D. CALDIROLA – A. TORRESIN, I verbi del prete, EDB 2012 Bologna, pp. 11-16; 17-23; 31-36; 91-96
ACCOGLIERE
Il suono del campanello insistente e prolungato ci
mette già in allarme. Una persona bene educata, di solito,
usa un tratto più gentile e più sobrio nel presentarsi alla
casa del parroco. Il prete si alza dalla poltrona sulla quale si
è appena seduto e va a rispondere al citofono già sulla
difensiva, pensando: «Questo è uno che chiede soldi». In
molti anni di ministero ne abbiamo sentite di tutti i colori.
I poveri, veri o presunti, che si affacciano alle nostre case
non mancano certo di fantasia. Hanno bisogno
urgentemente di un biglietto del treno per Palermo, devono
rinnovare la licenza per venditori ambulanti, ti fanno
parlare al telefono con una presunta mamma a Giacarta
che deve essere sottoposta a una grave operazione,
dichiarano di avere una figlia disabile a Bari a cui devono
spedire un vaglia entro sera, necessitano di una marca da
bollo per presentarsi in questura il giorno dopo la mattina
presto... Alla fine, in ogni caso, cercano di spillarti soldi.
I POVERI SONO «SEMPRE» CON NOI
E’ chiaro che il tema della carità non si esaurisce nella
recensione delle mille richieste di aiuto che arrivano a un
prete; però forse questo aspetto più concreto e minuto è
quello che ci interpella (e perché no, ci infastidisce) di più
nel corso della giornata. Chi vive in una grande città, poi,
si espone in ogni momento a incontrare mendicanti e
questuanti di tutti i generi, da quelli che stazionano fuori
dalla chiesa, a chi suona organetti e violini nella
metropolitana, alla vecchietta che ti ferma per strada
chiedendoti se hai moneta, a chi vuole regalarti braccialetti e
ammennicoli vari, salvo poi chiederti una ricompensa in
denaro… Tutta gente sconosciuta, ben lontana dallo stereotipo
del «mendicante buono» o del «povero del paese», che tutti
riconoscevano e tutti in qualche modo aiutavano. La ricerca
continua di denaro si situa in un contesto di anonimato che
mette a disagio il prete e, con lui, tutti i buoni fedeli che
confessano di far fatica a sopportare questo stillicidio di
domande a volte pedanti e insistenti.
Il vangelo ci ricorda che i poveri li avremo sempre con
noi. Non è certo un invito a disinteressarsi di loro, quanto un
richiamo a sostenere un disagio e una ferita che non potremo
mai sanare del tutto. Il mendicante, in questo senso, può
diventare – uscendo dai casi singoli e particolari – un simbolo
che richiama e mette alla prova il prete e ogni credente sul
versante della povertà. Il disagio che proviamo, la paura di
essere imbrogliati, il tratto a volte scostante del suo
avvicinarsi, la sensazione di situazioni insanabili e
insuperabili, la percezione della povertà delle nostre risorse,
non sono condizioni che riguardano soltanto noi come preti,
ma ogni «operatore della carità» e, più radicalmente, ogni
credente.
Un vecchio prete, da sempre impegnato con i più poveri,
non mancava di ricordarci nelle sue confidenze che «far bene
la carità fa bene alla carità» e molti santi e beati hanno
raccomandato ai loro figli prediletti di «far bene il bene». Più
che indicare grandi strategie sul tema della carità così ampio e
complesso, ci sembra utile annotare alcune semplici questioni
di stile.
NEL FARE LA CARITÀ OCCORRE UNO STILE
La prima riguarda il poco che abbiamo. E’ un’illusione
permanente nella Chiesa e in ognuno di noi che, per operare il
bene, si debbano avere a disposizione grandi mezzi. Tutti
abbiamo sognato di avere più strutture di accoglienza, più
denaro per sostenere le richieste economiche, per investire in
operatori specializzati e professionali, più agganci con le
istituzioni e il potere per fare di più… In questi sogni carichi
di buone intenzioni e di «santo zelo» alberga una pericolosa
tentazione: quella di voler sistemare le cose e di risolvere i
problemi di tutti (cosa che neppure Gesù ha fatto), ma, più
radicalmente ancora, quella di trasformare anche la carità in
una questione di potere.
Facciamo riferimento a due episodi emblematici del
vangelo. Da una parte, Gesù rifiuta come tentazione quella di
trasformare le pietre in pane. Non vuole operare un miracolo a
beneficio di se stesso e come forma di esercizio di potere (di
cui comunque dispone). Dall’altra, non esita a moltiplicare i
cinque pani e i due pesci per una moltitudine affamata. Pone
un segno a beneficio di molti, ma proprio a partire dalle poche
risorse che chiede agli apostoli di mettere nelle sue mani. La
carità sta innanzitutto in questo: deporre il poco che abbiamo
nelle sue mani, non sottrarci alla domanda che viene dalle
folle, restando comunque nella condizione di chi è
consapevole di avere poco. E’ con il «poco che abbiamo» che
il Signore ama fare grandi cose.
Una seconda nota di stile è legata al tratto amorevole con
cui esercitare la carità. Probabilmente è capitato a ciascuno di
noi di esaudire una richiesta pedante e insistente dando
un’offerta o un aiuto a un povero, sulla scorta di una reazione
rabbiosa o giusto per «evadere la pratica» nel modo più veloce
e indolore possibile. L’esito è che rientriamo in casa
insoddisfatti (e forse il povero stesso non è contento).
Viceversa, abbiamo sperimentato come sia possibile dire dei
no fermi e garbati, senza offendere colui che ci sta di fronte.
Vale di più il tempo usato ad ascoltare una persona, magari
anche le sue bugie, per dare dignità alla sua richiesta che non
l’aiuto affrettato che dice soltanto un fastidio, se non
addirittura un disprezzo nei confronti di chi ci sta davanti.
