D. CALDIROLA – A. TORRESIN, I verbi del prete, EDB 2012 Bologna, pp. 11-16; 17-23; 31-36; 91-96 ACCOGLIERE Il suono del campanello insistente e prolungato ci mette già in allarme. Una persona bene educata, di solito, usa un tratto più gentile e più sobrio nel presentarsi alla casa del parroco. Il prete si alza dalla poltrona sulla quale si è appena seduto e va a rispondere al citofono già sulla difensiva, pensando: «Questo è uno che chiede soldi». In molti anni di ministero ne abbiamo sentite di tutti i colori. I poveri, veri o presunti, che si affacciano alle nostre case non mancano certo di fantasia. Hanno bisogno urgentemente di un biglietto del treno per Palermo, devono rinnovare la licenza per venditori ambulanti, ti fanno parlare al telefono con una presunta mamma a Giacarta che deve essere sottoposta a una grave operazione, dichiarano di avere una figlia disabile a Bari a cui devono spedire un vaglia entro sera, necessitano di una marca da bollo per presentarsi in questura il giorno dopo la mattina presto... Alla fine, in ogni caso, cercano di spillarti soldi. I POVERI SONO «SEMPRE» CON NOI E’ chiaro che il tema della carità non si esaurisce nella recensione delle mille richieste di aiuto che arrivano a un prete; però forse questo aspetto più concreto e minuto è quello che ci interpella (e perché no, ci infastidisce) di più nel corso della giornata. Chi vive in una grande città, poi, si espone in ogni momento a incontrare mendicanti e questuanti di tutti i generi, da quelli che stazionano fuori dalla chiesa, a chi suona organetti e violini nella metropolitana, alla vecchietta che ti ferma per strada chiedendoti se hai moneta, a chi vuole regalarti braccialetti e ammennicoli vari, salvo poi chiederti una ricompensa in denaro… Tutta gente sconosciuta, ben lontana dallo stereotipo del «mendicante buono» o del «povero del paese», che tutti riconoscevano e tutti in qualche modo aiutavano. La ricerca continua di denaro si situa in un contesto di anonimato che mette a disagio il prete e, con lui, tutti i buoni fedeli che confessano di far fatica a sopportare questo stillicidio di domande a volte pedanti e insistenti. Il vangelo ci ricorda che i poveri li avremo sempre con noi. Non è certo un invito a disinteressarsi di loro, quanto un richiamo a sostenere un disagio e una ferita che non potremo mai sanare del tutto. Il mendicante, in questo senso, può diventare – uscendo dai casi singoli e particolari – un simbolo che richiama e mette alla prova il prete e ogni credente sul versante della povertà. Il disagio che proviamo, la paura di essere imbrogliati, il tratto a volte scostante del suo avvicinarsi, la sensazione di situazioni insanabili e insuperabili, la percezione della povertà delle nostre risorse, non sono condizioni che riguardano soltanto noi come preti, ma ogni «operatore della carità» e, più radicalmente, ogni credente. Un vecchio prete, da sempre impegnato con i più poveri, non mancava di ricordarci nelle sue confidenze che «far bene la carità fa bene alla carità» e molti santi e beati hanno raccomandato ai loro figli prediletti di «far bene il bene». Più che indicare grandi strategie sul tema della carità così ampio e complesso, ci sembra utile annotare alcune semplici questioni di stile. NEL FARE LA CARITÀ OCCORRE UNO STILE La prima riguarda il poco che abbiamo. E’ un’illusione permanente nella Chiesa e in ognuno di noi che, per operare il bene, si debbano avere a disposizione grandi mezzi. Tutti abbiamo sognato di avere più strutture di accoglienza, più denaro per sostenere le richieste economiche, per investire in operatori specializzati e professionali, più agganci con le istituzioni e il potere per fare di più… In questi sogni carichi di buone intenzioni e di «santo zelo» alberga una pericolosa tentazione: quella di voler sistemare le cose e di risolvere i problemi di tutti (cosa che neppure Gesù ha fatto), ma, più radicalmente ancora, quella di trasformare anche la carità in una questione di potere. Facciamo riferimento a due episodi emblematici del vangelo. Da una parte, Gesù rifiuta come tentazione quella di trasformare le pietre in pane. Non vuole operare un miracolo a beneficio di se stesso e come forma di esercizio di potere (di cui comunque dispone). Dall’altra, non esita a moltiplicare i cinque pani e i due pesci per una moltitudine affamata. Pone un segno a beneficio di molti, ma proprio a partire dalle poche risorse che chiede agli apostoli di mettere nelle sue mani. La carità sta innanzitutto in questo: deporre il poco che abbiamo nelle sue mani, non sottrarci alla domanda che viene dalle folle, restando comunque nella condizione di chi è consapevole di avere poco. E’ con il «poco che abbiamo» che il Signore ama fare grandi cose. Una seconda nota di stile è legata al tratto amorevole con cui esercitare la carità. Probabilmente è capitato a ciascuno di noi di esaudire una richiesta pedante e insistente dando un’offerta o un aiuto a un povero, sulla scorta di una reazione rabbiosa o giusto per «evadere la pratica» nel modo più veloce e indolore possibile. L’esito è che rientriamo in casa insoddisfatti (e forse il povero stesso non è contento). Viceversa, abbiamo sperimentato come sia possibile dire dei no fermi e garbati, senza offendere colui che ci sta di fronte. Vale di più il tempo usato ad ascoltare una persona, magari anche le sue bugie, per dare dignità alla sua richiesta che non l’aiuto affrettato che dice soltanto un fastidio, se non addirittura un disprezzo nei confronti di