 582 km al giorno.
Mi è stato già chiesto se le stesse tappe non potevo farle in due o tre viaggi diversi, spostandomi in
aereo e risparmiando fatica. La risposta è indubbiamente sì.
Se qualcuno ancora si chiede in pratica che senso hanno avuto le difficoltà, il caldo, la sete e il
sonno degli oltre 13 mila km in 23 giorni, la risposta è nel titolo: un senso orario.
km
oggi: 704
totali: 13.386
SPESE PRINCIPALI
Carburante e Pedaggi (€)
GPL
Benzina
Autostrada
Italia
123,73
-
53,4
Slovenia
33,17
-
30 (vignetta)
Ungheria
85
28
10,62 (vignetta)
Ucraina
191
30
(gratis)
Russia
-
190
3 (pedaggio ponte
galleggiante)
Kazakistan
-
135
-
Uzbekistan
176
130
-
Georgia
-
95
(gratis)
Turchia
218
-
(caselli fuori uso)
Bulgaria
63
-
5
Serbia
60
-
15
Croazia
77
30
28
subtotale
~1027
~638
~145
TOTALE
~1811
Documenti e tasse (€)
Visto turistico per Russia
(2 ingressi)
Visto turistico per
Kazakistan (2 ingressi)
504,00
(inclusi: diritti consolari e competenza di agenzia per i tre paesi,
voucher d'invito per la Russia, assicurazione sanitaria per Russia e
Kazakistan, spese di spedizione per il passaporto)
Visto turistico per
Uzbekistan
Certificato internazionale 41,84
per autoveicolo - Mod
(bollettini: 27,22 + marca da bollo: 14,62)
MC 830
(libretto di circolazione
internazionale – Conv.
Parigi 1926)
Marca da bollo passaporto 40,29
Assicurazione camper
Kazakistan
~40,00
Tot.:
~626
Materiale vario (€)
Guida Lonely Planet
dell'Asia Centrale
25,5
Carta stradale di
8,8
Kazakistan+Uzbekistan+T
urkmenistan+Tagikistan+
Kirghizistan
Carta stradale di
Ucraina+Bielorussia
8,8
Carta stradale della Russia 12,4
Carta stradale del
Kazakistan (Reise Know
How)
11,62
Carta stradale del
Kazakistan (ITMB)
8,49
Carta stradale
dell'Uzbekistan (ITMB)
10,04
Tot.:
85,65
TOTALE GENERALE: ~2.500
(escluse le spese di preparazione e di riparazione del camper)
ultimo aggiornamento: 27/02/2013