Ancora una volta, l’immagine dell’incontro con la
singola persona assume una valenza simbolica più ampia. Dai
grandi progetti umanitari, al lavoro quotidiano dei centri di
ascolto parrocchiali, dalle visite della S. Vincenzo nelle case
dei poveri, agli incontri più o meno casuali della vita feriale, la
carità si caratterizza come attenzione alla persona prima
ancora che al suo problema. Ci è capitato più di una volta di
incontrare operatori nella carità animati da ottime intenzioni
che non ci parlano mai di persone, ma sempre e soltanto di
«casi» e di problemi. Il tratto amorevole non designa una pia
predisposizione soggettiva (magari ingenuamente tenera),
quanto un intelligente e rispettoso accostamento alla
singolarità di chi ci sta di fronte. Anche Gesù davanti alle folle
non vede innanzitutto un problema da risolvere, ma
un’umanità davanti alla quale provare una profonda e intensa
compassione. Tutto il resto nasce da qui.
Per introdurre una terza nota di stile, facciamo
riferimento al magistero illuminato del card. Martini. Nella
sua lettera Farsi prossimo e, in generale, in tutta la sua
predicazione, ci ha insegnato ogni volta a non ridurre la carità
al «fare», ma a riportarla alle sue dimensioni più profonde. La
carità scaturisce da una sorgente che è l’amore di Dio; giunge
a noi nella mediazione che è la carità come forma delle
relazioni tra credenti; essa ricade, infine, necessariamente
come effusione a favore di tutti (e dei più poveri in primis)
dell’amore di Dio e dell’amore fraterno.
La quarta questione di stile su cui riflettere è quella
legata all’amore fraterno, specchio e immagine dell’amore di
Dio. Ma lo dice bene e meglio Martini stesso: «La prima
testimonianza da offrire è quella dell’amore fraterno dentro la
comunità cristiana. Gesù ha comandato ai discepoli di amarsi
l'un l'altro per offrire al mondo una testimonianza credibile
dell'amore di Dio. La carità fraterna nasce dal contatto con
l'eucaristia e la Parola e si esprime anzitutto in orientamenti
profondi della persona. Alimento e insieme espressione di
rapporti personali freschi e creativi, sono alcune abitudini che
vanno coltivate e consolidate: l'edificazione reciproca con
parole ricche di sapienza cristiana e con esempi di umile e
luminosa bontà; la correzione fraterna fatta con dolcezza e
franchezza; la comunicazione delle esperienze di fede e di
carità, per leggere evangelicamente le diverse situazioni;
qualche forma di comunione anche dei beni economici».
Dispiace percepire a volte come, nei gruppi caritativi
parrocchiali o nelle diverse associazioni che operano
nell'ambito della carità, regni un clima di diffidenza reciproca
o di lite e di incomprensione. Il rischio è che queste istituzioni
offrano dei servizi, ma non una testimonianza di carità.
Crediamo che un compito specifico del prete sia proprio
quello di armonizzare e facilitare delle buone relazioni e una
profonda stima reciproca in tutta la comunità e tra coloro che
in essa vivono il carisma e il servizio caritativo. Può anche
sembrare uno spreco, ma le energie che un prete consuma per
creare e conservare un clima fraterno, sono quelle spese
meglio.
Un'ultima nota di stile fa riferimento al tema- delicato e
necessario - delle collaborazioni attraverso cui si svolge ogni
azione caritativa. Ci capita spesso di assistere a due possibili
derive opposte. La prima è quella che vede un gruppo o una
persona agire in un'autonomia talmente marcata da diventare
solitudine o isolamento. Questo stile, dettato dalla buona
intenzione di farsi personalmente carico dei problemi,
dimentica l'importanza e l'efficacia di una rete di relazioni che
potrebbe sostenere pesi ancora maggiori e aiutare con esiti più
efficaci.
La seconda è, al contrario, così preoccupata di mettere in
moto tutta una serie di collegamenti e interazioni e
coinvolgimenti istituzionali, da perdere di vista la singola
persona. Purtroppo, non è difficile accostarsi a opere caritative
che hanno sviluppato una notevole competenza e
un'ammirevole sensibilità istituzionale e politica, ma che, con
il passare del tempo, sono diventate una macchina
ingovernabile che rischia di perdere di vista il suo scopo
originario. La carità è certamente «politica», ma un'eccessiva
vicinanza al potere non fa bene alla carità.
IL PRETE E LO «STILE» DELLA CARITÀ
Tornando al prete, vogliamo indicare alcuni semplici stili
di vita per vivere il ministero nella carità. Un prete non può
risolvere ogni problema che gli viene sottoposto, ogni bisogno
che bussa alla sua porta, ma non deve nemmeno delegare
tutto. È bene che si prenda a cuore personalmente - almeno in
forma simbolica - alcune situazioni precise. Anche lui si deve
«sporcare le mani» e non perdere mai il contatto diretto con i
più poveri.
In secondo luogo, lui stesso, così come raccomanda agli
altri, deve offrire l'esempio di una vita sobria, da una parte
rifuggendo dalla tentazione dello spreco e dall'ostentazione
della ricchezza, dall'altra non esitando a pagare di persona,
anche economicamente, per sostenere qualche situazione di
disagio e di bisogno. Nella gestione economica dei propri
soldi non può mancare (con discrezione e buona capacità di
discernimento personale) quella che una volta era identificata
come la «decima» per i poveri.
Da ultimo, ma non certo in ordine di importanza, ci piace
richiamare il legame tra carità e vita spirituale. Non è un caso
che tutti i santi operatori di carità siano stati anche grandi
contemplativi. Non c'è carità senza preghiera e senza la
quotidiana esposizione alla luce della carità di Dio.