chi ci sta davanti. Ancora una volta, l’immagine dell’incontro con la singola persona assume una valenza simbolica più ampia. Dai grandi progetti umanitari, al lavoro quotidiano dei centri di ascolto parrocchiali, dalle visite della S. Vincenzo nelle case dei poveri, agli incontri più o meno casuali della vita feriale, la carità si caratterizza come attenzione alla persona prima ancora che al suo problema. Ci è capitato più di una volta di incontrare operatori nella carità animati da ottime intenzioni che non ci parlano mai di persone, ma sempre e soltanto di «casi» e di problemi. Il tratto amorevole non designa una pia predisposizione soggettiva (magari ingenuamente tenera), quanto un intelligente e rispettoso accostamento alla singolarità di chi ci sta di fronte. Anche Gesù davanti alle folle non vede innanzitutto un problema da risolvere, ma un’umanità davanti alla quale provare una profonda e intensa compassione. Tutto il resto nasce da qui. Per introdurre una terza nota di stile, facciamo riferimento al magistero illuminato del card. Martini. Nella sua lettera Farsi prossimo e, in generale, in tutta la sua predicazione, ci ha insegnato ogni volta a non ridurre la carità al «fare», ma a riportarla alle sue dimensioni più profonde. La carità scaturisce da una sorgente che è l’amore di Dio; giunge a noi nella mediazione che è la carità come forma delle relazioni tra credenti; essa ricade, infine, necessariamente come effusione a favore di tutti (e dei più poveri in primis) dell’amore di Dio e dell’amore fraterno. La quarta questione di stile su cui riflettere è quella legata all’amore fraterno, specchio e immagine dell’amore di Dio. Ma lo dice bene e meglio Martini stesso: «La prima testimonianza da offrire è quella dell’amore fraterno dentro la comunità cristiana. Gesù ha comandato ai discepoli di amarsi l'un l'altro per offrire al mondo una testimonianza credibile dell'amore di Dio. La carità fraterna nasce dal contatto con l'eucaristia e la Parola e si esprime anzitutto in orientamenti profondi della persona. Alimento e insieme espressione di rapporti personali freschi e creativi, sono alcune abitudini che vanno coltivate e consolidate: l'edificazione reciproca con parole ricche di sapienza cristiana e con esempi di umile e luminosa bontà; la correzione fraterna fatta con dolcezza e franchezza; la comunicazione delle esperienze di fede e di carità, per leggere evangelicamente le diverse situazioni; qualche forma di comunione anche dei beni economici». Dispiace percepire a volte come, nei gruppi caritativi parrocchiali o nelle diverse associazioni che operano nell'ambito della carità, regni un clima di diffidenza reciproca o di lite e di incomprensione. Il rischio è che queste istituzioni offrano dei servizi, ma non una testimonianza di carità. Crediamo che un compito specifico del prete sia proprio quello di armonizzare e facilitare delle buone relazioni e una profonda stima reciproca in tutta la comunità e tra coloro che in essa vivono il carisma e il servizio caritativo. Può anche sembrare uno spreco, ma le energie che un prete consuma per creare e conservare un clima fraterno, sono quelle spese meglio. Un'ultima nota di stile fa riferimento al tema- delicato e necessario - delle collaborazioni attraverso cui si svolge ogni azione caritativa. Ci capita spesso di assistere a due possibili derive opposte. La prima è quella che vede un gruppo o una persona agire in un'autonomia talmente marcata da diventare solitudine o isolamento. Questo stile, dettato dalla buona intenzione di farsi personalmente carico dei problemi, dimentica l'importanza e l'efficacia di una rete di relazioni che potrebbe sostenere pesi ancora maggiori e aiutare con esiti più efficaci. La seconda è, al contrario, così preoccupata di mettere in moto tutta una serie di collegamenti e interazioni e coinvolgimenti istituzionali, da perdere di vista la singola persona. Purtroppo, non è difficile accostarsi a opere caritative che hanno sviluppato una notevole competenza e un'ammirevole sensibilità istituzionale e politica, ma che, con il passare del tempo, sono diventate una macchina ingovernabile che rischia di perdere di vista il suo scopo originario. La carità è certamente «politica», ma un'eccessiva vicinanza al potere non fa bene alla carità. IL PRETE E LO «STILE» DELLA CARITÀ Tornando al prete, vogliamo indicare alcuni semplici stili di vita per vivere il ministero nella carità. Un prete non può risolvere ogni problema che gli viene sottoposto, ogni bisogno che bussa alla sua porta, ma non deve nemmeno delegare tutto. È bene che si prenda a cuore personalmente - almeno in forma simbolica - alcune situazioni precise. Anche lui si deve «sporcare le mani» e non perdere mai il contatto diretto con i più poveri. In secondo luogo, lui stesso, così come raccomanda agli altri, deve offrire l'esempio di una vita sobria, da una parte rifuggendo dalla tentazione dello spreco e dall'ostentazione della ricchezza, dall'altra non esitando a pagare di persona, anche economicamente, per sostenere qualche situazione di disagio e di bisogno. Nella gestione economica dei propri soldi non può mancare (con discrezione e buona capacità di discernimento personale) quella che una volta era identificata come la «decima» per i poveri. Da ultimo, ma non certo in ordine di importanza, ci piace richiamare il legame tra carità e vita spirituale. Non è un caso che tutti i santi operatori di carità siano stati anche grandi contemplativi. Non c'è carità senza preghiera e senza la quotidiana esposizione alla luce della carità di Dio. ACCOMPAGNARE Una delle frasi che ci siamo sentiti rivolgere in forma autorevole dai nostri educatori e dai nostri vescovi nei primi giorni dopo la nostra ordinazione sacerdotale è stata questa: «Vi attendono ragazzi, adolescenti e giovani per essere accompagnati e seguiti nel loro cammino». A distanza di tempo, con un po' di vena polemica, potremmo dire che, da una parte, mancava ogni riferimento agli adulti e agli anziani, come se fossero esclusi dalle nostre cure e, dall'altra, che il più delle volte al nostro ingresso nelle comunità e negli oratori non ci attendeva proprio nessuno desideroso di essere accompagnato. Resta vero il fatto che, da giovani preti, abbiamo mosso i primi passi desiderando e temendo insieme il prezioso servizio dell'accompagnamento spirituale. Su questo versante l'iter formativo del seminario non prevedeva corsi particolari; non mancavano spunti e suggerimenti, ma non esisteva nulla di strutturato. E forse era giusto così. Ci sono cose per le quali non esiste il «libretto delle istruzioni»: sono «arti» che si imparano facendo, sono «mestieri» che necessitano soprattutto della pratica. Più che di un insegnante o di un professore, c'è bisogno di incontrare un maestro e un testimone. Ci vuole la «pratica» e così è stato. LE ATTITUDINI Occorre tuttavia un chiarimento, al proposito. Il primo esercizio pratico non consiste tanto in goffi e pericolosi approcci di pseudoaccompagnamenti, di cui fanno le spese ignare e coraggiose cavie umane, quanto nel lasciarsi pazientemente accompagnare da preti, nel ministero, da qualcuno che si prenda cura di te. Come molti altri presbiteri ambrosiani, abbiamo avuto la fortuna di incontrare un autentico testimone che ci piace chiamare per nome e cognome: don Franco Brovelli. Sono tante le attenzioni che possiamo ricordare del suo stile e del suo approccio. Ci limitiamo a segnalarne due. La prima è la capacità di un ascolto incondizionato. Che cosa significa? Agli inizi del ministero - ma in realtà anche dopo - un prete si trova a vivere passaggi critici nei quali molte scelte vengono rimesse in discussione e cerca qualcuno che accolga il suo stato critico, che dia la possibilità di rielaborare le condizioni del suo servizio quotidiano. Ora, ci può essere un ascolto da parte dell'accompagnatore che tradisce una serie di preoccupazioni: salvare la situazione personale e quella della parrocchia, difendere l'istituzione della Chiesa, evitare scelte troppo dirompenti... Ciò che invece è liberante è la capacità di non pre-giudicare con schemi già orientati verso una soluzione nel discernimento. Occorre ascoltare senza giudicare, lasciar emergere il vissuto prima di orientarlo, e lo si può fare solo attraverso una grande pazienza e una grande libertà, proprio quella che don Franco ci ha insegnato. La seconda attitudine che ci piace ricordare è quella che, calcisticamente, potremmo definire del «contropiede» e del «rilancio». Sia a livello personale sia negli incontri comunitari, a fronte di un tratto apparentemente dimesso, don Franco ha sempre saputo, nei momenti critici, trovare la parola giusta per rimettere in gioco le questioni autentiche, segnalare le domande capaci di riaprire orizzonti, individuare la sintesi che permette di raccogliere la ricchezza di racconti dispersi. Come quei giocatori che sembrano subire un pressing asfissiante da parte dell'altra squadra, ma che, nel momento giusto e inaspettato, sono capaci della giocata vincente che ribalta il gioco nel campo dell'avversario. I padri del deserto scoraggiano con severità i giovani dall'erigersi a maestri e dall'andare a caccia di discepoli. Non è il maestro che sceglie il discepolo, ma è il discepolo che riconosce in qualcuno una guida affidabile cui chiedere un aiuto. E noi possiamo certamente dire di aver incontrato un maestro. NON DA SOLI Rispetto al ministero dell'accompagnamento spirituale, non è raro imbattersi in toni enfatici, forse anche perché sentirsi importanti per un altro gratifica e a volte accarezza l'orgoglio del prete. A questo proposito, occorre precisare che l'accompagnamento non è un compito solo del prete e che il prete non deve fare solo questo. E bene che il prete riconosca e favorisca i carismi di altri, proprio anche nell'arte di seguire le persone nelle loro scelte e nella loro vita. A questo riguardo, ci piace ricordare che in più di un'occasione ci è capitato di indirizzare persone e coppie ad altri da noi. Soprattutto su questioni delicate che riguardavano le pratiche di fecondazione, problemi di sessualità nella coppia ecc., ci è stato di grande aiuto avere delle persone con una propria competenza sia medica sia spirituale. Affidare ad altri l'accompagnamento non ha mai sminuito il nostro compito di preti e forse è vero il contrario. Oggi nella Chiesa il compito dell'accompagnamento sarà sempre più interpretato in maniera sinfonica da preti e laici insieme, ed è un bel segno. Non solo il prete non è l'unico a esercitare questo ministero: egli lo deve fare inserendolo in un compito più grande che lo riguarda propriamente. Esiste una relazione delicata tra l'accompagnamento delle persone e la presidenza di una comunità parrocchiale. Da una parte, occorre dire che presiedere il cammino di una comunità non chiede di essere il riferimento personale di tutti. Fa rabbrividire sentire che ci sono preti che, in quanto responsabili di una parrocchia o di un oratorio, pretendono che le persone facciano riferimento