ACCOMPAGNARE
Una delle frasi che ci siamo sentiti rivolgere in forma
autorevole dai nostri educatori e dai nostri vescovi nei primi
giorni dopo la nostra ordinazione sacerdotale è stata questa:
«Vi attendono ragazzi, adolescenti e giovani per essere
accompagnati e seguiti nel loro cammino». A distanza di
tempo, con un po' di vena polemica, potremmo dire che, da
una parte, mancava ogni riferimento agli adulti e agli anziani,
come se fossero esclusi dalle nostre cure e, dall'altra, che il più
delle volte al nostro ingresso nelle comunità e negli oratori
non ci attendeva proprio nessuno desideroso di essere
accompagnato. Resta vero il fatto che, da giovani preti,
abbiamo mosso i primi passi desiderando e temendo insieme il
prezioso servizio dell'accompagnamento spirituale. Su questo
versante l'iter formativo del seminario non prevedeva corsi
particolari; non mancavano spunti e suggerimenti, ma non
esisteva nulla di strutturato. E forse era giusto così. Ci sono
cose per le quali non esiste il «libretto delle istruzioni»: sono
«arti» che si imparano facendo, sono «mestieri» che
necessitano soprattutto della pratica. Più che di un insegnante
o di un professore, c'è bisogno di incontrare un maestro e un
testimone. Ci vuole la «pratica» e così è stato.
LE ATTITUDINI
Occorre tuttavia un chiarimento, al proposito. Il primo
esercizio pratico non consiste tanto in goffi e pericolosi
approcci di pseudoaccompagnamenti, di cui fanno le spese
ignare e coraggiose cavie umane, quanto nel lasciarsi
pazientemente accompagnare da preti, nel ministero, da
qualcuno che si prenda cura di te. Come molti altri presbiteri
ambrosiani, abbiamo avuto la fortuna di incontrare un
autentico testimone che ci piace chiamare per nome e
cognome: don Franco Brovelli. Sono tante le attenzioni che
possiamo ricordare del suo stile e del suo approccio. Ci
limitiamo a segnalarne due.
La prima è la capacità di un ascolto incondizionato. Che
cosa significa? Agli inizi del ministero - ma in realtà anche
dopo - un prete si trova a vivere passaggi critici nei quali
molte scelte vengono rimesse in discussione e cerca qualcuno
che accolga il suo stato critico, che dia la possibilità di
rielaborare le condizioni del suo servizio quotidiano. Ora, ci
può essere un ascolto da parte dell'accompagnatore che
tradisce una serie di preoccupazioni: salvare la situazione
personale e quella della parrocchia, difendere l'istituzione
della Chiesa, evitare scelte troppo dirompenti... Ciò che
invece è liberante è la capacità di non pre-giudicare con
schemi già orientati verso una soluzione nel discernimento.
Occorre ascoltare senza giudicare, lasciar emergere il vissuto
prima di orientarlo, e lo si può fare solo attraverso una grande
pazienza e una grande libertà, proprio quella che don Franco
ci ha insegnato.
La seconda attitudine che ci piace ricordare è quella che,
calcisticamente, potremmo definire del «contropiede» e del
«rilancio». Sia a livello personale sia negli incontri
comunitari, a fronte di un tratto apparentemente dimesso, don
Franco ha sempre saputo, nei momenti critici, trovare la
parola giusta per rimettere in gioco le questioni autentiche,
segnalare le domande capaci di riaprire orizzonti, individuare
la sintesi che permette di raccogliere la ricchezza di racconti
dispersi. Come quei giocatori che sembrano subire un
pressing asfissiante da parte dell'altra squadra, ma che, nel
momento giusto e inaspettato, sono capaci della giocata
vincente che ribalta il gioco nel campo dell'avversario.
I padri del deserto scoraggiano con severità i giovani
dall'erigersi a maestri e dall'andare a caccia di discepoli. Non
è il maestro che sceglie il discepolo, ma è il discepolo che
riconosce in qualcuno una guida affidabile cui chiedere un
aiuto. E noi possiamo certamente dire di aver incontrato un
maestro.
NON DA SOLI
Rispetto al ministero dell'accompagnamento spirituale,
non è raro imbattersi in toni enfatici, forse anche perché
sentirsi importanti per un altro gratifica e a volte accarezza
l'orgoglio del prete. A questo proposito, occorre precisare che
l'accompagnamento non è un compito solo del prete e che il
prete non deve fare solo questo. E bene che il prete riconosca
e favorisca i carismi di altri, proprio anche nell'arte di seguire
le persone nelle loro scelte e nella loro vita. A questo
riguardo, ci piace ricordare che in più di un'occasione ci è
capitato di indirizzare persone e coppie ad altri da noi.
Soprattutto su questioni delicate che riguardavano le pratiche
di fecondazione, problemi di sessualità nella coppia ecc., ci è
stato di grande aiuto avere delle persone con una propria
competenza sia medica sia spirituale. Affidare ad altri
l'accompagnamento non ha mai sminuito il nostro compito di
preti e forse è vero il contrario. Oggi nella Chiesa il compito
dell'accompagnamento sarà sempre più interpretato in maniera
sinfonica da preti e laici insieme, ed è un bel segno.
Non solo il prete non è l'unico a esercitare questo
ministero: egli lo deve fare inserendolo in un compito più
grande che lo riguarda propriamente. Esiste una relazione
delicata tra l'accompagnamento delle persone e la presidenza
di una comunità parrocchiale. Da una parte, occorre dire che
presiedere il cammino di una comunità non chiede di essere il
riferimento personale di tutti. Fa rabbrividire sentire che ci
sono preti che, in quanto responsabili di una parrocchia o di
un oratorio, pretendono che le persone facciano riferimento a
loro anche nel cammino personale, nella confessione e nel
discernimento. Un conto è presiedere la vita della comunità,
un conto è accompagnare il cammino delle persone.