a loro anche nel cammino personale, nella confessione e nel discernimento. Un conto è presiedere la vita della comunità, un conto è accompagnare il cammino delle persone. E vero però che esiste un modo di predicare, di condurre gli incontri formativi, di pregare insieme, di organizzare la vita di una comunità, che favorisce il cammino spirituale delle persone e, a volte, si configura come un vero e proprio accompagnamento ed è vero anche che l'ascolto delle storie personali, la condivisione delle scelte e dei discernimenti favoriscono il compito di presidenza di una comunità. Un prete che conosce le fatiche e le situazioni critiche della sua gente sarà meno portato a pretese ingiustificate e più capace di parole e proposte che sostengano il cammino di ciascuno. LE OCCASIONI Se un prete non può pretendere che qualcuno lo elegga a proprio riferimento spirituale, è vero che nel ministero non sono poche le occasioni che favoriscono e possono propiziare l'emergere di una domanda di accompagnamento e l'inizio di relazioni che sostengano il cammino personale dei credenti. Ma quando, in quali circostanze qualcuno chiede: «Don, ha un po' di tempo per parlare» e vale allora la pena di soffermarsi sulle «occasioni che nella vita pastorale possono diventare l'inizio di un accompagnamento. La prima e più semplice è la confessione e su questo ci soffermeremo più avanti. Vale la pena qui semplicemente ricordare come i due aspetti - confessione e accompagnamento- siano distinti, ma certamente connaturali. Ovviamente non tutte le persone che si accostano al sacramento si riveleranno potenziali situazioni da accompagnare e, di contro, non è detto che chi chiede un accompagnamento non possa poi vivere il sacramento della confessione in altra sede e con altre persone. Qui la regola è la libertà. Spesso le persone si rivolgono a un prete in cerca di aiuto nei momenti critici, nelle prove e nei passaggi difficili della vita. Non è un caso. Proprio quando il corso normale dell'esistenza conosce sconvolgimenti inaspettati, uno si rivolge alla fede, chiede a Dio il senso di quello che vive. Questo concretamente significa che sente il desiderio di raccontarsi a un prete, non tanto per avere delle risposte quanto per poter leggere meglio, anche da un punto di vista spirituale, le proprie vicende. C'è un limite in questo approccio «d’ emergenza». Sembra che il Signore e, con lui, anche il prete, sia cercato quando la vita è messa in pericolo, come il «pronto soccorso» spirituale di un'esistenza che, nel corso normale, crede di poter fare a meno di Dio e anche di qualcuno che la accompagni. E poi, quando si agisce nell’emergenza, non si può contare su un linguaggio condiviso: si . deve tamponare, sostenere, rimandare…. E’ come il compito di un medico di «pronto soccorso»: vive nell’ emergenza sperando di poter un giorno uscirne per affrontare con calma un quadro clinico completo. Ma sappiamo bene che ci sono vite che non escono mai dall'emergenza e anche il prete forse dovrà imparare a non avere paura di essere cercato soprattutto per i «casi disperati»;. Gesù non si è sottratto a questa cura e un discepolo lo imita anche in questa compassione che si accende nella crisi. Una seconda occasione propizia di accompagnamento sono le situazioni di discernimento vocazionale e di scelte di vita delicate. Sono spesso i giovani che si avvicinano al matrimonio o che sono in ricerca, ma esistono anche situazioni di discernimento che riguardano il lavoro, il luogo dove abitare, le scelte della vita in generale. Non è male cominciare proprio da qui il cammino di accompagnamento. Una svolta dell'esistenza chiede di rileggere il cammino trascorso, di prendere le fila della propria fede, di rimotivare le ragioni profonde delle scelte. Viviamo oggi un tempo nel quale sembra sempre più difficile decidersi e farlo in modo definitivo e risoluto. Applicare in queste situazioni l'immagine di «direzione spirituale» che il cammino del seminario aveva fatto vivere e proposto appare del tutto inadeguato. Pensare a incontri sistematici e continui non è proprio il caso. Ci sono accompagnamenti che ci fanno fare un tratto di strada, condividere segmenti di vita e poi si interrompono o chiedono semplicemente di essere consegnati nelle mani di un altro. VALORI E DERIVE Accanto a queste due circostanze che propiziano dei cammini di accompagnamento, ma che spesso si rivelano percorsi senza grande continuità, ci sono situazioni che chiedono di essere seguite in modo più regolare. È questa una vera grazia per un prete e anche un compito impegnativo. Ci sono credenti di grande spessore che portano con sé domande vere e profonde; ci sono poi i cammini di chi ricomincia e che per questo chiede di essere aiutato a ritrovare quelli che potremmo chiamare «i fondamentali» di una vita spirituale: la preghiera, il discernimento dello Spirito, il combattimento spirituale, la regola di vita ecc. In questi casi un prete si trova spesso a misurarsi con la sua stessa vita spirituale, con la sua preghiera che a volte è fragile, con la sua regola di vita che spesso viene meno. Solo con grande umiltà egli può accettare di farsi compagno di strada e di fede di altri, sapendo che, mentre ascolta e suggerisce, è molto quello che impara e apprende. Segnaliamo, infine, molto rapidamente, alcune tra le tante derive possibili. Probabilmente siamo stati tutti testimoni dei danni provocati da un accompagnamento troppo direttivo che, più che suggerire e consigliare, «ordina », sostituendosi alla libertà dell'accompagnato. Ancor più delicate sono le situazioni che, partendo da una relazione di aiuto, finiscono col perdere i giusti confini. Non è raro cogliere - soprattutto quando c'è molto affetto in una relazione - la fatica a sostenere la necessaria distanza fisica e interiore. Da ultimo, una bella cartina di tornasole è quella che fa riferimento alla capacità dell'accompagnatore di lasciar andare. Gesù stesso ha vissuto un momento culmine del suo itinerario di accompagnamento dei discepoli esattamente nel momento del congedo. Nella scena dell'ascensione prende le distanze dai suoi, se ne va e proprio così permette loro di iniziare a camminare da soli e apre la strada al dono del suo Spirito. ASCOLTARE «Scusi, reverendo, mi spiace disturbarla; so che ha tante cose da fare, ma avrei bisogno di parlarle qualche minuto. Sono passato già altre volte, ma era sempre impegnato in qualche riunione. Vorrei prendere un appuntamento, è possibile?». Sicuramente è capitato più volte a tutti noi di sentirei rivolgere parole come queste. Quali sono state le nostre reazioni? Possiamo immaginare le più diverse, tutte possibili e giustificabili. Magari abbiamo pensato con un certo fastidio che effettivamente di cose da fare ne abbiamo fin troppe, mentre tutti reclamano e pretendono che i loro bisogni vengano subito accolti e anteposti a ogni altra urgenza. Oppure, al contrario, ci siamo sentiti un po' mortificati: non vogliamo che passi di noi l'idea di un prete troppo preso dalle cose da fare fino a diventare insensibile alle relazioni con le persone. Ancora: abbiamo guardato all'interlocutore provando a fiutare in anticipo che cosa si sarebbe potuto nascondere dietro quella richiesta di un colloquio personale. Finirà come al solito con il chiedermi dei soldi? Vorrà scaricare tutte le sue ultime frustrazioni? Avrà da dire o da riportare lamentele e pettegolezzi che riguardano la parrocchia (o il parroco stesso)? Oppure potrebbe rivelarsi un incontro sincero e reale, una domanda di accompagnamento spirituale che cerca un uomo di fede? I TEMPI PER L'ASCOLTO Quanto tempo riusciamo a custodire nel nostro ministero per esercitare il servizio dell'ascolto? La domanda è seria e mette in gioco sia uno stile personale di interpretare il ministero, sia l'andamento complessivo di una parrocchia. Si è parlato spesso della «sindrome dell'agenda piena». Capita anche ai preti quello che accade ai manager o alle persone in carriera: per dimostrare la loro importanza o per sentirsi a posto con la propria coscienza, devono costantemente poter esibire un'agenda senza spazi vuoti. Ma chi l'ha detto che, aumentando le cose da fare e dilatando gli orari di lavoro, la nostra vita debba avere per forza un'efficacia maggiore? Si possono, in questo caso, creare alleanze perverse: in un mondo contrassegnato da un attivismo sfrenato e dall'ansia di «fare» e «produrre », si corre seriamente il rischio di riprodurre le medesime dinamiche nella nostra vita personale e nella vita di una comunità. La buona predisposizione all'agire e al fare, quando sconfina in un attivismo senza freni, genera nel prete una vita a volte rabbiosa e inquieta e, nelle comunità, un clima che fatica a essere sereno perché si è sempre alla rincorsa delle cose da fare, preoccupati dei risultati da raggiungere, lamentosi nei confronti di chi si defila o non dà una mano. A dirla tutta, questo stile può essere semplicemente un «meccanismo di difesa». Qualche prete ha anche l'onestà di riconoscerlo: «Se mi fermo anche solo un minuto senza aver nulla da fare, mi sento finito». Ma torniamo all'ascolto. Un altro ostacolo che può frapporsi tra il prete e il parrocchiano che desidera incentrarlo è costituito dai numerosi filtri che si possono venire a creare. Il lavoro stesso è il primo possibile ostacolo, ma poi ce ne sono numerosi altri. Dalla domestica o dalla sorella che, nel prendere appuntamento, decide gli orari e le disponibilità, dalla segretaria della parrocchia che si prende la libertà di dire che il parroco è molto impegnato e non ha tempo (a volte sollecitata in questo dal parroco stesso); dai collaboratori più fidati che si sentono in dovere di difendere e occupare spazi e tempo del «loro» prete, ai mezzi stessi che dovrebbero favorire la comunicazione (email, segreterie telefoniche ... ) e che, invece, in realtà la ingolfano. È invece assolutamente importante che un prete impari ad ascoltare e custodisca per questo i tempi e gli spazi necessari. CHE COSA E CHI ASCOLTARE Il primo ascolto è quello della parola di Dio. Non è su questo che vogliamo soffermarci nelle note seguenti, anche se è utile richiamare un circolo virtuoso che ci sembra di straordinaria fecondità. Più ascolti la Parola e più impari ad ascoltare la gente e l'ascolto della vita degli uomini è la condizione feconda per l'ascolto della parola di Dio nella Scrittura. Per questo, il primato della Parola crea il clima necessario per diventare uomini capaci di ascolto. L'ascolto è, innanzitutto, un'attitudine spirituale e ci chiede di essere «uomini spirituali», forgiati dalla Parola, scavati da essa, così da essere capaci di ospitare le parole che gli uomini ci affidano. La prima palestra è il «dialogo interpersonale»: dare tempo e spazio per ascoltare le storie e le domande che gli uomini portano nel cuore. Il capitolo è enorme e non lo possiamo esaurire. Vogliamo però segnalare due atteggiamenti previ. In primo luogo, ci è chiesto di spogliarci di tutte le forme di difesa che rischiamo di assumere all'inizio