E vero però che esiste un modo di predicare, di condurre
gli incontri formativi, di pregare insieme, di organizzare la
vita di una comunità, che favorisce il cammino spirituale delle
persone e, a volte, si configura come un vero e proprio
accompagnamento ed è vero anche che l'ascolto delle storie
personali, la condivisione delle scelte e dei discernimenti
favoriscono il compito di presidenza di una comunità. Un
prete che conosce le fatiche e le situazioni critiche della sua
gente sarà meno portato a pretese ingiustificate e più capace di
parole e proposte che sostengano il cammino di ciascuno.
LE OCCASIONI
Se un prete non può pretendere che qualcuno lo elegga a
proprio riferimento spirituale, è vero che nel ministero non
sono poche le occasioni che favoriscono e possono propiziare
l'emergere di una domanda di accompagnamento e l'inizio di
relazioni che sostengano il cammino personale dei credenti.
Ma quando, in quali circostanze qualcuno chiede: «Don, ha un
po' di tempo per parlare» e vale allora la pena di soffermarsi
sulle «occasioni che nella vita pastorale possono diventare
l'inizio di un accompagnamento.
La prima e più semplice è la confessione e su questo ci
soffermeremo più avanti. Vale la pena qui semplicemente
ricordare come i due aspetti - confessione e
accompagnamento- siano distinti, ma certamente connaturali.
Ovviamente non tutte le persone che si accostano al
sacramento si riveleranno potenziali situazioni da
accompagnare e, di contro, non è detto che chi chiede un
accompagnamento non possa poi vivere il sacramento della
confessione in altra sede e con altre persone. Qui la regola è la
libertà.
Spesso le persone si rivolgono a un prete in cerca di
aiuto nei momenti critici, nelle prove e nei passaggi difficili
della vita. Non è un caso. Proprio quando il corso normale
dell'esistenza conosce sconvolgimenti inaspettati, uno si
rivolge alla fede, chiede a Dio il senso di quello che vive.
Questo concretamente significa che sente il desiderio di
raccontarsi a un prete, non tanto per avere delle risposte
quanto per poter leggere meglio, anche da un punto di vista
spirituale, le proprie vicende.
C'è un limite in questo approccio «d’ emergenza».
Sembra che il Signore e, con lui, anche il prete, sia cercato
quando la vita è messa in pericolo, come il «pronto soccorso»
spirituale di un'esistenza che, nel corso normale, crede di poter
fare a meno di Dio e anche di qualcuno che la accompagni. E
poi, quando si agisce nell’emergenza, non si può contare su un
linguaggio condiviso: si . deve tamponare, sostenere,
rimandare…. E’ come il compito di un medico di «pronto
soccorso»: vive nell’ emergenza sperando di poter un giorno
uscirne per affrontare con calma un quadro clinico completo.
Ma sappiamo bene che ci sono vite che non escono mai
dall'emergenza e anche il prete forse dovrà imparare a non
avere paura di essere cercato soprattutto per i «casi
disperati»;. Gesù non si è sottratto a questa cura e un
discepolo lo imita anche in questa compassione che si accende
nella crisi.
Una seconda occasione propizia di accompagnamento
sono le situazioni di discernimento vocazionale e di scelte di
vita delicate. Sono spesso i giovani che si avvicinano al
matrimonio o che sono in ricerca, ma esistono anche
situazioni di discernimento che riguardano il lavoro, il luogo
dove abitare, le scelte della vita in generale. Non è male
cominciare proprio da qui il cammino di accompagnamento.
Una svolta dell'esistenza chiede di rileggere il cammino
trascorso, di prendere le fila della propria fede, di rimotivare
le ragioni profonde delle scelte. Viviamo oggi un tempo nel
quale sembra sempre più difficile decidersi e farlo in modo
definitivo e risoluto. Applicare in queste situazioni l'immagine
di «direzione spirituale» che il cammino del seminario aveva
fatto vivere e proposto appare del tutto inadeguato. Pensare a
incontri sistematici e continui non è proprio il caso. Ci sono
accompagnamenti che ci fanno fare un tratto di strada,
condividere segmenti di vita e poi si interrompono o chiedono
semplicemente di essere consegnati nelle mani di un altro.
VALORI E DERIVE
Accanto a queste due circostanze che propiziano dei
cammini di accompagnamento, ma che spesso si rivelano
percorsi senza grande continuità, ci sono situazioni che
chiedono di essere seguite in modo più regolare. È questa una
vera grazia per un prete e anche un compito impegnativo. Ci
sono credenti di grande spessore che portano con sé domande
vere e profonde; ci sono poi i cammini di chi ricomincia e che
per questo chiede di essere aiutato a ritrovare quelli che
potremmo chiamare «i fondamentali» di una vita spirituale: la
preghiera, il discernimento dello Spirito, il combattimento
spirituale, la regola di vita ecc. In questi casi un prete si trova
spesso a misurarsi con la sua stessa vita spirituale, con la sua
preghiera che a volte è fragile, con la sua regola di vita che
spesso viene meno. Solo con grande umiltà egli può accettare
di farsi compagno di strada e di fede di altri, sapendo che,
mentre ascolta e suggerisce, è molto quello che impara e
apprende.
Segnaliamo, infine, molto rapidamente, alcune tra le
tante derive possibili. Probabilmente siamo stati tutti testimoni
dei danni provocati da un accompagnamento troppo direttivo
che, più che suggerire e consigliare, «ordina », sostituendosi
alla libertà dell'accompagnato. Ancor più delicate sono le
situazioni che, partendo da una relazione di aiuto, finiscono
col perdere i giusti confini. Non è raro cogliere - soprattutto
quando c'è molto affetto in una relazione - la fatica a sostenere
la necessaria distanza fisica e interiore. Da ultimo, una bella
cartina di tornasole è quella che fa riferimento alla capacità
dell'accompagnatore di lasciar andare. Gesù stesso ha vissuto
un momento culmine del suo itinerario di accompagnamento
dei discepoli esattamente nel momento del congedo. Nella
scena dell'ascensione prende le distanze dai suoi, se ne va e
proprio così permette loro di iniziare a camminare da soli e
apre la strada al dono del suo Spirito.