di un colloquio. Senza che ce ne rendiamo troppo conto, in noi agisce una pericolosa mescolanza di pregiudizi morali, preoccupazioni per quanto dobbiamo dire e rispondere, simpatie e antipatie, timori e paure per quello che potremmo perdere lasciandoci coinvolgere in situazioni al buio. Senza parlare degli umori, della stanchezza e del nervosismo che, a volte, condizionano la libertà dell'ascolto. In secondo luogo, dobbiamo fare i conti con un rischio opposto, quello di un coinvolgimento eccessivo rispetto all'interlocutore e a ciò che ci va raccontando. Alcuni colloqui toccano molto da vicino la nostra sensibilità e il nostro vissuto e generano in noi emozioni forti e difficili da controllare; rischiano di togliere quella distanza che ci permette non solo di accogliere la situazione dell'altro ma anche~- se possibiledi provare a restituirla trasformata e rigenerata. E’ vero: c'è un distacco algido che impedisce ogni forma di contatto; l'interlocutore ci percepisce come lontani e irraggiungibili, ma ci può essere pure un coinvolgimento eccessivo e pericoloso perché mina la necessaria libertà dell'ascolto. Affermava a suo tempo il card. Martini: «C'è una falsa idea del comunicare umano che sottostà a tanti tentativi falliti di entrare in comunicazione con l'altro. Tale falsa visione non è sbagliata per difetto, cioè per una carente visione dell’ideale comunicativo. È sbagliata piuttosto per eccesso: vuole troppo, vuole ciò che il comunicare umano non può dare, vuole tutto subito, vuole in fondo il dominio e il possesso dell'altro... Cosa c'è, infatti, di più bello di una fusione totale di cuori e di spiriti, di una comunicazione in perfetta reciprocità senza ombre e senza veli? Ma proprio in tale ideale si cela una bramosia e una concupiscenza di "possedere l'altro", quasi fosse una cosa nelle nostre mani da smontare e rimontare a piacere che tradisce la voglia oscura del dominio». C'è, inoltre, un ascolto che non si limita alla relazione interpersonale. Il prete presiede la vita di una comunità e questo richiede un'attenzione, la quale, non perdendo di vista i singoli percorsi, riesce a tenere l'insieme, ad avere il polso della situazione e a dare una direzione a tutta la comunità. Sia nell'accompagnamento personale sia nella conduzione di una comunità dovrebbe valere la logica di quello che qualcuno ha chiamato l'adagio cristologico: «trent'anni, tre anni, tre giorni». Il tempo più lungo della vita di Gesù non è stato quello dedicato alla predicazione e alle opere del Regno, né quello della pasqua dove ricondurre tutto a un unico gesto d'amore. Il tempo più disteso sono stati i lunghi anni di Nazaret, caratterizzati dalla ferialità dell'ascolto e dalla normalità dell'immersione nelle relazioni ordinarie. La forza delle sue parole negli anni del ministero pubblico sta tutta nella profondità dell'ascolto che le ha generate negli anni nascosti di Nazaret. Colpisce allora il paradosso di un ministero in cui un prete passa la maggior parte del suo tempo a parlare e che gli permette di dedicare così poco spazio all'ascolto. La verità e la profondità di quello che possiamo dire o tacere risiede tutta nel radicamento in un ascolto costante e libero. IL «PRIMATO» DELL'ASCOLTO Questo primato dell'ascolto incide non poco sullo stile pastorale di una comunità. Sarebbe bello che all'inizio di un incontro o di una riunione il prete non fosse principalmente preoccupato di quanto dovrà dire, ma di quanto potrà ricevere. È sempre bene chiederselo: quanti e quali sono i luoghi nei quali è dato a un semplice fedele e a una comunità di poter esprimere la propria opinione, il proprio parere e il proprio consiglio? E quali invece rendono possibile a un prete il mettersi in ascolto della sua comunità? Tutto questo oggi non appare ancora come naturale, dal momento che l'ascolto di una comunità è qualcosa che dobbiamo imparare. Così rileva il benedettino G. Lafont: «Ora, come l'abate benedettino, il prete di parrocchia era in posizione di maestro; la sua parola si presentava con autorità, anche se lui parlava con misura e modestia. Il parrocchiano era in posizione di discepolo e dunque d'ascolto, anche se a volte si sforzava di farsi sentire. Oggi, il sacerdote è chiamato a far posto all'ascoltare nel suo modo di parlare, il laico a far posto al parlare nel suo modo di ascoltare». Anche noi preti, come tutti, abbiamo bisogno di spogliarci della presunzione di possedere tutte le risposte e tutte le soluzioni a ogni problema. Come dice il profeta Geremia: «Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare» (Ger 14,18). Proprio questa umiltà nel porci e nel proporci ci permette di guadagnare il fine ultimo dell'ascolto che è il discernimento circa la volontà del Padre. Non sappiamo neppure noi i tempi e i modi con cui lo Spirito rende attuale la forza del Regno che viene e lo possiamo ogni volta comprendere solo ponendoci in umile ascolto della storia, delle persone, degli eventi. Alla fine di una giornata un prete avrebbe bisogno di poter riprendere i molti incontri e le molte parole ascoltate. C'è bisogno di un tempo in cui rielaborare tutto quanto ci è stato consegnato e anche tutto quanto ci è stato taciuto. Il silenzio che custodisce le parole avute in dono è anche capace di decifrare le reticenze e i riserbi, le cose non dette o che non si sono potute e volute dire. La sera del prete potrebbe essere lo spazio opportuno per riordinare le parole e i pensieri e consegnarli tutti nelle mani del Padre. Dovrebbe e potrebbe essere