ASCOLTARE
«Scusi, reverendo, mi spiace disturbarla; so che ha tante
cose da fare, ma avrei bisogno di parlarle qualche minuto.
Sono passato già altre volte, ma era sempre impegnato in
qualche riunione. Vorrei prendere un appuntamento, è
possibile?». Sicuramente è capitato più volte a tutti noi di
sentirei rivolgere parole come queste. Quali sono state le
nostre reazioni? Possiamo immaginare le più diverse, tutte
possibili e giustificabili. Magari abbiamo pensato con un certo
fastidio che effettivamente di cose da fare ne abbiamo fin
troppe, mentre tutti reclamano e pretendono che i loro bisogni
vengano subito accolti e anteposti a ogni altra urgenza.
Oppure, al contrario, ci siamo sentiti un po' mortificati: non
vogliamo che passi di noi l'idea di un prete troppo preso dalle
cose da fare fino a diventare insensibile alle relazioni con le
persone. Ancora: abbiamo guardato all'interlocutore provando
a fiutare in anticipo che cosa si sarebbe potuto nascondere
dietro quella richiesta di un colloquio personale. Finirà come
al solito con il chiedermi dei soldi? Vorrà scaricare tutte le sue
ultime frustrazioni? Avrà da dire o da riportare lamentele e
pettegolezzi che riguardano la parrocchia (o il parroco
stesso)? Oppure potrebbe rivelarsi un incontro sincero e reale,
una domanda di accompagnamento spirituale che cerca un
uomo di fede?
I TEMPI PER L'ASCOLTO
Quanto tempo riusciamo a custodire nel nostro ministero
per esercitare il servizio dell'ascolto? La domanda è seria e
mette in gioco sia uno stile personale di interpretare il
ministero, sia l'andamento complessivo di una parrocchia. Si è
parlato spesso della «sindrome dell'agenda piena». Capita
anche ai preti quello che accade ai manager o alle persone in
carriera: per dimostrare la loro importanza o per sentirsi a
posto con la propria coscienza, devono costantemente poter
esibire un'agenda senza spazi vuoti. Ma chi l'ha detto che,
aumentando le cose da fare e dilatando gli orari di lavoro, la
nostra vita debba avere per forza un'efficacia maggiore? Si
possono, in questo caso, creare alleanze perverse: in un
mondo contrassegnato da un attivismo sfrenato e dall'ansia di
«fare» e «produrre », si corre seriamente il rischio di
riprodurre le medesime dinamiche nella nostra vita personale
e nella vita di una comunità.
La buona predisposizione all'agire e al fare, quando
sconfina in un attivismo senza freni, genera nel prete una vita
a volte rabbiosa e inquieta e, nelle comunità, un clima che
fatica a essere sereno perché si è sempre alla rincorsa delle
cose da fare, preoccupati dei risultati da raggiungere,
lamentosi nei confronti di chi si defila o non dà una mano.
A dirla tutta, questo stile può essere semplicemente un
«meccanismo di difesa». Qualche prete ha anche l'onestà di
riconoscerlo: «Se mi fermo anche solo un minuto senza aver
nulla da fare, mi sento finito».
Ma torniamo all'ascolto. Un altro ostacolo che può
frapporsi tra il prete e il parrocchiano che desidera incentrarlo
è costituito dai numerosi filtri che si possono venire a creare.
Il lavoro stesso è il primo possibile ostacolo, ma poi ce ne
sono numerosi altri. Dalla domestica o dalla sorella che, nel
prendere appuntamento, decide gli orari e le disponibilità,
dalla segretaria della parrocchia che si prende la libertà di dire
che il parroco è molto impegnato e non ha tempo (a volte
sollecitata in questo dal parroco stesso); dai collaboratori più
fidati che si sentono in dovere di difendere e occupare spazi e
tempo del «loro» prete, ai mezzi stessi che dovrebbero
favorire la comunicazione (email, segreterie telefoniche ... ) e
che, invece, in realtà la ingolfano. È invece assolutamente
importante che un prete impari ad ascoltare e custodisca per
questo i tempi e gli spazi necessari.
CHE COSA E CHI ASCOLTARE
Il primo ascolto è quello della parola di Dio. Non è su
questo che vogliamo soffermarci nelle note seguenti, anche se
è utile richiamare un circolo virtuoso che ci sembra di
straordinaria fecondità. Più ascolti la Parola e più impari ad
ascoltare la gente e l'ascolto della vita degli uomini è la
condizione feconda per l'ascolto della parola di Dio nella
Scrittura. Per questo, il primato della Parola crea il clima
necessario per diventare uomini capaci di ascolto. L'ascolto è,
innanzitutto, un'attitudine spirituale e ci chiede di essere
«uomini spirituali», forgiati dalla Parola, scavati da essa, così
da essere capaci di ospitare le parole che gli uomini ci
affidano.
La prima palestra è il «dialogo interpersonale»: dare
tempo e spazio per ascoltare le storie e le domande che gli
uomini portano nel cuore. Il capitolo è enorme e non lo
possiamo esaurire. Vogliamo però segnalare due
atteggiamenti previ.
In primo luogo, ci è chiesto di spogliarci di tutte le forme
di difesa che rischiamo di assumere all'inizio di un colloquio.