così, ma qual è il destino di molte delle sere dei preti? PREGARE «È evidente che ora prego meglio. Ma non riconosco più la mia preghiera. Un tempo, essa aveva un carattere d'implorazione testarda; e anche quando la lezione del breviario, per esempio, tratteneva la mia attenzione, sentivo che in me proseguiva questo colloquio con Dio, a volte supplichevole, e a volte incalzante, imperioso: sì, avrei voluto strappargli le sue grazie, far violenza alla sua tenerezza. Adesso arrivo difficilmente a desiderare una cosa qualsiasi, come il villaggio, la mia preghiera non ha più peso, vola via ... è un bene? E un male? Non lo so» (G. Bernanos, Diario di un curato di campagna, 232-233). Forse la nostra stagione non si riconosce del tutto nei preti che Bernanos descrive nei suoi romanzi, preti che oscillano nella lotta tra il tutto e il nulla, il diavolo e la salvezza, la grazia e la perdizione. Sembra un tono drammatico eccessivo, ma ci fa bene rileggere pagine come queste che ci ricordano come, proprio nella preghiera, la vita di un prete sporge sull'abisso di un mistero che lo supera e lo genera, lo chiama e gli sfugge. Anche solo le righe citate possono alludere al «dramma » della preghiera, ovvero alla sua storia imprevedibile e sorprendente, perché la preghiera, quando è vera, anche quella di un prete, non può essere la monotona ripetizione di un dovere, ma lo stare di fronte a un «tu» che non smette di sorprendere e che rimane imprendibile. Il protagonista del Diario, da una parte, riconosce che la sua preghiera è migliorata, dall'altra, non la capisce più, non la riconosce del tutto. LA PREGHIERA DI UN PRETE Anche un prete spesso non è contento della sua preghiera, gli pare debole e incerta, la vorrebbe più profonda e appassionata. Eppure, occorre partire dalla preghiera che c'è, piccola e fragile, e lasciare che sia essa a condurci nelle trasformazioni della vita. La preghiera nella vita di un prete conosce una storia e vive evoluzioni che accompagnano il maturare di un'esperienza spirituale. L'inizio non è facile perché ci è chiesto di passare dai ritmi scanditi e protetti del tempo di formazione alla vita scomposta in un ministero dispersivo che spesso manca di un quadro obiettivo di riferimento; inoltre, si entra nel ministero con un'educazione a pratiche di preghiera che non sempre si rivelano adatte al nuovo ritmo di vita. Ma proprio dentro questo scarto si impara a pregare, si vive un'esperienza spirituale che cerca l'essenziale, che entra «nel segreto» dove il Padre vede, che impara la fedeltà senza formalismi esteriori e cammina verso la semplicità unificata. Ripensando ai nostri anni di formazione nel seminario, non possiamo che essere grati per quanto ci è stato raccomandato e insegnato. Ricordiamo ancora con affetto un vecchio padre spirituale che insisteva in ogni occasione sulla «fedeltà» alle «pratiche» della preghiera quotidiana. Ci è stato insegnato il valore dei ritmi, dei tempi, delle ripetizioni della preghiera, del suo scandire con precisione la vita quotidiana. Tutto questo ci ha fornito di uno scheletro forte, di un'impalcatura solida su cui costruire il nostro edificio spirituale. Anche da preti ci capita con gioia di frequentare oasi monastiche dove riassaporiamo la bellezza di una giornata ritmata con regolarità dai tempi della preghiera, ma il più delle volte la nostra vita di preti non è così. La complessità del ministero di giorno in giorno trasforma la nostra preghiera e la rende molto più simile a quella di un pellegrino, ritmata sui passi, fatta per la strada, custodita nel cuore. L'evolversi della preghiera del prete allora è di più di un semplice processo di trasformazione che, inevitabilmente, attraversa ogni aspetto e ogni tratto dell'esistenza umana; è piuttosto l'approfondirsi e il crescere dell'esperienza stessa di Dio, il continuo «semplificarsi del cuore», il maturare della fede: cambiamenti tutti che trovano nella preghiera il loro naturale luogo di sintesi. Crescere nella conoscenza di Dio è sempre oltrepassare una soglia per accedere alla familiarità con lui; nell'evolversi e nel mutare delle forme e talvolta anche delle sensibilità personali nell'esperienza della preghiera, ciò che in realtà si approfondisce è la relazione personale col Signore, la conoscenza e l'affetto che di lui il cuore sperimenta. LE «TENTAZIONI» C'è un noto passo del Siracide che suona così: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione » (Sir 2,1). È vero ed è ancor più vero quando si considera quel servizio del Signore che è il ministero, in particolare relativamente alla preghiera, segnato anch'esso da alcune tentazioni. La tentazione di cucinare per altri senza nutrirsi, di essere presi dalle mille incombenze della pastorale, trascurando - anche in buona fede - la cura della propria vicenda spirituale e della propria vita di preghiera. La tentazione di sistemare la preghiera, di guardare alla propria preghiera unicamente dal punto di vista del dovere, correndo il rischio di svuotarla dall'interno di senso e di sostanza, come ci ricorda Gesù stesso citando il profeta Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mt 15,8). La tentazione di farsi lo sconto, di giustificare ancora una volta a partire dalle tante occasioni di far pregare altri, di «dire una parola», di preparare una celebrazione ... la trascuratezza nella propria vita di preghiera, quasi barattando o sostituendo con tutto questo il nutrimento per la propria fede e per la propria vita interiore. A fronte del fatto