Senza che ce ne rendiamo troppo conto, in noi agisce una
pericolosa mescolanza di pregiudizi morali, preoccupazioni
per quanto dobbiamo dire e rispondere, simpatie e antipatie,
timori e paure per quello che potremmo perdere lasciandoci
coinvolgere in situazioni al buio. Senza parlare degli umori,
della stanchezza e del nervosismo che, a volte, condizionano
la libertà dell'ascolto.
In secondo luogo, dobbiamo fare i conti con un rischio
opposto, quello di un coinvolgimento eccessivo rispetto
all'interlocutore e a ciò che ci va raccontando. Alcuni colloqui
toccano molto da vicino la nostra sensibilità e il nostro vissuto
e generano in noi emozioni forti e difficili da controllare;
rischiano di togliere quella distanza che ci permette non solo
di accogliere la situazione dell'altro ma anche~- se possibiledi provare a restituirla trasformata e rigenerata. E’ vero: c'è un
distacco algido che impedisce ogni forma di contatto;
l'interlocutore ci percepisce come lontani e irraggiungibili, ma
ci può essere pure un coinvolgimento eccessivo e pericoloso
perché mina la necessaria libertà dell'ascolto.
Affermava a suo tempo il card. Martini: «C'è una falsa
idea del comunicare umano che sottostà a tanti tentativi falliti
di entrare in comunicazione con l'altro. Tale falsa visione non
è sbagliata per difetto, cioè per una carente visione dell’ideale
comunicativo. È sbagliata piuttosto per eccesso: vuole troppo,
vuole ciò che il comunicare umano non può dare, vuole tutto
subito, vuole in fondo il dominio e il possesso dell'altro...
Cosa c'è, infatti, di più bello di una fusione totale di cuori e di
spiriti, di una comunicazione in perfetta reciprocità senza
ombre e senza veli? Ma proprio in tale ideale si cela una
bramosia e una concupiscenza di "possedere l'altro", quasi
fosse una cosa nelle nostre mani da smontare e rimontare a
piacere che tradisce la voglia oscura del dominio».
C'è, inoltre, un ascolto che non si limita alla relazione
interpersonale. Il prete presiede la vita di una comunità e
questo richiede un'attenzione, la quale, non perdendo di vista i
singoli percorsi, riesce a tenere l'insieme, ad avere il polso
della situazione e a dare una direzione a tutta la comunità.
Sia nell'accompagnamento personale sia nella
conduzione di una comunità dovrebbe valere la logica di
quello che qualcuno ha chiamato l'adagio cristologico:
«trent'anni, tre anni, tre giorni». Il tempo più lungo della vita
di Gesù non è stato quello dedicato alla predicazione e alle
opere del Regno, né quello della pasqua dove ricondurre tutto
a un unico gesto d'amore. Il tempo più disteso sono stati i
lunghi anni di Nazaret, caratterizzati dalla ferialità dell'ascolto
e dalla normalità dell'immersione nelle relazioni ordinarie. La
forza delle sue parole negli anni del ministero pubblico sta
tutta nella profondità dell'ascolto che le ha generate negli anni
nascosti di Nazaret.
Colpisce allora il paradosso di un ministero in cui un
prete passa la maggior parte del suo tempo a parlare e che gli
permette di dedicare così poco spazio all'ascolto. La verità e la
profondità di quello che possiamo dire o tacere risiede tutta
nel radicamento in un ascolto costante e libero.
IL «PRIMATO» DELL'ASCOLTO
Questo primato dell'ascolto incide non poco sullo stile
pastorale di una comunità. Sarebbe bello che all'inizio di un
incontro o di una riunione il prete non fosse principalmente
preoccupato di quanto dovrà dire, ma di quanto potrà ricevere.
È sempre bene chiederselo: quanti e quali sono i luoghi nei
quali è dato a un semplice fedele e a una comunità di poter
esprimere la propria opinione, il proprio parere e il proprio
consiglio? E quali invece rendono possibile a un prete il
mettersi in ascolto della sua comunità?
Tutto questo oggi non appare ancora come naturale, dal
momento che l'ascolto di una comunità è qualcosa che
dobbiamo imparare. Così rileva il benedettino G. Lafont:
«Ora, come l'abate benedettino, il prete di parrocchia era in
posizione di maestro; la sua parola si presentava con autorità,
anche se lui parlava con misura e modestia. Il parrocchiano
era in posizione di discepolo e dunque d'ascolto, anche se a
volte si sforzava di farsi sentire. Oggi, il sacerdote è chiamato
a far posto all'ascoltare nel suo modo di parlare, il laico a far
posto al parlare nel suo modo di ascoltare».
Anche noi preti, come tutti, abbiamo bisogno di
spogliarci della presunzione di possedere tutte le risposte e
tutte le soluzioni a ogni problema. Come dice il profeta
Geremia: «Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il
paese e non sanno che cosa fare» (Ger 14,18). Proprio questa
umiltà nel porci e nel proporci ci permette di guadagnare il
fine ultimo dell'ascolto che è il discernimento circa la volontà
del Padre. Non sappiamo neppure noi i tempi e i modi con cui
lo Spirito rende attuale la forza del Regno che viene e lo
possiamo ogni volta comprendere solo ponendoci in umile
ascolto della storia, delle persone, degli eventi.
Alla fine di una giornata un prete avrebbe bisogno di
poter riprendere i molti incontri e le molte parole ascoltate.
C'è bisogno di un tempo in cui rielaborare tutto quanto ci è
stato consegnato e anche tutto quanto ci è stato taciuto. Il
silenzio che custodisce le parole avute in dono è anche capace
di decifrare le reticenze e i riserbi, le cose non dette o che non
si sono potute e volute dire. La sera del prete potrebbe essere
lo spazio opportuno per riordinare le parole e i pensieri e
consegnarli tutti nelle mani del Padre. Dovrebbe e potrebbe
essere così, ma qual è il destino di molte delle sere dei preti?