che, se spesso siamo bravissimi nel richiamare altri alla necessità e all'impegno della vita spirituale, non altrettanto lo siamo nel riconoscere umilmente le nostre mancanze al riguardo: «Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno» (Mt 23,3). La tentazione di fuggire sul monte con due o tre, come per Pietro, Giacomo e Giovanni che, dopo la trasfigurazione, sentono tutta l'attrazione di quell'esperienza su di sé; nasce anche la tentazione di isolarsi, di fermare quell'attimo appropriandosene, di renderlo quasi un «loro» momento con Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui» (Mc 9,4). Quando educare alla vita di preghiera è duro, quando ti seguono in pochi, quando tante proposte spirituali alla comunità che ti è affidata cadono nel nulla, la tentazione di circondarsi di «pochi eletti» e con questi salire sul monte della preghiera, lasciando a terra tutti gli altri, può essere forte: un rischio da non sottovalutare, una tentazione dalla quale doversi talvolta guardare. C'è, infine, la tentazione radicale della preghiera: fare da padrone nella propria vita e portare questo anche nell'incontro con Dio, nella preghiera stessa. E un modo sottile per stare davanti a lui senza consegnarsi, per incontrare Dio e, insieme, per tenerlo a distanza. «LUOGO DELLA GRAZIA» Per fortuna non ci sono solo le tentazioni. La preghiera vissuta nel ministero è il luogo della grazia e delle grazie spirituali. La prima grazia è quella di scoprire che tutto, nel ministero, ci riporta a Dio. Ogni azione, ogni momento della giornata diventa un appello per scorgere le tracce del suo mistero. E, alla fine, che cos'altro puoi fare davanti al mistero santo di Dio se non cadere in ginocchio e balbettare una povera preghiera? «Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre dal quale ha origine ogni discendenza, in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell'uomo interiore, mediante il suo Spirito» (Ef 3,14-15). Oltre a questa grazia di fondo, ci sono altri due doni che ci piace ricordare. Il primo è che un prete non prega da solo e che in tanti giorni è semplicemente portato dalla preghiera della sua comunità. Spesso sono i piccoli e i poveri a precederci e sostenerci con la loro preghiera. Ci capita a volte di arrivare con un po' di affanno, all'ultimo momento, per la celebrazione eucaristica e di trovare la chiesa già «scaldata» dalla preghiera di chi ha appena terminato la recita del rosario o si è messo in ginocchio in un silenzio carico di rispetto e di adorazione. E ci viene da pensare a tutte le persone che, mentre noi corriamo e ci affanniamo dietro alle responsabilità della parrocchia, pregano per noi: dai malati agli amici, dalle comunità monastiche ai nostri familiari che ci seguono da lontano. La preghiera della Chiesa è come il letto di un fiume che ci precede e ci porta. Questa dimensione ecclesiale della preghiera del prete rende inestricabile l'intreccio tra lui e la sua comunità ed è giusto che sia così. Anche quando un prete prega da solo, prega nella Chiesa e con la Chiesa, questo è ovvio, ma questo significa avere davanti agli occhi volti, situazioni, famiglie con cui si è in cammino, significa sentire il respiro e la forza di una comunità che cerca il Signore, che lo invoca, che a lui si affida. Non solo una comunità per cui pregare, ma una comunità che, con il prete, prega e intercede. Anche questa è la grazia della preghiera per un prete. Il secondo dono è semplicemente il fatto che la preghiera di un prete, come la sua vita, si riempie di incontri, di esperienze, di volti per i quali egli non può che rendere grazie. La preghiera di gratitudine è nutrita dal ministero e lo rende a sua volta più lieto e gioioso. Lo diciamo con le parole di un prete amico: «Se c'è una sorgente della mia preghiera, la ritrovo continuamente in questo: la preghiera come gratitudine. Insieme a questa componente vi trovo anche l'altra: la consegna di me. Gratitudine e restituzione, memoria e redditio: queste sono le parole che interpretano la mia preghiera, perché mi accorgo che, di fronte a tutto quello che mi è dato, devo fare i conti con un forte senso di sproporzione. Quello che riesco a restituire è ben poca cosa rispetto a ciò che ho ricevuto. Gratitudine grande e bisogno di consegna, nella percezione del senso di peccato, di limite, di fragilità, con la sorpresa di trovarmi davanti a un Dio che ogni volta mi rinnova la sua fiducia». Così la preghiera è la sorpresa di chi riceve sempre una nuova possibilità. Sono molte le persone che ci vengono a dire: «Padre, mi aiuti a pregare perché non sono capace». Di certo non sanno quanta fatica facciamo noi a pregare. Ogni volta, semplicemente, ci sentiamo dalla parte dei discepoli che chiedono al Maestro: «Insegnaci a pregare perché noi non ne siamo capaci». Questa incapacità ci ricolloca al posto giusto. La vera e l'unica grande preghiera è quella di Gesù. Lui, come Figlio, si offre, intercede, loda, benedice il Padre, è egli stesso una grande e infinita preghiera. Ai discepoli è semplicemente data la grazia di stargli vicino. Come nell'orto, essi sono chiamati ad «abitare» la preghiera di Gesù, a volte vegliando, molto più spesso sopraffatti dal sonno e dalla paura. Ma questo rimane il loro posto, il nostro posto giusto: incapaci di pregare stiamo semplicemente nello spazio della preghiera di Gesù. Per questo un prete, mentre celebra l'eucaristia, si ritrova «messo in preghiera», semplicemente perché prossimo in modo singolare alla preghiera di Gesù.