PREGARE
«È evidente che ora prego meglio. Ma non riconosco più
la mia preghiera. Un tempo, essa aveva un carattere
d'implorazione testarda; e anche quando la lezione del
breviario, per esempio, tratteneva la mia attenzione, sentivo
che in me proseguiva questo colloquio con Dio, a volte
supplichevole, e a volte incalzante, imperioso: sì, avrei voluto
strappargli le sue grazie, far violenza alla sua tenerezza.
Adesso arrivo difficilmente a desiderare una cosa qualsiasi,
come il villaggio, la mia preghiera non ha più peso, vola via ...
è un bene? E un male? Non lo so» (G. Bernanos, Diario di un
curato di campagna, 232-233).
Forse la nostra stagione non si riconosce del tutto nei
preti che Bernanos descrive nei suoi romanzi, preti che
oscillano nella lotta tra il tutto e il nulla, il diavolo e la
salvezza, la grazia e la perdizione. Sembra un tono
drammatico eccessivo, ma ci fa bene rileggere pagine come
queste che ci ricordano come, proprio nella preghiera, la vita
di un prete sporge sull'abisso di un mistero che lo supera e lo
genera, lo chiama e gli sfugge.
Anche solo le righe citate possono alludere al «dramma
» della preghiera, ovvero alla sua storia imprevedibile e
sorprendente, perché la preghiera, quando è vera, anche quella
di un prete, non può essere la monotona ripetizione di un
dovere, ma lo stare di fronte a un «tu» che non smette di
sorprendere e che rimane imprendibile. Il protagonista del
Diario, da una parte, riconosce che la sua preghiera è
migliorata, dall'altra, non la capisce più, non la riconosce del
tutto.
LA PREGHIERA DI UN PRETE
Anche un prete spesso non è contento della sua
preghiera, gli pare debole e incerta, la vorrebbe più profonda e
appassionata. Eppure, occorre partire dalla preghiera che c'è,
piccola e fragile, e lasciare che sia essa a condurci nelle
trasformazioni della vita. La preghiera nella vita di un prete
conosce una storia e vive evoluzioni che accompagnano il
maturare di un'esperienza spirituale. L'inizio non è facile
perché ci è chiesto di passare dai ritmi scanditi e protetti del
tempo di formazione alla vita scomposta in un ministero
dispersivo che spesso manca di un quadro obiettivo di
riferimento; inoltre, si entra nel ministero con un'educazione a
pratiche di preghiera che non sempre si rivelano adatte al
nuovo ritmo di vita. Ma proprio dentro questo scarto si impara
a pregare, si vive un'esperienza spirituale che cerca
l'essenziale, che entra «nel segreto» dove il Padre vede, che
impara la fedeltà senza formalismi esteriori e cammina verso
la semplicità unificata.
Ripensando ai nostri anni di formazione nel seminario,
non possiamo che essere grati per quanto ci è stato
raccomandato e insegnato. Ricordiamo ancora con affetto un
vecchio padre spirituale che insisteva in ogni occasione sulla
«fedeltà» alle «pratiche» della preghiera quotidiana. Ci è stato
insegnato il valore dei ritmi, dei tempi, delle ripetizioni della
preghiera, del suo scandire con precisione la vita quotidiana.
Tutto questo ci ha fornito di uno scheletro forte, di
un'impalcatura solida su cui costruire il nostro edificio
spirituale. Anche da preti ci capita con gioia di frequentare
oasi monastiche dove riassaporiamo la bellezza di una
giornata ritmata con regolarità dai tempi della preghiera, ma il
più delle volte la nostra vita di preti non è così. La complessità
del ministero di giorno in giorno trasforma la nostra preghiera
e la rende molto più simile a quella di un pellegrino, ritmata
sui passi, fatta per la strada, custodita nel cuore.
L'evolversi della preghiera del prete allora è di più di un
semplice processo di trasformazione che, inevitabilmente,
attraversa ogni aspetto e ogni tratto dell'esistenza umana; è
piuttosto l'approfondirsi e il crescere dell'esperienza stessa di
Dio, il continuo «semplificarsi del cuore», il maturare della
fede: cambiamenti tutti che trovano nella preghiera il loro
naturale luogo di sintesi. Crescere nella conoscenza di Dio è
sempre oltrepassare una soglia per accedere alla familiarità
con lui; nell'evolversi e nel mutare delle forme e talvolta
anche delle sensibilità personali nell'esperienza della
preghiera, ciò che in realtà si approfondisce è la relazione
personale col Signore, la conoscenza e l'affetto che di lui il
cuore sperimenta.
LE «TENTAZIONI»
C'è un noto passo del Siracide che suona così: «Figlio, se
ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione »
(Sir 2,1). È vero ed è ancor più vero quando si considera quel
servizio del Signore che è il ministero, in particolare
relativamente alla preghiera, segnato anch'esso da alcune
tentazioni.
La tentazione di cucinare per altri senza nutrirsi, di
essere presi dalle mille incombenze della pastorale,
trascurando - anche in buona fede - la cura della propria
vicenda spirituale e della propria vita di preghiera.
La tentazione di sistemare la preghiera, di guardare alla
propria preghiera unicamente dal punto di vista del dovere,
correndo il rischio di svuotarla dall'interno di senso e di
sostanza, come ci ricorda Gesù stesso citando il profeta Isaia:
«Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è
lontano da me» (Mt 15,8).
La tentazione di farsi lo sconto, di giustificare ancora
una volta a partire dalle tante occasioni di far pregare altri, di
«dire una parola», di preparare una celebrazione ... la
trascuratezza nella propria vita di preghiera, quasi barattando
o sostituendo con tutto questo il nutrimento per la propria fede
e per la propria vita interiore. A fronte del fatto che, se spesso
siamo bravissimi nel richiamare altri alla necessità e
all'impegno della vita spirituale, non altrettanto lo siamo nel
riconoscere umilmente le nostre mancanze al riguardo:
«Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo
le loro opere, perché dicono e non fanno» (Mt 23,3).
La tentazione di fuggire sul monte con due o tre, come
per Pietro, Giacomo e Giovanni che, dopo la trasfigurazione,
sentono tutta l'attrazione di quell'esperienza su di sé; nasce
anche la tentazione di isolarsi, di fermare quell'attimo
appropriandosene, di renderlo quasi un «loro» momento con
Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui» (Mc 9,4).
Quando educare alla vita di preghiera è duro, quando ti
seguono in pochi, quando tante proposte spirituali alla
comunità che ti è affidata cadono nel nulla, la tentazione di
circondarsi di «pochi eletti» e con questi salire sul monte della
preghiera, lasciando a terra tutti gli altri, può essere forte: un
rischio da non sottovalutare, una tentazione dalla quale
doversi talvolta guardare.
C'è, infine, la tentazione radicale della preghiera: fare da
padrone nella propria vita e portare questo anche nell'incontro
con Dio, nella preghiera stessa. E un modo sottile per stare
davanti a lui senza consegnarsi, per incontrare Dio e, insieme,
per tenerlo a distanza.
«LUOGO DELLA GRAZIA»
Per fortuna non ci sono solo le tentazioni. La preghiera
vissuta nel ministero è il luogo della grazia e delle grazie
spirituali.
La prima grazia è quella di scoprire che tutto, nel
ministero, ci riporta a Dio. Ogni azione, ogni momento della
giornata diventa un appello per scorgere le tracce del suo
mistero. E, alla fine, che cos'altro puoi fare davanti al mistero
santo di Dio se non cadere in ginocchio e balbettare una
povera preghiera? «Per questo io piego le ginocchia davanti al
Padre dal quale ha origine ogni discendenza, in cielo e sulla
terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria,
di essere potentemente rafforzati nell'uomo interiore, mediante
il suo Spirito» (Ef 3,14-15).
Oltre a questa grazia di fondo, ci sono altri due doni che
ci piace ricordare. Il primo è che un prete non prega da solo e
che in tanti giorni è semplicemente portato dalla preghiera
della sua comunità. Spesso sono i piccoli e i poveri a
precederci e sostenerci con la loro preghiera. Ci capita a volte
di arrivare con un po' di affanno, all'ultimo momento, per la
celebrazione eucaristica e di trovare la chiesa già «scaldata»
dalla preghiera di chi ha appena terminato la recita del rosario
o si è messo in ginocchio in un silenzio carico di rispetto e di
adorazione. E ci viene da pensare a tutte le persone che,
mentre noi corriamo e ci affanniamo dietro alle responsabilità
della parrocchia, pregano per noi: dai malati agli amici, dalle
comunità monastiche ai nostri familiari che ci seguono da
lontano. La preghiera della Chiesa è come il letto di un fiume
che ci precede e ci porta.
Questa dimensione ecclesiale della preghiera del prete
rende inestricabile l'intreccio tra lui e la sua comunità ed è
giusto che sia così. Anche quando un prete prega da solo,
prega nella Chiesa e con la Chiesa, questo è ovvio, ma questo
significa avere davanti agli occhi volti, situazioni, famiglie
con cui si è in cammino, significa sentire il respiro e la forza
di una comunità che cerca il Signore, che lo invoca, che a lui
si affida. Non solo una comunità per cui pregare, ma una
comunità che, con il prete, prega e intercede. Anche questa è
la grazia della preghiera per un prete.
Il secondo dono è semplicemente il fatto che la preghiera
di un prete, come la sua vita, si riempie di incontri, di
esperienze, di volti per i quali egli non può che rendere grazie.
La preghiera di gratitudine è nutrita dal ministero e lo rende a
sua volta più lieto e gioioso. Lo diciamo con le parole di un
prete amico: «Se c'è una sorgente della mia preghiera, la
ritrovo continuamente in questo: la preghiera come
gratitudine. Insieme a questa componente vi trovo anche
l'altra: la consegna di me. Gratitudine e restituzione, memoria
e redditio: queste sono le parole che interpretano la mia
preghiera, perché mi accorgo che, di fronte a tutto quello che
mi è dato, devo fare i conti con un forte senso di sproporzione.
Quello che riesco a restituire è ben poca cosa rispetto a ciò
che ho ricevuto. Gratitudine grande e bisogno di consegna,
nella percezione del senso di peccato, di limite, di fragilità,
con la sorpresa di trovarmi davanti a un Dio che ogni volta mi
rinnova la sua fiducia». Così la preghiera è la sorpresa di chi
riceve sempre una nuova possibilità.
Sono molte le persone che ci vengono a dire: «Padre, mi
aiuti a pregare perché non sono capace». Di certo non sanno
quanta fatica facciamo noi a pregare. Ogni volta,
semplicemente, ci sentiamo dalla parte dei discepoli che
chiedono al Maestro: «Insegnaci a pregare perché noi non ne
siamo capaci». Questa incapacità ci ricolloca al posto giusto.
La vera e l'unica grande preghiera è quella di Gesù. Lui, come
Figlio, si offre, intercede, loda, benedice il Padre, è egli stesso
una grande e infinita preghiera. Ai discepoli è semplicemente
data la grazia di stargli vicino. Come nell'orto, essi sono
chiamati ad «abitare» la preghiera di Gesù, a volte vegliando,
molto più spesso sopraffatti dal sonno e dalla paura. Ma
questo rimane il loro posto, il nostro posto giusto: incapaci di
pregare stiamo semplicemente nello spazio della preghiera di
Gesù. Per questo un prete, mentre celebra l'eucaristia, si
ritrova «messo in preghiera», semplicemente perché prossimo
in modo singolare alla preghiera di Gesù.
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